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Full text of "Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani : secondo le migliori stampe e corredate di note filologiche e storiche : testo di lingua"

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(Sn®^&S5IHII  WCILaiiHIL 


CRONICHE 


DI 


GIOVANNI,  MATTEO  E  FILIPPO  VILLANI 


SECONDO   LE   MIGLIORI   STAMPE 


B  CORREDATE 


DI  NOTE  FILOLOGICHE  E  STORICHE 


TESTO   DI  LINGUA. .^y.      y      -^ 


VÒL.  I. 


^v 


TRIESTE 

SEZIONE  LBTTERARIO-ARTISTIGA  DEL  LLOYD  AUSTRIACO 


i 


l^;MgnUU  del  Uofl  Aaifrlgoo 


CENNI  INTORNO  ALLA  VITA 


DI 


GIOVANNI   VILLANI. 


Nacque  Giovanni  Villani  nella  seconda  metà  del  secolo  Xm  in  Firenze  di  nobilissima 
famiglia  data  al  commercio  ed  a'  servigi  della  patria.  L'ozio  e  l'inerzia  non  erano  ancor 
tenuti  a  virtù,  né  $al|t^  9I  po^r^  ;  pnd'  e^  stesso  fu  a4  un  tentpo  merc^^ipite,  uom  di  lettere 
e  magistrato  della  repubblica. 

All'entrare  del  1300,  preso  il  bordone  da  pellegrino,  vagava  oscuro  per  le  vie  di 
Roma,  tra  i  cento  popoli  che,  quasi  adunati  dalla  tromba  dell'angelo,  vi  si  accalcavano  al 
giid^neo.  Avvenutosi  à  Dante  sulla  tomba  degli  ApostoU,  e  con  lui  inspiratosi  nel  grande 
pensiero  cattolico,  potè  meglio  far  sentire  una  parola  di  pace  e  piangere,  forse  incontaminato, 
le  fasioni  de'  Blandii  e  de'  Neri,  che  allora  tingevano  Firenze  di  sangue  firatemo.  Nò  dal 
sangue  riposò  la  sua  vista,  dopo  essere  passato  in  Francia  ed  in  Fian^.  IVavagUavansi  que' 
paesi  in  guerra  feroce:  ne  vide  egli^ne  meditò  le  vicende  ad  una  ad  una:  fu  tratto  infine  a 
monidirae  sid  campo  di  Mons-en-Puelle  (1304)  pocbi  giorni  dopo  la  vittoria  &  Filippo  il 
BeUo  sopra  i  Fiamminghi. 

Negli  anni  1316  e  1317  sedendo  fira  i  priori  della  repubblica  volle  e,  per  arte  nuova, 
ottenne  pace  con  Pisa.  UfiSciale  della  moneta,  raccolse  a  grande  studio  le  memorie  della 
secca  fiorentina;  amministratore  del  pubblico  bene,  fu,  quanto  mai  altri,  oculato  e  indefesso. 
Di  nuovo  occupando  quel  supremo  grado  nel  1321,  afforzò  di  torri  e  di  bastile  Firenze, 
combattè  da  forte  tmUfo  Costruccio  signor  di  Lucca,  ma  divise  co' suoi  la  vergogna  (se  non 
fl  rimorso)  d'essersi  lasciato  fuggire  per  discordia  de'  capi  sotto  Firenze  quel  terribile  nemico, 
già  messo  in  volta  e  quasi  preso.  Per  tre  anni  quindi  provvide  e  campò  dalla  fame  (1328-30) 
i  cittadini  angustiati  da  terribile  carestia:  ma  ecco  assalirlo  l'invidia,  accusarlo  di  usurpato 
denaro  pubblico;  ed  egli  a  uscirne  luminosamente  giudicato  innocente.  Ostaggio  di  guerra 
presso  Mastino  della  Scala  in  Ferrara,  non  ne  fu  libero,  che  per  vedere  di  nuovo  la  patria 
ardere  di  guerra,  darsi  da  stolta  in  balia  a  Gualtiero  Duca  d'Atene,  che  troppo  le  fé'  sentire 
fatali  gli  amori  collo  straniero,  e  indi  levarsi  a  tumulti,  cacciarlo  vituperosamente,  ma  sempre 
a  pena  di  sangue,  più  onorata  che  possente.  Alla  fine  per  fallimento  altrui,  senza  alcuna  sua 
colpa, chiuso  in  un  carcere,  s'ebbe  il  premio  dei  grandi,  l'ingratitudine  del  suo  popolo^  e  fini 
tra  le  prime  vittime  della  peste  nel  1348. 

In  Roma  al  giubileo,  come  cento  anni  innanzi  per  singolare  accidente  Ricordano 
Halispini,  fece  disegno  di  scrivere  la  storia  di  Firenze.  L' aspetto,  egli  dice,  di  que'  maestosi 
edifid,  la  lettura  delle  gloriose  imprese  de'  Romani  immortalmente  descritte  da  Sallustio,  da 
Livio,  da  Valerio  Massimo  e  da  altri  maestri  di  storie,  il  considerare  in  fine  che  la  città  di 
Firenze,  figliuola  e  fattura  di  Roma,  era  nel  tuo  montare,  e  a  seguire  grandi  cose,  siccome 
Roma  nel  suo  calare,  svegliarono  in  lui  il  pensiero  di  scrivere  gli  avvenimenti  della  sua  paMa 
per  dare  memoria  ed  esempio  a  quelli  che  sano  a  f>enire.  La  cronica  in  12  libri  discorre  le 
vicende  di  Firenze  dalla  sua  fondazione  all'anno  1348,  e  loro  aggiunge  quelle  delle  altre 
terre  d' Italia.  In  quel  che  narra  dei  tempi  remoti  corre  dietro  alle  tradizioni  trasnaturate 
daDa  barbarie  0  dalla  favola,  e  copia  alla  lettera,  senza  citarlo  mai.  Ricordano  Malispini,  ma 
sobrio  e  veritiero  nei  fatti  dell'  età  sua,  non  ti  pare  quel  desso  che  per  narrare  la  storia  di 
tìreìoe  si  fa  dalla  torre  di  Babele.  Vero  storico,  non  ci  dà  una  gretta  e  nuda  narrazione  di 


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fatti,  ma  li  accompapia  deHe  proprie  osservazioniy  tatto  esamina,  confronta,  giudica  :  come 
uomo  d*  affari,  non  fa  conto  che  di  cose  positive,  le  gravi  sentenze  degli  antichi  applica  alla 
pratica  della  vita,  d'ogni  avvenimento  indaga  le  ragioni:  inizia  tra  noi,  a  dir  breve,  la  crìtica 
della  storia.  Come  caldo  partigiano  de'  Guelfi  impronta  del  suo  pensare  e  sentir  politico  ogni 
pagina  :  talora  un  disordinato  amor  paMo  gli  fa  velo  al  purgato  giudizio,  ma,  nò  cieco  nò 
ingiusto,  vede  quasi  sempre  il  bene  della  parte  avversa  e  lo  narra.  Testimonio  della  cac- 
ciata di  Dante,  non  solo  ardisce  parlare  con  affetto  e  riverenza  di  lui,  ma  gridarne  ingiusto 
r  esigilo. 

Senza  pretendere  a  letterato,  scriveva  come  gettava  la  penna,  curante  de'  fatti  della 
patria ,  non  dì  gloria.  Se  talvolta  fallisce  la  grammatica  e  fa  sentire  d'aver  vissuto  in  Francia, 
tal  altra  nel  racconto  delle  patrie  glorie  s'  accende  cosi,  che  dal  semplice  passa  ad  un  far 
pittoresco  e  sublime.  Fatte  poche  eccezioni,  io  son  col  Salvini,  che  la  purUà  della  lingua  in 
Giotanni  Villani  è  maraeigliosa  olire  ogni  credere.  Ed  al  giudizio  del  Salviati  egli  ha 
legatura  di  t>oei  semplice  e  naiurale;  ninna  cosa  di  sovercUOy  ninna  per  ripieno^  mUla  di 
s fonato^  niente  di  arUUciaio  vi  sa  scoprire  il  lettore;  non  pertanto  m  quella  semplicità  si 
foede  una  colai  leggiadria  e  belle%%a,  simile  a  quella  che  not  reggiamo  tu  foago  ma  non 
lisciato  toUo  di  noòU  donna  o  don%ella. 


Blbllogrrafla  delle  Chponlehe  de*  ire  TUlani. 


VILLANI  6I0VANNL  I  primi  10  libri  deUe  storie,  Veaesia,  Zanetti  1537  in  fogl.  Prima  edis.  —  I  Ubri  XI  e  Xn 
Firenie,  Torrentino  1554  in  8.*~  La  Storia,  Vene^  Nic.  Berflaqna  ad  istania  de'  Girati  di  Fireue  1559 
in  4.*  —  Firense,  Giunti  1587  in  4.*  Edo.  citata  dall' Aoeademia  deQa  Crusca.  — 

VILLANI  MATTEO.  Istoria,  Venesia,  (pei  Quem)  ad  istansa  de'  Girati,  156S,  in  4.*  ED.  Cb.  —  La  mededma  con 
V  aggiunta  di  Filippo  9uo  figVMo  (qnest'  aggiunta  non  t*  è).  Ed.  Cr.  — 

ISTORIA  DI  MATTEO  VILLANL  Li  tre  oltìmi  libri  eoe.  eoo  un'aggirata  di  Filippo  VILUMI  suo  fidinolo  eoe.  Fi- 
renze, Girati  1577  in  4.*  ED.  Cr. 

VILUkMI  GIOVANNI,  MATTEO  e  FILIPPO.  Istorie.  Milano  17S9  toI.9  in  fos^(i  volumi  X1II,XIV  della  Raoeolta 
Rmm  HaL  BcripL  di  Lod.  Murai)  —  Milano,  Tlpogr.  de' Class,  ital.  180S-1808  toI.  8,  in  8.*—  Firenie 
per  il  Magfaeri  1828  vd.  8,  in  8.*  con  ritratto.  —  Firense,  Sansone  Coen  1844,  rol.  7,  in  4.*—  Milano, 
Borroni  e  Seotti  1848. 

Questa  Edidone  fti  esemplata  sulla  Flreotfna  del  1844,  eoi  riseontro  delle  migliori  e  pi&  antiche  ne' 
passi  dubbt 

DOTT.  A.  BACHELL 


CRONICA 


DI 


GIOVAIVNI    VILLANI 


LIBRO  PRIMO 


Questo  libro  si  cliisms  U  nuova  cronica,  nel  qiiale  si  tratta  di  più  cose  passate,  e  spezialmente  dell'origine  e  co- 
mindaxnento  della  città  di  Firenze,  poi  di  tutte  le  mutazioni  ch'ha  avute  e  avrà  per  gli  tempi:  cominciato 
a  compilare  negli  anni  della  incarnazione  di  Gesù  Cristo  1300.  Comincia  il  prolago,  e  il  primo  libro. 


CAPITOLO  L 

Con  dò  sia  cosa  che  per  gli  nostri  antichi  Fio- 
rentini poche  e  non  ordinate  memorie  si  trotino  dei 
fatti  passati  nella  nostra  città  di  Firenze,  o  per  di- 
fetto della  loro  neglìgenzia,  o  per  cagione  che  al  tempo 
che  Totile  Fia^ellum  Dei^  la  distrusse  si  perdessono 
scrìtiare;  io  Giovanni  cittadino  di  Firenze,  considerando 
la  nohiitè  e  grandezza  della  nostra  città  a*  nostri  pre- 
senti tempi,  mi  pare  che  si  conyegna  di  raccontare  e 
fare  memoria  dell^orìgine  e  cominciamento  di  così  fa- 
mosa città,  e  delle  mutazioni  avverse  e  felièi,  e  fatti 
passati  di  quella;  non  perch'io  mi  senta  sofRciente  a 
tanta  opera  fare,  ma  per  dare  materia  a'  nostri  suc- 
cessori di  non  essere  negligenti  di  fare  memorie  delle 
notevoli  cose  che  avverranno  per  gli  tempi  appresso 
noi,  e  per  dare  esemplo  a  quelli  che  saranno  delle 
mutazioni  e  delle  cose  passate,  e  le  cagioni^  e  per- 
chè; acdocch' eglino  si  esercitino  adoperando  le 
TÌrtndi  e  schifando  i  vizi,  e  Favversitadi  sostegnano 
con  forte  animo  a  bene  e  stato  della  nostra  repub- 
blica. E  però  io  fedelmente  narrerò  per  questo  libro 
in  piano  volgare,  acciocché  gli  laici  ^  siccome  gli 
iUetterati  ne  possano  ritrarre  frutto  e  diletto  ;  e  se 
io  nolla  parte  ci  avesse  difetto,  lascio  alla  corre- 
zione de'  più  savi.  E  prima  diremo  onde  fh  il  co- 
mìndamento  della  detta  nostra   città,   conseguendo 


'  TotOa  nel  849  di  G.  C.  pose  stretto  assedio  a  Firenze, 
non  la  distrasse.  AttOa  e  non  TotUa  fo  detto  HageUmt 
Dtij  6  ad  Attila  pure  da  parecchi  cronisti  e  dal  Boccaccio 
fti  attribuita  la  distruzione  di  Firenze.  In  Dante  altri  legge 
md  cener  che  di  TotOa  rinuue,  altri  di  AttOa.  H  Villani 
errò  cogli  uomini  più  grandi  del  suo  tempo. 

'  la»09,  que^  che  non  è  iniziato  né  abile  a  trattare  le 
cose  sacre:  e  perchè  da  un  certo  tempo  addietro  lo  studio 
era  per  lo  più  de'  soli  preti  e  de'  frati,  co^  laico  valeva 
mmMo,  idiùta.  Al  contrario  cherici  si  ehiamaroi)p  i  dotti. 


per  gli  tempi  infinochè  Dio  ne  concederà  grazia;  e 
non  senza  grande  fatica  mi  travaglierò  di  ritrarre  e 
di  ritrovare  di  più  antichi  e  diversi  libri,  e  croniche 
e  autori,  le  geste  e'  fatti  de^  Fiorentini  compilando 
in  questo;  e  prima  Torigine  dell'antica  città  di  Fie- 
sole, per  la  cui  distruzione  fu  la  cagione  e  1  co- 
minciamento della  nostra  città  di  Firenze.  E  perchè 
!*esordio  nostro  si  comind  molto  di  lungi,  in  rac- 
contando in  brieve  altre  antiche  storie,  al  nostro 
trattato  ne  pare  di  necessità;  e  fla  dilettevole  e  n- 
tile  e  conforto  a^  nostri  cittadini  che  sono  e  che 
saranno,  in  essere  virtudiosi  e  dì  grande  operazione, 
considerando  come  sono  discesi  di  nobile  progenie 
e  di  virtudiose  genti,  come  furono  gli  antichi  buoni 
Troiani,  e*  valenti  e  nobili  Romani.  E  acciocché  To- 
pera  nostra  sia  più  laudabile  e  buona,  richeggio 
Taiuto  del  nostro  Signore  Gesù  Cristo,  per  lo  no- 
me del  quale  ogni  opera  ha  buono  comindamento, 
mezzo,  e  fine. 

CAPITOLO  n. 

Catne  per  la  confusione  della  torre  di  Babel 
si  cominciò  ad  abitare  U  mondo. 

Noi  troviamo  per  le  storie  della  Bibbia  e  per 
quelle  degli  Assirìani,  che  Nembrot  il  gigante  fu  il 
primo  re,  ovvero  rettore  e  ragunatore  di  congre- 
gazione di  genti;  ch^egli  per  la  sua  forza  e  se- 
guito signoreggiò  tutte  le  schiatte  de^  figliuoli  di 
Noè,  le  quali  furono  settantadue;  ciò  furono  ven- 
tisette quelle  che  usciron  di  Sem  i!  primo  figliuolo 
di  Noè,  e  trenta  quelle  di  Cam  il  secondo  figliuolo 
di  Noè,  e  quindici  quelle  di  Giafet  il  terzo  figliuolo 
di  Noè.  Questo  Nembrot  fu  figlinolo  di  Cus  che  fu 
figliuolo  di  Cam  il  secondo  figliuolo  di  Noè,  e  per 
lo  suo   orgoglio  e  forza  si  credette  conlrastare  a 


8 


CROm(»B 


Dio,  dicendo  che  Iddio  era  eifoore  del  cielo,  ed 
egli  della  terra;  e  acciocché  Dio  non  gli  poteeee 
più  naocere  per  dilorio  d*  acqua,  come  aTca  fatto 
alla  prima  etade,  si  ordinò  di  fare  la  marayigliosa 
opera  della  forre  di  Babel;  onde  Iddio  per  con- 
fondere il  detto  orgoglio,  subitamente  mandò  con- 
fiisione  in  tutti  i  viventi,  e  che  operavano  la  detta 
torre  fiure;  e  dove  tatti  parlavano  una  lingua  (dò 
era  Tebrea),  si  variare  in  settantadue  diversi  lin- 
guaggi, che  Tuno  non  inlendea  T  altro.  E  per  ca- 
gione di  ciò,  rimase  per  necessiti  il  lavoro  della  detta 
torre,  la  quale  era  si  grande,  che  girava  ottanta 
miglia,  e  era  già  alta  quattromila  passi,  e  grossa 
mille  passi,  che  ogni  passo  è  braccia  tre  delle  no- 
stre. E  poi  quella  torre  rimase  per  le  mura  della 
grande  città  di  Babilonia  la  quale  è  in  Caldea,  e 
tanto  è  a  dire  Babilonia,  quanto  confusione;  e  in 
quella  per  lo  detto  Nembrot  e  per  gli  suoi  fturono 
prima  adorati  gV  idoli  di  falsi  Iddii.  E  fu  cominciata 
la  detta  torre,  ovvero  mura  di  Babilonia,  settecento 
anni  appresso  che  fu  il  diluvio,  e  dumila  trecento 
cinquanta  quattro  anni  dal  cominciamento  del  secolo 
infine  alla  confusione  della  torre  di  Babel.  E  tro- 
viamo che  si  penò  a  fare  anni  cento  sette  :  e  le 
genti  viveano  in  que^  tempi  lungamente.  E  nota  che 
in  lunga  vita,  aveiydp  pih  mogli,  aveano  molti  fi- 
gliuoli  e  discendente  e  multiplicaro  in  molto  po- 
polo, tutto  ^  fosse  disordinato  e  sansa  legge.  Della 
detta  dttà  di  Babilonia  lu  primo  re  che  cominciasse 
battaglie  Rino  ftglivolo  di  Belo,  disceso  di  Assur 
figliuolo  di  Sem,  il  quale  Mino  fece  la  grande  città 
di  Ninive;  e  poi  dopo  lui  regnò  Semiramide  sua 
moglie  in  Babilonia,  che  fii  la  più  crudele  e  disso- 
luta femmina  del  mondo,  e  questa  fu  al  tempo  di 
Abraam. 

CAPITOLO  m. 

Cam^  if  pofi^  U  numdo  i»  Ire  parU^  e  delia 
prima  detta  Ano. 

Per  cagioi»^  dellfi  detta  confusione,  convenne 
di  necessità  eh'  (^*  tribi  ^  e  le  schiatte  de'  viventi 
ch'allora  erano,  si  dipartissero  e  abitassonq  diversi 
paesi;  e  la  prima  generale  partigione  fu,  che  in 
tre  parti  si  divise  il  mondo,  per  le  schiatte  de' 
primi  tre  figliuoli  di  Noè.  La  prima  e  maggiore 
parte  m  chiamò  Asia,  Ut  quale  contiene  quasi  la 
metade  e  più  di  tutta  la  terra  ^bitata^  cioè  tutta 
la  parte  da  levante,  cominciando  dal  mare  Oceano, 
e  Paradiso  terrestre:  partendosi  dalla  parte  di  set- 
tentrione dal  fiume  di  Tanai  in  Soldania  che  mette 
foce  in  sul  mare  maggiore  detto  per  la  Scrittura 
Pontico;  e  dalla  parte  di  meiaodl  si  parte  e  con- 
fina al  diserto  c)^  parte  SoHa  da  Egitto,  e  per  lo 
fiume  del  Nilo  ohe  fa  foce  a  panciata  in  Egitto,  e 
mette  capo  nel  nostro  mare.  Questa  parte  d'Asia 
contiene  pjb  pr9TÌi|0«  \n  si,  Gamia,  e  Indii^  e  Cal- 


'  »rfiocM,  qmnUmqué. 

3  €h$  i  tHbi,  cài  h  tata;  da  triko  usatifsimo  per 
uni  ìfffm49* 


dea,  e  Persia,  e  Assiria,  Mesopotanua,  Media,  Er- 
minia, Georgia,  e  Turchia,  e  Seria,  e  molte  altre 
province.  E  questa  parte  abitare  i  discendenti  di 
Sem,  il  primo  figliuolo  di  Noè. 

CAPITOLO  IV. 

Della  seconda  parte  del  maado  detta  Affrica^ 
e  de"  suoi  amfkU. 

La  seconda  parte  si  chiamò  Affrica,  la  quale 
da  levante  conùncia  i  suoi  confini  dal  sopraddetto 
fiume  del  NOo,  dal  messogiorno  infino  nel  ponente 
allo  stretto  di  Sibilia  e  di  Setta,  cinta  e  circondata 
dal  mare  Oceano,  che  si  chiama  il  mare  di  Libia  ; 
e  dal  settentrione  confina  col  nostro  mare  detto 
mittaterreno^.  Questa  parte  ha  in  se  Egitto,  Numi- 
dia,  Moriena,  e  Barberia,  e  1  Garbo,  e  '1  reame  di 
Setta,  e  più  altre  selvatiche  province  e  diserti. 
Questa  parte  fu  popolata  per  gli  discendenti  di  Cam 
il  secondo  figliuolo  di  Noè. 

CAPITOLO  V. 

Della  ter%a  parte  del  mondo  detta  Europa 
e  df*  fnot  c^/bM. 

La  teru  parte  del  mondo  si  chiama  Europa,  la 
quale  cominda  i  suoi  confini  da  levante  dal  fiume 
detto  Tanai,  il  quel  è  in  Soldania,  ovvero  in  Cuma- 
nia,  e  mette  nel  mare  della  Tana  nominato  dal  detto 
fiume,  e  quel  mare  si  chiama  maggiojre;  ui  sul  qual 
mare  e  parte  d' Europa  si  è  parte  di  Cufnania,  Ros- 
sia,  e  Bracchia,  e  Bulgaria,  e  Abmia,  atendendosi 
sopra  quel  mare  infine  in  Costantinopoli;  e  poi  vano 
il  meuogiorno  Saloniche,  e  l'isole  d^Arcipelago  |iel 
nostro  mare  di  Gracia,  e  tutta  Grecia  eooip|ien4e  in- 
fino  in  Acaia  ov'  è  la  Morea;  cf  poi  si  torce  verso 
settentrione  il  mara  detto  seno  Adriatico,  ^biamato 
oggi  Golfo  di  Yinegia,  sopra  il  quale  è  parie  di  Ro- 
mania verso  Durauo,  e  la  Schiavonia,  e  alcuno  capo 
d'Ungaria,  e  stendasi  infino  ad  Istria,  e  Frioli,  e  poi 
torna  alla  Marca  di  Trevigi,  e  alla  città  di  Yinegia; 
e  poi  verso  \ì  mezsogiorpo  aggirando  il  paese  d'Ita- 
lia, Romagna,  ^  Ravenna,  e  la  Marca  di  Ancoim,  e 
Abruzsi,  e  Puglia,  e  vanne  infiuo  io  Calavra  allo  'n*^ 
contro  a  Messiua,  e  I'ìboIii  di  ^cilia  ;  e  poi  tornan- 
do verso  ponente  per  la  riya  del  nosb'o  mare  9  Na- 
poli e  Gaeta  infino  a  Roma  ;  e  poi  la  MareaMM  e  1 
paese  nostro  di  Toscana  infino  a  Pisa  e  Genova,  la- 
sciandosi allo  'ncontro  l'isola  di  Corsica  e  di  Sardi- 
gna,  conseguendo  la  Proenu,  i|ipresso  la  CatalogMt 
e  Araona,  e  l'isola  di  MaioUca,  e  Granata,  e  parte  di 
Spagna  infino  allo  stretto  di  Sibilia  ove  s'affironU 
con  Affrica  in  piccolo  spasio  di  mate;  e  pei  folge 
a  Hwna  diritta  in  sulla  riva  di  fieri  del  gnmde  mare 


1 


1  MedUemmeo.  I  testi  pia  ipitichi  lagone  mUiflf^rrma, 
mtUrterrmo,  qaiiai  dloes^  jpotto  »h  n^gso  0  terr^»  • 
qa«l  modo  che  ^\i  fatichi  di^ro  f^H^^  P^  h¥^  ^ 
meuo.  Di  qui  ^n  fptt»  probabilità  {(  n^e  fi  «ar  pT<' 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


9 


Oceano,  cireondando  la  Spagna,  Castella,  Portogallo 
e  Galizia  verso  tramontana,  e  Navarro,  e  Brettagna,  e 
Normandia,  lasciandosi  allo  ^ncontro  l' bole  d' Irlan- 
da; e  poi  conseguendo,  Piccardia  e  Fiandra  ed  il 
reame  di  Francia,  lasciandosi  allo  ^ncontro  verso  tra- 
montana, in  piccolo  spazio  di  partimento  di  mare, 
risola  dlnghUterra,  che  la  grande  Brettagna  Ai  anti- 
camente chiamata,  e  Tisola  di  Scozia  con  essa.  E  poi 
di  Fiandra  consegqendo  verso  levante  e  tramontana, 
Isilanda,  e  Olanda,  e  Frisinlanda,  Danesmarche,  Nor- 
vea,  e  PoUonia,  conchindendo  in  se  tutta  Alamagna, 
e  Boemia,  e  Ungane,  e  Sassogna;  e  poi  è  Gozia  e 
Svezia,  tornando  in  Bossia  e  Cnmania  al  sopraddetto 
confine  ove  cominciammo  del  fiume  di  Tanai.  Questa 
terza  parte  cosi  confinata  ha  in  se  molte  altre  pro- 
vince in  fra  terra  che  non  sono  nominate  in  questo, 
ed  ò  del  tanto  ^  la  più  popolata  parte  del  mondo,  pe- 
rocché tiene  al  freddo,  ed  è  più  temperata.  Questa 
Europa  prima  fu  abitata  da'  discendenti  di  Giafet  il 
terzo  figliuolo  di  Noè,  come  faremo  menzione  appres- 
so nel  nostro  trattato;  ed  eziandio  secondo  che  rac- 
conta Bscodio  ^  maestro  di  storie,  Noè  in  persona 
con  Giano  suo  figliuolo,  il  quale  ebbe  poiché  fu  il 
Diluvio,  pa  vennero  in  questa  parte  d'Europa  nelle 
piqrlp  4'l*<di^  e  là  finì  sua  vita;  e  Giano  vi  rimase, 
^  41  M  Pfcirono  grandi  signori  e  popoli,  e  fece 
aiiolte  cose  in  Italia, 

CAPITOLO  VI. 

Co$M  U  re  AUalanie  nàto  di  quùUo  grado  di  Già-- 
fei,  figliuolo  di  Noè,  prima  tenne  in  Europa. 

In  tra  gli  altri  principali,  e  che  prima  arrivasse 
in  questo  postro  paese  d'Italia,  partendosT'dalla  con- 
fo^ione  della  torre  di  Bab^l,  fu  Attalante  ovvero  At- 
talo,  il  quale  fìi  figliiiplQ  di  Tagran,  o  Targoman  che 
fa  figlinolo  di  Tirras,  il  quale  fu  figliuolo  primo  di 
Giafet.  Altri  d^ottorì  scrissono  che  questo  Attalo  fu 
de^  discendenti  di  Cam  il  secondo  figliuolo  di  Noè, 
in  questo  modo;  che  Cam  ingenerò  Cus,  e  Cus  in- 
generò Nembrot  il  gigante,  ond'  è  fatta  menzione; 
Nfinlli'ot  ingenerò  Crea,  che  fu  il  primo  re  e  abita- 
tore deir  isola  di  Creti,  che  per  suo  nome  così  fU 
nominata;  Crea  ingenerò  Cielo,  e  Cielo  ingenerò  Sa- 
turno, e  Saturno  generò  Giove  e  Attalo.  Di  questa 
niWU>qfi  Qifxvio  |  re  di  Grecia  e  de'  Latini  ;  ma  non 
pp}|rò  il  4^^  A(Mil<uite  ovvero  Attalo;  anzi  troviamo 
€Ì^  4i  Sf^^fv^Q  napque  Giove,  come  dice  dinanzi^  e 
Tajpfffio:  ^  qmeUp  QiQve  re  di  Greti  cacciò  Saturno 
a^  jHid^  4^  v^S9f>y  e  venne  bene  Saturno  in  Italia, 
e  fi^  \f^  t^Hf/k  di  ^Mtrì  detta  Saturna,  e  di  lui  disce- 
soAO  poi  i  re  d>9i  Latini,  come  innanzi  faremo  men- 
lì^e.  Va  i|  distto  Tantalo  fu  re  in  Grecia,  e  trovia- 
190  4'ebbe  grande  guerra  con  Troio  re  di  Troia, 
i^'o^^  Ganimede  figliuolo  di  Troio.   Ma  Terrore 


>  dd  tanto  vale  iti  prcpùraiane, 

*  Intendi  Estodio  o  Metodìo,  del  quale  liartino  Polono 
nellA  sna  cronica  a  pag.  7  (Basilea  1554)  cita  un  passo 
che  toma  a  capello  colle  parole  del  Villani 

*  Questo  dice  k  da  riferire  ad  Estodio  cronista. 


dello  scrittore  Ai  di  Tantalo  ad  Attalo  ;  ma  la  vera 
progenie  fu  da  Attalo  detto  Attalante,  come  dicemmo 
dinanzi. 

CAPITOLO  vn. 

Come  U  re  Attalante  prima  edificò  la  ciuà  di  Fiesole. 

Questo  Attalante  ebbe  una  moglie  ch'ebbe  nome 
Elettra.  Questa  Elettra  moglie  d' Attalo  fu  figliuola  d'un 
altro  Attalante  re,  il  quale  fu  de' discendenti  di  Cam 
secondo  figliuolo  di  Noè.  Quello  Attalante  abitò  in 
Africa  giù  nel  ponente,  quasi  di  contro  alla  Spagna, 
e  per  lui  nominiamo  prima  il  grande  monte  eh'  è  là, 
monte  Attalante,  che  si  dice  eh*  ò  sì  alto  che  quasi 
pare  tocchi  il  cielo,  onde  i  poeti  in  loro  versi  feciono 
favole,  che  quello  Attalante  sostenea  il  cielo;  e  ciò  fìi 
che  fu  grande  astrolago.  E  sue  sette  figliuole  si  con- 
vertirò nelle  sette  stelle  del  Tauro  che  volgarmente 
chiamiamo  Gallule^.  L'una  di  quelle  sette  sue  figliuole 
fu  la  sopraddetta  Elettra  moglie  d' Attalante  re  di 
Fiesole,  il  quale  Attalante  con  Elettra  sua  moglie  con 
molti  che  '1  seguirò,  per  agurio^  e  consiglio  d' Apol- 
lino suo  astrolago  e  maestro,  arrivò  in  Italia  nel 
paese  di  Toscana,  il  quale  era  tutto  disabitato  di  gente 
umana  ;  e  cercando  per  astronomia  tutti  i  confini  di 
Europa,  per  lo  più  sano  e  meglio  assituato  luogo  che 
eleggere  si  potesse  per  lui,  sì  si.  pose  in  sul  monte 
di  Fiesole,  il  quale  gli  parve  forte  per  sito  e  bene 
posto.  E  in  su  quello  poggio  cominciò  e  edificò  la 
città  di  Fiesole,  per  consiglio  del  detto  Apollino,  il 
quale  trovò  per  arte  di  stronomia,  che  Fiesole  era 
nel  migliore  luogo  e  più  sano  che  fosse  nella  detta 
terza  parte  del  mondo  detto  Europa.  Imperocch'  egli 
è  quasi  nel  mezzo  intra  due  nari  che  aeoerehiano 
Italia,  cioè,  il  mare  di  Boma  e  di  Fisa  che  la  scrittura 
chiaipa  MUtalerrena^  e  il  mare  ovvero  seno  Adriatico, 
che  oggi  s'appella  il  Golfo  di  Vinegia;  e,  per  cagtone 
de'  detti  mari  e  per  le  montagne  che  vi  sono  intoriio, 
vi  regnano  i  migliori  venti  e  più  sani  ohe  in  altra 
parte,  e  ancora  per  le  stelle  che  signoreggiano  so- 
pra quello  luogo.  E  la  detta  città  fu  fondata  sotto 
ascendente  di  tale  segno  e  pianeta,  che  dà  allegrezza 
e  fortezza  a  tutti  gli  abitanti  più  ch'in  altra  parte 
d' Europa;  e  come  più  si  sale  alla  sommità  del  monte, 
tanto  è  più  sano  e  migliore.  E  nella  detta  dttade  ebbe 
uno  bagno,  il  quale  era  chiamato  bagno  reale,  che 
sanava  molte  infermitadi;  e  nella  detta  cittade  venia 
per  meraviglioso  condotto  delle  montagne  di  sopra  a 
Fiesole  acqu^  di  fontane  pnissime  e  san^,  onde  la 
città  avea  grande  abbondai^a.  E  fece  Attalante  mu- 
rare la  detta  città  di  fortissime  mura,  e  di  maravi- 
gUose  pietre  e  grossezza,  e  con  grandi  e  forti  torri, 
e  una  rocca  in  su  k  sommità  del  monte  di  grandis- 
sima bellezza  e  fortezza,  ove  abitava  il  dette  re,  sic- 
come ancora  si  mostra  e  può  vedere  per  le  fonda- 


*  OaXMtj  ffoUintUet  gaUky  nome  velgare  deUa  eostéDa* 
zione  detta  le  pleiadi  dai  Greci. 

^  Oggi  ciugurioj  e  il  volgo  dice  anche  uria  0  preienH- 
mmto.  r  ho  cmi^urUf  mi  vim  cer^  urie  odasi  spesso  nel 
contado,  ad  anche  fare,  dire  a  uria  ima  omo.  Onde  gli 
antichi  per  augurio  dicevan  anche  apiraf  agmia. 


10 


CRONICHE 


menta  delle  dette  miira,  e  per  lo  sito  forte  e  sano. 
La  detta  città  di  Fiesole  multiplicò  e  crebbe  d'abitanti 
in  poco  tempo,  sicché  tutto  il  paese  e  molto  di  lungi 
a  se  signoreggiava.  E  nota  ch'ella  fu  la  prima  città 
edificala  nella  detta  terza  parte  del  mondo  chiamala 
Europa,  e  però  fu  nominata  Fia  sola,  cioè  prima 
sanza  altra  città  abitata  nella  detta  parte. 

CAPITOLO  vin. 

Come  AtUUante  ebbe  tre  figliuoli. 
Italo,  e  Bardano  e  Sicano, 

Attalante  Re  di  Fiesole,  poich'ebbe  fatta  la  detta 
città,  ebbe  d'Elettra  sua  moglie  tre  figliuoli;  il  pri- 
mo ebbe  nome  Italo,  e  per  Io  suo  nome  fu  il  regno 
d' Italia  nominato,  e  ne  fu  signore  e  re;  il  secondo 
figliuolo  ebbe  nome  Dardano,  il  quale  fu  il  primo  ca- 
valiere che  cavalcasse  cavallo  con  sella  e  freno.  Al- 
cuni scrissono  che  Dardano  fu  figliuolo  di  Gio>e  re 
di  Creti  e  figliuolo  di  Saturno,  come  addietro  è  Fatta 
menzione;  ma  non  fu  vero,  perocché  Giove  rimase 
in  Grecia,  e'  suoi  discendenti  ne  furo  re  e  signori,  e 
sempre  nemici  de*  Troiani,  ma  Dardano  venne  d'Ita- 
lia, e  fu  figliuolo  d'Aitalo,  come  la  storia  farà  men- 
zione. E  Virgilio  poeta  il  conferma  nel  suo  libro  del- 
l'Eneide,  quando  li  Dei  dissero  ad  Enea  che  cer- 
casse il  paese  d'Italia,  là  ond' erano  venuti  i  suoi 
anticessori  eh'  avevano  edificata  Troia,  e  così  fu  vero. 
II  terzo  figliuolo  d'Aitalo  ebbe  nome  Sicano,  quasi 
in  nostro  volgare  sezzaio,  il  quale  ebbe  una  bellissima 
figliuola  nomata  Candanzia.  Questo  Sicano  n'  andò 
nell'isola  di  Cicilia,  e  funne  il  primo  abitatore,  e  per 
Io  600  nome  hi  prima  l' isola  chiamata  Sicania,  e 
per  la  varietà  di  volgari  degli  abitanti  é  oggi  da 
loro  chiamata  Sicilia,  e  dai  Taliani  Cicilia.  Questo 
Sicano  edificò  in  Cicilia  la  città  di  Saragosa,  e  fecela 
capo  del  reame  ond' egli  fu  re  e  i  suoi  discendenti 
appresso  per  grandissimo  tempo,  come  fanno  men- 
zione le  storie  di  Ciciliani,  e  Virgilio  nell'  Eneide. 

CAPITOLO  IX. 

Come  Italo  e  Dardano  vennero  a  concordia  a  cui 

dofoesse  rimanere  la  città  di  Fiesole  e  il 

regno  d'Italia, 

Morto  il  re  Attalante  nella  città  di  Fiesole,  ri- 
masero appresso  di  lui  signori  Italo  e  Dardano  suoi 
figlinoli;  ed  essendo  ciascuno  di  loro  signori  di  grande 
coraggio,  e  che  ciascuno  per  se  era  degno  di  signoreg- 
giare il  regno  dltalia,  sì  vennero  tra  loro  in  questa 
concordia,  che  dovessero  andare  con  loro  sacrifici  a 
sacrificare  al  loro  Iddio  alto  Marte  \  il  quale  adora- 
vano; e  fatti  i  sacrifici,  il  domandarono,  quale  di  loro 
dovesse  rimanere  signore  in  Fiesole,  e  quale  di  loro 
dovesse  andare  a  conquistare  altri  paesi  e  reami.  Dal 
quale   idolo  ebbono  risposto  ^,  o  per  commissione 


divina,  o  per  artificio  diabolico,  che  Dardano  dovesse 
andare  a  conquistare  altre  terre  e  paesi,  e  Italo  do- 
vesse rimanere  in  Fiesole  e  nel  paese  d' Italia.  Al 
quale  comandamento  e  risponso  così  assegniro  ^  che 
Italo  rimase  nella  signoria,  e  di  lui  nacquero  grandi 
signori,  che  appresso  di  lui  signoreggiaro  non  sola- 
mente la  città  di  Fiesole  e  la  provincia  intorno,  ma 
quasi  tutta  Italia,  e  molte  città  v'edificaro;  e  la  detta 
città  di  Fiesole  montò  in  grande  potenzia  e  signoria, 
infìnochè  la  grande  città  di  Roma  non  ebbe  stato  e 
signoria.  E  con  tutta  la  grande  potenzia  di  Roma, 
sempre  le  fu  la  città  di  Fiesole  nemica  e  ribella,  in- 
finoché  per  gli  Romani  non  fu  disfatta,  come  innanzi 
farà  menzione  la  vera  storia.  Lasceremo  di  più  dire 
al  presente  de'  Fiesolani  eh'  a  luogo  e  tempo  tome- 
remo  alla  storia,  e  seguiremo  come  Dardano  si  parti 
di  Fiesole,  e  fu  il  primo  edificatore  della  grande  città 
di  Troia,  e  l'origine  dei  re  de'  Troiani,  ed  eziandio 
de'  Romani. 

CAPITOLO  X. 

Come  Dardano  arritò  in  Frigia,  e  edificò  la  città 
di  Dardania,  che  poi  fu  la  grande  Troia, 

Dardano  com'ebbe  comandamento  dal  rispon- 
so del  loro  Iddio,  si  parti  di  Fiesole  con  ApolKno 
maestro  e  astrolago  del  suo  padre,  e  con  Candanzia 
sua  nipote,  e  con  grande  seguito  di  sua  gente,  ed 
arrivò  nelle  parti  d'Asia  nella  provincia  che  si  chia- 
mava Frigia,  per  lo  nome  di  Friga  dei  discendenti  di 
Giafet  che  prima  ne  fu  abitatore;  la  quale  provincia 
di  Frigia  si  é  di  là  dalla  Grecia,  passate  Tisole  d'Ar- 
cipelago, in  terra  ferma,  che  oggi  si  signoreggia  per 
gli  Turchi  e  si  dice  Turchia.  In  quello  paese  il  detto 
Dardano  per  consiglio  e  arte  del  dello  Apollino  co- 
minciò ad  edificare,  e  fece  una  città  in  sulla  riva  del 
detto  mare  di  Grecia,  alla  quale  per  lo  suo  nome 
pose  nome  Dardania,  e  ciò  fu  3200  anni  dal  comin- 
ciamento  del  secolo.  E  così  fu  Dardania  chiamata 
mentre  Dardano  vivette,  e  eziandio  i  figlinoli. 

CAPITOLO  XI. 

Come  Dardano  ebbe  uno  figliuolo  eh*  ebbe  nome 

Tritamo  che  fu  padre  di  Troio,  per  lo  quale  la 

città  di  Troia  fu  così  chiamata. 

Il  quale  Dardano  ebbe  nno  figliuolo  ch^ebbe  no- 
me Tritamo:  di  Tritamo  nacqne  Troio  e  Toraio,  ma 
Troio  fu  il  piik  savio  e  valoroso,  e  per  la  sua  bontà 
fu  signore  e  re  della  detta  città  e  del  paese  d'intor- 
no, e  con  Tantalo  re  di  Grecia  figliuolo  che  fu  di 
Saturno  re  di  Creti,  onde  fhcemmo  menzione,  ebbe 
grande  guerra.  E  poi  dopo  la  morte  del  detto  Troio, 
per  la  bontà  e  senno  e  valenzia  che  in  lui  era  re- 
gnata, sì  piacque  al  figliuolo  e  agli  uomini  della  sua 
città,  che  per  lo  suo  nome  sempre  la  detta  città  fosse 
chiamata  Troia;  e  alla  principale  e  maestra  porta  della 
città,  per  la  memoria  di  Dardano,  rimanesse  il  nome 
che  avea  prima  la  città,  cioè  Dardania. 


'  n  testo  DavansAti  legge  :  saerìfieca'e  U  loro  Dio  àUo 
Marti  Io  sto  coU'edisione  Zanetd  e  coUe  Oiantme. 
'  fu  loro  rispoHo, 


> . 


V>. 


I 


'  M  (secondo   il)   qwde   amandammUo  eoài  etegmrono, 
adoperarono. 


» 

Su 


■I 


BIBLIOTECA 

CLASSICA  ITALIANA 


i. 


SECOLO    XIV. 


]V#'91. 


CRONICHE 


DI 


GIOVANNI,  MATTEO   E  FILIPPO   VILLANI. 


19 


CRONICHE 


CAPITOLO  XV. 

Cùw^  I  Greci  che  si  partirono  dair  assedio  di 
Troia^  quasi  tutti  arrivarono  male  ^ 

DisbnlU  Troia,  i  Greci  che  sì  partirò  dalF  as- 
sedio la  maggior  parte  arrìvaro  male,  cbi  per  for- 
tona  di  mare,  e  chi  per  discordie  e  guerre  tra  loro. 
Lasceremo  ora  di  ciò,  e  diremo  dei  Troiani  che  scam- 
paro  di  Troia  come  arrìvaro,  acciocché  seguiamo 
nostra  stona,  mostrando  l'orìgine  de**  cominciamenti 
de^  Romani  e  poi  di  noi  Fiorentini,  come  dinanzi 
promettemmo  di  narrare. 

CAPITOLO  XVI. 

Come  Eleno  figliuolo  del  re  Priamo  co*  figliuoli 
d'Ettore  si  partì  di  Troia, 

Intra  gli  altrì  che  scamparo  e  si  partirò  di  Troia, 
fa  Eleno  figlinolo  del  re  Prìamo  che  non  era  uomo 
d'arme,  e  con  Ecoba  sua  madre,  e  Cassandra  saa  se- 
rocchia,  e  con  Andromaca  moglie  che  fn  d'Ettore, 
e  con  due  figlinoli  d'Ettore  piccoli  garzoni,  e  con 
più  genti  che  gli  seguirò,  arrìvaro  in  Grecia  nel  paese 
di  Macedonia,  e  quivi  rìcevuti  da'  Greci  popolaro  il 
paese  e  fecero  città;  che  Pirro  figliuolo  d'Achille 
signore  del  paese  prese  per  moglie  Andromaca  mo- 
glie che  fu  d' Ettore  di  Troia,  e  di  loro  uscirò  poi 
grandi  re  e  signorì. 

CAPITOLO  XVII. 

Come  Anti9èoro   e   Priamo  il  giotane^  partiti   di 
Troioj  edificaro  la  città  di  VinegiOj  e  quella 

di  Padova, 

Un'altra  gente  si  parti  della  detta  distruzione  ; 
ciò  fu  Antinoro  che  fu  uno  de'  maggiorì  signorì  di 
Troia,  e  fu  fratello  di  Prìamo,  e  figliuolo  del  re  Lao- 
demonte,  il  quale  fu  incolpato  molto  del  tradimento 
di  Troia,  e  Enea  li  sentì,  secondo  che  scrìve  Darìo; 
ma  Virgilio  al  tutto  di  ciò  lo  scolpa.  Questo  Antinoro 
con  Prìamo  il  giovane  figliuolo  del  re  Prìamo,  ch'era 
piccolo  fanciullo,  scampò  della  distruzione  di  Troia 
con  grande  seguito  di  genti  in  numero  di  dodicimila, 
e  con  grande  navilio  ^  per  mare  navicando,  arrìvaro 
nelle  contrade  ov'è  oggi  Vinegia  grande  città,  e  in 
quelle  isolette  d'intorno  si  posero,  acciocché  fossero 
franchi  e  fuorì  d' ogni  altra  giurizione  ^  e  signorìa 


'  arrivaréj  vale  prender  la  noo,  approdare.  Usasi  «oche 
in  significato  att  Dani  Int  e  XVU.  8en  verme  e  arrivò  la 
tetta  e  'l  bueto.  Dal  signif.  di  approdcure  venne  quello  di 
pervenire  ad  un  luogo.  F^gor.  arrwew  bene  o  male  vale  ca- 
pitar bene  o  male,  uecir  a  bene,  a  male,  D  Haccbiavelli 
(commedia  senza  tìtolo,  atto  L  se.  L)  disse  :  egli  non  fu 
giammai  femnina  peggio  arrivata  di  me, 

'  naivUio,  naviglio,  namle,  vale  moUitudine  di  Ugni  da 
ntmgore  armati  a  guerraf  oggi  fiotta.  Dicesi  pare,  senza 
altro,  armata. 

'  giorìsdiaione. 


d' altra  gente,  e  di  quegli  scogli  furo  gli  primi  a- 
bitatorì;  onde  crescendo  poi,  si  fece  la  gra&de  città 
di  Vinegia,  che  prìma  ebbe  nome  Antinora  per  lo 
detto  Antinoro.  E  poi  '1  detto  Antinoro  si  partì  di 
là  e  venne  ad  abitare  in  terra  ferma  ov'  é  oggi  Pa- 
dova la  grande  città,  ed  egli  ne  fu  il  primo  abita- 
tore e  edificatore;  e  Padova  le  pose  nome  per^'  era 
infra  paludi,  e  per  lo  fiume  del  Po  che  vi  corre  as-« 
sai  presso,  che  si  chiamava  Pado.  Il  detto  Antinoro 
mori  e  rimase  in  Padova,  e  infino  al  presente  nostro 
tempo  si  rìtrovò  il  corpo  e  la  sepoltura  sua  con  let- 
tere intagliate,  che  faceano  testimonianza  com'  era  il 
corpo  d'Anlinoro,  e  da'Padovani  fu  rìnnovata  sua  se« 
poltura,  e  ancora  oggi  si  vede  in  Padova. 

CAPITOLO  xvra. 

Come  Priamo  il  ter%o  fu  re  in  Alamagna  e'  suoi 
discendenti  re  di  Francia. 

Prìamo  il  terzo  figliuolo  di  quello  Prìamo  che 
con  Antinoro  avea  edificata  Vinegia,  si  partì  con 
grande  gente  del  detto  luogo  e  andonne  in  Pannonia, 
cioè  Ungherìa,  e  nel  paese  detto  Sicambra;  e  cosi 
la  nominare  e  popolaro  di  loro  gente,  e  per  la  pro- 
dezza e  virtù  del  detto  Prìamo  ne  fu  re  e  signore. 
Questa  gente  erano  chiamati  Galli,  ovvero  Gallici  per- 
ch'erano biondi;  e  stettono  nel  detto  luogo  lungo 
tempo,  infino  alla  signorìa  dei  Romani,  quando  signo- 
reggiavano la  Germania,  cioè  Alamagna,  infino  al 
tempo  che  regnava  Valentiniano  imperadore  intorno 
gli  anni  di  Crìsto  367.  Allora  il  detto  imperadore 
per  cagione  eh'  e'  detti  Galli  gli  ataro  '  conqui- 
stare una  gente  eh'  avevano  nome  Alani,  i  quali  s'e-^ 
rano  rubellati  dallo  ^mperìo  di  Roma,  e  per  la  loro 
forza  gli  sottomisero  allo  'mperìo,  il  detto  impera- 
dore li  fece  franchi  dieci  anni  del  tributo  che  do- 
veano  dare  a'Romani,  e  d'allora  innanzi  furono  chia- 
mati Franchi,  onde  poi  derìvò  il  nome  de'Franceschi. 
E  a  quello  tempo  era  loro  signore  uno  ch'avea  nome 
Prìamo,  disceso  pel  lignaggio  del  prìmo  Priamo  che 
venne  in  Sicambra.  E  morto  Valentiniano  imperadore, 
e  compiuti  i  detti  dieci  anni,  i  detti  chiamati  Franchi 
rìfiutaro  di  dare  il  tributo  allo  'mperìo,  e  per  loro 
fierezza  si  rubellaro  da'  Ronuini,  e  feciono  loro  si- 
gnore Marcomene  figliuolo  del  detto  Prìamo,  e  ur 
scirono  del  loro  paese  di  Sicambra,  e  entrarono  io 
Alamagna,  e  in  quella  conquistaro  città  e  castella 
assai  tra  '1  fiume  del  Danubio  e  quello  del  Reno,  le 
quali  erano  alla  signorìa  de'  Romani;  e  d'  allora  in- 
nanzi li  Romani  non  v'ebbono  libera  signorìa.  E  '1 
detto  Marcomene  regnò  nella  Magna  treni*  anni,  ma 
ancora  erano  pagani.  Appresso  lui  fu  re  de'  Franchi 
Ferramonte  suo  figliuolo,  il  quale  per  forza  d'arme 
entrò  nel  reame  che  oggi  é  chiamato  Francia,  e  tol- 
selo  a'Romani.  E  per  lo  loro  nome  in  latino  fp  chia- 
mata Gallia,  e  in  comune  volgare  Francia  e  gli  UjO- 
mini  Franceschi,  derivato  dal  sopraddetto  nome  dì 
Franchi;  e  ciò  fa  nelli  anni  di  Crìsto  inlorno  iì9. 


aiatarono. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


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CAPITOLO  XIX. 

Cùme  ferrtÈmonte  fa  U  primo  re  di  Francia^ 
e*  suoi  discendenti  appresso, 

FeMmotite  primo  re  di  Francia  regnò  quaranta 
anni.  Appresso  Ini  regnò  Clodius,  ovvero  Clodoveo  il 
Capellntd  dicioifo  anni,  e  prese  la  città  di  Cambragio, 
e  *I  paese  d*  intorno  che  teneano  li  Romani,  e  cac- 
dògli  infino  al  fiume  di  Somma  in  Francia.  Appresso 
lai  regnò  Heroveo  suo  figliuolo  dieci  anni,  e  molto 
•vantò  il  suo  reame.  Appresso  lui  regnò  Elderigo 
sno  figlinolo  ventisei  anni,  ma  per  lo  suo  malo  reg- 
gimento, usando  sua  vita  in  lussuria^  fu  cacciato  dai 
taroni,  e  toltagli  la  signorìa,  e  fuggissi  nel  Reno  al 
re  Bazin,  e  M  dimorò  in  esilio  otto  anni;  poi  fu  rap- 
pellato  da^Francescbi.  Ed  ebbe  uno  figliuolo  chiamato 
OoTis,  il  quale  presso  lui  regnò  trentanni,  e  fu  uo- 
mo di  grande  valore,  che  conquistò  Alamagna,  e  Co- 
togna, e  poi  in  Francia  Orleans  e  Sassona,  e  tutte  le 
terre  che  teneano  i  Romani.  E  fu  il  maggiore  e  '1 
pA  possente  de'^suoi  anticessori^  e  fìi  il  prìmo  re  di 
Francia  che  fosse  cristiano  per  conforto  della  sua  mo- 
gh'e  chiamata  Crociera,  la  quale  era  cristiana.  Ed  es- 
sendo il  detto  Clovis  assembiato  '  ad  una  battaglia 
eontm  agli  Alamanni,  si  botò^  a  Cristo,  s'egli  avesse 
vittoria  per  lo  suo  nome,  si  farebbe  egli  e  sua  gente 
erisduio;  e  per  virtù  di  Cristo  cosi  avvenne,  onde  si 
tottex£ò  per  mano  di  santo  Remigio  arcivescovo  a 
ReBoia;  e  nel  battesimo  dimenticando  la  cresima,  venne 
visibilinente  dal  cielo  una  colomba  che  in  becco  Tad- 
dnsae  «1  beato  Remigio;  e  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo 
SOO.  Appresso  il  detto  Clovis  detto  Clodoveo  regnò 
Lotiierì  sno  figliuolo  cinque  anni,  e  appresso  Lottieri 
regnò  ChUperìco  suo  figliuolo  ventitre  anni.  Questi  fu 
litio  uccidere  dalla  moglie  chiamata  Fredegonda  cru- 
detigtima;  rimase  di  lui  uno  piccolo  figliuolo  di  quat- 
tro naesi  il  quale  ebbe  nome  Lottieri,  e  regnò  qua- 
iSBtedae  anni.  Appresso  di  lui  regnò  Godoberto  suo 
figfinoio  quattordici  anni  :  questi  fece  fare  la  chiesa 
£  sotto  Dionigi  in  Francia.  Appresso  lui  regnò  Clovis 
S80  figlinolo  diciassette  anni.  Questi  fu  di  mala  vita, 
e  BM>Ito  abbassò  il  reame;  ebbe  tre  figliuoli,  Lottieri, 
Taderlgo,  e  Elderigo.  Appresso  Clovis  regnò  Lottieri 
«oo  prìmo  llg^nolo  tre  anni;  poi  fu  re  Tederigo  suo 
fnbeBo  un  anno,  e  fti  disposto  ^  del  reame  da^  suoi 
hmraaà  per  sna  misera  vita,  e  rendèsi  monaco  a  san 
Mdii%ì;  e  fbciono  re  Elderigo  terzo  fratello,  il  quale 
regnò  anni  dodici.  E  morto  Elderigo,  fu  tratto  della 
Iftdii  di  san  Dionigi  Tederigo  monaco,  e  rifatto  re, 
e  regnò  poi  dodici  anni,  con  tutto  che  poco  si  sa- 
pesse intmnettere  del  reame;  anzi  il  governava  uno 
graode  Barone  di  Francia  suo  balio  ^  ch^  avea  nome 
flérfflsre.  Ma  il  primo  Pipino  il  quale  era  de^  mag> 
fforf  sfgnori  di  Francia  figliuolo  d^  Ancherse,  e  per 
Ito  avo  podere,  veggendo  male  governare  n  reame,  e 


'H  a  haUagliaf  ad  ostef  ed  anche  semplice- 
4MS»embittr9Ì  vale  aaaembrani,   radunarsi,   disporsi, 
in  orcBne  per  combattere. 
*  Lo   seambio  del  v  in  &  tra  gli  antichi  scrittori  è  co- 


«  aio. 


per  essere  signore  e  balio  del  regno,  si  combattè  col 
detto  Tederigo  re  e  con  Uertaire  suo  balio,  e  scon- 
fissegli in  battaglia,  e  uccise  il  detto  Uertaire,  e  Te- 
derigo re  mise  in  prigione,  e  vivette  tre  anni.  E 
dopo  la  sua  morte  fu  fatto  re  Clovis  suo  primo  fi- 
gliuolo, e  regnò  sotto  il  governo  di  Pipino  (che  di 
tutto  era  balio  sovrano)  quattro  anni.  E  dopo  lui  re- 
gnò Idelberto  fratello  del  detto  Clovis  diciotto  anni; 
e  poi  regnò  Dangoberto  suo  secondo  figliuolo  quattro 
anni;  e  poi  regnò  Lottieri  il  quarto  suo  figliuolo  due 
anni.  E  tuttora  alla  signoria  deMetti  re  era  Pipino  so- 
vrano balio  e  governatore  di  tutta  Francia,  e  fu  mentre 
che  fa  in  vita.  E  poi  regnò  Chilperico  figliuolo  del  detto 
Lottieri  cinque  anni,  e  suo  general  balio  fn  Carlo 
Martello  figliuolo  del  primo  Pipino,  il  quale  ebbe 
della  sua  amica  scrocchia  di  Dodone  duca  d^Equita- 
nia.  Questo  Carlo  Martello  fu  uomo  di  grande  valore 
e  potenzia,  bene  avventuroso  in  battaglia:  e  conqui- 
stò tutta  Alamagna,  Savoia,  e  Baviera^  e  Frigia,  e 
Lotteringia,  e  recolle  sotto  il  reame  di  Francia.  Del 
sopraddetto  Chilperico  fu  uno  figliuolo  chiamato  Te- 
derigo, il  quale  regnò  quindici  anni  al  governo  del 
detto  Carlo  Martello.  Appresso  lui  regnò  Elderigo 
suo  figliuolo  nove  anni;  ma  non  avea  se  non  il  nome, 
e  Carlo  la  signoria.  E  poi,  morto  Carlo  Martello,  il 
secondo  Pipino  figliuolo  del  detto  Carlo  fìi  sovrano 
balio  del  reame  come  era  stato  il  padre.  Elderigo  re, 
essendo  uomo  di  poco  valore,  con  volontà  del  papa 
Stefano  che  allora  regnava,  per  molti  servigi  fatti 
per  lo  detto  Pipino  a  Santa  Chiesa,  e  per  Carlo  Mar- 
tello suo  padre,  come  innanzi  farà  menzione,  e  con 
volontà  di  tutti  gli  baroni  di  Francia,  il  detto  Elde- 
rigo re,  siccome  nomo  disutile  al  reame,  fu  disposto 
della  signoria,  e  rendèsi  monaco,  e  mori  sanza  fi- 
glinoli, e  in  lui  falli  ^  il  primo  lignaggio  de^  re  di 
Francia  della  schiatta  di  Priamo.  E  disposto  il  detto 
Elderigo  re,  come  detto  è  di  sopra,  fu  eonsegrato  re 
di  Francia  per  lo  detto  papa,  e  con  volontà  de^  ba- 
roni, il  buono  Pipino,  e  fu  fatto  decreto  per  lo  papa, 
che  mai  non  potesse  essere  re  di  Francia  altri  che 
di  suo  lignaggio;  e  ciò  (a  gli  anni  di  Cristo  751. 

CAPITOLO  XX. 

Come  il  secondo  P^no  padre  di  Carlo  Magno 

fa  re  é^  Francia, 

Del  sopraddetto  re  Pipino  discese  il  buono  Carlo 
Magno  suo  figliuolo,  il  quale  fìi  re  di  Francia  e  im- 
peradore  di  Roma;  e  appresso  lui  fiirono  sei  suoi  di- 
scendenti imperadori  di  Roma,  e  piii  re  di  Francia, 
come  innanzi  faremo  menzione,  ove  tratteremo  del 
detto  Carlo  Magno  e  de^  suoi  discendenti;  ma  per  la 
loro  discordia  fallì  loro  lo  ^mperio,  ed  eziandio  il 
diritto  stocco  ^  reale  di  Carlo  Magno  venne  meno 
al  tempo  d' Ugo  Ciapetta  duca  d*  Orliens,  fl  quale 
fu  poi  re  di  Francia,  e  sono  ancora  i  suoi  discen- 
denti. Onde  noi  in  questo  in  brieve  quando  fia  tem- 
po ne  tratteremo,  imperocché  la  loro  signoria  si 
mischia  molto  ne'  nostri  fatti  della  città  di  Firenze, 
come  innanzi  foremo  menzione.  Lasceremo  de^  Frana- 


si spense.     ^  legoaggio. 


14  I 

ceeelii,  e  toneremo  addietro  alla  vera  Storia  d'Enea 
di  Troia  onde  diacesono  gli  re  e  pai  gì'  imperadorì 
roBuuti,  loniando  a  nostra  meterìa  poi  della  edìBci- 
zione  dì  Fireue  falla  per  li  Romani. 


CAPITOLO  XXI. 


t  parli  di  Troia  e 
in  Affrica. 


arrivò  a  Carlagine 


Ancora  li  partì  della  detta  distruzione  di  Troia 
Enea  eoo  Anchiie  sao  padre,  e  con  Ascanio  sdo  fl- 
glinolo  nato  di  Creusa  flgliaola  del  grande  re  Prìi- 
ino,   eoo   seguito   di   tremila    trecento   uomini   della 
migliore  gente  di  Troia,  e  rìcolsonsi  in  su  ventidae 
uvi  Qneeto  Enea  fu  della  schiatta  reale  de'  Troiani 
in  questo  nodo  :  che  Ansaraco  flglioolo  di  Troio  e 
fratello  d*  Ilio,  onde  al  cominciamento  è  fatta  men- 
lione,  ingenerò  Danao,  e  Damo  ingenerò  Anchiie,  e 
AnchisB  ingenerò  Enea.    Questo  Enea  fu  signore  dì 
grande  valore,  savio,  e  di  grande  prodesza,  e  bel- 
lissimo del  corpo.  Quando  si  partì  di  Troia  co'  suoi, 
con  grande  pianto,  avendo  perduta  Creuaa  sua  mo- 
glie allo  stormo  '  dei  Greci ,  st  o'  andò  prima  al- 
l' isola  d'Ortigia ,  e  sacrìflcio  fece  ad  Apollo  Iddio 
del  iole,  ovvero  Idolo,  donandaDdo  consiglio  e  ri- 
sponso    in  quale   parte   dovesse   andare  ;   dal   quale 
ebbe   rìsponso  e  comandamento  che  dovesse  andare 
nel  paese  e  terra  d' Italia,  li  onde  prima  erano  ve- 
nuti a  Troia  Dardano  e'  suoi  anticessori,  e  dovesse 
entrare  in  Italia  per  lo  porto  ovvero  foce  del  finme 
d'Albola;  e  dissegU  per  lo  detto  risponso,  che  dopo 
molte  fatiche  di  mare  e  battage  oells  dette  terra 
d*  Italia,   avrebbe   moglie  e  grande  signorie,  e  della 
sua   schiatta   earebbono   possenti  re  e  imperadori, 
quali  fisrebbono  grandissiaae  e  notabili  cose.    Uditi 
ciò.  Enea  tu  molto  riconfortato  per  la  buona  risposta 
e  promessa:  iDCOntanente  si  mise   in  mere   con 
genti  e    navile,    il   qnale   navicando    per  più  tempo 
ebbe  di  molte  fortuoe,  e  arrivò  in   molli  paesi, 
prima  nella  contrada  di  Macedonia  ov'  ereno  già  1 
leno,  e  la  moglie,  e  '1  figliuolo  di  Ettore:  e  dopo  la 
dolorosa  accoglìenia  per  le  rìcordanu  delle  mina  <l 
Troia,  si  partirò.   E  navicando  per  diversi  mari,  ori 
innanzi,  e  ora   addietro,  o  a   traverao,  come  genti 
lÉ  gnndi  maestri   ni 
I  loro  che  gli  guidas- 
la  fortuna  e'  venti  del 
irisola  di  Cicilia  eh' 
ire  è  oggi  la   città  di 
quale  luogo  Anchise 
veccbieua  passò  di 
fu  soppellito  a  loro 
B  dopo  il   grande 
«ro  padre  ,    di  là 
:  e  per  grande  fo 
etta  conserva  ^  delle 
l'altra  un'altra.    E 
a  la  gente  profondò 
d'Affrica,  non  aap- 


piendo  l'una  dell'altra,  li  dove  li  facea  la  nobile 
città  di  Cartagine  per  la  possente  e  bella  reina  Di- 
do  venuta  là  da  Sidonia,  che  oggi  si  chiama  Suri  ; 
le  quale,  il  detto  Enea  e  Ascanio  soo  figlinolo,  e 
latta  sua  gente  delle  ventuna  navi  che  e  quello  por- 
to si  ritroverò,  la  dette  reina  accolse  eoa  grando 
onore,  e  meggiormenle ,  perchè  la  detta  reina  di 
grande  amore  fu  presa  d'  Enee  incontenente  che  1 
vide ,  per  modo  che  per  lei  vi  dimorò  Enea  ptt 
tempo  in  tanto  diletto,  che  non  si  ricordava  del  oo> 
mandamento  degli  Dei  cbe  dovesse  andare  in  IlaUa  ; 
e  per  sogno,  ovvero  visione,  per  gli  detti  Dei  gli  fìt 
comandato,  che  più  non  dovesse  dimorare  in  Affrica. 
Per  la  qual  cosi  sobilamente  con  sua  gente  e  navilio 
si  parti  di  CarUgine;  e  però  la  detta  reina  Dido  per 
lo  smaniente  emore  colla  spada  del  detto  Enea  ella 
medesima  se  accise.  E  chi  questa  storie  più  piena- 
mente vorrà  trovare,  legga  il  primo  e  secondo  libro  ' 
dell'Eneide  cbe  fece  il  grande  poeta  Virgilio. 

CAPITOLO  xxn. 

Cowte  Enea  ormò  hi  tlatìa. 

Partito  Enea  d'Affrica,  ancora  capitò  in  Cicilia 
li  dove  avea  soppellito  il  padre  Anchise,  e  io  quello 
luogo  fece  I'  annovale  *  del  padre  con  grandi  gino- 
rifici,  e  rìcevettooo  grande  onore  da  Aoeata 
allora  re  di  Cicilia,  per  lo  antico  parentado  de*Tro- 
ieni  discendenti  di  Sicano  di  Fiesole.  Poi  si  parti 
di  Cicilia  e  arrivò  in  Italia  nel  golfo  di  Baia,  cha 
oggi  si  chiama  JHore  moria ,  al  cepo  dì  Hiseno 
assai  presso  dov'è  oggi  Napoli; nelle  quel  contrada 

boschi  e  selve  grandissime,  e  per  quelle  andando 
Enea,  per  fatale  guida  della  Sibilla  Brittea  menalo  ta 
a  vedere  l' inferno  e  le  pene  che  vi  sono,  e  poi  fl 
limbo;  e  secondo  che  racconta  Virgilio  nel  sello  li- 
bro dell'Eneide,  vi  trovò  e  conobbe  l'ombre,  ovvero 
imagini  dell'anima  del  suo  padre  Anchise,  e  di  Dido, 
e  di  più  altre  anime  passate.  B  per  lo  detto  suo  pa- 
dre gli  fu  mostrato,  ovvero  per  visione  notifloato, 
tutti  i  suoi  discendenti  e  loro  lignorie,  e  quelli  che 
daveano  fare  la  grande  città  di  Roma.  E  dicesi  per 
li  più,  che  in  quello  luogo  ove  fu  per  la  lavia  Si- 
billa menalo,  fue  per  le  divene  caverne  di  monte 
Barbaro  il  quale  è  sopra  Pouuolo,  che  ancora  al  di 
d'aggi  sono  merevigliose  e  psnrose  a  riguardare:  a 
altri  avvisano  e  atimeno,  che  per  virtù  divina  o  per 
arte  magica  ciò  fosse  mostrato  ad  Enea  in  visione  dì 
spirito,  per  significargli  le  grandi  cose  che  doveano 
uscire  e  essere  dei  suoi  discendenti.  He  quale  che  sì 
fosse,  come  uscì  dello  inferno,  sì  parti;  e  entrato  in 
tegnendo  le  piagge  e  la  foce  del  Bntne  del 
Tcvero  detto  Albola,  entrò  e  arrivò,  e  disceso  in 
terra,  per  agurio  e  per  segni  conobbe  eh'  era  arri- 
vato nel  paese  d' Italia,  che  dagl'  Iddìi  gii  era  prò- 
con  grande  festa  e  sllegreaza  fecero  fine 
elle  loro  fatiche  del  navicare,  e  cominoiaro  e  Aire 


'  DsUb    morie   di   Didoue 
0  Aincreo,    '  disgnonse.    abbia  latto  uiche  il  quarto. 
'  inniveriario. 


1   saprà    punto    chi    non 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


15 


loro  abitacoli  e  forteue  di  fossi  e  di  legname  delle 
loro  navi  E  quello  luogo  fu  poi  la  città  di  Ostia  ;  e 
quella  fortezza  feciono  per  tema  de'  paesani,  i  quali 
per  paura  di  loro,  siccome  gente  straniera  e  da'  loro 
costumi  salvaggia,  e  per  nimici  gli  trattavano,  e  più 
battaglie  ebbono  co^  Troiani  per  cacciarli  del  paese, 
delle  quali  i  Troiani  di  tutte  furono  vincitori. 

CAPITOLO  XXffl. 

Come  U  re  Latino   signoreggiava   Italia^  e  come 
Enea  ebbe  la  figliuola  per  moglie^  e  tutto 

il  suo  regno. 

Signoreggiava  in  quello  paese  il  regno  (ond'era 
principale  la  città  di  Laurenzia,  cbe  era  presso  dove 
è  ora  la  città  di  Terracina  e  ancora  appare  disfatta) 
il  re  Latino,  il  quale  fu  de'  discendenti  del  re  Sa- 
turno  cbe  venne   di  Greti,  quando  fu  cacciato  da 
Giove  suo  figliuolo,  come  dinanzi  facemmo  menzio- 
ne. B  quello  Saturno  arrivò  nel  paese  di  Roma  che 
aDora  signoreggiava  Giano  uno   dei  discendenti  di 
Noè;  ma  la  gente  era  allora  molto  grossa  ^  e  vi- 
veyano,  quasi  come  bestie,  di  frutta  e  di  ghiande, 
e  abitando  in  caverne.  Quello  Saturno  savio  di  scrit- 
tura e  di  costumi,  per  suo  senno  e  consiglio  addi- 
rixsò  que'  popoli  a  vivere  come  gente  umana,  e  fe- 
celi  lavorare  terre  «  piantare  vigne,  e  edificare  case, 
e  terre  e  città  murare,   e  della  città  di  Sutri  detta 
Satnma  fu  il  primo  edificatore,  e  per  lui  così  ebbe 
nome,    e   fu  in  quella    contrada  per  lo   suo  studio 
prima  seminato  grano,  onde  quelli  del  paese  V  ave- 
vano per  uno  Iddio  ;  e  Giano  medesimo  che  n'  era 
signore  il  si  fece  compagno,  e  li  diede  parte  nel  re- 
gno.   Questo   Saturno   regnò  in  Italia   trentaquattro 
anni,  e  dopo  lui  regnò  Pico  suo  figliuolo  anni  tren- 
lono;  e  dopo  Pico  regnò  Fauno  suo  figliuolo  ven- 
tÌDOve  anni,   e   fu  morto  da'  suoi  :  di  Fauno  rima- 
soBO  Lavino  e  Latino.  Quello  Lavino  edificò  la  città 
di  Lavina;  e  poco  regnò  Lavino;  e  morto  lui  rima- 
se il  regno  a  Latino,   il  quale   alla  città  di   Lavina 
mutò  il   nome  in  Laurenzia,  perchè  in  sulla  mastra 
torre  nacque  uno  grande  albore  d'alloro.  Il  detto  La- 
tino regnò  trentadue  anni,  e  fu  molto  savio,  e  molto 
anmendò  la  lingua  latina.  Questo  re  Latino  avea  so- 
lamente una  figliuola  bellissima  chiamata  Lavina,  la 
quale  per  la  madre  era  promessa  a  uno  re  di  To- 
scana ch'avea  nome  Turno  della  città  d'Ardea,  oggi 
chiamata  Cortona.  Toscana  ebbe  nome  il  paese  e  pro- 
vincia, perocché  vi  furono  i  primi  sacrificatori  agli 
Mdii  con  fummo  d'incenso,  detto  tuscio.  Venuto  Enea 
nel  paese,  richiese  pace  al  detto  re  Latino,  e  che 
potesse  abitare  in  esso;  dal  quale  Latino  fu  ricevuto 
graziosaniente,  e  non  solamente  datogli  licenza  d' a- 
bìtanri,  ma  gli  promise  Lavina  sua  figliuola  per  mo- 
glie,   perocché  per  fatale  comandamento  degli  Dei 
area,  che  la  dovesse  maritare  a  straniero  e  non  a 
nomo  del  paese.  Per  la  qual  cagione,  e  per  avere  il 
retaggio    del  re  Latino,  grandi  battaglie  ebbe'  da 
e  Turno,  e  que*  di  Laurenzia  per  piò  tempo  ; 


il  quale  Turno  uccise  in  battaglia  il  grande  e  forte 
gigante  Pallas  figliuolo  di  Evandro  re  dei  sette  colli 
ov'  è  oggi  Roma,  il  quale  era  venuto  in  aiuto  a  E- 
nea;  e  morinne  la  vergine  Camilla  per  mano  d'E- 
nea, ch'era  maravigliosa  in  arme.  Alla  fine  il  detto 
Enea  vincitore  dell'  ultima  battaglia,  e  morto  di  sua 
mano  Turno,  Lavina  ebbe  per  moglie,  la  quale  molto 
amava  Enea,  e  Enea  lei,  e  ebbe  la  metà  del  regno 
del  re  Latino.  E  dopo  la  morte  del  re  Latino,  che 
poco  vivette  poi.  Enea  ne  fu  al  tutto  signore,  il 
quale  dopo  la  morte  del  re  Latino  regnò  tre  anni  e 
morio:  il  modo  non  si  sa  di  certo.  Queste  istorie 
Virgilio  poeta  pienamente  fa  menzione  nell'Eneide;  e 
nota  che  in  ogni  cittade  che  avesse  rinomo  ^  o  poten- 
zia avea  uno  re,  che  alla  comparazione  de*  nostri 
presenti  tempi,  era  ciascuno  re  di  piccolo  essere  e 
potenzia. 

CAPITOLO  XXIV. 


Come  Giulio  Ascanio  figliuolo  d"  Enea  fu  re   ap- 
presso  luin  e  gli  re  e  signori  che  tUscesono  di 

sua  progenia. 

Morto   Enea,  Giulio  Ascanio  suo  figliuolo  ri- 
mase signore  del  regno  de'  Latini,  e  Lavina  la  mo- 
glie d'Enea  rimase  grossa  di  lui  d'uno  figliuolo;  la 
quale  per  paura  che  Ascanio  suo  figliastro  non  uc- 
cidesse lei  e  la  creatura,  si  fuggi  in  selve  ad  abi- 
tare con  pastori,  tanto  ch'ella  si  diliberò,  e  fece  uno 
figliuolo  il  quale  fu  chiamato  Silvio  Postumo:  Silvio 
perchè  nacque  in  selva:  Postumo  perchè  la  madre 
rimase  incinta  di  lui  morto  il  padre  Enea.    Quando 
Ascanio  seppe  ove  Lavina  sua  matrigna  era,  e  come 
avea  uno  figliuolo  il  quale  era  suo  fratello,  mandò 
per  lei  e  per  lo  figliuolo  ohe  venisse  sanza  alcuna 
dottanza'  e  lei  e  '1  suo  figlinolo  venuti,  gli  trattò 
benignamente,  e  alla  reina  Lavina  e  al  suo  figliuolo 
lasciò  la  signoria  della  città  di  Laurenzia,  ed  egli 
edificò  la  città  di  Alba  ovvero  Albania,  al  tempo  di 
Sansone   d'Isdraele  lo   forte;   la    quale   Albania   è 
presso  dov'  è  oggi  Roma;  e  di  quella  fece  capo  del 
suo  regno  e  de'  Latini  uno  ^  co'  Troiani.  B  la  detta 
città  fece  per   agurio,  che  quando  Enea   ed  egli 
arrivaro  nel  paese,  in  quello  luogo  ove  edificò  la 
detta  città,  trovaro  sotto  un  leccio  una  troia  bianca, 
con  trenta  porcellini  bianchi,  e  però,  e  per  la  me- 
moria  di  Troia  la  edificò,  e  pose   nome  Troia  Al- 
bania  per  la  sopraddetta  troia  bianca;  ma  poi  gli 
abitanti  la  chiamarono  pure  Albania,  onde  più  re  fu- 
rono appresso,  come  innanzi  faremo  menzione.  B  il 
detto  Ascanio  regnò  appresso  Enea  trentotto  anni,  ed 
ebbe  dne  figlinoli;  l'uno  fu  chiamato  Giulio  onde  nac- 
que la  progenie  de'  Giulii,  onde  poi  fhrono  i  re  di 
Roma,  e  Giulio  Cesare,  e  Catellina,  e  più  nobOi  Ro- 
mani sanatori  e  consoli  furo  di  quella  schiatta;  Taltro 
ebbe  nome  Silvio  per  lo  zio  figliuolo  di  Lavina.  Que- 
sto Silvio  s'innamorò  d'una  nipote  di  Lavina  ;  e  di 
lei  ebbe  nno  figliuolo,  nel  qual  partorendo  ella  mo- 
rio, e  però  gli  fu  posto  nome  Bruto;  e  crescendo 
poi,  disavvedutamente  in  uiia  foresta  cacciando,  uc- 


^  il^noraiite*     '  vi  ebbero  tm. 


fama.     ^  timore,  dubbio.      '  insismc. 


18 


CRONICHE 


pretori,  e  censori,  e  cìlìarche  *.  E  in  qaesto  lempo 
ebbe  in  Roma  più  diverse  mutazioni  e  guerre  e  bat- 
taglie Don  solamente  co^  vicini,  ma  con  tutte  le  na- 
zioni del  mondo;  i  quali  Romani  per  forza  d*  arme  e 
virtù  e  senno  di  buoni  cittadini,  quasi  tutte  le  Pro- 
vincie e  reami  e  signori  del  mondo  dooiaro,  e  recaro 
sotto  loro  signorìa,  e  fedono  loro  tributarie  con  gran- 
dissime battaglie  e  uccisioni  di  molti  popoli  del  mondo, 
e  di  Romani  medesimi,  in  diversi  tempi,  quasi  innu- 
merabile a  contare.  E  ancora  tra'  cittadini  medesimi 
per  invidia  della  signoria  e  questioni  da'grandi  e'po- 
polani,  e  riposando  le  guerre  di  fuori,  molte  bat- 
taglie, e  tagliamenti  per  più  volte  tra  cittadini  ebbe; 
e  a  giunta  a  ciò,  di  tempi  in  tempi  pestilenze  incom- 
portabili ebbono  li  Romani  :  e  questo  reggimento  durò 
infino  alle  grandi  battaglie  che  furo  tra  Giulio  Cesare 
e  Pompeo,  e  poi  co*  figliuoli,  il  quale  vinto  da  Ce- 
sare, il  detto  Cesare  levò  Tuficio  de'consoli  e  ditta- 
tori, ed  egli  primo  si  fece  chiamare  imperadore.  E 
appresso  lui  Ottaviano  Augusto,  che  signoreggiò  in 
pace  dopo  molte  battaglie  tutto  F  universo  mondo, 
al  tempo  che  nacque  Gesù  Cristo,  anni  700  dopo  la 
edificazione  di  Roma;  e  così  mostra  che  Roma  si 
reggesse  a  signoria  di  re  25A  anni,  e  di  consoli  450 
anni,  siccome  di  sopra  avemo  detto,  e  ancora  più  di- 
stesamente per  Tito  Livio,  e  più  altri  autori.  Ma  nota 
che  la  grande  potenza  de'Romani  non  era  solamente 
in  loro,  se  non  per  tanto  cVerano  capo,  e  guidatori: 
ma  lutti  gli  Toscani  principalmente,  e  poi  tutti  gì"  I- 
taliani  seguivano  nelle  guerre  e  nelle  battaglie  loro, 
ed  erano  lutti  chiamati  Romani.  Ma  lasceremo  omai 
l'ordine  delle  storie  de'Romani  e  degrimperadori,  se 
non  in  tanto  quanto  apparterrà  a  nostra  materia,  tor- 
nando al  nostro  proposito  della  edificazione  della  città 
di  Firenze,  come  promettemmo  di  dire.  E  avemo  fatto 
si  lungo  esordio  perchè  ci  era  di  necessità  ^  per  di- 
mostrare come  l'origine  de' Romani  edificatori  delia 
città  di  Firenze,  siccome  appresso  sarà  menzione,  fu 
estratto  di  nobili  Troiani;  e  Torigine  e  cominciamento 
di  Troiani  nacque  e  venne  da  Bardano  figliuolo  dello 
re  Attalante  della  città  di  Fiesole,  siccome  brieve- 
mente avemo  fatta  menzione  ;  e  de'  discendenti  poi 
nobili  Romani  e  deTiesolani,  per  la  forza  de'Romani 
fatto  è  uno  popolo  chiamati  Fiorentini. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  in  Roma  fu  fatta  la  congiurazione 
per  Caiellina  e  $uoi  $eguacL 

Mei  tempo  ancora  che  Roma  si  reggeva  alla  si- 
gnoria di  consoli,  anni  da  680  poiché  la  detta  città 
fu  fatta,  essendo  consolo  Marco  Tullio  Cicerone  e 
Caio  Antonio,  e  Roma  in  grande  e  felice  stato  e  si- 
gnoria, Catellina  nobilissimo  cittadino,  disceso  di  sua 


'  (HUarche  o  céUarche  v.  a.  capo  di  mille  soldati,  di 
greca  origine,  usato  pur  dai  latini:  cA^torcAet,  diUiarcui, 

'  Da  una  colonia  di  Fiesolani,  intorno  a'  tempi  della 
caduta  della  Repubblica  romana,  originò  Firenae.  Qaesta 
opinione  è  por  seguita  dall' iUostre  signor  Beomont  nelle 
sue  Tavole  eronologiéhé  e  mncrow  deWa  Storia  Fiorentina, 
vero  tesoro  di  storica  erudiaiona . 


progenia  della  schiatta  reale  di  Tarquinio,  essendo 
uomo  di  dissoluta  vita,  ma  prode  e  ardito  in  arme, 
e  bello  parlatore,  ma  poco  savio,  avendo  invidia  di 
buoni  uomini  e  ricchi  e  savi  che  signoreggiavano  la 
città,  non  piacendogli  la  loro  signoria,  congiurazione 
fece  con  più  altri  nobili  ed  altri  seguaci  disposti  a 
mal  fare,  e  ordinò  d'uccidere  gli  consoli  e  parte  de' 
sanatori,  e  di  disfare  loro  uficio,  e  correre,  e  ruba- 
re, e  mettere  da  più  parti  fuoco  nella  città,  e  poi 
farsene  signore:  e  sarebbegli  venuto  fatto,  se  non  che 
fu  riparato  per  lo  senno  e  providenza  del  savio  con- 
solo Marco  Tullio.  Cosi  si  difese  la  città  di  tanta  pi- 
stilenzia,  e  trovata  la  detta  congiurazione  e  tradi- 
mento, e  per  la  grandezza  e  potenza  del  detto  Ca- 
tellina, e  perchè  Tullio  era  nuovo  cittadino  in  Roma, 
venuto  il  padre  da  Capova  ovvero  d'un' altra  villa  di 
Campagna,  non  ardi  di  fare  prendere  Catellina  né 
giustiziare,  come  al  suo  misfaUo  si  convenia;  ma  per 
suo  grande  senno  e  bello  parlare  il  fece  partire  della 
città;  ma  più  de'suoi  congiurati  e  compagni,  de'mag- 
giori  cittadini,  e  tale  dell'  ordine  de'  sanatori,  che 
partito  Catellina  rimasero  in  Roma,  fece  prendere,  e 
nelle  carcere  facendoli  strangolare  morirò,  siccome 
racconta  ordinatamente  il  grande  dottore  Sallustio. 

CAPITOLO  XXXI. 

Come  CaieUina  fece  ribeilare  la  città  di  Fiesole 

alla  città  di  Roma. 

Catellina  partito  di  Roma,  con  parte  de'  suoi 
seguaci  se  ne  venne  in  Toscana^  ove  Manlio  uno  de' 
suoi  principali  congiurati  e  capitano,  era  raunato  con 
gente  nella  città  antica  di  Fiesole.  E  venuto  là  Ca- 
tellina, la  detta  Città  dalla  Signoria  de'  Romani  fece 
rubellare,  raunandovi  tutti  gli  rubelli  e  sbanditi  di 
Roma  e  di  più  altre  province,  e  gente  dissoluta  e  dis- 
posta a  guerra  e  a  mal  fare,  e  cominciò  aspra  guerra 
a'Romani.  Li  Romani  sentendo  ciò,  ordinaro  che  Caio 
Antonio  consolo  e  PubHo  Petreio  con  ulia  milizia  di 
cavalieri  e  popolo  grandissimo  venissono  in  Toscana 
ad  oste  contro  alla  città  di  Fiesole,  e  contro  a  Ca- 
tellina, e  mandaro  per  loro  lettere  e  messaggi  a 
Quinto  Metello  che  tornava  di  Francia  con  grande  o- 
ste  di  Romani,  che  sindgliante  fosse  colla  sua  forza 
dall'altra  parte  all'assedio  di  Fiesole,  e  per  seguire 
Catellina  e  suoi  seguaci. 

CAPITOLO  xxxn. 

Come  Catellina  e  suoi  seguaci  furono  sconfitti 
da'  Romani  nel  piano  di  Piceno. 

Sentendo  Catellina  eh'  e'  Romani  venieno  per 
assediarlo  nella  città  di  Fiesole,  e  già  era  Antonio  e 
Petreio  con  loro  oste  nel  piano  di  Fiesole  in  sulla 
riva  del  fiume  d'Amo,  e  aveano  novelle  come  Me- 
tello era  già  in  Lombardia  coU'oste  sua  di  tre  legioni 
che  venia  di  Francia,  e  veggendo  che  'l  soccorso  che 
aspettava  de'  suoi  eh'  erano  rimasi  in  Roma  gli  era 
fallito,  diliberò  per  suo  consiglio  di  non  rìnohiudersi 
nella  città  di  Fiesole,  ma  d'andar  in  Francia  ;  e  però 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


19 


di  quella  città  ei  partì  con  sua  genie  e  con  uno  si- 
gnore di  Fiesole  ch^àvea  nome  Fiesolano,e  fece  fer- 
rare i  suoi  cavaffi  a  ritroso,  acciocché  partendosi,  le 
ferrate  '  de^  cavalli  mostrassono  che  gente  fosse  en- 
trata in  KesoTe  e  non  uscita,  per  fkr  badare  i  Ro- 
mani alla  dttl,  e  poterne  andare  pih  salvamente.  B 
di  notte  parato  per  isdiifare  Metello,  non  tenn'e  il 
diritto  «àmttiiito  dell'  Alpi,  che  noi  chiamiamo  T  alpe 
di  Bolcyi^a,  thà  M  mise  per  Io  piano  di  eosta  alle 
moAtlighe,  e  étmò  di  11  ov'è  oggi  la  città  di  Pistoia 
nel  Tàdgo  detto  Campò  à  Piceno,  ciò  fìi  di  sotto  ov*è 
oggi  il  castello  di  Kteccio,  per  intendimento  di  va- 
licare ]^r  ^éllà  via  TAlpi  Appennine,  e  riuscire  Iti 
LombàirdiM;  ma  Sentendo  poi  stia  partita  Antonio  e  Pe- 
treio,  incontanente  il  seguirò  con  loro  oste  per  Id 
piano,  sicché  11  sopraggiunsero  nel  detto  luogo,  e 
Metello  d^  altra  parte  fece  mettere  guardie  a*"  passi 
delle  montagne,  acciocché  non  potesse  per  quelle 
passare.  Catellina  veggendosi  così  distretto  e  che  nòh 
pdtevti  schifare  la  battaglia,  si  mise  alta  fortuna  del 
combMtèrlB  egli  e"  iixoi  con  grande  firanchezzà  è  ar- 
dere, itèllà  k|ualè  battai^lia  ebbe  grande  tagOamèhto 
di  AonìàMi  d' enth)  %  e  di  rubellf,  é  di  FiesòlaM  : 
allii  fine  deir  aèpra  battaglia  Catellina  fu  in  quello 
Inogt)  di  Kceno  Sconfitto  e  ihorto  con  tutta  sua  gen- 
te; e  1  ctmpó  Hìna^e  a'  Romàni  con  dolorosa  vitto- 
ria, per  ittodo  tbte  i  detti  due  consoli  con  veiiU  a 
cavallo  scampati  sanza  più,  per  vergogna  noil  ardirò 
tornare  in  Roma.  La  qual  cosa  dai  Romani  non  si  po- 
tea  credere,  se  prima  i  sanatori  non  vi  mandaro  per 
vedere  il  vero,  e  quello  trovato,  grandissimo  dolore 
n'ebbe  in  Roma.  E  chi  questa  storia  più  appieno  vuole 
trovare,  legga  il  libro  di  Salhistio  detto  Catellinario. 
I  tagliati  e'  fe<Hti^  della  gente  di  Catellina  scam- 
pati di   morte  della  battaglia,  tutto  fossono  pochi, 
81  ridossero  ov'  é  oggi  la   città  di  Pistoia,  e  quivi 
eoa  vili  abitacoli  ne  furono  i  primi  abitatori  per  gue- 
riffe  di  loro  piaghe^  B  poi  per  lo  buòno  sito  e  grasso 
I0090  moltiplicando  i  detti  abitanti,  i  quali  poi  edifi- 
oaro  la  città  di  Pistoia,  e  per  la  grande  mortalità  e 
piotolema  che  fii  presso  a  quel  luogo  e  di  loro  gente 
e  di  Rontairii  le  posero  nome  Pbtoia  ;  e  però  non  é 
da  tairavigliare  se  i  Pistoiesi  sono  stati  e  sobO  gente 
^  guerpk  Aeri  e  crudeli  intra  loro  e  con  altrui,  es- 
sendo stratti  del  sangue  di  Catellina  e  del  rimaso  di 
sua  così  fotta  gente,  sconfitta  e  tagliata  in  battaglia. 

CAPITOLO  XXXUl. 

Cerne  Metello  con  sue  nUlhie  fece  guerra 

a*  Fiesolam, 

DeiffOìétkè  Metello  il  quale  era  in  Lombardia 
presso  alle  montagne  dell' Alpi  Appennine  nelle  con- 
trade di  Modoaa,  udita  la  sconfitta  e  morte  di  Ca- 
leiiiDa,  tostasMnte  venne  con  sna  oste  al  luogo  do- 
y'^erB  atela  la  battaglia,  e  veduti  i  morti,  per  istupore 
iieilm  dnrersa  e  grande  mortalità  temette,  maraviglian- 
doai   come  di  cosa  impossibile.  Ma  poi  egli  e  la  tfua 
genio  igtsalmente  spogliò  il  campo  de^  suoi  Romani 


come  quello  dc*mmici,  rubando  ciò  che  vi  trovarono; 
e  ciò  fatto  venne  verso  Fiesole  per  assediare  la  cit- 
tà. 1  Fiesolani  vigorosamente  prendendo  Tarme,  uscirò 
della  città  al  piano,  combattendo  con  Metello  e  con 
kua  osb,  e  per  fòrza  il  ripinsòno  e  cacciaro  di  là 
dal  fiuihé  d^Arho  con  grande  danno  èi  sua  gente,  il 
quide  co^suoi  in  su  i  colli  ovvero  ripe  del  fiume,  s'ac- 
campò; e^PTébolani  con  loro  oste  si  misero  dall'altra 
parte  del  fiume  d'Amo  verso  Resole. 

CAPITOLO  XXXIV. 
'Come  ÈeteHo  e  Fiorino  sconfissono  i  Ftesolani, 

Metello  la  notte  vegnente  ordinò  e  comandò, 
che  parte  della  sua  gente  iì  lungi  dall'oste  de'  Fie- 
solani pàssassono  il  fiume  a'Amo>  e  sì  rìponessono 
in  aguato  tra  la  città  di  Fiesole,  e  l'oste  de'Fiesolani, 
e  di  quella  gente  fece  capitano  Fiorino  nobile  citta- 
dino di  Roma  della  schiatta  de'  Fracchi,  ov\'ero  Fio- 
racchi,  il  quale  era  suo  pretore,  eh'  é  tanto  a  dire 
come  mariscalco  ^  di  sua  oste;  e  Fiorino,  come  per 

10  consolo  fue  comandato,  così  fece.  La  mattina  al 
fare  del  giorno,  Metello  armato  con  tutta  sua  gente 
passando  il  fiume  d'  Arno,  cominciò  la  battaglia  a' 
Fiesolani,  e'  Fiesolani  difendendo  vigorosamente  il 
passo  del  fiume,  nel  fiume  d' Arno  sosteneano  la 
battaglia.  Fiorino  il  quale  era  colla  sua  gente  nelF  a- 
guato,  coihe  vide  cominciata  la  battaglia,  uscì  fran- 
camente al  di  dietro  al  dosso  de'  Fiesolani  che  nel 
fiume  combatteano  con  Metello.  I  t^iesolani  sprovve- 
duti ^  deir  aguato,  veggendosi  subitamente  assaliti 
per  Fiorino  di  dietro  e  da  Metello  dinanzi,  sbigottiti 
gittàròno  l'armi  e  fuggirò  sconfitti  verso  la  città  di 
Fiesole,  ónde  molti  di  loro  furono  morti  e  presi. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  i  Romani  la  prima  tolta  assediaro  Fiesole 

e  come  mor\-  Fiorino, 

Sconfitti  e  cacciati  i  Fiesolani  della  riva  d'Arno, 
FioriUo  pretore  coli'  oste  de'  Romani  pose  campo  di 
là  dal  fiume  d'Arno  verso  la  città  di  Fiesole,  che  v'a- 
veva due  villette,  l' una  si  chiamava  villa  Arnina,  e 
l'altra  Camarte,  ovvero  Campo  0  domus  Martis^  ove 
i  Fiesolani  alcuno  giorno  della  semmana^  faceano 
mercato  di  tutte  cose  con  loro  ville  e  terre  vicine. 

11  consolo  fece  con  Fiorino  decreto,  che  ninno  do- 
vesse vendere  né  comperare  pane,  0  vino,  0  altre 
cose  che  ad  uso  di  battaglia  fossono,  se  non  nel 
campo  ov'  era  posto  Fiorino.  Dopo  questo.  Quinto 
Metello  consolo  mandò  incontanente  a  Roma  che  man- 
dassero gente  d' arme  all'  assedio  della  città  di  Fie- 
sole, per  la  quale  cosa  i  sanatori  feciono  ordine  che 
Giulio  Cesare,  e  Cicerone,  e  Macrino  con  più  legioni 
di  genti  armati  dovessero  venire  all'assedio  e  distru- 
zione di  Fiesole,  i  quali  venuti,  assediaro  la  detta 
città.  Cesare  pose  suo  campo  nel  colle  ohe  soprastava 
la  cittade;  Macrino  nell'altro  colle  ovvero  monte;  e 


'  fedeli.     *  feriti. 


'  marescifJlo.     '  inconsapevoli.     **  /settimana. 


20 


CRONICHE 


Cicerone  dall*aUra  parte;  e  cosi  slettono  per  sei  anni 
all'assedio  della  detta  città,  avendola  per  lungo  as- 
sedio e  per  fame  qnasi  distrutta.  E  simigliante  que' 
dell'oste  per  lungo  dimoro  e  per  più  difetti  scemati 
ed  affieboliti^  si  partirò  dall'assedio,  e  si  ritomaro  a 
Roma,  salvo  che  Fiorino  vi  rimase  all'  assedio  con 
sua  gente  nel  piano  ov'era  prima  accampato,  e  chiu- 
sesi di  fossi  e  di  steccati  a  modo  di  battifoUe  *,  ovvero 
bastila,  e  tenea  molto  afflitti  i  Fiesolani,  e  così  gli 
guerreggiò  lungo  tempo  ^.  Poi  assicurandosi  troppo, 
e  avendogli  per  niente,  e  i  Fiesolani  ripresa  alcuna 
lena,  e  ricordandosi  del  male  che  Fiorino  avea  loro 
fatto  e  faceva,  subitamente,  e  come  disperati,  si  mi- 
sero di  notte  con  iscale  e  con  ingegni  ad  assalire 
il  campo,  ovvero  battifolle  di  Fiorino,  ed  egli  e  la 
sua  gente  con  poca  guardia,  e  dormendo,  non  pren- 
dendo guardia  de'  Fiesolani,  furono  sorpresi;  e  Fio- 
rino, e  la  moglie,  e'  figliuoli  morti,  e  tutta  sua  oste 
in  quello  luogo  furono  quasi  morti,  che  pochi  ne 
scamparono;  e  il  detto  castello  e  battifolle  disfatto, 
e  arso^  e  tutto  abbattuto  per  gli  Fiesolani. 

CAPITOLO  XXXVI, 

Come  per  la  morie  di  Fiorino  i  Romani  tomaro 

air  assedio  di  Fiesole. 

Come  la  novella  fu  saputa  a  Roma,  gli  consoli 
e'  sanatori  e  tutto  il  comune  dolutosi  della  disav- 
ventura avvenuta  al  buono  duca  Fiorino,  incontanente 
ordinaro  che  di  ciò  fosse  vendetta,  e  che  oste  gran- 
dissima un*  altra  volta  tornassero  a  distruggere  hi 
città  di  Fiesole,  intra'  quali  furono  eletti  questi  du- 
chi: Rainaldo  conte,  Cicerone,  Teberìno,  Macrino, 
Albino,  Gneo  Pompeo,  Cesare,  Camertino  Sezio  conte 
Tudertino,  cioè  di  Todi,  il  quale  era  con  Giulio  Ce- 
sare e  di  sua  milizia.  Questi  pose  suo  campo  presso 
a  Camarti,  quasi  ov'  è  oggi  Firenze  ;  Cesare  si  pose 
a  campo  in  sul  monte  che  soprastava  la  città,  eh'  è 
oggi  chiamato  monte  Cecero,  ma  prima  ebbe  nome 
monte  Cesaro  per  lo  suo  nome,  ovvero  per  lo  nome 
di  Cicerone;  ma  innanzi^  tengono  per  Cesare,  peroc- 
ch'era  maggiore  signore  nell'oste.  Rainaldo  pose  suo 
campo  in  sul  monte  allo  'ncontro  alU  città  di  là  dal 
Mugnone,  e  per  suo  nome  infino  a  oggi  è  così  chia- 
mato ;  Macrino  in  sul  monte  ancora  oggi  nominato 
per  lui;  Camertino  nella  contrada  che  ancora  per  gli 
viventi  per  lo  sno  nome  è  chiamata  Camerata.  E 
tutti  gli  altri  signori  di  sopra  nominati,  ciascuno 
pose  per  sé  suo  campo  intomo  alla  città,  chi  in 
monte  e  chi  in  piano  ;  ma  di  più  non  rimase  pro- 
prio nome  che  oggi  sia  memoria.  Qu^ti  signori  con 
loro  milizie  di  gente  a  cavallo  e  a  piede  grandissi- 
ma, assediando  la  città,  con  ordine  s'  apparecchiaro 
di  fare  maggiori  battaglie  alla  città  che  la  prima 
volta;  ma  per  la  fortezza  della  città  i  Romani  invano 


*  BaUi/olU  Tftle  bastita,  steccato,  baitione  (ktto  per  via 
di  provvisione  o  sopra  una  strada  o  intomo  ad  un  ca* 
stello  per  to^iere  il  passo  a*  nemici. 

*  L' impresa  di  Fiorino  è  favolosa  :  in  dò  •'  accordano 
i  migliori  critici  della  Storia  di  Firenie. 

*  piuttosto. 


lavorando,  e  molti  di  loro  per  lo  soperchio  d'asse- 
dio, e  soperchio  di  fatica  morti,  qne'  maggiori  si- 
gnori e  consoli  e  sanatori  quasi  tutti  si  tomaro  a 
Roma:  solo  Cesare  con  sua  milizia  rimase  all'asse- 
dio. E  in  quella  stanza  comandò  a*  suoi  che  doves- 
sero andare  nella  villa  di  Camarti  presso  al  fiume 
d'Amo,   e  ivi  edificassero  parlatorio  per  potere  in 
quello  fare  suo  parlamento,  e  una  sua  memoria  la- 
sciarlo: questo  edificio  in  nostro  vulgare  avemo  chia- 
mato Parlagio.    E  fu  fatto  tondo  e  in  volte  molto 
maraviglioso,  con  piazza  in  mezzo,  e  poi  cominciavano 
gradi  da  sedere  tutto  al  tomo;  e  poi  di  grado  in 
grado  sopra  volte  andavano  allargandosi  inftno  alla 
fine  dell'altezza,  ch'era  alto  più  di  sessanta  braccia; 
e  avea  due  porte:  e  in  questo  si  raunava  il  popolo 
a   fare  parlamento,  e  di  grado  in  grado  sedeano  le 
genti,  al    di   sopra  i  più  nobili,  e  poi   digradando 
secondo  la  dignità  delle  genti;  e  era  per  modo,  che 
tutti  quelli  del  parlamento  si  vedeano  1'  uno  i'  altro 
in  viso,  e  udivasi  chiaramente  per  tutti  ciò  che  uno 
parlava:  e  capeavi  ad  agio  infinita   moltitudine  di 
genti:  e  '1  diritto  nome  era  parlatorio.  Questo  fu  poi 
guasto  al  tempo  di  Totile,  ma  ancora  a'  nostri  dì  si 
ritrovano  i  fondamenti,  e  parte  delle  volte  presso 
alla  chiesa  di  San  Simone  a  Firenze,  e  infino  al  co- 
minciamento  della  piazza  di  Santa  Croce;  e  parte  de' 
palagi  de'  Pernzzi  vi  sono  su  fondati,  e  ta  via  ch'è 
detta  Anguillaia  che  va  a  Santa  Croce,  va  quasi  per 
lo  mezzo  di  quello  Parlagio. 

CAPITOLO  XXXMI. 

Come  la  dita  di  Fiesole  s'  arrendè  a'  Romam 
e  fu  distrutta  e  guasta. 

Stato  l'assedio  a  Fiesole  la  detta  seconda  volta, 
e  consumata  e  afflitta  molto  la  cittade  sì  per  fame, 
e  sì  perchè  a  loro  furono  tolti  i  condotti  dell^aoque 
e  guasti,  s'arrendè  ta  citta  a  Cesare  e  a'  Romani  in 
capo  di  due  anni  e  quattro  mesi  e  sei  dì  che  yì  si 
pose  l'assedio,  a  patti,  chi  ne  volesse  uscire  fosse 
salvo.  Presa  ta  terra  per  li  Romani  fu  spogliata  d'o- 
gni ricchezza,  e  per  Cesare  fu  distratta,  e  tutta  in- 
fino a'  fondamenti  abbattuta  ;  e  ciò  fo  intono  anm 
settantadue  anzi  la  nativita  di  Cristo. 

CAPITOLO  XXXVIU. 
Come  di  primo  fu  edificata  la  dita  di  Fù-enite. 

Distratta  la  citta  di  Fiesole,  Cesare  con  sua  o- 
ste  discese  al  piano  presso  alla  riva  del  fiume  d'Ar- 
no, là  dove  Fiorino  con  sua  genta  era  atato  morto 
da'  Fiesolani,  e  in  quello  luogo  fece  cominciare  ad 
edificare  una  citta,  acciocché  Fiesole  mai  non  si  rìfo- 
cesse,  e  rimandò  i  cavalieri  tatini,  i  quali  avea  seco, 
arricchiti  delle  ricchezze  de'  Fiesolani;  i  quali  Latini 
Tuderiini  erano  appellati.  Cesare  adunque  compre- 
so ^  l'edificio  della  citta,  e  messovi  dentro  due 
ville  dette  Camarti  e  villa  Arnina,  voleva  quelta  ap- 


'  disegnato. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


21 


pellare  per  sao  nome  Cesarla.  H  senato  di  Roma 
sentendolo,  non  sofferse  che  per  suo  nome  Cesare  la 
nominasse;  ma  feciono  decreto  e  ordinaro  che  que- 
gli maggiori  signori  oh^erano  stati  alla  goerra  di  Fie- 
sole e  air  assedio  dovessono  andare  a  fare  ediflcare 
con  Cesare  insieme,  e  popolare  la  detta  città,  e  qua- 
hinqae  di  loro  soprastesse  al  lavorìo,  cioè  facesse  più 
tosto  il  suo  edificio,  appellasse  la  cittade  di  sao  no- 
me, 0  come  a  Ini  piacesse.  Allora  Macrìno,  Albi- 
no, Gneo  Pompeo^  e  Marzio  apparecchiati  di  forni- 
menti e  di  maestri,  vennero  da  Roma  alla  cittade 
che  Cesare  edificava,  e  inviandosi  ^  con  Cesare  si 
divisono  r  edificare  in  qnesto  modo  :  che  Albino 
prese  a  smaltare  tntta  la  città,  che  fùe  nno  nobile 
lavoro  e  bellezza  e  nettezza  della  cittade,  e  ancora 
oggi  del  detto  smalto  si  trova,  cavando,  massimamente 
nel  sesto  di  Santo  Piero  Scheraggio,  e  in  porte  San 
Piero,  e  in  porte  del  Duomo  ove  mostra  fosse  V  an- 
tica città.  Macrìno  fece  fare  il  condotto  dell'acqua  in 
docce  e  in  arcora  \  facendola  venire  di  lungi  alla 
città  per  sette  miglia,  acciocché  la  città  avesse  ab- 
bondanza di  buona  acqua  da  bere,  e  per  lavare  la 
cittade;  e  questo  condotto  si  mosse  infino  dal  fiume 
detto  la  Marìna  a  piò  di  Montemorello,  ricogliendo  in 
gè  tutte  quelle  fontane  sopra  Sesto,  e  Quinto,  e  Co- 
lonnata. E  in  Firenze  faceano  capo  le  dette  fontane  a 
uno  grande  palagio  che  si  chiamava  termine  capti/ 
aquae^  ma  poi  in  nostro  vulgare  si  chiamò  Capacela, 
e  ancora  oggi  in  Terme  si  vede  delP  anticaglia.  B 
nota  che  gli  antichi  per  santade  ^  usavano  di  bere 
acque  di  fontane  menate  per  condotti,  perchè  e- 
rano  più  sottili  e  più  sane  che  quelle  de^  pozzi,  pe- 
rocché pochi,  o  quasi  pochissimi,  beveano  vino,  ma 
ì  più  acqua  di  condotto,  ma  non  di  pozzo;  e  pochis- 
sime vigne  erano  allora.  Gneo  Pompeo  fece  fare  le 
mure  della  cittade  di  mattoni  cotti,  e  sopra  i  murì 
della  città  edificio  torrì  rìtonde  molto  spesse  per  i- 
spazio  dall'una  torre  airaltra  di  venti  cubiti,  sicché  le 
torrì  erano  di  grande  bellezza  e  fortezza.  Del  com- 
preso e  giro  della  città  non  troviamo  cronica  che  ne 
faccia  menzione;  se  non  che  quando  Totile  Flagellum 
Dei  la  distrusse,  fanno  Te  storìe  menzione  ch'elPera 
grandissima.  Marzio  V  altro  signore  romano  fece  fa- 
re il  Campidoglio  al  modo  di  Roma,  cioè  palagio, 
ovvero  la  mastra  fortezza  della  cittade,  e  quello  fu 
di  maravigliosa  bellezza  ;  nel  quale  Tacque  del  fiume 
d'Arno  per  gora  con  cavate  fogne  venia  e  sótto  vol- 
te, e  in  Amo  sotterra  si  rìtornava;  e  la  cittade  per 
ciascuna  festa  dello  sgorgamento  di  quella  gora  era 
lavata.  Questo  Campidoglio  fu  ov'è  oggi  la  piazza  che 
81  chiama  Mercato  vecchio  di  sopra  alla  chiesa  che 
sì  chiama  Santa  Marìa  in  Campidoglio:  e  questo  pare 
più  certo.  Alcuni  dicono  che  fu  ove  og^  si  chiama 
il  Guardingo  di  costa  alla  piazza  eh' è  oggi  del  po- 
polo dal  palazzo  de'  Prìorì,  la  quale  era  un'altra  for- 
tezza. Guardingo  fu  poi  nomato  l'anticaglia  de'murì  e 
volte  che  rìmasono  disfatte  dopo  la  distruzione  di 
Totile,  e  stavanvi  poi  le  meretrìci.  I  detti  signori  per 
avanzare  l'uno  l'edificio  dell*  altro,  con  molta  solle- 
cìtiidine  si  studiavano,  ma  in   uno  medesimo  tempo 


'  accordandosi.     '  archi.     '  sanità. 


per  ciascuno  fu  compiuto  ;  sicché  nullo  di  loro  ebbe 
acquistata  la  grazia  di  nominare  la  città  a  sua  volon- 
tà, sicché  per  molti  fu  al  cominciamento  chiamata  la 
piccola  Roma.  Altri  l'appellavano  Florìa,  perchè  Fio- 
rino fu  ivi  morto,  che  fu  il  prìmo  edificatore  di  quello 
luogo,  e  fu  in  opera  d'arme  e  in  cavallerìa  fiore,  e 
in  quello  luogo  e  campi  intorno  ove  fu  la  città  edifi- 
cata sempre  nasceano  fiorì  e  gigli.  Poi  la  maggiore 
parte  degli  abitanti  furono  consenzienti  di  chiamarla 
Florìa,  siccome  fosse  in  fiori  edificata,  cioè  con  molte 
delizie.  B  dicerto  così  fu^  perocch'ella  fu  popolata 
della  migliore  gente  di  Roma,  e  de'  più  sofficienti, 
mandati  per  li  sanatori  di  ciascuno  rione  di  Roma 
per  rata,  come  toccò  per  sorte  che  Tabitassono;  e 
accolsono  con  loro  quelli  Fìesolàni  che  vi  vollono 
dimorare  e  abitare.  Ma  poi  per  lungo  uso  del  volgare 
fu  nominata  Fiorenza  :  ciò  s*  interpreta  spada  fiorita. 
B  troviamo  ch'ella  fu  edificata  anni  682  dopo  la  edi- 
ficazione di  Roma,  e  anni  70  anzi  la  nativitade  del 
nostro  Signore  Gesh  Cristo.  E  nota,  perchè  i  Fio- 
rentini sono  sempre  in  guerra  e  in  dissenzione  tra 
loro,  che  non  è  da  maravigliare,  essendo  stratti  e 
nati  di  due  popoli  così  contrarìi  e  nemici  e  diversi 
di  costumi,  come  furono  gli  nobili  Romani  virtudiosi, 
e'  Fiesolani  ruddi  e  asprì  di  guerra. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  Cesare  si  partì  di  Firenze  e  andonne  a  Ro- 
mOy  e  fu  fatto  consolo  per  andare  contro 

o'  Franceschi, 

Dappoiché  la  città  di  Firenze  fu  fatta  e  popo- 
lata, Giulio  Cesare  irato  perchè  n'  era  stato  il  prìmo 
edificatore,  e  aveva  avuta  la  vittoria  della  città  di  Fie- 
sole, e  non  avea  potuto  nominare  la  cittade  per  suo 
nome,  sì  si  parti  di  quella,  e  tornossi  a  Roma,  e  per 
suo  studio  e  valore  fu  eletto  consolo,  e  mandato 
contro  a'  Franceschi,  ove  dimorò  per  dieci  anni  al 
conquisto  di  Francia,  e  d' Inghilterra,  e  d'Alamagna  : 
e  lui  tornando  con  vittorìa  a  Roma,  gli  fu  vietato  il 
trionfo,  perchè  avea  trapassato  il  decreto  fatto  per 
Pompeo  consolo  e'  sanatorì  per  invidia,  sotto  colore 
d'  onestà,  che  nullo  *  dovesse  stare  in  neuna  balia  ^ 
più  di  cinque  anni.  Il  quel  Cesare  colle  sue  milizie 
tornando  con  Oltramontani,  Franceschi,  e  Tedeschi, 
Italiani,  Pisani,  Pirati,  Pistoiesi,  e  ancora  con  Fioren- 
tini suoi  cittadini,  pedoni,  e  cavalierì,  e  rombolatorì^ 
menò  seco  a  fare  cittadinesche  battaglie,  perchè  gli  fu 
vietato  il  Jrìonfo;  ma  più  per  essere  signore  di  Roma 
come  lungo  tempo  avea  desiderato,  contro  a  Pompeo  e 
il  senato  di  Roma  combattéo.  B  dopo  la  grande  bat- 
taglia tra  Cesare  e  Pompeo,^  quasi  tutti  morti  furo  in 
Emathia,  cioè  Tessaglia  in  Grecia,  come  pienamente 
si  legge  per  Lucano  poeta,  chi  le  storìe  vorrà  trova- 
re. E  Cesare  avuta  la  vittorìa  di  Pompeo  e  di  molti 
re  e  popoli  ch'erano  in  aiuto  de'Romani  che  gli  erano 
nimici,  si  tornò  a  Roma,  e  sì  si  fece  primo  impera- 
dore  di  Roma,  che  tanto  viene  a  dire  come  comanda- 
tore  sopra  tutti.  E  appresso  lui  fu  Ottaviano  Augusto 


'  ninno.     '  nessun  comando.     '  firomboHeri. 


22 


CRONICHE 


suo  nipote  e  igiiaolo  adotliro,  il  qaalo  regnava 
quando  Crìa to  nacqne,  e  dopo  molte  Tittorìe  aigno- 
reggiò  tatto  il  mondo  in  pace  ;  e  d^  allora  innansi  fu 
Roma  a  signorìa  d'imperio,  e  tenne  sotto  la  soa,  giqr 
rìzione  e  dello  imperio  tatto  ToniTerso  mondo. 

CAPITOLO  XL. 

Come  i  Romani  e  gV  imperadori  ebhono  imegna^ 
e  come  da  loro  rebbe  la  città  di  Firenie,  e  altre 

citladi. 

Al  tempo  di  Numa  Pompilio,  per  divino  mira- 
colo cade  in  Roma  da  cielo  ano  scudo  vermiglio, 
per  la  quel  cosa  e-agurio  i  Romani  presono  quella 
insegna  e  arme,  e  poi  v^  aggiunsero  S.  P.  Q,  R,  in 
lettere  d' oro,  cioè,  Senato  del  popolo  di  ^oma  :  e 
cosi  dell'origine  della  loro  insegna  diedono  a  tutte  le 
città  edificate  per  loro,  cioè  vermiglia.  Cosi  a  Peru- 
gia, e  a  Firenze,  e  a  Pisa;  ma  i  Fiorentini  per  lo 
nome  di  Fiorino  e  della^  città  v'  aggiunsono  per  in- 
trassegnaMl  giglio  bianco,  e'Perugini  talora  il,  grifone 
bianco,  e  Viterbo  il  campo  rosso,  e  gli  Orbietani  l'a- 
quila bianca.  Bene  è  vero  eh'  e*  signori  romani,  con- 
soli e  dittatori,  dappoiché  V  agnglia  ^  per  agnrio 
apparve  sopra  Tarpea,  cioè  sopra  la  camera  del  te- 
soro di  Campidoglio,  come  Tito  Livio  fa  menzione, 
si  presono  l' arme  in  loro  insegne  ad  aquila  ;  e  tro- 
viamo che  'I  consolo  Mario  nella  battaglia  de'Cimbri 
ebbe  le  sue  insegne  coli'  aquila  d' argento,  e  simile 
insegna  portava  Catellina  quando  fu  sconfitto  da  An- 
tonio nelle  parti  di  Pistoia,  come  recita  Sallustio. 
B  '1  grande  Pompeo  la  portò  il  campo  azzurro  e  l'a- 
quila d*  argento;  e  Giulio  Cesare  la  portò  i|.  campo 
vermiglio  e  l'aquila  ad  oro,  come  Ci  menzione  Luca- 
no in  versi,  dicendo  : 

Signa  pares  aquiUUj  et  pila  mi$uuUia  pilis. 
Ma  poi  Ottaviano  Augusto  suo  nipote  e  successore 
imperadore,  la  mutò,  e  portò  il  campo  ad  oro,  e 
r  aquila  naturale  di  colore  nero  a  similitudine  della 
signoria  dello  imperio,  che  come  l'aquila  è  sovra,  o- 
gni  uccello,  e  vede  chiaro  piìk  ch'altro  animale,  ^  vola 
infino  al  cielo  dell'emisperio  del  fuoco,  così  lo  'mpe- 
rio  dee  essere  sopra  ogni  signoria  temporalep  B  ap- 
presso Ottaviano  tutti  gli  imperadori  de*  Romani 
r  hanno  per  simile  modo  portata  ;  ma  Costantino,  e 
poi  gli  altri  imperadori  de'Greci  ritennono  la  insegna 
di  Giulio  Cesare,  cioè  il  campo  vermiglio  e  V  aquila 
ad  oro,  ma  con  due  capi.  Lasceremo  delle  insegne  del 
comune  di  Roma  •  degl'  imperadori,  e  torneremo  a 
nostra  materia  sopra  i  fatti  della  città  di  Firenze, 

CAPITOLO  XLL 

Come  la  città  di  Firenze  fu  camera  de'  Romani 

e  dello  imperio. 

La  città  di  Firenze  in  quello  tempo  era  camera 
d*imperio,  e  come  figliuola  e  fattura  di  Rpnm  in  tutte 

a,  luMgna  frapposta  ad  altra  nel  campo  del- 
•  Usasi  dall'A.  anche  per  vmpnmio  di  mo- 


Iq  cose,  e  da*  Romani  abitata,  e  però  de'  propri  iatti 
di  Firenze  a  quelli  tempi  non  troviasM  cronica  né 
altre  storie  che  ne  facciano  grande  memoria.  B  di 
ciò  non  è  da  maravigliare,  pmticch'  e'  Fiorentini  e- 
reno  sudditi  e  una  ^  co'  Romani,  e  per  Romani  si 
trattavano  per  lo  universo  mondo,  e  come  i  Romani 
andavano  ne'loro  eserciti  e  nelle  iMittaglie.  B  troviaaM 
nelle  storie  di  Giulio  Cesare,  nei  secondo  libro  di 
Lucano,  quando  Cesare  assediò  Pompeo  nella  città  di 
Brandizio  in  Puglia,  uno  de'  baroni  e  signori  della 
città  di  Firenze  ch'avea  nome  Lucere,  era  ih  compa- 
gnia di  Cesare,  e  fue  alla  battaglia  delle  navi  alla 
bocca  del  porto  di  Brandizio,  valente  uomo  d'arme  e 
virtudioso  ;  e  molti  altri  Fiorentini  forono  in  quello 
esercito  e  battaglie  con  Cesare  e  di  sua  parte  ;  pe- 
rocché quando  fue  discordia  da  Giulio  tesare  a  Pom- 
peo e  del  senato  di  Roma,  quelli  della  città  di  Firenze 
e  d'intorno  al  fiume  d'Amo  tennero  la  parta  di  Co- 
sare. B  di  ciò  fa  menzione  Lucano  nel  detto  libro 
ove  dice  in  versi  : 
Vulturnusque  celer,  noctumaeque.  editor  attrae 
SamuSf  el  umlurosae  Lpis.  per  regna  Maricae^ 
B  così  dimorarono  i  Fiorentini  mentre  eh' e' Romani 
ebbono  stato  e  signoija.  Rene  ai  tmova  per  alcano 
scritto,  che  uno  Uberto  C<^sare,  soprannon^nato  per 
Qiulio,  Cesare,  che  fu  figliuplo.  di  CateIMna,  omaso  in 
Fiesole  piccolo  garzone  dopo  la  ana.  morti^  egli  poi 
per  Qiulio  Cc^i^dre  fue  &tto  grande  cittadino  di.  Fi- 
renzi;, ^  ayendo  molti  figliuoli,  egli  e  poi  la  sua  schiatta 
furano  signori  della  tetra,  gran  tempo,  e  di  loro  di- 
scende<iU  furono  grandi  signori  e  grandi  schiatte  in 
Firenze,  e  che  gli  Uberti  fossero  di  quella  progenie 
si  dice:  questo  non  troviamo  per  autentica  cronica 
che  per  noi  si  pruovi, 

CAPITOLO  XLn. 

Come  in  Firenze  fu  fatto  U  tempio  di  MarH^  il 
quale  oggi  $$  chiama  il  Duomo  di  $an  GioeamiL 

.  Dappoi  che  Cesare,  e  Pompeo,  e  Macrino,  e  Al- 
bino, e  Marzio  principi  de*  Romani  edificatori  delia 
nuova  città  di  Firenze  si  tornarono  a  Roma,  compiati 
i  loro  lavori,  la  città  cominciò  a  crescere  e  moltipli- 
care di  Romani  e  di  Fiesolani  insieme,  che  rimasono 
all'abitazione  di  quella;  e  in  poco  tempo  si  foce  buo- 
na città  secondo  il  tempo  d'allora,  che  gl'imperadorì 
e  'I  senato  di  Roma  l'avanaavano  a  loro  podere,  quasi 
come  un'altra  piccola  Roma,  I  cittadini  di  quella  es- 
sendo in  buono  stato,  ordinare  di  fare  nelk  delta 
cittade  un  tempio  maraviglioso  ali*  onore  dell'  Iddio 
Marti,  per  la  vittoria  cb*  e' Romani  avieno  avuta  della 
città,  di  Fiesole,  e  manderò  al  senato  di  Roaui  càe 
mandasse  loro  gU  migliori  e  pid  sottili  maestri  che 
fossono  in  Roma,  e  cosi  fu  folto.  B  fedona  venire 
marmi  bianchi  e  neri,  e  colonne,  da  pia  parli  di  lungi 
per  mare  e  poi  per  Arno;  fecionp^  condAoere.  e  nmci- 
gni  e  colonne,  da  Fiesole,  e  fonderò  e.  edificaro  il 
detto  tempio  nel  luogo  che  si  chiamava  Camarli  an- 
ticamente, e  dove  i  Fiesolani  foceaao  loro  niaroalo. 


insieme. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


23 


Molto  nobile  e  bello  U  feciono  a  otto  facce,  e  qaello 
fatto  con  grande  diligenzia,  il  conaecraro  allo  Iddio 
Marti,  il  quale  era  Iddio  de'  Romani,  e  fedonlo  figu- 
rare in  intaglio  di  marmo  in  forma  d'  uno  cavaliere 
armato  a  cavallo  ;  il  puosono  sopra  una  colonna  di 
marmo  m  mezzo  di  quello  tempio,  e  quello  ten- 
nero con  grande  reverensa  e  adorare  per  loro  Id- 
dio mentre  che  fo  il  paganesimo  in  Fireni^.  B  tro- 
viamo che  il  detto  tempio  fa  cominciato  al  tempo 
che  regnava  Ottaviano  Angusto  \  e  che  fu  edificato 
sotto  ascendente  di  tà  fatta  costellazione,  che  non 
verrà  meno  quasi  in  eterno:  e  cosi  si  truova  scrìtto 
in  certa  parte,  e  intagliato  nello  spazio  del  detto 
tempio. 

CAPITOLO  XLni. 
Raceania  del  siio  della  provincia  di  ToHona. 

Quando  per  noi  a'  è  detto  della  prima  edifica- 
zione della  dtkà  di  Firenze  e  di  quella  di  Pistoia,  si 
è  oonvenevole  e  di  necessità  che  si  dica  dell'  altre 
città  vidne  di  Toscana  quello  che  n^  avemo  trovato 
per  le  croniche  di  loro  principii  e  cominciamenti 
brievemente,  per  tornare  poi  a  nostra  materia.  Nar- 
reremo in  prima  del  sito  della  provincia  di  Toscana. 
Toscana  cominda  dalla  parte  di  levante  al  fiume  del 
Tevere,  il  quale  si  muove  neir  alpi  di  Pennino  della 
montagna  chiamata  Palteront,  e  discende  per  la  con- 
trada di  Massa  Tribara,  e  dal  Borgo  san  Sepolcro,  e  poi 
sotto  la  città  di  Castello,  e  poi  soUo  la  città  di  Peru- 
gia, e  poi  appresso  di  Todi,  stendendosi  per  terra  di 
Sal»inN  e  di  Roma,  e,  ricogliendo  in  so  molti  fiumi, 
entra  per  la  città  di  Roma  infine  in  mare  ove  fh  foce 
di  costa  alla  città  di  Ostia  presso  a  Roma  a  venti 
miglia;  e  la  parte  di  qua  dal  fiume,  che  si  chiama 
Trastibero,  e  il  portico  di  san  Pietro  di  Roma  è  della 
provincia  di  Toscana.  B  dalla  parte  del  mezzogiorno 
si  ha  Toscana  il  mare  detto  Terreno  che  colle  sue 
rive  batte  la  contrada  di  Maremma,  e  Piombino,  e  Pi- 
sa, e  per  lo  contado  di  Lucca  e  di  Luni  infino  alla 
foce  del  fiume  della  Magra,  che  mette  in  mare  alla 
punta  della  montagna  del  Corbe  di  là  da  Luni  e  di 
Serrezzano  dalla  parte  di  ponente.  B  discende  il  detto 
finn»  della  Magre  ddle  montagne  di  Pennino  di  so- 
pra a  PontremoU,  tre  la  riviere  di  Genova  e  *l  conta- 
do di  Piacenza  in  Lombardia,  nelle  terre  de'marcheai 
Makapina.  Il  quarto  confine  di  Toscana  di  verse  set- 
tentrione sono  le  dette  Alpi  Appennine,  le  qu^  con- 
finano e  partono  la  provincia  di  Toscana  da  Lombar- 
dia e  Bologna  e  parte  di  Romagna;  e  gire  la  detta 
provincia  di  Toscana  settecento  miglia.  Questa  pro- 
vincia di  Toscana  ha  pia  fiumi  :  intra  gli  altri  reale  e 
maggiore  si  è  il  nostro  fiume  d'Arno  il  quale  nasce 
di  quelk  medesima  montagna  di  Falterona  che  nasce 
il  fiume  del  Tevere  che  va  a  Roma  ;  e  questo  fiume 
d' Amo  corre  quasi  per  lo  mezze  di  Toscana,  scen- 
dendo per  le  montagne  della  Vernia,  ove  il  beato 
santo  Francesco  fece  sua  penitenzia  e  romitaggio,  e 
poi  pasn  per  la  contrada  di  Casentino  presso  a  Bib- 


*  V.  MoMMU^Ui  tacreté  vHOitatU  insignii  BapHéterH  Fio- 
rmimij  Pir.  17S6  di  Anton  FranoMCo  Qod. 


biena  e  a  pie  di  Poppi,  e  poi  si  rivolge  verso  levante 
vegnendo  presso  alla  città  d*  Arezzo  a  tre  miglia,  e 
poi  corre  per  lo  nostro  Valdarao  di  sopra,  scendendo 
per  lo  nostro  piano,  e  qnasi  passa  per  lo  mezzo  della 
nostra  città  di  Firenze.  B  poi  uscito  per  corso  del 
nostro  piano,  passa  tra  Monlelupo  e  Capraia  presso 
a  Empoli  per  la  contrada  di  Greti  e  di  Valdarao  di 
sotto  a  pie  di  Fuceochio,  e  poi  per  lo  contado  di 
Lucca  e  di  Pisa,  raccogliendo  in  sé  molti  fiumi,  pas- 
sando poi  quasi  per  mezzo  la  città  di  Pisa  ove  assai 
è  grosso,  sicchò  porta  galee  e  grossi  legni;  e  presso 
di  Pisa  a  cinque  miglia  mette  in  mare,  e  'I  suo  corso 
ò  di  spazio  di  miglia  cento  venti.  B  del  detto  fiume 
d*Arao  le  antiche  storie  fianno  menzione:  Virgilio  nel 
libro  Vn  deir  Bneide  parlando  della  gente  che  fh  in 
aiuto  al  re  Tnrao  incontra  Bnea  di  Troia  con  questi 
versi: 

Sarrastes  populos,  et  quae  rigai  aequara  Samus: 
e  Paolo  Orosio  raccontando  in  sue  storie  del  fiume 
d^Arao,  disse,  che  quando  Annibale  di  Cartagine  tor- 
nando di  Spagna  in  Italia  passò  le  montagne  d^  Ap- 
pennino, vegnendo  sopra  i  Romani,  ove  si  combatteo 
in  sul  lago  di  Perugia  col  valente  consolo  Flaminio 
da  cui  fu  sconfitto,  in  quel  luogo  dice,  che  passando 
Annibale  V  Alpi  Appennine,  per  la  grande  freddura 
che  v^  ebbe,  discendendo  poi  in  su  i  paduli  del  fiu- 
me d'Arno  i^  perde  tutti  gli  suoi  leofanti  \  che  non 
ne  gli  rimase  se  non  uno  solo,  e  la  maggiore  parte 
de^  suoi  cavalli  e  bestie  vi  morirono;  ed  egli  me- 
desimo per  la  detta  cagione  vi  perde  uno  de^  suoi 
occhi  del  capo.  Questo  Annibale  mostra  per  nostro 
arbitrare,  eh'  egli  scendesse  V  Alpi  tra  Modena  e  Pi- 
stoia, e  paduli  fessone  per  lo  fiume  d'Arao  da  pia 
di  Firenze  infino  di  là  da  Signa  :  e  questo  si  prova, 
che  anticamente  tra  Signa  e  Montelnpo  nel  mezzo  del 
coreo  del  fiume  d'  Arno  ove  si  ristrigne  in  piccolo 
spazio  tra  rocce  di  montagne,  aveva  una  grandissima 
pietra  che  si  chiamava  e  chiama  Golfolina,  la  quale 
per  sua  grandezza  e  altezza  comprendeva  tutto  il  cor- 
so del  fiume  di  Arao  per  modo,  che  '1  facea  riagor- 
gare  infino  assai  presso  ov'è  oggi  la  città  di  Firenze, 
e  per  lo  detto  ringorgamento  si  spandea  V  acqua  del 
fiume  d'Arno,  e  d'Ombrone,  e  di  Bisenzio  per  lo  pia- 
no sotto  Signa,  e  di  Settimo,  e  di  Prato,  e  di  Mic- 
ciole,  e  di  Campi,  infine  presso  appiè  de'  monti,  fa- 
cendo paduli.  Ma  e'si  traeva,  e  per  evidente  sperienza 
d  vede,  che  la  detta  pietre  Golfolina  per  maestri  con 
picconi  e  scarpelli  per  fona  fu  tagliata  e  dibassata 
p^  modo,  che  '1  cono  del  fiume  d'  Arao  calò  e  di- 
bassò si  che  i  detti  paduli  sceararo,  e  rimase  terra 
guadagnabile.  Bene  racconta  Tito  Livio  quasi  per  si- 
bmK  parole,  dicendo,  che  'l  passo,  e  dove  s*  accampò 
Annibale,  fu  tra  la  città  di  Fiesole  e  quella  d'Arezzo. 
Avvisiamo  che  passasse  l'Alpi  Appennine  per  la  con- 
trada di  Casentino^  e  paduli  poteano  simile  essere 
tra  r  Andsa  e  'I  piano  dì  Fegghine,  e  potea  essere 
0  ndl'  uno  luogo  o  nell'  altro,  perocché  anticamente 
il  fiume  d' Arno  avea  in  pìik  luogora  rattenute^  e  pa^ 
dulì;  ma  dove  che  si  fosse,  assai  avemo  detto  sopra 


'  elefanti.     ^  Raccolte  d'acqua  che  non  possono  tornare 
più  in  corso. 


24 


CRONICHE 


il  nostro  fiue  d'Amo,  per  trarre  d'ignoraim  e  fine 
avvitati  i  presenti  moderai  di  nostra  dtti,  e  gli  strani 
che  sono  e  saranno.  LascereaK)  di  eie,  e  direaK)  ia 
brìeve  della  potensa  che  anticamente  avea  la  nostra, 
provincia  di  Toscana,  che  si  confà  alla  nostra  ma- 
teria. 

CAPITOLO  XUV. 

Della  poten%ia  e  signoria  dCanDea  la  pratineia  di 
Toscana  innanzi  che  Botna  avesse  siato. 

Dappoiché  avemo  detto  del  sito  e  confini  della 
nostra  provincia  di  Toscana,  A  ne  pare  convenevole 
di  dire  in  brìeve  dello  stato  e  signorìa  che  Toscana 
avea  anzi  che  Roma  avesse  podere.  La  provincia  di 
Toscana  innanii  al  detto  tempo  fa  di  grande  poten- 
zia e  signoria;  e  non  solamente  lo  re  di  Toscana 
chiamato  Poroena,  che  facea  capo  del  sao  reame 
nella  città  di  Chiosi,  il  qusle  col  re  Tarqninio  assediò 
Roma,  era  signore  della  provincia  di  Toscana,  ma  le 
sae  confine,  dette  colonne,  erano  infino  alla  città 
d'Adrìa  in  Romagna  in  sul  golfo  del  mare  di  Vine- 
gia,  per  lo  cui  nome  anticamente  quello  mare  è  detto 
seno  Adriatico  ;  e  nelle  parti  di  Lombardia  erano  i 
suoi  confini  e  colonne  di  Toscana  infino  di  là  dal 
fiume  di  Po  e  del  Tesino,  infino  al  tempo  di  Tar- 
qninio Prìsco  re  de^  Romani,  che  la  gente  de^  Galli, 
detti  oggi  Franceschi,  e  quella  de*6ennani,  detti  oggi 
Tedeschi,  di  prìma  passare  in  Italia  per  guida  e  con- 
dotto d'un  Italiano  della  città  di  Chiusi,  il  quale  pas- 
sò i  monti  per  ambudadore,  per  fare  commuovere 
gli  oltramontani  contro  a'  Romani,  e  portò  seco  del 
vino,  il  quale  dagli' oltramontani  non  era  in  oso,  né 
conosciuto  per  bere,  perocché  di  là  non  avea  avuto 
mai  vino  nò  vigna;  il  quale  vino  per  li  signorì  di  là 
assaggiato,  parve  loro  molto  buono;  e  intra  le  altre 
cagioni,  con  altre  grandi  impromesse,  quella  della 
ghiottomia  del  buono  vino  gì*  indusse  a  passare  i 
monti,  udendo  come  Italia  era  piantadosa  di  vino  *, 
e  larga  d'ogni  bene  e  vittuaglia.  E  indossegli  ancora 
il  passare  di  qua,  che  per  lo  loro  buono  stato  erano 
si  cresciuti  e  multtplicati  di  gente,  che  appena  vi  po- 
teano  capere.  Per  la  qqal  cosa  passando  i  monti  in 
Italia  i  Galli  e*  Gennani,  de'  prìmi  fàrono  Rrenno  e 
Bellino,  i  quali  guastarono  gran  parte  di  Lombardia 
e  del  nostro  paese  di  Toscana,  e  poi  assediare  la 
città  di  Roma  e  presonla  infino  al  Campidoglio,  con 
tutto  che  innanzi  si  partissono  fbrono  sconfitti  in  To- 
scana dal  buono  Cammillo  ribello  di  Roma,  siccome 
Tito  Livio  in  sue  storìe  h  menzione.  E  poi  più  altrì 
signorì  Gallici,  e  Germani,  e  Goti  d^  altre  nazioni 
barbare  passare  in  Italia  di  tempi  in  tempi,  facendo 
in  Lombardia  e  in  Toscana  grandi  battaglie  co*  Ro- 
mani, come  si  trovano  ordinatamente  per  le  storìe 
che  scrìsse  il  detto  Tito  Livio  maestro  di  storìe.  La- 
sceremo della  detta  materìa,  e  diremo  i  nomi  dalle 
città  e  vescovadi  della  nostra  provincia  dì  Toscana. 


*  fra  gU.     «  piantata  di  vigne. 


CAPITOLO  XLV. 
Qumti  sano  i  vescovadi  della  duà  di  Fkenié. 

La  chiesa  e  sedia  di  San  Piero  di  Ronui  la 
quale  é  dì  qua  dal  fiume  del  Tevere  in  Toscana,  il 
vescovado  di  Fiesole,  la  città  di  Firenze,  la  città  di 
Pisa  la  quale  è  arcivescovado  per  grazia,  eomt  in 
questo  fia  menzione;  la  città  di  Locca,  il  vescovado 
deU'  anUca  città  di  Loni,  la  città  di  Pistoia,  la  città 
d'Arezzo,  la  dUà  di  Perugia,  U  eiUà  di  Caatello,  U 
dttà  di  Volterra,  U  dttà  dì  Nassa,  la  città  di  Gros- 
setto,  il  vescovado  di  Soana  ia  Marenuna,  la  dttà 
antica  dì  Chiusi,  la  dttà  d'Orbivieto,  il  veacovado  di 
Bagnoregio,  la  dttà  di  Viterbo,  la  dttà  di  Tosca- 
nella,  il  vescovado  di  Castri,  la  città  di  Nepi,  V  an- 
tichisMHUi  dttà  di  Sntrì,  la  dttà  d'Arti,  il  vescovado 
di  Civitatensi.  Avendo  detto  i  nomi  di  venticinque 
vescovadi  e  dttà  di  Toscana,  dkeaso  in  ispezialità 
del  comindamento  e  orìgine  d'alqouite  di  qoelle  dttà 
famose  a'  nostrì  tempi  onde  sapremo  il  vero  per  an- 
tiche storìe  e  croniche,  tornando  poi  a  noatra  nui- 
terìa. 

CAPITOLO  XLVI. 
Della  citià  di  Perugia. 

La  dttà  di  Perugia  fu  assai  antica,  e  secondo 
che  raccontano  le  loro  arniche,  ella  fu  da'  Romani 
edificata  in  qoesto  modo:  che  tornando  ono  oale  de' 
Romani  d'Alamagna,  perch'avea  il  loro  consolo  chia- 
mato Persus  dimorato  al  conquisto  più  tempo  che 
non  diceva  il  decreto  de'  Romani,  si  furono  sbanditi 
e  divietati  che  non  tomassono  a  Ronui,  deche  rima- 
sono  in  quello  luogo  ov'è  l'uno  corno  della  dtlà  di 
Perugia,  mccome  esiliati  e  nemici  del  comone.  Poi 
gli  Romani  mandarono  sopra  loro  una  oste,  i  qnali 
si  puosono  di  contro  a  loro  in  sull'  altro  corno  par 
guerreggiarli  siccome  ribelli  del  comune  di  Robm  ; 
ma  ivi  stati  più  tempo,  e  rìconosduti  insieme,  si  pa- 
dficaro  l'uno  oste  e  l' altra,  e  per  lo  boono  sito  rì- 
masono  abitanti  in  quello  luogo.  Poi  di  due  luoghi 
fedone  la  dttà  di  Perugia,  e  per  lo  nome  del  priaM 
consolo  che  ivi  si  puose,  fa  co^  nonrìnata.  Poi  paci- 
ficatisi co' Romani,  lorono  contenti  della  dttà  di  Pe- 
rugia, e  fivoreggiarla  usd  e  diedonle  stato,  quasi 
per  tenere  sotto  loro  giurìdizione  le  dttà  di  qiiella 
contrada.  Poi  Totfle  FlagéUum  Dei  la  distrusse,  come 
fece  Firenze  e  più  altre  dttà  d' Italia,  e  fece  auoii- 
rizzare  Santo  Ercolano  vescovo  della  detta  dttà. 

CAPITOLO  XLVn. 
Della  cilià  d*  Areuo. 

La  dttà  d' Arezzo  prìma  ebbe  nome  Aurelia,  a 
fa  grande  dttà  e  nobile,  e  in  Aurelia  furono  antica- 
mente fatti  per  sottOisdmi  maeslrì  vad  roasi  con  di- 
vern  intagli  di  tutte  forme  di  sottile  intaglio,  ohe 
veggendogli  parevano  impossibili  a  essere  opera  n- 
mana,  e  ancora  se  ne  truovano.  E  di  certo  ancora  si 
dice,  che  '1  sito  e  l'arìa  d'Arezzo  genera  sottUiaaimi 


DI  (ilOVANM  VILLANI. 


95 


aomini.  La  della  città  d'Aurdia  fa  anche  distratta 
per  lo  detto  Totile,  e  fecela  arare  e  semiDare  di  sa- 
le, e  d' allora  innanu  fu  chiamata  Areuo,  cioè  città 
arata. 

CAPITOLO  XLVin. 

DeUa  cUià  di  Pisa, 

La  città  di  Pisa  fu  prima  chiamata  Alfea.  Tro- 
viamo mandò  aiato  ad  Enea  contro  Torno,  e  ciò  dice 
Virgilio  nel  sesto  libro  dell'  Eneide  ;  ma  poi  ella  fu 
porto  dello  ''mperìo  de^  Romani  dove  s' addnceano 
per  mare  tatti  gli  trìbnti  e  censi  che  li  re  e  tutte  le 
nazioni  e  paesi  del  mondo  ch'erano  sottoposti  a'Ro- 
mani,  rendeano  allo  'mperio  di  Roma,  e  là  si  pesa- 
vano, e  poi  si  portavano  a  Roma  ;  e  perocché  il 
primo  luogo  ove  si  pesava  non  era  sufficiente  a  tanto 
strepito,  vi  si  feciono  due  luoghi  ove  si  pesava,  e 
però  si  declina  il  nome  di  Pisa  in  grammatica  :  p/fi- 
roHier^  nominatinDo  hae  Pi$ae  :  e  cosi  per  V  uso  del 
porto  e  detti  pesi,  genti  vi  s'accolsono  ad  abitare,  e 
crebbono  e  edificaro  la  città  di  Pisa  poi  ad  assai 
tempo  dopo  V  avvenimento  di  Cristo,  con  tutto  che 
prima  per  lo  modo  detto  era  per  molte  genti  abitata, 
ma  non  come  città  murata. 

CAPITOLO  XLK, 
Della  dUà  di  Lacca. 

La  città  di  Lucca  ebbe  in  prima  nome  Fridia,  e 
chi  dice  Aringa  ;  ma  perchè  prima  si  convertì  alla 
vera  fede  di  Cristo  che^  città  di  Toscana,  e  prima  ri- 
cevette vescovo,  ciò  fu  Santo  Pridiano,  che  per  mi- 
racolo di  Dio  rivolse  il  Serchio,  fiume  presso  alla 
detta  città,  e  diegli  termine,  che  prima  era  molto 
pericoloso,  e  guastava  la  contrada,  e  per  lo  detto 
Santo  priaui  fu  luce  di  Fede,  sì  fu  rimosso  il  primo 
nome  e  chiamata  Luce,  e  oggi  per  lo  corrotto  vul- 
gare  si  chiama  Lucca.  E  traovasi  che  il  detto  beato 
Fridiano  vegnendo  da  Lucca  a  Pirense  in  pellegri- 
naggio per  visitare  la  chiesa  ov'  è  il  corpo  di  Santo 
Miniato  a  monte,  non  potendo  entrare  in  Firenze  per- 
chè ancora  erano  pagani,  e  trovando  il  fiume  d'Arno 
molto  grosso  per  grandi  piove,  si  mise  a  passare  in 
su  ma  piccola  navicella  contro  al  volere  del  barca- 
iuolo, e  per  miracolo  di  Dio  passò  liberamente  e 
tosto,  come  V  Arno  fosse  piccolo,  e  colè  dove  arri- 
vò, fu  poi  per  li  cattolici  fiorentini  fatta  la  chiesa  di 
Santo  Fridiano  per  sua  devozione. 

CAPITOLO  L. 
Della  dita  di  Luni. 

La  città  di  Luni  la  quale  è  oggi  disfatta,  fu 
molto  antica,  e  secóndo  che  troviamo  nelle  storie  di 
Troia,  della  città  di  Luni  v'  ebbe  navilio  e  genti  al- 
r  aiuto  de'  Greci  contra  gli  Troiani  :  poi  fu  disfatta 
per  gente  oltramontana  per  cagione  d'una  donna  mo- 


glie d' uno  signore,  che  andando  a  Roma,  in  quella 
città  fu  corrotta  d'avoltero';  onde  toraando  il  detto 
signore  con  forza  la  distrusse,  e  oggi  è  diserta  la 
contrada  e  mal  sana.  E  nota  che  le  marine  an- 
ticamente erano  molto  abitate,  e  quasi  infìra  terra 
poche  città  avea  e  pochi  abitanti,  ma  in  Maremma 
e  in  Maretima  verso  Roma  alla  marina  di  Campa- 
gna avea  molte  città  e  molti  popoli,  che  oggi  sono 
consumati  e  venuti  a  niente  per  conrazione  d' aria  : 
che  vi  fu  la  grande  città  di  Populonia,  e  Soana,  e 
Talamone,  e  Grosseto,  e  Civitaveglia,  e  Mascona, 
e  Lansedonia,  che  furono  colla  loro  forza  all'assedio 
di  Troia;  e  in  Campagna,  Raia,  Pompeia,  Cumina,  e 
Laurenza,  e  Albania.  E  la  cagione  perchè  oggi  sono 
quelle  terre  della  marina  quasi  disabitate  e  inferme, 
e  eziandio  Roma  peggiorata,  dicono  gli  grandi  mae- 
stri di  stronomia  che  ciò  è  per  lo  moto  dell'  ottava 
spera  del  cielo,  che  in  ogni  cento  anni  si  muta  uno 
grado  verso  il  polo  di  settentrione,  cioè  tramontana, 
e  così  farà  infino  a  f5  gradi  in  1500  anni,  e  poi 
tornerà  addietro  per  simile  modo,  se  fia  piacere  di 
Dio  che  '1  mondo  duri  tanto-,  e  per  la  detta  muta- 
zione del  cielo  è  mutata  la  qualità  della  terra  e  del- 
l'aria, e  dove  era  abitata  e  sana,  è  oggi  disabitata  e 
inferma,  ei  e  converso.  Ed  oltre  a  ciò  naturalmente 
veggiamo  che  tutte  le  cose  del  mondo  hanno  muta- 
zione, ^  vegnono  e  verranno  meno,  come  Cristo  di 
sua  bocca  disse,  che  neuna  cosa  ci  ha  stato  fermo. 

CAPITOLO  LI. 
Della  città  di  Viterbo, 

La  città  di  Viterbo  fu  fatta  per  li  Romani,  e 
anticamente  fu  chiamata  Vegezia,  e'  cittadini  Vegen- 
tini.  E  gli  Romani  vi  mandavano  gl'infermi  per  ca- 
gione de'  bagni  ch'escono  del  bulicame ^  e  però  fu 
chiamata  Vita  Erbo,  cioè,  vita  agi'  infermi,  ovvero 
città  di  vita. 

CAPITOLO  LD. 
Della  dttà  d:  Orbif>ieto, 

La  città  d'Orbivieto  si  fu  simile  fatta  per  li  Ro- 
mani, e  Urbs  Veterum  ebbe  nome,  cioè  a  dire  città 
de'  vecchi;. perchè  gli  nomini  vecchi  di  Roma  v'era- 
no mandati  a  stare  per  miglior  aria  eh'  a  Roma  per 
mantenere  loro  santade,  e  per  lo  lungo  uso  e  buono 
sito  ve  n^  ristettono  assai  ad  abitarla,  e  popolarla  di 
gente. 

CAPITOLO  LHI. 

Della  città  di  Cortona. 

La  città  di  Cortona  fu  antichissima  fatta  al  tem- 
po di  Giano  e  de'primi  abitanti  d'Italia;  e  Tnrao  che 
si  combattè  con  Enea  per  Lavina  fu  re  di  quella, 
come  detto  è  dinanzi,  e  per  lo  suo  nome  prima  ebbe 
nome  Turna. 


'  Intendi:  che  aUra. 


*  adulterio.     ^  bulicame  vene  d'acque  che  sorgono  bol- 
lendo, propriamente  i  bagni  del  Pian  di  Viterbo.  Dante, 
!  Tnf.  12.  chiama  bulicame  la  fossa  del  sangue  bollente. 


26 


CRONICHE 


CAPITOLO  LIV. 
Delia  dita  H  Chiusi. 

La  città  di  CbiQfi  Binile  ta  antichìtsima  •  pò* 
tentiasiaia,  fetta  ne*  éetti  tampi,  a  assai  prima  che 
Roma,  e  fimiie  signore  e  re  Foroena^  cIm  col  re  Tar« 
(faìmo  scacciato  di  Roma  fb  ad  assediare  Roma,  co- 
me racconta  Tito  Lìtio. 


CAPITOLO  LV. 
Belia  dita  di  Volterra. 

La  città  di  Volterra  prima  fa  chiamata  Antonia, 
e  fa  molto  antica,  fatta  per  li  dMcendeatt  d' Italo,  e 
secondo  che  si  leggono  i  ramansi,  indi  fa  il  buono 
Boovo  d*  Antonia. 


CAPITOLO  LVl. 
Della  céUà  di  Siena, 

La  città  di  Siena  ò  assai  nuova  città,  ch'ella  fti 
cominciata  intonio  agli  anni  di  Cristo  670,  quando 
Carlo  Martello*  padre  del  re  Pipino  di  Francia  co' 
Franceschi  andavano  nel  regno  di  Paglia  in  serrigio 
di  Santa  chiesa  a  contastare  una  gente  che  si  chia- 
mavano  i  Longobardi,  pagani,  e  eretici,  e  arrìani, 
onde  era  loro  re  Grìmaldo  di  Morona,  e  facea  suo 
capo  in  Benevento,  e  perseguitava  gli  Romani  e  Santa 
chiesa.  E  trovandosi  la  detta  oste  dei  Franceschi  e 
altri  oltramontani  ov*  ò  oggi  Siena,  si  lasciaro  in 
quello  luogo  tutti  gli  vecchi  e  quelli  che  non  erano 
bene  sani,  e  che  non  poteano  portare  arme,  per  non 
menarglisi  dietro  in  PogKa:  e  quelli  rimasi  in  riposo 
nel  detto  luogo,  vi  si  cominciaro  ad  abitare,  e  fe<- 
donvi  due  residii  *  a  modo  di  castella,  ove  è  oggi 
il  più  alto  della  città  di  Siena,  per  istare  più  al  si- 
curo ;  e  Tuno  abitacolo  e  Taltro  era  chiamato  Sena^ 
derivando  di  quelli  che  v'erano  rimasi  per  vecchiez- 
sa.  Poi  crescendo  gli  abitanti,  si  raccomunò  V  uno 
luogo  e  r  altro,  e  però  secondo  grammatica  si  de- 
clina in  plurali  :  pluraliier^  nonttnolteo  hae  Senae, 
B  dappoi  a  più  tempo  crescendo,  in  Siena  ebbe  una 
grande  e  ricca  albergatrice  chiamata  madonna  Ve- 
glia. Albergando  in  suo  albergo  uno  grande  Legato 
cardinale  che  tornava  delle  parti  di  Francia  alla  corte 
a  Roma,  la  detta  donna  gli  fece  grande  onore,  e  non 
gli  luciò  pagare  nulla  spensaria^.  Il  Legato  ricevuta 
cortesia,  la  domandò  se  in  corte  volesse  alcuna  gra- 
zia. Richieselo  la  donna  divotamento,  che  per  lo  suo 
amore  procurasse  che  Siena  avesse  vescovado:  pro- 
misele  di  fame  suo  podere,  e  consigliolla  che  facesse 
che  '1  comune  di  Siena  feoesse  ambasoiadori,  e  man- 
dasse' al  papa  a  procurarlo:  e  cosi  fu  fatto.  Il  Legato 
soHeeitando,  il  papa  udì  la  petiiione,  e  diede  vescovo 
a'  Sanasi,  e  il  primo  fa  messer  Oualteramo.  E  per 
dotare  il  vescovado,  si  tolse  una  pieve  al  vescovado 
d'Arezzo,  e  una  a  quello  di  Perugia,  e  una  a  quello 


'  rlsodlf,  rMklèQBe.     '  spesa:  nuuicii  ulU  Ornsca. 


di  Chiosi,  e  una  a  quello  di  Volterra,  e  una  a  qatUe 
di  Grosseto,  e  una  a  quello  di  Massa,  e  ma  a  qoeUo 
d'Orbivieto,  e  una  a  quelle  di  Firenze,  e  mut  a  quelle 
di  Fiesole  ;  e  così  ebbe  Siena  vescovado,  e  fa  ohia* 
mata  città  :  e  per  lo  nome  e  onore  della  detta  ma- 
donna Veglia,  per  cui  fu  prima  promossa  e  doman- 
data la  grazia,  si  fh  sempre  sopranaomata  Siena  k 
Veglia. 

CAPITOLO  LVn. 

Toma  la  storia  a'  fiUH  della  dna  di  Fireiae  $ 
come  Santo  Mimato  et  /k  martèrimato  per  Dem 

imperadore. 

Dappoiché  brievemente  avemo  fotta  alcuna  men- 
zione delle  nostre  città  vicine  di  Toscana,  tomerenu) 
a  nostra  materia  a  raccontare  della  noatra  città  di 
Firenze:  e  siccome  innarrammo  dinanzi,  la  detta  città 
si  resse  grande  tempo  a  governo  e  mgaoria  deglMn- 
peradori  di  Roma,  e  spesso  venieno  gl^  imp«ra^ori  a 
soggiornare  in  Firenze  quando  passarane  in  Lombar- 
dia, e  nella  Magna,  e  in  Francia  al  conquisto  itolla 
provincia.  B  troviamo  che  Dodo  imperadore  T  anno 
suo  primo,  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  d70,  essendo  u 
Firenze  siccome  camera  d*  imperio,  dimorandovi  a 
suo  diletto,  ed  il  detto  Decio  perseguitando  dura- 
mente i  cristiani  dovunque  gli  sentiva  e  trovava,  udì 
dire  come  il  beato  santo  Miniato  ^  eremita  abitava 
presso  a  Firenze  con  suoi  discepoli  e  compagni,  in 
una  selva  che  si  chiamava  Arisbotto  fiorentina,  di 
dietro  là  dove  è  oggi  la  sua  chiesa  sopra  la  città  di 
Firenze.  Questo  beato  Mimato  fu  figliuolo  del  re  d'Er- 
minia primogenito,  e  lasciato  il  suo  reame  per  la  fede 
di  Cristo  per  fare  penitenza  e  dilungarsi  dal  suo  re- 
gno, passò  di  qua  da  mare  al  perdono  a  Roma,  e  pm 
si  ridusse  nella  delta  selva,  la  quale  allora  era  salva- 
lica  e  solitarìa,  perocché  la  città  di  Firenze  non  si 
stendea  nò  era  abitata  di  là  dall'Amo,  ma  era  tatta 
di  qua,  salvo  che  uno  solo  ponte  v'avea  nopra  TAr- 
no,  non  però  dove  sono  oggi,  ma  si  dioe  per  moki 
ch'era  l'antico  ponte  de'Fiesolaw,  il  quale  era  da  CK- 
rone  a  Candegghi:  e  quella  era  l'anlioa  e  diritta  atra- 
da  e  oamanno  da  Roma  a  Fiesole,  e  per  andare  in 
Lombardia  e  di  là  da*  monti.  H  detto  Dedo  impera- 
dom  fece  prendere  il  detto  bealo  Minialo,  come  rac- 
conta la  sua  storia  :  grandi  doni  e  profferte  gli  foco 
fare  siccome  a  Agliaolo  di  re,  acdoeché  rinnegasse 
Cristo;  ed  egli  costante  e  feroM  nella  fede,  non 
volle  suoi  doni,  ma  soflférse  diversi  martirii:  alla 
fine  il  detto  Decio  gli  fece  tagliare  la  tèsta  ove  è 
oggi  la  chiesa  di  Santa  Candida  alU  croce  al  Gor- 
go, e  più  fedeli  di  Cristo  riceveltono  martìrio  in 
quello  luogo.  E  tagliata  la  testa  del  beato  Miniato, 
per  miracolo  di  Cristo  colle  sue  mani  la  ridusse  al 
suo  imbusto,  e  co'  suoi  piedi  andò  e  valicò  1*  Amo, 
e  salì  in  sai  poggio  dov'  è  oggi  la  cMesa  saa,  che 
allora  V*  avea  uno  piccolo  oralorìo  in  nome  del  beato 
Piero  Apostolo,  dove  molti  corpi  di  santi  martìri 


'  Qaello  cho  l'A.  narra  di  S.  Miniato  tiene  in  parte 
deUa  favola.  V.  Brocchi,  Vita  da'  SanH  e  Beati  Fiorenti- 
ni, Pir.  1742. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


27 


fHroM  soppelUli  :  e  in  qaello  kof o  SmIo  Miniato 
TtMle,  rendè  V  anima  a  Crìslo,  e  il  ano  eorpo  per 
fi  crìatiaM  naaeoaimenle  U  ivi  soppeUilo:  il  qsale 
laof 0  paf  li  meriti  del  beato  Santo  Miniato,  da'  Fio- 
reatiBi  dappoioliò  forono  divenuti  cristiani,  fu  divo- 
tiBienlo  venerato,  e  fattAvi  una  piccola  chiesa  al  ano 
OBore.  Ma  la  grande  e  nobile  chiesa  de'  marmi  che 
▼'è  Ofg:t  a*  nostri  tempi,  troviamo  che  fu  poi  fiitta 
per  lo  procaccio  del  venerabile  padre  messer  AH- 
brando  vescovo  e  cittadino  di  Firenze  nelli  anni  di 
Cristo  1013,  cominciata  a  dì  Z6  del  mese  d"  aprile 
per  comandamento  ed  autorità  del  cattolico  e  santo 
iaipacadore  Ardgo  secondo  di  Baviera,  e  della  sua 
■oflia  im^atrice  santa  Cunegonda  che  in  quelli 
taaipi  regnava,  e  diedono  e  dotarono  la  detta  chiesa 
di  molte  ricche  possessioni  in  Firenze  e  nel  contado 
per  r  anime  loro,  e  feciono  reparare  e  reedificare  la 
detta  chiesa,  aiccome  è  ora,  di  marmi;  e  feciono 
trasktare  il  corpo  del  beato  Miniato  nell"  altare  il 
qiale  è  sotto  le  volte  della  detta  chiesa  con  molta 
reverensa  e  solennità  fotta  per  lo  detto  vescovo  e 
ehericato  di  Firense,  con  tutto  il  popolo  uomini  e 
donne  della  dttà  di  Firenze  ;  ma  poi  per  lo  comune 
di  Kfenie  ai  compiè  la  detta  chiesa,  e  si  feciono  le 
talee  da'flMcigni  giù  per  la  costa,  e  ordinare 'sopra 
la  detta  operandi  Santo  Miniato  i  consoli  delParte  di 
Cahmala,  e  che  Tavessono  in  guardia. 

CAPITOLO  LVIII. 

CesM  Sami^  Creici  e"  suoi  compugni  furono 
mmikwaU  nel  cot^ado  di  Firenze. 

Ancora  ìa  quelli  tempi  di  Decio  imperadore  di- 
morando il  detto  Decìo  in  Firenie,  fece  perseguitare 
il  bealo  Cresci  con  aaoi  compagni  e  discepoli,  il  quale 
In  delle  parti  di  Germania  gentile  uomo,  e  faceva  pe- 
aiteasa  eoa  aaoto  Miniato,  prima  neUa  selva  Arisbotto 
detta  di  sopra,  e  poi  in  qaelle  selve  di  Mugello  ov*ò 
offi  la  sua  chiesa,  cioè  san  Cresci  a  Valoava  ;  e  in 
quello  faiogo  egli  co' suoi  seguaci  da' ministri  di  De- 
cie  fivono  aMrtirìMatL  Averne  raccontate  le  storie 
di  qaesti  due  santi,  acciocché  s'abbiano  in  reverenza 
e  n  aMmorìa  a'  fiorentini^  siccome  per  la  fede  di 
Crìale  la  questa  nostra  contrada  furono  martirizzati, 
e  aono  i  loro  nnti  corpi»  Bene  troviaoM)  noi  per  pie 
antiche  croniehe,  che  al  tempo  di  Nerone  imperadore 
Mtta  noslia.  città  di  Firenze  e  ndla  contrada,  prima 
k  recata  da  Roma  la  verace  fede  di  Cristo  per  Fron- 
liao  e  FaolÌB0  discepoli  di  san  Fiero,  ma  ciò  fa  ter 
fitimente  a  in.  pochi  fedeli,  per  paura  de*  vicari  e 
proposti  degr  imperadori  eh'  erano  idolatri  e  perse- 
faivanc  li  cristiani  dovaaque  gli  trovavano  :  e  cosi 
dimoraro  ìntmo  al  lampo  di  Costanlino  inyeradore  e  di 

Siheslropapa* 


*  htukdS:  Fecero  soprastanti  aUa  détta  opera  ecc.  L'arte 
#  dnaial»  era  compoata  de*  mereatanti  di  panni.  Trae- 
viffi  «asi  da.  lontana  partl^  sopratntto  da  FVasda,  li  ci- 
■«Ttno  e  lustravano  per  venderli  al  dpppiq  del  valore. 
^^fiiDiIa  h  voce  greca  da  xaAoc  hdlo  e  ftaXXó^  dor.  per 
^lof,  lana:  ftaXov  o  fiodX6v  pecora.  KaXifAfia  prendesi  in 
KVMre  per  cosa  da  coprire,  come  sarebbe  veÌO|  cfifftUQ  ecc. 


CAPITOLO  UX. 

Di  Costantino  imperodore  e  de" suoi  discendenti,  e 
le  mutazioni  che  ne  furono  in  Italia. 

Troviamo  che  la  nostra  città  di  Firenze  si  resse 
sotto  la  guardia  deUo  imperio  de'  Romani  intorno  di 
350  anni,  dappoiché  prima  fu  fondata,  tenendo  legge 
pagana,  e  coltivando  gì*  idoli,  contuttoché  assai  v*  a-* 
vesso  de'  cristiani  per  lo  modo  ch'é  dello,  ma  dimo- 
ravano nascosi  in  diversi  romitaggi  e  ^caveme  di  fuori 
dalla  città,  e  quelli  ch'erano  dentro  non  si  palesavano 
cristiani  per  la  tema  delle  persecuzioni  che  grimpe- 
radori  di  Roma,  e  de'  loro  vicari  e  ministri  facevano 
a'  cristiani,  infino  al  tempo  del  grande  Costantino  fi- 
gliuolo di  Costantino  imperadore,  e  d'Elena  sua  mo« 
glie  figlinohi  del  re  di  Brettagna,  il  quale  fu  il  primo 
imperadore  Cristiano,  e  adotò  '  la  chiesa  di  tutto  lo'm- 
perio  di  Roma,  e  diede  libertà  a*  orìstiani  al  tempo 
del  beato  Silvestro  papa,  il  quale  il  battezzò  e  fece 
cristiano,  mondandolo  della  lebbra  per  virtù  di  Cri- 
sto: e  ciò  fu  negli  anni  di  Cristo  intomo  330.  n 
detto  Costantino  fece  fare  in  Roma  molte  chiese  al- 
l'onore di  Cristo,  e  abbattuti  tutti  gli  templi  del  pa- 
ganesimo e  degl'idoli,  e  riformata  la  Santa  chiesa  in 
sua  libertà  e  signoria:  e  ripreso  il  temporale  del- 
lo'mperio  della  Chiesa  sotto  certo  censo  e  ordine^  se 
ne  andò  in  Costantinopoli,  e  per  suo  nome  oo^  la 
fece  nominare,  che  prima  avea  nome  Bisanzio,  e  mi- 
sela  in  grande  stalo  e  signoria  :  e  di  là  fece  sua  se- 
dia, lasciando  di  qua  nello  'mperio  di  Roma  suoi  pa- 
trici^,  ovvero  censori,  cioè  vicari,  che  difendeano  e 
combatteano  per  Roma,  e  per  lo  'mperio.  Dopo  il 
detto  Costantino,  che  regnò  piii  di  trent'  anni  tra 
neHo  'mperio  di  Roma  e  in  quello  di  Costantinopoli, 
e'  rimasono  di  lui  tre  figliuoli  Costantino,  e  Costan- 
zo, e  Costante,  i  quali  tra  loro  ebbene  guerra  e  dis- 
sensione, e  r  uno  di  loro  era  cristiano,  ciò  fàe  Co- 
stantino, e  r  altro  eretico,  ciò  fue  Costanzo,  e  per- 
seguitò i  cristiani  d'una  resia  che  si  cominciò  in  Co- 
stantinopoli per  uno  chiamato  Arno,  la  quale  per  lo 
suo  nome  si  chiamò  Arriana,  e  molto  errore  sparte 
per  tutto  il  mondo  e  nella  chiesa  di  Dio.  Questi  fi- 
gliuoli di  Costantino  per  la  loro  dissensione  guasta- 
rono molto  lo 'mperio  di  Roma  e  quasi  abbandonare, 
e  d'allora  innanzi  sempre  parve  che  andasse  al  dichi- 
no e  scenmndo  la  sua  signoria:  e  oominciaro  ad  ea- 
sere  due  e  tre  imperadori  a  una  volta,  e  chi  signo- 
reggiava in  CostantinopoU,  chi  lo  'mperio  di  Roma, 
e  tale  era  cristiano,  e  tale  eretico  arriano,  persegui- 
tando i  cristiani  e  la  Chiesa:  e  durò  molto  tempo,  e 
tutta  Italia  ne  fu  nMcolata.  Degli  altri  imperadori  pas* 
seti,  e  di  quelli  che  fnroao  poi,  non  facciamo  orébata 
oMmoria,  se  non  di  cirforo  ohe  pertengoao  a  nostra 
materie;  ma  chi  per  ordine  li  vorrà  trovare,  legga  la 
Cronica  martiniana^  e  in  quella  g^' imperadori  e  gii 
papi  che  furono  per  gli  tempi  ^verà  ordinatamenle. 


<  Di  questa  dotaaione  fatta  da  Costantino  alla  Ohiesa, 
non  abbiala  docomento  che  tenga.  Vedi  Maral.  ÀMiith*  «• 
tal.  del  Medio  Evo,  Anche  T  AUi^ierì  corse  dietro  all'er- 
ronea tradizione.  Inf.  19.  —  '  PtUrido,  uom  nobUe-^  trovast 
osato  patrizio  esiandio  per  luogotenente  di  re  o  d'impera- 
tore.     '  Cronaca  di  Martino  Polono  (Basilea  1564). 


28 


CRONICHE 


CAPITOLO  LX. 

Come  la  fede  cristiana  fu  prima  nella  città 

di  Firenie. 

Nel  tempo  chel  detto  grande  Costaotino  si  fe- 
ce cristiano,  e  diede  signorìa  e  libertà  alla  Chiesa,  e 
Santo  Silvestro  papa  regnò'  nel  papato  palese  in  Ro- 
ma, si  sparse  per  Toscana  e  per  tutta  Italia,  e  poi 
per  tutto  il  mondo  la  vera  fede  e  credenza  di  Gesik 
Cristo.  E  nella  nostra  città  di  Firenze  si  cominciò  a 
coltivare  la  verace  fede,  e  abbattere  il  paganesimo  al 

tempo  di che  ne  fu  vescovo  in  Firenze  fatto 

par  papa  Silvestro;  e  del  bello  e  nobile  tempio  de' 
Fiorentini,  onde  è  fatta  menzione  addietro,  i  Fioren- 
tini levaro  il  loro  idolo  il  quale  appellavano  lo  Iddio 
Marti,  e  puosonlo  in  su  un*  alta  torre  presso  al  fiu- 
me d'^Amo,  e  non  vollono  rompere  nò  spezzare,  pe- 
rocché per  loro  antiche  memorie  trovavano,  che  il 
detto  idolo  di  Marti  era  consegrato  sotto  ascendente 
di  tale  pianeta,  che  come  fosse  rotto  e  commosso  in 
vile  luogo,  la  città  avrebbe  perìcolo  e  danno^  e  gran- 
de mutazione.  E  contuttoché  i  Fiorentini  di  nuovo  ^ 
fossono  divenuti  crìstiani,  ancora  teneano  molti  co- 
stumi del  paganesimo,  e  tennero  gran  tempo,  e  te- 
meano  forte  il  loro  antico  idolo  di  Marti  :  si  erano 
ancora  poco  perfetti  nella  santa  fede.  E  ciò  fatto,  il 
detto  loro  tempio  consecraro  alPonore  d' Iddio  e  del 
beato  Santo  Giovanni  Battista,  e  chiamarb  duomo  di 
Santo  Giovanni  :  e  ordinaro  che  si  celebrasse  la  festa 
il  di  della  sua  nativitade  con  solenni  oblazioni,  e  che 
si  corresse  uno  palio  di  sciamilo  ',  e  sempre  per  u- 
sanza  s'^è  fatto  in  quello  giorno  per  gli  Fiorentini.  E 
feciono  fare  le  fonti  del  battesimo  in  mezzo  del  tem- 
pio ove  si  battezzavano  le  genti  e'  fanciulli,  e  fanno 
ancora:  e  1  giorno  di  sabato  santo  che  si  benedice 
nelle  dette  fonti  T  acqua  del  battesimo  e  fuoco,  or- 
dinaro  che  si  spandesse  il  detto  fuoco  santo  per  la 
città  a  modo  che  si  faceva  in  Gerusalemme,  che  per 
ciascuna  casa  v'^andasse  uno  con  una  facellina  ad  ac- 
cendere. E  di  quella  solennità  venne  la  dignità  che 
hanno  la  casa  de'  Pazzi  della  grande  facellina,  intor- 
no fa  di  1 70  anni  dal  1 300  addietro,  per  uno  loro 
antico  nomato  Pazzo,  forte  e  grande  della  persona, 
che  portava  la  maggiore  facellina  che  ninno  altro,  ed 
era  il  primo  che  prendea  il  fuoco  santo,  e  poi  gli  al- 
tri da  lui.  Il  detto  duomo  si  crebbe,  poiché  fùe  con- 
secrato  a  Cristo,  ov'ò  oggi  il  coro  e  l'altare  del  beato 
Giovanni;  ma  al  tempo  che  'I  detto  duomo  fu  tempio 
di  Marti,  non  v'  era  la  detta  aggiunta,  né  1  capan- 
nuccio,  né  la  mela  di  sopra;  anzi  era  aperto  di  sopra 
al  modo  di  Santa  Maria  Ritonda  di  Roma,  acciocché 
il  loro  idolo  Iddìo  Marti  ch'era  in  mezzo  al  tempio 
fosse  scoperto  al  cielo.  Ma  poi  dopo  la  seconda  re- 
dificazione  di  Firenze  nel  1150,  anni  di  Cristo,  si 
fece  fare  il  capannuccio  di  sopra  levato  in  colonne,  e 
la  mela,  e  la  cróce  dell'oro  ch'é  di  sopra,  per  li  con- 
soli deirarte  di  Calimala,  i  quali  dal  comune  di  Fi- 
renze ebbono  in  guardia  la  fabbrica  della  detta  ope- 
ra ^  di  San  Giovanni.  E  per  più  genti  che  hanno  cer- 


'  da  poco  tempo.     ^  drappo.     ^  chiesa. 


co'  del  mondo,  dicono  ch'egli  é  il  più  bello  tempio, 
ovvero  duomo,  del  tanto  che  si  truovl  :  e  a'  nostri 
tempi  si  compiè  il  lavorio  delle  storie  a  moiset  '  di- 
pinte dentro.  E  troviamo  per  antiche  ricordanze  che 
la  figura  del  sole  intagliata  nello  souilto,  che  -dice: 

En  giro  torte  sol  ciclosy  et  rotar  igne: 
fu  fatta  per  astronomia  :  e  quando  ti  sole  entra  nel 
segno  del  Cancro,  in  sul  mezzo  giorno,  in  quello 
luogo  luce  per  lo  aperto  di  sopra  ov*  è  il  capan- 
nuccio. 

CAPITOLO  LXI. 

Della  tenuta  de''  Goti  e  de*  Vandali  in  ItaUa^  e 
come  distrussono  il  paese,  e  assediare  la  città  di 
Firenze   al  tempo  di   Santo   Zenoìno   vescovo  di 

Fireme, 

Dappoiché  lo  'mperio  de'  Romani  si  traslatò  di 
Roma  in  Grecia  per  Costantino,  e  quasi  fb  partito,  e 
talora  abbandonato  per  li  suoi  successori,  venne  molto 
scemando.  Per  la  qnal  cosa  negli  anni  di  Cristo  circa 
400,  regnando  nello  'mperio  di  Roma  e  di  Costan- 
tinopoli Arcadio  e  Onorio  figliuoli  di  Teodosio,  una 
gente  barbara  delle  parti  tra  'I  settentrione  e  levante, 
delle  province  che  si  chiamano  Gozia  e  Svezia  di  là 
dal  fiume  del  Danubio,  scese  uno  signore  ch'ebbe 
nome  Alberigo  re  de'  Goti,  con  grande  seguito  della 
gente  di  quelli  paesi,  e  per  loro  forza  passero  in 
Affrica,  e  distrussonla  in  grande  parte:  e  tornando  in 
Italia,  per  forza  distrussono  grande  parte  di  Roma,  e 
la  provincia  d'intorno  ardendo,  e  uccideDdo  chiunque 
loro  si  parava  innanzi,  siccome  gente  pagana  e  sanza 
alcuna  legge,  volendo  disfare  e  abbattere  lo  ^mperio 
dei  Romani  ;  e  in  grande  parte  II  consumerò  E  poi 
negli  anni  di  Cristo  415  intomo,  Radagasio  re  de* 
Goti  successore  del  detto  Alberigo  ancora  passò  in 
Italia  con  innumerabile  esercito  di  gente,  venne  per 
distruggere  la  città  di  Roma,  e  guastò  molto  della 
provincia  di  Lombardia  e  di  Toscana.  Per  la  detta  ca- 
gione gli  Romani  veggendosi  così  afflitti,  e  forte  te- 
mendo del  detto  Radagasio  che  già  era  In  Toscana 
e  poi  si  pose  all'  assedio  della  loro  città  di  Firenze, 
manderò  per  soccorso  in  Costantinopoli  allo  'mpera- 
dore.  Per  la  quel  cosa  Onorio  imperadore  venne  in 
Italia  per  soccorrere  lo  'mperio  di  Roma,  e  colKoste 
de'  Romani  venne  in  Toscana  alla  città  di  Firenze 
per  contastare  il  detto  Radagasio  ovvero  Rodagoso, 
il  quale  era  allo  assedio  di  Firenze  con  dugento  mi- 
gliaia di  Goti  e  più  ;  il  quale  per  la  volontà  d' Iddio 
spaventò,  sentendo  la  venuta  dello  Imperadore  Ono- 
rio, e  si  ritrassono  ne'  monti  di  Fiesole  e  d'Intorno 
nelle  valli,  e  ivi  ridotti  In  arìdo  luogo  e  non  prov- 
veduti di  vittuaglia,  e  usediati  d'intorno  alle  monta- 
gne da  Onorìo  e  dall'oste  de'  Romani,  più  per  mira- 
colo divino  che  per  forza  umana  (imperocché  a  com- 
parazione de'Goti  l'oste  dello  imperadore  Onorio  era 
quasi  niente);  ma  per  la  fame  e  sete  sofferta  per  più 
giorni  per  li  Goti,  s^  arrenderò  i  Goti  presi,  dopo 
molto  grande  quantità  prìma  morti  di  fame,  li  quali 
come  bestie  furono  tutti  venduti  per  servi,  e  per  uno 


*  viaggiato.     '  a  moudco. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


29 


danaio  diedono  Funo,  con  luUochè  per  la  fame  e  dis- 
agio ch^  aveano  avuto,  la  maggiore  parie  si  morirò 
in  brieve  tempo  a  danno  de^comperatori  che  li  aVeano 
a  soppeilire  ;  e  Radagasio  di  nascosto  fuggito  della 
sua  oste,  da'  Romani  fu  preso  e  morto,  fi  così  mo- 
stra, che  ninna  signoria  né  grandessa  nbn  ha  fermo 
stato,  e  che  non  venga  meno:  che  siccome  antica- 
mente gli  Romani  andavano  per  le  universe  parti  del 
mondo  conquistandosi  e  sottomettendosi  le  province 
e**  popoli  sotto  loro  giuridizione ,  cosi  per  diversi 
popoli  e  nazioni  furono  afQitti  e  tribulatì  lungo  tem- 
po, come  innanzi  sarà  menzione;  «  quelli  che  Io  *m- 
perio  consumarono,  furono  alla  fine  distrutti  per  le 
loro  peccata. 

Essendo  la  nostra  provincia  di  Toscana  stata  in 
questa  afflizione,  e  la  città  di  Firenze  per  la  venuta  e 
assedio  de'Goti  in  grande  b^ibolazione»  si  era  in  Firen- 
ze per  vescovo  uno  santo  padre  ch'ebbe  nome  Zeno- 
bio.  Questi  fu  cittadino  di  Firenze,  e  fue  santissimo 


uomo,  e  molti  miracoli  fece  Iddio  per  lui,  e  risuscitò 
morti,  e  si  crede  che  per  li  suoi  meriti  la  città  nostra 
fosse  liberata  da'  Goti  e  dopo  la  sua  vita  santa  molti 
miracoli  fece.  E  simile  santificò  con  lui  Santo  Crescen- 
zio e  santo  Eugenio  suo  diacono  e  suddiacono,  i  quali 
sono  soppelliti  i  loro  corpi  santi  nella  chiesa  di  santa 
Reparata,  la  quale  prima  fu  nominata  Santo  Salvado- 
re;  ma  per  la  vittoria  che  Onorio  imperadore  co'Ro-* 
mani  e  coTiorentini  ebbono  contra  Radagasio  re  de' 
Goti  il  di  di  Santa  Reparata,  fu  a  sua  reverenza  ri- 
mosso il  nome  alla  grande  chiesa  di  Santo  Salvadore 
in  santa  Reparata,  e  rifatto  santo  Salvadore  in  ve- 
scovado, com'  è  a'  nostri  di.  Il  detto  Santo  Zenobio 
mori  a  San  Lorenzo  fuori  della  città  :  e  recando  il 
suo  corpo  a  Santa  Reparata,  toccò  un  olmo  eh'  era 
secco  nella  piazza  di  Santo  Giovanni,  e  incontanente 
tornò  verde  e  fiorio;  e  per  memoria  di  ciò  v'è  oggi 
una  croce  in  su  una  colonna  in  quello  luogo. 


LIBRO  SECONDO 


CAPITOLO  L 

Qui  comiucia  il  secondo  libro:  come  la  dita  di 

Firetuke  fu  distrutta  per  Totile  Flagellum  Dei  re 

de'  GoU  e  de'  Vandali. 

Negli  anni  di  Cristo  440,  al  tempo  di  Santo 
Leo  *  papa,  e  di  Teodosio  e  Valentiniano  Imperadori, 
nelle  parti  d'aquilone  fu  uno  re  de' Vandali  e  di  Goti 
che  si  chiamava  Bela,  soprannomato  Totile.  Questi 
fti  barbaro,  e  sanza  legge,  e  crudele  di  costumi  e  di 
tutte  cose,  nato  della  provincia  di  Gozia  e  di  Svezia, 
e  per  la  sua  crudeltà  uccise  il  fratello,  e  molte  di- 
verse nazioni  di  genti  per  sua  forza  e  potenzia  si 
sottopose  ;  e  poi  si  dispose  di  distruggere  e  consu- 
mare lo  'mperio  de'  Romani,  e  disfare  Roma:  e  cosi 
per  sua  signoria  ranno  innumerabile  gente  del  suo 
paese,  e  di  Svezia,  e  di  Gozia,  e  poi  di  Pannonia, 
cioè  Ungaria,  e  di  Danesmarche,  per  entrare  in  Ita- 
lia. E  volendo  passare  in  Italia,  da'  Romani,  e  Bor- 
gognoni, e  Franceschi  fu  contrastato,  e  grande  bat- 
taglia contra  lui  fatta  nelle  contrade  di  Lunina,  cioè 
Frioli  e  Aquilea,  colla  maggior  mortalità  di  gente  che 
mai  fosse  in  neuna  battaglia  dall'una  parte  e  dall'al- 
tra: e  fu  morto  il  re  di  Borgogna,  e  Totile  come 
sconfitto  si  tornò  in  suo  paese  colla  gente  che  gli 
era  rimasa.  Ma  poi  volendo  seguire  suo  proponimento 
di  distruggere  lo  'mperio  di  Roma,  si  ranno  maggior 
esercito  di  gente  che  prima,  e  venne  in  Italia.  E 
prima  si  puose  ad  assedio  alla  città  d' Aquilea  e  stet- 


Leond. 


tevi  per  tre  anni,  e  poi  la  prese  e  arse  e  distrusse 
con  tutte  le  genti  ;  e  entrato  in  Italia,  per  simile 
modo  distrusse  Vicenza,  e  Brescia,  e  Bergamo,  e 
Milano,  e  Ticino,  e  quasi  tutte  le  terre  di  Lombardia, 
salvo  Modona  per  li  meriti  di  Santo  Giminiano  che 
n'  era  vescovo;  che  per  quella  città  trapassando  con 
sua  gente,  per  miracolo  di  Dio  non  la  vide  se  non 
quando  ne  fu  fuori,  e  per  lo  miracolo  la  lasciò  che 
non  la  distrusse:  e  distrusse  Bologna,  e  fece  marti- 
rizzare santo  Procolo  vescovo  di  Bologna,  e  cosi 
quasi  tutte  le  terre  di  Romagna  distrusse.  E  poi  tra- 
passando in  Toscana,  trovò  la  città  di  Firenze  po- 
derosa e  forte.  Udendo  la  nominanza  di  quella,  e 
com*  era  edificata  da  nobilissimi  Romani,  e  era  ca- 
mera dello  'mperio  e  di  Roma,  e  come  in  quella  con- 
trada era  stato  morto  Radagasio  re  de' Goti  suo  an- 
tecessore con  cosi  grande  moltitudine  di  Goti,  come 
addietro  è  fatta  menzione,  comandò  che  fosse  asse- 
diata, e  più  tempo  vi  stette  invano.  E  veggendo  che 
per  assedio  non  la  potea  avere,  imperciocché  era 
fortissima  di  torri  e  di  mura  e  di  molta  buona  gente, 
per  inganno,  e  lusinghe,  e  tradimento  s' ingegnò  di 
averla:  che  i  Fiorentini  aveano  continuo  guerra  colla 
città  di  Pistoia:  Totile  si  rimase  di  guastare  intorno 
alla  città,  e  mandò  a'  Fiorentini  che  volea  esser  loro 
amico,  e  in  loro  servigio  distruggere  la  città  di  Pi- 
stoia, promettendo  e  mostrando  a  loro  grande  amo- 
re, e  di  dare  loro  franchigie  con  molti  larghi  patti. 
1  Fiorentini  malavveduti  (e  però  furono  poi  sempre 
in  proverbio  chiamati  ciechi*)  credettono  alle  sue  false 
lusinghe  e  vane  promessioni:  apenonli  le  porte,  e 
misonlo  nella  città   lui  e  sua  gente,  e  albergò  nel 


30 


CRONICBE 


CaapMoftio.  Il  cradek  tiraoBO  esfendo  nella  cicti 
con  falla  su  toriM^  e  con  frisi  acmManti  noatrara 
aaMwe  a^  dtladini,  nno  giorno  fece  richiedere  a  ano 
consiglio  li  HMggiori  e  pia  poasenti  caporali  della 
terra  in  grande  qoantilà;  e  coaM  gingnorano  in  Cam- 
pidoglio, passando  ad  uno  ad  ano  per  ano  valico  di 
canMra,  gli  facera  acddere  e  anunauare,  non  sen- 
tendo Tnno  dell'altro,  e  poi  gli  Cicea  gittere  negli 
acquidocci  del  Campidoglio,  cioè  la  gora  d'Amo  che 
andam  sotterra  per  lo  Cìnpidoglio,  acciocchd  ninno 
se  n*  accorgesse.  E  così  ne  fece  BM>rire  in  grande 
quantità,  che  niente  se  ne  sentiva  nella  città  di  Fi- 
reoie,  se  non  che  sM'  uscita  della  città  ove  si  seno* 
privano  i  detti  acquidocci,  ovvero  gora,  e  rientra- 
vano in  Ano,  si  vedea  tutta  V  acqua  rossa  e  san- 
guinosa. Allora  la  gente  s' accorse  dello  inganno  e 
tradimento;  ma  fe  indarno  e  tardi,  perocché  Totile 
aveva  fatto  armara  tolta  sua  gente:  e  come  s'avvide 
che  la  sua  crudeltà  era  scoperta,  comandò  che  cor- 
ressono  la  terra  uccidendo  piccoli  e  grandi,  uomini 
e  femmine,  e  così  fue  fatto  sansa  riparo,  perocché 
li  cittadini  erano  sanz'  arme  e  isproweduti:  e  trovasi 
che  in  quello  tempo  avea  nella  città  di  Firenze  ven- 
tidue migliaia  d' uomini  d' arme  sanza  gli  vecchi  e' 
fenciulli.  Ì4i  gente  della  città  veggendosi  a  tal  dolora 
e  distruzione  venuti,  chi  poteo  scampare  il  fece^ 
fuggendosi  in  contado,  e  nascondendosi  in  fortezze, 
e  in  boschi,  e  caverne;  ma  molti  e  più  de' cittadini 
ne  furono  morti,  e  tagliati,  e  presi,  e  la  città  fue 
tutta  spogliata  d'ogni  sostanzia  e  ricchezza  per  gli 
detti  Goti,  Vandali,  e  Ungari.  E  poiché  Totile  l'ebbe 
cosi  consumata  di  genti  e  dell'avere,  comandò  che 
fosse  distrutta  e  arsa  e  guasta,  e  non  vi  rimanesse 
pietra  sopra  pietra,  e  così  fu  ùitto:  se  non  che  dal- 
l'occidente rimase  una  delle  torri  che  Gneo  Pompeo 
avea  edificata,  e  dal  settentrione  e  dal  mezzogiorno 
nna  delle  porte,  e  infra  la  città  presso  alla  porta 
ca$a^  9ive  domo  ^  interpratiamo  il  duomo  di  santo 
Giovanni^  chiamato  prima  casa  di  Marti.  E  di  vero 
mai  non  fiie  disfatto,  né  disfarà  in  etmno,  se  non 
al  die  judicio  ^  e  così  si  truova  scritte  nello  smalte 
del  detto  duomo.  E  ancora  vi  rimasono  V  alte  terri, 
ovvero  templi  segnati  per  alfabeto,  che  così  gli  tro- 
viamo in  antiche  croniche,  le  quali  non  sappiamo  in- 
terpratare;  ciò  sono  S.  e  casa  P.  e  casa  F.  Porte 
quattro  avea  la  città,  e  sei  postierle^,  e  terri  di  ma- 
ravigliosa  fortezza  erano  sopra  le  porte.  E  l'idolo 
dello  Iddio  Marti  eh'  e'  Fiorentini  levarono  del  tem- 
pio e  puosono  sopra  una  terra,  allora  cadde  in  Ano, 
e  tanto  vi  stette  quante  la  città  stette  disfatta.  E  così 
fu  distrutta  le  nobile  città  di  Firenze  dal  pessimo 
Totile  a  dì  128  di  giugno  negli  anni  di  Cristo  450, 
e  anni  520  della  sua  edificazione;  e  nella  detta  città 
fu  morto  il  beato  Maurizio  vescovo  di  Firanze  a  gran 
tormento  per  la  gente  di  Totile,  e  il  suo  corpo  giace 
in  santa  Reparata, 


*  Bob  parole  queste  di  qualche  cronica,  a  cui  ebbe  ri- 
corso r  A 

*  È  Tesso  del  popolo  italianiazare  le  voci  latine:  cosi 
■'  ode  dire  al  volgo  fiorentino  :  andare  a  porta  ii^feri ,  ve- 
nire a  placebo^  rtdde  rattonef  U  patemottrOf  11  depr<^ndi  ecc. 

^ceiuola  e  ìtàon  portkétta  da  toccorio. 


CAPITOLO  H. 
Come  TotUe  fece  reeéifkmre  In  dna  éi  F%$$oU. 

Distratta  ta  città  di  Fireniet,  Totile  se  n*  nudò 
in  sul  monte  ov'era  stata  raolicÉ  dtti  di  Fiesole,  • 
con  sne  bon^re,  e  tende,  e  Irabacehe  quivi  s^ae- 
campò,  e  comandò  che  ta  detta  città  si  raediicasse^ 
e  fece  hoidira  che  chmqne  volesse  tornare  ad  abi- 
lara  n  quella,  fosse  sicuro  e  franco,  gioendo  a  lui 
d' essera  contra  li  Romani,  e  acciocché  ta  citH  di  Fi- 
renze non  si  rifacesse  nniL  Per  ta  qnnle  cosi  molli 
che  anticamente  erano  stati  discesi  di  Fiesole,  vi  tor- 
narono ad  abitara,  e  de'  Fiorentini  medesW  hihggili, 
che  non  sapeano  ove  si  dovessono  abitara  né  andare; 
e  cosi  in  poco  tempo  fu  rtfhtta  e  reedfficata  la  cHlà 
di  Fiesole,  e  fatta  forte  di  mura  e  di  gente,  e  poi, 
come  prima  era,  fu  sempre  ribella  di  Roaui.  B  per- 
chè noi  facciamo  in  questa  nostra  steria  digressione, 
lasciando  come  Firanze  rimase  diserta  e  distaila,  e 
seguendo  le  storie  e'  fatti  de'  Vandali,  e  de'  Goti  e  de' 
Longobardi  i  quali  signoreggiarono  lungo  tempo  Roau 
e  Toscana  e  tetta  Italia,  sì  ne  para  di  necessità;  che 
per  ta  loro  fona  e  signoria  li  Fiesolani  non  lascia- 
rono rìfera  Firenze  infino  che  d'Italia  non  farono 
cacciati,  come  innanzi  si  farà  menzione,  tornando  a 
nostra  materia. 

CAPITOLO  m. 

Come  Totile  si  partì  di  Fiesole  per  andare  verso 
Roma,  e  distrusse  molte  cittadi^  e  mori  di 

moia  morte* 

Rifatta  la  ctUà  di  Fiesole,  TotUe  si  parti  di 
quella»  e  andonne  per  Toscana  per  guastara  lo  'mpe- 
rio,  e  per  andare  a  Roma,  e  prese  e  distrusse  la  città 
d' Arcuo,  e  quella  fece  arare  e  Seminare  dk  sale  ;  e 
Perugia  assediò  più  tempo,  e  per  féme  Tebbe  e  ta 
distrusse,  e  'l  beate  Brcolano  vescovo  di  quella  foce 
strangolare.  Simile  fece  della  città  di  Pisa,  e  di  Lucca, 
e  di  Volterra,  e  di  Luni,  Pontremoli,  Parma,  Reggio, 
Bologna,  Imola,  Faenza,  Forlì,  Forlimpopolo,  e  Cese^ 
na  :  tutte  queste  cittadi,  e  l'altra  di  Lombale  nomi- 
nate, e  molte  altre  città  di  Campagna  e  dì  Terra  di 
Roma  dal  nequissimo*  Totile  ftirono  distrutte,  e  moHi 
santi  monaci  e  religiosi  da  lui  e  da  sua  gente  fhrono 
distratti  e  martirizzati,  e  fece  grande  persecuzione  n' 
cristiani,  rubando  e  disertando  chiese  e  nméisterì, 
e  quelle  disfacendo  ;  e  poi  andando  per  distruggere 
Roma,  in  Maremma  morie  di  repentina  morte.  Ma  al- 
cuno altro  dottore  scrisse,  che  il  detto  To^  per  li 
prieghi  a  Dio  di  santo  Leo  papa  che  allora  regnava, 
si  partì  d'Italia  e  cessò  la  sua  pestilenzir,  impercioc- 
ché per  miracolo  d'Iddio,  al  detto  Totile  apparve  più 
volte  in  visione  dormendo  una  ombra  con  uno  viso 
terribile  e  spaventoso,  minacciandolo,  che  s'egli  non 
facesse  il  volere  del  detto  santo  padre  piqu  Leone, 
il  distruggerebbe.  Il  quale  Totile  per  paura  di  ciò, 
reverenza  fece  al  detto  papa,  e  partissi  d*italia  sanza 


*  iniquissimo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


31 


apprefisarei  alla  dUa  dì  Roma,  e  toraossi  in  Panno- 
nia  :  e  là  voaato,  di  repeoUna  morte  morto;  e  alcuao 
disae,  càe  mori  in  Cigole  nella  Marca.  Ma  dovecch'e- 
gli  morifise^  la  nolte  nederìma  eh'  egli  mori,  appar- 
ve per  visione  di  sogno  a  Maruano  imperadore,  il 
quale  era  in  Grecia,  che  V  arco  di  Totile  era  rotto  : 
per  la  qual  cosa  intese  che  Totile  era  morto,  e  così 
si  trovò  fihe  in  quella  medesima  notte  m<Hlo.  Questo 
Totile  Èa  il  più  crudele  e  potente  tiranno  che  si  truovi, 
e  per  la  sua  iniquìssima  crudeltà  fu  chiamato  per  so- 
prannome FlageUum  Dà,  E  per  altri  si  scrisse  che  '1 
deito  soprannome  poose  santo  Benedetto,  eh'  udendo 
Totile  la  sua  sanlità,  V  andò  a  vedere  a  Monte  Cas- 
sino travisato,  per  vedere  se  1  conoscesse.  Il  beato 
santo  non  mai  vedutolo,  per  ispirazione  divina  il  co- 
nobbe, e  disse  :  Itf  sé*  pagello  di  Dio  per  pulire^ 
le  peccata:  cornandogli  da  sua  parte  che  non  i- 
spanda  più  sangue  umano,  onde  poco  appresso  mo- 
rto. E  veramente  fu  flagello  di  Dio  per  consumare 
la  superbia  de'  Romani  e  de'  Taliani  ^  per  li  loro 
peccati,  che  in  quello  tempo  erano  molto  corrotti 
nello  errore  deUa  resta  arriana,  e  contra  alla  vera 
fede  di  (Msto,  ed  idolatri,  e  di  molti  altri  peccati 
spiacenti  a  Dio  erano  contaminati:  e  così  la  divina 
potensia  pulì  1  non  giusti  per  lo  crudele  tiranno  non 
giusto,  giustamente. 

CAPITOLO  IV. 

Come  i  Goti  fimatouo  signori  d'Italia  dopo  la 

morte  di  Totile. 

Vivendo  ancora  Totile  in  Italia,  Teodorìco  un 
altro  re  de'  Goti,  si  partì  di  Gesta  e  distrusse  Dane- 
smarche,  e  poi  Lotteringia,  cioè  Brabante  e  Analdo, 
e  quasi  tutta  Francia  ;  e  passò  in  Ispagna  e  tutta  la 
distrusse.  E  stando  in  Ispagna  udì  la  morte  di  Totile, 
incontanente  ne  venne  in  Italia,  e  co'Vandali,  e  Goti, 
e  Ungarì,  e  altre  diverse  nazioni  eh'  erano  stati  con 
Totile  raunò  sotto  sua  signorìa,  e  lasciò  in  Ispagna 
Elarico,  ovvero  Elario,  suo  fratello  re  de'  Goti,  il 
quale  comprese  e  conquistò  non  solamente  Spagna, 
ma  il  reame  di  Navarra,  e  Proenza,  e  Guascogna  in- 
flno  a'  confini  di  Francia.  Ha  poi  il  detto  Elarìco'  fu 
sconfitto  e  morto  con  tutta  sua  gente  da  Clovis  re  di 
Francia,  il  quale  fu  il  primo  re  di  Francia  che  fosse 
cristiano  ;  e  la  detta  battaglia  fu  presso  alla  città  di 
Pettierì  a  died  leghe,  Tanno  di  Cristo  510,  e  di- 
strusse i  Goti  per  modo,  che  mai  non  abbono  signo- 
ria di  là  da'  montL  II  sopraddetto  Teodorìco  che 
passò  in  Italia  prese  Roma,  e  tutta  Toscana,  e  Italia, 
e  allegossi  con  Leone  imperadore  di  Costantinopoli 
eretico  arriano,  il  quale  Leone  passò  in  Italia,  e  ven- 
ne a  Roma,  e  trasse  di  Roma  tutte  le  imagini  de'cri- 
nliani  e  arse  in  Costantinopoli,  a  dispetto  del  papa  e 
della  Chiesa.  E  qudlo  Leone  imperadore,  e  Teodorìco 
re  de'.  Goti  guastaro  e  consumaro  tutta  Italia,  e  le 
elùese  de'  feddi  fecero  latte  abbattere,  e  lo  stato  de' 
Romani  e  dello 'mperio  molto  infieboliro.  E  poi  morto 


'  punirei  coli  doTAsi  talora  Intendtre  presso  gli  antl' 
ohi;  vedi  più  sotto  pulì  %  mm  giuiH.    *  italiani. 


Leone  imperadore,  fu  Zeno  imperadore,  e  fu  contra- 
rìo  de'  costumi  e  di  tutte  cose  di  Leone,  e  la  sua 
schiatta  annullò  e  consumò,  e  ebbe  guerra  co'  Goti 
ch'erano  in  Italia:  alla  fine  s'acconciò  con  pace  con 
loro,  ma  volle  per  istadico^  Teodorìco  il  giovane  fi- 
gliuolo di  Teodorìco  re  de'  Goti,  eh'  era  garzone  e 
piccolo,  e  tennelo  seco  in  Costantinopoli.  E  Teodo- 
rico re  tenne  lo  'mperìo  di  Roma  per  lo  detto  Zeno- 
ne imperadore,  facendonegli  omaggio,  e  dandonegli 
trìbuto.  In  questi  tempi,  circa  gli  anni  di  Cristo  470, 
regnando  in  Costantinopoli  Leone  imperadore  di  Ro- 
ma, nella  grande  Brettagna,  che  ora  Inghilterra  è 
chiamata,  nacque  Merlino  profeta  (dissesi  d'una  ver- 
gine con  concetto  ovvero  operazione  di  demonio)  il 
quale  fece  in  quel  paese  molte  maraviglie  per  negro- 
manzia, e  ordinò  la  tavola  ritonda  di  cavallierì  er- 
ranti, al  tempo  che  in  Brettagna  regnava  Uter  Pan- 
dragone,  il  quale  fu  de'  discendenti  di  Bruto  nipote 
d'  Enea  primo  abitatore  di  quella,  come  addietro  £t- 
cemmo  menzione  ;  e  poi  rinnovata  per  lo  buono  re 
Artù  suo  figliuolo,  il  quale  fu  signore  di  grande  po- 
tenzia e  valore,  e  sopra  tutti  i  signorì  cortese  e  gra- 
zioso, e  regnò  grande  tempo  in  felice  stato,  come  i 
ramanzi  di  Brettoni  fanno  menzione,  e  la  cronica 
martiniana  in  alcuna  parte  in  questo  tempo. 

CAPITOLO  V. 

Come  i  Goti  furono  cacciati  la  prima  «oda  ci'  /- 
talia^  e  come  ricoteraro  la  signoria  per  lo  gi09ane 

Teodorico  loro  re. 

Nel  detto  lempo  intomo  gli  mini  di  Cristo  465, 
uu  Agustolo  (questi  fu  Teutonico)  b*  prese  e  occupò 
lo  'mperìo  di  Roma  e  d^  Italia  quindici  mesi.  Ma  E- 
vancier  Greco  di  Rutina,  con  Ruttai  sua  gente  venne 
in  Italia,  e  per  forza  prese  Piacenza  e  Ticino,  e  dis- 
cacciò della  signoria  il  detto  Agustolo,  e  fecesi 
monaco  per  paura.  Evancier  colli  suoi  Rotini  venne  a 
Roma,  e  ebbe  tutta  la  signoria  d' Italia  per  quattor- 
dici anni,  e  cacciò  i  Goti.  Sentendo  ciò  Zeno  impe- 
radore che  dimorava  in  Costantinopoli,  mandò  contro 
il  detto  Evancier  Teodorìco  giovane  che  rìmase  del 
padre  re  de'Gott,  ch'avea  diciassette  anni,  e  per  terra 
venne  per  Bolgaria  e  Ungarìa  con  assai  fatica,  e  E- 
vancier  gli  si  fece  allo  'ncontro  in  Aquilea  con  iulto 
lo  sforzo  d'Italia;  quivi  si  combatterò  insieme,  e  B- 
vancier  fu  sconfitto  e  fuggissi  con  pochi  a  Roma:  ma 
il  popolo  di  Roma  non  lo  lasciarono  entrare  in  Roma 
nella  città.  Teodorìco  co'  Goti,  e  Greci,  e  Ungarì 
seguendolo  a  Roma,  Evancier  si  fuggfo  da  Róma  a 
Ravenna  :  ancora  il  persegui  Teodorìco,  e  ass^ollo 
in  Ravenna  per  tre  anni,  e  presa  la  cittade,  l' uccise, 
e  distrusse  sua  gente  negli  anni  di  Cristo  4ÌB0,  e 
Teodorìco  rimase  re  e  signore  in  Italia,  avendo  lega 
e  amistà  con  Zeno  imperadore  di  Costantinopoli,  e 
da*  Romani  fu  ricevuto  a  grande  onore,  e  pacifica- 
mente tenne  Roma  e  Italia  grande  tempo,  e  tolse  per 
moglie  la  figliuola  del  re  di  Francia,  che  Lottieri  fi- 
gliuolo di  Clovis  ebbe  nome,  ma  poi  si  maculò  della 


*  ostaggio,  statico. 


34 


CRONICHE 


tornò  al  primo  soo  serrìgio  e  del  suo  maestro;  col 
quale  appresso  crescendo  Maometto  in  bonti,  gli 
diede  in  ipiardia  il  suo  maestro  i  suoi  cammelli,  e 
guidare  sue  mercatanzie,  le  quali  bene  avventurosa- 
mente avanzò.  E  morto  il  suo  signore  e  per  lo  suo 
buono  servigio,  alle  donna  piacque,  e  ebbe  affina  di 
lui;  e  poi  morto  il  marito,  il  si  fece  secondo  loro  co- 
stuma^ suo  marito,  e  fecelo  signore  d^ogni  sua  su- 
stanzia  e  di  molto  grande  avere.  Maometto  divenuto 
di  povertà  in  ricchezza,  si  montò  in  grande  orgoglio 
e  superbia  e  in  alti  intendimenti,  e  pensossi  di  pote- 
re essere  signore  di  tutti  gli  Arabi,  perocch*  erano 
grossi  di  senno  e  di  costumi,  e  non  aveano  nullo  si- 
gnore, né  re,  né  legge  :  e  egli  era  savio,  malizioso, 
e  ricco.  E  per  fornire  suo  proponimento,  prima  si 
fece  profeta,  e  predicava  a  quello  grosso  popolo,  i 
quali  viveano  sanza  legge.  E  per  avere  seguito  e  pon- 
dero, s**  accostò  con  uomini,  giovani,  poveri  e  biso-> 
gnosi,  e  ch^aveano  debito,  e  con  rubatori  e  disperati, 
seguendo  con  loro  ogni  peccato,  e  vivendo  con  loro 
a  comune  di  ruberìa  e  d^ogni  male  acquisto,  spezial- 
mente sopra  i  Giudei  cui  molto  disamava;  e  per  que- 
sto divenne  e  montò  in  istati)  e  signoria,  e  fu  molto 
dottato*  e  temuto  nel  paese,  e  quasi  come  uno  loro 
re  fu  temuto  per  lo  podere  e  senno  ch^'avea  tra  quella 
gente  barbera  e  grossa^  e  per  sua  superbia  più  bat- 
taglie ebbe  co**  signori  vicini,  e  più  volte  vinse,  e  fn 
sconfitto,  e  in  alcuna  battaglia  perde  de*  denti  dinan- 
zi. E  perchè  si  facea  profeta,  e  nelle  dette  battaglie 
in  alcune  fu  sconfitto,  onde  per  falso  profeta  fu  rim- 
procciato,  di  che  si  scusava  dicendo,  che  Dio  non 
volea  che  combattesse,  e  però  il  facea  perdere,  ma 
come  suo  messaggio  voleva  predicasse  al  popolo,  e 
ammaestrasse.  Il  quale  predicando,  dicea,  ch^era  so- 
pra tutti  i  profeti,  e  che  dieci  angioli  per  comanda- 
mento di  Dio  li  guardavano,  ed  era  messo  mandato 
da  Dio  per  dichiarare  la  legge  a' Giudei  e  a' cristiani 
data  da  Dio  a  Moises;  e  quale  contradicesse  la  sua 
^^gg^%  fosse  morto  di  spada,  e  i  figliuoli  o  moglie  di 
quello  cotale  fossono  suoi  servi,  e  tutta  loro  sustan- 
zia  in  sua  signorìa:  questo  fu  il  primo  suo  comanda- 
mento. Maometto  fu  di  sua  natura  molto  lussurìoso, 
e  in  ogni  villano  atto  di  lussurìa,  grazioso  era  colle 
femmine  Dicea  che  per  grazia  di  Dio  e*  poteva  più 
generare  che  quaranta  altrì  uomini,  e  però  tenea 
quìndici  mogli  e  più  altre  concubine,  ovvero  bagasce; 
e  per  gelosia  le  tenea  nascose  e  velate  il  viso,  per- 
chè non  fossono  vedute  e  conosciute  :  e  per  suo  e- 
semplo  sì  reggono  ancora  i  Saracini  di  loro  mogli. 
D*  altre  femmine  usava  quanto  potea  o  gli  piacea,  e 
più  volentierì  le  marìtate  che  Taltre;  e  di  ciò  essendo 
rìpreso,  e  cominciando  a  dispregiare  la  sua  dottrina 
e  predica,  si  fu  cacciato  co'  suoi  seguaci  della  città 
di  Lamech;  per  la  qual  cosa  se  n'  andò  ad  abitare  in 
un'  altra  città  alquanto  diserta  ove  abitavano  giudei 
e  pagani  e  idolatrì,  e  dura  e  selvatica  gente,  per  me- 
glio potere  usare  la  sua  falsa  dottrina  e  predica,  e 
commuovergli  tutti  alla  sua  legge.  E  fece  fare  in 
quella  terra  un  tempio  ov'egli  predicava:  e  per  iscn- 

'  n   discreto  lettore    vede   che  uou   è  da  soncrìvere  a 
tatto  che  r  A.  dice  di  Maometto.     *  rApntAto. 


sarsi  della  sua  disordinala  vita  d^  avoltarìo,  si  fece 
una  legge  seguendo  la  giudaica  del  vecchio  Testa- 
mento, che  qual  femmina  fosse  trovata  in  avolterìo 
fosse  morta,  salvo  che  con  lui,  perocch'  avea  per  co- 
mandamento dall*  agnolo  Gabbrìeilo  eh*  usasse  le  ma- 
rìtate per  potere  generare  profeti.  Ed  essendo  Mao- 
metto vago  d*  una  moglie  d' uno  suo  servo  per  sue 
bellezze,  e  toltala  e  giaciuto  con  lei,  il  manto  la 
cacciò,  e  Maometto  la  si  rìprese  e  tenne  co1l*altre  sae 
femmine;  e  per  conservare  il  suo  svolterò,  disse,  che 
ebbe  lettera  da  Dio  per  F  angelo  che  facesse  legge, 
che  quale  uomo  caccerà  la  moglie,  o  apponendole 
avoltero  e*  non  lo  provasse,  cVun  altro  la  si  possa 
prendere;  e  se  '1  prìmo  manto  mai  la  rìvolesse,  non 
la  possa  rìavere.  se  prìma  in  sua  presenza  un  altro 
uomo  non  giacesse  con  lei  carnalmente;  e  allora  era 
purgato  il  peccato,  e  ancora  il  tengono  i  Saracini 
Ancora  fece  legge  che  a  ciascuno  fosse  lecito  dis- 
verò e  usare  tante  mogli  e  concubine  quante  ne  po- 
tesse fornire,  per  generar  figliuoli  e  crescere  il  suo 
popolo;  e  fece  legge  che  ciascuno  potesse  usare  la 
sua  propria  cosa  sanza  peccato  a  sua  volontà  e  de^ 
siderìo,  e  questo  trasse  del  bestiale  paganesimo;  e 
fece  legge  che  quale  ancella,  cioè  serva,  ingrossasse 
di  Saracino,  fosse  franca;  e  così  retasse^  il  suo  fi- 
gliuolo come  quello  della  moglie  ;  e  se   fosse  cri- 
stiana, o  giudea,  o  pagana,  si  potesse  partire  libera 
a  sua  volontà,  lasciando  al  padre  di  cui  avesse  ac- 
quistato il  suo  figliuolo.  Queste  furono  le  prime  leggi 
che  fece  Maometto  da  se  medesimo.  B  avea  Mao- 
metto la  malattia  di  morbo  caduco,  che  spesso  cadea 
in  terra  e  dibalteasi,  e  schiumava  rolla  bocca  saaza 
sentimento:  e  quando  il  male  gli  era  passato,  per  cO" 
prìre  il  suo  difetto,  e  per  fare  meglio  credere  a  qo^a 
grossa  gente  il  suo  errore  e  falsa  dottrina,  dicea  che 
ciò  gif  awenia  quando  Iddio  volea  parlare  con  lui  e 
ammaestrarlo  delle  leggi  che  desse  al  popolo,  peroc^ 
che  non  era  possibile  di  vederlo  corporalmente  ;  sì 
il  rapia  T  agnolo  GabbrieYlo  e  portavalo  in  ispirilo,  e 
nel  rapire  lo  spirito,  avea  il  corpo  suo  quella  passio- 
ne.   Stando  Maometto  nel  cominciamento  di  questa 
sua  falsa  dottrina,  avvenne  per  sodduzione  del  dia- 
volo,  volendo  corrompere  la  santa  fede  cattolica,  che 
uno  monaca  cristiano  eh*  avea  nome  Chrcsius,  ovvero 
in  volgare  Sergio,  il  quale  era  grande  cherìco  in 
corte  di  Boma  e  scienziato,  ma  per  sue  male  opere  e 
falso  errore  fu  scomunicato  e  condannato  per  eretico, 
il  quale  per  paura  del  papa  si  partì  di  corte  :  e  u- 
dendo  già  la  fama  di  Maometto,  pasto  oltremare,  e 
di  là  si  rinnegò  la  fede  di  Cristo,  e  eoo  male  talento 
per  vendicarsi  del  papa  e  de'  veri  cristiani,  se  n'andò 
in  Arabia,  e  si  accozzò  con  Maometto,  e  trovollo  al 
cominciamento  ch^egli  predicava  la  sua  falsa  dottrina, 
ma  ancora  non  gli  era  data  troppa  fede;  si  gli  mo- 
strò il  detto  Sergio  come  la  sua  legge  volea  esser 
meglio  ordinata  e  fondata,  acciocché  '1  suo  popolo 
gli  credesse.  E  accostandosi  con  uno  giudeo,  simile 
rinnegato  di  sua  legge,  famigliare  di  Maometto,  molto 
savio  e  sagace,  questi  rinnegati  proflTerliai  per  con*- 
siglieri  di  Maometto,  gli  ricevette  allegramente,  e 


'  n^dMse  0  ereditasse. 


m  GIOVANNI  VILLANI. 


35 


fecegli  molto  grandi  maestri  appo  lui,  e  eglino  per 
loro  aatasia  feciono  grande  lui  appo  il  popolo,  fac- 
cendolo  signore  e  profeta  sopra  lutti  quelli  che  mai 
furono,  e  messo  di  Dio.  E  ordinarono  insieme  la  falsa 
dottrina  e  mala  legge  delFAlcaram,  traendo  in  parte 
quello  eh' a  loro  piacque  del  vecchio  Testamento  e 
de*  dieci  comandamenti  di  Moises,  e  così  del  nuovo 
e  vangelico  dì  Cristo,  della  fede  de*  cristiani,  e  parte 
della  legge  pagana  idolatra;  e  raccomunandole  insie- 
me colle  leggi  fatte  io  prima  e  poi  per  Maometto,  ne 
feciono  una  quarta  legge,  la  quale  fu  ed  è  errore  e 
confusione  della  fede  cristiana,  e  esiandio  della  giu- 
daica e  pagana,  mescolando  il  veleno  col  mele,  cioè, 
con  certe  parti  del  buono  delle  dette  leggi  che  vi 
misono,  mescolato  molto  del  falso  errore.  La  qual 
falsa  legge  per  lo  vizio  lascivo  e  largo  della  carna- 
lità, e  per  fona  d^'arme,  corruppe  non  solamente  i 
grossi  Arabi  di  quello  paese,  ma  il  paese  d"  Assiria, 
Persia,  e  Media,  e  Mesopotamia,  Soria^  e  Turchia,  e 
molte  altre  provincie  d*  oriente ,  e  poi  T  Egitto ,  e 
rAflftìca  tutta  inaino  in  Ispagna,  e  parte  della  Proen- 
za,  e  aknna  volta  si  distesono  in  Italia  e  nel  nostro 
paese  di  Roma  e  di  Toscana,  siccome  per  questa  e 
altra  cronica  si  potrà  trovare.  Lasceremo  a  dire  de* 
falsi  articoli  della  sua  legge,  che  a  questo  trattato 
non  ne  pare  di  necessità,  e  sono  disonesti  e  abomi- 
nevoli a  fame  io  questo  memoria;  ma  chi  lo  vorrà 
sapere  legga  rAIcaram  di  Maometto,  ove  tutte  le  sue 
costituzioni  e  decreti  vi  sono  per  ordine.  E  quando 
Maometto  fu  nell*  aggio  di  quarant*  anni,  fu  per  in- 
vidia da*  suoi  medesimi  avvelenato:  e  veggendosi  ve- 
nire a  morte,  comandò  che  la  sua  legge  fosse  osser- 
vata, e  chi  la  contradicesse  fosse  morto  rolla  spada: 
e  lasciò  che  lui  morto,  noi  dovessono  soppellire  in- 
fino  a  ti  e  dì,  perocché  di  certo  ave»  da  Dio,  ohe  in 
capo  de*  tre  dì,  in  anima  e  in  corpo  ne  sarebbe  por- 
tato in  cielo  dagli  angeli.  I  suoi  parenti  il  tennono 
dodici  dì,  tanto  che  forte  putire  facea  il  suo  corpo, 
e  non  fu  portato  in  cielo;  ma  lui  poi  imbalsimato,  il 
portarono  alla  sua  città  di  Lamech  onde  fu  nato,  e  in 
quella  nel  tempio  in  un*  arca  messo,  e  per  magistero 
di  ferro  con  forza  di  calamita,  la  detta  arca  col  suo 
corpo  sta  sospesa  in  aria  sanza  nullo  altro  lenimento. 
Al  cui  corpo,  di  Saracini  di  diversi  paesi  vi  vengono 
in  pellegrinaggio  con  grandi  oblazioni,  e  dicono,  che 
per  la  sua  santità,  per  miracolo  divino  sta  così  sos- 
peso in  aria.  Dopo  la  morte  di  Maometto,  molti  savi 
uomini  conobbono  il  falso  errore  e  dottrina  di  Mao- 
metto^ ed  essere  erronica,  e  da  quella  si  partirò,  e 
molto  popolo  fu  scommo'sso  e  ritratto  da  quella  legge. 
Ma  i  parenti  di  Maometto  i  quali  per  la  sua  signoria 
erano  grandi  e  potenti,  per  non  perdere  loro  stato, 
s^ordinaro  uno  successore  di  lui  al  modo  del  nostro 
papa,  il  quale  tenesse  e  guardasse  la  legge  di  Mao- 
metto, e  chiamarlo  per  soprannome  calif.  Bene  ebbe 
tra  loro  al  cominciamento,  per  la  invidia  della  signo- 
ria, grandissima  quistione,  e  per  gara  feciono  due 
calif,  e  r  uno  calif  dispoose  1*  altro,  e  feciono  addi- 
zioni e  correzioni  alla  legge  prima  delPAlcaram  di 
Maometto;  e  per  questa  cagione  nacque  tra  loro  er- 
rore, onde  si  partirono.  1  Saracini  del  levante  rìten- 
Bono  la  propria  legge  di  Maometto,   e  feciono  loro 


calif  dimorante  alla  nobile  e  grande  città  di  Baldaccs, 
e  quegli  d' Egitto  e  d*  AlTHca  ne  feciono  un  altro  in  * 
loro  paese:  e  tra  loro  fu  errore  con  diverse  maniere 
di  legge  erroniche  Tona  dall' altra.  Ma  nel  genero  * 
la  legge  delFuno  califfo  e  delPaPro  si  concordavano 
insieme  nella  larghezza  de'  diletti  carnali .  e  d*  altri 
vizi  lascivi;  per  la  qual  cosa,  come  detto  è  dinanzi, 
la  maggiore  parte  del  mondo  ne  è  contaminata.  E 
nota  che  per  certe  profezie  si  truova,  e  per  grandi 
astrolaghi  si  afferma,  che  la  detta  setta  de'  Saracini 
dee  durare  circa  ad  anni  700,  e  allora  de'  finire  e 
venire  meno.  Non  dichiarirò  se  cominciasse  alla  na- 
tività di  Maometto  o  alla  sua  morte,  o  quando  egli 
die  la  legge  agli  Arabi.  Lasceremo  dello  incomincia- 
mento  della  legge  de'  Saracini,  e  de'  fatti  di  Mao- 
metto loro  profeta,  eh'  assai  in  brieve  n'avemo  detto, 
e  torneremo  a  nostra  matera  de'  fatti  d*  Italia,  e  di- 
remo d*  un'  altra  perversa  e  barbara  gente  che  nella 
detta  Italia  vennono  e  signoreggiaro  un  tempo,  che 
furono  chiamati  Longobardi,  e  di  loro  principio,  e  di 
loro  geste,  e  fine;  perocché  furono  grande  cagione 
di  non  lasciare  reediflcare  la  nostra  città  di  Firenze 
per  lungo  tempo. 

CAPITOLO  IX. 
X>e'  successori  di  Roiario  re  de"  Longobardi. 

Dopo  il  detto  Rotario  re  de*  Longobardi,  onde 
addietro  facemmo  menzione  nel  capitolo  di  Narsete 
che  gli  fece  di  prima  venire  in  Italia,  regnò  Gisulfo. 
Questo  Gisulfo  fu  re  di  Puglia,  e  fece  suo  capo  in 
Benivento  che  si  chiamava  in  prima  Sannia,  e  tutta 
Puglia  disabitò  quasi  di  paesani,  e  abitò  di  Longo- 
bardi, e  feciono  la  legge  che  ancora  si  chiama  lon- 
gobarda, e  tengono  ancora  i  Pugliesi  e  gli  altri  Ita- 
liani, in  quella  parte  dove  danno  mondualdo  \  ov- 
vero in  volgare  manovaldo,  alle  donne,  quando  s'ob- 
bligano in  alcuno  contratto,  e  fu  buona  e  giusta  leg- 
ge. Questo  Gisulfo  assediò  Roma  e  'I  papa,  e  ebbe 
due  figliuoli:  1'  uno  ebbe  nome  Alberico  che  fu  re  in 
Lombardia,  e  V  altro  ebbe  nome  Grìmaldo  che  rimase 
re  in  Benivento,  e  là  morìo  per  torsi  sangue,  fati- 
cando suo  braccio  in  aprire  un  arco:  e  dopo  Grimaldo 
ne  fu  re  Romoldo  suo  figliuolo,  e  molta  persecuzione 
feciono  alla  Chiesa.  In  Lombardia  regnò  Alberico  e 
suoi  discendenti  appresso,  e  ebbono  grande  guerra 
con  quegli  della  ritta  di  Ravenna  in  Romagna,  In 
quale  era  la  maggiore  e  la  più  famosa  città  d'Italia 
appresso  Roma.  E  così  per  grande  tempo  signoreg- 
giarono Italia  i  Longobardi,  tanto  che  si  convertirono 
in  paesani  e  abitanti  di  tutta  Italia.  E  erano  di  diverse 
sette,  con  tutto  che  fossono  battezzati  :  'chi  era  cri- 
stiano, e  chi  arrìano  e  d'attri  errori,  e  chi  idolatri  e 
pagani;  e  così  stette  grande  tempo  Italia  maculata  dì 
errori,  e  di  signoria  tirannica  per  gli  Longobardi, 


'  generalmente. 

'  Mondualdo  o  manovaldo  vale  tutore  e  difenditore  delle 

donne  dato  loro  dalla  leicfce,  e  sensa  il  cui  consenso  non 

possono  obbligarei  né  &r  contratto  veruno.  Oggi  osasi  per 

decreto,  col  quale  il  magistrato  concede  alle  donne  di  pò- 

I  ter  dlnpom»  della  propria  dote. 


36 


CRONICIIE 


e  la  Chiesa  molto  abbassata  e  afDitta.  Dopo  Alberico 
regnò  re  de'  Longobardi  Eliprando  il  quale  fo  grande 
come  gigante,  e  per  la  grandezza  del  ano  piede  si 
prese  la  misura  delle  terre,  e  chiamasi  ancora  a**  no- 
stri tempi  pie  d' Eliprando,  il  quale  è  poco  meno 
d' ano  braccio  alla  nostra  misura,  e  così  è  intagliato 
alla  sua  sepnltura  a  Pavia.  Questo  Eliprando  fìi  cri- 
stiano, e  mandò  in  Sardigna  a  fare  rilroTare  Tossa 
e  1  corpo  di  santo  Agustino,  e  fecole  recare  in  I- 
talia,  e  per  divozione  infino  a  Genova  con  grande 
processione  venne  incontro,  e  poi  in  Pavia  le  rìpuose 
a  grande  onore  e  solennità  negli  anni  di  Cristo  725 

CAPITOLO  X. 

Come  Carlo  Martello  eenne  di  Francia  in  Italia  a 

richetta  della  Chiesa  coniro  a*  Longobardi^  e 

r  origine  della  città  di  Siena. 

Nel  tempo  del  detto  Eliprando,  tutto  che  fosse 
cristiano,  ma  per  la  sua  avarizia,  e  per  volere  occu- 
pare le  ragioni  della  Chiesa  Santa,  e  per  consiglio 
dello  imperadore  di  Costantinopoli,  cominciò  guerra 
co'  Romani  e  con  papa  Gregorio  terzo,  e  con  tutto 
suo  isforzo  venne  ad  assediare  il  detto  papa  a  Roma, 
egli  di  verso  Lombardia,  e  Grìmaldo  re  de'Sanniti  e 
Pugliesi  con  suo  isforzo  di  Puglia,  negli  anni  di  Cri- 
sto 735.  Per  la  qual  cosa,  fatto  concìlio  in  Roma,  la 
Chiesa  co'Romani  mandarono  in  Francia  per  soccorso 
a  Carlo  Martello,  il  quale  Carlo  fu  figliuolo  di  Pipino 
grande  barone  di  Francia  e  de*  dodici  peri,  il  quale 
governava  tutto  il  reame  e  lo  re  medesimo;  e  si- 
mile fece  il  detto  Carlo  Martello,  che  il  re  che  al- 
lora era,  chiamato  Ciperic,  avea  solamente  il  nome, 
ma  Carlo  la  forza  e  la  signoria:  e  fu  figliuolo  della 
serocchia  di  Dodone  re  d' Equitania,  e  poi  fb  padre 
del  buono  re  Pipino  padre  che  fu  di  Carlo  Magno;  e 
Martello  avea  soprannome,  perocché  'I  portava  in  so- 
pransegna.   E  in  fatti  fu  martello,  perocché  per  sua 
prodezza  percosse  tutta  Alamagna,  Sassogna,  Soavia, 
Baviera,  e  Danesmarche  infino  in  Norvea,  in  Inghil- 
terra, Equitania,  e  Navarra,  e  Spagna,  e  Borgogna, 
e  Proenza,  e  tutte  le  mise  sotto  la  sua  signoria,  e  j 
gli  fece  suoi  tributari    Poi  alla  richesta   del  detto 
papa,  passò  in  Italia  infino  in  Puglia,  e  liberò  Roma 
e  la  Chiesa  deiroccupazioni  de'Longobardi.^E  dicesi 
che  in  quel  tempo,  intomo  gli  anni  di  Cristo  740, 
fu  il  cominciamento  delP  abitazione  del  luogo  ov*  é 
oggi  la  città  di  Slena  per  la  gente  vecchia  e  non 
sana  che  passò  con  Carlo  Martello,  i  quali  rimasono 
in  quello  luogo,  come  addietro  é  fatta   menzione 
della  edificazione  di  Siena. 

CAPITOLO  XI. 

Come  Braco  Longobardo  re  di  Faglia  tonto 
aW  ubbidienui  di  Santa  Chiesa. 


Dopo  la  morte  d*  Eliprando,  succedette  Eraco 
che  regnò  in  Puglia.  Questo  Eraco  somigliante  al 
suo  anticessore,  ricominciò  guerra  colla  Chiesa  e 
con  papa  Zaccberia;  e  vegnendo  a  Roma  negli  anni 


di  Cristo  750  con  tutto  suo  isfono  di  Puglia  e  di 
Lombardia,  per  distruggere  Roma  e  '1  paese  d'intor- 
no, per  lo  detto  papa  là  predicato  per  modo,  che 
Iddio  ispirò  in  lui  la  sua  grazia,  e  convertissi  al- 
l' ubbidienza  di  Santa  Chiesa  egli  e  la  moglie  e'  fi- 
gliuoli, e  passò  oltremare  contra'  Saracini  e'  pagani. 
Per  la  nostra  fede  cristiana  fece  di  grandi  e  notabili 
cose  con  grande  vittoria  contra  Cosdre  re  di  Persia, 
e  diliberò  di  pregìone  i  cristiani  di  Gerusalem  e  dì 
Soria  presi  per  lo  detto  Cosdre  re  ;  e  racquistò  la 
santa  croce  di  Cristo  che  1  detto  re  di  Persia  avea 
tolta  di  Gerusalem  per  dispetto  de'  cristiani  ;  e  però 
s'ordinò  per  Santa  Chiesa  la  festa  dell'esaltazione 
della  santa  croce.  E  oltre  a  dò,  tornato  d'oltremare, 
il  detto  Eraco  per  l'amore  di  Cristo  lasciò  ogni  si- 
gnoria mondana,  e  rendési  monaco,  e  finì  in  santa 
vita.  E  la  statua  del  metallo  eh'  é  in  Barletta  in  Pu- 
glia, fece  fare  a  sua  similitudine  al  tempo  che  re- 
gnava in  gloria  mondana.  E  in  questi  tempi  si  trovò 
di  prima  lo  strumento  della  campana  per  uno  mae- 
stro della  città   di  Nola  in  Campagna,  e  però  fu 
chiamata  campana  o  Campania^  e  alcuni  la  obiamaro 
Nola^  e  la  prima  fu  recata  a  Roma  e  posta  nel  por- 
tico di  san  Giovanni  Luterano  di  piccola  e  grossa 
forma.  Ma  poi  cresciute  e  mi^iorate,  fae  ordinato 
per   Santa  Chiesa  si  sonasse  con  quelle,  a  onore  di 
Dio,   r  ore  del  di  e  della  notte 

CAPITOLO  xn. 

Come  Telofre  ré  de'  Longobardi  perseguito  Santa 
Chiesa^  e  come  il  re  F^no  a  richiesta  di  papa 
Stefano  venne  di  Francia  e  sconfisselo  e  preselo» 

Appresso  del  re  Eraco  succedette  nel  reame  di 
Lombardia  e  in  quello  di  Puglia  insieme,  Aristolfo, 
detto  in  latino  Telofre,  fratello  del  detto  Braco.  Que- 
sti fu  signore  di  grande  potenzia,  e  crudele,  e  nimico 
di  Santa  Chiesa  e  de'  Romani  ;  e  per  consiglio  di 
malvagi  e  ribelli  Romani,  prese  Toscana  e  la  vaRe 
di  Spuleto,  e  distrussele,  e  toglieva  cenai  per  ogni 
capo  d'uomo;  e  fece  congiura  con  Leone  e  Costan- 
tino suo  figliuolo  imperadori  di  CostantiDopoIi,  e  a 
sua  richiesta  passaro  a  Roma,  e  presonla  con  Telofre 
insieme,  e  rubaronla,  e  arsono  le  chiese  e'aanti  lao- 
ghi,  e  portarne  in  Costantinopoli  le  ricchezze  di 
Roma,  e  tutte  le  imagini  delle  chiese  di  Roma,  e 
per  dispetto  del  papa  e  della  Chiesa,  e  vergogna 
de'  cristiani  l' arse  tutte  in  fuoco,  e  molti  fedeli  cri- 
stiani distrussero  e  consumaro  in  Roma  e  in  tutta. 
Italia.  Per  la  qual  cosa  Stefano  papa  secondo  gli  sco- 
municò, e  tolse  per  ammenda  del  misfatto  alio  'mpe- 
rio  il  regno  di  Puglia  e  di  Cidlla,  e  stabili  per  di- 
creto,  che  sempre  fosse  di  Santa  Chiesa.  E  poi  non 
potendo  riparare  alla  forza  deMetti  tiranni  ed  a  tanta 
affiizione,  in  persona  n'  andò  in  Francia  a  Pipino 
prencipe  e  governatore  de'  Franceschi  a  richiederlo 
e  pregare,  che  venisse  in  Italia  a  difèndere  Santa 
Chiesa  contro  Telofre  re  de'Lombardi,  e  fece  al  detto 
Pipino  molti  brivilegi  e  grazie,  e  fecelo  e  confermò 
re  di  Francia,  e  diipuose  Ilderigo  re  cb^  era  della 
prima  schiatta,  perocch*  era  uomo  di  ninn  valore,  a 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


37 


readéii  monaco.  Il  quale  Pipilo^  fedele  e  amatore  di 
Santa  Chiesa,  il  ricevette  con  grande  onore,  e  poi 
con  tutto  suo  iafolto  col  detto  papa  Stefano  passò 
in  Italia  negli  anni  di  Cristo  755,  e  col  detto  Telo- 
*fre  re  de'  Lombardi  ebbe  grandi  battaglie.  Alla  fine 
per  fona  d*  arme  e  di  sua  gente,  il  detto  Telofre  fu 
Tinto  e  sconfitto  dal  buono  re  Pipino,  e  fece  le  co- 
mandamenta  del  papa  e  di  Santa  Chiesa,  e  ogni  am- 
menda, com'  egli  e'  suoi  cardinali  seppono  divisare  ; 
e  lisciò  alla  Chiesa  per  patti  e  brivilegi  il  reame  di 
Puglia  e  di  Cicilia,  e  '1  patrimonio  di  Santo  Piero.  E 
venato  il  detto  Pipino  in  Roma  col  detto  papa,  fu- 
TOiO  ricevuti  a  grande  ono*re  da^  Romani  :  e  U  detto 
Pipino  fu  fatto  patriee  di  Roma,  cioè  luogotenente 
d*  imperio,  e  padre  della  repubblica  de^  Romani.  E 
rimessa  Roma  e  Santa  Chiesa  in  sua  libertà  e  in  buo- 
no stato,  si  tornò  in  Francia,  e  fini  sua  vita  a  grande 
onore;  e  succedette  a  lui  re  di  Francia  Carlo  Magno 
sao  figUaolo, 

CAPITOLO  xm. 

Carne  Dé$iderio  figliuoio  df  Telofre  ricominciò  guer- 

ra  a  Samia  Chiesa,  per  la  guai  cosa  Carlo  Magno 

passò  in  Italia  e  sconfisselo^  e  prese  e  distrusse 

la  signoria  de*  Longobardi, 

Partito  il  re  Pipino  d'Italia  e  tornato  in  Fran- 
cia, si  riposò  in  alcuno  tranquillo  la  Chiesa  di  Roma 
e  '1  paese  d' intorno  uno  tempo,  per  V  accordo  che 
Pipino  avea  fatto  con  Telofre  re  di  Lombardia,  e  per 
la  vittoria  avuta  contra  lui;  ma  morto  Telofre,  Desi- 
derio ino  Ogliuolo  succedette  a  lui,  il  quale  maggior- 
mente che  il  padre  fu  nemico  e  persecutore  di  Santa 
Chiesa,  e  ruppe  la  pace,  e  allegossi  con  Costantino 
che  fn  Ogliuolo  di  Leone  imperadore  di  Costantino- 
poli, a  colle  sue  forze  fece  cominciare  guerra  in  Pu- 
§fis,  e  Desiderio  dall*  altra  parte  in  Toscana,  troppo 
SMggiore  che  '1  suo  padre  non  avea  di  prima  fatta. 
Per  la  qnal  cosa  Adriano  papa  che  allora  governava 
Suta  Chiesa,  numdò  in  Francia  per  Carlo  Magno  fi- 
glinolo di  Pipino  che  venisse  in  Italia  a  difendere  la 
Chiesa  dal  detto  Desiderio  e  da'suoi  seguaci;  il  quale 
Carlo  re  ài  Francia  passò  in  Lombardia  negli  anni  di 
Cristo  775,  e  dopo  molte  battaglie  e  vittorie  avute 
contra  Desiderio,  si  V  assediò  nella  città  di  Pavia  ;  e 
qieUa  per  assedio  vinta,  prese  il  detto  Desiderio,  e 
la  moglie,  e*  figliuoli,  sajvo  che  '1  maggiore  figliuolo 
ck'avea  nome  Algiso  si  fuggi  in  Costantinopoli  a  Co- 
itantino  imperadore,  e  sempre  guerreggiò.  Preso 
Deiiderìo  e  la  moglie  e'  figliuoli,  Carlo  Magno  gli 
fece  fare  la  fedeltà  a  Santa  Chiesa,  e  simile  a  tutti 
gli  baroni  e  città  d' Italia  ;  e  poi  ciò  fatto,  il  detto 
Desiderio  e  la  moglie  e'  figliuoli  mandò  in  Francia 
pngioni,  e  là  morirò  tutti  in  pregione,  e  così  falli 
h  sigsorìa  de'  re  de'  Lombardi,  detti  prima  Longo- 
Wrdi,  eh*  era  durata  205  anni  in  Italia,  per  la  forza 
tó  Fraaceachi  e  del  buono  Carlo  Magno,  che  mai 
poi  Bos  ebbe  re  ita  Lombardia.  Rene  rimasero  le 
de*  signori  e  de^  baroni  e  borghesi^  stratti* 


'  BoTfgkm^  eittadini,  che  aveano  larghe  tenuto  nt*  bor- 
iai •  tO]#.  D  tributo  che  UUora  pagavano  al  sigoort  del 
^^  diotvaai  horgaggio.     '  origSnaiii. 


di  Longobardi  ed  in  Lombardia  e  in  Puglia;  e  ancora 
oggi  ne  sono  in  nostro  volgare  certi  antichi  gentili 
uomini  che  noi  chiamiamo  Cattaui  '  lombardi,  derivato 
da'  detti  Longobardi  che  n'erano  stati  signori  d'Ita- 
lia. Carlo  Magno  avuta  la  detta  vittoria  venne  a  Ro- 
ma, e  dal  detto  Adriano  e  da'  Romani  fu  ricevuto  a 
grande  trionfo  e  onore;  e  appressandosi  Carlo  Ma- 
gno a  Roma,  vedendo  la  santa  città  di  Roma  di  su 
Montemalo,  discese  da  cavallo,  e  per  reverenza  ven- 
ne a  piò  inaino  a  Roma;  e  là  giungendo,  le  porte 
della  città  e  di  tutte  le  chiese  basciò,  e  a  ciascuna 
chiesa  offerse  riccamente.  E  giunto  in  Roma,  fu  fatto 
patriee  di  Roma,  e  gli  addirizzò  lo  stato  di  Santa 
Chiesa  e  de'  Romani  e  di  tutta  Italia,  e  rimise  in 
loro  franchigia  e  libertade,  abbattute  in  tutte  le  parti 
le  forze  dello  'mperadore  di  Costantinopoli,  e  del  re 
de'  Lombardi,  e  di  loro  seguaci,  e  confermò  alla 
Chiesa  ciò  che  Pipino  suo  padre  le  avea  dotato  \  e 
oltre  a  ciò  dotò  la  Chiesa  del  ducato  di  Spnleto  e  di 
Benivento.  E  nel  regno  di  Puglia  ebbe  più  battaglie 
contro  a'  Longobardi  e  ribelli  di  Santa  Chiesa,  e  as- 
sediò e  distrusse  la  città  di  Ucedonia  eh'  è  in  A- 
bruzzi  tra  l'Aquila  e  Sermone,  e  assediò  e  vinse  Tu- 
livemo  il  forte  castello  all'entrare  di  Terra  di  Lavo- 
ro. E  pih  altre  terre  del  regno  che  teneano  i  ribelli 
di  Santa  Chiesa,  e  tutti  gli  sottomise  a  sua  signorìa. 
E  ciò  fatto,  lasciando  Roma  e  tutta  Italia  in  pacifico 
stato  e  sotto  sua  signorìa,  bene  avventurosamente 
intese  a  perseguitare  i  Saracini  ch*aveano  occupato 
Proenza,  e  Navarra,  e  Spagna,  e  colla  forza  de'  suoi 
dodici  baroni  e  perì  di  Francia,  chiamati  paladini, 
tutti  gli  conquise  e  distrusse,  e  passò  oltremare  a 
rìchesta  dello  *mperadore  Michele  di  Costantinopoli  e 
del  patriarca  di  Gerusalem,  e  conquistò  la  Terra 
Santa  e  Gerusalem  che  Toceupavano  i  Saracini,  e  ac- 
quistò allo  'mperadore  di  Costantinopoli  tutto  lo/m- 
perìo  di  levante,  il  quale  aveano  occupato  i  Saracini 
e'  Turchi.  E  tornando  in  Costantinopoli,  tutto^  lo 
imperadore  Michele  gli  volle  donare  molti  grandissimi 
tesorì,  nulla  >olle  prendere,  se  non  il  legno  della 
santa  croce  e  *1  chiovo  di  Cristo,  lo  quale  in  Fran- 
cia ne  recò,  ed  è  oggi  in  Parigi.  E  tornato  in  Fran- 
cia, aignoreggiò  per  sua  prodezza  e  virtude  non  so- 
lamente il  reame  di  Francia,  ma  tutta  AJamagna, 
Proenza,  Navarra,  e  Spagna,  e  tutta  Italia. 

CAPITOLO  XIV. 

Della  progenia  di  Carlo  Magno^  e  di  suoi 

successori, 

E  imperciocché  questo  Carlo  Magno  fìi  di  grande 
affare  e  fu  per  sua  prodezza  e  bontà  rifatta  la  nostra 
città  di  Firenze,  come  innanzi  faremo  menzione,  vo- 
lemo  brievemente  fare  memoria  de*  suoi  discendenti 
che  furono  imperadori  e,  re  di  Francia,  infino  che 
falli  la  sua  schiatta  al  tempo  d'Ugo  Ciapetta  duca  di 


'  Coitane  era  l'ultimo  grado  di  nobiltà  nell'ordine  fen- 
dale, meno  di  Valvaasoro:  castellano,  signor  di  castella. 
'  dato  in  dote. 
'  Nota  tutto  per  tuUoM  col  modo  indicativo. 


38 


CRONICHE 


Orliens.  Appresso  Carlo  Magoo,  regnò  iroperadore  e 
re  di  Francia  Loia  suo  figliuolo  venUseì  anni;  poi  fv 
LoUìerì  suo  figliuolo  imperadore,  come  innanzi  fa- 
remo menzione,  e  Carlo  il  Calvo  V  altro  figliuolo  di 
Luis  fu  re  di  Francia  anni  trentaquattro.  Alla  fine, 
morto  Lotderi  suo  fratello,  fu  il  detto  Carlo  il  Calvo 
imperadore  due  anni,  e  T  altro  figliuolo  del  soprad- 
detto Luis,  che  per  lui  Luis  ebbe  nome,  fii  re  di  Ba- 
viera e  d*Alamagna,  e  di  là  rimasono  re  i  suoi  di- 
scendenti. Poi  morto  Carlo  il  Calvo,  fu  re  di  Francia 
Luis  il  Balbo  suo  figlinolo  due  anni.  Questi  non  ebbe 
lo  'mperìo,  ma  fu  imperadore  Luis  figliuolo  di  Lot- 
tierì  imperadore,  come  innanzi  faremo  menzione.  Poi 
di  questo  Luis  il  Balbo  re  di  Francia  rimase  la  mo- 
glie incinta  d*  uno  figliuolo  eh*  ebbe  nome  Carlo  il 
Semplice:  di  questo  Luis  il  Balbo  rimasono  ancora 
due  figliuoli  grandi,  V  uno  ebbe  nome  Luis,  e  V  altro 
Carlo  Magno  ;  ma  non  furono  di  diritto  maritaggio 
nati.   Questi  regnarono  cinque  anni,  e  furono  morti  ; 
e  dopo  la  loro  morte,  gli  baroni  diedono  il  reame  a 
Carlo  il  Grosso  imperadore,  che  fu  figliuolo  di  Carlo 
il  Calvo,  e  regnò,  essendo  imperadore,  cinque  anni 
re  di  Francia.  Questi  fu  quello  Carlo  che  pacificò  gli 
Normandi,  e  fece  parentado  con  loro,  e  fecegli  di- 
ventare cristiani,  e  diede  loro  Normandia,  come  in- 
nanzi sarà  menzione.  Ma  poi  questo  Carlo  divenne  si 
malato,  eh* era  perduto  del  corpo  e  della  mente  onde 
per  necessità  fu  disposto  dello  'mperio  e  del  reame, 
e  per  gli  baroni  dello  'mperio  fu  eletto  uno  Arnolfo 
imperadore,  come  innanzi  nella  storia  degli  impera- 
dori  sarà  menzione;  ma  non  fu  del  legnaggio  di  Car- 
lo, né  poi  non  ne  fu  niuno  imperadore  Francesco.  I 
baroni  di  Francia  disposto  Carlo  il  Grosso,  di  con- 
cordia feciono  re  di  Francia  Ugo,  ovvero  Oddo,  fi- 
gliuolo di  Ruberto  conte  d'Angieri,  e  regnò  nove 
anni,  e  fu  buono  uomo  e  dolce,  e  nudri  onorevol- 
mente Carlo  il  Grosso  eh'  era  malato  e  disposto.  Ma 
essendo  il  detto  Oddo   in  Guascogna,  i  baroni  di 
Francia  feciono  re  Carlo  il  Semplice  figliuolo  adpo- 
stumo^che  fu  di  Luis  il  Balbo  della  diritta  schiatta 
reale;  onde  sappiendo  ciò  Oddo,  crucciato  venne  di 
Guascogna  in  Francia,  e  fece  grande  guerra  per  cin- 
que anni,  e  poi  si  mori.   Questo  Carlo  il  Semplice 
regnò  re  ventisette  anni;  ma  essendo  lui  re,  parte 
de'  baroni  di  Francia  feciono  re  Ruberto  fratello  del 
sopraddetto  Oddo  d'Angieri,  e  ebbono  grande  guerra 
nel  reame  :  alla  fine  il  detto  Ruberto  fu  sconfitto  e 
morto  da  Carlo.  Ma  poi  il  detto  Carlo  il  Semplice  fu 
preso  da  Ruberto  conte  di  Vermandos^  eh*  era  del 
legnaggio  di  Ruberto  eh*  era  stato  re,  e  in  pregione 
il  tenne  a  Perona  tanto  che  morì.  Ma  lui  preso,  k 
moglie  di  Carlo  ch'era  serocchia  del  re  d'Inghilterra 
se  n'  andò  al  (rateilo  con  uno  suo  figliuolo  eh*  ebbe 
nome  Luis.  Poi  gli  baroni  di  Francia  feciono  loro  re 
Ridolfo  figliuolo  del  duca  di  Borgogna^  e  regnò  due 
anni  ;  ma  lui  morto,  i  baroni  mandarono  in  Inghil- 
terra per  lo  giovane  Luis  figliuolo  di  Carlo  il  Sem- 
plice e  fecionlo  re  di  Francia.  Questo  Luis  regnò  in 
Francia  ventisette  anni.   Questi  ebbe   per  moglie  la 
serocchia  del  prìmo  Otto  della  Magna  imperadore.  e 


ebbene  due  figliuoli,  Lottieri  e  Carlo  il  grande;  poi 
negli  anni  947.  fu  il  detto  Luis  preso  nella  città  di 
Leone  sopra  Rodano  da  Ugo  il  Grande  suo  nimico. 
Ma  ciò  sappiendo  Otto  imperadore,  venne  in  Francia, 
con  innumerabile  oste,  e  prese  la  città  di  Leone,  e 
trasse  di  pregione  il  re  Luis  suo  cognato,  e  poi 
puose  l'assedio  alla  città  di  Parigi  ov'era  il  detto  Ugo 
il  Grande,  e  rendési  egli  e  la  città  alla  mercè  del 
detto  Otto,  e  pacificò  insieme  con  Luis  re,  e  rimase 
Luis  in  sua  signoria.  Ma  lui  morto,  fu  fatto  re  di 
Francia  Lottieri  suo  figliuolo,  il  quale  regnò  tren- 
tun' anno,  e  ebbe  guerra  co'  Fiamminghi,  e  vinsegli, 
e  prese  il  ducato  del  Loreno  eh*  era  dello  'mperio. 
onde  Otto  secondo  imperadore  suo  cugino  ebbe 
guerra  con  lui,  e  corse  il  reame  di  Francia.  Alla 
fine  feciono  pace,  e  lasciò  allo  'mperio  il  Loreno. 
Poi  mirto  Lottieri,  fu  fatto  re  Luis  suo  figliuolo,  ma 
non  vivette  che  uno  anno,  e  rimase  sanza  reda;  e 
gli  baroni  di  Francia  feciono  loro  re  Ugo  Ciapetta 
duca  d'Orlieus  gli  anni  di  Cristo  998.  Allora  falli 
la  signoria  della  schiatta  di  Pipino  e  di  Carlo  Magno. 
Bene  rimase  in  vita,  regnando  Ugo  Ciapetta,  Carlo 
il  Grande  fratello  che  fu  di  Lottieri  e  zio  delPultimo 
Luis,  il  quale  fece  gran  guerra  a  Ugo  Ciapetta;  ma 
alla  fine  fii  il  detto  Carlo  sconfitto  e  morto,  e  rimase 
il  reame  paceficamente  a  Ugo  e  a  sue  rede  :  e  cosi 
regnò  il  legnaggio  di  Pipino  re  di  Francia  anni  236. 
Avendo  detto  brievemente  il  corso  e  signoria  de' 
successori  e  discendenti  di  Carlo  Magno  i  quali  ap- 
presso lui  furono  re  di  Francia,  «  tali  imperadori  di 
Roma  inftno  che  fallì  il  loro  lignaggio,  sì  n'  è  di 
nicessità  di  dire  ancora  di  quello  ch'adoperaro  gl'im- 
peradori  franceschi,  perocché  si  mischia  molto  alla 
nostra  materia,  per  le  novità  della  nostra  provincia 
d*Italia  e  della  Chiesa  di  Roma,  che  furo  a'  loro 
tempi  ;  e  però  torneremo  addietro,  come  Carlo  Ma- 
gno re  di  Francia  fu  fatto  imperadore  di  Roma,  e 
poi  degli  altri  imperadori  di  suo  legnaggio  che  fu- 
rono appresso. 

CAPITOLO  XV, 

Come  Carlo  Magno  re  di  Francia  fu  fatto 
imperadore  di  Roma, 

Carlo  Magno  tornalo  d'oltremaie  in  Francia, 
come  detto  avemo,  e  avendosi  sottoposto  Alamagna, 
Italia,  e  Spagna,  e  Proenza,  i  malvagi  Romani  co' 
possenti  Lombardi  e  Toscani  si  rubellaro  dalla  Chie- 
sa, e  in  Roma  presono  papa  Leone  terzo,  che  allora 
regnava,  andando  alla  processione  delle  Letanie^,  e 
abbecinarongli  gli  occhi,  e  tagliaro  la  lingua,  e  cac* 
ciaronlo  di  Roma.  E  come  piacque  a  Dio  per  mira- 
colo divino,  e  siccome  innocente  e  santo,  riebbe  U 
vista  degli  occhi  e  la  loquela  del  parlare,  e  andon- 
ne  in  Francia  a  Carlo  Magno,  pregandolo  che  ve- 
nisse a  Roma  a  rimettere  la  Chiesa  ^n  sua  libertà: 


'  liO  stessu  che  apoitumo,  oggidì  ^oitumo* 


'  Procession*  delle  Letanie  o  delle  Letane  era  detta 
quella  che  si  fa  nel  giorno  dì  S.  Bfarco,  25  aprile.  Cbia- 
mavaiiBi  Letanie  e  Letane  anche  le  persone  che  vanno  « 
processione.  Così  Dante,  Inf.  20  :  Al  i»«mo,  Ohe  femno  le 
Mane  t»  juetta  inondo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


89 


il  quale  Cirio  a  richiesia  del  detto  papa  Leone,  oon 
lui  iosieme  veune  a  Roma,   e  rimise  il  papa  e  la 
Chiesa  in  suo  stato  e  libertade,  e  fece  grande  ven- 
detta di  tutti  i  ribelli  e  nemici  di  Santa  Chiesa  per 
tutta  Italia.    Per  la  qual  cosa   il  detto  Leone  papa 
co*  suoi  cardinali  e  concilio  generale,  e  con  volontà 
de'Romani,  per  le  virtudiose  e  s  >nte  operazioni  fatte 
per  lo  detto  Carlo  Magno  in  istato  di  Santa  Chiesa  e 
di  tutta  cristianitade,  per  dicroto  leverò  lo  'mperio  di 
Roma  a**  Greci,  e  elessero  il  detto  Carlo  Magno  im- 
peradore  de^  Romani,  s'ccome  dìgnissimo  dello  'm- 
perio,  e  per  Io  detto  papa  Leone  fu  consacrato  e  co- 
ronato in  Roma  gli  anni  di  Cristo  801  con  grande 
solennità  e  onore  il  di  di  Pasqua.  Il  quale  Carlo  bene 
avventurosamente  imperiò  anni  quattordici  e  mesi  uno 
e  di  quattro,  signoreggiando  in  tutto  lo  ^mperio  del 
ponente,  e  le  province  dette  di  sopra,  e  eziandio  lo*m- 
peradore  di  Costantinopoli  era  a  sua  obbedienza:  e 
fece  edificare  tante  badie  quante  lettere  ha  nelP  ab- 
bicci, cominciando  il  nome  di  ciascuna  per  la  sua  let- 
tera. E  coronato  Luis  suo  figliuolo  dello  'mperio  e 
flel  reame  di  Francia,  dando  tutto  suo  tesoro  a**  po- 
veri per  Dio  in  questo  modo;  ch^  egli  lasciò  il  terao 
di  suo  tesoro,  il  quale  era  infinito,  a  tutti  i  poveri  di 
cristianità  mendicanti,  e  le  due  parti  lasciò  a  dispen- 
sare a  tutti  i  suoi  arcivescovi  di  suo  imperio  e  di  suo 
reame,  acciocché  gli  partissono  intra  gli  loro  vesco- 
vi, e  a  tutte  chiese,  e  monisteri,  e  spedali.  Questi 
sono  i  nomi  degli  arcivescovi  e  vescovi  principali  cui 
fece  suoi  esecutori:  quello  di  Roma,  ciò  fu  il  papa, 
Tarcivescovo  di  Ravenna,  e  quello  di  Milano,  e  '1  pa- 
triarca d'Aqnilea,  e  quello  di  Grado,  e  1  vescovo  di 
Firenze,  in  Italia:  in  Alamagna,  all'^arcivescovo  di  Co- 
togna, a  quello  di  Maganza,  a  quello  di  Trievi,  a 
quello  di  Liegge  :  a  quello  di  Senso,  a  quello  di  Bi- 
senzona,  a  quello  di  Leone,  a  quello  di  Vienna  in 
Borgogna,  a  quello  di  Ruem,  a  quello  di  Rema,  a 
quello  del,  Tono,  a  quello  di  Burgi  in  Francia,  a 
quello  di  Garent,  a  quello  di  Riens  in  Navarra,  a 
qneUo  di  Bordello  in  Guascogna  ;  e  questo  troviamo 
per  le  sue  croniche.  E  ciò  fatto,  santamente  rendo 
r  anima  a  Cristo  nella  terra  d'  Aquisgrana  in  Alama- 
gna,  e  là  fu  soppellito  a  grande  reverenza,  cioè  ad 
Asia  la  Cappella:  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  814,  e  vi- 
vette  settantadue  anni:  e  molti  segni  apparirò  innanzi 
a  sua  morte  come  raccontano  le  sue  croniche  de'fatti 
di  Francia.  Questo  Carlo  accrebbe  molto  la  Santa  Chie- 
sa e  la  cristianità  a  lungi  e  appresso,  e  fu  uomo  di 
grande  virtà. 

CAPITOLO  XVL 

Come  appresso  Carlo  Magno  fu  mperadore 
Lodovico  suo  figliuolo. 

Dopo  la  morte  di  Carlo  Magno,  succedette  allo^m- 
pefio  di  Roma  il  re  di  Francia  Lodovico  suo  figliuo- 
lo anni  venticinque.  Questo  Lodovico  ebbe  in  prima 
grande  guerra  con  due  suoi  fratelli,  ciò  furo  Carlo  e 
Pipino;  e  Tuno  gli  rubellò  Lamagna,  e  Feltro  Spagna; 
e  poi  le  rivinse  loro  per  forza,  e  finirono  male.  E 
ebbe  il  detto  Luis  tre  figliuoli:  il  primo  LotUeri,  e 


fecelo  signora  in  Italia  e  luogotenente  dello  'mperìo; 
il  secondo  ch'ebbe  nome  Pipino  fece  re  d'Eqnitania, 
il  tereo,  detto  Luis,  fece  re  di  Baviera  e  d'Alamagna: 
e  dicesi  che  quegli  della  casa  di  Baviera  sono  stratti 
di  quello  lignaggio.  Poi  ebbe  Luis  d*  un' altra  moglie 
uno  figliuolo  ch'ebbe  nome  Carlo  il  Calvo,  e  fu  poi 
re  di  Francia  trentaquattro  anni,  e  alla  fine  fu  impe- 
radere  due  anni,  morto  Lottieri  imperadore  suo  fra- 
tello. Poi  tutti  gli  detti  figliuoli  di  Luis  col  loro  padre 
distrussono  Brettagna.  Poi  nacque  dissensione  grande 
tra  lui  affiglinoli,  i  quali  si  rubellaro  da  Luis,  e  aRe- 
garonsi  col  papa,  il  quale  papa  Gregorio  quarto  colli 
suoi  cardinali  il  dispuosono  dello  'mperìo  per  certe 
false  accuse  fatte  contra  lui,  e  rendési  monaco  in  san 
Marco  in  Sassogna;  il  quale  papa,  quello  anno  mede- 
simo trovando  il  vero,  si  ripentè  e  rimiselo  in  sua 
dignità,  e^  figliuoli  medesimi  si  riconobbono^  e  tor- 
nerò alla  sua  obbedienza. 

CAPITOLO  XVII. 

Come  i  Saracini  di  Barberia  passarono  m  Italia 
e  f^ono  sconfiiH  e  MH  morti. 

Al  tempo  di  questo  Luis,  ovvero  Lodovico,  re  di 
Francia  e  imperadore,  e  di  Gregorio  papa,  per  alquanti 
grandi  uomini  di  Roma  e  scellerati  e  fuori  d^ogni  fe- 
de, per  loro  tirannia  vollono  guastare  lo  'mperio,  con 
giura  '  e  ordine  di  certi  grandi  Toscani  ;  manderò  al 
soldaoo  de'Saracini  che  venisse  a  Roma  e  possedesse 
Italia;  i  quali  Saracini  passarono  con  grande  navilio 
in  Italia,  e  fu  si  grande  moltitudine,  che  copria  la 
terra  come  i  grilli,  e  coraero  e  guasterò  Cicilia  e  Pu- 
glia, e  assediaro  Roma  e  presono  la  parte  della  città 
Leonina  ov'  è  la  chiesa  di  San  Piero,  e  di  quella  fe- 
ciono  stalla  di  cavalli,  e  disfeciono  la  chiesa  di  San 
Piero  e  di  San  Paolo,  e  più  altre  di  fuori  di  Roma,  e 
poi  tutta  Toscana  guasterò.  Il  detto  papa  Gregorio 
mandò  per  soccorao  in  Francia  a  Lodovico  imperado- 
re, e  in  Lombardia  al  marchese  di  Monferrato;  il  quale 
Guido  marchese  co*Lombardi  prima  venne,  e  poi  Lo- 
dovico coTranceschi;  e  dopo  molte  battaglie  e  spar- 
gimento di  sangue,  i  Saracini  cacciarono  d' Italia,  e 
andandone  in  AflHca,  in  alto  mare  per  tempesta  tatti 
annegaro;  e  ciò  fu  negli  anni  di  Cristo  835. 

CAPITOLO  xvni. 

Ancora  come  i  Saracini  passarono  in  Calnera 
e  Normandia  in  Francia. 

Dopo  il  detto  Lodovico  imperiò  Lottieri  anni 
dieci.  Questo  Lottieri  simigliente  '  ebbe  guerra  co* 
fratelli  per  volere  il  reame  di  Francia  che  tenea  Carlo 
il  Calvo,  e  combattè  con  loro,  e  fu  sconfitto  in  Al- 
zurro;  per  la  qual  cosa  lo'mperìo  molto  abbassò,  che 
i  possenti  Lombardi  e  Italiani  non  lo  ubbidieno,  ma 
si  recarono  a  tiranno,  e  signoreggiavano  chi  più  po- 
tea.  E  per  questa  cagione  i  Saracini  anche  a  rìchesta 
de'  tiranni  passarono  in  Italia,  in  Puglia,  e  in  Cala- 


'  si  ravvidero.     '  conglur*.     *  pure,  medesimamente. 


40 


CROMICHE 


vra;  e'  Normandi,  ciò  furono  Norvechi  di  Nonrea,  per 
maro  paasaro  in  Gallia,  e  distnusono  quasi  tutta  Fran- 
cia, e  eiò  fu  negli  anni  di  C^ato  847,  onde  lo  impe- 
rio di  Roma  e  *l  reame  di  Francia  molto  abbassò.  Per 
la  qual  cosa  Lottieri,  per  dolore,  lo  *mperìo  e  parte 
del  reame  che  tenea  dal  fiume  dello  Scatto  a  Reno 
lasciò  al  figliuolo,  e  fecesi  monaco  e  religioso  di  santa 
vita.  A  costui  tempo  Leone  papa  quarto  rifece  la  Chie- 
sa di  san  Piero  e  di  san  Paolo,  e  tutte  le  chiese  di 
Roma  disfatte  da^  Saracini,  e  fece  le  mura  della  città 
detta  Leonina  intomo  a  san  Piero,  e  per  suo  nome 
così  fu  chiamata. 

CAPITOLO  XIX. 

Come^  e  in  cui  fallì  lo  ^mperio  e  reame  di 
Francia  alla  progenia  di  Pipino, 

Dopo  Lottieri  imperiò  Luis  secondo  suo  figliuolo 
ventuno  anno.  Questi  ebbe  molte  battaglie  co*  Romani 
e  co"*  Toscani,  perchè  non  ubbidieno  lo  'mperio  ;  e  al 
suo  tempo  il  reame  di  Francia  ebbe  molte  avversità 
da'  Normandi.  Dopo  costui  fu  imperadore  Carlo  se- 
condo figliuolo  di  Luis  primo,  detto  Carlo  Calvo.  Que- 
sti venne  a  Roma  e  per  podere  di  sua  moneta  che 
spese  '  a*  possenti  Romani  e  a  papa  Giovanni  ottavo, 
si  fece  coronare  imperadore,  e  non  regnò  che  ventun 
mese  ;  e  in  questo  tempo  Luis  di  Baviera  suo  fratello 
gli  fece  guerra,  e  gli  occupò  parie  dello  *mperìo  a* 
confini  di  Francia.  Questo  Carlo  rifece  tutte  le  chiese 
disfatte  da'  Saracini  in  Italia,  e  cacciogli  di  Cicilia;  e 
tornando  Carlo  Calvo  la  seconda  volta  da  Roma,  Hi 
da  uno  medico  giudeo  avvelenato,  e  morì  a  Vercelli 
hi  Lombardia,  e  '1  suo  corpo  da*  suoi  fu  portato  in 
Francia  a  san  Dionisio.  B  dopo  il  detto  Carlo  il  Calvo 
succedette  a  lui  Carlo  il  terxo,  il  quale  fa  chiamato 
Carlo  il  Grosso,  e  imperiò  anni  dodici,  e  degli  ultimi 
dodiéi  anni  gli  cinque  anni  fu  imperadore  e  re  di 
Francia,  perocch*era  morto  Luis  il  Semplice  suo  sio 
re  di  Francia,  a  figliuoli  sanu  reda^  Ma  al  fine  il 
detto  Carlo  il  Grosso  ammaloe  per  modo,  che  quasi 
era  perduto,  sicché  per  nicessità  da^  baroni  fu  dispo- 
sto dello  *mperìo  e  del  reame.  Al  tempo  di  costui  i 
Normandi  e  quegli  di  Danesmarche  distrussero  e  gua« 
staro  gran  parte  di  Francia  e  d'Alamagna,  per  la  qual 
cosa  il  detto  Cario  il  Grosso  innansi  che  fosse  per- 
duto della  malattia,  andò  contra  le  dette  genti  con 
tutto  suo  isforzo  infino  in  Alamagna.  I  Normandi  veg- 
gendo  la  potenzia  dello  *mperadore,  si  pacificaro  con 
lui,  e  il  loro  re  tolse  per  moglie  la  sua  cugina  fi- 
gliuohi  che  fu  di  Luis  il  Semplice  re  di  Francia,  e 
per  mano  del  detto  Carlo  si  fece  batteixare  cristiano, 
e  tutte  sue  genti  per  lui  si  feciono  cristiani;  e  non 
volendo  tornare  in  loro  paesi,  si  diede  loro  il  det- 
to Carlo  ad  abitare  la  contrada  e  paese  che  allora 
si  chiamava  Laida  Serena,  la  quale  per  loro  nome  poi 
sempre  fu  chiamata  Normandia,  e  ciò  fu  negli  anni  di 
Cristo  890,  e  il  primo  duca  de*  Normandi  ebbe  nome 


Ruberto  del  cui  lignaggio  discesono  valenti  signori, 
come  innanzi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  XX. 

Di  quello  medesimo,  e  come  regnaro  appresso 
il  lignaggio  d'Ugo  dapetta. 

Appresso  che  fu  disposto  dello  *mperìo,  come 
detto  avemo,  Carlo  il  Grosso,  i  baroni  elessero  impe- 
radore Arnolfo,  ovvero  Arnoldo,  uno  barone  di  Fran- 
cia, ma  non  fu  del  lignaggio  di  Carlo  il  Magno.  Que- 
sti regnò  dodici  anni,  ma  poco  si  travagliò  de*  fatti 
d'Italia,  se  non  in  tanto  che  per  sua  forza  fece  fiure 
papa  Sergio  terzo,  il  quale  fece  nella  Chiesa  molte 
grandi  mutazioni  contra  i  suoi  anticessori,  come  la 
cronica  martiniana  fa  menzione.  Questo  Arnolfo  com- 
battè in  Maganza  con  Danesmarchi  e  Normandi,  e  vin- 
segli  e  cacciogli,  che  quarant*anni  Alamagna  e  Fran* 
eia  aveano  soggiogata.  Questi  alla  fine  per  malizia 
divenne  perduto,  e  lo  'mperìo  de*  Romani  ch*era  ap- 
po" Franceschi,  al  suo  tempo  falli  e  venne  meno,  gli 
anni  di  Cristo  901.  B  non  solamente  filD  lo  *mperio 
a"  Franceschi,  ma  eziandio  la  signorìa  d*  Alamagna  al 
suo  figliuolo  e  successore  gli  anni  di  Cristo  910,  che 
Currado  primo  tedesco  ne  fu  fatto  re,  e  fallì  a*  Fran- 
ceschi k  signorìa  di  Spagna,  e  di  Navarra,  e  Proen- 
za,  e  non  passò  anni  ottanta,  che  al  tutto  fMlì  il  le« 
gnaggio  di  Carlo  Magno,  che  non  furono  re  di  Francia 
dal  tempo  d' Ugo  Ciapetta  duca  d*  Orliena,  come  ad- 
dietro facemmo  menzione,  gii  anni  di  Cristo  900:  e 
così  mostra  che  sette  fossero  gì*  imperadorì  franoe- 
schi,  che  sei  furono  del  lignaggio  del  buono  Pipino. 
Durò  lo  *mperìo  appo*  Franceschi  discendenti  di  Cario 
Magno  per  cento  anni,  e  per  loro  discordie  finlo  in 
loro  lo  *mperìo,  e  ritornò  agi*  Italiani  ;  perocché  noa 
atavano  '  gli  Romani  dalle  ingiurie  de*  Lombardi  e  de' 
Toscani,  né  *1   papa,  né  la  Chiesa  da*  tiranni  ehe  la 
perseguieno;  e  dove  i  loro  anticessori  aveano  fatto  le 
chiese  e  dotate  riccamente,  per  loro  erano  distratte 
e  rubate.  Avemo  detto  sì  lungamente  delio  *mperio  e 
de*  re  de*  Franceschi,  lasciando  nostra  materia  de*fkti 
di  Firenze,  per  continuare  le  novitadi  e  persecuzioni 
che  a*  loro  tempi  ebbono  gli  Ronumi  e  quasi  tutta  1^ 
talia  da*Saracini,  e  dalle  discordie  de'Loaibardi  di*eb<- 
bono  colla  Chiesa;  per  la  qual  cosa  la  città  (fi  Firenze 
di  poco  tempo  rifatta,  per  le  dette  avveraitadi  poco 
accrebbe  o  venne  in  istato.  Lasceremo  le  storie  de' 
Franceschi  e  torneremo  addietro  a  nostra  materia,  per 
contare  come  la  città  di  Firenze  fu  rifatta  e  ristorata 
al  tempo  del  buono  Cario  Magno  ;  ma  prima  diremo 
di  suo  avverso  stato  innanzi  ch'ella  fosse  rifatta. 

CAPITOLO  XXI. 

Cdme  la  eillà  di  Fkenss  steUe  guasta  e  disfatta 

350  anni. 


'  proftise. 

^  Modo  troppo  ricido  e  doq  imitabile.  Vale:  suo  tio  f 
di  Fronda,  qwmUì  a  figliuoli^  aenxa  eredi;  che  è  «  dire  : 
fUM  Qvta  figlimli  tredi}  9m  li  oftri  (ki  ino  Kifi^Ne. 


Dopo  la  distruzione  della  città  di  Firenze  fatta 
per  Totile  Plagelhm  Dei,  come  addietro  è  fìitta  men- 
zione, stette  così  disfatta  e  diserta  intorno  di  350 


*  diftoderuio.   Cosi  Dante,  Inf.  1:    Vedi  la  bestia,  per 

cu*  io  mi  vMi  dettami  4a  ^  fimm  ssggio. 


DI  GIOVAISNI  V1LLAT41. 


41 


anni,  per  lo  male  stato  di  Roma  e  dello  'mperìo,  il 
quale  prima  da'  Goti  e  Vandali,  e  poi  da*  Longobardi 
e  Greci  e  Saracini  e  Ungari  fue  perseguitato  e  ab- 
bassato, come  addietro  è  fatta  mensione.  Ben  v"  avea 
ov*  era  stata  Firenze  alcuno  borgo  e  abitanti  intomo 
al  duomo  di  santo  Giovanni,  per  cagione  chV  Fieso- 
lani  vi  facevano  mercato  un  dì  della  settimana,  e  chia- 
mavasi  Campo  Marti,  per  l'antico  nome,  perocché 
prima  sempre  da'  Fiesolani  era  loro  mercato,  e  così 
chiamato  anzi  che  Firenze  si  facesse.  Avvenne  per 
più  volte  infra  1  detto  tempo  che  la  città  era  guasta 
e  disfatta,  che  qne*  cotanti  abitanti  de'  borghi  e  del 
mercato,  coir  aiuto  di  certi  nobili  del  contado  che 
anticamente  erano  stati  stratti  de'  Fiorentini  primi  cit- 
tadini, e  di  quelli  de'  villaggi  intorno,  vollero  più 
volte  richiudere  di  fossi  e  di  steccati  alcuna  parte 
della  città  intomo  al  duomo;  ma  per  quelli  della  citta 
di  Fiesole,  e  col  loro  aiuto  i  conti  da  Mangone,  e  di 


Hontecareiy,  e  di  Capraia,  e  da  Certaldo  ch'erano 
tutti  d'uno  lignaggio  co'  eonti  da  Santaflore  stralli 
di  Longobardi,  si  mettevano  a  riparo  e  contaste  ^  • 
non  la  lasciavano  rifare;  ma  quello  che  si  focea,  per 
forza,  vegnendo  armati  e  possenti,  il  faceano  abbat- 
tere e  disfare,  sicché  per  questa  cagione,  e  per 
r  avversitadi  eh'  aveano  i  Romani,  siccome  addietro  é 
fatta  menzione,  e  perché  i  Fiesolani  sempre  si  ten- 
nono  co'  Goti,  e  poi  co'  Longobardi  e  con  tutti  i  ri- 
belli e  nemici  dello  'mperio  di  Roma  e  di  Santa  Chio- 
sa, e  erano  per  la  loro  forza  sì  possenti  e  grandi  che 
non  n'aveano  contasto  da  niuna^  loro  vicino,  non  sof- 
ferieno  che  la  città  di  Firenze  si  rifacesse;  e  per  que- 
sto modo  stette  lungo  tempo,  infino  che  Dio  pose  fine 
air  avversità  della  città  di  Firenze,  e  recolla  a  salute 
delU  sua  reparazione,  come  per  noi  si  tratterà  nel 
seguente  capitolo,  e  terzo  libro. 


LIBRO  TERZO 


CAPITOLO  I. 

Come  la  ciiià  di  Firenze  fu  redifkaia  colla  po^ 
ien»ia  di  Cario  Magno  e  de*  Romatèi,  lortMiùio 

alquanio  addietro. 

Avvenne,  come  piacque  a  Dio,  che  al  tempo  del 
buono  Carlo  Magno  imperadore  di  Roma  e  re  di 
Francia,  di  cui  addietro  avemo  fatta  lunga  memoria, 
dappoich'ebbe  abbattuta  la  tirannica  superbia  de'Lon- 
gobardì  e  de'Saracini,  e  degl'infedeli  di  santa  Chiesa, 
e  messa  Roma  e  lo  'mperio  in  buono  stato  e  in  sua 
libertà,  siccome  addietro  ò  fatta  menzione,  certi  gen- 
tili e  nobili  del  contado  di  Firenze,  che  si  diceano 
che  caporali  furono  i  filii  Giovanni,  i  filii  Guineldi,  e 
i  filli  Ridolfi^  stratti  degli  antichi  nobili  cittadini  della 
prima  Firenze,  si  congregarono  insieme  con  quelli  co- 
tanti abitanti  del  luogo  ove  fu  Firenze,  ed  altri  loro 
seguaci  abitanti  nel  contado  di  Firenze,  e  ordinerò  di 
mandare  a  Roma  ambasciadori  de*  migliori  di  loro  a 
Carlo  imperadore,  e  a  papa  Leone,  e  a'  Romani,  e 
così  fu  fililo;  pregandogli  che  si  dovessono  ricordare 
della  loro  figliuola  hi  città  di  Firenze,  la  quale  fu  gua- 
sta e  distratta  da'  Goti  e  Vandali  in  dispetto  de'  Ro- 
DMUii,  acciocoh'ella  si  rifacesse,  e  che  a  loro  piacesse 
di  dare  forza  di  gente  d'arme  a  riparare  i  Fiesolani  e 
loro  seguaci  nemiei  de'  Romani,  che  la  città  di  Firen-^ 
se  Bon  lasciavano  redificare.  I  quali  ambasciadori  da 
Carlo  imperadore  e  dal  papa  e  da'  Romani  onorevol- 


'  Queste  casate  s!  dicevano  anche  Figiovanni,  Figo!- 
n^di,  Firìdolfl.  Si  raccoglie  dalle  storie  fiorentine  del  Ma- 
lispini*  Fir.  1816. 


mente  furono  ricevuti,  e  la  loro  petizione  accettata 
benignamente  e  volentieri  ;  e  incontanente  lo'  mpera- 
dore  Carlo  Magno  vi  mandò  le  sue  forze  di  gente 
d'arme  a  piede  e  a  cavallo  in  grande  quantità,  e'  Ro- 
mani feciono  dicreto  e  ordine,  che  come  i  loro  anti- 
cessorì  aveano  fatta  e  popolata  prima  la  città  di  Fi- 
renze, cosi  vi  andassero  a  redificare  e  ad  abitare  delle 
migliori  schiatte  di  Roma  e  di  nobili  t  di  popolo,  e 
cosi  fii  fatto.  Con  quell'oste  dell'imperadore  Carlo  Ma- 
gno e  de'  Romani  vi  vennono  quanti  maestri  avea  in 
Roma,  e  per  più  tosto  murarla  e^  afforzarla,  e  dietro 
a  loro  gli  seguì  molta  gente  \  e  tutti  i  contadini^  di 
Firenze,  e  de'  fuggiti  cittadini  dì  quella  d'ogni  parte, 
sentendo  la  novella,  si  raunaro  coli'  oste  de'  Romani 
e  dello  'mperadore  per  redificare  U  città  ;  e  giunti 
ov'  è  oggi  la  nostra  città,  in  su  V  anticaglia  e  calci- 
nacci disfatti  s'  accamparono  con  trabacche  e  padi- 
glioni. I  Fiesolani  e  loro  seguaci  veggendo  V  oste 
dello  'mperadore  e  de'  Romani  sì  grande  e  possente, 
non  s'ardirò  a  combatter  con  loro,  ma  tegnendosi  aUa 
fortezza  della  loro  città  di  Fiesole  e  a  loro  castella 
d' intorno,  davano  quanto  sturbo  poteano  alla  detta 
redificazione.  Ma  il  loro  podere  fu  niente  appo  la  for- 
za de^  Romani,  e  dell'oste  dell'imperadore,  e  de'rau- 
nati  discendenti  de'  Fiorentini  ;  e  cosi  cominciaro  a 


'  V.  A.  contrasto.  Bocc.  nov.  41-31:  Sema  edam  con- 
taato  dola  loro  da  UtiUi  la  ina  eco.  Dieevasi  anche:  con' 
toiiatrc,  contoitatOf  contastatore, 

^  Intendi:  da  ninna  forza^  od  anche  da  niuna  eUtà  peata 
loro  vicino. 

*  Frammetti  per.  Le  due  ó  di  questo  inciso  stanno  per 
«i,  e  #1,  maniera  che  manca  alla  Crusca. 

^  abitanti  del  contado. 


42 


CRONICHB 


rifare  la  città  di  Firente,  non  però  d^Ua  ^randeua 
ch^era  stata  in  prima,  ma  di  minore  aito,  come  ap- 
presso sarà  menuone,  acciocché  più  tosto  fosse  mu- 
rata e  afforzata,  e  fosse  riparo  come  battifoUe  della 
città  di  Fiesole;  e  ciò  fa  negli  anni  di  Cristo  801  al- 
Tentrata  del  mese  d*  aprile,  E  dicesi  che  gli  antichi 
aveano  oppinione,  che  di  rifarla  non  s*  ebbe  podere, 
se  prima  non  tu  ritrovata  e  tratta  d*  Arno  V  imagine 
di  marmo,  consecrata  per  li  primi  edificatori  pagani 
per  nigromaniia  a  Marti,  la  quale  era  stata  nel  fiume 
d*Arno  dalla  distruzione  di  Firenze  infino  a  quello 
tempo;  e,  ritrovata,  la  puosero  in  su. uno  piliere  in 
su  la  riva  del  detto  fiume,  ov'  è  oggi  il  capo  del 
ponte  vecchio.  Questo  non  affermiamo,  né  crediamo, 
perocché  ci  pare  oppinione  di  pagani  e  d*  aguri,  e 
non  di  ragione,  ma  grande  semplicità,  ch^una  sì  fatta 
pietra  potesse  ciò  adoperare;  ma  volgarmente  si  di- 
cea  per  gli  antichi,  che  mutandola,  convenia  che  la 
città  avesse  grande  mutazione.   B  dissesi  ancora  per 
gli  antichi,  ch^e*  Romani  per  consiglio  de^  savi  astro- 
lagi,  al  comùiciamento  che  rifondaron  Firenze,  pre- 
sono l'ascendente  di  tre  gradi  del  segno  dell' ariete, 
essendo  il  sole  nel  grado  della  sua  esaltazione,  e  la 
pianeta  di  Mercurio  congiunta  a  grado  col  sole,  e  la 
pianeta  di  Marti  in  buono  aspetto  delFascendente,  ac- 
ciocché la  città  multiplicasse  per  potenzia  d*  arme,  e 
di  cavallerìa,  e  di  popolo  sollecito  e  procacciante  in 
arti,  e  ricchezze,  e  mercatanzie,  e  germinasse  d*assai 
figliuoli  e  grande  popolo.  E  in  quegli  tempi,  secondo 
che  si  dice,  li  antichi  Romani  e'  tutti  i  Toscani  e 
glltalici,  tutto  fossero  cristiani  battezzati,  ancora  te- 
neano  certe  orliquie^a  costume  di  pagani,  e  seguieno  i 
loro  cominciamenti  secondo  la  costellazione;  con  tutto 
che  questo  non  si  affermi  per  noi,  perocché  costella- 
zione non  é  di  necessità,  né  può  costringere  il  libe- 
ro arbitrio  degli  uomini  né  il  giudicio  di  Dio,  ma 
secondo  i  meriti  e  peccati  de*  popoli.   Ma  in  alcuna 
operazione  pare  che  si  dimostra  U  influenza  della  co- 
stellazione detta,  che  la  città  di  Firenze  è  sempre  in 
grandi  mutazioni  e  dissimulazioni'  e  in  guerra,  e  tal- 
ora in  vittoria,  e  talora  il  contrario,  e  sono  i  citta 
dini  di  queUa  frequentati  '  in  mercatanzie  e  in  arti. 
Ma  la  nostra  oppinione  é  che  le  discordie  e  muta- 
zioni de^  Fiorentini  sieno  come  dicemmo  al  comin- 
damento  di  questo  trattato:  la  nostra' città  fue  popo- 
lata da  due  diversi  popoli  in  ogni  costume,  siccome 
ftirono  i  nobili,  e  crudi,  e  aspri  Romani  e  Fiesolani  ; 
per  la  qual  cosa  non  é  maraviglia,  se  la  nostra  città 
é  sempre  in  guerra  e  mutazioni  e  dissensioni  e  dis- 
simulazioni. 


CAPITOLO  II. 


'  V.  A.  reliquia,  rìmssuglio,  «vanzAtìccio 

'  Di$9ÌmvUuicne    qui   vale   in  genere  /mgione,  inganno  : 

come  od    libro  K  diètvimdafrt  sta  per  faltr^icairt:  A  far 

di$9imulart  giffàUa  moneta.  Propriamentei  dice  il  Bati(Inf. 

29.  2),  <{t0ffHiiHZa«M>iff  h   negar  qoeUo   che  è  vero,  tmula- 

sÙMM  finger  vero  quello  che  non  è. 

'  Frequintani  o  frequtntaire  ian  una  casa  vale  ixnpiegar- 

vÌ8Ì  con  frequenta,   farla  spesso;  onde  il  part  pass,  fre- 

^/[Hcntaiv  alla  lat.  nel  sign.  suddetto. 


Della  forma  e  grandeguiy  che  fa  redifeata 
la  città  di  Firen^. 

La  città  nuova  di  Firenze  si  cominciò  a  redill- 
care  per  gli  Romani,  come  detto  è  di  sopra,  di  pic- 
colo sito  e  giro,  figurandola  al  modo  di  Roma,  se^ 
condo  la  piccola  impresa;  e  cominciossi  dalla  paiie 
di  levante  alla  porta  di  S.  Piero,  la  quale  fu  ove  fu- 
rono le  case  di  messer  Bellincione  Berti  di  Rovigna- 
ni,  nobile  e  possente  cittadino,  tutto  che  oggi  sieno 
venuti  meno,  onde  per  retaggio  della  contessa  Guai- 
drada  sua  figliuola,  e  moglie  del  primo  conte  Guido, 
rimasero   a'  conti  Guidi  suoi  discendenti,  quando  si 
feciono  cittadini  di  Firenze,  e  poi  le  venderono  a^ 
Cerchi  Neri,  uno  casato  di  Firenze,  e  dalla  detta  porta 
fu  uno  borgo  infino  a  san  Piero  maggiore,  al  modo 
di  Roma,  e  da  quella  porta  segtdrono  le  mura  inver- 
so il  duomo,  come  tiene  oggi  la  grande  ruga  '  che 
va   a  San  Giovanni  infino  al  vescovado;   e   ivi  avea 
un^altra  porta  che  si  chiamò  porta  del  duomo,  e  chi 
la  chiamò  porta  del  vescovo  ;  e    di   fuori  di  quelhi 
porta  fii  edificata  la  chiesa  di  San  Lorenzo,  al  modo 
ch'é  in  Roma  San  Lorenzo  fuor  le  mura  ;  e  dentro  a 
quella  porta  é  San  Giovanni,  siccome  in  Roma  San 
Giovanni  Lateraho.   E  poi  conseguendo,  come  a  Ro« 
ma,  da  quella  parte  fecero  Santa  Maria  Maggiore;  a 
poi  da  San  Michele  Berteldi  infino  alla  terza  porta  di 
San  Brancazio,  ove   sono   oggi  le   caM  de*  Toma- 
qninci,  e  San  Brancazio  era  fuori  della  città,  e  ap- 
presso San  Paolo,  a  modo  di  Roma,  dalP  altro  lato 
della  città  incontra  San  Piero,  come  in  Roma.  B  poi 
dalla  detta  porta  di  San  Brancazio  conseguendo  ov*  è 
oggi  la  chiesa  di  Santa  Trinità  ch'aera  fuori  delle  mn-* 
ra,  e  ivi  presso,  ebbe  una  postierìa  chiamata  porta 
rossa,  che  ancora  a*  nostri  tempi  la  ruga  ha  ritenuto 
il  nome.  E  poi  si  volgieno  le  mura  ove  sono  oggi  le 
case  delli  Scali  per  la  via  di  'Ferma  inflno  In  porta 
Sante  Marie,  passato  alquanto  Mercato  nuovo,  e  qneQa 
era  la  quarta  mastra  porta,  la  quale  era  allo^ncontro 
delle  case  che  sono  oggi  degrinfangati  dall^nna  par- 
te, e  di  sopra  alla  detta  porta  era  la  chiesa  di  Santa 
Maria  chiamata  Sopra  porta^  the  poi  quando  si  dis^ 
fece  la   detta  porta,  cresciuta  la  città,  si  trasmutò  h 
detta  chiesa  dov^  é  oggi    E  il  borgo  di  Santo  apo- 
stolo era  di  fuori  della  città,  e  così  Santo  Stefano  al 
modo  di  Roma;  e  di  là  da  Santo  Stefano,  in  suUm  ft-^ 
ne  della  ruga  masb*a  di  porta  Santa  Mann,  fecero  e 
edificarono  uno  ponte  con  pile  di  macigni  fondato,  in 
Amo,  che  poi  fu  chiamato  il  ponte   veodiia,  ed  è 
ancora;  e  fu  assai  più  stretto  che  non  è  oni^  e  fu  il 
primo  ponte  che  si  facesse  in  Firenze,  B  dalla  porta 
di  Santa  Maria  seguieno  le  mura  inflno  al  castello  AU 
tafonte,  eh*  era  in  sul  corno  della  città  sopra  il  fiume 
d'Amo;  seguendo  poi  dietro  alla  chiesa  di  San  Piero 
Scheraggio,  che  così  si  chiamava  per  ano  fossato, 
ovvero  fogna,  che  ricoglieva  quasi  tutta  Tacqaa  pio- 
vana della  città  eh*  andava  in  Amo,  che  si  cbiamaTa 
lo  scheraggio;  e  dietro  alla  chiesa  di  San  Piero  Sche- 


'  V.  A.  strada.  Vedi  anche  in  Bocc.  Amet,  87. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


4S 


raggio  avea  una  postierla  che  si  chiamava  porta  Pe- 
ruzza,  e  di  là  seguivano  le  mura  per  la  grande  ruga 
infino  alla  via  del  Garbo,  e  ivi  avea  un^altra  postier- 
la: e  poi  dietro  alla  Badia  di  Firenze  ritornavano  le 
mura  alla  porta  San  Piero.  E  di  così  piccolo  sito  si 
rifece  la  nuova  Firenze  con  buone  mura  e  spesse 
torri,  con  quattro  porte  mastre,  ciò  sono  detta  porta 
San  Piero,  porta  del  Duomo,  porta  San  Brancazio,  e 
porta  Santa  Maria,  le  quali  erano  quasi  in  una  croce; 
e  in  mezzo  della  città  era  Santo  Andrea  al  modo 
cornee  in  Roma,  e  Santa  Maria  in  Campidoglio;  e 
quello  eh'  è  oggi  Mercato  vecchio,  era  il  mercato  di 
Campidoglio,  «1  modo  di  Roma.  E  la  città  era  partita 
in  quartieri,  ciò  sono  le  dette  quattro  porte;  ma  poi 
quando  si  crebbe  la  città,  si  recoe  a  sei  sesti,  sic- 
come numero  perfetto,  che  si  aggiunse  il  sesto  d'Ol- 
trarno dapoichè  si  abitò  ;  e  disfatta  la  porta  di  Santa 
Maria,  si  levò  il  nome,  e  si  divìse  come  vae  la  ma 
atra  strada,  e  dalf  una  parte  si  fece  il  sesto  di  San 
Piero  Scheraggio,  e  dall'altra  parte  quello  di  Borgo; 
ed  alle  tre  prime  porti  ^  rimase  il  nome  di  sesti,  sic- 
come hanno  inflno  a^  nostri  tempi.  E  fecero  capo  il 
sesto  d^Oltrarno,  acciocché  andasse  in  oste  colla  in- 
segna del  ponte;  e  poi  San  Piero  Scheraggio  colla  in- 
segna del  carroccio,  il  quale  carroccio  di  marmi  fu 
recato  da  Fiesole,  ed  è  nella  fronte  della  detta  chiesa 
di  San  Piero  ;  e  poi  Borgo  colla  insegna  del  becco, 
imperciocché  in  quello  sesto  stavano  tutti  i  beccarì  e 
di  loro  mestiere,  ed  erano  a  que*tempi  molto  innanzi 
nella  città;  San  Brancazio  appresso  colla  insegna  della 
branca  di  leone,  per  lo  nome;  e  porta  del  duomo  ap- 
presso con  la  insegna  del  duomo  ;  e  porta  San  Piero 
da  sezzo  colla  insegna  delle  chiavi,  e  dove  fu  de'prì- 
mi  sesti  abitati  in  Firenze,  fu  messo  allo  andare 
deir  oste' alla  dietroguardia,  imperciocché  in  quello 
sesto  sempre  avea  la  migliore  cavalleria  e  gente  d*ar- 
me  della  città  anticamente. 

CAPITOLO  ffl. 

Come  Carlo  Magno  venne  in  Firenze  e  britilegiolla, 
e  fece  fare  Santo  Apostolo. 

Rifatta  la  nuova  città  di  Firenze  nel  piccolo 
spazio  e  forma,  e  nel  tempo  che  detto  é  addietro,  i 
capitani  che  v*erano  per  lo  imperadore  e  per  lo  co- 
mune di  Roma,  V  ordinaro  di  popolare  di  gente,  e 
come  anticamente  alla  prima  edificazione  di  Firenze, 
Tordine  fu  fatto  a  Roma,  che  delle  migliori  schiatte 
de*  Romani  nobili  e  popolari  vi  dovessono  rimanere 
per  cittadini  in  Firenze,  cosi  fu  fatto  alla  seconda  re- 
parazione,  e  fu  dato  a  ciascuno  ricca  possessione.  E 
troviamo  per  le  croniche  di  Francia,  che  poiché  la 
città  di  Firenze  fu  rifatta  per  lo  modo  che  detto  é, 
Cario  Magno  imperadore  e  re  di  Francia,  partitosi  di 


'  Porta  nel  numero  del  più  aveva  doppia  ascita:  portt^ 
porti.  Bocc  oov.  79.  30:  Non  tu  troveretH  un  altro  di  ^ 
aUe  porti  di  Parigi.  Fior.  Ital  P.  N.:  Cht  moke  volte  U 
porti  del  tempio  t*  aprivano  per  loro  medetimi. 

3  Le  ediz.  citate  leggono  in  otte  e  forse  meglio.  Inten- 
di: sì  pose,  t' institoi  di  andare  in  oste  come  cUetrogaar- 
dia. 


Roma  e  tornandosi  oltramonti,  soggiornò  in  Firenze, 
e  fece  e  tenne  gran  festa  e  solennità  il  dì  della  Pa- 
squa della  resurrezione,  gli  anni  di  Cristo  805,  e 
fece  in  Firenze  assai  cavalieri,  e  fece  fondare  la  chie- 
sa di  Santo  Apostolo  in  borgo,  e  quella  dotò  ricca- 
mente a  onore  di  Dio  e  de^Santi  Apostoli;  e  alla  sua 
partita  di  Firenze  brivilegiò  la  città,  e  fece  fìranco  e 
libero  il  comune  e'  cittadini  di  Firenze,  e  tre  miglia 
d^intomo,  sanza  pagare  ninna  taglia^  o  spesa,  salvo 
danari  ventisei  per  focolare  ciascuno  anno.  E  per  si- 
mile modo  fece  franchi  tutti  i  cittadini  d'intorno  che 
dentro  volessono  tornare  ad  abitare,  e'  forestieri;  per 
la  qual  cosa  molti  vi  tornarono  ad  abitare;  e  in  pic- 
colo tempo  per  lo  buono  sito  e  agiato  luogo,  per  lo 
fiume,  e  per  lo  piano,  la  detta  piccola  Firenze  fu 
bene  popolata  e  forte  di  mura  e  dì  fossi  pieni  d^  ac- 
qua. E  ordinaro  che  la  detta  città  si  reggesse  e  go- 
vernasse al  modo  di  Roma,  cioè  per  due  consoli  e 
per  lo  consiglio  di  cento  sanatori;  e  così  si  resse 
gran  tempo,  come  appresso  sarà  menzione.  Bene  eb- 
bono  lungo  tempo  i  detti  cittadini  di  Firenze  molto 
affanno  e  guerra,  sì  per  li  Fiesolani  ch'erano  loro 
cosi  di  presso  nemici,  e  sempre  s'  adastiavano,  e 
erano  in  continua  guerra  insieme,  e  appresso  per  la 
venuta  eh' e^  Saracini  feciono  in  Italia  al  tempo  degli 
imperadori  franceschi,  come  addietro  è  fatta  menzione, 
che  molto  affiissono  il  paese,  e  poi  per  le  diverse 
mutazioni  eh*  ebbe  Roma  e  tutta  Italia,  sì  per  le  dis- 
cordie de'  papi,  e  si  degl'  imperadori  italiani,  i  quali 
furono  in  continua  guerra  colla  Chiesa.  Per  la  qual 
cosa  il  nome  della  città  di  Firenze  e  la  sua  forza 
stette  per  ispazio  di  dugento  anni  sanza  potersi  di- 
latare 0  crescere,  stando  ne'  suoi  piccoli  termini.  Ma 
con  tutta  la  guerra  e  fatica,  sempre  multìplicava  in 
popolo  e  in  forza,  e  poco  curavano  la  guerra  de'  Fie- 
solani, od  altra  avversitade  di  Toscana;  che  con  tutto 
che  la  sna  forza  e  signoria  si  stendesse  poco  di  fuori 
della  città,  perocché  '1  contado  era  tutto  incastel- 
lato^ e  occupato  da  nobili  e  possenti  che  non  obbe- 
dieno  la  città,  e  tali  erano  colla  città  di  Fiesole,  pure 
la  città  dentro  era  unita  de'cittadini,  e  era  forte  di  sito 
e  di  mura  e  di  fossi  pieni  d'acqua,  e  dentro  alla 
detta  piccola  città  ebbe  in  poco  tempo  appresso  più 
di  centocinquanta  torri  di  cittadini,  d'altezza  di  cen- 
toventi braccia  l'una,  sanza  quelle  della  città;  e  per 
l'altezza  delle  molte  torri  ch'erano  allora  in  Firenze, 
si  dice,  eh'  ella  si  mostrava  da  lungi  e  di  fuori  la  più 
bella  e  rigogliosa  città  del  suo  piccolo  sito  che  si 
trovasse;  e  in  questo  spazio  di  tempo  fn  molto  bene 
abitata  e  piena  di  palagi  e  di  casamenti  e  grande  po- 
polo, secondo  il  tempo  d*  allora.  Lasceremo  ora  al- 
quanto de*  fatti  di  Firenze,  e  brievemente  racconte- 
remo gr  imperadori  italiani  che  regnarono  in  qne^ 
tempi,  appresso  la  vacazione  de*  Franceschi,  che  e*  è 
di  nicessità,  imperciocché  per  la  loro  signorìa  mol- 
te mutazioni  ebbe  in  Italia  ;  tornando  poi  a  nostra 
materia. 


'  imposiiione. 
^  pieno  di  caitelU. 


44 


CRONICHE 


CAPITOLO  IV. 

Carncy  e  perchè  io  ^mperio  di  Roma  tornò 

agV  ìialiani. 

Come  noi  avemo  detto  dinanzi,  lo  *inperio  di 
Roma  durò  alla  signoria  de'  Franceschi  intorno  di 
cento  anni,  nel  quale  tempo  ebbe  sette  imperadori 
Franceschi  da  Carlo  Magno  inftno  ad  Arnolfo,  che  fu 
la  fine  de' Franceschi  :  e  per  cagione  delle  loro  dis- 
cordie venne  meno  la  loro  potenzia  e  di  Francia  e 
d' Alamagna ,  com'  è  fatta  menzione.  E  perchè  non 
poteano  aiutare  la  Chiesa  e'  Romani  dalle  ingiurie  e 
forze  de' possenti  Lombardi,  si  ordinaro  per  dicreto 
che  la  degnità  dello  'mperio  non  fosse  più  de'  Fran- 
ceschi, ma  tornasse  agP  Italiani.  E  *1  primo  impera- 
dorè  italiano  fìi  Luis  figliuolo  del  re  di  Puglia,  nato 
per  madre  della  figliuola  di  Luis  secondo  imperadore 
che  fu  de' Romani  e  re  di  Francia,  onde  addietro  è 
fatta  menzione.  Questi  fu  coronato  nelli  anni  di  Cri- 
sto 901,  e  regnò  sei  anni  Questo  Luis  ebbe  batta- 
glie con  Berlinghieri  che  signoreggiava  allora  in  Ita- 
lia, e  cacciollo  di  signoria;  ma  poi  il  detto  Luis  fu 
preso  a  Verona  e  fùe  accecato,  e  '1  detto  Berlinghieri 
fu  rimesso  in  signoria,  e  fatto  imperadore  in  Italia, 
e  regnò  quattro  anni,  e  molte  battaglie  ebbe  co' Ro- 
mani, e  fìi  prode  in  arme.  E  al  suo  tempo  fu  il  pri- 
mo re  de'  Romani  in  Alamagna,  appresso  la  signorìa 
de' Franceschi ,  ch'ebbe  nome  Currado  di  Sassogna, 
sicché  r  uno  regnava  in  Italia,  e  l'altro  in  Alamagna. 
B  in  questo  tempo  i  Saracini  passaro  in  Italia,  e  gua- 
stare Puglia  e  Calavra,  e  sparsonsi  guastando  per 
molte  parti  d'Italia  infino  a  Roma;  ma  ivi  da' Romani 
fìirono  contastati  e  sconfitti,  e  tornarsi  in  Puglia.  Dopo 
il  detto  Currado  regnò  in  Alamagna  Arrìgo  suo  fi- 
gliuolo duca  di  Sassogna,  il  quale  fu  padre  del  prìmo 
Otto,  il  primo  imperadore  d' Alamagna  che  signoreg- 
giasse in  Italia,  e  fosse  per  lo  papa  consegrato,  sic- 
come innanzi  sarà  menzione.  Dopo  il  prìmo  Berlinghierì 
detto  di  sopra  che  fu  imperadore  itidiano,  imperìò  il 
secondo  Berlinghierì  suo  figliuolo  nove  anni.  In  questo 
tempo  papa  Giovanni  decimo  di  Tosigliano  con  Albe- 
rigo marchese  suo  fratello,  andaro  in  Puglia  contro  a' 
Saracini  e  con  loro  ebbono  battaglia  al  fiume  del  Ga- 
rìgliano,  e  bene  avventurosamente  gli  sconfissone,  e 
cacciaro  di  Puglia^  Poi  tornati  a  Roma,  discordia  nac- 
que tra  '1  papa  e  '1  detto  marchese,  onde  il  marchese 
fu  cacciato  di  Roma,  il  quale  per  cruccio  mandò  suoi 
ambasciadori  agli  Ungari,  e  feceli  passare  in  Italia;  i 
quali  con  grande  moltitudine  venuti,  quasi  tutta  To- 
scana e  terra  di  Roma  distrussono  e  guastarono,  uc- 
cidendo maschi  e  femmine,  e  ogni  tesoro  portarono 
via:  ma  poi  da'  Romani  furono  cacciati,  e  ogni  anno, 
per  vendetta,  per  gli  Romani  s' andava  in  Ungaria  a 
guerreggiarìi.  E  appresso  regnò  Lottierì  in  Italia  sette 
anni,  e  al  suo  tempo  fu  grande  discordia  e  guerra  in 
Italia,  e  la  città  di  Genova  fu  presa  e  distrutta  da'Sa- 
racini  d'Aflnca,  negli  annidi  Cristo  932  e  uccisono  e 
presono  gli  nomini,  e  tutto  il  loro  tesoro  e  cose  ne 
portaro  in  AflfHca.  E  l'anno  dinanzi  che  i  Saracini  pas- 
sassero, apparve  in  Genova  una  fontana  che  largamente 
gittò  sangue,  il  quale  fu  segno  dclU  loro  futura  di- 


struzione. Appresso  Lottieri  regnò  imperadore  in  Ita- 
lia il  terzo  Berlinghieri  con  Alberto  suo  figliuolo 
undici  anni.  Questi  furono  Romani,  e  signoreggiaro 
aspramente  Italia  :  e  prese  Alunda  imperadrìce,  mo- 
glie che  fu  di  Lottierì  imperadore  suo  anticessore,  e 
misela  in  pregione,  acciocché  non  si  maritasse  a  si- 
gnore che  gli  togliesse  lo  'mperio  e  la  signorìa  per 
lo  suo  eretaggio. 

CAPITOLO  V. 

Co0ie  Otto  primo  di  Sassogna  passò  in  Italia 
a  richesta  della   Chiesa^  e  abbattè    la   signoria 

degV  imperadori  italici. 

Ha  Otto  re  d'  Alamagna  a  richiesta  del  papa  e 
della  Chiesa,  per  le  discordie  del  detto  Berlinghieri, 
e  de'  Romani,  e  de'  tiranni  d' Italia,  si  mosse  d' Ala- 
magna  passando  in  Italia  con  grande  potenza,  e  cac- 
ciò dallo  'mperio  Berlinghierì,  e  trasse  di  pregione 
la  detta  imperadrìce  e  isposolla  a  moglie  nella  città 
di  Pavia,  hi  quale  donna  tue  di  grandi  bellezze,  ma 
poi  il  detto  Berlinghieri  tornò  nella  grazia  d'  Otto  e 
rendégli  la  signoria  di  Lombardia,  salvo  la  Marca  Trì- 
vi^iana,  e  Verona,  e  Aquilea  che  ritenne  a  sé,  e  tor- 
nossi  in  Alamagna.  E  di  là  ebbe  il  detto  Otto  molte 
battaglie  con  gli  Ungarì  e  sconfissegli  e  vinsegli  e 
recò  a  sua  signorìa.  Ma  dimorando  lui  in  Alamagna, 
poi  il  detto  Alberto  figliuolo  di  Berlinghierì  per  soa 
forza  e  signorìa,  col  seguito  de'  nobili  e  possenti 
Romani  fece  fare  papa  Ottaviano  suo  figliuolo,  che 
fu  nominato  papa  Giovanni  duodecimo,  il  quale  fìi  uo- 
mo di  mala  vita,  tegnendo  piuvìcamente'  le  femmine, 
e  cacciava  e  uccellava  come  un  uomo  laico,  e  più 
cose  ree  e  furìose  fece;  per  la  qual  cosa  i  cardinali 
e  '1  cherìcato  di  Roma  e'  prencipi  d'Italia,  per  la  ver^ 
gogna  che  '1  detto  papa  Giovanni  facea  a  santa  Chie- 
sa, e  Berlinghierì  dall'altra  parte  facea  le  ree  opere 
in  Lombardia,  mandaro  ambasciadorì  segretamente  per 
lo  detto  Otto  re  in  Alamagna,  che  passasse  ancora  in 
Italia  a  correggere  la  chiesa,  e  addirìzzàre  lo  'mpe- 
rio, che  Berlinghieri  e  Alberto  guastavano:  il  quale 
Otto  con  grande  potenza  venne  in  Lombardia,  e  presa 
il  detto  Berlinghierì,  e  mandollo  in  pregione  in  Ba- 
viera, e  quivi  vilmente  fini  sua  vita.  E  Alberto  si  fuggi 
d' Italia  per  paura  d'Otto,  e  il  suo  figliuolo  papa  Gio- 
vanni fu  disposto;  e  nel  detto  Berlinghierì  e  Alberto 
suo  figliuolo  finì  lo  'mperìo  agP  Italici,  il  quale  per 
sei  imperadorì  era  durato  cinquantaqaatiro  anni,  poi- 
ché vacarono  '  i  Franceschi,  e  mai  poi  non  (annullo 
imperadore  d'Italia;  e  tornò  lo 'mperìo  agli  Alamanni, 
come  innanzi  faremo  menzione,  e  ciò  fu  negli  anni 
di   Cristo  intorno  di  955.  In  quello  tempo  che  re- 
gnarono nello  'mperìo  i  Franceschi,  e  poi  gl'Italiani, 
appresso  la  morte  del  buono  Carlo  Magno,  aiolte  di- 
verse mutazioni  ebbe  nella  Chiesa,  che  talora  furono 
due  papi  a   un'ora,  e  talora  tre;  e  eac-eiando  Tmio 
l'altro,  e  faccende  morire,  e  talora  acciecare,  per  la 
forza  eh'  aveano  l' uno   più  che  V  altro ,   chi  dal- 
lo'mperadore  che  regnava,  e  chi  da'possenti  Romani  e 


pabblicAm«nt«.     ^  mancarono. 


DI  ClOVANWr  VILLANI. 


45 


4i^i  altri  tiriDiii  d' Italia,  oìide  grande  lempo  f\i  in 

Irìbolauone  e  in  scisma  la  Chiesa;  e  con  queste  molte 

perre,  dissensioni  e  battaglie  ebbe  per  tutta  Italia  in 

diversi  tenpi.  Per  la  qual  cosa  lo  stato  e  signoria  de' 

Romani  venne  ogni  dì  calando  e  diminuendo,  onde  la 

BOi^  città  di  Firenze   eh* era  camera  de'romani  e 

dello  'mperìo,  per  le  sopraddette  guerre  e  afflizioni 

non  potea  spirare  '  né  mostrare  sue  forze  in  tutto  il 

detto  tempo;  perocché  i  Fiesolani  nimici  di  loro  così 

Tieìm,   sempre  teneano  con  gV  imperadori  e  con  gli 

allri  signori  e^ tiranni  ch'erano  mbelli  e  nimici  della 

Chiesa  e  de"  Romani  ;  e'  Fiesolani  la  città  di  Firenze 

ooatùrao  ftceano  guerreggiare  e  guerreggiaTano,  ac- 

docdiè  Firenze  non  potesse  né  crescere  né  sopram- 

■onttre  •  loro.  Ma  come  piacque  a  Dio,  con  tutta  la 

gverra  óé*  Fiesolani,  e  degK  altri  imperadori  e  ribelli 

de^Rooaani,  la   città  di   Firenze  sempre  cresceva  a 

poco  a  poco  e  multipHeava,  e  Fiesole  venia  calando 


e  diminuendo,  e  molta  buona  genie  di  Fiesole  1a- 
sciaro  r  abitare  della  città  del  poggio,  e  tomaro  al- 
l'agio del  piano  e  del  fiume  ad  abitare  in  Firenze, 
imparentandosi  co'  Fiorentini,  e  maggiormente  quando 
cessò  la  signoria  degK  imperadori  italiani  e  tornò  agli 
imperadori  d'Alamagna,  i  quali  erano  fedeli  e  divoti 
di  santa  Chiesa,  e  abbatterò  i  tiranni  di  Toscana  e 
di  Lombardia  :  e  in  quelli  tempi  la  città  di  Firenze 
crebbe  e  allargossi  assai,  e  vinse  per  ingegno  di 
guerra  la  città  di  Fiesole  e  disfecela,  come  innanzi  si 
farà  menzione.  Lasceremo  al  presente  a  parlar  di  ciò, 
infino  che  tempo  sarà,  e  comìncieremo  il  quarto  libro, 
come  lo  'mperio  di  Roma  tornò  agli  Alamanni,  e 
quelli  che  regnaro  per  li  tempi,  e  quello  che  fecero, 
mischiandovi  tuttora  le  storie  e'  fatti  de'  Fiorentini, 
come  incorsono  nella  loro  signoria,  che  ne  fia  di  ne- 
cessità, a  volerle  dirittamente  ritrarre  e  raccontare. 


LIBRO  QUARTO 


CAPITOLO  I. 

CoMe  reiezione  dello  *tnperio  di  Roma  aerine  agli 

Alamanni,  e  come  Otto  primo  di  Sassogna  fu 

eomegralo  imperadore. 

Begnando  nel  papato  Giovanni  duodecimo  fi- 
ssele à*  Alberto  imperadore,  come  addietro  é  fatta 
■eniove,   e  guastando  la  Chiesa  per  le  sue  ree  o- 
pere,  Aie  per  parte  de'cardinali  rimandato  per  Otto  re 
d^Alamagna  per  levare  il  detto  papa  di  signoria,  e  fare 
hi  imperadore,  per  la  qual  c^sa  il  detto  papa,  sap- 
pieodo  dò,  a  Giovanni  suo  diacono  cardinale  ch'avea 
ordinalo  ciò  e  trattato  fece  mozzare  il  naso,  e  a  un 
ijtro  ^ovannì  suddiacono  eh'  avea  scritto  le  lettere 
fece  tagliare  la  mano.  Per  la  qnal  cosa,  e  per  le  pes- 
sime opere  di  Berlinghierì  e  d'  Alberto,  le  quali  fa- 
eeaio  ia  Lombardia  e  in  Toscana,  Otto  con  tutta  sua 
Ibna  passò  ancora  in  Italia,  e  abbatté  al  tutto  la  si- 
gaorn   de'  detti  Imperadori  in  Lombardia,  come  in 
ftrit  fti  detto  dinanzi;  e  poi  venne  in  Toscana,  e  da' 
lacchesi,  e  da' Fiorentini  fu  ricevuto  onorevolmente, 
e  sogfiorBÒ   assai  in  Lucca,  e  alquanto  in  Firenze: 
poi  se  b'  andò  a  Roma,  e  da'  Romani  fii  ricevuto  a 
grande  gloria  e  trionfò;  il  qnale  giunto  a  Roma,  fece 
esporre  e  cacciare  del  papato  il  detto  papa  Giovanni, 
i  qaile   poi  morì  vilmente  e  in  avolterio,  e  fece  e- 
liggere  papa  Leone  ottavo,  il  qnale  per  la  malvagità 
<n>»aMÌ  fece  decreto,  che  niuno  papa  fosse  fatto 
sttza  r  ameatimento  dello  'mperadore.  E  veggendo 
1  |i^  e  tallo  il  chericato,  che  la  Chiesa  non  si  po- 


i^torvii. 


tea  difendere,  né  avere  sua  libertà  per  la  reta  ^  de' 
malvagi  Romani  e  de'  tiranni  d' Italia  che  1'  occupa- 
vano, sanza  l' aiuto  e  forza  degli  Alamanni,  e  co- 
noscendo la  bontà  e  valore  e  potenzia  del  detto  Otto 
re,  per  dignissimo  fue  per  lo  popolo  di  Roma  e  per 
la  Chiesa  eletto  imperadore,  e  consegrato  e  coronato 
in  Roma  dal  detto  papa  Leone  a  grande  gloria,  negli 
anni  di  Cristo  955,  il  quale  fece  molti  doni  a  Santa 
Chiesa.  Questo  Otto  fo  di  Sassogna,  e  regnò  impe- 
radore dodici  anni,  faccendo  grandi  e  buone  opere 
in  esaltamento  della  Chiesa  e  dello  'mperio,  e  paci- 
ficò tutta  Italia  ;  e  ciò  fatto ,  si  tornò  in  Alamagna 
colla  sua  moglie  Alunda,  della  quale  avea  avuto  uno 
figliuolo,  eh'  ebbe  nome  simigliante  al  padre  Otto  se- 
condo. Ma  tornato  lui  in  Alamagna,  per  gli  malvagi 
Romani  fu  disposto  papa  Leone,  e  feciono  papa  Be- 
nedetto quinto;  della  qual  cosa,  sappiendolo  Otto, 
molto  sdegnato  e  crocciato  tornò  a  Roma  con  sua 
forza,  e  assediolta;  per  la  qual  cosa  i  Romani  per  a- 
vere  sua  pace,  gli  renderò  preso  il  detto  Benedetto 
papa,  e  rimise  in  sedia  Leone,  che  prima  era  stato 
papa,  e  tomossi  in  Alamagna,  e  menonne  il  detto 
Benedetto  il  quale  morì  vilmente.  E  dopo  molte  pie- 
tose e  buone  opere,  e  fatti  riechi  monasteri,  il  detto 
Otto  si  morì  in  Alamagna.  Questo  Otto  ammendo 
molto  tutta  Italia,  e  mise  in  pace  e  buono  stato,  e 
abbatté  le  forze  de'  tiranni,  e  al  suo  tempo  assai  de' 
suoi  baroni  rimasono  signori  in  Toscana  e  in  Lom- 
bardia. Intra  gli  altri  fu  il  cominciamento  de'  conti 
Gnidi,  il  quale  il  primo  ebbe  nome  Guido,  che  '1  fece 
eonte  Palatino,  e  diegli  il  contado  di  Modigliana  in 


*  reità,  malraaltà. 


46 


CROinCBB 


Romagna  ;  e  poi  i  aooì  diacendesti  forono  quasi  si- 
gnorì  di  latta  Romagna,  infino  che  furono  cacciati  di 
Ravennane  tutti  morti  dal  popolo  di  Ravenna  per  loro 
oltraggia,  salvo  uno  picciolo  fanciullo  eh*  ebbe  nome 
Guido,  soprannomato  Sangue,  per  gli  suoi,  che  fu- 
rono tutti  in  sangue  morti,  il  quale  poi  per  lo  'mpe- 
radore  Otto  quarto  fu  fatto  signore  in  Casentino,  e 
questi  fu  quelli  che  tolse  per  moglie  in  Firenze  la 
contessa  Gualdrada,  figliuola  che  fu  del  buono  mes- 
sere Bellincione  Berti  de*  Rovignani  onorevole  citta- 
dino di  Firenze.  Ancora  troviamo,  che  *1  detto  Otto 
primo  soggiornava  in  Firenze  quando  andava  e  tor- 
nava da  Roma,  e  mise  amore  e  piacquegli  la  citta,  e 
perch'era  stata  sempre  figliuola  della  città  di  Roma  e 
fedele  allo  'mperio,  sì  la  favorò  e  brivilegiò,  e  dielle 
infino  in  sei  miglia  di  contado.  E  quando  tornò  in 
Alamagna,  de'  suoi  baroni  vi  rimasero  e  furono  cit- 
tadini; e  intra  gli  altri  fu  quelli  ch'ebbe  nome  Uber- 
to, onde  si  dice  che  nacque  la  casa  e  progenia  degli 
liberti^  e  per  suo  nome  così  fu  nomata;  e  un  altro 
barone  ch'ebbe  nome  Lamberto,  che  si  dice  che  di- 
scesono  i  Lamberti  :  questo  però  non  affermiamo  :  e 
più  altri  di  sua  gente  de'  migliori  baroni,  e  di  quelli 
d'Otto  secondo,  rimasono  in  Toscana  in  signoria,  onde 
poi  sono  stratti  molti  lignaggi  in  Firenze  di  gentili 
uomini,  e  in  molte  terre  d*  Italia.  Questo  Otto  primo 
brivilegiò  i  Lucchesi  che  potessero  battere  moneta 
d'oro  e  d'ariento^  e  però  la  loro  moneta  è  impron- 
tata del  suo  nome.  Dappoiché  mori  Otto  primo,  fu 
fatto  iraperadore  Otto  secondo  suo  figliuolo  il  quale 
regnò  quindici  anni.  Al  tempo  di  quest'Otto  uno  papa 
Giovanni  tredecimo  che  l'avea  coronato,  fue  preso  da 
Piero  prefetto  di  Roma  e  messo  in  castello  Santo  An- 
gelo, e  poi  si  fu  cacciato  in  Campagna;  ma  il  detto 
Otto  il  rimise  in  sedia,  e  molti  Romani  che  di  ciò 
ebbono  colpa,  fece  morire  di  mala  morte,  e  molti  ne 
mandò  presi  in  Sassogna.  Al  tempo  di  costui  i  Sa- 
racini  e'  Greci  presono  Calavra,  ond'  egli  andò  loro 
incontro  con  grande  oste  di  Romani,  e  Tedeschi,  e 
Lombardi,  e  Pugliesi;  ma  per  mala  condotta,  e  per- 
chè i  Romani  e'  Beneventani  sì  fuggirò,  lue  sconfitto 
con  grande  danno  de'crìstiani,  ed  egli  preso  da'cor- 
sali  greci;  ma  per  ingegno  e  promesse  si  fece  me- 
nare in  Cicilia,  e  essendovi  arrivato  con  loro,  essendo 
conosciuto,  tutti  gli  fece  morire  di  mala  morte.  E  poi 
il  detto  Otto  assediò  Benevento,  e  prese  la  terra  e 
guastolla  per  lo  loro  tradimento,  e  trassene  il  corpo  di 
Santo  Bartolommeo  Apostolo,  e  recollo  a  Roma  per 
portarlo  in  Sassogna;  ma  tornato  a  Roma  morìo  poco 
appresso,  e  nell'  Isola  di  Roma  lasciò  il  detto  corpo 
lU  Santo  Bartolommeo. 

CAPITOLO  n. 

Del  iena  Otto  imperadore^  e  del  tMrekefe  Ugo 
che  fece  la  badia  di  Ftreiue. 

Dopo  la  morte  del  secondo  Otto,  fu  eletto  im- 
peradore  Otto  terzo  suo  figliuolo,  e  coronato  per  pa- 
pa Gregorio  quinto  negli  anni  di  Cristo  979,  e  re- 
gnò quest'  Otto  ventiquattro  anni.  Poi  che  fu  incoro- 
nato, andoe  in   Paglia  in  pellegrinaggio  al  monte 


Santo  Angelo,  e  poi  si  tornò  per  la  ria  di  Francia  in 
Alamagna,  lasciando  Italia  in  buono  stato  e  pacifico. 
Ma  Ini  tornato  in  Alamagna,  Crescenio  consolo  e  si- 
gnore di  Roma  cacciò  il  detto  Gregorio  del  papato, 
e  misevi  uno  Greco,  ch'era  vescovo  di  Piacenza,  molto 
savio;  ma  sentendo  ciò  Otto  imperadore,  molto  cruc- 
ciato, con  sua  forza  tornò  in  Italia,  e  assediò  in  Ro- 
ma il  detto  Crescenzo  e  'l  suo  papa  in  castello  Santo 
Angelo,  che  là  entro  s'erano  fuggiti;  il  quale  per  as- 
sedio ebbe  il  detto  castello,  e  Crescenzo  fece  dicol- 
lare, e  a  papa  Giovanni  sedicesimo  trarre  gli  occhi  e 
tagliare  le  mani,  e  rimise  in  sedia  il  suo  papa  Gre- 
gorio che  di  nazione  ^  era  suo  parente;  e  lasciando 
Roma  e  Italia  in  buono  stato,  si  tornò  in  suo  paese 
in  Alamagna,  e  di  là  mori  bene  avventurosamente.  Col 
detto  Otto  terzo  venne  in  Italia  il  marchese  Ugo  : 
credo  fosse  0  marchese  di  Brandimborgo,  perocché 
in  Alamagna  non  ha  altro  marchesato.  A  costui  piac- 
que sì  la  stanza  di  Toscana,  spezialmente  della  no- 
stra città  di  Firenze,  ch'egli  ci  fece  venire  la  moglie, 
e  in  Firenze  fece  suo  dimoro,  siccome  vicario  d'Otto 
imperadore.  Avvenne,  come  piacque  a  Dio,  che  an- 
dando lui  a  una  caccia  nella  contrada  di  Bonsollazzo, 
per  lo  bosco  si  smarrì  da  sua  gente,  e  capitò,  alla  sua 
avvistone^,  a  una  fabbrica  dove  s'usa  di  fare  il  ferro. 
Quivi  trovando  uomini  neri  e  sformati  che  in  luogo 
di  ferro  parca  che  tormentassono  con  fuoco  e  con 
martella  uomini,  domandò  che  ciò  era  :  fiigli  detto 
ch'erano  anime  dannate,  e  che  a  simile  pena  era  con- 
dannata r  anima  del  marchese  Ugo  per  la  sua  vita 
mondana,  se  non  tornasse  a  penitenzia:  il  quale  con 
grande  paura  si  raccomandò  alla  Vergine  Maria,  e 
cessata  la  visione,  rimase  sì  compunto  di  spirito,  che 
tornato  in  Firenze,  tutto  suo  patrimonio  d' Alamagna 
fece  vendere,  e  ordinò  e  fece  fare  sette  badie  :  la 
prima  fu  la  badia  di  Firenze  a  onore  di  Santa  Maria; 
la  seconda  quella  di  Bonsollazzo,  ove  vide  la  visione; 
la  terza  fece  fare  ad  Arezzo;  la  quarta  a  Poggibo- 
nizzi;  la  quinta  alla  Verruca  di  Pisa;  la  sesta  al- 
la città  di  Castello;  1'  ultima  fu  quella  di  Settimo  :  e 
tutte  queste  badie  dotò  riccamente,  e  vivette  poi  colla 
moglie  in  santa  vita,  e  non  ebbe  nullo  figliuolo,  e 
morì  nella  città  di  Firenze  il  dì  di  Santo  Tommaso  gli 
anni  di  Cristo  1006,  e  a  grande  onore  fu  soppellito 
alla  badia  di  Firenze.  E  vivendo  il  detto  marcheso 
Ugo,  fece  in  Firenze  molti  cavalieri  della  schiatta  de"* 
Giandonati,  de'  Pulci,  de'  Nerli,  de'  conti  da  Ganga- 
laudi,  e  di  quelli  della  Bella,  i  quali  tutti  per  suo  a- 
more  ritennero  e  portarono  l' arme  sua  addogata 
rossa  e  bianca  con  diverse  intrassegne. 

CAPITOLO  in. 

De*  ielle  prencipi  d' Alamagna  eh' ka9mo  a 
eleggere  lo  'mperadore. 

Morto  Otto  il  terzo,  per  cagione  che  lo'nperio 
era  andato  per  lignaggio  in  tre  Otti,  1'  uno  figlinolo 


*  di  stirpe. 

'   Vitùme^  e  ipeMo  n«l  nottro  A.  awUo,  opmiome,  Bùtnea 
al  VocaboUrio. 


DI  tìlOVANM  VlLUNl. 


Vt 


dell'altro,  si  parve  a  Sergio  papa  quarto,  e  a^  cardi- 
nali, e  a'  prencipi  di  Roma  che  lo  'mperio  fosse  alla 
lezione^  degli  Alemanni,  imperocch'  erano   possenti 
genti,   e  grande   braccio   del  cristianesimo;  ma  che 
d*  allora  innanzi  lo  'mperìo  andasse  per  elezione  del 
più  degno,  conrermandosi  poi  per  la  Chiesa,  essendo 
approvato  degno^  e  furono  per  dicreto  ordinati  sette 
elettori  dello  'mperio  in  Alamagna,  e  eh'  altri  non 
potesse  degnamente  essere  eletto  imperadore,  se  non 
per  gli  detti  prencipi.  Ciò  furono  Parcivescovo  di  Ma- 
gonza  cancelliere  d'Alamagna,  l'arcivescovo  di  Trievi 
cancelliere  in  Gallia,  V  arcivescovo  di  Cotogna  can- 
celliere in  Italia,  il  marchese  di  Bradimborgo  camer- 
Hngo,  il  duca   di  Sassogna  che  gli  porta  la  spada, 
e  1  conte  Palatino  del  Reno  che  oggi  succede  per  re- 
taggio al  duca  di  Baviera,   e  servelo  a  tavola  del 
primo  messo  ^  e  1  re  di  Boemme  che  1  serve  della 
coppa:  e  sanza  lui  consentire  non  vale  la  elezione.  E 
feeesi  dicreto,  che  per  cagione  che  gli  Alamanni  a- 
veano  tutta  la  elezione   dello  'mperìo  d"  Alamagna, 
non  potasse  essere  papa  o  cardinale,  per  levare  le 
dissensioni  del  papato:  ma  non  s'attenne.  E  imperoc- 
ché, dappoi  che  lo  'mperio  venne  tutto  agli  Alaman- 
ni, sì  seguiremo  omai  d'imperadore  in  imperadore,  e 
simile  de'papa,  quanto  regnò  ciascuno,  e  brievemente 
le  sue  operazioni;  imperciocché  in  questi  tempi  la 
nostra  città  di  Firenze  cominciò  ad  avere  stato  e  po- 
tenza per  le  revolnzioni  de'  delti  imperadorì  ;  e  per 
le  dissensioni  che  talora  ebbono  col  papa  e  colla 
Chiesa,  molte   mutazioni   e  parti  ebbe  nella  nostra 
città  dì  Firenze,   come  innanzi  per  li  l«mpi  faremo 
menzione  ordinatamente.  E  ancora  n'é  di  nicessità  di 
fare  memoria  degli  re  di  Francia  e  di  Puglia,  impe- 
rocché molto  si  mischia  la  loro  signoria  alla  nostra 
materia  per  le   novità  che  seguiranno  appresso  ;  e 
però  in  brìeve  per  lo  primo  capitolo  ne  faremo  men- 
zione. 

CAPITOLO  IV. 

Bella  progenia  delli  re  di  Francia^  che  discesono 

<f  Ugo  Ciapelta, 

Ugo  Ciapetta  \  come  addietro  facemmo  men- 
zione, fallito  il  lignaggio  di  Carlo  Magno,  fu  re  di 
Francia  nelli  anni  di  Cristo  987.  Questo  Ugo  fu  duca 
d^Orliens  (e  per  alcuno  si  scrìve,  che  fur  sempre  i 
suoi  antichi  e  duchi  e  di  grande  lignaggio)  figliuolo 
d'  Ugo  il  grande,  e  nato  per  madre  della  scrocchia 
\l'  Otto  prìmo  della  Magna;  ma  per  li  più  si  dice, 
che  '1  padre  fu  uno  grande  e  rìcco  borghese  di  Parìgi 
stratto  di  nazione  di  buccierì^  ovvero  mercatante  di 
bestie  ;  ma  per  la  sua  grande  ricchezza  e  potenza, 
vacato  il  ducato  d'Orliens,  e  rìmasane  una  donna,  sì 
l'ebbe  per  moglie,  onde  nacque  il  detto  Ugo  Ciapetta, 
il   quale   fu  molto  savio   e   possente,  e  '1  reame  di 


'  Elettone;  come  leggere  per  eleggerej  leUore  per  eletto- 
re. Non  ne  mancano  esempi  negli  antichi  scrittori 

^  Durarono  gli  elettori  anche  sotto  gli  Ottoni.  E  di  vero 
Ottone  Tn  non  fece  che  rìstrignere  in  soli  tette  prìncipi 
il  voto  elettivo,  già  spettante  a  tatti  i  principi  fin  dal 
tempo  Cdioesi)  di  Carlo  Magno. 

'  portata,  servito.     ^  Capeto.     *  beccaio  di  nascita. 


Francia  tutto  si  govemara  per  luì;  e  fallito  il  legnag- 
gio  di   Carlo  Magno,  come  fatta  é  menzione,  si  fece 
fare  re,  e  regnò  venti  anni.    Questo  Ugo  Ciapetta  e 
suo  legnaggio  sempre  portarono  il  campo  azzurro  e 
fìoredaliso  d'oro,  e  truovasi  che  Carlo  Magno  portò 
mezza  Tarme  dello  *mperio,  cioè,  il  campo  ad  oro  e 
r  aguglia   nera,  e  V  altra  metà  fiorìdaliso  ;  ma  in  san 
Dionigi  di  Francia  si  trovarono  insegne  vecchie  reali, 
il  campo  azzurro  con  ispronelle  ad  oro  ';  non  si  sa  se 
furono  del  legnaggio  di  Carlo,  o  de'  primi  re  venati 
dì  Sicambria.   Appresso  Ugo  Ciapetta  regnò  Uberto 
suo  figliuolo  dodici  anni,  e  fu  uno  grande  cherìco  in 
iscrittura^,  e  molto  cattolico  e  santo.  Poi  regnò  Ar- 
rigo suo  figliuolo  trent'anni,  e  poi  regnò  Filippo  suo 
figliuolo  quarantanove  anni:  poi  regnò  Luis  il  Grosso 
suo  figliuolo  trentun'anno  ;  poi  regnò  Luis  il  Pietoso 
suo  figliuolo  quarantatre  anni,  e  fa  col  nome  il  fatto, 
pietoso  e  buono,  e  con  tutte  virtù.  Questi  ebbe  per 
moglie  la  contessa  di  Ciarte,  la  quale  fa  discesa  del 
legnaggio  di  Carlo  Magno,  imperocché  fu  nata  della 
casa  di  Normandia,  della   qual  donna  ebbe  uno  fi- 
gliuolo ch'ebbe  nome  Filippo  il  Bornio^,  il  quale  regnò 
quarantaquattro  anni.    Questo   Filippo    fu   uomo   di 
grande  valore,  e  molto  accrebbe  il  reame.   Prima  il 
conte  di  Fiandra  che  l'avea  levato  a'  fonti^,  con  li 
più  de'  baroni  di  Francia  si  rubellò:  il  quale  per  ano 
senno  e  prodezza  tutti  gli  ridusse  a  sua  signorìa,  e 
per  lo  detto  fallo  tolse  al  conte  di  Fiandra  Verman- 
dosi  e  Piccardia.    Questo  Filippo  andò  al  conquisto 
d'oltremare  col  re  Riccardo  d' Inghilterra  e  vinse  A- 
cri  in  Sorìa;  poi  ebbe  discordia  col  re  Riccardo  per 
moneta  che  gli  avea  prestata  al  passaggio,  onde  avea  * 
pegno  la  duchea  di  Normandia  per  dugento  migliaia 
di  libbre  di  parìgini;  e  quando  la  venne  a  rìcogliere, 
non  volle  il  re  di  Francia  altro  che  parigini  piccioli, 
come  dicéa  la  carta,  e  non  potendosi  trovare  al  ter- 
mine, si  trasattò^  Normandia,  e  recolla  a  sua  sugge- 
zione,  onde  grande   guerra  fu  poi  tra  loro,  che  'I 
detto  re  Riccardo  s'  allegò  contro  il  re  Filippo  con 
Ferrante  conte  di  Fiandra,  e  con  Otto  quarto  re  de' 
Romani;   il    quale,  in  uno  medesimo  giorno  Filippo 
re  combattè  col  detto  Otto  e  Ferrante  al  ponte  Ai- 
bovino  in  Fiandra,  e  sconfissegli,  e  prese  Ferrante:  e 
Otto  si  fuggì:  e  Lais  figliuolo  del  detto  re  Filippo 
ebbe  battaglie  in  Paito  contro  al  re  d' Inghilterra  e 
altri  baroni,  e  sconfissegli,  e  recò  sotto  la  sua  signo- 
rìa Paito,  Guascogna,  Torrena,  e  Angieri,  e  Chier- 
monte  :  alla   fine  lasciò  grande  tesoro  per  limosina 
alla   terra  d'oltremare,  e  morì  negli  anni  di  Cristo 
1216.  Appresso  Filippo  il  Bornio  regnò  il  detto  Luis 
suo  figliuolo  tre  anni:  questo  Luis  ebbe  quattro  fi- 
gliuoli della  reina  Biancia  figlia  del  re  di  Spagna: 
il  prìmo  fu  il  buono  re  santo  Luis  che  succedette  a 


'  con  ispronelle  d'oro:  spronella  è  detta  la  stella  dello 
sperone.     ^  assai  dotto. 

*  Intendi:  Filippo  il  guercio.  Il  nostro  A.  qui  non  tra- 
dusse, ma  foggiò  all'italiana  la  voce  francese  Borgne, 

*  Solevasi  anticamente  amministrare  il  battesimo  per 
infunonem.  Immerso  il  battesaando  nel  sacro  fonte,  era 
ufficio  del  compare  o  padrino  l' estrarlo,  onde  fii  detto  le- 
vare 0  togliere  al  o  dal  eocro  fonte^  per  Unere  al  hatUiimo* 

*  s'appropriò. 


4d 


CBONICHK 


Ini  re  di  Fiuncia;  il  seeondo  Robeiio  il  primo  conte 
d'  Artese  ;  il  terzo  fa  Alfarante  che  fa  conte  di  Pet- 
fieri  e  <li  Lanzone;  il  quarto  fu  il  buono  Carlo  conte 
d'  Angiò,  e  poi  di  Proenza,  e  poi  per  suo  valore  e 
prodezza  fa  re  di  Cicilia  e  di  Puglia,  come  innanzi 
farà  menzione  la  storia  al  trattato  di  Federigo  impe- 
radore,  e  di  Manfredi  re  suo  figliuolo.  Il  detto  Santo 
re  Luis  regnò  quarantott'anni,  e  sconfisse  il  re  d'In- 
ghiiterra  e  1  conte  della  Marcia,  e  andò  oltremare  a 
Damiata,  e  là  fu  preso  alla  Mensura  con  Carlo  suo 
fratello,  e  morirvi  il  conte  d*  Artese,  e  ricomperarsi 
dal  soldano  grande  tesoro^:  e  poi  fu  al  passaggio  di 
Tonisi,  e  là  morì  santamente  gli  anni  di  Cristo  1270. 
Dopo  il  re  Santo  Luis  regnò  Filippo  suo  figliuolo 
quattordici  anni,  e  questi  fu  quelli  che  fece  il  pas- 
saggio in  Araona,  e  là  morì.  Questo  re  Filippo  ebbe 
della  figliuola  del  re  d' Araona  due  figliuoli;  il  primo 
Al  Filippo  il  Bello,  il  quale  fu  il  più  bello  cristiano 
che  si  trovasse  al  suo  tempo:  questi  regnò  re  in 
Francia  ventotto  anni  a'  nostri  tempi;  f  altro  fu  Carlo 
di  Valois,  detto  Carlo  Sanzaterra,  che  assai  muta- 
zioni fece  alla  nostra  città  di  Firenze,  come  innanzi 
al  suo  tempo  farà  menzione.  Questo  re  Filippo  il 
Bello  ebbe  tre  figliuoli;  il  primo  fu  Luis  re  di  Na- 
varra  per  retaggio  della  madre;  il  secondo  Filippo 
conte  di  Pettieri;  il  tereo  Carlo  conte  della  Marcia; 
e  morto  il  padre  negli  anni  di  Cristo  1315,' furono 
tutti  e  tre  re  di  Francia  V  uno  appresso  V  altro  in 
picciolo  tempo.  Avemo  raccontato  si  per  ordine  li 
re  di  Francia  e  di  Puglia  discesi  del  legnaggio  d'Ugo 
Ciapetta,  perché  contando  le  nostre  storie  di  Firenze, 
e  deir  altre  provincie  e  terre  d' Italia ,  si  possono 
meglio  intendere.  Lasceremo  de**  Franceschi^  e  tor- 
neremo a  nostra  materia  degF  imperadorì  di  Roma  e 
dei  fatti  di  Firenze. 

CAPITOLO  V. 
Come  Arrigo  prifno  fn  fatto  imperadore. 

Dappoiché  lìi  morto  il  terzo  Otto  ìmperadore, 
gli  elettori  della  Magna  si  elessono  nello  'mperìo 
Arrigo  primo  duca  di  Baviera,  e  questi  fu  stratto 
del  legnaggio  di  Carlo  Magno,  siccome  addietro  fa- 
cemmo menzione:  e  ciò  fu  negli  anni  di  Cristo  1003, 
e  regnò  dodici  anni  e  sei  mesi  bene  avventurosa- 
mente in  ogni  battaglia  contro  a' suoi  nemici  in  A- 
lamagna,  e  in  Buemia,  e  in  Italia;  e  fece  tornare 
alla  fede  di  Cristo  Stefano  re  d'Ungheria  e  tutto 
guo  reame,  e  diagli  per  moglie  la  serocchia.  Questi 
fu  il  primo  Arrigo  imperadore,  ma  il  secondo  fu  re 
d'Alamagna;  e  però  si  scorda  la  cronica  nel  nomare 
gli  Arrighi:  ove  dice  quarto  vuole  dire  terzo;  così 


'  Bioomperftronsi  dal  soldiuio  dandogli  grande  tesoro. 
Così  devesi  intendere  anche  al  lib.  4.  3:  ^  elUsì  ricomperb 
gran  tesoro  dal  soldano.  U  verbo  ricomperare,  come  U  verbo 
pagaref  lascia  la  prepos.  per  o  con  innanii  al  nome  de- 
notante precffo.  Così  lo  stesso  A.  lib.  6.  37:  E  come  il  re 
Luti,  e'  #«0»  Baroni  furono  ricomperati  e  pagati  la  detta 
monetOf  si  ritornarono  in  ponente,  Veggas!  Infine  8tor.  8. 
Eug.  319:  Né  fatica  veruna  ci  sarebbe  di  ricomperarti 
tanto  oro  (con  tanto  oro)  guanto  tu  pesassi. 


Io  terzo  secondo,  quanto  allo  imperio.  Questo  Arrigo 
e  la  sua  moglie  ch^ebbe  nome  santa  Cunegonda, 
stettero  e  conservaro  insieme  virginitade ,  ovvero 
castìtade,  e  molti  miracoli  feciono  dopo  la  loro  morte. 
Questo  imperadore  e  la  detta  sua  moglie  stettero  in 
Firenze,  e  feciono  reedificare  la  chiesa  di  Santo  Mi- 
niato, siccome  addietro  facemmo  menzione.  Lascere- 
mo alquanto  a  raccontare  gli  imperadorì,  e  tome- 
remo  a  nostra  materia  de'  fatti  di  Firenze:  come  ne* 
detti  tempi  e  con  volontà  del  detto  imperadore  Ar- 
rigo, i  Fiorentini  presono  e  abbatterono  la  città  di 
Fiesole,  e  crebbesi  la  città  di  Firenze. 

CAPITOLO  VL 

Come  al  tempo  del  detto  Arrigo^ 

i  Fiorenttni  presono   la  città  di   Fiesole , 

e  fecionia  disfare. 

Ne'  detti  tempi  regnando  imperadore  Arrigo 
primo,  quegli  della  città  di  Firenze  erano  molto 
cresciuti  di  gente  e  di  podere  secondo  il  loro  pic- 
colo sito,  e  massimamente  per  lo  favore  e  aiuto  di 
Otto  primo  imperadore,  e  del  secondo  e  terzo  Otto 
suo  figliuolo  e  nipote,  che  sempre  favoreggiarono  la 
città  di  Firenze;  e  come  la  città  di  Firenze  cresceva, 
la  città  di  Fiesole  sempre  calava,  avendo  al  conti- 
nuo guerra  e  nimistà  insieme;  ma  per  lo  forte  sito 
e  fortezza  di  mura  e  di  torri  che  avea  la  città  di 
Fiesole,  invano  si  travagliavano  i  Fiorentini  di  con- 
quistarla, contuttoché  fossero  piii  genti,  e  di  mag- 
giore amistà  e  aiuto,  anzi  erano  continuo  guer- 
reggiati da*  Fiesolani.  Ma  veggendo  ciò  i  Fiorentini, 
che  per  forza  non  lo  poteano  acquistare,  sì  s'*intre- 
guàrono  ^  cV  Fiesolani,  e  lasciarono  il  guerreggiare 
tra  loro;  e  di  triegua  in  triegua  si  cominciarono  a 
dimesticare  insieme,  e  usare  V  uno  cittadino  nella 
città  deir  altro,  e  imparenterai  insieme,  e  picciola 
guardia  facea  V  uno  dell'  altro.  I  Fiorentini  veggendo 
che  la  loro  città  di  Firenze  non  avea  podere  di  fare 
grande  montata,  avendo  sopra  capo  sì  fatta  fortezza 
com'era  la  città  di  Fiesole,  provvedutamente  e  segre- 
tamente, una  notte  misono  aguato  di  loro  gente  armati 
da  più  parti  di  Fiesole.  I  Fiesolani  essendo  assicurati 
da'  Fiorentini,  e  non  prendendosi  guardia,  la  mat- 
tina della  loro  festa  principale  di  Santo  Romolo  a- 
perte  le  porte,  essendo  disarmati  i  Fiesolani,  i  Fio- 
rentini entrando  nella  città  sotto  titolo  di  venire 
alla  festa,  quando  ve  n'^ebbe  dentro  buona  quantità, 
gli  altri  armati  eh*  erano  nell'  aguato,  presono  le  porte 
della  città;  e  fatto  cenno  a  Firenze,  com'  era  ordi- 
nato, tutta  V  oste  e  potenza  de'  Fiorentini  vennero  • 
cavallo  e  a  pie  al  monte,  e  entrarono  nella  città  di 
Fiesole  e  corsonla  tutta  sanza  uccidere  quasi  gente, 
o  fare  altro  danno,  se  non  a  chi  si  contendesse.  I 
Fiesolani  veggendosi  subitamente  e  improvviso  sor- 
presi da' Fiorentini,  parte  di  coloro  che  poterono  si 
fuggirono  in  su  la  rocca  la  qnale  era  fortissima,  e 
tennersi  lungo  tempo  appresso.  La  città  di  sotto 
aUa  rocca  essendo  presa  e  corsa  per  ti  Fiorentini,  e 


'  fecero  tregua. 


DI  CIOVAKM  VILLANI. 


49 


prete  le  Tortene  e  le  geuti  che  si  coDltodeauo,  l'el- 
Iro  minuto  popolo  b'  arrenderono  •  palli,  che  non 
foisono  morii  né  rubati  di  loro  cose,  raccendo  i 
Fioreolioi  loro  voIopIÌ  di  disrarla,  rimanendo  il  \e- 
■covado  in  *ua  giuridiiione.  Allora  i  Fiorcolini  pat- 
teggiarono cbe  chi  voleuf  uacire  della  cillà  di 
Fiesole  e  venire  ad  abitare  io  FireuEe,  potesse  ve- 
nire sano  e  salvo  con  lutti  i  suoi  beni  e  cose,  e  an- 
dare in  altra  parte  che  gli  piacesse;  per  la  quii  cosa 
in  grande  qpaotità  ne  scesero  ad  abitare  io  Firenie, 
onde  poi  Tutodo  e  sono  grandi  schiatte  in  Firenze: 
vltrì  d''  andarono  ed  abitare  intorno  per  lo  contado, 
ove  aveano  loro  villate  e  possessioni.  E  ciò  fatto,  e 
la  città  voU  di  genti  e  dì  cose,  i  Fiorentini  la  Te- 
ciono  at  scovado  e 

c«rte  ali  »  ancora 

•  non  «  negli  anni 

di  Crislo  Fiesolanì, 

che  si  fi  dignità' e 

colonne,  isù  erano, 

e  il  cari  ro  Sclie- 

raggio  in  Firenie. 

CAPITOLO  Vii. 

Come  molti  Ftesoiani  liirnarono  ad  abitare 
in  Virente   e  feciomi   uno  popolo   co'  Fìorentitù. 

Essendo  disratta  la  città  di  Fiesole,  salvo  il  ca- 
stello della  rocca,  cone  detto  è  di  sopra,  molti  Fie- 
solani  ne  vennero  ad  abitare  in  Firenze  e  feciono 
uno  popolo  co'  Fiorentini,  e  per  la  loro  venuta  con- 
venne che  si  crescesse  di  mura  e  di  giro  la  ciltii  di 
Firenze,  come  innanzi  sarà  menzione.  E  acciocch'  e' 
Fiesolsni  vennlì  ad  abitare  in  Firenze  Tossono  con 
più  fede  e  amore  co*  Fiorentini,  ai  raccomunarono 
Tarme  de* detti  comuni,  e  feciono  allora  l'arme  di- 
nieizsla  vermiglia  e  bianca,  come  ancora  a' no- 
stri tempi  si  porta  in  su  il  carroccio  e  nell'oste  de' 
Fiorentini.  Il  vermiglio  fu  Tanlica  arme  che  i  Fio- 
rentini ebbono  da' Romani,  come  addietro  è  fatta 
meniione,  che  soleano  usare  ìv' entro  il  giglio  bianco; 
e  'I  bianco  fu  l'anlice  arme  de' Fìesoleni,  ma  avevavi 
dentro  una  luna  cilestra  :  ma  nella  della  arme  comune 
levarono  il  giglio  bianco  e  la  luna,  e  fu  pur  dimez- 
zata; e  feciono  leggi  e  statuti  comuni,  vivendo  ad 
lina  signorìa  di  due  consoli  cittadini  e  col  consiglio 
del  senato,  ci6  ere  di  cento  uomini,  i  migliori  della 
città,  com'era  rnsanza  data  da' Romani  a' Fiorentini. 
E  cosi  crebbe  molto  in  quelli  tempi  la  città  di  Firenze 
e  di  popolo  e  di  poteniis  per  lo  disfacimento  della 
città  di  Fiesole,  e  per  li  Fiesolani  che  veunono  ad 
abitare  in  Firenze,  ma  però  non  era  di  grande  popolo 
a  comparazione  ch'ella  è  a'nostri  tempi  ;  che  la  città 
di  Firenze  era  di  piccolo  sito,  come  fallo  è  menzione, 
e  ancora  si  vede  al  primo  giro,  e  non  v'svca  shilaali 


I     lo 


pt/rtarniie,  o  portar  via.  Huiu  allkCrugciL 

*  rarìlk,  coie  degne,  onuuDcnti.  S«r  GÌova4iDl  nel  Peco- 
rone g.  9.  o.  1:  Anta  tal  eampaniU,  il  qaaU  era  il  pH  hMo, 
e  il  fiU  riete,  t  (a  wmgfìor  digniti  citi  awtf  Vinegia  a 
pùl  tempo. 


il  quarto  forse  eh'  è  oggi.  I  Fiesolani  crsno  mollo 
scemali,  e  alla  disfaiione  di  Fiesole  molto  si  sparsone, 
e  chi  andò  in  una  parie  e  chi  in  un'alUv;  ma  i  piii 
ne  vennono  a  Firenze,  e  pur  fu  grossa  città  al  tempo 
d' allora;  ma  per  quello  troviamo,  con  lulti  i  Fieso- 
lsni non  furono  la  metà  eh'  è  oggi  a'  nostri  di.  E 
nota  perchè  i  Fiorentini  sono  sempre  in  scisma,  e  in 
parli,  e  in  divisioni  tra  loro,  che  non  è  da  maravi- 
gliare: l'una  ragione  si  È  perchè  la  città  fu  reediH- 
ceta,  come  fu  detto  al  capitolo  della  sua  ree  diti  cazione, 
sotto  l(  signorìa  e  ìnfluenEs  della  pianeta  di  Marti  che 
sempre  conforta  guerre  e  divisioni;  l'altra  ragione 
piii  certa  e  naturale  si  è,  eh' e' Fiorentini  sono  oggi 
stratli  di  due  popoli  cosi  diversi  dì  modi  e  sempre 
per  antico  erano  stati  nemici,  siccome  del  popolo 
de' Romani  e  dì  quello  de' Fiesolani;  e  ciò  potemo 
vedere  per  isperienza  vera,  e  per  le  diverse  mutazioni 
e  partigiani  e  sette,  cbe  dappoi  eh'  e'  detti  dne  popoli 
furono  congregati  in  uno,  avvennero  in  Firenze  di 
tempi  in  tempi,  come  iu  questo  libro  omai  più  este- 
samente sarà  n 


CAPITOLO  VIIL 

Come  la  cUlà  di  Firente  crebbe  lo  cerchio,  prima 
■  di  fossi  e  sleccali,  poi  di  mura. 

Dappoich'e'  Fiesolani  tornarono  iu  grande  parte 
ad  abitare  in  Firenze,  come  detto  è  dinanzi,  la  città 
s' empiè  pia  di  gente  e  di  popolo,  a  crescendo  in 
borghi  e  abituri  di  fuori  della  vecchia  e  piccola  citta, 
poco  tempo  appresso  convenne  di  necessità  che  la 
città  si  crescesse. di  cerchio,  prima  di  fossi  e  di  stec- 
cali ;  e  poi  al  tempo  d' Arrigo  imperadore  si  feciono 
le  mura,  acciocché  le  borgora  e  accrescimenti  di 
fuori,  per  le  guerre  che  apparieno  in  Toscana  per 
cagioue  del  detto  Arrigo,  non  potessono  essere  presi 
né  guasti,  e  la  ciLtà  più  tosto  assediala  da'  nemici. 
E  però  s  quel  tempo  negli  snui  di  Cristo  1076,  come 
innsnzi,  incidendo 'le  storie  d'Arrigo  terzo  ss  ri  men- 
zione, cominciarono  i  Fiorentini  le  nuove  mura,  co- 
minciando dilla  parte  del  levante  alle  porla  di  S.  Fiero 
maggiore,  la  quale  fu  alquanto  dietro  slls  della  chiesa, 
mettendo  il  borgp  di  San  Piero  maggiore  e  la  chiesa 
detta  dentro  alle  nuove  mura,  e  poi  rislrìgnendosi 
dalla  parie  di  tramontane  poco  di  lungi  al  detto  borgo 
fece  gomito  a  una  postierla  che  si  chiamò  Is  porla 
Alberlioelli  per  una  schiatta  ch'ere  in  quel  luogo, 
rhe  cosi  fu  chiamata  :  poi  seguendo  ingìoo  ella  porta 
di  borgo  Ssn  Lorenzo  mettendo  Is  delta  chiesa  dentro 
alle  mura  ;  e  poi  appresso  ebbe  due  poslierie  l' una 
alla  forca  di  csmpo  Corbolini,  e  l'sltrs  ai  cbìsmòpoi 
la  porla  del  Baschiera,  conseguendo  poi  inaino  alla 
porli  di  San  Paolo,  e  sppreGsu  seguendo  inaino  alla 
porla  alla  Carraia  alla  quale  fece  line  il  muro  in  aul- 
r  Arno  ove  poi  si  cominciò  e  fece  uno  ponte  che  si 
chiama  il  ponte  alla  Carrai*  per  lo  nome  di  quello 
porta;  e  poi  seguendo  le  murs  non  però  troppo  alle 


'  fuendo  bcldeni*  «Ile  storie  ecc.  Inàdert  apiegato 
dalla  emaci,  sai' altro,  per  far  diyrmitme,  inàdmta,  mo- 
ttrvribbt  ntutro,  qniUMlo  è  attivo  qnl  a  iltroTi, 


50 


CRONICHE 


in  sa  la  rìra  d' Arno  mellendo  dentro  ciò  eh"  eri  di 
faorì  alle  mura  vecchie,  ciò  era  fl  borg^o  di  8»  Bran- 
catio,  e  qaeH 0  di  Fanone,  e  quello  di  Santo  Apoftolo, 
e  qoello  di  porte  Sante  Varie  inaino  al  Ponte  Vecchio; 
e  poi  appresso  in  sn  la  riva  d^Amo  inaino  al  castello 
Altafronte.  Di  là  si  partirono  alqoanto  le  mura  dalla 
riva  d^Amo,  sicché  vi  rimase  via  in  nexxo,  e  due 
postierle  onde  s**  andava  al  finrae  :  poi  fiiceano  canto 
e  volgeano  ove  è  oggi  la  coscia  del  ponte  Rabaconte, 
e  ivi  alla  rivolta  avea  una  porta  che  si  chiamava  la 
porta  de'  buoi  perchè  ivi  difaorì  si  fiicea  il  mercato 
de*  booi,  che  poi  fa  nomata  la  porta  di  messer  Rog- 
geri da  Oaona,  perocché  i  detti  da  Qoona  qaando 
vennero  ad  abitare  aDa  città  si  paosono  in  sa  la  detta 
porta.  Poi  seguirono  le  mora  dietro  a  San  Iacopo  tra 
le  fosse,  perchè  era  sa"  fossi,  insino  ov'è  oggi  il  capo 
della  piazza  dinanzi  alla  chiesa  de'  frati  minori  detta 
Santa  Croce;  e  qaivi  avea  nna  postierla  che  andava 
airisola  d'Amo,  poi  seguendo  le  dette  mura  per  linea 
diritta  sanza  niuna  porta  o  postierla,  ritornando  in- 
sino a  San  Piero  maggiore  ove  cominciano.  E  cosi 
ebbe  la  città  nuova  di  Firenze  di  qna  dairAmo  cinque 
porte  per  gli  cinque  sesti,  una  porta  per  sesto,  e  più 
postierle,  com'  è  falta  menzione.  Oltrarno  si  avea  tre 
borghi  i  quali  tutti  e  tre  cominciavano  al  Polite  Vec- 
chio di  là  d*Amo:  Tuno  si  chiamava  e  chiama  ancora 
borgo  Pidiglioso^,  perch'era  abitato  da  vile  gente,  e 
era  in  capo  del  detto  borgo  una  porta  che  si  chia* 
mava  la  porta  a  Roma,  ove  sono  oggi  le  case  de'Bardi 
presso  a  Santa  Lucìa  de'  Hagnoli  e  passato  il  Ponte 
Vecchio  :  e  per  quella  via  •'  andava  a  Roma  per  lo 
cammino  da  Fegghine  e  d'Arezzo:  altre  mura  non 
avea  al  detto  borgo  se  non  il  dòsso  delle  case  di 
costa  al  poggio.  L'altro  borgo  era  quello  di  Santa 
Felicita,  detto  if  borgo  di  Piazza,  che  avea  una  porta 
ov'è  oggi  la  piazza  di  San  Felice,  onde  va  il  cam- 
mino a  Siena;  e  un  altro  borgo  che  si  chiamava  di 
San  Iacopo,  che  avea  una  porta  ove  sono  oggi  le 
case  de'  Frescobaldi,  che  andava  il  cammino  a  Pisa. 
A'detti  tre  borghi  del  sesto  d'Oltrarno  non  avea  altre 
mura  se  non  le  dette  porte  e  dossi  delle  case  di 
dietro,  che  chindeano  le  borgora  con  giardini  e  ortora 
di  dietro.  Ma  dappoiché  lo  'mperadore  Arrigo  terzo 
venne  ad  oste  a  Firenze,  i  Fiorentini  feoiono  murare 
Oltrarno,  cominciando  alla  detta  porta  a  Roma  mon- 
tando addietro  al  borgo  alla  Costa  di  sotto  a  San 
Giorgio,  e  poi  riuscfeno  dietro  a  Santa  Felicila,  rin- 
chiudendo il  borgo  di  Piazza  e  quello  di  San  Iacopo, 
e  quasi  come  andavano  i  detti  borghi;  ma  poi  si 
feciono  le  mura  d'Oltrarno  al  poggio  più  alte  come 
sono  ora,  al  tempo  che  di  prima  i  Ghibellini  signo- 
reggiavano la  città  di  Firenze,  come  faremo  menzione 
a  luogo  e  a  tempo.  Lasceremo  alquanto  de'  fatti  di 
Firenze,  e  tratteremo  degP  imperadorì  che  furono 
appresso  il  primo  Arrigo,  che  ci  sono  di  necessità  a 
raccontare  per  conseguire  ^  la  nostra  storia. 


'  Dal  ìàtàno  p9diec9u$.  Come  aggiunto  Volgare  e  comune 
vuol  etiere  nella  Cnuo%  alla  quale  manca  pure  pedkO' 
hre^  aggiunto  di  morbo  aohifoiifflimo. 

'  proii6fiHr«. 


CAPITOLO  DL 
Carne  Cmrado  fnrimo  fu  faUo  imperùdare. 

Dopo  la  morte  d'Arrigo  primo  imperadore,  fa 
•letto  e  consegrato  Currado  primo  per  Benedetto  papa 
ottavo,  negli  anni  di  Cristo  1015.  Questi  fu  di  Soavia, 
e  regnò  nello  'mperio  venti  anni,  e  quando  egli  passò 
in  Italia,  non  possendo  avere  la  signoria  di  Hilano, 
si  l'assediò  infino  ne'borghi  ;  ma  prendendo  la  corona 
del  ferro  di  fuori  di  Hilano  in  nna  chiesa,  cantando 
la  messa,  si  venne  uno  grande  tuono  e  saetta  in  qnella 
chiesa,  e  alquanti  ne  morirono  ;  e  levato  l'arcivescovo 
che  cantava  la  messa  dall'altare,  disse  a  Currado  im- 
peradore, che  visibflmente  vide  Santo  Ambrogio,  che 
fortemente  il  minaocinva  se  non  si  partisse  dall'assedio 
di  Milano,  ed  egli  per  quella  ammonizione  si  levò  da 
oste,  e  fece  pace  co'Milanesi.  Questi  fu  giusto  uomo, 
e  fece  molte  leggi,  e  tenne  lo  'mperio  in  pace  lungo 
tempo.  Bene  andò  in  Calavra  contro  a'Saractni  ch'erano 
venuti  a  guastare  il  paese,  e  con  loro  eombatteo,  e 
con  grande  spargimento  di  sangue  de' cristiani  gli 
cacciò  e  conquise.  Questo  Currado  si  dilettò  assai 
della  città  di  Firenze  quando  era  in  Toscana,  e  molto 
l'avanzò,  e  più  cittadini  di  Firenze  si  feciono  cava- 
lieri dì  sua  mano  e  furono  al  suo  servigio.  E  accioc- 
ché si  sappia  chi  erano  i  nobili  e  possenti  cittadini 
in  quelli  tempi  nella  città  di  Firenze,  brievemente  ne 
faremo  menzione. 

CAPITOLO  X. 

Be' nobiii  eh*  erano  netta  cinèdi  Firenze  attempo 

del  detto  imperadore  Currado  :  prima  di  quetti 

d' intorno  al  Duomo, 

Come  addietro  è  fatta  menzione,  la  prima  ree- 
dificazione della  picciola  Firenze  era  divisa  per  quar- 
tieri, cioè  per  quattro  porte  ;  e  acciocché  noi  possiamo 
meglio  dichiarare  i  nobili  legnaggi  e  case  che  a'detti 
tempi,  disfatta  Fiesole,  erano  in  Firenze  grandi  e  di 
podere,  si  gli  conteremo  per  gli  quartieri  ove  abita- 
vano. E  prima  quelli  della  porta  del  Duomo  che  fii 
il  primo  ovile  e  stazzo  *  della  rifatta  Firenze,  e  dove 
tutti  i  nobili  cittadini  di  Firenze  la  domenica  facieno 
riparo  e  usanza*  di  cittadinanza  intomo  al  Duomo,  e 
ivi  si  faceano  tutti  i  matrimoni  e  paci,  e  ogni  gran- 
dezza e  solennità  di  comune:  e  appresso  porta  San 
Piero,  e  poi  porta  San  Brancazio,  e  porta  Sante  Marie. 
E  'n  porte  del  Duomo  erano  abitanti  il  legnaggio 
de'filii  Giovanni,  e  quelH  de'fìlii  Gnineldi  che  furono 
i  primi  che  reedificarono  la  città  di  Firenze,  onde  poi 
sono  discesi  molti  lignaggi  di  nobili  in  Mugello  e  in 
Valdamo  e  in  città  assai,  che  oggi  sono  popolari  e 
quasi  venuti  a  fine:  furono  i  Barucci  che  stavano  da 
Santa  Maria  Maggiore,  che  oggi  sono  venuti  meno  ; 
bene  furono  di  loro  legnaggio  gli  Scali  e'Palermini. 


'  atasione. 

*  La  Giuntina  dice:  mmuca  ciUadmtiea»  Intendi  :  si  ri- 
paravano e  conversavano.  Utant^  ntit  Bpe<i9o  pratica,  con^ 

r«rtff«»<)»»«,  frequenta. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


51 


Bruto  iDcara  nal  detto  quartiere  Arriguccr,  e' Siti, 
e*Bg1iuoli  della  Toia  :  queiti  della  Toai  furono  uno 
legna^gjo  co'  BùdoiniDi,  e  padrooi  a  difenditori  del 
vcacavado;  ma  partissi  ano  di  loro  da' suoi  di  porta 
San  Piero,  e  tolse  per  moglie  una  donna  ehiimata  la 
Taaa,'che  l'ebbe  lo  retaggio,  onde  derivò  quello  nome: 
eranvi  quelli  della  Pressa  che  stavano  tra'Chiavaiuoli, 
gentili  uomini. 

CAPITOLO   XI. 

Delle  cote  de'nobUi  del  quartiere  di  porla  San  Piero. 

Nel  quartiere  di  porta  San  Piero  erano  i  Bisdo- 
mini  che,  come  di  sopra  è  detto,  e'sono  padroni  del 
vescovado,  e  gli  Alberigbi,  ohe  Tu  loro  la  chiesa  di 
Santa  Hi  mati,  e  oggi  non 

n'i  nnlld  o  grandi,   e  ahi 

lavino  h  he   furono  poi  le 

case  de'  ij,   e  di  loro   per 

donna  ni  come  addietro  è 

falla  mei  lono  messere  Bel- 

lincione  meno  lutto  quello 

legniggio;  i  GaUigeri,  e  Chiarmontesi,  e  Ardinghi 
che  abitavano  io  orto  San  Michele,  erano  molto  an- 
tichi; e  simile  i  Giacchi  che  oggi  sono  popolani,  che 
abitavano  da  Santa  Margherita  ;  Blisei  che  simile  sono 
Oggi  popolani,  che  stanno  presso  a  Mercato  Vecchio; 
e  in  quella  luogo  abitavano  i  Caponsacchi  che  furono 
grandi  Fiesolani;  i  Donali  ovvero  Cslfucci,  che  lutti 
furono  uno  legnaggio;  ms  ì  Cslfucci  vennono  meno  ; 
t  quelli  della  Bella  di  San  Martino  anche  divenuti 
popolani;  e  il  legnaggio  degli  Adimarì  t  quali  furono 
stralti  di  casa  i  Cosi,  che  oggi  abitano  in  Porta  rossa, 
e  Santa  Maria  Nipolecosa  feciono  eglino  ;  e  bene  che 
sieno  oggi  il  maggiore  legnaggio  di  quello  seslo  e 
di  Firenze,  non  furono  però  in  quelli  tempi  de'  più 
antichi. 

CAPITOLO  xn. 

Di  queiti  dei  quartiere  di  porta  San  Brancatio. 

Nel  quartiere  della  porla  di  San  Brancasio  erano 
grandissimi  e  potenti  la  casa  de'  Lamberti  nati  per  loro 
nntiehi  della  Magna;  gli  Ughi  furono  antichissimi, 
qnali  edJQoarono  Santa  Maria  Ughi,  e  tutto  il  poggio 
di  Montoghi  fn  loro,  e  oggi  sono  spenti;  ì  Cstellinì 
furono  antichissimi,  e  oggi  non  n'  è  ricordo  :  dicesi 
eh*  e'  figliuoli  Tieri  per  hsstardo  nati  fossono  di  loro 
legnaggio:  i  Pigli  gentili  nomini  e  grandi  in  quelli 
tempi,  Soldanierì,  e  Vecchietti;  molto  antichi  furono 
quelli  dell'Area,  e  oggi  sono  spenti;  e' Migliorelli, 
che  oggi  sono  niente;  e' TrinciiTelli  da  Moscinno  fu- 
rono assai  antichi. 

CAPITOLO  XIII. 

Di  quelli  del  grande  quartiere  di  porta  Santa  Maria 
e  di  San  Piero  SrAera<igio. 

Nel  quartiere  della  porte  Santa  Maria,  cb'ò  oggi 
nel  sesto  di  San  Piero  Scheraggio  e  quello  di  Borgo, 
aven  molto  possenti  e  antichi  legnaggi.  I  maggiori 


erano  gli  Ubarli  ',  nati  e  venuto  il  loro  antico  della 
Magna,  che  abitavano  ov'è  oggi  la  piana  de*  Priori 

'1  palagio  del  popolo;  i  Fifenli detti  Bogolesi  ahi- 
lavano  in  sul  canto  di  porte  Sante  Marie:  e' Galli, 
Cappiardi,  Gnidi,  e  Filippi  che  Oggi  sono  niente,  al- 
lora erano  grandi  e  possenti,  sbitavano  in  Mercato 
Nuovo.  Bene  eh' e' delti  Filippi  sia  scritto  che  sieno 
Deente,  nondimeno  n' è  ancora  Kinieri  dsUs  Piaus,  e 
Tano  figliuolo  di  Gaalfrednccio,  e  hanno  ancora  le 
case  loro  presso  alla  pÌBua  di  Hercalo  Nuovo  dtrim- 
peUo  elle  case  de'Bostichi.  Vero  è  ch'e'delti  Rinierì 

Tano  furono  giìi  chiamali  quelli  della  Piana,  e  altri 
gli  chiamare  GuBlfreduct:!,  nientemeno  elli  sono  pure 
degli  orrigini^  Filippi;  e  Gondt  e  Slroui  1  quali  abi- 
tano nel  sesto  di  San  Brancasio,  sono  consorti  de' detti 
Gualfreducc),  ovvero  queiti  della  Piaisa,  discesi  tutti 
da'  delti  Filippi  ;  e  simile  i  Greci  che  fn  loro  tutto  il 
borgo  de'  Greci,  oggi  sodo  finiti  e  spenti,  salvo  che 
n'  ha  in  Bologna  di  loro  legnaggio  ;  Ormannl  che 
abitavano  ov'è  oggi  il  detlo  palagio  del  Popolo,  e  cfais- 
mansi  og^  Foraboschi.  E  dietro  a  San  Piero  Scherag- 
gio ove  sono  oggi  le  case  de'figtiuoli  Petri,  furono 
qnelli  della  Pera  ovvero  Perui»,  e  per  loro  nome  la 
postierla  che  ivi  era  si  chiamava  porta  Pernua:  alcuno 
dice  eh'  e'  Ferussi  che  aono  oggi  furono  stralli  di  quello 
legnag^o,  ma  non  l'affermo.  1  Sacchetti  che  abitano 
nel  Garbo  furono  molto  anUchi  ;  intorno  a  Mercato 
Nuovo  ereno  grandi  i  Bostichi,  e  quelli  della  SaDoella, 
e  Giandoneti,  e  Infangali;  in  borgo  Santo  Apostolo 
erano  grandi  Guaiterotti,  e  Importuni,  che  oggi  sono 
popolani;  f  Bondelmonti  erano  nobili  e  aoticbi  citta- 
dini in  contado,  e  Hontebuoni  fu  toro  castello,  e  pih 
altri  in  Valdigreve;  prima  si  pnosono  Oltrarno,  e  poi 
lamsrono  in  Borgo.  I  Pulci,  e' conti  da  Gangalandi, 
Cìndbgnì,  e  Nerli  d' Oltrarno,  liirono  ad  un  tempo 
grandi  e  possenti  con  Giandonati,  e  con  quelli  della 
Bella  insieme  nomati  di  sopra;  e  del  marchese  Ugo 
che  fece  la  badia  di  Firenie  ebbono  l'arme  e  la  caval- 
leria, imperciocché  intorno  a  lui  furono  mollo  grandi. 

CAPITOLO  XIV. 
Come  in  quelli  tempi  era  poco  abitato  Oltrarno. 

Avemo  nominali  i  nobili  e  possenti  cittadini 
che  a'  tempi  dello  'mperadore  Currado  primo  erano 
dì  rinomes  e  di  stato  in  Firanse;  altri  più  legnaggi 
v'avea  di  pih  piccolo  affare  che  non  se  ne  fscea  rìno- 
roea,  e  oggi  sono  fstti  grandi  e  possenti,  e  degli 
antichi  nomali  di  sopra  sono  esisti,  e  tali^  venuti 
meno,  che  a' nostri  di  sppens  n' ò  ricordo  se  non 
per  questa  nostra  cronica.  Oltrarno  non  avea  in  quelli 
tempi  gente  dì  legnaggio    né  di  rinomo,  pNVochè, 


'  8e  gii  liberti  dùcendeiscro  >!>  ChIìIìi»  o  d«rlvsu«ro 
di  Oennuia  t  ancori  controvano. 

'  ili  orìfine,  p»r  orìgiae.  Kols  origint  di  g«n.  muc. 
Cos'i  eells  Vita  di  8.  Oirolamo,  SS  :  Il  mo  orifim  natce 
dal  rÌMÌo  dtlla  fola.  Colls  doppia  arre  man»  ali*  Crnlca, 
cha  niantooianD  ragiiira  errigiiiale  a  orriginalmaiU. 

'  talmanta.  Bore.  dot.  T3.  16:  Io  gli  darti  tal*  di  qiir- 
fto  cioctolo  ntlU  e^cagn».  thr  rifli  ti  riixnirrrhhr  fori'  un 
mtf  di  qatita  fata. 


52 


CBONIOTE 


come   avemo  detto  addietro,  e'  noa  era  della  città 
antica,  ma  borghi  abitati  di  vili  e  minute  g^enti.  La- 
sceremo ora  di  raccontare  de'  fatti  di  Firenze  inflno 
che  fla  tempo  e  luogo,  quando  i  Fiorentini  comin- 
ciarono a  mostrare  loro  potensia,  e  diremo  brìeve- 
meate   degl' imperadori   che    furono  dopo    Currado 
primo,  e  della  contessa  Mattelda,  e  di  Ruberto  Gui- 
scardo che  conquistò  in   quelli  tempi  Puglia  e  Ci- 
cilia,  che  di  raccontare  di  tutti  ci  è  di   necessiti, 
per  le  muUiioni  che  n"  avvennero  in  Italia ,  e  poi 
alla  nostra  città  di  Firenze. 


CAPITOLO  XV. 

Come  fu  fuUo  imperadore  Arrigo  secoudo  dello 
^Wy  e  le  notila  che  furono  al  suo  tempo. 

Dopo  la  morte  del  detto  Currado,  fu  eletto  im- 
peradore Arrigo  secondo:  e  chi  disse  figUuolo,  ma 
e  fu  pure  genero  del  detto  Currado  imperadore,  e 
figliuolo  del  conte  Leopoldo  Palatino  di  Baviera  ni- 
pote del    primo  Arrigo.    Questo  Arrigo  fu  profe- 
wto   la  notte  ch'egli  nacque  in  questo  modo;  che  1 
detto   Currado   essendo   egU  cacciando   arrivato  di 
Bolle  solo  in  una  foresta  in  povera  casa,  ove  abi- 
tava Il  padre  e  la  madre  del  detto  Arrigo  isfuggiU 
e  in  bando  deUo  'mperio  per  micidio»  ove  i1  detto 
Arrigo  nacque;  vegnendogU  in  visione  che  '1  detto 
Mio   fanciullo  sarebbe  suo  genero  e  succederebbe 
•uo   mpeno,  Currado  credendo  che  fosse  Hgliuolo 
tìi  villano,  non  conoscendo  il  conte  suo  "padre,  per 
disdegno  il  comandò  a  uccidere^  nella  foresta,  e  i 
SUOI  famigliari  per  volontà  di  Dio  lo  lasciarono  vivo, 
rapportando  che   V  aveano  morto.   E  poi  crebbe  in 
iMmtà  e  in  wiato,  sicché  nella  corta  del  detto  Cur- 
"do  fu  al  servigio  U  detto  Arrigo;  e  ricordandosi 
IO    mperwiore  di  lui,  e  riconoscendolo  per  certi  in- 

^  lu'Tf  ^  ^"^  "  ""^  •"•  "^^^  oon  let- 
»«  cne  I  facesse  uccidere  incontanente;  e  per  uno 
prete  con  cui  albergò  in  cammino,  come  piacque  a 
Iddio,  SI  levò  deUe  lettere  quelle  parole  contamente^ 

5»  fatto;  e  il  ^estuio  premesso  da  Dio  pure  segui 
Con  tutu  ,  contesti  di  Currado,  questo  Arrigo  fu 
coronato  ^  ««i  di  Cristo  1040,  •  regnò  Las- 
sette  anni.  Onesto  Arrigo  iinpendore  passò  in  Italia, 
e  fn  coronato  a  Rom  da  papa  Clemenle  secondo,  il 
q«*le  papa  fl  detto  imperadore  fece  lare,  e  dispm^e 
wrc  papi  eh'  erano  in  qnestioM,  Tono  si  ekiamò  papa 
««••detto  nono,  Taltro  papa  Silvestro  leno,  V  nitro 


papa  uregono  sesto,  e  aveano  Inno  Tidlro  dispesto 
e  caccwto   di  Roma.  Poi  ciò 'fatto,  il  detto  Arrigo 
si  andò  nel  Regno  per  guerreggiare  in  Puglia  e  n 
Campagna  tra'  signori   insieme  ;  si    prese  Paadelfo 
prencipe  di  Capova  e  menoloe  in  Alamagna,  e  mise 
in  signoria  un  altro  Pandolfo  conte  di  Tarentioo,  e 
poi  si  tornò  nella  Magna  dimorando  poco  in  Itaha. 
Per  la  qual  cosa  il  paese  d'Italia  si  comnosse  molto 
in  guerra  Tuno  signore  contra  V  altro,  e* Jlomani  tra 
loro,  e  rubarono  la  Chiesa,  e  le  sue  possessioni,  e 
cose,  e  pellegrini.  Ma  essendo  in  quelli  tompi  tonato 
in  istato  papa  Gregorio  sesto,  di  Roma  cacciò  papa 
elemento  ch'era  uomo  di  poco  valore  ;  come  signore 
laico  con  armata  mano  difese  e  racquistò  le  giuridi- 
tioni,  possessioni,  e  cose  della  Chiesa,  e  ebbe  gneira 
e  battagUa   col  detto  Arrigo  che  P  avea  disposto,  e 
sopraslatogli  ;  e  tolto  fosse  per  qaesto  cagione  nomo 
di  sangue,  si  fece  buona  fine  e  con  santo  repentimento, 
mostrando  a'suoi  fraU  cardinaU,  che  ciò  cb'avea  fatto, 
era  per  ricoverare  lo  stato  di  Santa  Chiesa^  e  non 
per  ninna  singulare  proprietà  di  sua  avarizia,  asse- 
gnando per  autorità  di  Santa  Scrittora,  come  i  cherici 
al  bisogno  si  debbono  mettore  come   muro   dinanii 
alle  battaglie  a  difensione  della  fede  e  di  Santo  Chiesa. 
E  Iddio  mostrò  miracoli  per  lui;  che,  bi  morto,  i  car- 
dinali e  l'altro  chericato  di  Roma  non  lo  voleano 
seppellire  in  San  Piero  in  luogo  sagro,  ma  misonlo 
di  fuori  dalle  reggi  ',  siccome  alla  sua  fine  ordinò, 
perch'era  stato  uomo  di  sangue;  che  se  Iddio  mo- 
strasse miracolo  in  Ini,  che  '1  soppeUissono  dentro 
alla  chiesa.  B  ciò  fatto,  e  chiuse  e  serrt^ìe  le  porte 
di  San  Piero,  subitamente  venne  nno  torbo  eoa  uno 
vento  sì  impetuoso,  che  per  foraa  levò  te  porto  della 
chiesa,  e  portolte  in  coro.  Allora  conosciuto  il  mi- 
racolo del  santo  uomo,  si  '1  soppellinmo  nelte  diiesa 
con  grande  solennità  e  reverenzia. 

CAPITOLO  XVI. 

Come  Arrigo  leno  fu  fallo  mperadorey  eU  notila 

d'Italia  che  furono  al  $uo  tempo,  e  xome 

la  corte  di  Roma  fu  in  firente. 


«  oSddfo  P^'^  «n«nc«  al  Vocabolario. 

I  Domandò  the  iòne  ucciso.  Modo  latino. 

^^  testi  leggono  mmiawmmtef  mm  ctmUmemi$  dal  Ut 

2"^ i    r."^.""  ^  medesimo.  HatUo  Villani  10.  69:  M 
f^^J:;9^^  *^o  nipou,  empiiamo  U  Boìcg^  U  n«* 

qudl'avTcrbio  r^T^^  «a  J^^l^sJ^TdlS^^ 
iUammte^  E  perù  comio  vai  pare  dtttn,  tornèo.  ìmùn-  CòL 

i^?^  ^r"*****^  •  ^"^  °^*>  ^«  Il  Vocaboterio^ 
»pi«ta  eomtwmemte  aolo  per  '      *   '  ^^ 


Appresso  te  morto  d*  Arrigo  seeondo  fìi  eletto 
unperadore  Arrigo  terso,  detto  quarto  quanto  ìb  dom 
di  re,  ma  teno  ch'ebbe  corona  d'imperio,  neffU  amù 
di  Cristo  1056,  e  regnò  nelte  'mperio  qmantaaove 
anni.  OaMtl  fu  Bglinolo  dell*  altro  Arrigo  di  Baviera. 
AJ  tempo  di  costai  ebbe  molto  novità  in  IttOia  e  ut 
Firenze,  come  faremo  mennotte.Al  soo  tempo  fu  hme 
6  mortatità  per  tatto  il  mondo,  e  nel  cerchio  defia 
Inna  apparve  te  pianeta  di  Venere  oUara  e  aperta,  e 


,,^^^'  *"*^-  ^'  ^''  ^  T^^  M  ne'  cardimi  A*. 
9Mé  <n,  sp^t  di  ywfla  rs^ys  mcrm.  Da  alami  scrittori 
latmi  (Ascon.  Pedian.  in  fro^  pn,  Samro  —  StsI.  « 
Auy,  C.  31  —  Vitr.  Hb.  5)  raccoglicai  che  rtyia  dovette 
^rs  nna  porta,  ansi  V  entrata  de'  palagi  e  de*  teatri. 
Forse,  opma  fl  Branealeoni,  m  itaL  si  pn6  dire  al  sin^. 
ryfe  e  reggia;  di  che  fl  Petrara^  col  dire  Tò9b>  dU 
gmmto  affamoroàm  t^ggim,  potrebbe  aver  significato  eempli- 
cernente  oHamarom  porta, ÌH  (atti  esperte  non  di  palagio 
^«  to^  >n»g»lfieo  edificio,  ma  di  tma  piecote  casa  in 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


53 


mai  non  si  vide  in  tale  aspetto.  Questo  Arrigo  fece 
fare  per  sua  fortezza  papa  Vittorio  nato  d'Alemagna, 
il  quale  papa  nella  città  di  Firenze  fece  concilio  negli 
anni  di  Cristo  1059,  e  molti  vescovi  dispuose  per 
loro  peccati  di  fornicazioni  e  di  simonia.  E  parten- 
dosi la  corte  di  Firenze,  e  '1  detto  papa  andando  in 
Alamanna  allo  ''mperadore  Arrigo,  ove  graziosamente 
fu  ricevuto  a  grande  onore,  poco  appresso  si  morie. 
E  dopo  lui  fu  fatto  papa  nella  città  di  Firenze  per  li 
cardinali  papa  Stefano  nato  di  Lotteringia  in  Brabanle: 
yivette  da  dieci  mesi,  e  mori  nella  detta  città  di  Firenze, 
e  nella  chiesa  maggiore  di  Santa  Reparata  fu  sepulto. 
E  dopo  Ini  fa  fatto  per  forza  papa  Benedetto  vescovo 
di  Velletro,  e  poi  fu  in  capo  de*  nove  mesi  cacciato 
del  papato  e  mori;  e  dopo  lui  fu  fatto  papa  il  vescovo 
di  Firenze  ch*era  di  Borgogna,  essendo  la  corte  nella 
città  di  Siena,  e  fu  chiamato  papa  Niceolao  secondo, 
e  regnò  tre  anni  e  mezzo,  e  mori  in  Roma.  E  dopo 
a  lui  regnò  papa  Alessandro  nato  di  Milano  undici 
anni  e  mezzo,  ma  al  suo  tempo  i  Lombardi  feciono 
un  altro  papa  chiamato  Calduoo  vescovo  di  Parma,  e 
contra  Alessandro  venne  due  volte  colla  forza  de^Lom- 
bardi  a  Roma  per  avere  il  papato,  ma  niente  gli  valse. 
Alla  fine  papa  Alessandro  a  richiesta  d' Arrigo  impe- 
radore  andò  a  Mantova,  e  là  fece  concilio,  e  chetarsi 
le  riotte  e  scisme  ch'erano  nella  Chiesa;  e  questo 
Alessandro  rimase  papa  e  tornossi  a  Roma  e  là  mori  ; 
e  poi  fu  papa  Gregorio  settimo.  In  questi  tempi 
infino  agli  anni  di  Cristo  1078  essendo  la  città  di 
Firenze  assai  aggrandita  e  montata  in  istato,  per 
Tessere  della  corte  di  Roma  che  più  tempo  vi  stette, 
e  per  la  guerra  che  si  cominciò  al  tempo  del  detto 
papa  Gregorio  tra  lo  ''mperadore  Arrigo  e  la  Chiesa 
e  la  contessa  Mattelda,  come  innanzi  faremo  menzione, 
i  Fiorentini  feciono  il  secondo  cerchio  di  mura  alla 
città  ovVano  i  fossi  e  steccati,  come  addietro  è  fatta 
menzione  nel  capitolo  della  detta  edificazione. 

• 

CAPITOLO  XVII. 

Come  santificò^  SaiUo  Giovanni  Gualberti  citl€uUno 
di  Firewiej  e  padre  delfordine  di  Valembrosa, 

Al  tempo  del  detto  Arrigo  imperadore,  fu  uno 
gentile  uomo  del  contado  di  Firenze  nato  di  messere 
Gualberto  cavaliere  de'  signori  da  Pelroio  di  Valdi- 
pesa,  il  quale  avea  nome  Giovanni.  Questi  essendo 
laico  e  in  guerra  oo'suoi  vicini,  i  quali  avevano  morto 
uno  suo  fratello,  vegnendo  a  Firenze  con  sua  com- 
pagnia armali  a  cavallo,  trovò  il  nimico  suo  che  aveva 
morto  il  fratello,  assai  presso  della  chiesa  di  San 
Minialo  a  Monte  ;  il  quale  suo  nimico  veggendosi  sor- 
preso, si  gittò  in  terra  appiedi  di  Giovanni  Gualberti 
fiiccendogli  croce  delle  braccia,  cfaeggendogli  mercè 
per  Gesù  Cristo  che  fu  posto  in  croce.  Il  quale  Gio- 
vanni compunto  da  Dio,  ebbe  pietà  e  misericordia 
del  nemico  suo,  e  perdonógli,  e  menoUo  a  olferere^ 
nella  chiesa  di  Santo  Miniato  dinanzi  al  Crocifisso. 


'  dJvenDe  santo. 

^  a  fare  offerta,  a  dare  a  Die. 


Della  quale  misericordia  Iddio  mostrò  aperto  miracolo, 
che  veggente  tutti,  il  Crocifisso  si  chinò  al  detto  Gio- 
vanni Gualberti,  e  a  lui  fece  grazia  di  lasciare  il 
secolo  e  convertirsi  a  religione,  e  fecesi  monaco  nella 
detta  chiesa  di  Santo  Miniato.  Ma  poi  trovando  Tabate 
simoniaco  e  peccatore,  se  n'andò  come  eremita  nel- 
r  alpe  di  Valembrosa,  e  quivi  gli  crebbe  la  grazia  di 
Dio  e  la  sua  santità,  che  come  piacque  a  Dio,  fu  il 
primo  cominciatore  di  quella  badia  e  santo  ordine, 
onde  poi  molte  badie  sono  scese  in  Toscana  e  in 
Lombardia,  e  molti  santi  monaci.  E  egli  vivendo,  e 
poi^,  fece  molti  miracoli,  come  racconta  la  sua  leg- 
genda, e  fh  molto  tenuto  chiaro  di  fede  e  di  vita  da 
papa  Stefano  ottavo,  e  poi  da  papa  Gregorio  settimo: 
e  passò  di  questa  vita  alla  badia  di  Passignano  gli 
anni  di  Cristo  1073,  e  dal  detto  papa  Gregorio  fu 
poi  con  grande  divozione  ealonizzato'. 

CAPITOLO  xvm. 

Narraùone  di  più  cose  che  furono  a  questi  tempi. 

In  questi  tempi,  gli  anni  di  Cristo  1070,  passò 
in  Italia  Ruberto  Guiscardo  duca  de'Normandi,  il  quale 
per  sua  prodezza  e  senno  fece  grandi  cose,  e  operò 
in  servigio  di  Santa  Chiesa  contro  ad  Arrigo  terzo 
imperadore  che  la  perseguitava,  e  contro  Alessio  im- 
peradore e  contro  a'Vinizìani,  come  appresso  faremo 
menzione:  per  la  qual  cosa  egli  fu  fatto  signore  di 
Cicilia  e  di  Puglia  colla  oonfermagione  di  Santa  Chiesa, 
e  gii  suoi  discendenti  appresso  infino  al  tempo  d'Ar- 
rigo di  Soavia,  padre  di  Federigo  secondo,  ne  furono 
re  e  signori.  E  simìgliante  in  questi  medesimi  tempi 
si  fu  la  valente  e  savia  contessa  Mattelda,  la  quale 
regnava  in  Toscana  e  in  Lombardia,  e  quasi  di  tutto 
fu  donna,  e  molte  grandi  cose  fece  al  suo  tempo  per 
Santa  Chiesa,  sicché  mi  pare  ragione  e  che  si  con- 
vegna  dire  di  loro  oominciamento  e  stato  in  questo 
nostro  trattato,  imperciocché  molto  si  mischia  a'fatti 
della  nostra  città  di  Firenze  per  le  successioni  che 
de'  loro  fatti  seguirono  in  Toscana.  B  prima  diremo 
di  Ruberto  Guiscardo,  e  poi  della  contessa  Mattelda, 
e'ioro  principii  e  le  loro  operazioni  brievemente,  tor- 
nando poi  a  nostra  materia  e  fatti  della  nostra  città 
di  Firenze,  la  quale  per  accrescimento  e  operazioni 
de'Fiorentini  cominciò  a  moltiplicare  e  a  istendere  la 
fama  di  Firenze  per  T  universo  mondo,  più  che  non 
era  stato  per  Taddietro;  e  imperoiò  quasi  per  necessità 
ne  conviene  nel  nostro  trattato  raccontare  più  uni- 
versalmente da  quinci  innanzi  de'  papi,  e  degF  impe- 
radori  e  de're,  e  di  più  provincie  del  mondo  le  novità 
e  cose  state  per  li  tempi,  imperciocché  molto  rife- 
riscono alla  nostra  materia,  e  perchè  il  sopradetto 
Arrigo  terzo  imperadore  fu  cominciatore  dello  scan- 
dalo dalla  Chiesa  allo  'mperio,  e  po'  i  Guelfi  e'Ghi- 
bellioi  onde  si  cominciarono  le  parti  d'imperio  e  della 
Chiesa  in  Italia,  le  quali  crebbono  tanto  che  tuUa 
Italia  u'é  maculata  e  quasi  tutu  Europa,  e  molti  mali 


'  e  dopo  morte.  . 

'  canoDÌsaatOi  fatto  del  numero  da'  tauti. 


54 


CRONICHE 


e  pericoli,  e  distragg^meiiti  e  matazioDi  ne  sono  se- 
guitate alla  nostra  città  e  a  tutto  V  aniverso  mondo, 
siccome  innanzi  conseguendo  nel  nostro  trattato  per 
li  tempi  faremo  menzione.  E  comincieremo  omai  al  di 
sopra  d'ogni  carta  a  segnare  gli  armi  DonUm  se- 
guendo di  tempo  in  tempo  ordinatamente,  acciocché 
più  apertamente  si  possano  ritrovare  le  cose  passate. 

CAPITOLO  XIX. 

Di  Ruberto  Guiscardo  e  dei  suoi  discendenti  i  quali 
furono  re  di  Cicilia  e  di  Puglia, 

Adunque,  come  addietro  è  fatta  menzione,  nel 
tempo  di  Carlo  imperadore  che  detto  è  Carlo  il 
Grosso,  che  imperiò  negli  anni  Domini  880  inaino 
in  892,  i  Normanni  pagani  venuti  di  Norvea,  in  Ala- 
magna  e  io  Francia  passarono  con  guerra  strignendo 
e  tormentando  i  Galli  e'  Germani.  Carlo  con  potente 
mano  contro  a'  Normanni  venne,  e  fatta  la  pace  e  con- 
fermata per  matrimonio,  il  re  de' Normanni  battez- 
zato, e  del  sacro  fonte  dal  detto  Carlo  ricevuto  fu  ; 
e  alla  perfine  non  potendo  Carlo  i  Normanni  di  Fran- 
cia cacciare,  concedette  loro  regioni  di  là  dalla  Sec- 
cane, chiamata  Lada  Serena,  la  qual  parte  inaino  a  oggi 
è  detta  Normandia  per  gli  detti  Normandi,  nella  qual 
terra  infino  d*  allora  il  duca  per  lo  re  vi  sono  mutati. 
Fu  adunque  il  primo  duca  Ruberto,  a  cui  succedette 
il  figliuolo  suo  Guiglielmo,  il  qnale  generò  Ricciardo, 
e  Ricciardo  ingenerò  il  secondo  Ricciardo.  Questo 
Ricciardo  ingenerò  Ricciardo  e  Ruberto  Guiscardo,  il 
quale  Ruberto  Guiscardo  non  fu  duca  di  Normandia, 
ma  fratello  del  duca  Ricciardo.  Questi,  secondo  Tusanza 
loro,  perocché  minore  figliuolo  era,  non  ebbe  la  si- 
gnoria del  ducalo,  e  però  volendo  sperimentare  la  sua 
bontà^  povero  e  bisognoso  in  Foglia  venne,  e  era  in 
quel  tempo  duca  in  Puglia  Ruberto  nato  del  paese,  al 
quale  Ruberto  Guiscardo  vegnendo,  prima  suo  scu- 
diere, e  poi  da  lui  fìi  fatto  cavaliere.  Adunque  venuto 
Ruberto  Guiscardo  a  questo  du^  Ruberto,  molte  vit- 
torie con  prodezze  contro  a*  nemici  mostrò,  il  quale 
aveva  guerra  col  prenze  di  Salerno,  e  goìdardonato 
magnificamente  tornò  in  Normandia:  le  delizie  e  le 
ricchezze  di  Pugfla  recò  in  fama,  ornati  i  eavalli  con 
freni  d'oro  e  con  ferri  d'argento  ferrati,  in  testimo- 
nio di  ciò  siccom'era;  per  la  qual  cosa  provocali  a 
se  più  cavalieri,  seguendo  questa  cosa  per  cupidigia 
di  ricchezze  e  di  gloria,  tornando  in  Puglia  tostamente, 
seco  gli  menò^  e  stette  appo  il  duca  di  Puglia  fedel- 
mente contro  a  Gottifredi  duca  de' Normanni:  e,  non 
lungo  tempo  poi,  Ruberto  duca  di  Puglia  vegnendo 
alla  morte,  di  volontà  de' suoi  baroni  nel  ducato  il 
fece  successore,  e  come  promesso  gli  avea,  la  figlinola 
prese  a  moglie  gli  anni  di  Cristo  1078.  E  poco 
tempo  passato,  Alessio  imperadore  di  Costantinopoli, 
che  Cicilia  e  parte  di  Calavra  aveva  occupata,  e'Vi- 
niziani  vinse^  e  tutto  il  regno  di  Puglia  e  di  Cicilia 
prese;  e  avvegnaché  contro  alla  Chiesa  romana  questo 
facesse  a  cui  il  regno  di  Puglia  era  propria  pos- 
sessione, e  la  contessa  Mattelda  contro  a  Ruberto 
Guiscardo  guerra  facesse  in  servigio  di  Santa  Chiesa  ; 


ma'  Roberto  riconciliato  alla  perfine  colla  Chiesa  di 
sua  volontà,  fatto  ne  fu  signore  ;  e  non  molto  poscia, 
Gregorio  settimo  assediato  co'  cardinali  da  Arrigo 
quarto  imperadore  nel  castello  di  Santo  Angelo,  ve- 
gnendo a  Roma,  e  cacciato  per  forza  il  detto  Arrigo 
coir  antipapa  suo  il  quale  avea  fatto  per  sua  forza, 
dall'assedio  il  papa  e'cardiaali  diliberò,  e  il  papa  nel 
palagio  dì  Laterano  rimise,  puniti  gravemente  i  Ro- 
mani che  contro  a  papa  Gregorio  favore  allo  'mpe- 
radore  Arrigo  e  al  papa  per  lui  fatto  aveano  dato. 
Questo  Ruberto  Guiscardo  duca  di  Puglia  faccendo 
una  volta  caccia,  seguitando  una  bestia  al  profondo 
d'una  selva,  e  ignorando  quello  che  avvenisse  di  lui 
e'compagni,  e  dov'egli  fòsse  e  che  facesse,  non  po- 
tendolo sapere,  veggendo  adunque  Ruberto  appressata 
la  notte,  abbandonata  la  bestia  che  seguitava,  a  casa 
procacciava  reddire;  e  tornando,   trovò  nella  selva 
uno  lebbroso  che  stantemente  aiuto  gli  domandava; 
e  quando  alcuna  cosa  gli  dicesse  ',  rispose  che  non 
il  lebbroso  facea  a  se  utile  penitenzia,  ma  egli  vor- 
rebbe innanzi  portare  ogni  incarico  e  ogni  grava- 
mento; e  domandando  al  lebbroso,  che  volesse,  disse: 
voglio  che  dopo  voi  mi  pognate  a  cavallo;  acciocché 
forse  abbandonalo  nella  selva,  le  bestie  non  lo  diro- 
rassono.  Allora  Ruberto  dopo  se  nel  cavallo  lieta- 
mente il  ricevette  :  e  come  cavalcando  procedessero, 
a  cotal  conte  così  il  lebbroso  disse:  tanfo  freddo 
agghiaccia  le  mie  mani,  che  ae  nelle  tue  carni  non  le 
riscaldo,  a  cavallo  non  mi  potrò  tenere.  Allora  quegli 
al  lebbroso  concedette  che  sicuramente  sotto  i  inoi 
panni  le  mani  ponesse,  e  le  carni  sue  e  le  membra 
contentasse  sanza  nulla  paura;  e  terza  volta  il  leb- 
broso ancora  per  misericordia  richeggendolo,  in  sella 
il  puose,  e  egli  venendo  in  groppa,  il  lebbroso  ab- 
bracciava, e  inaino  alla  sna  propria  camera  il  menava, 
e  nel  suo  proprio  letto  il  puose  ;  e  acciocché  si  ripo- 
sasse, diligentemente  il  collocò,  non  sentendolo  alcuno 
della  sua  famiglia.  E  come  la  festa  della  cena  fatta 
fosse,  detto  alla  moglie  che  nel  letto  suo  avea  allogato 
il  lebbroso,  la  moglie  incontanente  alla  camara  andò, 
a  sapere  se  quello  povero  infermo  volesse  cenare;  la 
camera  sanza  libamina  ^  trovò  tanto  odorifera,   come 
se  di  tutte  cose  odorifere  fosse  piena,  sì  fattamente, 
che  mai  Ruberto  né  la  moglie  tanto  odore  mai  non 
sentirono,  e  '1  lebbroso  cerco  che  venuto  v*era,  non 
conobbero,  maravigliandosi  oltre  misura  il  manto  e 
la  moglie  di  tanta  maraviglia;  ma  con  reverenzia  e 
con  tremore  Iddio  l'uno  e  l'altro  addimandaro  che 
debbia  loro  rivelare  che  ciò  sia.  E  il  seguente  dì  per 
visione  appar\'e  Cristo  a  Ruberto  dicendo:   che  se 
in  forma  di  lebbroso  gli  s'era  mostrato,   acciocché 
provasse  la  sua  pietà;   e  annonziògli   che  della  sua 
moglie  avrebbe  figliuoli  de' quali  l'uno  imperadore, 
l'altro  re,  il  terzo  duca  sarebbe.  Di  questa  promea- 
sione  confortato  Ruberto,  abbattati  i  rubelli  di  Puglia 


'  Qai  ma  vale  contuUocib  in  conrUpondenza  con  avve- 
gnaehi.  Medesimamente  il  Cavalca,  mHL  cuor.  S48  :  Ed 
awegnacM  'l  nimico  $i  ^form  di  metterci  laidi  pemeieri,  ma 
poiché  V  uomo  non  gli  ama  non  te  ne  dee  euretre, 

'  Quando  aHeuna  eoea  gU  dieeete,  secondo  Im  maniera 
latina  ciim  ei  aìiquid  diceret  —  dicendogli  orciaia  cofa. 

*  profumi. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


55 


e  di  Cicilia,  di  tatto  acquistò  la  signoria;  e  ebbe 
cinque  figliuoli  :  Guiglielmo  che  prese  per  moglie  la 
figliuola  d' Alessio  imperadore  de**  Greci,  e  f^  del- 
lo 'mperio  di  colui  duca  e  possessore,  ma  morì  sanza 
figliuoli:  (questi  si  dice  che  fu  Guiglielmo  il  quale 
fu  detto  Lungaspada;  ma  questo  Lungaspada  molti 
dicono  che  non  fu  del  legnaggio  di  Ruberto  Guiscardo, 
ma  della  schiatta  da'*  marchesi  di  Monteferrato)  e  '1 
secondo  figliuolo  di  Ruberto  Guiscardo,  Boagdinos, 
che  fu  in  prima  duca  di  Taranto  ;  il  terzo  fu  Ruggeri 
duca  di  Puglia^  che  dopo  la  morte  del  padre  fu  co- 
ronato re  di  Cicilia  da  papa  Onorio  secondo:  il  quarto 
figliuolo  di  Ruberto  Guiscardo  fu  Arrigo  duca  de^Nor- 
mandi:  il  quinto  figliuolo  Ricciardo  conte  Cicerat, 
credo  della  Cerra.  Questo  Ruberto  Guiscardo  dopo 
molte  e  nobili  cose  in  Puglia  fatte,  per  cagione  di 
divozione  dispuose  di  volere  andare  in  Gerusalem  in 
peregrinaggio;  e  detto  gli  fu  in  visione  che  morrebbe 
in  Gerusalem  :  dunque  accomandato  il  regno  a  Rug- 
geri suo  figlinolo,  prese  per  mare  il  viaggio  verso 
Gerusalem,  e  pervenendo  in  Grecia  al  porto  che  si 
chiamò  poi  per  lui  porto  Guiscardo,  cominciò  ad 
aggravare  di  malattia;  e  confidandosi  nella  rivelazione 
che  fatta  gli  fu,  in  ninno  modo  temeva  di  morire. 
Era  incontro  al  detto  porto  una  isola  alla  quale  per 
cagione  di  ripigliare  forza  e  riposo  si  fece  portare, 
e  portatolo  là  non  migliorava,  ma  quasi  forte  aggra- 
vava. Allora  domandò  come  si  chiamava  queir  isola, 
e  risposto  gli  fu  per  gli  marinai:  che  per  l'antica ^ 
Gerusalem  si  chiama.  La  qual  cosa  udita,  incontanente 
certificato  della  sua  morte,  divotamente  tutte  le  cose 
che  alla  salute  deir  anima  s' appartengono  acconciò, 
e  mori  grazioso  a  Dio  negli  anni  di  Cristo  1110,  il 
quale  regnò  in  Puglia  trentatre  anni.  Queste  cose  di 
Ruberto  Guiscardo  in  alcuna  cronica  parte  se  ne  leg- 
gono, e  parte  a  coloro  n'*udii  narrare  i  quali  le  storie 
del  regno  di  Puglia  pienamente  seppono. 

CAPITOLO  XX. 

De*  successori  di  Ruberto  Guiscardo  che  furono 
re  di  Cicilia  e  di  Puglia. 

Appresso,  Ruggeri  figliuolo  del  duca  Ruberto 
Guiscardo  generò  1* altro  Ruggeri;  e  questo  Ruggeri 
dopo  la  morte  del  padre  fatto  re  di  Cicilia,  generò 
Gniglielmo  e  Costanzia  sua  scrocchia.  Questo  Gui- 
glielmo onoratamente  e  magnamente  il  regno  di  Ci- 
cilia possedette,  e  ebbe  per  moglie  la  figliuola  del 
re  di  Inghilterra,  e  di  lei  non  avendone  né  figliuolo 
né  figliuola,  e  con  ciò  sia  cosa  che  morto  Ruggeri 
il  padre,  adempiuta  già  la  signoria  del  regno  di  Gni- 
glielmo, alcuna  profezia  divulgata  fu,  che  Costanzia 
sua  scrocchia  in  distruzione  e  ruina  reggerebbe  il 
reame  di  Cicilia  ;  onde  il  re  Guiglielmo  chiamati  gli 
amici  e  savi  suoi,  addomandò  consiglio  di  quello 
chiavasse  a  fare  della  scrocchia  sua  Costanzia;  e  fu 
consigliato  dalla  maggiore  parte  di  coloro,  che  se 
volesse  che  la  signoria  reale  fosse  sicura,  che  la  fa- 
cesse morire.  Ma  intra  gli  altri  uno  eh'  avea  nome 


col  nome  dell'  antica  ecc. 


Tancredi  duca  di  Taranto,  il  quale  era  stato  nipote 
di  Ruberto  Guiscardo  dalla  ^  scrocchia  che  si  crede 
che  fosse  moglie  di  Bagnamonte  principe  d'  Antio- 
chia, questi  contradicendo  il  detto  degli  altri,  umiliò 
il  re  Guiglielmo,  che  innocentemente  non  facesse 
morire  la  donna;  e  cosi  fu  fatto,  che  la  detta  Costan- 
zia fosse  riservata  da  morte  ;  la  quale  non  volonta- 
riamente, ma  per  temenza  di  morte,  quasi  come  mo- 
naca si  nutricava  in  alcuno  munistero  di  monache. 
Morto  Guiglielmo,  Tancredi  sopraddetto  succedette  a 
Guiglielmo  nel  regno,  recatolo  a  sé  sanza  volontà 
della  Chiesa  di  Roma,  alla  quale  la  ragione  di  quello 
regno  e  la  proprietà  pertenea.  Questo  Tancredi  di 
naturai  senno  ammaestrato,  fu  molto  pieno  di  scienza, 
e  ebbe  una  moglie  più  bella  che  la  Sibilla,  donna 
sanza  ubera'  secondo  l'opinione  di  molti,  della  quale 
generò  due  figliuoli  e  tre  figliuole:  il  primo  fu  chia- 
mato Ruggeri,  il  quale  vivendo  il  padre  fu  fatto  re, 
e  morissi:  il  secondo  fu  Guiglielmo  il  giovane,  il 
quale  vivendo  il  padre,  fu  fatto  re,  e  morto  il  pa- 
dre, alquanto  tenne  il  regno.  Intra  queste  cose  vi- 
vendo Tancredi  e  regnando,  Costanzia  scrocchia  del 
re  Guiglielmo  era,  già  forse  d'età  di  cinquant'anni, 
del  corpo  non  della  mente  monaca  nella  città  di  Pa- 
lermo. Nata  adunque  discordia  intra  '1  re  Tancredi  e 
r  arcivescovo  di  Palermo,  forse  per  questa  cagione, 
che  Tancredi  le  ragioni  della  Chiesa  occupava,  pensò 
adunque  l'arcivescovo  come  il  regno  di  Cicilia  po- 
tesse trasmutare  ad  altro  signore,  e  trattò  segreta- 
mente col  papa,  che  Costanzia  si  maritasse  ad  Ar- 
rigo duca  di  Soavia  figliuolo  di  Federigo  maggiore; 
e  Arrigo  presa  per  moglie  a  cui  il  regno  parca  che 
appartenesse  di  ragione,  imperadore  fu  coronato  da 
papa  Celestino^.  Questo  Arrigo,  morto  Tancredi, 
entrò  nel  regno  di  Puglia  e  molti  punì  di  quelli  che 
con  Tancredi  s'erano  tenuti,  e  che  favore  gli  aveano 
dato,  e  che  alla  reina  Costanzia  aveano  portata  in- 
giuria, e  vergogna  aveano  fatta  contro  alla  nobiltà 
del  suo  onore.  Questa  Costanzia  fu  madre  di  Fede- 
rigo secondo,  il  quale  del  romano  imperio  non  di- 
morò re,  ma  piuttosto  Federigo,  che  a  distruzione 
il  recò,  siccome  pienamente  ne'  suoi  fatti  apparirà. 
Morto  adunque  Tancredi,  il  regno  rimase  al  suo  fi- 
gliuolo Guiglielmo  giovane  di  età  e  di  senno;  ma 
Arrigo  entrato  nel  regno  col  suo  esercito  gli  anni  di 
Cristo  1197,  pace  non  vera  col  giovane  re  Guigliel- 
mo prese  ad  avere,  e  lui  frodolentemente  pigliando 
e  occultamente,  pochi  sentendolo,  in  Soavia,  colla 
scrocchia  in  iscacciamento  mandò,  e  privatolo  degli 


'  dal  lato  della  sorella  di  Roberto.  11  da  in  questo  senso 
manca  al  Vocabolario  ed  ha  esempio  altresì  nel  Boccaccio. 

^  mammelle,  da  ubero, 

*  L' età  di  59  anni  «e  la  monacazione  e  il  prosciogli- 
mento  del  voto  di  Costanza  son  favole  corse  nella  storia 
e  ricevute  poi  senza  esame  da  gravi  scrittori.  Costanza 
figlia  postuma  del  re  Roggero  nacque  verso  il  1154,  e 
ranno  1185,  o  1186  andò  moglie  in  Milano  ad  Enrico  di 
Svevia,  che  l'aveva  giurata,  già  vivente  il  padre  di  lei. 
Dell'anno  in  che  nascesse  Federico  II,  nulla  di  preciso.  I 
cronisti  e  storici  più  sinceri  danno  tutti  tra  il  1193  e  il 
1196.  £  posto  che  Costanza  Normanna  fosse  monaca,  un 
papa  non  avrebbelamai  sciolta  dal  voto  per  ribadire  sul- 
l'Italia la  potenza  Sveva. 


5G 


CBONICIIB 


occhi,  ivi  inUno  alla  morte  il  fece  sotto  guardia 
guardare.  Con  questo  Gnìglìelmo  figliaolo  dì  Tancredi 
furono  prese  tre  serocchie,  cioè,  Alberta,  Costansia, 
e  Ernadama.  Morto  Arrigo  imperadore,  e  GuigUelaio 
il  giovane  castrato  e  tratti  gli  occhi  morto,  Filippo 
duca  di  Soavia  queste  Ire  figliuole  di  Tancredi  re,  a 
preghiere  della  moglie  che  fu  figliuola  dello  *mpe- 
radore  Manovello  di  Costantinopoli,  liberatele  dello 
esilio  e  della  carcere,  le  lasciò  andare.  E  Alberìa 
ovvero  Acerìa  tre  mariti  ebbe:  il  primo  fu  conte  Gual- 
tieri di  Brenna  fratello  del  re  Giovanni  dal  quale  nac- 
que Gualterano  conte  dMoperi,  t  cui  il  re  di  Cipri 
diede  la  figliuola  per  moglie.  Morto  il  conte  Gual- 
tieri dal  conte  Tribaldo  Tedesco,  Alberia  si  fece  a 
moglie 'il  conte  Iacopo  di  Tricano  del  quale  ebbe  il 
conte  Simone  e  madonna  Adalitta;  e  costui  morto, 
papa  Onorio  Alberia  per  moglie  diede  al  conte  Ti- 
grìmo  Palatino  conte  in  Toscana,  e  per  dote  gli  die- 
de il  contado  di  Lezia  e  di  monte  Scaglioso  nel  re- 
gno di  Puglia.  Costanzia  fu  moglie  di  Marchesono 
duca  de'VinÌEÌani.  La  terxa  serocchia,  che  Emadama 
ebbe  nome,  marito  non  ebbe.  Queste  fbrono  cose  de* 
successori  dì  Ruberto  Guiscardo  nel  regno  di  Cicilia 
e  di  Puglia  inftno  a  Costanzia  madre  di  Federigo  im- 
peradore  figliuolo  del  re  Arrigo;  e  così  mostra^  che 
signoreggiassono  il  regno  di  Cicilia  e  di  Puglia  Ru- 
berto Guiscardo  e*  suoi  successori  centoventi  anni. 
Lasceremo  de"  re  di  Cicilia  e  di  Puglia;  e  diremo 
chi  fn  la  ralente  contessa  Mattelda. 

CAPITOLO  XXI. 
Della  contessa  Mattelda. 

La  madre  della  contessa  Mattelda  è  detto  che 
(a  figliuola  d'uno  che  regnò  in  Costantinopoli  impe- 
radore,  nella  cui  eorle  fa  uno  Italiano  di  nobili  co- 
stumi e  di  grande  legnaggio  e  liberale,  e  ammae- 
strato nelParmi,  destro,  e  dotato  di  tutti  doni,  siccome 
quegli  in  cui  il  legnaggio  chiaramente  snoie  militare'. 
Per  tutte  queste  cose  era  a  tutti  amabile,  e  grazioso  in 
costumi.  Cominciando  a  guardare  la  figliuola  dello'm- 
peradore,  occultamente  di  matrimonio  si  congiunse, 
e  prese  i  gioielli  e  là  pecunia  che  poterono  avere, 
e  con  lui^  in  Italia  si  fuggi.  E  prima  pervennono  nel 
vescovado  di  Reggio  in  Lombardia,  e  di  questa  don- 
na e  del  marito  nacque  la  valente  contessa  Mattelda; 
ma  il  padre  della  detta  donna,  cioè  lo  *mperadore 
di  Costantinopoli,  che  non  avea  altra  figliuola,  assai 
fece  cercare  come  la  potesse  trovare,  e  trovata  fu 
da  coloro  che  la  cercavano  nel  detto  luogo:  e  rì- 


'  Intendi:  sì  fece  moglie  del  conte  Iacopo  di  Tricano, 
del  quale  ecc.  Forse  V  art.  il  sta  qal  come  innanzi  a  no- 
me di  casato;  ondechè  si  dovrebbe  Interpretare:  il  fece  a 
moglie  in  casa  11  conte  Iacopo  ecc.  denotandosi  appresso 
col  relativo  per  sua  moglie.  In  questo  senso  mancherebbe 
al  Vocabolario. 

*  ti  pare,  si  vede,  si  mostra. 

*  per  prova,  campeggiare.  Manca  in  questo  senso  alla 
Crusca,  la  qnale  però  nota  MUma  per  Ordine  capaUen^eo 
e  per  esercizio  noòP^,  da  cavaliere.  Dante,  Par.  I5i  Ed  ei 
mi  cin$f  della  ma  mUifia. 

*  Forse:  con  Id^  ma  non  ho  voluto  dipartirmi  da'testi. 


chesta  da  loro  che  tornasse  al  padre  che  la  rimari- 
terebbe a  qualùnque  principe  volesse,  rìspvose.  co- 
stui sopra  tutti  avere  eletto,  e  che  impossibile  sa- 
rebbe che  abbandonato  costui,  mai  con  altro  nomo 
si  congiungesse.  E  nontiate  queste  coie  allo  "mpe- 
radore,  mandò  incontanente  lettere  e  confemuuDento 
del  matrimonio,  e  pecunia  sansa  novero,  e  comandò 
che  si  comperasse  castella  e  ville  per  chennqne  pre-^ 
gio  si  potessono  trovare,  e  nuove  edificazioni  hxt, 
E  comperarono  nel  detto  luogo  tre  castella  V  cioè, 
insieme,  molto  presso^  per  la  quale  preasesza  Reg^ 
gio  quelle  Tre  castella  volgarmente  chiama.  B  non 
molto  di  lungi  da'  detti  tre  castelli  la  donna  edificare 
fece  una  rocca  nel  monte  da  non  potere  essere  com- 
battuta, la  qual  si  chiamava  Canossa,  ove  poi  la  con- 
tessa fondò  uno  nobile  munistero  di  monache  e  do- 
tollo.  Questo  ne*  monti;  ma  nel  piano  fece  Guastalla 
e  Sulzariani,  e  lungo  il  fiume  del  Po  comperò,  e  pìk 
munisteri  edificò,  e  piò  nobili  ponti  fece  sopra  i 
Dumi  di  Lombardia.  E  anche  Garfagnana  e  la  mag- 
giore parte  del  Frignano,  e  nel  vescovado  modenese 
si  dice  che  furono  le  sue  possessioni,  e  nel  Bolo- 
gnese Arzellata  e  Medicina  grandi  ville  e  spaziose  di 
suo  patrimonio  furono  e  molte  altre  n^ebbe  In  Lom- 
bardia. E  in  Toscana  parimenti  castella  fece,  e  la 
torre  a  Polugiana  fece  fare  per  suo  maniere^  e  giar- 
dino per  avere  la  caccia  e  la  riviera  da  falconare, 
pertinenti  alla  sua  signoria;  e  molti  nobili  nomini  lar- 
gamente dotò;  loro  sotto  fio  vassalli  si  fece;  in  di- 
versi luoghi  molti  munisteri  edificò;  molte  clhtese  cat- 
tedrali e  non  cattedrali  dotò^.  E  alla  perfine  morto  il 
padre  e  la  madre  della  contessa  Mattelda,  e  ella  ri- 
masa  ereda,  si  dìliberò  di  maritare,  e  inteso  la  fema 
e  la  persona  e  Taltre  cose  d^uno  nato  di  Soavia  che 
avea  nome  Gnlfo,  solenni  messi  mandò  a  Ini  e  le- 
gittimi procuratori,  che  intra  Ini  e  lei,  avvegnaché 
non  fossono  presenti,  i  patti  del  matrimonio  confer- 
massono,  e  ratificassono  il  luogo  ove  si  doveano 
fare  le  nozze:  ranetlo  si  diede  al  castello  nobile  de' 
conti  Ginensi,  avvegnaché  oggi  sia  distrutto.  E  ve- 
gnendo  Gnlfo  al  detta  castello,  la  contessa  Mattelda 
con  molta  cavalleria  gli  andò  incontro,  e  con  molta 
letizia  ivi  sono^  le  feste  delle  nozze  fatte.  Ma  tosto  la 
trestizia  succedette  a  quella  allegrezza,  quando  il  con- 
tratto matrimonio  non  annodalo  sì  manifestò  per  lo 
mancamento  dello  ingenerare,  il  qnale  spezialmente 
è  detto  d'essere  la  volontà  del  matrimonio;  perocché 
Gulfo  la  moglie  carnalmente  non  poteva  conoscere 
né  altra  femmina  per  frigidità  naturale,  o  per  altro 
impedimento  perpetuo  impedito;  ma  impertanto  vo* 
lendo  ricoprire  la  sua  vergogna,  diceva  alla  moglie 
che  questo  gli  avveniva  per  malie  che  fette  gli  erano 
per  alcuno  che  invidiava  gli  suoi  felici  avvenimenti. 


'  nel  territorio  eh*  è  distante  drea  nove  miglia  al  sud* 
est  da  Reggio.  U  paese  chiamavasl  dai  Reggiani  7Vv  Oa- 
9ktta;  oggi  QtM^ro  CatteUa^  essendovesene  aggiunto  un 
qoarto.  Le  castella  sono  Montevetro,  Hontelacdo,  Monte- 
zano  e  Bianello  :  salvo  che  Fnltime,  ^li  altri  sono  rovine. 

*  V.  A.  abituro  nobile  e  Ibrte,  per  lo  pia  nelle  e«m< 
pagne. 

'  Qui  e  più  sopra  U  testo  Davana.  legge  <iatò  per  dotò. 
Noi  andiamo  eolia  Giuntina  1587. 

*  Alla  latina  per  furono* 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


57 


Ma  ta  contessa  Matlelda  piena  di  fede  dinanzi  a  Dio 
e  dinanzi  dtogl!  nomini  magnanimi,  di  questi  malelìcii 
nulla  intendendo,  schernita  se  per  lo  marito  tenendo, 
la  camera  sua  e  tutti  gli  ornamenti  e  letti  e  vesti- 
menta  e  tutte  cose  comandò  che  si  votassero',  e  la 
mensa  nuda  fece  apparecchiare,  e  chiamato  Gnlfo  suo 
marito  tntta  spogliata  di  vestimenti,  e'crini^  del  capo 
diligentemente  scrinati^,  qnesta  disse:  niune  malìe 
esser  possono,  vieni  e  usa  il  nostro  congiungimento; 
e  quegli  non  potendo,  allora  gli  disse  la  contessa: 
alle  nostre  grandezze  tu  presamesti  di  fare  inganno  ; 
per  lo  nostro  onore  a  te  perdonanza  concediamo,  ma 
comandiamti  sanza  dimoranza  che  ti  debbi  parlìre,  e 
alle  tue  proprie  case  ritornare;  la  qual  cosa  se  di 
fare  ti  starai,  sanza  pencolo  di  morte  non  pòi  scam- 
pare; ed  egli  spaventato  di  paura,  confessata  la  ve- 
rità, avacciò"^  il  suo  ritorno  in  Soavia.  La  contessa 
adunque  tacendo,  temendo  lo  ^nganno,  e  gli  altri  in- 
carichi del  matrimonio  avendo  in  odio,  la  sua  vita 
inflno  alla  morte  in  castità  trasportò,  e  attendendo 
ad  opere  di  pietà,  molte  chiese  e  monisteri  e  spedali 
edificò  e  dotò,  e  dne  volte  con  grande  oste  in  ser- 
vigio della  Chiesa  e  in  suo  soccorso  potentemente 
venne,  1'  una  volta  contro  a'  Normandi  che  1  ducato 
di  Puglia  violentemente  alla  Chiesa  aveano  tolto,  e  i 
confini  di  Campagna  guastavano,  i  quali  la  contessa 
Mattelda  divota  figliuola  di  San  Piero  con  Gottifredi 
duca  di  Spuleto  cacciò  infino  ad  Aquino  al  tempo  di 
Alessandro  papa  secondo  di  Roma:  Taltra  volta  con- 
tn  ad  Arrigo  terzo  di  Baviera  imperadore  comhatteo 
e  vinselo  ;  e  poi  altra  volta  contra  ad  Arrigo  quarto 
suo  figliuolo  combatteo  per  la  Chiesa  in  Lombardia  e 
vinilelo,  al  tempo  di  papa  Callisto  secondo.  E  questa 
feee  testamento,  e  tutto  il  suo  patrimonio  sopra  Tal- 
tare  di  San  Piero  offerse,  e  la  Chiesa  di  Roma  ne 
fece  erede;  e  non  molto  appresso  morì  in  Dio,  e  se- 
pulta  è  nella  chiesa  di  Pisa,  la  quale  magnamente  a- 
vea  dotata.  Morta  la  contessa  neiranno  della  Natività 
1115.  Lasceremo  della  contessa  Mattelda,  e  tornere- 
mo addietro  a  seguire  la  storia  d'Arrigo  terzo  di  Ba- 
viera imperadore. 

CAPITOLO  XXII. 

Anewra  come  Arrigo  terzo  di  Baviera  ricominciò 
guerra  contra  ta  Chiesa. 

n  dello  imperadore  Arrigo  fu  molto  savio  e  ma- 
linoso.  Per  meglio  signoreggiar  Roma,  in  tutta  Italia 
m  mise  parte  e  dissensione  nella  Chiesa,  tegnendo 
Betta  contro  al  papa  con  certi  cardinali  e  altri  che- 
rìci;  e  a  sua  peUtione  uno  grande  Romano  chiama- 
to   figliuolo  di  Celso,  prese  il  papa  la  notte 

di  Natale  quando  cantava  la  prima  messa  in  Santa 
Maria  Maggiore,  e  miselo  in  pregione  in  una  sua 
torre;  ma  il  popolo  di  Roma  quella  medesima  notte 
il  liberarono,  e  disfeciono  la  detta  torre,  e  caccia- 


*  Uso   singolarissimo   del    verbo  votare.    Lo  cercheresti 
invano  nella  Crusca. 

*  Per  ubbia  riteDerasi)   che  ogni   malia  cessaist  allo 
•pogliarsl  d«gli  adornamenti.     *  disciolti.     *  aifirettò. 


* 

reno  di  Roma  il  detto  figliuolo  di  Celso,  perocché  Ì 
detto  Gregorio  papa  era  uomo  di  sauta  vita.  Per  la 
qual  cosa  il  detto  papa  Gregorio  settimo  in  concilio 
di  centodieci  vescovi  scomunicò  il  detto  Arrigo  im- 
peradore che  volea  rompere  Tunione  di  Santa  Chiesa; 
ma  poi  vegnendo  il  detto  imperadore  in  Lombardia 
alla  misericordia  del  detto  papa  per  molti  di  a  piedi 
scalzi  in  sulla  neve  e  in  su  il  ghiaccio,  appena  gli  fa 
perdonato,  ma  però  non  fu  mai  amico  della  Chiesa, 
ma  sempre  la  ditraeva  '  e  occupava,  e  dava  le'nvesti- 
tnre  delle  Chiese  contro  al  volere  del  papa.  Per  la 
qual  cosa  stando  egli  in  Italia,  gli  elettori  della  Magna 
elessono  re  de'  Romani  Ridolfo  duca  di  Sassogna,  e 
per  avventura  il  papa  ne  fu  consenziente,  onde  Ar- 
rigo imperadore  richiese  il  detto  papa  Gregorio  che 
scomunicasse  i  detti  elettori  per  la  detta  elezione  ;  il 
detto  papa  noi  volle  fare,  se  prima  non  intendesse  a 
ragione;  per  la  qual  cosa  Arrigo  isdegnato  se  n'*andò 
in  Alamagna,  e  battaglia  fece  col  detto  Ridolfo  e  vin* 
selo,  e  poi  tornò  in  Lombardia.  E  nella  città  di  Bre- 
scia rannata  la  sua  corte  con  ventiquattro  vescovi  e 
alti  i  prelati  che  il  seguivano  e  erano  ribelli  del  papa, 
si  fece  processo  contro  al  detto  papa  Gregorio  come 
a  lui  piacque,  più  che  con  ragione;  e  per  quello  pro- 
cesso dispuosono  il  detto  papa,  e  annullò  e  cassò 
tutte  le  sue  operazioni,  e  fece  eleggere  un  altro  papa 
che  avea  nome  Silibero  arcivescovo  di  Ravenna,  e 
fecelo  chiamare  papa  Clemente,  e  col  detto  papa 
venne  a  Roma,  e  là  il  fece  consegrare  al  vescovo  di 
Bologna  e  a  quello  di  Modena  e  a  quello  di  Cervia, 
faccendolo  adorare  e  fare  grande  reverenzia,  e  da  lui 
si  fece  rìcoronare  dello  'mperio;  e  perciò  il  primo  e 
il  diritto  papa  Gregorio  co**  suoi  cardinali,  scomuni- 
calo daccapo  il  detto  Arrigo  e  privatolo  dello  impe- 
rio, siccome  persecutore  della  Chiesa,  assolvette  tutti 
i  suoi  baroni  di  fio  e  di  saramento^;  per  la  qual  cosa 
il  detto  Arrigo  assediò  il  detto  papa  co'  suoi  cardi- 
nali col  favore  de'  Romani  in  castello  Santo  Angelo, 
il  quale  mandato  per  aoccorso  in  Puglia  al  buono 
Ruberto  Guiscardo,  il  quale  incontanente  venne  a  Ro- 
ma con  grande  oste,  e  il  detto  Arrigo  col  suo  papa 
per  tema  di  Ruberto  si  partirono  dallo  assedio,  e  gua- 
starono per  battaglie  e  arsono  la  città  Leonina,  cioè 
dal  lato  di  San  Piero  di  qua  dal  Tevere,  e  infino  in 
Campidoglio;  e  non  potendo  resistere  alla  forza  del 
detto  Ruberto  Guiscardo  e  di  sua  gente,  fuggissi  col 
detto  suo  papa  alla  città  di  Siena;  e  poi  il  detto  Ru- 
berto liberato  papa  Gregorio  e  i  cardinali,  gli  mise  in 
sedia  e  in  signoria  nel  palazzo  di  Laterano,  e  molti 


'  ne  abbassava  la  fama,  ne  diceva  male  :  lo  stesso  che 
detrawa.  Erra  di  santa  ragione  la  Crusca  spiegando  a  que- 
sto passo  il  verbo  diirarrt  per  torrey  uturpare.  Anche  al 
libro  11.  184.  vale  lo  stessoi  chi  ben  vede.  Ciat&un  mt- 
tadino  per  una  piccola  uHliià  ditrae  e  frodai  e  mette  a 
non  calere  ogni  gran  cosa.  Se  ditrae  qui  valesse  fa  M(o, 
usurpa^  a  che  subito  dopo  il  froda?  E  perchè  usurpare 
ogni  gran  cosa  per  metterla  a  non  calerei  L'antitesi  in 
questo  perìodo  sta  negli  aggiunti  pìccola  e  grande,  onde 
ditrae  meglio  per  vUiJica,  che  per  uàurpa  rispondo  al  con- 
cetto finale. 

'  Fio  valeva  pur  fendo  ed  anche  tributo  di  feudo.  Oli 
antichT  usavano  earamenio  per  giuramento,  lasciando  sa- 
cramento alla  lingua  ecclesiastica. 


58 


CRONICHE 


Romani  che  furono  colpevoli  delle  delle  cose  poni 
gravemenle  in  avere  e  in  persona.  E  poi  il  dello  pa- 
pa Gregorio  ae  n^  andò  nel  regno  col  dello  Ruberto 
Guiscardo,  e  morì  nella  cillà  di  Salerno  sanlamenle, 
faccendo  Iddio  assai  miracoli  per  lui.  E  appresso  lui 
fu  fallo  papa  Yillorio  il  quale  non  vivelle  più  che 
sedici  mesi,  e  fu  avvelenalo:  e  poi  fu  eletto  papa  Ur- 
bano secondo  negli  anni  di  Cristo  1099. 

CAPITOLO  xxm. 

Come  il  detto  Arrigo  ùnperadore  assediò  la  città 

di  Firen%e. 

Negli  anni  di  Cristo  1080  tornando  il  soprad- 
detto Arrigo  imperadore  da  Siena  per  andarsene  in 
Lombardia,  trovando  ch'*e*  Fiorentini  leneano  la  parie 
della  Chiesa  e  del  detto  papa  Gregorio,  e  non  vo- 
leano  obbedire  né  aprire  le  porte  al  dello  imperado- 
re per  le  sue  ree  opere;  sì  si  puose  ad  oste  alla  città 
di  Firenze  dalla  parte  ove  oggi  si  chiama  Cafaggio, 
e  dov*è  oggi  la  chiesa  de'Servi  Santae  Mariae  infino 
air  Amo,  e  fece  gran  guaito  alla  detta  città  ;  e  sta- 
tovi più  tempo,  e  date  molle  battaglie  alla  terra,  e 
lutto  adoperato  invano  (imperciocché  la  città  era  for- 
tissima, e"*  cittadini  bene  in  concordia  e  in  comune) 
assalilo  il  suo  campo  da  loro,  se  ne  levò  a  modo  di 
sconfitta,  e  lasciò  lutto  il  suo  campo  e  arnesi,  e  ciò 
fu  nel  dello  anno  a  di  21  di  loglio.  E  per  lo  detto 
imperadore  Arrigo  si  cominciò  a  dividere  luUa  Italia 
in  parie  di  Chiesa  e  d'imperio;  e  partito  il  dello  Ar- 
rigo di  Toscana  si  tornò  in  Lombardia,  e  di  là  ebbe 
grande  guerra  colla  contessa  Matlelda,  la  quale  era 
dirola  figliuola  di  Sanla  Chiesa,  e  ebbe  battaglie  con 
lui  e  sconfisselo  in  campo,  e  poi  lui  mal  capitato,  in 
Lombardia,  se  ubando  in  Alamagna,  e  poi  morì  in 
progione  scomunicalo,  ove  il  mise  il  figliuolo  suo 
medesimo  chiamalo  Arrigo  quarto. 

CAPITOLO  XXIV. 

Cofne  in  questi  tempi  fu  il  gran  passaggio 

oltremare. 

Negli  anni  di  Cristo  1089,  essendo  papa  Ur- 
bano secando,  i  Saracini  di  Soria  presono  la  città  di 
Gemsalem,  e  uccisono  molti  cnsliani,  e  molli  ne  me- 
narono per  ischiavi;  per  la  qual  cosa  il  dello  papa 
Urbano  fatto  concilio  generale  prima  a  Clueramonte 
in  Avernia,  e  poi  al  Torso  in  Torena  alla  sommossa 
di  Piero  romito,  santa  persona,  tornalo  lui  di  Gem- 
salem colle  dette  novelle.  E  in  questo  tempo  apparve 
in  cielo  la  stella  cornala,  la  quale,  secondo  che  di- 
cono i  savi  aslrolagi,  significa  gran  cose  e  mutazioni 
di  regni.  E  cerio  così  seguì  poco  appresso,  che  per 
la  presura  di  Gemsalem,  quasi  tutto  il  ponente  si 
sommosse  a  prendere  la  croce  per  andare  al  passag- 
gio d'^oltremare,  e  andovvi  innumerabile  popolo  a  ca- 
vallo e  a  piede  più  di  dugenlo  migliaia  d*uomini  del 
reame  di  Francia,  e  della  Magna,  e  di  Proenza,  e  di 
Spagna,  e  di  Lombardia,  e  di  Toscana,  e  deNi  no- 
stra città  di  FireuEe,  e  dt  Puglia,  intra"  quali  furono 


questi  signori  prìncipi:  Goltifredi  di  Buglione  duca  del 
Loreno,  questi  fu  capitano  generale,  e  fu  valente  uomo 
e  di  gran  senno  e  valore,  Ugo  fratello  del  re  Filippo 
prìmo  di  Francia;  Baldovino  e  Guislasso  fratelli  del 
detto  Goltifredi  di  Buglione;  Anselmo  conte  di  Ribua- 
moale;  Ruberto  conte  di  Fiandra;  Stefano  conte  di 
Brois:  Rinierì  conte  di  San  Gilio;  Buiamonle  dnca  di 
Puglia,  e  più  altri  signori  e  baroni,  e  passarono  per 
mare,  ma  i  più  per  terra  per  la  via  di  Costantinopoli 
con  molto  aflanno.  E  prìma  presono  la  città  d^Antio- 
chia,  e  poi  più  altre  in  Sorìa,  e  Gemsalem,  e  tulle 
le  città  e  castella  della  Terra  Santa,  e  più  battaglie 
ebbono  co"  Saracini,  delle  quali  bene  awenlorosa- 
menle  ebbono  villorìa  i  cnsliani.  E  *1  dello  Goltifredi 
fu  re  di  Gemsalem,  ma  per  sua  umiltà,  perchè  Cristo 
v'ebbe  corona  di  spine,  non  volle  in  suo  capo  corona 
d'oro.  Ma  chi  appieno  queste  storie  vorrà  sapere, 
legga  il  libro  del  detto  passaggio,  ove  sono  distiole 
ordinatamente:  e  in  questo  tempo  fallo  il  conquisto 
intorno  gli  anni  di  Cristo  1120,  si  cominciarono  le 
magioni  del  tempio  e  dello  spedale  di  Gemsalem. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  i  Fiorentini  cominciarono  a  crescere 

il  loro  contado. 

Negli  anni  di  Cristo  1107,  essendo  la  nostra 
città  di  Firenxe  mollo  montata  e  cresciuta  di  popolo, 
di  genti,  e  di  podere,  ordinarono  i  Fiorentini  di  dis- 
tendere il  loro  contado  di  fuori,  e  allargare  la  loro 
signoria,  e  qualunque  castello  o  forteua  non  gli  ub- 
bidisse, di  farli  guerra.  E  nel  detto  anno  prìma  pre- 
sero per  fona  Monteorlandi  ch'era  di  sopra  da  G«a- 
galandi  e  certi  Cattaui  il  leneano,  i  quali  non  volen- 
do ubbidire  alla  città  di  Firenze  furono  distralli ,  e  il 
castello  disfatto  e  abbutlnlo. 

CAPITOLO  XXVI. 

Come  i  Fiorentini  vinsono  e  disfedono 
il  castello  di  Prato. 

E  nel  dello  tempo  e  anno  medesimo  i  Pratesi 
si  mbellarono  contro  a'  Fiorentini,  onde  i  Fioreatiai 
V*  andarono  ad  oste  per  comune  \  e  per  assedio  il 
vinsono  e  disfecionlo.  Ma  in  quelli  tempi  Prato  era 
di  picciolo  silo  e  podere,  che  di  poco  tempo  dinanu 
s' erano  levali  d*  uno  poggio  eh'  è  tra  Prato  e  Pi- 
stoia presso  a  Montemurlo  che  si  chiamava  Chiavello, 
ove  in  prìma  abitavano  com^  uno  casale  e  viUate,  e 
erano  fedeli  de'  conti  Guidi,  e  per  loro  danarì  si 
rìcomperarono,  e  puosonsi  in  quello  luogo  ov'è  oggi 
la  terra  di  Prato,  per  esser  in  luogo  franco  da'  si- 
gnorì,  e  Prato  gli  puosono  nome,  perocché  dov'  è 
oggi  la  terra  avea  allora  uno  bello  prato  fl  quale 
comperarono,  e  ivi  si  puosono  ad  abitare. 


'  per  decreto  del  comune.   Coti  anche  »  principio  del 
Capitolo  XXXI. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


59 


CAPITOLO  XXVII. 

Come  fu  eletto  imperadore  Arrigo  quarto  di 
Baviera,  e  come  perseguitò  la  Chiesa. 

Nel  detto  anno  1 1 07  Tu  eietto  per  gli  prencipi 
elettori  della  Magna  in  re  de' Romani  Arrigo  quarto 
di  Baviera  figliuolo  del  sopraddetto  Arrigo  terzo,  e 
regnò  anni  quindici,  e  se  I  padre  fa  nimico  di  Santa 
Chiesa,  come  detto  avemo,  sì  Fu  questo  Arrigo  mag- 
giormente, che  negli  anni  di  Cristo  1110  passando 
in  Italia  per  venire  a  Roma  per  la  corona,  si  mandò 
suoi  ambasciadori  e  lettere  a  papa  Pasquale  che  al- 
lora regnava  nel  papato,  e  a'  suoi  cardinali  eh'  egli 
volea  essere  amico  e  fedele  di  Santa  Chiesa,  e  volea 
rifiutare'  e  restituire  al  papa  tutte  le  'nvesliture  de' 
vescovi  e  abati  e  altri  cherici,  le  qunli  il  padre  od 
altri  suoi  anticessorì  aveano  tolte  alla  Chiesa.  Ciò  era 
che  in  Alamagna  e  in  Italia  in  più  parti  si  metteano 
•  confermavano  i  vescovadi  e  gli  altri  prelati^  cui  e 
come  loro  piacea,  onde  erano  nate  le  discordie  tra 
grimperadorì  e  la  Chiesa.  E  queste  cose  fare,  pro- 
mettea  di  confermare  per  suo  saramento  e  de' suoi 
baroni.  Per  la  qual  cosa  il  detto  papa  Pasquale  il 
confermò  a  essere  imperadore,  e  lui  vegnendo  a 
Roma  per  la  via  che  viene  di  verso  Montemalo,  tutto 
il  chericato  col  popolo  di  Roma  gli  si  fece  incontro 
con  grande  processione  e  triunfo,  e  'I  detto  papa 
e' suoi  cardinali  parati  Tattendeano  in  su  i  gradi  di- 
nanzi alla  chiesa  di  San  Piero:  e  giunto  il  detto  Ar- 
rigo, per  reverenzia  basciò  il  pie  al  papa,  e  poi  il 
papa  il  basciò  in  bocca  in  segno  di  pace  e  d'amore 
in  sulla  porta  detta  Argentea,  e  insieme  a  mano  a 
mano  entrando  in  San  Piero,  e  giunti  in  sulla  porta 
chiamata  Profica,  il  detto  papa  domandò  al  detto  Ar- 
rigo il  saramento,  il  quale  egli  avea  promesso  di 
rendere  le  'nvestiture  de'  vescovi  e  prelati.  Onde 
fatta  il  papa  la  detta  richesta,  il  detto  Arrigo  con- 
sigliatosi alquanto  in  disparte  co'  suoi  baroni  subi- 
tamente alla  sua  gente  d'arme  fece  pigliare  il  detto 
papa  e*  cardinali,  e  col  favore  de'  malvagi  Romani, 
siccome  il  tradimento  era  ordinato,  gli  fece  mettere 
in  pregione.  E  simigliantemente  avea  in  Alamagna 
guerreggiato  molto  col  padre  Arrigo  terzo,  e  vin- 
tolo in  battaglia,  e  messolo  in  pregione  nella  città 
di  Legge,  e  ivi  fattolo  morire  ^.  Poi  stato  il  detto 
papa  Pasquale  e' suoi  cardinali  alquanto  in  pregione, 
si  fu  accordo  da  lui  al  detto  Arrigo,  e  trattolo  di 
pregione,  e  non  potendo  fare  altro,  lasciò  ad  Arrigo 
le  investiture,  e  giurò  egli  e'  suoi  cardinali  di  non 
iscomunicarlo  per  offese  ch'avesse  loro  fatte,  e  co- 
municossi  il  papa  con  lui  del  corpo  di  Cristo  per 
più  fermezza  di  pace,  e  sì  '1  coronò  imperadore  di 
fuori  della  città  di  Roma.  E  dappoiché  *j  detto  papa 


1  rmonziare. 

'  prelttare.  Bianca  al  Vocabolario. 

'  Il  Villani  qui  non  va  col  vero.  Enrico  IV  fu  fatto 
prigioniero  per  tradimento  del  figlinolo  nel  castello  di 
Binghen.FaggitoQe|aQdò  vagando  per  la  Qermania)  chiese 
•  non  aMegu)  TiifAcio  di  lettore  o  sotto  cantore  neUa 
Chiesa  di  Spira,  e  ridottoti  infine  a  Liegi  vi  morì  di  mi- 
seria. 


fu  preso,  si  levarono  tre  papi  contra  lui,  non  degna- 
mente ,  in  diversi  tempi;  V  uno  ebbe  nome  Alberto, 
Paltro  Agnulfo,  e  l'altro  Teodorico,  ma  ciasenno  regnò 
poco.»  e  ebbono  pìccolo  podere  contra  il  detto  papa  Pa« 
squale.  Ma  morto  Pasquale,  fu  per  gli  cardinali  eletto 
papa  Gelasio,  ma  per  cagione  che'l  detto  Arrigo  non 
sentì  '  la  detta  elezione,  né  vi  fu  presente,  sì  si  fece 
uno  suo  papa  uno  Spagnuolo  chiamato  Rordino,  per 
la  qual  cosa  il  detto  papa  Gelasio  co' suoi  cardinali, 
per  paura  d'  Arrigo,  si  fuggirono  a  Gaeta  ond'  egli 
era  nato,  e  poi  si  misono  per  mare  inflno  in  Proenza, 
e  andarne  in  Francia  per  aiuto  al  re  di  Francia;  ma 
in  quello  viaggio  morio  il  detto  papa  alla  città  di 
Amiaco,  e  lui  morto,  per  gli  cardinali  fue  fatto  di 
concordia  papa  Callisto  secondo  di  Borgogna,  il  quale 
papa  Callisto  iscomunicò  il  detto  Arrigo  imperadore 
e  suoi  seguaci,  siccome  persecutore  di  Santa  Chiesa, 
e  tornando  verso  Roma  per  Proenza  e  per  Lombar- 
dia e  per  Toscana,  da  tutti  fu  ricevuto  siccome  de- 
gno papa,  e  fattogli  grande  reverenza.  Sentendo  la 
sua  venuta  Bordino,  il  papa  ch'avea  fatto  Arrigo  im- 
peradore, per  paura  si  fuggi  di  Roma  a  Sutri;  ma 
per  gli  Romani  fu  in  Sutri  assediato  e  preso,  e  me- 
nato a  Roma  in  diligione  '  in  su  uno  cammello  col 
viso  volto  addietro  alla  groppa,  e  legatagli  in  mano 
la  coda  del  cammello,  e  misonlo  in  pregione  nella 
rocca  di  Fummone  in  Campagna,  e  ivi  morio. 

CAPITOLO  XXVIII 

Come  alla  fine  il  detto  Arrigo  quarto  imperadore 
tornò  alV  ohbedien%a  di  Santa  Chiesa. 

Il  sopraddetto  imperadore  Arrigo  fatta  molta 
guerra  alla  Chiesa,  e  stato  ancora  vinto  in  battaglia 
in  Lombardia  dalfantidetta  contessa  Mattelda  come  fu 
il  padre,  si  tornò  a  coscienza,  e  al  detto  papa  Callisto 
rassegnò  tutte  le  'nvestiture  de'  vescovi  e  arcivescovi 
e  abati  per  anella  e  pasturali,  e  rifiutonne  ogni  ra- 
gione e  usanza  eh'  egli  o  suoi  antichi  n'avessero  prem 
dalla  Chiesa,  e  restitufo  il  patrimonio  di  San  Piero  e 
ogni  possessione,  ch'egli  o  sua  gente  aveano  prese 
0  vendute  della  Chiesa  o  delle  chiese,  per  cagione 
della  guerra  avuta  colla  detta  Chiesa,  e  con  papa  Pas- 
quale, e  con  gli  altri.  Onde  il  detto  papa  Cidlisto  fece 
pace  con  lui  e  ricomunicoUo  ;  ma  poco  vivettono  ap- 
presso lo  'mperadore  e  1  detto  papa,  e  dicesi  per  le 
genti,  che  per  cagione  che  'I  detto  Arrigo  s' era 
male  portato  del  padre,  che  per  giusto  giudicio  morio 
sanza  ninna  reda  né  figliuolo,  né  maschio  né  femmina» 
gli  anni  di  Cristo  1 1 25  ;  e  succedette  a  lui  Lottieri 
di  Sassogna,  e  in  lui  finirò  gì'  imperadori  della  casa 
di  Baviera,  che  quattro  Arrighi  aveano  tenuto  lo  'm- 
perio  l'uno  appresso  V  altro,  e  suti  ^  gli  tre  molto 
contrari  a  Santa  Chiesa.  Lasceremo  ora  alquanto 
degl' imperadori  e  papa,  e  torneremo  a  nostra  ma- 
teria de' fatti  di  Firenze,  ch'assai  cominciaro  a  fare 
i  Fiorentini  delle  novità  e  guerre  a' loro  vicini  per 
accrescere  loro  stato. 


'  approvò.     '^  disprexio.     *  stati. 


60 


CRONICHE 


CAPITOLO  XXIX. 

Come  i  Fioreniini  sconfissero  il  vicario   d'Arrigo 

quarto  imperadore. 

Negli  anni  di  Cristo  1113  i  Fiorentini  feciono 
oste  a  Montecasciolo  il  quale  facea  guerra  alla  cittày 
e  avealo  mbellato  messer  Ruberto  Tedesco,  vicario 
dello  'mperadore  Arrigo  in  Toscana»  e  sfava  con  sue 
masnade  in  Samminiato  del  Tedesco,  e  però  era  Sani- 
miniato  soprannomato  del  Tedesco,  perocch^  e^  vicari 
degr  imperadori  ch'erano  colle  loro  masnade  deTe- 
deschi,  stavano  nella  delta  terra  a  guerreggiare  le 
città  e  castella  di  Toscana  che  non  ubbidissero  gP  im- 
peradori; il  quale  messer  Ruberto  fu  da' Fiorentini 
sconfitto  e  morto,  e  '1  castello  preso  e  disfatto. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  nella  città  di  Firenze  per  due  volte  s^ apprese 
il  fuocoy  onde  arse  quasi  gran  parte  della  città. 

Negli  anni  di  Cristo  1115  del  mese  di  maggio, 
8^  apprese  il  fuoco  in  borgo  Santo  Apostolo,  e  fu  sì 
grande  e  impetuoso,  che  buona  parte  della  città  arse 
con  grande  danno  de'  Fiorentini  ^  E  in  quello  anno 
medesimo  morì  la  buona  contessa  Mattelda.  E  V  anno 
del  1117  appresso,  anche  si  preseti  fuoco  in  Fi- 
renze, e  bonamente^  ciò  che  non  fu  arso  al  primo 
fuoco,  arse  al  secondo,  onde  i  Fioreniini  ebbono 
grande  pestilenzia,  e  non  sanza  cagione  e  giudicio 
di  Dio  imperciocché  la  città  era  malamente  corrotta 
di  resia  ^  intra  V  altre  della  setta  degli  epicurei,  per 
vizio  di  lussuria  e  di  gola,  e  era  si  grande  parte, 
che  intra' cittadini  si  combatteva  per  la  fede  con  ar- 
mata mano  in  più  parti  di  Firenze,  e  durò  questa 
maladizione  in  Firenze  molto  tempo  infine  alla  venula 
éeWt  sante  Religioni  di  Santo  Francesco  e  di  Santo 
Domenico,  le  quali  Religioni  per  gli  loro  santi  frati, 
commesso  loro  l'officio  della  eretica  pravità  per  lo 
papa,  molto  la  stirperò  in  Firenze,  e  in  Milano,  e  in 
più  altre  città  di  Toscana  e  di  Lombardia  al  tempo 
del  beato  Pietro  martire,  che  da'  paterini  ^  in  Milano 
fu  martirizzato,  e  poi  per  gli  altri  inquisitori.  E  per 
r  arsione  de'  detti  fuochi  in  Firenze  arsono  molti  li- 
bri e  croniche  che  più  pienamente  facieno  memoria 
delle  cose  passate  della  nostra  città  di  Firenze,  sic- 
ehè  podie  ne  rimasono;  per  la  qual  cosa  a  noi  è 
convenuto  ritrovarle  in  altre  croniche  autentiche  di 
diverse  città  e  paesi,  quelle  di  che  in  questo  trattato 
è  fatto  menzione  in  gran  parte. 


*  Ne  faroDO  distrutte  quasi  tutte  le  carte  pubbliche  e 
prìrate  con  danno  inestimabile  della  storia. 

'  per  certo.     ■  eresia. 

^  patarini  setta  d'eretici,  che  prese  il  nome  dal  latino 
pati  (patire)  affermando  di  patir  tutto  con  pazienza  come 
inTiati  di  Dio  a  consolare  gli  afflitti.  Tal  setta  insorta  nel 
sec.  XnAi  condannata  nelConc.  gen.  lateranense  nel  1179 
sotto  Papa  Alessandro  m.  Chiamavasi  in  Italia  dei  con- 
iolatorif  in  Germania  dei  honH(mim, 


CAPITOLO  XXXL 

Come  i  Pisani  presono  Maiolica^  e*  Fiorentini 
guardarono  la  città  di  Pisa, 

Negli  anni  di  Cristo  1 1 1 7,  i  Pisani  feciono  una 
grande  armata  di  galee  e  di  navi,  e  andarono  sopra 
risole  di  Maiolica  che  la  teneano  i  Saracini.  E  come 
fu  partita  la  detta  armata  di  Pisa  e  già  rannata  in- 
sieme sopra  Vada  per  foro  loro  viaggio,  i  Lucchesi 
per  comune  vennero  a  oste  sopra  Pisa  per  prendere  la 
terra.  I  Pisani  avendo  la  novella,  per  paura  ch'e'  Luc- 
chesi non  occupassono  la  terra,  non  ardivano  d'an- 
dare innanzi  col  loro  stuolo,  e  ritrarresi  della  impresa 
non  pareva  loro  onore  al  grande  spendio  e  apparec- 
chiamento ch'aveano  fatto;  presono  per  consiglio  di 
jnandare  loro  ambasciadorì  a'Fiorentini,  a'quali  erano 
in  quegli  tempi  molto  amici,  i  detti  comuni,  e  pregaro 
che  piacesse  loro  di  guardare  loro  la  cittade,  confi- 
dandosi di  loro  come  di  loro  intimi  amici  e  cari 
fratelli.  Per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  accettarono  di 
servirgli,  e  di  fare  loro  guardare  la  città  da'Lacchesi 
e  da  tutta  gente  ;  per  la  qual  cosa  il  comune  di  Fi- 
renze vi  mandò  gente  d' arme  assai  a  cavallo  e  a 
piede,  e  puosonsi  ad  oste  di  fuori  dalla  città  a  due 
miglia:  e  per  onestà  delle  loro  donne  non  vollono 
entrare  in  Pisa,  e  mandaro  bando  che  nullo  non  en- 
trasse nella  città  sotto  pena  della  peraona;  uno  v'entrò, 
si  fu  condannato  a  impiccare,  l  Pisani  vecchi  ch'erano 
rimasi  in  Pisa,  pregando  i  Fiorentini  che  per  loro 
amore  gli  dovessero  perdonare,  non  lo  vollono  fare, 
e  i  Pisani  contradir aero,  e  pregaro  che  almeno  in  su 
il  loro  terreno  noi  facessono  morire;  onde  segreta- 
mente i  Fiorentini  dell'oste  feciono  a  nome  del  co- 
mune di  Firenze  comperare  uno  campo  di  terra  da 
uno  villano,  e  in  su  quello  rizzarono  le  forche,  e  fe- 
ciono la  giustizia  per  mantenere  il  loro  decreto.  E 
tornala  1'  oste  de'  Pisani  dal  conquisto  di  Maiolica, 
renderò  molte  grazie  aTiorentini,  e  domandaro  quale 
segnale  del  conquisto  volessono,  o  le  porte  del  me- 
tallo, 0  due  colonne  del  profferito  ^  ch*avcano  recate 
e  tratte  di  Maiolica:  i  Fiorentini  chiesono  le  colonne, 
e'Pisani  le  mandaro  in  Firenze  coperte  di  scarlatto; 
e  per  alcuno  si  disse,  che  innanzi  che  le  mandassero 
per  invidia  le  feciono  affocare^  e  le  dette  colonne 
sono  quelle  che  sono  diritte  dinanzi  a  San  Giovanni. 

CAPITOLO  XXXII. 

Come  i  Fiorentini  presero  e  disfecero  la  rocca 

di  Fiesole. 

Negli  anni  di  Cristo  1125  i  Fiorentini  puosono 
oste  alla  rocca  di  Fiesole  che  ancora  era  in  piede  e 
molto  forte,  e  teneanla  certi  gentili  uomini  Cattaui 
stati  della  città  di  Fiesole,  e  dentro  vi  si  riduceano 
masnadieri  e  sbanditi  e  mala  gente,  che  alcuna  volta 
faceano  danno  alle  strade  e  al  contado  di  Firenze,  e 


'  porfido. 

^  alterare  e  logorare  al  focu. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


61 


tanlo  vi  stettero  «irasdedio  ehe  per  dìflhita  ^  di  yiir- 
tuaglia  s'arrendéo,  che  per  forza  mai  non  sfarebbe 
avuta,  e  fecionla  tutta  abbattere  e  disfare  infino  alle 
fondamenta,  e  feciono  decreto  che  mai  in  su  Fiesole 
non  s'osasse  rifare  ninna  fortezza. 

CAPITOLO  XXXIIL 

(he  si  pigliano  le  misure  delle  miglia  del  contado 

di  Fireme. 

La  nusura  delle  miglia  dei  contado  di  Firenze 
si  prendono  ed  è  loro  termine  delle  cinque  sestora 
che  sono  di  qua  dalPAmo  alla  chiesa  ovvero  duomo 
di  Santo  Giovanni;  e  del  contado  di  là  dal  fiume 
d'^Arno  si  prendono  alla  coscia^  del  Ponte  Vecchio  di 
qua  dair  Amò  dai  piliere  dov'  è  la  figura  Marti.  E 
questa  fue  V  antica  consuetudine  de*"  Fiorentini,  e  il 
migliaio  si  fu  mille  passini,  ehe  ogni  passino  si  è 
tre  braccia  alla  nostra  misura. 

CAPITOLO  XXXIV. 

Come  Ruggeri  duca  di  Puglia  ebbe  guerra   colla 

Chiesa  e  poi  si  riconciliò  col  papa,   e  come  poi 

furono  in  Roma  due  papi  a  uno  tempo. 

In  questi  tempi,  gli  anni  di  Cristo  1125  re- 
gnando papa  Onorio  secondo,  nato  di  Bologna,  i 
baroni  di  Puglia  quasi  si  rubellarono  da  Ruggeri  duca 
di  Puglia  e  figliuolo  di  Ruberto  Guiscardo,  e  con  lu- 
singhe il  detto  papa  condussono  infino  ad  Aquino  per 
fare  forre  il  regno  a  Ruggeri  ;  ma  Ruggeri  colle  sue 
forze  sconfisse  Foste  del  papa  con  grande  dannaggio^ 
di  sua  gente;  e  ciò  fatto,  il  detto  Ruggeri  non  ne 
montò  ui  superbia,  ma  con  grande  umiltà  venne  al 
papa  e  gittoglisì  a'  piedi  chiedendogli  misericordia  ; 
e  il  papa  gli  pnose  il  calcio  in  sul  collo  e  disse  il 
verso  del  Saltero  che  dice:  si^er  aspidem  et  basi- 
liscum  ambuhbiSy  et  conculcabis  leonem  et  draconem: 
e  ciò  detto,  gli  perdonò,  e  fecelo  levare,  e  basciollo 
in  segno  di  pace.  Il  quale  Ruggeri  mostrò  al  detto 
papa  come  i  suoi  baroni  falsamente  gli  apponeano, 
e  com'egli  era  fedele  di  Santa  Chiesa  com'era  stato 
il  padre;  onde  il  papa  lui  confermò  il  regno,  e  coro- 
nollo  del  reame  di  Cicilia,  e  grande  vendetta  fece 
de^suoi  ribelli.  Poi  morto  il  detto  papa  Onorio,  fu 
eletto  papa  Innocenzio  secondo,  gli  anni  di  Cristo 
1 1 30.  Questi  fue  Romano,  e  regnò  papa  tredici  anni, 
ma  alla  sua  lezione  nacque  in  Roma  grande  scisma 
nella  Chiesa,  imperciocché  nno  messere  Piero  ch'era 
cardinale  figliuolo  di  Pietro  Leone  possente  Romano, 
per  forza  si  fece  fare  papa  e  chiamossi  Anacleto,  e 
con  sua  forza  combattè  papa  Innocenzio  e  suoi  car- 
dinali nelle  case  degli  Infragnipani  di  Roma.  Quello 
messer  Pietro  Leone  ispogliò  tutte  le  chiese  di  Roma 
d^ogni  tesoro  sacro  per  farne  moneta,  il  quale  tesoro 
foe  infinito,  e  con  quello  corruppe  molti  Romani  contro 


'  maneaiixA. 

^  Coscia  del  ponte  à  la  parte  fondata  alla  riva. 

'  danno. 


Innocenzio  papa,  il  qnale  non  posseado  stare  in  Roma 
per  la  forza  di  quello  figliuolo  di  Pietro  Leone,  isco- 
raunicatolo,  casso  ogni  suo  ordine ,  se  n'  andò  in 
Francia  in  su  due  galee  co' suoi  cardinali,  e  da  Luis 
il  Grosso  re  di  Francia  furono  ricevuti  onorevolmente, 
e  consecrò  re  il  detto  Luis,  e  egli  promise  d'atare  la 
Chiesa  con  tutta  sua  forza.  Ma  essendo  papa  Inno- 
cenzio in  Francia,  fu  eletto  imperadore  Lottieri  di 
SassognS)  il  qnale  con  grande  potenzia  di  gente  di 
suo  paese  passò  in  Italia  e  menonne  seco  il  detto 
papa  Innocenzio  e' cardinali,  e  con  molti  vescovi  e 
arcivescovi  ch^erano  stati  al  concilio,  prima  a  Chie- 
ramonte  in  Avernia  e  poi  al  Loreno,  e  rimise  in  Roma 
in  sedia  e  signoria  il  detto  papa,  e  per  forza  cacciò 
di  Roma  Pietro  Leoni  e  tutti  i  suoi  seguaci,  e  poi 
prese  la  corona  dello  'mperio  per  mano  del  detto  papa 
Innocenzio,  negli  anni  di  Cristo  1130.  Questo  Lot- 
tieri regnò  re  de* Romani  e  imperadore  undici  anni, 
e  fu  cristianissimo,  e  fedele  di  Santa  Chiesa,  e  per 
cagione  che  Ruggeri  figliuolo  del  primo  Ruggeri 
(eh'  era  stato  figliuolo  di  Ruberto  Guiscardo,  essendo 
re  di  Cicilia  e  di  Puglia)  avendo  tenuta  la  setta  di 
figliuolo  Pietro  Leoni  contra  il  detto  papa  Innocen- 
zio, questo  Lottieri  imperadore  con  papa  Innocenzio 
insieme,  e  colf  armata  de'Pisani  e  de'Genovesi,  pas- 
saro  nel  regno  di  Puglia  per  mare  e  per  terra  sopra 
il  detto  Ruggeri  che  s'era  rubellato  dal  papa  e  dalla 
Chiesa,  e  lui  colla  detta  forza  cacciarono  di  Puglia, 
e  fuggissi  in  Cicilia:  e  toltogli  il  regno,  feciono  duca 
di  Puglia  il  conte  Cammone,  ma  poco  regnò,  che  poi 
tornò  la  signoria  al  figliuolo  di  Ruggieri,  ciò  fu  il 
buono  re  Guiglielmo,  come  innanzi  faremo  menzione. 
E  per  cagione  dell'  aiuto  eh'  e'  Genovesi  e'  Pisani  fe- 
ciono alla  Chiesa  sopra  il  duca  di  Puglia,  in  generale 
concilio  in  Roma  fu  fatto  grazia  d'arcivescovado  alla 
città  di  Genova,  dandosi  piii  vescovadi  in  sua  signoria 
della  riviera  di  Genova  e  di  Lombardia;  e  simile  fece 
a'Pisani,  dandogli  sotto  lui  certi  vescovadi  di  Sardi- 
gna,  e  quello  di  Massa  in  Maremma  e  quello  di 
Grosseto;  e  ciò  fatto,  il  detto  Lottieri  imperadore 
bene  avventurosamente  si  tornò  in  Alamagna,  e  poco 
appresso  morì,  e  fu  eletto  re  de'Romani  Currado  se- 
condo di  Sassogna  negli  anni  di  Cristo  1138,  e 
regnò  quindici  anni,  ma  non  fu  coronato  a  Roma 
dello  imperio. 

CAPITOLO  XXXV. 
Conta  del  secondo  passaggio  (f  oltremare. 

Nel  tempo  del  sopraddetto  Currado  re  de'Ro- 
mani furono  tre  papi  a  Roma  V  uno  appresso  l'altro  : 
papa  Celestino  secondo  regnò  sette  mesi;  e  poi  fu 
Lucio  primo,  che  ancora  vivette  poco;  poi  fu  papa 
Eugenio  di  Pisa,  che  regnò  anni  otto  e  mesi.  Al 
tempo  di  questo  papa,  gli  anni  di  Cristo  1147,  Luis 
il  Pietoso  re  di  Francia,  per  ammenda  d'una  guerra 
ch'egli  a  torto  avea  presa  col  re  di  Navarra  per  torreli 
Campagna,  si  promise  d'andare  al  soccorso  della  Terra 
Santa,  e  per  la  sua  andata  si  commosse  tutto  il  suo 
reame  per  andare  oltremare,  e  richiese  il  detto  Cur- 
rado re  de*Romani  ohe  gli  piacesse  d'imprendere  con 


62 


CRONICHe 


lui  il  detto  passaggio,  e  egli  T  accettò  allegramente, 
e  mandarono  pregando  il  detto  papa  Eugenio  che 
passasse  in  Francia  a  loro  dare  la  croce,  e  così  fece: 
e  coronò  il  detto  re  Luis;  e  poi  crociati  i  detti  re 
Corrado  e  re  Luis  tra'  confini  d'Alamagna  e  di  Fran- 
cia per  comandamento  del  detto  papa  per  mano  di 
Santo  Bernardo  abate  di  Ghiaravalle,  i  Franceschi  e 
Tedeschi  innumerabile  gente  passarono  per  mare  con 
dugento  navi,  e  i  più  per  terra  per  Ungaria  e  Pan- 
nonia  in  Grecia,  ma  con  molto  affanno  per  la  reta 
de'Greci,  che  per  fargli  morire  o  ammalare  mischia- 
vano la  calcina  colla  farina,  onde  molti  ne  morirò  \ 
e  poi  co'Turchi  in  Turchia  ebbono  grande  contasto, 
e  fecero  più  battaglie.  Bene  avventurosamente  vinsono 
contra^Saracini,  ma  poco  vi  dimorerò,  che  Lui»  prima 
si  tornò  in  Francia,  e  poi  Currado  in  Alamagna,  e 
sansa  venire  a  Roma,  e  di  là  si  mono  sanza  bene- 
dizione imperiale.  E  '1  papa  Eugenio  dopo  molte 
buone  opere  fatte  morie  a  Roma  gli  anni  di  Cristo 
1154,  e  dopo  lui  succedette  papa  Anastasio  quarto, 
ma  vivette  poco  più  d*un  anno;  e  poi  fu  papa  Adriano 
il  quarto,  che  coronò  il  primo  Federigo  imperadore. 
Torneremo  alle  novità  che  furono  in  Firenze  in  questo 
tempo  che  noi  avemo  intralasciato  per  seguire  nostro 
trattato. 

CAPITOLO  XXX VL 

Come  i  FiarenHm  disfeciono  il  castello  di 

Montebuono. 

Negli  anni  di  Cristo  1135  essendo  in  pie  il 
castello  di  Montebuono  il  quale  era  molto  forte  e 
era  di  que"- della  casa  de^  Bondelmonti,  i  quali  erano 
Cattaui  e  antichi  gentili  uomini  di  contado,  e  per  lo 
nome  del  detto  loro  castello  avea  nome  la  casa  Bon- 
delmonti;  e  per  la  fortezza  di  quello,  e  che  la  strada 
vi  correa  appiè,  coglievano  pedaggio,  per  la  qual 
cosa  a'Fiorentini  non  piacea  né  voleano  si  fatta  for- 
tezza presso  alla  città,  sì  v'andarono  ad  oste  nel  mese 
di  giugno  ed  ebbonlo,  a  patti  che  1  castello  si  disfa- 
cesse, e  Taltre  possessioni  rimanessero  addetti  cattani, 
e  tornassero  ad  abitare  in  Firenze.  E  così  cominciò 
il  comune  di  Firenze  a  distendersi,  e  colla  forza  più 


che  con  ragione,  crescendo  M  contado  e  sottomet- 
tendosi alla  giuridizione  ogni  nobile  di  contado,  e 
disfacendo  le  fortezze. 

CAPITOLO  XXXVII. 

Come  t  Fiorentini  furono  sconfitti  a  Montedicroce 

dà*  conti  Guidi, 

Negli  anni  di  Cristo  1147  avendo  i  Fiorentim 
guerra  concenti  Guidi,  imperciocché  colle  loro  ca- 
stella erano  troppo  presso  alla  città,  e  Montedicroce 
si  tenea  per  loro  e  facea  guerra,  per  la  qual  cosa 
per  arte  de*  Fiorentini  v'  andarono  ad  oste  co*  loro 
soldati,  e  per  troppa  sicurtade  non  faccendo  buona 
guardia,  furono  sconfitti  dal  conte  Guido  vecchio  e 
da  loro  amistà  Aretini  e  altri  del  mese  di  giugno.  Ma 
poi  gli  anni  di  Cristo  1154,  i  Fiorentini  tornerò  a 
oste  a  Montedicroce  e  per  tradimento  f  ebbono,  e 
disfecionlo  infino  alle  fondamenta,  e  poi  le  ragioni 
che  v*aveano  i  conti  Guidi  venderono  al  vescovado 
di  Firenze,  non  possendole  gioire  né  averne  frutto, 
e  d' allora  innanzi  non  furono  i  conti  Guidi  amici 
del  comune  di  Firenze,  e  simile  gli  Aretini  che  gli 
aveano  favorati. 

CAPITOLO  XXXVIU. 

Come  i  Pratesi  furono  sconfitti  dà*  Pistoiesi 
a  Carmignano. 

Negli  anni  di  Cristo  1154  avendo  guerra  i  Pra- 
tesi co' Pistoiesi  per  lo  castello  di  Carmignano,  e 
essendovi  cavalcati  i  Pratesi  colle  masnade  e  aiuto 
de'Fiorentini,  sì  vi  furo  sconfitti  da' Pistoiesi.  Lasce- 
remo alquanto  de'  nostri  fotti  di  Firenze,  impercioc- 
ché infra  sedici  anni  appresso  poche  notevoli  cose 
v'  ebbe,  e  cominceremo  il  quinto  libro,  e  diremo  del 
primo  Federigo  imperadore,  il  quale  egli  e  le  sue 
redo  feciono  di  grandi  e  diverse  mutazioni  in  Italia, 
e  alla  Chiesa  di  Roma,  e  alla  nostra  città  di  Fireme  ; 
onde  molto  ne  cresce  materia,  siccome  innanzi  fa- 
remo per  gli  tempi  menzione. 


LIBRO  QUINTO 


CAPITOLO  I. 

Qui  comincia  il  quinto  libro:  come  il  primo  Fe- 
derigo detto  di  Stuffo  di  Soave  fu  imperadore  di 
Roma^  e  de"*  suoi  discendenti^  conseguendo  i  fatti 
di  Firenze  che  furono  alloro  tempi  e  di  tutta  Italia, 

Dopo  la  morte  di  Currado  di  Sassogna  re  de*Ro- 
mani,  fu  eletto  imperadore  Federigo  Barbarossa  detto 


Federigo  Grande,  ovvero  primo,  della  casa  di  Soave, 
e  chi  'I  soprannome  di  Stuffo  K  Questi,  rimesse  le 

'  Intendi  :  HohenBtauffen.  Si  chiamò  cMft  di  Soave  o 
Svevia,  perchè  Federico  I,  uomo  di  grande  consiglio  e 
prode  in  arme,  isposata  Agnese  figlia  dell'imperatore  En- 
rico IV,  fu  crealo  Duca  di  Svevia,  e  con  questo  nome 
crebbe  la  sua  fituniglia  a  maravigliosa  potenta.  Anche  in 
Dante  trovi  8oai>e  o  Bwma  dal  latino  Suwia  per  Sverna, 
Farad.  3. 119:  Che  del  iecondo  wnto  di  Scotte.  E  nel  Con- 
vito: Federico  di  f^onrt  vliim<*  imperf^fore  ecc. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


63 


boci  '  degli  elettori  in  lui,  si  chiamò^  se  medesimo, 
e  poi  passò  in  Italia,  e  fa  coronato  a  Roma  per  papa 
Adriano  quarto  gli  anni  di  Cristo  1154,  e  regnò 
anni  trentasette  che'  re  de'^Romani  e  che  imperadore. 
Questo  Federigo  fu  largo  e  bontadoso^,  facondioso 
e  gentile,  e  in  tutt^  i  suoi  fatti  glorioso.  Alla  prima 
fu  amico  di  Santa  Chiesa  al  tempo  del  detto  papa 
Adriano,  e  fece  rifare  Tiboli  ch'era  disfatto,  ma  il 
dì  medesimo  che  fu  coronato,  da'"  Romani  alla  sua 
gente  ebbe  grande  suiTa  e  battaglia  nel  prato  di  Ne- 
rone, ove  il  detto  imperadore  era  attendato,  a  grande 
danno  de^Romani,  e  dentro  nel  portico  di  San  Piero, 
e  quello  tutto  arse  e  disfece,  cioè  la  parte  di  Roma 
eh' è  intomo  a  San  Piero.  Questi  poi  tornando  in 
Lombardia  il  primo  anno  del  suo  imperiato  \  perchè 
la  città  di  Spuleto  non  Tubbidio,  imperciocché  era 
della  Chiesa,  vi  si  pnose  ad  oste  e  vinsela,  e  tutta 
la  fece  disfare;  e,  per  volere  occupare  le  ragioni  della 
Chiesa,  tosto  si  fece  nimico  :  che  dopo  la  morte 
d'Adriano  papa  gli  anni  di  Cristo  1159  fu  fatto  papa 
Alessandro  terzo  di  Siena,  che  regnò  ventidue  anni: 
questi,  per  mantenere  la  giurìdizione  di  Santa  Chiesa, 
ebbe  grande  guerra  col  detto  Federigo  imperadore,  e 
per  più  tempo  ;  il  quale  imperadore  gli  fece  fare  in- 
contro quattro  antipapi  scismatici  in  diversi  tempi, 
Tuno  appresso  T  altro,  che  i  tre  furono  cardinali.  Il 
primo  fu  Ottaviano  che  si  fece  chiamare  Vittorio  ;  il 
secondo  Guido  di  Chermona  che  si  fece  chiamare 
Pasquale  ;  il  terzo  fu  Giovanni  Strumense  che  si  fece 
chiamare  Callisto;  il  quarto  ebbe  nome  Landone  il 
quale  si  fece  chiamare  Innocenzo:  onde  nella  Chiesa 
di  Dio  ebbe  grande  scisma  e  afflizione,  imperciocché 
questi  papi  colla  forza  di  Federigo  imperadore  te- 
neano  tutto  il  patrimonio  di  San  Piero  e  '1  ducato, 
che  '1  detto  papa  Alessandro  non  avea  nulla  signoria. 
Ma  il  detto  papa  Alessandro  contro  a  tutti  valente- 
mente pugnò,  e  gli  scomunicò  :  i  quali  tutti  V  uno 
appresso  Taltro,  lui  regnando,  morirò  di  mala  morte. 
Ma  regnando  eglino  colla  forza  di  Federigo,  il  detto 
diritto  papa  Alessandro,  non  potendo  stare  in  Roma, 
se  n'andò  colla  corte  in  Francia  al  re  Luis  il  Pietoso, 
il  quale  il  ricevette  graziosamente.  E  dicesi  in  Fran- 
cia, che  vegnendo  il  detto  papa  Alessandro  a  Parigi 
celatamente  con  poca  compagnia  a  guisa  d' uno  pic- 
ciolo prelato,  incontanente  che  fu  a  San  Moro  presso 
di  Parigi,  non  avendo  del  papa  novella  ninna,  per 
divino  miracolo  si  levò  una  boce:  eccoUpapa^  ecco 
il  papa;  e  cominciaro  a  sonare  le  campane,  e  lo  re 
col  cherìcato  e  popolo  di  Parigi  gli  si  fece  incontro. 


'  voci,  voti,  sofiragi,  coi  quali  sì  rendono  i  partiti.  Bocc 
Amei,  89:  Con  voce  irrevocabile  per  sentenzia  doniamo  V  o- 
nore  ecc.  Sacch.  Lett.  280:  Colui  ha  piti  vod  <f  eeaer  vero 
Papa.  Boce  per  vocCj  e  ancor  più  bociare  per  vociare  corre 
tuttavia  per  le  bocche  del  popolo  toscano. 

'  elesse,  nominò. 

^  Che,,,  e  che...  Intendi  :  ira  re  de'  romani  e  imperadore. 
Vtàì  anche  più  inumai  Ub.  7.  4:  Era  a  guardare  i  pani 
con  pia  di  tremila  cavalieri  che  Teduchi  e  che  Lombardi. 
E  Boce.  HOT.  19:  DonoUe  che  in  gioie  e  che  in  vaeeUamenH 
d^  oro  e  éP  oriento,  e  che  in  danari  queUo,  che  valse  meglio 
(T  olire  dieamilo  dobbre, 

*  V.  A.  valoroso  y  che  ha  bontà.  Trovasi  altresì  bontà- 
dioio.     '  imperio. 


onde  il  papa  si  maravigliò  forte,  perocché  nullo  sapea 
di  sua  venuta  ;  e  ringraziò  Iddio  e  palesossi  al  re  e 
al  popolo,  e  cominciò  a  segnare  ^  E  poi  in  Francia 
fece  il  detto  papa  concilio  generale  alla  città  del 
Torso  in  Torena,  net  quale  scomunicò  il  detto  Fe- 
derigo e  dispuose  dello  'mperio,  e  assolvette  tutti  i 
suoi  baroni  di  suo  saramento,  e  dispuose  quegli  della 
casa  della  Colonna  di  Roma,  che  mai  né  eglino  né 
loro  successori  potessono  avere  dignità  di  Santa 
Chiesa,  perocché  al  tutto  si  tennero  all'aiuto  e  favore 
del  detto  Federigo  contra  la  Chiesa.  E  in  quello  con- 
cilio, tutti  gli  re  e  signori  dt  ponente  si  promisero 
e  allegarono  cou  Luis  re  di  Francia  all'aiuto  del  detto 
papa  Alessandro  e  di  Santa  Chiesa,  contro  a  Fede- 
rigo detto,  e  simile  molte  città  di  Lombardia  si  ru- 
bellaro  al  detto  Federigo:  ciò  fu  Milano,  e  Chermona, 
e  Piagenza,  e  tennero  col  papa  e  colla  Chiesa;  per 
la  qual  cosa  il  detto  Federigo  passando  per  Lom- 
bardia per  andare  in  Francia  contra  Luis  re  che  rite- 
neva papa  Alessandro,  trovando  la  città  di  Milano, 
che  gli  s^era  rubellata,  si  Tassediò,  e  per  lungo  as- 
sedio Tebbe  Tanno  di  Cristo  1 157  del  mese  di  marzo, 
e  fecele  disfare  le  mura,  e  ardere  tutta  la  città,  e 
arare  e  seminare  di  sale  :  e*  corpi  de'  tre  re,  ovvero 
magi,  che  vennono  ad  adorare  Cristo  per  lo  segno 
della  stella,  i  quali  erano  nella  città  di  Milano  in  tre 
tombe  cavate  di  profferito,  gli  fece  trarre  di  Milano 
e  mandargliue  a  Cologna,  onde  tutti  i  Lombardi  fu- 
rono molto  crucciosi.  E  poi  passando  i  monti  per 
distruggere  il  reame  di  Francia  coir  aiuto  del  re  di 
Buem  e  con  quello  di  Dazia,  cioè  Danesmarche,  entrò 
in  Borgogna;  ma  lo  re  Luis  di  Francia  colF aiuto 
d*Arrigo  re  d' Inghilterra  suo  genero,  e  con  più  si- 
gnori e  baroni  furono  a  contradiarlo  \  sicché  per  la 
grazia  di  Dio  non  ebbe  nullo  potere,  né  v'acquistò 
terra,  ma  per  difetto  di  vittuaglia  si  tornaro  addietro 
quegli  re  in  loro  paesi,  e  Federigo  in  Italia.  E  fa- 
cendo guerreggiare  i  Romani  perchè  s'erano  tornati 
dalla  parte  della  Chiesa  e  di  papa  Alessandro,  essendo 
i  detti  Romani  a  oste  a  Toscolano,  per  lo  cancelliere 
del  detto  Federigo  colle  sue  masnade  de' Tedeschi 
furono  sconfitti  nel  luogo  detto  Monte  del  Porco,  e 
molti  Romani  presi  e  morti  sì  grande  quantità,  che 
nelle  carra  tornarono  morti  a  Roma  per  soppellirli; 
e  questa  sconfitta  si  dice  che  fu  per  tradimento  de'Co- 
lonnesi;  i  quali  furono  sempre  collo  imperadore  e 
contro  alla  Chiesa,  onde  furono  per  lo  papa  privati 
d'ogni  beneficio  temporale  :  e  per  la  detta  sconfitta  i 
Romani  cacciarono  di  Roma  i  Colonnesi,  e  disfeciono 
loro  una  antica  e  bellissima  fortezza  che  si  chiamava 
la  Gosta,  la  quale  si  dice  che  fece  fare  Cesare  Augusto, 
e  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  1167.  E  ciò  fatto  lo  'm- 
peradore  venne  all'assedio  di  Roma  per  distruggerli, 
e  aveala  molto  stretta.  I  Romani  feciono  al  chericato 
di  Roma  prendere  la  testa  di  Santo  Piero  e  quella 
di  Santo  Paolo,  e  portarle  a  processione  per  tutta 
Roma;  per  la  qual  cosa  i  Romani  si  crociaro  tutti 


'  Intendi:  a  henedirey  facendo  il  segno  di  croce.  Vedi 
anche  Matteo  Villani  %  15:  Il  vetcovo  di  Firenze..,,  eolla 
mano  segnando  lo  gente.  B  Dante,  Inf.  20:  Dove  il  Tren- 
tino Pastore  e  guel  di  Brescia  e  U  Veronese  segnar  poiria 
ecc.      •  contrariarlo. 


64 


CRONICnE 


cootra  lo  'mperadore,  e  M  primo  che  la  preso  fa 
messere  Matteo  Rosso  il  vecchio  degli  Orsioi,  avolo 
che  fu  di  papa  Niccola  terzo,  e  per  vecchiezza  avea 
lasciate  Tarmi  e  preso  abito  di  peoitenzia;  e  per 
questa  cagione  lasciò  V  abito  e  riprese  V  armi,  onde 
molto  fu  commendato^  e  per  questa  cagione  egli 
e''suoi  vennero  in  grazia  della  Chiesa,  e  aggrandirò 
molto.  Appresso  il  detto  messer  Matteo  prese  la 
croce  Gianni  Buovo  grande  cittadino  di  Roma,  e  poi 
tutti  gli  altri  con  grande  animo  e  volontà*,  per  la 
qual  cosa,  sentendolo  lo  ^mperadore,  o  per  paura, 
ma  più  per  miracolo  de*beati  Apostoli,  subito  si  parti 
dall'assedio  di  Roma  con  sua  gente,  e  tornossi  a 
Viterbo,  e  la  città  di  Roma  fu  liberata. 

CAPITOLO  11. 

Come  papa  Alessandro  tornò  di  Francia  a  Vinegia^ 
e  lo  ""mperadore  venne  alle  sue  comandamenta. 

Poi  appresso  stato  il  detto  papa  Alessandro 
lungamente  in  Francia,  colla  forza  del  re  di  Francia 
e  di  quello  d'Inghilterra  tornò  colla  corte  sua  in 
Italia  per  mare,  e  capitando  in  Cicilia,  dal  re  Gui- 
glielmo,  ch'allora  n'era  re,  divotamente  fu  ricevuto  e 
favorato,  riconoscendosi  fedele  di  Santa  Chiesa,  e 
che  risola  tenea  da  lui;  per  la  qual  cosa  il  detto 
papa  il  ne  confermò  re  di  Cicilia^  e  rendègli  Puglia, 
onde  il  detto  re  Guiglielmo  col  suo  navilio  per 
mare  Taccompagnò  infino  alla  città  di  Vinegia,  nella 
quale  volle  andare  il  detto  papa  per  più  sicurtà  di 
lui,  acciocché  Federigo  imperadore  noi  potesse  offen- 
dere; e  per  favorare  i  fedeli  di  Santa  Chiesa  di  Lom- 
bardia, fece  sua  stanza  nella  detta  città  di  Vinegia,  e 
da^Viniziani  reverentemente  fu  ricevuto  e  onorato; 
per  lo  cui  favor»  i  Milanesi  rifeciono  la  città  di  Mi- 
lano gli  anni  di  Cristo  1168.  Poi  poco  tempo  ap- 
presso i  Milanesi  coir  aiuto  de'  Piagentini  e  de'Cher- 
monesi  e  d^altre  città  di  Lombardia  che  obbedieno 
Santa  Chiesa,  feciono  ana  terra  in  Lombardia  quasi 
per  una  bastita  e  battifolle  incontro  alla  città  di  Pavia, 
che  sempre  fu  contra  Milano,  e  si  tenea  collo  ''mperio, 
e  quella  città  fatta,  per  onore  del  detto  papa  Ales- 
sandro, e  perchè  fosse  più  famosa,  la  chiamarono 
Alessandria;  e  poi  fu  soprannomata  della  Paglia,  a 
dispregio,  per  quegli  di  Pavia;  e  a  priego  de' Lom- 
bardi le  diede  il  papa  vescovo,  e  dispuose  quello  di 
Pavia  e  tolsegli  la  dignità  del  pallio  e  della  croce, 
imperciocché  sempre  avea  tenuto  con  Federigo  im- 
peradore contro  alla  Chiesa. 

CAPITOLO  m. 

Come  lo'^mperadore  Federigo  Barbarossa  si  ricon^ 
ciliò  colla  Chiesa^  e  passò  oltremare^  e  là  morto, 

Veggendosi  lo  'mperadore  Federigo  molto  ab- 
bassato di  suo  stato  e  signorìa,  e  molte  città  di 
Lombardia  e  di  Toscana  ribellarsi  da  lui  e  teneansi 
colla  Chiesa  e  col  papa  Alessandro,  il  quale  era 
molto  montato  in  iatato  col  favore  del  re  di  Francia 
e  di  quello  d'Inghilterra  e  di  GnigUelno  re  di  Cicilia, 


si  procacciò  di  riconciliarsi  colla  Chiesa  e  tei  papa, 
acciocché  al  tutto  non  perdesse  l'onore  dello  'mperio, 
e  con  solenni  ambasciadorì  mandò  a  Vinegia  a  papa 
Alessandro  a  dimaudHre  pace,  promettendo  di  fare 
ogni  ammenda  a  Santa  Chiesa,  il  quale  dal  detto  papa 
fu  esaudito  benignamente,  per  la  qual  cosa  il  detto 
Federigo  andò  a  Vinegia,  e  gittossi  a' pie  4^1  detto 
papa  a  miaericordia.  Allora  il  detto  papa  gli  paose 
il  piede  ritto  in  sul  collo,  e  disse  il  verso  del  Salr 
tero  che  dice:  super  aspidem  et  basiliscum  ambu" 
labiSy  et  conculcabis  leonem  et  draconem:  e  lo  im- 
peradore rispuose  :  non  tibi  sed  Petro  :  e  1  papa 
rispuose:  ego  sum  vicarius  Petri'^  e  poi  gli  perdonò 
ogni  offesa  che  avesse  fatta  a  Santa  Chiesa,  fac- 
cendo  restituire  ciò  che  tenesse  di  Santa  Chiesa;  e 
cosi  promise  e  fece  con  patti,  che  ciò  che  si  tro- 
vasse che  la  Chiesa  in  quello  di  tenesse  nel  Regno, 
a  perpetuo  fosse  di  Santa  Chiesa  ;  e  trovossi  che 
Benivento;  e  questo  fu  l'origine  perché  la  Chiesa 
tiene  per  sua  la  città  di  Benivento.  E  ciò  fatto,  il 
pacificò  co'  Romani  e  con  Mannello  imperadore  di 
Costantinopoli  e  con  Guiglielmo  re  di  Cicilia  e  co'Lom- 
bardi,  e  per  ammenda  e  penitenzia  gl'impnose,  ed 
egli  promise,  d'andare  oltremare  al  soccorso  della 
Terra  Santa,  imperciocché  M  Saladino  soldano  di  Ba- 
bilonia avea  ripresa  Gerusalem,  e  più  altre  terre  che 
teneano  i  cristiani;  e  cosi  fece.  Poi  il  detto  Federigo, 
lui  crociato,  gli  anni  di  Crìsto  1 1 88  con  grandbsima 
oste  d'  Alamagna  si  partio  e  andò  per  terra  per  Un- 
garia  in  Costantinopoli  infino  in  Erminia  ;  ma  giunto 
il  detto  Federigo  in  Erminia,  essendo  di  state  e  grande 
caldo,  bagnandosi  a  diletto  in  uno  piccolo  fiume  chia- 
mato il  fiume  del  Ferro,  disavventuratamente  affogò, 
e  ciò  si  crede  che  fosse  per  giudicio  di  Dio  per  le 
molte  persecuzioni  che  fece  a  Santa  Chiesa:  e  di 
lui  rimase  uno  figliuolo  il  quale  ebbe  nome  Arrigo 
che  '1  fece  eleggere  re  de'  Romani  innanzi  che  pas- 
sasse oltremare  negli  anni  di  Crìsto  1186;  e  morto 
il  detto  Federigo,  la  moglie  col  figlinolo  o  colla  loro 
gente,  tutto  che  molta  ne  morisse  in  quello  viaggio, 
si  tornaro  di  Soria  in  ponente  sanza  niuno  acquisto 
fatto.  Torneremo  omai  alla  nostra  materia  de'  fatti  di 
Firenze  e  d'altre  cose  che  furono  al  tempo  che  regnò 
il  detto  Federigo,  ma  prìma  diremo  del  re  Filippo  di 
Francia  e  del  re  Ricciardo  d' Inghilterra  eh'  andarono 
oltremare  al  soccorso  della  Terra  Santa  in  qqeato 
medesimo  tempo. 

CAPITOLO  IV. 

Come  il  re  di  Francia  e  quello  if  InghiUerra 
andarono  oltremare  al  passaggio, 

E  nel  detto  passaggio  lo^  re  Filippo  il  Bornio 
di  Francia,  e  lo  re  Ricciardo  d'Inghilterra  con  molti 
coati  e  baroni  di  Francia,  d'Inghilterra,  e  di  Proenza, 
e  d'Italia,  orociati,  passaro  per  mare  in  Soria,  e  as- 
sediaro  e  presero  la  cjttà  di  Tolomaida  delta  Acri 
che  la  teneano  i  Saracini,  e  quella  ebbono  per  asse- 
dio ;  ma  molta  di  loro  buona  gente  vi  morirò  di  pesti- 
ienzia  dWermitade,  e  in  questo  viaggio  ai  cobubcìò 
grande  discordia  tra'l  detto  re  Filippo  il  Donno  e^  re 


DI  6I0VARNI  VULANI. 


65 


Rieeiardo  d*  hglifltem.  V  orni  cagione  fti  perchè  il 
re  Ricciardo  Tolea  la  aignoria  d' Acri,  siccome  il  re 
FUippo,  e  assai  avea  operato  al  conquisto  ;  appresso, 
perchè  il  re  Filippo  gli  tolse,  tornato  lui  in  Francia, 
la  ducea  di  Normandia  per  forza,  per  dugento  migliaia 
di  liyre  ^  di  parigini  che  gli  avea  prestati  quando  andò 
oltremare  sopra  la  detta  Normandia,  e  non  la  lasciò 
rìcogliere',  come  toccammo  addietro  nel  capitolo  oie 
raccontammo  il  lignaggio  e*  discendenti  de' presenti 
re  di  Francia.  Ma  imperciocché  gli  antichi  del  re  Ric* 
ciardo  d'Inghilterra  e  poi  gH  suoi  successori  feciono 
di  grandi  cose  le  quali  si  mischiano  molto  alla  nostra 
nalera^,  e  ancora  perchè  sono  stati  possenti  re  tra'erì- 
stiani,  si  è  convenevole  che  in  questo  si  racconti  di 
loro  progenia,  e  come  furono  distratti^  del  lignaggio 
de*Normandi,  siccome  fu  il  buono  Ruberto  Guiscardo, 
come  di  lui  avemo  addietro  fatta  roendone,  in  questo 
modo  :  che  il  primo  duca  de'  Normandi  che  fu  cri- 
stiano, fu  fatto,  per  lo  *mperadore  Carlo  il  Grosso  e 
re  di  Francia,  duca,  come  addietro  è  fatto  menzione, 
il  quale  ebbe  nome  Ruberto  duca  di  Normandia:  del 
detto  Ruberto  nacque  Guiglielmo  detto  Spadalunga; 
di  Guiglielmo  nacque  Ruberto  e  Ricciardo  ;  di  Ric- 
ciardo nacque  Ricciardo  che  Ai  padre  di  Ruberto  Gui- 
scardo re  di  Puglia;  e  di  Ruberto  che  rimase  duca  di 
Normandia  nacque  Ruberto  il  Bastardo  che  T  acquistò 
in  questo  modo:  credendosi  giacere  con  una  flgliuola 
d'uno  suo  ricco  borgese  la  quale  molto  gli  piacea,  la 
madre  per  iscampare  la  vergogna  della  figliuola  trovò 
una  molto  bella  damigella  povera  che  molto  si  somi- 
gliava colla  figlia,  e  quella  in  iscambio  di  lei  mise  in 
camera  col  detto  duca  Ruberto,  onde  nacque  il  detto 
Guiglielmo  il  Bastardo;  e  la  notte  che  la  madre  il  ge- 
nerò, le  venne  in  visione  che  di  corpo  le  usciva  una 
quercia  e  cresceva  tanto,  che  i  suoi  rami  si  stendeano 
insmo  in  Inghilterra:  e  veramente  fu  avvisione^  di  vera 
profezia,  come  diremo  appresso.  E  perchè  bastardo 
fosse,  non  è  da  tacere  di  lui,  che  come  fu  in  etade, 
e  seppe  di  sua  nazione,  incontanente  si  mise  in  fatti 
d'arme,  e  fu  maraviglioso  in  prodezza  e  senno  e  in 
cortesia,  e  per  sua  valenzia  passò  in  Inghilterra  e 
combattè  con  Raul  che  allora  n'  era  re  istratto  di 
Spagna,  e  lui  vinse  e  uccise  in  battaglia,  e  fecesi  re 
dlnghilterra  gli  anni  di  Cristo  1066,  e  regnò  ventisei 
anni.  E  dopo  lui  regnò  Guiglielmo  suo  figliuolo,  e 
dopo  Guiglielmo  regnò  Arrigo  suo  figliuolo  il  quale 
ebbe  per  moglie  la  figliuola  del  re  Luis  il  Pietoso  re 
di  Francia;  e  questo  Arrigo  fu  col  detto  re  Luis  e 
con  papa  Alessandro  incontro  a  Federigo  primo  im- 
peradore  quando  venne  in  Borgogna,  come  è  fotta 
menzione.  Questo  Arrigo  fu  quegli  che  fece  uccidere 
il  beato  Tommaso  arcivescovo  di  Conturbiera,  per- 
ch'egli  il  riprendea  de'anoi  vizi,  e  togliea  le  decime 
della  Santa  Chiesa,  onde  Iddio  fece  grande  giudido, 


*  lixe. 

*  ricoperare.  Bocc  dot.  77.  10:  Io  rieogUerò  dàlFutu- 
raio  la  gfmmeUa  dèi  peno  ecc.  Vedine  altro  esempio  al 
libro  7.  143.  di  queste  Croniche. 

'  materia. 

*  originai  Corà  il  testo  Davansali.  Gli  altri  testi  leg- 
gono éitnUH  o  tttoUHm 

'  visione. 


che  poco  appresso  cavalcando  per  Parigi  col  re  Luis, 
gli  si  traveraò  uno  porco  tra'^piè  del  cayaNo  e  fecelo 
cadere,  e  subitamente  delhi  caduta  morto.  Di  lui  ri- 
mase uno  figliuolo  ch'ebbe  nome  Stefano;  dopo  Ste- 
fano regnò  un  altro  Arrigo  il  quale  ebbe  due  figliuoli, 
il  re  Giovane  e  lo  re  Ricciardo.  Questo  re  Giovane  fu 
il  piik  cortese  signore  del  mondo,  e  ebbe  guerra  col 
padre  per  indotta  ^  d*  alcuno  suo  barone,  ma  poco 
vivette,  e  di  lui  non  rimase  reda:  dopo  il  re  Giovane 
regnò  il  re  Ricciardo,  quegli  onde  al  cominciamento 
facemmo  menzione  che  andò  oltremare  al  passaggio 
col  re  Filippo  di  Francia,  e  fu  pro^  d*  arme  e  valoroso^ 
e  egli  assieme  con  altri  dodici  baroni  di  Francia  e 
d' Inghilterra  tenne  il  passo  al  Saladino  soldano  di  Ba- 
bilonia con  tutto  suo  esercito.  Di  Ricciardo  nacque 
Arrigo  suf  figliuolo  che  regnò  appresso  lui,  ma  fu 
semplice  uomo  e  di  buona  fé  e  di  poco  valore.  Del 
detto  Arrigo  nacque  il  buono  re  Adoardo  che  a^nostrì 
presenti  tempi  regna,  il  fuale  fece  di  gran  cose,  come 
innanzi  per  gli  tempi  faremo  menzione.  Lasceremo  le 
storie  de' detti  signori,  e  torneremo  a^  nostri  fatti 
di  Firenze. 

CAPITOLO  V. 
Come  i  FiorenHm  sconfissono  gli  Aretmi. 

Negli  anni  di  Cristo  1170  i  Fiorentini  fecero 
oste  sopra  gli  Aretini,  perch* erano  stati  concenti 
Guidi  contro  al  comune  di  Firenze;  e  uscendo  gli 
Aretini  loro  incontro,  da' Fiorentini  furono  sconfitti 
del  mese  di  novembre,  e  poi  feciono  accordo  coTio- 
rentitti  con  onorevoli  patti  per  lo  comune  di  Firenze, 
e  promisero  di  non  essere  loro  incon^  per  neuna 
cagione,  e  riebbono  i  loro  pregionL 

CAPITOLO  VI 

Come  si  coflfttucid  la  prima  guerra  da'"  FioretUim 

a''  Sanesi, 

Nel  detto  tempo  si  cominciò  guerra  tra*  Fioren- 
tini e*  Sanesi,  per  cagione  delle  castella  che  confinano 
con  loro  in  Chianti,  che  ciascuno  comune  si  volea 
dilatare,  e  crescere  il  suo  contado,  e  del  cadilo 
di  Staggia:  e  per  questa  cagione  i  Fiorentini  pre- 
sono ad  aiutare  quegli  di  Montepulciano  da' Sanesi 
che  gli  guerreggiavano,  e  andarono  i  Fiorentini  in- 
fino' là  per  fornirlo  ;  e  tornando  da  fornirlo,  i  Sanesi 
si  fecero  loro  incontro  al  fastello  d' Asciano,  e  quivi 
si  combatterono,  e  furono  sconfitti  da'  Fiorentini,  e 
molli  de^  Sanesi  presi  e  morti  vi  fhrono;  e  ciò  fh  del 
mese  di  giugno  gli  anni  di  Cristo  1174. 

CAPITOLO  vn. 

Come  di  prima  fu  edificato  il  nobile  e  forte  castello 
di  Poggiboniiwi^  e  quello  di  Colle  di  Valdelsa. 

Nel  detto  tempo  essendo  colè  ov*è  oggi  la 
terra  di  Poggibonizzi  al  piano  uno  ricco  borgo  che  si 


'  indncimentOi  persuasione. 


66 


CRONICHE 


ohiamava  il  borgo  di  Ihrii  per  cafione  che  diceaso 
chinino  stili  stnilti  di  parte  de'BMrttrìssatì^  di  Ca- 
tellina  ribelli  del  popolo  di  Roma,  olie  in  quello  hiof  o 
s^  erano  riaun,  acampati  della  battaglia  di  Picelo,  ot- 
Tero  di  Piteccio,  e  tomaodo  Toste  di  sa  detta  dei 
FioreoUni  dalla  vittoria  d*  Asciano,  alcauo  gioTane  fio- 
rentino isforxò  nel  detto  borgo  vaa  polcella;  onde 
tutta  la  terra  si  commosse  a  suÌb  contra  i  Fiorentini, 
e  alquanti  te  ne  rìmasono  morti,  e  assai  fediti  e  ver- 
gognati; per  la  quale  offesa  qnegli  del  borgo  di  Marti 
impauriti  de'Fiorentini,  fectono  lega  e  giura  con  otto 
castella  e  comuni  vicini,  e  per  essere  più  sicuri  e 
forti  al  riparo  della  potensia  de*  Fiorentini,  si  ordi- 
narono di  concordia  di  disfare  le  loro  terre,  e  àà  por- 
resi  in  su  il  bello  poggio  ove  fu  poi  il  detto  castello, 
in  sul  quale  era  una  selva  d' uno  terraasano  cV  avea 
nome  Bonizxo,  e  dal  detto  il  suo  nome  fu  derivato; 
e  questo  in  brieve  tempo  ripnosono  e  affonaro,  pe- 
rocché il  luogo  da  sua  natura  è  forte  e  agiato  e  bdto, 
e  partirìo  ad  abituro  in  nove  contrade,  come  si  léce 
di  nove  terre,  e  in  ciascuna  contrada  ripuosono  la 
chiesa  principale  deUa  loro  antica  terra  onde  s'erano 
levati,  e  quello  di  ricche  mura  e  porte  e  torri  di  pietre 
adomarono,  e  fu  sì  forte  e  bello,  e  fornito  di  molti 
e  ricchi  abitanti,  ch'eUi  curavano  poco  i  Fiorentini  o 
altri  loro  vicini;  e  per  contradio  deTiorentini  s^aìle- 
garono  co'Sanesi,  e  poi  diedero  molta  briga  a*suoi  vi- 
cini e  a' Fiorentini,  come  innanii  per  gli  tempi  faremo 
mensione.  E  nota,  che  1  detto  poggio  è  de'  megtio 
aosHuati  che  sia  in  Italia  ed  è  appunto  il  bilico  '  o  1 
measo  della  provincia  di  Toscana.  Afforaato  il  detto 
aastello,  i  Fiorentini  ne  furono  oMlto  crucciati,  e 
oon  due  casteBetta  di  Valdelsa  loro  vicini  e  contredii 
de**  Poggiboniuesi  s"*  aecostaro,  e  recaro  a  loro  lega, 
e  colle  forxe  deTiorentini  ordinaro  e  feciono  porre' il 
castello  di  Colle  di  Valdelsa  colà  dov*  è  oggi,  per  fare 
battifoUe  a  Poggiboniui:  e  di  quelle  due  castelletta 
e  con  altre  vflle  d'intorno  il  popokro,  e  la  prioui 
pietra  che  si  mise  a  fondario,  la  calcina  fu  intrisa 
del  sangue  che  si  segnaro  ^  delle  braccia  i  sindachi 
a  ciò  mandati  per  lo  comune  dì  Firenze,  a  perpetua 
memoria  e  segno  d' amicina  e  firateDansa  di  queUi  di 
CoDe  al  comune  di  Firenze,  e  certo  per  isperìenia 
poi  sempre  è  stato  quello  comune  come  figlinolo  di 
quello  di  Firenze. 


CAPITOLO  vni. 


De^  granài 


eke  fmnmo  néUm  eiiiè 


I  One*  che  tenner  fede  a  CatUioA,  rotti  e  messi  lUe 
spade  da  Petreio.  La  Crusca  citando  il  testo  Davanz.  legge 
male:  <ia  OaUXUna  nbdle.  Ne  sarebbe  storpiato  il  senso. 

*  D  centro  o  la  parte  di  imzso,  forse  per  umhiUeo  ri- 
scontrando con'AHoaCo,  Ori  Fmiom>  14.  104:  SiàAe  Parigi 
in  una  gnm  piamtrat  NelT  wnhUico  a  Fromeia^  amm  nd 
cere,  U  testo  Davansati  legge:  e  appuaUo  U  bilico  è  m 
messo  la  provincia  di  TWomi;  dove  hHieo  varrebbe,  vetta 
o  messo  del  monte,  ma  0  senso  non  toma  troppo  bene. 
Plopriamente  bilico  è  posHiu^  41  corpo  attraversato  inon 
punto  sopra  on  altro  senza  dare  pia  da  ima  parte  che  dal- 
l'altra. 

*  fondare,  edificare. 

^  cba  si  cavarono.  Se^Èore  per  emtar  san^M  trovasi  pare 
nel  Crescenzio,  Agr.  9^  5.  6.  e  nel  eapu  19,  9,  e  md  te- 
sti a  penna  del  trattato  di  medicina  di  maestro  Aldobran- 
dino da  Siena.  Ma  è  maniera  che  pnte  troppo  di  firao- 
cese. 


Negli  anni  di  Cristo  1177  a'  apprese  il  fuoco 
nella  città  di  Firenze  a  di  5  d^  agosto,  e  arse  da  pie 
del  ponte  Vecchio  infino  a  BMreato  Vecchio.  E  poi 
nel  detto  anno  medesimo  s"*  apprese  il  fuoco  a  San 
Martino  del  vescovo,  e  arse  infino  a  Santa  Ihria  U- 
ghi,  e  infino  al  duomo  di  Santo  Giovanni,  con  gran- 
dissimo danno  della  città,  e  non  sanza  giudido  di 
Dio,  impereiocch"  e*  Fiorentini  erano  venuti  molto 
superbi  per  le  vittorie  avute  sopra  i  loro  vicini,  e 
tra  loro  molto  ingrati  a  Dio,  e  con  altri  disonesti 
peccati.  E  in  questo  anno  cadde  per  soperchia  piena 
del  fiume  d^Arno  il  Ponte  Vecchio,  che  ancora  fu 
segno  di  future  awersitadi  alla  nostra  città. 

CAPITOLO  IX. 

Come  in  Firenze  si  eomimciò  bavaglia  citiadima 
tra  gU  Uberei  e  la  tigmoria  éé*  eon»oii. 

Imperciocché  nel  detto  medesimo  anno  ai  eo- 
roinctò  in  Firenze  dissensione  e  guerra  gnmde  tra* 
cittadini,  che  arai  non  era  pie  stata  in  Firenze,  e  ciò 
fu  per  troppa  grassezza  e  riposo  mischiato  colla  su- 
perbia e  ingratitudine;  che  quelli  della  casa  degli  li- 
berti ch'erano  i  più  possentt  e  maggiori  cittadini  di 
Firenze,  co"  loro  seguati  nobili  e  popolari,  comin- 
ciaro  guerra  co'  consoli,  ch'aerano  signori  e  guidatori 
del  ooarane  a  certo  tempo  e  con  certi  ordini,  per  la 
invidia  deOa  signoria  che  non  era  a  loro  volere  ;  e 
fu  si  diversa'  e  aspra  guerra,  che  quaai  ogni  A,  o 
di  due  dì  Tuno,  si  con^wlteano  i  cittadini  insieaM  in 
più  porti  deOa  dttà,  da  vicinanza  a  ricinanza  compe- 
rano le  parti,  e  aveano  annate  le  torri,  che  n'  avea 
nella  città  in  grande  numero,  alte  cento  e  centoventi 
braccia.  E  in  quegli  tempi  per  la  detta  guerra  assai 
torri  di  nuovo  vi  si  murare  per  le  comunitadi  delle 
contrade,  de'  danari  comuni  delle  vicinanze,  che  si 
chiamavano  le  torri  deOe  compagnie,  e  sopra  quelle 
faceano  mangani  o  manganelle*  per  gittare  l^o  d- 
r  altro,  ed  era  asserragliata  la  terra  in  più  parti  ;  e 
durò  questa  pestilenzia  più  di  due  anni,  onde  moltu 
gente  ne  mori,  e  moUo  pericolo  e  danno  ne  segid 
alla  dttà,  ma  tanto  venne  poi  in  uso  quello  guerreg- 
giare tra^  cittadini,  che  Tuno  di  si  condiatteano,  e 
r  altro  mangiavano  e  beveano  ìnsieaM,  novellando 
delle  virtudi  e  prodezze  l'uno  dell^allro  che  si  faceano 
a  quelle  battaglie;  e  quasi  per  istraccauMuto  e  rin- 
creadmento  d  rimasono  per  loro  nwdesinu  del  com- 
battere, e  si  pacificarono  e  rinuisero  i  oonsoK  in  loro 
signoria,  ma  alla  fine  pur  criarono,  e  poi  partorirò 
le  maladette  parti  che  furono  appresso  in  Firenze, 
siccome  innand  per  li  tempi  fiMremo  mennone. 


'  insolita,  strana,  smodata.  Cosi  in  Dante,  Inf.  fé  Obt- 
bmx>f  fiora  crudele  e  diowm, 

*  V.  A.  macchine  militari  antiche  asea^br  pietra  o  altra 
nelle  città  assediate. 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


67 


CAPITOLO  X. 


Come  i 


pruano  U  cmUUo  di 
Monièjiro$soU. 


Negli  anni  di  Cristo  1188,  rimase  le  battaglie 
cittadine  in  Firenze,  i  Fiorentini  feciono  oste  al  ca- 
stello di  Montegrossoli  in  Chianti  e  presonlo  per 
fona.  E  quell^  anno  valse  lo  staio  del  grano  fiorini 
otto,  che  ftt  a  quello  tenpo  grande  caro;  impercioc- 
ché allora  correa  in  Firense  una  moneta  d*  argento 
che  si  chiamavano  fiorini  di  danari  dodici  Tono,  che 
«ggi  varrebbono  alla  presente  piccola  moneta  per 
lega  e  per  peso  Y  uno  danaio  tre. 

CAPITOLO  XI. 
Carne  i  FiarenHm  presaao  U  cwleUo  di  Po^ma. 

'  NegU  anni  dfi  Cristo  1184  del  mese  di  giugno, 
i  Fiorentini  assediarono  il  castello  di  Pogns  perchè 
non  Yolea  obbedire  al  comune  di  Firenze,  e  era  molto 
forte,  e  guerreggiava  la  contrada  di  Valdelsa  infino 
aBa  Pesa,  ed  era  di  gentili  nomini  Cattaui,  die  si 
chiamavano  i  signori  di  Fogna. 

CAPITOLO  xn. 

Come  Federigo^  primo  imperadore  ioUe  ti  coniado 
alla  eitià  di  Fir  fuse  e  a  pia  olire  eU$à 

di  ToMcana, 

Nel  detto  anno  di  Cristo  1184,  Federigo  pri- 
mo imperadore  andando  di  Lombardia  in  Puglia  pas- 
sò per  la  nostra  città  di  Firenze  a  di  31  di  laglio 
del  detto  anno,  e  in  quella  soggiornato  alquanti  dì, 
e  fattagli  querimonia  per  gli  nobili  del  contado,  come 
il  comune  di  Firenze  avea  prese  per  forza  e  occupate 
molte  loro  castella  e  fortezze  contra  Tonore  dello'm- 
perìo,  si  tolse  al  comune  di  Firenze  tutto  il  contado 
o  la  signorìa,  di  quello  infino  alle  mura,  e  per  lo  con- 
tado faceva  stare  per  le  villate  suoi  vicarì  che  ren- 
deano  ragione  e  faceano  giustizia;  e  simile  fece  a 
tette  Paltre  città  di  Toscana  eh'aveano  tenuta  la  parte 
della  Chiesa  quando  egli  ebbe  la  guerra  con  papa 
Alessandro,  salvo  che  non  tolse  il  contado  né  alla 
dttà  di  Pisa  nò  a  quella  di  Pistoia  che  tennero  con 
lui;  e  in  questo  anno  il  detto  Federigo  assediò  la 
città  di  Siena,  ma  non  Tebbe.  E  queste  novitadi  fece 
alle  dette  città  di  Toscana,  imperciocché  non  erano 
state  di  sua  parte,  sicché,  con  tuttoché  s' era  pacifi- 
cato colla  Chiesa  e  venuto  alla  misericordia  del  detto 
papa,  come  addietro  é  fatta  menzione,  non  lasciò  di 
partorire  il  suo  male  volere  contro  alle  città  eh'  a- 
veano  ubbidito  alla  Chiesa  ;  e  così  stette  la  città  di 
Firenze  senza  contado  quattro  anni,  infino  che  *1  detto 
Federigo  andò  al  passaggio  d^'oltremare  ove  annegò, 
come  addietro  facemmo  menzione. 


CAPITOLO  xm. 

Come  i  FioreiUini  $i  croeiairo  e  andarono  oUre- 
mare  al  eonqmtto  di  Damiata,  e  però  ne  Uheraro 

U  contado  loro. 

Negli  anni  di  Cristo  1188  essendo  commossa 
quasi  tutta  la  cristianità  per  andare  al  soccorso  della 
Terra  Santa,  vegnendo  in  Firenze  Tarcivescovo  di  Ra- 
venna Legato  del  papa  a  predicare  la  croce  per  lo 
detto  passaggio,  molta  buona  gente  di  Firenze  pre- 
sono la  croce  dal  detto  arcivescovo  a  San  Donato 
tra  le  Torri,  ovvero  a  San  Donato  a  Torri  di  là  da 
Rifredi,  ovvero  il  munistero  delle  Donne,  perocché  *1 
detto  arcivescovo  era  dell'  ordine  di  Cestella,  e  ciò 
fu  a  (fi  2  del  mese  di  febbraio  del  detto  anno  ;  e  fu- 
rono si  grande  quantità  i  Fiorentini,  che  feciono  o- 
ste  oltremare  per  loro^  e  furono  al  conquisto  della 
città  di  Damiata  e  de*  primi  che  presono  la  terra,  e 
per  insegna  ne  recarono  uno  stendale  vermiglio,  che 
ancora  é  nella  chiesa  di  San  Giovanni,  e  per  la  detta 
devozione  e  sussidio  fatto  per  gli  Fiorentini  per  Santa 
Chiesa  e  per  la  cristianità,  dal  papa  Gregorio  e  dallo 
imperadore  Federigo  detto  fu  renduta  la  giuridizione 
del  contado  'alla  città  di  Firenze,  di  lungi  alla  città 
di  Firenze  dieci  miglia. 


CAPITOLO  XIV. 


Come  i 


ehhono  U  braccio  del  beato 
apoitolo  Santo  Filippo. 


Nel  tempo  che  regnava  in  Costantinopoli  lo*m- 
peradore  Manuello,  cristianissimo  e  obbediente  a 
Santa  Chiesa,  si  maritò  una  sua  nipote  figliuola  del 
fratello,  la  quale  avea  nome  Isabella,  al  re  di  Geru- 
salem  e  di  Cipri,  e  dielle  intra  gli  altri  doni  e  gio- 
ielli in  sua  dote  la  reliquia  del  beato  Filippo  apo- 
stolo. Avvenne  che  uno  messere  monaco  di  Firenze 
era  cancelliere  del  patriarca  di  Gerusalem,  e  poi  fu 
per  sua  bontà  fatto  arcivescovo  d'Acri,  al  tempo  che 
il  soldano  Saladino  prese  la  città  di  Gerusalem:  ma 
poi  ripresa  la  Terra  Santa  per  gli  cristiani,  il  detto 
arcivescovo  tornò  oltremare,  e  fu  fatto  per  lo  papa 
patriarca  di  Gerusalem.  E  sappiendo  come  la  detta 
Isabella  reina  di  Gerusalem  avea  la  detta  santa  re- 
liquia, desiderando  d'averla  per  onorarne  la  sua  città 
di  Firenze,  la  domandò  alla  detta  reina,  assegnan- 
dole'come  non  era  lecito  a  donna  che  fosse  al  se- 
colo, sì  santa  reliquia  tenere  infra  le  sue  gioie  mon- 
dane, ma  sì  convenia  che  fosse  in  parte  ove  fosse 
venerata  a  Dio^;  per  la  qual  cosa  la  detta  reina  la 
donò  al  detto  patriaroa.  E  ciò  sappiendo  il  vescovo 
di  Firenze,  eh' avea  nome  messer  Piero,  ne  scrisse 
più  lettere  al  detto  patriarca  cittadino  di  Firenze, 
che  gli  piacesse  di  mandare  la  detta  santa  reliquia 


'  senza  oollegarsi  ad  altri,  por  sé  medesimi. 

'  dìmoBiraodoIs. 

'  ventrata  a  gloria  di  Dio. 


68 


CROmCHB 


in  Firenxe.  Avvenne  che  '1  dello  pattitrca  ammalò  a 
morte,  e  commise  a  uno  messere  Rimeri  di  Firenze 
priore  del  Sepolcro  e  suo  cappeUano,  ohe  *1  dello 
braccio  mandasse  a  Firense,  ma  il  capitolo  de^calo«> 
naci'  di  Gerosalem  noi  voleva  lasciare  portare.  Alla 
fine  il  sopraddetto  vescovo  di  Firenze  mandò  oltre- 
mare per  lo  detto  braccio  uno  messer  Gualterotlo 
calonaco  di  Firenze,  il  quale  con  molta  istanzia  e 
studio  adoperò  tanto  col  detto  priore  del  Sepolcro, 
cb'  egli  ebbe  il  detto  santo  braccio,  e  recollo  in 
Firenze  Tanno  di  Cristo  1190,  essendo  rettore  di 
Firenze  il  conte  Ridolfo  da  Capraia  :  al  quale  per  lo 
vescovo  di  Firenze^  con  tutto  il  chericato,  e  col 
detto  rettore  con  tutto  il  popolo,  uomini  e  feauni- 
ne,  andarono  incontro  a  processione,  e  con  grande 
solennità  recato  fu  in  Firenze,  e  messo  nelf  altare 
di  Santo  Giovanni  Rallista,  il  quale  fece  molti  e  a- 
perU  miracoli  in  più  cittadini  di  Firenze,  i  quali  alla 
sua  venuta  ebbono  fede  e  devozione. 

CAPITOLO  XV. 

Come  il  papa  pacificò  i  Pisani  e*  Genoveù  per 
fornire  U  passaggio  éP  oliremare. 

Nel  detto  anno  1188,  per  cagione  del  detto 
passaggio,  il  detto  papa  Gregorio  essendone  molto 
sollecito,  venne  in  Pisa;  per  acconcio  del  detto  pas- 
saggio pacificò  i  Pisani  co*  Genovesi,  eh*  aveano  a- 
vuto  gran  guerra  insieme  per  V  isola  di  Sardigna,  e 
in  Pisa  morì  il  detto  papa  in  questo  anno,  e  poco 
vivette  papa;  e  da  papa  Alessandro  detto  addietro, 
inaino  a  questo  Gregorio,  fu  papa  Lucio  di  Toscana, 
e  sedette  papa  da  quattro  anni,  ma  poco  fece  al  suo 
tempo;  e  poi  fu  papa  Urbano  di  Lombardia  che  fu 
papa  da  due  anni.  E  questo  Urbano  cominciò  in  Ita- 
lia r  ordine  di  questo  passaggio,  e  papa  Gregorio  il 
segui  mentre  che  vivette  papa,  che  fu  poco  più  d'uno 
anno.  Ma  poi  papa  Clemente  di  Roma  il  mise  a  se- 
guizione  ^  e  partissi  il  detto  passaggio  d' Italia  del 
mese  di  febbraio  1189.  Lasceremo  alquanto  de"  pa- 
pa che  furono,  e  de"  nostri  fatti  di  Firenze,  e  di- 
remo d'Arrigo  di  Soavia  figliuolo  del  sopraddetto 
Federigo,  e  le  novità  che  furono  al  suo  tempo. 

CAPITOLO  XVL 


Come  Arrigo  di  Soaieia  fa  faUo  imperaéore  per  la 

Chiesa^  e  datogli  per  moglie  Costane 

reina  di  Cicilia. 

Arrigo  di  Soavia  figliuolo  che  fu  del  grande 
Federigo,  come  dicemmo  dinanzi,  vìvendo  il  padre  il 
fece  eleggere  re  de'Romani,  ma  tornato  Arrigo  d'ol- 
tremare, e  riformalo  in  Alamagna  la  sua  signoria. 


si  passò  in  Italia  e  vemie  a  Roma  a  richiesta  del  papa 
Clemente,  e  da' Romani  fu  ricevuto  onorevolmente, 
imperciocch'egU  concedette  loro  la  città  di  Tosco^ 
lano  e  il  suo  contado,  oh'  erano  stali  ribelli  de'  Ro- 
mani, la  quale  città  da'  Romani  fa  tutta  disfatta  e  ab« 
battuta,  e  mai  poi  non  si  rifece.  E  vegnendo  a  Roma 
il  dello  Arrigo,  trovò  morto  il  detto  papa  Clemente 
che  per  lui  aveva  mandato,  e  eletto  papa  Celealioo, 
nato  di  Roma,  per  li  cardinali,  al  quale  il  dello  Ar* 
rigo  si  fu  alla  sua  consecrazione,  la  quale  (ii  il  di  dì 
Pasqua  di  Risorresso  *  d' aprile,  gli  anni  di  Cristo 
1192:  e  vivette  papa  anni  sei,  e  mesi  otto,  e  dì  un<* 
dici.  E  fatto  papa  Celestino,  il  secondo  die  della  sua 
consecrazione  coronò  il  detto  Arrigo  imperadore.  E 
in  prima  che  "1  detto  Arrigo  si  partisse  della  Magna, 
avendo  la  Chiesa  discordia  con  Tancredi  re  di  Cici- 
lia e  di  Puglia,  figliuolo  che  fu  dell'altro  Tancredi 
nipote  per  femmina  di  Ruberto  Guiscardo,  siccome 
nel  capìtolo  ove  trattammo  del  detto  Ruberto  fa- 
cemmo menzione,  per  cagione  ch'egli,  siccome  do« 
vea,  fedelmente  non  rispondea  del  censo  alla  Chiesa, 
e  promulava*  vescovi  e  arcivescovi  a  sua  volontà,  in 
vergogna  del  papa  e  della  Chiesa,  il  detto  papa  Cle- 
mente trattò  coir  arcivescovo  di  Palermo  di  torre  il 
regno  di  Cicilia  e  di  Puglia  al  detto  Tancredi,  e  fece 
ordinare  al  detto  arcivescovo,  che  Costanza  seroc*- 
chia  che  fu  del  re  Guiglielmo,  e  diritta  creda  del 
reame   di  Cicilia,  la  quale  era  monaca  in  Palermo, 
siccome  addietro  facemmo  menzione,  e  era  già  d>tà 
di  più  di  cinquant*  anni,  sì  la  fece  uscire  del  muni- 
stero,  e  dispensò  in  lei  '  eh'  ella  potesse   essere  al 
secolo  e  usare  matrimonio;  e  di  nascoso,  il  detto 
arcivescovo  fattala  partire  di  Cicilia  e  venire  a  Roma, 
la  Chiesa  la   fece  dare  per  moglie  al  detto  Arrigo 
imperadore,  onde  poco  appresso  nacque  Federigo  se- 
condo imperadore,  che  fece  tante  persecuzioni  alla 
Chiesa,  come  innanzi  nel  suo  trattato^  diremo.  B  non 
sansa  cagione  e  giudicio   di  Dio  dovea  riuscire  sì 
fatta  creda,  essendo  nato  di  monaca  sacra,  e  in  età 
di  lei  di  più  di  cinquantadue  anni,  eh'  è  quasi  im- 
possibile a  natura  di  femmina  a   portare  figliuolo; 
sicché  nacque  di  due  contrarii,  allo  spirituale,  e  quasi 
centra    ragione  al  temporale.  E   troviamo  quando 
la'mperatrice  Costanza  era  grossa  di  Federigo,  s'avea 
sospetto  in  Cicilia  e  per  lutto  il  reame  di  Puglia, 
che  per  la  sua  grande  elade  potesse  esser  grossa; 
per  la  quel  cosa  quando  venne  a  partorire  fece  ten- 
dere uno  padiglione  in  su  la  piazza  di  Palermo,  e 
mandò  bando,  che  qual  donna  volesse  v'andasse  a 
vederla,  e  molle  ve  n'  andarono  e  vidono,  e  però 
cessò  il  sospetto. 


^ 


'  canonioi. 

'  Questo  per  yi  ridonda;  ma  tutti  1  eodid  e  gli  •tam- 

pati  rhaimo,  ed  h  vuudo  dall'autore  attrove;   Vedi  lib.  S. 

cy-  17  :  per  eHqwmti  gnmdi  wmim  di  Bcmm  e  teeOerati 

^ogni  fede,  per  loro   tinmnia,  voUono   guaetare 

cuzioae. 


*  È  Q  resmrtm  della  Chiesa  &tto  a  oadensa  volgare. 
L'introito  della  messa  nel  giorno  della  Pasqua  di  resur* 
Iasione  s' apre  con  queste  parole  :  reetirreìBi  a  adhue  smn 
teeiMi  ecc. 

'  permutava. 

^  derogando  a'  canoid  le  fece  lioenia  ecc.  Coti  diceai 
(Dante,  Par.  5)  tUepenwre  in  una  cota,  Cj  (Bocc.  nov.  10) 
difpMMTS  con  tma  persona, 

*  trattandosi,  paiìando  di  hJu 


DI  CaOVANin  VILLAMI. 


69 


CAPITOLO  xvn. 

Come  h  ^mperadore  Arrigo  conquistò 
il  regno  dà  PugUa, 

Come  il  detto  Arrigo  fu  coronato  imperadore, 
e  isposata  Costanza  imperadrìce,  onde  ebbe  in  dota 
il  reame  di  Cicilia  e  di  Puglia  con  consentimento 
del  papa  e  della  Chiesa,  e  rendendone  il  censo  n- 
sato,  e  già  nato  Federigo  suo  figliuolo ,  inconta- 
nente con  sua  oste  e  colla  moglie  n'andò  nel  Regno, 
e  vinse  tutto  il  paese  infino  alla  città  di  Napoli,  ma 
que'  di  Napoli  non  si  voUono  arrendere,  onde  Arrigo 
vi  puose  r  assedio,  e  stettevi  tre  mesi.  E  nella  detta 
oste  fu  tanta  pestilenzia  d'infermità  e  di  mortalità, 
che  "1  detto  Arrigo  e  la  moglie  v'  infermaro,  e  della 
sua  gente  vi  morì  la  maggior  parte;  onde  per  ne- 
cessità si  levò  dal  detto  assedio  con  pochi  quasi  in 
isconfitta,  e  infermo  tornò  a  Roma,  e  la  *mperadrice 
Costanza  per  malattia  presa  neiroste  poco  appresso 
si  morio,  e  lasciò  Federigo  suo  figliuolo  piccolino 
in  guardia  e  in  tutela  di  Santa  Chiesa.  Poi  il  detto 
Arrigo  imperadore,  fgitta  venire  nuova  gente  dalla 
Magna  e  riformato, suo  stato,  un'altra  volta  passò 
nel  Regno  con  grande  oste  gli  anni  di  Cristo  1 1 96, 
n  quale  regno  di  Puglia  e  reame  di  Cicilia  signo- 
reggiava Guiglielmo  il  giovane,  figliuolo  ch'era  stato 
di  Tancredi  re,  e  era  giovane  di  tempo  e  di  senno, 
il  quale  ingannato  dal  detto  Arrigo,  sotto  trattato  di 
pace,  il  fece  prendere  con  tre  sue  serocchie,  e  man- 
doUo  in  pregione  in  Alamagna;  e  1  detto  Guigliel- 
mo fece  accecare  degli  occhi  e  castrare  acciocché 
mai  non  potesse  generare  figliuoli,  e  in  pregione 
vilmente  finì  sua  vita;  ma  le  serocchie,  morto  Ar- 
rigo ,  da  Filippo  suo  fratello  furono  diliberate  di 
pregione  per  lo  modo  che  addietro  di  loro  facem- 
mo menzione,  nella  fine  del  legnaggio  di  Ruberto 
Guiscardo. 

CAPITOLO  XVnL 

Come  Arrigo  in^eradore  si  ribellò  dalla  Chiesa 
e  funne  persecutore^  e  eow! egli  morio. 

Dappoiché  Arrigo  fece  prendere  il  detto  re 
Guiglielmo,  il  reame  ebbe  sanza  gran  contaste,  e 
lutti  quegli  che  gli  erano  stati  incontro  uccise  e  dis- 
perse crudelmente;  e  quand'  elli  fu  al  tutto  signore 
del  reame,  sì  segui  Torme  del  padre  d'essere  in- 
grato a  Santa  Chiesa,  e  non  solamente  ingrato,  ma 
persecutore,  che  pii^  vescovi  e  arcivescovi  e  altri 
prelati  fece  nel  suo  regno  morire,  occupando  le 
chiese  e  mettendovi  cui  a  lui  piaceva,  e  non  ri- 
spondendo del  censo  alla  Chiesa.  Per  la  qual  cosa 
papa  Innocenzio  terzo,  il  quale  fu  di  Campagna  e 
succedette  a  Celestino,  scomunicò  il  detto  Arrigo 
e^suoi  seguaci;  e  lui  regnato  nello  imperio  ott^anni, 
morì  scomunicato  nella  città  di  Palermo  gli  anni  di 
Cristo  1200,  e  di  lui  rimase  Federigo  piccolo  fan- 
dolio  come  detto  é  dinanzi,  il  quale  dalla  Chiesa, 
siccome  sua  madre  e  buona  tutrice,  il  detto  pupillo 
fa  guardato,  e  conservato  il  suo  regno,  non  guar- 
dando al  misftitto  del  padre. 


CAPITOLO  XIX. 

Come  OUo  quarlo  di  Sassogna  fu  eletto 

imperadore. 

Morto  Arrigo  imperadore,  contasto  grande  fu 
intra  gli  elettori  d' Alamagna  d' eleggere  re  de*  Ro- 
mani; e  partiti  tra  loro  feciono  due  lezioni,  Tuna 
parte  elesse  Filippo  duca  di  Soavia  fratello  del  detto 
Arrigo,  e  T  altra  parte  elessono  Otto  di  Sassogna; 
ma  Filippo  vincea  per  aiuto  e  forza  de'  baroni  di 
Alamagna  a  essere  re  de'  Romani;  ma  il  sopraddetto 
papa  Innocenzio  favorava  Otto,  perché  Filippo  non 
fosse ,  perch'  era  stato  fratello  di  Arrigo  eh'  avea 
perseguitata  la  Chiesa;  e  in  questo  contasto,  per 
frode  deU'Antigrado^il  detto  Filippo  fta  morto,  e  fìi 
con  favore  della  Chiesa  confermato  il  detto  Otto  a 
re  de' Romani,  l'anno  1203.  B  credendo  la  Chiesa 
avere  migliorato  stato  per  fare  imperadore  il  detto 
Otto,  troppo  lo  peggiorò;  che  se  Arrigo  fu  centra 
la  Chiesa  reo,  questo  Otto  fu  pessimo,  siccome  in- 
nanzi nel  tempo  che  regnò  faremo  menzione.  Lasce- 
remo a  dire  alquanto  d'  Otto  imperadore  infino  che 
sarà  tempo,  e  torneremo  a  dire  de' fatti  di  Firenze, 
e  dell'altre  novità  dell'universo  mondo  che  furono 
al  tempo  d'Arrigo,  toccando  in  brieve  di  cose  no- 
tabili: e  da  qui  innanzi  ne  tratteremo  al  generale, 
imperciocché  ci  pare  di  nicessità  in  gran  parte,  che 
per  le  diverse  parti  che  nacquono  in  Italia  per  le 
discordie  dalla  Chiesa  agi'  imperadori,  quasi  tutto  il 
mondo  ne  fu  poi  commosso  e  contaminato,  e  l' una 
novità  risurse  del  rimbako  dell'altra.  E  perché  la 
nostra  città  di  Firenze  venne  crescendo  di  fama  e 
d'essere  e  di  potenza,  quasi  le  più  delle  notabili  no- 
vità de' cristiani  in  alcuna  parte  si  riferiscono  a*  no- 
stri fitti  di  Firenze. 

CAPITOLO  XX. 
Come  iscurò  Mio  il  corpo  del  sole. 

Negli  anni  di  Cristo  1192,  a  di  22  di  giugno 
iscurò  tutto  il  corpo  del  sole,  e  durò  d'alquanto  dopo 
terza  infino  alla  nona;  la  qual  cosa  secondo  il  detto 
de*  savi  astrolagi  é  segno  di  grandi  novitadi  future 
tra'  cristiani. 

CAPITOLO  XXL 

Come  i  Samminialesi  disfecero  la  loro  terra 

per  discordia. 

Negli  anni  di  Cristo  1197  i  terrazzani  del  ca-' 
stello  di  Samminiato  del  Tedesco,  per  loro  discor- 
die si  disfeciono  hi  detta  loro  terra,  e  tornare  ad 
abitare  al  piano  appiedo  di  Samminiato  nel  borgo 
detto  Sanginiegio  e  in  quello  di  Santagonda  per  es- 
sere pili  all'agio  del  piano  e  dell'acqua  e  presso  del 
fiume  d'Amo  e  di  quello  d^Blsa,  credendosi  ivi  fare 
una  grande  citlade,  ma  il  loro  intendimento  tosto 
venne  vano. 


*  Langravio,  titolo  di  signoria  in  Cfarmania. 


70 


CRONICHE 


CAPITOLO  xxn. 

Come  t  Fiorentini  comperarono  MonUgrouoli 

Nel  detto  anna  i  Piorentini  comperarono  il  ca- 
stello di  Montegrossoli  in  Chianti  da  certi  cattani 
cui  era,  che  Inngamente  aveano  fatta  guerra  a"*  Fio- 
rentini, e  andatavi  pii^  volte  Toste  de^  Fiorentini,  co- 
me addietro  è  fatta  menzione.  B  in  questo  medesimo 
anno  fu  generale  pace  in  tutta  Italia;  e  allora  era 
consolo  in  Firenze  Compagno  degli  Arrìgucci. 

CAPITOLO  xxm. 

Come  fa  fatto  papa  Innocen%o  ter%o. 

Negli  anni  di  Cristo  1198  fu  fatto  papa  Inno- 
cenzo terzo  nato  di  Campagna,  e  regnò  papa  più  di 
diciassette  anni,  e  Ai  savio  e  valente  uomo  in  scien- 
zia  di  scrittura,  e  savio  naturale  di  costumi  ;  al  suo 
tempo  furono  molte  cose,  come  Innanzi  farà  menzione. 
Questi  fa  quegli  che  scomunicò  lo^mperadore  Arrigo, 
e  fece  fare  Otto  di  Sassogna  imperadore. 

CAPITOLO  XXIV. 
Come  st  comincia  T  ordine  de^  frati  mmorù 

Al  tempo  del  detto  papa  Innocenzo  si  cominciò 
la  santa  ordine'  de*  Arati  minori,  onde  fti  comincia- 
tore  il  beato  Francesco  nato  della  città  d* Ascesi  nel 
ducato,  e  per  questo  papa  fu  accettata  e  approvata 
la  detta  ordine  con  privilegio,  imperciocché  tutta  fti 
fondata  in  nmilità,  e  carità,  e  povertà,  seguendo  in 
tutto  H  Santo  Vangelio  di  Cristo,  e  schifando  ogni 
delizia  umana.  B  M  detto  papa  in  visione  vide  Santo 
Francesco  sostenere  sopra  i  suoi  omeri  la  chiesa  di 
Laterano,  siccome  poi  per  simile  modo  vide  di  Santo 
Domenico,  la  quale  visione  fu  fllgnra  e  profezia  come 
per  loro  si  dovea  sostenere  Santa  Chiesa  e  la  fede 
di  Cristo. 


CAPITOLO  XXV. 
Collis  jf  eomineiò  P  ordine  de''  frati  predicatori. 

E  al  tempo  ancora  del  detto  papa,  similemente 
si  cominciò  Tordine  de*(j«ti  predicatori,  onde  fu  co- 
minciatore  il  beato  Domenico  nato  di  Spagna,  ma  al 
suo  tempo  non  la  confermò,  con  tuttoché  in  awisione 
avvenne  al  detto  papa,  che  la  chiesa  di  Laterano  gli 
cadea  addosso,  e  'I  beato  Domenico  la  sostenea  in 
sulle  sue  spalle.  B  per  questa  visione  era  disposto  di 
confermarla,  ma  soprawennegli  la  morte,  e  1  suo 
anccessore  appresso  papa  Onorio  la  confermò,  gli 
ami  di  Cristo  1216.  B  vere  furono  le  visioni  del 
ioppraddetto  Innocenzo  di  Santo  Francesco  e  di  Santo 
Domenico^  che  la  Chiesa  di  Dio  cadea  per  molti 
errori  e  per  molti  dissoluti  peccati,  non  temendo 
Iddio  ;  e  *l  detlo  beato  Domenico  per  la  sua  santa 


NotA  ordine  in  g«n.  famm.  usatlMÌmo  Agli  antichi. 


scienza  e  predicazione  gli  corresse,  e  fiume  n  primo 
stirpatore  degli  eretichi  ;  e  *l  beato  Francesco  per  la 
sua  umilità  e  vita  apostolica  e  di  penitenzia  corresse 
la  vita  lascibile',  e  ridusse  i  cristiani  a  penitenzia  e  a 
vita  di  salute.  B  veramente  la  Sibilla  Brittea,  seguendo 
questi  tempi,  profetizzò  di  queste  due  sante  ordini, 
dicendo,  che  due  stelle  orirebbono  *  in  alluminando 
il  mondo. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  i  Fiorentini  disfeciono  il  castello 
di  Frondigliano, 

Negli  anni  di  Cristo  1 199,  essendo  consob*  della 
città  di  Firenze  conte  Arrigo  della  Tosa  e  suoi  com- 
pagni, i  Fiorentini  assediaro  il  castello  di  Frondigliano, 
che  s*era  mbellato  e  facea  guerra  al  comune  di  Fi- 
renze, e  presonlo  e  disfecionlo  inflno  alle  fondamenta^ 
e  mai  non  si  rifece.  B  nel  detto  anno  i  Fiorentini 
puosono  oste  a  Simifonti,  il  quale  era  molto  forte,  e 
non  ubbidia  alla  città. 


cAPiT(H.o  xxvn. 

Conte  i  Samminiatesi  éisfedono  SanginiegiOy  e 
tornarono  ad  abiùnre  al  poggio. 

Negli  anni  di  Cristo  1200,  i  Samminiatesi  dis- 
feciono il  borgo  a  Sanginiegio  ch^era  nel  piano  di 
Samminiato,  ed  era  molto  ricco  e  bene  abitato  ;  e 
per  più  fortezza  si  tomaro  ad  abitare  al  poggio,  e 
rifare  fl  castello  di  Samminiato  il  quale  aveano  disfatto 
poco  tempo  dinanzi,  sicché  in  corto  tempo  fedono 
due  follie. 

CAPITOLO  xxvm. 

Come  i  Franceschi  e*  VimUani  presono 
CostanHnopolL 

Nel  detto  anno  1200  molti  baroni  Franceschi 
ch^erano  mossi  per  andare  oltremare  al  soccorso  della 
Terra  Santa,  con  navOio  de^Viniziani  e  *1  marchese  di 
Monferrato  e  più  altri  baroni  d' Italia,  ai  accordaro, 
trovandosi  quasi  in  sul  verno  infra  risole  d* Arcipe- 
lago in  Grecia,  di  guerreggiare  i  Greci  infino  alla 
primavera,  imperciocché  per  loro  frode  e  malizie 
aveano  per  più  volte  fatto  grande  danno  e  impedi- 
mento a*  Latini  che  per  loro  paese  andavano  al  pM- 
saggio  d'oltremare.  B  così  assalirò  la  nobile  città  di 
Costantinopoli  per  mare  e  per  terra,  e  per  forza  la 
presono,  e  Baldovino  conte  di  Fiandra  per  universale 
accordo  di  tutti  i  baroni  e  de'  Viniziani,  per  la  sua 
bontà,  senno,  e  valore,  ne  fu  coronato  imperadore. 
Ifa  poco  durò  il  detto  imperio,  che  fu  sconfitto  e 
morto  da*Cumani.  E  chi  queste  storie  vorrà  più  pie- 
namente trovare,  legga  il  libro  del  conquisto  d'oltre- 

'  rilassata,  dissolata. 

^  Borgerc^bbero,  nascarebbaro;  dal  latiiio  orirù 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


ri 


mare  ',  ove  sono  disteMinenle;  e  per  questo  con- 
quisto ritengono  i  Viniziani  il  titolo  di  parte  del  detto 
imperio. 

CAPITOLO  XXIX. 
Cowte  i  Tartari  scesano  le  montagne  di  Gog  e  Magog. 

Nefli  anni  di  Cristo  1202  [a  gente  che  si  chia* 
mano  i  Tartari  uscirò  delle  montagne  di  Gog  e  Magog 
chiamate  in  latino  Monti  di  Belgen^  i  quali  si  dice 
che  furono  stratti  di  quegli  tribi  d' Isdrael,  che  il 
grande  Alessandro  re  di  Grecia  che  conquistò  tutto 
il  mondo,  per  loro  brutta  vita  gli  rinchiuse  in  quelle 
montagne,  acciocché  non  si  mischiassono  con  altre 
nazioni,  e  ivi  per  viltà  di  loro  e  vano  intendimento, 
vi  stettono  rinchiusi  da  Alessandro  infino  a  questo 
tempo,  credendosi  che  Toste  d^  Alessandro  sempre  vi 
fosse;  imperciocch'egli  per  maestrevole  artificio  sopra 
i  monti  ordinò  trombe  grandissime  sì  dificatc  \  che 
ad  ogni  vento  trombavano  con  grande  suono:  ma  poi 
si  dice  che  per  gufi  che  nelle  bocche  dì  quelle  trombe 
feciono  nidio,  stopparono  i  detti  artifici!  per  modo 
che  rimase  il  detto  suono,  e  per  questa  cagione  hanno 
i  gufi  in  grande  reverenzia,  e  per  leggiadria  portano 
i  grandi  signori  di  loro  le  penne  del  gufo  in  capo, 
per  memoria  che  stopparo  le  trombe  e  artificii  detti, 
per  la  qual  cosa  il  detto  popolo  (il  quale  come  a 
guisa  di  bestie  viveano  e  erano  multiplicati  in  innu- 
merabile numero)  sì  si  cominciarono  a  assicurare,  e 
certi  di  loro  a  passare  i  detti  monti;  e  trovando  come 
sopra  le  montagne  non  avea  gente,  se  non  il  vano 
inganno  delle  trombe  turate,  scesono  al  piano  e  al 
paese  dlndia  ch'era  fruttifero,  e  ubertoso,  e  dolce, 
e  tornando  e  rapportando  al  loro  popolo  e  genti  le 
dette  novelle,  aDora  si  congregaro  insieme,  e  feciono 
per  divina  visione  loro  imperadore  e  signore  uno 
fabbro  di  povero  stato,  il  quale  avea  nome  Cangius, 
il  quale  in  su  un  povero  feltro  fu  levato  imperadore^ 
e  come  fa  fatto  signore,  fu  chiamato  il  soprannome 
Cane,  cioè  in  loro  lingua  imperadore.  Questi  fu  molto 
valoroso  e  savio,  e  per  suo  senno  e  valenzia  uscì  con 
tutto  quello  popolo  delle  dette  montagne,  e  ordinogli 
a  decine  e  a  centinaia  e  a  migliaia,  con  capitani  ac- 
conci a  combattere,  e  per  essere  più  obbedito,  prima 
a'maggiori  di  sua  gente  fece  per  suo  comandamento 
uccidere  a  ciascuno  il  suo  figliuolo  primogenito  di 
loro  mano;  e  quando  si  vide  così  obbedito,  e  dato 
suo  ordine  alla  sua  gente,  entrò  in  India  e  vinse  il 

'  Qtial  aia  qneAto  libro  è  da  sapere  ancora.  Leggansi 
faiTece  VUlardoin  e  Ifficfiaad,  Storia  delU  Crociata  ^  e  La 
rarìba,  SUidi  nil  secolo  XIII. 

*  Praaao  gli  anttehi  odifido  raleva  fabhrica,  vmraglia 
faUa  con  pietre  e  cidcina,  quando  invece  dificio  volea  di- 
re :  macchina  eostruiia  a  grande  ingegno.  H  Moutier  nella 
■uà  ediz.  dèi  Villani  ne  ià  .le  prove.  D  Petr.  parlando  di 
■n  tempio  disse:  Pènkum  a  totnmo  Vedifimo  tanto,  e  Bru- 
netto Latini  nel  Tesoro:  quando  la  (ma  ntagione  è  compia» 
iOj  e  fornita  deUi  suoi  enfici,  E  Oio.  Vili,  stesso,  lib.  XI: 
ogni  ed^io  e  casa  che  appresso  tUTAmo  fosse,  e  qui  edi- 
ficio vai  maraglia.  Al  contrario  Dante,  Inf.  34.  alladenda 
ad  un  mulino  a  ventb:  Veder  mi  paanx  un  lai  dificio  al- 
lotta:  e  parlando  della  macchina  di  un  carro,  Purg.  S2: 
TVa^ormato  così  7  d^ieio  santo.  A  volerne  dare  tutti  gli 
«•empi  entretvmno  nelTua  via  une. 


Presto  Giovanni,  e  soltomisesi  tutto  il  paese.  E  ebbe 
più  figlinoli,  che  appresso  lui  feciono  di  grandi  con- 
quisti, e  quasi  di  tutta  la  parte  d'^Asia  i  popoli  e  li  re 
si  misono  sotto  loro  signoria,  e  parte  d' Europa  in- 
verso Cumania,  e  Alania,  e  Bracchia  infino  al  Da- 
nubio. E' discendenti  de' figliuoli  del  detto  Cangm 
Cane,  sono  oggi  signori  intra' Tartari.  Questi  non 
hanno  ordinata  legge,  che  chi  è  stato  di  loro  cristiano, 
e  chi  Saracino,  ma  i  più  pagani  idolatri.  Avemo  rac- 
contato di  loro  nascimento  e  movimento,  imperciocchò 
in  cosi  piccolo  tempo,  mai  gente  non  fece  s)  gran 
conquisto,  né  nullo  popolo  né  setta  non  ha  tanta  si- 
gnoria, podere,  e  ricchezta.  E  chi  delle  loro  gesto 
vorrà  meglio  sapere,  cerchi  il  libro  di  frate  Aiton 
signore  del  Coleo  d'Erminia,  il  quale  fece  ad  istanza 
di  papa  Clemente  quinto  ;  e  ancora  il  libro  detto  Mi- 
lione, che  fece  messere  Marco  Polo  di  Vinegia,  il  quale 
conta  molto  di  loro  podere  e  signorìa,  imperciocché 
lungo  tempo  fìi  tra  loro.  Lasceremo  de'Tartari,  e  tor- 
neremo a  nostra  materia  de'fatti  di  Firenie. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  i  Fiorentini  disfecero  il  castello  di  Sònifonti 

e  qtiello  di  Comhiafa. 

Negli  anni  di  Cristo  1202,  essendo  consolo  in 
Firenze  Aldobrandino  Barucci  da  Santa  Maria  Mag- 
giore, che  furono  molto  antichi  uomini,  colla  sua 
compagnia,  i  Fiorentini  ebbono  il  castello  di  Simi- 
fonti  ',  e  fecionlo  disfare,  e  il  poggio  appropiare  al 
comune,  perocché  lungamente  avea  fatta  guerra  a'Flo- 
rentini.  E  ebbonlo  i  Fiorentini  per  tradimento  per  uno 
da  Sandonato  in  Foci,  il  quale  diede  una  torre,  e 
volle  per  questa  cagione  egli  e'suoi  disc-endenti  Tos- 
sono franchi  in  Firenze  d'ogni  incarico,  e  cosi  fu  fatto, 
con  tuttoché  prima  nella  detta  torre,  combattendola^ 
fu  morto  da'terrazzani  il  detto  traditore.  E  nel  detto 
anno  i  Fiorentini  andarono  ad  oste  al  castello  di 
Combiata,  ch^era  molto  forte  in  sul  capo  del  fiume 
della  Marina  verso  il  Mdgello,  il  quale  era  de'cattani 
della  contrada  che  non  voleano  obbedire  il  comune 
e  facevano  guerra.  E  disfatti  i  detti  castelli,  feciono 
dicreto  che  mai  non  si  dovessono  rifare* 

CAPITOLO  XXXI. 

Disfacimento  di  Montelupo^  e  come  i  Fiorentini 

ebhono  Montemurlo. 

Negli  anni  di  Cristo  1203,  essendo  consolo  in 
Firenze  Brunellino  Brundli  de"  Razzanti  e  suoi  com- 
pagni, i  Fiorentini  disfeciono  il  castello  di  Hontelupo 
perché  non  volea  ubbidire  al  comune.  E  in  questo 
anno  medesimo  i  Pistoiesi  tolsono  il  castello  di  Mon- 
temurlo acconti  Guidi;  ma  poco  appresso,  il  settembre, 
v'andarono  ad  oste  i  Fiorentini  in  servigio  de^  conti 
Guidi  e  riebberìo,  e  renderlo  acconti  Guidi.   E  poi 


*  Di  questa  presa  narra  un  Testo  di  liiijgn*  stasapliito 
in  Firenze  nel  1758:  Storia  della  guerra  di  Semifonte 
scritta  da  Messer  Pace  da  Cnialdo. 


72 


CRONICHE 


nel  1207  i  Fiorentiiu  feeiono  fare  pice  Ira^  Pistoiesi 
e'conti  Guidi,  ma  poi  non  possendo  bene  difendere  i 
conti  daTistolesi  Montemurlo,  perocch'era  loro  troppo 
vicino,  e  aveanvi  fatto  appetto  U  castello  del  Montale, 
si  "ì  venderò  i  conti  Giudi  al  comune  dì  Firense 
libbre  cinquemila  di  fiorini  piccioli,  che  sarebbono 
oggi  cinquemila  fiorini  d^oro  :  e  ciò  fu  gli  anni  di 
Cristo  1209,  ma  i  conti  da  Porciano  mai  non  voUono 
dare  parola  per  la  loro  parte  alla  vendita. 

CAPITOLO  xxxn. 

Come  i  Fi&renUm  elessono  di  prima^  pode$ktde. 

Negli  anni  di  Cristo  1207  i  Fiorentini  ebbono 
di  prima  signoria  forestiera,  che  infino  allora  s''era 
retta  la  città  sotto  signoria  di  consoli  cittadini, 
de'maggiori  e  migliori  della  città,  con  consiglio  del 
senato,  cioè  di  cento  buoni  uomini,  e  quelli  consoli 
al  modo  di  Roma  tutto  guidavano  e  governavano  la 
città,  e  rendeano  ragione,  e  facevano  giustisia:  e 
durava  il  loro  officio  uno  anno.  B  erano  quattro  con- 
soli mentre  che  la  città  fu  a  quartieri,  per  ciascuna 
porta  uno;  e  poi  furono  sei  quando  la  città  si  partì 
a  sesti.  Ma  gli  antichi  nostri  non  ficcano  meniione 
de' nomi  di  tutti,  ma  dell'uno  di  loro  di  maggiore 
stato  e  fama,  dicendo  :  al  tempo  di  cotale  consolo  e 
de'suoi  compagni:  ma  poi  cresciuta  la  città  e  di 
genti  e  di  visi,  e  faceansi  più  malificii,  si  accordaro 
per  meglio  del  comune,  acciocché  i  cittadini  non 
avessono  si  fatto  incarico  di  signoria,  né  per  prieghi, 
nò  per  tema,  o  per  diservigio,  o  per  altra  cagione 
non  mancasse  la  giustiiia:  si  ordinaro  di  chiamare 
uno  gentile  uomo  d'altra  città,  che  fosse  loro  podestà 
per  uno  anno,  e  rendesse  le  ragioni  civili  con  sudi 
collaterali  e  giudici,  e  focesse  T  esecuzione  delle  con- 
dannagioni  e  giustiiie  corporali.  E'I  primo  che  fu 
podestà  in  Firenie  fu  nel  detto  anno  Gualfredotto  da 
Milano,  e  abitò  al  vescovado;  imperciocché  ancora 
non  avea  in  Firenze  palaxzo  di  comune.  E  però  non 
rimase  la  signoria  de*  consoli,  ritegnendo  a  loro  Tam- 
ministragione  d'ogni  altra  cosa  del  comune.  E  per  la 
detta  signoria  si  resse  la  cittade  infino  al  tempo  che 
si  fece  il  primo  popolo  in  Firenze,  come  innanzi 
faremo  menzione,  e  allora  si  criò  l'officio  degli  anziani. 

CAPITOLO  xxxm. 

CoiM  %  FiorenHm  sconfUiono  i  Saneii  a  MantaUo, 

Nel  detto  anno,  alla  signoria  di  Gualfiredotto  di 
Milano,  il  primo  anno,  i  Fiorentini  ricominciaro  guerra 
co'Sanesi,  perocch'e'Sanesi  aveano  ricominciata  guerra 
a  Montepulciano  e  Montalcino  contra  i  patti  della  pace, 
per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  andarono  a  oste  in  su 
quello  di  Siena  al  castello  di  Montalto.  I  Sanasi  per 
soccorrera  il  detto  castello  combatterò  co*  Fiorantini, 
e  furono  sconfitti,  e  molti  morti  e  presi  :  ne  vennero 
in  Firenze  mille  trecento  Sanasi,  e*  Fiorentini  ebbono 
il  detto  Montalto  e  disfecionlo« 


P«r  U  priiM  volta. 


CAPITOLO  XXXIV. 

CofM  %  Samesi  richiesono  di  pace  i  FioremUni 

ed  Monta. 

Appresso,  l'anno  1208,  il  secondo  anno  della 
signoria  del  detto  Gualfiredotto,  essendo  rifermato,  i 
Fiorentini  feeiono  oste  sopra  i  Sanasi,  e  disfeciono 
Rugomagno  loro  castello,  e  andarono  infino  a  Rapolano 
nel  contado  di  Siena,  menandone  grande  preda,  e 
molti  pregioni;  ma  poi  l'anno  nel  1210  i  Sanasi 
non  potendo  più  durare  la  guerra  co*  Fiorentini,  e 
per  riavere  i  loro  pregioni,  ricbiesono  pace  a'  Fio* 
routini,  e  quetarono  Montepulciano  e  Montalcino  e 
tutte  le  castella  eh' e*  Fiorentini  aveano  prese  sopra 
loro.  E  in  quello  tempo  era  consolo  in  Firenze  mes* 
ser  Catalano  della  Tosa  e  sua  compagnia.  Lasceremo 
alquanto  a  dire  de'  fatti  di  Firenze,  e  diremo  d' Otto 
U  quarto  di  Sassogna  imperadore,  e  quello  che  fece 
al  suo  tempo. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  Otio^quarto  fa  coronato  imperadore:  e  come 
$i  fece  nimico  e  penecutore  di  Santa  Chiesa. 

Otto  quarto  di  Sassogna  fu  eletto  ra  de*  Romani, 
per  lo  modo  detto  addietro,  quando  fu  eletto  Filippo 
di  Soavia  U  quale  fu  morto.  Ma  questo  Otto,  a  peti- 
zione e  studio  di  papa  Innocenzo  tono,  fu  confermato 
re  de' Romani  l'anno  di  Cristo  1203,  ma  però  non 
venne  incontanente  a  Roma  per  molta  guerra  '  li  surae 
in  Alamagna,  sicché  Italia  stette  sanza  imperio  da 
dodici  anni  ;  ma  tratte  a  fine  Otto  le  guerre  d*  Ala- 
magna,  passò  in  Italia,  e  dal  sopraddetto  papa  Inno- 
cenzo fu  coronato  l'anno  di  Cristo  1210.  Ma  incon- 
tanente ch*ebbe  la  corona  dello  *mperio,  ove  la  Chiesa 
e  *1  detto  papa  si  credeano  fosse  amico  e  difenditore, 
si  fece  nemico  e  peraecutorey  e  a  'Romani  incominciò 
incontanente  guerra,  e  contra  volontà  del  detto  papa 
e  della  Chiesa,  passò  in  Puglia  e  prese  gran  parte 
del  Regno,  il  quale  la  Chiesa  guardava  siccome  tutrico 
e  madre  di  Federigo  il  giovane,  figliuolo  che  fu  del- 
lo 'mperadore  Arrigo  di  Soavia,  e  di  Costanza  impe- 
radrice.  Per  la  qual  cosa  il  detto  papa  scomunicò  il 
detto  Otto  e  dispuose  dello  *mperio  in  uno  grande 
concilio  che  fece  in  Roma,  e  mandò  in  Alamagna  per 
lo  giovane  Federigo,  e  colla  forza  della  Chiesa  rac- 
quistò  il  Regno  e  Cicilia.  B  '1  detto  Otto  si  tornò  in 
Alamagna^  e  di  là  per  contradio  della  Chiesa  fece 
lega  e  congiura  col  conte  Ferrante  di  Fiandra,  e 
con  quello  di  Bari  e  di  Bologna,  e  più  altri  baroni  di 
Francia,  i  quali  s' erano  rubellatì  al  re  Filippo  fl  Bornio 
re  di  Francia.  E  essendo  il  detto  re  accampato  contra 
il  detto  imperadore  e  gli  altri  signori,  quasi  tutti  i 
suoi  baroni  il  voleano  abbandonare;  per  la  qual  cosa 
fece  uno  altara  nel  campo,  e  trassesi  la  corona  in 
presenza  de' suoi  baroni  e  puoselavi  suso,  e  disse: 
donatela  a  chi  è  più  degno  di  me^  e  io  Vobbedkò 


*  Frammetti  un  cà««  CI  «wentno  altrove  in  simlU 
Qoitrattit 


DI  GIOVANNI  VlLLANL 


73 


toleniieri.  1  baroni  vedendo  la  sua  umilila,  si  rìvol- 
sono  e  promisoBgU  d^  essere  leali  e  fedeli  alla  bat- 
taglia, n  quale  re  FUippo  avendo  con  seco  riconciliati 
i  suoi  baroni,  col  detto  Otto  imperadore,  e  Ferrante 
conte  di  Fiandra,  e  gli  altri  rubelli,  battaglia  di  campo 
fece  al  ponte  a  Bovino  a**  confini  di  Fiandra,  là  dove 
ebbe  molta  gente  francesca  e  tedesca  morta.  Alla  fine 
il  detto  buono  re  Filippo  per  la  grazia  di  Dio  ebbe 
vittoria,  e  perocché  si  ritenne  in  una  schiera  con 
cinquecento  cavalieri  vecchi  e  indurati  in  battaglie 
e  tomeamenti,  de' quali  parte  di  loro  non  intesono 
se  non  a  rompere  le  schiere  coMestrieri,  sanza  fedire 
colpi  \  e  cosi  ruppono  i  Tedeschi  ;  e  prese  il  detto 
conte  Ferrante  di  Fiandra,  e  tolsegli  Artese  e  Ver- 
mandos,  e  Otto  imperadore  a  gran  periglio  e  vergogna 
fuggi  con  poca  di  sua  gente  del  campo,  e  grande 
danno  ricevette  di  sua  gente:  e  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo 
1214.  B  il  di  medesimo  essendo  il  giovane  Luis  fi- 
gliuolo dei  detto  re  Filippo  a  oste  in  Paico,  battaglia 
ebbe  col  re  Arrigo  d*  Inghilterra  e  suoi  allegati  che 
d"*  altra  parte  venieno  sopra  il  re  di  Francia,  e  lui  vinse 
e  sconfisse  :  e  in  quello  giorno  medesimo  essendo  il 
conte  di  Barzellona  e  di  Valenza,  (onde  furono  poi 
i  suoi  discendenti  re  d**  Aragona)  ad  assedio  della  città 
di  Carcasciona,  che  vi  cusava  '  ragione,  la  quale  tenea 
il  detto  re  di  Francia  e  eravi  dentro  il  conte  di  Mon- 
forte  con  buona  gente,  il  quale  uscì  fuori  vigorosa- 
mente e  assali  improvviso  e  sconfisse  V  oste  de'  Cata- 
lani, e  fu  preso  il  conte  di  Barzellona,  e  per  gli 
Franceschi  tagliatagli  la  testa;  per  le  quali  tre  sì 
grandi  e  bene  avventurose  vittorie,  molto  sormontò 
il  re  di  Francia,  e  prese  Paico  e  la  Boccila  e  molto 
accrebbe  suo  reame. 

CAPITOLO  XXXVI. 

Come  fmendo  Otio  fu  detto  imperadore  Federigo  se- 
condo di  Soavia  a  richiesta  della  Chiesa 

di  Roma, 

Essendo  il  detto  Otto  nimico  della  Chiesa  e 
disposto  per  concilio  generale  dello  'mperio,  la  Chiesa 
ordinò  con  gli  elettori  d'Alamagna,  ch'elli  elessono 
a  re  de'  Romani  Federigo  il  giovane  re  di  Cicilia  il 
quale  era  in  Alamagna,  e  contra  il  detto  Otto  ebbe 
grande  vittoria,  e  poi  il  detto  Otto  tornato  a  co- 
sciènza, andò  al  passaggio  di  Damiata  oltremare,  e  di 
là  morio,  e  rimase  Federigo  colla  elezione;  e  poi  al 
tempo  d*  Onorio  terzo  papa  che  succedette  a  Inno- 
cenzo detto  di  sopra,  il  detto  Federigo  d' Alamagna 
venne  a  Vinegia,  e  poi  per  mare  nel  suo  regno  di 


'  n  verbo  /«dire  oyèrtr^  prende  tal  fiata  significato  dal 
nome  che  gli  viene  appresso  :  ferir  colpi  vale  darU,  ferir 
tomeamenti  per  gioHrare, 

^  Cosi  legge  la  Giuntina,  fl  testo  Davanz.  ha  invece 
eotoro,  e  con  esso  altri.  Cusare  parmi  sincope  di  accutaret 
onde  cuear  ragioni  varrebbe  produrle,  tnetterle  in  campo, 
pretendere  eu  che  che  eia.  E  di  vero  nelle  rime  antiche 
di  M.  Cino  d  occorre  :  81  eh*  io  mi  cuio  già  pereona  mor- 
ta;  t  nell'ant  commento  alla  Divina  Commedia,  Inf.  12: 
I^  $i  cueóe  euffieienie  in  tutte  le  coee,  dove  eutare  snona 
senxa  fiUlo  oectisare.  Ma  il  eoeaioa  del  testo  Davana.  non 
ei  potrebbe  mettara  in  sospetto  il  conim*  da'  francasi? 


Puglia  e  poi  a  Boma,  e  dal  detto  papa  Onorio  e 
da^Bomani  fu  ricevuto  a  grande  onore,  e  coronato 
imperadore,  come  innanzi  nel  suo  trattato  faremo 
menzione.  Lasceremo  alquanto  dello  *mperadore,  e 
diremo  de"*  fatti  de*  Fiorentini  che  furono  infino  alla 
sua  coronazione. 

CAPITOLO  XXXVCI. 

Come  mori  il  conte  Guido  vecchio^  e  di  sua  progenia. 

Negli  anni  di  Cristo  1213  mori  il  conte  Guido 
vecchio,  del  quale  rimasono  cinque  figliuoli,  ma  V  uno 
morio  e  lasciò  reda  della  sua  parte  quelli  ch^  ebbono 
Poppi,  perocché  di  lui  non  rimasono  figliuoli;  poi 
de' quattro  figliuoli  sono  discesi  tutti  i  conti  Guidi* 
Questo  conte  Guido,  la  sua  progenia  si  dice  che  anti- 
camente furono  d^  Alamagna  grandi  baroni,  i  quali 
passarono  con  Otto  primo  imperadore,  il  quale  diede 
loro  il  contado  di  Modigliana  in  Bomagna,  e  di  là  rima- 
sono ;  e  poi  i  loro  discendenti  per  loro  podere  furono 
signori  quasi  di  tutta  Bomagna,  e  faceano  loro  capo 
in  Bavenna,  ma  per  soperchi  eh'  elli  usarono  a'  citta- 
dini di  loro  donne,  e  d**  altre  tirannie,  a  romore  di 
popolo  furono  cacciati  in  uno  giorno,  corsi  e  morti 
in  Bavenna,  che  nullo  ne  campò  piccolo  o  grande 
se  non  uno  picciolino  fanciullo  eh'  avea  nome  Guido, 
il  quale  era  a  Modigliana  a  balia,  il  quale  fu  sopran- 
nomato  Guido  Besangue  per  lo  molesto  de'suoi,  come 
nelle  storie  d'Otto  imperadore  addietro  facemmo  men- 
zione. Questo  Guido  fu  padre  del  detto  conte  Guido 
vecchio,  onde  poi  tutti  i  conti  Guidi  sono  discesi. 
Questo  conte  Guido  vecchio  '  prese  per  moglie  la 
figliuola  di  messere  Bellincione  Berti  de' Bovignani, 
ch'era  il  maggiore  e  '1  più  onorato  cavaliere  di  Fi- 
renze, e  le  sue  case  succedettono  poi  per  retaggio 
acconti,  le  quali  furono  a  porta  San  Piero  in  so  la 
porta  vecchia.  Quella  donna  ebbe  nome  Gnaldrada,  e 
per  bellezza  e  bello  parlare  di  lei  tolse,  veggendola 
in  Santa  Beparata  coll'altre  donne  e  donzelle  di  Fi- 
renze. Quando  lo  'mperadore  Otto  quarto  venne  in 
Firenze,  e  veggendo  le  belle  donne  della  città  che 
in  Santa  Beparata  per  lui  erano  raunate,  questa  pul- 
cella  più  piacque  allo  'mperadore;  e  "1  padre  di  lei 
dicendo  allo  'mperadore  ch'egli  avea  podere  di  far- 
gliele basciare,  la  donzella  rispose  che  già'  uomo  vi- 
vente la  bascerebbe  se  non  fosse  suo  marito,  per  la 
quale  parola  lo  'mperadore  molto  la  commendò;  e 
il  detto  conte  Guido  preso  d'amore  di  lei  per  la  sua 
avvenentezza,  e  per  consiglio  del  detto  Otto  impe- 
radore, la  si  fece  a  moglie,  non  guardando  perch'ella 
fosse  di  più  basso  lignaggio  di  lui,  né  guardando  a 
dote  ;  onde  tutti  i  conti  Guidi  sono  nati  del  detto 


'  Vedi  :  Aìhero  e  Storia  della  famiglia  de'  Conti  Gnidi, 
di  Scipione  Ammirato.  Fir.  1640. 

^  mai,  tmqua  come  assoluta  negasione.  U  già  in  questo 
senso  si  desidera  ancora  nel  Vocabolario.  In  senso  quasi 
di  negazione  colla  corrispondenza  del  non,  lo  trovi  in  al- 
cuni testi  de*  Oradi  di  S.  Girolamo,  48:  San  Girolamo 
dieee  che  già  la  mieerieordia  di  Dio  non  potrà  avere  ehi 
mieerieordioeo  non  è,  né  già  Dio  non  ttdirà  le  pngkUfti  di 
coluif  ch$  eoe. 


74 


CROnCHB 


conte  e  della  delta  donna  in  questo  modo;  che,  come 
dice  di  sopra,  ne  rimasono  quattro  figliuoli  che  ne 
discesono  rede;  il  primo  ebbe  nome  Guiglielmo  di 
cui  nacque  il  conte  Guido  Novello  e  1  conte  Simone: 
questi  furono  ghibellini,  ma  per  oltraggi  che  Guido 
Novello  fece  al  conte  Simone  suo  fratello  per  la 
parte  del  suo  patrimonio,  si  fece  guelfo  e  s'allegò 
co^guelfi  di  Firenze,  e  di  questo  Simone  nacque  il 
conte  Guido  da  Battifolle:  Faltro  figliuolo  ebbe  nome 
Ruggeri,  onde  nacquero  il  conte  Guido  Guerra,  e  1 
conte  SaWatico,  e  questi  tennero  parte  guelfa:  Peltro 
ebbe  nome  Guido  da  Romena  onde  sono  discesi  que- 
gli da  Romena,  gli  quali  sono  stati  guelfi  e  ghibel- 
lini; Taltro  fu  il  conte  Tegrimo  onde  sono  quegli  da 
Porciano,  e  sempre  furono  ghibellini.  Il  sopraddetto 
Otto  imperadore  privilegiò  il  detto  conte  Guido  della 
signoria  di  Casentino.  Avemo  si  lungo  parlato  del 
detto  conte  Guido  (benché  in  altra  parte  avessimo 
trattato  del  cominciamento  di  suo  lignaggio)  peroc- 
ché fu  valente  uomo,  e  di  lui  sono  tutti  i  conti  Guidi 
discesi,  e  perch''e^8uoi  discendenti  molto  si  mischia- 
rono poi  de7atti  di  Firenze,  come  per  gli  tempi  fa- 
remo menzione. 

CAPITOLO  XXXVUl. 

Come  si  cominciò  parie  guelfa  e  ghibellina 

in  Firenze. 

Negli  anni  di  Cristo  1215  essendo  podestà  di 
Firenze  messer  Gherardo  Orlandi,  avendo  uno  messer 
Bondelmonte  de'  Bondelmonti  nobile  cittadino  di  Fi 
renze,  promessa  a  torre  per  moglie  una  donzella  di 
casa  gli  Amidei,  ^onorevoli  e  nobili  cittadini  ;  e  poi 
cavalcando  per  la  città  il  detto  messer  Bondelmonte, 
ch*era  molto  leggiadro  e  bello  cavaliere,  una  donna 
di  casa  i  Donati  il  chiamò,  biasimandolo  della  donna 
ch^egli  avea  promessa,  come  non  era  bella  né  soffi- 
ciente a  lui,  e  dicendo  :  io  v"  avea  guardata  questa 
mia  figliuola  :  la  quale  gli  mostrò,  e  era  bellissima  ; 
incontanente  per  subsidio  diavoli  preso  di  lei,  la 
pronuse  e  isposò  a  moglie,  per  la  qual  cosa  i  pa- 
renti della  prima  donna  promessa  raunali  insieme,  e 
dogliendosi  di  ciò  che  messer  Bondelmonte  aveva 
loro  fatto  di  vergogna,  si  presono  il  maladetto  isde- 
gno,  onde  la  città  di  Firenze  fu  guasta  e  partita;  che 
di  più  casati  de*  nobili  si  congiurerò  insieme,  di  fare 
vergogna  al  detto  messer  Bondelmonte,  per  vendetta 
di  quelle  ingiurie.  E  stando  tra  loro  a  consiglio  in 
che  mode  il  dovessero  offendere,  o  di  batterlo  o  di 
'  fedirlo,  il  Mosca  de'  Lamberti  disse  la  mala  parola  : 
cosa  fatta,  capo  ha  ;  cioè  che  fosse  morto  :  e  così  fìi 
fhtto;  che  la  mattina  di  Pasqua  di  Rìsurresso,  si 
rannaro  in  casa  gli  Amidei  da  Santo  Stefano,  e  ve- 
gnendo  d'oltrarno  il  detto  messere  Bondelmonte  ve- 
stito nobilemente  di  nuovo  di  roba  tutta  bianca,  e  in 
su  uno  palafreno  bianco,  giugnendo  appiè  del  ponte 
Vecchio  dal  lato  di  qua,  appunto  appiè  del  pilastro 
«m  la  ^nsegna  di  Marti,  il  detto  messere  Bondel- 
Uterrato  del  cavallo  per  lo  Schiatta  degli 
lo  Mosca  Lamberti  e  Lambertuccio  degli 
e  fedito,  e  per  Oderigo  FifìMiti  gli 


furono  segate  le  vene  e  tratto  ■  fine;  e  ebbevi  con 
loro  uno  deVonti  da  Gangalandi.  Per  la  qual  cosa  la 
città  corse  ad  arme  e  romore;  e  questa  aorte  di 
messer  Bondelmonte  fu  la  cagione  e  cominciamento 
delle  maledette  parti  guelfa  e  ghibellina  io  Firenze, 
con  tuttoché  dinanzi  assai  erano  le  sette  tra' nobili 
cittadini  e  le  dette  parti,  per  cagione  delle  brighe  e 
questioni  dalla  Chiesa  allo  'mperio  ;  ma  per  la  morte 
dèi  detto  messere  Bondelmonte,  tutti  i  legnaggi  de*no- 
bili  e  altri  cittadini  di  Firenze  se  ne  partirò,  e  chi 
tenne  co' Bondelmonti  che  presono  la  parte  guelfa  e 
furonne  capo,  e  chi  con  gli  liberti  che  furono  capo 
de' ghibellini,  onde  alla  nostra  città  segui  molto  di 
male  e  ruina,  come  innanzi  sarà  menzione;  e  mai  non 
si  crede  ch'abbia  fine,  se  Iddio  noi  termina.  E  bene 
mostra  che  '1  nemico  dell'umana  generazione  per  le 
peccata  de'  Fiorentini  avesse  podere  nelP  idolo  di 
Marti,  eh*  e*  Fiorentini  pagani  anticamente  adoravano, 
che  appiè  della  sua  figura  si  commise  sì  fatto  micidio, 
onde  tanto  male  è  seguito  alla  città  di  Firenze.  I  ma- 
ledetti nomi  di  parte  guelfa  e  ghibellina,  si  dice  che 
si  criarono  prima  in  Alamagna,  per  cagione  che  due 
grandi  baroni  di  là  aveano  guerra  insieme  \  e  aveano 
ciascuno  uno  forte  castello  Tuno  incontro  all'altro, 
che  l'uno  avea  nome  Guelfo  e  T altro  GSiibeUino,  e 
durò  tanto  la  guerra,  che  tutti  gli  Alamanni  se  ne 
partirò,  e  l'uno  tenne  l'una  parte,  e  l'altro  l'altra;  e 
eziandio  infino  in  corte  di  Roma  ne  venne  la  que- 
stione, e  tutta  la  corte  ne  prese  parte,  e  Tuna  parte 
si  chiamava  quella  di  Guelfo,  e  l' altra  queOa  di  Ghi- 
bellino :  e  così  rimasero  in  Italia  i  detti  nomi. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Delle  case  e  da' nobili  che  divennero  guelfi  e 
ghibellini  in  Fìren%e, 

Per  la  detta  divisione  questi  furono  i  legnaggi 
de*  nobili  che  a  quello  tempo  furono  e  divennero 
guelfi  in  Firenze,  contando  a  sesto  a  sesto,  e  simile 
i  ghibellini.  Nel  sesto  d'Oltrarno  furono  guelfi  i  Nerli 
gentiluomini  tutto  fossero  prima  abitanti  in  Mercato 
vecchio:  la  casa  de'Giacoppi  detti  Rossi,  non  però  di 
grande  progenia  di  antichità,  e  già  cominciavano  a 
venire  possenti:  i  Frescobaldi,  i  Bardi,  e' Mozzi,  ma 
di  piccolo  cominciamento;  ghibellini  nel  sesto  dVl- 
trarno,  de^  nobili,  i  conti  da  Gangalandi,  Obriachl,  e 
Mannelli.  Nel  sesto  di  San  Piero  Scheraggio,  i  nobili 
(he  fiiroiio  guelfi,  la  casa  de'  Pulci,  i  Ghenordini,  i 
Foraboschi,  i  Bagnesi,  i  Gnidalòtti,  i  Sacchetti,  e'Ma- 
nieri,  e  quegli  da  Quona  consorti  di  quelti  da  Volo- 
gnano,  i  Lucardesi,  i  Chiaramontesi,  i  Compiobbesi, 
i  Cavalcanti,  ma  di  poco  tempo  erano  stretti  di  mer- 
catanti ;  nel  dello  seiAo  furono  i  ghibellini,  la  casa 
degli  liberti,  che  ne  fu  capo  di  parte,  i  Fifhnti, 
gì' Infangati,  e  Amidei^  e  quegli  da  Volognano,  e 


'  Corrado  OnebeUng  e  Liotario  Volf,  aaìmom  rìruìì , 
dopo  la  morte  di  Enrico  V  seguita  nel  1120,  si  ooiitra* 
starono  il  trono  imperiale  e  a*  loro  partigiani  trasmisero 
tutta  la  pioprìa  rabbia.  Di  qoi  l'orbino  d«r  GKlbelHni  e 
de'  Guelfi.  I  Papi  tennero  (te*  Guelfi,  traplaetando  in  Italia 
que'  malad^tti  nomi. 


DI  eiOVANNI  VILLANI. 


7$ 


Mal«8pim,  6on  tuttoché  poi  per  gli  oltraggi  degli 
liberti  loro  vicini,  eglino  e  più  altri  legnaggi  di  San 
Piero  Scheraggio  si  feciono  guelfi.  Nel  sesto  di  Borgo 
furono  guelfi  la  casa  de'Bondelmonti,  e  furonne  ciipo; 
la  casa  de^  Giandonati,  i  Gianflgliazzi,  la  casa  degli 
Scali,  la  casa  de^Gaalterotti,  e  quella  degrimportuni; 
i  ghibellini  del  detto  sesto,  la  casa  degli  Scolari  che 
furono  di  ceppo  consorti  de' Bondelmonti,  la  casa 
de'Guidi,  quella  de^Galli  e  Cappiardi.  Nel  sesto  di  San 
Brancaiio  furono  guelfi  i  Bosticbi,  i  Tomaquinci,  i 
Vecchietti;  i  ghibelUni  del  detto  sesto  furono  i  Lam- 
berti, i  Soldanierì,  i  Ciprìani,  i  Toschi,  e  gli  Amierì, 
e  Palermini,  e  Miglioretti,  e  Pigli,  con  tuttoché  poi 
parte  di  loro  si  fecero  guelfi.  Nel  sesto  di  porte  del 
Duomo  furono  in  quegli  tempi  di  parte  guelfa  i  To- 
singhi,  gli  Arrigucci,  gli  Agli,  i  Sizii;  i  ghibellini  del 
detto  sesto,  i  Bamcci,  i  Cattaui  da  Castiglione  e  da 
Cersino,  gli  Agolanti,  i  Brunelleschi,  e  poi  si  feciono 
guelfi  parte  di  loro.  Nel  sesto  di  porte  San  Piero 
furono  de*  nobili  guelfi  gli  Adimari,  i  Visdomini,  i 
Donati,  i  Pazzi,  que'  della  Bella,  gli  Ardinghi,  e*  Te- 
daldi  detti  que""  della  Vitella,  e  già  i  Cerchi  comin- 
ciavano a  sdire  in  istato,  tutto  fossono  mercatanti;  i 
ghibellini  del  detto  sesto,  i  Caponsacchi,  i  Lisci,  gli 
Abati,  i  Tedaldini,  i  Giuochi,  i  Caligari:  e  molte  altre 
•chiatte  d^orrevoli  cittadini  e  popolani  tennero  l'uno 
colfuna  parte,  e  Paltro  colI*altra,  e  si  mutaro  per  gli 
tempi  d^  animo  e  di  parte,  che  sarebbe  troppa  lunga 
matera  a  raccontare.  E  per  la  detta  cagione  si  co- 
minciaro  da  prima  le  maledette  parti  in  Firenze,  con 
tuttoché  di  prima  assai  occultamente,  pure  era  parte 
traVittadini  nobili,  che  chi  amava  la  signorìa  della 
Chiesa,  e  chi  quella  dello  *mperìo,  ma  però  in  istato 
e  bene  del  comune  tutti  erano  in  concordia. 

CAPITOLO  XL. 

Come  fu  presa  la  città  di  Damiata  per  i  cristiani^ 

e  poi  perduta, 

Neil*  anno  1216  papa  Innocenzo  celebrò  gene- 
rale concilio  a  Roma  per  fare  passaggio  oltremare  al 
soccorso  della  Terra  Santa,  e  più  ordini  fece,  ma 
poco  appresso  morì;  e  Tanno  1216  fu  fatto  papa 
Onorio  terzo  nato  di  Roma,  il  quale  segui  poi  fl  detto 
passaggio  ove  andarono  molti  Romani,  e  Italiani,  e 
Fiorentini,  e  andowi  d*  oltramonti  Otto  imperadore, 
e  più  altri  baroni  d^Alamagna  e  di  Francia  Tanno 
1218,  e  assediaro  la  città  di  Damiata  in  Egitto  per 


due  anni,  e  dopo  grande  danno  di  mortalità  di  cri- 
stiani, che  vi  morirò  il  detto  Otto  e  molta  di  sua 
gente,  T  anno  appresso  ebbono  Damiata  per  forza,  e 
la  'nsegna  del  comune  di  Firenze,  il  lampo  rosso 
e  ^1  giglio  bianco,  fu  la  prima  che  si  vide  in  sulle 
mura  di  Damiata,  per  virtù  de'*pellegrini  fiorentini  che 
furono  de* primi  combattendo  a  vincere  la  terra;  e 
ancora  per  ricordanza  il  detto  gonfalone  si  mostra 
per  le  feste  nella  chiesa  di  San  Giovanni.  E  vinta 
Damiata  per  gli  cristiani,  tutti  i  Saracini  vi  furono 
morti  e  presi;  ma  poco  la  tennero  i  cristiani,  per 
dissensione  che  avvenne  tra  *1  legato  del  papa  e^si- 
gnori  franceschi  ch*aveano  fatto  il  conquisto,  per  tale 
modo>  che  Tanno  di  Cristo  1221  per  assedio  la  ren- 
derò i  cristiani  a*  Saracini,  riavendo  i  loro  pregionL 

CAPITOLO  XU. 

Come  t  Fiorentini  fecero  giurare  alla  città  tutti  t 

contadini^  e  si  cominciò  U  ponte  nuovo 

dalla  Carraia, 

Negli  anni  di  Cristo  1218,  essendo  podestà  di 
Firenze  Otto  da  Mandella  di  Milano,  i  Fiorentini  fe- 
ciono giurare  tutto  il  contado  alla  signoria  del  co- 
mune, che  prima  la  maggiore  parte  si  tenea  a  signoria 
de"*  conti  Guidi,  e  di  quegli  di  Nangone,  e  di  quegli 
di  Capraia,  e  da  Certaldo,  e  di  più  cattani  che  1 
s^aveano  occupato  per  privilegi,  e  tali  per  forza  de- 
gTimperadori.  E  in  questo  anno  si  cominciaro  a  fon- 
dare le  pile  del  ponte  alla  Carraia. 

CAPITOLO  XUl. 

Come  i  Fiorentini  presono  Mortennana^  e  compiessi 
il  ponte  nuovo  detto  dalla  Carraia, 

Negli  anni  di  Cristo  1220  essendo  podestà  di 
Firenze  messer  Ugo  del  Grotto  di  Pisa,  i  Fiorentini 
andarono  a  oste  sopra  uno  casteOo  degli  Squarcialupi 
che  si  chiamava  Mortennana,  il  quale  era  molto  forte, 
ma  per  forza  e  ingegno  si  vinse;  e  quegli  che  per 
suo  ingegno  Tebbe,  fu  fatto  a  perpetuo  franco  d'ogni 
gravezza  di  comune,  e  egli,  e^  suoi  discendenti  ;  e  1 
detto  castello  fu  tutto  disfatto  infino  alle  fondamenta. 
E  questo  anno  medesimo  si  compiè  di  fare.il  ponte 
alla  Carraia,  il  quale  si  chiamava  il  ponte  nuovo,  pe- 
rocché allora  la  città  di  Firenze  non  avea  che  due 
ponti,  cioè  il  ponte  Vecthio  e  questo  detto  Nuovo. 


LIBRO  SESTO 


CAPITOLO  I. 

Come  Federigo  secondo  fu  consecrato  e  fatto  im- 
peradore^ e  le  grandi  novitadi  che  furono, 

NegU  anni  di  Cristo  1220  il  dì  di  Santa  Cecilia 
dì  novembre,  fn  coronato  e  consecrato  a  Roma  a  im- 


peradore Federigo  secondo  re  di  Cicilia,  figlinolo  che 
fn  dello  *mpéhidore  Arrigo  di  Soavia,  e  della  impe- 
radrice  Costanza,  per  papa  Onorio  terzo,  a  grande 
onore.  Al  cominciamento  questi  fu  amico  della  Chie- 
aa,  e  bene  dovea  essere,  tanti  beneficii  e  grazie  avea 
dalla  Chiesa  ricevute:  che  per  la  Cirieaa  il  padre  tuo 


78 


CRONICHE 


pero  ì  semgli,  e  antraro  oe'borgìu  della  dui,  e  me- 
Mine  pren  a  Fireoie  più  4i  eutte  dogento  qobìbI. 
In  questo  anno  1230  i  Piorentiaì  andarono  ad 
oste  a  Capoaelvoli  in  Valdambra  alle  confine  d'A- 
reno, imperciocché  facea  gnerl^  in  Valdamo  nel 
contado  di  Firenae  colla  fona  degH  Aretini,  e  si  era 
della  diocesi  di  Fiesole  e  del  distretto  di  Firenze,  e 
presonlo,  e  disfecionlo. 

CAPITOLO  VU. 

D^uno  grande  ndracoio  ch'a^^etme  a  Santo  Am- 
brogio in  Firenze  del  corpo  di  Cristo, 

Nel  detto  anno  1229  il  di  di  San  Firenze  di  30 
di  dicembre,  uno  prete  della  Chiesa  di  Santo  Am- 
brogio di  Firenze  ch'ayes  nome  prete  Ugacdone,  a- 
vendo  detta  la  messa  e  celebrato  il  sa^rìflcìe,  e  per 
vecchiezza,  non  asoivgò  bene  il  ealioe,  p^  la  goal 
cosa  il  di  appresso  prendendo  il  detto  calice,  tro- 
vowi  dentro  vivo  sangne  appreso  e  iacamato,  e  dò 
fn  manifesto  a  tutte  le  donne  di  quello  mnnistero,  é 
a  tutti  i  vicini  che  vi  furono  presenti,  e  al  Teseovo,  e 
a  tutto  11  cherfcato,  e  poi  si  palesò  tra  tutti  i  Fioren- 
tini, i  quali  vi  trassono  a  vedere  con  grande  dev0- 
tione,  e  trassesi  y  detto  sangue  del  calice,  e  misesi 
in  una  ampolla  di  cristallo,  e  ancora  si  mostra  al  po- 
polo con  grande  reverenza. 

CAPITOLO  VnL 
Ancora  delia  guerra  da"  Fiorentini  a"  Sanesi, 

Negli  anni  di  Cristo  1232  i  Sanesi  presono 
Montepuldano,  e  disfedono  le  mura  e  tutte  le  for- 
tezze della  terra,  iaH>erdocchè  quelli  di  Montepul- 
dano per  mantenersi  in  loro  libertade,  si  erano  in 
lega  e  compagnia  co'  Fiorentini;  per  la  qual  cosa  i 
Fiorentini  andaro  ad  oste  sopra  i  Sanesi,  essendo 
potesti  di  Firenze  messer  Iacopo  da  Perugia,  e  gua- 
starono molto  del  loro  contado,  e  puosono  oste  al 
castello  di  Querciagrossa,  presse  a  Siena  a  quattro 
miglia,  il  quale  era  molto  forte,  e  per  forza  d' edifi- 
ca s' arrenderò  ;  e  avuto  il  castello,  il  fedone  tutto 
disfere,  e  gli  uomini'  che  v'erano  dentro  menare  pre- 
gioni  a  Firenze.  E  per  quella  guerra  i  Fiorentini  fe- 
done lega  col  conte  Uberto  di  Maremma,  il  quale 
si  fece  distrettuale  di  Firenze,  e  ogni  anno  per  la 
festa  di  San  Giovanni  mandava  in  Firenze  una  cerbia 
coperta  di  scarlatto;  e  per  suo  testamento  lasciò  reda' 
i  Fiorentini,  onde  Portercole  in  mare,  e  più  castella 
che  sono  in  Maremma,  per  ragione  sono  del  conrane 
di  Firenze.  U  quale  conte  Uberto  per  tradimento  fti 
morto  da'  Sanesi,  onde  i  Fiorentini  si  tennero  forte 
gravati,  e  più  si  riscaldarono  della  guerra  centra  i 
Sanesi. 

CAPITOLO  IX. 
Di  novità  di  Fireme, 

Nel  detto  anno  s'apprese  il  feoco  in  Kreme  da 
casa  i  Caponsacchi  presso  di  Mercato  Vecchio,  onde 


arsono  molte  case,  e  araono  ueauni  e  feaunine  e  fen- 
dulli  ventidue,  onde  fe  grande  danno. 

CAPITOLO  X. 
Asècara  della  gnefrm  di  Siena. 

L^anno  appresso  1233  i  Fiorentini  fedone  gran- 
de oste  sopra  la  città  di  Siena,  e  assediarla  daUe  tre 
parti,  e  con  molti  difidi  vi  gittaro  dentat)  pietre  as- 
sai, e  per  più  dispetto  e  vergogna  vi  manganarono 
anni,  e  altra  bruttura. 

■ 

CAPITOLO  XL 
Ancora  della  guerra  co"  Saaeei. 

Appresso,  l'anno  1234,  i  Fiorentini  ancora  ri- 
feciono  oste  sopra  i  Sanesi,  e  mossersi  di  Firenze  a' 
di  4  di  luglio,  essendo  podestà  di  Firenze  messer 
Giovanni  del  Giudice  di  Roma,  e  stettono  in  oste  sopra 
il  loro  eontado  cinquantatre  di,  e  disfedono  Asdano 
e  Orgiale,  con  quarantatre  tra  castella  e  ville  e  grandi 
fortezze,  onde  i  Sanesi  rìcevettono  gran  dammaggio  ^. 

CAPITOLO  XIL 
Di  notila  di  Firen^, 

Nel  detto  anno  per  Pasqua  di  Natale,  s^  apprese 
il  fuoco  in  Fvenze  nel  borgo  di  piazza  oRramo,  e  quasi 
arse  tutto  con  grandissimo  danno.  E  nota  quanta 
pesUlenzia  la  nostra  città  ha  ricevuta  di  feechi  ap- 
presi, che  quasi,  tra  più  volte,  il  più  della  città  è 
stato  arso  e  rifetto. 

CAPITOLO  XnL 
Come  fu  falla  pace  da^  Fiorentini  a^  Sameti. 

Negli  anni  di  Cristo  1235  essendo  podestà  <fi 
Firenze  messer  Compagnone  del  Poltrone,  apparec- 
chiandosi i  Fiorentini  di  fere^opra  la  dttà  ^  Sienn 
maggiore  oste  che  per  gli  anni  passali  non  aveano 
fetta,  e' Sanesi  veggendosi  molto  guasti  del.loro  con- 
tado, e  la  loro  forza  e  potenza  molto  affiebolita^  ni 
rìchiesono  di  pace  i  Fiorentini,  la  quale  fu  esaudita  e 
ferma  con  patti,  eh' e' Sanesi  alle  loro  spese  rìfaces* 
sono  Montepulciano,  e  quetassonla  d^ogni  ragione  e 
domanda,  e  alle  loro  spese,  a  petizione  de'  Fiorentini, 
fomisiono  il  castello  di  Montalcino,  il  quale  era  in 
lega  co' Fiorentini,  e  riebbono  i  loro  pregioni:  la 
quale  guerra  pienamente  era  durata  sei  anni,  onde  i 
Fiorentini  ebbene  grande  onore.  Lasceremo  alquanto 
de'  fettì  di  Firenze  e  dd  paese  intorno,  faceeado  in- 
cidenzia,  tornando  addica,  per  raccontare  de*  fettì 
e  dell'opere  e  guerre  dello 'mperadere  Federigo  alla 
Chiesa  di  Roma,  le  quali  no?  itadi  furono  si  grandi, 
che  bene  sono  da  notare,  imperdocchò  furono  coni*- 


*  y.  A.  danno,  dal  provMii.  doimHa$tj  a  ragiona  sepolto 
tra  le  sferre  vecchie.  ' 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


11 


che  in  luogo  della  mercatansia  mandasaeiro  almeno 
altrettante  some  dì  qua!  più  vile  cosa  si  fosse,  ac- 
ciocché quella  onta  non  focessono  a  loro^  e  il  co- 
mune di  Firenze  de^'suoi  danari  ristitnirebbe  i  suoi 
cittadini;  e  se  ciò  non  volessono  fare,  che  protesta- 
vano che  più  non  poteano  durare  P  amisti  insieme,  e 
che  comincerebbono  loro  guerra  ;  e  questa  rìchesta 
dorò  per  più  tempo.  I  Pisani  per  loro  superbia,  pa- 
rendo loro  essere  signori  del  mare  e  della  terra,  rì- 
spuosono  a^  Fiorentini,  che  qualunque  ora  eglino  n- 
scissono  a  oste,  rammeuerebbono  ^  loro  la  via  \  e 
così  avvenne;  che  eTiorentini  non  possendo  più  sos- 
tenere r  onta  e  1  danno  che  faceano  loro  i  Pisani, 
cominciaro  loro  guerra.  Questo  cominciamento  e  ca- 
gione della  detta  guerra,  com'  è  detto  di  sopra,  sa- 
pemmo il  vero  da  antichi  nostri  cittadini,  che  i  loro 
padri  furono  presenti  a  queste  cose,  e  ne  feciono 
loro  ricordo  e  memoria. 

CAPITOLO  lU. 

Come  i  Pi$am  furono  sconci  da"  Fiorentini  a 

Casteldelbosco, 

Avvenne  che  gli  anni  di  Cristo  1222,  i  Fio- 
rentini s^apparecchiaro  d'andare  ad  oste  sopra  la 
dita  di  Pisa,  »  partiti  di  Firenze  del  mese  di  luglio, 
i  Pisani,  come  aveano  promesso,  si  feciono  loro  al- 
lo^ncontro  al  luogo  detto  Casteldelbosco  nel  contado 
di  Pisa.  Quivi  s**  aflrontaro  insieme,  e  fuwi  grande 
battaglia.  Alla  fine  i  Pisani  vi  furono  sconOtti  da'  Fio- 
rentmi  a  dì  21  di  luglio  del  detto  anno,  e  molti  ne 
furono  morti,  e  presi  ne  vennero  a  Firenze  per  nu- 
mero mille  trecento  uomini,  e  de*  migliori  della  città 
di  Pisa;  e  così  si  mostra  per  giudicio  di  Dio,  eh* e* 
Pisani  avessono  quella  disciplina  per  la  loro  superbia, 
arroganza,  e  ingratitudine.  Avemo  si  lungamente  detto 
sopra  questa  materia  da*  Fiorentini  a' Pisani,  perchè 
sia  notorio  a  ciascuno  il  cominciamento  di  tanta 
guerra  e  dissensione  che  ne  segui  appresso,  e  grandi 
avversità  e  battaglie  e  pericoli  in  tutta  Italia,  e  mas- 
simamente in  Toscana,  e  alla  città  di  Firenze  e  di 
Pisa;  e  cominciossi  per  cosi  vii  cosa,  come  fu  per 
la  tenzone^  d*  uno  piccolo  cagniuolo,  il  quale  si  può 
dire  che  fosse  diavolo  in  ispezie  di  catellino,  per- 
chè tanto  male  ne  seguio,  come  per  innanzi  faremo 
menzione. 

CAPITOLO  IV. 

Come  %  Fiorenind  andarono  ad  oste  a  Fegghàne^ 

e  feciono  VAncisa. 

Negli  anni  di  Cristo  1224,  quegli  del  castello 
di  Fegghine  in  Valdamo,  il  quale  era  molto  forte  e 
possente  di  genti  e  di  ricchezze,  si  rubellaro,  e  non 
Yollono  ubbidire  al  comune  di  Firenze;  per  la  qual 
cosa  nel  detto  anno,  essendo  podestà  in  Firenze  mes- 


'  gì' hicontrerebbono  a  mezza  via. 
'  Co^  la  lezione  de'  Oinnti.   D  testo  Dsvanaati  reca 
condNCOy  altri  Umaa, 


ser  Gherardo  Orlandi,  1  Fiorentini  per  comune  fe- 
ciono oste  a  Fegghine,  e  guastarla  intomo,  ma  non 
Pebbono;  e  per  battifolle,  ovvero  bastita,  tornando 
r  oste  de*  Fiorentini  a  Firenze,  si  puosono  i  Fioren- 
tini il  castello  deirAncisa,  acciocché  al  continuo 
colle  masnade  de*  Fiorentini  fosse  guerreggiato  il 
castello  di  Fegghine. 

CAPITOLO  V. 

Come  %  fiorentini  fecero  oste  sopra  Pistoia^ 
e  guastarla  intomo. 

Negli  anni  di  Cristo  1 228,  essendo  podestà  di 
Firenze  messer  Andrea  da  Perugia,  i  Fiorentini  feciono 
oste  sopra  la  città  di  Pistoia  col  carroccio,  e  ciò  fu 
perchè  i  Pistoiesi  guerreggiavano  e  trattavano  male 
quegli  di  Montemurlo;  e  guastò  la  detta  oste  intomo 
alla  città  infino  alle  borgora,  e  disfeciono  le  torri  di 
Monteflore  eh*  erano  molto  forti,  e  *1  castello  di  Car- 
mignano  s' arrendè  al  comune  di  Firenze.  E  nota,  che 
in  su  la  rocca  di  Carmignano  avea  una  torre  alta 
settanta  braccia,  e  ivi  su  due  braccia  di  marmo,  che 
faceano  le  mani  le  fiche  a  Firenze,  onde  per  rim- 
proccio  usavano  gli  artefici  di  Firenze  quando  era 
loro  mostrata  moneta  o  altra  cosa,  diceano:  non  la 
veggo^  perocché  m'è  dinanii  la  rocca  di  Carmignano: 
e  per  questa  cagione  feciono  i  Pistoiesi  le  comanda- 
menta  de'  Fiorentini  siccome  seppono  divisare  i  Fio- 
rentini, e  feciono  disfare  la  detta  rocca  di  Car- 
mignano. 

CAPITOLO  VI. 

Come  i  Sanesi  ricominciaro  la  guerra  ai 
Fiorentini  per  Montepulciano, 

Negli  anni  di  Cristo  1 229,  i  Sanesi  rappono  la 
pace  a' Fiorentini,  imperciocché  centra  i  patti  della 
detta  pace,  i  Sanesi  feciono  oste  sopra  Montepulciano 
del  mese  di  giugno  nel  detto  anno.  Per  la  qual  cosa 
il  settembre  vegnente,  essendo  podestà  di  Firenze 
messer  Giovanni  Bottacci,  i  Fiorentini  feciono  oste 
sopra  i  Sanesi,  e  guastarono  il  loro  contado  infino 
alla  pieve  a  Sciata  verso  Chianti,  e  disfeciono  Mon- 
telisciai,  uno  loro  castello  presso  a  Siena  a  tre  mi- 
glia. E  poi  Tanno  appresso,  essendo  podestà  di  Fi- 
renze Otto  da  Mandella  di  Milano,  i  Fiorentini  fecio- 
no generale  oste  sopra  Siena  a  di  31  di  maggio 
Tanno  1230,  e  menaro  il  carroccio,  e  valicaro  la 
città  di  Siena,  e  andarono  a  Sanquirico  a  Rosenna, 
e  disfeciono  il  bagno  a  Vignone;  e  poi  andaro  per 
la  valle  d'Orcia  infino  a  Radìcofani,  e  passare  le 
Chiane  per  guastare  i  Perugini,  perchè  aveano  favo- 
rati  i  Sanesi,  domandando  ginridizione  del  lago,  per 
ragione  che  avea  la  badia  di  Firenze  per  privilegio 
del  marchese  Ugo.  Ma  i  Peragini  richesto  Taiuto  de* 
Romani,  i  Fiorentini  si  partirò  di  sopra  il  contado  di 
Peragia,  e  tornaro  in  su  quello  di  Siena,  e  disfeciono 
da  venti  tra  castella  e  gran  fortezze,  e  tagliaro  il  pi- 
no da  Monteceleste,  e  tornando  si  puosono  a  Siena 
a  campo,  e  per  forza  combatterò  Tantiporte,  e  mp« 


80 


CaMMnCHE 


a  ptMaggìo  per  la  detti  diicor&L  roi  a  re  Gio- 1  CAPITOLO  XVIL 

vani  tonò  a  Rona  al  pqw,  doglieodoai  bmIIo  di 

Federigo,  e  andosseBe  in  Loaibardia,  e  da'Lombardi  Carne  lo  ^w^peródore  Federigo  panò  diremmo  e  fece 

pace  coi  soldamo^  e  rìMe  Genuaiewty  amtrm  90Ùmià 

della  Chiesa. 


tolto  fo  onorato,  e  nbbidieno  ha  più  ehe  lo  ''npe- 
radore;  onde  grande  parte  e  sette  si  cominciaro  in 
Lombardia  e  in  Toscana,  che  molte  terre  sì  teneano 
dalla  parte  delb  Chiesa  e  del  re  Gioranni  e  altre 
con^  imperadore.  Poi  lo  re  CSovanu  andò  in  Francia 
e  in  Inghilterra,  e  grande  lùito  ebbe  da  tatti  qne' si- 
gnori per  lo  passaggio,  e  per  mantenere  le  terre 
d^oltremare  che  si  leneano  per  gli  crìstianL 

cAPrroLO  xvL 

Còme  la  Chiesa  ordinò  il  passaggio  oliremare  ondfera 

capiUmo  lo  ^mperadore  Federigo^  il  guale^  wwsso  lo 

stuolo^  si  tornò  addietro. 

Infira  qnesto  tempo  papa  Gregorio  con  grande 
sollecitodine,  formò  Tapparecchiamento  del  passaggio 
d^oltremare.  Per  lo  detto  papa  Gregorio  si  richiese 
lo  ^mperadore  Federigo  che  attenesse  la  promessa 
e  saramento  fatto  aUa  Chiesa  d^andare  oltremare  con 
uno  legato  cardinale,  e  egli  fosse  signore  dello  stuolo 
in  mare  e  in  terra.  Il  quale  imperadore  fece  tutto 
Fapparecchiamento,  e  collo  stuolo  de^crìstiani  si  partì 
di  BrandÌ£Ìo  in  Puglia,  gli  anni  di  Cristo  1233:  e 
come  lo  stuolo  fu  alquanto  infra  mare,  e  mosso  a 
piene  vele,  lo  "mperadore  Federigo  segretamente  fece 
Tolgere  la  sua  galea,  jc  tomossi  in  Puglia,  sanza  an- 
dare oltremare,  egli  e  gran  parte  di  sua  gente.  Per 
la  qnal  cosa  il  papa  e  tutta  la  Chiesa  indegnati  del- 
l'* opere  e  falli  di  Federigo,  tegnendo  eh*  egli  avesse 
ingannata  e  tradita  la  Chiesa  e  tutta  la  cristianità,  e 
messo  in  grande  perìcolo  le  bisogne  e  1  soccorso 
della  Santa  Terra  d'oltremare,  il  detto  papa  Gregorio 
scomunicò  da  capo  il  detto  imperadore  Federigo,  gli 
anni  di  Cristo  1233.  Questo  ritomo  che  lo  "mpera- 
dore  fece,  e  non  seguire  fl  passaggio  giurato,  egli 
medesimo  e  chi  lo  volle  difendere  disse,  ch^avea  sen- 
tito, che  come  fosse  oltremare,  il  papa  e  la  Chiesa 
col  re  Giovanni  gli  dovea  rubellare  il  regno  di  Cicilia 
e  di  Puglia:  altri  dissono  che  1  detto  imperadore  al 
continuo  s^intendea  col  soldano  di  Babilonia  per  let- 
tere e  messaggi  e  grandi  presenti^  e  eh'  egli  gli  mandò 
con  patti  e  fatti  e  fermi,  che  s"  egli  rompesse  il  detto 
grande  passaggio,  (temendo  forte  de^  cristiani)  che  a 
sua  volontà  il  metterebbe  in  signoria  e  sagina  *  del 
reame  di  Gerusalem  sanza  colpo  di  spada;  le  quali 
di  sn  dette  cagioni  e  V  una  e  V  altra  pareano  essere 
il  vero,  per  le  cose  eh'  avvennero  appresso  ;  imper- 
ciocché con  tutta  la  pace  e  accordo  fatto  dalla  Chiesa 
allo  "mperadore,  sempre  di  ciascuna  parte  rimase  la 
mala  volontà,  e  maggiormente  nello^  mperadore,  per 
la  superbia. 


*Voea  antica  •  tolta  pari  pari  dalla  francese  Éoieinef  non 

■HSti  ohe  tagire  da  »amr.   Vale  godimenU},  po88e$80, 

Hidare  tra  le  moflEOe  e  proacrìtte.    Vedi  il  Da 


Poi  gli  anni  di  Cristo  1234  lo  'mperadore  Fede- 
rigo fatta  sna  armata  e  grande  appareccàiamenlo,  ama 
richiedere  fl  papa  o  la  Chiesa,  o  nallo  altro  signore 
de' cristiani,  si  mosse  di  Puglia  e  andcmne  oltrenMra 
più  per  avere  la  signoria  di  Gemsalem,  come  gli  area 
promessa  fl  soldano.  che  per  altro  boefido  di  cri- 
stianità: e  ciò  apparve  apertaa^nle,  che  giunto  fan  ia 
Cipri,  e  numdato  in  Seria  innanai  U  ano  maHscdco  ' 
con  parte  di  sua  gente,  non  intese  a  gnerreggiare  i 
Saracini,  ma  i  cristiani;  che  tornando  i  peflegrini  d^nna 
cavalcata  fatta  sopra  i  Saradni  con  grande  preda  e 
molti  pregioni,  fl  detto  maliscalco  combattè  con  loro, 
e  molti  n""  uccise,  e  rubò  loro  tutta  la  preda.  B  qnesto 
si  disse  che  fece  per  lo  trattato  che  lo  ^mperadore 
tenea  col  soldano,  stando  lui  in  Cipri,  che  spesso  sì 
mandavano  ambasciadori  e  ricchi  preaenti-  B  dò  btto, 
lo  'mperadore  n^  andò  in  Acri,  e  volle  distee  fl  tempio 
d'Acri  a'  tempieri,  e  fece  torre  loro  casteOa,  e  OModò 
suoi  ambasciadori  a  papa  Gregorio  che  gli  piacesse 
di  ricomunicarìo,  imperdocchè  avea  fatta  sna  peni- 
tenza e  saramento;  dal  quale  papa  non  fn  intesa  sna 
petizione  e  richesta ,  imperciocché   al  papa   e  aDn 
Chiesa  era  palese  per  lettere  e  per  messaggi  venuti 
di  Soria  dal  legato  del  papa,  e  dal  patriarca  di  Ge- 
rusalem, e  dal  mastro  del  tempio,  e  da  quello  dello 
spedale,  e  da  più  altri  signori  di  là,  che  lo  ^mpera- 
dorè  non  facea  in  Soria  nullo  benefido  comune  deaeri-- 
stianl,  né  coi   signori  eh"  erano   di  là  non  consi- 
gliava' al  racquisto  della  Terra  Santa;  ma  istava  in 
buttati  col  soldano  e  co'  Saracini,  e  al  detto  trattato 
e  accordo  diede  compimento  abboccandosi  a  parla- 
mento col  soldano,  nel  quale  il  soldano  gli  fece  molta 
reverenza,  dicendogli:  tu  se' Cesare  de"  Romani,  mag- 
giore signore  di  me.  L' accordo  fu  tra  loro  in  questo 
modo,  che  1  soldano  gli  rendè  a  questo  la  dttà  di 
Gerusalem,  salvo  fl  tempio  Domimi,  che  vofle  riauh- 
nesse   alla  guardia    de'  saradni,  acdocohè  vi  si  gri- 
dasse V  asalà^  e  chiamasse  Maometto,  e  lo  Hnpera- 
dorè  l'assentì  per  dispetto  e  mala  volontà  eh* uvea 
co'  Tempieri,  e  lasciogti  il  soldano  tutto  fl  reame  di 
Gerusalem,  salvo  il  castello  chiamato  fl  Craito  di 
Monreale,  e  più  altre  castella  fortissime  alle  firontiere, 
e  erano  la  chiave  e  l'entrata  del  reame.  Alla  qual 
pace  non  fu  consenziente  fl  legato  del  papa  cardi- 
nale, né  'I  patriarca  di  Gerusalem,  né  i  Tempieri,  né 
gli  Spedalieri,  né  gli  altri  signori  di  Soria,  né  i  ca- 
pitani de'  pellegrini,  imperdocchè  a  loro  parve  blsa 
pace,  e  a  danno  e  vergogna  de' cristiani,  e  a  scon- 
cio del  racquisto  di  Terra  Santa.  Ma  però  lo'mpera- 
dore  Federigo  non  lasciò,  ma  co' suoi  baroni  e  col 
maestro  maggiore  della  magione  degli  Alamanni  andò 


'  Questa  voce  originata  dal  tedesco  proprìameata  vaia 
eomandoìUe  di  eavcUleriaf  ma  qi^di  fta  recata  a  significa* 
re  capo  tupremo  di  tuUo  un  eterciCa  Da  essa  forse  è  da 
ripetere  Fal^  di  mareiciaUo  oggi  osatìasinuu 

*  prendea  consiglio. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


81 


In  Crerusalem,  e  fecesi  coronare  in  mezza  quaresima, 
gli  anni  dì  Cristo  1235.  E  ciò  fatto,  sì  mandò  suoi 
ambascladori  in  ponente  a  significarlo  al  papa,  e  al 
re  dì  Francia,  e  a  piti  altri  re  e  signori  com'  era  co- 
ronato, e  possedea  il  reame  di  Genisalem:  della  qnal 
cosa  il  papa  e  tntta  la  Chiesa  ne  furono  cmcciosi  a 
morte,  conoscenda  eome  ciò  era  falsa  pace,  e  con 
inganno  a  piacere  del  soldano,  acciocch'  e'  pellegrini 
oh*  erano  iti  al  passaggio  noi  potessono  guerreg- 
giare. E  videsi  apertamente,  che  poco  appresso  che 
Federigo  fu  tornato  in  ponente,  ì  Saracini  ripresono 
Geruialem,  e  quasi  tutto  il  paese  che  1  soldano  gli 
avea  renduto,  a  grande  danno  e  vergogna  de*  cri* 
stfant;  e  rimase  la  Terra  Santa  e  la  Sona  in  peggiore 
stato  che  non  la  trovò. 

CAPITOLO  xvin. 

Come  io^mperadare  tornò  d*  oUremare  porche  gii 
ora  rubeliato  il  regno ,  e  come  ricomnciò  la  guerra 

colla  Chiesa, 

Come  papa  Gregorio  seppe  la  falsa  pace  fatta  per 
lo  *mperadore  Federigo  col  soldano ,  a  vergogna  e 
daino  de*  cristiani,  incontanente  ordinò  col  re  Gio- 
vanni, il  quale  era  in  Lombardia,  che  colla  forza  della 
Chiesa  entrasse  con  gente  d*arme  nel  regno  di  Puglia 
a  mbeHare  il  paese  a  Federigo  imperadore,  e  così 
fece,  e  gran  parte  del  regno  ebbe  a'suoi  comanda- 
menti e  della  Chiesa.  Incontanente  che  Federigo  ebbe 
oltreoMu^  la  novella,  senza  indugio  bì  partì  e  venne 
in  Ponente,  e  di  là  lasciò  un  suo  maliscalco,  il  quale 
non  intese  ad  altro  che  a  guerreggiarsi  co*baroni  di 
Sona  per  occupare  loro  città  e  signoria,  eh*  e*  loro 
anticessori  con  grande  affanno  e  dispendio  e  spargi- 
mento di  sangue  aveano  conquistato  sopra  i  saracini, 
e  combattessi  col  re  Arrigo  di  Cipri  e  coi  baroni  di 
Sona,  e  sconfissegli  a  saetta  '  ;  ma  poi  fa  egli  scon- 
fitto in  Cipri,  e  perde  quasi  tutto  il  reame  di  Geru- 
salem,  che  in  poco  tempo  *1  ripresone  i  saracini,  per 
la  discordia  eh*  era  tra  1  detto  maliscalco  e  gli  altri 
signori  cristiani.  E  chi  queste  storie  vorrà  meglio 
sapere,  le  troverà  distesamente  nel  libro  del  con- 
quisto. Lasceremo  omai  de"  fatti  d*  oltremare,  e  di- 
remo di  Federigo ,  il  quale  con  due  galee  solamente, 
gli  anni  di  Cristo  1236,  arrivò  al  castello  d*Astone 
in  Puglia,  la  quale  fu  la  prima  terra  che  gli  s^  ar- 
rendè; e,  lui  arrivato  in  Puglia,  raunò  le  sue  forze,  e 
cominciarei  le  terre  a  ritornare  alla  sua  signoria;  e 
mandò  in  Alamagna  per  Currado  suo  figliuolo,  e 
per  Io  duca  d*  Osterich  %  ì  quali  con  gente  grande 
vennero  in  Puglia ,  e  per  la  loro  forza  tutto  il  paese 
ehe  gli  s*era  mbellato  racquisiaro,  e  più;  che  M  pa- 
trimonio di  San  Pietro,  e  il  ducato  di  Spulato ,  che 
sono  prqnio  retaggio  della  Chiesa,  e  la  marca  d* An- 
cona, e  la  dttà  di  Benevento,  camera  della  Chiesa^  occu- 


pò, menando  in  loro  oste  i  saracini  di  Nocera,  tutto  tol- 
sono  a  Santa  Chiesa,  e  1  papa  Gregorio  quasi  assediaro 
in  Roma,  e  con  dispendio  di  moneta  fatto  per  Federigo 
a  certi  malvagi  nobili  romani,  avrebbe  preso  il  detto 
papa  Gregorio  in  Roma ,  il  qualis  accorgendosi  di  ciò, 
trasse  di  Santo  Santoro  ^  di  Laterano  la  testa  dei 
beati  apostoli  Pietro  e  Paolo,  e  con  essi  in  mano, 
con  tutti  i  cardinali,  vescovi,  ed  arcivescovi,  e  altri 
prelati  eh*  erano  in  corte ,  e  col  chericato  di  Roma, 
con  solenni  digiuni  e  orazioni;  andò  per  tutte  le 
principali  chiese  di  Roma  a  processione ,  per  la  quale 
devozione  e  per  miracolo  dei  detti  santi  apostoli,  il 
popolo  di  Roma  fu  tutto  rivocato  alla  dìfensione  del 
papa  e  della  Chiesa,  e  quasi  tutti  si  cruciarono^  contra 
Federigo ,  dando  il  detto  papa  indulgenza  e  perdono 
di  colpa ,  e  di  pena.  Per  la  qual  cosa  Federigo ,  che 
di  queto  ^  si  credeva  intrare  in  Roma  e  prendere  il 
detto  papa,  sentita  la  detta  novitade,  temette  del 
popolo  di  Roma  e  si  ritrasse  in  Puglia,  e  il  detto 
papa  ta  liberato ,  con  tuttoché  molto  fosse  afflitto  dal 
detto  imperadore,  perocch*  egli  tenea  tutto  il  Regno 
e  Cicilia,  e  avea  preso  il  ducato  di  Spuleto,  e  Cam- 
pagna, e  il  patrimonio  Santo  Piero,  e  la  Marca,  e 
Benevento ,  come  detto  è  di  sopra ,  e  distruggea  in 
Toscana  e  in  Lombardia  tutti  i  fedeli  di  Santa  Chiesa. 

CAPITOLO  XDC. 

Come  lo*mpera4pre  Federigo  fece  eh*  e^  Pisani  pre- 
sone in  mare  i  prelati  della  Chiesa  che  venieno  al 

concilio. 

Papa  Gregorio  veggendo  la  Chiesa  di  Dio  così 
tempestata  da  Federigo  imperadore,  ordinò  di  fnre 
a  Roma  concilio  generale,  e  mandò  in  Francia  due 
legati  cardinali  :  Tuno  fu  messer  Iacopo  vescovo  di 
Pilestrino ,  e  Taltro  messer  Oddo  vescovo  di  Porto 
detto  il  cardinale  Bianco ,  acciocché  richiedessono  il 
re  Luis  di  Francia  e  quello  d*  Inghilterra  d*  aiuto  con- 
tra Federigo,  e  che  sommovessono  tutti  i  prelati 
d*  ollremonti  a  venire  al  concilio ,  per  dare  sentenzia 
contra  Federigo.  I  quali  legati  sollicitamente  fecero 
loro  legazione ,  e  predicando  contro  a  Federigo,  tutto 
il  ponente  scommossono  contra  lui.  E'I  cardinale 
Bianco  ne  venne  innanzi  con  molti  prelati ,  arcive- 
scovi e  vescovi,  e  abati  i  quali  arrivarono  a  Nizza  in 
Proenza ,  e  poco  appresso  vi  venne  e  arrivò  1*  altro 
cardinale  di  Pilestrino ,  imperciocché  per  Lombardia 
non  poterono  avere  il  cammino,  che  Federigo  avea 
a  sua  gente^  fatti  prendere  i  passi  e  le  strade  in  To- 
scana e  in  Lombardia.  Per  la  qual  cosa  papa  Gregorio 


*  rapidissimamente,  lo  stesso  che  folgorando,  8*  aggiun- 
ga qaesto  modo  alia  Crusca. 

'  Austria.  Così  Dante,  Inf.  32:     Di  verno  la  Danoia  in 
Au9imceh, 

•  *  Cosi  ohiamavaiin  le  città  più  fedeli  e  fido  rìcoveio  a 
parte  di  Chiesa.  Similmente  Camere  d  impero  dioevansi  le 
città  ghibelline,  nelle  quali  meglio  confidavano  grimpera- 
dorì.  E  l'uno  e  T altro  modo  mancano  alla  Crusca. 


'  Santuario:  è  storpiamento  di  Saneta  Sanetorum, 

^  si  crociarono,  alia  Ialina.  Anche  Ricord.  Malisp.  132: 
E  crudosèi  per  andare  oltremare.  Quelli  che  passarono  al 
conquisto  di  Terra  Santa  ebbero  nome  dalla  croce  di 
panno  scarlatto  ricucita  loro  sulla  spalla  sinistra.  Appresso 
si  chiamarono  crociati  quanti  ebbero  presa  la  croce  a  di- 
fesa del  Papa  e  della  Chiesa  anche  contro  a*  Principi  cristiani. 

^  chetamente,  sensa  contrasto. 

*  da  sua  gente:  qui  Va  sta  per  da  segno  del  sesto  ca- 
so. Così  Bocc.  nov.  16:  Amenduni  li  fece  pigliare  a  ire 
noi  HTvidùrù  Si  usa  però  a  questo  modo  quasi  sempre 
dopo  un  infinito  retto  dal  verbo  /ore,  latciare  e  simili. 

6 


82 


CROMCHB 


mandò  a^  Genovesi  ohe  con  loro  navitio,  alle  spese 
della  Chiesa,  dovessono  levare  i  detti  cardinali  e 
prelati  da  Nizza ,  e  conducergli  per  mare  a  Roma  ; 
la  quale  cosa  fu  fatta:  ch'adii  armarono  in  Genova, 
che  galee  e  che  uscieri^,  e  batti,  e  barcosi  in  quan- 
tità, da  sessanta  legai,  onde  fu  ammiraglio  messer 
Guglielmo  Ubbriachi  di  Genova.  Lo  ''mperadore  Fe- 
derigo, il  quale  non  dormia  a  perseguitare  Santa  Chiesa, 
mandò  Enzo  suo  figliuolo  bastardo  con  galee  armate 
del  Regno  a  Pisa ,  e  mandò  a**  Pisani  che  dovessono 
armare  galee,  e  intendere^  col  detto  Enzo  a  prendere 
i  detti  prelati;  i  quali  armerò  quaranta  galee  di 
molta  buona  gente ,  onde  fu  ammiraglio  messer  Ugo- 
lino Buzzaccherìni  di  Pisa  ;  e  sentendo  la  venuta  de^ 
legni  de"  Genovesi,  si  feciono  loro  incontro  tra  Porto 
Pisano  e  Tisola  di  Corsica.  E  ciò  sentendo  i  cardi- 
nali, e"*  prelati,  e**  signori  eh**  erano  in  snlF  armata 
de*  Genovesi,  pregarono  V  ammiraglio  che  tenesse  la 
via  di  fuori  dall'  isola  di  Corsica  per  ischifare  V  ar- 
mata de'  Pisani,  non  essendo  la  loro  armata  con 
tante  galee  di  corso  e  da  battaglia^,  e  molti  legni 
grossi  carichi  di  cavalli  e  d**  arnesi  e  di  chericì  e  di 
gente  disutile  a  battaglia.  Messere  Guglielmo  Ubbriaco, 
eh'  era  di  nome  e  di  fatto ^,  e  nomo  di  testa^  e  di  poco 
senno,  non  volle  seguire  quello  consiglio,  ma  per 
sua  superbia  e  disdegno  de**  Pisani  si  volle  condncere 
alla  battaglia,  la  quale  fu  aspra  e  dura,  ma  tosto  fu 
sconfitta  r  armata  de'  Genovesi  da*  Pisani ,  onde  fh- 
rono  presi  i  detti  legati  cardinali  e  prelati ,  e  molti 
n'  annegaro  e  gittaro  in  mare  sopra  lo  scoglio ,  ov- 
vero isoletta  che  si  chiama  la  Meloria,  presso  a  Porto 
Pisano ,  e  gli  altri  ne  menarono  presi  nel  Regno ,  e 
più  tempo  gli  tenne  lo  *mperadore  in  diverse  pregioni  ; 
e  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  1237.  Per  la  qual  cosa  la 
Chiesa  di  Dio  ricevette  grande  danno  e  persecuzione  ; 
e  se  non  fossono  i  messaggi  del  re  Luis  di  Francia, 
e  le  minacce,  se  non  lasciasse  i  prelati  di  suo  reame, 
Federigo  non  gli  avrebbe  mai  diliberì*;  ma  per  paura 
della  forza  de'  Franceschi,  quegli  eh*  erano  rimasi  in 
vita  poveramente  diliberò  di  pregione ,  ma  molti  ne 
morirò  innanzi  per  diverse  pregioni ,  fame ,  e  disagL 
Per  la  detta  presura  furono  scomunicati  i  Pisani,  e 
tolto  loro  ogni  beneficio  di  Santa  Chiesa,  e  comin- 
ciossene  la  prima  guerra  tra*  Genovesi  e*  Pisani  :  onde 
poi  Iddio  per  lo  suo  giudido,  de*  Pisani  per  la  forza 
de'  Genovesi  fece  giusta  e  aspra  vendetta,  come  in- 
nanzi farò  menzione. 

CAPITOLO  XX. 
Come  i  MUanen  furomo  scon/Ufi  dallo  *mperadore. 

Poiché  Federigo  imperadore  si  fu  partito  dal- 
Tassedio  di  Roma ,  e  tornato  in  Puglia ,  come  addietro 


'  parte  galee  e  parte  nsoierL  Uiciere  h  una  specie  di 
naye  da  carico:  batti  e  harcon,  antichi  navi^  da  guerra 
a  remo,  i  primi  traenti  alle  Baetde,  i  seoondi  più  rigonfi 
nella  carena. 

'  intendersi,  accordarsi. 

^  galee  da  trascorrere  e  aggirare  U  nemico,  e  combat- 
terlo. 

*  Qualche  tetto  e  forse  meglio  i  eh*  era  eoi  nóm$  il  fatto. 
'^  caparbio,  coccinto  :  dicesi  anche  e«Mr  uomo  di  9ua  ietta. 

•  fotti  liberi.  Più  sotto  è  dUiberò  per  liberb. 


facemmo  menzione,  ebbe  novelle  come  la  città  di 
Milano,  e  Parma,  e  Bologna,  e  più  altre  terre  di 
Lombardia  e  di  Romagna  s'erano  rubellate  dalla  saa 
signoria,  e  leneano  parte  coUa  Chiesa.  Per  la  qnal 
cosa  si  parti  del  Regno,  e  andonae  colle  ave  forze  ia 
Lombardia,  e  là  fece  molta  guerra  alle  ciitadi  che  si 
teneano  colla  Chiesa.  Alla  fine  i  Milanesi  con  tutta 
loro  forza,  e  del  legato  del  papa,  e  di  tutta  la  lega 
di  Lombardia ,  che  teneano  colla  Chiesa ,  s*  affroa- 
taro  a  battaglia  col  detto  imperadore  al  luogo  detto 
Cortenuova,  e  dopo  grandissima  battaglia,  i  Milanesi  e 
tutta  loro  oste  furono  sconfitti,  gli  anni  di  Cristo 
1237,  onde  rìcevettono  gran  danno  di  auirti  e  di 
presi;  e  prese  il  carroccio  loro,  e  il  loro  podestà 
eh'  era  figliuolo  del  dogto  di  Vinegia,  e  lui  e  molti 
nobili  di  Milano  e  di  Lombardia  ne  mandò  presi  in 
Puglia ,  e  il  detto  podestà  fece  impiccare  a  Tram  in 
Paglia  sopra  nn*alta  t<Hrre  alla  marina,  e  gli  altri 
pregioni,  cui  fece  morire  a  tormento,  e  eoi  in  era- 
deli  carcere.  Per  la  detta  vittoria  lo  *mperadore  rico- 
verò la  sua  signoria ,  e  assediò  Brescia  oon  più  di 
seimila  cavalieri ,  e  furonvi  i  guelfi  e  i  ghibellini  di 
Firenze  a  gara  al  servigio  dello  imperadore,  e  poi 
l'ebbe  a  patti  ;  e  simile  tutte  le  città  e  terre  di  Lom- 
bardia, salvo  Parma  e  Bologna,  e  montò  in  grande 
superbia  e  signoria,  e  *1  papa  e  la  Chiesa  e  tatti  i 
suoi  seguaci  n*  abbasserò  molto  in  tutta  Italia.  Per  la 
qual  cosa  poco  tempo  appresso  papa  Gregorio  quasi 
per  dolore  infermò ,  e  poi  morì  a  Roma  gli  anni  di 
Cristo  1 239  ;  e  dopo  lui  fu  fatto  papa  Celestino  nato 
di  Milano,  ma  non  rivetto  che  diciassette  di  nel  pa- 
pato, e  vacò  la  Chiesa  senza  pastore  venti  mesi  e 
mezzo  ^,  imperciocché  era  tanta  la  forza  di  Federigo, 
che  non  lasciava  fare  papa,  se  non  fosse  a  sua  vo- 
lontà. E  di  ciò  era  grande  contrasto  nella  Chiesa, 
ch'e*  cardinali  erano  tornati  a  piccolo  numero  per  le 
tribolazioni  e  awersitadi  eh'  avea  avute  la  Chiesa 
dal  detto  Federigo ,  e  era  si  infiebolita  la  foraa  e  la 
baldanza  della  Chiesa,  che  non  ardivano  gli  cardinali 
a  fare  più  oh*  allo  'mperadore  piacesse,  ed  a  fare  il 
suo  volere  non  s*  accordavano  e  non  piaceva  loro. 

CAPITOLO  XXI. 

Come  Federigo  imperadore  assediò  e  prese  la  ciiià 

di  Faenza* 

Nella  detta  vacazione,  cioè  gli  anni  di  Cristo 
1240,  Federigo  imperadore  tribolando  e  perseguendo 
tutte  le  terre  e  città  e  signori  che  si  teneano  alla 
fedeltà  e  obbedienza  di  Santa  Chiesa,  si  entrò  nella 
contea  di  Romagna,  la  quale  si  dicea  eh* era  di  ra- 
gione di  Santa  Chiesa,  e  quella  ribellò  e  tolse  per  forzs, 
salvo  che  si  tenne  la  città  di  Faenza,  della  quale 
stette  con  sua  oste  all'assedio  sette  mesi,  e  poi  Tebbe 
a  patti ,  e  nel  detto  assedio  ebbe  gran  diffiilta  di  vit- 
tnaglia  e  di  moneta ,  e  poco  vi  fosse  più  dimorato 
ali*  assedio,  era  stancato  ;  ma  lo  ^mperadore  per  suo 
senno ,  fallitagli  la  moneta ,  e  impegnati  i  anoi  gio- 
ielli e  vaseUamenti,  e  più  moneta  non  potea  rime- 


*  Testo  Dav.  in  mezxo. 


DI  GlOVANNt  VILLANI. 


83 


dire  * ,   si  ordinò  di  dare  a*  suoi  cavalieri  e  a  chi 
servìa  V  oste  una  stampa  in  cuoio  di  soa  figura,  sli- 
mandola in  luogo  di  moneta ,  siccome  la  valuta  d'uno 
agostaro  d^oro ,    e  quelle  stampe  permise  di  fare 
buone  per  la  detta  valuta  a  chiunque  poi  Tarreoasse 
al  suo  tesoriere ,  e  fece  bandire  che  ogni  maniera  di 
gente  per  tutte  vittnaglie  le  prendesse  siccome  mo- 
neta d*  oro,  e  cosi  fu  fatto ,  e  in  questo  modo  civan- 
lò^  la  sua  oste.  E  poi  avuta  la  città  di  Faenza,  a  chi- 
unque avea  delle  dette  stampe  gli  cambiò  ad  ago- 
stari  ^  d' oro,  i  quali  valea  V  uno  la  valuta  dì  fiorini 
nno  e  quarto,  e  dall'uno  iato  delF agostaro  impron- 
tato era  il  viso  delio  'mperadore  a  modo  di  Cesari 
antichi,  e  dall'altro  una  aguglia,  e  era  grosso,  e  di 
carati  venti  di  fine  paragone,  e  questa  moneta  ebbe 
grande  corso  al  suo  tempo  e  poi.  B  assai  nella  detta 
oste  furono  i  Fiorentini  guelfi  e  ghibellini  in  servi- 
gio deUo  imperadore. 

CAPITOLO  xxn. 

Come  lo  ^mperadort  fece  pigliare  il  re  Arrigo  suo 

figliuolo. 

in  questi  medesimi  tempi,  con  tuttoché  assai 
prima  si  cominciasse,  Arrigo  Sciancato,  primogenito 
del  detto  Federigo  imperadore,  U  quale  avea  fatto  eleg- 
gere daletlorì  d'  Alamagna  re  de'  Romani,  come  ad- 
dietro fatta  è  menuone,  veggendo  egli  che  lo  'mpera- 
dore  suo  padre  fecea  ciò  che  potea  di  contrario  a 
Santa  Chiesa,  della  qual  cosa  prese  coscienua,  e  pii^ 
volte  riprese  il  padre,  eh*  egli  faceva  male,  della  qual 
cosa  lo  'mperadore  il  si  recò  a  contrario,  e  non  aman- 
dolo né  trattandolo  come  figliuolo,  fece  nascere  falsi 
accusatori  che  '1  detto  Arrigo  gli  volea  fare  rubella- 
sione,  a  petìiione  della  Chiesa,  di  suo  imperio;  per 
la  qual  cosa,  o  vero  o  falso  che  fosse,  fece  prendere 
il  detto  suo  figliuolo  re  Arrigo,  e  due  suoi  figliuoli, 
piccoli  garzoni ,  e  mandogli  in  Puglia  in  diverse  car- 
cere, e  in  quelle  il  fece  morire  a  inopia  a  grande 
tormento  :  I  figlinoli  poi  fé'  morire  Manfredi.  Poi  lo  'm- 
peradore  mandò  in  Alamagna ,  e  da  capo  fece  eleg- 
gere re  de'  Romani  succedente  a  lui  Currado  suo 
secondo  figliuolo;  e  ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  1236. 
Poi  alquanto  tempo ,  lo  'mperadore  fece  abbacinare  ^ 
il  savio  uomo  maestro  Piero  dalle  Vigne ,  il  buono 


'  V.  A.  procacciare,  mettere  iusieme.  Nel  Boco.  nov. 
76,  16:  Mi  disse  che  tu  avevi  quinci  su  una  gtovaneUct^ 
òhe  fu  tenevi  a  tua  posta^  e  dovile  ciò,  che  tu  potevi  rime- 
dire.  Forse  questo  yerbo  &  metatesi  di  redimere,  che  in 
latino  fra  i  molti  significati  ha  qadlo  di  riscuotere,  ncu- 
perare, 

*  provvide.  Qualche  testo  legge:  avanzò. 

'  moneta,  di  vaiata  di  mi  fiorino  e  un  quarto  d'oro,  grossa 
e  di  venti  carati  di  paragone.  I  numismatici  T  hanno  per 
aiai^  rara.  Vedi  il  Yaleriani,  Bieereke  eritiehe  ed  economiche 
deW  Agostaro,  Bologna  1819.  Traeva  il  nome  da  Augusto, 
avendo  da  una  banda  improntata  la  testa  di  un  impera- 
tore, dall'altra  un'  aquila  al  modo  degli  antichi  Cesari. 

*  lo  fece  accecare  facendogli  tener  gli  occhi  aperti  so- 
pra ad  un  bacino  rovente. 


dittatore  ^,  opponendogli  ^  tradigione,  ma  ciò  gli  fu 
fatto  per  invidia  di  suo  grande  slato,  per  la  qual 
cosa  il  detto  savio  per  dolore  si  lasciò  tosto  morire 
in  pregione,  e  chi  disse  ch'egli  medesimo  si  tolse 
la  vita. 

CAPITOLO  xxm. 

Come  si  cominciò  la  guerra  tra  papa  Innocenzo 
quarto  e  lo  ^mperadore  Federigo, 

Avvenne  poi ,  come  piacque  a  Dio ,  che  fu  eletto 
papa  messer  Ottobuono  dal  Fiesco,  de' conti  da  La- 
vagna di  Genova,  il  quale  era  cardinale,  e  fu  fatto 
papa  per  lo  piii  amico  e  confidente  che  lo  'mperadore 
Federigo  avesse  in  Santa  Chiesa,  acciocché  accordo 
avesse  dalla  Chiesa  a  lui,  e  fu  chiamato^  papa  Inno- 
cenzio  quarto,  e  ciò  fìi  gli  anni  di  Cristo  1241 ,  e 
regnò  papa  anni  undici ,  e  riempiè  la  Chiesa  di  molti 
cardinali  di  diversi  paesi  di  cristianità.  E  come  fu 
eletto  papa ,  fìi  recata  la  novella  allo  'mperadore  Fe- 
derigo per  grande  festa ,  sapendo  eh'  egli  era  suo 
grande  amico  e  protettore.  Ma  ciò  udito  lo'mperadore» 
si  turbò  forte,  onde  i  suoi  baroni  si  maravigliarono 
molto,  e  qne'  disse:  non  vi  maravigliate,  perocché 
di  questa  eleaione  avemo  molto  disavanzato^  -,  eh'  egli 
ci  era  amico  cardinale,  e  ora  ci  fia  nimico  papa:  e 
cosi  avvenne  ;  che  come  il  detto  papa  fu  consecrato, 
si  fece  richiedere  allo  'mperadore  le  terre  e  le  giu- 
ridisioni  che  tenea  della  Chiesa ,  della  quale  richiesta 
lo  'mperadore  il  tenne  più  tempo  in  trattato  d'accordo, 
ma  tutto  era  vano  e  per  inganno.  Alla  fine  veggen- 
dosi  il  detto  papa  menare  per  ingannevoli  parole ,  a 
danno  e  vergogna  di  lui  e  di  Santa  Chiesa,  divenne 
piii  nimico  di  Federigo  imperadore  che  non  erano 
stati  i  suoi  anticessorì  *,  e  veggendo  che  la  forza  dello 
imperadore  era  sì  grande,  che  quasi  tutta  Italia  ti- 
rannescamente signoreggiava ,  e'  cammini  tutti  presi, 
e  per  sue  guardie  guardati,  che  nullo  potea  venire 
a  corte  di  Roma  sanza  sua  volontà  e  licenza ,  e  '1 
detto  papa  veggendosi  per  lo  detto  modo  così  asse- 
diato ,  sì  ordinò  segretamente  per  gli  suoi  parenti  di 
Genova ,  e  fece  armare  venti  galee ,  e  subitamente  le 
fece  venire  a  Roma ,  e  ivi  su  montò  con  tatti  i  car- 
dinali e  con  tutta  la  corte,  e  di  presente  si  fece  por- 
tare alla  sua  città  di  Genova  sanza  contrasto  ninno  ; 
e  soggiornato  alquanto  in  Genova,  se  n'andò  a  Leone 
sovra  Rodano  per  la  via  di  Proenza  ;  e  ciò  fu  gli  anni 
di  Cristo  1241. 

CAPITOLO  XXIV. 

Della  senleraia  che  papa  Innocenzio  diede  al  con- 
dito  a  Leone  sowa  Rodatèo^  sopra  Federigo  im- 
peradore. 

Come  papa  Innocenzio  fu  a  Leone ,  ordinò  con- 
cilio generale  nel  detto  luogo ,  e  fece  richiedere  per 


'  dettatore,  scrittore,  maestro,  segretario.  Narrano  le  cro- 
nache che  Pietro  avendo  hella  donna,  trovato  una  mattina 
a'  piedi  del  letto  di  lei  un  guanto  dell'  imperatore,  non 
sapesse  troppo  dissimnlare,  e  pagasse  cogli  occhi  la  colpa  di 
aver  troppo  veduto  e  parlato. 

'  apponendogli,  accusandola  di. 

'  acclamato,  eletto,  nominato. 

^  scapitato,  avuto  disavanzo,  danno. 


86 


CRONICHE 


CAPITOLO  XXDL 

D'imo  grande  miraeoh  di  h-emuaio  d^'oeveima  tu 

Borgogna, 

Nel  detto  almo  aweiine  ndla  Borgogna  inpe- 
riale,  che  nella  contrada  di  Coltres,  per  diteni  tre- 
muoti  certe  montagne  si  dipartirono,  e  per  mina 
nelle  valli  sonunerserOy  onde  totte  le  villate  di  quelle 
valli  furono  sommerse,  ove  morirono  più  di  cinque- 
mila persone. 

CAHTOLO  XXX. 

D'uno  grande  miracolo  che  si  trovò  in  Itpagna, 

Nel  detto  tempo  e  anno  avvenne  uno  miracolo 
in  Ispagna,  il  quale  è  bene  da  notare,  e  per  ogni 
cristiano  d'avere  in  reverenzia,  e  benché  sia  in  altre 
croniche,  da  recarlo  in  memoria  in  questo:  che  re- 
gnando Ferrante  re  di  Castella  e  di  Spagna,  nella  con- 
trada di  Toilette,  uno  giudeo  cavando  una  ripa  per 
crescere'  una  sua  vigna,  sotterra  trovò  uno  grande 
sasso,  il  quale  di  fàori  era  tutto  saldo  e  sansa  neuna 
fessura,  e  rompendo  il  detto  sasso,  il  trovò  deatro 
vacuo,  e  dentro  al  vacuo,  quasi  immarginato^  al  sasso, 
vi  trovò  uno  libro  con  fogli  sottili»  quasi  di  legno, 
ed  era  di  volume  quasi  com'uno  saltero  :  iscritto  era 
di  tre  lingue,  greca,  ebraica,  e  latina,  e  oontenea  in 
se  tre  membri  del  mondo,  da  Adamo  inftno  ad  Anli- 
rristo,  le  proprietà  degli  uomini  che  doveano  essere 
al  mondo  ne'  detti  isvariati  tempi.  D  principio  del  teno 
mondo,  ovvero  secolo,  pose  cosi  :  '^  nel  ter%o  mondo 
nascerà  il  figliuolo  di  Dio  d'una  vergine  ch'avrà  nome 
Maria,  il  quale  patirà  morte  per  salute  delV  umana 
generatone  :  „  le  quali  cose  leggendo  il  detto  giu- 
deo, incontanente  con  tutta  sua  famiglia  divenne  cri- 
stiano, e  si  feciono  battezzare.  E  ancora  era  scritto 
alla  fine  del  detto  libro,  che  nel  tempo  che  Ferrante 
re  regnerà  in  Castella  si  troverebbe  il  detto  libro  : 
lo  quale  miracolo  veduto  per  molta  gente  degni  di 
fede,  fu  rapportato  al  detto  re,  e  fattane  memoria,  e 
grande  reverenza.  E  'I  detto  Ubro  fu  traslatato  e  is- 
posto,  e  molte  grandi  profezie,  e  vere,  vi  si  trovaro; 
e  di  certo  si  disse,  e  si  dee  credere,  che  ciò  fosse 
opera  fatta  per  la  volontà  di  Dio.  E  simile  miracolo 
si  trovò  in  Costantino  Sesto,  i  quaH  nuracoli  sono 
molto  efficaci,  e  affermativi  alla  nostra  fede  ^ 

CAPITOLO  XXXI. 

Come  fu  rifatto,  e  poi  disfatto  il  borgo  Sanginiegio. 

Negli  anni  di  Cristo  1 240  fu  rifatto  il  borgo  a 
Sanginiegio  a  pie  di  Samminiato,  per  quegli  della 
terra,  per  lo  buono  sito  e  trapasso,  il  quale  era  in 
sul  cammino  di  Pisa;  ma  poi  Panno  1248,  l'ultimo 
di  giugno,  fu  disfatto  per  modo,  che  mai  più  non  si 
rifece. 


CAPITOLO  xxxn. 

Come  i  Tartari  sconfissono  t  Turchi. 

Negli  anni  di  Cristo  1244,  Boccata  cane  im- 
peradore  de'  Tartan  mandò  Bacho  suo  secondo  fi- 
gliuolo contra  il  soldano  d' Aleppo,  e  contm  quello  di 
Torchia,  ch'avea  nome  Givatadin,  con  trentamila  Tar- 
tari a  cavallo,  e  nel  luogo  chiamato  Cosadach  fn  dora 
e  aspra  battaglia  tra'detti  Tartari  e'  Turchi,  e  certi 
cristiani  ch'erano  al  soldo  del  soldano.  Alla  fine  il 
soldano  e  sua  gente  furono  sconfitti,  e  più  di  venti- 
mila saracini  vi  furono  tra  morti  e  presi. 

CAPITOLO  XXXUI. 

Come  di  prima  fu  cacciata  la  parte  guelfa  di  Firenze 
per  gli  ghibellini  e  la  for%a  di  Federigo  imperadore, 

Ne^  detti  tempi,  essendo  Federigo  in  Lombardia, 
e  essendo  disposto  del  titolo  dello  imperio  per  papa 
Innocenzio,  come  detto  avemo,  in  quanto  poteo  si 
mise  a  distruggere  in  Toscana  e  in  Lombardia  i  fedeli 
di  Santa  Chiesa  in  tutte  le  città  ov'ebbe  podere.  E 
prima  cominciò  a  volere  stadichi  di  tutte  le  città  di 
Toscana,  e  tolse  de'  ghibelUni  e  de'  guelfi,   e  man- 
dogli  a  Samminiato  del  Tedesco;  ma  ciò  fatto,  fece 
lasciare  i  ghibellini,  e  ritenere  i  guelfi,  i  quali  poi 
abbandonati,  come  poveri  pregioni,  di  limoaine  in 
Samminiato  stettono  lungo  tempo.  E  imperciocché  la 
nostra  città  di  Firenze  in  quelli  tempi  non  era  delle 
meno  notabili  e  poderose  d'Italia,  si  volle  in  quella 
spandere  il  suo  veleno,  e  fare  partorire  le  maladette 
parti  guelfa  e  ghibellina,  che  più  tempo  dinanzi  erano 
incominciate  per  la  morte  di  me^ser  Bondelmonte, 
e  prima,  siccome  addietro  facemmo  menzione.    Ma 
beneché  poi  fossono  le  dette  parti  tra'nobili  di  Firenze, 
e  spesso  si  guerreggiassono  tra  loro  di  proprie  nimi- 
stadi,  e  erano  in  setta  per  le  dette  parti  e  si  teneano 
insieme,  e  quegli  che  si  chiamavano  guelfi  amavano 
lo  stato  del  papa  e  di  Santa  Chiesa,  e  quegli  che  si 
chiamavano  ghibellini  amavano  lo  stato  dello  'roperio 
e  favoravano  lo  'mperadore  e' suoi  seguaci,  ma  però 
il  popolo  e  comune  di  Firenze  si  manlenea  in  uni- 
tade,  a  bene,  e  onore,  e  stato  della  repubblica.  Ma 
il  detto  imperadore  mandando  sodducendo  '  per  suoi 
ambasciadori  e  lettere  quegli  della  casa  degli  Uberti 
ch'erano  caporali  di  sua  parte,  e  loro  seguaci  che  si 
chiamavano  ghibellini,  ch'elli  cacciassono  della  cit- 
tade  i  loro  nemici  che  si  chiamavano  guelfi,  proffe- 
rendo loro  aiuto  de' suoi  cavalieri;  si  fece  addetti 
cominciare  dissensione  e  battaglia  cittadina  in  Firenze, 
onde  la  città  si  cominciò  a  sgominare  ^,  e  a  partirsi 
i  nobili  e  tutto  B  popolo,  e  chi  tenea  dall'  una  parte, 
e  chi  dalPaltra;  e  in  più  parti  della  città  si  com- 
batterò più  tempo.  Intra  gli  altri  luoghi,  il  4>rincipal6 
era  per  gli  Uberti  alle  loro  case,  ch'erano  ov'é  oggi 


;J  congiunto,  appiccato,  n  tafto  Dav.  legge  immagituUo  coi. 
-  La  Cruaca  legge  la  no$lra  fede. 


'  col  venir  seducendo. 

'  a  soompigUtrei  a  disordinanL  H  testo  Davanzatt  legge 
tcommarMÙ  L'edis.  de'Giontì:  a  »eommutr§i,  ciò  è  a  divi- 
dersi, a  guastar  il  comune.  Ha  i  testi  a  penna  più  antichi 
e  il  miglior  senso  favoriscono  la  presente  lesione. 


DI  GIOVANNI  VIUANI. 


87 


il  gran  palagio  del  popolo  :  ai  raunavano  co^  loro  se- 
guaci, e  combatteasi  co^  guelfi  del  sesto  di  San  Piero 
Scheraggio,  ond'erano  capo  quegli  dal  Bagno,  detti 
Bagnasi,  e*  Pulci,  e*  Gnidalolti,  e  tutti  i  seguaci  di 
parte  guelfa  di  quello  sesto,  e  ancora  gli  guelfi  d''01- 
tramo  su  per  le  pescaie  delle  mnliua  d'Arno  pas- 
sando, gli  venieno  a  soccorrere  quando  erano  com- 
battuti dagli  liberti.  L' altra  puntaglia  ^  era  in  porte 
San  Piero,  ond*  erano  capo  de"  ghibellini  i  Tedatdini, 
perch^aveano  più  forti  casamenti  di  palagi  e  torri,  e 
con  loro  teneano  Caponsacchi,  Lisci,  Giuochi,  e  Abati, 
e  Galigari,  e  erano  le  battaglie  con  quegli  della  casa 
de^  Donati,  e  con  Yisdomiui,  e  Pazii,  e  Adimari.  E 
r  altra  puntaglia  era  in  porte  del  Duomo  alla  torre 
di  messer  Lancia  de^  Cattaui  da  Castiglione,  e  da 
Cersino,  ond*  erano  capo  de^  ghibellini  con  Agolanti 
e  Brunelleschi,  e  molti  popolari  di  loro  parte,  contra 
i  Tosinghi,  Agli,  Arrigucci  e  Sizii.  E  Taltra  pugna  ^  e 
battaglia  era  in  San  Brancazio,  ond"  erano  capo  per 
gli  ghibellini  i  Lamberti,  e  Toschi,  Amieri,  Cipriani,  e 
Megtiorelli,  e  con  molto  seguito  di  popolo,  contra  i 
Tornaqninci,  e  Vecchietti,  e  Pigli,  tuttoché  parte  de" 
Pigli  erano  ghibellini.  E*  ghibellini  faceano  capo  in  San 
Brancazio  alla  torre  dello  Scarafaggio*  de"  Soldanieri, 
e  di  quella  torre  venne  a  messer  Rustico  Marignolli, 
eh'avea  la  "nsegna  de"  guelfi,  cioè  il  campo  bianco 
e  *\  giglio  yermiglio,  uno  quadrello  nel  viso,  ond"  egli 
morio;'  e  il  di  eh' e"  guelfi  furono  cacciati,  e  innanzi 
che  sì  partissono,  armati  il  vennono  a  soppellire  a 
san  Lorenzo;  e  partiti  i  guelfi,  i  calonaci  di  san  Lo- 
renzo tramutaro  il  corpo,  acciocch' e"  ghibellini  noi 
disotterrassono,  e  facessonne  strazio,  perocch"  era 
uno  grande  caporale  di  parte  guelfa.  E  Taltra  forza 
de^  ghibellini  era  in  Borgo,  ond"  erano  capo  gli  Sco- 
lari, e  Soldanieri,  e  Guidi,  contro  i  Bondetmonti, 
Giandonati,  Bostichi,  e  Cavalcanti,  Scali,  e  Gianfi- 
gliazzi.  Oltrarno  erano  capo  gli  Ghibellini  e  gli  Ub- 
brìachi  e"  Mannelli  (e  altri  nobili  di  rinomo  non  n*avea, 
ae  non  di  case  di  popolari)  incontro  a*  Rossi  e"  Nerli. 
Avvenne  che  le  dette  battaglie  dnraro*più  tempo,  com- 
battendosi a"  serragli,  ovvero  isbarre,  da  una  vici- 
nanza ad  altra,  e  alle  torri  Tana  alPaltra  (che  molte 
b"  avea  in  Firenze  in  quegli  tempi,  e  alte  da  cento 
braccia  in  suso)  e  con  manganelle,  e  altri  dificii  si 
combatteano  insieme  di  dì  e  di  notte.  In  questo  con- 
trasto e  battaglie,  Federigo  imperadore  mandò  a  Fi- 
renze lo  re  Federigo  suo  figliuolo  bastardo,  con  sedici 
centinaia  di  cavalieri  di  sua  gente  tedesca.  Sentendo  i 
ghibellini  ch'elli  erano  presso  a  Firenze,  presono  vi- 
gore, con  più  forza  e  ardire  pugnando  contra  i  guelfi, 
i  quali  non  aveano  altro  aiuto,  né  attendeano  nullo  soc- 
cono,  perché  la  Chiesa  era  a  Leone  sopra  Rodano 
oltremonti,  e  la  forza  di  Federigo  era  troppo  grande 
in  tutte  parti  in  Italia.  E  in  questo  usarono  i  ghibellini 
una  maestria  di  guerra,  che  a  casa  gli  liberti  si  rau- 
nava  il  più  della  forza  de"  detti  ghibellini,  e  comin- 
ciandosi le  battaglie  ne"  sopraddetti  luoghi,  si  anda- 
Tano  tutti  insieme  a  contastare  i  guelfi,  e  per  questo 
modo  gli  vinsono  quasi  in  ogni  parte  della  città,  salvo 


'  combattimeiito,  contrasto. 
'  Testo  Dav.  pimga. 


nella  loro  vicinanza  contra  il  serraglio  de*  Guidalotti 
e  Bagnesi,  che  più  sostennono;  e  in  quello  luogo  si 
ridussono  i  guelfi,  e  tutta  la  forza  de"  ghibellini  con- 
tra loro.  Alla  fine  veggendosi  i  guelfi  aspramente 
menare,  e  sentendo  già  la  cavalleria  di  Federigo  im- 
peradore in  Firenze ,  entrato  già  lo  re  Federigo  con 
SUB  gente  la  domenica  mattina,  si  si  tennero  i  guelfi 
infino  al  mercoledì  vegnente.  Allora  non  potendo  più 
resistere  alla  forza  de"  ghibellini,  si  abbandonarono 
la  difesa  e  forza,  e  partirai  dalla  città  la  notte  di  Santa 
Maria  Candellara  gli  anni  di  Cristo  1 248.  Cacciata  la 
parte  guelfa  di  Firenze,  i  nobili  di  quella  parte  si  ri- 
dussono parte  nel  castello  di  Blontevarchi  in  Valdamo, 
e  parte  nel  castello  di  Capraia*,  e  Pelago,  eRistonchio, 
e  Magnale,  infino  a  Cascia  per  gli  guelfi  si  tenne,  e 
chiamossi  la  Lega  ;  e  in  quelli  ^  faceano  guerra  alla 
cittade,  e  al  contado  di  Firenze.  Altri  popolani  di 
quella  parte  si  ridussero  per  lo  contado  a^  loro  po- 
deri e  di  loro  amici.  I  ghibellini  che  rimasono  in 
Firenze  signori  colla  forza  e  cavalleria  di  Federigo 
imperadore,  si  riformaro  la  cittade  a  loro  guisa,  e 
feciono  disfare  da  trentasei  fortezze  de"  guelfi,  che 
palagi  e  grandi  torri,  intra  le  quali  fu  la  più  nobile 
quella  de"  Tosinghi  in  su  Mercato  vecchio,^  chiamato 
il  Palazzo,  alto  novanta  braccia,  fatto  a  colonnelli  di 
marmo;  e  una  torre  con  esso  alta  centotrenta  braccia. 
Ancora  mostraro  i  ghibellini  maggiore  empiezza  :  per 
cagione  che  i  guelfi  faceano  di  loro  molto  capo  alla 
chiesa  di  San  Giovanni,  e  tutta  la  buona  gente  v"  u- 
sava  la  domenica  mattina,  e  faceansi  i  matrimoni, 
quando  vennero  a  disfare  le  torri  de"  guelfi,  intra 
1"  altre  una  molto  grande  e  bella,  ch"era  in  sulla 
piazza  di  San  Giovanni  ali"  entrare  del  corso  degli 
Adimari,  e  chiamavasi  la  torre  del  guardamorto, 
perocché  anticamente  tutta  la  buona  gente  che  mo- 
ria si  soppelliva  a  San  Giovanni,  i  ghibellini  faccendo 
tagliare  dal  pie  la  detta  torre,  si  la  feciono  puntel- 
lare per  modo,  che  quando  si  mettesse  il  fuoco  a" 
puntelli,  cadesse  in  sulla  chiesa  di  San  Giovanni;  e 
cosi  fu  fatto.  Ma  come  piacque  a  Dio,  per  reverenza 
e  miracolo  del  beato  Giovanni,  la  torre  eh"  era  alta 
centoventi  braccia,  parve  manifestamente,  quando 
venne  a  cadere,  eh"  ella  schifasse  la  Saota  Chiesa,  e 
rivolsesi,  e  cadde  per  lo  diritto  della  piazza,  onde 
tutti  i  Fiorentini  si  maravigliaro,  e  il  popolo  ne  fu 
molto  allegro.  E  nota,  che  poiché  la  città  di  Firenze 
fu  rifatta,  non  v"  era  disfatta  casa  ninna,  e  allora  si 
cominciò  la  detta  maladizione  di  disfarle  per  gli  ghi- 
bellini :  e  ordinaro,  che  della  gente  dello  "mperadore 
restassero^  milleottocento  cavalieri  tedeschi  al  loro 
soldo,  onde  fu  capitano  il  conte  Giordano.  Avvenne 
che  infra  Tanno  medesimo  eh'  e"  guelfi  furono  cacciati 
di  Firenze,  quelli  eh"  erano  a  Montevarchi  furono  assa- 
liti dalle  masnade  de"  Tedeschi  che  stavano  in  guar- 
nigione nel  castello  di  Gangareta  nel  Mercatale  del 
detto  Montevarchi,  e  di  poca  gente  fu  aspra  battaglia, 
infino  nelf  Arno,  dagli  usciti  guelfi  di  Firenze  a'detti 
Tedeschi  ;  alla  fine  i  Tedeschi  furono  sconfìtti,  e  gran 


'  in  que'  castelli  di  Montevarchi,  di  Capraia  e  di  Cascia. 
'  certo  per  errore  il  T.  D.  legge  ritmnero. 


89 


CRONlCUe 


parte  dì   loro  furono  fra  morti  e  presi;  e  ciò  fa 
di gU  anni  di  Cristo  1248. 

CAPITOLO  XXXIY. 

Come  roste  di  Federigo  imperadore  fm  sconfUia  da' 
Parmigiani  e  dal  legato  del  papa. 

In  questo  tempo  Federigo  imperadore  si  puose 
ad  assedio  alla  città  di  Parma  in  Lombardia^  imper- 
ciocclì'  erano  rubellati  dalla  sua  signorìa  e  teneano 
colla  Chiesa,  e  dentro  in  Parma  era  il  legato  del  papa 
con  gente  d'arme  a  cavallo  per  la  Chiesa  in  loro 
niuto.  Federigo  con  tutte  le  sue  forr^e  e  quelle  de* 
Lombardi  v*era  intorno,  e  stettevi  per  più  mesi,  e 
giurato  aveva  di  non  partirsi  mai,  se  prima  non  V  a- 
vesse;  e  però  avea  fatto  incontro  alla  detta  città  di 
Parma  una  bastita  a  modo  d'  un"  altra  cittade  con 
fossi  e  steccati,  e  torri,  e  case  coperte  e  morate,  alla 
quale  puose  nome  Vittoria;  e  per  lo  detto  assedio 
avea  molto  ristretta  la  città  di  Parma,  e  era  sì  assot- 
tigliata di  fornimento  di  vittuaglia,  che  poco  tempo 
si  poleano  più  tenere,  e  ciò  sapea  bene  io  *mperadore 
per  sue  spie;  e  per  la  detta  cagione,  quasi  gli  tenea 
come  gente  vinta,  e  poco  gli  curava.  Avvenne,  come 
piacque  a  Dio,  che  uno  giorno  Io  'mperadore,  per 
prendere  suo  diletto,  stando  in  caccia  con  uccelli  e 
con  cani,  con  certi  suoi  baroni  e  famigliari  fuori  di 
Vittoria,  i  cittadini  di  Parma  avendo  ciò  saputo  per 
loro  spie,  come  gente  awolontata,  ma  più  come  di- 
sperata, uscirono  tutti  fuori  di  Parma  armati,  popolo 
e  cavalieri  a  una  ora,  e  vigorosamente  da  più*  parti 
assalirò  la  detta  bastita  di  Vittoria.  La  gente  del- 
lo^mperadore  improvvisi,  e  non  con  ordine,  e  con  poca 
guardia,  come  coloro  che  non  curavano  i  nemici,  veg- 
gendosi  così  subito  e  aspramente  assaliti,  e  non  es- 
sendovi il  loro  signore  non  ebbono  nulla  difesa,  ansi 
si  misono  in  fuga  e  in  isconfltta,  e  sì  erano  tre  co- 
tanti cavalieri  e  gente  a  pie  che  quegli  di  Parma, 
nella  quale  sconfitta  molti  ne  furono  presi  e  morti, 
e  lo  'mperadore  medesimo  sappiendo  la  novella,  con 
grave  vergogna  si  fuggio  a  Chermona  ;  e'  Parmigiani 
presono  la  delta  bastila ,  ove  trovarono  molto  guer- 
nimento  e  vittuaglia,  e  molte  vasellamenta  d'argento, 
e  tutto  il  tesoro  che  lo  'mperadore  aveva  in  Lom- 
bardia, e  la  corona  del  detto  imperadore,  la  quale  i 
Parmigiani  hanno  ancora  nella  sagrestia  del  loro  ve- 
scovado, onde  furono  lutti  ricchi;  e  spogliato  il  detto 
luogo  della  preda,  vi  misero  fuoco,  e  tutto  V  abbat- 
terò, acciocchò  mai  non  v"  avesse  segno  di  cittade, 
nò  di  bastita.  E  ciò  fu  il  primo  martedì  di  febbraio,  gli 
anni  di  Cristo  1248. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  i  guelfi  usciti  di  Forense  furono  presi  nel 

castello  di  Capraia, 

Poco  tempo  appresso  lo  'mperadore  si  partì  di 
Lombardia,  e  laseiovvi  suo  vicario  generale  Emo  re 
di  Sardigna  suo  figliuolo  naturale,  con  gente  usai  a 


cavallo,  sopra  la  taglia  ^  de'  Lombardi^  e  veaM  in 
Toscana,  e  trovò  che  la  parte  de'  glùlMUim,  cke 
signoreggiavano  la  città  di  Firense,  del  omm  dì 
marto  s'erano  posti  ad  assedio  al  castello  «li  Capraia, 
nel  quale  erano  i  caporali  delle  Bu^^ori  case  de* 
nobili  guelfi  usciti  diFirenxe.  Lo  'nperadore  vegiesdo 
in  Toicana,  non  volle  entrare  nella  oillà  di  Firease, 
né  mai  v'era  entrato,  ma  te  ne  gnardava,  cIm  per 
suoi  agurì,  ovvero  detto  d' aleano  deonoaio,  ovvero 
profoxia,  trovava  ch'egli  dovea  morire  ia  Firoase, 
onde  forte  temea,  ma  passò  ali*  oste,  e  andoaseae  a 
soggiornare  nel  castello  di  Fucecchio,  e  la  aiaggior 
parte  di  sna  gente  lasciò  ali*  assedio  dì  Capraia,  il 
quale  castello  per  forte  assedio  e  fallimeolo  di  vit- 
tuaglia non  possendosi  più  tenere,  fecioao  qaegli 
d'entro  consiglio  di  patteggiare,  e  avrebbono  avato 
ogni  largo  patto  ch'aveaaono  voluto;  ma  uno  cal- 
zolaio uscito  di  Firense,  ch'era  ttato  ano  grande 
anaiano,  non  essendo  richiesto  al  detto  conaigUo,  ia- 
degnato  ai  fece  alla  porta,  e  gridò  a  quegli  dell'onte, 
che  la  terra  non  si  potea  più  tenere  ;  per  la  qaal  co- 
sa qaegli  dell'oste  non  voUono  intendere  a  patteg- 
giare, onde  quegli  d' entro,  come  gente  moria,  m*  ar- 
renderò alla  mercè  dello  'mperadore.  E  ciò  fu  del 
mese  di  maggio,  gli  anni  di  Cristo  1249.  E'  capi- 
tani de*  detti  gnelO,  era  il  conte  Ridolfo  di  Capraia, 
e  mesaér  Rinierì  Zingaae  de*  Bondelmonti  ;  e  rappre- 
sentati a  Fuceechio  allo  mperadore,  tutti  ^i  ae  menò 
seco  pregioni  in  Puglia,  e  poi  per  lettere  e  amba- 
soiadori  mandatigli  per  gli  ghibellini  di  Firenze,  a  CutU 
quelli  delle  gran  case  nobili  di  Firenze,  fece  trarre 
gli  occhi,  e  poi  mauerare  in  mare,  salvo  meeser 
Rinieri  Zingano  :  perchè  *1  trovò  savio  e  magnanimo, 
non  lo  volle  fare  morire,  ma  fecelo  abbacinare  degU 
occhi,  e  poi  in  sull'  isola  di  Montecrìsto  come  reli- 
gioso finì  sua  vita.  E  '1  sopraddetto  calzolaio  da  quegli 
di  fuori  fu  guarentito,  il  qnale,  tornati  poi  i  gaelll  ia 
Firenze,  egli  vi  ritornò,  e  riconosciuto  in  parlamento, 
a  grido  di  popolo  fu  lapidato,  e  vilmente  per  gli  fan- 
ciulli strascinato  per  la  terra,  e  gittato  a'  fossi. 

CAPITOLO  XXXVI. 

Come  il  re  Luis   di   FratH'ia  fu  sconfitto  e  preso 
da'*  saracini  alla  Monsura  in  Egitto. 

Nel  detto  tempo  essendo  il  buono  Luis  re  di 
Francia  andato  oltremare  con  grande  stuolo  e  pas- 
saggio di  navilio,  e  in  sua  compagnia  Ruberto  conte 
d'Artese,  e  Carlo  conte  d'Angiò  suoi  Iratelli,  con 
tutta  la  baronia  di  Francia,  puosono^  in  Egitto  con 
allegro  cominciamento,  ma  con  tristo  fine;  che  nella 
loro  venuta  ebbono  di  presente  la  ciUà  di  Damiate, 
e  poi  volendo  andare  per  forza  d'arme  al  Cairo  e 
Babilonia  d'Egitto,  ov'era  il  soldano  e  tutto  suo  po- 
tere, come  furono  al  luogo  detto  la  Monsura,  avendo 
avute  più  battaglie  e  assalti  da*  saracini,  e  di  tutti  es- 
sendo vincitori  i  Franceschi,  il  soldano  conoscendo 
ch'elli  erano  in  quella  parte  eh' a  lui  piaceva,    mae- 

'  la  lega.  Taglia  per  lega  troverai  più  famansi  al  oap  LXXX. 
^afferrarono,  presero  terra. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


89 


strevolemeote  fece  rompere  in  più  parli  gli  argini  del 
fiame  del  Calice,  eh**  esce  del  fiume  del  Nilo,  i  quali 
argini  sono  a  modo  di  quelli  che  sono  sopra  il  fiume 
del  Po  in  Lombardia,  e  rolti  i  detti  argini,  il  fiume 
che  soprasia  alle  pianure  d'Egitto,  incontanente  al- 
lagò tatto  il  piano  dov^  era  V  oste  de'  Franceschi  per 
tale  modo,  che  molti  n'annegaro,  e  non  potevano 
ftsdare  «  nenno  salvamento,  né  rìconoseere  via  o  cam- 
mino, nò  avere  mercato,  ni  vittuaglia,  onde  gran 
parte  dell* oste  chi  mori  di  fame  e  chi  affogò  in  ac- 
qua, e  tutti  i  loro  cavalli  e  bestiame  morirò.  Per  la 
qual  cosa,  di  necessità,  quelli  che  scampali  erano  s' ar- 
renderò pregioni  al  soldano  e  a"*  saracini,  e  fu  preso 
il  detto  re  Luis  e  Carlo  conte  d'*Angiò  suo  fratello 
con  molti  baroni,  e  morivvi  Ruberto  conte  d*Artese. 
Ma  come  piacque  a  Dio,  avuta  i  cristiani  la  delta  av- 
versità, il  detto  Luis  e*  suoi  baroni  tosto  trovarono 
pace  e  redenzione  da' saracini,  che  rendendo  la  città 
dì  Damiala,  e  pagando  dugento  migliaia  di  parigini 
furono  liberi;  ma  Carlo  si  fuggi  colla  guardia  chVea 
nome  Ferzacalta.  La  detta  sconfitta  fu  a  di  27  di 
marzo  gli  anni  di  Cristo  1250.  E  come  lo  re  Luis  e 
gli  suoi  baroni  furono  ricomperati,  e  pagata  la  detta 
moneta,  si  tornarono  in  ponente,  e  per  ricordanza 
della  detta  presura,  acciocché  vendetta  ne  fosse  fatta 
o  per  Luis  o  per  gli  suoi,  lo  re  Luis  fece  fare^  nella 
moneta  del  tornese  grosso  dal  lato  della  pila  le  bove 
de'  prigioni.  E  nota^  che  quando  questa  novella  venne 
in  Firenze,  signoreggiando  i  ghibellini,  ne  feciono 
festa  e  falò  ^  secondo  che  si  dice.  Lasceremo  a  par- 
lare, de' Franceschi,  e  torneremo  a  nostra  materia  a 
dire  dei  fatti  di  Firenze,  e  di  Federigo  imperadore, 
e  della  sua  fine. 

CAPITOLO  XXXVIl. 

Come  io  re  Emo  figliuolo  di  Federigo  i$nperadore 
fu  sconfitto  e  preso  da'  Bolognesi. 

Negli  anni  di  Cristo  1250,  del  mese  di  maggio, 
lo  re  Enzo  figliuolo  ^  di  Federigo  imperadore,  es- 
sendo rimase  generale  vicario  e  capitano  della  taglia 
in  Lombardia,  venne  ad  oste  sopra  la  città  di  Bo- 
logna, i  quali  si  teneano  colla  Chiesa  di  Roma,  ed 
eravi  il  legato  del  papa  con  gente  d'arme  al  soldo 
della  Chiesa.  I  Bolognesi  uscirono  fuori  vigorosa- 
mente popolo  e  cavalieri  incontra  il  detto  re  Enzo, 
e  combattersi  con  lai,  e  soonfisaonlo  e  presonlo  nella 
detta  battaglia  con  molta  di  sua  gente,  e  lui  misono 
iif  Go-oere  in  una  gabbia  di  ferro,  e  in  quella  con 
grande  misagio  ^  fini  sua  vita  a  grande  dolore. 


'  La  Gftuntliia  legge  impreiUare.  Intendi:  fece  tmproMetre 
le  catene  nel  rove$cio  della  moneta.  Chiamasi  pila  quella 
incndinetta  di  metallo  sulla  quale  s'intaglia  ciò  che  deve 
apparire  nel  rovescio  delle  monete,  e  sta  opposta  al  torsello 
4«tto  oggi  più  andantemente  bUaneiere.  DaUa  parte  della 
pUa  significa  per  t^nto  nd  rovescio.  Dal  vocabalo  latino 
hoyae^  (vedilo  in  Plauto)  significante  quel  collare  di  cuoio, 
che  mettevasi  al  collo  de'  condannati ,  si  derivarono  le 
bove,   ritorte  o  catene  in  italiano. 

^  Foco  di  paglia  o  di  stipe. 

^  Figlinol  naturale. 

*  lo  stesso  che  disagio. 


CAPITOLO  xxxvra. 

Come  certi  ghibellini   di  Firenze   furono   sconfitti 
nel  borgo  di  Fegghine  dagli  usciti  guelfi. 

Per  la  partita  che  lo  *mperadore  fece  di  To- 
scana, e  per  la  sconfitta  eh"  ebbe  lo  re  Enzo  da'*  Bo- 
lognesi, come  detto  avemo,  la  forza  dello  "mperio 
cominciò  alquanto  a  calare  in  Toscana  e  in  Lombardia, 
e  quei  che  teneano  parte  guelfa  e  della  Chiesa  comin- 
ciarono alquanto  a  prendere  forza  e  vigore.  Avvenne 
che  essendo  il  vicario  dello  *niperadore  co'  Fiorentini 
ghibellini  ad  assedio  al  castello  d' Ostina  in  Yaldarno, 
il  quale  gli  usciti  guelfi  di  Firenze  aveano  rubellato, 
e  essendo  grande  parte  della  delta  oste  nel  borgo  di 
Fegghine  per  guardia,  acciocch'  e*  guelfi  eh"  erano 
con  loro  amistade  in  Montevarchi  raunati,  non  potes- 
sono  venire  a  soccorrere  il  detto  castello  d'Ostina, 
i  detti  guelfi  partendo  di  Montevarchi  la  notte  di  Santo 
Matteo  di  settembre  gli  anni  di  Cristo  1250,  ven- 
nero e  entrarono  ne"  detti  borghi  di  Fegghine,  e  subi- 
tamente assalendo  |a  detta  gente,  per  la  notte  eh"  era, 
e  subito  assalto,  ganza  nulla  difenza  *  furono  sconfitti, 
e  la  maggiore  parte  morti  e  presi  per  le  case  ;  e  la 
mattina  vegnente  si  levò  P  oste  villanamente  da  Ostina, 
e  tornò  in  Firenze. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  in  Firenze  si  fece  il  primo  popolo  con  or^ 

dine  e  gonfaloni  per  riparare  le  forze  e  le  ingiurie 

che  facieno  i  ghibellini. 

Tornata  la  detta  oste  in  Firenze,  si  ebbe  infra" 
cittadini  grande  ripetio  ^,  imperciocchò  i  ghibellini 
che  signoreggiavano  la  terra  gravavano  il  popolo  d'in- 
comportabili gravezze,  libbre  e  imposte,  e  con  poco 
frutto;  eh"  e"  guelfi  erano  già  sparti  per  lo  contado 
di  Firenze,  e  teneano  molte  castella,  e  faceano  guerra 
alla  cittade,  e  oltre  a  ciò  quegli  della  casa  degli 
liberti,  e  tutti  gli  altri  nobili  ghibellini,  tiranneggia- 
vano il  popolo  di  gravi  torsioni  ^  e  forze  e  ingiurie. 
Per  la  qual  cosa  i  buoni  uomini  di  Firenze  raunandosi 
insieme  a  romore,  e"  feciono  loro  capo^  alla  chiesa  di 
San  Firenze,  e  poi  per  la  forza  degli  liberti  non  v'ar- 
dirò a  stare;  si  n'andarono  a  stare  alla  chiesa  de" 
frati  minori  a  Santa  Croce,  e  ivi  stando  armati  non 
s'ardivano  di  tornare  a  loro  case,  acciocché  dagli 
Ubarti  e  gli  altri  nobili,  avendo  lasciate  Tarme,  non 
fossono  rotti,  e  dalle  signorie  condannati.  Si  n"  an- 
daro  armati  alle  case  degli  Ancbioni  da  San  Lorenzo, 
eh'  erano  molto  forti,  e  qui  armati  durando,  con  loro 
forza  feciono  trentasei  caporali  di  popolo,  e  levarono 
la  signoria  alla  podestà  eh"  allora  era  in  Firenze,  e 
tutti  gli  uficiali  rimossono.  E  ciò  fatto,  sanza  con- 
trasto si  ordinarono  e  feciono*popolo  con  certi  nuovi 
ordini  e  statuti,  e  elessono  capitano  di  popolo  mes- 


'  difesa;  come  più  su  contetiza  per  contesa. 
^  grande  altercazione,  disputa.  Ripetere  nell'uso  toscano 
vai  quanto  replicare^  contraddire, 
'  storsioni,  estorsioni. 
^  posta,  ritrovo. 


90 


CRONICHE 


ser  Uberto  da  Locca  ;  e  fa  il  primo  capitano  di  Fi- 
renze ;  e  feciono  dodici  ansiani  di  popolo,  due  per 
ciascuno  sesto,  i  quali  gnidayano  il  popolo  e  con- 
sigliavano il  detto  capitano,  e  rìcogliénsi  ^  nelle  case 
della  badia  sopra  la  porta  che  va  a  Santa  Margherita, 
e  tomavansi  alle  loro  case  a  mangiare  e  a  dormire: 
e  ciò  fa  fatto  a  dì  20  d' ottobre,  gli  anni  di  Cristo 
1250.  E  in  quello  di  si  diedono  per  lo  detto  capi- 
tano venti  gonfaloni  per  lo  popolo,  a  certi  caporali 
partiti  per  compagnie  d^arme  e  per  vicinante;  e  a 
pi  il  popoli  insieme,  acciocché  quando  bisognasse,  cia- 
scuno dovesse  trarre  armato  al  gonfalone  della  sua 
compagnia,  e  poi  co^  detti  gonfaloni  trarre  al  detto 
capitano  del  popolo.  E  feciono  fare  una  campana  la 
quale  tenea  il  detto  capitano  in  su  la  torre  del  Leone, 
e  1  gonfalone  principale  del  popolo  ch'avea  il  capi- 
tano, era  dimezzato  bianco  e  vermiglio^.  Le  *nsegne 
de"*  detti  gonfaloni  erano  queste  :  nel  sesto  d' Oltrar- 
no^ il  primo  si  era  il  campo  vermiglio  e  la  scala 
bianca  *,  il  secondo,  il  campo  bianco  con  una  ferza 
nera;  il  terzo,  il  campo  azzurro  iv**  entro  una  piazza 
bianca,  con  nicchi  vermigli  ;  il  quarto,  il  campo  rosso 
con  uno  dragone  verde.  Nel  sesto  di  San  Piero  Sche- 
raggio,  il  primo,  fu  il  campo  azzurro  e  uno  carroccio 
giallo,  ovvero  a  oro  ;  il  secondo,  il  campo  giallo  con 
uno  toro  nero  ;  il  terzo,  il  campo  bianco  con  uno  leone 
rampante  nero  ;  il  quarto,  era  pezza  gagliarda,  cioè  a 
liste  a  traverso  bianche  e  nere  :  questa  era  di  Santo 
Apollinare.  Nel  sesto  di  Borgo,  il  primo  era  il  campo 
giallo  e  una  vipera,  ovvero  serpe  \erde;  il  secondo,  il 
campo  bianco  e  una  aguglia  nera  \  il  terzo,  il  campo 
verde  con  uno  cavallo  isfrenato  covertalo  a  bianco  e 
a  croce  rossa.  Nel  sesto  di  San  Brancasio,  il  primo, 
il  campo  verde  con  uno  leone  naturale  rampante;  il 
secondo,  il  campo  bianco  con  uno  leone  rampante 
rosso  ;  il  terzo,  il  campo  azzurro  con  uno  leone  ram- 
pante bianco.  Nel  sesto  di  porte  del  Duomo,  il  pri- 
mo, il  campo  azzurro  con  uno  leone  a  oro;  il  se- 
condo, il  campo  giallo  con  uno  drago  verde  ;  il  terzo, 
il  campo  bianco  con  uno  leone  rampante  azzurro 
incoronato.  Nel  sesto  di  porte  San  Piero,  il  primo, 
il  campo  giallo  con  due  chiavi  rosse;  il  secondo, 
a  ruote  accerchiate  bianche  e  nere;  il  terzo,  il  di  sotto 
a  vai  e  di  sopra  rosso.  E  come  ordinò  il  detto  po- 
polo le  ^nsegne  e  gonfaloni  in  città,  così  fece  in  con- 
tado a  tutti  i  pivieri  ^  il  suo,  eh*  erano  novantasei, 
e  ordinargli  a  leghe  acciocché  Puna  atasse  T  altra,  e 
venissero  a  città  e  in  oste  quando  bisognasse.  Per 
questo  modo  sbordino  il  popolo  vecchio  di  Firenze, 
e  per  piii  fortezza  di  popolo,  ordinaro  e  cominciaro 
a  fore  il  palagio  il  quale  è  di  dietro  alla  badia,  e  in 
sulla  piazza  di  Santo  Apollinare,  cioè  quello  eh'  é  di 
pietre  conce  colla  torre  :  che  prima  non  avea  palagio 
di  comune  in  Firenze,  anzi  stava  la  signoria  ora  in  una 
parte  della  città  e  ora  in  altra.  E  come  il  popolo  ebbe 
presa  signoria  e  stato,  sì  ordinaro  per  più  fortezza 
di  popolo,  che  tutte  le  torri  di  Firenze,  (che  ce  n"  avea 


grande  quantità  alte  braccia  centoventi)  si  tagliassono 
e  tornassono  alla  mbura  di  cinquanta  braccia  e  non 
piìk,  e  così  fu  fatto  ;  e  delle  pietre  si  marò  poi  la 
città  oltrarno. 


CAPITOLO  XL. 

Delle  imeegne  per  guerra  cki"  msaem  U 

r$tewke% 


di 


Poich'  avemo  detto  de'  gonfaloni  e  insegne  del 
popolo,   é   convenevole  che  facciamo  menzione  di 
quelle  de' cavalieri  e  della  guerra,  e  comei  sesti  an- 
davano per  ordine  nelP  ostL  L*  insegna  della  cavaUerìa 
del  sesto  d'Oltrarno  era  tutta  bianca  ;  quella  di  San 
Piero  Scheraggio  a  traverso  nera  e  gialla,  e  ancora 
oggi  l'usano  i  cavalieri  in  loro  sopransegne  ad  ar- 
meggiare ;  quella  di  Borgo  addogata  per  lungo  bianco 
e  azzurro;  quella  di  San  Brancazio  tutta  vermiglia; 
quella  di  porte  del  Duomo  era ...  ;  quella  di  porta 
San  Piero  era  tutto  gialla.  L'insegne  dell'  oste  erano 
le  prime  del  comune  dimezzate  bianche  e  vermiglie: 
queste  aveva  la  podestà.  Quelle  della  posta  dell'oste 
e    guardia    del   carroccio  erano  due.    Pana  campo 
bianco  e  croce  piccola  rossa,  l'altra  per  contrario 
campo  rosso  e  croce  bianca.  Quella  del  mercato  e- 
ra . . .  ;  quelle  de'  balestrieri  erano  due,  P  una  il  campo 
bianco,  e  P altra  vermiglio,  in  ciascuno  il  balestro; 
e  per  simile  modo  quelle  de'  pavesarì  \  V  uno  gon- 
falone bianco  col  pavese  vermiglio  e  *1  giglio  bianco, 
e  P altro  rosso  col  pavese  bianco  e  '1  giglio  rosso;  e 
quegli  degli  arcadorì,  Puno  bianco  e  Paltr  rooaso,  iv*en- 
tro  gli  archi  ;  quello  della  salmerìa  '  era  bianco  col 
mulo  nero  ;  e  quello  de'  ribaldi  ^  bianco  co'  ribaldi 
dipinti  in  gualdana  e  giucando.  Queste  insegne  de*  ca- 
valieri e  dell'  oste  si  davano  sempre  il  dì  dì  Pente- 
coste nella  piazza  di  Mercato  Nuovo,  e  per  antico  cosi 
ordinate  ;  e  davansi  a*  nobili  e  popolani  possenti  per 
la  podestà.  I  sesti  quando  andavano  tre  insieme,  era 
ordinato.  Oltrarno  Borgo,  e  San  Brancazio,  e  gli  altri 
tre  insieme  ;  e  quando  andavano  a  due  sesti  insieme, 
andava  Oltrarno  e  San  Brancazio,  San  Piero  Scheraggio 
e  Borgo,  porte  del  Duomo  e  porte  San  Piero;  e  questo 
ordine  fu  molto  antico.   Lasceremo  degli  ordini  di 
Firenze,  e  diremo  della  morte  di  Federigo  impera  - 
dorè,  che  molto  fu  utile  e  bisognevole  a  Santa  Chiesa, 
e  al  nostro  comune. 

CAPITOLO  XLl. 

Come  lo  mperaéore  Federigo  inori  a  Fwemtmola 

tu  PugUa. 

Nel  detto  anno  1250,   essendo  Federigo  1»- 
peradore  in  Puglia  nella  città  di  Firenzuola  ■H'n- 


*  ricogUeansi,  si  radnnaTano. 

'  La  bandiera,  detta  gonDedone,  era  partita  in  due  falde, 
Tana  bianca,  1* altra  vermiglia. 

'  distretti  delle  pievi,  o  certo  numero  di  parrocchie 
rette  da  un  pievano. 


'  soldati  con  pavese,  o  piccolo  scado  detto  anche  (offo 
o  roteUa, 

*  carriaggio^  moUHudine  di  »omé  e  di  carri.  D  Tasso 
svecchiò  questa  voce;  Gerus.  18,  46:  QitesU  gran  talmeria 
<f  omi  e  di  pini  Vedean  dal  bosco  Mser  eondoUe  aVU  oste. 

^  soldati  accogliticci,  vocabolo  venato  a  significato  odioso 
a  cagione  forse  delle  iniquità  che  si  commettevano  da  ootal 
sorte  di  gente.  Per  simile  fMunaditrs^  ohe  valeva  imIìU 
a  prtMzo  e  per  lo  più  forestiere,  cadde  a  significare  ruba- 
tore  di  strada. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


91 


scita  d'Abruzzi,  si  ammalò  forte,  e  già  del  sao  agurìo 
non  si  seppe  guardare,  che  trovava  che  dovea  mo- 
rire in  Firenze,  e,  come  dicemmo  addietro,  per  la 
detta  cagione  mai  non  volle  entrare  in  Firenze,  né 
in  Faenza  ;  ma  male  seppe  interpetrare  la  parola  men- 
dace del  demonio,  che  gli  disse  si  guardasse  che 
morrebbe  in  Firenze,  ed  egli  non  si  guardò  di  Fi- 
renzuola ^  Avvenne  che  aggravando  della  detta  ma- 
lattia, essendo  con  lui  uno  suo  Bgliuolo  bastardo 
eh'  avea  nome  Manfredi,  disiderando  d' avere  il  tesoro 
di  Federigo  sao  padre,  e  la  signoria  del  Regno  e  di 
Cicilia,  e  temendo  che  Federigo  di  quella  malattia 
non  iscampasse  o  facesse  testamento,  concordandosi 
col  suo  segreto  ciamberlano,  promettendoli  molti  doni 
e  signoria,  con  uno  prìmaccio^  che  a  Federigo  puose 
il  detto  Manfredi  in  sulla  bocca,  si  TafTogò^  e  per 
lo  detto  modo  mori  il  detto  Federigo  disposto  del- 
lo 'mperìo  e  scomunicato  da  Santa  Chiesa,  senza  peni- 
lenza,  0  nullo  sagramento  di  Santa  Chiesa  ^.  E  per 
questo  potemo  notare  la  parola  che  Cristo  disse  nel 
Yangelio  ^  voi  morrete  nette  peccata  vostre  „  che 
cosi  avvenne  a  Federigo,  il  quale  fu  cosi  nimico  di 
Santa  Chiesa,  eh'  egli  fece  morire  la  moglie  e  Arrigo 
re  suo  figliuolo,  e  videsi  sconfitto  e  preso  Enzo  suo 
Qgliuolo,  ed  egli  dal  suo  figliuolo  Manfredi  vilmente 
morto  e  sanza  penitenza  ;  e  ciò  fu  il  di  di  Santa  Lu- 
cia di  dicembre  gli  anni  detti  1250.  E  lui  morto, 
Manfredi  detto  prese  la  guardia  del  reame,  e  tutto  il 
tesoro,  e  1  corpo  di  Federigo  fece  portare  e  sop- 
pellire  nobilemente  alla  chiesa  di  Monreale  di  sopra 
alla  città  di  Palermo  in  Cicilia,  e  alla  sua  sepultura 
volendo  scrìvere  molte  parole  di  sua  grandezza  e 
podere  e  grandi  cose  fatte  per  lui,  uno  cherìco  Trot- 
tano fece  questi  brìevi  versi,  i  quali  piacquero  molto 
a  Manfredi  e  agli  altri  baroni,  e  fecegli  intagliare 
nella  detta  sepultura,  gli  quali  diceano: 

Si  probitasj  sensus^  mriutum  graiia^  censuSj 
Nobilitas  ortif  possent  resistere  mortij 
Non  forel  exHnctus  FederìcuSy  qui  jacet  itUus. 
E  nota,  che  in  quello  tempo  che  lo  'mpemdore   Fe- 
derigo  mono,  avea  mandato  in  Toscana  per  tutti 
gli  stadichi  de'  guelfi  per  fargli  morire,  e  andando  in 
Puglia,   quando  furono  in  Maremma  seppono  novelle 
della  morte  di  Federigo,  le  guardie  per  paura  gli 
lasciarono,  i  quali  ricoverarono  in  Pugllia^,  e  di  là 
tornarono  a  Firenze  e  nell'altre  terre  di  Toscana 
molto  poveri  e  bisognosi. 


'  Rosa  d«  Viterbo  aveva  preveduto  in  visione  la  morto 
di  Federigo,  e  mandatogli  dir  che  tornasse  a  coscienza. 
A  detta  degli  astrologi  doveva  guardarsi  da  una  torra  che 
si  nominava  dal  fiort'^  sfoggi  egli  d'entrare  in  Firenze,  ma 
non  cosi  da  Fiorentino,  villa  della  Capitanata. 

'  pimacciOy  piumaccio. 

'UN.  A.  ricopiò  da  Ricordano  Malisphit  tal  favola 
intomo  alla  morto  di  Federico.  Manfredi  non  si  macchiò 
di  tH  atroce  delitto,  anzi  erede  della  rabbia  patema,  e  capo 
de'  Ghibellini ,  continuò  la  guerra  a*  papi.  L'  odio  del  po- 
polo e  de' preti  trovò  ad  abbassarlo  questa  calunnia.  In- 
nocenzo II  alla  morto  di  Federico  scrìsse  :  Esultino  i  cieli, 
la  terra  si  allieti,  dappoiché  in  freschi  zeffirì  e  rugiade 
fecondatrici  sonosi  risoluti  il  fulmine  e  la  procella  che  Dio 
ci  tenea  sopra  capo.  £p.  lib.  Vili,  1. 

*  S  testo  Dav.  dxmpiglia. 


CAPITOLO  XLH. 

Cofne  U  popolo  di  Fireme  rimisono  per  pace   i 

guelfi  in  Fireniie, 

La  notte  medesima  che  morì  Federigo  impera- 
dore,  mori  il  podestà  che  p^r  lui  era  in  Firenze, 
eh'  avea  nome  messer  Rinieri  di  Montemerlo,  che 
dormendo  nel  letto  suo  gli  cadde  addosso  nna  volta 
eh"  era  sopra  la  camera,  e  ciò  fu  in  casa  gli  Abati. 
E  ciò  fu  bene  segnale,  che  nella  città  di  Firenze 
dovea  morire  la  sua  signoria,  e  cosi  avvenne  assai 
tosto  ;  che  essendo  levato  popolo  in  Firenze  per  le 
forze  e  oltraggi  de"  nobili  ghibellini,  come  abbiamo 
detto  addietro,  e  vegnendo  in  Firenze  novelle  della 
morte  del  detto  Federigo,  pochi  giorni  appresso, 
il  popolo  di  Firenze  rappellò  e  rimise  in  Firenze 
la  parte  dei  guelfi  che  ftiori  n'erano  cacciati,  rac- 
cendo loro  fare  pace  co"  ghibellini,  e  ciò  fu  a  dì  7 
di  gennaio  gli  anni  di  Cristo  1250. 

CAPITOLO  XLin. 

Come  al  tempo  del  detto  popolo  i  Fiorentini  scoit- 
fissono  i  Pistoiesi^  e  poi  cacciarono  certe  case  di 

ghibellini  di  FirenM. 

Molto  esultò  la  parte  della  Chiesa  e  parte  guelfa 
per  tutta  Italia  per  la  morte  dello  "mperadore,  e  la 
parte  d'  imperio  e  ghibellina  abbassò,  imperciocché 
papa  Innocenzio  tornò  d"  oltre  i  monti  colla  corte  a 
Roma,  favorando  i  fedeli  della  Chiesa.  Avvenne  che 
del  mese  di  luglio  gli  anni  di  Cristo  1251,  Il  popolo 
e  comune  di  Firenze  feciono  oste  alla  città  di  Pistoia, 
eh"  erano  loro  rubelli,  e  combatterò  co"  detti  Pistoiesi, 
e  sconfissongli  a  monte  Robolino  con  grande  danno 
de'  morti  e  de"  presi  de*  Pistoiesi.  E  allora  era  pode- 
stà di  Firenze  messer  Uberto  da  Mandella  di  Milano. 
E  per  cagione  che  alla  maggiore  parte  delle  case  de" 
ghibellini  di  Firenze  non  piacea  la  signoria  del  po- 
polo, perchè  parca  loro  che  favorassono  pih  eh"  a 
loro  non  piacea  i  guelfi,  e  per  lo  passato  tempo  erano 
usi  di  fare  le  forze*,  e  tiranneggiare  per  la  baldanza 
dello  "mperadore,  si  non  vollono  seguire  il  popolo 
né  "1  comune  alla  detta  oste  sopra  Pistoia,  auzi  in  detto 
e  in  fatto  la  contradiaro  per  animosità  di  parte;  im- 
perciocché Pistoia  in  quelli  tempi  si  reggea  a  parte 
ghibellina  ;  per  la  qua!  cagione  e  sospetto,  tornata 
Toste  da  Pistoia  vittoriosamente,  le  dette  case  de" 
ghibellini  di  Firenze  furono  cacciati  e  mandati  fuori 
della  città  per  lo  popolo  di  Firenze,  il  detto  mese  dì 
luglio  1251.  E  cacciati  i  caporali  de"  ghibellini  dì 
Firenze,  il  popolo  e  gli  guelfi  che  dimorerò  alla  signo- 
ria di  Firenze,  si  mutare  Tarme  del  comune  di  Fi- 
renze; e  dove  anticamente  si  portava  il  campo  rosso 
e  "1  giglio  bianco,  si  feciono  per  contrario  il  campo 
bianco  e  "I  giglio  rosso,  e"  ghibellini  si  ritennero  la 
prima  insegna,  ma  la  insegna  antica  del  comune  di- 
mezzata bianca  e  rossa,  cioè  lo  stendale  eh*  andava 
nelT  oste  in  sul  carroccio,  non  si  mutò  mai.  Lasceremo 


*  violenze.  Vedi  pure  questa  frasea  lib.  8,  cap.  L 


94 


CRONICHE 


ria  di  Firenze  con  certi  pedoni  eletti,  lasciarono  Tas- 
aedio,  e  francamente  s"  addiriuaro  contro  a"*  Pisani 
e'  Saneai  per  combattere ,  non  lasciando  per  le  nevi 
né  per  la  salita  del  poggio.  Yeggendo  ciò  i  nimici, 
sanza  attendere  i  Fiorentini  si  fuggirò  vilmente  in 
isconfitta  con  grande  danno  di  loro  e  di  loro  arnesi  ; 
e  reggendo  ciò  quegli  del  castello,  s** arrenderò  a 
pregioni,  i  quali  tutti  ne  furono  menati  legati  in  Fi- 
renze»  e  '1  castello  disfatto  e  abbattuto  :  e  ciò  fu  del 
detto  mese  di  gennaio,  essendo  potestà  di  Firenze 
messer  Filippo  degli  Ugoni  da  Brescia. 

CAPITOLO  XLIX. 

Come  i  PiorenUm  presono  Thzano  e  poi  sconfissono 
i  Fisam  al  Pontadera^  avendo  %  Pisani  sconfUH  i 

lAtcchesi. 

Nel  detto  anno  1252,  i  Fiorentini  andaro  per 
comune  ad  oste  a  Pistoia  e  guastarla  intomo,  e  pno- 
sono  Tassodio  al  loro  cnstello  di  Tizzano,  ed  eb- 
bonlo  a  patti  a  di  24  di  giugno  nel  detto  anno.  E 
essendo  la  detta  oste  de'  Fiorentini  a  Tizzano,  eb- 
bono  novelle  come  i  Pisani  colfaiuto  de**  Sanesi  avea- 
no  sconfitti  i  Lucchesi  a  Nontopoli;  incontanente 
compierò  i  patti  e  ebbono  il  castello,  e  si  levaro  da 
oste,  e  passaro  in  Valdamo  per  aegnire  i  Pisani  e 
loro  oste ,  i  quali  sopraggiunsono  al  Pontadera ,  e 
quivi  ebbe  grande  battaglia.  Alla  fine  i  Pisani  furono 
sconfitti,  e' Lucchesi,  che  gli  aveano  legati  pregioni, 
legaro  e  presono  i  Pisani,  e  la  caccia  fu  infino  alla 
badia  a  Sansavino  presso  a  Pisa  a  tre  miglia,  onde 
molti  ne  furono  morti  de"  Pisani  e  de"  Sanesi,  e 
presi  piii  di  tremila,  i  quali  ne  vennero  legati  a  Fi- 
renze, senza  quegli  che  ne  menarono  i  Lucchesi,  e 
fu  presa  la  podestà  di  Pisa  ch^avea  nome  messer  An- 
giolo di  Roma.  E  ciò  fu  al  tempo  eh"  era  podestà  di 
Firenze  messer  Fih'ppo  degli  Ugoni  di  Brescia,  il  pri- 
mo dì  del  mese  di  luglio  nel  detto  anno  1252. 

CAPITOLO  L 
Qua$hdo  fu  fatto  il  ponte  a  Santa  Trinità. 

In  questo  tempo  essendo  la  città  di  Firenze  per 
la  signoria  del  popolo  in  felice  slato,  si  fece  il  ponte 
sopra  TAmo  di  Santa  Trinità  a  casa  i  Frescobaldi 
oltrarno,  e  in  ciò  adoperò  molto  il  procaccio  di 
Lamberto  Frescobaldi,  il  quale  era  nel  popolo  grande 
anziano ,  ed  egli  e"  snoi  venuti  in  grande  stato  e 
ricchezza. 

CAPITOLO  LI. 

Come  i  Fiorentini  presono  il  castello  di  Fegghine. 

Nel  detto  tempo,  essendo  gli  usciti  ghibellini 
di  Firenze  col  conte  Guido  Novello  della  casa  de* 
conti  Guidi  ritratti  nel  castello  di  Fegghine,  il  quale 
era  molto  forte,  e  rubellatolo  al  comune  di  Firenze, 
essendo  V  oste  de*  Fiorentini  fuori  sopra  i  Pisani, 
come  detto  è  di  sopra ,  tornata  la  detta  oste  vitto- 
riosamente in  Firenze,  incontanente  sanza  soggiorno 


andarono  e  puosonsi  ad  oste  a  Fegghine,  e  a  quella 
dirizzarono  dificii,  e  diedonvi  aspre  battaglie;  aUt 
fine  s"  arrenderò  a  patti  d"  andarne  sani  e  salvi  il 
conte  co"  forestieri,  e"  ghibellini  usciti  di  tonare  la 
Firenze  per  pace  ;  e  ciò  fu,  perchè  più  casati  goelfi 
eh*  erano  terrazzani  di  Fegghine  non  piacendo  loro 
la  signoria  de*  ghibellini,  cercaro  il  detto  trattato.  E 
chi  disse  che  quegli  della  casa  de"  Francesi,  per  mo- 
neta che  ebbono  da"  Fiorentini,  avevano  ordinato  di 
dare  loro  il  castello  ;  per  la  qual  cosa  il  conte  e  gU 
usciti  di  Firenze  vennero  a*  detti  patti.  E  partitone 
il  conte  e  sua  gente,  la  terra  fu  contro  a"  patti  ra* 
bata  e  arsa  e  abbattuta,  e  ciò  fu  alla  signorìa  del 
detto  messer  Filippo  degli  Ugoni  di  Brescia,  del  nefe 
d" agosto  gli  anni  di  Cristo  1252. 

CAPITOLO  Ln. 

Come  i  Sanesi  furono  sconfitti  da'"  Fiorentini  a  Mon^ 

talcino. 

Nel  detto  tempo,  essendo  Toste  de*  Fiorenliu 
a  Fegghine,  i  Sanesi  andarono  ad  oste  a  Montalcino, 
il  quale  era  raccomandato  del  comune  di  Firenze  per 
gli  patti  della  pace  tra"  Fiorentini  e"  Sanesi,  e  molto 
aveano  istretto  il  castello  con  battaglie  e  dificii,  e 
ciò  sentendo  i  Fiorentini,  incontanente  v*  andarono  al 
soccorso,  e  combatterò  co"  Sanesi  e  sconfissongli,  e 
molti  ne  furono  morti  e  presi,  e  per  gli  Fiorentini 
fu  guemito  Montalcino  ;  ed  era  podestà  di  Firenze  fl 
detto  messer  Filippo  degli  Ugoni;  ciò  fu  gli  anni  di 
Cristo   1252  del  mese  di  settembre.  E  tomaro  in 
Firenze  con  grande  vittoria  di  pia  battaglie  di  cam- 
po^, vinte  e  più  terre  e  castella;  ma  a  quello  tempo 
i  Fiorentini  erano  uniti  per  lo  buono  popolo,  e  an- 
davano in  persona  a  cavallo  e  a  pie  nelTosti,  e  eoa 
cuore  e  con  franchezza;  sicché  di   tutte  parti  bene 
avventurosamente  in  questo  anno  reoarono  trionfo  e 
vittoria  in  Firenze, 

CAPITOLO  Lin. 
Come  di  prima  si  feciono  in  Firenze  i  fiorim  delToro. 

Tornata  e  riposata  Toste  de"  Fiorentini  colle 
vittorie  dette  dinanzi,  la  cittade  montò  mollo  in  istato 
e  in  ricchezze  e  signoria,  e  in  gran  tranquillo:  per 
la  qual  cosa  i  mercatanti  di  Firenze  per  onore  del 
comune,  ordinaro  col  popolo  e  comune  che  ni  bat- 
tesse moneta  d"oro  in  Firenze;  e  eglino  promisono  di 
fornire  la  moneta  d*oro,  che  in  prima  si  batlea  mo- 
neta d' ariento  da  danari  dodici  Tuno.  E  allora  ai  co- 
minciò la  buona  moneta  d"oro  fine  di  ventiquattro 
carati,  che  si  chiamano  fiorini  d"oro,  e  contavasi 
Tuno  soldi  venti.  E  ciò  fu  al  tempo  del  delio  mesaer 
Filippo  degli  Ugoni  di  Brescia,  del  mene  di  novem- 
bre  gli  anni  di  Cristo.  1252. 1  quali  fiorini^,  gli  cito 
pesarono  una  oncia,  e  dalTuno  lato  era  la  ''mpronta 
del  giglio ,  e  dalT  altro  il  San  Giovanni.  Per  ca^ne 


*  battaglie  campali,  giornate. 

^  Qualche  stampa  reflfazzonata  legge:  de*  ^uaU  (lorim. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


95 


della  detta  nuova  moneta  del  fiorino  d^oro,  si  ci  ac- 
cadde una  bella  novelletta,  e  da  dover  notare.  Co- 
minciati i  detti  nuovi  fiorini  a  spargersi  per  Io  mon- 
do, ne  furono  portati  a  Tunisi  in  Barberìa;  e  recati 
dinanzi  al  re  di  Tunisi,  ch^era  valente  e  savio  signore, 
il  gli  piacquero  molto,' e  fecene  fare  saggio  ;  e  trovata 
di  fine  oro,  molto  la  commendò,  e  fatta  interpretare 
a'  suoi  interpetrì  la  ''mpronta  e  scritta  del  fiorino, 
trovò  dicea:  Santo  Giovanni  Battista,  e  dal  lato  del 
giglio,  Fiorenza.  Veggendo  era  moneta  di  cristiani, 
mandò  per  gli  mercatanti  pisani  cbe  allora  erano  là 
firanchi  e  molto  innanzi  al  re  ^  (e  eziandio  i  Fiorentini 
il  spacciavano  in  Tunisi  per  Pisani),  e  domandoUi 
che  città  era  tra^  cristiani  quella  Fiorenza  che  faceva 
i  detti  fiorini.  Rispuosono  i  Pisani  dispettosamente  per 
invidia,  dicendo:  sono  nostri  Arabi  fra  terra;  che 
tanto  viene  a  dire,  come  nostri  montanari.  Rispuose 
saviamente  il  re:  non  mi  pare  moneta  d^ Arabi;  o  voi 
Pisani,  quale  moneta  d'oro  è  la  vostra  ?  Allora  furono 
confusi  e  non  seppono  rispondere  :  domandò  se  tra 
loro  era  alcuno  di  Fiorenza;  trovowisi  uno  merca- 
tante d'oltrarno  ch'avea  nome  Pera^  Baldncci  discreto 
6  savio.  Lo  re  lo  domandò  dello  stato  e  essere  di 
Firenze,  cui  ì  Pisani  faceano  loro  Arabi  ;  lo  quale 
saviamente  rispuose,  mostrando  la  potenza  e  la  ma- 
gnificenza di  Firenze,  e  come  Pisa  a  comparazione, 
non  era  di  podere  né  di  gente  la  metà  di  Firenze,  e 
che  non  avevano  moneta  d'  oro,  e  che  il  fiorino  era 
guadagnato  per  gli  Fiorentini  sopra  loro  per  molte 
vittorie.  Per  la  qnal  cagione  i  detti  Pisani  furono  ver- 
gognati, e  lo  re  per  cagione  del  fiorino,  e  per  le 
parole  del  nostro  savio  cittadino,  fece  franchi  i  Fio- 
rentini, e  che  avessono  per  loro  fondaco  d*abitazio- 
ne  e  chiesa  in  Tunisi,  e  privilegiolli  come  i  Pisani. 
E  questo  sapemmo  di  vero  dal  detto  Pera,  uomo  de- 
gno di  fede,  che  ci  trovammo  con  lui  in  compagnia 
air  ufficio  del  priorato.  Tanno  di  Cristo  1316,  es- 
sendo egli  antico,  d' anni  90,  in  buona  prosperità  e 
senno. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  i  FiorenUm  feciono   oste  a  Pistoia  ed  elh- 
tfonhtj  e  poi  la  città  di  Siena^  e  presono  pie  loro 

castella. 

Negli  anni  di  Cristo  1 253  i  Fiorentini  feciono  oste 
sopra  la  città  di  Pistoia,  che  si  tenea  a  parte  ghibel- 
lina, e  guastarla  intomo  intorno  per  modo  che  neuno 
potea  uscire,  e' Pistoiesi  veggendosi  cosi  assediati, 
ganza  speranza  di  soccorso  o  aiuto  neuno,  si  si  ar- 
renderono, a  patti  di  rimettere  i  loro  usciti  guelfi  in 
Pistoia,  e  che  i  Fiorentini  vi  facessero  uno  castello 
il  quale  fosse  in  sulla  porta  che  viene  da  Firenze,  e 
quello  si  facesse  guardare  per  gli  Fiorentini  ;  e  così 
fu  fatto  forte  e  bello,  con  tutto  che  assai  dispiacesse 
a^ Pistoiesi;  ma  tuttora  si  tenne  per  i  Fiorentini  in- 
finochò  durò  il  buono  popolo  vecchio.  Ma  dopo  la 
sconfitta  di  Montaperti,  tornati  i  ghibellini  in  Pistoia, 
ai  disfece  il  detto  castello  per  gli  Pistoiesi.  E  tornata 


I  Ihttehi  di  gravensa  e  nella  grazia  del  re. 
*  Qualche  stampa:  Perla, 


la  detta  felice  oste  a  Firenze,  incontanente  andarono 
sopra  la  dttà  di  Siena  e  diedono  il  guasto,  e  anda- 
rono infino  al  castello  di  Montalcino  eh*  ò  di  là  da 
Siena,  e  contra  la  forza  de'  Sanesi  guernirono  il 
detto  castello,  impercioccb'  era  a  loro  lega  e  acco- 
mandagione,  e  presono  Rapolano  e  più  altre  castella 
e  fortezze  de' Sanesi,  e  tornarono  in  Firenze  con 
grande  onore;  e  a  quello  tempo  era  podestà  di  Fi- 
renze messer  Paolo  da  Soriano. 

CAPITOLO  LV. 

Come  i  Fiorentini  feciono  oste  a  Siena^  e"*  Sanesi 
feciono  le  comandamenta  e  fu  pace  tra  loro. 

Neil'  anno  seguente  1254,  essendo  podestà  di  Fi- 
renze messer  Guiscardo  da  Pietrasanta  di  Milano,  1  Fio- 
rentini ^feciono  oste  per  comune  sopra  la  città  di  Siena 
e  puosono  il  campo  e  assedio  al  castello  di  Nontereg- 
gioni,  e  di  certo  V  avrebbono  avuto,  perocché  i  Tede- 
schi che  '1  guardavano,  erano  in  trattato  di  renderlo  per 
lire  cinquantamila  di  soldi  venti  il  fiorino  d' oro  ;  e  tro- 
varo  gli  anziani  in  una  notte  sola  venti  cittadini  che 
ciascuno  ne  proflferse  mille,  senza  quelli  delle  minori 
somme  ;  si  erano  allora  i  cittadini  in  buona  disposi- 
zione per  lo  bene  del  comune  I  Ma  i  Sanesi  per  non 
perdere  Montereggioni  feciono  le  comandamenta  de^ 
Fiorentini,  e  fu  fatta  pace  tra  loro  e*^  Sanesi,  e  al 
tutto  quetaro  ^  a'  Fiorentini  il  castello  di  Montalcino. 

CAPITOLO  LVI. 

Come  i  Fiorentini  ebbono  il  castello  di  Poggiboniw^ 
e  quello  di  Mortennana. 

Nel  detto  anno  partitasi  la  detta  bene  avven- 
turosa oste  de'  Fiorentini  di  su  il  contado  di  Siena, 
si  ebbono  il  castello  di  Poggibonizzi  a  patti,  e  poi 
il  castello  di  Mortennana  degli  Squarcialupi  ebbono 
per  forza  e  per  ingegno,  eh'  era  rubellato  da'  Fio- 
rentini ;  e  coloro  che  prima  v'  entrarono  dentro,  fu- 
rono fatti  franchi  in  perpetuo  da' Fiorentini. 

CAPITOLO  LVU. 

Come  i  Fiorentini  sconfissono  i  Volterrani^  e  com^ 
battendo  presono  la  città  di  Voltetra, 

Come  la  detta  oste  si  parti  da  Poggibonizzi, 
senza  tornare  in  Firenze,  andò  sopra  la  città  di  Vol- 
terra che  la  teneano  i  ghibellini,  e  giugnendo  la  detta 
oste  su  per  le  piagge  e  vigne  di  Volterra  guastando, 
per  intendimento,  che  come  l' avessono  guasta,  tor- 
narsi a  Firenze,  con  ciò  fosse  che  la  città  di  Vol- 
terra fosse  delle  più  forti  terre  d'Italia,  avvenne 
come  piacque  a  Dio  una  bella  e  improvvisa  vittoria 
a'  Fiorentini  :  eh'  e'  Volterrani  veggendo  l' oste  presso 
alle   porte   della  loro  città,   con  grande  rigoglio  e 


'  rilasciarono ,  cedettero.  Qu^are  vale  far  fine  o  que- 
tanzOf  riUuciairt  ecc.  Vedi  al  e  Xd  di  questo  libro:  Qtie- 
ioH  ogni  servigio. 


96 


CRONiqiE 


baldanza  latta  la  buona  gente  della  terra  uscirò  fuori 
alla  battaglia  sanza  niuno  buono  ordine  dì  guerra  o 
capitanerìa,  e  assalirò  i  Fiorentini  molto  aspramente, 
e  assai  gli  danneggiaro  per  lo  vantaggio  della  scesa 
del  poggio.  Na  il  buono  popolo  de'  Fiorentini  molto 
vigorosamente  sostennero  la  battaglia,  e  cominciato 
r  assalto,  la  cavallerìa  de*  Fiorentini  pinse  al  poggio 
alPaiuto  del  popolo  che  combatteano  co'  Volterrani, 
per  modo,  che  per  forza  gli  misono  in  volta  e  in 
iseonfitta;  e  fuggendo  i  Volterrani  per  ricoverare  nella 
città,  ch'erano  le  porte  aperte,  i  Fiorentini  mischiati 
co'  Volterrani,  combattendo  con  loro  e  cacciando  in- 
sieme, sanza  grande  contrasto  si  misono  dentro  alle 
porte;  e  quegli  ch'erano  alla  guardia  veggendo  i 
loro  cittadini  tornare  in  iseonfitta,  si  misono  alla  fuga 
per  modo  che  ingrossando  la  gente  de'  Fiorentini 
presono  le  porte,  e  le  fortezze  di  sopra  guemirono 
di  loro  gente  ;  e  entrati  dentro,  incontanente  corsono 
la  città  sanza  contrasto  niuno,  anzi  vennono  loro  in- 
contro il  vescovo  con  tutto  il  cherìcato  della  città 
colle  croci  in  mano,  e  le  donne  della  città  scapigliate, 
gridando  pace  e  misericordia.  Per  la  qual  cosa  i  Fio- 
rentini entrati  nella  terra,  non  vi  lasciarono  fare  nulla 
ruberìa,  né  micidio,  né  altro  mallficio,  se  non  che  a 
loro  guisa  rìformaro  la  signoria,  e  poi  ne  mandarono 
fuorì  i  caporali  de' ghibellini.  E  questo  fu  del  mese 
d'agosto  gli  anni  di  Cristo  1254,  alla  delta  signoria 
di  messer  Guiscardo  da  Pietrasanta. 

CAPITOLO  LVIU. 

Come  i  Fioreniini  andato  ad   oste  sopra  Pisa^  e' 
Pisani  feciono  le  toro  comandamenta. 

Come  i  Fiorentini  ebbono  riformata  la  città  di 
Volterra  a  loro  volontà,  sanza  tornare  in  Firenze,  la 
loro  bene  avventurosa  oste  andarono  sopra  la  città 
di  Pisa.  I  Pisani  avendo  intese  le  villorìe  de'  Fioren- 
tini, e  la  presa  della  forte  città  di  Volterra,  isbigot- 
titi  molto,  mandarono  loro  ambasciadori  all'oste  de' 
Fiorentini  colle  chiavi  in  mano  in  segno  d'umiltà, 
per  trattare  di  pace,  e  fare  il  piacere  de' Fioreniini  ; 
la  qual  pace  fu  accettata  in  questo  modo  :  eh'  e'  Fio- 
rentini a  perpetuo  fossono  franchi  in  Pisa,  sanza  pa- 
gare niente  di  gabella  né  di  niuno  dirìtto  di  nulla 
mercatanzia  eh'  entrasse  o  uscisse  di  Pisa  per  mare 
0  per  terra,  e  che  i  Pisani  terrebbono  il  peso  di  Fi- 
renze e  la  misura  de' panni,  e  una  lega  di  moneta,  e 
di  non  esser  contradii,  né  fare  guerra  a'  Fiorentini,  né 
dare  aiuto  prìvato  o  palese  a'  loro  nemici;  e  per 
patto  domanderò  la  terra  di  Piombino  o  '1  castello  di 
Ripafratta.  E  sentendo  ciò  i  Pisani  furono  molto  cruc- 
ciosi, spezialmente  perché  i  Fiorentini  non  prendes- 
sero Piombino  per  cagione  del  porto>  e  disdire  non 
poteano.la  rìchiesta  de' Fiorentini.  Uno  Pisano  ch'avea 
nome  Vemagallo  disse  :  se  noi  vogliamo  ingannare  i 
Fioreniini,  mostrianne  più  teneri  di  Ripafratta  che  di 
Piombino,  e  eglino  per  prendere  più  tosto  quello  che 
più  ci  spiaccia,  e  per  più  infestamento  '  de'  Lucchesi 


*  molestia,  importunità,  n  Testo  Davauzati  lascia  il  j>u^. 
Noi  andiamo  colla  Crosca. 


prenderanno  Ripafratta  ;  e  così  avvenne^  e  Ripaflratti 
presono,  e  poco  appresso  i  Fiorentini  la  donaro  a'Lac- 
chesf.  E  ciò  fu  poco  senno  per  gli  Fiorentini,  ch'a- 
vendo Piombino,  é  porto  in  mare,  e  la  signorìa  di 
Volterra,  troppo  n'  accrescea  la  città  di  Firenze.  E 
per  ciò  tenere  fermo,  diedono  i  Pisani  «'Fiorentini 
cinquanta  stadichi  de'  migliorì  uomini  di  Pisa,  i  quali 
ne  vennero  in  Firenze  ;  ma  poco  tempo  i  delti  Pisani 
attennero  la  detta  pace.  E  ciò  fatto  per  gli  Fioren- 
tini, la  detta  felice  e  bene  avventurosa  oste  toraò  in 
Firenze  con  grande  trìonfo  e  onore  ;  e  ciò  fo  del 
mese  di  settembre,  gli  anni  di  Crìsto  1254,  essendo 
podestà  di  Firenze  il  detto  messer  Guiscardo  da  Pie- 
trasanta  di  Milano.  E  il  detto  anno  fu  per  gli  Fioren- 
tini chiamato  T  anno  vittorioso  ;  ohe  ciò  che  per  la 
detta  oste  s'imprese  di  fare,  venne  loro  bene  fatto, 
e  con  grande  vittoria  e  onore.  Lasceremo  alquanto 
de' fatti  di  Firenze,  e  diremo  d'altre  novitadi  state 
ne' detti  tempi  in  diverse  parti  brievemente. 

CAPITOLO  LIX. 

Come  il  grande  cane  de""  Tarlati  $%  fece  cristiano^ 
e  mandò  sua  oste  col  fratello  sopra  i  saracini  tu 

Sorta. 

Negli  anni  di  Cristo  1254,  Magno  nipote  che 
fu  di  Hoccata  cane  imperadore  de' Tartari,  a  rìchiesta 
e  ammaestramento  del  re  Aiton  d'Erminia  si  fece 
battezzare  cristiano,  e  col  detto  re  d'Erminia  mandò 
Aloon  suo  fratello  con  grandissimo  esercito  di  Tar- 
tari a  cavallo  per  conquistare  la  Terra  Santa,  e  ren- 
derla a'  crìstiani.  E  vegnendo  per  lo  reame  di  Persia, 
isconfisse  il  calif  di  Baldacca  (ciò  era  il  papa  de'  sa- 
racini) e  prese  il  detto  calif  e  la  città  di  Baldacca, 
che  anticamente  fu  la  grande  Babilonia  chiamata,  e  1 
detto   calif   mise   in   pregione  nella  camera  del  suo 
tesoro  medesimo,  la  quale  era  la  più  rìcca  d'oro  e 
d*  argento  e  di  pietre  preziose  che  fosse  al  mondo, 
e  per  avarizia  non  avea  soldati,  cavalieri  e  genti  a 
sua  difensione.  Per  la  qual  cosa  il  detto  imperadore 
de' Tartari  gli  disse,  che  del  suo  tesoro  ohe  s'avea 
serbato  convenia  che  mangiasse,  e  vivesse  sania  altra 
vivanda;  e  cosi  tra  quello  tesoro  morì  di  fame:  e  ciò 
fu  gli  anni  Cristo  1256.  Appresso  il  detto  Aloon  col 
re  d'Ermi.nia  discesono  in  Sorìa,  vegnendo  conqui- 
stando le  province  e  terre  de' saracini,  e  per  forza 
presono  la   città  d'Aleppo,  e  quella  di  Damasco  e 
Antiocchia,  che  teneano  i  saracini;  e  il  soldano  d'Alep- 
po fu  preso,  e  tutto  suo  paese  distrutto  :  e  ciò  fa  gli 
anni  di  Crìsto  1260.  Ma  ciò  fatto,  non  compiè  di  rac- 
quistare  Gerusalem,   perch'  ebbe  novelle  che  Manzo 
cane  imperadore  suo  fratello  era  morto;  e  per  esser 
egli  gran  cane,  cioè  in  nostra  lingua  grande  impera- 
dore, tornò  in  suo  paese,  e  lasciò  il  conquisto  della 
detta  Terra  Santa. 

CAPITOLO  LX. 

Come  si  cominciò  la  prima  guerra  tra''  Gemacesi 

e'  ViniwuU, 

Negli  anni  di  Crìsto  1256,  si  cominciò  nella  città 
d*  Acrì  in  Sorìa  la  guerra  tra^  Genovesi  e'  Vlnisiani, 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


67 


ptf  eagiooe  che  ciascuoo  di  loro  comuni  vi  volea  es-* 
sere  il  maggiore,  e  per  la  possessione  di  San  Giovanni^ 
<i*Acri,  che  dascnno  la  volea  ;  onde  derivò  molto  di 
naie  per  gli  tempi  appresso,  come  di  loro  fatti  fe- 
reno  menzione.  In  quella  rìotta^  i  Yiniziani  furono  so- 
perchiati da' Genovesi,  ma  ivi  a  due  anni  (ciò  fu  nel 
1258)  trovandosi  in  Acri  Tamiata  de'  Genovesi,  che' 
eraao  cinquanta  galee  e  quattro  navi,  furono  sconfitU 
dall'armata  de'  Viniuani,  e  prese  ventiquattro  galee, 
e  Biorti  più  di  millesettecento  Genovesi  ;  e  disfedono 
i  Yifliziani  la  ruga  de' Genovesi,  e  una  loro  bella  torre 
che  fi  chiamava  la  Mongioia,  e  recarne  delle  pietre 
ìoIìao  in  Vinegta  :  era  loro  ammiraglio  uno  di  quegli 
da  eà  Conno. 

CAPITOLO  LXI. 

Come  ti  coHie  Guido  Guerra  cacciò  la  parte  ghi- 
beUma   dT  Are%%o^  e  come  i  Fiorentini  la  vi 

rimisono. 

Negli  anni  di  Cristo  1255,  i  Fiorentini  in  ser- 
vigio degli  Orbietani,  i  quali  aveano  guerra  co' Vi- 
terbesi e  eon  gli  altri  loro  vicini  ghibellini  e  fedeli 
Mìo  'mperìo  e  di  Manfredi,  mandarono  loro  in  aiuto 
cinquecento  cavaUeri,  onde  feciono  capitano  il  conte 
Goido  Guerra  de'  conti  Guidi  ;  e  giunto  lui  in  Arezzo 
colla  detta  cavalleria,  sanza  volontà  o  mandato  del 
cornane  di  Firenze,  cacciò  d'Arezzo  la  parte  ghibel- 
lina, i  quali  Aretini  erano  in  pace  co'  Fiorentini.  Per 
hi  qaal  cosa  il  popolo  di  Firenze  adirato  contro  al 
detto  conte,  v'andarono  ad  oste  ad  Arezzo,  e  tanto 
vi  ftetlono,  ch'elli  ebbono  la  terra  a  loro  comanda- 
mento, e  rimisonvi  i  ghibellini,  e  '1  detto  conte  se  ne 
pary  ;  ma  n  volle  prima  dagli  Aretini  lire  dodicimila, 
le  quali  i  Fiorentini  prestarono  al  comnne  d'Arezzo, 
aia  non  so  s' elle  si  riebbono  mai.  B  in  qnesto  tempo 
■esser  AlanmiMio  della  Torre  di  Milano  era  podestà 
di  Firenze. 

CAPITOLO  LXU. 

Come  i  Pisani  rvppono  la  pace  ;  e  come  i  Fioren- 
tini gli  sconfisMono  al  ponte  al  Serchio, 

Negli  anni  di  Cristo  1 256,  ancora  essendo  pode- 
stà dì  Firesse  il  detto  messer  Alamanno,  i  Pisani  per  cal- 
do e  sodducimento  del  re  Manfredi,  mppono  la  pace 
ch'era  tra  loro  e'  Fiorentini  e' Lucchesi,  e  andarono 
sopra  il  contado  di  Lucca  a  oste  al  castello  del  ponte  al 
Scrduo  :  per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  andaro  ad  oste 
sopra  a  Pina  dalla  parte  di  Lucca  al  soccorso  del  detto 
castdio  ;  e  quivi  assaliti  i  Pisani  da'  Fiorentini  e  Luc- 
chesi furono  rotti  e  sconfitti  e  molti  morti,  e  presi 
pia  di  tremila,  e  annegati  nel  fiume  del  Serchio  in 
fraidc  qoaJilità.  E  ciò  fatto,  i  Fiorentini  vennero  ad 
oste  a  Pisa  infino  a  San  Iacopo  in  Valdiserchio,  e 
^àn  tagliaro  ano  grande  pino,  e  batterò  in  sul  ceppo 
dd  dello  pino  i  fiorini  d' oro  ;  e  per  ricordanza,  que- 
lli che  in  qnello  luogo  furono  coniati,  ebbono  per 
cootnssegna  Ira'  piedi  di  San  Giovanni  quasi  come  uno 
Meglio,  a  guisa  d' uno  piccolo  albero  ;  e  de'  nostri 


'  Testo  Dav.  Suht,    ^  contesa,  qaistìone. 


dì  ne  vedemmo  noi  assai  di  quelli  fiorini.  I  Pisani  ve- 
dendosi cosi  sconfitti  e  assediati,  feciono  pace  co' 
Fiorentini  e  co' Lucchesi,  con  ogni  reverenza  e  pat- 
ti eh'  e'  Fiorentini  seppono  divisare.  Intra  gli  altri 
patti  vollono  i  Fiorentini  in  servigio  de'  Lucchesi,  e 
ancora  per  avere  libera  la  piaggia  del  Mutrone  per 
le  loro  mercatanzie,  che  '1  castello  del  Mutrone,  che  'I 
teneano  i  Pisani,  fosse  a  loro  comandamento,  o 
fatto  0  disfatto,  come  piacesse  al  popolo  di  Firenze  ; 
e  ciò  si  fu  promesso  per  gli  Pisani.  E  essendo  so- 
pra a  ciò  tenuto  segreto  consiglio  tra  l'uficio  degli 
anziani  del  popolo  di  Firenze,  fu  preso  partito  che  '1 
Mutrone  si  dovesse  disfare  per  lo  migliore,  e  il 
dì  appresso  si  dovea  in  pubblico  parlamento  sen- 
tenziare. I  Pisani  temendo  eh'  e'  Fiorentini  non  giu- 
dicassero che  rimanesse  fatto  alla  signoria  de' Luc- 
chesi, si  mandarono  incontanente  in  Firenze  uno 
segreto  e  discreto  cittadino  con  danari  assai,  a  difen- 
dere, e  spendere  per  ciò  riparare.  E  trovando  in  Fi- 
renze il  più  grande  anziano  e  possente  in  popolo  e 
in  comune,  (era  Aldobrandino  Ottobuonì,  uno  franco 
popolano  da  San  Firenze)  segretamente  gli  fece  par- 
lare a  uno  suo  amico,  profferendogli  di  dare  quattro- 
mila fiorini  d'oro,  e  più,  se  ne  volesse,  e  egli  ado- 
perasse che  '1  Mutrone  si  disfacesse.  Il  buono  anziano 
Aldobrandino  udendo  la  promessa,  non  fece  come 
cupido  0  avaro,  ma  come  leale  e  virtuoso  cittadino  ; 
e  avvisandosi  che  il  consiglio  preso  il  di  dinanzi  per 
lui  e  per  gli  altri  anziani  di  disfare  il  Mutrone,  era  al 
piacere  de' Pisani,  e  potea  essere  a  danno  de'  Fioren- 
tini e  de'  Lucchesi,  si  tornò  al  consiglio  sanza  sco- 
prire la  promessa  che  gli  era  stata  fatta,  e  consigliò 
per  belle  e  utili  ragioni  il  contrario,  cioè  che  '1  Mu- 
trone non  si  disfacesse  ;  e  così  fu  preso  e  stanziato. 
E  nota  lettore  la  virtù  di  tanto  cittadino,  che  non 
essendo  troppo  ricco  d' avere,  ebbe  in  se  tanta  conti- 
nenza e  sincerità  per  lo  suo  comnne,  che  più  non  ebbe 
del  tanto  il  buono  romano  Fabrizio  del  tesoro  a  lui 
proffertó  per  gli  Sanniti;  e  però  ne  pare  degna  cosa 
di  fare  di  lui  memoria,  per  dare  buono  esemplo  a'no- 
stri  cittadini  che  sono  e  che  saranno,  d' essere  leali  al 
loro  comune,  e  d'amare  meglio  memoria  di  fama  di 
virtù,  che  la  corruttibile  pecunia.  11  detto  Aldobran- 
dino, come  piacque  a  Dio,  poco  tempo  appresso  mori 
in  tanta  buona  fama  per  le  sue  virtudiose  opere  falle 
per  lo  popolo,  e  '1  comune  per  non  essere  ingrato, 
feciono  grande  onore  al  suo  corpo  e  alla  sua  memoria, 
che  alle  spese  del  comune  feciono  fare  nella  chiesa  di 
Santa  Reparata  uno  monimento  di  marmo  levato  più 
che  ninno  altro,  e  in  quello  seppellire  il  suo  corpo  a 
grande  onore  ;  e  nel  detto  sepolcro  feciono  intagliare 
questi  versi: 

Fons  est  supremus  Aldobnmdinus  amoenus 
Ottoboni  natus,  ad  bona  euncta  datus. 
E  poi  dopo  la  sconfitta  da  Montaperti,  tornati  i 
ghibellini  in  Firenze,  e  rotto  il  popolo,  certi  per  em- 
piezza  di  parte  feciono  abbattere  la  detta  sepuitnra, 
e  trame  il  corpo  morto  di  tre  anni  passati,  e  farlo 
strascinare  per  la  città  e  gittare  a*  fossi.  E  però  an- 
cora nota  gli  atti  della  fallace  fortuna,  a  ricevere  la  sua 
memoria  indegnamente  sì  fatta  vergogna,  dopo  tanto 
degno  onore  ricevuto  per  lui  alla  sua  vita  e  alla  sua 

1 


98 


CRONICHE 


morte  ;  ma  faccendo  comparauone  aUa  sua  baona  fa- 
ma e  opere  di  virtù,  le  quali  oon  si  possono  torre  per 
la  fallace  ventura,  ogni  non  dovuta  vergogna  fatta  al 
suo  corpo,  fu  corona  perpetua  della  sua  buona  fama, 
e  obbrobrio  e  vergogna  degP  iniqui  e  malvagi  ope- 
ranti. 

CAPITOLO  LXIII. 

Come  i  Fiorentini  disfecero  la  prima  tolta  il  ca^ 

stello  di  PoggiboniMi, 

Negli  anni  di  Cristo  1257,  essendo  podestà  di 
Firenze  Matteo  da  Coreggio  di  Parma,  i  Fiorentini 
avendo  sospetto  del  castello  di  Poggibonizzi,  perchè 
teneano  parte  ghibellina  e  d'imperio,  ed  erano  in  lega 
co^  Sanesi,  che  allora  non  erano  amici  de'  Fiorentini, 
sì  v^  andarono  i  Fiorentini  subitamente,  e  entrati  nel 
castello,  presono  la  terra  per  disfare  le  mura  e  for- 
tezze. Per  la  qual  cosa  i  Poggiboniizesi,  eh'  erano  per 
loro  grande  comune^,  vennero  a  Firenze  colle  coregge 
in  collo  a  chiedere  mercè  al  comune  di  Firenze,  che  1 
castello  non  fosse  disfatto  ;  ma  invano  furono  le  loro 
richeste,  che  M  castello  per  gli  Fiorentini  fu  abbattuto 
e  disfatto. 

CAPITOLO  LXIV. 

IncidenMj   raccontando  uno  grande  miracolo  del 
corpo  di  Cristo  eh"  aevenne  nella  città  di  Parigi, 

Nei  detti  tempi,  regnando  in  Francia  il  buono  re 
Luis,  avvenne  uno  grande  miracolo  del  corpo  di  Cristo; 
che  celebrando  uno  prete  il  sacramento  in  una  cap- 
pella di  Parigi  presso  alla  sala  del  re,  come  piacque  a 
Dio,  apparve  in  sulle  mani  del  prete  alla  vista  delle 
genti,  in  luogo  dell'  ostia  sacra,  uno  piccolo  fanciullo 
molto  bello  e  grazioso,  il  quale  veduto  da  molti,  pre- 
garo  il  prete  U  sostenesse  infino  che  al  re  Luis  fosse 
fatto  assapere,  e  che  1  venisse  a  vedere;  cosi  fece, 
onde  molta  quantità  di  gente  entrasse  a  vedere.  E  es- 
sendo ciò  detto  al  re  Luis,  e  eh'  egli  v'  andasse  a  ve- 
derlo, rispuose  :  vadalo  a  vedere  chi  noi  crede,  ch^  io 
il  veggio  tutta>ia  nel  mio  cuore.  Per  ki  quale  risposta 
fu  commendato  molto  il  re  di  grandissimo  senno  e 
di  cattolica  fede. 

CAPITOLO  LXV. 

Come  il  popolo  di  Ftrewte  cacciò  la  prima  tolta 
i  ghibellini  di  FirenMy  e  la  cagione. 

Negli  anni  jdi  Cristo  1258,  essendo  podestà  di 
Firenze  messer  Iacopo  Bernardi  di  Porco,  all'uscita 
del  mese  di  luglio  quegli  della  casa  degli  liberti  con 
loro  seguito  de'  ghibellini,  per  sodducimento  di  Han- 
firedi,  ordinarono  di  rompere  il  popolo  di  Firenze, 
perchè  parea  loro  che  pendessono  in  parte  guelfa. 
Scoperto  il  detto  trattato  per  lo  popolo,  e  fatti  richie- 
dere e  citare  dalla  signoria,  non  vollono  comparire 
né  venire  dinanzi,  ma  la  famiglia  della  podestà  da 
loro  furono  duramente  fediti  e  percossi  ;  per  la  qual 


'  Tuttoché  fossero  per  sé  stessi,  seni' altra  forza,  no 
raggnardevol  comune,  o  stato. 


cosa  il  popolo  corse  ad  arme,  e  a  furore  oorsono  alle 
case  degli  liberti,  ov*  è  oggi  la  piazza  del  palagio  del 
popolo  e  de'  priori,  e  nocisonvi  Schìtttuazo  degli 
liberti,  e  più  loro  masnadieri  e  famigliari,  e  fu  preso 
Uberto  Caini  degli  liberti,  e  Mangia  degi'  Inlangati, 
i  quali  per  loro,  confessata  la  congiura  in  parlaoMito, 
in  Orto  San  Michele  fu  loro  tagliata  la  testa,  e  gli 
altri  della  casa  degli  liberti  con  più  altre  case  de* 
ghibellini  uscirono  di  Firenze.  I  nomi  delle  case  di 
rinomo  ghibelline   eh'  uscirono  di  Firenze,  furono 
queste  :    gli  liberti,   i  Fifanti,  i  Guidi,  gli  Anddei,  i 
Lamberti,   gli  Scolari,  e  parte  degli  Abati,  Capon- 
sacchi,   Migliorelli,   Soldanieri,   Infangati,    Ubriachi, 
Tedaldini,  Caligari,  que' della  Pressa,  Amieri,  que'da 
Cersino,   e'  Razzanti,   e  più  altre  case  e  schiatte  di 
popolari  e  grandi  scaduti,  che  tutti  non  si  possono 
nominare,  e  altre  case  de' nobili  ài  contado,  e  an- 
darne a  Siena,   la  quale  si  reggea  a  parte  ghibellina, 
e  erano  nemici  de'  Fiorentini  :  e  furono  disfatti  i  loro 
palagi  e  torri,  che  n^  aveano  assai,  e  di  quelle  pietre 
si  murarono  le  mura  da  san  Giorgio  oltrarno,  che  '1 
popolo  di    Firenze  fece  in   quelli  tempi  cominciare 
per  la  guerra  de'  Sanesi.  E  poi  del  mese  di  settembre 
prossimo  del  detto  anno,  il  popolo  di  Firenze  fece 
pigliare  l'abate  di  Valembrosa,  il  quale  era  gentile 
uomo  de'  signori  di  Beccheria  di  Pavia  in  Lombardia, 
essendoli  apposto,  che  a  peti^one  de' ghil>ellini  u- 
sdti  di  Firenze  trattava  tradimento,  e  quello  per  wm^ 
tiro   gli  fecero  confessare,    e  scelleraiaaiente  nella 
piazza   di  Santo  Apollinare   gli   feciono  a  grido  di 
popolo    tagliare  il  capo,  non  guardando  a  sua  di* 
gnità,  uè  a  ordine  sacro;   per  la  qual  cosa  il  co- 
mune di  Firenze  e'  Fiorentini  dal  papa  furono  sco- 
municati; e  dal  comune  di  Pavia,  ond'era  il  detto 
abate  e  da*  suoi  parenti  i  Fiorentini  che  passavano 
per  Lombardia   ricevevano  molto  danno  e  molestia. 
E   di  vero   si  disse,   che  'i   religioso  uomo  nulla 
colpa  avea,  con  tutto    che   di  suo  legnaggio  fosse 
grande  ghibellino.  Per  lo  quale  peccato,  e  per  molti 
altri  fatti  per  lo  scellerato  popolo  si  disse  per  molti 
savi,   che  Iddio   per  giudicio    divino  permise  ven- 
detta  sopra   il  detto  popolo  alla  battaglia  e  scon- 
fitta da  Montaperti,  come  innanzi  faremo  menzione. 
Il  detto  popolo  di  Firenze  che  in  quegli  tempi  res- 
se la  città,  fu  molto  superbo  e  d'alte  e  grandi  impre- 
se, e  in  molte  cose  fu  molto  trascotato  ';  bm  una 


'  spensierato,  trascareto  :  la  Crusoa  non  ha  che  trascu- 
tato ,  tra$cuiaMza  e  trateutaggine.  Questo  vocabolo ,  del 
pari  ohe  tr<tc§tatOf  traewtatOf  tracutanga  deriva  da  colo, 
che  vmleva  pensiero.  Colo  in  fatti  è  sincope  di  coUUo  oSoè 
cogitato ,  che ,  secondo  V  oso  degli  antichi  di  mutare  il 
participio  a  sostantivo,  vale  cogitamento  o  pensiero.  Aven- 
do noi  il  latino  cogito  e  ancora  l'halianissimo  vocabolo 
cogiUufUme^  non  è  egli  ridicolo  lambiccarsi  a  oereame  le 
orìgini  nel  proveaaale  caUf  —  TraaUaéo  e  trattato  oltre 
la  signilicazione  di  arroganUe,  prosuntuoso,  dovettero 
presso  gli  antichi  aver  anche  quella  di  trascotalo  o  tra»- 
curato  :  si  regga  quanto  sopra  l'autorità  del  Bembo  ne 
dieserò  i  deputati  alla  oorreilone  del  Dooammm*  (Amiot. 
pag.  4).  Come  Iroecttroto  nel  Boceaodo  e  nel  Saeehetti 
vai  pure  tracotato  o  insolente  (Boec,  nov.  74  •  S^ecK, 
nov.  m),'  così  questo  stava  talvolta  per  quel  vocabolo.  Ha 
tracotato  nel  senso  di  trascuratOf  negUgmte^  mancherebbe 
alla  Crusca. 


DI  GIOVANNI  VIILANI. 


09 


cola  dibono  i  rettori  di  quello,  cbe  farono  molto 
leidi  e  diritti  a  conraDe;  e  perchè  ntio  ch'era  an-* 
siano  fece  ricofliere  e  mandoUo  in  sua  villa  uno 
cancello  ch'era  stato  della  chiusa  del  leone,  e  an- 
dava per  lo  fango  per  la  piazza  di  San  Giovanni, 
si  ne  fn  condannalo  in  lire  mille,  e  siccome  fro- 
datore d^le  cose  del  comune. 

CAPITOLO  LXVI. 
Come  gU  ÀreUm  presono  e  dUfedano  Cortona, 

Negli  anni  di  Cristo  1259,  essendo  podestà 
d' Areno  messer  Stoldo  Giacoppi  de'  Rossi  di  Fi- 
renze, per  suo  senno  e  valenza  menò  gli  Aretini, 
e  di  notte  con  iscale  enlraro  in  Cortona,  la  quale 
era  molto  fortissima,  ma  per  la  mala  guardia  la  per- 
derò i  Cortonesi,  e  gli  Aretini  disfeciono  le  mura 
e  le  fortezze,  e  fedongli  loro  suggetti;  onde  i  Fio- 
rentini, i  quali  erano  a  loro  lega,  furono  molto  cruc- 
ciosi, e  recarsi  che  gli  Aretini  avessono  rotta  loro 
pace. 

CAPITOLO  LXVIl 

Qome  •  Fiorentini  presono  e  disfeciono  il  castello 

di  Gressa, 

Per  la  detta  cagione  i  Fiorentini,  il  febbraio 
vegnente  del  detto  anno,  andarono  ad  oste  a  uno 
castello  del  vescovo  d'Arezzo,  cb'avea  nome  Gres- 
la,  molto  forte  con  due  cinte  di  mura,  in  Casen- 
tÌDO,  e  quello  per  forza  e  per  assedio  ebbono,  e  poi 
il  feciono  disfare.  Era  podestà  di  Firenze  messer  Da- 
nese Crevelli  di  Milano. 

CAPITOLO  LXVIIL 

Cerne  il  popolo  di  Firenze  prese  i  castelli  di  Ver- 

iiùi,  e  di  Mangona, 

E  poi  tornata  la  detta  oste,  incontanente  an- 
daro  ad  oste  sopra  il  castello  di  Vernia  de'  conti 
Alberti,  e  quello  per  assedio  ebbono  e  disfeciono; 
e  presono  il  castello  di  Mangona,  e  le  genti  e'fe- 
ddi  fedoDo  giurare  alla  fedeltà  e  ubbidienza  del 
popolo  e  comune  di  Firenze,  dando  ogni  anno  per 
San  Giovanni  certo  censo  al  comune.  La  cagione  di 
ciò  fu,  che  essendo  il  conte  Alessandro  (cbe  di 
ragione  o'  era  signore)  piccolo  garzone,  il  conto 
NapokoBo  suo  consorto  e  ghibellino  (imperciocché 
egli  era  alla  sua  guardia  del  popolo  di  Firenze)  si 
gli  tolsoBO  le  dette  castella,  e  guerreggiavano  i  Fio- 
rentiiii,  e  per  lo  popolo  di  Firenze,  per  lo  modo 
detto,  fbreno  racquistate;  per  la  qual  coso  rinve- 
stironiM  poi  il  eonte  Alessandro,  quando  i  guelfi  tor- 
narono in  Firenze:  non  volendo  esser  figliuolo  d'in- 
grt^tndine^   si  donò  e  fece  testamento  inttrtivo  ', 


*  CorrasSeoe  del  modo  latino  tntor  i-woty  onde  T^Mtor^, 
^mmt  mtennvo^  vidt  mettere  «Hnd  (con  testamento  o  atto 
^  doBAàoac)  nel  poeseeeo  d'alcnn  nostro  bene,  in  modo 
^  non  poterlo  pia  Alienare,  quand'anche  ce  ne  riaorbas- 
*ino,  TircndOy  Fosnihitto. 


che  s' e'  due  snoi  figlinoli  Nerone  e  Alberto  morìs- 
sono  senza  rede  maschi  e  legittimi,  lasciava  i  detti 
Vernia  e  Mangona  alla  massa  della  parte  guelfe  di 
Firenze,  e  ciò  fu  gli  anni  di  Crbto  1273. 

CAPITOLO  LXIX. 

Inciden%a^  de''  fatti  che  furono  in  Firenze  al  tempo 

del  popolo  '. 

Al  tempo  del  detto  popolo  di  Firenze,  fu  al 
comune  presentato  uno  bellissimo  e  forte  leone,  il 
quale  era  inohiuso  nella  piazza  di  San  Giovanni. 
Avvenne  che  per  mala  guardia  di  quegli  '  che  'I 
custodiva,  uscì  il  detto  leone  della  sua  stia  corren- 
do per  la  terra,  onde  tutta  la  città  fu  commossa 
di  paura.  Capitò  in  Orto  San  Michele,  e  quivi  prese 
uno  fanciullo  e  tenealsi  tra  le  branche:  udendolo  la 
madre  che  non  n'  avea  più,  e  questo  fanciullo  le 
rimase  in  ventre  quando,  il  padre  gli  fu  morto,  come 
disperata,  con  grande  pianto  scapigliata  corse  con- 
tra  il  leone,  e  trassegli  il  fanciullo  tra  le  branche, 
e  '1  leone  nullo  male  fece  né  alla  donna  nò  al 
fanciullo,  se  non  eh'  egli  guatò,  e  ristettesi.  Fu 
questione  qual  caso  fosse,  o  la  gentilezza  della  na- 
tura del  leone,  o  la  fortuna  riserbasse  la  vita  del 
detto  fanciullo  perchè  poi  facesse  la  vendetta  del 
padre,  com'egli  fece,  e  fu  poi  chiamato  Orlanduc- 
cio  del  leone  di  Calfette.  E  nota,  che  al  tempo  del 
detto  popolo,  e  in  prima,  e  poi  a  gran  tempo,  i 
cittadini  di  Firenze  viveano  sobrii,  e  di  grosse  vi- 
vande, e  con  piccole  spese,  e  di  molti  costumi  e 
leggiadrìe  grossi  e  ruddi:  e  di  grossi  drappi  ve- 
stieno  loro  e  le  loro  donne,  e  molti  portavano  le 
pelli  scoperte  sanza  panno,  e  colle  berrette  in  capo, 
e  tutti  con  gli  usatti  '  in  piede,  e  le  donne  fio- 
rentine co'  calzari  sanza  omameny,  e  passavansi  le 
maggiori  d' una  gonnella  ^  assai  stretta  di  grosso 
scarlatto  d' Ipro,  o  di  Camo,  cinta  ivi  su  d'  uno 
scaggiale  ^  all'antica,  e  uno  mantello  foderato  di 
vaio  col  tassello  ^  sopra,  e  portavanlo  in  capo;  e 
le  comuni  donne  vestite  d' uno  grosso  verde  di  Cam- 
bragio  per  lo  simile  modo,  e  lire  cento  era  comune 
dota  di  moglie,  e  lire  dugento  o  trecento  era  a 
quegli  tempi  tenuta  isfolgorata  ^;  e  le  più  delle 
pulcelle  aveano  venti  o  più  anni,  anzi  eh'  andas- 
sono  a  marito.  Di  sì  fatto  abito  e  di  grossi  co- 
stumi erano  allora  i  Fiorentini,  ma  erano  di  buona 
fé  e  leali  tra  loro  e  al  loro  comune,   e  colla  loro 


*  11  Villani  prese  qnaei  alla  lettera  dal  Malispini  questo 
capitolo. 

'  Nota  quegli  nel  secondo  caso.  Dante  lo  usa  pure  nel 
caso  obliquo  (Porg.  3):  Piangendo  a  qim  che  volentim'  per- 
ctonti.  n  Paasavanti:  a  qutgìi  che  Vicario  di  Cristo  è  nella 
Chiesa.  D  codice  Moreni  qui  legge:  di  quello  che  lo  stu» 
diava, 

'  calzari  di  cuoio,  oggi  edvolL 

*  si  contentavano  d'nna  gonnella. 

^  Cintura  di  cuoio  con  fibbia,  e  dioeai  anche  echeggiate. 

*  n  taseéUot  a  somi^^ianaa  del  cappuccio,  era  un  pezzo 
di  panno  attaccato  di  fiiora  sotto  il  bavero  del  mantello; 
e  portavaai  talora  in  capo;  foggia  oggidì  dlsnuta.  Foderato 
di  raso  vale  soppcamato, 

^  smoderata)  disorbitante. 


100 


CRONICHE 


grossa  vita  e  povertà,  fecioDO  maggiori  e  più  vir- 
tadiose  cose,  che  non  sono  fatte  a^  tempi  nostri  con 
più  morbidezxa  e  con  più  rìcc^eEza. 

CAPITOLO  LXX. 

Come   ii  Paglialoco  '  imperadore   de^  Greci  iohe 
Costantinopoli  a"  Franceschi  e  a^  FtiMMont. 

Nel  detto  anno  di  Cristo  1259  la  città  di  Co- 
stantinopoli, là  quale  fu  conquistata  per  gli  France- 
schi e  per  gli  Viniziani,  cone  addietro  facemmo  men- 
zione, essendone  imperadore  Baldovino  nato  della 
casa  di  Fiandra,  il  Paglialoco  imperadore  de*  Greci 
colla  forza  de*  Genovesi,  i  quali  con  loro  galee  e  na- 
vilio  r  alaro  per  dispetto  de^  Viniziani  loro  nemici, 
fu  presa,  e  cacciatine  i  Franceschi,  e*  Viniziani,  e  tutti 
i  Latini,  e  mai  poi  non  n*  ebbono  signoria,  e  a*  Ge- 
novesi donò  il  Paglialoco  molto  tesoro,  e  diede  per 
loro  stanza  la  terra  che  si  chiama  Pera,  la  quale  è 
presso  di  Costantinopoli  in  sul  corno  del  golfo,  non 
fidandosi  eh*  eglino  né  altri  Latini  avessono  fortezza  in 
Costantinopoli. 

CAPITOLO  LXXI. 

D*  una  grandissima    battaglia   che   fu   tra  gli  re 
(f  Ungheria  e  queUo  di  Boemia. 

Nell'anno  1260,  essendo  grande  discordia  tra*l 
re  d*  Ungheria  e  quello  di  Boemia  per  certe  terre 
ìnfraMoro  confini,  il  re  d"  Ungheria  entrò  nel  reame 
di  Boemia  con  più  di  ottantamila  uomini  a  cavallo, 
che  Ungheri,  e  Cumani,  e  Bracchi,  e  Alani,  la  mag- 
giore parte  pagani  Lo  re  di  Boemia  si  fece  loro  in- 
contro con  più  di  centomila  uomini  a  cavallo,  ma 
nota,  che  tutti  vanno  a  cavallo  in  su  ogni  ronzino 
ferrato  o  isferrato,  si  nominano  per  cavalieri,  ma  in- 
fra questi  n^  ebbe  bene  settemila  a  grandi  cavalli  co- 
verti di  maglia  di  ferro.  E  cominciata  la  grande  bat- 
taglia a*  confini  de*  detti  reami,  per  la  moltitudine  e 
discorso  ^  de'  cavalli,  si  levò  si  grande  polvere,  che 
di  mezzodì  si  fece  al  oscura  Taria,  che  l'uno  non 
conosceva  V  altro.  Alla  fine  essendo  il  re  d*  Ungheria 
duramente  fedito,  gli  Ungheri  si  misono  in  fuga,  e 
al  trapasso  d*una  riviera  più  di  quattordicimila,  si 
dice,  che  n*  annegaro.  E  dopo  la  detta  sconfitta,  il  re 
di  Boemia  entrato  in  Ungheria,  per  solenni  amba- 
sciadori  degli  Ungheri  fu  richiesto  di  pace,  il  quale 
rannate  le  terre  ond*era  il  contrasto,  si  fermò  con 
matrimonio  tra  loro. 

CAPITOLO  LXXn. 

Come  il  grande  tiranno  ÀMiolino    da  Romano  fu 
sconfitto  da"  Chermonesi^  e  morì  in  pregiane. 

Nel  detto  anno  1260,  Azzolino  di  Romano,  cioè, 
d*uno   castello  di  Tre^'igiana,  dal  marchese  Pallavi- 


'  Storpiatura  di  Paleologo^  cognome   d!   più   imperatori 
'  oriente.  Qui  per  altro  intende  dire  di  Michele  Paleologo. 


d'  oriente.  Qui  per 
*  discorrimento. 


cino  e  da*  Chermonesi  nel  contado  di  Milano,  presso 
al  ponte  di  Casciano  in  sul  fiume  d*Adda,  avendo 
con  seco  più  di  millecinquecento  cavalieri,  e  andava 
per  torre  la  città  di  Milano,  ta  sconfitto  e  fedito  e 
preso;  delle  quali  fedite  in  pregione  mono,  e  nel 
castello  d  Solcino  nobilemente  fu  soppellito.  Egli  tro- 
vava per  sua  profezia,  eh*  egli  dovea  morire  in  uno 
castello  del  contado  di  Padova,  ch*avea  nome  Ba- 
sciano,  e  in  quello  non  entrava;  e  quando  si  senti 
fedito  domandò  come  si  chiamava  il  luogo  :  fugli  detto, 
Casciano  ;  allora  disse  :  Casciano  e  Basdano  tutto  è 
uno  :  e  giudicossi  morto.  Questo  Azzoh'no  fti  il  più 
crudele  e  ridottato  tiranno  che  mai  fosse  fra*  cristiani, 
e  signoreggiò  per  sua  forza  e  tirannia  (essendo  di 
sua  nazione  della  casa  di  Romano  gentile  uomo) 
grande  tempo  tutta  la  Marca  di  Trevigi  e  la  città  di 
Padova  e  gran  parte  di  Lombardia  ;  e*  cittadini  di 
Padova  molla  gran  parte  consumò,  e  acceconne,  pur 
de*  migliori  e  de*  più  nobili  in  grande  quantità,  e  to- 
gliendo le  loro  possessioni,  e  mandogli  mendicando 
per  lo  mondo,  e  molti  altri  per  diversi  martini  e  tor- 
menti fece  morire,  e  a  un*  ora  undicimila  Padovani 
fece  ardere,  e  per  la  innocenza  del  loro  sangue,  per 
miracolo,  mai  poi  in  quello  non  nacque  erba  ninna; 
e  sotto  r  ombra  di  una  rudda  '  e  scellerata  giustizia 
fece  molti  mali,  e  fu  uno  grande  flagello  al  suo  tempo 
nella  Marca  Trevigiana  e  in  Lombardia,  per  pulire  * 
il  peccato  della  loro  ingratitudine.  Alla  fine,  come 
piacque  a  Dio,  vilmente  da  men  possente  gente  della 
sua  fu  sconfitto  e  morto,  e  tutta  la  sua  gente  si  sper- 
se, e  la  sua  signoria  venne  meno  e  suo  legnaggio. 

CAPITOLO  LXXIII. 

Come  furono  eletti  re  de^  Romani  il  re  di  Ca^ 
stello  e  Ricciardo  conte  di  Comotaglia, 

Nel  detto  anno,  essendo  d'assai  tempo  prima 
per  gli  elettori  dello  ^mperio  eletti  per  discordia  due 
imperadori,  V  una  parte  (ciò  furono  tre  deMettorì} 
elessono  il  re  Alfonso  di  Spagna,  e  V  altra  parte 
degli  elettori  elessono  Ricciardo  conte  di  Comova- 
glia  e  fratello  del  re  dlnghilterra  ;  e  perchè  il  reame 
di  Boemia  era  in  discordia,  e  due  se  ne  faceano 
re,  ciascuno  diede  la  sua  boce  alla  sua  parte.  E 
per  molti  anni  era  stata  la  discordia  de*  due  eletti, 
ma  la  Chiesa  di  Roma  più  favoreggiava  Alfonso  di 
Spagna,  acciocch*  egli  colle  sue  forze  venisse  ad 
abbattere  la  superbia  e  signoria  di  Manfredi:  per 
la  qual  cagione  i  guelfi  di  Firenze  gli  mandarono 
ambasciadorì  per  sommuoverlo  del  passare,  pro- 
mettendogli grande  aiuto  acciocché  favorasse  parte 
guelfa.  E  r  ambasciadore  fu  ser  Brunetto  Latini^ 
uomo  di  grande  senno  e  antoritade;  ma  innanzi 
che  fosse  fornita  F  ambasciata,  i  Fiorentini  furono 
sconfitti  a  Montaperti,  e  lo  re  Manfredi  prese  grande 
vigore  e  stato  in  tutta  Italia,  e  1  podere  deUa  parie 
della  Chiesa  n'abbassò  assai,  per  la  qual  cosa  Al- 
fonso di  Spagna  lasciò  la  *mpresa  dello  *mperio ,  e 
Ricciardo  d'Inghilterra  non  la  segulo. 


*  mda,  rude,  rozza,     '  Vedi  la  nota  a  pag.  Si,  eoi.  L 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


lOi 


CAPITOLO  LXXIV. 

Come  gli  uscUi  ghibellini  tU  Firenze  mandato   in 
Puglia  al  re  Manfredi  per  soccorso. 

In  questi  tempi  i  ghibellini  scacciati  di  Firenze  (ed 
erano  nella  città  di  Siena,  e  da^  Sanesi  erano  male 
aiutati  centra  i  Fiorentini,  imperciocché  non  aveano 
podere  contra  la  loro  potenzia)  si  ordinarono  tra 
loro  di  mandare  loro  ambasciadori  in  Puglia  al  re  Man- 
fredi per  soccorso.  1  quali  andati,  pure  de*  migliori  e 
pili  caporali  di  loro,  più  tempo  seguendo  ^ ,  Manfredi 
non  gli  spacciava,  né  udiva  la  loro  richiesta,  per 
molte  bisogne  ch'*avea  a  fare.  Alla  fine  volendosi 
partire,  e  prendendo  commiato  da  lui  molto  male 
contenti,  Manfredi  promise  loro  di  dare  cento  ca- 
valieri tedeschi  per  loro  aiuto.  I  detti  ambasciadori 
turbatisi  della  prima  profferta,  e  traendosi  a  consiglio 
di  fare  loro  risposta,  quasi  per  rifiutare  si  povero 
aiuto,  vergognandosi  di  tornare  a  Siena,  eh*  aveano 
speranza  che  desse  loro  aiuto  di  più  di  millecinque- 
cento cavalieri,  messer  Farinata  degli  liberti  disse: 
non  vi  sconfortate,  e  non  rifiutiamo  ninno  suo  aiuto, 
e'  sia  piccolo  quanto  si  vuole  ;  facciamo  che  di  grazia 
mandi  con  loro  la  sua  insegna,  che  venuti  a  Siena, 
noi  la  metteremo  in  tale  luogo,  che  converrà  ch^gli 
ce  ne  mandi  anche.  E  cosi  avvenne;  e  preso  il  sa- 
vio consiglio  del  cavaliere,  accettare  la  profferta  di 
Manflredi,  graziosamente  pregandole,  che  al  capitano 
di  loro  desse  la  sua  insegna,  e  così  fece.  E  tornati 
in  Siena  con  sì  piccolo  aiuto,  grande  schema  ^  ne 
fu  fatta  da'  Sanesi,  e  grande  isbigottimento  n*  ebbono 
gli  usciti  di  Firenze,  attendendo  troppo  maggiore 
aiuto  e  sussidio  da  Manfredi. 

CAPITOLO  LXXV. 

Come  U  comune  e  popolo  di  Firenze  feciono  una 
grande  oste^  infino  alle  porte  di  Siena  col 

carroccio. 

Avvenne  che  gli  anni  di  Cristo  1260,  del  mese 
di  maggio,  il  popolo  e  1  comune  di  Firenze  feciono 
oste  generale  sopra  la  città  di  Siena,  e  menarvi  il 
carroccio.  E  nota,  che  1  carroccio,  che  menava  il 
comune  e  popolo  di  Firenze,  era  uno  carro  in  su 
quattro  ruote  tutto  dipinto  vermiglio,  e  aveavi  su 
commesse  due  grandi  antenne  vermiglie,  in  su  le 
quali  stava  e  ventilava  il  grande  stendale  delFarme 
del  comune,  eh*  era  dimezzato  bianco  e  vermiglio,  e 
ancora  oggi  si  mostra  in  San  Giovanni,  e  tiravalo 
uno  grande  paio  di  buoi  coverti  di  panno  vermiglio, 
che  solamente-  erano  diputati  a  ciò,  e  erano  dello 
spedale  di  Pinti,  e  "1  guidatore  era  fhmco  in  comune. 
Questo  carroccio  usavano  i  nostri  antichi  per  trionfo 
e  dignità,  e  quando  s*  andava  in  oste,  i  conti  vicini 
e"  cavalieri  il  traevano  delP  opera  di  San  Giovanni,  e 
conduceanlo  in  sulla  piazza  di  Mercato  Nuovo,  e  po- 
sato per  me*  ^  uno  termine  che  ancora  v'  è  d'  una 


'  Molto  tempo  paucuidOf  modo  da -Avvertirsi  nel  Voca- 
bolario. 

*  ichemo.     '  per  mezzo. 


pietra  intagliata  a  carroccio,  sì  V  accomandavano  al 
popolo,  e*  popolani  il  guidavano  nelP  osti,  e  a  quello 
erano  diputati  in  guardia  i  migliori  e  più  forti  e 
virtudiesi  popolani  a  pie,  della  cittade,  e  a  quello 
s^  ammassava  tutta  la  forza  del  popolo.  E  quando 
Toste  era  bandita  uno  mese  dinanzi  dove  dovesse 
andare,  si  poneva  una  campana  in  suirareo  di  porte 
Sante  Marie,  ch*era  in  sul  capo  di  Mercato  Nuovo,  e 
quella  al  continuo  era  sonata  di  dì  e  di  notte,  e  per 
grandigia  di  dare  campo  al  nimico  ov*  era  bandita 
Toste,  che  s^ apparecchiasse.  E  chi  la  chiamava  Mar- 
tinella,  e  chi  la  campana  degli  asini.  E  quando  Toste 
de'  Fiorentini  andava,  si  sponeva  de  T  arco,  e  poneasi 
in  uno  castello  di  legname  in  su  uno  carro,  e  al 
suono  di  quella  si  guidava  Toste.  Di  queste  due 
pompe  del  carroccio  e  della  campana  si  reggea  la 
signorevole  superbia  del  popolo  vecchio  e  de'  no- 
tri  antichi  nelTosti.  Lasceremo  di  ciò,  e  torneremo 
come  i  Fiorentini  feciono  oste  sopra  I  Sanesi,  che 
presono  il  castello  di  Vicchio,  e  quello  di  Mezzano, 
e  Casciole,  ch'erano  de*  Senesi,  e  puosonsi  a  oste  a 
Siena  presso  all'antiporta  al  munistero  di  Santa  Pe- 
tronella,  e  fecionvi  fare  ivi  presso,  in  su  uno  pog- 
getto  rilevato  che  si  vedea  dalla  cittade,  una  torre, 
ove  teneano  la  campana  \  e  a  dispetto  de*  Sanesi,  e 
a  ricordanza  di  vittoria,  ripiena  di  terra,  vi  pianta- 
rono suso  uno  ulivo,  il  quale  infino  a*  nostri  di  an- 
cora v'  era.  Avvenne  in  quelle  assedio,  che  gli  u- 
sciti  di  Firenze  uno  giorno  diedono  mangiare  a'  Te- 
deschi di  Manfredi,  efattigK  bene  avvinazzare,  e  ineb- 
briare,  a  remore  caldamente  gli  fedone  armare  e  mon- 
tare a  cavallo  per  farli  assalire  Toste  de' Fiorentini  ; 
promettendo  loro  grandi  doni  e  paga  doppia  *,  e  ciò  fu 
fatto  cautamente  per  gli  savi,  seguendo  il  consiglio 
di  Farinata  degli  liberti  preso  infino  in  Puglia.  I  Te- 
deschi forsennati  e  caldi  di  vino  uscirono  fuori  di 
Siena,  e  vigorosamente  assalire  il  campo  de*  Fio- 
rentini, e  perch*erano  improvvisi  e  con  poca  guardia, 
avendo  la  forza  de*  nemici  per  niente,  con  tutto  ch'e' 
Tedeschi  fessone  poca  gente,  in  quello  assalto 
feciono  alToste  grande  danno,  e  molti  del  popolo 
e  della  cavalleria  in  quello  subito  assalto  feciono 
mala  vista,  fuggendo  per  tema  che  gli  assalitori  non 
fessone  maggiore  gente.  Ma  alla  fine  ravveggendosi, 
presono  Tarme,  e  la  difenza  centra  i  Tedeschi,  e  di 
quanti  n*nscirono  di  Siena  non  ne  scampò  ninno 
vivo,  che  tutti  furono  morti  e  abbattuti,  e  T  insegna 
di  Manfredi  presa  e  strascinata  per  Io  campo,  e  re- 
cata in  Firenze;  e  ciò  fatto,  poco  appresso  si  tornò 
T  oste  de*  Fiorentini  in  Firenze. 

CAPITOLO   LXXVr. 

Come  i  Sanesi  e  gli  usciti  ghibellini   di  Firenze 
ebbono  dal  re  Manfredi  in  loro  aiuto  il  conte  Gior- 
dano con  ottocento  Tedeschi, 

I  Sanesi  e  gli  usciti  di  Firenze  veggendo  la 
mala  prova  eh'  e'  Fiorentini  aveano  fatta  per  T  assalto 
di  sì  pochi  cavalieri  tedeschi,  avvisare  che  avendone 
maggior  quantità,  sarebbone  vincitori  della  guerra. 
Incontanente  si  provvidono  di  moneta,  e  accattare 


103 

dalla  e«npif>Ii  de' StlÌHbwì,  ch«  lUon  eruo  ner-  i 
nUnli,  rcMÌBik  Ianni  d' oro,  e  pwMOBO  loro  p^ao 
U  rocca  ■  TealBOBaaa,  e  più  altra  caatalla  del  co- 
■BBB,  e  riaUBdarOBO  loro  tnlwfciadorì  ia  Foglia 
colla  detta  «oruta  al  re  Haptredi  dicendo,  cove  la 
■Da  poca  gente  di  Tedeachi  per  loro  graade  vigore 
e  Taleoiia  •'erano  aieiai  ad  laaalire  tolta  l'oatc  de' 
Pioreotiai,  e  gran  parte  di  ^ella  nraaa  Ja  (kga  ;  ma 
M  più  foHoao  atali,  aveaao  b  viitori*  :  ma  per  !■ 
poc<  geole  eh'  eraoo,  talli  erana  rÌHa>i  Borii  al 
c»po,  e  la  aoa  inaegia  almcùata  e  vergognata 
per  lo  canpo,  e  in  Firease  e  intorno.  A  lìò  diaaone 
qnelle  ragioni  che  scppoao  meglio  per  iiaiuovere 
Manfredi,  il  quale,  inleaa  la  novella.  In  craccialo,  a 
colla  moneta  de'  Saneei,  cke  pagaro  la  melade  per 
Ire  neii,  e  t  ano  aoldo,  mandò  in  Toacaju  il  conte 
Giordano  mo  maliacalco  con  otlooento  cavaberi  te- 
deadu  co'  detti  anbaaeiadori,  ■  (piali  gìuniono  in 
Siena  aH'udta  di  loglio,  gli  arni  di  Crìsio  1260. 
e  da'  SiB«ai  farono  ricevuti  i  graa  feala,  e  eglino  e 
tolti  i  gUbeltìiu  di  Toacnna  ne  pre»oao  grande  vigore 
e  balduu.  B  giuati  in  Siena,  incontanente  i  Sancii 
bandirono  loro  oale  a<^ra  il  caitello  di  Hontalcino, 
il  qoale  era  acconudalo  '  del  cornane  di  Fireaie,  e 
mandaro  per  aiuto  a'Piiani  e  a  lutti  i  ghibellini  di 
ToKani,  sicché  co'caTalierì  di  Siena  e  cogli  Baciti 
dì  Firense  e  co'  Tedeachi  e  loro  amialade,  ai  tro- 
varono con  djciotlo  centinai*  di  cavalieri  in  Siena, 
che  la  maggior  parte  erano  Tedeachi. 


CAmOLO  LXXVII. 

Carnè  gli  meili  gkjbtltìmi  di  FinMe  ordùtaro  iTm- 

fiuiare  e  fare  tradérm  il  ctfanUM  e  popolo  di 

Fireiaa, 

Gli  Baciti  di  Fireue,  per  cui  trattato  «  opera 
il  re  Manfredi  a*ea  mandato  il  conte  Giordano  con 
Ottoeonto    cavalieri  ledeachi,   u    peaaaroBO    eh'  elli 
aveaao  fìttto  aienle,  ae  non  altraasaono  ì  Fioreo- 
tini  fuori  a  campo,  imperciocdié  i  aopraddetti  Te- 
deachi non  erano  pagati  per  piti  di  tro  meai,  e  gii 
n'era  pnuato  piii  d'uno  e  netEO  colla  toro  venula, 
ni  nonela  aon  aveano  d*  più  condncergli  ^,  né  al- 
lendennne  da    Manfredi;    e   paaaando    il   tempo    di 
loro  aoldo,  sanu  fare  alcuna  coia  si  tornavano  in 
Foglia,  con   grande    perìcolo  di  loro  alato.  Regio- 
naro    che   ciò    non   ai  potea  fornire  sanM  maestrìa 
e  inganno    di  guerra,    le   quale   indoatrìa    fu    com- 
messa in  mesaer  Farìnal*   degli  Ubarti,    e  messer 
inberti.  Costoro  sottilemenle 
rati  minon  loro  messaggi  al 
I    ionanii    gli   accossaro    con 
liena,  i  quali  iaflatamenle  fé- 
frali,    cene   apiacea   loro  la 
roveniano    Salvani,    ch'era   il 
li  Siene,  e  che  volentieri  da- 


lo.  Oondttm  gtKU  o  wldott  vaia 
a  qa«l    modo   che  etndurrt  una 

preudsrli  o  averi!  ■  fitto. 


rebboBO  la  terra  a' Fiorendot,  avendo  diecÌBulalo- 
d'oro,  e  che  venìisono  con  grande  oale  sotto 
cagione  di  fornire  Hontalcino ,  e  aBdasnoiio  ibìbo 
in  sul  Sane  d'  Arbia,  e  allora  colla  fona  di  loro 
e  di  loro  aeguici  darebbono  a'  Fiorentini  la  porta  di 
Santo  Vito,  ch'i  nella  via  d' Areiso.  I  frali  nollo  qneelo 
i>  e  iradiaMato.  vennero  a  Firea»  eoa  lel- 
saggeDi  de'  detti,  e  fecioBO  capo  agli  miaai 
del  popola,  e  prolfersono  che  recavano  graa  cose 
per  onore  del  popolo  e  cornane  di  Fironie;  ma  la 
coM  era  al  segreta,  che  ai  volea  sotto  lanmenlo 
Btanifeitare  a  pochi.  Allora  gli  aauani  eleaaono  di 
loro  lo  Spedito  di  porte  San  Piero,  nomo  di  grande 
opera  e  ardire,  ed  era  de'  principali  guidatori  del 
popola,  e  con  lui  meaaer  Gianni  Calcagni  di  Vac- 
chereccia  ;  e  fatto  il  saraneato  ia  sul)'  altare,  i  frati 
diacopersoBo  il  dello  trattalo,  e  moatrarone  le  delle 
lettere.  I  detti  due  aniiaai,  che  gli  portava  pia  vo- 
lontà che  fenneua,  diedono  fede  al  trattato,  e  in- 
coataneate  si  trovaro  i  detti  diecimila  Bwtni  d'oro, 
e  si  misona  in  dipoaito,  t  rtuaaroao  canaiglio  di 
grandi  e  di  popolo,  e  aùioao  innanii  ',  che  di  ae- 
Maaitì  bJKignaM  di  fare  oale  a  Siena  per  fornire 
MontaleJao,  maggiore  che  non  era  stala  qnella  di 
maggio  passalo  a  Santa  PelroneDa.  I  nobili  delle  gnu 
case  gnetfe  di  Fireate  e  '1  conle  Goido  Guam  ch'era 
con  loro,  non  upeada  il  falso  Iraltalo,  e  sapeaao  pia 
di  guerra  eh'  e'  popolani,  canoaceodo  la  anova  ma- 
laada  de'  Tedeschi  eh'  era  vennta  ia  àieaa,  e  la  anls 
vista  che  fece  il  popolo  a  Saata  Fetroaelia  qaaado  i 
ceato  Tedeachi  gli  assaliroao,  bob  paiea  loro  l'ini- 
preaa  aania  grande  pericola.  E  ancora  seatondo  i 
ciltadini  variati  d'animi,  e  male  dìspoati  a  fare  pit 
oste,  renderò  savio  coaaiglio,  che  per  lo  migliore, 
l'oste  non  procedesse  al  presente  per  le  ragioni  di 
SD  dette,  e  ancora  mostrando  come  per  poc«  costo 
si  potea  foraire  Hontalciao,  e  prendeanlo  a  fornire 
gli  OrbilaBÌ,  e  assegnando  come  i  delti  Tedeachi  non 
aveano  pags  per  più  di  tre  mesi,  e  ^à  aveano  aer- 
vito  meuo  il  tempo,  e  lasciandogli  stentare  sania 
fare  oste,  tosto  «arebbono  straccati  e  loraerobbonai 
in  Puglia,  e'  Saaesi  e  gli  usciti  di  Pireue  rimarrdi- 
bono  ia  peggiore  stato  che  di  prinu.  E  'I  dicitore  fu 
per  tulli  messer  Tegghiaio  Aldobrandi  degli  Adimarì, 
cavaliere  savio  e  prode  in  armi  e  di  grande  aulorìtade, 
e  di  largo  consigliava  il  migliare.  Il  sopraddetto  Spedito 
aniinno,  uomo  mollo  prosuatBoao,  conpiato  il  ano 
consiglio,  villanamente  il  riprese,  dicendo,  ai  oercassa 
le  brache,  >'  ave*  panra  :  e  messer  Tegghiaio  gli  ri- 
spose, che  al  bisogno  non  ardirebbe  di  seguirlo  Bella 
battaglia  coli  ov'eglì  si  metterebbe;  e  finite  te  detto 
parole,  poi  ai  levò  messer  Cece  de'Ghenrdiai  per 
din  il  simigliaate  ch'ave*  dello  mesaer  Tegghiaio: 
gU  aatiani  gli  com*nd*ro  ohe  non  diceaee,  e  era  pe- 
na libbre  cento,  chi  arringasse  coaire  il  coaiaoda- 
menlo  degli  aniisDi.  Il  cavaliere  le  voile  pagate  per 
DOntradire  le  delta  indata;  non  vollono  gli  aniisBi, 
*nti  raddoppiarono  la  pena;  ancora  volte  pagare,  e 
cosi  inflno  libbre  trecento;  e  quando  sncora  volle 


dimoitrirona,   rappranmUroDO.   QuuU  monterà  mala 
si  ipiega  Del  Voc.  per  [Topom, 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


103 


dire  6  pagfare,  fu  eomandamentò  pena  la  testa;  e  così 
rìBBse.  Ha  per  lo  popolo  superbo  e  tracarato  ^  si 
viase  il  peggiore,  che  la  detta  oste  presentemente  e 
•ansa  indogio  procedesse. 

CAPITOLO  LXXVni. 

Cm»e  i  FiaretUifU  feeiono  o$te  per  fornire  Montai- 
duo,  e  fwrono  sconfUH  dal  conte  Giordano  e  da^  Sa^ 

nesi  a  Montaperti, 

Preso  il  mal  consiglio  per  lo  popolo  di  Firenze 
che  Toste  si  facesse,  richiesono  loro  amistadi  d*aiuto, 
i  quali,  i  Lucchesi  vennero  per  comune  popolo  e  ca- 
valieri, e'  Bolognesi,  e'  Pistoiesi,  e'  Pratesi,  e'  Vol- 
terrani, e'  Samminiatesi,  e  Sangimignano,  e  Ckilie  di 
Valddsa  oberano  in  taglia  ^  col  comune  e  popolo  di 
Firénse  ;  e  in  Firenze  avea  ottocento  cavallate  ^  di 
cittadini,  e  più  di  cinquecento  soldati.  E  rannata  la 
detta  gente  in  Firenze,  si  partì  Toste  alT uscita  d*  a- 
gosto,  e  menarono  per  pompa  e  grandigia  il  carroc- 
cio, e  una  campana  ch'^essi  chiamavano  Martinella  in 
su  uno  carro  con  uno  castello  di  legname  a  ruote,  e 
andowi  quasi  tutto  il  popolo  colle  insegne  delle  com- 
pagnie, e  non  rimase  casa  né  famiglia  di  Firenze, 
che  non  v'  andasse,  pedone  a  pie  o  a  cavallo,  il  meno 
UDO  per  casa,  e  di  tali  due,  e  più,  secondo  ch'erano 
potenti.  E  quando  9Ì  trovarono  in  sul  contado  di 
Siena  al  luogo  ordinato  in  sul  Gume  d'Arbia,  nel  luo- 
go detto  Mtttttaperti,  con  Perugini  e  Orbitani  che  là 
a"  aggtnnsono  co^  Fiorentini,  si  ritroverò  più  di  tre- 
mila cavalieri,  e  più  di  trentamila  pedoni.  In  questo 
appnreechio  delT  oste  de^  Fiorentini ,  i  sopraddetti 
oraestrì  <M  trattato  ch*erano  in  Siena,  acciocché  pie- 
namente venisse  fornito,  anche  mandarono  a  Firenze 
altri  firati  a  trattare  tradimento  con  certi  grandi  e 
popolani  ghibellini  eh'  erano  rimasi  in  Firenze,  e  do- 
veano  venire  per  comune  nelToste,  che  come  fosso- 
no  assembiatt^,  si  dovessoao  da  più  parti  fhggire 
dalle  schiere,  e  tornare  dalla  loro  parte,  per  isbigot- 
tire  Toste  de' Fiorentini,  parendo  a  loro  di  avere 
poca  gente  a  comparazione  de'  Fiorentini;  e  cosi  fu 
fatto.  Avvenne  eh'  essendo  la  detta  oste  in  su'  colli 
di  Montaperti,  i  savi  anziani  guidatori  dell'oste  e  del 
trattato,  attendeano  che  per  gli  traditori  d'entro  fos- 
se loro  data  la  porta  promessa.  Uno  grande  popolano 
di  Firenze  di  porta  San  Piero,  ch'era  ghibellino,  e 
•vea  nome  il  Razzante,  avendo  alcuna  cosa  spirato  ^ 
dell'  attendere  dell'oste  de'  Fiorentini,  con  volontà 
de' -ghibellini  del  campo  ch'erano  al  tradimento,  gli 
fu  commesso  eh'  entrasse  in  Siena,  ond'  egli  si  fnggi 
a  cavallo  del  campo  per  fare  assapere  agli  usciti  di 
Firenze,  come  si  dovea  tradire  la  città  di  Siena,  e 
come  i  Fiorentini  erano  bene  in  concio,  e  con  molta 


'  traflcurato,  spensierato.  Alcune  stampe  leggono:  tracolalo. 

'  in  lega,  in  confederazione. 

^  cavalli,  o  soldati  a  cavallo.  Nel  numero  del  meno 
questo  vocabolo  è  per  contrario  nome  collettivo  e  vale  ea- 
valUrÙL  Cosi  nelle  Storie  Pistoiesi  :  parte  de'  cavaUeri  della 
cavailcUa  di  Pistoia. 

*  assembrati,  ordinati  a  battaglia. 

*  inteso,  avuto  sentore,  spiato. 


potenza  di  cavalieri  e^  di  popolo,  e  per  dire  a  que' 
d^  entro  ohe  non  s' awisassono  a  battaglia.  E  giunto 
in  Siena,  e  scoperte  queste  cose  a'  detti  messer  Fa- 
rinata e  messer  Gherardo  trattatori,  sì  gli  dissono  : 
tu  ci  uccideresti,  se  tu  ispandessi  questa  novella  per 
Siena,  imperdocchò  ogni  uomo  faresti  impaurire,  ma 
vogliamo  che  diohi  il  contrario;  imperciocché,  se  ora 
ch'avemo  questi  Tedeschi  non  si  combatte,  noi  sia- 
mo morti,  e  mai  non  ritorneremo  in  Firenze,  e  per 
noi  farebbe  meglio  la  morte  e  d'essere  sconfitti,  che 
andare  più  tapinando  per  lo  mondo  :  e  facea  per  loro 
di  mettersi  alla  fortuna  della  battaglia.  11  Razzante 
assettato  da*  detti  ',  intese  e  promise  di  cosi  dire;  e 
con  una  ghirlanda  in  capo,  co'  detti  a  cavallo,  mo- 
strando grande  allegrezza,  venne  al  parlamento  al 
palagio  ov'era  tutto  il  popolo  di  Siena  e'  Tedeschi 
e  altre  amistadi,  e  in  quello  con  lieta  faccia  disse  le 
novelle  larghe  da  parte  de'  ghibellini,  e  traditori  del 
campo,  e  come  T  oste  si  reggea  male,  e  erano  male 
guidati,  e  peggio  in  concordia,  e  che  assalendogli 
francamente,  di  certo  erano  sconfitti.  E  fatto  il  falso 
rapporto  per  Razzante,  a  grido  di  popolo  si  mossone 
tutti  ad  arme  dicendo  :  battaglia,  battaglia.  I  Tedeschi 
vollono  promessa  di  paga  doppia,  e  cosi  fu  Ditto  ;  e 
loro  schiera  misono  innanzi  all'  assalto  per  la  detta 
porta  di  San  Vito,  che  doveva  a'  Fiorentini  esser 
data  ;  e  gli  altri  cavalieri  e  popolo  usdrono  appres- 
so. Quando  quelli  delToste  eh' attendeano  che  fosse 
loro  data  la  porta,  vidono  uscire  i  Tedeschi  e  T  altra 
cavalleria  e  popolo  fuori  di  l$iena  inverso  loro  con 
vista  di  combattere,  sì  si  maravigliarono  forte  e  non 
sansa  isbigottimento  grande,  veggendo  il  subito  av- 
venimento e  assalto  non  preveduto  ;  e  maggiormente 
gli  fece  sbigottire,  che  più  ghibellini  eh'  erano  nel 
campo  a  cavallo  e  a  pie,  veggendo  appressare  le 
schiere  de'  nemici,  com'  era  ordinato  il  tradimento, 
si  fuggirono  dall'altra  parte;  e  ciò  furono  di  que' 
della  Pressa  e  degli  Abati,  e  più  altri.  E  però  non 
lasciarono  i  Fiorentini  e  l'altra  loro  amistade  di  fare 
loro  schiere ,  e  attendere  la  battaglia  ;  e  come  la 
schiera  de' Tedeschi  rovinosamente  percosse  la  schie- 
ra de' cavalieri  de* Fiorentini  ov'era  la 'nsegne  della 
cavalleria  del  comune,  la  quale  portava  messer  Iaco- 
po del  Nacca  della  casa  de'  Pazzi  di  Firenze,  uomo 
di  grande  valore,  il  traditore  di  messer  Bocca  degli 
Abati,  eh'  era  in  sua  schiera  e  presso  di  lui,  colla 
spada  fedì  il  detto  messer  Iacopo  e  tagliogli  la  mano 
colla  quale  tenea  la  detta  insegna,  e  ivi  fu  morto  di 
presente.  E  ciò  fatto,  la  cavalleria  e  popolo  veggendo 
abbattuta  T  insegna,  e  cosi  traditi  da' loro,  e  da' Te- 
deschi s)  forte  assaliti,  in  poco  d' ora  si  misono  in 
iseonfltta.  Ila  perchè  la  cavalleria^  di  Firenze  prima 
s'avvidono  del  tradimento,  non  ne  rimasono  che  tren- 
tasei uomini  di  nome  dì  cavallate  tra  morti  e  presi. 
Ma  la  grande  mortalità  e  presura  fu  del  popolo  di 
Firenze  a  pie,  e  di  Lucchesi,  e  Orbitani,  perocché  si 
rìnchiusono  nel  castello  di  Montaperti,  e  tutti  furono 
presi  ;  ma  più  di  duemilacinquecento  ne  rimasono  al 
campo  morti,  e  più  di  millecinquecento  presi  pur  de' 


*  indettato  da  messer   Farinata  e  da  messer   Gherardo 
di  quanto  aveva  a  dire  e  sperare. 


104 


CRONICHE 


migliori  del  popolo  di  Firenze  di  ciasooBa  casa,  e  di 
Lucca,  e  degli  altri  amici  che  furono  alla  detta  bat- 
taglia. E  cosi  scadono*  la  rabbia  dell'ingrato  eanper- 
bo  popolo  di  Fireose  ;  e  ciò  fa  ano  martedì,  a  di  4 
di  settembre,  gli  anni  di  Cristo  1260;  e  rìnMseTi  il 
carroccio ,  e  la  campana  detta  Martinella,  con  inno- 
merabile  preda  d^amesi  de*  Fiorentini  e  di  loro 
stade.  E  allora  fu  rotto  e  annullato  il  pùjfoUo 
di  Firenze,  eh*  era  durato  in  tante  vittorie  e  grande 
signoria  e  slato  per  dieci  anni. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  i  guelfi  di  Firenze  dopo  la  deità  iConfUla  ti 
partirono  di  FtreiMe,  e  andarsene  a  iMCca. 

Venuta  in  Firenze  la  novella  della  sconfitta  do- 
lorosa, e  tornando  i  miseri  fuggiti  di  qoella,  si  leve 
il  pianto  d*  uomini  e  di  femmine  in  Firenze  si  grande, 
eh"  andava  in  ftno  a  cielo,  imperdoechè  non  avea  casa 
ninna  in  Firenze  piccola  o  grande,  che  non  vi  rima- 
nesse uomo  morto  o  preso  ;  e  di  Locca  e  del  contado 
ve  ne  rimasono  gran  quantità,  e  degli  Orbitani.  Per 
la  qual  cosa  i  caporali  de*  gaelfl  nobili  e  popolari 
eh*  erano  tornati  dalla  sconfitta,  e  quegli  oh*  erano  in 
Firenze,  sbigottiti  e  impauriti,  e  temendo  degli  usciti 
che  venieno  da  Siena  colle  masnade  tedesche,  e*  ghi- 
bellini ribelli  e  confinati  eh*  erano  fàori  della  cittade, 
cominciarono  a  tornare  nella  terra,  per  la  qual  cosa 
i  guelfi  sanz*altro  commiato  o  cacciamento,  colle  loro 
famiglie  piagnendo  uscirono  di  Firenze,  e  andarsene 
a  Lucca,  giovedì  a  di  13  di  settembre,  gli  anni  di 
Cristo  1260.  Queste  furono  le  principali  case  gnelfSs 
eh* uscirono  di  Firenze:  del  sesto  d'Oltrarno,  i  Rossi, 
e*  Nerli,  e  parte  de*  Mannelli,  i  Bardi,  e*lfozzi,e*Fre- 
scobaldi  ;  gli  popolani  del  detto  sesto  case  notabili, 
Canigiani,  Magli,  e  Macchiavelli,  BelfredeUi,  e  Orcio- 
lini,  Aglioni,  Rinucci,  Barbadorì,  e*  Battinoenni,  e  So- 
derini,  e  Maldurì,  e  Ammirati.  Di  San  Piero  Scherag- 
gio,  i  nobili  :  Gherardini,  Locardesi,  Cavalcanti,  Ba- 
gnesi,  Pulci,  Guidalotti,  Malispini,  Foraboschi,  Manieri, 
quelli  da  Quona,  Sacchetti,  Compiobbesi  ;  i  popolani, 
Magalotti,  Mancini,  Bncelli,  e  quelli  dell*  Antella.  Del 
sesto  di  Borgo,  i  nobili  :  i  Bondelmonti,  Scali,  Spini, 
Gianfigliazzi,  Giandonati,  Bostichi,  Aociaiuoli,  Altoviti, 
i  Ciampoli,  Baldovinetti  e  altri.  Del  sesto  di  San  Bran- 
cazio,  i  nobili:  Tomaqninci,  Vecchietti,  e* Pigli  parte 
di  loro,  Minerbetti,  Becchenugi,  e  Bordoni  e  altri  Di 
porte  del  Duomo:  i  Tosinghi,  Arrigucd,  Agli,  Sisii, 
Marignollf,  e  ser  Brunetto  Latini  e*  suoi,  e  più  altri. 
Di  porta  San  Piero:  Adimari,  Pazzi,  Visdomini,  e  parte 
de*  Donati;  dal  lato  degli  scolari  riausono  que*  della 
Bella,  i  Card,  i  Ghiberti,  i  Guidalotti  di  BaUa,  i  Maz-. 
zocchi,  gli  Uccellini,  Boccatonde;  e  oltre  a  questi 
molti  confinati  grandi  e  popolani  per  dascuno  sesto. 
E  ddla  detta  partita  molto  furono  da  riprendere  i  guelfi, 


>  fa  abbaasata,  «bbathita.  In  qualche  edisione  si  legge 
ti  dùnh.  Dante  (Inf.  6.)  ubò  questo  verbo  nel  proprio 
Benso:  Noi  pauavam  sopra  V ombre  eAe  adcna  La  grave 
pioggia  eec  Gli  antichi  dissero  anche  adomre,  secondo 
attestano  i  deputati  alla  oorreiiona  del  Decameron  (Ann. 
p.  109). 


imperciocché  la  città  di  Firenze  era  moUo  forte  di  mura 
e  di  fossi  pieni  d*  acqua,  e  da  potoria  bene  difendere 
e  tenere,  ma  il  giudicio  di  Dio  per  punire  le  peccata, 
conviene  che  facda  suo  corso  sansa  ripnro,  e  a  eoi 
Iddio  vuole  male  gli  toglie  il  senno  e  raecorgiaMuto. 
B  partiti  i  guelfi  il  giovedì,  la  domenica  vegnente  a 
di  16  di  settembre,  gli  nsdtl  di  Firenze  eh* erano 
stati  alla  battaglia  di  Montaperti,  col  conte  Giordano 
e  colle  sue  masnade  de*  Tedeschi,  e  con  gli  ritri  sol- 
dati de*  ghibellini  di  Toscana ,  arricchiti  delle  prede 
de*  Fiorentini  e  degli  altri  guelfi  di  Toscana,  entra- 
rono nella  dttà  di  Firenze  senza  contrasto  nonno  ;  e 
incontanente  fedono  podestà  di  Firenze  per  lo  re 
Manfredi,  Guido  Novello  de*  conti  Guidi  dal  di  a  calen 
di  gennaio  vegnente  a  dne  anni,  e  tenea  ragione  nd 
palagio  vecchio  del  popolo  a  Santo  Apollinari,  ed  era 
la  scala  di  fuori.  E  poco  tempo  a|^resso  fece  Cure  la 
porta  ghibellina,  e  aprire  quella  via  di  ftaori,  ao6Ìoe« 
che  per  quella  via  che  risponde  al  palagio,  potesse 
avere  entrata  e  usdta  al  biaogno,  per  mettere  in  Fi- 
renze i  suoi  fedeli  di  Casentino  a  guardia  di  Ini  e  deUa 
terra,  e  perchè  si  fece  al  tempo  de*  ghibellini,  la  porta 
e  la  via  ebbe  soprannome  ghibellina.  Questo  conte 
Guido  fece  giurare  a  tutti  i  dttadini  che  rimasero  in 
Firenze  la  fedeltà  del  re  Manfredi,  e  per  patii  promesn 
a*  Senesi,  fece  disfare  dnque  cutella  dd  contado  di 
Firenze  che  erano  alle  loro  frontiere,  e  rimase  in  Fi- 
renze per  capitano  di  guerra,  e  vicario  generale  per 
lo  re  Manfiredi,  il  detto  conte  Giordano  colle  masnade 
de*  Tedeschi  al  soldo  de*  Fiorentini  i  qnali  molte  per- 
segoitarono  i  godfi  in  più  parti  in  Toscana,  eouM  in- 
nand  faremo  menzione  ;  e  tolsono  tolti  i  loro  beni,  e 
disfédono  molti  palagi  e  torri  de*  gaelfl,  e  nùaono  in 
comune  i  loro  beni.  H  detto  conte  Giordano  fu  gen- 
tile uomo  di  Piemonte  in  Lombardia,  e  parente  deUa 
madre  di  Manfiredi,  e  per  la  sua  prodezza,  e  peroh^era 
molto  fedele  di  Manfredi,  e  di  vita  e  di  costami  cosi 
mondani  com*  egli,  il  fece  conte  e  gli  die  terra  in  Pa- 
glia, e  di  piccolo  stato  il  mise  in  grande  sigooria. 

CAPITOLO  LXXX. 

Carne  la  lUHDella  della  sconfina  de*  FiarenUni  fk  in 
corte  di  papOy  e  la  profeùa  che  ne  disse  il  cardinal 

Bianco. 

Come  in  corte  di  Roma  venne  la  novella  della 
sopraddetta  sconfitta,  il  papa  e*  cardinali  oh*  amavano 
lo  stato  di  Santa  Chiesa,  n*  ebbono  grande  dolore  e 
compassione,  si  per  gli  Fiorentini,  e  si  perchè  di  dò 
montava  lo  stato  e  podere  di  Manfiredi  nimioo  della 
Chiesa  ;  ma  il  cardinal  Ottaviano  degli  UbaMinl  eh*  era 
ghibellino,  ne  fece  gran  festa;  onde  ciò  veggendo  il 
cardinal  Bianco^  il  qual  era  grande  astrolago  e  mae- 
stro di  nigromanua,  disse  :  se  1  cardinale  Ottaviano 
sapesse  il  futuro  di  questa  guerra  de*Fiorentini,  e*  non 
farebbe  questa  allegrezza.  Il  collegio  de*  cardinali 
il  pregare  che  dovesse  dichiarare  pia  in  aperto.  Il 
cardinal  Bianco  non  volea  dire,  perchè  parlare  dd 
futuro  gli  pareva  illicito  alla  sua  dignità,  ma  i  cardinali 
pregarono  tanto  il  papa  che  gliele  comandasse  sotto 
ubbidienza  ch'egli  il  dicesse.  Avuto  il  detto  coman- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


105 


damenk),  disse  in  brieve  sermoue  :  i  vinti  villorìosa- 
meiite  vineeranno,  e  in  eterno  non  saranno  vìnti.  Ciò 
s' ioterpelrò  eh'  e*  guelfi  vinti  e  cacciati  di  FirenM, 
vittonosamente  tomerebbono  in  istato,  e  mai  in  e- 
teriM  non  perderebbono  loro  stato  e  signoria  di  Fi- 
renze. 

CAPITOLO  LXXXI. 

Come  i  ghibeilini  di  Tacana  ordinarono  di  disfare 
la  città  di  Firen%e^  e  come  messer  Farinata  degli  U- 

berti  la  difese. 

Per  lo  simile  modo  eh'  nscirono  i  guelfi  di  Fi- 
rense^  così  fedono  quegli  di  Prato,  e  di  Pistoia,  e  di 
Volterra,  e  di  Samminiato,  e  di  Sanginrìgnano  e  dì 
più  altre  terre  e  castella  di  Toscana,  le  quali  torna- 
rono tutte  a  parte  ghibellina,  se  non  fu  la  città  di 
Lucca,  la  quale  si  tenne  a  parte  guelfa  uno  tempo,  e 
fu  rìfagìo  de'  guelfi  di  Firenze,  e  degli  altri  usciti  di 
Toscana  ;  ì  quali  guelfi  di  Firenxe  feciono  loro  stanza 
in  Lucca  in  borgo  intomo  a  San  Friano,  e  la  loggia 
innanzi  a  San  Friano  feciono  i  Fiorentini.  E  ritrovan- 
dosi i  Fiorentini  in  quello  luogo,  messer  Teggbiaio 
Aldobrandi  veggendo  lo  Spedito  che  nel  consiglio 
gli  avea  detta  villania,  e  che  si  cercasse  le  brache  ; 
s' alzò  e  trassesi  de'  caviglioni  '  cinquecento  fiorini 
d' oro  eh'  avea,  e  mostrogli  allo  Spedito  che  di  Fi- 
renze era  uscito  assai  povero  :  disse  per  rimproccio  : 
vedi  com'io  ho  conce  le  brache?  a  questo  hai  tu 
condotto  te  e  me,  e  gli  altri  per  la  tua  audacia  e  su- 
perbia signorìa.  Lo  Spedito  rispose:  e  voi  perchè 
ci  credevate?  Avemo  di  queste  piccole  e  vili  parole 
fatta  menzione  per  esempio,  che  ninno  cittadino,  e 
massimamente  i  popolani  o  di  piccolo  aflTare,  quando 
ha  signorìa  non  dee  essere  troppo  ardito  o  prosun- 
taoso.  In  questo  tempo  i  Pisani,  e'  Sanesi,  e  gli  Are- 
tini col  detto  conte  Giordano,  e  con  gli  altri  caporali 
ghibellini  di  Toscana,'  ordinerò  di  fare  parlamento  a 
Empoli,  per  riformare  lo  stato  di  parte  ghibellina  in 
Toscana,  e  fare  taglia  ;  e  cos)  feciono.  E  perocché  al 
conte  Giordano  convenfa  tornare  in  Puglia  al  re  Man- 
fredi, per  mandato  del  detto  Manfredi  fu  ordinato  suo 
vicario  genen^le  e  capitano  di  guerra  in  Toscana  il 
conte  Guido  Novello  de'  conti  Guidi  di  Casentino  e  di 
Modigliana,  il  quale  per  parte  disertò  il  conte  Simone 
suo  fratello,  e  *l  conte  Guido  Guerra  suo  consorto, 
e  lutti  quegli  del  suo  lato  che  teneano  parte  guelfa, 
e  disposto  era  al  tutto  di  cacciarne  chi  guelfo  fosse  di 
Toscana.  E  nel  detto  parlamento  tutte  le  città  vicine, 
e'  conti  Guidi,  e*  conti  Alberti,  e  que'  da  Santafiore, 
e  gli  Ubaldini,  e  tutti  i  baroni  d'intorno  proposono 
e  furono  in  concordia  per  lo  migliore  di  parte  ghi- 
bellina, di  disfare  al  tutto  la  città  di  Firenze,  e  di 
recarìa  a  borgora,  acciocché  mai  di  suo  stato  non 
fosse  rinomo,  fbma,  né  podere.  Alla  quale  proposta 
ai  levò  e  contradisse  il  valente  e  savio  cavaliere  mes- 
ser Farinata  degli  liberti  ^  e  nella  sua  diceria  pro- 


'  tasche,  voce  usHta  dal  Mtli^pitii ,  «  qui,  con  tutta  la 
materia  del  capitolo,  usurpata  dal  Villani. 

'  Così  Dante  :  Inf.  10,  91:  Ma  fu'  io  svi,  colà,  dove 
sqf€rto  Pk  p«r  cÌ4Mt€un  di  torre  via  Fiorenta ,  Colia  che 
la  éifeu  a  vito  aperto. 


pose  gli  antichi  due  grossi  proverbi  che  dicono: 
com' asino  sape,  cosi  minuzza  rape;  e  vassi  capra 
zoppa,  se  'I  lupo  non  la  'ntoppa:  e  questi  due  pro- 
verbi rimesti  ^  in  uno,  dicendo  :  com'  asino  sape,  si 
va  capra  zoppa;  cosi  minuzza  rape,  se  'I  lupo  non 
la  *ntoppa;  recando  poi  con  savie  parole  esempio  e 
comparazioni  sopra  il  grosso  proverbio,  com'era  fol- 
lia di  ciò  parìare,  e  come  gran  perìcolo  e  danno  ne 
potea  avvenire ,  e  s*  altri  eh'  egli  non  fosse,  mentre 
ch'egli  avesse  vita  in  corpo,  colla  spada  in  mano  la 
difenderebbe.  Veggendo  ciò  il  conte  Giordano,  e  l'uo- 
mo ,  e  dell'  autoritade  eh*  era  messer  Farinata ,  e  il 
suo  gran  seguito,  e  come  parte  ghibellina  se  ne  po- 
tea partire,  e  avere  discordia,  sì  si  rimase,  e  inleso- 
no  ad  altro;  sicché  per  uno  buono  uomo  cittadino 
scampò  la  nostra  città  di  Firenze  da  tanta  furia,  di- 
struggimento ,  mina.  Ma  poi  il  detto  popolo  di  Fi- 
renze ne  fu  ingrato,  male  conoscente  contra  il  detto 
messer  Farinata,  e  sua  progenia  e  lignaggio,  come 
innanzi  faremo  menzione.  Ma  per  la  scoaoscenza 
dello  ingrato  popolo^  nondimeno  é  da  commendare, 
e  da  fare  notabile  memoria  del  virtudioso  e  buono 
cittadino,  che  fece  a  guisa  del  buono  antico  Cam- 
mino di  Roma,  come  racconta  Valerio,  e  Tito  Livio. 


CAPITOLO  LXXXII. 

Come  il  conte  Guido  sicario  colla  taglia  de"  ghibel- 
lini di  Toscana  andarono  sopra  Lucca^  e  ebbono 
Santa  Maria  a  Monte^  e  pitt  castella. 

Negli  anni  di  Cristo  1261,  il  conte  Guido  No- 
vello vicario  per  lo  re  Manfredi  in  Firenze,  colla  ta- 
glia di  parte  ghibellina  di  Toscana,  feciono  oste  sopra 
il  contado  di  Lucca  del  mese  di  settembre,  e  furono 
tremila  cavalieri  tra  toscani  e  tedeschi,  e  popolo  gran- 
dissimo, e  ebbono  Castelfranco,  e  Santacroce,  e  puo- 
sono  assedio  a  Santa  Maria  a  Monte,  e  a  quello 
8t«ttono  per  tre  mesi  ;  e  poi  per  dilTalta  di  vittuaglia 
s'arrenderò  a  patti,  salvi  avere  e  persone,  e  poi  eb- 
bono Montecalvi,  e  Pozzo;  e  poi  tornarono  all'asse- 
dio di  Fucecchio,  che  v*  erano  dentro  il  fiore  di  tutti 
gli  usciti  guelfi  di  Toscana,  e  a  quello  stettono  al- 
l'assedio,  gittandovi  più  diflcii,  e  con  molti  ingegni 
e  assalti,  più  di  trenta  di.  Alla  fine  per  la  buona 
gente  che  dentro  v*era,  e  bene  guernita,  ma  mag- 
giormente per  grande  acquazzone  (che  *1  terreno  d'in- 
torno, oh'  é  forte,  per  la  piova  male  si  può  osteg- 
giare) convenne  si  partisse  l'oste,  e  noi  poterono 
avere  ;  e  si  vi  fu  intorno  all'  assedio  le  masnade  de' 
Tedeschi  eh'  erano  alla  taglia  de'  ghibellini  di  To- 
scana, ch'erano  mille  cavalieri,  onde  Guido  Novello 
era  vicario  generale  per  lo  re  Manfredi,  e  tutta  la 
forza  de'  ghibellini  di  Firenze,  e  di  Pisa,  e  di  Siena, 
e  d' Arezzo,  e  di  Pistoia,  e  di  Prato,  e  dell'altre  città 
e  castella  di  Toscana;  e  compiuta  la  detta  oste,  si 
tornarono  a  Firenze. 


'  rimestò,  mescolò  insieme,  confuse.    Alcuni  testi,  fra' 
quali  quello  del  Moreni)  leggono  rinnestb  in  uno. 


106 


CRONICHE 


CAPITOLO  LXXXm 

Come  gli  nscUi  guelfi  di  Firenze  mondarono  loro 
ambaseiadori  in  Alamagna  per  sommotere  Curradi- 

no  centra  Manfredi, 

In  questi  tempi  veggendosi  gii  usciti  di  Firenze 
guelfi,  e  delPaltre  terre  di  Toscana,  essere  così  per- 
segua dalla  forza  di  Manfredi  e  de'  ghibellini  di  To- 
scana, e  reggendo  che  nullo  signore  si  levava  contra 
la  forza  di  Manfredi,  e  eziandio  la  Chiesa  avea  pic- 
colo podere  contra  lui,  si  si  pensarono  di  mandare 
loro  ambaseiadori  nella  Magna  a  sommo  vere  lo  pic- 
ciolo Curradino  contro  a  Manfredi  suo  zio,  che  fal- 
samente gli  tenea  il  regno  di  Cicilia  e  di  Puglia, 
profferendogli  grande  aiuto  e  favore;  e  cosi  fu  fatto, 
c4ie  de*  maggiori  usciti  di  Firenze  v*  andarono  per 
ambaseiadori  con  quelli  del  comune  di  Lucca,  e  per 
gli  usdti  guelfi  di  Firenze  v*andò  messer  Bonaccorso 
Bellincioni  degli  Adimari,  e  messer  Simone  Donati.  E 
trovarono  Curradino  s)  piccolo  garzone,  che  la  madre 
in  nulla  guisa  acconsentlo  di  lasciarlo  partire  da  se, 
con  tutto  che  di  volere  e  d'animo  era  grande  contro 
a  Manfredi,  e  avealo  per  nimico  e  ribello  di  Curradi- 
no. E  tornando  i  detti  ambaseiadori  d' Alamagna,  per 
insegna  e  arra  della  venuta  di  Curradino,  si  feciono 
donare  la'  sua  mantellina  foderata  di  vaio,  la  quale 
recata  a  Lucca,  grande  festa  ne  fu  fatta  per  gli  guelfi, 
e  mostravasi  in  San  Friano  di  Lucca  com'  una  san- 
tuarìa.  Ha  non  sapeano  il  futuro  destino  i  guelfi 
di  Toscana,  come  il  detto  Curradino  dovea  essere 
loro  nemico. 

CAPITOLO  LXXXIV. 

Ckpme  gli  usciH  guelfi  di  Fireme  presono  ^Signa, 

ma  poco  la  iennono. 

L'anno  appresso  1262,  i  guelfi  usciti  di  Firen- 
ze, e  gK  altri  usciti  di  Toscana,  essendo  P  oste  e  la 
taglia  de'  ghibellini  tornati  tutti  a  loro  terre,  per  al- 
cuno trattato  cb'aveano  in  Firenze,  subitamente  par- 
titi da  Lucca,  una  notte  entrare  in  Signa  e  presono 
la  terra,  e  quella  intendeano  afforzare,  onde  in  Fi- 
renze ebbe  grande  romore  e  scombuglio.  Il  conte 
Guido  incontanente  mandò  a  Pisa,  e  a  Siena,  e  al- 
l'altre terre  vicine  per  soccorso  di  genti,  e  inconta- 
nente vennero  con  grande  cavalleria.  Gli  usciti  guelfi 
di  Firenze  sentendo  loro  venula,  non  s'  ardirono  di 
restare  in  Signa,  ma  si  partirono  e  tornarono  in 
Lucca:  e  ciò  fu  del  mese  di  febbraio. 

CAPITOLO  LXXXV. 

Còme  il  conte  Quido  ticario  colla  taglia  di  Tosca- 
na e  colla  for%a  de''  Pisani  feciono  oste  sopra  Lue- 
co,  per  la  qual  cosà  i  Lucchesi  s^ accordare  a  pace^ 
e  cacciarono  di  Lucca  gli  usciti  guelfi. 

La  state  appresso,  il  detto  conte  Guido  vicario 
co' Fiorentini,  co*  Pisani,  e  1*  altre  amistà  della  taglia 
de*  ghibellini  di  Toscana,  a  petizione  de'  Pisani,  feciono 


oste  sopra  la  terra  e  castella  de'  Lucchesi,  ed  ebbene 
Castiglione,  e  sconfissonvi  i  Lucchesi  e  gli  usciti  guelfi 
di  Firenze,  e  messer  Cece  de'  Bondelmonti  vi  fv  preso, 
e  miseìsi  in  groppa  messer  Farinata  degli  liberti,  ohi 
dice  per  iscamparlo:  messer  Piero  Asino  degli  Uberlì 
gli  diede  d' una  mazza  di  ferro  in  testa,  e  in  groppa 
del  ffìratello  l'uccise,  onde  furono  assai  ripren.  E 
dopo  la  detta  sconfitta ,  il  conte  Guido  co*  Pisani  e 
ghibellini  di  Firenze  ebbono  il  castello  Nozano,  e 
ponte  al  Serchio,  e  Rotaia,  e  Serrezzano  s'arrendè 
a  loro.  I  Lucchesi  veggendosi  cosi  assalire  e  spo- 
gliare di  loro  castella,  e  per  riavere  i  loro  pregioni, 
che  ancora  n'avea  in  Siena  della  sconfitta  di  Monta- 
perti  grande  quantità,  e  pur  de*  migliori,  e  veggendo 
che  degli  usciti  guelfi  delle  terre  di  Toscana  non  a- 
veano  altro  che  briga  e  impaccio  e  danno  per  la  loro 
povertà,  segretamente  feciono  trattato  col  yiearlo  di 
Manfredi  di  cacciare  gli  usciti  guelfi  di  Firenze  e  del- 
l'altre  terre  di  Toscana,  di  Lucca,  e  di  riavere  i4oro 
pregioni  e  le  loro  castella,  e  di  tenere  alla  taglia  e 
prendere  vicario,  mantenendosi  in  unitade  e  pacifico 
stato,  sanza  cacciare  di  Lucca  parte  alcuna  ;  e  cosi 
fu  fatto  e  fermo  l' accordo,  e  si  segreto ,  che  nullo 
uscito  ne  senti  nulla,  che  bene  l'avrebbono  sturbata  E 
subitamente  fu  a  tutti  comandato  che  sotto  pena  del- 
l' avere  e  della  persona  dovessono  sgomberare  Lucca 
e  *1  contado  infhi  i  tre  dì  ;  onde  gli  sventurati  guelfi 
usciti  di  Firenze  e  dell'altre  terre  di  Toscana,  sanz*«l- 
tro  rimedio  e  misericordia,   convenne  loro   uscire 
di  Lucca  e  del  contado  colle  loro  famiglie  ;  imper- 
ciocché di  presente  furono  in  Lucca  le  masnade  te- 
desche, e  fatto  capitano  per  lo  vicario  messer  Goz- 
zello  da  Ghianzuolo,  per  la  qual  cosa  molte  gentili 
donne  mogli  degli  usciti  di  Firenze  per  necessità  in 
sull'alpe  di  San  Pellegrino,   che  sono  tra  Lucca  e 
Modona,  partorirò  loro  figliuoli,  e  con  tanto  esRio 
e  miseria  se  n'  andarono  alla  città  di  Bologna  ;  e 
ciò  fu  gli  anni  di  Cristo  1263.    Ben    si   dice  per 
molti  antichi  che  l'uscita  de'  guelfi  di  Firenze,  di 
Lucca,  fu   cagione   di  loro   ricchezza;   perciocché 
molti  Fiorentini  usciti  n'andarono  oltremonti  in  Fran- 
cia a  guadagnare,  che  prima  non  erano  mai  usati, 
onde  poi  molte  ricchezze  ne  reddiro  in   Firenze;  e 
cadeci  il  proverbio  che  dice  ^bisogno  fa  prod*  no- 
mo,,. E  partiti  i  guelfi  di  Lucca,  non  rimase  città 
né  castello  in  Toscana  piccolo  0  grande,  che  non 
tornasse  a  parte  ghibellina.  In  questi  tempi  essendo 
il  conte  Guido  Novello,  signore  in  Firenze,  tutta  la 
camera  del  comune  votò,  e  trassene  tra  più  volte 
assai  bellissime  balestre  e  altri  guemimenti  da  oste, 
che  fu  maraviglia,  e  mandonnegli  a  Poppi  in  Casen- 
tino suo  castello. 

CAPITOLO  LXXXVI. 

Come  gli  usciti  guelfi  di  Firenze^  e  gli  altri  usciti 
di  Toscana  cacciarono  i  ghibellini   di  Modena  y   e 

poi  di  Reggio. 

Venuti  nella  città  di  Bologna  i  miseri  guelfi 
cacciati  di  Firenze  e  di  tutte  le  terre  di  Toscana, 
che   ninna  se  ne  tenea  a  parte   guelfa,  più  tempo 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


107 


stettoau  ÌD  Bologna  con  grande  sofTratta'  e  povertà, 
chi  a  sQldo  a  pie  e  chi  a  cavallo,  e  chi  sansa  sol- 
do. A>  venne  in  quegli  tempi  che  quegli  della  città 
di  Ittodona,  la  parte  guelfa  co'  ghibellini,  vennono 
a  dissensione  e  battaglia  cittadinesca  tra  loro,  co- 
in' è  usanza  delle  terre  di  Lombardia  di  raunarsi  e 
di  combattersi  in  su  la  piazza  del  comune:   più  di 
stettono  affrontati  Funo  contra  1*  altro  sansa  sopra- 
stare  r  una  parte  air  altra.    Avvenne  eh'  e*  guelfi 
mandarono  per  soccorso  a  Bologna,  e  specialmente 
agli  usciti  guelfi  di  Firenze,    i   quali  incontanente, 
come  gente  bisognosa  e  che  per  loro  facea  guerra, 
sì  v'andarono  a  pie  e. a  cavallo,  come  meglio  cia- 
scuno potéo.  E  giunti  a  Modona,  per  gli  guelfi  Tu 
data  loro  una  porta,  e  messi  dentro^  e  incontnnente 
venuti  in  su  la  piazza  di  Modona,  come  gente  vir- 
tudiosa,  e  disposta  ad  arme  e  a  guerra,  si  misono 
alla  battaglia  contro  a'  ghibellini,  i  quali  poco  sos- 
tennero,   che   furono  sconfitti,  e  morti,  e  cacciati 
della  terra,    e  rubate  le  loro  case,   e  beni;   delle 
quali  prede   i  detti  usciti  di  Firenze   guelfi  e  del- 
l' altra  Toscana ,  molto  ingrassaro ,  e  si  fornirò  di 
cavalli  e  d'  arme,  che  n  avesno  grande  bisogno,  e 
ciò  fu  gli  anni  di  Cristo   1263.  E  stando^  in  Mo- 
dona, poco  tempo  appresso  per  simile  modo  come 
fece   Modona,   si  cominciò   battaglia    nella  città  di 
Reggio  in  Lombardia  Ira' guelfi  e'  ghibellini;  e  man- 
dato per  i  guelfi  di  Reggio  per  soccorso  agli  usciti 
guelfi  di  Firenze  eh'  erano  in  Modona,  incontanente 
v*  andarono,  e  feciono  capitano  di  toro  messer  Fo- 
rese degli  Adimari.  E  entrati  in  Reggio  furono  in 
suUa.  piazza  alla  battaglia,  la  quale  molto  durò,  im- 
perciocché e'  ghibellini  di  Reggio  erano  molto  pos- 
senti, e  intra  gli  altri  v'avea  uno  chiamato  il  Caca 
da  Reggio,  e  ancora  per  ischerno  del  nome  di  lui 
ai  fa  menzione  in  motti.    Questi  era  grande  quasi 
com*uno  gigante,  e  di  maravigliosa  forza,  e  con  una 
mazza  di  ferro  in  mano,  nullo  gli  s'ardiva  ad  ap- 
pressare  che  non   abbattesse  in   terra   o  morto  o 
guasto,  e  per  lui  era  ritenuta  ^  quasi  tutta  la  batta- 
glia. Veggendo  ciò  i  gentiluomini  di  Firenze  usciti, 
si  elessono  tra  loro  dodici  de'  più  valorosi,  e  chia- 
maronsi  gli  dodici  paladini,  i  quali  colle  coltella  in 
mano  si  strinsono  addosso  al  detto  valente  uomo, 
il  quale,  dopo  molto  grande  difesa,  e  molti  de'  nemici 
abbattuti,  sì  fu  atterrato  e  morto  in  sulla  piazza  ;  e 
8Ì  tosto  come  i  ghibellini  vidono    atterrato  il  loro 
campione,  si  misono  in  fuga  e  in  isconfitta,  e  fu- 
rono cacciati  di  Reggio;   e  se  gli  usciti  guelfi  di 
Firenze  e   dell'  altre  terre  di  Toscana  arricchirono 
delle  prede  de'  ghibellini  di  Modona,  maggiormente 
arricchirono^  di  qnelle  de' ghibellini  di  Reggio,  e  tuUi 
s**  incavallaro ^,  sicché  in  poco  tempo,  standosi  in 
Reggio  e  in  Modona,  furono  più  di  quattrocento  a 
cavallo  di  buona  gente  d'  arme  bène  montati,  e  ven- 
nono a  grande  bisogno  e   sussidio  di  Carlo  eonte 
d'Angiò  e  di  Proenza,  quando  passò  In  Puglia  con- 


*  xnancMneuto,  bisogno. 

'  i  forosciti  guelfi  di  Firenze.     '  sostenuta. 
^*  Alcune  stampe  leggono:  ai  rifornirono. 

*  a!    provvidero   di   cavallo.     hicavaUarsi    vale    altresì 
motUort  a  cavallo. 


tra  Manfredi,  come  innanzi  faremo  menzione.  La- 
sceremo alquanto  de*  fatti  di  Firenze  e  degli  asciti 
guelfi,  e  torneremo  alle  novitadi  che  ne'  detti  tempi 
furono  tra  la  Chiesa  dj  Roma  e  Manfredi. 

CAPITOLO  LXXXVU. 

Come  Manfredi  perseguitò  papa  Urbano  e  la  Chiesa 
co*  suoi  sar acini  di  Nocera,  e  come  fu  predicata  la 

croce  contro  a  loro. 

Per  la  sconfitta  de'  Fiorentini  e  degli  altri  guelfi 
di  Toscana  a  Montaperti,  come  detto  avemo  addie- 
tro, lo  re  Manfredi  montò  in  grande  signoria  e 
stato,  e  tutta  la  parte  imperiale  di  Toscana  e  di 
Lombardia  molto  n'esaltò  *,  e  la  Chiesa  e'  suoi  di- 
voti  e  fedeli  n'  abbassarono  molto  in  tutte  parti. 
Avvenne  che  molto  poco  tempo  appresso,  nel  detto 
anno  1260,  papa  Alessandro  passò  di  questa  vita 
nella  città  di  Viterbo,  e  vacò  la  Chiesa  sanza  pa- 
store cinque  mesi  per  discordia  de'  cardinali;  poi 
elessono  papa  Urbano  il  quarto  della  città  di  Tresi 
di  Campagna  in  Francia,  il  quale  fu  di  vile  nazione^ 
siccome  figliuolo  d' uno  ciabattiere,  ma  valente  uomo 
fu,  e  savio.  Ma  la  sua  elezione  fu  in  questo  modo  : 
egli  era  in  corte  di  Roma  povero  cherico,  e  piativa 
una  sua  chiesa,  che  gli  era  tolta,  di  libbre  venti 
di  torneai  1'  anno  :  i  cardinali  per  loro  discordia 
serrarono  con  chiavi  ov' erano  rinchiusi,  e  feciono  tra 
loro  dicreto  segreto,  che  '1  primo  cherico  che  pic- 
chiasse alla  porta  fosse  papa.  Come  piacque  a  Dio, 
questo  Urbano  fu  il  primo,  e  dove  piativa  la  povera 
chiesa  di  libbre  venti  di  tomesi,  ebbe  T  universale 
Chiesa,  come  dispuose  Iddio,  al  modo  della  ele- 
zione del  beato  Niccolaio.  Perché  fu  miracolosa  la 
elezione ,  n'  avemo  fatta  menzione  e  memoria  ;  il 
quale  fu  consecrato  gli  anni  di  Cristo  1261.  Que- 
sti trovando  la  Chiesa  in  grande  abbassamento  per 
la  forza  di  Manfredi,  il  quale  occupava  quasi  tutta 
Italia,  e  l' oste  de'  suoi  saracini  di  Nocera  avea  messa 
nelle  terre  del  patrimonio  di  San  Piero,  si  predicò 
croce  contro  a  loro;  onde  molta  gente  fedeli  si 
crociaro,  e  andarono  ad  oste  contra  loro.  Per  la 
qual  cosa  i  detti  saracini  si  fuggirono  in  Puglia, 
ma  però  non  lasciava  Manfredi  di  continuo  fare 
perseguitare  il  papa  e  la  Chiesa  a'  suoi  fedeli  e 
masnade,  e  egli  stava  quando  in  Cicilia  e  quando  in 
Puglia  a  grande  delizia  e  in  grandi  diletti,  seguendo 
vita  mondana  e  epicurea,  ad  ogni  suo  piacere  te- 
nendo più  concubine,  vivendo  lussuriosamente,  e  non 
parea  che  curasse  né  Dio  né  i  Santi.  Ma  Iddìio  giu- 
sto signore,  il  quale  per  grazia  indugia  il  suo  giu- 
dicio  a'  peccatori  perché  si  riconoscano,  ma  alla 
fine  non  perdona  a  chi  non  rjtorna  a  lui,  tosto 
mandò  la  sua  maledizione  e  mina  a  Manfredi,  quando 
egli  si  credea  essere  in  maggiore  stato  e  signoria, 
come  innanzi  faremo  menzione. 


*  crebbe,  in  potere,  fama,  filale  spiegano  altri  :  «i*  esultò; 
come  in  Dante  (luf.  4.):  Che  di  vederli  in  me  $t€9$o  n*  e§ako. 
lì  contrapposto  abboMaronoy  che  vediam  scritto  appreso,  dà 
I  il  tratto  alla  nostra  interpretaaione. 


108 


CRONICHE 


CAPITOLO  LXXXVni. 

Come  la  Chiesa  di  Roma  elesse  Carlo  di  Francia 
a  essere  re  di  CiciHa  e  di  Puglia. 

Essendo  il  dello  papa  Urbano  e  la  Chiesa  così 
abbassata  per  la  potenzia  di  Hanfì*edi,  e  gli  eletti 
duo  imperadorì  (ciò  '  era  quello  di  Spagna  e  quello 
d' Inghilterra)  non  «veano  concordia  nò  pol^nua  di 
passare  in  Italia,  e  Curradino  figlinolo  del  re  Cur- 
rado a  CUI  appartenea  per  retaggio  0  regno  di  Ci- 
cilia e  di  Puglia,  era  si  piccolo  garione  che  non 
potea  ancora  venire  contro  a  Manfredi,  il  detto 
papa  per  infestamento  di  molti  Tedeli  della  Chiesa, 
ì  quali  per  le  forze  di  Manfredi  ereno  cacciati  di 
loro  terre,  e  spezialmente  per  gli  usciti  guelfi  di 
Firenze  e  di  Toscana  che  al  continuo  erano  se- 
guendo la  corte,  compiagnendosi  a*  piò  del  papa, 
il  detto  papa  Urbano  fece  uno  grande  concilio  de* 
suoi  cardinali  e  di  molti  prelati,  e  propuose  come 
la  Chiesa  era  soggiogata  da  Manfredi,  e  come  sem- 
pre quegli  di  sua  casa  e  lignaggio  erano  stati  ne- 
mici e  persecutori  di  Santa  Chiesa,  non  essendo 
grati  di  molti  beneficii  ricevuti,  che  quando  a  loro 
paresse  avea  pensato  di  trarre  Santa  Chiesa  di  ser- 
vaggio, di  recarla  in  suo  stato  e  libertà,  e  ciò  po- 
tea essere,  chiamando  Carlo  conte  d*Angiò  e  di 
Proenza,  figliuolo  del  re  di  Francia,  e  fratello  del 
buono  re  Luis,  il  quale  era  il  pia  soffidente  prin- 
dpe  di  prodezza  d*arme  e  d^ogni  virtù  che  fosse  al 
suo  tempo,  e  di  s)  possente  casa  come  quella  di  Fran- 
cia, e  clie  fosse  campione  di  Santa  Chiesa  e  re  di 
Cicilia  e  di  Puglia,  racquistandola  con  sua  forza  dal 
re  Manfredi,  il  quale  la  tenea  per  forza  illicitamente, 
e  era  scomunicato  e  dannato,  e  contro  alla  volontà 
di  Santa  Chiesa,  e  come  suo  ribello  ;  e  che  egli  si 
confidava  tanto  nella  prodezza  del  detto  Carlo  e 
della  baronia  di  Frauda,  che  M  seguiterebbono , 
eh"  egli  non  dubitava  eh*  egli  non  contrastasse  Man- 
fredi, e  gli  togliesse  la  terra  e  *1  regno  tutto  in 
poco  tempo,  e  mettesse  la  Chiesa  in  grande  stato. 
Al  quale  consiglio  s"  accordarono  tutti  i  cardinali 
e  prelati ,  e  cosi  elcssono  il  detto  Carlo  a  re  di 
Cidlia  e  di  Puglia,  egli,  e^  suoi  discendenti  insino 
in  quarta  di  sua  generazione  appresso  lui,  e  fer- 
mata la  elezione ,  gli  mandarono  il  decreto  ;  e  ciò 
fu  gli  anni  di  Cristo  1263. 

CAPITOLO  LXXXIX. 

Come  Carlo  conle  dl'Angiò  e  di  Proema  accettò  la 
ele%ione  fattagli  di  Puglia  e  di  Cicilia  per  la  Chiesa 

di  Roma, 

• 

Come  la  detta  elezione  fu  portata  in  Francia 
al  detto  Carlo,  per  lo  cardinale  Simone  dal  Torso 
s)  n"*  ebbe  consiglio  col  re  Luis  di  Francia ,  e  col 
conte  d'^Artese,  e  con  quello  di  Lanzone  suoi  fra- 
telli e  con  gli  altri  grandi  baroni  di  Francia,  e  per 


'  NotA  questo  ciò  nel  numero   del  più.    Nel    Villani  è 
usatisairoo. 


tutti  fu  consigliato,  che  al  nome  di  Dio  dovesse 
fare  la  detta  impresa  in  servigio  di  Santa  Chieta, 
e  per  portare  onore  di  corona  e  di  reame.  B  Io 
re  Luis  di  Frauda  suo  maggiore  fratello  gK  prof- 
ferse  aiuto  di  gente  e  di  tesoro,  e  simigMante,  gli 
proffersono  tutti  i  baroni  di  Franda.  E  la  doaaa 
sua  eh'  era  figliuola  minore  del  baoao  eonla  Rai- 
mondo Berlinghieri  di  Proenza,  per  la  quale  ebbe 
in  retaggio  la  detta  contea  di  Proenza,  come  seatt 
la  elezione  del  conle  Carlo  suo  marito,  per  esser 
reina  si  impegnò  tutti  i  snoi  gioielli,  e  Ticbieae  tallì 
i  baccellieri  d^  arme  di  Francia  e  di  Proenia\  dia 
fossono  alla  sua  bandiera,  e  a  farla  reina.  B  dò 
fece  maggiormente  per  nno  dispetto  e  sdegno,  che 
poco  dinanzi  le  sue  tre  maggiori  sirocchie,  che  tatto 
erano  reine,  le  aveano  fatto,  di  farla  sedere  obo 
grado  più  bassa  di  loro,  onde  eon  grande  doolo 
se  ne  richiamò  a  Carlo  suo  marito,  il  qade  le  ri- 
spose :  ^datti  pace,  eh*  io  ti  farò  tosto  BMggiore 
reina  di  loro  :  ^  per  la  qual  cosa  ella  procacdò  e 
ebbe  la  miglior  baronia  di  Francia  al  suo  servigio, 
e  quegli  che  piik  adoperarono  nella  della  impresa. 
E  cosi  intese  Carlo  al  suo  apparecchiamento  con 
ogni  soUecitodine  e  podere  :  e  rispose  al  papa  e  a* 
•cardinali  per  lo  detto  legato  cardinale,  come  avoa 
accettata  la  loro  elezione,  e  che  sanza  gnari  d'Inda- 
gio  passerebbe  in  Italia  con  forte  bracdo  e  grande 
potenzia  alla  difensione  di  Santa  Chiesa  e  contro  a 
Manfredi  per  cacciarlo  della  terra  di  Cicilia  e  di 
Puglia:  della  quale  novella  la  Chiesa  e  lotti  i  snei 
fedeli,  e  chiunque  era  di  parte  gaella,  si  conforta- 
rono assai  e  presono  grande  vigore.  Coom  Man- 
fredi senti  la  novella,  si  provvide  al  riparo  (fi  genie 
e  di  moneta,  e  colla  forza  della  parte  ghibellioa  di 
Lombardia  e  di  Toscana,  ch'erano  io  sua  lega  e 
compagnia,  ordinò  taglia  e  goernimento  di  più  gente 
assai  che  prima  non  aveano,  e  fecene  venire  della 
Magna  per  suo  riparo,  acciocché  'I  detto  Carlo  né 
sua  gente  di  Francia  non  potessono  entrare  in  Ita- 
lia nò  passare  a  Roma;  e  con  moneta  e  con  pro- 
messe si  rec'ò  gran  parte  de'  signóri  e  delle  dita 
d'Italia  sotto  sua  signoria,  e  in  Lombardia  fecesoo 
vicario  il  marchese  Pallavidno  di  Piemonte  suo  pa- 
rente, che  molto  il  somigliava  di  persona  e  di  co- 
stumi. E  simigliante  fece  apparecchiare  grande  guar- 
dia in  mare  di  galee  armate  de'  sooi  Cidliaiii  e 
Pugliesi,  e  de'  Pisani,  eh'  erano  in  lega  con  loi,  e 
poco  dottava  la  venata  del  detto  Carlo,  il  quale 
chiamavano  per  dispetto  Carìotto.  E  imperdocchò  a 
Manfredi  parca  essere,  e  era,  signore  del  mare  e 
della  terra,  e  la  sua  parte  ghibellina  era  al  di  sopra 
e  signoreggiava  Toscana  e  Lombardia,  la  sua  venota 
avea  per  niente. 

CAPITOLO  XC. 

Inddenta^  raccontando  del  buono  conte  Raimomdo 
Berlinghieri  di  Proenna, 

Poichò  nel  capitolo  di  sopra  avemo  contato 
della  valente  donna  moglie  che  fu  del  re  Carlo*  e 
figlinola  del  buono  conle  Raimondo  Berlinghieri  di 


5* 
k. 


DI  GIOVANNI  VaLANI. 


109 


Proenia,  è  ragiooe  ch'^alcana  cosa  in  brìeve  diciamo 
M  dello  conte,  onde  il  re  Carlo  rimase  reda.  Il 
coale  Raimondo  fa  gentile  signore  di  legnaggio,  e 
fn  d' ona  progenia  di  qoe*  della  casa  d^Araona,  e  di 
quella  del  conte  di  Tolosa.  Per  retaggio  fu  saa  la 
Proensa  di  qua  dal  Rodano;  signore  fusavioetor- 
lese,  e  di  nobile  stato,  e  virtuoso,  e  al  suo  tempo 
fece  onorate  cose,  e  in  sua  corte  usarono  tutti  i 
gentili  nomini  di  Proenta,  e  di  Francia,  e  Catalo- 
gna per  la  sua  cortesia  e  nobile  stato,  e  molte 
cobbole  '  e  cannoni  provenzali  di  gran  senten&ie 
fece.  Arrivò  in  sua  corte  uno  romeo'  che  tornava 
da  San  faeopo,  e  udendo  la  bontà  del  conte  Rui- 
mondo,  ristette  in  sua  corte,  e  fu  si  savio  e  va- 
loroso, e  venne  tanto  in  grazia  al  conte,  che  di 
lutto  il  fece  maestro  e  guidatore;  il  quale  sempre 
in  abito  onesto  e  religioso  si  mantenne,  e  in  poco 
tempo  per  sua  industria  e  senno  raddoppiò  la  ren- 
dita di  suo  signore  in  tre  doppia  mantenendo  sem- 
pre grande  e  onorata  corte.  E  avendo  guerra  col 
conte  di  Tolosa  per  confini  di  loro  terre  (e  il  conte 
di  Tolosa  era  il  maggiore  conte  del  mondo,  e  sotto 
se  avea  quattordici  conti),  per  la  cortesia  del  conte 
Raimondo,  e  per  lo  senno  del  buono  romeo,  e  per 
lo  tesoro  ch^egti  avea  ninnato,  ebbe  tanti  baroni  e 
cavalieri,  di^  egli  venne  al  disopra  della  guerra,  e 
con  onore.  Quattro  figliuole  avea  il  conte  e  nullo 
figlinolo  maschio.  Per  lo  senno  e  procaccio  del  buo- 
no romeo,  prima  gli  maritò  la  maggiore  al  buono 
re  L«s  di  Francia  per  moneta,  dicendo  al  conte: 
^  lasciami  fare,  e  non  ti  gravi  il  costo,  che  se  tu 
mariti  bene  la  prima,  tutte  TaHre  per  lo  suo  pa- 
rentado le  mariterai  meglio,  e  con  meno  costo.„  E 
cosi  venne  fello,  che  incontanente  il  re  d' Inghilterra 
per  essere  cognato  del  re  di  Francia,  tolse  T altra 
per  poca  moneta:  appresso  il  fratello  carnale  es- 
sendo eletto  re  de^  Romani,  simile  tolse  la  terza; 
la  quarta  rimanendo  a  maritare,  disse  il  buono  ro- 
meo: ^di  questa  voglio  che  abbi  uno  valente  uo- 
mo per  figliuolo,  che  rimanga  tua  reda:,  e  così 
fece.  Trovando  Carlo  conte  d' Angiò,  fratello  del  re 
Loia  di  Francia,  disse  :  ^a  costui  la  da\  eh'  è  per 
essere  il  migliore  uomo  del  mondo  :„  profetando  dì  lui, 
e  eosi  fa  fatto.  Avvenne  poi  per  invidia,  la  quale 
guasta  ogni  bene ,  eh*  e**  baroni  di  Proenza  appuo- 
801I0  al  buono  romeo,  ch'egli  avea  male  guidato 
il  tesoro  del  conte,  e  feciongli  domandare  conto; 
il  valente  romeo  disse:  ^conte,  io  t*  ho  servito 
gran  tempo,  e  messo  '  di  picciolo  stato  in  grande,  e 
di  dò  per  lo  falso  consiglio  di  lue  genti  se*  poco 
grato  :  io  venni  in  tua  corte  povero  romeo,  e  one- 
slamenle  del  tuo  sono  vivuto,  fammi  dare  il  mio 
maletto  e  il  bordone  e  scarsella  com^  io  ci  venni, 
e  qaeloU  ogni  servfgio.„  Il  conte  non  volea  si  par- 


'  Componimenti  lirici  e  più  particolarmonte  copie  di 
Tersi  rimatii  dal  provenaale  eoUa  piar.  eobUu. 

*  peUegrino.  Dante  nella  'Vita  nnova,^  :  In  tre  modi  ii 
tkiemumo  propriamenU  U  genti  che  vanno  al  Hrvigio  del- 
r  Amaimo  :  chiomanti  palmieri,  in  qucmto  vanno  oltremare; 
ehiammi9i  pellegrini  in  quanto  vanno  atta  eata  di  OaUùtia; 
ehÌ€È$nan9Ì  romei,  in  quanto  vanno  a  Soma,  Per  altro  la 
voce  romeo  significò  in  generale  anche  |>e^«^'iio,  come  ab- 
biamo da  questo  luogo  del  Villani. 


Usse  ;  egli  per  nulla  voHe  rimanere,  e  com^  era  venuto, 
cosi  se  n'  andò,  die  mai  non  si  seppe  onde  si  fos- 
se ,  né  dove  s*  andasse  :  avvisossi  per  molti,  che 
fosse  santa  anima  la  sua. 

CAPITOLO  XCI. 

Come  in  quegli  tempi  apparee  una   grande  stella 
camata,  e  le  sue  significaiiiom. 

Negli  anni  di  Cristo  1264,  del  mese  d'ago- 
sto, apparve  in  cielo  una  stella  comata  con  grandi 
raggi  e  chioma  dietro ,  che  levandosi  dall'  oriente 
con  grande  luce  infino  eh'  era  al  mezzo  il  cielo,  in- 
verso r  occidente,  la  sua  chioma  risplendea,  e  durò 
tre  mesi:  ciò  fu  infino  del  mese  di  novembre.  R 
la  detta  stella  comata  significò  diverse  novitadi  in 
pili  parti  del  secolo,  e  molti  dissono  che  aperta- 
mente significò  la  venuta  del  re  Carlo  di  Francia, 
e  la  mutazione  che  seguì  Tantio  appresso  del  re- 
gno di  Cicilia  e  di  Puglia,  il  quale  si  trasmutò, 
per  la  sconfitta  e  morte  del  re  Manfredi,  della  si- 
gnoria de'  Tedeschi  a  quella  de*  Franceschi;  e  si- 
migUante  molte  mutazioni  e  traslazioni  di  parti,  che 
per  cagione  di  quella  del  Regno,  avvennero  a  più  città 
di  Toscana  e  di  Lombardia  come  innanzi  faremo 
menzione.  E  come  s' approvi,  che  queste  stelle  co- 
mate  significano  mutazioni  di  regni,  per  gli  antichi 
autori  in  loro  versi,  si  mostra  per  Istazio  poeta, 
nel  primo  suo  libro  di  Tebe,  ove  disse  : 

BellaquUmspopuUs^quaemuteni  regna  cometae. 
E  Lucano  nel  primo  suo  libro  disse: 

Sideris  et  lerris  mutantes  regna  cómelae. 
Ma  questa  intra  V  altre  significazioni  fu  evidente  e 
aperta,  che  come  la  delta  stella  apparve,  papa  Ur- 
bano ammalò  d*  infermità,  e  la  notte  che  la  detta 
cometa  venne  meno,  si  passò  il  detto  papa  di  que- 
sta vita  nella  città  di  Perugia ,  e  là  fu  soppellito  ; 
della  cui  morte  alquanto  tardò  la  venuta  di  Carlo, 
e  Manfredi  e'  suoi  seguaci  furono  molto  allegri, 
avvisando  che  morto  il  detto  papa  Urbano,  ch'era 
francesco,  s' impedisse  la  detta  impresa  di  Carlo.  E 
vacò  la  Chiesa  senza  pastore  cinque  mesi;  ma  co- 
me piacque  a  Dio,  fu  fatto  papa  Clemente  quarto 
della  città  di  S.«n  Gilio  in  Proenza,  il  quale  fu  buo- 
no uomo  e  di  santa  vita  per  orazioni  e  digiuni  e 
limosine,  tutto  che  prima  fosse  slato  laico,  e  a- 
vesse  avuto  moglie  e  figliuoli,  cavaliere  e  grande 
awogado  in  ogni  consiglio  del  re  di  Francia;  ma 
morta  la  moglie,  si  fece  cherico,  e  fu  vescovo  del 
Poi,  e  appresso  arcivescovo  di  Nerbona,  e  poi  car- 
dinale di  Savina,  e  regnò  presso  di  quattro  anni, 
e  molto  fu  favorevole  alla  venuta  del  detto  Carlo, 
e  rimise  Èrnia  Chiesa  in  buono  stato.  Lasceremo 
alquanto  del  papa  e  dell'altre  novità  d* Italia,  im- 
perciocché tutte  seguirò  alla  venuta  del  detto  Carlo 
e  de'  suoi  successori,  e  le  novità  che  furono  quasi 
per  tutto  il  mondo  '.  ' 


'  La  Giuntina  così  chiude  :  e  delle  novità  cT  Italia,  e 
diremo  dello  avvenimento  del  detto  Carlo;  e  cominceremo  il 
Settimo  Libro,  ove  conteremo  deUa  tignoria  e  ttato  del  re 
Carlo,  e  d^  tuoi  mccettori,  e  le  novità  che  furono  qttati  per 
tutto  U  mondo. 


no 


CRONICHE 


LIBRO  SETTIMO 


CAmOLO  PRIMO. 

Qui  eowùncia  il  libro  setHmo,  il  quale  tratta  deW  oc- 

fi€tùmenio  del  re  CarlOy  e  di  molte  mutmuimi  e  nom^ 

tadi  che  ne  seguirono  appresso. 

Carlo  figliuolo  secondo  che  fu  di  Luis  Piace- 
Tole  re  di  Francia,  e  nipote  del  buono  re  Filippo  il 
Bornio,  suo  avolo,  onde  facemmo  meniione  addietro, 
e  fratello  del  buono  re  Luis  di  Francia,  e  di  Ruberto 
eonte  d*Artese,  e  d'Alfonso  conte  di  Pettieri,  tutti  e 
quattro  fratelli,  furono  nati  della  reina  Bianca  figliuo- 
la del  re  Alfonso  di  Spagna.  U  detto  Carlo  conte 
d^  Angfò  per  retaggio  del  padre,  e  conte  di  Proenza 
di  qua  dal  Rodano  per  retaggio  della  moglie,  figliuo- 
la del  buono  conte  Raimondo  Berlinghieri,  siccome 
per  lo  papa  e  per  la  Chiesa  fu  eletto  re  di  Cicilia  e 
di  Puglia,  si  s'  apparecchiò  ^  di  cavalieri  e  di  baroni 
per  fornire  sua  impresa  e  passare  in  Italia,  come  in- 
narrammo dinami.  Ha  acciocché  più  apertamente  si 
possa  sapere  per  quelli  che  sono   a  venire,  come 
questo  Carlo  fu  il  p.  imo  origine  de*  re  di  Cicilia  e 
di  Puglia  stratti  della  casa  di  Francia,  sì  diremo  al- 
quanto delle  sue  virtù  e  condizioni;  ed  è  bene  ra- 
gione di  far  memoria  di  tanto  signore,  e  tanto  amico 
e   protettore  e  difenditore  di  Santa  Chiesa  e  della 
nostra  città  di  Firenze,  siccome  innanzi  faremo  men- 
zione. Questo  Carlo  fu  savio,  di  sano  consiglio,  e 
prode  in  arme,  e  aspro,  e  molto  temuto  e  ridottato  ^ 
da  tutti  i  re  del  mondo,  magnanimo  e  d'alti  inten- 
dimenti, in  fare  ogni  grande  impresa  sicuro,  in  ogni 
avversità  fermo,  e  veritiere  d^ogni  sua   promessa, 
poco  parlante,  e  molto  adoperante,  e  quasi  non  ri- 
dea  se  non  poco,  onesto  com'  uno  religioso,  e  cat- 
tolico, aspro  in  giustizia,  e  di  feroce  riguardo,  grande 
di  persona  e  nerboruto,  di  colore  ulivigno,  e  con 
grande  naso,  e  parca  bene  maestà  reale  più  ch^  altro 
signore;  molto  vegghiava  e  poco  dormiva,  e  usava 
di  dire,  che  dormendo,  tanto  tempo  si  perdea  ;  largo 
fu  a^ cavalieri  d^arme,  ma  covidioso^  d'acquistare 
terra  e  signoria  e  moneta  d'onde  si  venisse,  per 
fornire  le  sue  imprese  e  guerre;  di  gente  di  corte, 
minestrìeri^  o  giucolarì  non  si  dilettò  mai  :  la  sua  arme 


'  si  provvide. 

^  rìspetUto,  dal  verbo  ridoUure  che  vale  non  pur  te^ 
fHertf  mft  rispettare  per  timore ,  e  che  ha  riscontro  nel 
firmnceM  redoutcr,  Cos)  il  verbo  dottare  de*  Trecentisti 
rende  il  dotUer  de' francesi,  e  vale  non  pure  Umnic,  ma 
acuto  in  rispetto  per  paura,  V.  anche  a  pag.  34. 

*  avido,  ingordo,  cnpido,  bramosa  Altri  tasti  leggono 
corùloso.'U  testo  Moreni  ha  omrokioso;  qualche  altro:  am- 
fottofo,  dal  V.  a.  francese  convoUfur^  che  k  àn  rimandare 
fra  le  brattare. 

*  minestrelli,  baffoni,  uomini  di  corte,  dal  proveniale 
menéftrier,  Dioevansi  anche  vUniHrieri  e  italianamente  ^• 
catari  o  giullari  ^  ed  eraao  uomini,  che  per  fsr  ridere, 
abitavano  la  coi1e. 


era  quella  di  Francia,  cioè  il  campo  auorro  e  fior- 
daliso d' oro,  e  il  sopra  uno  mlrello  '  vermiglio  : 
tanto  Sì  divisava  da  quella  del  re  di  Francia.  Questo 
Carlo  quando  passò  in  Italia  era  d'età  di  quarantasei 
anni,  e- regnò  re  df-Cidfaa  e  di  Puglia,  come  ftreaM) 
menzione  innanzi,  anni  diciannove.  Ebbe  Mia  moglie 
due  figliuoli,  e  più  figliuole:  il  primo  ebbe  aone 
Carlo  secondo,  e  fu  sciancato  alquanto,  e  fu  prenze 
di  Capova,  e  appresso  del  primo  Carlo  suo  padre, 
fu  re  di  Cicilia  e  di  Puglia,  come  innanzi  faremo  men- 
zione: r  altro  ebbe  nome  Filippo,  il  quale  per  la 
moglie  fu  prenze  della  Morea,  ma  mori  giovane,  e 
sanza  figliuoli,  perocché  si  guastò^  a  tendere  ubo  ba- 
lestro. Lasceremo  alquanto  della  progenie  del  buono 
re  Carlo,  e  seguiremo  nostra  storia  del  suo  passaggio 
in  Italia,  e  d'altre  cose  conseguenti  a  quello. 

CAPITOLO  II. 

Come  i  guelfi  usciti  di  Firenze  ebbono  Parme  di  papa 
Clemente^  e  come  seguirono  la  gente- francesca  del 

conte  Carlo. 

In  questi  tempi  i  guelfi  usciti  d!  Firenze  e  del- 
l'* altre  terre  di  Toscana,  i  quali  s*  erano  molto  a>'an- 
zati  per  la  presura  ch'aveano  fatta  della  città  di 
Modona  e  di  Reggio,  come  addietro  facemmo  men- 
zione, sentendo  come  il  conte  Carlo  s' apparecchiava 
di  passare  in  Italia,  si  si  misono  con  tutto  loro  podere 
in  arme  e  in  cavalli,  isforzandosi  ciascuno  giusta 
sua  possa,  e  feciono  più  di  quattrocento  buoni  uomini 
a  cavallo  gentili  di  lignaggio,  e  provati  in  arme,  e 
mandarono  loro  ambasciadorì  a  papa  Clemente,  ac- 
ciocché gli  raccomandasse  al  conte  Carlo  eletto  re 
di  Cicilia,  e  profferendosi  al  servigio  di  Santa  Chiesa; 
i  quali  dal  dello  papa  furono  rice\*uti  graziosamente, 
e  provveduti  di  moneta  e  d'altri  beneficii;  e  volle 
il  detto  papa  che  per  suo  amore  la  parte  guelfo  di 
Firenze  portasse  sempre  la  sua  arme  propria  in  ban- 
diera e  in  suggello,  la  quale  era,  ed  è,  il  campo 
bianco  con  una  aguglia  vermiglia  in  su  uno  serpente 
verde,  la  quale  portarono  e  tennero  poi,  e  fanno 
inaino  a'  nostri  presenti  tempi  ;  bene  v'  hanno  poi 
aggiunto  i  guelfi  uno  giglietto  vermiglio  sopra  il 
capo  dell*  aquila  ;  e*  con  quella  insegna  si  partirono 
di  Lombardia  in  compagnia  de*  cavalieri  franceschl  del 
conte  Carlo  quando  passarono  a  Roma,  come  ap- 
presso faremo  menzione;  e  fu  della  migliore  gente, 
e  che  più  adoperarono  d*  arme,  eh'  avesse  del  tanto 
il  re  Carlo  alla  ballaglia  contro  a  Manfredi.  Lasce- 


'  Legno  con  mensola  «  viticcio,  dove  si  posano  le  arme 
in  asta. 

*  D  verbo  guattart  in  questo  senso  manca  alla  Crusca, 
n  Davansati,  sa  ben  mi  ricorda,  disse:  #•  ruppe  di  sotto, 
e  questa  maniera  si  desidera  pure  nel  vocabolario. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


Iti 


rèmo  alquanto  degli  usciti  guelfi  di  Firenze,  e  diremo 
della  venuta  del  conte  Carlo,  e  di  sua  gente. 

CAPITOLÒ  in. 

Come  U  cotUe  Coirlo  $iparé%  di  Frància^  e  per  mare 
$i  passò  di  Proen»a  a  Roma, 

Negli  anni  di  Cristo  1265,  Carlo  cónte  d' Afigiò 
e  di  Proenxa,  Tatta  sua  rannata  di  baroni  e  di  cava- 
lieri di  Francia,  e-  di  moneta  per  fornire  suo  viaggio, 
e  fatta  siìa  mostra,  si  lasciò  il  conte  Guido  di  Hon- 
forte  capitano  e  guidatore  di  millecinquecento  cava- 
lieri franceschi,  i  quali  dovessono  venire  a  Roma  per 
la  via  di  Lombardia;  e  fatta  la  festa  della  Pasqua  della 
Resurrexione  di  Cristo  col  re  Luis  di  Francia  e  con 
gli  altri  suoi  fratelli  e  amici,  subitamente  si  parti  di 
Parìgi,  con  poca  compagnia:  sanza  soggiorno  venne 
a  Marsili|i  in  Proenza,  là  dove  avea  fatte  apparec- 
chiare trenta  galee  armate,  in  sulle  quali  si  ricolse 
co|i  alquanti  baroni  che  di  Francia  avea  menati  seco, 
e  con  certi  de^  suoi  baroni  e  cavalieri  provenzali,  è 
mesi  in  mare  per  venire  a  Roma  a  grande  peri- 
colo, perocché  '1  re  Manfredi  colle  sue  forze  avea 
fatte  am^re  in  Genova  e  in  Pisa  e  nel  Regno  più 
di  ottanta  galee  \  le  quali  stavano  in  mare  alla  guar- 
dia, acciocché  ^1  detto  Carlo  non  potesse  passare.  Ma*l 
detto  Carlo,  come  franco  e  ardito  signore,  si  mise 
a  passare  non  guardando  agli  aguati  de'  suoi  nemici, 
dicendo  uno  proverbio,  ovvero  sentenzia  di  filosofo, 
che  dice.:  buono  studio  rompe  rea  fortuna.  E  ciò  av- 
venne al  detto  Carlo  bene  a  bisogno  ;  che  essendo 
colle  sue  galee  sopra  il  mare  di  Pisa,  per  fortuna 
di  jnare  si  sdarrarono  ^,  e  Carlo  con  tre  delle  sue 
galee,  per  forza  straccando  ^,  arrivò  a  Porto  Pisano. 
Sentendo  ciò  il  eonte  Guido  Novello,  ch'allora  era 
in^Pisa  vicario  del  re  Manfredi,  s'armò  colle  sue 
masnade  di  Tedeschi  per  cavalcare  a  Porto,  e  pren- 
dere il  conte  Carlo;  i  Pisani  presono  loro  punto,  e 
chiusono  le  porte  della  città,  e  furono  ad  arme,  e 
«ossono  questione  al  vicario,  che  rivoleano  il  cas- 
sero^ del  Mutrone  eh*  egli  tenea  per  gli  Lucchesi,  il 
quale  *era  a  loro  molto  caro  e  bisognevole,  e  cosi 
convenne  che  fosse  fatto  innanzi  si  potesse  partire. 
B  per  lo  detto  intervallo  e  dimoro,  quando  il  conte 
Guido  partito  di  Pisa  e'  giunse  a  Porto,  il  conte 
Carlo,  cessata  alquanto  la  fortuna,  e  con  grande  sol- 
ledtttdine  fatte  racconciare  le  sue  galee,  e  messosi 
in  marc^  di  poco  dinanzi  s' era  partito  di  Porto,  e 
cessato  tanto  pericolo  e  isventura:  e  così  come 
piacque  tt  Dio,  passando  poi  assai  di  presso  del  na- 
vilio  del  re  Manfredi,  prendendo  alto  mare,  arrivò, 
colla  sua  armata,  sano  e  salvo  alla  foce  del  Tevero  di 
Roma,  del  mese  di  maggia  del  detto  anno,  la  cui 
venuta  h  tenuta  molto  meravigliosa  e  subita,  e  dal 
re  Manfredi  e  da  sua  gente  appena  si  potea  credere: 
Giunto  Carlo  a  Roma,  da'  Romani  fa  ricevuto  a  grande 


*  La  Giuntina  legge  da  oUomta, 
'  sì  dissiparono)  si  diapersero. 

'  sforzandosi  all'estremo;  a  voga  rovinosa. 

*  Recinto  di  mura  a  modo  di  castello,  che  serviva  di 
(ortesia  e  di  arsenale. 


onore,  imperciocché  non  amavano  la  signoria  di 
Manfredi,  e  incontanente  fu  fatto  senatore  di  Roma, 
per  volontà  del  papa  e  del  popolo  di  Roma.  Con  tutto 
che  papa  Clemente  fosse  a  Viterbo,  gli  diede  ogni 
aiuto  e  favore  contro  a  Manfredi,  spirituale  e  tem- 
porale; ma  per  cagione  che  la  sua  cavallerìa  che 
venia  di  Francia  per  terra,  e  per  molti  impedimenti 
apparecchiati  per  le  genti  di  Manfredi  in  Lombar- 
dia, penarono  molto  a  giugnere  a  Roma,  come  fa- 
remo menzione,  sicché  al  conte  Carlo  convenne  sog- 
giornare a  Roma,  e  in  Campagna,  e  a  Viterbo  tutta 
quella  state,  nel  quale  soggiorno  provvide  e  ordinò 
.come  potesse  entrare  nel  Regno  con  sua  oste. 

CAPITOLO  IV. 

Come  il  conte  Guido  di  Monforte^  colla  cavalleria 
del  conte  Carlo  passò  per  Lombardia, 

n  conte  Guido  di  Monforte  colla  cavalleria  che  '1 
conte  Carlo  li  lasciò  a  guidare,  e  colla  contessa 
moglie  del  detto  Carlo,  e  co' suoi  cavalierì,  si  par- 
tirono di  Francia  del  mese  di  giugno  del  detto  anno. 
E  questi  furono  i  caporali  de' baroni  col  conte  di 
Monforte  :  messer  Boccardo  col  cont^  di  Vandomo, 
e  messer  Giovanni  suo  fratello,  messer  Guido  di  Bei- 
luogo  vescovo  d' Alsurro,  messer  Filippo  di  Monforte, 
messer  Guglielmo  e  messer  Piero  di  Belmonte,  mes- 
ser Ruberto  di  Bettona  prìmogenito  del  conte  di  Fian- 
dra, il  quale  era  genero  del  conte  Carlo,  messer  Qi- 
lio  il  Bruno  conestabile  di  Francia,  maestro  e  balio 
del  detto  Ruberto,  il  maliscalco  di  Mirapesce,  mes- 
ser Guglielmo  lo  Stendardo,  messer  Gianni  dì  Bre- 
siglia  maliscalco  del  conte  Carlo,  cortese  e  valente 
cavaliere;  e  feciono  la  via  di  Borgogna  e  di  Sa- 
voia, e  passarono  le  montagne  di  Monsanese  ;  e  ar- 
rivati nella  contrada  di  Torino  e  d'Asti,  dal  mar- 
chese di  Monferrato  eh*  era  signore  di  quel  paese, 
furono  ricevuti  onorevolemente,  perché  '1  dette  mar- 
chese tenea  colla  Chiesa,  e  era  contro  a  Manfredi-; 
e  per  lo  suo  condotto,  e  coir  aiuto  de*  Milanesi,  si  mi- 
sono  a  passare  la  Lombardia  tutti  in  arme,  e  cavalcando 
schierati,  e  con  molto  affanno  di  e  notte,  di  Piemonte 
infino  a  Parma,  perocché  *l  marchese  Pallavicino  |)a- 
rente  di  Manfredi,  colla  forza  de'  Chermonesi  e  del- 
l' altre  città  ghibelline  di  Lombardia  eh'  eranO'  in  lega 
con  Manfredi,  era  a  guardare  i  passi  con  più  di  tre- 
mila cavalieri,  che  Tedeschi  e  che  Lombardi  ;  alla  fine, 
come  piacque  a  Dio  e  veggendosi  assai  di  presso  le 
dette  due  osti  al  luogo  detto....  i  Franceschi  passa- 
rono sanza  contrasto  di  battaglia,  e  arrivarono  alla 
città  di  Parma.  Bene  si  disse  che  uno  messer  Buoso 
della  casa  di  que'  da  Duera  di  Chermona,  per  danari 
eh'  ebbe  dai  Franceschi,  mise  consiglio  per  mode,  che 
l'oste  di  Manfredi  non  fosse  al  contrasto  al  passo, 
com'  erano  ordinati,  onde  poi  il  popolo  di  Chermona 
a  furore  distrussono  il  detto  legnaggio  di  quegli  da 
Duera.  Giunti  i  Franceschi  alla  città  di  Parma  furono 
ricevuti  graziosamente,  e  gli  usciti  guelfi  di  Firenze 
e  deir  altre  città  di  Toscana  con  più  di  quattrocento 
cavalierì,  onde  aveano  fatto  loro  capitano  il  conte 
Guido  Guerra  de' conti  Guidi,  andarono  loro  incontro 


112 


CRONICHE 


bfino  a  Ihntovt.  B  qnndo  i  JFTiincescbì  si  sconln- 
roDO  con  gli  usciti  guelfi  di  Firebse  e  di  Toscana, 
parve  loro  sì  bella  gente  e  sì  riccamenle  a  cavalli 
e  ad  arme,  che  molto  si  maravigliarono,  che  usciti  di 
loro  terre,  potessono  essere  così  nobilmente  addob- 
bati, e  la  loro  compagnia  ebbono  molto  cara  de*  detti 
nostri  usciti.  B  poi  gli  scorsono  e  condossono  per 
Lombardia  a  Bologna,  e  per  Romagna,  e  per  la  Marca, 
e  per  lo  Ducato,  che  per  Toscana  non  poterono  pas- 
sare, perocché  tutta  era  a  parte  ghibellina  e  alU 
signoria  di  Manfredi;  per  la  qual  cosa  niìsono  molto 
tempo  in  loro  viaggio,  sicché  prima  fu  V  entrante 
del  mese  di  decembre,  del  detto  anno  1265,  ohe 
giugnessono  a  Roma  ;  e,  giungi  loro  alla  città  di  Roma, 
il  cont«  Carlo  fu  molto  allegro,  e  gli  ricevette  a 
gran  festa  e  onore. 

CAPITOLO  V. 

Come  lo  re  Carlo  fu  corouaio  tn  Roma  re  di  Ci-- 

ct/ta,  e  come  incontanente  si  parli  con  sua  oste  per 

andare  incontro  al  re  Manfredi. 

Come  la  cavallerìa  del  conte  Carlo  fu  giunta 
a  Roma,  sì  intese  a  prendere  sua  corona,  e  il  dì 
della  Epifania  ',  gli  alini  detli  1265  per  due  card'- 
nali  legati  e  mandati  dal  papa  a  Roma,  fu  tonsecrato 
e  coronato  del  reame  di  Cicilia  e  di  Puglia,  egli,  e 
la  donna  sua  a  grande  onore;  e  sì  tosto  come  fu 
finita  la  festa  della  sua  coronasione,-  sansa  alcuno 
soggiorno  si  mise  al  cammino  con  sua  osle  per  la  via 
di  Campagna  inverso  il  regno  di  Puglia,  e  Caita- 
pagna  :  ^bbe  fissai  tosto  grande  parte  sansa  contrasto 
al  suo  comandamento.  Lo  re  Manfredi  sentendo  la 
loro  venuta,  del  detto  Carlo,  e  poi  della  sua  gente, 
compara-  passata  per  diffalta^  della  sua  grande  oste 
eh" era  in  Lombardia,  6t  molto  cruccioso:  inconta- 
nente mise  tutto  suo  studio  alla  guardia  de*  passi  djel 
regno,  e  al  passo  al  ponte  a  Cepperano  mise  il  conte 
Giordano  e  quello  di  CaaerJta,  i  quali  erano  dell» 
casa  di  quegli  da  Quoiia,  e  con  gante  assai  a  pie  e  a 
eavallo,  e  in  San  Germano  mise  grande  parte  di  sua 
baronia  Tedeschi  e  Pugliesi,  «  tutti  i  saradni  di  No- 
cera  coir  aroora  e  balestra  e  con  molto  saeliamento, 
co  sfidandosi  più  in  quello  riparo  che  in  altro,  per 
lo  forte  luogo  e  per  lo  sito,  che  dall'una  parte  ha 
grandi  montegne  e  dalP  altra  peduli  e  marosi  ^,  ed 
era  fornito  di  vittuaglia  e  di  tutte  cose  bisognevoli 
per  più  di  dne  anni.  Avendo  fatto  il  re  Manfredi  forni» 
mente  ^  à*  passi,  come  detto  avemo,  sì  mandò  suoi 
ambasciadorì  ti  re  Carlo,  per  trattare  con  lui  trìegae, 
o  pace;  ed  isposta  loro  ambasciate,  il  re  Carlo  con 
sua  bocca  volle  fare  la  risposte,  e  disse  in  sua  Hngna 
in  franceseo  :  AUe*^  et  éUte%  pour  moi  au  sultan  de 
Nocere^  qu*  aujowrdhùi  je  mettrai  lui  e»  enfer^  ou 


'  I  più  de'  eodici  leggono  B^nia^  idiotitmo  ancora  in 
uso  fra  i  toscani. 

*  per  colpa,  per  fyio:  in  genere  vale  mancanza. 

'  mareaei  stagno  marino,  maremma.  E  voce  mal  defi- 
nita nella  Cmsca.  Comanemente  vale  fiotto  dì  mar-j^  on- 
data, €WfaUan€, 

*  La  Giuntina:  gvermmtHto. 


il  metfra  moi  en  paradis:  ciò  vuol  dire:  io  non 
voglio  altro  che  la  battaglia,  ove,  o  io  nooiderò  lai, 
0  egli  me;  e  ciò   fatte,  sansa  soggiorno  si  mise 
al  cammino.  Avvenne  che  giùnto  il  re  Carlo  con  sua 
oste  a  Fresolone  in  Campagna,  scendendo  verso  Cep- 
perano, fl  detto  conte  Giordano  che  a  quello  passo  era 
a  gurdia,  veggendo  venire  la  gente  del  re  per  panare, 
volle  di^ndere  il  passo;  il  conte  di  Caserta  disse 
eh'  era  meglio  a  lasciarne  prima  alquanti  passare,  sì 
gli  avrebbono  di  li.  dal  passo  sansa  colpo  di  spada,  n 
conte  Giordano  quando  vide  ingrossare  la  gente, 
ancora  volle  assalirli  con  battaglia  v  allora  il  conte  di 
Caserta  il  quale  era  nel  iratteto,  diase  die  la  batta- 
glia era  di  gran  rischio,  imperciocché  troppi  n*  erano 
passati.  Allora,  vedendo  il  conte  Giordano  st  pos- 
sente la  gente  del  re,  abbandonarono  la  terra  e  il 
pontCy  chi  dice  per  paura,  ma  i  più  dissono  per  lo 
iratUto  fatto  dal  re  al  conte  di  Caserta,  impercioc- 
eh*  egli  non  amava   Manfredi,  perocché  per  la  sna 
disordinate  lussuria,  per  fona  avet  giacinto   colla 
moglie  del  conte  'di  Caserta,  onde  da  ini  ai  tenea 
forte  ontato,  e  volle  fare  questa  vendetta  mi  detto 
tradimento.  E  a  questo  diamo  fede ,  perocché  furono 
de' primi  egli  e' suoi  che  s'arrenderono  al  rè  Carlo, 
e  lasciato  Cepperano,  non  tomaro  alToste  del  re 
Manfredi  a  san  Germano,  masi  tennero  in  toro[cutelUi« 

CAI'ITOLO  Vi: 

* 

Come  il  re  Carlo  avuto  U  passo  di  Cepperano^  Me 
per  for%a-  la  terra  di  San  Germano. 

Come  lo  re  Carlo  e  sua  oste  ebbono  preso  il 
passo  di  Cepperano,  j)resono  Aquino  sansa  contasto, 
e  per  forsa  ebbono  la  rocca  d'  Acri,  ch'é  dcUe  più 
forti  tenute  di  quello  paese  ;  e  ciò  fatto,  si  misono 
a  campo  colU  oste  a  San  Germano.  Quegli  della  terra 
per  lo  forte  luogo,  e  perch'  era  bene  fornito  di  genti 
e  di  tette  cose,  aveanp  per  niente^  la  gente  del  re 
Carlo,  nia  per  dispregio^  a'  loro  raganxi  che  mena- 
vano i  cavalli  all'acqua,  bceano  spregiare,  e  dire 
onte  e  villania,  chiamando:  or'é  il  vostro  Carlotto? 
Per  la  qual  cosa  i  ragassi  .òé*  Franceschi  si  misono  a 
badaluccare,  e  a  combattere  con  quegli  d*  entro, 
per  la  qual  cosa ,  tetta  V  oste  de'  Franceschi  si  levò 
a  romore;  e  temendo  che  *l  campo  non  fòsse  as- 
salito, tutti  furono  ad  arme  i  Franceschi  subita- 
mente, correndo  inverso  la  terra:  quelli  d'entro 
non  prendendosi  di. ciò  guardia,  non  furono  così 
tosto  tutti  air  arme.  I  Franceschi  con  grande  fu- 
rore assalirono  la  terra,  e  dando  battaglia'  da  piò 
parli;  e  chi  migliore  scliermo  non  polea  avere,  i- 
smontando  de*  ^vaUi ,  e  levando  loro  le  seUe,  e 
con  esse  in  capo  andavano  sotto  le  mura  e  torri 
della  terra.  Il  conte  di  Vandomo -con  mésser  Gianni 
suo  fratello,  e  con  toro  bandiera,  i  quali  f^vono 
de'  primi  che  s'armarono,  seguirono  1  ifagaui  di 
que*  d^  entro  eh'  erano  usciti  al  badalucco,  e  cac« 
dandogli,  con  loro  insieme  si  misono  dentro  per 
una  postìerta  ch'era  aperte  per  ricoglierll,  e  ciò 
non  fu  santa  grande  pericolo,  imperciocché  la  porta 
era  bene  guardala  da  più  gente  d'arme,   e   rima- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


113 


soiiTeiie  e  morti  e  fediti  di  quegli  che  seguivano 
il  conte  di  Vandomo  e  ^1  fratello  »  ma  eglino  per 
loro  grande  ardire  e  virtù ,  pur  vinsono  la  pugna 
alla  porta  per  forta  d^  arme,  e  entrarono  dentro,  e 
incontanente  la  loro  insegna  nùsono  in  sulle  mura. 
B  de^  primi  che  gli  seguirono  furono  gli  usciti  guelfi 
di  Firenie,  ond^  era  capitano  il  eonte  Guido  Guer- 
ra, e  la  ^nsegna  portava  messere  Stoldo  Giacoppi 
de^  Rossi  di  Pireite  ;  i  quali  guelfi  alla  presa  del  detto 
San  Germano  si  portarono  maravigliosamente,  e  co- 
me buona  gente;  per  la  qual  cosa  quegli  di  fuori 
presono  cuore  e  ardire,  e  chi  meglio  potea  si  met-^ 
tea  dentro  alla  terra.  Quegli  d*  entro,  vedute  le  in- 
segne de*  nemici  in  sulle  mura,  e  presa  la  porta, 
molti  ne  fuggirono,  e  pochi  ne  stettono  alla  difen- 
sione  ;  per  la  qual  cosa  la  gelile  del  re  Carlo  com- 
battendo ebbono  la  terra  di  San  Germano,  a  dì  10 
di  febbraio  1265,  e  fu  tenuta  grandissima  maravi- 
glia, per  la  forta  della  terra,  e  piuttosto  fattura  di 
Dio  che  Iona  umana,  perchè  dentro  v*  avea  più  di 
mille  oavalierì,  e  più  di  cinquemila  pedoni,  intra^ 
quali  avea  motti  arcieri  saracini  di  Nocera  ;  ma  per 
un»  snllk  che  la  notte  dinanzi,  come  a  Dio  piac- 
que, surae  tra*  cristiani  e^  saracini,  della  quale  i 
sàradni  fàrono  soperchiati,  il  giorno  appresso  non 
furono  in  fede  alla  difènsione  della  terra,  e  questa 
infra  r  altre  fta  bène  una  delle  cagioni  perchè  per- 
derono  la  terra  di  San  Germano.  Delle  masnade  di 
Mattft!«di  furono  assai  morti  e  presi,  e  la  terra  tutta 
corsa  e  rubata  per  gli  Franceschi,  e  ivi  soggiornò 
lo  re  e  sua  oste  alquanto  per  prendere  riposo,  e 
per  sapere  gli  andamenti  di  Manfredi. 

CAPITOLa  VII. 

Cmne  lo  re  Manfredi  andò  a  Benivenio^  e  come 
vrdinò  tue  schiere  per  combattere  col  re  Carlo, 

Lo  re  Manfredi  intesa  la  novella  della  perdita 
di  San  Germano,  e  tornandone  la  sua  gente  scon- 
filli,  fu  molto  sbigottito,  e  prese  suo  consìglio  quello 
ch^avesse  a  ftfre,  il  quale  fu  consigliato  per  lo  conte 
Cahragno,  e  per  lo  conte  Giordano,  e  per  lo  conte 
Bartolommeo,  e  per  lo  conte  Camerlingo,  e  per 
gli  altri  ano  baroni,  eh*  egli  con  tutto  suo  podere 
si  ritraesse  affa  città  di  Benivento  per  forte  luogo^ 
e  per  avere  la  signoria  di  prandere  la  battagfiff  a 
sua  posta,  e  per  ritrarei  inverao  Puglia,  se  biso- 
gnasse, e  ancora  per  contradiare  il  passo  al  re 
Carlo,  imperctoochè  per  altra  via  non  polca  entrare 
il  Prineipnlo  e  a  Napoli,  né  passare  in  PagHa  se 
non  per  la  via  di  Senivento;  e  cosi  fte  ferito.  Lo  re 
Carlo  sentendo  T  andata  di  Maiifiredi  a  Benivento, 
incontanente  si  partì  àti  San  Germano^  per  seguirlo 
con  sua  oste,  e  ifòii  tenne  il  cammino  diritto  di 
Capova,  e  per  Terra  di  Lafroro,  nnpercioecliè  al  ponte 
di  Capova  non  avrdlibe  potuto  passare,  per  la  for- 
teiza  eh*  è  in  ani  fiume  delle  torri  del  ponte,  e  il 
fiume  è  grosso,  ma  si  mise  a  passare  il  fiume  del 
Volturno  presso  a  Taliverao,  ove  si  può  guadare, 
e  tenae  per  la  contrada  d' Aliso,  e  per  aspri  cam- 
mini deHe  montagne  di  Beniventana,  e  sansa  sog- 


giorno, e  con  grande  disagio  di  moneta  e  di  vittua- 
glia,  giunse  air  ora  di  messogiorno  appiè  di  Beni- 
vento,  alla  valle  d* incontro  alla  città,  per  ispazio 
di  lungi  di  due  miglia  alla  riva  del  fiume  di  Calore, 
che  corre  appiè  di  Benivento.  Lo  re  Manfredi  veg- 
gendo  apparire  Toste  del  re  Cario,  avuto  suo  con- 
siglio, prese  partito  del  combattere,  e  d^usdre  fuori 
a  campo  con  sua  cavalleria,  per  assalire  la  gente 
del  re  Cario  anzi  che  si  riposassono;  ma  in  dò 
prese  mal  partito,  che  se  fosse  atteso  uno  o  due 
giorni,  lo  re  Carlo  e  sua  oste  erano  morti  e  presi 
sanza  colpo  di  spada,  per  diCDsdta  di  vivanda  per 
loro  e  per  gli  loro  cavalli,  che  1  giorno  dinanzi 
che  giugnessono  appiè  di  Benivento,  per  necessità 
di  vittuaglia,  molti  di  sua  oste  convenne  vivessero 
di  cavoli,  e*  loro  cavalli  di  torsi  \  sanza  altro  pane, 
0  biada  per  li  cavalli,  e  la  moneta  per  dispendere 
era  loro  fallita.  Àncora  era  la  gente  e  forza  del 
re  Manfredi  molto  sparta,  che  messer  Currado  d^An- 
tiocchia  era  in  Abruzzi  con  gente,  il  conte  Federigo 
era  in  Calavria,  il  conte  di  Ventimiglia  era  in  Ci- 
cilia :  che  se  avesse  alquanto  atteso,  crescevano  le 
sue  forze;  ma  a  cui  Iddio  vuole  male,  gli  toglie 
il  senno.  Manfredi  uscito  di  benivento  con  sua  gen- 
te, passò  il  ponte  eh*  è  sopra  il  detto  fiume  di 
Calore,  nel  piano  ove  si  dice  Santa  Maria  della 
Grandella,  in  luogo  detto  la  pietra  a  Roseto;  ivi 
fece  tre  battaglie  ovvero  schiere,  T  una  fu  di  Te- 
deschi di  cui  si  rifidava  molto,  e  erano  bene  mille 
dugento  cavalieri,  ond*era  capitano  il  conte  Cal- 
vagno  ;  la  seconda  era  di  Toscani  e  Lombardi  e  an- 
che Tedeschi,  in  numero  di  mille  cavalieri,  la  quale 
guidava  il  conte  Giordano;  la  terza  fu  de*  Pugliesi 
co*  saracini  di  Nocera,  fa  quale  guidava  lo  re  Man- 
fredi, la  quale  era  di  millequattrocento  cavalieri, 
sanza  i  pedoni  e  gli  ardori  saradni  che  erano  in 
grande  quantità. 

CAPITOLO  VOI. 

Come  il  re  Carlo  ordinò  sue  schiere  per  combai- 

iere  col  re  Manfredi, 

Lo  re  Carlo  veggendo  Manfredi  e  sua  gente  ve- 
nuti a  campo  aringati  per  combattere,  ebbe  suo  con- 
siglio di  prendere  la  battaglia  il  giorno  o  d'indugiarla. 
Gli  più  de*  suoi  baroni  consigliarono  del  soggiorno 
inflno  alfa  mattina  vegnente,  per  riposare  i  cavalli 
delfalAinno  avuto  per  lo  forte  cammino,  e  messer 
Gitio  il  Bruno  conestabile  di  Francia  disse  il  con- 
tradio,  e  che  indugiando,  i  nimid  prenderanno  cuo- 
re  e  ardire,  e  a  loro  potea  al  tutto  fallire  la  vi- 
vanda ,  e  die  se  altri  delT  oste  non  la  volesse  la 
battaglia,  egfi  solo  col  suo  signore  Ruberto  di  Fian- 
dra e  con  sua  gente,  si  metterebbe  alla  ventura 
del  combattere,  avendo  fidanza  in  Dio  d'avere  la 
vittoria  contra  a*  nemici  di  Santa  Chiesa.  Veggen- 
do dò  il  re  Carlo,  s'attenne  e  prese  il  suo  con- 
siglio, e  per  la  grande  volontà  ch'uvea  del  com- 


'  di  ciò  che  rìmMìca  d«'  cavoli  e  d' altre  frutta  sfogliate 
e  spolpate. 

9 


114 


CRONICHE 


battere,  disse  con  alta  voce  t'iuoi  cavalieri:  Venu 
est  le  jow  que  naus  atons  toni  destre  \  e  fece 
sonare  le  trombe,  e  comandò  ch^ogoi  nomo  sUr- 
masse  e  apparecchiasse  per  andare  alla  battaglia,  e 
così  in  poca  d*ora  fìi  fotte.  E  ordinò,  sì  come  i 
suoi  nemici,  a  petto  di  loro  tre  schiere  principali: 
la  prima  schiera  en(  de*  Franceschi  in  quantità  di 
mille  cavalieri  ond'  erano  capitani  messer  Filippo  di 
Monforte,  e  1  maliscalco  di  Mirapesce:  la  seconda 
lo  TO'  Carlo  col  conte  Guido  di  Monforte ,  e  con 
molli  de"*  suoi  baroni  e  cavalieri  della  reina,  e  co' 
baroni  e  cavalieri  di  Proenza,  e  Romani,  e  Campa- 
gnini,  eh* erano  intomo  di  novecento  cavalieri,  e 
le  'nsegne  reali  portava  messer  Guglielmo  lo  Sten- 
dardo, uomo  di  grande  valore:  della  terza  fu  guida- 
tore Ruberto  conte  di  Fiandra  col  suo  maestro  Giglio 
moliscalco  di  Francia,  con  Fiamnùnghi,  e  Rraman- 
zoni,  e  Annoierì,  e  PiccardL,  in  numero  di  sette- 
cento '  cavalieri.  E  di  fuori  di  queste  schiere  furono 
gli  usciti  guelfi  di  Firenze  con  totti  gV  Italiani,  e 
furono  più  di  quattrocento  cavalieri,  de'  quali  molti 
di  loro  delle  maggiori  case  di  Firenze  si  feciono 
cavalieri  per  mano  del  re  Carlo  in  su  il  cominciare 
della  battaglia;  e  di  questa  gente  guelfa  di  Firenze 
e  di  Toscana  era  capitano  il  conte  Guido  Guerra, 
e  la  'nsegna  di  loro  portava  in  quella  battaglia 
messer  Currado  da  Montemagno  di  Pistoia.  E  veg- 
gendo  il  re  Manfredi  fatte  le  schiere^  domandò  della 
schiera  quarta  che  gente  erano,  i  quali  comparivano 
molto  bene  in  arme  e  in  cavalli  e  in  arredi  e  so- 
pransegne  :  fugli  detto  eh'  erano  la  parte  guelfa  n-* 
sciti  di  Firenze  e  dell'altre  terre  di  Toscana.  Al- 
lora si  dolse  Manfredi  dicendo:  ov'è  l'aiuto  ch'io 
ho  dalla  parte  ghibellina,  eh*  io  ho  cotanto  servita, 
e  messo  in  loro  cotanto  tesoro?  e  disse:  quella  gente 
(cioè  la  schiera  de'  guelfi)  non  possono  oggi  per- 
dere: e  ciò  venne  a  dire,  che  scegli  avesse  vittoria 
sarebbe  amico  de'  guelfi  dì  Firenze,  veggendogli  si 
fedeli  al  loro  signore  e  a  loro  parte,  e  nemico  de' 
ghibellini. 

CAPITOLO  K. 

Come  la  battaglia  dal  re  Carlo  ai  re  Manfredi 
fuy  e  come  U  re  Manfredi  fu  scon/Uto  e  morto. 

Ordinate  le  schiere  'de*  due  re  nel  piano  della 
Grandella  per  lo  modo  detto  «dinanzi ,  e  ciascuno 
de'  detti  signori  ammonita  la  sua  gente  di  ben  fore, 
e  dato  il  nome  per  lo  re  Carlo  a'  suoi,  Mongioia 
ca^alieri^  e  per  lo  re  Manfredi,  Soavia  cavalieri \ 
il  vescovo  d'Alzurro,  siccome  legato  del  papa,  as- 
solvette e  benedisse  lutti  quelli  dell'  oste  del  re. 
Carlo,  perdonando  colpa  e  pena,  perocch'essi  com- 
batteano  io  servigio  di  Santa  Chiesa,  fi  ciò  fatto, 
si  cominciò  l' aspra  battaglia  tra  le  prime  due  schiere 
de'  Tedeschi,  e  de'  Franceschi,  e  fa  si  forte  l'assalto 
de'  Tedeschi^  che  malamente  menavano  la  schiera 
de'  Franceschi,  e  assai  gli  feciono  rinculare  addie- 
tro, e  presono  campo.  Il  buono  re  Carlo  veggendo 


La  Giuntina,   1587,  legge:  ottocenti. 


i  anoi  cosi  malmenare,  non  tenne  1*  ordine  della  bat- 
taglia di  difendersi  colla  seconda  schiera,  avvisan- 
dosi che  se  la  prima  schiera  de'  Franceschi  ove 
avea  tutta  sua  fidanza  fosse  rotta,  piccola  speranza 
di  salute  attendea  dall'  altre  ;  Incontanente  colla  sua 
schiera  si  mise  al  soccorso  della  schiera  de'  Fran- 
ceschi, contro  a  quella  de'  Tedeschi,  e  come  gli 
usciti  di  Firenze  e  loro  schiera  vidono  lo  re  Carlo 
fedire  alla  battaglia,  si  misono  appresso  franca- 
mente, e  feciono  maravigliose  cose  d' arme  il  gior- 
no, seguendo  sempre  la  persona  del  re  Carlo;  e 
simile  fece  il  buono  Giglio  il  Bruno  conestabile  di 
Francia  con  Ruberto  di  Fiandra  con  sua  schiera,  e 
dall'  altra  parte  fedi  il  conte  Giordano  colla  sua 
schiera,  onde  la  battaglia  fu  aspra  e  dura,  e  grande 
pezza  durò  che  non  si  sapea  chi  avesse  il  miglio- 
re; perocché  gli  Tedeschi  per  loro  virtude  e  forza 
colpendo  di  loro  spade,  molto  danneggiavano  i  Fran- 
ceschi. Ma  subitamente  si  levò  uno  grande  grido 
tra  le  schiere  de*  Franceschi,  chi  che  '1  ai  comin- 
ciasse ^,  dicendo  :  agli  stocchij  agU  stocchi^  a  fedire 
i  cavalli  \  e  così  fu  fatto,  per  la  qual  cosa  in  pìc- 
cola d*  ora  i  Tedeschi  furono  molto  nalmenati  e 
molto  abbattuti,  e  quasi  in  isconfitta  volti.  Lo  re 
Manfredi,  lo  quale  con  sua  schiera  de'  Pugliesi  stava 
al  soccorso  dell'oste,  veggendo  gii  suoi  che  non 
poteano  durare  la  battaglia,  sì  confortò  la  saa  gente 
della  sua  schiera,  che  'I  segnissono  alla  battaglia, 
da*  quali  fu  male  inteso,  perocchò  la  maggior  parte 
de'  baroni  pugliesi,  e  del  Regno,  in  tra  gli  altri  il 
conte  Camarlingo,  e  quello  del  Cerra^  e  quello  di 
Caserta  e  altri,  o  per  viltà  di  cuore,  o  veggendo  a 
loro  avere  il  peggiore,  e  chi  disse  per  tradimento, 
eome  genti  infedeli  e  vaghi  di  nuovo  signore,  si  fal- 
lirono a  Manfredi,  abbandonandolo  e  figgendosi  chi 
versp  Abruzzi  e  ohi  verso  la  città  di  Benivento. 
Manfredi  rimaao  con  podd,  fece  come  valente  si- 
gnore, che  innanzi  volle  in  battaglia  morire  re,  che 
fuggire  con  vergogna:  e  mettendosi  l'elmo,  una  a- 
qnila  d'argento  ch'egli  avea  ivi  su  per  oimiera,  gli 
cadde  in  sa  l'arcione  dinanzi^ e  egli  ciò  veggendo 
isbigotU  molto,  e  disse  a*  baroni,  che  gli  erano  dal 
Iato,  in  latino  :  hoc  esi  sigmim  Dei,  perocchò  que- 
sta cimiera  appiccai  io  colle  mie  mani  in  tal  modo, 
che  non  dovea  potere  cadere;  ma  però  non  lasciò  % 
ma  come  valente  signore  prese  cuore,  e  incontanente 
si  mise  alla  battaglia,  non  con  sopcansegne  reali  per 
non  essere  conosciuta  per  lo  re,  ma  eome  qb  altro 
barone  y  lai  fedendo  francamente  nel  mezzo  della 
battaglia;  ma  però  i  suoi  poco  durerò,  che  gii  e- 
rano  in  volta:  incontanente  fiirono  sconfitti,  e  lo  re 
Manfredi  morto  in  mezzo  de'  nemici:  disseai  per 
uno  scodiere  fhmoesoo,  ma  fon  si  seppe  il  certo. 
In  quella  battaglia  ebbe  gran  mortalità  d'ana  parte 
e  d'altra^  ma  troppo  più  della  genie  di  Maafi^di:. 
e  fuggendo  del  eaaipo  verso  Benivento,  cacciati  da 
quegli  deir  oste  del  re  Carlo,  inftno  nella  terra  (ohe 
si  facea  già  notte)  gli  seguirono,  e  pregno  la  cillà 


'  qualunque  fosse  chi  lo  comSociASàe. 
*  non  ittotò  il  propostlo  di  voler  morire  oembattendo. 
Questo  u«o  del  v#rbo  laHiart  dev'es^re  «gf^nnto  a)U  Cnisea. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


115 


di  BeiuTeiLto,  e  quegli  che  foggieno.    Molti  baroni 
caporali  del  re  Manfredi    rimaaono    presi:  intra  gli 
altri  furono  presi  il  conte  Giordano,  e  messer  Piero 
Asini  degli  liberti,  i  quali  il  re  Carlo  mandò  in  pre- 
gione  in  Proenui,  e  di  là  d^  aspra  morte  in  carcere 
gli  fece  morire.  Gli  altri  baroni  pugliesi  e  tedeschi 
ritenne  in  pregione  in  diversi  luoghi  nel  Regno,  e 
pochi  di  appresso,  la  moglie  del  detto  Manfredi  e\ 
figliuoli  e  la  suora,  i  quali  erano  in  Nocera  de*  sa- 
radni  in  Puglia,  furono  renduti  presi  al  re  Carlo,  i 
quali  poi  morirono  in  sua  pregione.  E  bene  venne 
a  Manfredi  e  a  sue  rede  la  maladisione  d' Iddio,  e 
assai   chiaro  si  mostrò  il  giudicio  d' Iddio  in  lui, 
perchò  era  scomuaicato  e  nimico  e  persecutore  di 
Santa  Chiesa.  Nella  sua  fine,  di  Manfredi  si  cercò 
pia  di  tre  giorni,  che  non  si  ritrovava,  e  non  si  sa- 
pea  se  fosse  morto,  o  preso,  o  scampato,  perchè 
non  avea  avpto  alla  battaglia  in  dosso  armi  reali; 
alla  fine  per  uno  ribaldo  di  sua  gente  fu  ricono- 
sciuto per  più  insegne  di  sua  persona  in  metxo  il 
campo  ove  fu  Taspra  battaglia  ;  e  trovato  il  suo  cor- 
po per  lo  detto  ribaldo,  il  mise  traverso  in  su  uno 
asino   vegnendo  gridando  :   chi  accatta  Manfredi^ 
chi  accatta  Manfredi^  quale  ribaldo  da  uno  baro- 
ne del  re  fu  battuto  ',  e  recato  il  corpo  di  Manfredi 
dinanzi  al  re,  feóe  venire  tutti  i  baroni  ch'erano 
presi  e  domandato   ciascuno    s^  egli   era  Manfredi, 
tutti  timorosamente  dissono  di  sì.  Quando  venne  il 
conte  Giordano  sì  si  diede  delle  mani  nel  volto  pia- 
gnenda  e  gridando  :    omè,  omè^  signor  mio  ;  onde 
^molto  ne  fu  commendato  da'  Franceschi,  e  per  al- 
quanti de*  baroni  del  re  fu  pregato  che  gli  facesse 
fare  onore  alla  sepoltura.  Rispose  il  re:  je  te  fai^ 
rois  voiontiers^  s' it  ne  fùt  excommvnié;  ma  im- 
perocch*  era  scomunicato,    non   volle  il    re  Carlo 
che  fosse  recato  in   luogo  sacro;   ma   appiè  del 
ponte  di  Benivento  fu  «oppellito,  e  sopra   la  sua 
fòssa  per  ciascuno  dell'  oste  gittata  una  pietra  ;  on- 
de si  fece  grande  mora   di  sassi  ^.  Ma  per  alconi 
si  disse,  che  poi  per  mandato  del  papa,  il  vescovo 
di  Cosensa  il  trasse  di  quella  sepultura,  e  mandollo 
fuori  del  Regno  eh'  era  terra  di  Chiesa,  e  fn  sepolto 
lungo,  il  fiume  del  Verde  a'  confini  del  Regno  e  di 
Campagna  :  questo  però  non  affermiamo  ^.    Questa 
battaglia  e  sconfitta  fu  uno  venerdì,  il  seszaio  di 
febbraio  gli  anni  di  Cristo  1265. 


'  La  Giantma:  ÀUora  un  hanme  del  re  lo  haUeo  forte 
di^un  biutone. 

*  morìecia,  monto  di  sasal  Anche  Dante:  tolta  aUa 
ffuardia  della  grave  mord^  dice  del  corpo  di  re  Manfiredi 
sepolto  sotto  una  morìccia. 

'  Nel  Porg.  0.  3,  lo  stesso  Manfredi  eoa.  dice,  delle  sue 
spoglie:  Or  le  hagna  la  pioggia  e  move  il  vento  Di  fmor 
del  BeguOf  girasi  lungo  il  Verde^  Ov«  (Clemente)  le  trammaò 
a  liane  spento.  Ondo  parrebbe  che  fossero  qoivi  lasciate 
Insepolte,  pasto  a'  cani.  H  Pontefice  le  fece  trarre  del  Regno 
di  Napoli,  e  gettar  suUo  rive  del  fiume  Verde  a  lume 
spento^  che  è  a  dire:  fatti  spegnere  i  lumi  innansi  al  ca- 
davere e  portare  capovolti  dal  cheriaato  fra  orrende  im- 
preeasìoni.  Di  un  simil  rito  s'era  usato  la  prima  volt* 
peli'  anno  9Q0  al  Concilio  di  Refms  allorché  si  spense 
ogni  cero  all'atto  che  i  vescovi  scomunicarono  gli  «od- 
aori  deir  arcivescovo  Folco. 


CAPITOLO  X. 

Como  lo  re  Carlo  ebbe  la  signoria  del  Regno  e 
di  Cicilia^  e  come  don  Arrigo  di  Spagna  tenne  a  luù 

Come  il  re  Carlo  ebbe  sconfitto  e  morto  Man- 
Credi,  la  sua  gente  furono  tutti  ricebi  delle  spoglie 
del'campo,  e  maggiormente  de^  signoraggi  e  de^  ba- 
ronaggi che  teneano  i  baroni  di  Manfredi,  che  in 
poco  tempo  appresso  tutte  le  terre  del  Regno,  di 
Puglia  e  gran  parte  di  quelle  deirìsofai  di  Cicilia 
feciono  le  comandamenta  del  re  Carlo;  delle  quali 
baronie  e  signoraggi  e  fii  de"  cavalieri  rinvestì  a  tutti 
coloro  cbe  V  aveano  servito,  Francescbi,  e  Provenzali, 
e  Latini,  ciascuno  secondo  il  suo  grado.  B  quando 
il  re  Carlo  venne  in  Napoli,  da"  Napoletani  fa  rice- 
vuto come  signore  a  grande  onore,  e  ismontò  al 
castello  di  Capova  il  quale  avea  fatto  fare  lo  "m- 
peradore  Federigo,  nel  quale  trovò  il  tesoro  di 
Manfredi  quasi  tutto  in  oro  di  Tori  ^  speszalo ,  il 
quale  si  fece  venire  innanzi^  e  porre  in  su"  tappeti 
ov"  era  egli  e  la  reina  e  messer  Beltramo  del  Balzo  ; 
e  fece  venire  bilance,  e  disse  a  messer  Beltramo 
cbe  H  partisse.  Il  magnanimo  cavaliere  disse  :  qu*  ai 
je  à  faire  de  belance  à  departir  90tre  tresor  ?  ma 
co"  piedi  vi  sali  suso,  e  co"  piedi  ne  fece  tre  parti  : 
1"  una  parte,  disse,  sia  di  monsignor  Io  re,  e  Taltra 
di  madama  la  reina,  e  1"  altra  sia  de'  vostri  cava- 
Mm  e  così  fn  fatto.  Lo  re  veggendo  la  magnani- 
mità di  messer  Beltramo,  incontanente  gli  diede  la 
contea  d*  Avellino,  e  fecenelo  eonte*  E  poco  ap- 
presso al  re  non  piacque  di  abitare  nel  castello  di 
Capova,  peroVera  abitato  al  modo  tedesco;  e  ordinò 
cbe  si  facesse  castello  nuovo  al  modo  fìrancesee,  il 
quale  è  presso  a  San  Piero  in  Castello  dall"  altra 
parte  di  NapolL  B  poco  tempo  appresso  tatti  i  ba- 
roni pugliesi,  i  quali  lo  re  avea  presi  alla  battaglia, 
fece  jcapoiare  ',  e  a  molti  rendo  loro  terre  e  re- 
taggi, per  avere  più  1"  amore  di  que"  del  paese  ; 
della  qual  cosa,  di  gran  parte,  fece  il  peggioriD,  per 
la  rea  uscita'  ohe  poco  tempo  appresso  gli  feciono 
certi  de"  detti  baroni  pugliesi,  siccome  innanzi  fare- 
mo menzione.  Avvenne  poco  tempo  appresso,  il  se- 
guente anno  che  il  re  Cario  ebbe  il  reame  e  signo- 
ria di  Cicilia  e  di  Puglia,  che  don  Arrigo  figliuolo 
secondo  del  re  di  Spagna  cugino  del  re  Carlo,  nato 
di  seroochia  e  di  fratello,  il  quale  era  stalo  in  Africa 
a"  soldi  del  re  di  Tunisi,  udendo  lo  slato  del  re  suo  cu- 
gino, passò  di  Tunisi  in  Puglia  con  più  di  ottocento  ca- 
valieri spagnuoli,  molto  bella  e  buona  gente  ;  il  quale 
don  Arrigo  dal  re  Carlo  fu  ricevuto  graziosamente,  e 
ritenuto  a"  suoi  soldi,  e  in  luogo  di  lui  il  fece  se- 


*  Teri  o  Tari  è  una  moneta  napoletana,  di  cui  ò  mcn- 
sione  fin  dal  1009.  Il  Carli  di  Capodistrìa  ne  parla  :Zfc- 
che  <r  Italia  1.  8.  p.  75.  L'  edis.  di  Milano  e  quella  do' 
Giunti  leggono  per  errore:  in  oro  intero  e  spezzato.  L'e- 
spressione in  oro  di  Teri^  ritrae  la  nevtra  tti  oro  di  zecchino. 

^  scappare:  sema  most/are  die  le»  àgio  dS  faggi  re. 

'  per  la  mala  riuscita,  per  la  mala  prava  che  fecero. 
Fare  un*  uecitOf  buona  o  cattivOj  vale  anche  :  dire  cosa  che 
altri  non  si  aspetti ,  e  questo  senso  non  Ai  osservato  nel^ 
Vocabolario, 


Il«  CKOl 

Datore  dì  Romi,  e  f  nardii  di  tulle  le  terre  di  Cem- 
pagu  e  del  Patrimonio.  Ha  il  detto  ddo  Arrigo,  il 
quale  da  Tuaiii  era  torMto  ricco  di  djuut,  per  bi- 
jofBO  del  re  Carlo,  ^  prestò,  ai  dic«,  qnaraatamila 
doble  d'oro,  le  quali  non  riebbe  mai,  oade  nacque 
poi  graode  scandalo  Ira  loro,  come  ionenii  faremo 
nmiioBe.  B  intni  l' altre  cagioni  della  diacordia  di 
doi  Arrigo  e  lo  re,  fa,  cbe  don  Arrigo  procacciava 
colla  Chiesa  di  avere  Tiaoli  di  Sardegna,  e  lo  re 
Cario  la  voleva  per  se,  e  per  la  diacordia,  non  Teé- 
be  si  l'uno  ni  V  altro;  e  per  questo  sdegno  don 
Arrigo  ai  fecÀ.nimiM,  e  in  parie  non  ebbe  il  torto, 
the  re  Carlo  ave*  bene  tanta  terra,  che  iene  do- 
ve* volere  cbe  '1  suo  cugino  avesse  quella  poca; 
Bi*  per  r  svariaia  e  inridii  noi  volle  a  ricino,  e  don 
Arrigo  diase  ;  per  lo  cor  Dio,  o  et  mi  matrà,  o  gè 
or*  alquanto  de'  fatti  dal  re 
9  cose  cbe  furono  in  quelli 
1  malerì*  de'  fatti  dì  Firen- 
tel  re  Cario  ebbe  grandi  no- 


Conu  •'  tarécùu  di  Barberia  poMàorono  in  I^Htgna, 
e  CMie  ei  fmro»o  tcoitfUti. 

Negli  anni  di  Cristo  1266,  gtandiasino  escr- 
eto dì  inaerò  dì  sataeini  passtrono  d'Aifrìca  per 
lo  stretto  di  SibiUa  per  racqnistarfi  la  Spagna  e  )'A- 
raona,  e  agghuti  co'saracini  di  Granata,  i  quali  an- 
cora abitavano  in  Ispegua,  grsade  dsnno  ledono 
■'cristiani;  ma  sentendo  ciò  lo  re  di  Spagna,  col  re 
di  Portogallo  e  con  quello  d' Anona  raunati  inaieae, 
e  con  molti  altri  cristiani  di  croce  segnati  per  ìndul- 
geiu  di  colpa  e  pena  data  per  lo  papa  e  per  la 
CUesa  di  Bone,  co' detti  saraciai  ebbono  grande 
battaglia,  e  dopo  Bolte  sangue  de'  crisUanì  sparto, 
I  sartcini  furono  sconfitti  e  morti,  che  quasi  di  quelli 
cbe  patiaroao  non  ne  cantpò  niuno  clw  non  foise 
morto  o  preso,  e  simile  molti  dì  quelli  di  Granata. 
B  nota,  che  come  i  cristiani  fanno  loro  podere  di 
raeqnislare  la  Terra  Santa  per  voli,  per  prOmeaae,  e 
lasci  di  monets,  o  prendere  croce,  e  peliegrin>ggi 
per  indulgenu  ifs"  loro  peoctti,  per  simile  modo 
fanno  i  sanòni  per  racquìatare  la  Spagna,  e  per  man- 
tenere la  terra  di  GraMl«,  la  qnale  ancora  tengono 
di  qua  da  mare  ì  aancini,  ■  grande  obbrobrio  e 
vergogna  de' cristiani. 

CAPITOLO  XU. 

CdM«  t  FiorenlMi  sUbeltim  autdiaroiio    Catìtl- 

MMWO  in   VaUantOt    a    come   s«  tu    partirono  a 

modo  di  leon/UH. 

Ne'  tempi  che  il  rp  Carlo  fb  coronato  a  Itom*, 
com*  i  fatts  meniione,  il  vescovo  d'Areuo,  ch'era 
dnglì  Ubertini,  tutto  fosse  gUbsllino,  perocché  non 
era  d'Hcordo  con  gli  Aretini,  ni  col  conte  Guido 
NoveUo  vicario  per  Manfredi  io  Toscana,  ferchè 
grinftarìavano  il  vesiovnilo  e  sue  terre,  s\  diede  in 


gurdia  le  sne  castella  agli  oBciti  gu^  di  Hrcnte,  i 

qiali  per  lo  favore  della  venuta  del  re  Cario,  feciono 
gran  gnerra  in  Valdanio  e'ghibelIiRi  cbe  trnesno 
Firenie,  e  aveeno  preso  Caetelnnovo  in  Vddamo. 
Per  I*  qual  cosa  le  mssoade  de'  Fiorentini  ch'erano 
col  conte  Guido  Novello,  con  gente  e  pie  assai,  « 
con  cferti  caporali  ghibellini  cittadini  di  Firenie, 
v'  endarono  ad  oste,  e  a  qneHo  diedooo  pib  battaglie 
per  SM>do,  che  quasi  più  non  si  polea  tenere,  se  non 
fosse  il  senno  e  ssgaciti  di  guerra  eh' usò  messer 
Uberto  Spiovaaalo  de'  PaxEÌ  di  Valdamo  del  lato 
godio,  ch'era  c^pitauo  in  quello  castello,  it  quale 
prese  e  levò  une  snggello  <ti  cera  intero  d'nna  let- 
tera ch'egli  avevn  svnla  dal  detto  vescovo  ano  dò 
d'  aKrs  materia,  e  lece  hn  un'altra  lettera,  dicendo, 
come  francamente  m  dovesse  tenere,  impercioceht 
di  presente  avrebbOno  soccorso  di  ottocento  cava- 
lieri fnnccBchì  del  re  Csrio,  e  rimise  il  nggello  ■ 
qnella,  e  mìselasl  in  borsa  di  seta  con  altre  lettere 
e  con  danari.  E  usalo  fuori  ed  uno  badslnoco,  can- 
tamente  la  borsa  sì  tagliò  -e  laadolla  ;  la  quale  da' 
nemid  trovala,  ta  portala  a'  capitani,  e  ietta  la  detl* 
lettera,  dìedono  fede  alla  venuta  de' Franceschi.  In- 
contanente presono  partito  di  levaru  da~osle,  e  pa 
la  fretta  n  partirò  a  modo  di  seonBtta,  e  con  loro 
daanoevngogna  tornerò  io Firente;  perla  qual  cosa 
quasi  tutte  le  terre  di  Veldemo  si  ribellarono  a' 
ghibellini.  In  questi  tempi  venne  in  Firanie  uno  sa* 
ncino  oh'avea  nome  Bntiecca,  ed  era  il  migUon 
maestro  di  giurare  a'scacchi,  e  in  suil  palagio  dd 
popolo  diuenti  al  conte  Guido  Novello  gineò  ■  una 
ora  s  tre  scocttori  co'migtiorì  maestri  di  scacchi 
di  Firente,  giurando  con  gli  doe  a  mente,  e  eoll'uno  a 
veduta,  e  gli  due  giuochi  vinse,  e  1'  odo  fece  tuvol*  ': 
la  qnal  cosa  la  tenuta  grande  maraviglie. 

CAPITOLO  xin. 

Come  m  Firente  si  feeiono  i  trmUatei,    e  come  si 
dieéo  ordme  e  gonfaìotù  aWartì. 

Come  la  novella  fb  io  Firenie  e  per  Tososim 
della  aconfltta  di  Hanfredì,  i  ghibellini  e  i  Tedeschi, 
cominciarono  ad  invilira,  e  avere  paura  in  latte  par- 
ti ;  e'  guelfi  usdti  di  Pirenee  ch'erano  rìbelU,  e  teli 
a' confini,  per  lo  contido,  e  in  piA  partì  comÌBCiarone 
a  invigorìra  e  b  prendere  more  e  ardin,  e  facoen- 
doii  presso  alla  dtli,  ordinsrono  dentro  alls  lem 
noriti  e  mutauoni,  per.  tratteli  co'  loro  amici  d'en- 
tro, che  s' iotendéauo  con  loro,  e  vennero  ìnBno  ne' 
Seni  SanOoo  Mariae  e  fare  consiglio,  avendo  spe- 
nnia  di  loro  gente  ch'erano  stati  ells  vittoria  col 
re  Cario,  i  quali  atlendeano  con  gente  de'  Franee- 
seU  in  loro  ainto;  onde  il  popolo  dì  Firen»  ch'era 
pih  gndh)  d'animo  ohe  ghibellino,  per  lo  danno  ri- 
conto chi  dì  padrv,  chi  dì  figlinolo,  e  chi  di  fra- 


D  n  Doa  abbe  (bla**  I'  kndatt,  ma  ran»  «v«r  pfft 
eoo  d»  ooprlrd  o  llbararai  dagli  icaetU  dell'  avvenaria, 
fn  laaolato  trre&te  •  tanmatato  smaa  rfpoBO.  fbre  tscols 
t   divano    di  fvrt  eUBo,  olw  i  quando   il  re  È  fturi  di 

o,  ma  non  può  mnoniri  nt  lawlar  movei   altro  aaa 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


ai 


tefli  alla  scoofiUa  di  Moulapertt,  simile  cominciarono 
a  rinvigorire,  e  a  mormorare,  e  parlare  per  la  città, 
dogliendosi  delle  speae  e  inoarìohì  diaordintti  cbo 
riceyeano  iiì  eonte  Guido  Novello,  e  dagli  altri  che 
reggeano  la  terra;  onde  quelli  che  reggeano  la  città 
di  Firense  a  parte  gfaièeliina  aentendo  netta  dttà  il 
detto  aobogUo  e  mormorio,  e  avendo  paura  ohe  ì 
popolo   non   si   mbellass^   tontra   a  loro  per  una 
cotale  meuinità,  e   per  contentare  fl  pq>olo,  elea- 
sono  due  cavalieri  frati  godenti  di  Bologna  per  po^ 
destadr  di  Firenze,  che  V  imo  ebbe  noBM  measer  Ca- 
talano de*  Mala  vola,  e  Taltro  measer  Roderigo  dì 
Landolo,  e  Tono  era  tenuto  (Ti  parte  guelfa,  ciò  era 
BMSser  Catalano,  e  V  altro  di  parte  ghibeUina.  B  nota, 
eh'  e'  irati  godenti  erano  chiamati  cavalieri  di  Santa 
Maria,  e  cavalieri  si  faceano  quando  preudeaao  quel- 
Tabito,  che  le  robe  aveano  bianche  e  uno  mantello 
bigio,  e  Tarme  il  campo  bianco,  e  la  croce  ver- 
migtia  oon  due  stelle,  e  doveano  difendere  le  ve- 
dove e'  papiUi,  e  intrametlerai  di  paci,  e  altri  ordini, 
come  religiosi,  aveano.  E  il  detto  messer  Roderigo 
ae  fu  cominciatore  di  quello  ordine  \  ma  poco  durò, 
che  seguirò  al  nome  il  fatto,  cioè,  d*  intendere  più 
a  godere  che  ad  altro.  Questi  dae  frati  per  lo  po- 
polo di  Firenie  furono  fatti,  venire,  e  misongli  nel 
palagio  del  popolo  d'incontro  alia  Badia,  credendo 
che  per  V  onestà  dell'abito  tossono  comuni S  e  gnar- 
dassono  il  comune  da  soperchie  speso  ^  i  quali  tut- 
toché d'animo  di  parte  fosson  divisi,  sotto  coverta 
di  falsa  ipocrisia  furono  in  concordia  più  al  gua- 
dagno loro  proprio  che  al  bene  comune  ;  e  ordina** 
rottO  trentasei  buoni  uomini  mercatanti  a  artefici  de' 
BMggiori  e  migliori  che  fossono  nella  cittade,  i  quali 
dovessono  consigliare  le  dette  dtle  potestadi,  e  prov- 
vedrò alle  spese  del  comune;  e  di  questo  novero 
furono  de'  guelfi  e  de'ghibdlini,  popolani  e  grandi 
non  sospetti,   eh'  erano  rimasi  in  Firense  alla  cac- 
ciata de^  guelfi.  B  rannavansi  i  detti  trentasei  a  con- 
sigliare ogni  eli  B^  lo  buono  stato  comune  della 
dttà  nella  bottega  e  corte  de' consoli  di  Calimala, 
eh* era  a  pie  di  casa  i  Cavalcanti  in  Mercato  nuovo: 
i  quali  lecioDO  molti  buoni  prdini  e  stato  comune 
deOa  terra,  intra' quali  ordinarono  che  ciascuna  delle 
sette  arti  naggiorì  di  Firenze  avessono  consoli  e 
capitodini,   e  ciascuna  avesse  suo  gonfalone  e  in- 
segaa,  acciocché,  ae  nella  città  si  levasse  ninno  con 
farsa  d'arme,  sotto  i  loro  gonfaloni  fossono  alla  di- 
lesa del  popolo  e  del  comune.  B  le  'nsegne  delle 
sette  arti  maggiori  furono  queste  :   i  giudici  e  no- 
tari,  il  campo  auurro  e  una  stella  grande  ad  oro  : 
i  ■ercatasti  di  Calimala,  cioè  de'  panni  franceschi, 
il  caaqK)  rosso  con  una  aguglia  ad  oro  in  su  uno 
torsello '  bianco:  i  cambiatori,  il  campo  vermiglio  e 
fiorini  d'oro  iv' entro  seminati:  l'arte  della  lana,  il 
campo  verouglio,  iv' entro  uno  montone  bianco:  i 
■e^  e  speziali,  il  campo  vermiglio,  iv*  entro  Santa 
Maria  col  figliuolo  Cristo  in  collo:  V  arte  de* setaiuoli 


e  m^ciari,  il  campo  biajico  e  una  porta  rossa  iv'eii- 
tro  per  lo  titolo  di  porte  Sante  Marie  :  i  peilieciiiiy 
Paline  a  vai,  e  nell'uno  capo  uno  agnu$  Bri  m 
hcampo  assncrOk  L' altre  cinque  seguenti  alle  magaci 
arti  s'ordinarono  poi  quando  si  criò  in  Firense  Tui- 
cio  de*  priori  dell  arti,  come  a  tempo  piilr  ipuiaasa 
faremo  uenuone;  e  fu  loro  ordinato,  per  simile  modo 
daUe  sette  arti,  gonialoni  e  arme:  ciò  furpao,  i  bal- 
drìgarì  (oiò  sonò  mercatanti  di  ritaglio  di  paoni  fio* 
routini,  calzaiuoli,  e  panailini,  e  rigattieri)  la  'nsegna 
bianca  e  vermiglia:  i  beccari,  il  campò  giallo  e  un 
becco  nero:  i  calaolvi,  attraverso  listata  bianco  e 
nero  chiamata  pezza  gagliarda  :  i  maestri  di  pietra 
e  di  legname,  il  campo  rosso,  iv*  entro  la  sega,  e  la 
scure,  e  msnaia,  e  piccone  :  i  fabbri  e*  ferrainoli,  il 
campo  biaoco  e  tanaghe  grande  nere  iv'  eatro. 

CAPITOLO  %XV. 


i. 


*  imptnUli;  fucesaero  egualmente  giustiiia  e\  all'  ona 
parte  ehe  all'altra. 

'  rotolo,  balletta,  inTolto.  Cosi  sono  chiamate  le  liste 
UiB^e  e  nere  po«te  a  travario  nelle  armi  di  famiglia. 


Cowèe  in  Firem*e  si  l€tò  U  secondo  popolo,  por  la 

quale  cagione  il  conte  Guido  Novello  co*  eaporali 

gkiàelHni  uscirogèo  di  Firenze, 

Per  le  dette  novitadi  fatte  in  Firenae  per  le 
dette  due  podeatadi  e  pei^  gli  trentasei,  i  grandi  ghi« 
bellini  di  Firenze,  eom*  erano  Ubarti,  e  Fifanti,  e  Lam- 
berti, e  Scolari,  e  gii  altri  delle  grandi  case  ghibel- 
lipe,  prespno  sospetto  di  parte,  pareodo^loro  eh' e* 
detti  trentuni  sostepesaono  e  lavorasaono  i  gnelfi 
popolani  ch'erano  rimasi  in  Firenze,  e  ch'ogni  no- 
vità fosse  contro  a  parte.  Per  questa  gelosia,  e  per 
la  novella  della  vittoria  del  re  Cario,  il  conte  fluido 
Novello  mandò  per  genti  a  tutte  f  andata  vicine,  come 
furono  Pisani,  Senesi^  Aretini,  Pistoiesi,  e  Pratesi,  e 
Volterrani,  Colle,  e  Sangimlgnano,  sicché  con  sei- 
cento Tedeschi  ,eh'  avea,  si  trovò  in  Firenze  con  mil- 
lecini|uecento  cavalieri.  Avvenne  che  per  pagare  le 
masnade  tedesche  eh' erano  col  conte  Guido  Novello 
capitano  della  taglia^  il  quale  volea  che  si  ponesse 
una  libbra^  di  soldi  dieci  il  centinaio,  ideiti  trenta- 
sei  cercavano  altro  modo  di  trovare  danari  con  meno 
gravezza  del  popolo.  Per  questa  cagione  avendo  in- 
dugiato alquanti  di  pih  che  non  parca  al  conte  e  agli 
altri  grandi  ghibellini  di  Firenze,  per  lo  sospetto  presa 
per  gli  ordini  fatti  per  lo  popolo,  i  detti  grandi  or- 
dinarono di  mettere  la  terra  a  remore,  e  disfare  To- 
ficio  de' detti  trentasei  col  favore  della  grande  caval- 
leria eh'  avea  il  vicario  in  Firenze ,  e  armatisi ,  i 
primi  che  cominciarono  furono  i  Lamberti,  che  co*loro 
masnadieri  armati  uscirono  di  loro  case  in  Calimala,  di- 
cendo: ove  sono  quesli  ladroni  dé'trenUnei^  che  noi 
taglieremo  iutH  per  pezzi:  i  quali  trentasei  erano  al- 
lora al  consiglio  insieme  nella  bottega  ove  i  con- 
soli di  Calimala  teneano  ragione,  sotto  casa  i  Ca- 
valcanti in  Mercato  Nuovo.  Sentendo  ciò  i  Irenta- 
I  sei  si  partirono  dal  consiglio,  e  incontanente  si  levò 
la  terra  a  romore,  e  serrarsi  le  botteghe,  e  ogni 
uomo  fu  all'  arme.  U  popolo  si  ridusse  tutto  Oella  via 
larga  di  Santa  Trinità  e  messer  Gianhi  de*  Solda- 


'  lira:  qui    par  aignifioare  propriamente  impoita,  eoii< 
tribumcnc'i  e  ne  difetta  il  Vocid>olario. 


\ 


118 


CR0N1CI1£ 


nkìì  m  f耫  capo  del  popolo  p«f  monlare  in  i- 
tUto,  Bon  guardando  al  fino,  che  do^ca  riof  dre  a 
scoàdo  di  parte  ghibettina,  e  s«o  dantnaggìo,  che 
senpre  pare  ria  avrenoto  In  Firenze  a  ehi  s' ò  fatto 
capo  di  popolo;  e  cosi  amati  a  pie  di  cuai  Sol- 
dain^  s^anunanaarotto  i  popolani  in  grandisaimo  nn- 
mero,  e  feciono  serragli  a  pie  della  torre  de^  Giro- 
lami.  U  eonte  Gnido  Novello  con  hitta  la  caTallerìa 
e  co*  grandi  gWbelUni  di  Firenie  fnrono  in  arme  e 
a  carallo  in  av  la  piaxu  di  San  GioTanni,  e  mossonri 
per  andare  contro  al  popolo,  e  schierarsi  alla  in- 
contra del  serraglio  in  sn  i  calcinacci  delle  case 
de^  Tom^qninci,  e  feciono  vista  e  saggio  di  corti- 
battere,  e  alcuno  Tedesco  a  cavallo  si  mise  infra  il 
serraglio  ;  il  popolo  francamente  si  tenne  difendendo 
colle  balestra,  e  gitlando  dalle  torri  e  case.  Veg- 
gendo  ciò  il  conte,  che  Jion  poteano  diserrare  il  po- 
polo, volse  le  'nsegne,  e  con  tutta  la  cavallerìa  ri- 
tornò in  sulla  piazza  di  San  Giovanni,  e  poi  venne 
al  palagio  neHa  piazza  di  Santo  Apollinare,  ov^erano  le 
due  podestadi^  messer  Catalano  e  messer  Roderigo 
frati  godenti,  e  tenea  la-  cavallerìa  da  porte  San 
Piero  infino  a  San  Firenze.  U  conte  domandava  le 
chiavi  delle  porti  della  città  per  partirsi  della  terra, 
e  per  tema  non  gli  fosse  gittate  delle  cas^  e  per 
sua  sicurtà,  si  mise  il  conte  dair  uno  lato  Uberto* 
de*Ptfcei,  e  dall*  altro  Cerchio  de' Cerchi,  e  di  die- 
tro Guidrngò  Savorìgi,  ch>rano  de^  detti  trentasei 
e  de^maggiorì  della  terra.  I  detti  due  frati  gridando 
del  palagio,  e  chiamando  con  grandi  grìda  i  detti 
Uberto  e  Cerchio  eh"  andassono  a  loro  acciocché  pre- 
gassono  il  conte  che  si  tornasse  air  albergo  e  non 
si  dovesse  partire,  eh*  eglino  acqueterebbono  il  po- 
polo, e  farebbono  eh' e' soldati  sarebbonq  pagati:  il 
conte  entrato  in  gelosia  e  in  paura  del  popolo  pib 
che  non  gli  bisognava,  non  si  volle  attendere,  ma 
volle  pur  le  chiavi  delle  porti,  e  ciò  mostrò  che  fosse 
più  opera  di  Dio  che  altra  cagione;  che  quella  caval- 
lerìa sì  grande  e  possente  non  combattuti,  non  cac- 
ciati, nò  accomiatati,  né  forza  di  nimid  non  era  con- 
tro a  loro  ;  che  perché  il  popolo  fosse  armato  e  ra- 
iioato  insieme,  erano  più  per  paura  che  per  offen- 
dere al  conte  e  a  sua  cavallerìa,  e  tosto  si  sareb- 
bono  acquetati,  e  tornati  a  loro  case,  e  disarmati.  Ma 
quando  é  presto  il  giudicio  di  Dio,  é  apparecchiata  la 
cagione.  Il  conte  avute  le  chiavi,  essendo  grande 
silenzio,  fece  grìdare  se  v"  erano  tutti  i  Tedeschi  :  fu 
risposto  di  sì:  appresso  disse  de' Pisani,  e  simile  di 
tutte  le  terre  della  taglia,  e  rìsposto  di  tutti  di  si, 
disse  al  suo  banderaio  che  si  movesse  colle  'nsegne, 
e  cosi  fu  fatto,  e  tennero  la  via  larga  da  San  Firenze, 
e  dietro  da  Santo^  Piero  Scheraggio  e  da  San  Romeo 
alla  porU  vecchia  de' Buoi,  e  quella  falU  aprìre,  il 
conte  con  tutta  sua  cavallerìa  h*  usci,  e  tenne  su  per 
li  fossi  dietro  _a  San  Iacopo,  e  dalla  piazza  di  Santa 
Croce,  eh'  allora  non  avea  case,  e  per  lo  borgo  di 
Pinti,  e  in  quello  fu  loro  gittate  de' sassi  ;  e  volsonsi 
per  Cafaggio,  e  la  sera  se  n'  andarono  in  Prato  ;  e 
ciò  iù  il  di  di  Santo  Martino  a  di  1 1  di  novembre, 
|U  anni  di  Cristo  1266. 


CAPITOLO  XV. 


Come  il  popolo  rimise  i  guelfi  in  Ftrefise,  e  come 
poi  ne  caeòiarono  i  ghibelknL 

Ginnto  in  prato  9  eonte'Goido  NoveHo  con  tutta 
sua  cavallerìa  e  con  molli  caporali  ghibellini  di  Fi- 
renze, ftirono  inwisali^  ch^eHi  aveano  fatta  gran  fol- 
lia a  partìrri  della  dttà  di  Firenze,  sansa  colpo  di 
spada  od  esseme  cacciati,  e  parve  loro  avere  a^al  fatto, 
e  presono  per  consiglio  di  tornare  a  Firenze  la  mat- 
tina vegnente,  e  cosi  fedóne  ;  e  ginnsono  tutti  armati 
e  schierati  in  sul!'  ora  di  terza  alla  porta  del  ponte 
alla  Carraia  ov'  é  oggi  ij  borgo  d' Ognissanti,  eh'  al- 
lora non  v'avea  case,  e  domandarono  che  fosse -loro 
aperta  la  porta.  Il  popolo  di  Firenze  fu  ad  arme,  e 
per  tema  che  rìentrando  il  conte  colla  sua  cavallerìa 
in  Firenze  non  volesse  fare  vendetta,  e  correre  la 
terhi,  s'accordarono  di  non  aprìre,  ma  di  difendere 
la  terra,  la  quale  era  BMlto  forte  di  mura  e  di  fosn 
pieni  d'  acqua  alle  cerchie  seconde,  e  volendom  slri- 
gnere  alla  porta,  fnron  saettati  e  fediti;  e  dimorativi 
infino  dopo  nona,  né  per  luringhe  né  per  minacce 
non  poterono  tornare  dentro.  SI  tornarono  trìsti  e 
■scornati  a  Prato,  e  tornando,  per  cmcdo  diedono 
battaglia  al  oaatello  di  Capalle,  e  non  V  ebbene.  B 
venuti  in  Prato,  ebbene  tra  loro 'molti  ripitii;  ma 
dopo  cosa  male  consigliata  e  peggio  fatta,  in  vano 
é  il  pentere.  I  Fiorentini  rimasi  riformarono  la  terra, 
e  mandarono  fuori  le  dette  due  podestadi  frati  go- 
denti dì  Bologna,  e  mandarono  ad  Orbivieto  per  aiuto 
^  gente,  e  per  podestà  e  capitano,  i  quali  Orbivie- 
tani  mandarono  cento  cavaKeri  alla  guardia  della  terra, 
e  messer  Ormanno  Monaldeschi  fu  podestà  e  un  altro 
gentile  uomo  di  Orbivieto  ne  fu  capitano  del  popolo. 
B  per  trattato  di  pace,  il  gennaio  vegnente  il  popolo 
rimise  in  Firenze  i  guelfi  e'  ghibellini,  e   fedone 
fare  tra  loro  più  matrimoni  e  parentadi,  intra  li  quali 
questi  furono  i  maggiorenti;  die  messer  Bonaocorto 
Bellindoni  degli  Adimari  diede  per  moglie  a  messer 
Forese  suo  figh'uolo  la  figliuola  del  conte  Guido  No- 
vello, e  messer  Binde  suo  fratello  tolse  nna  degli 
Ubaldini,  e  messer  Cavalcante  de' Cavalcanti  diede  per 
moglie  a  Guido  suo  figliuolo  la  figlinola  di  messer 
Farinata  degli  liberti,  e  messer  Simone  Donati  diede 
la  figliuola  a  messer  Azzolino.  di  messer  Farinata 
degli  liberti'  ;  per  gli  quali  parentadi  gli  altri  guelfi 
di  Firenze  gli  ebbene  tutti  a  sospetto  e  a  paite,  e  per 
la  detta  cagione  poco  durò  la  dette  pace;  che,  fornati 
i  detti  guelfi  in  Firenze,  sentendosi  poderosi  della 
baldanza  della  vittoria  eh' aveano  avuta  col  re  Carlo 
contro  a  Manfredi,  segretamente  mandarono  in  Pu- 
glia al  detto  te  Carlo  per  gente,  e  per  uno  capitano 
il  quale  mandò  il  conte  Guido  di  Monforte  con  otto- 
centp  cavalieri  franceschi,  e  giunse  in  Firenze  il  di 
della  Pasqua  di  Risorresso,  gli  anni  di  Cristo  1267. 
B  sentendo  i  ghibellini  la  sua  venuta,  la  notte  dinanzi 
uscirono  di  Firenze  sansa  colpo  di  spada,    e  andar- 
sene a  Siena  e  chi  a  Pisa,  e  per  altre  castella.  I  Fio- 


*  furono  fatti  aicorti^  avvertiti. 

'  Di  questa  pace  vedi  quello  ne  dice  pino  Compagni. 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


119 


rentini  guelfi  diedono  la  signorìa  della  terra  al  re 
Carlo  per  dieci  anni,  e  mandatagli  la  elezione  libera 
e  piena  con  mero  e  misto  imperio  '  per  solenni  am- 
basciedori,  lo  re  rispuose,  che  de'  Fiorentini  volea 
il  cuore  e  la  loro  buona  volontà,  e  non  altra  gìurìdl- 
zione;  ma  tuttora^  a  priego  del  comune  la*  prese  sem- 
plicemente, al  quale  reggimento  vi  mandava  d'anno  in 
anno  I  suoi  Vicari,  e  dodici  buoni  uomini  cittadini, 
cbe  col  vicario  reggeano  la  cittade.  E  puossi  notare 
in  questa  cacciata  de'  ghibellini,  che  fu  in  quello  me- 
desimo dì  di  Pasqua  di  Risorresso  eh'  eglino  aveano 
commesso  il  micidio  di  messér  Bondelmonte  de*  Bon- 
delmontì,  onde  si  scoprirono  le  parti  in  Firenze,  e 
se  ne  guastò  la  città  ;  e  parve  che  fosse  giudicio  di 
Dio,  che  mai  poi  non  tornarono  in  istato.  ' 

CAPITOLO  XVI. 

Come  cacciali  i  ghibellini  di  Firenze,    si  riformò 
la  ciltà  d'ordine  e  di  consigli, 

Tornalfi  parte  guelfa  in  Firenze,  e  venuto  il 
vicario  owero  podestà  per  lo  re  Carlo,  che  '1  primo 
fu  messer;  — ,  e  fatti  dodici  buoni  uomini  a  modo 
ch'anticamente  faceano  gli  anziani  che  reggeano  la 
repubblica,  sj  riformarono  il  consiglio  di  cento 
buoni  uomini  di  popolo,  sanza  là  diliberazione  de' 
quali,  nulla  grande  cosa  uè  spesa  si  potea  fare; 
e- poiché  per  quello  consiglio  si  vincesse,  andava 
a  partito  a  pallottole  al  consiglio  delle  cipitudini 
dell'  arti  maggiori,  e  a  quello  della  credenza,  ch'er- 
rano ottanta.  Questi  consiglieri,  che  col  generale 
erano  trecento,  erano  tutti  popolani  e  guelfi:  poi 
vinti  ^  a'  detti  consigli,  convenia  il  dì  seguente  le 
medesime  proposte  rimettere  al  consiglio  della  po- 
destà, ch'era  il  primo  di  novanta  uomini  grandi  e 
popolani,  e  con  loro  ancora  le  capitudini  dell'arti, 
e  poi  il  consiglio  generale  ch'erano  trecento  uo- 
mini d'ogni  condizione;  e  questi  si  chiamavano  i' 
consigli  opportuni,  e  in  quegli  si  davano  le  ca- 
stellanerie ^,  dignità,  uRci  piccoli  e  grandi;  e  ciò 
ordinato,  feciono  arbitri,  e  corressono  tutti  statuti 
e  ordinamenti,  e  ordinarono  ogni  anho  si  faces- 
sono.  In  questo  modo  s'ordinò  lo  siato  e  corso 
del  comune  e  del  popolo  di  Firenze  alla  tornata 
de' guelfi:  e  i  camerlinghi  della  pecunia  feciono  re- 
ligiosi della  Badia  di  Settimo  t  d'Ognissanti  di  sèi 
in  sei  mesi. 

iJAPITOLO  xvir. 

Come  i  guelfi  di  Firenze  ordinarono  gli  ordini  di 

parie. 

In  questi  tempi,   cacciati  t  ghibellini   di   Fi- 
renze, i  guelfi  che  vi  ritornarono,  avendo  tra  loro 


''  Mero  imperla  è  la  podestà  di  punire  colla  piorte  i  rd  : 
mièto  imperio  la  podofilà  di  gastlgare  loggermeote  per  man- 
tenere e  difendere  la  propria  gioris^looo. 

'  tnttarolta,  tuttavia.  Manca  In  questo  senso  alla' Crusca. 

^  accordatiai,  persuasi.  Vinctrt  assolutamente  per  vin- 
cere il  partito,  vuoili  ancora  aggiungere  alla  Crusca. 

*  governo  de' castelli. 


questione  per  gli  beni  de' ghibellini  ribelli,  sì  man- 
darono loro  ambasciadori  a  corte  a  papa  Urbano, 
e  al  re  Carlo,  che  gli  dovessero  ordinare,  il  quale 
papa  Urbano  e  il  re  Carlo  per  loro  stato  e  pace 
gli  ordinarono  in  questo  modo  :  che  de'  beni  fos- 
sono,  fatte  tre  parti,  funa  fosse  del  comune,  l'altra 
fu  diputata  per  ammenda  de' guelfi  ch'erano  stati 
disfatti  e  rubelli,  V  altra  fu  dlputirta  alla  parte  gnelfin 
certo  tempo;  ma  poi  tutti  i  delti  beni  rimasono 
alla  parte,  onde  ne  cominciarono  a  fare  mobile  * 
e  ogni  dì  il  crescetno,  per  avere  da  dispendere  quan- 
do bisognasse  per  la  parte  guelfa  ;  del  quale  mobile, 
udendolo  il  tardinale  Ottaviano  degli  Ubaldini,  dis- 
se :  dappoi  eh''  e'  guelfi  di  Firenze  fanno  mobile^ 
giammai  non  vi  tornano  i  ghibellini.  E  feciono  per 
mandato  del  papa  e  del  re  i  detti  guelfi  tre  ca- 
valieri rettori  di  parte,  e  chiamarli  prima  consoli  de' 
cavalieri,  e  poi  gii  chiamarono  capitani  di  parte  ^;  e 
durava  il  loro  uficio  due  mesi  a  tre  sesti  a  tre  sesti, 
e  raunarsi  a'ioro  consigli  nella  chiesa  nuova  di  Santa  Ma- 
ria sopra  porta,  per  lo  pia  comune  luogo  della  città,  e 
dove  ha  più  case  guelfe  intomo  ;  e  feciono  loro  con- 
siglio segreto  di  quattordici,  e  il  maggiore  consiglio 
di  sessanta  grandi  e  popolani,  per  lo.  cui  scrutino 
s' eleggessono  i  capitani  di  parte  e  gli  altri  nficiali. 
E  chiamarono  tre  grandi  e  tre  popolani  pciori  di  par- 
te, i  quali  sono  sopra  V  ordine  e  guardia  della  mo- 
neta della  '  parte,  e  nno  che  tenesse  il  suggello^  e 
uno  sindaco  accusatore  de'  ghibellini.  B  tutte  loro 
segrete  cose  dipongono  alla  chiesa  de'  Servi  Sanclae 
Mariae.  Per  simili  ^,  ordini  e  capitani  feciono  gli  u- 
sciti  ghibellini.  Assai  avemo  detto  degli  ordini  di 
parto,  e  torneremo  a'  fatti  comuni,'  e  altre  cose. 

CAPITOLO  xvin. 

Come  il  soldatto  de*saracini  prese  Anliocchia. 

Ne' detti  tempi,  gli  anni  di  Cristo  1267,  il  sol- 
dano  di  Babilonia  con  suo  esercito  de'saracini  corsie 
e  guastò  quasi  tutta  l'Erminia,  ch'erano  e  sono  cri- 
stiani, e  poi  si  pose  ad  assedio  alla  città  d'Antiocchia 
ch'era  delle  famose  terre  del  mondo,  e  era  de' cri- 
stiani, e  quella  prese  per  forza  del  mese  di  maggio, 
e  quanti  cristiani  uomini  e  femmine  e  fanciulli  v'e- 
rano dentro,  furono  morti  e  presi  e  menati  «per  i- 
schiavi,  onde  per  tutta  cristianità  n'ebbe  grande  do- 
lore, ma  per  lo  peccato,  j>er  gli  cristiani  s'intendea 
più  alle  guerre^  tra  loro  per  le  maladette  parti,  eh'  al 
beneficio  comune  di  fare  guerra  co'saracini. 


'  facoltà,  ricchezza.  Far  mobiUf  vale  far  riccJtezza. 

^  Soprintendevano  alle  fortezze ,  alle  nmra  e  fabbriche 
pubblliDbe  e  disponevano  de'  beni  tolti  a'  ghibellini.  Nel 
lecolO'  seguente  acquistarono  grandissima  autorità  e  diven- 
nero quasi  gli  arbitri  delle  pubbliche  cose. 

'  per  simile,  slmilmente ,  per  simile  modo.  Muuca  ull.i 
Crusca. 

*  La  Giuntina  legge:  ingiurìe. 


CAPITOLO  XIX. 

Come    *  g^fffi  ^  Piraue  freumo   il,  càilelto  di 
SaMeilero  co»  wulU  ribetU  gktòeUùU, 

Nel  detto  UDO  dì  Criato  1267,  del  nese  di 
gùigiio,  essendo  di,  poco  oacdita  la  parte  ghibellÌDa 
di  Fireiie,  ■u  gante  de'  detti  ghibellini,  pur  de' 
mifliori  e  caporali,  ai  rìachiaHODO  con  loro  nauade 
ne}  caalello  di  Suldlero,  onde  fa  loro  capitano 
BWfaer  Filippo  da  Onona,  ovvéro  da  Volognano, 
soaùoci'  Illa  cilti  di  FireDie,  per  la  qnal 

cose  i  fi  v'andarono  ^d  oste  le 

aealora  saaliscalco  del  re  Carlo  eoo 

tutta   l  '  Frenceachi   ch'erano  con  Ini, 

e   per  no  il  detto  castello,  nel  quale 

avea  r  ottocenl  ke  la  mag- 

giore I  irli  e  te  le  presi,  i 

rimaaonvi  ai  qnegu  nella  casa  i,  e  de'  Fi- 

fanti,  e  Scolari,  e  di  quegli  i  >,  e  di  pììi 

altre  ctse  ghibelline  oscite  e  loro  se- 

guaci, onde  i  ghibellini  rìcevettono  gran  damnug- 
gio,  e  allora  perderono  anche  i  ghibellini  Campi  di 
Firacohi,  e  Greisa;  e  dicesi  che  uno  giovane  degli 
liberti,  il  quale  era  foggilo  in  sul  campanile,  veg- 
gendo  che  non  potea  actmpare,  per  non  venire 
mano  de'Bondelmonti  snoi  nemici,  ai  gittò  di  sua 
volonti  dal  campanile  in  terra,  e  morì,  fi  Gerì  da 
Volognano  fu  menato  preso  con  altri  suoi  consorti, 
e  messo  nella  terre  del  palagio  ;  e  però  poi  aesipre 
fa  cliiiraatB  la  Volognana. 

CAPITOLO  IX.    ' 

Come  molte  cUlà  e  lene  di  TMcana  tornanmo  a 
parte  guelfa. 

In  quegli  terop  che  la  cittì  dì  Firenie  tornò  a 
parte  gaelfo.  e  furonne  caeciili  i  ghibellini,  e  venuto 
in  Toscana  il  msliscalco  del  re  Carlo,  coma  addietro 
avemo  fatta  mcniione,  molte  deUe  terre  di  Toscana 
tornarono  a  parte  guelfa,  e  cacciarono  i  ghibellini, 
come  fu  la  cilti  di  Lucca  e  di  Piatola,  e  Volterra,  e 
Prato,  e  9angimignano,  e  Colle,  e  feciono  taglia  co' 
Fiorentini  ond'era  capitano  il  maliscalco  del  re  Carlo 
con  ottocento  cavalierì  hrancMohi,  e  non 
parta  ghibellina  se  non  la  città  di  Pisa  e  di  Siena, 
e  cosi  in  poco  di  tempo  si  rivolse  lo  stato  in  To- 
scana e  in  molte  tene  di  Lombardia  dì  tornare  i 
parte  guelfa  e  della  Chiess,  cb'  erano  a  parte  gbi- 
bellina  e  d'imperio,  per  la  sconBtta  del  re  Man- 
fredi, a  vittoria  del  re  Carlo.  E  però  non  dee 
ninno  porre  fede  o  sperania  in  questa  signorìa 
stati  mondani,^  che  aaao  dati  a  tempi,  aecondo  la 
disposiiione  di  Dio,  e  secondo  i  menti  o  peccati 
delle  genti;  e  questo  vederne  per  provati  esempli, 
e  in  tra  gli  altri  questo  fu  uno  di  quelli,  che  fu 
assai  visibile;  che  in  pooo  di  tempo  essendo  To- 
scana quasi  tutte  dttà  e  cutella  a  parta  ghibellina,  i 
simile  Lnmbardia,  e  quasi  de' guelfi  non  n'era  ri- 
cordo, tornarono  a  parte  guelfa. 


Come  U  malit_ealeo  del  re  Carlo  CO*  Fiorentim  ft- 
cùmo  otte  a  Siena,  e  come  il  re  venme  «s  fira>ue, 
.  e  prete  Foggibomui. 

ìiel  detto,  tempo,  dal  mese  di  luglio ,  gli  ani 
di  Cristo  Ì26T,  il  maliscalco  del  re  Cario  con  sai 
gente  e  cavallerìa  di  Firenie  rìcominciarono  gnena 
'  Sanasi  per  l' offesa  ricevuta  a  Hontaperti,  e  im- 
pertàocchè  aveano  rìtenuti  i  gbibdiini  ascili  di  R- 
reute  è  favoreggfsvaogli ,  onde  lacaano  guena  nel 
contado  di  Fìrenie,  e  andarono  a  oste  sopn  Siana. 
E  stando  ad  oste  sopra  quello  di  Siena,  g&  asciti 
ghibelliui  di  Firenie  con  masnade  tedesche  ch'erano 
in  Siena  e  in  Piss,  per  trattato  do'  ghibelliw  e  1^-' 
raiuni  del  castello  di  Poggiboniui,  entrarono  nel 
detto  castello  di  Poggìboniiti,  0  quale  era  al  pog- 
gio molto  forte,  per  la  qud  cagione  il  detto  mali- 
scaloo  coir  oste  si  parti  dèi  contado  di  Siena,  e  infra 
il  tarso  di  si  posa  ad  osta  al  dello  castello  di  Pog- 
giboDÌtai,  e'  Fiorentini  vi  cavalcarono  per  cornane 
in  neun  loglio,  e  simigliante  vi  venne  gante  di 
tutta  la  terre  di  Toscana  ob*  erano  a  Ioga  co'  Fio- 
rentini a  parte  guelfa,  e  istecearìo  intorno  intono, 
cou  lorri  e  dìBcii  di  legname,  accioccU  la  gente 
le  v'  arano  rìnchinai  dentro  non  ne  polessono  n- 
scire  nd  avere  soccorso,  e  gittandovi  dentro  con 
molti  diBcii.  Basendo  al  detto  assedio,  lo  re  Cario 
essendo  fatto  per  Io  papa  e  per  la  Chiesa  genArale 
vicario  di  Toacana;  mentre  che  l'imperìa  vacasie, 
si  venne  di  Puglia  in  Toscana,  e  il  presente  mese  di 
agosto  con  sua  baronia  entrò  ùi  Firanne,  il  qnde 
da'  Fiorentini  Ita  rìcevolo  a  grande  onore  cosse  loro 
signore,  andandogli  incontro  il  carroccio  a  molli 
armeggistorì.  B  in  Firenze  soggiornò  otto  d),  e  me 
più  gentili  nomini  di  Firense  cavalierì,  e  appresso 
in  persona  con  lolla  sua  cavallerìa  volle  nndara  nal- 
r  oste  a  Poggìboniiii,  perchè  sentiva  eh'  e'  Pisani, 
e'  Sanasi,  e  gli  '  altri  ghibellini  faceano  grande  ran- 
nata di  geate  a  cavallo  e  a  pii  per  aoocatrare  la 
gente  ch'era  aasediata  in  Poggibouui,  a  al  dtAtO 
assedio  si  stette  qi^attro  mesi  AUa  ftne  per  diSalO 
di  villoaglia  il  detto  castello  di  Poggiboniisì  s'ar- 
rendè al  re  Cario  in  mezzo  dicembre  1267,  salvi 
r  avere  e  le  persone,  giurando  i  forestieri  e'  teins' 
«ani  di  non  essergli  mai  incontro  ;  e  avnio  Ìl  castello, 
vi  soggiornò  quindici  giorni,  e  «ìaerì  podesti,  e  fe- 
cevi  cominciare  una  fortezu,-  ma  n<Ri  ti  eom^è 
poi,  per  mollo  aBB|ti.  del  re  e  d«l  cOnuite  di  FifeWl^ 

CAPITOLO  xxn. 

'  il  re  Carla  eo'  Fiorentiiti  andarono   a  o$le 
topra  la  citlà  di  Pita. 

Partilo  il  re  Csrio  de  oste  da  Poggiboniui  co'  - 
Fiorentini,  si  cavalcarono  aopra  li  citti  di  Pisa,  e 
prese  molle  ristaila  con  grande  danno  da'  Pisani,  a 
ebbe  Porto  pisano,  e  feoelo  dìsbra,  e  abbattere  la 
torri  del  porto.  E  poi  del  mese  di  febbraio,  nel  ' 
deHo  BDQo  1267,  lo  re  Cario  andò  a  Lucca,  e  poi 


DI  GIOVAI^Ml  VULANI. 


121 


ÌD  servigio  de'  Lucchesi  assediò  il  castello  del  Mu- 
trone  eh"  era  fortìssimo  di  nrara  grossissime,  e  in- 
vano vi  farebbe  stato  assai,  se  non  che  fece  vista 
di  cavarlo  e  di  tagliarlo  da  pie, 'ma  in  sei  mesi 
i^on  se  ne  sarebbe  venato  a  fine^  ma  per  ingegno 
e  inganno  la  notte  foceano  recace  calcinacci  d'altra 
parte ,  e  il  di  lo  faceano  gittare  fiiòrì,  mostrando 
che  fosse  del  tagliamento  del  maro  del  castello,  per 
Ja  ^oal  cpsa  quegli  d^enlro  impauriti  s^  arrenderono 
salve  le  persone  ;  e  usciti  del  castello,  e  vedute  le 
cave  s'awidono  dell'inganno:  e  avuto  il  re  il  detto 
castello^  si  il  dooò  a'  Luccheai.    . 

CAPITOLO  xxìn. 

Come  il  gumane  Curradmo  figliuolo  del  re  Cur- 
rado^ venne  <f  Mamagna  in  Italia,  contro   al  re 

Carlo, 

Stando  lo  re  Carlo  in  Toscana,  i  ghibellini  u- 
sciti  di  Firenze  co'  Pisani  e'  Sanasi,  si  feciono  lega 
e  compagnia,  e  ordinaro  con,  don  Arrigo  di  Spa- 
gna, ìi  quale  era  senatore  di  Roma,  fatto  già  ne- 
mico del  ire  Carlo  suo  cugino,  e  con  certi  baroni 
di  Puglia  e  di  Cicilia  fece  congiurazione  e  cospira- 
lione  di  rubellargli  certe  terre  di  CicUia  e'  di  Pu- 
glia, e  di  mandare  in  Alamagna,  e  fare  sompiuovere 
Curradino  figliuolo  ohe  fu  dei  re  Currado  figliuolo 
dello  'mperadore  Federigo,  che  passasse  in  Italia 
per  torre  Cicilia  e  il  Régno  al  re  Carlo;  e  cosi  fu 
fatto  :  che  subitamente  in  Puglia  si  rubellò  Nocera 
de'  Saìracinl,  e  Avérsa  in  Terra  di  Lavoro,  e  molte 
taire  io  Calavra,  e  in  Abnuii  quasi  tutte,  se  non 
lo  l'Aquila,  e  in  Cicilia,  quasi  tutta  o  gran  parte 
dell'  isola  di  Cicilia,  se  non  fu  Messina  e  Palermo  : 
e  don  Arrigo  rubellò  Roma  e  tutta  Campagna  e  'i 
paese  d' intomo,  e'  Pisani  e'  Sant  si  e  V  altre  terre 
ghibelline  gli  mandarono  di  loro  danari  centomila 
fiorini  d' oro  per  sommuovere  il  detto  Curradino,  il 
qoale  mólto  giovane,  di  sedici  anni,  si  mosse  d'A- 
kmagna  a  contradio  della  madre  eh'  era  figliuola 
del  duca  d'  Ostorich,  che  pef  la  sna  giovanezza  noi 
▼olea  lasciare  venire.  E  giunse  a  Veroaa  del  mese 
di  febbraio  gli  anni  di  Cristo  1267,  con  molta  ba- 
ronia e  buona  gente  d' arme  d' Alamagna  in  sua  com-, 
pagnia  \  e  dicesi  che^  il  seguirò  infino  a  Verona  presso 
a  diecimila  uomini  '  tra  a  cavallo  e  a  ronzici,  e  per 
necessità  di  moneta  gran  parto  si  tornò  in  Alama- 
gna, jna  de' migliòri  3ì  ritenne  da  tramilacinquecento 
cavalieri  Tedeschi  E  di  Verona  passò  per  Lombardia, 
e  per  la  via  di  Pavia  venne  nella  Riviera  di.  Geno- 
va, e  arrivò  di  là  da  Saona  alla  piaggia  di  Varagine^ 
e  ivi  entrò  In  mare,  e  per  ta  forza  de'  Genovesi  con 
loro  navìlio  di  venticinque  galee  passò  per  mare  a  Pisa, 
e  là  gianse  di  maggio  gli  anni  di  Cristo  1268,  e 
da'  Pisani  e  da  tutti  i  ghibellini  d' Italia  fu  ricevuto 
a  grande  onore,  quasi  come  imperadore.  La  sua  ca- 
vallerìa venne  per  ferra  passando  le  montagne  di 
Potttremoli,  e  arrivarono  a  Serrazzano,  che  si  teUea 
per  gli  Tisani,  e  poi  feciono  la  via   della  marina 


>  La  QiantiiM  legge:  òene  diecimila. 


con  iscorta  infino  a  Pisa.  Lo  re  Carlo  sentondo  co- 
me Curradino  era  tu^s&to  in  Italia  e  sentendo  la 
rubellazione  dèlie  sùe^  terre  di  Cicilia  e  di  Puglia 
fatta  per  gli  baroni  del  Regno  traditori,  (ì  quali  i 
più  avea  lasciati  ^  di  jpregione),  e  per  don  Arrigo  di 
Spagna,  si  si  parti  incontanente  di  Toscana,  e  a 
granai  giornate  n*  andò  in  Puglia,  e  in  Toscana  la- 
sciò messer  Guglielmo  di  Belselve  suo  maliscalco, 
e  con  lui  messer  GuglielnuK  lo  Stendardo  con  ot- 
tocento cavalieri  franceschi  e  provenzali,  per  man- 
tonere  le.  città  di  Toscana  a  sua  parto,  e  per  con- 
trastare Curradino  che  non  potasse  passare.  E  sen- 
tondo papa  elemento  la  venuta  di  Xorradino,  si  gli 
mandò  suoi  massi  e  legati  comandando  sotto  pena  di 
scomunicazione,  ch'egli  non  dovesse  passare,  né  es- 
sere cóntra  lo  re  Carlo  campione  e  vicario  di  Santa 
Chiesa,  U  quale  Curradino  però  non  lasciò  sua  im- 
presa, né  volle  obbedire  a*  comandamenti  del  papa, 
parendogli  avere  giusta  causa,  e  che  '1  Regno  n 
Cicilia  fosse  sua  e  di  suo  patrimonio,  e  però  cadde 
in  sentonzia  di  scomunicazione  d^Ua  Chiesa,  la  quale 
ebbe  a  dispetto ,  e  poco  curò  \  ma  istando  lui  in 
Pisa,  ranno  moneta  e  g«nti ,  e  tutti  i  ghibellini  e 
chi  èra  di  parte  imperiale  si  riciusse  a  lui,  onde 
gli  crebbe  grandissima  forza.  E  stando  in  Pisa,  Ven- 
ne a  osto  sopra  la  città  di  Lucca,  la  quale  si  tonea 
per  la  parto  di  Santa  Chiesa,  e  erari  dentro  il  ma- 
liscalco del  re  Carlo  con  sua  gento,  e  il  legato  del 
papa  e  della  Chiesa  e  colla  forza  de'  Fiorentini  e 
degli  altri  guelfi  di  Toscana  e  di  più  gente  di  cro-< 
ce  segnati,  i  quali  per  predicazione  e  indulgenza  e 
perdoni  dati  dal  papa  e  da'  suoi  legati,  erano  ve- 
nuti contra.Curraidino,  e  stotto  sopra  Lucca  dieci 
di  a  oste  :  e  abboccarsi  insieme  per  combattore  le 
detto  due  osti  a  Ponterotto  a  due  miglia  presso  di 
Lucca,  ma  non  eombattoro,  ma  ciascuno  schifò  la 
battaglia,  e  era  in  mezzo  la  Guiscianella,  e  però  si 
tornerò  chi  a  Pisa  e  chi  a  Lncca. 

CAPITOLO  XMV, 

Come  il  maU^ealco  del  re'  Carlo  fu  sconfino  al 
ponte  a  Valle  per  la  gente  di  Curradino. 

Poi  si  parti  Curradino  con  sua  gente  di  Pisa, 
e  venne  a  Poggibonizzi,  il  quale  come  i  terrazzani 
sentirono  la  venuta  di  Curradino  in  Pisa  si  rubel- 
larono  dal  re  Carlo  e  dal  comune  di  Firenze,  e  gli 
mandarono  le  chiavi  infino  a  Pi^a.  E  poi  di  Poggi- 
bonizzi n*  andò  in  Sièna,  e  da'  Sanasi  ricevuto  a 
grande  onore  :  e  soggiornando  in  Siena ,  il  mali- 
scalco  del  re  Carlo,  eh'  ave^  nome,  come  detto  a- 
vemo,  messer  Guglielmo. di  Belselve,  con  sua  gento 
si  parti  da  Firenze  il  di  di  Santo  Giovanni  di  giu- 
gno per  andare  ad  Arezzo  per  impedire  ^  gli  anda- 
menti di  Curradino,  e  da'*  Fiorentini  furono  scorti 
e  accompagnati  infino  a  Montevarchi,  e  voleangli 
accompagnare  infino  presso  ad  Arezzo,  àentondo  il 


'  lasciati  andarei  liberati.    Ifanca  quest*  aao  del  verbQ 
loiciare  alla  Crusca. 

^  La  Giuntina:  impedùneiUirc. 


Ì2Z 


CnO^ICHE 


cammino  dul)bioso ,  e  temendo  d*  agualo  per  lo 
contado >  d**  Arezzo.  Il  detto  maliscalcp  rendendosi  di 
soperchio  sicuro  di  saa  gente,  non  volle  più  con- 
dotto di  Pìorentlni,  e  innanzi  al  passare  si  mise 
messer  .Guglielmo  lo  Stendardo  con  trecento  cava- 
lieri bene  armati'  e  in  concio,  e  passò  sano  e  sal- 
vo. Il  maliscalco  con  cinquecento  de*  suoi  cavalieri 
non  prendendosi  guardia  e  sanza  ^ordine,  e  i  più  di 
fina  gente  disarmata,  isi  mise  a  passare,  e  quando 
giunse  al  ponte  a  Valle,  ch^è  in  suIKArno  presso 
a  Laterino,  uscì  loro  addosso  uno  agujito  della  gente 
di  Curradino,^  i  quali  sentendo  ì^andamentp  del  detto 
maliscalco,  erano  '  partili  di  S  eira  per  lo  condotto 
degli  libertini  e  d  altrì  ghibellini  usciti  di  Firenze, 
e  sopraggiunti  al  detto  ponte,  i  Franceschi  non 
provveduti  e  sanza  gran  difesa  furono  sconfitti  e 
morti,  e  presi  la  maggior  parte,  e  quegli  che  fug- 
girono Verso  il  Valdamo  nel  contado  di  Firenze,* 
furono  cosi  presi  e  rubati  come  da  nimici  ;  e  il 
detto  messer  Guglielmo  maliscialco,  e  messer  A- 
melio  di  Corbano,  e  più  altri  baroni  e  cavalieri,  fu- 
rono presi  e  mtoati  in  Siena  a  Curradino  ;  e  ciò  fu  il 
di  appresso  la  festa  di  San  Giovanni  a  di  25  del 
mese  di  giugno,  gli  anni  di  Cristo  1268.  Della 
quale  scoiifiltr  e  presura,  la  gente  del  re  Carlo  e 
tutti  quegli  '  dì  parte  guelfa  ne  sbigottirono  mollo, 
e  Curradino  e  sua  gente  ne  montarono  in  grande 
superbia  e  baldanza,  e  quasi  avesno  per  niente  i 
Franceschi.  È  sentendosi  ciò  nel  Regno,  si  rubel- 
larono  assai  terre  al  re  Carlo.  E  ne'  detti  tempi  il 
re  Carlo  era  ad  assedio  alla  città  di  Nocera  de'  sa- 
racini  in  Puglia,  la  quale  s' era  mbellata,  acciocché 
r  altre  della  marina,  di  Puglia,  che  tutte  erano  som- 
mosse, non  gli  si  rubellassono. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  Curradino  entrò  in  Rotncy  e  poi  con  sua 
oste  passò  nel  regno  ài  Puglia, 

Soggiornato  Curradino  alquantp  in  Siena,  si 
lì*  andò  a  Roma ,  e  d^'  Romani  e  da  don  Arrigo 
senatore  fu  ricevuto  a  grande  onore  a  guisa  d' im- 
peradore,  e  in  Ron^a  fece  sua.  raunala  di  gente  o 
di  moneta,  e  spogliò  ìÌ  tesoro  di  San  Piero  e  d'al- 
tre chiese  di  Roma  per  fare  danari,  e  trovossi  in 
Roma  con  più  di  cinquemila  cavalieri  tra  Tedeschi 
e  Italiani  con  quegli  di  don  Arrigo  senatore,  fra- 
tello del  re  di  Spagna,  ch'avea  seco  bene  otto- 
cenlo  buoni  cavalieri  spagnuoU.  E  sentendo  Curra- 
dino. che  *1  re  Carlo  era  a  oste  in  Puglia  alla  città 
di  Nocera,  e  ntolte  delle  terre  e  baroni  del  Regno 
erano  rubellati,  e  dell'  altre  in  sospetto,  sì  gli  parve 
tempo  accettevole  d' entrare  nel  Regno ,  e  partissi 
da  Roma  a  di  10  d'agosto,  gli  anni  di  Cristo  1268; 
col  detto  don  Af'rigo  e  con  sua  compagnia  e  ba- 
ronia, e  con  molti  Romani  :  o  non  fece  la  via  di 
Campagna,  perocché  seppe  che  '1  passo  da  Ceppe- 
rano  era  guernito  e .  guardato  :  si  non  si  volle  met- 
tere atta,  contesa,  ma  fece  la  via  delle  montagne 
tra  gli  Abruzzi  e  Campagna  per  Valle  di  Celle  ove 
non  avea  guardie  né  guemigione,   e  sanza  niuno 


contasto  passò  e  arrivò  nel  piano  di  San  Valentino 
nella  contrada  detta  Tagliacozzo. 

CAPITOLO  XXVI. 

Come  toste   di  Curradino  e  quella    del  re  Carlo 
y  affrontarono  per  combattere  a  Tagliaco%zo. 

Lo  re  Carlo  sentendo  come  Curradino  era  para- 
tilo di  Roma  con  sua  gente  per  entra^rc^  nel  Regno, 
si  levò  dà  osle  da  Nocera,  e  con  tutta  sua  gente  a 
grandi  giornate  venne  incontro  a  Curradino,  e 
alla  città  dell' Aquila  in  Abruzzi  attese  sua  gente. 
E  stando  lui  nell'Aquila^  e  tenendo  consiglio  con 
gli  uomini  della  terra,  ammonendo  gir  fossono  fe- 
deli e  leali,  e  fornissono  Foste,  uno  savio  villano 
e  antico  si  levò,  e  disse  :  re  Catto  non  tenere  più 
consigli  e  non  ischifare  un  poco  di/atica,  accioc^ 
che  tu  ti  possa  riposare  sempre'^  togli  ognidùno^ 
rama^  e  va"  contra  il  niff^ico^  e  noi  lasciare  pren^ 
dere  più  campo^  e  noi  ti  saremo' leali  e  fedeli'  Lo 
re  udendosi  si  saviamente  consigliare,  sanza  nullo 
indugio  *o  più  parole  di  là  sì  partio  per  la  via  tra- 
versa delle  montagne,  e  accozzossi  assai  di  presso 
alPoste  di  Curradino  nel  luogo  e  piano,  di  San  Va- 
lentino, e  non  avea  in  mezzo  se  non  il  fiume  del ... 
Lo  re  Carlo  avea  di  sua  gente,  tra  Franceschi  e 
Provenzali  e  Italiani,  meno  di  tremila  cavalieri,  e 
veggendo  ehe  Curradino  avea  troppa  più  gente  di  lui, 
per  lo  consiglio  del  buono  messer  Alardo  di  Valleri, 
ca'valiere  francesco  di  grande  senno  e  prodezza,  il 
quale  di  quegli  tempi  era  arrivato  in  Puglia  tornando 
d'oltremare  dalla  Terra  Santa,  si  disse  al  rè  Carlo, 
se  volesse  essere  .vincitore  gli  ^nvenia  usare  mae- 
strìa di  guerra  più  che  forza  :  il  re  Carlo  confidan- 
dosi molto  nel  senno  del  detto  messer  Alardo,  al 
tulio  gli  commise  il  reggimento  dell*  oste  e  della 
battaglia,  il  quale  ordinò  della  gente  del  re  tre 
sèhiere,  e  dell'una  fece  capitano  messer  Arrigo  di 
Cosance,  gr«<nde  di  persona  e  buono  cavaliere  d*ar- 
me:  questi  fu  armato  colle  sopransegne  reali  in 
luogo  della  persona  del  re,  e  guidava  Provenzali  e 
Toscani  e  Lombardi  e  Campagnfni.  L  altra  schiera 
furono  de*  F/anceschi,  onde  furono  capitani  mesier 
Gianni  di  Crarì,  e  messer  Guglielmo  lo  Stendardo, 
e  mise  i  Provenzali  alla  guardia  del  ponte  del  detto 
fiume,  acciocché  V  oste  di  Curradino  fion  potesse 
passare  sanza  disavvantaggio  della  battaglia.  Il  re 
Carìo  col  fiore  della  sua  cavalleria  e  baronia,  di  quan- 
tità di  ottocento  cavalierì,  fece  riporre  un  aguato 
dopo  uno  colletto  in  una  vallea,  c^  col  re  Carlo  ri- 
mase il  detto  messere  Alardo  di  Valleri  con  messer 
Guglielmo  di  Villa,  e  Arduino  prenze  della  Morea, 
cavaliere  di  grande  valore. .  Curradino  dall^ra  parte 
fece  di  sua  gente  tré  schiere,  l'una  de' Tedeschi^ 
oiìd'egli  era  capitano  col  dogi  d'Osterich,  e  con  più 
conti  e  baroni;  T  altra  deg:r  Italiani,  onde  fece  capi- 
tanò il  conte  Calvagno  con  alquanti  Tedeschi;  l'altra 
fu  di  Spegnuoli,  ond'  era  capitano  don  Arrigo  di 
Spagna  loro  signore.  In  questa  stanza,  Kuna  oste 
appetto  all'altra,  i  baroni  del  Regno  ribelli  del  re 
Carlo,  fittiziamente,  per  fare  isbigottire  lo  re  Carlo 


DI  GIOVANNI  VaLANI. 


123 


e  sua  geulc,  fecìonp  venire  nel  campò  dì  Curradino  | 
falsi'  amba8ciad()rì  molto  parèli  oon  chiavi  in  mano  ' 
e  con  grandi  presenti,  dicendo,  cVelH  erano  man- 
dati dal  comune  dell*  Aquila  per  dargli  -le  chiavi  e 
signoria  della  terra,  siccome  suoi  oomiifi  e  fedeli, 
acciocché  gli  traesse  della  tirannia  del  re  Carlo.  Per 
la  qual  cosa  Voste  di  Curradino  e  egli  medesimo, 
stimando  fosse  véro,  feciono  grande  allegrezza,  e 
sentito  ciò  neiroste  del  re  Carlo,  n*ebbe  grande 
isbigottimento,  temendo, non  fallisse  loro  la  vittua- 
glja  che  veniva  loro  di  quella  parte,  e  F  aiuto  di 
quegli  dell'Aquila.  Lo  re  medesimo  sentendo  ciò,' 
n*  entrò  in  tanta  gelosia,  che  di  notte  tempore  si 
partì  con'  pochi  dell*  oste  in  sua  compagnia,  e  venne 
air  Aquila  la  notte  medesima,  e  facendo  domandare 
le  guardie  delle  porte  per  cui  si  tenea  Ja  terra,  ri- 
spuosono,  per  lo  re  Carlo  :  il  quale  entralo  dentro 
san2a*  ismontare  de*  cavalli,  ammonitigli  di  buona 
guardia,  .incontanepte  tornò  all'oste,  e  fuvvi  la  mat* 
Una  a  buona  ora:  e  per  T affanno  dell'andare  e  tor- 
nare la  notte  dair  Aquila,  lo  re  Carlo  si  posava  e 
dormiva. 

CAPITOLO  XXViL 

Come  Ckirradinó  p  sua  genie  furono  sconfUH 

dal  re  Carlo. 

Curradiùo  e  sua  oste  avendo  vana  speranza  che 
r  Aquila  fosse  ribellata  al  re  Carlo,  con  grande  vi- 
gore e  grida,  fatte  le  sue  schiero,  si  strinse  a  vali- 
care il  passo  del  fiuihe  per  combattere  col  re  Carlo. 
L<^  re  Carlo,  con  tutto  si  posasse,  come  detto  ave- 
mo,  sentendo  il  romore  de**  nemici,  e  com*  erano  in 
arme  per  venire  alla  baftaglia,  incontanente  fece  ar-. 
mare  e  schierare^  sua  gente  per  V  ordine  e  modo  ehe 
dinanzi  facemmo  menzione.  E  stando  la  schiera  de' 
Provenzali  (la  quale  guidava  messer  Arrigo  di  Co- 
sance)  alla  guardia  del  ponte,  contrastando  a^  don  Ar- 
rigo di  Spagna  e  a  sua  gente  il  |>asso,  gli  Spagnuoli 
si  misono  a  passare  il  guado  della  riviera  ch'era 
assai  piccolo,  e  incominciarono  a  inchiudere  la -schiera 
de' Provenzali  che  difendeano  il  ponte.  Curradino  e 
r  altra  aof  pste  veggendo  passati  gli  Spagnuoli,  si 
mise  a  passare  il  fiume,  e  con  grande  furore  assa- 
lirò-la  gente  del  re  Carlo,  e  in  poca  d'ora  abbono 
barattati  ^  e  sconfitti  la  schieri  4^'  ProxcVzali^  e  'I 
detto  messer  Arrigo  di  Cosance  colle -.J^egfie  datare 
.  Carlo  abbattute,  e  egli  morto  e  taglialo  :  .^e^piloai 
don  Arrigo  e' Tedeschi  avere  la  persona  d^V^^^^i^o,' 
perchè  vestiva  le  sopra^segne  reali,  lutti  gli  -s' ag- 
greggiarono ^  «addosso.  E  rotta  la  detta  schiera  de' 
Provenzali,  simile  feciono  di  quella  de' Franceschi  e 
degl'  Italiani,  la  quale  guidava  messer  Gian^  di  Crarì, 
e  mèsser  Guglielmo  lo  Stendardo,  perocché  la  gente 
di  Curri^dino  erano  per  uno  due  che  quegli  'del  re 
Carlo,  e  fiera  gente  e  aspra  in  battaglia:  e  veggen- 
dosi  la  gente  del  re  Carlo  così  malmenare,  si  mi- 


'  8barAttatì,jBbiirAgliati. 

^  B'afibllaroBO,   come  appunto  faono  le  greggi  alcnne 
volte. 


sono  in  fuga  e  abbandonarono*  il  campo.  I  Tedeschi 
si  credettono  avere  vinto,  che  non  sapoano  dell'a- 
gnato del  ce  Carlo,  si  cominciarono  a  spandere  per 
lo  campo,  e  intendere  alla  preda  e  alle  spoglie.  liO 
re  Carlo  era  in  sul  colletto  di  sopra  alla  valle  dove 
era  la  sua  schiera  con  messer  Alardo  di  Yalleri,  e 
col  conte  Guido  di  Mon forte  per  riguardare  «la  bat- 
taglia, e  veggendo  la  sua  gente  così  barattare,  prima 
ì'una  schiera  e  poi  l'altra,  e  venire  in  fuga,  moria 
a  dolore,  e  volea  pure  fare  muovere  la  sua  schiera 
per  andare  a  soccorrere  i  suol*  messer  Alardo  mae- 
stro deir  oste  e'  savio  di  guerra,  con  grande  tempe- 
ranza e' con  savie  parole  ritenne  ass^iio  re,  dicendo, 
che  per  Dio  si  soflTerìsso  alquanto,  se  volesse  l'o- 
nore della  vittoria,  perocché  conoscea  la  cupidigia 
de'  Tedeschi  e  come  sono  vaghi  delle  prede,  per  la- 
sciargli più  spartire  dalle  schiere,  e  quando  gli  vide 
bene  sparpagliati,  disse  al  re:  fa'* muovere  le  6an- 
dieré^  ji^h*  ora  è  tempo  :  e  così  fu  fatto.  E  uscendo  • 
la  detta  schiera  della  vaile,  Curradino  né  i  suoi  non 
credeano  che  fossono'  nimici,  ma  che  fossono  di  sua 
gente,  cìte  tornassero  dal  cacciare  il  nemico,  e  non 
se  ne  prendeano  guardia,  e  vegnendo  Io  re  con 
sua  gente  stretti  e  serrati,  al  diritto  se  ne  vennero 
ov'era  la  schiera  di  Curradino  co' maggiori  de'  suoi 
baroni,  e  quivi  si  cominciò  la  battaglia  aspra  e  dura, 
con   tutto  che  poco   durasse,  perocché  la  gente  di 
Curradino   erano  lassi   e    stanchi    per   lo   combat- 
tere, e  non  erano  tanti  cavalieri  schierati  ad  assai 
quanti  quegli  del  re,    e  sanza  ordine  di   battaglia, 
perocché  la  ngaggfor  parte  di  sua  genie,  eh'  era  cac- 
ciando i  nemici,  e  chi  isparlito  per  lo  i^mpo  per 
guadagnare. preda  e  pregioni,  e  la  schiera  di  Cur- 
radino per  lo  improvviso  assalto  de' nemici  tuttora 
scemava,  e  quella  del  re  Cario  tuttora  cresceva,  perché 
gli  primi  di  stia  gente,  eh'  erano  fuggiti  della  prima 
sconfitta,  conoscendo  le  'nsegne  del  re  si  metteano 
in  slia   schiera,  sicdié   in  poca  d'ora  Curradino  e 
sua  gente  furono  sconfitti.  E  quando  Curradino  s'av- 
vide  che  la  fortuna  della  battaglia  gli  era  incon- 
tro, per  consiglio  de' suoi  maggiori  baroni  si  mise 
alla  fuga  egli  e'  il  dogi  d' Osterich,  e  il  conte  Cal- 
vagno,  e  il  conte  Gualferano,  e  'I  conte  Gherardo  da 
Pisa,  e  più  altri.  Messer  Alardo  di  Valleri  veggendo 
fuggire  i  nemici,  con  grandi  grida  dfcea  e  pregava 
lo  re  e'  capitani  della  achiera  non  si  partissono  né 
seguissono  caccia  di  nimici  né  altra  preda,  temendo 
che  la  gente  di  CurrAdino  non  sì  rannodasse,  o  ninno  ^ 
aguato  uscisse  fuori)  ma  stessono  fermi  e  schierati 
in  sul  campo  ;  e  così  fu  fatto.  E  venne  bene  a  bi- 
sogno, che   don  Arrigo  co'  suoi  Spagnuoli  e  altri 
'tedeschi  i  quali  aveano  segnila   la  caccia  de' Pro- 
venzali e  Italiani,  i  quali  aveano  prima  sconfitti  per 
una  valle,  e  non  aveano  veduta  la  battaglia   del  re 
Cario  e   la  sconfitta  di  Curradino,  alltf  ricolla  che 
fece  di  sua  gente,  e  ritornando  al  campo,  veggendo 
la  schiera  del  re  Cario,*  credette  che  fosse  Curradino 
e  sua  gente-,  sì  scese  il  colle -dov' era  ricollo  per 
venire  a' suoi,  e  quando  si  venne  appressando  co- 
nobbe le  'nsegne  de' nemici,  e  com'era  ingannato  si 


La  Qiantìna  legge:  nuovo. 


ÌZi 


CRONICHB 


iemie  confoso:  ma  com' era  vaieale  iìfiore  si  ilfiiae 
a  adderà  e  serrò  coUa  soa  gente  per  tale  BM>do, 
che  1  re  Carlo  e*siioi>  i  (|iiaU  per  Taffuno  dèQa 
battaglia  orano  travagUati,  non  s^ardiroiio  di  fedire 
alla  schiera  di  don  Arrigo,  e  per  non  recare  il 
giuoco  vinto  appartilo',  stavano  aringati  Tona  schiera 
appetto  all^altra.  buona  peua.  D  buono  messer  Alardo 
veggendo  ciò,  disse  al  re,  che  bisognava  di  fargli  di- 
partire da  schiesa  per  rompergli:  lo  re  glieommise  fa- 
cesse nsuo  senno.  Allora  priDse  de*migUori  baroni  della 
schiera  del  re  da  trenta  ui  quaranta,  e  uscirono  della 
schiera  bccendo  sembianti  che  per  paura  si  fnggissono, 
siccome  gli  avea  ammaestrati  Gli  Spagnuoli  v^ggen- 
dogli  come  con  piìk  delle  bandiere  di  quegli  signori 
si  metteano  in  'volta  e  in  vista  di  fuggire,  con  vana 
sperauM  conunciarono  a  gridare  é*$OHO  m  fuga:  e 
cominciarono  a  dipartirai  da  schiera  e  volergli  se- 
guire. Lo  re  Cario  veggendo  schiarire  e  aprira  la 
schiera  degli  Spagnuoli  e  altri  Tedeschi,  francamente 
si  misono  a  fedira  tra  loro^  e  messer  Alardo  co'^suoi 
saviamente  si  raccolsono  e  tornarono  alla  schiera. 
Allora  fu  la  battaglia  aspra  e  dura;  magli  Spagnuoli 
erano  bene  armati,, per  colpi  di  spade  non  gli  pò- 
teano  atterrare,  e  spesso  al  loro  modo  si  rannoda- 
vano insieme.  Allora  i  Franceschi  cominciarono  con 
gridare  ad  ire,  e  a  prendergli  a  braccia,  e  abbatter- 
gli de"  cavalli  a  modo  de*  toraeameuti  ;  e  cosi  fu  fatto> 
per  modo,  che  in  poca-d'^ora  gli  ebbonp  rotti  e  scon- 
fitti e  messi  in  fuga,  e  ii^olti  ve  ne  rimasono  morti 
Don  Arrigo  con  assai  de*s(ioi  si  fuggi   in  monte 
Cascino,  e  diceapo.die  '1,  re  Cado  era  sconfitta  L'a- 
bate eh*  èra  signore   di  quella  terra'  conobbe   don 
Arrigo,  e  assegnali  ài  loro  coni'' erano  fuggiti,  'si  fece 
prendera  lui  e  gran  parte  di  sua  gente.  Lo  re  Carlo 
con  tutta  sua  gente  rimasono  in  sul  campo  armati  e 
a  cavallo  infino  alla  notte  per  rìcogliera  i  suoi,  e 
per  avera  de" nemici  piena  e  sicura  vittoria:  e  questa 
sconfitta  fh  la  vilia  ^  di  Santo  Bartplommeo  a  A  23 
d*  agosto^  gli  anni  di  Cristo  1268.  E  in  quello  luogo 
fece  poi  fare  lo  ra  Carlo  una  ricca  badia  per  T  anime 
della  sua  gente  morta  -,  che  si  chiama  Santa  Maria 
della  VUtoriOy  nel  piano  di  Tagliacouo. 

CAPITOLO  XXYIO. 

Della  vi$i(mej^''ait^9efme  a  papa  Clemente  delia  scon^ 

fitta  di  (ktrradino. 


detU  contemplasione  disse:  correte^  correte  alle 
Miraie  a  prendere  i  mméet  iì  5bnla  Cima,  tàeumo 
sconfitH  e  wterti:  e  delia  delta  sconfitta  nulla  no- 
vella né  messo  era  vennlo  al  (hqia,  né  polea  venire 
in  cosi  corto  spasio  di  tenf^o  come  una  notte,  peroc- 
ché da  Viterbo  al  luogo  ove  fh  h  baflnglia  avea  pih 
di  cento  miglb;e  fu  Taltro  giorno,  innansi  ohe  «dio 
messaggio  Jie  venisse  in  cavie;  ma  di  cartoli  disse 
per  gli  savi  che  in  corte  erano,  che  Q  papa  V  ebbe 
per  ispiraùone  divina,  e  egli  era  nomo  di  santa  fila. 

CAPITOLO  XXDL    * 

Come  Vurradino con  cerHsnoi  baromi  fitrtmo  preH 
dal  re  Carìo^  e  fece  loro  tagliare  la  festa. 


^      • 


Awenne^grandeìnarfiviglia,  che  essendo  stata  la 
detta  sconfitta  di  Curradino  la  vigilia  di  Santo  Barto- 
lommeo,  e  era  gii  notte  ansi  che  *1  certo  si  sapesse 
a  cui  fosse  rimaso  il  campo  colla  vittoria,  per  molte 
riprese  e  variasioni  eh*  ebbe  la  detta  battaglia,  la 
mattina  per  tempo  vegnente  della  festa  di  Santo  Bar- 
tolonuneo,  essendo  papa  Clemente  in  Viterbo,  e  ser- 
monava,  e  vegnendogli  subitamente  ano  pensiero  per 
lo  quale  parve  al  popolo  che  contemplasse  uno  buono 
posso  lasciando  la  materia  del  sermone,  levata  della 


'  Hamen  proverbiale  che  manca  alla  Crasoa. 

'  V.  A.  vigilia,  in  ^gnificato  del  giorno  che    precedo 


Curradino  col  duca  d'Oslerìch  eeon  pih  altri, 
i  quali  del  campo  erano  fuggiti  con  Hd,  d  arriva- 
rono alta  piaggia  di  Roma  in  salta  aurinn  presso  a 
una  terra  eh'  ha  nome  Astnri,  eh'  era  degf  Inflra- 
gnipani  ,di  Roma,  gentili  uomini  ;  e  in  queOa  arrirati, 
feciono  armare   una  saettta  per  passare  in  CicìUa, 
credendo  scampare  dal  re  Cariò,  e  in  Cicilia,  che  era 
quasi  tutta  rubeUèta  allo  re,  ricoverare  suo  stato  e 
signoria.  Essendo  loro*  già  entrati  in  mare  seonosdoti 
nelta  detta  barca,  uno  de'delU  Infìragnipani  chiara 'n 
Asturi,  veggendo  ch'erano   gran  parte  Tedeschi  e 
belli  nomini  e  di  gentae  aspetlQ,  e  sapendo  delta 
sconfitta,  si  «'avvisò  di  guadagnare  ed^ essere  ricco, 
e  però  i  detti  signori  prese;  e  saputo  di  loro  essere, 
e  com'era  Ira  quelli  Curradino,  si  gli  menò  al  re 
Carlo  pregioni,  per  gli  quali  lo  re  gli  donò  terra  e 
signoreggio  alta  Pilosa,  tra  Napoli  e  Benivente.  B 
come  lo  re  ebbe  Curradino  «  qne' signori  in  suahalta, 
prese suo^ consiglio  quello  ch'avesse  a  fare.  Alla  fine 
prese-partito  di  fargli  morire,  e  fece  per  via  di  giu- 
dicio  formare  inquisiiione  contro  a  lore,  come  a  tra- 
ditori delta  corona  e  nemid  di  Santa  Chiesa,  e  cori 
fu  fatte  ;  che  a  di...^  fu  diooltato  Curradino,  e  *1  duca 
d' Osterich,  e  '1  conte  Calvagno,  e  1  conte  Gurife- 
rano,  e  1  conte  Bòrtolommeo  e  due  suoi  figliuoli, 
e  1  conte  Gherardo  de'  conti  da  Doneralico  di  Pisa 
in  sul  marcate  di  Napoli  lungo  il  ruscello  deQ'  acqua 
che  corre  di  contra  alta  chiesa  de'  frali  M  Carmi- 
ne*, e  non  sofferse  fl  re  che  fossono  -soppelliti  in  luo- 
go sacro,  ma  in  su  il  sabbione  del  mercato,  per<^ 
eh'  erano  scomunicali.  E  cosi  in  Curradino  fini  0  le- 
gnaggio  delta  casa  di  Soave,  che  fu  in  cosi  grande 
potettxia  d' imperadori  e  di  re,  come  addietro  é  Catta 
menzione.  Ma  di  certo  si  vede  per  ragione  ^  per  ispe- 


'  Alcuno  dice  che  questo  loro  sia  usato  in  caso  retto, 
ma  falla  di  santa  ragione.  È99mdo  laro  ecc.  slS'  qui  per 
r  ablativo  assoluto  de*  lattai,  ed  è  regota  deP  ctasiiol  «he 
quando  il  soggetto  del  gerulidio  non  ò  ta^ggetto  àDOora  del 
verbo  principale,  si  deve  mettere  in  accusativo.  Basti  qaesto 
esempio  di  Dante,  Inf.  8»:  lo  we»  già  %  eapeUi  t»  marno 
awoUif  E  iroUo  gtiaie  ovmpiké^ttna  ciocca,  UUfBANDO 
LUI  cogU  ocdd  tu  già  rkHdiL 

^  28  ottobre.  D  famoso  legista  Guido  di  Sossara  aveva 
preso  a  difenderlo  ;  quando  tra  i  fendici,  turpemente  sDan- 
siosi,  un  provensale  osò  votame  la  morte,  come  traditore 
della  corona  e  nemico  della  Chiesa;  e  bastò  egli  solo.  V. 
il  Sism.  St.  Rep.  Ital. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


125 


riMixa,  ohe  chiunque  'si  leva  conlre  dante  Chiesa  ed  è 
aeonjniiiìMto^  cosvieee  che  la  fipe  snaiiìi  rea  |)er  T  ani- 
ma e  per  lo  corpo  v  e  però  è  sempre  da  temere  la  sen- 
tensa  della  scomantcauone  di  Santa  'Chiesa^  giusta  o 
ingiusta,  che  assai  aperti  miracoli  ne  sono  stati  chi  leg^ 
gè  .l'antiche  croniche,  e  per  quésta  11  può  vedere  per 
grimperadori  e  signori  passati,  che  fiirono  ribelli. e 
piersecutorì  di  Santa  Chiesa.  Della  detta  sentensa  lo 
re  Carlo  ne  fu  molto'  tipreso  e  dal  papa  e  da'  suoi 
cardinali  e  da  chiunque  fu  savio,  peroceb^  egli  avea 
preso  Curradino  e' suol  per  caso.di  battaglia,  e  non 
per'trafoènto,  e  megUo  era  «  tenerlo  pregìone,  che 
fttflo  morire.  E  chi  disse,  che  1  papa  l'4issentl  ;  ma 
no9  ci  diamo  fede,  perch*era  tenuto  santo  nomo.  B 
parve  che  hi  ianocenìui  di  Curradino,  eh*  era -di  così 
giovane  etade  e  giudicarlo  a  morte,  Iddio  ne  mostrasse 
miracolo  centra  lo  re  Carlo,  che  non  molti  mni  ap- 
presso Iddio  gli  mandò  di  grandi  awersitadi  quando 
si  credea  essere  in  maggiore  stato,  siccome  innanzi 
nelle  sue  storie  faremo  menzione.  Al  giudice  che 
condannò  Curradino^  Ruberto  figliuolo  del  conte  di 
Fiandra  genero  del  re  Carlo,  com*  ebbe  letta  la  con- 
dannagione,  gli  diede  d'uno  stocco,  dicendo,  che  a 
lui  non  era  lidto'di  sentenziare  a  morte  sì  grande  e 
genite  uomo  ;  del  qiùile  colpo  il  giudice,  presente 
lo  re,  mori,  ^  non  ne  fti  parola,  perocché  Ruberto  era 
molto  grande  eppo  lo  re,  e,  parve  al  re  e  a  tntti  i  ba- 
Toni,  ch'egli  avesse  fatto  come  valente  signore»  Don 
Arrigo  di  Spagna,  il  qpale  era  de'pregioni  del  re, 
perocch*  era  suo  cugino,  carnale,  e  perchè  l' abate  di 
OMNite  Cascino  che  l'avea  dato  preso  al  re,  per  non 
essere  irregolare  ^  per  patti  l'avea  dato  che  noi  fa- 
rebbe morire,  però  noi  fece  giudicare  il  re  a  morte,  ma 
condannollo  a  perpetnale  carcere,  e  mandoUo  in  pre- 
gìone iil  castello  del  monte  Sanciae  Marwe  in  Pu- 
glia^ molti  degfi  altri  baroni  di  Puglia  e  d'Abruzzi» 
eh'  erano  stati  con^o  allo  re  Carlo  e  suoi  rubelli, 
fece  morire  con  diversi  tormenti. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  lo  re  Carlo  racqvùiò  iuite  le  terre  di  Oì- 
cUia  e  di  Puglia  che  gli  s^^ano  rubellaie. 

Lo  re  Carlo  avuta  la  vittoria  centra  Curradi- 
no, tutte  4e  terre  del  regno  di  Puglia  ch'erano 
mbellate,  s'arrenderono  td  re  sanza  contrasto |  e 
molti  de*  caporali  ribeili  che  l'aveano  ribelhite  gli 
fece  morire  di  mala  morfe.  B  in  Cicilia  mandò  in- 
contanente il  conte  Guido  di  Monforte,  e  messer 
Filippa  suo  fratePo,  e  Messer  Guglielmo  di  Bei- 
monte,  e  messer  Guglielmo  lo  St!endardo  suoi^-  ba- 
roni, con  grande  armata  di  galee  e  con  grande, 
compagnia  di  cavalieri  fjrancfsjohi  e  provenzali  per 
raaqiiatare  le  terre  dell'  isola ,  le  quali  qnasi  tutte 
sperano  rubellate  dal  re,  salvo  che  Messina  e  Pa- 
lenno;  ed  erano  capitano  uno  messer  Currado  detto 
Caputo  d'AntioecWa  de' discendenti  dell' imperadore 


'  per  non  cadere  in  irregolarità|  e  fiir  eontro  alla  re- 
gola dS  carità  posta  al  convento;  onde  non  avrebbe  po- 
tato più  amministrare  i  uacramenti. 


Federigo,  il  quale  coq[  suo  seguito  de'rubelfi  maur 
tenea  le  terre  rubellate  contro  al  re  Carlo,  c.facea- 
gH  grande  guerra.  Ma  come  i  detti  signori  furono 
in  Cicilia,  e  per  la  vittoria  che  1  re  avea  avuta 
centra  Curradino ,  molte  delle  terre  s' arrenderono 
a'  detti  signori,  è  assediarono  il  detto  Currado  nel 
castello  di  Santorbe  il  quale  per  assedio  vinsono, 
e  'I  detto.  Currado  presono,* e  feciongli  cavare  gli 
occhi,  e  poi  ìL  feciono  impiccare.  E,  morto  il  detto 
Currado  e  i  più  de*  caporali  rubelli  suoi  seguaci, 
tutte  le  terre  dell'  isola  furono  alf  ubbidienza  del  re 
Carto^  E  ciò  fatto,  riformò  il  reame  di  Cicilia  e  di 
Puglia  In  buono  e  pacifico  slato,  e  guidardonò  i  s'uof 
baroni  che  l'aveano  servito  df  terre  e  di  signoraggi. 
Laseeremo*^  alquanto  4e^  fatti  del  rè  Carili,  e  toroe- 
remo  a  nostra  materiaf  de'  fatti  di  Firenze. 

CAPITOLO  XXXI.  ' 

CofBe  t  Fiorentini  sconfhsono  i  Senesi  a  pie  di  Colle 

.    di  Valdelsa, 

Gli  anni  di  Cristo  1269  del  mese  di  giugno, 
i  Saaesi,  ond'  era  govorn&tore  messere.  Provenzano 
Salvani  ài  Siena,  col  conte  Guido  Novello,  colle 
masnade  de'  Tedeschi  e  dì  Spagnubli,  e  con  gli  u- 
sciti  ghibellini  di  Firenze  e  dell'  altfe  terre  di  To- 
scana, e  colla  forza  de'  Pisani,  i  quali  erano  in. 
quantità  di  millequaltroceató  cavalieri  &  da  ottomila 
pedoni,  si  vennono  ad  oste  al  castello  dì  Cplle  di 
Valdelsa,  il  quale  era  alla  guardia  de*  Fiorentini  :  e 
ciò  feciono  perchè  i  Fiorentini  il  maggio  dinanzi 
erano  venuti  a  oste  e  a  guastare  Poggibonizzi.  B 
postisi  a  campo  alla  badia  a  Spugnole,  e  venuta  in 
Firenze  la  novella  il  venerdì  sera,  il  sabato  mattina 
messer  Giambertaldo  vicario  del  re  Carlo  per  la  ta- 
glia di  Toscana  si  parti  di  Firenze  colle  sue  ma« 
snade,  il  quale  allora  avea  |n  Firenze  seco  da  quat- 
trocento cavalieri  franceschi  ^  e  sonando  la  campana, 
i  guelfi  di  Firenze  seguendolo  a  cavallo  e  a  piede, 
giunsono  in  Colle  la  cavalleria  la  domenica  sera,  e 
trovarai  intorno  di  oùocento  cavalieri,  o  meno,  con 
poco  popolo,  perocché  cosi  tosto,  come  i  cavalieri, 
non  poterono  giugnere  a  Colle.  Avvenne,  che  il  lu- 
nedi mattina  vegnente,  il  di  di  Santo  Barnaba  di 
giugno,  sentendo  i  Sanesi  la  venuta  della  cavalleria 
di  Firenze,  si  levarono  da  campo  dalla  detta  badia 
per  recarai  in  più  salvo  luogo.  Messer  Giambertaldo 
veggendogli  mutare  il  campo,  sanila  attendere  più 
gente,  passò  colla  cavalleria  il  ponte,  e  schierata 
sua  gente  colla  cavalleria  di  Firenze,  e  quello  po- 
polo che  v'era  giunto,  e'  Colligiani  (ma  per  la  su- 
bita venuta  de'  Fiorentini  nullo  ordine  aveàno  di 
capitani  d'oste,  nò  d*  insegna  del  comune),  e  pren- 
dendo messer  Giambertaldo  la  'nsegna  del  comune 
di  Firenze,  e  richeggendo  i  cavalieri  di  Firenze  che 
v'erano  di  tutte  le  case  guelfe,  ch'alcuno  di  loro  la 
prendesse,  e  nuUo  si  movea  a  prenderla,  o  per  viltà 
0  per  gara  i'  uno  dell'  altro,  e  Jlato  gran  pezza  alla 
contesa,  messere  Aldobrandino  della  casa  de'  Pazzi 
francamente  si  trasse  avanti  e  disse:  io  la  prendo 
aW onore  di  Dio,  e  di  vittoria  del  nostro  comune: 


126 


CRONICHE 


onde  fu  molto  commendalo  io  AranchetM,  e  incon- 
tanente mosse,  e  tutta  la  cavalleria  seguendolo,  e* 
francamente  percosse  alla  schiera  de'  Sanesi  ;  e  tutto 
che  non  fosse  tenuta  troppo  savia  e  provveduta  ca- 
pitaneria di  guerra,   come   ardita  e  frai^ca   gente, 
bene  iivventurosamente,  come  piacque  a  Dio,  ruppo- 
no  e  sconfiisono  1  Sanesi  e  loro  amistà,  eh'  erano 
quasi  due  cotanti  ^vaJieri,  e  popolo  grandÌ9SÌmo, 
onde   molti  ne  furono  morti  e   presi;  e  se  dalla 
parte  de'  Fiorentini  fossono  giunti  e  stali  alla  bat- 
taglia i  loro  pedoni,  non  ne  campava  quasi  niuno  de' 
Sanesi.  11  conte  Guido  Novello  si  fuggì,  -e  messere 
Provenzauo  Salvani   signore   e  guidatore  dell'  oste 
de'Sanesi  fu  preso  ;  e  tagliatogli  il  capo  e  per  tutto  il 
campo  postato  fitto  in  su  una  lancia.  B  bene  s'  a- 
dempiè  la  profezia  e  revelazione  che  gli  avea  fatta 
il  diavolo  per  via  d' incanteéimo,  ma  non  la  intese  ; 
che  avendolo  fatto  costrìgnere  per  sapere  come'ca- 
IHterebbe  in  quella  oste,  mendacemente  rispno^e,  ^ 
disse:  anderai  e  combatterai,  vincerai  no^  morrai 
alla  battàglia,  e  la  tua  testai  fin  la  più  alta  del  cam- 
po; e  egli  credendo  avere  la  vittoria. per  quelle  pa- 
role, e  credendo  rimanere  signore  sopra  tutti,  non 
fece  ir  punto  ^  alla  fallacia,  ove  dis&eh.yincerai  no, 
morrai  ecc.  E  però  è  grande  fotlia  a  ^  credere,  a.  sì 
fatto  consiglio  come  quelfo  del  diavolo.  Questo  mes- 
sere Erovenzano  fu   grande  uomo  in  Siena  -al  suo 
tempo  dopo  la  vittoria  eh' ebbe  a  Mont^perti^  eguir 
dava  tuttaj^-città,  e  tutta  parte,  gbibelliofr  di  Tosca- 
na /acca  capo  di  lui,  e  era  moHo  presuntuoso  di  sua 
volontà'.  In  questa  battaglia  si  portò  il  detto  mes- 
sere Giambertaldo  come  valente  aigobre  in  pugnare 
contro  à'  nemici,  e  simigliantemente  la  sua  gente,  e 
tutti  i  guelfi  di  Firenze,  fàcceodo  grande  uccisione 
de^  nemici  per  vendetta. di  loro  parenti  e  amici  che 
rimasene  alla  sconfitta  a  Vonlaperti^  e  quasi  nullo  o 
pochi  ne   menarono  a  pregioni ,  ma  gli  iftispno    a 
morte  e  alle  spade;  onde  la  città  dil^ena,  a  compa- 
razione del  suo  popolo,  ricevette  maggiore  danno 
de'  suoi  cittadini  in  questa  sconfitta,  che  non  fece 
Firenze  a  quella  di  Montap<tjrti ,  e  lasciarvi  tutto  il 
loro  arnese.  Per  la  qual  cosa,  poco  tempo  appresso, 
i  Fiorentini  rimisene  in  Siena  i  guelfi  vsciti^  e  cac- 
ciarne i  ghibellini,  e  pacificarsi  l'uno  «comune  col- 
l'altro,  rimanendo  poi  sempre  amici  e  compagni.  B 
in  questo  modo  ebbe  fine  la  gnerra  tra'  Fiorentini  e' 
Senesi,  che  tanto  tempo  era  dbrata. 

-  CAPITOLO  XXXII. 

Come  t  Fiorentim  presono  il  castello  d*  Ostina  tu 

Valdamo. 

Nel  detto  anno  del  unse  di  settembre,  essendo 
rubellato  il  castello  d' Ostina  in  Yaldarno,  e  entrativi 
i  ghibellini  usciti  di  Firenze  co'  Pazzi  di  Valdamo,  i 
Fiorentini  v'  andarono  ad  oste,  e  stettonvi  infino  al- 
l'ottobre,  e  per  diOalta  di  vittuaglia  non  potendosi 


*  non  poM  mento,  non  si  formò  pensando.    Fin  punto", 
o  il  ptmto  è  modo  <U  registrare. 

»  Di  cistui  pirU  l  Allighìcri,  Pnrp    e.  XI. 


più  tenere,  e  quelli  d'entro  nseendone  una  notte^ln- 
reno  quasi  tuttf  morti  e  presi,  e'  Fiorentini  ebboiio 
il  castello  e  disfecionlo. 

CAPITOLO  XXXIII. 

Come  i  Fiorentini  in  servigio  de"  Lucchesi  onda-- 
rono^  oste  sopra  Pisa, 

Partita  l'oste  de^  Fiorentini  da  Ostino,  i  Fio- 
rentini con  messer,Oiambertaldo  malisealco  del  re 
Carlo,  in  servigio  de'  Lucchesi  andarono  ad  oste  a 
Castiglione  di  Valdiserchio,  e  poi  infino  alte  mura  di 
Pisa,  e  presono  i)  castello  d'  Asciano  per  forza;  e' 
Lucchesi,  per  ricordanza  e  vergogna  de'  Pisani  pres- 
so, alla  città  di  Pisa  feciono  battere  loro  moneta  e 
tornarono  sani  e  salvi. 

,  - 
CAPITOLO  JLXXIV. 

Come  fu  grande  diluvio  d^acqua^  e  rovinarono  U 
ponte  a  ^a$Ua  Trinità,  e  quello  delia  Carraia. 

Nel  detto  anno  1 269^  la  notte  di  calen  d'otto- 
bre fu  si  grande  diluvio  di  pioggia  d'  aÌM|na  da  cielo 
col  coD Unno  piovere  due  notti  e  uno  dì,  che  tutti  i 
fiumi  d'Ualiacrebbonopiùche-ercscessoBO  mai;  e'I 
fiume  d'Arno  nseì  de' suoi. termini  ti  disordinata- 
mente, che  gran. parte  deUa  città  d!  Firenze  allagò, 
e  ciò  fu  la  cagione  per  più  legnaft^e  che  '1,  fiume  me- 
Qi(Ya,  il  quale  riatette  e  s' attraversò  al  pie  del  ponte 
a  .Santa  Trinità  per  modo,  che  l'acqua  del. fiume  rin- 
gorgdya  sì  ^iddietro,  che  si  spandea  per  la  eittà^  onde 
molte  persone  annegarono  e  molte  case  rovinatono. 
Alla  fine  Ai  sì  forte  l' empito  del  corao  del  fiume,  ohe 
fece  rovinare  il  defto  ponte  di  Santa  Trinità,  e  an- 
cora per  lo  sgorgare  di  quello,  l' empita  dell'  aequa 
e  del  legname,  percosse,  e  fece  rovinare  quello  4^1a 
Carraia  :  e  come  furono  rovinati  e  caduti,  l'altezza  del 
corso  del  fiume,  eh"*  era  per  lo  detto  rìngorgamento 
e  rattenuta,  abbassò,  e  cessò  la  piena  dell'acqua, 
eh'  era  sparta  per  la  cittade. 

CAPITOLO  XXXY. 

Come  a  certi  nobili  ribelli  di  Firewke  furono 

tagliate  le  tette.' 

Negli  anni  di  Cristo  1270,  fatto  l'accordo  e 
pace  tra  '1  comune  di  Firenze,  e  quello  di  Siena,  e 
rimessivi  i  guelfi,  e  cacciatine  f  ghibellini,  uMfwere 
Azzolino  e  Nerac€«zo  e  Contieino  della  cas%  degli 
Ubarti,  e  messer  Biado  da'  Grifoni  da  Feggbine  ni- 
belli  di  Firenze,  con  loro  compagnia  partendosi  da 
Siena  per  andarsene  in  Cuentino,  fìirono  preti  e 
menati  in  Firenze,  e  scritto  in  Puglia  al  re  Carlo 
quello  eh' a.  lui  piacesse  se  neCMesse;  il  quale  per 
sua  lettera  mandò  a  messer  Bernardo  d' Ariano,  po- 
destà per  lo  re  in  Firenze,  che  siccome  traditori  della 
corona  fossono  giudicati:  a' quali  fu  loro  tagliate  le 
teste  il  dì  di  San  Michele  di  maggio.  E  la  mattina, 
quando  s'andavano  a  giudicare,  Neracozzo  domandò 


DI  GIOVANNI  VILLANI, 


127 


messere  Auolino  :  ove  andiamo  noi  ?  riapnose  il  .ca- 
valiere :  a  pagare  uno  debito  che  ci  lasciarono  i  no- 
stri padri:  salvo  che^Conticino,  il  ({naie,  perchè  era 
giovane,  fu  mandato  nel  Regno  preso,  e  hiorì  in  pre- 
gione  nello  torri  di  Capeva. 

CAPITOLO  XXXVI. 

Come  i  Fiòrenlini  -presono  il  cdiiello  di  Pianai- 
meMO  in  ValdarHo  e  come  disfeciono  Poggiboniml 

Net  detto  anno  del  mese  di  gHigno,  i  Fforenr 
Uni  andarono  ad  a9sedip  al  castello  di  Piandimezto, 
eh*  era  de*  I^zi  di  Valdarno,  mediato  per  loro  e  per 
gli  ^  usciU  di  Firenze  cohtra  il  comnne  di  Firenze,  il 
quale  per  assedio  s*^ arrendè  a  patti,  salve  le  persone, 
L  quali  se  n*  uscirono  fuori,  e' Fiorentini  ebbono  il  ca- 
stello,, e  feeionlo  abbattere  e  disfare;  e  simile.il 
castello  di  Ristruccioli  de' Pazzi,  ch'era  molto  fòrte 
castella.  E  ciò. fatto,  e  tornato  Toste  de' Fiorentini 
in  Firenze,  i  Fiorentini:  cavalcaronoi  a  Pog^ibonizzi, 
e  feciono  abbattere  e  disfare  tutto  il  castello,  e  re- 
care %  bocgo  al  piano  con  licenza  del  re.  Carlo;  pe- 
rocché nulla  cent  enicoza,  che  promisono  per  gli  patti 
al  re  Carlo  e  '  comune  di  Firenze,  non-  yoleano  i^tte- 
nere,  e  sempre  riteneano  i  ribelli  di  Firenze,  e  aveano 
lega  con  le  terre  ghibelline  di  Toscana.  Questo  Pqg- 
gibonizzi  fu  i(  piik  bello  castello,  é  de'  più  forti  d'I- 
taJia,  e  posto  qnui  nel  bilico  di  Toscana,  e  era  con 
belle  mura  e  torri,  e  con  molte  belle  chiese,  e  pieve, 
e  ricca  badili,  ^  con  beltìssime  fontane  di  marmo,  e 
accasato  e  abitato  di  genti  come  una  buona  città; 
ma  per  la  loro  superbia,  perchè  si  voleano,  essere 
per  loro  siccome  castello  d*  imperio,  e  contrastare  il 
comnne  di  Firenze,  fu  abbattuto  e  toltogli  ógni  giu- 
ridì^ione^ 

CAIJTOLO  XXXVfl. 

"*  *  *  • 

dmelo  re  Lui»  di  Francia  fece  il  pOisaggio  a 
Tnmii  nel  quale  morio» 

NegU  anni  di  Cristo  1270,  il  buono  Luis  re 
di  Francia,  il  quale  era  cristianisaimo  e  di  santa  vita 
e  opere.,  non  tanta  quaàto  s'appartiene  a  secohire, 
essendo  re  di  si -grande  reame  e  potenzia,  ma  come 
religioso,  sempre  operando  in  favore  di  Santa  Chiesa 
e  della  oristianitade,  e  noaispaventandosi  delle  grandi 
faliGhe  e  spendio,  il  quale  fece  al  paesaggio  d'ol- 
tremare, quando  egli  e' fratelli  furono  presi  alla  Mon- 
sura  àn'sincini  come,  addietro  facemmo  menzione, 
come  piacque  a  Dio  si  pose  in  cuore  d'andare  an- 
cora sopra  i  saracini  e  nemici  de'  cristiani  ; .  e  cosi 
con  grande  effetto  e  opera  mise  a  segninone,  pren- 
dendo la  croce,  e  raunando  tesoro,  e  sommovendo 
tutta  la  baronia^  e  cavalieri,  e  buona  gente  di  suo 
reame.  E  ciò  fatto  si  mosse  di  Parigi,  e  andonne  in 
Proenza,  e  di  là  von  grande  navilio  si  parti  del  suo 
porto  dell'  Acqua  morta  in  Proenza  con  tre  suoi  fi- 
glinoli, Filippo,  e  Gianni,  e  Luis,  e  col  re  di  Na- 
varra  suo  genero,  e  con  tutti  i  caporali  suoi,  conti, 
e  duchi,  e  baroni  del  reame  di  Francia,  e  fuori  del 


reame  suoi  amfci.  E  per  la  sua  andata  il  $éguì  poi 
Adoardo  figliuolo  del  re  d'Inghilterra  con  molti  In- 
ghilesi.  Scotti,  e  Frosoni,  e  Alamanni,  di  più  di  quin- 
dicimila cavalieri,  il  quale  stuolo,  e  croceria  fu  quasi 
d' innumerabile  gente  a  cavallo  e  a  piede,  e  stimarsi 
dugento  migliaia  d-' uomini  da  battaglia.  E  credendo 
prendere  il  migliore,  si  diliberarono  d^ andare  sopra 
il  regno  di  Tunisi,  avvisandosi  che  se  quello  si  pren- 
dpsi^e  per  gli'  cfistiani,  era  in  parte  molto  mediata 
da  potere  più  leggermente  prendere  poi  il  regno  d'E- 
gitto, e  da  tagliare,  e  al  tutto  impedire  la.  for^a  de' 
saracini  del  reame  di  Setta,  e  eziandio  quello  di  Gra- 
nata. E  passò  il  detto  stuolo  sani  e  salvi  con  loro 
navilio,  o  arrivarono  al  porto  dell'antica  città  di  Car-^ 
tagine,  eh'  è  di  hingi  da  Tunisi  da  quindici  miglia,  e 
quella  Cartagine,  che  alcuna  parte  n'  era  rifatta  e  af- 
forzata per  li  saracini  per  la  guardia  del  porto,  per 
gli  cristiani  Tu  assai  tosto  presa  per  forza.  E  volendo 
andare  la  detta  oste  alla  città  di  Tunisi,'  come  piac- 
que a  Dio,  per  le  peccata  de'crjstianl  si  cominciò  una 
grande  corruzione  d' aria  in  quelle  marine,  e  massi- 
mamente neir  os(e  4e'  cristiani  non  costumati  alParia, 
e  per  gli  disagi,  e  per  lo.  soperchio  di  gente^  e  delle 
bestie;  per  la  qual  cosa  prima  vi  mori  Gianni  H-- 
gelinolo  del  detto  re  Luis,  e  poi  il  cardinale  d*  Alba- 
no, che  v'era  per  lo  papa,  e  poi  infermò  e  mcn*!  il 
detto  buono  re  Luis  con  grandissima  qutfnti^  di  conti 
e  di  baroni,  e  infinita. gente  di  popolo  vi  morirono. 
Onde  la  cristianità  ricevette  grandissimo  danno,  e  la 
detta  oste  JFu  quasi  tutta  sciarrata,  e  venuta  quasi  al 
niente,  sanza  colpo  dei  nemici.  E  cornea  il  detto  re 
Luis  non  bene  avventurato  fosse  nelle  dette  imprese 
sopra  i  saracini,  ma  per  la  sua  anima  hene  avventu- 
roso morisse,  lo  re  di  Navarra  ch'«ra  presente,  al 
cardinale  Tosculano  per  sue  lettere  lo  scrisse,  che 
nella  sua  infermità  nqn  cessava  di  lodare  Iddio,  e 
spesso  dicendo  questa  orazione:  Fa* a  itot,  Signorey 
le  coge  prosperevoU  del  mondo  avere  in  odiòy  e 
ne$$una  avversità  temere.  Ancora  orava  per  lo  po- 
polo il  quale  avea  menato  seco,  dicendo  :  5tt,  Si- 
gnore^ deh  popolo  tua  santillcatore  e  guardiano  ;  e 
l'altre  parole  che ^ seguitano  alla  detta  orazione.  E 
alla  fine  quando  venne  a  morte,  levò  gli  occhi  a  cie- 
lo, e  disse:  introito  in  domt^m  tuarn^  adorato  ad 
temphtm  sanctum  luum^  et  confUebor  nomini  Jtuo  : 
e  dò  detto  mori  in  Cristo.  E  sentendo  la  sua  morte 
la  sua  oste,  fu  molto  turbata,  e'  saracini  molto  ralle- 
grati ;  ina  in  questo  dolore  fu  fatto  Filippo  suo  fi- 
gliuolo re  di  Francia;  e  lo  re'  Carlo  fratello  del  detto 
re  Luis,  il  quale  egli  vivendo  avea  mandato  4)er  lui, 
venne  di  Cicilia,  e  arrivò  a  Cartagine  con  grande  na- 
vilio e  con  molta  gente  e  rinfrescamenlo,  onde  l'o- 
ste de' cristiani  riprese  grande  vigore,  e'saracini  pau- 
ra. E  con  tutto  che  l' oste  de'  saracini  fosse  cresciuta 
d' innumerabile  gente,  che  di  tutte  parti  erano  venuti 
gli  Arabi  a  loro  soccorso,  e  fossono  troppi  più  ch'e' 
cristiani,  mai  non  s'ardirono  di  venire  à  battaglia  af- 
frontata' co' cristiani;  ma  conseguati  e  ingegni  venie- 
no,'  e  faceano  loro  molto  molesto  \  Intra  gli  altri  fu 
questo  l'uno,  die  la  detta  contrada  è  moU9  sabbio- 


battaglia  campale.     ^  molestia. 


128 


CRONICHE 


nosa,  e  quando  è  secco  fai  molla  pobrere;  onde  i  sa- 
raciiiì  qaando  traeva  yento  coiitra  V  oste  de*  cristiani, 
lo  gi^ndissimo  numero  di  lorx>  genti  sUvano  in  su' 
monti  ov'  era  il  detto  sabbione.,  e  calpitandolo  co'ca- 
valli  e  co' piedi  H  facevano  muòvere,  onde  face»  al- 
r  oste  molta  molestia  e  affanno.;  ma  piovendo  acqua 
da  cielo  cessò  la  detta  pestilenzia,  e  lo  re  Carlo  c6^ 
cristiani,  appareccbiatT  diflcii  'di  diverse  maniere  per 
mare  e  per  terra,  si  strìnse  per  combattere  la  città  di 
Tunisi;  e  di  certo  si  disse,  se  avessòno  seguito,  in 
brieve  tempo  avrebbono  avuta  la  tèrra  per  foraa,  o  il 
re  di  Tunisi  co'  suoi  Turcbì  e  Arabi  V  avrebbe  ab- 
bandonata. 

CAPhóia  xxxvni. 

Come  il  re  Carlo  patUggiò  aùc(trdo  eoi  re,  di  Tumit, 

e  partissi  lo  stuolo, 

lo  re  di  Tunisi  CO'suoi  saraeini  veggpndosi  in 
mal  punto,  e  temendo  di  perdere,  la  città  e  '1  paese 
d' intomo,  si  fedono  cercare  pace  col  re  Carlo,  e  con 
gli  ritri  signori  con  griindi  'e  larghi  patti,  ^lla  quale 
pace  il  ré  Carlo  intese  e  diede  compimento  per  lo  in- 
frascritto modo:  prima,  che  tutti  i  cristiani  ch'era- 
no pregioni  in  Tunisi,  o  in  tutto  quello  reame,  fos- 
sono  liberi,  e  che  monisteri  e  chiese  per  gK  cristiam 
si  potessono  edificare,  e  in  quelle  Tuffcio  sacro  si 
potesse  celebrare  ;  e  che  per  gli  frati  minori  e  pre- 
dicatori e  per  altre  persone  ecclesiastiche  si  potesse 
liberamente  predicare  if  Vangelo  di  Cristo;  e  qual 
Saracino  si  volesse  battezzare,  e  tornare  alla  fede  di 
Cristo,  liberamente  il  potesse  fare;  e  tutte  le  spese 
che  i  detti  re  avessòno  fatte,  pienamente  fossono  loro 
rendute;  e  oltre  a  ciò  il  re  di  Tunisi  fosse  tributario 
di  dare  ogni  anno  a  Cario  te  di  Cicilia  ventimila  do- 
ble d' oro,  e  molti  altri  patti,  che  sarebbono  lunghi 
a  dire.  Di  questa  pace  alenili  dissono,  che  1  re  Carlo 
e  gli  altri  signori  la  faceano  per  lo  migliore,  e  con- 
siderando il  lora  male  stato  della  corruzione  delPa- 
ria  e  mortalità  de' cristiani,  che  il  re  di  Navarra, 
morto  il  re  Luis,  si  parti  malato  dell'  oste  e  morì  in 
Cicilia  e  morì  il  legato  del  papa  cardinale,  e  la  Chiesa 
di  Roma  in  quegli  tempi  vacav>i  di  pastore,  ch«  do- 
vea  provvedere  a  tutto,  e  Filippo  novèllo  re  di  Fran- 
cia si  voleva  partire  dell'  oste  e  lormire  in  Frauda 
col  corpo  del  padre.  Altri  dicrono  colpa  al  re  Cario, 
che  1  .fece  per  avarizia,- per  avere  innanzi  per  la  detta 
pace  sempre  a  tributario  il  re  di  Tunisi  in  sua  spe- 
siafità;  che  se  '1  regno  d!  Tunisi  fosse  conquistato  per 
Io  stuolo  de*  cristiani,  era  poi  a  parie  del  re  di 
Franda,  e  di  quello  d'Inghilterra,  e  dì  quello  di  Na- 
varra, e  di  quello  di  Cidlìa,  e  della  Chiesa  di 
Roma,  e  di  più  altri  signori  ch'erano  al  conquisto. 
B  potrebbe  essere  stata  l' una  cagione  e  l' altra  ;  ma 
quale  si  fosse,  compiuto  il  detto  accordo ,  si  partì  la 
detta  oste  da  Tunisi,  e  arrivati  col  loro  navilio  nel 
porto  di  Trapàli  in  CicHia,  come  piacque  a  Dio,  b\ 
grande  fortuna  avvenne^  essendo  il  navflio  nel  detto 
porto,  che  sanza  nulla  redenzione  Ja  maggior  parte 
perirono,  e  ruppe  1*  uno  legno  V  altro,  ove  tutto  l'ar- 
nese di  quell'oste  si  perde,  ch'era  d' innumerabBe 


valuta,  e  molte  genti  vi  perirono.  B  per  molti  si  dis- 
se, die  dò  avvenne  per.  gK  peccati  de' cristiani,  e 
perchè  aveano  fatto  accordo  co'saradnl  per  cuvidi- 
gia  di  moneta,  potendo  Vincere  e  conquistare  Tunisi 
e  '1  paese. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  fu  fiuto  papa  Gregorio  decimo  a  VUerbo^ 
e  come  vi  fu  morto  Arrigo  figliuolo,  del  re 

d^InghUierra^ 

Arrivato  lo  detto  stuolo  de'  èrbtiaBi^ftì  <%;8ia, 
si  vi  BOggiomaroiM^  alquanto  per  guarire  i  aMM,  e 
prendere  rinfrescanMnlo,  e  riftire  loro  m^o;  e  quelli 
re  e  signori  furono  assai  onorati  da  Cario  re  di  Ci- 
cilia; e  poi  si  partirono  di  Cieilia,  e  lo  re  Cario  con 
loro  ne  vennero  per  lo  regno  di  Puglii^'e  per  Ca- 
lavra  a  Viterbo,  ov'era  la  córte  deBtf  Chiesa. in  va- 
cazione, e  a  Viterbo  soggiornarono  i  delti  re  FB^ppo 
di  Franda,  e  Carlo  di  Cidlla,  e  Adoardo  e  Afrìgo 
suo  fratello  e'  flfliaoH.  del  re  d' bghilterra,  per  iure, 
eh'  e'  cardinili  eh'  erano  in  discordia,  eteggeasono 
buono  pastore  per  riformare  l'apostolica  sedia.'  B  non 
potendo  avere  concordia  di  Aiuiio  di  loro  oh'  erano 
presenti,  elessouo  papa  Gregorio  decime  di  Pbeen- 
za,  il  quale  era  cardinale  e  legato  in  Sorìa  alla  Terra 
Santa,  e,  lui  detto,  e  tornato  d'oltremare  ffà  consecrato 
papa,  gK  amii  di  Cristo  1272.  Basendo  i  sopradetti 
signori  in  Viterbo,  avvenne  una  laide  e  abbominevole 
cosa  dotto  la  guardia  dd  r^  Carlo  :  che  essendo  Ar- 
rigo firatetto  d' Adoardo  figlinolo  ddreRioeiardo  dln- 
ghilterra  in  una  chiesa  alla  messa,  celebnndosi  a 
qudl'ora  il  sacrifldo  dd  corpo  di  Cristo,  Quìdo  conio 
di  Mooforte,  il  quale  era  per  lo  re  Cario  vicarie  in 
Toscana,  non  guardando  reverenza  di  Die  né  del  re 
Cario  suo  signore,  uccise  di  sua  mano  con  uno  flocco 
il  detto  Arrigo  per  vendetta  del  conte  Simone  di  Hon- 
forte  suo  padre,  morta  a  sua  colpa  per  lo  re  d'In- 
ghUterra  ^  B  di  dò  è  bene  a  fame  notevole  memoria. 
Regnando  in  Ijigliilterra  Arrigo  padre  dd  buono  Ade«* 
ardo,  fu  uomo  di  semplice  vita,  ncehè  ì  baroni  Tavea- 
no  per  niente,  perchè  egli  mandò  per  lo  detto  eonte 
Simone  suo  parente,  che  gK  guidasse  il  reame,  che 
Adoardo  era  giovane.  Questi  era  mollo  temali^  e  ri- 
dottato; e  come  n  vide  il  reg^^nlo  dd  repane  in  ma- 
no'^ come  fdlone  e  Orditore:  egli  oppose  blsasMnle 
che  il  re  avesse  bitte  certe  iniqie  leggi  eontie  il  po- 
polo, e  mise  lui'è  Adoardo  in  pregioBe,-neIla  torre  di 
Deverò,  e  tenean  il  reame.  La  reina...  da  per  madre 
d' Adoardo,* per  volerlo  acampare,  sapendo  che  per 
ogni  Pasqua  il  MAite  Simone  venia  a  Dovero,  e  traeva 
Adoardo  della  torre  e  fieeelo  cavalcare  aeeo,  e  come 
si  partia  il  boea  rimettere  n  pregione  eoa  graade  e 
stretta  guardia,  eziandio  di  lettere  ^  Ui  savi*  leina 


^  Dì  Gaido  dì  Honforte  cosi  Dante  ÌiaL  ^UL:  ITotCìtMC» 
ttu' omÒra  iaUXun  canto  vàa,  Dicendo:  colui fesH  imgnmbo 
a  Dio  Lo  cor  che  in  ni  Tamiffi  amcor  ti  cola,  B  ^  Ar- 
rigo ftgUaolo  del  re  d*  IngfaUtem  ooii  dice  Vaaodmo  com- 
meatatoce  dì  Dente  :  Bra  qmmtù  A3nri§&  tmta  «ver  mai 
oj^eto,  ffiovtmey  timpUce^  dolete  e  mojwiMto  e  amgdico. 

'  con  divieto  eziandio  di  ricever  lettere.  Aggiongi  al 
Voc.  guardia  per  divieto. 


DI  CIOVANNI  VILLANI 


129 


mandò  a  Doyero  una  savia  e  bella  damigella  che  sapea 
operare  di  gioielli,  borse,  e  carnieri  K  Adoardo  reg- 
gendola si  prese  di  lei  ^,  e  tanto  adoperò  colle  guar- 
die, che  gli  menarono  la  detta  damigella,  e  volendola 
toccare,  gli  disse  :  io  ci  sono  per  altro  ;  e  trasse  fuori 
lettere  gli  mandava  la  reina,  avvisandolo  del  suo  scam- 
po e  salute;  e  per  quelle  Tawisò  come  gli  mandava  uno 
nostro  Fiorentino  cozzone,  ch^avea  nome  Persona  Ful- 
berti,  con  belli  destrieri,  e  uno  batto  ^  armato  con 
molti  remi,  avvisandolo  come  avesse  a  fare.  Ora  co- 
mpera'usato  per  la  Pasqua  il  conte  Simone  venne  a 
Dovero,  e  tratto  Adoardo  della  torre,  e  provando  i 
destrieri  del  detto^  cozzone,  Adoardo  con  licenza  del 
conte  salì  in  sul  migliore  menandolo' a  grandi  rote^; 
alla  fine  prese  campo,  e  dilungossi,  e  venne  al  porto, 
e  trovò  apparecchiato  il  batto.  Lasciato  il  cavallo,  su 
vi  salio,  e  arrivò  in  Francia,  e  poi  colP  aiuto  del  re 
di  Francia,  di  Fiandra,  di  Bramante,  e  della  Magna, 
con  grande  stuolo  passò  in  Inghilterra,  e  combattè 
col  conte  Simone,  e  sconfisselo,  e  prese  una  coppa,  e 
fecelo  tranare  ^,  e  poi  impiccare,  e  diliberò  il  padre; 
e  quegli  morto,  fu  Adoardo  coronato  re  d*  Inghilterra 
a  grande  onore.  Tornando  a  nostra  principale  materia, 
come  per  la  detta  vendetta  fu  morto  il  conte  Arrigo, 
conte  di  Cornovaglia,  fratello  del  re  Adoardo,  come 
dicemmo  dinanzi,  la  corte  si  turbò  forte  dando  di  ciò 
grande  riprensione  al  re  Carlo,  che  ciò  non  doveS 
selTerìre,  se  V  avesse  saputo,  e  se  lo  non  lo  sapeva 
non  lo  dovea  l'asciare  scampare  sanza  vendetta.  Ma  il 
detto  conte  Guido  provveduto  di  compagnia  di  gente 
d*  arme  a  cavallo  e  a  pie,  non  solamente  gli  bastò 
d^  avere  fatto  il  detto  omicidio  ;  perchè  uno  cavaliere 
il  domandò,  che  egli  avea  fatto:  e  egli  rispose:  fai 
faii  ma  tangeance:  e  quello  cavaliero  disse:  com- 
mmU?  f>otrepère  fut  irainé\  incontanente  tornò  nella 
chiesa  e  prese  Arrigo  per  gli  capelli,  e  così  morto  il 
franò  infino  fuori  della  chiesa  villanamente;  e  fatto  il 
detto  sacrilegio,  e  omicidio,  bì  partì  di  Viterbo,  e  an- 
donne  uno  e  salvo  in  Maremma  nelle.terre  del  conte 
Rosso  suo  suocero.   Per  la  morte  del  detto  Arrigo, 
Adoardo  suo  fratello   molto  cruccioso  e  isdegnato 
coltro  aire  Cario  si  parU  di  Viterbo,  e  vennesene  con 
soa  gente.per  Toscana,  e  soggiornò  in  Firenze,  e  fece 
cavalieri  più  cittadini,  donando  loro  cavalli,  e  tutti 
arredi  di  cavalieri  molto  nobìlemente,  e  poi  se  n'andò 
in  Inghilterra;  e  1  cuore  der  detto  suo  fratello  in  una 
coppa  d^oro  fece  porre  in  su  una  colonna  in  capo  del 
ponte  di  Londra  sopra  il  fiume  di  Tamigi,  per  memoria 
agl'Inghilesi  del  detta  oltraggio  ricevuto.  Per  la  qual 
cosa  Adoardo  poi  che  fu  re,  mai  non  fu  amico  del  re 
Carlo,  né  di  sua  gente.  Per  aimile  modo  si  partì  Fi- 
lippo re  di  Francia  con  sua  gente,  e  passò,  e  albergò 
più  giorni  in  Firenze;  e  giunto  in  Francia,  soppeìfìto 
il  corpo  del  buono  re  Luis  suo  padre  a  grand'  onore, 
e'ii  fece  coronare  con  grande  solennità  a  Rem;. 


'  tasca  de'  cacciAtori  per  riponri  la  preda^  e  anche  abito 
di  molte  e  comode  tasche  ad  oso  speciahnente  de*  cacciatori. 

'  •'  innamora  di  lei»  Prendern  di  àleuno  pjsr  hmamo- 
ranelle  manca  alla  Cmac*. 

'  piccola  nave  a  remi. 

*  fÌM^endolo  caracollare,  volteggiare. 

'  trainare,  strascinare  per  terra. 


CAPITOLO  XL. 

Come  i  Tariari  scesono  in   Turchia^   e  come  ne 

-cacciarono  i  Saracini, 

—  « 

Nel  detto  anno  1270,  Banduchdarè  soldano  de* 
saracini,  dopo  la  presa  eh'  egli  avea  fatta  della  città 
d*Antiocc1iia  e  di  gran  parte  del  reame  d'Erminia,  passò 
con  suo  esercito  in  Turchia  la  quale  si  teqea  per  gli 
Tartari,  e  per  forza  e  per  tradimento  la  racquistò, 
e'  Tartari  che  Tabitavano  ne  cacciò  ;  per  la  qual  cosa 
lo  re  d'Emùnia  andò  per  soccorso  alla  grande  città 
del  Torigi  ad  Abagà  cane  figlinolo  che  fu  d'Aloon 
signor  de*  Tartari,  onde  addietro  facemmo  menzione. 
E  fornita  sua  ambasciata,  il  detto  Abagà  cane,  il  quale 
era  molto  amico  de'  cristiani,  e  nimico  de'  saracini, 
ì{  ricevette  onorevolmente,  e  l' anno  appresso  venne 
con  suo  esercito  di  Tartari  col  detto  re  d'Erminia  in 
Turchia.  B  'I  detto  soldano  sentendo  la  venuta  de^ 
Tartari,  si  parti,  e  abbandonò  la  Turchia,  per  la  qual 
cosa  i  Tartari  ebbono  la  signoria  della  Turchia  e 
d' Erminia,  e  volle  il  detto  Abagà  cane  dare  a'  cri- 
stiani e  al  re  d' Erminia  la  delta  Turchia.  Lo  re  d'Er- 
niiilia  non  sentendosi  poderoso,  e  che  la  Chiesa  e'  si- 
gnori di  ponente  per  le  loro  guerre  l'aiutavano  male, 
riprese  il  suo  reame  d'Erminia,  e  lasciò  a'  Tartari  la 
Turchia,  la  quale  non  molto  tempo  appresso  per  di- 
fetto de'  cristiani  o  spezialmente  de' Greci,  che  vi 
sono  vicini,  i  saracini  la  ripresono. 

CAPITOLO  XLI. 

Come  lo  re  ^nu)  figliuolo  dello  imperadore  Fede^ 
rigo  morì  in  pregione  in  Bologna. 

L'anno  appresso  1271,  del  mese  di  marzo,  il 
re  Enzo,  figliuolo  che  fu  di  Federigo  imperadore, 
morì  nella  pregione  de'  Bolognesi,  nella  quale  era 
stato  lungo^  tempo,  e  fa  seppellito  da^  Bolognesi  ono- 
revolmente alla  chiesa  di  San  Domenico  in  Bologna, 
e  in  lui  finio  la  progenia  dello  imperadore  Federigo. 
Ben  si  dice,  ch'ancora  n'era  uno  figliuolo  che  fu  del 
re  Manfredi,  il  quale  stette  lungamente  nella  pregione 
del  re  Carlo  nel  castèllo  dell'Uovo  a  Napoli,  e  in 
quello  per  vecchiezza  e  disagio  accecato  della  vista 
miseramente  finio- sua  vita. 

CAPITOLO  XLII. 

Come  papa  Gregorio  colla  corte  vptne  in  Firen^^ 
e  fece  fare  pace  ira*  guelfi  è*  ghibellini. 

Negli  anni  1272,  Gregorio  decimo  da  Piacenza, 
tornato  lui  della  legagìone  d' oltremare,  fu  consegrato 
e  coronato  papa,  e  per  lo  grande  afflitto  e  volontà 
eh'  egli  avea  del  soccorso  della  Terra  Santa,  e  che 
generale  pusaggio  si  facesse  oltremare,  incontanente 
che  fu  fatto  papa,  ordinò  concilfo  generale  a  Leone 
sopra  Rodanain  Borgogna,  e  fece,  che  per  suo  man- 
dato gli  elettori  dello 'mperio  d'Alamagna  elessono 
re  de*  Romani  Ridolfo  conte  di  Furimborgo,  il  quale 
era  valente  uomo  d' arme,  tutto  che  fosse  di  piccola 

9 


130 


OtONICHB 


poteua;  aa  per  rat  prodeua  eoBqiiftò  Soaria  e 
Oslerìcli  :  e  di  Off erìdi  che  Tacava  per  lo  dogio  '  che 
fa  morto  eoa  Carradiao  dal  re  Carlo,  fece  dogio  Al- 
berto suo  figlìaolo.  D  lopraddetto  papa  TaoDO  ap- 
preaao  la  ina  coroaasìoae  ai  parti  colla  corte  da 
RoBUi  per  aadare  a  Leoae  sa  Rodano  al  concilio  per 
lai  ordinato,  e  entrò  in  Firenxe  co^  aaoi  cardinali,  e 
collo  re  Carlo,  e  cpUo  iaiperadore  BaMovino  di  Co-, 
atanttnopoli,  il  quale  fu  del  legnaggio  della  casa  pri- 
ma di  Fiandra.  Qneato  BaldoTino  fa  figlinolo  d^  Ar- 
rigo fratello  del  primo  Baldovino,  che  conquistò  Co- 
stantinopoli co^  Viniziani,  come  addietro  Cicemmo 
menxione.  E  col  papa  e  col  re  Carlo  Tennero  in  Fi- 
renze pin  altri  signori  e  baroni,  a  dì  18  di  gingno, 
gli  anpi  di  Cristo  1273,  e  da'  Fiorentini  furono  ri- 
cevuti onorevolmente.  E  piacendo  al  papa  la  stanza 
dì  Firenze  per  Pagio  dell'acqua,  e  per  la  sana  aria,  e 
che  la  corte  avea  ogni  agiamento,  si  ordinò  di  sog- 
giornare e  di  fare  la  state  in  Firenze.  E  trovando  lai, 
che  sì  buona  città,  com'  era  Firenze,  era  guasta  per 
.cagione  delle  parti  (che  n'  erano  fuori  i  ghibelliiu) 
volle  che  tomassono  in  Firenze,  e  facessono  pace 
co'  guelfi,  e  così  fu  fatto  ;  e  a  dì  2  di  luglio  nel  detto 
anno,  il  detto  papa  co' suoi  cardinali,  e  col  re  Carlo, 
e  col  detto  imperadore  Baldovino,  e  con  tutta  la  ba- 
ronia e  gente  della  corte,  e  congregato  il  popolo  di 
Firenze  nel  greto  ^  d^Arno  a  pie  del  capo  del  ponte 
Rubaconte,  fatti  in  quello  luogo  grandi  pergami  di 
legname  ove  stavano  i  detti  signori,  in  presenza  di 
tutto  il  popolo  diede  sentenzia  sotto  pena  di  scomu- 
nicazione chi  la  rompesse,  e  sopra  la  differenza  ch'era 
ira  la  parte  guelfa  e  la  ghibelliua,  facendo  basdsre  in 
bocca  i  sindachi  di  ciascuna  parte,  e  fare  paee,  e 
dare  mallevadori  e  stadichi  ;  e  tutte  le  castella  eh'  e' 
ghibellini  teneano  renderono  in  mano  del  re  Carlo, 
e  gli  stadichi  ghibellini  andarono  in  Maremm»  alla 
guardia  del  conte  Rosso.  La  qual  pace  poco  diirò, 
siccome  appresso  faremo  menzione.  E  quello  dì  il 
detto  papa  fondò  la  chiesa  di.  Santo  Gregorio,  e  per 
lo  suo  nome  così  la  titolò,  la  qual  fedono  fare  quelli 
della  casa  de'  Mozzi,  i  quali  enao  mercatanti .  del 
papa  e  della  Chiesa,  e  in  picdolo. tempo  venuti  in 
grande  ricchezza  e  stato,  e  ne'  loro  palagi  in  capo 
del  ponte  Rubaconte  di  là  da  Arno  abitò  il  detto 
papa,  mentre  soggiornò  in  Firenze;  e  lo  re  Carlo 
abitò  al  giardino  de'  Frescobaldi,  e  lo  *mperadore 
Baldovino  al  vescovado.  Ma  al  quarto  dì  appresso  il 
papa  si  partì  di  Firenze,  e  andonne  a  soggiornare  in 
Mugello  col  cardinale  Ottaviano  eh'  era  della  casa 
degli  Ubaldini,  da*  quali  fu  ricevuto,  e  fatto  grande 
onore.  Alla  fine  della  state  si  partì  il  papa,  e'  suo^ 
cardinali,  e  il  re  Carlo,  e  andarne  oltremonti  a  Leone 


*  daea.  Di  BodoUd  d*  Habeburgo  il  N.  tuttoché  guelfi), 
dice  gran  bene,  forse  perchè  a  lui  deferivano  moUo  i  pon- 
tefici. Nel  capo  LV  esce  hi  queste  parole  :  e  §€  ooctte  vo- 
ìmto  pa§99re  tu  IteMoj  ttmta  contratto  n'  era  tignort,  accor- 
dandosi per  eerto  modo  col  gbibellino  Dante,  cbe  dice, 
Porg.  7  :  Ridolfo  imperaior  fu  che  poiea  Sanar  le  piaghe 
eh*  hanno  Italia  nunrta,  Sì  che  tardi  per  altri  «i  ricrea, 

*  parte  del  fondo  del  fiume  scoperto  delT  acqua. 

'  Qualche  testo  a  penna  legge  ena,  che  è  idiotismo  to- 
scano. Ancora  8*ode  dire  dal  popolo:  le  robe  mioj  t  fatti 
tua  ecc. 


sopra  Rodano  in  Borgopa.  E  h  cagioM  penU  fl 
papa  si  parti  tosto  di  Firenze,  si  fn,  che  avendo  fiitti 
venire  in  Firenze  i  sindachi  della  porle  ghibeHina, 
e  fattigli  basciare.in  bocca  pace  Ciccendo,  oobm  detto 
avemo,  co'  sindachi  da*  guelfi,  e  rimasi  in  Firràze  per 
dare  compimento  a' contratti  ddla  pace,  e  tonando 
ad  albergo  a  casa  i  Tebalducd  in  Orto  Sin  Michele, 
o  vero  0  non  vero  che  fosse,  a  loro  fu  detto,  chel 
nudiscalco .  del  re  Carlo,  appetizione  de'  grandi  gnalfi 
di  Firenze,  gli  farebbe  tagliare  per  pezzi,  se  non  si 
partissono  di  Firenze.  Ali»  quale  cagione  diaaM>  fede 
per  la  iniquità  delle  partii  e  incontanente  si  parti- 
rono di  Firenze,  e  andarsene,  e  fii  rolla  la  della 
pace;  onde  il  papa  si  turbò  forte,  e  parlisaL  di  Fi- 
renze lasciando  la  città  interdetta,  e  andonne,  ooaM 
detto  avemo,  in  -Mugello;  e  col  re  Cario  4»er  questa 
cagione  rimase  in  grande  isdegno. 

CAPITOLO  XLm. 

Cawte  papa  Gregorio  fece  canciiio  a  Leone  sopra 

Rodamo. 

Negli  anni  di  Cristo  1274,  papa  Gregorio  ce- 
lebrò concilio  a  Leone  sopra  Rodaiio  del  ÉMse  di 
maggio  infino  a  dì  4  d^  agosto,  nel  quale  concilio 
Faglialoco  imperadore  de^  Greci  e  il  patrii^rca  di  Co- 
stantinopoli si  riconciliarono  colla  Chiesa  di  Rohm, 
promettendo  di  correggersi  di  certi  errori  che  »  detti 
Greci  hanno  tenuti,  e  seguire  per  innanzi  aecondo  la 
nostra  fede  e  ordini  della  Santa  Chiesa  ronuna.  Ini- 
tochè  poi  non  lo  attenessono  come  pronùnono.  B 
lutto  questo  riconciliamenlo  fece  il  papa  co*  Greci 
per  acconcio  del  passaggio  d'oltreauire,  ordinato  per 
lui  al  detto  concilio,  ond^egli  avea  grande  nflésione 
e  studio.  Ma  per  lo  riconciliamenlo  col  PagUaloco  e 
co*  Greci,  lo  re  Carlo  fu  molto  contrario  e  ervccioao, 
per  amore  dello  'mperadore  Baldovino,  suo  geawo 
della  figliuola,  al  quale  di  ragione  di  conquisto  sac« 
cedea  il  detto  imperio;  e  lo  re  Cario  avea  già  im- 
preso ad  alargliele  racquistare,  onde  crebbe  lo  sdegno 
Ira  lui  e  '1  papa  cominciato  in  Firenze,  come  di  so* 
pra  facemmo  menzione.  Per  lo  quale  rìconciliamealo 
de' Greci,  il  detto  papa  confermò  il  detto  Faglialoco 
imperadore  dello  'mperio  di  Costaatinopoli,  e  con- 
fermò Ridolfo  conte  di  ForindK>rgo  eiella  re  de'  Ro- 
mani, signore  di  gran  valore,  lutto  fosse  di  piccolo 
lignaggio,  e  eh'  egli  era  degno  dello  'mperio  di  Roma, 
euicciocch'egli  venisse  per  la  corona  a  RonM,  e  foaao 
capitano  e  imperadore  del  passaggio  d'  oltremare,  • 
che  egli  venisse  più  tosto,  il  papa  gli  promise  e  dis- 
pose de*  danari  della  Chieaa  appo  le  coaqMifue  di 
Firenze  e  di  Pistoia,  i  quali  erano  mereataiiti  del  papa 
e  della  Chiesa,  dugento  migliaia  di  fiorini  d^oro  nella 
città  di  Milano;  e  '1  detto  Ridolfo  promise  sollo  pena 
di  scomunicazione  d^  essere  in  Milano  iafira  oerlo  tempo; 
la  quale  promessione  per  sue  imprese  e  fiierre  d' Ala- 
magna  non  attenne,  e  non  passò  i  monti,  e  aud  non 
ebbe  la  coróna,  né  la  benedizione  dello  'aaperio,  ma 
rimase  scomunicato;  e  per  avere 'poi  san  pace  col 
papa  e  colla  Chiesa,  e  essere  ricomunicalo^  si  privi- 


DI  GIOVANNI  VILLANI, 


131 


legiò^  la  contea  di  Romagna,  come  potea  di  ragione, 
alia  Chiesa  di  Roma,  e  da  indi  innanzi  la  possedette 
la  Chiesa  per  sna.  E  nel  detto  concilio  il  detto  papa 
ordinò  il  passaggio  generale  d' oltremare  a  ricovero 
della  Terra  Santa, .  e  che  le  decime  si  rìcogliessono 
per^ntta  la  cristianità  sei  anni  in  sussidio  del  detto 
passaggio,  ^  diede  la  croce^  e  ordinò  si  desse  la 
cfoce  per  tutta  cristianità  per  lo  detto  passaggio, 
perdonando  colpa  e  pena  chi  la  prendesse,  o  v^an- 
dasse  ;  o  mandasse  ;  e  vietò  1*  usura,  e  scomunicò  chi 
la  facesse  pubblica^  e  vietò  tutte  V  ordini  de^firati  men- 
dicanti, salvo'  che  V  ordine  de^  frati  niinori  e  predi- 
catori; confermò  i  romitani,  e"*  carmellitì  si  riserva 
sospesi.  E  molte  altre  costi  tuioni  e  decreti  utili  per 
la  Chiesa  vi  si  feciono,  e  vietò  i  soperchi  ornamenti 
delle  donne  per  tutta  la  cristianità. 

CAPITOLO  XLIV. 
Come  la  parie  ghibellina  fu  cacciata  di  Bologna. 

Nel  detto  anno  1274,  a  di  2  del  mese  di  giugno, 
la  parte  ghibellina  di  Bologjia,  detti  Lambertacd  per 
ano  casato  che  n*  era  ■  capo  cosi  chiamato,  furono 
cacciati  di  Bologna;  e  ciò  fu  per  cagione  e  sospetto, 
che  la  parte  ghibellina  ertf  molto  cresciuta  in  Roma- 
gna, e  poco  innanzi  cacciata  la  parte  guelfa  da  Faen- 
za :  alla  quale  «acciaia  de'  ghibellini  di  Bologna,  i  Fio- 
rentini vi  mandarono  in  servigio  de'guelfl  gente  d'arme 
a  Jfìede  e  a  cavallo;  mail  popolo  di  Bologna  non  gli 
lasciarono  entrare  nella  terra,^  ma  si  fecidno  loro  in- 
contra in  su  il  Reno,  e  fiiwi  morto  il  cavaliere  della 
podestà  di  Firenze ,  eh'  era  capitano  de'  detti  cava- 
lieri, dicendo  i  Bolognesi,  che  non  voleaào  che  i 
Fiorentini  guastassono  la  loro  città,  siccom' eglino  a- 
veano.  guasta  Firenze.  La  quale  sopraddetta  parte 
ghibellina  di  Bologna  si  ridusse  in  Faenza  :  per  la 
qual  cosa  i  Bolognesi  il  settembre  vegnente  anda- 
rono a  òste  alla  città  di  Faenza,  e  guastaiia  intomo, 
onde  i  ghibellini  di  Romagna  con  gli  usciti  di  Bolo- 
gna feciono  loro  capitano  di  guerra  Guido  conte  di 
MontefeltrOy  savio  e  sottile  d' ingegno  di  guerra  piik 
che  ninno  che  fosse  al  suo  tempo. 

CAPITOLO  XLV. 


giudice  di  Gallura 
ciato  di 


Negli  anni  di  Cristo  1274,  Giovanni  giudice 
df\  giudieato  di  Gallura,  grande  e  possente  cittadino 
di  Pisa ,  con  suo  seguitò  d'  alquanti  guelfi  di  Pisa, 
per  oltraggio  dì  sua  signoria,  e  perchò  il  popolo  di 
Pian  ii  lenea  a  parte  d'imperio,  fu  cacciato  di  Pisa. 
Per  la  qual  cosa-  il  detto  giudice  si  legò  co'  Fiorén-r 
tini,  e  co'  Lucchesi,  e  con  gli  altri  guelfi  della  taglia 
£  Toscana,  e  con  loro  insieme  del  mese  d' ottobre 
andarono  ad  oste  sopra  il  castello  di  Montetopoli,  il 
quale  ebbono  a  patti,  uscendone  i  forestieri. sani  e 


salvi,  e  '1  castello  rimaie  al  detto  giudice  di  Gallara, 
il  quale  poco  tempo  vivette,  perchè  '1  maggio  se-> 
gueìite,  gli  anni  di  Cristo  1275,  morì  nel  castello 


di  Samminiato. 


CAPITOLO   XLVt. 


D'tfito  grande  miracolo  cK  aevenne  in  Bafdacca  e 

Man$ul  oltremare. 

Negli  anni  di*Cristo  1275,  avvenne  ano  girando 
e  bellp  miracolo,  del  quale  è  bene  da  fame  meimH)- 
ne  in  questa  nostra  opera,  in  edificazione*  della  mo- 
stra santa  fede.  Egli  era  in  que'  tempi  uno.  cà^Fò 
de*  9aracini  in  Baldacca  e  in  Mansul,  molto  savio  e 
litterato,  e.  nimico  e  persecutore  .de'  cristiani^  che 
in  quello  paese  n'avea  assai;  e  trovando  egli  per  lo 
Vangelio  di  Santo,  Matteo,  ove  Cristo  disse  a'  suoi 
discepoli  :  che  chi  avesse  tanta  fede  guanto  uno  gra- 
nello di  sentj^ej  e  nel  tuo  nome  comandasse  a  uno 
monte  si  levasse  di  suo  luogo  .e  si  ponesse  altrove^ 
sì  il  farebbe  essere;  trovando  qìiesto  argomento,  per 
confondere  i  cristiani,^  si  richiese  i  véscovi  e' caporali 
de'  cristiani,  e  mostrò  loro  il  detto  Vangelio,  e  se  'I 
volessono  approvare,  e  tutti  dissono  di  sì.  AUora^co- 
mandò  loro  :  che  infra  dieci  di,  eoi  comandiate  a  uno 
grande  monte,  che  era  in  quello  luogo,  si  levasse, 
e  si  riponesse  in  altra  parte,  e  se  ciò  non  farete, 
voi  sete  sanza  fede  al  eostro  Iddio,  e  falsi  éistiani, 
e  voglio  che  rinneghiate  Cristo  e  facciatevi  sdrad-- 
ni,  e  se  non,  sì  vi^  farò  tutti  morire  di  tubala  morte. 
Ricevuto,  l'aspro  e  erodale  comandamento,,  non  sa- 
peano  che  si  dire  né  che  si  fare,  ma  con  grandi 
pianti  e  dolori,  come  gente  giudicata  n  morte,  ri- 
corsono  alla  misericordia  d*^Iddio|  e  alla  penftenzia, 
digiuni,  è  orazioni'  di  di  e  di  notte.  InfVa  quegli 
giorni^  più  volte  venne  in  visione  a  uno  santo  ve- 
scovo, che  uno  povero  dab'attiere,  che  aveva  pure 
uno  occhio,  gli  doveva  liberare:  manifestollo  al  po- 
polo, e  cercossi  del  ciabattiere,  e  trovossf;  il  quale 
era  uomo  di  santa  vita,  e.  ciò  ch'egli  ayanzava  di 
sua  povera  arte,  fornita  miseramente  sua  vita,  dava 
per  Dio  a'  poveri,  e  Toccbiq  ch'egli  av^va  meno 
perde,  clie  calzando  una  bella  cristiana  gli  venne 
tentazione  di  carnalità,  onde  si  scandalizzò  molto,  e 
ricordandosi  del  Vangelio  di  Cristo,  ove  dÌ89B  ;  se  '/ 
tuo  occhio  ti  scandaliMa,  À  il  ti  trai  ;  ed  egli  pren- 
dendo il  semplice  della  lèttera  \  con  una  lesina  si 
punse  r  occhio,  onde  il  perde.  E  venuto  il  termine 
del  comandamento  del  calif,  furono  rannatl  tutti  i 
cristiani,  uomini  e  femmine  e  fanciulli  colle  croci 
innanzi,  nel  piano  dov'era  al  di  sopra  il  detto  monte, 
i  quali  erano  in  quantità  di  più  di  centomila,  co'  sa- 
racini  e  Turchi  armati  intorno  a  cayallo  e  a  piò  per 
distraggergli.  Riclilesto  il  ciabattiere  di  fam  il  priego 
a  Dio ,  si  disdlcea  come  indegno  e  peccatore  ;  ma 
per  la  pie^  e  pianto  del  popolo  s'inginocchiò,  e  dis- 
se, in  piagnendo:  Signore  Iddio  onnipotente,  io  ti 
priego  che  tu  facci  grafia  "e  misericordia  a  questo 


*  diede  in  fendo.  .Così  neUe  storie  Pistoiesi:  Lo  tn^- 
radore  primlegiò  Pietra  8<mia.,.  a  Mea§»  Simimi  Filippi  toc* 


'  prendendo  il  precetto  «Uà  lettora.  Il  vocabolo  semplice 
com*à  qui  usato,  è  belliBiima  aggiunta  da  fare  alla  Crusca, 


132 


CRONICHE 


hio  popolo^  e  mostri  a  questi  miscredenti  la  virtù 
del  tuo  figliuolo  Gesù  Cristo,  e  dimostn  f>isibile  mi- 
racolo, acciocché  sia  glorificato  il  tuo  santo  nome: 
e  ciò  detto,  comandò  al  monte  che  per  la  virtù  dì 
Cristo  8i  dovesse  mutare^ ,  il  quale  con  grandi  tre- 
muoti,  e  spaventevole  tempo  di  tuoni  e  baleni  e  venti, 
si  mosse ,  e  si  ripuose  ove  fu  comandato  ;  onde  il 
detto  popolo  cristiano  con  grande  letizia  furono  li- 
beri, ringraziando  e  magnificando  Iddio.  Per  lo  quale 
visibile  miracolo  molti  de*  saracini  si  feciono  cri- 
stiani, e  'I  califfo  medesimo  al  segreto;  h  quando 
venne  a  morte  gli  si  trovò  la  santa  croce  al  collo,  e 
vivuto  dopo  il  miracolo  in  santa  vita.  Lasceremo  de' 
fatti  d'oltremare,  e  torneremo  a  quegli  d^talia. 

.  .  CAPiTOia  XLvn. 

Come  il  conte  Ugolino  con  tutto  il  rimanente  de'* 
guelfi  fu  cacciato  di  Pisa. 

Negli  anni  di  Cristo  1275,  il  conte  Ugolino 
della  casa  de*  Gherardeschi  di  Pisa,  col  rimanente 
de'  possenti  guelfi  di  Pisa,  fu  caccialo  di  Pisa  del 
mese  di  maggio  :  per  la  qual  cosa  s'  allegò  co'  Fio- 
rentini e'  Lucchesi  e  V  altra  taglia  de'  guelfi  di  To- 
scana, e  andarono  ad  oste  sopra  ì%  città  di  Pisa  del 
mese  di  luglio  prossimo,  e  guastarono  Yicopisano,  e 
ebbono  più  castella  de'  Pisani;  e  la  detta  oste  fu 
fatta  coAtra  il  comandamento  del  papa,  per  la  qual 
cosa  fece  contra  loro.scoAinnioazione  e  interdetto. 

CAPITOLO  XLVni. 

Come  i  Bolognesi  furono  sconfitti  al  ponte  a  San 
Brocolo  dal  conte  da  Monte  feltro  e  da' Ròmagnuoli. 

Negli  anni  di  Cristo  1275,  del  mese  di  giugno, 
i  Bolognesi  per  comune  andarono  ad  oste  in  Roma- 
gna sopra  la  città  di  ForU  e  quella  di  Faenza,  per- 
chè riteneano  i  loro  usciti  ghibellini;  e  di  loro  era 
capitano  messer  Malatesta  da  Rimini  ;  dalla  parte  de' 
Romagnuoli  era  capitano  il  conte  Guido  da  Mon^ 
feltro,  il  quale  col  podiBre  de'  ghibellini  di  Romagna, 
e  con.  gli  usciti  di  Bologna,  e  con  gli  uveiti  ghibel- 
IÌDÌ  di  Firenze, 'ond'era  capitano  messer  buglielmino 
de'  Pazzi  di  Yaldamo,  si  feciono  loro  incontro  al 
ponte  a  San  Brocolo  abboccandosi  a  battaglia  ;  nel 
quale  abboccamento  la  cavalleria  de'  Bolognesi  non 
resse,  ma  quasi  sanza  dare  colpo  si  misono  alla  fuga, 
chi  dice  per  loro  viltà,  e  chi  dice  perchè  il  popolo 
di  Bologna,  il  quale  trattava  male  i  nobili ,  e  furono 
contenti  i  nobili  di  lasciargli  al  detto  perìcolo  :  e  '1 
conte  da  Panago  ch'era  co' nobili  di  Bologna,  quando 
si  parti  dal  popolo  di  Bologna,  disse  per  rìmproccio  : 
i-eggi  gli  statuti,  popolo  marcio.  Il  quale  popolo 
abbandonato  dalla  loro  Gavalleria,  si  tennero  ammas- 
sati in  sul  campo  grande  pesia  de!  giorno,'  difen- 
dendosi francamente.  Alla  per  finì»  il  conte  da  Mon- 


*  cimWar  luogo.  Mutare^  senza  più,  per  cambiare  di 
luogo  è  buona  aggianMi  da  fare  albi  Crusca.  H  Boccaccio 
g.  3.  n.  4.  usa  iw/arti,  che  Ai  registrato  dal  Cesari. 


tefeitro  fece  venire  le  balestra  grosse,  le  quali  il 
conte  Guido  Novello  eh'  era  podestà  di  Faenza,  aveva 
tratte  delia  camera  del  comune  di  Firenze  quando  ne 
fu  signore,  e  con  quelle  balestra  saettando  alle  loro 
schiere,  le  parti  e  le  ruppe  e  sconfisse ,  ond&  molti 
cittadini  di  Bologna  eh'  erano  a  pie  in  quella  oste, 
furono  morti  e  prasi. 

CAPITOLO  XLIX. 

•  • 

Come  i  Pisani  furono  sconfitti  da'  Lucchesi  al  co- 

stello  d"  Asciano. 

Nel  detto  anno  a  di  2  di  settembre,  i  Lucchesi 
col  conte  Ugolino,  e  con  gli  altri  usciti  guelfi  di  Pi- 
sa, e  con  soldati  di  Firenze,  e  col  vicario  del  re 
Carlo^in  Toscana^  andarono  ad  oste  sopra  la  città  di 
Pisa  contra  il  comandamento  del  papa,  e  sconfissono 
i  Pisani  al  castello  d'Asciano  presso  a  Pisa  tre  mi* 
glia,  onde  molti  Pisani  vi  furono  morti  e  presi,  e  '1 
detto  castello  rimase  a'  Lucchesi. 

CAPITOLO  L. 

Della  morte  di  papa  Gregorio,  e  di  tre  altri 

papi  appresso. 

* 

Negli  anni  di  Cristo  1275,  a  dì  18  di  dicembre, 
papa  Gregorio  decimo  tornando  dal  concilio  da  Leo- 
ne sopra  Rodano,  arrivò  nel  contado  di  Firenze,  e 
per  cagione  che  la  città  di  Firenze  era  interdetta,  e 
gli  uomini  di  quella  scomunicati,  perchè  non  aveano 
osservata  la  sentenzia  della  pace  ch'avea  fatta  tra' 
guelfi  e' ghibellini,  come  elicemmo  addietro,  si  non 
volle  entrare  in  Firenze,  ma  per  ingegno  fu  guidato 
di  fuori  delle  vecchie  mura,  e  chi  disse  che  non  pò- 
teo  far  altro,  perchè  '1  fiume  d'Arno  era  per  pioggie 
si  grosso,  eh'  egli  non  lo  potè  guadare,  ma  per  ne- 
cessità gli  convenne  passare  per  lo  ponte  Rnb'aconte, 
sicché  non  aweggendosi,  e  non  potendo  altro  fare, 
entrò  in  Firenze  :  e  mentre  pusò  per  lo  ponte  e  per 
lo  borgo  di  San  Nicolò,  ricomunicò  la  terra,  e  andò 
segnando  la  gente,  e  come  ne  fu  fuori,  lasciò  lo  'n- 
terdetto,  e  scomunicò  da  capo  la  città,  con  malo  ani- 
mo dicendo  il  verso  del  Saltero,  che  dice:  In  cdtno 
et  fraeno  màxUlas  eorum  consàringe  :  onde  i  guelfi 
che  reggeano  Firenze  ebbono  grande  sospetto  e  pau- 
ra. E  partitosi  il  detto  papa  di  Firenze,  n'andò  ad  al- 
bergare alla  badia  a  Ripole,  e  di  là  sanza  soggiorno 
se  n'  andò  ad  Arezzo  ;  e  giunto  lui  in  Arezzo,  cadde 
maialo,  e  come  piacque  a  Dio,  passò  di  questa  «^iia, 
a  di  10  del  seguente  mese  di  gennaio,  e  in  Arezzo 
fu  seppellito  a  grande  onore:  della  cui  morte  i  guelfi 
di  Firenze  furono  molto  allegri,  per  la  mala  volontà 
che  '1  detto  papa  avea  contra  loro.  Merlo  il  papa, 
incontanente  i  cardinali  furono  rinchiusi,  e  a  dì  20 
del  detto  mese  di  gennaio  chiamarono  papa  Innoeen- 
zio  quinto  nato  di  Borgogna,  il  quale  era^laio  frate 
predicatore,  e  allora  era  cardinale  ;  e  vivette  papa  in- 
fino al  giugno  vegnente,  sicché  poco  fece,  e  mori  aUn 
città  di  Viterbo,  e  in  quella  fu  soppelUlò  onórerol- 
mente.  E  appresso  lui,  a  dì  1 2  di  loglio,  fu  chiamato 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


133 


messere  Ottobuono  cardinale  da  IFiesco  della  città  di 
Genova,  il  quale  non  vivette  che  irentanove  di  nel 
papato,  e  fa  chiamato  papa  Adriano  quinto,  e  fu  sop- 
peililo  in  Roma.  E  appresso  lui  del  presente  mese  di 
seUenibre  fu  eletto  papa  maestro  Piero  Spagnuolo 
cardinale,  il  quale  fu  chiamato  papa  Giovanni  vente- 
simo primo,  e  non  vivette  papa  che  otto  mesi  e  di; 
che  dormendo  in  sua  camera  in  Viterbo  gli  cadde  la 
volta  di  sopra  addosso  e  morio,  e  fu  soppellito  in 
Viterbo  a  dì  20  di  maggio  1277,  e  vacò  la  Chiesa 
sei  mesi.  E  nel  presente  anno  fu  grandissimo  caro  di 
tutte  vittuaglie,  e  valse  lo  staio  del  grano  soldi  quin- 
dici da  soldi  trenta  il  fiorino  Coro.  E  nota  una  grande 
e  vera  visione  che  avvenne  della  morte  del  detto  papa 
af  uno  nostro  Fiorentino  mercatante  della  compagnia 
degli  speziali,  eh*  avea  nome  Berto  Forzetti,  della 
quale  è  heue  da  fare  menzione.  Il  detto  mercatante 
avea  un  vizio  naturale  di  diversa  fantasia,  che  sovente 
fra  sonno  dormendo  si  levava  in  su  il  letto  a  sedere, 
è  parlava  diverse  maraviglie  ;  e  più  ancora,  che  es- 
sendo da^  desti  ch^  erano  con  lui  tlomandato  di  quello 
ch^egK  parlava,  rìspondea  a  proposito,  e  tuttavia' dor- 
mia.  Avvenne,  che  la  notte  che  morio  il  detto  papa, 
essendo  il  detto  in  nave  in  alto  pelago,  e  andava  in 
Acri,  si  levò  e  gridò  :  omè^  omè.  E"  compagni  si  de- 
starono :  e  domandarlo  eh*  egli  avesse  :  rispuose  :  io 
veggio  un  grandissimo  uomo  nero  con  una  grande 
ma%za  in  mano^  e  ruole  abhcUtere  una  colonna^  in 
su  che  è  una  volta,  fi*  poco  stante  rigridò,  e  disse  : 
egli  V ha  abbattuta^  ed  è  mortQ:  fu  domandato:  chi? 
rispuose:  il  papa,  I  detti  suoi  compagni  misono  in 
iscrìtta  le  parole^  e  la  notte;  e  giunti  loro  in  Acri, 
poco  tempo  appresso  vi  Vennono  le  novelle  della 
morte  del  detto  papa,  che  appunto  in  quella  notte 
avvenne.  E  io  scrìttore  ebbi  di  ciò  testimonianza  da 
quelli  mercatahti  cir  erano  presenti  col  detto  in  su 
la  detta  nave,  e  udirono  il  detto  Berto;  i  quali  erano 
uomini  di  grande  autorità  e  degni  di  fede,  e  la  fama 
dì  ciò  fu  per  tutta  la  città  nostra.  Poi  fu  eletto  papa 
Niccola  terzo  di  casa  gli  Orsini  di  Roma,  eh"  avea 
nome  proprio  messer  Gianni  Guatani  cardinale,  il  quale 
vivette  papa  due  anni  e  nove  mesi  e'  mezzo.  Avemo 
detto  de*  sopradetti  papi  perchè  in  sedici  mesi  mori- 
rono quattro  papi.  Lasceremo  di  dire  alquanto  deMetti 
papi,  e  diremo  delle  cose  che  furono  a  loro  tempo- 
in  Firenze,  e  per  V  universo  mondo. 

CAPITOLO  LI. 

Come  i  Fiorentini  e*  Lucchesi  sconfissono  i  Pisani  al 

fosso  Àmonico. 

Negli  anni  di  Cristo  1276,  del  mese  di  giugno, 
i  Fiorentini  e' Lucchesi,  a  sommossa'  del  conte  Ugo- 
tino  e  degli  altri  usciti  guelfi  di  Pisa,  col  maliscalco 
del  re  Carlo,  in  quantità  di  millecinquecento  cava- 
lieri, e  popolo  assai,  andarono  ad  oste  sopra  Pisa 
verso  il  Pontedera,  e  i  Pisani,  per  tema  de'  Fioren- 
tini, aveano  fatto  di  nuovo  uno  grande  fosso  poco 
di  là  dal  Pontedera,  presso  di  Pisa  a  otto  miglia,  il 


quale  era  lungo  più  di  dieci  miglia,  e  mettea  in  Amo, 
e  chiamavasi  il  fosso  Arnonico;  e  a  quello  aveano 
fatti  ponti  e  fortezze  di  steccati  e  bertesche,  e  di 
là  da  quello  i  Pisani  stavano  con  loro  oste  alla  di- 
fensione.  E  giuntavi  V  oste  de'  Fiorentini,  combattendo 
il  detto  fosso,  alcuna  parte  di  loro  gente  a  piò  e  poi 
a  cavallo  di  lungi  air  oste  valicarono  per  pugna  il 
detto  fosso  lungo  PArno;  I  Pisani  incontanente  che 
sentirono  eh*  e'  nemici  aveano  valicato  il  fosso,  si 
misono  alla  fuga  e  in  isconfitta,  onde  T  oste  tutta  va- 
lido cacciando  i  Pisani  infino  a  Pisa,  onde  molti  ne 
furono  morti  e  in  grande  quantità  presi  :  per  la  quale 
sconfitta \i  Pisani  feciono  le  copnandamenta  de*  Fio- 
rentini capace,  e  rimisono  in  Pisa  il  dettò  conte  Ugo- 
lino e  tutti  i  loro  usciti  guelfi. 

CAPITOLO  LU. 
Come  furono  sconfitti  i  signori  della  Torre  di  Milano, 

Negli  anni  di  Cristo  1276,  a  di  20  del  mese  di 
gennaio,  furono  sconfitti  i  signori  della  Torre  di  Mi- 
lano a  Cortenuova  dal  marchese  di  Monferrato  e  da' no- 
bili Cattaui,  e  varvassori  ^  e  dagli  altri  loro  seguaci,  e 
usciti  di  Milano,  e  furono-  morti  due  di  quelli  della 
Torre  in  quella  battaglia,  e  presi  sei,  e  eglino  e  tutta 
loro  parte,  i  quali  teneano  a  parte  guelfa,  furono 
cacciati  di  Milano,  e  tomowi  V  arcivescovo,  eh'  era 
de'  Visconti,  e  suoi  consorti,  e  gli  altri  nobili,  e  ogni 
altro  uscito  ;  e  fu  fatto  capitano  del  popolo  di  Milano 
messer  Mafleo  Visconti  fratello  dell' aroivescovo,  in 
questo  modo  :  che  tornati  i  nobili  in  Milano,  furono  e- 
letti  quattro  capitani,  i  capi  delle  maggiori  case  di  Mi- 
lano ;  ciò  furo  messer  Maffeo  Visconti,  messer  Otto  da 
Mandella  figliuolo  di  messer  Rubaconte,  uno  di  quegli 
da  Postierla,  e  uno  di  quegli  dq  Castiglione,  e  ciascuno 
dovea  essere  uno  anno;  ma  il  primo  fu  messer  Maffeo 
per  riverenza  dell'arcivescovo,  ch'era  suo  fratello. 
Poi  infra  l'anno  l'arcivescovo  adoperò,  che  Otto  fu  fatto 
capitano  di  Piacenza,  e  l' altro  da  Postierla,  di  Pavia, 
e  quello  da  Castiglione,  di  Lodi  ;  e  cosi  in  capo  del 
termine  rimase  signore  e  capitano  messer  Maffeo  Vi- 
sconti colla  forza  e  senno  delParcivescovo;  e  poi  durò 
molto  tempo  in  signoria,  e  di  fuori  quelli  della  Torre. 
E  nota  eh'  è'  signori  della  Torre  erano  Yb  maggiore  e 
la  più  possente  casa  d'avere  e  di  persone  che  fosse  in 
Italia  o  in  nulla  cittade,  e  di  loro  era  il  patriarca 
Ramondo  d'  Aquilea,  il  quale  regnò  ventisei  anni 
patriarca,  e  colla  sua  forza  e  per  loro  medesimi  met- 
teano  millecinquecento  cavalieri  in  campo  sanava,  il 
podere  del  comune  di  Milano,  ond*  erano  al  tutto 
signori,  e  spezialmente  del  popolo.  E  cacciatine  i  no- 
bili Cattaui  e  varvassori,  e  in  quella  signoria  regnarono 


'  a  iiistiga  alone. 


'  valvassori,  così  chiamati  nel  medio  evo  i  Vassalli  tm- 
diati,  forse  da  valvne  e  sessores,  perchè  ne' giorni  di  ceri- 
monia sedevano  di  guardia  ali*  porta  de'  principi  o  ba- 
roni, a  cui  erano  addetti.  Il  Valvasaoro  riconosceva  da 
questi  il  dominio  delle  sue  possessioni,  chiamate  feudi  mi- 
nori; ma  in  processo  di  tempo  egli  si  confuse  coi  grandi 
Vassalli  o  Vassalli  maggiori,  e  il  suo  nome  ebbe  il  senso 
generico  di  barone  e  di  magnate.  Qualche  scrittore  antico 
in  luogo  di  valvassoro  disse  harhassoroy  voce  ora  passata  a 
scherno.  Per  la  voce  cattano  vedi  U  nota  a  p.  87,  col.  II. 


134 


CRONICHE 


UBO  buono  tempo,  onde  prinm  fu  capitano  del  po- 
polo di  Milano  meiser  Alaìnanno  della  Torre  fi- 
glinolo che  fìi  di  messere  Martino  e  Ihitello  del  pa- 
trfaroa,  e  fu  buono  uomo  e  giusto,  e  amalo  da  tolti  v 
poi  fu  capitano  messer  Nappo  ovreró  Napoleone  suo 
fratetip,  e  cpnuncii^  a  tiranneggiare  ;  e  poi  fu  capitano 
mesaer  Francesco  loro  fratello,  )1  quale  fb  pessimo 
in  tutte'  cose;  e  per  lo  suo  soperchio  e  eleggi  alla 
sua  signorìa  ^  furono  sconfitti  e  perderono  lo  stato , 
come  detto  è  di  sopra.  • 

CAPITOLÒ  un, 

Come  ilje  Filippo  di  Francia  fece  pigliare  hUH  i 

prestatori  itafiatU. 

Negli  anni  di  Cristo  1277,  a  di  24  d'  aprile, 
in  uno  giorno  il  re  di  Frantia  fece  pigliare  tnttT  i 
pr^tatori  italijini  di  suo  reame,  e  'eziandio  de^'merca- 
tanti,  sotto  colore  che  usura  non  s*  usasse  in  suo 
paese,  accomiatandogli  del  reame,  per  lo  divieto  ch^a- 
vea  fatto  papa  Gregorio  al  concilio  di  Leone  ;  ma 
ciò  mostra  che  facesse  più  per  covidigia  di  moneta, 
c)ie  per  altra  onestade,  perocché  gli  fece  finire  per 
libbre  sessantamila  di  parigini,  di  soldi  died  il  fio- 
rino d'pro,  e  poi  la  maggior  parte  si  rimasono  al 
paese  come  di  prima  a  prestare» 

CAPITOLO  LIV,    . 

Come  fu  fatto  papa  Niccola  terto  degli  Ontni^  e 
^llo  che  fece  al  suo  tempo.  ^ 

• 

Nel  détui  anno,  cóme  alcuna  cosa  ricordammo 
addietro,  fu  fatto  papa  messer  Gianni  Guatani  car- 
dinale di  casa  degli  Orsini  di  Roma»  il  quale  men- 
tre fb  giovane  cherico  e  poi  cardinale  fu  onestis- 
-Simo  e  <ii  buona  vita,  e  dicesi,  eh"  era  di  suo  corpo 
vergine  ;.  ma  poi  che  fu  chiamato  papa  Niccola  terso, 
fu  magnanimo,  e  per  lo  caldo  de*  suoi  consorti  im- 
prese molte  cose  per  fargli  gtandi,  e  fu  de^  primi, 
o  primo  papa,  nella  cui  corte  s' usasse  palese  simo- 
nia per  gli  suoi  parenti;  per  la  qual  cosa  gK  ag- 
grandì molto  di  possessioni  e  di  castella  e  di  mo- 
neta sópra  tutti  i  Romani,  in  poco  tempo  ch^egU 
vivette.  Questo  papa  fece  sètte  cardinali  romani,  i 
pia  suoi  parenti,  intra  gli  altri,  a  priego  -di  messer 
Gianni  capo  della  casa  della  Colonna  suo  cugino, 
fece  cardinale  iqesser  Iacopo  della  Colonna,  accioc- 
ché >  Cotonnesi  non  s*  apprendessono  air  aiuto  de- 
gli Annibaldeschi  loro  nemici',  jna  fossono.  in  loro 
aiuto,  e  fu  tenuta  gran  cosa;  perocché  la  Chiesa  à- 
vea  privati  tutti  i  Cplonnesi  e  chi  di  loro  progenia 
fosse,  d"  ogni  beneficio  ecclesiastico  infino  al  tempo  di 
papa  Alessandro  terzo,  perocch'  arcano  tenuto  collo 
imperadore  Federigo  primo  oontra  alla  Chiesa.  Ap- 
presso il  detta  papa  fece  fare  i  nobili  e  grandi- pa- 
lai^! papalj  a  Santo  Piero  :  ancora  prese  tenza^  col  re 


Cario  per  cagione  phe*l  detto  papa  fece  richiedere 
lo  re  Carlo  d' imparentarsi  con  lui ,  volendo  dare 
una  sua  nipote  per  moglie  a  uno  nipote  del  re,  il  quale 
parentado  il  re  Carlo  non  voUe  assentire,  dicendo: 
Perch*  egli  abbia  il  caliamento  rosso^  suo  lignaggio 
non  è  degno  di  mischiarsi  col  nostro^  e  sua  signoria 
non  era  retaggio 'j  per  la  qual  cosa  il. papa  contro  a  • 
lui  sdegfnato,  poi  non  fu  suo  amico,  ma  in  tutte  cose 
al  segreto  ^li  fd  contrario,  e  del  palese'  gli  fece  ri- 
fiutare il  senato  di  Roma  e  il  vicariato  dèlio  'mperio 
il  quale  avea  dalla  Chiesa  vacante  imperio',  e  fagli 
molto  contra  in  tutte  sue  imprèae,  e  per  BK^neta  che 
si  disse  ch'ebbe  dal  Paglialoco,  acconsenti  e  diede 
aiuto  e  favore  al  brattato  e  rubellazione  eh'  al  re 
Cario  fu  fatto  delP  isola  di  Cicilia,  come  innanzi  fa- 
remo menzione;  e  tolse  alla  Chiesa  castello   San- 
tangiólo,  e  diello  a  messer  Orso  suo  nipote.  An- 
cora il  detto  papa  fecesi  privilegiare  per  la  Chiesa 
la  contea  di  Romagna,  e  la  città  di  Bologna  a  Ridolfo 
re  do'  Romani^  per  cacone  eh'  egli  ttk  caduto  k  am- 
menda alla  Chiesa  della  promessa,  ch'egli  avea  fatta 
a  papa  Gregorio  al  concilio  di  Leone  su  Rodano  quan- 
do il  confermò,  cioè  di  passare  in  Italia  per  for- 
nire il  passaggio  d'oltremare,  come  addièUt)  facemmo 
menzione,  la  qua)  cosa  non  avea  fatta  per  ritre  sue 
imprese  e  guerre  d' Alamagna.  Né  questa  dazione*  di 
brivilegiare  alla  Chièsa  il  contado  di  Romagna  e  la 
città  di  Bologna  né  potea  né  dovea  fare  di  ragione; 
intra  l'altre,  perché  il  detto  Ridolfo  non  era  per- 
venuto alla  benedizione  imperiale:  ma  quello  eh' e* 
cherici  prendono,  >ardi  sanno  rendere.  Incontanente 
che  '1  detto  papa  ebbe  privilegio  di  Romagna,  sì  ne 
fece  conte  per  la  Chiesa  messer  Bertoldo  degli  Orsini 
suo  nipote,  e  con  forza  di  icavalieri  e  di  gente  d' arme 
il  mandò  in  Romagna,  e  con  lui  per  legato  messer 
frate  Latino  di  Roma  cardinale  ostiense  sno  nipote, 
figliuolo  della  suora,  nato  de'  Branoaleoni,  ond'  era  il 
cancelliere  di  Roma  per  retaggio;  e  ciò  fece  per  trarre 
la  signoria  di  mano  al  conte  Guido  di  Montefeltro,  il 
quale  tirannescamente  la  si  tenea  e  signoreggiava; 
e  cosi  fa  fatto  per  modo,  che  in  poco  tempo  quu i 
tutta  Romagna  fu  alla  signoria  della  Chiesa,  ma  non 
senza  gperra  e  grande  spendio  della  Chiesa,  come 
innanzi  diremo  a  luogo  e  a  tempo. 

CAPITOLO   LV. 

* 

Come  lo  re  Ridolfo  della  Magna  sconfUse  e  uc- 

cise  il  re  di  Boemia, 

Negli  anni  di  Cristo  1277,  essendo  grande 
guerra  tra  H  re  Ridolfo  della  Magna  e  lo  re  di  Boemia 
per  cagione  che  noi  volea  ubbidire  né  fare  omaggio; 
per  la  qual  cosa  il  re  Ridolfo  eletto  imperadore  con 
.grandissima  oste  andò  sopra  il  detto  rè  di  Boemia,  il 
quale  gli  si  fece  incontro  con  grandissima  cavalleria, 
e  dopo  la  dura  e  aspra  battaglia  che  fu  .tra  così  aspre 
genti  d' arme,  come  piacque  a  Dio  il  detto  re  di  Boe- 


*  per  la  asa  soperohierìa  ed  eccessi  mentre  signoreg^ava. 
^  non  prendessero  ad  aiutare  gli  Aiyiibal4etehi  nemld 
degli  Orsini. 
^  tenzone,  contesa. 


'  in  palese. 

*  concessione,  larghezMi  atto  del  dare.   Trovasi  questa 
voce  presso  gli  antichi  anche  per  dedùsioiUf  tmo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


135 


mia  nelli. delta  battaglia  fa  morto,  e  la  sua  gente 
aconltta,  nella  quale  innnmerabile  cavallerìa  furono 
morti  e  presi,  e  quasi  lutto  il  reame  di  Boemia  Ri- 
dolfo ebbe  a  sua  signorìa.  E  ciò  fatto,  col  figliuolo 
del  detto  re-  di  Hoemia  fece  pace,  faccendolsi  prima 
▼enire  a  miserìcordta  :  e  stando  H  re  Ridolfo  in  «edia 
in  ano  grande  fango,  e  quello  di  Boemia  stava  di- 
nanzi a  lui  ginocchione  innanzi  a  tutti  i  suoi  baroni  ; 
ma  poi  riconcilialo,  il  re  Ridolfo  gli  diede  la  figliuola 
per  móglie,  e  rendégli  il  reame;  e  ciò  fo  a  di  26 
d*  agosto  del  detto  anno.  Questo  ré  Ridolfo  fo  di 
grande  affare,  è  magnanimo,  e  prò*  in  arme,  e  bene 
avventuroso  in  battaglie,  molto  ridottato  dagli  Ala- 
manni .e  dagl'  Ilaliam^;  e  se  avesse  voluto  passare  in 
Italia,  sansa  contrasto  n*era  signoros  E  mandocci  suoi 
àmbasciadorì  P  arcivescovo  di  Trìevi,  e  fti  in  Firenze 
negli  anni  di  Crìsto  1280,  significando  sua  venata, 
onde  i  FiorentÌRÌ  non  sapeano  che  si  fare;  e  se  fosse 
passato,  di  certo  ravreb})ono  ubbidito.  E  lo  re  Cario, 
eh* era  coA  jiossente  signore,  il  temette  forte;  e  |()er 
essere  bene  di  lai  ^  diede  a  Carlo  Martello  figliuolo 
del  iìgliaolo,  la  figliuola  del  detto  re  Ridolfo  per 
moglie.  ' 

CAPITOLO  LVL 

• 

Come  il  cardinale  Latino  per  mandato  del  papa 
fece  la  pace  h-a"  guelfi  e  ghibellini  di  Firen%e^  e 
tutte  r  altre  paci  della  città. 

In  questi  tempi  i  grandi  guelfi  di  Firenze  rìpo-^ 
sali  delle  guerre  di  fuori  con  vittorìe  e  onorì,  e  in- 
grassati sopra  i  beni  de'  ghibellini  usciti,  e  per  altrì 
loro  procacci,  per  superbia  e  invidia  cominciarono 
a  nettare  '  Ira  loro,  onde  nacquero  in  Firenze  più 
brighe  e  nimisladl  tra*  cittadini,  mprtaU,  e  di  fedite. 
Intra  T  altre  maggiorì  era  la  brìga  tra  la  casa  degli 
Adimarì  daìl*  una  parte,  eh'  ef*anò  molto  grandi  e 
possenti,  e  dall'  altra  parie  i  Tosinghi,  e  la  casa  de' 
Donali^  e  quella  de' Pazzi  legati  insieme  contro  agli 
Adimarì  per  modo,  che  quasi  tutta  la  città  n'  era  par- 
lila, e  chi  lenea  coli'  una  parte  e  chi  coli' altra;  onde 
b  città  e  parte  guelfa  n*era  in  grande  perìcolo.  Per 
la  qual  eosa,  il  comune  e'  capitani  della  parte  guelfa 
mandarono  loro  àmbasciadorì  solenni  a  corte  a  papa 
Niccola,  Che  mettesse  consiglio  e  *1  suo  aiuto  a  paci- 
ficare i  guelfi  di  Firenze  insieme;  se  non,  parte  guelfa 
si  dividev,  e  cacciava  l'ano  l* altro.  E  per  simile  mo- 
do gU  usciti  ghibellini  di  Firenze  mandarono  loro 
àmbasciadorì  al  detto  papa  a  pregarlo  e  richiederlo, 
eh'  egli  mettesse  a  sèguizione  la  sentenza  della  pace 
data  per  papa  Gregorìo  nono  tra  loro  e'  guelfi  di  Fi- 
renze. Per  le  sopraddette  cagioni  il  detto  papa  pro- 
vide e  confermò  la  delta  sentenza,  e  ordinò  paciaro' 
^  legato  e  commise  le  dette  questioni  a  frate  Latino 
cardinale  ch'era  in  Romagna  per  la  Chiesa,  uòmo  di 
grande  autorìlà  e  scienza,  e  gnlnde  appo  il  papa, 
il  quale  per  lo  mandamento  ^  del  papa  si  parti  di  Ro- 
magna, e  giunse  in  Firenze  con  trecento  cavalierì 


'  per  entrargli  in  grada. 
*  contendere 

'  paciere^  mediatore  di  pace. 
^  oomandamento. 


dèlia  Chiesa,  a  di  8  del  mese  d*  ottobre,  gli  anni  di 
Crìsto  1 278,  e  da'Fiorentini  e  dal  chericalo  fu  rìcevuto 
a  grande  onore  e  processione,  andandogli  incontro  il 
carroccio,  e  molti  armeggiatorì,  e  poi  il  dello  legato  il  di 
di  Santo  Luca  vangelista,  nel  detto  anno  e  mese,  fon- 
dò e  benedisse  la  prima  pietra  della  nuova  chiesa  di 
Santa  Harìa  Novella  de'  frati  predicalorì,  ond'  egli  era 
frate  ;  e  in  quello  luogo  de'  frati  trattò  e  ordinò  ge- 
neralmente le  paci  tra  tutti  i  cittadini  guelfi  con  guelfi, 
e  poi  dà'  guelfi  a'  ghibeliinL  E  la  prìma  fu  Ira  gli 
liberti  6f  Bondelinonti,  (e  fu  la  terza  pace)  salvo  ch'e* 
figlinoli  di  messer  Rinierì  Zingano  de' Bondelmonti 
non  r  assentirò,  e  furono  scomonicatì  per  lo  legalo, 
e  isbanditi  per  lo  comune.  Ma  .per  loro  non  bì  la- 
sciò la  pace  ;  che  poi  il  legato  bene  avventarosamenle 
del  mese  di  febbraio  vegnente,  congregato  il  popolo 
di  Firenze  a  parìamento  nella  piazza  vecchia  della 
della  chiesa,  tnlta  coperta  di  pezze  ^,  e  con  grandi 
pergami  di  legname,  in  su'  quali  era  il  detto  cardi- 
nale, e  più  vescovi,  e  prelati,  e  cherìci,  e  religiosi,  ' 
e  podestà,  e  capitano,  e  tutti  i  consiglierì,  e  gli  or- 
dini di  Firenze,  e  in  quello  per  lo  detto  legato  ser- 
monalo  nobilemente  e  con  grandi  e  molte  belle  an- 
torìladi,  come  alla  malerìa  si  convenia^  siccome  quegli 
ch'era  savio  é hello  predicatore;  e  ciò  fallo,  si  fece 
basciare  in  bocca  i  sindachi  ordinati  per  li  goelfi  e  per 
\\  ghibellini,  pace  faceendo  con  grande  allegrezza  per 
tatti  i  cittadini;  e  fìirono  centocinquanta  per  parte. 
E  in  quello  luogo  presentemente  diede  sentenzia  de' 
modi,  e  de'  patti,  e  conditioni  che  si  dovessono  os- 
servare intra  V  una  parte  e  I*  altra,  fermando  la  della 
pace  con  solenni  e  vallate  '  carte,  e  con  molli  idonei 
mallevadorì.  E  d'allora  innanzi  poterono  tornare  e  tor- 
narono i  ghibellini  in  Firenze  e  le  loro  famiglie,  e 
furono  decollati  d'ogni  bando  e  condannagione,  e 
fàrono  arsi  tutti  i  librì  delle  condannagioni  e  bandi 
ch'erano  in  camera;  e'  detti  ghibellini  riebbono  i 
loro  beni  e  possessioni,  salvo  che  a  alquanti  de'  più 
principali  fti  ordinalo  per  più  sicorlà  della  terra,  che 
certo*  tempo  stessono  a'  confini.  E  ciò  fallo  per  lo 
legalo  cardinale,   fece  fare  le  sfngularì-  paci  de'  cit- 
tadini; e  la  prìma  fu  quella  ond'era  la  maggiore  dis- 
cordia, cioè  Ira  gli  Adimarì  e'Tosinglii,  e' Donati  e' 
Pafti,  faccèndo  più  parentadi  insieme  ;  e  per  simile 
modo  si  féciono  tutte  quelle  di  Firenze  e  del  con- 
tado, quali  per  volontà  e  quali  per  la  forza  del  co- 
mune, datane  sentenzia  per  lo  cardinale  con  buoni 
sodamenli  e  mallevadorì;  delle  quali  paci  il  detto 
legalo  ebbe  grande  onore,  e  quasi  tutte  s'osserva- 
rono, e  la  città  di  Firenze  ne  dimorò  buono  tempo 
in  paciQco  e  buono  e  tranquillo  stato.  E  fece  e  or- 
dinò il  detto  legato  al  govemamenlo  comune  della 
città  quattordici  buoni  uomini  grandi  e  popolani,  che 
gli  otto  erano  guelfi,  e  sei  ghibellini,  e  durava  il 
loro  uficio  di  due  in  due  mesi  con  certo  ordine  di 
loro  «lezione  ;  e  rannavansi  in  su  la  casa  della  badia 
di  Firenze  sopra  la  porta  ohe  va  a  Santa  Margherìla, 


*  tappeti,  paramenti. 

^  identiche:  lOa  vaiUtré^  che  nel  senso  pr<^rìo  significa 
circondare  di  fossi  e  di  ateooati  per  difesa  e  eiooresaa. 
Qui  vàUató  è  preso  in  senso  metaforico.  La  Giuntina  1587 
legge:  hoUaU  o  coli' impronta  de'soggeUi  di  famiglia. 


136 


CRONlCUfi 


e  tomavansi  a  dormire  e  a  desinare  alle  lóro  case. 
E  ciò  fatto,  il  detto  cardinale  Latino  cen  grande  onore 
si  tornò  in  Rojnagna  alla  sua  legazione.  Lasceremo 
alquanto  de^  fatti  di  Firenxe,  e  diremo  d^  altre  no- 
vità che  avvennero  in  questi  tempi,  e  spezialmente 
della  rubellazione  dell' isola  di  Cicilia  al  re  Carlo,  la 
quale  fu  notabile  «  grande,  onde  poi  seguì  molto 
male,  e  fu  quasi  cosa  maravigliosa  e  impossibile,  e 
però  la  tratteremo  più  distesamente. 

CAPITOLO  LVU. 

Carne  fu  il  traiiaio  e  iradmenio,    che  risola  di 
deilia  fos$e  rubéllata  al  re  Carlo.  ^ 

Neretti  tempi,  cioè  negli  anni  di  Cristo  1279,  lo 
re  Carlo  re  di  Gerusalem  e  di  Cicilia  era  il  più  possente 
re  e  il  piik  ridottato  in  mare  e  in  terra,  che  nullo  re  de* 
cristiani  ;  e  per  lo  suo  grande  statQ  e  signoria  imprese  (a 
petizione  dello  imperadore  Baldovino  suo  genero,  il 
quale  era  stato  scacciato  dello  'mperìo  di  Costanti- 
nopoli per  Paglialoco  imperadore  de^  Greci)  di  fare 
uno  grande  passaggio  e  maravigÙoso  per  prendere 
e  conquistare  il  detto  imperio,  con  intendimento 
ch'avendo  lo  'mperio  di  Costantinopoli,  assai  gli  era 
appresso  di  racquistare  di  leggeri  Gerusalem  e  la 
Terra  Santa  ;  e  ordinò  e  mise  in  concio  d*  armare  più 
di  cento  galee  sottili  di  corso,  e-  venti *navi  grosse; 
e  fece  fare  dugento  uscieri  da  portare  cavalli,  e  più  altri 
legni  passeggeri  grande  numero.  B  coir  aiuto  e  mo- 
neta della  Chiesa  di  Roma,  e  col  suo  tesoro,  che  T  avea 
grandissimo,  e  coir  aiuto  del  redi  Francia,  invitò  alla 
detta  impresa  tutta  la^uona  gente  di  Francia  e  d'Italia, 
e'  Viniziani  col  loro  isforza  vi  4oYeano  venire;  e 
lo  re  col  detto  navilio,  e  con  quaranta  conti  e  con 
diecimila  cavalieri,  dovea  e  s"  apparecchiava  di  fare 
il  detto  passaggio  il  seguente  anno  avvenire.  £  di 
certo  gli  venia  fatto  sanza  riparo  o  contrasto  ninno, 
che  '1  Paglialoco  non  avea  podere  né  in  mare  uè  in 
terra  di  rìsistere  alla  potenzia  e  apparecchiamento 
del  re  Carlo,  e  già  grande  parte  della  Grecia  era  sol- 
levata a  rubellazione.  Avvenne,  come  piacque  a  Dio^ 
che  fu  sturbata  la  detta  impresa  per  abbattere  la  su- 
perbia de' Franceschi,  ch'era  già  tanto  montata  in 
Italia  per  le  vittorie  del  re  Carlo,  che  i  Franceschi 
teneano  i  Ciciliani  e*  Pugliesi  per  peggio  che  servi, 
"isforzando  e  villaneggiando  le  loro  donne  e  figlie. 
Per  la  qual  cosa  molta  di  buona  gente  del  Regno  e 
di  Cicilia  s' erano  partiti  e  rubellati,  intra'  quali  fu 
per  la  suddetta  cagione  di  sua  mogUera  e  figlia  a  lui 
tolte,  e  morto  il  figliuolo  che  le  difendea,  uno  savio 
e  ingegnoso  cavaliere  e  signore  stato  dell*  isola  di 
Procita,  il  quale  si  chiamava  messer  Gianni  di  Pro- 
cita ^.  Questi  per  suo  senno  e  industria  si  pensò  di 
sturbare  il  detto  passaggio,  e  di  recare  la  forza  del 


'  6io.  da  ProcidA,  par  dnqiia  feeoU  avuto  par  un  aroa 
a  par  libaratora  del  Bagno,  porto  a  emUo  a*  Tùnol^om  ed  a' 
BruH^  ora  nella  Storia  sovranamente  balla  deir  Amari  è 
fAtto  non  più  che  un  fìirbo  ministro  del  re  d'Aragona, 
intrigante  a  maneggione  di  Stato,  senaa  virtù  dttsdine  ; 
ansi  violatore  di  -esse  tramando  pria  coi  nemici,  poi  ìfri- 
gamdù  9flaeeiaiamoiU$  contro  la  tacitiana  rtvohurionéj- quando 
la  riH9rò  Mhd^o, 


re  Carlo  in  basso  stato,  e  in  parte  gli  venne  fatto» 
eh*  egli  segretamente  andò  in  Costantinopoli  al  Pa*" 
glialoco  imperadore  per  due  volte,    e'  mostrógli  il 
pericolo  che  gli  venia  addosso  per  la  forza  del  re 
Carlo  e  dello  imperadore  Baldovino  coli' aiuto  della 
Chiesa  di  Roma,  e  s'egli  volesse  credere  e  dispeader* 
del  suo  avere  e  tesoro,  disturberebbe  il  detto  panag* 
gio,  facendo  mbellare  l' isola  di  Cicilia  al  re  Carlo 
coir  aiuto  de'  rubelli  di  Cicilia,  e  con  gli  altri  signori 
dell'isola,  i  quali  non  amavano  0  re  Carlo  né  la  si- 
gnoria de'  Franceschi,  e  coli' aiuto  e  forza  del  re 
d'  Araona  ;  mostrandogli,  ch'egli  imprenderebbe  la 
bisogna  per  lo  retaggio  di  sua  mogliera  figliaola  ch'era 
stata  dello  re  Manfredi.  Il  Paglialoco,  tutto  che  ciò  gli 
paresse  impossibile,  conoscendo  la  potenza  del  re 
Carlo,  e  com'era  ridottato  più  eh'  altro  signore,  quasi 
come  disperata  d' ogni  salute  e  soccorso,  segni  il 
consiglio  del  detto  messer  Gianni^  e  fecegli  lettere 
come  gli  ordinò  il  detto  messer  Gianni,  e  mandò  con 
lui  in  ponente  suoi  ambasciadori  con  molti  ricchi  gio- 
ielli, e  di  moneta  gran  tesoro.  E  arrivando  mess^ 
Gianni  con  gli  ambasciadori  del  Paglialooo  segreta- 
mente in  Cicilia,  scoperse  il  detto  trattato  a  messere 
Alamo  da  Lentino,  e  a  messere  Palmieri  Abate,  e  a 
messere  Gualtieri  di  Calatagirona,  i  maggiori  baroni 
deU*  isola,  gli  quali  non  amavano  lo  re  Carlo  né  sua 
signoria  ;  e  da'  detti  prese  lettere  allo  re  d' Araona, 
raccomandandosi  che  per  Dio  gli  traesse  di  servaggio, 
e  promettendo  di  volerlo  per  loro  si|^oi^  B  ciò 
fatto,  il  detto  messer  Gianni  venne  in  corte  di  Roma 
sconosciuto  a  guisa  di  frate  minore,  e  tanto  adoperò, 
eh'  egli  parlò  a  papa  Niccola  terzo  degli  Orsini  al 
segreto  tt  uno  suo  castello  che  si  chiamava  Soriana, 
e  manifestógli  il  suo  trattato,  e  da  parte  del  Paglia- 
loco,  raccomandandolo  alla  sua  signoria  ;  e'  presentò  a 
Ini  e  a  messer  Orso  del  suo  tesoro  riccamente,  se^ 
condo  che  per  gli  più  si  disse  e  si  trovò  la  verità, 
commovendolo  segretamente  colla  detta  moneta  con- 
tro al  re  Carlo.  E  con  questo  aggiunse  cagione,  perché 
\o  re  Carlo  non  s' era  voluto  imparentare  con  lui, 
come  addietro  facemmo  menzione  ;  onde  il  detto  papa 
in  segreto  e  in  palese  sempre  adoperò  contro  al  re 
Carlo,  mentre  visse  in  vul  papato,  e  sturbò  quello 
anno  il  detto  passaggio  di  Costantinopoli,  non  atte- 
gnendo  al  re  Carlo  V  aiuto  e  promessa  di  moneta  e 
d'altro  che  gli  avea  fatta  la  Chiesa.  E  ciò  fatto,  il 
detto  messer  Gianni  avute  le  lettere  del  detto  papa 
con  segreto  suggello  al  re  d'  Araona,  prometten- 
dQgli  la  signoria  di  Cicilia,  vegoendola  a  conquiltare, 
si  parti  messer  Gianni  di  corte  e  andonne  in  Cata- 
logna allo  re  d' Araona,  e  ciò  fu  l'anno  di  Cristo  1280. 
E  giunto  messer  Gianni  al  re  Piero  d' Araona  colle 
lettere  del  papa  ove  gli  promettea  il  suo  aiuto,  e  le 
lettere  de*  baroni  di  Cicilia  óve  prometteano  di  ru- 
bellare  l'isola,  e  le  promesse  del  Paglialoco,  si  ac- 
cettò segretamente  di  fare  la  'mpresa  ;  e  rimandò  ad- 
dietro messer  Gianni  e  gli  altri  ambasciadori,  che 
solleeitassono  di  dare  ordine  alle  cose,   e  di  fare 
venire  la  moneta  per  fornire  sua  armata.  Ma  in  questo 
mezzo  isturbò  molto  l' opera  la  morte  di  papa  Nic- 
cola,  che  mori  1*  agosto  vegnente,  come  appresso 
faremo  menzione. 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


137 


CAPITOLO  LVIU.  I 

Ckme  morì  papa  Niccola  degli  Orsini^  e  fu  [aito 
papa  Martino  dai  Torso  di  Francia, 

• 

Nell^aoDO  1281,^el  mese  d' agosto,  papa  Nic- 
cola ieno  degli  Orsini  passò  di  questa  vita  nella 
città  di  Viterbo,  onde  lo  re  Carlo  fa  molto  allegro, 
non  perch^egli  sapesse  né  avesse  iscoperto  il  tradi- 
mento che  messer  Gianni  di  Procita  avea  menato'  col 
Paglialoco  e  col  detto  papa,  ma  sapea  e  avvedessi 
bene,  eh*  egli  in  tutte  cose  gli  era  contrario,  e  gran- 
de sturbo  avea  messo  nella  sua  impresa  e  passaggio 
di  Costantinopoli.  Per  la  qual  cosa  trovandosi  in  To- 
scana ^quando  morì  il  detto  papa,  incontanente  fu  a 
Viterbo  per  procacciare  d*  avere  papa  che  fosse -suo 
amico,  e  trovò  il  collegio  de?cardinali  in  grande  dis- 
sensione e  partiti  ;  che  T  una  parte  erano  i  cardinali 
Orsini  e  loro  segnaci,  e  voléano  papa  a  loro  volon- 
tà ;  e  tutti  gli  altri  cardinali  erano  col  re  Carlo  con- 
trari; ^  durò  la  tira  ^  e  vacazione  più  di  cinque  mesi. 
Essendo  i  cardinali .  rinchiusi  e  distretti  per  gli  Vi- 
terbesi, alla  fine  non  avendo  concordia,  i  Viterbesi,  a 
petizione,  si  disse,  del  re  Carlo,  trassono  del  colle- 
gio de\ cardinali  messere  Matteo  Rosso  e  messere 
Giordano  cardinali  degli  Orsini,  i  quali  erano  capo 
della  loro  setta,  e  villanamente  furono  messi  in  pre- 
gione;  per  la  quale  cosa  gli  altri  cardinali  s'accor- 
darono d'eleggere,  e  elessono  papa  messer  Simone 
dal  Torso  di  Francia  cardinale,  e  fu  chiamato  papa 
Martino  quarto;  il  quale  di  vile  nazione,  ma  molto  fu 
magnanimo  e  di  grande  cuore  ne'  fatti  della  Chiesa, 
ma  per  se  proprio  e  per  suoi  parenti  nulla  cuvìdi- 
gia  ebbe;  e  quando  il  fratello  il  venne  a  vedere  pa- 
pa, incontanente  il  rimandò  in  Francia  con  piccoli 
doni  e  colle  spese,  dicendo,  eh'  e'  beni  erano  della 
Chiesa  e  non  suoi.  Questi  fu  molto  amico  del  re  Car- 
lo, e  sedette  papa  tre  anni,  e  uno  mese,  e  ventisette 
dL  Questi  come  fu  fatto  papa,  fece  conte  di  Romagna 
messer  Gianni  Diepa  di  Francia  per  trarne  il  conte 
Bertoldo  degli  Orsini,  e  scomunicò  *1  Paglialoco  im- 
peradore  di  Costantinopoli  e  tutti  i  Greci,  perchè  non 
ubbidieno  Ja  Chiesa  di  Roma.  Questo  papa  fece  fare 
la  rocca  e' grandi  palagi  di  Monteflascone,  e  là  fece 
molto  sua  stanza  mentre  fu  papa  :  e  più  altre  cose 
furono  al  suo  tempo,  come  innanzi  faremo  menzione. 
Per  la  sopraddetta  presura  e  villania  eh'  e'  Viterbesi 
feoiono  a'  cardinali  degli  Orsini,  mai  ^  la  casa  degli 
Orsini  furono  loro  amici,  ma  corporali  nimici;  e  ven- 
nonvi  poi  ad  oste  gli  Orsini  alle  loro  spese,  ove  con- 
sumarono molto  ^1  tesoro  male  acquistato  per  loro 
al  tempo  dì  papa  Ntccola  terzo  ;  sicché  ogni  diritto 
alla  fine  Iddio  rende  per  diversi  modi.  Lasceredio  dei 
fatti  della  corte  di  Roma,  è  torneremo  a  nostra  ma- 
teria sopra  il  trattato  di  Cicilia. 


'  maneggiato,  tramato. 

^  la  diasansione  t  di  '  qai  d'  è  venato  U  verbo  atirae' 
chiare  nel  senso  di  eamUaréj  dUpuUsre  e  la  frase  fa/re  a 
tira  a  tira^  che  vale  non  conveunTé. 

^  nota  questo  «un  negativo.  Vedi  anche  in  Bocc.  Nov.  17: 
AIU  »ue  femmine ....  comandò ,  cÀe  ad  aHeuna  persona  mai 
.matùfeHaetfro  chi  f ossero.  Né  difettano  altri  esempi,  tutto- 
chà  non  IkcciaDo  prova  contro  il  mi|^or  oso. 


CAPITOLO  LIX. 

Come  il  re  Piero  (T  Araona  giurò  e  promise  al 

PagUalocó  e  a'  CicUiam  di  venire  in  ^Cicilia 

e  prendere  là  signoria, 

.  Nel  detto  anno  1281,  il  sopraddetto  messer 
Gianni  di  Procita  con  gli  ambasciadori  di  Paglialoco 
arrivati  in  Catalogna  la  seconda  volta,  si  richiesono 
il  re  Piero  d' Araona,  eh' egli  V  allegasse  col  Paglia- 
loco,  e  prendesse  la  signoria  dell'  isola  di  Cicilia,  e 
cominciasse  la  guerra  contra  lo  re  Carlo,  recandogli 
grande  quantità  di  moneta,  perchè  cominciasse  l'ar- 
mata e  impresa  promessa  di  fare;  e  appresentategli 
nuove  lettere  del  Paglialoco  e  quelle  de' baroni  di 
Cicilia,  i  quali  aveano  promesso,  come  ordinato  era, 
di  rubellare  risola  di  Cicilia,  e  di  dargli  la  signoria; 
della  qual  cosa  il  detto  re  Piero  stette  assai,  innanzi 
che  si  volesse  diliberare  di  seguire  e  fare  la  'mpresa 
promessa  che  prima  avea  fatta,  dubitando  e  temendo 
della  potenza  del  re  Carlo  e  della  Chiesa  di  Roma, 
e  maggiormente  per  la  morte  di  papa  Niccola  degli 
Orsini,  del  quale  vivendo  si  rendea -molto  sicuro,  sa- 
pendo ch'egli  non  era  amico  del  re  Carlo,  e  quasi  per 
la  detta  cagione  era  tutto  ismosso  di  fare  l'impresa, 
la  quale  avea  promessa.  Alla  fine  per  le  savie  parole 
e  indottive  di  messer  Gianni,  rimproverandogli  come 
quelli  della  casa  di  Francia  aveano  morto  il  suo  avo- 
lo, e  lo  re  Carlo  il  suo  suocero  re  Manfredi,  e  Cur- 
radino  nipote  del  detto  Manfredi,  e  come  di  ragione 
di  retaggio  gli  succedea  il  reame  di  Cicilia  per  la 
reina  Costanza  sua  moglie,  e  reda  e  figliuola  del  detto 
re  Manfredi,  e  mostrandogli  ancora  come  i  Ciciliani  il 
desideravano  a  signore,  e  prometteano  di  rubellare 
l'isola  al  re  Carlo,  e  veggendo  la  molta  moneta  che 
gli  mandava  Paglialoco,  il  detto  re  Piero  covidoso 
d'acquistare  signoria  e  terra,  come  ardito  e  franco 
signore,  giurò  da  capo,  e  promise  di  seguire  ladettp 
impresa,  segretamente  nelle  mani  degli  ambasciadori 
del  Paglialoco,  e  di  messer  Gianni  di  Procita,  co- 
mandando la  credenza',  e  che  tornassono  in  Qiciìia  a 
dare  ordine  alla  rubellazione,  quando  fosse  tempo  e 
luogo  e  egli  avesse  in  mare  la  sua  armata;  e  così  fu 
fatto. 

CAPITOLO  LX. 

Come  il  dello  re  Piero  d^  Araona  s' apparecchiò  di 
fare  sua  armala  ^  e  come  il  papa  gliele  mandò 

difendendo  ^. 

Lo  re  Piero  d'Araoni^  com^ebbe  fatto  ilsara- 
mento  della  sopraddetta  impresa,  e  ricevuta  la  mo- 
neta, la  quale  fu  trentamila  once  d'oro,  sanza  mag- 
giore quantità  che  gli  promise  il  Paglialoco,  venuto 
lui  in  Cicilia,  fece  di  presente  apparecchiare  galee  e 


'  il  segreto. 

^  gliele  proibì.  li  verbo  difmdere  in  questo  senso  è 
osatissimo  all' Autore.  V.  llb.  10,  cap.  C(iIV.  Se  ne  trovano 
esempi  nelle  Novelle  antiche,  nel  Boccaccio,  in  Dante, 
nell'Ariosto  e  nel  Tasso.  Alcuni  il  notano  di  francesismo, 
ma  eontrawertendo  il  l'oro  asserto;  perchè  noi  potremo 
invece  rinfacciare  a'  francesi  per  italianismo  9  ■  Ha  ragiona 
altri  quanto  altri. 


138 


CRONICHE 


navìlio,  e  dando  aoldo  t*  cavalieH  e  pitrìiiarì  larga- 
mente, e  diede  voce  e  levò  stendale  d'andare  aopra 
i  aaracini.  bivolfata  la  voce  e  la  bma  di  ano  appa- 
recchiamento, il  re  Filippo  di  Phuida,  il  quale  avea 
avuto  per  moglie  la  serocchia  del  detto  re  d'Araona, 
mandò  a  Ini  suoi  ambaaciadorì,  per  sapere  in  che 
paese  e  aopra  quali  saracini  andasse,  promettendogli 
aìuto^di  gente  e  di  moneta',  il  quale  re  Piero  non  gli 
volle  manifestare  sua  impresa,  ma  eh**  egli  di  certo 
andava  sopra  i  saracini,  il  laogo  e  dove  non  volea 
manifestare,  ma  tosto  si  saprebbe  per  tatto  il  mondo; 
ma  domandogli  aiuto  di  libbre  quarantamila  di  buoni 
torneai,  e  lo  re  di  Francia  gliele  mandò  incontanente. 
E  conoscendo  il  re  di  Francia,  che  il  re  Piero  d*  A- 
raona  era  ardito  e  di  gran  cuore,  ma  come  Catalano, 
di  natura  fellone,  e  per  la  coperta  risposta,  mandò 
a  dire  incontanente^  e  per  suoi  ambasdadorì  il  fece 
aaaapere  al  suo  zio  Io  re  Carlo  in  Puglia,  ch'egli  si 
prendesse  guardia  di  aue  terre.  Lp  re  Carlo  incon- 
tanente venne  a  corte  a  papa  Martino,  e  fecegli  as- 
sapere  della  *mpresa  del  re  d'Araona,  e  quello  che 
il  re  Filippo  di  Francia  gli  avea  mandato  a  dire;  per 
la  qual  còsa  il  papa  incontanente  mandò  al  re  d*  A- 
raona  sao  ambasdadore  uno  savio  uomo  frate  Jacopo 
de*  predicatori,  per  volere  sapere  in  qual  parte  so- 
pra i  saracini  andasse,  che  "1  volea  pur  sapere,  pe- 
rocché la  Chiesa  gli  volea  dare  aiuto  e  favore,  e  era 
impresa  che  molto  toccava  alla  Chieaa;  e  oltre  a  ciò 
HMindogli  comandando,  che  non  andaaae  aopra  ninno 
fedele  cristiano.  Il  quale  ambasdadore  giunto  in  Ca- 
talogàa,  e  disposta  aua  ambasciata,  lo  re  riùgraaiò 
molto  il  papa  della  larga  profferta,  raccomandandosi 
a  lui;  ma  di  aapere  in  qual  parte  andaaae,  al  pre- 
sente in  nulla  guisa  il  potea  aapere;  e  sopra  dò 
disse  uno  motto  molto  sospetto,  che  se  V  una  delle 
sue  mani  il  manifestasse  air  altra,  eh*  egli  la  taglie- 
rebbe. Non  potendo  T  ambasdadore  del  papa  avere 
altra  risposta,  si  tornò  In  corte,  e  dispose  al  papa  e 
al  re  Carlo  la  rispoìta  del  re  d'Araona,  la  quale 
isplacque  assai  a  papa  Martino.  Lo  re  Carlo,  eh*  era 
di  sì  graftade  cuore  e  tenessi  si  possente,  poco  o 
niente  ne  curò,  ma  per  dispetto  disse  a  papa  Marti- 
no: Non  9i  di$$*io^  che  Piero  d'Araona  era  un 
fettone  Mccone?  Ma  non  ai  ricordò  lo  re  Carlo  del 
proverbio  del  comune  popolo,  che  dice:  se  tè  deito^ 
iu  hai  meno  il  umo,  ponviH  la  mano;  anai  ai  diede 
a  non  calere,  e  non  ai  miae  a  sentire  i  trattati  e 
tradimenti  che  n  faceano  in  Cicilia  per  messer  Gianni 
di  Procita,  e  per  gli  altri  baroni  dciliani;  ma  cui 
Iddio  vuole  giudicare,  è  apparecchiato  chi  fa  toato 
r  esecuzione. 

CAPITOLO  LXL 

Come  e  per  che  modo  it  ribellò  Cisóia  di  Cicilia 

al  re  Carlo. 

'  Negli  anni  di  Cristo  1282,  U  lunedi  di  Pasqua 
di  Riaorreaso  che  fu  a  di  30  di  marzo,  aiccome  per 
messer  Gianni  di  Proetta  era  ordinato,  tutti  i  baroni 
e' caporali  che  teneano  mano  al  tradimento,  furono 
nella  città  di  Palermo  a  paaquare.  E  andandosi  per 


gli  Palermitani,  uomini  e  femmine,  per  coa^nne  a  ca- 
vallo e  a  pie  alla  festa  di  Monreale  fuori  della  dttà 
per  tre  miglia  (e  come  v*andavano  qìiegli  di  Palermo, 
coai  v'andavano  i  Franceschi,  è  il  capitano  del  re 
Carlo  a  diletto)  avvenne,  come  a*  adoperò  per  lo  ni- 
mico (b  Dio,  che  uno  Francesco  per  suo  orgoglio 
prese  una  donna  di  Palermo  per  farle  villania:  ella 
cominciando  a  gridare,  e  la  gente  era  tenera',  e  già 
tutto,  il  popolo  commosso  contra  i  Franceschi,  per  i 
famigliari  de'baroni  dell'isola  si  comindò  a  difendere 
la  donna,  onde  nacque  grande  battaglia  tra'  France- 
achi  e'Ciciliaoi,  e  furonne  morti  e  fediti  assai  d*una 
parte  e  d'altra;  ma  il  peggiore  n*ebbono  quegli  di 
Palermo.  Incontanente  tutta  la  gente  si  ritrassono  fug- 
gendo alla  città,  e  gli  uomini  ad  armarsi,  gridando: 
muoiano  i  Franceschi,  Si  raunarono  in  su  là  piazza, 
com'era  ordinato  per  gli  caporali  del  tradimento,  e 
combattendo  al  castello  il  giustiziere  ohe  v'era  per 
lo  re,  e  lui  preso  e  ucciso,  e  quanti.  Franceschi  fu- 
rono trovati  nella  dttà  furono  morti  per  le  case  e 
nelle  chiese,  senza  misericordia  niuna.  E  dò  folto,  i 
detti  baroni  si  partirono  di  Palermo,  e  dascuno  in 
sua  terra  e  contrada  fecero  il  somigliante,  d'ucddere 
i  Franceschi  tutti  ch'erano  nell'isola,  salvo  che  in 
Messina  s'indugiarono  alquanti  di  a  nri>ellarsi:  ma  per 
mandato  di  quegli  di  Palermo,  contando  le  loro  mi- 
aerie  per  una  bella  pistola,  e  ch'eUi  doveanò  anmre 
libertà  e  fhinchigia  e  fhitemità  con  loro,  ai  ai  moa- 
sono  i  Messinesi  a  rubellaziòne,  e  poi  fedono  .quello 
e  peggio  eh'  e*  Palermitani  contra  a'  FranceachL  B 
trovarsene  morti  in  Cicilia  più  di  quattromila,  e  nullo 
non  potea  nallo  scampare,  tanto  ^  fosse  amico,  co- 
nte aauiaae  di  perdere  sua  vita;  e  ae  l'avease  nascoso, 
convenia  che  *1  rassegnasse  o  ocddesse^.  Questa  pe- 
stìlenzia  andò  per  tutta  l'isola,  onde  lo  re  Cario  e 
sua  gente  ricevettono  grande  danunaggio  di  peraone 
e  d'avere.  Queate  contrarie  e  ree  novelle  Tardve- 
scovo  di  Monreale  incontanente  le  fece  assapere  al 
papa  e  al  re  Cario  per  auoi  messi. 

CAPITOLO  LXIL 

Come  lo  re  Carlo  si  compiatue  alla  Chiesa  e  af  re 
di  Francia  e  a  luWi  suoi  amici,  e  faiuto  eh"  ebbe 

da  loro. 

Nel  detto  tempo  lo  re  Carlo  era  iù  corte  col 
papa:  com'ebbe  la  doloroaa  novella  della  mbellazione 
di  Cidlia,  crucdoao  molto  nell*  animo  e  ne'  aembianti, 
e* disse:  Sire  iddio^  dappoi  t  è  piaciuto  di  farmi 
ofwersa  la  mia  fortuna^  piacciali  che  H  mio  caèare 
sia  a  peHUi  passi^.  E  incontanente  fu  a  papa  Martino 


'  facile  allo  sdegno. 

'  Kon  una  oonginrs  di  Baroni,  ma  sollevasione  improv- 
visa di  popolo  .fìi  cagione  de' Vespri  Siciliani.  I  baroni, 
che  stavano  cospirando,  vidersi  toA  oadota  la  palla  al 
balio,  e  ai  firammisero  al  popolo  e  furono  gridatori  di  li- 
bertà, ma  non  fecero  che  togliere  la  corona  di  Sicilia  agli 
Angioini  e  darla  agli  Aragonesi  Lo  stesso  Giovanni  da 
Precida,  tenuto  sin  qui  1'  eroe  de'  Veapri,  non  t*  ebbe  a 
prindpio  alcuna  parte.  Ciò  raccogliesi  dalla  Stòrie  <is*  Ve- 
ipri  Siciliani  dell'  Amari 

^  Contraffa  il  parlare  di  Carlo,  ch'era  francese. 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


1S9 


e  t'snoi  cardinali/domandando  loro  fiuto  é  consiglio, 
i  quali-  81  dolaono  assai  con  lui  insieme,  e  confor- 
tarono lo  re,  ohe  santa  indugio  intendesse  al  racqni- 
sto,  prima  per  via  di  pace,  se  potesse,  e  se  non,  per 
via  dì  guerr»,  promettendogli  ogni  aiuto  che  ìa  Chiesa 
potesse  fare,  spirìluale  e  temporale,  siccome  a  fi- 
glinolo e  campione  .di  Santa  Chiesa.  E  fece  il  papa 
legato  per  andare  in  Cicilia  a  trattare  l'accordo,  e 
con  molte  lettere  e  processi,  mesjser  Gherardo  da  Par- 
ma cardinale,  nomo  di  gran  senno  e  bontà ,  il  quale 
si  parti  di  corte  col  re  Carlo  insieme,  e  andarne  in 
Puglia.  Per  simile  modo  si  pianse  lo  re  Carlo  per  let- 
tere e  ambasciadorì  al  re  di  Francia  suo  nipote,  e 
mandò  a  Carlo  suo  figlinolo  prence  di  Salerno  oh^ra 
in  Provenza,  che  incontanente  dovesse  andare  in  Fran- 
cia al  re,  e  al  conte  d' Artese,  e  agli  altri  baroni  a 
pregargli  che  *l  dovessono  aiutare.  Il  quale  prenze 
dal  re  di  Francia  fu  ricevuto  graziosamente,  doglien- 
dosi  lo  re  con  lui  della,  perdita  del  re  Carlo,  dicendo: 
Io  lento  forie^  che  questa  ribellatone  di  Cicilia  non 
sia  falla  a  sommossa  del  re  d'Araoha^  perocché 
quand'egli  facea  sua  armala^  e  ch^io  gli  preslai 
libbre  quarantamila  di  tomesi^  e  mandailo  pre- 
gando^ mi  facesse  a{  sapere  ot>e  e  in  che  parte  de- 
cesse andare^  noi  mi  volle  dire  ne  manifestare; 
ma  non  por  Ciò  mai  corona^  scegli  avrà  falla  questa 
tradiùone  alla  casa  di  Francia^  s'*  io  non  ne  fo  alta 
vendeUa,  E  ciò  attenne  bene,  chiassai  ne  fece  innan- 
zi \  sì  ch^egli  ne  morì  con  molta  di  sua  baronia,  co- 
me innanzi  a  luogo  e  a  tempo  ne  faremo  menzione. 
E  di  presente  disse  lo  ré  al  prenze,  che  ne  tornasse 
in  Puglia,  e  appresso  di  lui  mandò  il  conte  di  Lan- 
zone  della  casa  di  Francia  con  più  altri  conti  e  baroni 
e  grande  cavallerìa  alle  spese  del  re  di  Francia  per 
aiuto  dèi  re  Carlo. 

CAPITOLO   LXUI.  ^ 

Come  quegli  di  Palermo  e  gli  altri  dciliani  man- 
darono a  papa  Martino  loro  atnbaseiadori. 

In  questo  tempo  parendo  a  quegli  di  Palermo  e 
agli  altri  Ciciliani  avere  mal  fatto,  e  sentendo  Pappa- 
recchiamento  grande  che  il  re  Carlo  faceva  per  venire 
sopra  loro,  si  mandarono  loro  ambasciadorì  frati  e 
religiosi  a  papa  Martino,  dimandandogli  miserìcordia, 
proponendo  in  loro  ambasciata  solamente:  Agnus 
Dei  qui  iollis  peccala  mundio  misererà  nobis;  Agnus 
Dei  qui  tollis  peccata  mundio  miserere  nobis;  Agnus 
Dei  qui  tollis  peccata  mundio  dona  nobis  pacem.  E'I 
papa  in  pieno  concistoro  fece  loro  questa  rìsposta, 
senza  altre  parole,  che  questo  è  scrìtto  nel  IVissto 
Domini:  Ave  rex  ludaeorum^  et  dabanl  ei  alapam. 
Ave  rex  ludaeorum^  etdabant  ei.  alapam.  Ave  rex 
Judaeorwny  ei  dabani  ei  alapam.  Onde  si  partirono 
molto  sconsolati. 

CAPITOLO  LXIV. 
Delt aiuto  che  7  comune  di  Firen%e  mandò  al  re  Carlo, 

Il  comune  di  Firenze  diandò  in  aiuto  del  re 
Cario  cinquanta  cavalieri  di  corredo,  e  cinquanta  don- 


*  che  ne  fece  d'avanso. 


zolli  gentili  uomini  di  tutte  le  case  nobili  di  Firenze  per 
farsi  cavalieri,  e  con  loro  compagnia  furono  cinque- 
cento bene  a  cavallo  e  in  arme,  e  loro  capitano  fu  per 
lo  comune  il  conte  Guido  da  BattifoUe  della  casa  de' 
conti  Guidi,  e  giunsono  alla  Catone  in  Calavra,  quan- 
do lo  re  V*  era  con  sua  oste  e  stuolo  per  valicare  a 
Messina,  onde  lo  re  si  tenne  dal  comune  di  Firenze 
riccamente  servito ,  e  ricevette  la  detta .  cavalleria 
graziosamente;  e  molti  di  loro  fece  cavalieri,  e  ser- 
virlo mentre  dimorò  a  Messina  alle  spese  del  detto 
comune.  E  portowi  il  detto  conte  e  capitano  il  pa- 
diglione grande  dèi  comune  di  Firenze,  il  quale  ri- 
mase alla  partita  da  Messina,  e'  Messinesi  il  misono 
per  ricordanza  nella  loro  grande  chiesa.  E  per  si- 
mile modo  molte  altre  città  di  Lombardia  e  di  To- 
scana mandarono  aiuto  di  genti  allo  re,  ciascuno  se- 
condo suo  podere. 

CAPITOLO  LXV. 

Come  lo  re  Carlo  si  pose  a  oste  a  Messina  per  mare 

e  per  terra. 

Lo  re  Carlo  ordinata  sua  oste  a  Napoli  per  an- 
dare in  Cicilia,  tutta  sua  cavalleria  e  gente  a  pie 
mandò  per  terra  in  Calavra  alla  Catena  incontra  a 
Messina,  e  '1  Faro  in  mezzo,  e  lo  re  ubando  a  Bran- 
dìzio  ovverà  in  concio  il  suo  navilio,  il  quale  avea 
apparecchiato  più  tempo  dinanzi  per  passare  in  Co- 
stantinopoli, e  furono  centotrenta  tra  galee  e  uscieri, 
e  legni  grossi,  senza  gli  altri  legni  di  Servigio ,  che 
furono  in  grande  quantitade  :  e  di  Brandizio  sì  parti- 
rono col  detto  naviliò,  e  giunse  incontro  a  Messina  a 
dì  6  di  luglio,  gli  anni  di  Cristo  1282,  e  posesi  a 
campo  dalla  parte  di  Tavermena  a  Santa  Maria  di 
Hocca  maiore  ^  ;  e  poi  ne  venne  alle  Paliare,  assai 
presso  alla  città  di  Messina,  e  'I  navilio  nel  Faro  in- 
contro al  porto.  E  fu  lo  re  con  più  di  cinquemila 
uomini  a  cavallo  tra  Franceschi,  Provenzali  e  Italiani 
e  popolo  senza  numero.  E  ciò  veggendo  i  Messinesi 
impaurirono  forte,  veggendosi  abbandonati  d^ogni 
salute,  e  la  speranza  del  soccorso  del  re  d*Araoqa 
pareva  loro  lung^  e  vana,  e  sì  mandarono  incontanente 
loro  ambasciadori  nel  campo  al  re  Carlo,  e  al  lega- 
to, pregandogli  per  Dio,  che  perdonasse  loro  il  mis- 
fatto, e  avesse  di  loro  misericordia  e  mandasse  per 
la  terra.  Lo  re  Carlo  insuperbito  non  gli  volle  torre 
a  misericordia,  che  di  certo  a  quoto  avea  la  terra  e 
poi  tutta  risola,  perocch^ erano  i  Messinesi  e  i  Ci- 
ciliani isprovveduti ,  e  non  ordinati  a  difensione,  né 
con  nullo  capitano,  ma  fellonescamente  gli  disfidò  lo 
re  a  morte  loro  e'  loro  figliuoli ,'  siccome  traditori 
della  Chiesa  di  Roma  e  della  corona  :  ch^  elli  si  di- 
fendessono,  s^avessòno  podere,  e  mai  con  patti  non 
li  venissono  innanzi  ;  onde  lo  re  fallò  troppo  appo 
Iddio,  e  in  suo  danno  ;  ma  a  cui  Dio  vuole  male,  gli 
toglie  il  senno^  I  Messinesi  udendo  la  crudele  rispo- 
sta del  re,  non  sapeano  che  si  fare,  e  per  quattro  di 


'  Bocca  maggiore,  alla  Siciliana,  come  disse  all' uso  de' 
Veneaiani  ea  Carino  per  caia  Cbrino. 
^  La  Giuntina:  fXla  è  sbrigaUi. 


140 


CROmCUE  ^ 


stettono  in  contesa  tra  loro  d*  arrendersi  o  di  difen- 
dersi con  grande  paura. 

CAPITOLO  LXVL 

Come  la  gente  del  re  ebbono  MeUiMO^  e  come  i 
Messinesi  mandarono  per  lo  legato  per  trattare  ac- 

cordo  col  re  Carlo, 

Avvenne  in  qnesta  stanza  ^,  che  lo  re  fece  passare 
co**  suoi  uscieri  per  lo  Faro  dinanzi  a  Hessina  il  conte 
di  Brenna,  e  quello  di  Monforte  con  ottocento  cava- 
lieri e  più  pedoni,  dalP altra  parte  di  Messina   verso 
Melazzo,  guastando- il  paese  d'intorno.  Per  la  qual  cosa 
certi  di  quelli  di  Messina  venendo  al  soccorso  di  Me- 
lazzo,  e  per  non  lasciarli  prendere  terra,  con  que'  di 
Melasio  insieme  furono  sconfitti  dalla  gente  del  re 
Carlo,  e  fnronne  morti  presso  di  mille,  tra  di  Messina 
e  di  Melazzo,  chi  alla  battaglia,  e  molti  trafelando^  e 
fuggendo  verso  Messina  ;  e  fu  presa  la  terra  e  castello 
di  Melauo  per  la  gente  del  re.   E  come  i  Messinesi 
ebbono  la  detta  novella,  incontanente  mandarono  nel 
campo  al  legato  cardinale,  che  per  Dio  venisse  in 
Messina  per  acconciarli  col  re  Carlo.  11  legato  venuto 
incontanente,  v^'entrò  con  grande  e  buono  volere  per 
acconciarli,  e  appresentò  le  lettere  del  papa  al  co- 
mune di  Medina,  per  le   quali  gli  ipandava  molto 
riprendendo  della  follia  fatta  per  loro  contra  allo  re 
Carlo  e  sua  gente;  e  questii  fg  la  forma:   A* perfidi 
e  crudeli  deW  isola  di  Cicilia^  Martino  papa  quarto 
quella  salute  di  che  voi  sete  degni^  siccome  corrompi- 
tori  di  pace  e  de""  cristiani  ucciditori^  e  spargitori  del 
sangue  de"  nostri  fratelli,  A  voi  comandiamo^  che^ 
vedute  le  nostre  lettere^  dobbiate  rendere  la  terra  al 
nostro  figliuolo  e  campione  Carlo  re  di  Gerusalem  e 
Cicilia  per  autorità  di  Santa  Chiesa^  e  che  dobbiate 
lui  e  noi  ubbidire^  come  legittimo  signore  ;  e  se  ciò 
non  faceste^  mettiamo  voi  scomunicati  e  interdetti^  ' 
secondo  la  divina  ragione^  annunciandovi  giustizia 
spirituale,  E  lette  !e  dette  lettere  per  lo  legato  cardi- 
nale sì  comandò,  che  sotto  pena  di  scomunicazione,  e 
d' tM^t  privati  d' ogni  beneficio  di  Santa  Chiesa ,  si 
dovessono  accordare  col  re,  e  rendergli  la  terra,  e 
ubbidirlo  come  laro  signore  e  campione  di  Santa 
Chiesa;  e  '*l  detto  legato  con  savie  parole  ammonen- 
dogli e  consigliandogli  che  ciò  dovessono  fare  per 
lo  loro  migliore  ;  per  la  qual  cosa  i  Messinesi  eles- 
sono  U^nta  buoni  uomini  della  città  a  trattare  V  ac- 
cordo col  legato,  e  vennero  a  volere  questi  patti; 
cioè  :  che  lo  re  ci  perdoni  ogni  misfatto  e  noi  gli  ren- 
deremo la  terra  y  dandogli  anno  per  anno  quello 
dC  e"  nostri  aniichi  davano  al  re  Guglielmo,  e  volemo 
signoria  latina^  e  non  Franceschi  né  Provensudi^  e 
saremli  obbedienti  e  buoni  fedeli,  I  quali  patti  il  legato 
mandò  dicendo  al  re4>er  lo  suo  camerlingo,  pregandolo 
per  Dio  dovesse  loro  perdonare  e  prendere  i  detti  patti, 
perocché  dappoi  fossero  ^  indurati  e  messisi  alla  di- 


fensione,  o^i  di  peggiorerebbe  patti;  ma  avendo 
egli  la  terra  con  volontà  de^  cittadini  medeiimi,  o- 
gni  di  gli  potrebbe  allargare  :  ed  era  sano  e  buono 
consiglio.  Come  lo  re  Carlo  ebbe  la  detta  risposta 
sbadirò  forte,  e  disse  fellonescamente:  I  nostri  sud- 
diti, che  contra  noi  hanno  servita  morte\  domandano 
patti^  e  voglionne  torre  la  signoria^  e  voglionmi  reci- 
dere censo  alTuso  del  re  Guglielmo,  che  quasi  non 
avea  niente  ;  non  ne  farei,  nulla  ;  ma  dappoi  che  al 
legato  piace,  io  perdonerò  loro  in  questo  modo  :  che 
io  voglio  di  loro  ottocento  stadichi  quali  io  vorrò,  e 
fame  mia  volontà,  e  tenendo  da  me  quella  signoria 
che  a  me  piacerà,  siccome  loro  signore,  pagando 
quelle  colte  e  dogane  che  sono  usate  ;  e  se  qt^to  vo- 
gliamo'fare,  sì  il  prendano  ;  e  se  non,  sì  si  difenda- 
no. La  qual  risposta  fu  molto  biasimata  in*  savii; 
che  se  lo  re  non  gli  avea  voluti  prendere  a*  primi 
patti,  quando  si  pose  all'assedio,  ch>rano  per  luì 
più  larghi  e  onorevoli,  a'  secondi  fece  fallo  del  dop- 
pio, e  non  considerò  gli  avvenimenti  e^  casi  fortu- 
nosi che  agli  assedii  delle  terre  possono  avvenire,  e 
che  avvennero  a  lui,  come  innanzi  faremo  menzione  : 
onde  fu  esemplo  e  sarà  sempre  a  quelli  che  saran- 
no, di  prendere  i  patti  che  si  .possono  avere  da*  ne- 
mici, potendo  avere  la  terra  assediata.  Ma  cui  vince 
il   peccato  universale  della  superbia  e  dell*  ira,  in 
nullo  caso  può  prendere  buono  consiglio. 

,     CAPITOLO  LXVU. 

Come  si  ruppe  il  trattato  delC  accordo  eh" avea  «le- 
nato  il  legato  del  re  Carlo  a"  Messinese 

Come  ì  rettori  ài  Messina  ebbono  1*  acerba  ri- 
sposta dal  legato,  che  lo  re  avea  fatta  al  suo  camer- 
lingo, i  detti  trenta  buoni  uomini  raunarono  il  po- 
polo, e  fecionla  loro  manifesta,  onde  tutti  come  di- 
sperati gridarono  :  In  prima  mangiamo  i  nostri  fi- 
gliuoli, che  a  questi  patti  ci  arrendiamo;  che  ciascuno 
di  noi  sarebbe  di  quegli  ottocento  ch'^'egli  domanda  : 
innanù  volemo  tutti  morire  dentro  alla  città  nostra, 
colle  mogli  nostre  e  co"  figliuoli,  ch"andare  morendo 
per"  tormenti,  e  pregioni  in  istrani  paesi.  Come  il 
legato  vide  i  Messinesi  cosi  male  disposti  a  rendersi 
al  re  Carlo,  fu  molto  cruccioso,  e  innanzi  si  partisse 
gli  pronunziò  scomunicati  e  interdetti,  e  comandò  a 
tutti  i  cherici,  che  infra  '1  terzo  di  si  dovessono  par- 
tire della  terra,  e  protestò  al  comune,  che  infra  i 
quaranta  di  dovessono  mandare  per  sufliciente  sin- 
daco a  comparire  dinanzi  al  papa,  e  ubbidire  e  udire 
sentenzia,  e  partissr'della  terra  molto  turbato. 

CAPITOLO  LXVm. 


*  in  qoesto  stante,  in  questo  mentre, 
rilassandosi  e  venendo  meno  per  soverchia  fMtica.    Il 
popolo  toscano  al  verbo  tra/dare  oggi  nel  parlare  anlepoue 
«n^»  «  dice  strafOare.  «a         r  t- 

•*  Testo  Dav.  mxrmno. 


Come  Messina  fu  combattuta  dalla  gente  del  re  CmHe, 

e  come  si  difesono. 

Come  il  cardinale  fu  tornato  neir  oste,  i  più 
de*  maggiori  dell'  oste  ne  furono  molto  crucciosi. 


'  meritato  morte:  è  maniera  antica.  Cosi  Matteo  Vil- 
lani, 11,  XX vili:  acendo  dal  Coimme  di  Firmt€  le  paghe 
che  avea  servite. 


DI  CaOVANNI  VILLANI. 


143 


CAPITOLO  LXXV. 

Come  allo  re  Carlo  convenne  per  necessità  par- 
tire  dalT  assedio  di  Messina^  e  lomossene  nel 

Regno. 

Qatndo  il  re  Carlo  adi  questo,  isbigotti  forte, 
che  mai  per  perìcolo  di  battaglia  né  per  altra  awer- 
lità  non  avea  avuto  paura,  e  sospirando  disse:  Vo- 
lesse Iddio  eh*  io  fossi  morto^  dappoi  che  la  fortuna  ni" è 
cosi  contraria^  che  ho  perduta  mia  terra  avendo  tanta 
potenma  di  gente  in  mare  e  in  terra;  e  non  so  perchè 
mf  è  t^Ua  da  gente  eh'*  io  mai  non  diservii  ;  e  molto  mi 
dogliOj  eh*  io  non  presi  Messina  compatti  ah  io  la  potei 
altere.  Ma  dacché  altro  "non  pouo^  (con  grande 
dolore  disse)  levisi  V  oste  e  passiamo  ;  e  chi  n'avrà 
colpa  di  questo  tradimento^  o  cherico  o  laico^  ne 
farò  grande  vendetta.  E  il  prìmo  giorno  fece  pas- 
sare la  reina  con  ogni  gente  di  mestiere^  e  con  parte 
degli  arnesi  dell'  oste  ;  il  secondo  di  passò  il  re  con 
tatta  sua  gente,  salvo  che  a  cautela  di  guerra  la- 
sciò in  aguato  di  fuorì  da  Messina  due  capitani  con 
diemila  cavalierì,  aiBnchò  levata  1*  oste,  se  quelli  di 
Messina  uscissono  /non  per  guadagnare  della  roba 
del  campo,  venissono  loro  addosso  e  entrassono  nella 
terra;  e  se  fatto  venisse,  ritornerebbe  il  re  con  sua 
gente  incontanente.  L'ordine  fu  bene  fatto,  e  cosi 
h  bene  contrappensato^,  eh' e' Messinesi  iscopersono 
il  detto  aguato,  e  comandarono  aotto  pena  della  vita 
che  nullo  uscisse  fuori  della  città;  e  cosi  fu  fatto. 
1  Franceschi  eh'  erano  rimasi  in  aguato,  veggendosi 
scoperti  procacciarono  di  passare,  e  vennerne  il  terzo 
di  allo  re  Carlo  in  Calavra,  e  dissono  come  il  suo 
avviso  era  loro  fallito;  onde  al  re  Carlo  raddoppiò 
il  dolore,  perchè  alcuna  speranza  n'  avea.  E  cosi  fu 
partita  tutta  l' oste  da  Messina,  e  diliberata  1»  città 
ch'ere  in  ultima  stremità  di  vivanda,  che  non  avea 
che  vivere  tre  giorni,  a  di  27  di  settembre,  gli  anni 
di  Cristo  1282.  U  seguente  di  giunse  l'ammiraglio 
del  re  d*  Araona  con  sua  armata  su  per  lo  Faro  di 
MesMsa  menando  grande  gaziurra  e  trionfo,  e  prese 
ventÌBOve  tra  galee  grosse  e  trite,  intra  le  quali  fu- 
rono cinque  galee  del  comune  di  Fisa,  eh'  erano  al 
servigio  del  re  Carlo.  E  poi  vegnendo  alla  Catona  e 
*  Reggio  in  Calavra  il  detto  ammiraglio  fece  mettere 
faoco  'e  ardere  da  ottanta  uscieri  del  re  Carlo,  ch'e- 
rano alle  piagge  disarmati,  e  questo  vide  il  re  Carlo 
e  sua  gente  senza  poterli  soccorrere,  onde  gli  rad- 
doppiò il  dolore.  E  avendo  il  re  Carlo  una  bacchetta 
ia  mano,  com*  era  sua  usanza  di  portare,  per  cruccio 
la  eominciòa  rodere,  e  disse  :  Ah  Dieu^  molt  m' aves 
ofert  à  ntrmonter  ;  je  te  prie,  que  V  avaler  soit 
tout  beUemeni.  E  cosi  si  mostra,  che  senno  umano 
■è  Ibrza  di  gente  non  ha  riparo  al  giudicio  .di  Dio. 
Come  lo  re  Carlo  fu  passato  in  Calavra  diede  com- 
Buato  a  lutti  gli  suoi  baroni  e  amici,  e  molto  dolo- 
roso si  ritornò  a  Napoli.  Lo  re  Piero  d*  Araona,  avuta 
h  novella  defla  partita  del  re  Carlo  e  di  sua  oste  da 
Messina,  e  come  il  suo  ammiraglio  avea  operato,  fu 


*  baga^oai,  vervidonune. 

^  antiveduto  negli  altrui  pensamenti. 


I  molto  allegro  ;  e  di  presente  si  partì  da  Palermo  con 
I  tutti  i  suoi  baroni  e  cavalieri,  e  venne  a  Messina  a 
di  10  d'ottobre  della  detta  indizione,  e  da'  Messi- 
nesi uomini  e  donne  fu  ricevuto  a  grande  processione 
e  festa,  siccome  loro  novello  signore,  e  che  gli  avea 
liberati  delle  mani  del  re  Carlo  e  de*  suoi  Franceschi. 
Lasceremo  alquanto  dello  stato  in  che  rimase  l'isola 
di  Cicilia,  e  lo  Regno  di  qua  dal  Faro,  e  diremo  della 
progenia  del  detto  re  d^Araona,  perchè  seguita  ma- 
teria grande  de'  suoi  fatti  e  de'  suoi  figliuoli. 

CAPITOLO  LXXVI. 
Chi  fu  il  primo  re  d" Araona  cristiano. 

Quelli  della  casa  d' Araona  non  furono  antica- 
mente di  legnaggia  reale,  ma  grandi  conti  furono, 
cioè  di  Barzeliona  e  di  Valenza;  e,  come  dicemmo 
addietro,  l'antico  loro^  ciò  fu  il  conte  Amfus,  fu  scon- 
fitto e  morto  da'  Franceschi  all'  oste  a  Carcasciona, 
al  tempo  del  re  Filippo  il  Bornio  re  di  Francia.  E 
dicesi  che  anticamente  quelli  d' Araona  furono  d' uno 
legnaggio  col  conte  di  Tolosa  e  del  buono  conte  Ra- 
mondo  di  Proenza  ;  .ma  poi  il  buono  conte  Giamo 
figliuolo  del  detto  Amfus,  e  padre  che  fu  dei  re  Piero 
che  prese  Cicilia,  onde  tanto  avemo  parlato,  per 
sua  prodezza  e  valore  prese  sopra  i  saracini  di  Spa- 
gna il  reame  d' Araona,  e  uccise  il  loro  re,  e  del 
loro  reame  sì  coronò,  e  popolò  de'  suoi  Catalani,  e 
fecelo  uno  colla  Catalogna,  e  fu  egli  e  sue  rede  con« 
fermato  re  d' Araona  per  la  Chiesa  di  Roma.  E  poi 
appresso  per  simile  modo  conquistò  sopra  i  saradoi 
il  reame  e  l'isola  di  Maiolica  e  di  Minorica,  e  per 
avere  pace  co'  Franceschi  diede  la  figliuola  per  moglie 
al  re  Filippo  figliuolo  che  fu  del  buono  re  Luis  di 
Francia,  e  in  dote  parte  della  signoria  di  Perpiguano 
e  di  Monpelieri.  E  quando  venne  a  morte,  lo  'nfante 
Piero  suo  primo  figliuolo  fece  e  lasciò  re  d*  Araona, 
e  Giamo  il  secondo  figliuolo  re  di  Maiolica,  onde  poi 
sono  discesi  valenti  re  e  signori,  come  innanzi  fa- 
remo menzione.  E  la  loro  arme  principale  è  oro  e 
fiamma,  cioè  addogata  per  lungo  ad  oro  e  vermiglia, 
le  bande  di  fuori  ad  oro.  Lasceremo  di  quelli  d' Araona 
e  della  rubellazione  di  CiciUa,  infino  che  luogo  e 
tempo  verrà  di  ciò  parlare,  e  torneremo  a  nostra 
materia  de'  fatti  di  Firenze,  e  raccontando  in  brleve 
dell'  altre  novità  notevoli  per  1'  universo  mondo  av- 
venute Jn  questi  tempi. 

CAPITOLO  LXXVn. 

Cotne  i  Lucchesi  arsono  e  guastarono  la  terra 

di  Pescia. 

Negli  anni  di  Cristo  1281,  i  Lucchesi  arsono 
e  guastarono  tutto  il  castello  e  terra  di  Poscia  in 
Valdinievole,  perchè  teneano  parte  d' imperio  e  ghi- 
bellina, e  non  voleano  ubbidire  uè  stare  sotto  la 
signoria  della  città  di  Lucca;  e  alla  detta  oste  vi 
furono  i  Fiorentini  molta  grossi  in  servigio  de*liuc- 


*  il  loro  progenitore;  origine. 


144 


CRONICHE 


chesi.  E  perchè  i  Fiorentini  s*  intramisono  nella  det- 
ta oste  d^  accordo  da^  Lucchesi  a  qne"  di  Pescia,  quan- 
do r  oste  tornò  in  Lucca,  a^  Fiorentini  fu  fatta  e 
detta  villania  dal  popolo  di  Lucca. 

CAPITOLO  LXXVHL 

Come  Ridolfo  eletto  imperadore  mandò  ino  vicario 

in  Toscana. 

Nel  detto  anno  1281,  Ridolfo  re  de'  Romani 
essendo  in  Alama^a  a  richiesta  e  prìego  de'  ghi- 
bellini di  Toscana,  mandò  nella  detta  Toscana  per 
auo  vicario  messer  Loddo  d' Alamagna  con  trecento 
cavalieri,  acciocch*  e' Toscani  facessono  la  sua  fe- 
deltà e  comandamenti  ;  ma  non  trovò  nulla  terra  che'  1 
volesse  ubbidire,  se  non  la  città  di  Pisa  e  Sammi- 
niato  del  Tede9co.  E  nel  detto  Samminiato  colle  sue 
masnade,  e  col  favore  de'Pisani,  cominciò  guerra  a'Fio- 
rentini  e  a'  Lucchesi,  e  ad  altre  terre  guelfe  d' in- 
torno ;  ma  alla  line  per  poco  podere  e  seguito  s*  ac- 
conciò co'  Fiorentini  e  con  gli  altri  guelfi  di  Toscana, 
e  tornossi  in  Alaoiagna. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  di  prima  si  creò  Vuficio  de*  priori  in  Firen%e. 

Negli  anni  di  Cristo  1282,  essendo  la  città  di 
Firenze  al  govemamentò  dell'ordine  de' quattordici 
buoni  uomini,  come  avea  lasciato  il  cardinale  Latino, 
dò  erano  otto  guelfi  e  sei  ghibellini,  come  addietro 
facemmo  meniione,  parendo  a'  cittadini  il  detto  uficio 
de'  quattordici  uno  grande  volume  e  confusione,  ad 
accordare  tanti  divisati  animi  a  uno,  e  massimamente 
perchè  a' guelfi  non  piacea  la  consorteria  nell' uficio 
co'  ghibellini  per  le  novitadi  eh*  erano  già  nate,  sic- 
come della  perdita  che  '1  re  Carlo  avea  già  fatta  del- 
l' Isola  di  Cicilia,  e  della  venuta  in  Toscana  del  vi- 
cario dello  'mperio,  e  si  per  guerre  cominciate  in 
Romagna  per  lo  conte  di  Montefeltro  per  gli  ghi- 
bellini, per  iscampo  e  salute  della  città  di  Firen- 
ze sì  annullarono  il  detto  uficio  de'  quattordici,  e 
si  creò  e  fece  nuovo  uficio  e  signoria  al  governo  della 
detta  città  di  Firenze,  il  quale  si  chiamarono  priori 
dell'  arti  ;  il  quale  nome  priori  dell'  arti,  viene  a  dire 
i  primi  eletti  sopra  gli  altri  ;  e  fu  tratto  del  Santo 
Vangelio,  ove  Cristo  disse  a' suoi  discepoli:  Vose- 
stis  priores,  E  questo  trovato  e  moviménto  si  comin- 
ciò per  gli  consoli  e  consìglio  dell'  arte  di  Calimala, 
della  quale  erano  i  più  savi  e  possenti  cittadini  di 
Firenze,  e  del  maggiore  seguito,  grandi  e  popolani, 
i  quali  intendeano  a  procaccio  di  mercatanzia  spezial- 
mente, che  i  più  amavano  parte  guelfa  e  di  Santa 
Chiesa.  E'  primi  priori  dell'  arti  furono  tre,  i  nomi 
de'  quali  furono  questi  :  Bartolo  di  messer  Iacopo 
de'  Bardi  per  lo  sesto  d' Oltrarno  e  per  l' arte  di  Ca- 
limala ;  Rosso  Bacherelli  per  lo  sesto  di  San  Piero 
Scheraggio  per  l' arte  de'  cambiatori  ;  Salvi  del  Chia- 
ro Girolami  per  lo  sesto  di  San  Brancazio  e  per 
l'arte  della  lana.  E  cominciarono  il  loro  uficio  in 
mezzo  giugno  del  detto  anno,  e  durò  per  due 
mesi  ìnfino  a  mezzo  agosto,  e  così  doveaoo  seguire 


di  due  in  due  mJBsi  per  le  dette  tre  maggiori  arti 
tre  priori.  E  furono  rinchiusi  per  dare  andienza,  e 
a  dormire  e  a  mangiare  alle  spese  del  comune,  nella 
casa  della  Badia,  dove  anticamente,  come  avemo 
detto  addietro,  si  raunavano  gli  anziani  al  tempo 
del  popolo  vecchio,  e  poi  i  quattordici.  E  fu  ordinato 
a'  detti  priori  sei  berrovieri  '  e  sei  messi  per  richie- 
dere i  cittadini;  e  questi  priori  col  capitano  del  po- 
polo aveano  a  governare  le  grandi  e  gravi  cose  del 
comune,  e  raunare  e  fare  i  consigli  e  le  provvisioni. 
E  stando  i  detti  due  mesi,  a' cittadini  piacque  Tufi- 
ciò  ;  e  per  gli  altri  due  mesi  seguenti  ne  chiamaro- 
no sei,  uno  per  sesto,  e  aggiunsono  alle  dette  tre 
maggiori  arti  l' arte  de'  medici  e  speziali,  e  1'  arte  di 
portele  Sanctae  Mariae^  e  quella  de' vaiai  e  pellic- 
ciai, poi  di  tempo  in  tempo  vi  furono  aggiunte  tutte 
r  altre  infino  alle  dodici  maggiori  arti  ;  ed  eranvi 
de'  grandi  come  de'  popolani  uomini  grandi  di  buona 
fama  e  opere,  e  che  fossono  artefici  o  mercatanti.  E 
così  segui  infino  che  si  fece  il  secondo  popolo  in 
Firenze,  siccome  innanzi  al  tempo  debito  faremo 
menzione.  D'allora  innanzi  non  vi  fu  ninno  grande; 
ma  fuvvi  arroto'  il  gonfaloniere  della  giustizia,  e  tal- 
ora furono  dodici  priori  secondo  le  mutazioni  dello 
stato  della  città  e  opportuni  bisogni  che  occorres- 
sono,  e  del  numero  di  tutte  e  ventun'  arti,  e  di  quelli 
che  non  erano  artefici,  essendo  stati  artefici  i  loro 
anticessori.  L'elezione  del  detto  uficio  si  facea  per 
gli  priori  vecchi  colle  capitudini  delle  dodici  arti  mag- 
giori, e  con  certi  arroti  eh'  eleggeano  i  priori  per 
ciascuno  sesto,  andando  a  squittino  segreto,  e  quale 
più  voci  avea,  quegli  era  fatto  priore  ;  e  questa  ele- 
zione si  facea  nella  chiesa  di  San  Piero  Scheraggio, 
e  '1  capitano  del  popolo  stava  allo  'ncontro  della 
detta  chiesa  nelle  case  che  furono  de'  Tizzoni.  Avemo 
tanto  detto  del  cominciamento  di  questo  uficio  de'prio- 
ri,  perchè  molte  e  grandi  mutazioni  ne  seguirono 
alla  città  di  Firenze,  come  innanzi  a  luogo  e  tempo 
per  gli  tempi  faremo  menzione.  Lasceremo  di  dire  al 
presente  alquanto  de'  fatti  di  Firenze,  e  diremo  d' al- 
tre novitadi  che  furono  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  LXXX. 

Come  papa  Martino  mandò  messer  Gianni  de  Pà 
conte  in  Romagna,  e  come  prese  la  città  di  Faenza, 

e  assediò  Forlì  " 

Nel  detto  anno  1 282,  essendo  il  conte  Guido  da 
Montefeltro  colla  forza  de'ghibellini  entrato  in  Roma- 
gna, e  gran  parte  delle  terre  fece  ribellare  alla  Chie- 
sa, siccome  quegli  ch*era  il  più  sagace  e  il  più  sottile 
uomo,  di  guerra  eh'  al  suo  tempo  fosse  in  Italia.  Per 
la  qual  cosà  papa  Martino  rimosse  messer  Bertoldo 
Orsini  che  n'era  conte  e  rettore  per  la  Chiesa,  e  man- 
dowi  messer  Gianni  de  Pà  gentile  uomo  di  Francia, 
e  molto  provato  cavaliere  in  arme,  e  tenuto  uno  dei 
migliori  battaglieri  di  Francia;  e  portava  in  sue  arme 
il  campo  verde  e  gli  aguglinì  ad  oro.  11  quale  messer 
Gianni  de  Pà  il  detto  papa  per  la  Chiesa  il  fece  con- 


'  birri.     '  aggiunto. 


bt  CIÓVAWNI  VILLAÌSI. 


Ìi5 


te,  e  con  grande  cavalleria  di  soldati  per  la  Chiesa, 
Franceschi  e  Italiani,  entrò  in  Romagna,  e' Perugini 
vi  mandarono  al  loro  soldo  cento  cavalieri;  al  quale 
fu  data  per  tradimento  e  moneta  la  città  di  Faenza 
per  TribaldeUo  de'  Manfredi  de'  maggiori  di  quella 
terra.  Poi  il  detto  messer  Gianni  de  Pà  colle  masnade 
d^lla  Chiesa  e  colPaiuto  de'Bolognesi,  e  con  dugento 
cavalieri  che  vi  mandò  il  comuìie  di  Firenze  in  servi- 
gio della  Chiesa,  e  colla  forza  de^Malatesti  da  Rimino 
e  di  quegli  da  Polenta  di  Ravenna,  assediarono  la 
città  di  Forlì,  ma  non  la-  poterono  avéìre. 

CAPITOLO  LXXXI. 

é 

Come  messer  GiamU  de  Pà  conte  di  Romagna  fu 
sconfitto  a  ForU  dal  conte  dà  Montefeitro, 

Nel  detto  tempo,  stando  il  detto  messer  Crianni 
de  Pà  conte  di  Romagna  in  Faenza,  e  faoea  guerra 
alla  città  di  Forlì,  cercò  trattato  d' avere  per  tradi- 
mento la  detta  terra;  il  quale 'trattato  il  conte  Guido 
da  Uontafeltro,  che  n'era  signore,  fece  muovere  e 
cercare,  come  quegli  che  e)ra  maestro  e  di  trattati 
e  di  guerra,  e*  conosceva  la  follìa  de*  Franceschi.  Alla 
fine  il  dì  di  calen  di  maggio,  gli  anni  di  Cristo  1282, 
il  detto  messer  Gianni  con  sua  gente  la  mattina  per 
tempo  anzi  giorno  venne  alla  città  di  Forlì  credendo- 
lasl  avere  ;  e  come  per  .lo  conte  da  Montefeltro  era 
ordinato,  gli  fu  data  V  entrata  d' una  porta,  il  quale 
v^enM  con  parte  di  sua  gente,  e  parte  ne  lasciò  di 
fuori  con  ordine,  che  a  ogni  bisogno  socÈorressono  a 
que"  dentro,  e  se  caso  contrario  avvenisse,  si  rammas- 
sassono  tutta  sua  gente  in  uno  campo  sotto  V  ombra 
d' una  grande  quercia.  1  Franceschi  eh'  entrarono  in 
Forlì  corsono  la  terra  sansa  contrasto  ninno;  e  'I  conte 
da  Montefeltro,  che  sapea  tutto  il  trattato,  con  sue 
genti  se  n'uscì  fuori  della  terra,  e  dissesi  per  agurìo  e 
consiglio  d' uno  Guido  Bonatti  ricopritore  di  tetti  S 
che  si  facea  astrolago,  ovvero  per  altra  arte,  il  conte 
da  Montefeltro  si  reggea  e  d^va  egli  le  mosse;  e  alla 
detta  impresa  gli  diede  il  gonfalone,  e  disse  :  In  tale 
punto  Vhai^  che  mentre  se  ne  terrà  peiw  ove  il 
porterai  sarai  viUorioso;  ma  piuttosto  credo  che.  le 
sue  vittorie  fossero,  per  lo  suo  senno,  e  maestria  di 
guerra  :  e  come  avea  ordinato,  e  percosse  a'  quegli 
di  fuori  eh'  erano  rimasi  all'  albero,  e  miseli  in  rotta. 
Quegli  ch'entrarono  dentro  credendosi  avere  la  terra, 
aveano  fatta  la  ruberia  e  prese  le  C4ise:  come  ordinato 
fu  per  lo  <:onte  da  Montefeltro,  fu  alla  maggior  parte 
di  loro  tolto  i  freni  e  le  selle  de'ca  valli  da' cittadini, 
e  incontanente  il  detto  conte  TX)n  parte  di  sua  gente 
da  una  delle  porte  rientrò  in  Forlì  e  corse  la  terra,  e 
parte  di 'sua  cavalleria  e  genti  a  pie  lasciò  sotto  la 
quercia  schierati,  com'era  Tordinè  e  postura  de'Fran* 
ceschi.  Messer  Gianni  de  Pà  e  suoi,  veggendosi  così 


guidati,  e  credendosi  avere  vinta  la  terra,  si  tennero 
morti  er  traditi,  e  chi  poteo  ricoverare  al  suo  cavallo 
si  fuggì  della  Corra,  e  andonne  all'albero  di  fuori 
credendovi  trovare  la  loro  gente  ;  e  là  andando,  era- 
no da'  loro  nimici  o  presi  o  morti^  e  simile  quelli  che 
erano  rimasi  nella  terra,  onde  i  Franceschi  e  la  gente 
della  Chiesa  ricevettono  grande  sconfitta  e  dammag- 
gio,  e  morirvi  moki  buoni  cavalieri  Franceschi  e  dei 
latini  caporali,  intra  gli  -altri  il  oonte  Taddeo  da  Mon- 
tefeltro cugino  del  conte  Guido,  il  quale  per  qoistioni 
de' suoi  eretaggi  '  tenea  coUa  Chiesa  contro  al  detto 
conte  Guido;  e  morìwi  TribaldeUo  de' Manfredi  che 
«vea  tradita  Faenza,  e  pia  altri  ;  ma  il  conte  di  Ro- 
magna messer  Gianni  de  Pà  pure  scaoipò  con  eerti 
della  detta  sconfitta,  e  tomossi  in  Faenza. 

CAPITOLO  LXXXn. 

Come  Forlì  smarrendo  alla  CAteso,  e  fa  accordo 

in  Romagna. 

Come  papa  Martino  seppe  la  detta  sconfitta  di 
Forlì,  sì  mandò. al  conte  di  Romagna  gènte  assai  a 
cavallo  e  a  pie  al  soldo  dèlia  Chiesa,  faceendo  guerra 
a  Forlì;  e  in  questa  stanza  a  mezzo  marzo  vegnente 
1282,  il  detto  conte  ebbe  per  tradimento  la  città  di 
Cervia  in  Romagna,  per  mille  seicento  fiorini  d' oro 
che  se  ne  spesono  per  la  Chiesa.  Per  la  qual  cosa 
per  trattato  d' accordo  quegli  di  Forlì'  s' arrenderono 
alla  Chiesa  del  mese  di  maggio  1283,  a  patti,  salvi 
l'avere  e  le  persone,  mandandone  fuori  il  eonte  da 
Montefeltro,  e  disfaccendosi  le  fortezze  dellr  terra  ;  e 
quasi  tutta  Romagna  fu  alPubbidlenza  della  Chiesa.  E 
poi  il  detto  conte  da  Montefeltro  con  sue  masnade 
partito  da  Forlì,  si  ridusse  nel  castello  di  Meldola 
faceendo  grande  guerra;  perla  qual  cosa  il  conte  di 
Romagna  con  tutte  le  masnade  della  Chiesa  v'andò  ad 
oste  del  mese  di  luglio,  e  stettervi  cinque  mesi,  e  non 
la  poterò  avere.  In  questa  stanza  dello  assedio  di  Mel- 
dola venne  fatta  a  messer  Gianni  de  Pà  una  presta  e 
notabile  cavallerìa  ^  ;  eh'  egli  avea  in  usanza  ogni 
giorno  in  sull'ora  di  terza,  con  poca  compagnia  e  quasi 
disarmato,  d' andare  intorno  al  castello  provveggen- 
do  ;  uno  valente  uomo  uscito  di  "Firenze,  il  quale  era 
dentro,  eh*  avea  nome  Baldo  da  Montespertoli,  si 
pensò^  d' uccidere  messer  Gianni  de  Pà,  e  armossi  <li 
tutte  armi  a  cavallo,  e  a  corsa  colFelmo  in  capo  e 
con  la  lancia  abbassata  si  mosse  per  fedire  messer 
Gianni,  il  quale  s' avvide-  della  venuta  del  cavaliere, 
m^  però  non  si  mosse,  ma  attese;  e  come  s* appres- 
sò, diede  del  bastone  che  portava  in  mano  nella  lan- 
cia del  giostratore  e  levoflasi  da  dosso,  e  passando 
oltre,  il  prese  a  braccia,  e  levoOo  della  sella  del  ca- 
vallo in  terra,  e  di  sua  mano  col  suo  spuntone  l'uc- 
cise; e  così  quegli  che  credea  uccidere,  da  colui  me- 
desimo fu  morto.  Lasceremo  de' fatti  di  Romagna,  e 


'  Questo  astrologo,  contemporaiico  del  uon  meno  faiposo 
Gherardo  da  Sabbioncta.  fa  posto  da  Dante  «eli*  Inferno 
perchè  diede  a  papa  BonliJÈicio  il  frodolento  consiglio  : 
Jjunga  prome*ia  cóW  cUtendtr  corto  Ti  farà  trionfar  nel- 
V  alio  itggio.  Vedi  intomo  al  Bonatti  le  copiose  ed  eradi- 
UMime  |iotÌ2Ìe  raccolte  dal  sig.  Don  Baldassare  Principe 
Boncompagniy  Roma,  tip.  delle  Belle  Arti»  1831;  in  8.* 


'  eseditaggi:  di  certe  abbreviature  U  Villani  si  diletta 
quasi  imitando  il  suono  delle  Tod  corrispondenti  fi«ncesi: 
ttttaggioy  postura  y  temmoiia,  mtia  rendono  troppo  dap- 
presso héretag$y  postvref  semame  e  veUié  del  gallico  idioma. 

'  bravura  in  arme^  bella  prova  da  cavaliere. 

^  La  Giontina:  si  poH  in  cuore. 

10 


146 


CRONICHE 


diremo  d'altre  noviladi  che  fgrono  per  l'universo 
mondo  ne' detti  tempi,  che  nel  detto  anno  ne  furono 
assai. 

CAPITOLO  LXXXlIi. 

Come  U  re  d*  Erminia  con  grande  gente  di  Tartari 
fu  sconfitto   alla  Cammella  in  JSoria   dal  soldano 

d  Egitto. 

Mei  detto  anno  1 282,  lo  re  d^  Ermikua  essendo 
andato  al  grande  cane  deTartarì  per  soccorso  e  aiuto 
contro  a'saradni  loro  nimki,  gli  diede  mio  suo  ni- 
pote, che  avea  nome  Mangodamor,  con  trentacìnque- 
mila  Tartari  a  cavallo,  il  quale  venne  in  Soria  col 
detto  re  d'Erminia,  ove  a'acooznrono  co' cristiani 
dinanzi  alla  città  d'Ames  detta  oggi  la  Cammella, 
ovverà  ad  assedio  il  soldano  d'Egitto  con  grandissi- 
mo esercito  di  saracini.  E  congiunte  le  dette  osti, 
grande  e  pericolosa  battaglia  fu  tra  l' una  parte  e 
r  altra  ;  ed  avendo  alla  prima  ì  cristiani  co'Tartari  in- 
sieme quasi  la  vittoria  sopra  i  saracini,  il  detto  Man- 
godamor  corrotto  per  danari  da*  saracini,  usò  tradi- 
mento contro  a' cristiani  in  questo  modo:  che  quando 
egli  vide  eh'  e' saracini  erano  messi  in  isconfttla,  Man- 
godamor  capitano  deTartarì  ismontò  da  cavallo,  onde 
tutti  i  suoi  Tartan,  com'  è  loro  usansa,  ismontarono 
quando  vidono  smontato  loro  signore  ;  per  la  qual 
cosa  il  soldano,  com'  era  ordinato,  raccolse  sue  genti 
e  ricoverò  il  campo,  e  sconfisse  i  cristiani  con  gran- 
dissimo danno  di  loro,  e  tutte  le  terre  della  Soria 
eh'  avea  perdute  si  riprese.  Ma  tornando  i  Tartari  che 
scamparono  di  quella  sconfitta  ad  Abagà  gran  cane, 
tutti  i  caporali  fece  uccidere,  e  agli  altri  comandò 
che  sempre  andassono  vestiti  come  femmine  pei*  loro 
dirìsione,  e  così  feciono  a  sua  vita. 


CAPITOLO  LXXXIV. 
Come  si  cominciò  la  guerra  de""  Genovesi  a'/^ant. 

In  questi  tempi  la  città  di  Fisa  era  in  grande  e 
nobile  stato  dà  grandi  e  possenti  cittadini  de'  più  d*  Ita- 
lia, e  erano  in  accordo  e  unità,  e  manteneano  grande 
stato,  che  v'era  cittadiiio  il  giudice  di  Gallura,  il 
conte  Ugolino,  il  conte  Fuio,  il  conte  Nieri,  il  conte 
Anselmo,  il  giudice  d' Alborea  n'era  cittadino,  e  cia- 
scuno per  se  tenea  gran  corte.  E  con  molti  cittadini 
€  cavalieri  affiati  ^  cavalcavano  ciascuno  per  la  terra, 
e  per  la  loro  grandezza  erano  signori  di  Sardigna,  e 
di  Corsica,  e  d' Elba,  onde  aveano  grandis3ime  reu- 
dite in  proprio  e  per  lo  comdne;  e  quasi  dominavano 
il  mare  co' loro  legni  e  mercantazie,  e  oltramare  nella 
città  d'Acri  erano  molto  grandi,  e  con  molti  paren- 
tadi con  grandi  borgesi  d^Acri.  Per  la  qual  cosa 
avendo  per  più  tempo  dinanzi  avuta  gara  co'  loro  vi- 
cini Genovesi  per  la  signoria  di  Sardigna,  e  quasi  in 
mare  gli  aveano  come  per  femmine,  e  in  ogni  parte  gh^ 


*  che  pagano  /Sp,  vocabolo  antico  che  vale  tribuUi  dd 
feudo,  e  molto  più  spesso  feudo.  Dì  qui  le  frati  oggi 
usatisiime:  pagare  U  Jto^  per  pagar  le  pene^  porre  il  fio 
nd  uno  per  pnnirlo^  tattigarlo  ecc. 


soperchiavano,  e  in  Acri  gli  oltraggiarono  molto  i 
Pisani,  e  colla  forza  de'  loro  parenti  borghesi  d'Acri 
disléciono  per  battagKa.  e  per  fuoco  la  ruga  ^  de'  Ge- 
novesi d'Acri,  e  cacciargli  della  terra;  per  la  qu«l 
cosa  i  Genovesi  veggendosi  soperchiati,  e  di  loro 
natura  erano  molto  orgogliosi,  per  vendicarsi  de'Pi- 
sani,  feciono  un'armata  di  settanta  galee,  e  dei  mese 
d'agosto,  gli  anni  di  Cristo  1282,  vennero  sopra 
Porto  Pisano  a  due  miglia.  1  Pisani  con  la  loro  ar- 
mata di  settantacinque  galee  uscirono  di  Porto  per 
combattere  co'  Genovesi,  i  quali  veggendo  eh*  erano 
più  di  loro,  e  la  loro  armata  era  il  più  di  Lombardi  e 
Piemontani  a  soldo,  non  si  vollono  mettere  alla  for- 
tuna della  battaglia,  ma  si  tornarono  a  Genova.  I  Pi- 
sani ne  montarono  in  superbia,  e  del  mese  di  set- 
tembre vegnente  colla  detta  armata  andarono  infino 
nel  porto  di  Genova  per  là  condotta  di  messer  Natta 
Grimaldi  rubello  di  Genova,  e  saettarono  nella  città 
quadrella  d'ariento;  poi  tornarono  a  Porto  Venero,  e 
puosonsi  all'isola  del  Tiro,  e  guastarono  intomo 4i 
Porto  Venero  e  al  golfo  della  Spezia,  e  partendosi  di 
là  per  tornare  a  Pisa,  essendo^ in  alto  mare,  come 
piacque  a  Dio,  si  levò  una  fortuna  con  vento  a  gher- 
bino^  si  forte  e  impetuoso,  che  tutta  isciarrò  la  detta 
armata,  e  parte  di  loro  galee,  intorno  di  ventitré, 
percosse,  e  ruppono  alla  piaggia  del  Viereggio  e 
alla  foce  di  Serchio,  ma  poche  genti  vi  perirono,  ma 
tornarono  in  Pisa  chi  ignudo  e  chi  in  camicia  a  modo 
di  sconfitta.  E  per  tema  che  s*  ebbe  in  Pisa  della 
detta  rotta,  si  commosse  tutta  la  città,  e  le  donne 
scapigliate  a  pianto  e  dolore,  e  ciascuna  si  credea 
avere  meno  chi  il  marito  e  chi  il  padre,  o  figliuolo 
0  fìratellu.  E  questo  fu  grande  segno  del  futuro  danno 
de'  Pisani,  come  innanzi  per  gli  tempi  faremo  men- 
zione. I  Genovesi  per  f  oltraggio  ricevuto  da'  Pisani 
si  dispuosono  di  vendicarsi,  e  come  valenti  uomini 
feciono  ordine  di  non  navicare  in  legni  grossi  né  in 
navi,  se  non  in  galee  sottili,  e  di  non  armarle  di 
ninno  soldato  forestiere,  com*  erano  usati  di  fare,  ma 
de'  migliori  e  maggiori  cittadini  che  vi  fossono  com- 
partire per  soprassaglienti^  per  galee,  e  studiare  alle 
balestra  e  galeotti  di  loro  riviera;  e  per  questo  mo- 
do divennero  prodi  e  sperli  in  mare,  e  ricoverarono 
loro  stato,  e  ebbono  vittoria  sopra  i  Pisani,  come  in- 
nanzi al  tempo  faremo  menzione.  Lasceremo  alquanto 
della  incominciata  guerra  de' Pisani  e  Genovesi,  e 
torneremo  alla  materia  cominciata  per  lo  re  d'Araona 
al  ré  Carlo,  e  parte  delle  seguenti  di  quella. 

CAPITOLO   LXXXV. 

Come  il  prence  figliuolo  del  re  Carlo   con  molta 

baronia  di  Francia  e  di  Proenza  passaronQ  per  Fi- 

reme  per  andare  sopra  i  Ciciliani. 

Nel  detto  anno  1282,  del  mese  d*  ottobre,  ven- 
ne in  Firenze  Carlo  prenze  di  Salerno  e  figtiuolo 


'  strada;  voce  antica. 

^  vento  libeccio,  detto  anche  garbino,  agherbino  o  Snd- 
Oveat. 

^  marinai,  che  salgono  suiralto  della  nave  a  ben  con- 
durla o  per  combattere. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


U7 


prìmogenilo  del  grande  re  Carlo  eoo  seicento  cava- 
lieri, il  quale  veniva  di  Proenza  e  di  Francia  per  man- 
dato del  800  padre  per  esser  all'  assedio  di  Messina, 
ma  venne  tardi,  che  già  s' era  partito  il  re  Carlo  da 
Messina  colla  sua  oste,  e  venuto  a  corte  di  Roma  al 
papa,  siccome  addietro  facemmo  menzione.  In  Firenze 
fu  ricevuto  il  detto  prenze  a  grande  onore,  e  fecevi 
tre  cavalieri  della  casa  de^  Bondelmonti;  e  inconta- 
nente se  n*  andò  a  corte  di  Roma,  ov^  era  il  re  Carlo 
con  sua  baronia.  Per  simile  modo  passarono  e  ven- 
nero in  Firenze,  a  dì  24  di  novembre,  vegnente  il 
conte  di  Lanzone  fratello  del  re  di  Francia  con  molti 
baroni  e  cavalieri,  i  quali  il  re  Filippo  di  Francia 
mandava  in  soccorso  al  re  Carlo.  E  soggiornati  al- 
quanti di  in  Firenze,  e  da'*  Fiorentini  veduti  onore- 
volmente, se  n*  andaro  a  corte  di  Roma  al  re  Carlo. 

CAPITOLO  LXXXVI. 

Come  lo  re  Carlo  e  lo  re  Piero  éT  Araona  s*  ingag" 
giarono  di  combattere  insieme  a  Bardella  in  Gua- 
scogna per  la  lenza  di  Cicilia. 

In  questi  tempi  essendo  lo  re  Cario  con  tutta 
la  sua  baronia  a  corte  di  Roma  nella  città  di  Roma, 
e  dinanzi  a  papa  Martino  e  a  tutti  i  suoi  cardinali 
avea  fatto  appello  di  tradigione  contro  a  Piero  re 
d* Araona,  il  quale  gli  avea  tolta  risola  di  Cicilia, 
e  che  il  detto  re  Carlo  era  apparecchiato  di  provarlo 
per  battaglia,  il  détto  re  Piero  mandati  suoi  amba- 
sciadori  alla  detta  corte  a  contrastare  al  detto  appello, 
e  a  scusarsi  di  tradigione,  e  che  ciò  eh*  avea  fatto 
era  a  lui  con  giusto  titolo,  e  che  di  ciò  era  appa- 
recchiato di  combattere  corpo  a  corpo  col  re  Carlo 
in  luogo  comune  ;  onde  si  prese  concordia  sotto  sa- 
ramento  jn  presenza  del  papa  di  fare  la  detta  bat- 
taglia. Ciascuno  de**  detti  re  con  cento  cavalieri,  i 
migliori  che  sapessero  scegliere,  a  Bordella  in  Gua- 
scogna,, sotto  la  guardia  del  balio  ovvero  siniscalco 
del  rè  d"  Inghilterra,  di  cui  era  la  terra  ;  con  patti, 
che  quale  de**  detti  re  vincesse  la  detta  battaglia  aves- 
se di  queto  risola  di  Cicilia  con  volontà  della  Chie- 
sa, e  quegli  che  fosse  vinto  sMntendesse  per  ricre- 
duto e  traditore  per  tutti  i  cristiani,  e  mai  non  8*ap- 
palesasse  re,  disponendosi  d*  ogni  onore.  Per  ja  qual 
cosa  il  detto  re  Carlo  si  tenne  molto  per  contento, 
desiderando  la  battaglia,  e  parendoli  avere  ragione; 
e  invitarsi  a  lui  de**  migliori  cavalieri  del  mondo  d^arme 
per  essere  alla  detta  battaglia,  per  parte  più  di  cin- 
quecento, e  feciono  apparecchio,  la  maggiore  parte 
Franceschi  e  Provenzali,  e  alcuno  altro  baccelliere 
d*  arme  nominato,  d*  Alamagna,  e  d*  Italia,  e  di  Fi- 
renze se  ne  proffersono  assai.  E  simile  al  re  Piero 
d^  Araona  s' invitarono  molti  cavalieri,  i  piii  di  suo 
paese,  e  alquanti  SpagnuoU,  e  alcuno  Italiano  di  parte 
ghibellina,  e  alcuno  Tedesco  del  legnaggio  di  Soave; 
e  il  Hglfiuolo  del  re  di  Marocco  Saracino  si  profferse 
al  re  d^  Araona,  e  promise,  se  *I  volesse,  di  farsi  cri- 
stiano quello  giorno.  E  partissi  di  Cicilia,  e  lasciov- 
¥i  don  Giacomo  suo  secondo  figliuolo  per  re,  e  egli 
n**  andò  in  Catalogna  per  essere  a  Bordella  alla  detta 
giornata.  E  M  detto  re  Carlo  lasciò  Carlo  prenze  suo 


figliuolo  alla  guardia  del  Regno,  e  partissi  di  corte 
per  andare  a  Bordello,  e  passò  per  Firenze  a  di  14 
di  marzo  nel  detto  anno  1283,  e  da'*  Fiorentini  fu 
ricevuto  con  grande  onore,  e  fece  in  Firenze  otto  ca- 
valieri tra  Fiorentini,  Pistoiesi,  e  Lucchesi.  E  ciò 
fatto,  se  n'andò  a  Lucca,  e  alta  piaggia  di  Mutrone 
si  ricolse  in  sedici  galee  aìrmate  venute  di  Proenza, 
e  andonne  a  Marsilia,  e  di  là  in  Francia  per  essere 
alla  detta  battaglia  ordinata  a  Bordella.  E  dissesi,  e 
fu  manifesto,  che  la  maggiore  cagione  perchè  lo  re 
d'  Araona  ingaggiò  la  detta  battaglia,  fu  fatto  per 
lui  con  grande  senno  e  con  grande  sentita  di  guerra, 
per  fare  partire  Io  re  Cario  d'Italia,  acciocché  non 
andasse  più  con  armata  e  sua  oste  sopra  i  Ciciliani  ; 
e  ciò  fece  per  grande  sagacità  di  guerra  e  per  suo 
gran  senno,  perocch*  egli  era  povero  di  moneta^  e  non 
poderoso  al  soccorso  e  riparo  de'  Ciciliani  nò  contro 
al  re  Carlo  e  alla  Chiesa  di  Romi^  e  temea  eh'  e'  Ci- 
ciliani non  si  volgessono  o  per  paura  o  per  altra 
cagione,  perocché  non  gli  sentiva  costanti,  e  egli  e 
sua  gente  Catalana  erano  ancora  con  loro  salvatichi, 
come  nuovo  signore  e  nuova  gente;  e  cosi  il  savio 
provvedimento  gli  venne  fatto. 

CAPITOLO  LXXXVU. 

Come  lo  re  Piero  d"  Araona  fallì  la  giornata  prò- 
messa  a   Bordella^  onde  per  lo  papa  fu  scomu- 
nicato e  privato. 

Come  lo  re  Cario  fu  in  Francia,  s' apparecchiò 
se  e'  suoi  cavalieri  d'  arme  e  di  cavalli,  come  a  così 
alta  e  grande  impresa  si  convénia,  e  partissi  di  Pa- 
rigi, e  con  lui  lo  re  Filippo  di  Francia  suo  nipote 
con  molta  baronia,  e  bene  con  tremila  cavalieri  d'arme, 
per  andare  a  Bordella.  E  quando  furono  presso  a 
Bordello  a  una  giornata,  lo  re  di  Francia  rimase  colla 
sua  gente  e  baronia,  e  lo  re  Carla  con  suoi  cento 
cavalieri  n'andò  a  Bordella  alla  giornata  promessa, 
la  quale  fu  a  di  25  di  giugno  1283,  e  in  quello 
luogo  il  detto  re  Carlo  con  suoi  .cento  cavalieri  com- 
parirono alla  giornata  armati  e  a  cavallo  per  fare  la 
promessa  e  giurata  battaglia,  e  tutto  il  giorno  dimo- 
rarono armati  in  sul  campo,  attendendo  lo  re  Piero 
d' Araona  eo*  suoi  cavalieri,  il  quale  non  vi  venne  nò 
compari.  Ben  si  disse,  ohe  la  sera  della  giornata  al 
tardi  compari  sconosciuto  dinanzi  al  siniscalco  del  re 
d'Inghilterra,  per  non  rompere  il  saramento,  e  pro- 
testò davanti  a  lui  com'  era  venuto  e  apparecchiato  di 
combattere,  quando  il  re  di  Francia  con  sua  gente,  il 
quale  v'era  presso  a  una  giornata,  ond'  egli  avea  tema 
e  sospettq,  si  partisse  :  e  ciò  fatto,  sanza  soggiornare 
si  tornò  in  Araona,  e  '1  primo  dì  che  si  parti  cavalcò 
bene  novanta  miglia.  Per  la  qual  cosa  lo  re  Carlo  si 
tenne  fòrte  ingannato,  e  lo  re  Filippo  di  Francia 
molto  adontato,  e  tornaronsi  a  Parigi.  E  saputa  la 
novella  papa  Martino  della  dififalta  del  re  Piero  d'A- 
raona,  col  suo  collegio  di  cardinali  diede  sentenzia 
contro  al  detto  Piero  d'  Araona,  siccome  a  scomu- 
nicato e  pergiuro,  e  ribello  e  occupatore. delle  pos- 
sessioni di  Santa  Chiesa,  e  sì  'I  privò  e  dispuose  del 
reame  d' Araona  e  d'ogni  altro  onore,  e  scomunicò 


I4d 


CRONICHE 


chiunque  l' obbedisse  o  chiamasse  re  d^  Araona.  Ma 
il  detto  re  d*  Araona  per  leggiadrìa  si  fece  intitolare 
Piero  d^  Araona  cavaliere,  e  padre  di  due  re,  e  si- 
gnore del  mare.  E  il  detto  papa  Martino  fatto  il  detto 
processo,  sì  privilegiò  del  detto  reame  d^  Araona 
Carlo  conte  di  Valos,  secondo  figliuolo  del  detto  re 
Filippo  di  Francia,  e  mandò  in  Francia  uno  legato 
cardinale  a  confermare  il  detto  Carlo  della  detta  ele- 
zione, e  predicare  croce  e  indulgenza  contro  al  detto 
Fiero  d"  Araona  e  sue  terre.  E  lo  re  Carlo  con  dis- 
pensagione  del  papa  diede  per  moglie  al  detto  mes- 
ser  Carlo  conte  di  Valos  la  sua  nipote,  figliuola  del 
prense  Carlo  suo  figliuolo,  e  in  dota  la  contea  d*An* 
giò,  acciocché  egli  col  padre  re  di  'Francia  fossero  più 
ferventi  alla  guerra  del  re  d*  Araona.  Lasceremo  al- 
quanto de*  fatti  del  re  Carlo  e  di  quello  d^  Araona, 
e  torneremo  a  quelli  di  Firenze. 

CAPITOLO  LXXXVm. 

Come  in  Tir  ente  fu  diluvio  d'acque^  e  grande  caro 

di  vitluaglia. 

Negli  anni  di  Cristo  1282,  a  di  15  di  dicem- 
bre, per  soperchio  pioggie  fu  grandissimo  diluvio 
d' acque ,  e  crebbono  i  fiumi  disordinatamente,  e  in 
Firenze  crebbe  si  il  fiume  d*Amo,  che  uscito  de^suoi 
termini,  allagò  grande  parte  del  sesto  di  San  Piero 
Scheraggio,  e  più  altre  contrade  della  città  che  sono 
nella  riva  d^Amo.  E  in  questo  anno  fu  grande  caro 
d'^ogni  viltuaglia,  e  valse  lo  staio  del  grano  alla  mi- 
sura rasa  soldi  quattordici  di  soldi  trentatrè  il  fiorino 
d' oro ,  che,  computando  la  moneta  e  la  misura,  fu 
grandia^mo  caro. 

CAPITOLO  LXXXIX. 

Come  nella  città  di  Firenze  $i  fece  una  nobile  corte 
e  festa^  vestiti  tutti  di  robe  bianche, 

Neiranno  appresso  1283,  del  mese  di  giugno 
per  la  festa  di  San  Giovanni,  essendo  la  città  di  Fi- 
renze in  felice  e  buono  stato  di  riposo,  e  tranquillo 
e  pacifico  stalo,  e  utile  per  li  mercatanti  e  artefici,  e 
massimamente  per  gli  gudfi  che  signoreggiavano  la 
terra,  si  fece  nella  contrada  di  Santa  Felicita  oltrar- 
no, onde  furono  capo  e  cominciatorì  quegli  della  ca- 
sa de*  Rossi  con  loro  vicinanze,  una  compagnia  e 
brigate  di  mille  nomini  o  più,  tutti  vestiti  di  robe 
bianche  con  uno  signore  detto  dell'Amore.  Per  la 
qual  brigata  non  s"  intendea  se  non  in  giuochi  e  in 
sollazzi  e  in  balli  di  donne  e  di  cavalieri  e  d'altri 
popolani,  andando  per  la  terra  con  trombe  e  diversi 
stormenti  in  gioia  e  allegrezza,  e  stando  in  conviti 
insieme,  in  desinari  e  in  cene.  La  quale  corte  durò 
presso  a  due  mesi,  e  fu  la  più  nobile  e  nominata  che 
mai  fosse  nella  città  di  Firenze  o  in  Toscana;  alla  quale 
vennero  di  diverse  parti  e  paesi  molti  gentili  uomini 
di  corte  e  giocolari,  e  tutti  furono  ricevuti  e  prov- 
veduti onorevolmente.  E  nota,  che  ne^  detti  tempi  la 
città  di  Firenze  co^sooi  cittadini  fu  nel  più  felice  stato 
che  mai  fosse,  e  durò  insino  agli  anni  1 284,  che  si 


cominciò  la  divisione  tra  "ì  popolo  e^  grandi,  e  ap- 
presso tra*  bianchi  e*  neri.  Ne'  detti  tempi  avea  in 
Firenze  da  trecento  cavalieri  di  corredo  e  molte  bri- 
gate di  cavalieri  e  di  donzelli,  che  sera  e  nuttiBa 
metteano  tavola  con  molti  uomini  di  corte,  donando 
per  le  pasque  molte  robe  vaie,  onde  di  Lombardia  e 
di  tutta.  Italia  traevano  a  Firenze  i  buffoni  e  bigherai  ' 
e  uomini  di  corte,  e  erano  bene  veduti,  e  non  pas- 
sava per  Firenze  niuno  forestiere,  persona  nominata 
o  d**  onore,  che  a  gara  non  fosse  fatto^  invitare  dalle 
dette  brigate,  e  accompagnati  a  cavallo  per  la  città 
e  di  fuori,  come  avesse  bisogno. 

CAPITOLO  XC. 

Come  i  Genovesi  fedono  gran  danno  a*  Fisam  che 
tornavano  di  Sardigna, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  vegnendo 
deir  isola  di  Sardigna  cinque  navi  grosse  e  cinque 
galee  armate  de*  Pisani ,  cariche  di  mercatanzit  e 
d'argento  sardesco,  i  Genovesi  avendone  novelle, 
armarono  venticinque  galee,  onde  fu  ammiraglio  mes- 
sere ...  di  Genova.  E  andando  incontro  tlle  dette 
navi  e  galee,  le  scontrarono  sopra  capo  Corso,  e  com- 
battendo con  loro,  dopo  la  fiera  battaglia,  i  Genovesi 
gli  sconfissono  e  presono  e  menarono  in  Genova, 
che  v^avea  su  più  di  millecinquecento  Pisani,  che  tatti 
furono  pregioni  con  altra  buona  gente,  e  t«nta  mer- 
catanzia  e  argento,  che  fu  stimato  di  valuta  di  cen- 
tomila libbre  di  genovini,  ch'erano  più  di  centoventi 
migliaia  di  fiorini  d'oro,  onde  i  Pisani  ricevettono  una 
grande  perdita  e  sconfitta. 

CAPITOLO  XCI. 
Ancora  de'  fatti  de*  Pisani  co"  Genovesi, 

Appresso  accrebbe  a*  Pisani,  come  piacque  a 
Dio,  giudicio  sopra  la  loro  infortuna,  che  del  mese 
d'aprile  appresso,  Tanno  1284,  mandando  in  Sar- 
digna il  conte  Fazio  loro  grande  cittadino  con  ar- 
mata di  trenta  galee  e  una  nave  grossa,  i  Genovesi 
si  scontrarono  con  loro  sopra  ....  eoo  trentacinque 
galee,  ond'  era  ammiraglio  messere  ....  e  combat- 
terono con  loro  in  mare,  e  fu  dura  e  aspra  balta- 
glia,  e  molti  ne  furono  morti,  e  d' una  parte  e  d'  al- 
tra. Alla  fine  i  Genovesi  isconfissono  i  Pisani,  e  pre- 
sono il  detto  conte  Fazio  con  molti  buoni  cilladim'  di 
Pisa,  e  presono  bene  la  metà  delle  delle  galee,  e 
menarsele  co'  pregioni  in  Genova ,  onde  i  Pisani  ri- 
cevettono grande  perdita  e  dammaggio. 

CAPITOLO  XCU. 

Come  i  Genovesi  sconfissono  i  Pisani  itila  Melario. 

Negli  anni  di  Cristo  1284,  del  mese  di  loglio, 
i  Pisani  non  istanchi  delle  sconfitte  avute  da*  Geno- 


'  mimi,  giocolatorì  così  detti  fbfM  dal  bigh«ri  che  for- 
nivano il  loro  Abito. 

'  Testo  Dav.  :  a  yarc  erano  fatti. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


149 


vesi,  come  di  sopra  avemo  fatta  menzione,  fedo  no 
loro  isforzo  per  vendicarsi  delle  ingiurie  ricevate 
da^  Genovesi,  e  armarono,  tra  di  loro  genti  e  di  sol- 
dati toscani  e  altri|  da  settanta  galee,  onde  fu  ammi- 
raglio messer  Benedetto  Buszaccherini,  e  andarono, 
insino  nel  porto  di  Genova,  e  in  quello  stettero  piì!i  dì, 
e  balestrarono,  com^altra  volta  aveano  fatto,  qnadrella 
d' argento,  e  feciono  grande  onta  e  soperchio  a*  Ge- 
novesi, e  presono  più  barche  e  altri  legni,  e  ruba- 
rono e  guastarono  in  più  parti  della  riviera,  e  con 
grande  pompa  e  romore ,  essendo  nel  porto  di  Ge- 
nova, richiesono  i  Genovesi  di  battaglia.  I  Genovesi 
non  ordinati  né  disposti  alla  battaglia,  perocch^  a- 
veano  disarmato  le  loro  galee,  con  leggiadra  e  signo- 
rile risposta  feciono  loro  iscusa,  e  dissono  :  che  per- 
chè eglino  combattessono  con  loro,  e  vincessongli 
nel  loro  porto  e  contrada,  non  avrebbono  fatta  loro 
vendetta  né  sarebbe  loro  onore,  ma  ch'eglino  si  tor- 
nassono  al  loro  porto,  e  eglino  si  melterebbono  in 
concio,  e  sanza  indugio  gli  verrebbono  a  vedere,  e 
sarebbono  signori  della  battaglia.  E  cosi  fu  fatto, 
eh'  e^  Pisani  si  partirono  faecendo  grandi  grida ,  di 
rimprocci  e  scheroe  de'  Genovesi,  e  tornaronsi  in 
Pisa.  I  Genovesi  sanza  indugio  niuno  armarono  cen- 
totrenta Ira  galee  e  legni,  e  suso  vi  montarono  tutta 
la  buona  gente  di  Geno>a  e  della  Riviera,  onde  era 
ammiraglio  messere  Uberto  Doris  ;  e  del  mese  d*"  a- 
gosto  vegnente  vennero  con  la  detta  armata  nel  mare 
di  Pisa.  I  Pisani  sentendo  ciò,  a  grido  e  a  romore 
entrarono  in  galee,  chi  a  Porto  Pisano  e  chi  a  Pisa, 
e  la  podestà,  e  il  loro  ammiraglio ,  e  tutta  la  buona 
gente  montarono  in  galee  tra'  due  ponti  di  Pisa  in 
Arno,  e  levando  il  loro  stendale  con  grande  festa,  e 
essendo  V  arcivescovo  di  Pisa  in  sul  ponte  vecchio 
parato  con  tutta  la  chericia  per  fare  alF  armata  la  sua 
benedizione,  la  mela  e  la  croce  ch'era  in  sull'antenna 
dello  stendale,  cadde;  onde  per  molti  savi  si  recò  per 
mala  agura  del  futuro  danno.  Ma  però  non  lascia- 
rono, ma  con  grande  orgoglio,  gridando  battaglia 
battaglia^  uscirono  della  foce  d*  Arno ,  e  accozzarsi 
colle  galee  del  porto,  e  furono  da  ottanta  tra  galee 
e  legni  armati;  e'  Genovesi  colla  loro  armata  aspet- 
tando in  alto  mare,  s'  affrontarono  alla  battaglia  co' 
Pisani  all' isoletta  ovvero  scoglio,  il  quale  è  sopra 
Porto  Pisano,  che  si  chiama  la  Meloria,  e  ivi  fu  gran- 
de e  aspra  battaglia,  e  moriwi  molta  buona  gente 
d' una  parte  e  d' altra  di  fedite,  e  d' annegati  in  mare. 
Alla  fine,  come  piacque  a  Dio,  i  Genovesi  furono 
vincitori,  e^  Pisani  furono  sconfltti,  e  rìcevettono  in- 
Anito dammaggio  di  perdita  di  buone  genti,  che  morti 
e  che  presi,  bene  sedicimila  uomini,  e  rimasono  pre- 
se quaranta  galee  de'  Pisani,  sanza  V  altre  galee  rotte 
e  profondate  in  mare;  Te  quali  galee  co'  pregioni 
menarono  in  Genova,  e  sanza  altra  pompa,  se  non 
di  fare  dire  messe  e  processioni  rendendo  grazie  a 
Dio;  onde  furono  molto  commendali.  In  Pisa  ebbe 
grande  dolore  e  pianto,  che  non  v'  ebbe  nulle  casa  né 
famiglia  che  non  vi  rimanessero  più  uomini  o  morti  o 
presi  ;  e  dall'  ora  innanzi  Pisa  non  ricoverò  mai  suo 
stato  né  podere.  E  nota,  come  il  gindicio  di  Dio 
rende  ginsti  e  debiti  meriti  e  pene,  e  tutto  che  tal- 
ora s' indugino  e  siano  occulti  a  noi  ;  ma  in  quello 


luogo  proprio,  ove  i  Pisani  sursono  e  annegarono  io 
mare  i  prelati  e*  cherici  che  venivano  d*  oltremonti  a 
Roma  id  concilio,  come  addietro  facemmo  menzione, 
ivi  furono  sconfitti  e  morti  e  gittati  in  mare  i  Pisani 
da'*  Genovesi,  come  detto  avemo.  Lasceremo  a  dire 
alquanto  de'  Pisani,  e  torneremo  a  quello  che  fu  ne' 
detti  tempi  della  guerra  di  Cicilia  dal  re  Carlo  a 
quello  d'Araona,  ch^  ancora  ne  snrge  materia. 

CAPITOLO  XCUI. 

Come  Cario  preme  di  Salerno  fu  sconfUio  e  preso 
in  mare  da  Buggeri  di  Loria  coW  armata  de"  Ct- 

ciliani. 

Negli  anni  di  Cristo  1284,  a  di  5  del  mese  di 
giugno,  messere  Ruggeri  di  Loria  ammiraglio  del  re 
d' Araona  venne  di  Cicilia  con  quarantacinque  tra  ga- 
lee e  legni  armati  di  Ciciliani  e  Catalani  nelle  parti 
di  Principato,   faecendo  guerra  e  grande  danno  alla 
gente  del  re  Carlo;  e  il  sopraddetto  di  venne  nel 
porto  di  Napoli  colla  detta  armata  gridando,  e  dicen- 
do grandi  spregi  del  re  Carlo  e  di  sue  genti,  e  do- 
mandando battaglia,  e  saettando  nella  terra.  E  ciò 
facea  il  detto  Ruggeri  di  Loria  per  trarre  il  prenze 
e  sue  genti  a  battaglia,  come  quelli  eh*  era  il  più  sa- 
vio ammiraglio  di  guerra  di  mare  ch'allora  fosse  al 
mondo,  e  sapea  per  sue  saettie  ohe  il  re  Carlo  colla 
sua  grande  armata  venia  di  Proenza,  e  già  era  nel 
mare  di  Pisa,   sicché   s'  affrettava  o  di  trarreli    a 
battaglia,  o  di  partirsi  e  tornare  in  Cicilia,  acciocchò 
il  re  Carlo  noi  soprapprendesse.  Avvenne  come  piac- 
que a  Dio  che  1  prenze  figliuolo  del  re  Carlo  chiara 
in  Napoli  con  tutta  la  sua  baronia,  Franceschi,  Pro- 
venzali, e  del  Regno,  veggendosi  cosi  oltraggiare  da* 
Ciciliani  e  Catalani,  a  furia  sanza  ordine  o  provve- 
dimento montarono  in  galee,  così  i  cavalieri  come  le 
genti  di  mare  in  compagnia  del  prenze,  eziandio 
contro  al  comandamento  spresso  che  il  re  Carlo  a- 
vea  fatto  al  figlinolo,  che  per  niuno  caso  che  incor- 
resse, si  mettesse  a  battaglia  infino  alla  sua  venuta. 
E  così  disubbidiente  e  male  ordinato  si  mise   con 
trentacinque  galee  e  più  altri  legni  con  tutta  la  sua 
cavalleria  alla  battaglia  fuori  del  porto  sopra  Napoli. 
Ruggeri  di  Loria  mastro  di  guerra,  percosse  colle 
sue  galee  vigorosamente,  amihonendo  i  suoi,  che  qpn 
intendessono  a  ninna  caccia,  ma  lasciassono  fuggire 
chi  volesse,  ma  solamente  attendessono  alla  galea 
dello  stendale,  ov'era  la  persona-  del  prenze  con 
molti  baroni,  e  così  fu  fatto  :  ehe  come  le  dette  ar- 
mate galee  si  percossono  insieme,  più  galee  di  que- 
gli di  Principato,  e  spezialmente  quelle  di  Surrenti, 
si  diedono  la  volta  e  tornaronsi  a  Surrenti,  e  per 
simile  modo  feciono  grande  parte  delle   galee  di 
Principato.  Il  prenze  rimaso  alla  battaglia  con  la  metà 
delle  sue  galee  ov^erano  i  baroni  e'  cavalieri,  che  di 
battaglia  di  mare  sMntendeano  poco,  tosto  furono 
isconfitti  e  presi  con  nove  delle  loro  galee  ;  e  il  pren- 
ze Carlo  in  persona  con  molta  baronia  furono  presi 
e  menati  in  Cicilia,  e  furono  messi  in  pregione  in 
Messina  nel  castello  di  Mattagrìfone.  E  avvenne,  co- 
me fu  fatta  la  detta  sconfitta  e  preso  il  prenze,  che 


150 


CRONICHE 


quelli  di  SorreDli  nandarono  una  loro  galea  eoo  loro 
ambasciadorì  a  Raggeli  dì  Loria  con  quattro  cofani 
pi^ni  di  fichi  fiorì,  i  quali  elli  chiamavano  palombole, 
e  con  dugento  agostari  d^oro  per  presentare  al  detto 
ammiraglio  ;  e  giugnendo  alia  galea  di  messer  Rug- 
gerì  ove  era  preso  il  prense,  veggendolo  riccamente 
armato  e  con  molta  gente  intorno,  credettono  che 
fosse  messer  Roggeri  di  Loria,  sì  gli  s^  inginocchia- 
rono a**  piedi,  e  feciongli  il  detto  presente,  dicendo: 
Messer  V ammiraglio j  come  ii  piace^  da  parie  del  tuo 
comune  da  Surrienti^  locali  quisst  palombola  e  sH- 
pali  quissi  agostari  per  uno  taglio  di  cal%e  :  e  pkh- 
zesse  a  Deo  com"*  hai  preso  lo  figlio  avessi  lo  patre; 
è  sacci  che  fuimo  li  primi  che  boUaimo.  11  prenze 
Carlo  con  tutto  il  suo  dammaggio  cominciò  a  ridere, 
e  disse  alF  ammiraglio  :  Pour  le  saint  Dieu  ces  soni 
bien  leales  a  monseignew  le  roi.  Questo  avemo 
messo  in  nota  per  la  poca  fede  eh"  hanno  quegli  del 
Regno  al  loro  signore. 

CAPITOLO  XCIV. 

Come  il  re  Carlo  arrivò  a  Napoli  colla  sua  ar^ 
mata,  e  poi  s*  apparecchiò  per  passare  in  Cicilia, 

n  giorno  ^gnente  che  fd  la  detta  sconfitta,  lo 
re  Cario  arrivò  a  Gaeta  con  cinquantacioque  galee 
armate,  e  con  tre  navi  grosse  cariche  di  baroni  e 
cavalli  e  arnesi  ;  e  come  intese  la  novella  della  scon- 
fitta e  presa  del  prenze  suo  figlinolo,  fu  molto  cruc- 
cioso e  disse:  Or  fui  il  morty  parcequ*  il  a  falli  mo- 
tre  mandemeni.  Ma  sentendo  la  poca  fede  degli  uo- 
mini del  Regno,  e  come  quegli  di  Napoli  già  can- 
cellavano ^,  e  certi  corsa  la  terra  e'  gridavano  tnuora 
il  re  Carlo ,  e  viva  Buggeri  di  Loria ,  incontanente 
si  parti  da  Gaeta  e  giunse  a  Napoli  a  di  8  di  giu- 
gno; e  come  fu  sopra  Napoli  non  volle  ismontare  al 
porto,  ma  di  sopra  al  Carmino  con  intendimento  di 
fare  mettere  fuoco  nella  città  e  arderia,  per  lo  fallo 
eh**  e'  Napolitani  aveano  fatto  di  levare  a  romore  la 
terra  contro  al  re.  Ma  messer  Gherardo  da  Parma 
legato  cardinale  con  certi  buoni  uomini  di  Napoli  gli 
vennero  incontro  per  domandarli  perdono  e  miseri- 
cordia, dicendo  :  furono  folli.  Lo  re  riprese  :  /  savii 
come  ciò  aveano  sofferto  a*  folli  ?  Ha  per  gli  prie* 
ghi  del  legato ,  fatta  fare  giustizia  di  farne  impiccare 
pia  di  centocinquanta,  sì  perdonò  alla  cittade,  e  ri- 
formata la  terra,  si  fece  lo  re  compiere  di  armare 
colle  galee  ch''egli  avea  menate  infino  a  settanta- 
cinque galee,  e  partissi  di  Napoli  a  dì  23  di  giugno; 
r  armata  mandò  verso  Messina,  e  il  re  Carlo  n*  andò 
per  terra  a  Brandizio  per  accozzare  Tarmata,  ch'avea 
fatta  apparecchiare  in  Puglia  con  quella  di  Principato 
per  andare  in  Cicilia.  E  di  Brandizio  si  partì  lo  re 
coir  altra  armata  a  dì  7  di  luglio  del  detto  anno,  e 
accozzossì  coU^  armata  di  Principato  a  Cotrone  in 
Calavra ,  e  furono  centodieci  tra  galee  e  uscieri  ar- 
mati, e  con  cavalieri,  con  molti  altri  legni  grossi  e 
sottili  di  carico.  In  questa  stanzia  avea  in  Cicilia  due 


legati  cardinali ,  messer  Gherardo  da  Parma  e  mes- 
ser  .  .  .  . ,  i  quali  aveva  mandati  il  papa  a  trattare 
la  pace,  e  per  riavere  il  prenze  Cario  ;  e  stando  il 
detto  stuolo  in  bistento  ^  in  attendere  novelle  de'detti 
legati,  come  avessero  adoperato,  i  quali  maestrevol- 
mente dal  re  d'Araona  furono  tenuti  in  parole  senza 
potere  fare  nullo  accordo,  acciocché  *1  detto  stuolo 
non  ponesse  in  Cicilia,  sì  si  trovò  la  detta  armata 
del  re  Carlo  male  provveduta,  e  con  diffalta  di  vittua- 
glia.  Per  la  qual  cosa  lo  re  fti  consigliato  che  con- 
venia di  necessità  che  tornasse  a  Brandizio,  perocché 
s'appressava  V  autunno,  e  gli  tempi  contrarii  a  sos- 
tenere in  mare  sì  grande  armata;  e  ch'egli  facesse 
disarmare,  e  riposasse  se  e. sue  genti  infino  al  primo 
tempo  ;  e  così  fu  fatto  :  onde  lo  re  Carlo  si  diede 
grande  dolore  sì  per  la  presura  del  figliuolo,  e  sì 
perché  la  fortuna  gli  era  fatta  così  avversa  e  contra- 
ria, ebbe  grande  dolore,  e  per  gli  pivi  si  disse,  che 
ciò  fu  cagione  delF  avacciamento  di  sua  morte,  come 
diremo  appresso. 

CAPITOLO  XCV. 

Come  lo  buono  re  Carlo  passò  di  questa  vita  alla 
città  di  Foggia  im  Puglia. 

Lo  re  Carlo  tornato  con  suo  stuolo  a  Brandi- 
zio,  sì  '1  fece  disarmare,  e  tomossi  a  Napoli  per  dare 
ordine,  e  fornirsi  di  moneta  e  di  gente  per  ritornare 
in  Cicilia  al  primo  tempo.  E  come  quegli,  la  cui*  sol- 
lecita mente  non  posava,  come  fn  passalo  il  mezzo 
dicembre,  ritornò  in  Puglia,  per  essere  a  Brandizio 
per  fare  avacciare  il  suo  naviUo.  Com'egli  fu  a  Fog- 
gia in  Puglia,  e  come  piacque  a  Dio,  ammalò  di  forte 
malattia,  e  passò  di  quatta  vita  il  seguente  giorno  del- 
l'Epifania  a  dì  7  di  gennaio,  gli  anni  di  Cristo  1284. 
Ma  innanzi  che  morisse,  con  grande  contrizione  pren- 
dendo il  corpo  di  Cristo,  disse  con  grande  reveren- 
za queste  parole  :  Sire  Dieu ,  comme  je  crois  vrai- 
meni  que  vous  étes  mon  sauveur;  ainsije  vous  prie^ 
que  vous  aifez  merci  de  mon  ame  ;  aitui  comme  je 
fis  la  prise  du  royaume  de  Cicile  plus  pour  servir 
sainte  Eglise  que  pour  mon  profU  ou  auire  convoi" 
tiscy  ainsi  voifs  me  pttrdonniei  mes  péchés^  ;  e  passò 
poco  appresso  di  questa  vita,  e  fu  recato  il  suo  cor- 
po a  Napoli;  e  dopo  il  grande  lamento  fatto  di  sua 
morte,  fu  soppellito  all'arcivescovado  di  Napoli  con 
grande  onore.  Di  questa  morte  del  re  Carlo  fu  gran- 
de maraviglia,  che  il  dì  medesimo  eh'  egli  passò,  fn 
pubblicato  in  Parigi  per  uno  frate  Arlotto  ministro 
de*  minori,  e  per  maestro  Giardino  da  Carmignaaola 
maestro  allo  studio,  e  vegnendo  ciò  in  notizia  del  re 
di  Francia,  mandò  per  loro  per  sapere  onde  V  avea- 
no. Dissono  che  sapeano  la  sua  natività,  ch'era  sotto 
la  signoria  di  Saturno ,  e  per  gli  suoi  effetti  erano 
procedute  le  sue  esaltazioni  e  le  sue  avversità  :  e  al- 
cuno disse  che  '1  sapeano  per  revelazione  di  spirito. 


*  vaoUlayano,  erao   titubanti;   v«rbo   oba   risponda  al 
francese  ehcmccUr. 


'  in  grande  disagio. 

•  Testo  Dav.  :  efu  la  tua,* 

*  L'Amari  giudicando  pia  a  senno  del  guelfo  VOkni 
dice,  ohe  cosi  tifino  oZT  uUimo  /iato  vtffomiò  U  «tonde  o  se 

ifMfO. 


DI  GiOYAMNl  VILLAM. 


ibi 


che  cìaseuno  dì  loro  erano  grandi  astrolagi  e  negro- 
manti. Quello  Carlo  fu  il  più  temuto  e  ridottalo  si- 
gnore, e  il  più  valente  d^arme  e  con  più  alti  inten- 
dimenti, che  niuno  re  che  fosse  nella  casa  di  Francia 
da  Carlo  Magno  infino  a  Ini,  e  quegli  che  più  esaltò 
la  Chiesa  di  Roma  *,  e  più  avrebbe  fatto,  se  non  che 
alla  fine  del  suo  tempo  la  fortuna  gli  tornò  contraria. 
Venne  poi  per  guardiano  e  difenditore  del  regno 
Ruberto  conte  d'Artese  cugino  del  detto  re,  con 
molti  cavalieri  franceschi,  e  colla  premessa  e  col  fi- 
gliuolo del  prenze  nipote  del  re  Carlo,  il  quale  per 
lui  ebbe  nome  Carlo  Martello,  e  era  d'età  di  dodici 
in  tredici  anni.  Del  re  Carlo  non  rimase  altra  reda 
che  Carlo  secondo  prenze  di  Salerno,  di  cui  avemo 
fatta  menzione.  E  questo  Carlo  era  bello  uomo  del 
corpo,  e  grazioso  e  largo,  e  vivendo  il  re  Carlo  suo 
padre,  e  poi,  ebbe  più  figliuoli  della  prenzessa  sua 
moglie,  figliuola  e  reda  del  re  d' lingeria.  Il  primo  fu 
il  detto  Carlo  Martello,  che  fu  poi  re  d'Ungaria;  il 
secondo  fu  Luis,  che  si  rendè  frate  minore,  e  poi  fu 
vescovo  di  Tolosa  ;  il  terzo  fu  Ruberto  duca  di  Cala- 
vra;  il  quarto  fu  Filippo  prenze  di  Taranto;  il  quinto 
fu  Ramondo  Berlinghieri  conte  (dovea  essere  di  Proen- 
za)  \  il  sesto  fu  messer  Gianni  prenze  della  Morea  ; 
il  settimo  fu  messer  Fiero  conte  d'  Eboli. 

CAPITOLO  XCVI. 

Come  il  prenze  figliuolo  del  re  Carlo  fu  condan- 
nato   0  morie  da"  Cicilianiy   e   poi  per   la  reina 
Costanza  mandalo  in  Catalogna  preso. 

Nel  detto  anno  partiti  i  detti  cardinali  legati  di 
Cicilia,  perchè  non  aveano  potuto  fare  accordo,  forte- 
mente aggravarono  il  reame  di  Cicilia  di  scomuniche, 
togliendo  ogni  beneficio  e  grazie  spirituali  al  re  d^Arao- 
na  e  a^  Ciciliani.  Per  questa  cagione  e  p^r  la  morte 
del  re  Carlo,  que"  di  Messina  si  mossono  a  furore,  e 
oorsono  alle  pregioni  dov*  erano  i  Franceschi  per  uc- 
ciderli, e  elli  difendendosi,  i  Messinesi  misono  fuoco 
nelle  pregioni,  e  a  grande  dolore  e  stento  gli  feciono 
morire.  E  fu  bene  giudicio  di  Dio,  che  V  orgoglio  e 
superbia  de'  Franceschi  usata  in  Cicilia  fosse  pulita 
per  così  disordinata  e  furiosa  sentenza  de'  Ciciliani^ 
come  fu  a  questa  volta,  e  era  suta  alla  rubellazione, 
come  addietro  facemmo  menzione.  Dopo  questo  fatto, 
tutte  le  terre  di  Cicilia  feciono  sindaco  con  ordine, 
e  congregati  insieme  di  concordia,  condannarono  a 
morte  il  prenze  Carlo,  il  quale  aveano  in  pregione, 
e  che  gli  fosse  tagliata  la  testa,  siccome  lo  re  Carlo 
suo  padre  avea  fatto  a  Curradino.  Ma  come  piacque 
a  Dio,  la  reina  Costanza  moglie  del  re  Piero  d'Araona, 
la  quale  allora  era  in  Cicilia,  considerando  il  periglio 
eh*  al  suo  marito  e  a'  suoi  figliuoli  poteva  avvenire 
della  morte  del  prenze  Carlo,  prese  più  sano  con- 
siglio, e  disse  a' sindachi  delle  dette  terre,  che  non 
era  convenevole  ohe  la  loro  sentenzia  procedesse 
sanza  la  volontà  del  re  Piero  loro  signore,  ma  le 
parca  che  '1  prenze  si  mandasse  a  lui  in  Catalogna, 
e  egli  come  signore  ne  facesse  a  sua  volontà  :  e  così 
fu  preso  per  partito,  e  poi  fatto.  Lasceremo  di  questa 
materia,  e  torneremo  a*  fatti  di  Firenze. 


CAPITOLO  XCVIL 

Come  in  Firenze  fu  grande  diluvio   d*  acqua^^  e 
rovinò  parie  del  poggio  de"  MagnoU. 

Negli  anni  di  Cristo  1284,  il  dì  di  domenica  d*u- 
livo  a  dì  2  d'  aprile,  in  Firenze  ebbe  grandissimo 
diluvio  d' acque  e  di  piova  sì  disordinatamente,  che  '1 
fiume  d*  Amo  crebbe  tanto  e  sì  diverso  che  allagò 
molta  della  città  presso  alle  sue  rive;  e  per  lo  detto 
acquazzone,  il  poggio  che  si  chiamava  de*Magnoli  di 
sotto  a  San  Giorgio,  e  di  sopra  a  Santa  Lucia,  si  com- 
mosse a  ruina,  e  venne  rovinando  infino  in  Arno,  e 
fece  cadere  e  guastare  più  di  cinquanta  case  oh*  erano 
sopra  il  detto  poggio,  e  in  su  la  via  di  Santa  Lucia 
lungo  l'Arno,  e  morivvi  gente  assai. 

CAPITOLO  XCVUI. 

Come  i  Fiorentini  co''  Getèovesi  e  co^  Toscani  /e- 
cioHO  lega  sopra  i  Fisani^  onde  t  ghibellini  furono 

cacciati  di  Pisa, 

Nel  detto  unno  del  mese  di  settembre,  i  Fioren- 
tini feciono  lega  e  compagnia  con  saramento  co'  Luc- 
chesi, e'  Saoesi,  e'  Pistoiesi,  e'  Pratesi,  e' Volterrani, 
e  Sangimignano,  e  Colle,  insieme  co'  Genovesi,  sopra 
la  città  di  Pisa  a  fare  guerra  ;  i  Fiorentini  co*  detti 
Toscani  per  terra,  e*  Genovesi  per  mare.  E'  Fiorentini 
eh'  erano  in  Pisa,  se  ne  partirono  a  dì  10  di  no- 
vembre, per  comandamento  del  comune  di  Firenze; 
e  mandarono  i  Fiorentini  dalla  parte  di  Volterra  sei- 
cento cayalieri  a  fare  guerra  a' Pisani,  e  così  man- 
darono tutte  l'altre  terre  della  lega  secondo  la  loro 
taglia.  E  in  Valdera  feciono  grande  guerra,  e  pre- 
sono molte  castella  di  quelle  de' Pisani,  e  ordinarono 
d' assediare  Pisa  alla  primavera  vegnente  per  mare  e 
per  terra.  Per  la  quel  cagione  il  conte  Ugolino  de* 
Gherardeschi,  ch'era  il  maggiore  cittadinQ  di  Pisa, 
cercò  trattato  d' accordo  co'  Fiorentini  e'  Sanesi  e  gli 
altri  Toscani  di  cacciare  i  ghibellini  di  Pisa,  e  farne 
signori  i  guelfi,  acciocché  1*  oste  ordinata  della  taglia 
detta  che  si  dovea  fare  sopra  Pisa  non  procedesse, 
e  così  fu  fatto.  E  dissesi  in  Firenze,  che  '1  detto 
conte  Ugolino  presentando  a  certi  caporali  cittadini 
di  Firenze  vino  di  vernaccia  in  certi  fiaschi,  che  vi 
mandò  dentro  col  vino  fiorini  d'oro,  acciocché  as- 
sentissono  al  detto  accordo  senza  la  richiesta  de'  Ge- 
novesi e  de*  Lucchesi;  e  ciò  ordinato,  del  mese  di 
gennaio  vegnente  il  detto  conte  Ugolino  cacciò  di 
Pisa  i  ghibellini,  e  focene  signore  se  co'  guelfi.  Ma 
al  detto  accordo  non  furono  richiesti  i  Genovesi,  e' 
Lucchesi  noi  vollono  assentire;  onde  i  Genovesi  e' 
Lucchesi  si  tennero  gravati  e  ingannati  da'  Fiorentini 
e  dagli  altri  Toscani  della  taglia  ;  e  non  lasciarono 
però  di  vem're  sopra  Pisa,  com'era  ordinato,  i  Ge- 
novesi per  mare  con  settanta  galee  armate,  e*  Luc- 
chesi ad  oste  per  terra,  e  guastarono  e  disfecero 
Porto  Pisano  ;  e'  Lucchesi  presono  dalla  loro  parte 
più  castella.  E  di  certo  s'  e'  Fiorentini  avessono  atte- 
nuta la  promessa  e  saramento,  la  città  di  Pisa  sarebbe 
stata  presa,  e  disfatta,  e  recata  a  borghi  com'era  ordi- 


152 


CROMICHE 


nato.  Ma  i  FkNTMitiBi  ordinarono  eh'  e'  Saneti  man- 
daaiono  i  loro  caralierì  alla  guardia  de'  guelfi  dì  Pisa, 
e  perciò  fa  difesa  ;  onde  i  Fiorentini  molto  furono 
ripresi  da'  Genovesi  e  Lncchesi  per  lo  rompere  che 
feciono  di  loro  promessa  e  saramento  per  scampare 
Pisa;  ma  ebbonne  il  merito  e  il  guiderdone  da'  Pi- 
sani ohe  a  ciò  si  convenia,  siccome  innami  per  gli 
tempi  faremo  menxione;  onde  i  Fiorentini  n'ebbono 
poi  più  volte  penUmento  per  la  'ngratitudine  e  su- 
perbia de'  Pisani. 

CAWTOLO  XCIX. 

Come  i  Fioreniini  cominciarono  a  fondare  le  porie 
per  fare  le  nuoto  mura  alla  ciUade, 

Nel  detto  anno  del  mese  di  febbraio,  essendo 
i  Fiorentini  in  buono  e  pacifico  stato,  e  la  città,  cre- 
sciuta di  popolo  e  di  grandi  borghi,  sì  ordinarono  di 
crescere  il  circuito  della  città,  e  cominciarsi  a  fon- 
dare le  nuove  porte,  ove  poi  conseguirono  le  nuove 
mura;  cioè  quella  di  Santa  Candida  di  là  da  Santo 
Ambrogio,  e  quella  di  San  Gallo  in  sul  Mugnone  e 
quella  del  Prato  d'Ognissanti,  e  quella  d'incontro 
alle  donne  che  si  dicono  di  Faenza  ancora  in  sul 
Mugnone;  il  quale  fiumicello  di  Mugnone  alquanto 
dinansi  era  addirizsato,  che  prima  correa  avvolto  per 
Cafaggio  e  presso  alle  seconde  cerchie  della  ciltà, 
[accendo  molesto  assai  alla  città  quando  crescea,  e 
fecionvi  su  i  ponti  dinanzi  alle  dette  porte  e  rimase 
il  lavoro  di  quelle  innanzi  che  fossono  all'  arcora, 
per  la  Novella  che  venne  in  Firenze  che  '1  prenze 
Carlo  era  stato  sconfitto  in  mare  da  Buggeri  di  Lo- 
ria e  da'  Ciciliani.  E  in  questi  tempi  si  fece  per  lo 
comune  di  Firenze  la  loggia  sopra  la  piazza  d' Orto 
San  Michele,  ove  si  vende  il  grano,  e  lastrìcossi  e 
ammattonossi  intorno,  la  quale  allora  fu  molto  ricca 
e  bella  opera  e  utile  tenuta.  E  nel  detto  anno  si 
cominciò  a  rinnovare  la  Badia  di  Firenze,  e  fecesi 
il  coro  e  le  cappelle  che  vengono  in  su  la  via  del 
Palagio  e  il  tetto,  che  prima  era  la  Badia  pii^  addietro 
piccola  e  disorrevole  in  sì  fatto  luogo  della  oittade. 

CAPITOLO  C. 

Delle  grandi  tMvitadi  che  furo  tra*  Tartari   dal 

Turigi. 

Nel  detto  anno  1284,  Tangodar  firatello  d'A- 
bagà  cane  signore  de'  Tartari  del  Turigi  e  di  Persia, 
il  quale  da  giovane  fu  cristiano  battezzato,  e  chia- 
mato Niccola,  com'  egli  ebbe  la  signoria,  si  fece  Sa- 
racino e  rinnegato,  e  fecesi  chiamare  Maometto,  e 
grande  persecuzione  fece  a'  cristiani  in  due  anni  ch^egli 
regnò  in  signoria.  Alle  fine  Argon  suo  nipote  e  padre 
che  fu  di  Casano,  onde  innanzi  faremo  al  suo  tempo 
menzione,  si  rubellò  da  lui,  e  gli  tolse  il  regno  e  la 
vita.  Questo  Argon  fu  figliuolo  d'  Abagà  cane,  e  fu 
grande  amico  de'  cristiani  e  nemico  de'  saracini,  e 
fece  rifare  tutte  le  chiese  de'  cristiani,  che  Maometto 
suo  zio  avea  fatte  distruggere  in  suo  regno,  e  gli 
cristiani  rimise  in  istato,   e  gli  tempii  de'  saracini 


fece  distruggere  e  abbattere,  e  tutti  i  saracini  cac- 
cine di  suo  paese,  e  fa  uno  savio  e  valoroso  signore 
in  arme. 

CAPITOLO  CI. 

Come  i  saradm  presono   e  distrussono  Margotto 

in  Seria, 

Negli  anni  di  Cristo  1285  del  mese  di  maggio, 
i  saracini  col  soldano  d'  Egitto  vennono  ad  oste  alla 
terra  di  Margatto  in  Seria,  la  quale  era  della  ma- 
gione dello  spedale  di  San  Giovanni,  e  era  molto 
fortissima,  e  quella  con  cave  misono  grande  parte 
in  puntelli,  e  sicurarono  i  capitani  d^  entro  che  ve- 
nissono  a  vedere  com'era  puntellato;  per  la  qual 
cosa  i  cristiani  che  v'erano  dentro,  veggendo  che 
non  si  poteano  tenere,  s'arrenderono  salve  le  per- 
sone; e  il  castello  rimase  a' saracini.  Lasceremo  delle 
novità  d'oltremare,  e  torneremo  a  dire  della  grande 
impresa  che  lo  re  di  Francia  fece  sopra  lo  re  d'Araone. 

CAPITOLO  CU. 

Come  il  re  Filippo  di  Francia  andò  con  grande 
esercito  sopra  lo  re  (f  Araona. 

Negli  anni  di  Cristo  1284  a  mezza  quaresima, 
seguente  V  85,  lo  re  Filippo  di  Francia  figlinolo  di 
San  Luis,  avendo  grande  animo  contro  a  Piero  d'A- 
raona  per  la  nimistà  presa  contro  a  lui  per  lo  re  Car- 
lo, e  a  petizione  del  papa  e  della  Chiesa  di  Boma, 
avendo  faunata  grande  oste  in  Tolosana  di  più  di 
ventimila  cavalieri,  e  più  di  ottanta  migliaia  di  pedoni 
di  croce  segnati,  che  Franceschi,  Proenzali,  e  della 
Magna,  e  altre  genti,  e  raunato  infinito  tesoro,  si  partì 
di  Francia  con  Filippo  e  Carlo  suoi  figliuoli,  e  con 
messer  Gè rvuio  detto  Giancoletto  cardinale  e  legato 
del  papa,  e  àndonne  a  Nerbona  per  passare  in  Cata- 
logna per  prendere  il  reame  d' Araona,  onde  Carlo 
suo  secondo  figliuolo  era  privilegiato  dalla  Chiesa  di 
Boma,  e  per  mare  avea  armate  in  Proenza  centoventi 
tra  galee  e  altri  legni  ;  e  trovossi  con  Giacomo  re  di 
Maiolica  fratello  e  nimico  del  re  Piero  d' Araona,  pe- 
rocché gli  avea  fatta  torre  l'isola  di  Maiolica  ad  An- 
fus  suo  figliuolo  primogenito,  e  coronatolne  re.'  E 
del  mese  di  maggio  1285,  si  partì  il  detto  eser^ 
cito  di  Nerbonese,  e  andarne  a  Perpignano  per  le 
terre  del  detto  re  di  Maiolica;  e  trovando  nella  con- 
tea di  Bossiglione  la  città  di  lanne,  la  quale  s'  era 
mbellata  al  re  di  Maiolica  e  teneasi  per  lo  re  d*  A- 
raona,  il  re  di  Francia  vi  puose  l'assedio;  e  per  forza 
combattendo  l' ebbe,  e  uccisono  uomini  femmine  e 
fanciulli,  che  non  ne  rimase  altro  che  'I  bastardo  di 
Bossiglione  con  pochi,  il  quale  s'  arrendè  in  uno 
campanile;  e  poi  che'l  re  l'ebbe  presa,  la  fece  tutta 
distruggere;  e  ciò  fatto  si  partì  del  paese  e  andonne 
coireste  infino  a  pie  delle  montagne' dette  Pirro  al- 
tissime molto,  le  quali  sono  alle  confini  della  Cata- 
logna. Lo  re  Piero  d'  Araona  sentendosi  venire  ad- 
dosso sì  fatto  esercito,  si  provvide  di  non  mettersi 
a  battaglia  campale,  perocché  la  sua  forza  era  niente 
appo  quella  del  re  di  Francia;  ma  di  stare  alle  dife- 
se, e  guardare  i  passi  :  e  aveva  fornito  e  afforzalo  il 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


t53 


passo  delle  Schiuse,  onde  si  valicavano  le  dette  mon- 
tagne, di  gente  d^arme;  e  egli  in  persona  v^era  alla 
guardia  a  tende  e  a  padiglioni  per  non  lasciare  pas- 
sare r  oste  del  re  di  Francia.  B  a  quella  contesa  stette 
Foste  de  Franceschi  più  dì,  che  in  nulla  guisa  po- 
leano  passare;  alla  flne  il  re  di  Francia  per  consiglio  del 
bastardo  di  Rossiglione  fece  armare  tutta  la  sua  gen- 
te, e  fece  vista  di  combattere  il  detto  passo,  fi  una 
mattina  molto  per  tempo  iMetto  re  con  parte  di  sua 
gente,  alla  guida  del  detto  bastardo,  tennero  per  al- 
tro cammino  su  per  le  montagne,  lasciando  il  più  di 
sua  oste  e  tutti  i  suoi  arnesi  incontro  al  passo  delle 
Schiuse,  e  tennero  per  aspre  e  diverse  vie  piene  di 
spine  e  di  pietre,  le  quali  erano  impossibili  a  potersi 
fare  per  gente  umana,  e  onde  Fiero  d' Araona  non  si 
prendea  guardia;  ma  alla  fine  con  grande  affanno,  e 
perdendo  e  guastando  molti  di  loro  cavalli,  furono  di 
sopra  alla  detta  montagna.  Piero  d^  Araona  veggendo 
che  1  re  di  Francia  gli  era  al  di  sopra  del  passo,  abban- 
donò la  speranza  di  quello,  e  partissi  con  tutta  sua 
gente,  lasciando  le  tende  e  gli  arnesi,  e  tornossi  ad- 
dietro in  sue  terre,  e  lasciò  il  detto  passo.  Allóra  tutta 
la  gente  ch'aera  rimasa  a  pie  del  passo  nel  campo  del 
re  di  Francia,  con  loro  somieri  e  arnesi  e  bestiame 
passarono  per  lo  detto  passo  santa  contrario  ninno, 
e  vennero  là  dov'  era  il  re  di  Francia,  la  quale  oste 
stette  in  su  le  montagne  con  grande  diflTalta  dì  vii- 
luaglia  tre  giorni.  Poi  lo  re  con  tutta  sua  oste  scese 
delle  montagne  nel  piano  di  Catalogna,  e  prese  e 
ebbe  al  suo  comandamento  Pietralata,  e  Fighiera,  e 
molte  terre  del  contado  d'  Ampurg  ;  e  1  navilio  e 
Tarmata  sua,  ch'era  alPAcquamortain  Proenza  cart- 
elli di  vittuaglia  e  d'arnese  da  oste,  fece  venire  per 
mare  al  porto  di  Roses.  E  lo  re  con  sua  oste  si  puose 
ad  assedio  alla  città  di  Girone,  la  quale  era  mollo 
forte  e  ben  guemita,  e  oravi  dentro  per  guardia  e 
capitano  messer  Ramondo  signore  di  Cardona  con 
buona  compagnia.  E  vegnendo  Toste  de' Franceschi, 
misono  fuoco  nei  borghi  di  fuori,  acciocché  la  terra 
fosse  più  forte,  e  mollo  danneggiavano  V  oste  de' 
Franceschi  e  difendeano  la  terra.  Ma  lo  re  di  Francia 
giurò  di  mai  non  partirsi,  ch'egli  avrebbe  la  terra. 
Ma  stando  al  detto  assedio.  Toste  del  re  di  Francia 
cominciò  molto  a  scemare  per  cagione  del  lungo  di- 
moro del  campo  in  uno  luogo  fermo  ;  per  la  moltn 
ordnra  '  e  carogna  di  bestie  morte,  per  lo  grande 
caldo  V*  appario  diversa  quantità  di  mosche  e  di  ta- 
fani, i  quali  pareano  avvelenati,  e  pugnendo,  e  uomini 
e  bestie  ne  morivano  ;  e  crebbe  tanto  la  pestilenzia, 
che  si  corruppe  l'aria,  e  molta  gente  morieno  nel- 
r  oste,  onde  al  re  di  Francia,  e  al  suo  consiglio,  e  a 
tutta  r  oste  molto  era  grave,  e  volentieri  vorrebbe  lo 
re  essere  sofferto  ^  del  suo  saramento. 

CAPITOLO  CHI. 

Come  lo  re  éT  Araona  fu  sconfitto  e  fedito  da" Fran- 
ceschi^ della  quale  fedita  poi  morio. 

Stando  lo  re  di  Francia   all'assedio  di  Girona, 
la  vittnaglia  e  fornimento  dell'  oste  gli  venia  dal  suo 


lordura.     ^  prosciolto,  liberato. 


navilio  dal  porlo  di  Roses  presso  a  quattro  miglia* 
Lo  re  Piero  d' Araona  con  sua  gente  impediva  quanto 
potea  la  scorta  che  conducea  la  vittuaglia,  e  conve- 
nia che  e'  Franceschi  la  guidassono  con  molta  gente 
e  con  grande  fatica.  Avvenne  che  la  vigilia  di  Santa 
Maria  d'agosto,  lo  re  d' Araona  8*era  messo  in  a- 
guato  con  cinquecento  de' migliori  de' suoi  cavalieri, 
e  con  duemila  mugaveri^  a  pie  per  impedire  la  scorta 
del  re  di  Francia,  e  ancora  si  dicea  che  in  quella 
scorta  venia  la  paga  della  gente  del  re  di  Francia,  e 
però  lo  re  d' Araona  in  persona  si  mise  nelT  aguato: 
fu  rapportalo  per  una  spia  a  messer  Raul  di  Rasi  e  a 
messer  Gian  d'Ericorte  conestabile  e  maliscalco  dei- 
Toste  del  re  di  Francia.  I  detti  ebbero  loro  consiglio, 
e  co*  migliori  cavalieri  dell*  oste  per  andare  a  com- 
battere col  detto  aguato,  e  ragionando  d'andarvi 
grossi  di  gente,  erano  certi  che  'I  re  d' Araona  né 
sua  gente  non  uscirebbono  a  battaglia,  com'altre  volte 
non  avea  fatto  se  non  a  suo  vantaggio.  Ma  disse  mes- 
ser Raul  di  Rasi  valente  cavaliere:  Se  noi  rolemo 
essere  polenti  uotnini^  e  trarrelo  a  battaglia^  a«- 
diamti  con  poca  gente^  sì  che  gli  paia  atere  buono 
mercato  di  noi.  E  così  fu  fatto;  ch'eglino  presono 
il  conte  della  Marcia  e  de'più  eletti  baroni  e  baccel- 
lieri d' arme  che  fossono  in  tutta  T  oste,  infino  in 
quantità  di  trecento  cavalieri  sanza  più,  e  misonsi 
contro  T  aguato.  Lo  re  d' Araona  veggendo  che  non 
erano  maggior  quantità,  e  egli  avea  gente  troppa  più 
di  loro,  lasciando  i  pedoni  s'affrettò  di  fedire  co'suoi 
cavalieri,  e  si  mise  alla  battaglia,  la  quale  fu  aspra  e 
dura,  siccome  di  tanti  eletti  e  provati  cavalieri.  Alla 
fine,  come  piacque  a  Dio,  i  Franceschi  sconfissono  il 
re  d' Araona,  e  egli  fu  fedito  duramente  nel  viso  d'u- 
na lancia,  e  fu  ritenuto  e  preso  per  le  redine  di  suo 
cavallo.  Il  detto  re  con  tutta  la  fedita  eh' avea,  Ai 
accorto,  e  colla  spada  tagliò  le  redine  al  suo  cavallo, 
e  diegli  degli  sproni,  e  usci  della  pressa,  e  fuggì  con 
sua  gente;  alla  quale  battaglia  rimasono  morti  da 
cento  buoni  cavalieri  araooesi  e  catalani,  e  molti  fe- 
diti. Lo  re  Piero  tornato  a  Villafranca,  non  avendo 
buona  cura  di  sua  fedita,  e  per  alcuno  si  disse,  eh'  e- 
gli  giacque  carnalmente  con  una  donna,  non  essendo 
salda  né  guerita  la  piaga,  onde  poco  appresso  ne 
morio,  a  dì  8  del  mese  di  novembre,  gli  anni  di  Cri- 
sto 1285,  e  fusoppellitq  in  Barzellona  nobilemente. 
Ma  innanzi  ch'egli  morisse  racquistò  Girona,  come 
appresso  faremo  menzione,  e  fece  suo  testamento,  e 
lasciò  che  T  isola  di  Maiolica  fosse  renduta  al  re  Gia- 
mo suo  fratello,  e  lasciò  re  d' Araona  Anfus  suo  pri- 
mogenito figliuolo,  e  Giacomo  suo  secondo  figliuolo 
re  di  Cicilia,  con  tutto  che  'I  detto  Anfus  vivette  poco, 
e  succedette  il  reame  al  suo  fratello  re  Giamo.  Il  so- 
praddetto Piero  re  d' Araona  fu  valente  signore  e 
prò' in  arme,  e  bene  avventuroso  e  savio,  e  ridottato 
da'  cristiani  e  da'saracini  altrettanto  o  più,  come  nullo 
re  che  regnasse  al  suo  tempo. 


'  soldati  C091  detti  da  una  specie  di  dardo  antico. 


154 


CRONICHB 


CAPITOLO  CIV. 

Come  io  re  di  Francia  ebbe  la  ciiià  di  Girona^  e 
come  la  sua  armata  fu  sconfitta  iu  mare, 

Cone  lo  re  d*Araona  fu  sconfitto  per  lo  modo 
detto  di  sopra,  il  re  di  Francia  ebbe  grande  alle- 
greua,  e  misesi  forte  a  stringere  la  città  di  Girone, 
la  qoale  sentendo  come  lo  re  d'  Araona  loro  signore 
era  stato  sconfitto  e  fedito  a  mprte,  e  essendo  in 
grande  stretta  di  Tittaaglia,  che  non  era  loro  rimaso 
a  vivere  che  per  tre  giorni,  sì  s**  arrenderono  al  re  di 
Francia  salve  le  persone,  e  ciò  che  ne  potessono 
trarre,  e  cosi  fu  fatto  ;  e  lo  re  fece  fornire  Girone  di 
viituaglia  e  di  sua  gente.  In  questa  stanila  lo  re  di 
Francia  prese  suo  consiglio  di  tornare  a  vernare  in 
Tolosana,  e  parte  di  suo  navilio  s'era  partito  dal  porto 
di  Roses  in  Catalogna  e  tornato  in  Proenza.  Avvenne, 
che  in  quegli  giorni  messer  Ruggerì  di  Loria  ammi- 
raglio del  re  d' Araona  era  venuto  di  Cicilia  in  Ca- 
talogna con  quarantacinque  galee  armate  in  aiuto  di 
suo  signore;  e  sentendo  che  "ì  navilio  del  re  di  Fran- 
cia era  nel  porto  di  Roses,  e  assai  scemato  e  strac- 
cato, si  Io  assaltò  colle  sue  gelee  e  colf  aiuto  di 
quegli  della  terra  che  si  rubellarono  al  re  di  Francia 
e  tennono  co' Ciciliani,  si  furono  sconfitti  e  presi  i 
Franceschi,  e  fu  arso  gran  parte  del  navilio  del  re  di 
Francia,  e  fu  preso  V  ammiraglio  ch'avea  nome  mes- 
ser Inghiramo  di  Baliuolo.  E  alla  detta  battaglia  nel 
porto  di  Roses  venne  al  soccorso  dell'oste  del  re  di 
Francia  il  suo  maliscalco  con  grande  gente  a  piede 
e  a  cavallo;  ma  poco  e  niente  poterono  adoperare 
alla  difensione  del  loro  navilio  eh'  era  in  mare,  ma 
veggendolo  preso,  misono  fuoco  nella  terra  del  porto 
di  Roses,  e  si  tornarono  all'  oste  del  re  di  Francia. 

CAPITOLO  CV. 

« 

Come  il  re  di  Francia  si  partì  d"  Araona^  e  mori 

a  Perpignano. 

Lo  re  Filippo  di  Francia  veggendosi  la  fortuna 
cosi  mutata  e  contraria,  e  preso  e  arso  il  suo  navilio 
che  gli  portava  la  vittuaglia  all'  oste,  sì  si  diede  molta 
maninconia  e  dolore,  per  la  quale  ammalò  forte  di 
febbre  e  di  flusso,  onde  i'suoi  baroni  presono  per 
consiglio  di  partirsi  e  tornare  in  Tolosana,  e  per  ne- 
ceaaità  il  conveniva  loro  fare  per  la  dififalta  della  vit- 
tuaglia, e  del  tempo  contrario  dell*  autunno,  e  per  la 
malattia  del  loro  re.  B  così  si  partirono  intomo  le 
calen  d'ottobre  recandone  lo  re  nudato  inliaraS  e  con 
poca  ordine  sciamiti,  e  ohi  meglio  e  più  tosto  potea 
camminare,  onde  passando  il  forte  passo  delle  Schiuse 
delle  grandi  montagne  di  Finis,  gli  Araonesi  e'  Cata- 
lani eh'  erano  al  passo,  voUono  impedire  la  bara  dove 
il  re  di  Francia  era  malato.  Veggendo  ciò  i  Fran- 
ceschi, come  disperati  si  misono  alla  battaglia  con- 
tro a  quegli  eh'  erano  al  passo,  e  per  non  lasciare 
prendere  il  corpo  del  re,  e  per  forza  d'arme  gli  rup- 
pono  e  sconfissono,  e  cacciarono  del  passo  ;  ma  molta 


lettiga  da  infermi 


gente  minuta  a  pie  de*  Franceschi  furono  presi  e 
morti,  e  molli  sonderi,  arnesi,  e  oavalii  straccali  e 
plesi  per  gli  Catalani  e  Araonesi.  B  poco  appresso  la 
partita  del  re  di  Francia  e  di  sua  oste,  il  re  d' Araona 
riebbe  Girone  a  patti.  B  giunta  l' oste  del  re  di  Fran- 
cia a  modo  di  sconfitta  a  Perpignano,  come  piacque 
a  Dio,  il  re  Filippo  di  Francia  passò  di  questa  vita 
a  di  é*  d'ottobre  gli  anni  di  Cristo  1285,  ed  in  Per- 
pignano la  reina  di  Xorea  sua  moglie  con  sua  com- 
pagnia feciono  grande  corrotto  e  dolore.  E  poi  Fi- 
lippo e  Carlo  suoi  figliuoli  feciono  recare  il  corpo 
a  Parigi,  e  fu  seppellito  a  San  Diomsio  co*  suoi  an- 
ticessori  a  grande  onore.  Questa  impresa  d' Araona 
fu  colla  maggiore  perdita  di  gente,  e  consumauone 
di  cavalli  e  di  tesoro,  che  quasi  mai  per  li  tempi 
passati  avesse  avuto  il  reame  di  Francia  ;  che  poi  lo 
re  appresso  il  detto  Filippo  e  gli  piit  de*  baroni 
sempre  furono  in  debito  e  male  agiati  di  moneta.  B 
appresso  la  morte  del  re  Filippo  di  Francia,  fn  fatto 
re  di  Francia  il  re  Filippo  il  Bello  suo  maggiore  fi- 
gliuolo^ e  coronato  a  re  alla  città  di  Reims  ooUa 
reina  Giovanna  di  Navarra  sia  moglie,  il  giorno  del- 
rEjNfania  appresso.  E  nota,  che  in  uno  anno  o  poco 
pili,  come  piacque  a  Dio,  morirono  quattro  così 
grandi  signori  de'  cristiani,  come  fu  papa  Martino,  e 
'1  buono  Cario  re  di  Cicilia  e  di  Puglia,  e  'I  valente 
re  Piero  d*  Araona,  e  il  possente  re  Filippo  di  Fran- 
cia, di  cui  avemo  fatta  menxione.  Questo  re  Filippo 
fu  signore  di  gran  cuore,  e  in  sua  vita  fece  grandi 
imprese!  prima  quando  andò  sopra  lo  re  di  Spagna, 
e  poi  sopra  lo  conte  di  Fusci,  e  poi  sopra  il  re  d'A- 
raona,  con  più  potenza  che  mai  suo  anliceasore  avesse 
fatto.  Lasceremo  a  dire  de* fatti  d'oltrementi,  oke 
assai  ne  avemo  detto  a  questa  volta,  e  torneremo  a 
dire  de'  fatti  della  nostra  Italia  avvenuti  ne'  detti 
tempi. 

CAPITOLO  evi. 

Della  morte  di  papa  Martino  quarto^   e  come  fu 
fatto  papa  Onorio  de'*  SaieiH  di  Rema. 

Negli  anni  di  Cristo  passati  1285,  a  dì  24  di 
marzo,  morì  papa  Martino  in  Perugia,  e  là  fu  seppellito 
onorevolmente.  Questi  fu  buono  uomo  e  molto  livore- 
vole  per  Santa  Chiesa,  e  a  quegli  della  casa  di  Fran- 
cia, perchè  era  natio  dal  Torso  in  Torena  di  Francia. 
E  poi  la  domenica  appresso  primo  d'aprile,  gli  anni 
di  Cristo  1286,  fu  eletto  e  fatto  papa  Onorio  quarto 
della  casa  de'  Savelli  gentili  uomini  di  Roma,  e  vi- 
vette  nel  papato  due  anni  e  due  dì,  e  quello  ohe  fu 
al  suo  papato  ne  faremo  menzione  appreaao  per  gli 
tempi. 

CAPITOLO  cvn. 

Come  certo  naeilio  de"  Oenotesi  furono  presi  da" 

Risani. 

Nel  detto  anno  1285  del  mese  di  novembre, 
i  Pisani  presono  cinque  navi  grosse  de*  Genovesi  e 
più  altri  legni  di  Ciciliani  e  Catalani,  i  quali  veoiano 
di  Romania  e  di  Cicilia,  e  per  fortuna  di  tempo,  per 
forza  del  vento  a  scilocco,  fuggirono  in   Porto  Pi- 


DI  GlOYAiM^l  VlLLAMl. 


155 


sano,  non  possendo  schifare,  e  parte  ne  ruppono, 
e*  Pisani  vi  trassono  da  Pisa  a  cavallo  e  a  pie,  e 
presone  il  detto  navilio:  onde  i  Genovesi  ricevet- 
tono  danno  di  valuta  di  cinquantamila  fiorini  d'oro, 
e  gli  uomini  rimasono  pregioni,  e'  legni  -de'  Catalani 
e  Ciciliani  furono  mendi  '  per  gli  Pisani» 

CAPITOLO  cvni. 

Co$ne    il   conte  Guido  da  Moniefeliro   signore  in 
Romagna  s'arrendè  alia  Chiesa  di  Roma. 

Negli  anni  di  Cristo  1286,  essendo  papa  Onorio 
quartQ  de'  Savelli  di  Roma,  il  conte  Guido  da  Mon- 
tefeltro,  il  quale  più  tempo  avea  tenuta  occupata  la 
provincia  di  Romagna,  siccome  tiranno  contro  alla 
Chiesa  di  Roma  in  parte  ghibellina,  ove  grandissimo 
spargimento  di  sangue  era  fatto,  come' in  parte  è 
fatta  menzione  addietro,  e  innumerabile  spoglio  di 
moneta  per  la  Chiesa  di  Roma,  e  per  gli  Fiorentini 
e  Bolognesi  in  servigio  della  Chiesa,  e  già  perduta 
per  lo  detto  conte  da  Montefeltro  la  città  di  Faenza 
e  quella  di  Cervia,  e  rendute  alle  comandamenta  della 
Chiesa,  il  detto  conte  Guido  venne  con  patti  ordinati 
a^  comandamenti  del  detto  papa,  il  quale  gli  perdonò 
e  mandollo  a'  confini  in  Piemonte,  e  tenne  due  suoi 
figlinoli  per  istadichi,  e  riformò  tutta  Romagna  alla 
ubbidienza  di  Santa  Chiesa,  e  roandovvi  il  papa  per 
conte  messer  Guglielmo  Durante  di  Proenza. 

CAPITOLO  CIX. 
Come  papa  Onorio  muiò  Valilo  a"  frati  carmelliti. 

Al  tempo  del  detto  papa  Onorio  de'  Savelli, 
portando  i  frati  del  Carmino  uno  abito,  il  quale  se- 
condo i  religiosi  pareva  molto  disonesto,  ciò  era  la 
cappa  di  sopra  accerchiata  con  larghe  doghe  bianche 
e  bigie,  dicendo  che  quello  era  V  abito  di  Santo  Elia 
profeta,  il  quale  stava  nel  monte  Carmelo  in  Seria, 
il  detto  papa  Onorio  il  fece  per  più  onestà  mutare, 
e  fece  la  cappa  tutta  bianca.  Per  la  qual  mutazione 
si  dice,  che  il  spldano  de'  saracini  allora  era,  il  quale 
(tutto  che  quegli  frati  eremita  ch'erano  di  quell'or- 
dine, che  slavano  nel  monte  Carmelo,  fossono  cri- 
stiani) gli  avea  in  reverenza  per  onore  di  Santo  Elia 
profeta,  eh'  era  stato  capo  di  quello  luogo  e  di  quello 
ordine,  dappoi  che  mutarono  l'abito,  per  dispetto 
del  papa  e  de'  cristiani  gli  fece  cacciare  del  monte 
Carmelo,  e  abitarlo  per  saracini. 

CAPITOLO  ex. 

Come  il  vescoto  SArezw  fece  rubellare  il  Poggio  a 
Santa  Cicilia  nel  contado  di  Siena ,  e  come  si  rac- 

quistò. 

Nel  detto  anno  ali*  uscita  del  mese  di  ottobre, 
messer  Guglielmino  degli  libertini  di  Valdamo  ohe 
allora  era  vescovo  d'Arezzo,  e  era  più  uomo  d*arme 


'  racooncUli,  dal  verbo  mmhre. 


che  d*  onestà  di  chericia,  per  suo  indudmento  man- 
dando cinquecento  fanti  ghibellini  del  contado  di  Fi- 
renze e  d' Arezzo  e  di  Siena,  fece  rubellare  incontro 
a*  Senesi  uno  forte  castello  del  contado  di  Siena,  che 
si  chiamava  Poggio  Santa  Cicilia,  per  fare  guerra  a'Sa- 
nesi,  onde  grande  turbazione  fu  a  tutta  parte  guelfa  di 
Toscana,  perocch'era  in  parte  da  fare  molta  guerra. 
Per  la  qual  cosa  il  comune  di  Siena  colla  forza  de* 
Fiorentini,  che  vi  cavalcò  molta  buona  gente  cittadini 
di  Firenze,  e  la  taglia  de'  guelfi  di  Toscana,  ond'era 
capitano  il  conte  Guido  di  Monforte,  v'andarono  ad 
oste,  faccendovi  gittare  dentro  molti  dificii,  e  durov- 
vi  l'assedio  più  di  cinque  mesi.  E  raunando  il  detto 
vescovo  sua  oste  di  tutta  parte  ghibellina  di  Toscana 
per  levare  il  detto  assedio,  non  ebbe  podere,  peroc- 
ché la  parte  de*  guelfi  erano  più  possenti,  per  la 
qual  cosa  quelli  del  castello  avendo  perduta  la  spe- 
ranza del  soccorso,  n'uscirono  la  notte  di  sabato  d'u- 
livo del  mese  d'aprile,  e  molti  ne  furono  morti  e 
presi,  e  quegli  che  furono  menati  in  Siena,  furono 
chi  impiccato  e  chi  tagliato  il  capo,  e  '1  castello  fu 
tutto  disfatto  insino  alle  fondamenta. 

CAPITOLO  CXL 
Come  in  Italia  ebbe  grande  carestia  di  vittuaglia. 

Neil'  anno  1 286 ,  spezialmente  del  mese  d*  a- 
prìle  e  di  maggio ,  fu  grande  caro  di  vittuaglia  in 
tutta  Italia,  e  valse  in  Firenze  lo  staio  del  grano  alla 
misura  rasa  soldi  diciotto  di  soldi  trentacinque  il  fio- 
rino dell'  oro. 

CAPITOLO  CXU. 

Come  messer  Pre^iivalle  dalFiesco  venne  in  Toscana 

per  vicario  «T  imperio. 

Nel  detto  anno  acconsentio  papa  Onorio,  che 
messer  Prezzivalle  dal  Fiesco  de'  conti  da  Lavagna 
di  Genova  fosse  vicario  d*  imperio,  e  andò  in  Ala- 
magna  ,  e  fecesi  confermare  al  re  Ridolfo ,  il  quale 
era  eletto  re  de'  Romani,  e  venne  il  detto  vicario  in 
Toscana  per  racquistare  le  ragioni  dello  *mperio.  Fu 
in  Firenze  in  casa  i  Mozzi,  e  richiese  i  Fiorentini,  e' 
Sanesi,  e'  Lucchesi,  e*  Pistoiesi,  e  V  altre  terre  e  ba- 
roni di  parte  guelfa  di  Toscana  che  giurassono  le 
comandamenta  dello  *mperio,  i  quali  non  vollono  ub- 
bidire uè  giurare;  per  la  qual  cosa  il  detto  vicario  si 
parti  di  Firenze  in  discordia,  e  condannò  i  Fiorentini 
in  settantamila  marchi  d'ariento,  e  conseguente  per 
rata  tutte  le  terre  guelfe  che  non  vollono  ubbidire, 
e  poi  n'  andò  in  Arezzo,  e  fece  isbandire  i  Fiorentini 
in  avere  e  in  persone',  e  per  simile  modo  tutte  l'altre 
terre  disubbidienti.  Ma  istando  in  Arezzo,  e  non  a- 
vendo  seguito,  perocché  i  guelfi  noi  voleano  ubbidi- 
re per  non  esultare  ^  lo  'mperio,  e'  ghibellini  l'aveano 


'  confiscar  loro  ogui  bene  e  cacciarli  a  pena  del  capo. 

^  Vado  colla  Giuntina.  D  testo  Dav.  e  con  esso  i  migliori  : 
ra8uUar$j  quasi  rie$uUare.  Qui  e»ttUare  pare  lo  stesso  ohe 
cioUare,  Ad  ogni  modo  entltare  attivo  manca  al  Vocabolario. 


156 


CRONICHE 


a  sospetto  perch^era  di  progenia  e  Dazione  stata  guelfa, 
e  però  si  tornò  al  re  Ridolfo  in  Alamagna  con  suo 
poco  onore. 

CAPITOLO  CXIU. 

Come  morto  papa  Onorio  de"  Satetli, 

Negli  anni  di  Cristo  1287,  a  dì  3  d'aprile,  mo- 
no papa  Onorio  in  Roma,  e  là  fu  soppellito  a  grande 
onore  nella  Chiesa  di  Santa  . .  .^  Questi  sostenne  anzi 
parte  ghibellina  che  guelfa,  e  poco  aiuto  o  niente 
diede  air  erede  del  re  Carlo  alla  guerra  di  Cicilia, 
onde  montò  mollo  lo  slato  e  podere  del  re  Giamo 
d''Araona,  che  se  ne  avea  fatto  coronare  re,  e  tutta 
parte  ghibellina  d' Italia ,  come  innanzi  faremo  men- 
zione. 

CAPITOLO  CXIV. 

Come  in  Firenze  ebbe  certa  novitade  in  queito  tempo. 

Nel  detto  anno,  essendo  podestà  di  Firenze 
niesser  Matteo  da  Fogliano  di  Reggio,  avendo  preso 
e  condannato  nella  testa  per  micidio  fallo  uno  gran- 
de guerriere  e  caporale,  eh'  avea  nome  Tolto  de' 
Mazzinghi  da  Campi,  e  andando  alla  giustizia,  messer 
Corso  de'  Donati  con  suo  seguito  il  volle  torre  alla 
famiglia^  per  forza  ;  per  la  qual  cosa  la  delta  podestà 
fece  sonare  la  campana  a  martello  ;  onde  s'armarono 
e  trassono  al  palagio  tutta  la  buona  gente  di  Firen- 
ze, chi  a  cavallo  e  chi  a  pie,  gridando:  giustizia 
yiustiua.  Per  la  qual  cosa  la  detta  podestà  assegni  il 
suo  processo,  e  dove  al  detto  Totlo  dovea  essere 
tagliata  la  testa ,  il  fece  strascinare  per  la  terra,  e 
poi  impiccare  per  la  gola,  e  condannò  in  moneta  co- 
loro eh'  aveano  cominciato  il  romore  e  impedita  la 
giustizia. 

CAPITOLO  CXV. 

Come  furono  cacciati  i  guelfi  d'Arezzo  onde  si  co^ 
minciò  la  guerra  Ira''  Fiorentini  e  gli  Aretini. 


Nel  detto  anno  del  mese  di  giugno,  vacante  la 
Chiesa  e  la  parte  ghibellina  presa  molta  baldanza  in 
Toscana  perchè  non  v*  era  papa,  essendo  nella  città 
d' Arezzo  alquanto  tempo  dinanzi  creato  popolo  \  e 
fatto  nno  caporale  che  chiamavano  il  priore  del  po- 
polo, il  quale  perseguitava  molto  i  grandi  e  possenti; 
per  la  qual  cosa  messer  Rinaldo  de'  Bostoli  con  gli 
altri  guelfi  si  legarono  con  messer  Tarlato  e  con  gli 
altri  grandi  ghibellini  per  abbattere  il  detto  popolo  ; 
e  così  feeiono,  e  presono  il  detto  priore,  e  feciongli 
cavare  gli  occhi,  per  la  qual  cosa  rimasono  signori  i 
grandi  guelfi  e  ghibellini  ;  ma  i  ghibellini  tradirono  i 
guelfi  e  gì'  ingannarono  per  rimanere  signori,  e  or* 
dinarono  col  vescovo  d' Arezzo,  che  facesse  una  ran- 
nata di  gente  ghibellina  di  fuori  d'Arezzo,  e  così 


'  di  8.  Maria  Maggiore,  secondo  il  Platina. 
'  ai  birri,  at  sergenti  o  serventi  della  corte. 
'  costitaitosi  il  governo  a  popolo.  Crear  popolo  è  bellis- 
simo modo  che  manca  alla  Crnsca. 


fece  col  podere  di  Bonconte  da  HontefeUro,  e  de* 
Pazzi  di  Yaldamo^  e  Ubertini;  e  usciti  i  gfaibdiiiii  di 
Firenze,  una  notte  vennero  ad  Arezzo  non  prendendosi 
guardia  i  guelfi,  e  per  tradimento  essendo  loro  data 
una  porta  d^  Arezzo,  entrarono  nella  città,  e  caccia- 
ronne  fuori  la  parte  guelfa,  e  fecersene  fare  signore. 
Per  la  quale  mutazione  e  novità,  in  Firenze  n'ebbe 
grande  paura  e  gelosia.  GK  usciti  guelfi  cacciati  d'A- 
rezzo, presono  il  castello  di  Rondine  e  il  monte  San- 
savino,  e  feeiono  lega  co'  Fiorentini  e  coll'altre  terre 
guelfe  di  Toscana,  i  quali  dierono  loro  i  cavalieri 
della  taglia,  eh'  erano  cinquecento,  perchè  faceasono 
guerra  agli  Aretini,  e  per  la  detta  cagione  si  comin- 
ciò la  guerra  tra'  Fiorentini  e  gli  Aretini.  E  in  questo 
tempo,  com'era  ordinato  per  gli  ghibellini,  tornò 
messere  Prezzivalle  dal  Fiesco  vicario  dello  imperio 
d'Alamagna.  in  Arezzo  con  alquanta  gente  che  ebbe 
dal  re  Ridolfo,  e  là  fece  capo  con  tutti  i  ghibellini 
di  Toscana,  faC'Cendo  guerra  a'  Fiorentini  e  a'  Sanesi. 
E  del  mese  di  febbraio  vegnente  cavalcò  la  gente 
eh*  era  in  Arezzo,  intomo  di  cinquecento  cavalieri  e 
pedoni  assai,  in  sul  contado  di  Firenze,  e  intomo  a 
Montevarchi  arsono  case  e  capanne,  e  levarono  pre- 
da, né  già  per  loro  cavalcata  non  uscirono  le  masna- 
de de'  Fiorentini  di  Nonlevarchi  né  di  Sansavino,  onde 
gli  Aretini  si  tomarono  in  Arezzo  sani  e  salvi;  ma 
poco  appresso  faccendo  i  ghibellini  d'Arezzo  loro 
cavalcata  alla  città  di  Chiusi,  ne  cacciarono  la  parte 
guelfa,  e  feeiono  i  Chiusini  lega  con  loro  contro  a' 
Sanesi  a  Montepulciano. 

CAPITOLO  CXVI. 
D' uno  grande  fuoco  che  s" accese  in  Firenze, 

Nel  detto  anno  1287,  di  notte  s^apprese  il  fuo- 
co in  Firenze  nel  palagio  de'  Cerretani  dalla  porta  del 
vescovo,  e  arse  il  detto  palagio,  e  più  case  d^  intor- 
no, con  grande  danno  di  loro  e  dei  vicini,  e  morìwi 
una  balia  con  uno  fanciullo;  che  poi  eh'  ella  ne  fu 
fuori  si  ricordò  di  suoi  danari  ch'avea  lasciati  in  una 
cassetta,  e  per  cupidigia  vi  ritomò,  onde  rimase  nel 
fuoco.  Di  questa  vile  ricordanza  avemo  fatta  memo- 
ria, per  esemplo  della  folle  avarizia  delle  femmine. 
Lasceremo  de'  fatti  di  Firenze,  e  torneremo  alquanto 
a  contare  della  guerra  di  Cicilia. 

CAPITOLO  CXVII. 


Come  r  annata  di  Carlo  Martello  presono  la  dtià 

SAgosta  in  Cicilia,  e  come  la  loro  armata  fu  sconfiUa 

in  mare  da  Buggeri  di  Loria, 

Nel  detto  anno  1287  a  dì  22  d'aprile,  si  par- 
tirono da  Napoli  cinquanta  tra  galee  e  uscieri  armate 
con  cinquecento  cavalieri,  le  quali  avea  fatte  appa- 
recchiare il  conte  d'Artese,  il  quale  era  balio  e  go- 
vernatore di  Carlo  Martello  giovane  figliuolo  di  Carlo 
secondo,  e  di  tutto  il  Regno,  e  di  quello  fece  ammi- 
raglio e  capitano  messere  Rinaldo  da  Velli.  E  passò 
in  Cicilia,  e  prese  per  forza  per  lo  subito  e  improv- 
viso avvenimento  la  città  d'Agosta,  e  rimandò  il  na- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


157 


vilio  a  Brandizio  io  Puf  lia  per  gueroigione,  e  quella 
Agosta  alTorsò  mollo   per  difenderla  e  tenerla  per 
r  erede  del  re  Carlo^  come  valoroso  e  savio  cavaliere. 
Come  don  Giamo  d'Araona  signore  di  Cicilia  seppe 
ciò,  si  andò  con  lutto  suo  sforzo  alPassedio  delta  detta 
.  città  d'Agosta,  ribellata,  e  fece  armare  al  suo  ammi- 
raglio messer  Roggeri  di  Loria  quarantacinque  galee, 
acciocché  guardasse  le  marine,  che  vittuaglia  non 
potesse  venire  alla  guermgione  dell' Agosta,  e  che, 
se  armata  si  facesse  a  Napoli,  non  si  potesse  aggiu- 
gnere  con  quella  di  Brandizio.   Come  il   conte  Ar- 
tese  ebb^  la  novella  delia  presa  dell'*  Agosta,  ordinò 
d^armare  a  Brandizio  il  navilio  e  galee  ch'erano  tor- 
nate coM  molta  vitloaglia  e  goemigione,  e  a  Napoli 
fece  poi  armare  sessanta  galee  per  soccorrere  PAgo- 
sta,  e  passare  in  Cicilia  con  grande  oste,  e  con  molti 
baroni  e  cavalieri  franceschi  e  provenzali  e  italiani,  e 
della  della  anftata  era  ammiraglio  messere  Arrighino 
da  Mare  di  Genova.  Come  Buggeri  di  Loria  seppe  la 
novella,  incontanente,  come  savio  ammiraglio  e  mae- 
stro di  guerra ,  si  diliberò  di  venire  addosso  air  ar- 
mata di  Napoli,  per  sottrarreli  alla  battaglia  innanzi 
che  s*  accozzassero  coir  armata  di  Puglia  che  dovea 
partire  da  Brandizio;  e  cosi  gli  venne  fatto,  che  il 
di  di  Santo  Giovanni  del  mese  di  giugno  del  detto 
anno,  Buggeri  di  Loria  colla  sua  armata  venne  insino 
nel  porto  di  Napoli^  faccendo  saettare  nella  terra,  e 
con  grida  e  villane  parole  a  isvergognare  il  conte 
Artese  e^  sooì  Franceschi,  i  quali  come  gente  poco 
savi  di  guerra  di  mare,  vedendosi  dispregiare  a'  Ca- 
talani e  a'  Ciciliani,  presono  isdegno,  e  con  furia  e 
aanza  ordine  montarono  in  galee,  e  ciò  fu  il  conte 
Guido  di  Nonforte,  e  il  conte  di  Brenna,  e  messer 
Filippo  figliuolo  del  conte  di  Fiandra,  e  più  altri  ba- 
roni e  cavalieri,  e  colle  dette  sessanta  galee  armate 
di  molta  buona   gente  uscirono  del  porto  di  Napoli 
seguendo   Tarmata   de*  Ciciliani.    Buggeri  di  Loria 
ammiraglio  de^  Ciciliani  avendosi  dilungato  da  Napoli 
intorno  di  sei  miglia,  veggendo  venire  la  detta  ar- 
mata isparta  '  e  non  ordinata,  come  valente  ammira- 
glio prese  suo  vantaggio,  non  guardando  perchè  fos- 
aono  più  galee  che  le  sue:  si  fece  volgere  le  sue 
galee  e  fedire  alla  detta  armata,  spezialmente  alle 
galee  ov^  erano  i  signori  fraoceschi,  i  quali  conoscea 
per  mali  maestri  di  mare.    La  battaglia  fu  aspra  e 
dura,  che  con  tutto  eh'  e'  baroni  e'  cavalieri  france- 
schi e  provenzali  non  fossono  usi  di  battaglia  di  ma- 
re, pore  erano  valenti  e  virtudiosi  in  arme  ;  ma  alla 
fine  abbandonali  dal  loro  ammiraglio  messere  Arri- 
ghino da   Mare  (non  piacendogli  la  battaglia  non 
volle  fedire  colle  sue  galee  genovesi)  le  galee  de' 
baroni  furono  sconfitte  e  prese  gran  parte,  e  menati 
in  Cicilia.  Ma  poi  per  danari  la  maggiore  parte  de" 
baroni  e  cavalieri  si  ricomperarono,  salvo  il  conte  di 
Monforte,  che  mori  in  pregione.  La  detta  sconfitta 
fa  grande  abbassamento  della  parte  di  Carlo  Martello 
e  del  conte  d*  Artese,  che  teneano  il  Begno,  e  grande 
esaltamento  de'  Ciciliani   e  de'  Catalani  ;  per  la  qual 
cosa  del  mese  di  luglio  presente  s'arrendè  la  città 
d*  Agosta  a  don  Giamo,  salve  le  persone,  e  fecesi 


'  ibandRta,  senza  ordinantfa. 


triegua  tra  le  dette  parti  dal  San  Michele  vegnente  a 
uno  anno.  Lasceremo  alquanto  della  detta  materia,  e 
diremo  d*altre  novitadi  di  Firenze  e  di  Toscana  ne' 
detti  tempi. 

CAPITOLO  cxvin. 

Come  8* apprese  uno  grande  fuoco  in  Firenze  in  casa 

Cerchi. 

Nel  detto  anno  a  dì  9  di  febbraio,  la  notte  di 
carnasciale,  s' apprese  il  fuoco  in  Firenze  nelle  case 
e  palagi  de'  Cerchi  neri  da  porte  San  Piero,  e  arse 
dalla  volta  ch'era  in  su  l'antica  porta  insino  alla  in- 
contro di  Santa  Maria  in  Campo,  i  quali  erano  molto 
belli  e  ricchi  palagi  e  casamenti  ;  e  arsevi  molta  roba 
e  ricchi  arnesi,  ma  non  v'ebbe  danno  di  persona.  Ma 
poco  tempo  appresso  i  detti  Cerchi,  eh'  erano  di 
grande  ricchezza  e  podere,  le  feciono  rifare  più  belle 
che  prima. 

CAPITOLO  CXIX. 

Della  chiamata  di  papa  Niccola  quarto  dl*Aseoli, 

Negli  anni  di  Cristo  1287,  in  mezzo  febbraio, 
il  dì  della  cattedra  di  San  Piero,  fu  eletto  papa  Nìc- 
cola  quarto  della  città  d' Ascoli  della  Marca.  Questi 
avea  nome  Girolamo ,  e  fu  frate  minore,  e  per  sua 
bontà  e  scienza  fu  fatto  ministro  generale  dell'ordi- 
ne, e  poi  cardinale,  e  poi  papa  ;  e  sedette  anni  quat- 
tro, e  mesi  uno,  e  di  otto  ;  e  vacò  la  Chiesa  dopo  la 
sua  morte  anni  due,  e  mesi  tre,  e  di  otto.  Quello 
che  fu  fatto  per  lui,  e  al  suo  tempo,  faremo  men- 
zione per  gli  tempi  ordinatamente.  Questi  favorò 
molto  parte  ghibellina  occultamente,  e  tutta  sua  fa- 
miglia erano  ghibellini,  e  quegli  della  casa  della  Co- 
lonna aggrandì  molto,  e  fece  cardinale  messer  Piero 
della  Colonna,  non  ostante  ch'avesse  moglie,  la  quale 
dispensò  ^  e  fece  fare  monaca  ;  e  per  partire  gli  Or- 
sini, »  petizione  de*  Colonnesi  fece  Cardinale  mes- 
ser Napoleone  degli  Orsini  di  que*  del  Monte  loro 
parente,  e  nemico  degli  altri  ;  per  la  qual  cosa  molto 
montò  lo  stato  de'  ghibellini,  e  abbassò  lo  stato  del 
re  Carlo  e  de'  guelfi. 

CAPITOLO  CXX. 

D^una  grande  oste  che  7  comune  di  Firenze  fece  so- 
pra la  città  (C Arezzo^  e  alla  partita  i  Sanesi  furono 
sconfitti  alte  pieve  al  Toppo, 

Negli  anni  di  Cristo  1288,  i  Fiorentini  colFal- 
tre  terre  guelfe  della  taglia  di  Toscana,  veggendo 
che  '1  vescovo  d*  Arezzo  col  suo  seguito  de'  ghibel- 
lini di  Toscana,  e  del  Ducato,  e  di  Bomagna,  e  della 
Marca  aveano  fatto  capo  in  Arezzo,  e  rannata  di 
gente  a  cavallo  e  a  pie,  e  faceano  guerra  in  sul  con- 
tado di  Firenze  e  in  su  quello  di  Siena,  i  Fiorentini 
si  dispuosono  di  contrastare  all'  orgoglio  degli  Are- 


*  la  liberò  per  privilegio  da  ogni  impedimento  che  le 
potesse  venire  dai  canoni. 


15B 


CRONICHE 


tini,  e  impuosono  tra  loro  oUocento  cavallate  con 
ricchi  e  grossi  cavalli,  e  bandirono  oste  sopra  Arez- 
zo :  e  date  loro  insegne  a  di  23  di  maggio  del  détto 
anno,  alla  signoria  di  messer  Antonio  da  Posseracco 
di  Lodi,  mandarono  le  dette  bandiere  e  insegne  alla 
badia  a  Ripoli,  e  là  stettono  otto  giorni  spiegate.  E 
ciò  usavano  i  Fiorentini  in  quello  tempo  per  gran- 
digia e  signoria,  che  voleano  che  la  loro  uscita  ad 
oste  fosse  palese  e  nota  a^  nemici  e  a  tutta  la  gente. 
Poi  si  mosse  Toste  il  primo  di  di  giugno,  e  furono 
ventisei  centinaia  di  cavalieri,  e  dodicimila  pedoni  ; 
che  ottocento  furono  cavallate  di  propri  cittadini  di 
Firenze  grandi  e  popolani,  e  trecento  soldati  propri 
de*  Fiorentini,  e  cinquecento  della  taglia  della  com- 
pagnia de*  guelfl  di  Toscana,  e  trecento  di  Lucca,  e 
centocinquanta  di  Pistoia,  e  cinquanta  di  Prato,  e 
cinquanta  di  Volterra,  e  cinquanta  di  Samminiato,  e 
cinquanta  di  Sangimignano,  e  trenta  di  Colle,  e  da 
dngentocinquanta  d*  altre  amistà,  e  de*  conti  Guidi 
guelfi ,  Haghinardo  da  Susinana,  messer  Iacopo  da 
Fano,  Filippuccio  da  lesi,  e"  marchesi  Malispini,  e  *1 
giudice  di  Gallura,  e*  conti  Alberti,  e  altri  baroncelli 
di  Toscana;  e  fu  la  più  grande  e  ricca  oste  che  fa- 
cessono  i  Fiorentini  dappoich'  e'  guelfi  tornarono  in 
Firenze.  E  stettono  a  oste  in  sul  contado  d*  Arezzo 
ventìdue  dì,  e  presono  il  castello  di  Leona  e  disfe- 
cionlo,  e  presoao  Castiglione  degli  libertini,  e  le 
Conie,  e  piili  di  quaranta  altre  castella  e  fortezze 
della  Yaldambra  e  del  contado  d' intomo  ad  Arezzo. 
E  paosonsi  ad  oste  al  castello  di  Laterìno,  e  stet- 
lonvi  otto  dì ,  ed  ebbonlo  a  patti,  che  v*  era  dentro 
per  capitano  Lupo  degli  liberti,  veggendosi  chiudere 
e  steccare  d'intorno;  onde  molto  fu  biasimato  da* 
ghibellini,  perocché  si  potèa  tenere,  e  era  fornito 
per  più  di  tre  mesi.  Ha  Lupo  si  scusava  per  motti, 
che  nuHo  lupo  non  era  costumato  di  stare  rinchiuso. 
Renduto  Laterino  a*  Fiorentini,  guernirlo  ;  e  in  que- 
sta stanza  vi  vennero  i  Sanesi  con  loro  isforzo  di 
quattrocento  cavalieri  e  di  tremila  pedoni  molto  bella 
gente,  e  guastarono  tutte  le  vigne  e  giardini  ifitorno 
alle  mura  d'Arezzo,  e  tagliarono  Tolmo.  Ma  stando 
a  campo,  la  vigilia  di  San  Giovanni  Battista*  fu  maggio- 
re turbino  di  vento  e  d'acqua  che  si  ricordi,  e  ab- 
batté trabacche  e  padiglioni,  spezialmente  nel  campo 
de*  Sanesi,  che  tutte  le  stracciò  e  portò  il  vento  in 
aria,  e  fu  segno  del  loro  futuro  danno.  E  poi  il  di 
di  San  Giovanni  Battista  vennero  i  Fiorentini  schie- 
rati in  sul  prato  d*  Arezzo ,  e  in  quello  dinanzi  alla 
porta  della  città  feciono  correre  il  palio,  siccome  per  I 
loro  costuma  si  facea  per  la  detta  festa  in  Firenze, 
e  fecionvisi  dodici  cavalieri  di  corredo.  E  ciò  fatto, 
r  oste  de*  Fiorentini  si  partì  il  dì  appresso,  lasciando 
in  Laterino  in  guemigione  cento  cavalieri  per  guer- 
reggiare Arezzo  ;  e  tornò  V  oste  in  Firenze  con  loro 
amistà  bene  avventurosamente,  sanza  contrasto  o  vi- 
sta di  ninna  forza  de*  nemici.  E  volFono  eh*  e*  Sa- 
nesi per  loro  sicurtà  ne  venissono  colla  loro  oste 
insieme  insino  a  Montevarchi,  e  di  là  se  n*  andassero 
a  Siena  per  la  via  di  Montegrossoli  ;  onde  i  Sanesi 
tenendosi  possenti  e  leggiadri,  {sdegnarono,  e  non 
vollono  fare  quella  via,  nò  voUono  compagnia  de* 
Fiorentini ,  e  feciono  la  via  diretta  per  guastare  il 


castello  di  Lucìgnano  di  Valdichiane,  salvo  che  con 
loro  andò  il  conte  Alessandro  da  Romena,  allora  ca- 
pitano della  taglia,  con  certi  di  sua  gente.  I  capitani 
di  guerra  della  città  d*  Arezzo,  che  ve  n*avea  assai 
e  buoni,  il  caporale  Bonconte  da  Montefeltro  e  mes- 
ser Guglielmino  Pazzo,  sentendo  la  partita  che  do-' 
veano  fare  i  Sanesi,  misono  an  aguato  con  treeento 
cavalieri  e  duemila  pedoni  al  valico  della  pieve  al 
Toppo,  onde  valicavano  i  Sanesi  male  ordinati  per 
troppa  baldanza  e  sprovveduti  :  e  giugnendo  al  detto 
valico,  assaliti  dagli  Aretini,  per  lo  poco  loro  ordine 
e  sprovveduto  assalto  f^irono  assai  tosto  sconfitti,  e 
fùronne  tra  morti  e  presi  più  di  trecento  por  de*mi- 
gliori  cittadini  di  Siena,  e  de*  migliori  e  gentili  uo- 
mini di  Maremma  eh*  erano  in  loro  compagnia,  in- 
tra* quali  vi  morìo  Rinuccio  di  Pappo  di  Maremma  ', 
molto  nomato  capitano,  della  quale  sconfitta  i  Sanesi 
n*ebbono  grande  abbassamento,  e*  Fiorentini  e  tatti 
i  guelfi  di  Toscana  ne  sbigottiroBo,  e  gli  Aretini  ne 
montarono  in  grande  orgoglio,  come  innanzi  faremo 
menzione. 

CAPITOLO  CXXI. 

Come  furono  cacciaU  di  Pisa  il  giùdice  di   Gallura 
e  la  parte  guelfa^  e  presso  il  conte  Ugolino. 

Negli  anni  di  Cristo  1288,  del  mese  di  luglio, 
essendo  creata  in  Pisa  grande  divisione  e  sette  per 
cagione  della  signorìa,  che  dell*  usa  era  capo  il  giu- 
dice Nino  di  Gallura  de*  Visconti  con  certi  guelfi,  e 
r  altro  era  il  conte  Ugolino  de*  Gherardeichi  coli*  altra 
parte  de*  guelfi,  e  V  altro  era  1*  arcivescovo  Ruggerì 
degli  Ubaldini  co*Lanfranchi,  e  Gualandi,  e  Sismondi, 
con  altre  case  ghibelline  :  il  detto  conte  Ugolino  per 
esser  signore  s*  accostò  coli*  arcivescovo  e  sua  parte, 
e  tradì  il  giudice  Nino,  non  guardando  che  fosse 
suo  nipote  figliuolo  della  figliuola,  e  ordinarono  che 
fosse  cacciato  di  Pisa  co*  suoi  seguaci,  o  preso  in 
persona.  Giudice'  Nino  sentendo  ciò,  e  non  veggen- 
dosi forte  al  riparo,  si  partì  della  terra,  e  andossene 
a  Calci  suo  castello,  e  allègossi  co*  Fiorentini  e*  Luc- 
chesi per  fare  guerra  a*  Pisani.  Il  conte  Ugolino  in- 
nanzi ohe  il  giudice  Nino  si  partisse,  per  eoprire 
meglio  suo  tradimento,  ordinata  la  oee ciata  del  giu- 
dice, se  n*  andò  fuori  di  Pisa  a  uno  suo  maniero  ^ 
che  si  chiamava  Settimo.  Come  seppe  la  partita  di 
giudice  Nino,  tornò  in  Pisa  con  grande  allegrezza, 
e  dà' Pisani  fU  fatto  signore  con  grande  allegrezza  e 
festa  ;  ma  poco  stette  in  sulla  signorìa,  che  la  for- 
tuna gli  si  rivolse  al  contrario,  come  piacque  a  Dio, 
per  li  suoi  tradimenti  e  peccati  ;  che  di  vero  si  disse, 
eh*  egli  fece  avvelenare  il  conte  AnseUno  da  l/apraia 
suo  nipote,  figliuolo  della  serocchia,  per  invidia,  e 
perché  era  in  Pisa  grazioso,  e  temendo  non  gli  to- 
gliesse suo  stato.  E  avvenne  al  conte  Ugolino  quello 
ohe  di  poco  dinanzi  gli  avea  profetato  uno  savio  e 
valente  uomo  di  corte,  chiamato  Marco  Lombardo; 


'  Intendi  Binuccio  PArnese  ;  o  con  esso  anche  morì  certo 
gioTÌne  sanese  detto  Lamo,  che,  veduti  in  rotta  i  suoi,  si 
slanciò  nel  fitto  della  pugna,  e  più  tosto  amò  fiursi  ucci- 
dere, ohe  prendere  la  foga.  V.  Dante,  Inf.  e  Xm. 

^  palazzo  di  campagna  molto  nobile  e  forte. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


159 


che  quando  il  conte  fu  al  tutto  chianuilo  signore  di 
PÌM,  e  quando  era  in  maggiore  stato  e  felicità,  fece 
per  lo  giorno  di  sua  natività  una  ricca  festa,  o?'  ebbe 
i  figliuoli,  e'xttipoti ,  e  tutto  suo  lignaggio  e  parenti 
nomini  e  donne,  con  grande  pompa  di  vestimenti  e 
d*  arredi,  e  apparecchiamento  di  ricca  festa.  Il  conte 
prese  il  detto  Marco,  e  vennegli  mostrando  tutta  sua 
grandezxa  e  potenzia,  e  apparecchiamento  della  detta 
festa;  e  ciò  fatto,  il  domandò:  Marco,  che  te  ne 
pare?  U  savio  gli   rispuose  subito,  e  disse:    Voi 
scie  meglio  apparecchiato  a  ricevere  la  mala  mec- 
ciawta  \  che  barone  d*  Italia.   E  il  conte  temendo 
della  parola  di  Marco,  disse:  Perchè?  E  Marco  ris- 
puose: Perchè  non  vi  falla  altro  che  l'ira  d^ Iddio, 
E  certo  Tira  di  Dio  tosto  gli  sopravvenne,  come 
piacque  a  Dio,  per  gli  suoi  tradimenti  e  peccati  : 
che  come  era  conceputo  per  V  arcivescovo  di  Pisa  e 
suoi  seguaci  di  cacciare  di  Pisa  giudice  Nino  e"*  suoi, 
col  tradimento  e  trattato  del  conte  Ugolino,  scemata 
la  forta  de^  guelfi,  T  arcivescovo  ordinò  di  tradire  il 
conte  Ugolino,  e  subitamente  a  furore  di  popolo  il 
fece  assalire  e  combattere  al  palagio,  faccende  in- 
tendere al  popolo  eh*  egli  avea  tradito  Pisa,  e  ren- 
dute  le  loro  castella  a**  Fiorentini  e  a' Lucchesi  ;  e 
sansa  nullo  riparo  ri  voi  toglisi  il  popolo  addosso,  s' ar- 
randeo preso,  e  al  detto  assalto  fu  morto  uno  suo 
figlinolo  bastardo  e  uno  suo  nipote,  e  preso  il  eonte 
Ugolino,  e  due  suoi  figliuoli,  e  tre  nipoti  figliuoli 
del  figliuolo,  e  misergli  in  pregione,  e  cacciarono  di 
Pisa  la  sua  famiglia  e  suoi  seguaci,  e  Visconti,  e 
Ubixinghi,  Guatani,  e  tutte  T  altre  case  guelfe.  E  cosi 
fu  il  traditore  dal  traditore  tradito;  onde  a  parte  guelfa 
di  Toscana  fu  grande  abbassamento,  e  esaltazione  de* 
ghibellini  per  la  detta  revoluzione  di  Pisa,  e  per  la 
font  de*  ghibellini  d*  Areizo,  e  per  la  potenzia  e 
vittorie  di  don  Giamo  d*  Araona  e  de*  Cioiliani  cen- 
tra r  erede  del  re  Carlo. 

CAPITOLO  CXXIL 

Come  i  Lucchesi  pretono  sopra  i  Pisani  il  castello 

d  Asciano, 

Nel  detto  anno  del  mese  d*  agosto,  i  Lucchesi 
col  giudice  di  Gallura,  e  con  gli  usciti  guelfi  di  Pisa 
(e  di  Firenie  v*  andarono  dodici  cavalieri  di  cor- 
redo con  ducente  cavalieri  soldati)  andarono  ad 
oste  in  sul  contado  di  Pisa,  e  puosonsi  al  castello 
d*  Asciano  presso  di  Pisa  a  tre  miglia,  e  ebbonlo  a 
patti,  salve  le  peraone,  e  tornarono  in  Lucca  sani  e 
salvi  sansa  nullo  contrasto  de*  Pisani.  E  per  loro  dis- 
petto i  Lucchesi  preso  il  castello,  nella  maggiore 
torre  Cedono  mettere  più  specchi,  perchè  i  Pisani 
vi  si  specchiassono. 

CAPITOLO  CXXIII. 

Come  %  soldati  de' Pisani  che  eenieno  di  Campagna 
furono  sconfitti  in  Maremma  da' soldati  de"  Fiorentini, 

Nel  detto  anno  del  mese  di  settembre,  vegnendo 
di  terra  di  Roma  e  di  Campagna  ducento  cavalieri 


*  ventura,  dall'  antica  voce  francese  méchance,  dlsgi'azia, 
o  da  nna  consimile  provenzale.  La  lingua  inglese  ha  pare 
misehoHce, 


soldati  per  lo  comune  di  Pisa,  i  quali  guidava  il 
Conticino  da  Ilei  di  Maremma,  sentendo  la  loro  ve- 
nuta il  giudice  di  Gallura  eh*  era  in  Sarominiato,  con 
ordine  de'  Fiorentini,  mandarono  loro  incontro  tre- 
.cento  cavalieri  di  quegli  della  taglia  con  certi  Fio- 
rentini, onde  fu  capitano  messer  Guelfo  de*  Caval- 
canti e  Berardo  da  Rieti  connestabile,  per  condotta 
di  Minuccio  da  Biserno  ;  e  scontrandosi  co*  detti 
soldati  de'  Pisani  in  Maremma,  gli  ruppono  e  scon- 
Assono,  e  molti  ne  furono  morti  e  presi,  che  pochi 
ne  scamparono  col  Conticino  da  Ilei  ;  e  le  loro  in- 
segne recate  in  Firenze  con  grande  festa,  e  *1  detto 
Berardo  da  Rieti  connestabile  fu  fatto  cavaliere  per 
lo  comune  di  Firense,  e  feciongli  ricchi  doni  e  grande 
onore. 

CAPITOLO  CXXIV. 

Della  cavalcata  eh' e^  Fiorentini  feciono  a  Laterino 
per  andare  sopra  ad  Are%%o. 

Nel  detto  anno  a  di  15  di  settembre,  essendo 
gli  Aretini  ad  oste  sopra  uno  loro  castello  rubellato 
per  gli  guelfi,  che  avea  nome  Corvano,  i  Fioren- 
tini, per  farne  levare  da  oste  gli  Aretini,  cavalcarono 
subitamente  a  Laterino  per  andare  verso  Aretzo,  e 
furono  le  cavallate  di  Firense^  e  da  ducentocinquanta 
loro  soldati;  sicché  furono  intomo  di  mille  nomini 
a  cavallo  e  da  quattromila  pedoni,  e  in  quella  oste  e 
cavalcata  si  diede  di  prima  la  'nsegna  reale  del^ 
r  arme  del  re  Carlo,  e  ebbela  messer  Berto  Fresco- 
baldi,  e  poi  sempre  l'usarono  i  Fiorentini  in  loro 
oste  per  la  mastra  insegna.  E  sentendo  gli  Aretini 
la  detta  cavalcata,  per  tema  della  .terra,  di  notte  si 
levarono  dal  detto  castello,  quasi  a  modo  di  sconfitta, 
non  aspettando  V  uno  F  altro,  e  tornarono  in  Arcuo  ; 
e  ciò  fatto,  per'  rinvigorire  loro  parte  mandarono 
a'  Fiorentini  che  gli  attendessono,  che  voleano  la 
battaglia;  i  quali  avuta  la  novella,  allegramente  gli 
attesone  al  castello  di  Laterino  :  gli  Aretini  con  loto 
amistà  di  Marchigiani,  e  Romagnuoli,  e  usciti  ghibellini 
di  Firenze  e  delle  terre  di  Toscana  in  quantità  di 
settecento  cavalieri  e  di  ottomila  pedoni,  vennero 
schierati  alla  ripa  di  là  dalPArno,  che  si  chiama  Ca 
della  Riccia  incontro  a  Laterino;  I  Fiorentini  veg- 
gendo  i  nimici,  francamente  s*  arroaro,  e  uscirò  di 
Laterino,  e  schierarsi  in  su  la  riva  d*  Arno,  il  quale 
fiume  d*  Arno  in  quello  tempo  era  molto  sottile  d*  ac- 
qua, e  agevole  a  passare  a  quegli  da  pie,  non  che 
a  quegli  da  cavallo.  E  ciò  fatto,  i  Fiorentini  richie- 
sono  gli  Aretini  che  scendessono  al  piano  in  sv 
r  Arno,  0  dessono  campo  a  loro  di  passare  in  su  '1 
loro  piano  per  venire  alla  battaglia  ;*  ma  gli  Are- 
tini a  ciò  non  feciono  risposta,  ma  guardavano  di 
prendere  loro  vantaggio  della  battaglia  al  passare 
dell*  Amo  ;  e  così  stette  ciascuna  parte  alia  gara  ^ 
Alla  fine  gli  Aretini  schifando  la  battaglia,  si  par- 
tirono sconciamente  e  tornaronsi  in  Arezzo;  e"* Fio- 
rentini rimasono  schierati  in  su  la  riva  d'Arno  in- 
fino al  vespro,  e  poi  si  tornarono  in  Laterino,  e 
vegnendone  poi  verso  Firenze,  disfeciono  Montemar- 


'  La  Giuntina  legge:  a  riguarilo* 


160 


CRONicne 


ciano,  e  Poggitaszi,  e  Montefortino,  caslelU  de' Pazzi 
di  Valdarao.  Ma  partili  i  Fiorentini  di  Uterino,  la 
masnada  d'  Arezzo  con  certi  ghibellini  essendo  a 
Bibbiena  in  Casentino,  per  condotta  di  certi  isban- 
diti  e  rnbelli  ghibellini  di  Valdisieve,  cavalcarono 
infino  al  Pontassieve  presso  a  Firenze  a  dieci  miglia, 
levando  preda,  e  ardendo  e  guastando  per  quelle 
contrade,  e  faccendo  danno  assai,  si  tomaron  sanza 
contrasto  in  Bibbiena;  e  ciò  fu  a  dì  13  d'ottobre 
del  detto  anno. 

CAPITOLO  CXXV. 

Come  ii  prenze  Carlo  uscì  della  pregione  del  re 

d*  Araona. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  novembre,  il  prenze 
Carlo  uscì  della  pregione  del  re  d'Araona  per  pro- 
caccio del  re  Adoardo  re  d' Inghilterra,  con  patti,  che 
promise  a  don  Anfiis  re  d' Araona,  che  a  suo  podere 
procaccerebbe,  che  messer  Carlo  di  Valois,  fratello 
dei  re  di  Francia,  rinunzierebbe  con  volontà  del  papa 
il  privilegio  del  reame  d* Araona,  che  gli  avea  dato  la 
Chiesa  al  tempo  di  papa  Martino,  come  addietro  la* 
cemmo  menzione;  e  se  ciò  non  facesse,  promise  e 
giurò  di  ritornare  in  sua  pregione  dal  giorno  a  tre 
anpi.  E  per  fermezza  delb  detta  promessa,  lasciò  per 
isttdichi  tre  suoi  figliuoli  Ruberto,  e  Ramondo,  e 
Giovanni,  e  cinquanta  de'  migliori  cavalieri  di  Proen- 
za.  B  costogli  il  detto  accordo  trentamila  marchi  di 
tterlinì.  E  ciò  fatto,  il  detto  prenze  Carlo  n'andò  in 
Francia  al  re  per  fare  renunziare  a  messer  Carlo,  ma 
niente  ne  potè  fare. 

CAPITOLO  CXXVI. 
ffuno  grande  diluvio  S  acqua  che  fu  in  Fireme, 

Nel  detto  anno  a  di  5  di  dicembre,  fu  in  Fi- 
renze e  nel  contado  uno  grande  diluvio  di  piova,  on- 
de il  fiume  d' Amo  crebbe  si  disordinatamente,  e  durò 
col  detto  empito  fuori  d'ogni  termine  usato  dalla 
mattina  alla  sera,  e  fece  rovinare  palazzi  e  case  de- 
gli Spini  e  Gianfigliazzi,  ch'erano  di  costa  al  ponte  a 
Santa  Trinità,  e  grande  danno  fece  nel  contado  di 
Firenze  e  in  quello  di  Pisa. 

CAPITOLO    CXXVIl. 

Come  gli  Arelini  tennero  guastando  per  lo  con-" 
tado  di  Firenze  insino  a  San  Donato  in  Collina. 

Nel  detto  anno  a  di  12  del  mese  di  marzo,  la 
masnada  d'Arezzo,  intorno  di  trecento  uomini  a  ca- 
vallo e  ben  tremila  a  pie,  vennero  infino  a  Monte- 
varchi, ardendo  e  guastandolo  intorno,  e  arsono  il 
borgo  del  castello,  e  tutto  di  combatterono  la  terra. 
E  stando  Toste  degli  Aretini  a  Montevarchi,  certi 
usciti  di  Firenze  con  alquanti  scorridori  a  cavallo  e  a 
pie,  corsono  insino  a  San  Donato  in  Collina  presso 
a  Firenze  a  sette  miglia,  ardendo  e  guastando,  sicché 
i  fummi  delle  case  e  dell'  arsione  si  vedean  dalla  città 
di  Firenze,  e  cominciarono  a  tagliare  l'olmo  da  San 


Donato  per  dispetto  de'Fiorentinù  E  dò  latto,  si  tor- 
narono nel  borgo  di  Fegghine,  e  stettonvi  ano  di  e 
una  notte  ;  né  già  per  la  delta  cavalcata  non  si  mosse 
uomo  di  Firenze,  anzi  ebbe  nella  terra  grande  gelo- 
sia, temendo  che  la  detta  cavalcata  non  fosse  fatta 
per  tradimento  della  terra,  perchè  in  Firenze  erano 
rimasi  molti  ghibellini  popolani  e  grandi,  de*  quali, 
per  quello  sospetto,  molti  ne  furono  mandati  a'  con- 
fini, e  la  città  rimase  sanza  sospetto. 

CAPITOLO  CXXVIII. 

Come  i  Pisani  feciono  loro  capiUmo  ii  conte  da 

Monte  feltro^  e  come  feciono    morire  di  fame  il 

conte  Ugolino  e"  figliuoli  e*  nipoti. 

Nel  detto  anno  1288  del  detto  mese  dì  mano, 
riscaldandosi  le  guerre  di  Toscana  tra^  guelfi  e'  ghi- 
bellini, per  la  guerra  cominciata  de' Fiorentini  e  da- 
nesi agli  Aretini,  e  de'Fiorentini  e  Laccheai  a' Pisani, 
i  Pisani  elessono  per  loro  capitano  di  guerra  il  conte 
Guido  di  Montefeltro,  dandoli  grande  ginrìdìzione  e 
signoria;  il  quale  ruppe  i  confini  ch'avea  per  la  Chie- 
sa, e  partissi  di  Piemonte,  e  venne  in  Pisa;  per  la 
qual  cosa  egli  e' suoi  figliuoli  e  famiglia,  e  tutto  il 
comune  di  Pisa,  dalla  Chiesa  di  Roma  furono  scomo- 
nicati,  siccome  ribelli  e  nimici  di  Santa  Chiesa.  E 
giunto  il  detto  conte  in  Pisa  del  detto  mese  di  mar- 
zo, i  Pisani,   i  quali  aveano  messo  in  pregione  il 
conte  Ugolino  e  due  suoi  figlinoli,  e  due  figliuoli  del 
conte  Guelfo  suo  figliuolo,  siccome  addietro  facemmo 
menzione,  in  usa  torre  in  sulla  piazza  degli  anziani, 
feciono  chiavare  la  porta  della  detta  torre  e  le  chiavi 
gittare  in  Arno,  e  vietare  a' detti  pregioni  ogni  vi- 
vanda, gli  quali  in  pochi  giorni  vi  morirono  di  fame. 
Ma  prima  domandando  con  grida  il  detto  oonte  |ieni- 
tenzia,  non  gli  concedettono  frate  o  prete  che  ''l  con- 
fessasse. E  tratti  tutti  e  cinque  morti  insieme  della 
torre,  vilmente  furono  sotterrati;  e  d'allora   innanzi 
la  detta  carcere  fu  chiamata  la  torre  della  fame,  e 
sarà  sempre.  Di  questa  crudeltà  furono  i  Pisani  per 
lo  universo  mondo,  ove  si  seppe,  forte  biasimati,  non 
tanto  per  lo  conte,  che  per  gli  suoi  difetti  e  tradi- 
menti era  per  avventura  degno  di  sì  fatta  morte,  ma  per 
gli  figliuoli  e  nipoti,  che  erano  giovani  garzoni  e  in- 
nocenti; e  questo  peocato  commesso  per  gli  Pisani 
non  rimase  impunito,  siccome  per  li  tempi  innansi  sì 
potrà  trovare.  Lasceremo  alquanto  de*  fatti  di  Firenze 
e  di  Toscana,   e  diremo  d'altre  novità   che  addetti 
tempi  apparirono,  e  furono  per  T  universo  nondo. 

CAPITOLO  CXXIX. 

Come  i  saracini  presono  Tripoli  di  Soria. 

• 

Negli  anni  di  Cristo  1289  del  mese  di  maggio, 
il  soldano  di  Babilonia  d'Egitto  con  grandissisM  e- 
sercito  di  saracini  a  cavallo  e  a  pie  venne  ia  Sona, 
epuosesi  ad  oste  alla  città  di  Tripoli,  la  quale  si 
tenea  per  gli  cristiani,  e  quella  per  dìficii  e  cave 
ebbe  per  forza,  e  molti  cristiani  che  v^avea  dentro 
furono  morti,  e  li  giovani  garzoni,  e  le  donne  e  pni- 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


m 


eelle  violate  Tillanamente  da' saracini,  e  menale  in 
servaggio  ;  alquanti  ne  scamparono  in  galee  e  legni 
eh*  erano  nel  porto,  e  fuggirsi  ad  Acri.  E  entrativi  1 
saracini,  la  rubarono  e  spogliarono  d' ogni  sustanzia, 
la  quale  era  piena  di  molte  gioie  e  mercatanzie  e 
cose.  E  ciò  fatto,  la  feciono  abbattere  e  disfare  in- 
sino  alle  fondamenta,  salvo  il  castello  chiamato  No- 
lisino,  il  quale  era  di  fuori  alla  città  ad  una  bale- 
strata, e  gnernironlo  di  saracini  alla  guardia,  perchè 
la  città  di  Tripoli  non  si  rifacesse  per  gli  cristiani. 

CAPITOLO  CXXX. 

Delia   coranaùone  del  re  Carlo  iecondo,  e  come 

passò  per  Firen^Oy  e  lasciò  messere  Amerigo  di 

Nerbona  per  capitano  di  guerra  de"  Fiorentini. 

Nel  detto  anno  a  dì  2  di  maggio,  venne  in  Fi- 
renze il  prenze  Carlo  figliuolo  del  grande  re  Carlo, 
il  quale  tornava  di  Francia  poi  eh*  era  uscito  di  pre- 
gione,  e  andavane  a  corte  a  Rieti  dov*  era  il  papa,  e 
da"  Fiorentini  fu  ricevuto  con  grande  festa,  e  fuglt 
fatto  grande  onore  e  presenti  da*  Fiorentini  ;  e  di- 
morato tre  giorni  in  Firenze,  si  partì  per  fare  ^uo 
cammino  verso  Siena.  E  lui  partito,  venne  in  Firenze 
novella  che  le  masnade  di  Arezzo  s*  apparecchiavano 
d*  andare  in  sul  contado  di  Siena  per  impedire  o  lare 
vergogna  al  detto  prenze  Carlo,  il  quale  avea  piccola 
compagnia  di  gente  d*  arme.  Incontanente  i  Fiorentini 
feciono  cavalcare  i  cavalieri  delle  cavallate,  ove  furono 
tutto  il  fiore  della  buona  gente  di  Firenze  e*  soldati 
ch'erano  in  Firenze,  e  furono  in  quantità  di  otto- 
cento cavalieri  e  tremila  pedoni  per  accompagnare  il 
detto  prenze;  onde  il  prenze  V  ebbe  molto  per  bene 
di  sì  onorato  servigio,  e  subito  e  non  richiesto  soc- 
corso di  tanta  buona  gente,  e  con  tutto  che  non  fa- 
cesse bisogno  ;  che  sentito  per  gli  Aretini  la  caval- 
cata de*  Fiorentini,  non  s*  ardirono  d"  andarvi  ;  ma  pe- 
rò i  Fiorentini  accompagnarono  il  dello  prenze  inflno 
di  là  dalla  Bricola  a*  confini  del  contado  di  Siena  e 
d*  Orbivieto.  E  addomandato  per  lo  comune  di  Firenze 
al  prenze  uno  capitano  di  guerra,  e  che  confermasse 
loro  di  portare  in  oste  la  *nsegna  reale,  dal  prenze 
fu  accettato,  e  fece  cavaliere  Amerigo  di  Nerbona 
grande  gentile  uomo,  e  prode  e  savio  in  guerra,  e 
diello  loro  per  capitano,  il  quale  messer  Amerigo  con 
sua  compagnia,  intorno  di  cento  uomini  a  cavallo, 
venne  in  Firenze  colla  detta  cavallerìa,  e  il  prenze 
n^andò  a  corte,  e  dal  papa  Niccola  quarto  e  da*  suoi 
cardinali  onorevolemenle  fu  ricevuto,  e  il  dì  della 
Pentecoste  vegnente,  a  dì  29  di  maggio  1289,  nella 
città  di  Roma  fu  dal  detto  papa  coronato  il  detto 
Carlo  re  di  Cicilia  e  di  Puglia,  con  grande  onore, 
solennità  e  festa,  e  dalla  Chiesa  fattegli  molle  grazie 
e  grandi  presenti  di  gioielli  e  di  moneta,  e  sussidii 
di  decime  per  aiuto  della  guerra  di  Cicilia.  E  ciò 
fatto,  si  partì  lo  re  Carlo  di  corte,  e  andonne  nel  Regno. 

CAPITOLO  CXXXL 

Come  i  Fiorentini  sconfissone  gli  Aretini  a  Certo- 
mondo  in  Casentino, 

Nel  detto  amo  e  mese  di  nuiggio,  tornata  la 
cavalleria  di  Firenze  d*  accompagnare  il  prenze  Carlo, 
e  col  loro  capitano  messer  Amerigo  di  Nerbona,  per 


soperchi  ricevuti  dagli  Aretini  incontanente  feciono 
bandire  oste  sopra  la  città  d*  Arezzo,  e  diedono  loro 
insegne  di  guerra  a  dì  13  di  maggio,  e  P  insegna 
reale  ebbe  messer  Gherardo  Ventraia  de'Tomaquinci, 
e  incontanente  che  furono  date  le  portarono  alla  ba- 
dia a  Ripoli,  compera  usato,  e  là  le  lasciarono  con 
guardia,  faccendo  vista  d^andare  per  quella  via  sopra 
la  città  d*  Arezzo.  E  venuta  Tamistà  e  fornita  V  ordine 
deiroste,  con  segreto  consiglio  presono  Tordine  e  par- 
tito d*  andare  per  la  via  di  Casentino,  e  subitamente  a 
dì  2  di  giugno,  sonate  le  campane  a  martello,  si  mosse 
la  bene  avventurosa  oste  de*  Fiorentini,  e  le  bandie- 
re, eh*  erano  a  Ripoli,  feciono  passare  Amo,  e  ten- 
nono  la  via  del  Pontassieve,  e  accamparsi  per  atten- 
dere tutta  gente  in  sul  monte  al  Pruno,   e  là  si  tro- 
varono da  millenovecento  cavalieri,  e  da  diecimila  pe- 
doni, de*  quali  v*ebbe  seicento  cittadini  con  cavallate, 
i  meglio  armali  e  montati  ch*uscis8ono  anche  di  Fi- 
renze, e  quattrocento  soldati  colla  gente  del  capitano 
messer  Amerigo  al  soldo  de*  Fiorentini  ;  e  di  Lucca 
v*ebbe  centocinquanta  cavalieri;  e  di  Prato  quaranta 
cavalieri  e  pedoni  ;  di  Pistoia  sessanta  cavalieri  e  pe- 
doni ;  e  di  Siena  centoventi  cavalieri  ;  e  di  Volterra 
quaranta  cavalieri;  e  di  Bologna  loro  ambasciadori 
con  loro  compagnia  ;  e  di  Samminiato,  e  di  Sangimi- 
gnano,  e  di  Colle,  di  ciascuna  terra  v*ebbe  gente  t 
cavallo  e  a  pie  ;  e  Maghinardo  da  Susinana  buono  e 
savio  capitano  di  guerra  con    suoi  Romagnuoli.  E 
rannata  la  detta  oste  scesono  nel  piano  di  Casentino 
guastando  le  terre  del  conte  Guido  Novello  eh*  era 
podestà  d* Arezzo.  Sentendo  ciò  il  vescovo  d'Arez- 
zo, con  gli  altri  capitani  di  parte  ghibellina,  che  as- 
sai V*  avea  de*  nominati,  presono  partito  di  venire  con 
tutta  loro  oste  a  Bibbiena,  perchè  non  ricevesse  il 
guasto,  e  furono  ottocento  cavalieri  e  ottomila  pe- 
doni mollo  bella  gente,  e  di  molli  savi  capitani  di 
guerra  eh*  avea  tra  loro,  che  v*era  il  fiore  de*  ghi- 
bellini di  Toscana,  della  Marca,  e  del  Ducato,  e  di 
Romagna,  e  tutta  gente  costumati  in  ffme  e  in  guer- 
ra, sì  richiesono  di  battaglia  i  Fiorentini,  non  temen- 
do perchè  i  Fiorentini  fossono  due  cotanti  cavalieri 
di  loro,  ma  dispregiandoli,  dicendo,  che  si  lisciavano 
come  donne,  e  pettinavano  le  zazzere,  e  gli  aveano  a 
schifo  e  per  niente.  Bene  ci  fu  anche  cagione,  perchè 
gli  Aretini  si  misono  a  battaglia  co*  Fiorentini,  es- 
sendo due  cotanti  cavalieri  di  loro,  per  tema  d*uno 
trattato  che  *l  vescovo  d*  Arezzo  avea  tenuto  co*Fio- 
rentiai,  menalo  per  messere  Marsilio  de*  Vecchietti, 
di  dare  in  guardia  a*  Fiorentini  Bibbiena,  Civilella,  e 
tutte  le  castella  del  suo  vescovado,  avendo  ogni  anno 
a  sua  vita  cinquemila  fiorini  d*oro,  sicuro  in  su  la  com- 
pagnia de*  Cerchi.  Il  quale  trattato  messere  Gugliel- 
mino  Pazzo  suo  nipote   isturbò,  perchè  il  vescovo 
non  fosse  morto  da*  caporali  ghibellini;  e  però  avac- 
ciarono  la  battaglia,  e  menarvi  il  detto  vescovo,  ove 
egli  rimase  morto  con  gli  altri  insieme;  e  così  fu 
pulito  del  suo  tradimento  il  vescovo,  che  a  una  ora 
trattava  di  tradire  i  Fiorentini  e*  suoi  Aretini.  E  ri- 
cevuto per  li  Fiorentini  allegramente  il  gaggio  ^  della 


'  sfida,  pegno  o  segno  di  sfldm.  Qaeita  voce  non  è  beo 
dichiiurata  nel  Vocabolario. 

11 


162 


CRONICHB 


battaglia,  di  concordia  si  schierarono  e  affrontarono 
le  due  osti  più  ordinatamente  per  V  una  parte  e  per 
r altra,  che  mai  s'affrontasse  battaglia  in  Italia,  nel 
piano  a  pie  di  Poppi  nella  contrada  detta  Cerlomon- 
do,  che  cosi  si  chiama  il  luogo,  e  una  chiesa  de*  frati 
minori  cbe  v'è  presso,  e  in  uno  piano  che  si  chiama 
Campaldino,  e  ciò  fu  un  sabato  mattina  a  di  11  del 
mese  di  giugno,  il'di  di  Santo  Barnaba  apostolo  gli  anni 
di  Cristo  1 289.  Messer  Amerigo  e  gli  altri  capitani 
deTiorentini  si  schierarono  bene  e  ordinatamente,  rac- 
cendo centocinquanta  feditorì  de**  migliori  dell'  oste, 
de'  quali  furono  venti  cavalieri  novelli,  che  si  fedono 
allora;  e  essendo  messer  Vieri  de' Cerchi  de* capitani, 
e  malato  di  sua  gamba,  non  lasciò  perciò  di  volere  es- 
sere de'  feditorì;  e  convenendoli  eleggere  per  lo  suo 
sesto,  nullo  volle  di  ciò  gravare  più  che  si  volesse  di 
volontà,  ma  elesse  se  e  '1  figliuolo  e' nipoti;  la  qnal 
cosa  gli  fu  messa  in  grande  pregio,  e  per  suo  buono 
esemplo  e  per  vergogna  molti  altrì  nobili  cittadini  si 
misono  tra'  feditorì.  E  ciò  fatto,  lasciandogli  di  costa 
da  ciascuna  ala  delU  schiera  de'pavesari,  e  balestrìerì, 
e  ài  pedoni  a  lance  lunghe,  e  la  schiera  grossa  di 
dietro  a' feditorì  ancora  fasciata  di  pedoni,  e  dietro 
tutta  la  salmerìa  rannata  per  ritenere  la  schiera  gros- 
sa, e  di  fuori  dalla  detta  schiera  misono  dugento  ca- 
valierì  e  pedoni  Lucchesi  e  Pistoiesi  e  altrì  forestierì, 
onde  fu  capitano  messer  Corso  Donati,  ch^era  allora 
podestà  de' Pistoiesi,  e  ordinaro,  che  se  bisognasse, 
fedisse  per  costa  sopra  i  nemici.  Gli  Aretini  dalla 
loro  parte  ordinarono  saviamente  loro  schiere,  pe- 
rocché v'avea,  come  detto  avemo,  buoni  capitani  di 
guerra,  e  feciono  molti  feditorì  in  quantità  di  tre- 
cento, intra' quali  avea  eletti  dodici  de' maggiori  ca- 
porali che  si  faceano  chiamare  i  dodici  paladini.  E 
dato  il  nome  ciascuna  parte  alla  sua  oste,  i  Fioren- 
tini Kerbona  cavaliere^  e  gli  Aretini  San  Donato  ca- 
valiere^ i  feditorì  degli  Aretini  si  mossono  con  grande 
baldanza  a  sproni  battuti  a  fedire  sopra  l'oste  de' 
Fiorentini,  e   T  altra  loro  schiera  conseguente   ap- 
presso, salvo  che  '1  conte  Guido  Novello,  eh'  era  con 
una  schiera  di  centocinquanta  cavalierì  per  fedire  di 
costa,  non  si  ardi  di  mettere  alla  battaglia,  ma  ri- 
mase, e  pof  si  fuggi  a  sue  castella.  E  la  mossa  e  as- 
salire che  feciono  gli  Aretini  sopra  i  Fiorentini  fu, 
stimandosi  come  valente  gente  d' arme,  che  per  loro 
buona  pugna  di  rompere  alla  prìma  affrontata  ì  Fio- 
rentini e  metterli  in  volta  ;  e  fu  si  forte  là  percossa, 
che  i  più  de'  feditorì  de'  Fiorentini  furono  scavallati, 
e  la  schiera  grossa  rinculò  buon  peizo  del  campo, 
ma  però  non  si  smagarono  '  né  ruppono,  ma  costanti 
e  forti  riceveltono  t  nemici;  e  coli' ale  ordinate  da 
ciascuna  parte  de'  pedoni  rinchiusono  tra  loro  i  ne- 
mici, combattendo  aspramente  buona  pezia.  E  messer 
Corso  Donati,  ch'era  di  parte  co' Lucchesi  e'Pistolesi, 
e  avea  comandamento  di  stare  fermo,  e  non  fedire 
sotto  pena  della  testa,  quando  vide  cominciata  la  bat- 
taglia, disse  come  valente  uomo  :  Se  noi  perdiamo^ 
io  voglio  morire  nella  battaglia  co*  miei  ciltadinij  e 
$e  noi  vinciamOy  chi  vuole  vegna  a  noi  a  Pistoia 
per  la  condannagione;   e   francamente  mosse  tua 


'  non  si  smarrirono.  La  Gìtmtina  legge:  $magUarono, 


schiera,  e  fedi  i  nemici  per  costa,  e  fu  grande  cagioBe 
della  loro  rotta.  E  ciò  fatto,  come  piacque  a  Dio,  i 
Fiorentini  ebbono  la  vittoria,  e  gli  Aretini  furono 
rotti  e  sconfitti,  e  furono  morti  più  di  millesettecento 
tra  a  cavallo  e  a  pie,  e  presi  più  di  duemila,  ondo 
molti  ne  furono  trabaldati  '  pur  de'  migliori,  chi  per 
amistà,  e  chi  per  ricomperarsi  per  danari  ;  ma  in  Fi- 
renze ne  vennero  legati  più  di  settecentoqnaranta.  In- 
tra'morti  rimase  messer  Guglielmino  degli  libertini  ve- 
scovo d' Arezzo,  il  quale  fu  uno  grande  guerriere,  e 
messer  Guglielmino  de' Pazzi  di  Valdamo  e' suoi  ni- 
poti, il  quale  fu  il  migliore  e  "1  più  avvisalo*  capitano 
di  guerra  che  fosse  in  IlaHa  al  suo  tempo,  e  morìvri 
Bonconte  figliuolo  del  conte  Guido  da  Montefellro,  e 
tre  degli  liberti,  e  uno  degli  Abati,  e  due  de'Griffoni 
da  Fegghine,  e  più  altri  usciti  di  Firenze,  e  Gnide- 
rello  d'Alessandro  da  Orbivieto,  nominato  capitano, 
che  portava  l'insegna  imperiale,  e  più  altri.  Dalb 
parte  de'  Fiorentini  non  vi  rimase  morto  uomo  di  ri- 
nomea, se  non  messere  Guglielmo  Berardi  balio  di 
messere  Amerigo  di  Nerbonfi,  e  messer  Bindo  del 
Baschiera  de'  Tosinghi,  e  Ticci  de'  Visdomini  ;  ma 
molti  altri  cittadini  e  forestieri  furono  fediti.  La  no- 
vella della  detta  vittoria  venne  in  Firenze  il  giorno 
medesimo,  a  quella  medesima  ora  eh'  ella  fu  ;  che 
dopo  mangiare  essendo  i  signori  priori  iti  a  dormire 
e  a  riposarsi;  per  la  sollecitudine  e  vegghiare  della 
notte  passata,  subitamente  fu  percosso  T  uscio  della 
camera  con  grida  :  levate  sti50,  che  gli  AreiùU  sono 
sconfitti:  e  levati,  e  aperto,  non  trovarono  persona, 
e  i  loro  famigliari  di  fuori  non  ne  sentirono  nulla, 
onde  fu  grande  maraviglia  e  notabile  tenuta,  che,  in- 
nanzi che  persona  venisse  dell'  oste  colla  novella,  fa 
ad  ora  di  vespro.  E  questo  fu  il  vero,  ch'io  Tudii  e 
vidi,  e  tutti  i  Fiorentini  s' ammiraro  onde  ciò  fosse 
venuto,  e  stavano  in  sentore  '.  Ma  quando  giunsono 
coloro  che  venieno  dell'  oste,  e  rapportarono  la  no- 
vella in  Firenze,  si  fece  grande  festa  e  allegrezza;  e 
poteasi  fare  per  ragione,  che  alla  detta  sconfitta  ri- 
masono  molti  capitani  e  valenti  uomini  di  parte  ghi- 
bellina, e  nemici  del  comune  di  Firenze,  e  fiume  ab- 
battuto r  orgoglio  e  superbia  non  solamente  degli 
Aretini,  ma  di  tutta  parte  ghibellina  e  d' imperio. 

CAPITOLO  CXXXIL 

Come  i   Fiorentitèi  assediarono    e  guastarono  m- 
tomo  la  città  d'Amzo. 

Avuta  la  detta  vittoria  il  comune  di  Firenze 
sopra  quello  d'Arezzo,  sonata  colle  trombe  la  ri- 
tratta della  caccia  dietro  a'  fuggenti,  si  si  schierò  Toste 
de'  Fiorentini  in  su  il  campo,  e  ciò  fatto,  se  n^an- 


'  tralhgati;  ed  anche  si  disse  tribaldati^  voe.  ant  da 
traholdare  o  trtbaldaref  che  forse  pritnitlTament»  significò  : 
mandar  BottowprOf  fcar  patèw  tottomaiu)  aloana  oosa. 

'  accorto,  avreduto,  dal  verbo  avvitare  Che  tra  gli  altri 
significati  ha  quello  di  aiccoir$9m.  .Luoa,  cen.  \.  nov.  6: 
al  paperOf  €  a'  capponi  t^avvi$ò  troppo  bene  delT animo  tuo; 
ed  anche  di  appoèiaré  coU'  ocdUoj  rieono9eer«  :  Dante,  Inf. 
16  :  aiwisando  lar  preda  €  lor  vantaggio;  CarO|  Eneide  8  : 
Avvisò  r  armi  t  wu  oonoòòe. 

*  stavano  aspettando  con  attensione« 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


163 


durono  a  Bibbiena,  e  quella  ebbono  sanza  naìlo  con- 
trasto ;  e  rubata  e  spogliata  d^  ogni  sustanzia  e  di 
molta  preda,  le  fèciono  disfare  le  mura  e  le  case 
forti  infino  alle  fondamenta,  e  più  altre  castelletta  in- 
torno, soggiornatovi  otto  dì.  Che  se  lo  seguente  dì 
fosse  Toste  de'^Fioreniini  cavalcata  ad  Arezzo,  sanza 
dubbio  s^aYea  la  terra;  ma  in  quello  soggiorno  gli 
scampati  della  battaglia  vi  ritornarono,  e  de*  conta- 
dini d'intorno  vi  fuggirono,  e  presono  ordine  al  ri- 
paro e  guardia  della  terra.  L'Aoste  de* Fiorentini  vi 
venne  alquanti  giorni  appresso,  e  puosono  V  assedio 
nlorno  alla  città,  faccendo  il  guasto  al  continuo,  e 
prendendo  le  loro  castella,  che  quasi  tutte  s*  ebbono, 
quali  per  forza,  e  quali  s*  arrenderono  a  patti  ;  e 
molte  ne  feciono  i  Fiorentini  disfare,  e  ritennero 
Castiglione  Aretino,  e  Montecchio,  e  Rondine,  e  Ci- 
vitella,  e  Laterina,  e  'I  Montesansavino.  E  andarono 
in  quella  oste  due  de*  priori  di  Firenze  a  provvedere; 
e*  Senesi  vennero  per  comune  molto  isforzatamente 
popolo  e  cavalieri,  dopo  la  sconfitta  fatta,  per  rac- 
quistare  le  loro  terre  prese  per  gli  Aretini,  e  ebbono 
Lucignano  d*  Arezzo,  e  Chiusura  di  Yaldichiane  a 
patti.  B  stando  la  detta  oste  de*  Fiorentini  ad  Arezzo, 
in  sul  vescovado  vecchio  per  venti  dì,  la  guastarono 
tutta  intomo,  e  fedonvi  correre  il  palio  per  la  festa 
di  San  Giovanni,  e  rizzarvisi  più  dificii,  e  manganar- 
visi  asini  colla  mitra  in  capo,  per  dispetto  e  rim- 
proceio  del  loro  vescovo,  e  ordinarvisi  molte  torri 
di  legname  e  altri  ingegni  per  combattere  la  terra, 
e  dandovisi  aspra  battaglia,  grande  pezza  dello  stec- 
cato, che  non  v*avea  allora  altro  muro  da  quella 
parte,  fu  arso  e  abbattuto  ;  e  se  i  capitani  dell*  oste 
avessono  ben  fatto  pugnare  a*  combattitori,  per  forza 
s*  avea  la  terra,  ma  quando  doveano  combattere  fe- 
ciono sonare  la  ritratta,  onde  furono  abominati,  che 
«io  fu  fatto  per  guadagneria;  per  la  qual  cosa  il  po- 
polo e*  combattitori  ammollati  si  ritrassono  da*  bada- 
lucchi^ e  dalle  guardie;  onde  la  notte  vegnente  que- 
gli d*  Arezzo  uscirono  fuori,  e  misero  fuoco  in  più 
torri  di  legname;  e  arsonle  con  molti  altri  dificii.  E 
ciò  fatto,  i  Fiorentini  perduta  la  speranza  d*  avere  la 
terra  per  battaglia,  per  lo  migliore  si  partì  Toste, 
lasciando  fomite  le  sopraddette  castella  forti,  perchè 
guerreggiassono  al  continuo  la  terra;  e  tornò  Toste 
In  Firenze  a  dì  24  luglio  con  grande  allegrezza  e  trionfo, 
andando  loro  incontro  il  chericato  a  processione,  e' 
gentili  uomini  armeggiando,  e  U  popolo  colle  insegne 
e  gonfaloni  di  ciascuna  arte  con  sua  compagnia,  e 
recossi  palio  di  drappo  ad  oro^  sopra  capo  di  messer 
Amerigo  di  Nerbona,  portato  sopra  bigordi  ^  per  più 
cavalieri,  e  simile  sopra  messer  Ugolino  de*  Rossi  da 
Parma  eh*  allora  era  podestà  di  Firenze.  E  nota,  che 
tu^  la  spesa  della  detta  oste  si  fomì  per  lo  nostro 
eonrane  per  una  libbra  di  libbre  sèi  e  soldi  cinque  il 
centinaio,  che  montò  più  di  trentasei  migliaia  di  fio- 


'  do]  badaluccare^  dalle  scaramuccie,  e  forse  meglio  :  dalle 
poste,  doDde  rompevano  improvrisl  ai  pioooli  aflW>nti  e  te- 
nerano  a  bada  il  nemico.  Mancherebbe  in  questo  secondo 
senso  aUa  Crusca. 
^  messo  a  oro,  lavorato  ad  oro. 
^  bagordi,  aste,  e  simili  anne  colle  quali  si  bagorda, 
che  è  a  dire,  si  fisteggia  armeggiando  e  giostrando. 


rini  d*  oro,  sì  era  allora  bene  ordinato  T  estimo  della 
città  e  del  contado,  con  altre  cose  e  rendite  del  co- 
mune simiglienti  bene  ordinate.  Bene  avvenne,  che 
tornata  la  detta  oste,  i  popolani  ebbono  sospetto  de* 
grandi,  che  per  orgoglio  della  detta  vittoria  non  gli 
gravassono  oltre  al  modo  usato;  e  per  questa  ca- 
gione le  sette  arti  maggiori  si  rallegarono  con  loro 
le  cinque  arti  conseguenti,  e  feciono  tra  loro  imporre 
arme,  e  pavesi,  e  certe  insegne,  e  fu  quasi  uno  co- 
mlndamento  di  popolo,  onde  poi  si  prese  la  forma 
del  popolo  che  si  cominciò  nel  1292,  come  innanzi 
faremo  memoria.  Della  sopraddetta  vittoria  la  dttà 
di  Firenze  esaltò  molto,  e  venne  in  buono  e  felice 
stato,  il  migliore  eh*  ella  avesse  avuto  infino  a  quelli 
tempi;  e  crebbe  molto  di  genti  e  di  ricchezze,  ch*o- 
gnuno  guadagnava  d^ogni  mercatanzia,  arte,  o  me- 
stieri; e  durò  in  pacifico  e  tranquillo  stato  più  anni 
appreàso,  ogni  dì  montando.  E  per  allegrezza  e  buono 
stato,  ogni  anno  per  calen  di  maggio  si  faceano  le 
brigate  e  compagnie  di  gentili  gioyini  vestiti  di  nuovo, 
e  faccendo  corti  ^  coperte  di  drappi  e  zendali,  e  chiuse 
di  legname  in  più  parti  della  città  ;  e  simile  di  donne 
e  di  pulcelle,  andando  per  la  terra  ballando  con  or- 
dine, e  signore  accoppiate,  con  gli  strumenti  e  colle 
ghirìande  di  fiori  in  capo,  stando  in  giuochi  e  in  al- 
legrezze, e  in  desinari  e  cene. 

CAHTOLO  CXXXIU. 

Di  una  fiera  e  aspra  battaglia  la  quale  fu  ira  U 
duca  di  Brabante  e  il  conte  dt  Lufiimborgo. 

Nel  detto  tempo  e  mese  di  giiigno,  essendo 
nata  una  grande  discordia  tra  *l  duca  di  Brabante  e 
.il  conte  di  Luzimborgo,  per  cagione  del  ducato  di 
Lamborgo  il  quale  era  vacato,  e  ciascuno  de*  delti 
signori  vi  cusava  ragione;  il  conte  di  Luzimborgo, 
perch*era  stato  di  genti  di  suo  lignaggio,  e  con  lui 
tenea  T  ardvescovo  di  Cologna  e  più  altri  signori,  e  1 
duca  di  Brabante  vi  cusava  ragione  per  retaggio 
di  donna.  E  per  questa  tenza  si  nacque  tra  loro  gag- 
gio di  battaglia,  e  ciascheduno  fece  sua  raunata, 
quale  fu  per  la  parte  del  duca  di  Brabante  di  mille- 
dnquecento  cavalieri  de*  migliori  che  fossono  in  Bra- 
bante, in  Fiandra,  e  in  Analdo,  e  di  Francia.  E  d* al- 
tra parte  il  conte  di  Luzimborgo  fu  con  milletrecento 
cavalieri  de*  migliori,  e  de*  più  rinomati  di  Yaldireno 
e  d*Alamagna.  E  raccozzate  le  due  osti  tra  il  fiume 
del  Reno  e  quello  della  Mosa  nel  luogo  detto  Avu- 
rone,  sanza  nhino  pedone  d*arme  che  a  pie  fosse, 
si  cominciò  la  detta  battaglia,  e  fu  si  aspra  e  si  cru- 
dele, che  durò  dalla  mattina  al  sole  levante  infino  al 
coricare  del  sole;  perocché  a  modo  di  torniamento 
si  ruppono  e  si  rallegarono  più  volte  il  giorno,  non 
possendosi  giudicare  chi  avesse  il  peggiore.  Alla  fi- 
ne fu  sconfitto  il  conte  di  Luzimborgo  per  la  buona 
cavalleria  che  messer  Gottifredi  di  Brabante  fratello 
del  duca  avea  menata  di  Francia,  che  vi  fu  il  cone- 
stabile,  e  *l  maliscalco  e  altri  grandi  baroni  di  Fran- 


'  Luoghi,  dove  si  potesser  tenere  conviti  solenni  o  corti 
bandite.  Manca  in  questo  senso  alla  Cnisca. 


tu 


CRANICHE 


CM  tolto  il  Bore  de'  baecellierì  d*arme  del  reame, 
▼'erano  venati  con  lui  a  priego  della  reina 
loglìe  che  tu  del  re  Filippo  di  Francia,  e  se- 
roccUa  del  detto  duca,  e  di  messer  Gottifredi  di 
Brabanle.  E  rimasono  in  sul  campo  morti,  che  d'una 
parte  e  che  d*aUra,  cinquecento  e  più  de'  migliorì  ca- 
▼alierì  del  mondo  ;  ma  i  più  dalla  parte  del  conte  di 
Losimborgo;  ch'egli  con  tre  suoi  fratelli  carnali  vi 
rimasono  morti,  e  *l  conte  di  Gelleri,  e  quello  di  Lea, 
•  più  altri  baroni  del  Reno  e  d'  Alamagna,  e  in  grande 
quantità  presi,  che  per  la  ftereuM  de'  provati  e  buoni 
cavalieri  nullo  quasi  iuggì  di  campo,  onde  bene  n'  è  da 
fare  notevole  memoria,  perocché  appena  si  traeva  di 
tanta  poca  gente,  a  comparazione,  sì  aspra  battaglia 
come  fu  quella.  Perla  quale  vittoria  il  duca  di  Brabante 
9  suo  paese  montò  in  grande  fama  di  buona  cavallerìa 
e  di  grande  stato,  e  conquistò  il  ducato  di  Lamborgo 
onde  era  la  quistione  ;  e  d' allora  innanzi  il  duca  di 
Brabante  accrebbe  la  sua  arme,  e  fecola  a  quartieri; 
r  uno  il  campo  nera  e  leone  ad  oro,  cioè  V  arme  della 
ducea  di  Brabante,  I*  altro  il  campo  ad  argento  e  leo- 
ne vermiglio  per  la  ducea  di  Lamborgo.  Ma  poi  pa- 
ce fece  con  ArHgo  giovane  fanciullo,  e  figliuolo  ri- 
mase del  conte  di  Luzimborgo,  per  consiglio  de' pa- 
renti e  amici  ;  '  e  per  non  essere  disertato  il  detto 
Arrigo  tolse  per  moglie  la  figliuola  del  duca  di  Bra- 
bante.  Questo  Arrigo  crebbe  poi  in  tante  virtù  e 
valore,  che  fu  imperadore  di  Roma,  come  innanzi  al 
suo  tempo  la  nostra  cronica  farà  menzione. 


CAPITOLO  CXXXIV. 

Come  don  Giamo  f>eime  di  Cicilia  im  Calapra  con 

iua  amuUàf  e  riceveiievi  alcuno  dannOy    e  poi  ti 

puose  ad  assedio  a  Gaeta. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  essendo  il 
conte  d'  Artese  maliscalco  della  gente  del  re  Carlo 
In  Calavra  ad  oste  al  castello  di  Catanzaro  ch'era  ra- 
bellato  al  re  Carlo,  e  s'era  arrenduto  a  don  Giamo 
d'Araona,  il  quale  si  facea  chiemare  re  di  Cicilia,  il 
detto  donneiamo  col  suo  ammiraglio  Ruggeri  di  Lo- 
ria, per  soccorrere  e  levare  l' assedio  dal  detto  ca- 
stello, vennero  di  Cicilia  con  loro  armata  di  cinquanta 
tra  galee  e  uscieri,  e  con  gente  d' arme  e  cavalli  puo- 
sono  in  terrai  E  messer  Ruggeri  di  Loria  scese,  e  ne 
fu  capitano  di  cinquecento  cavalieri  catalani,  ov'  ebbe 
una  battaglia  tra'  Franceschi  e*  Catalani,  ma  per  la 
buona  cavalleria  dei  Franceschi  eh'  avea  seco  il  conte 
d' Artese  ne  fu  vincitore,  e  rimasonvi  tra  morti  e 
presi  intorao  di  dugento  Catalani  a  cavallo.  Messer 
Roggeri  si  ricolse  col  rimanente  a  galee.  E  nota,  che  1 
detto  messer  Roggeri  non  fu  vinto  mai  né  prima  né 
poscia  in  battaglia  di  mare  o  di  terra,  se  non  in  quella, 
ma  fu  il  più  bene  avventuroso,  che  ammiraglio  che 
mai  si  ricordi,  come  le  sue  memorie  hanno  fatto  e 
faranno  per  innanzi  menzione.  Come  don  Giamo  vide 
che  non  potea  niente  avanzare  in  Calavra,  ai  partì  per 
mare  con  sua  armata,  lasciando  Toste  e  gente  del  re 
Carlo,  e  sì  si  avvisò  d' assalire  e  prendere  la  città  di 


*  plgUarono  terra,  afferrarono  il  porto. 


Gaeta,  e  per  fare  levare  l'oste  da  Catanzvo  In  Ca- 
lavra, e  posesi  del  mese  di  luglio  ad  assedio  della 
detta  città  di  Gaeta  in  sul  monte  che  v'è  d' incontro, 
assai  forte  luogo  e  sicuro,  con  seicento  cavalieri  e 
con  popolo  e  balestrieri  assai,  e  rizzowi  dlficii\  git- 
tandovi  dentro.  I  Gaetanì  si  tennero  francamente,  e 
mandarono  per  soccorso  al  re  Carlo,  il  quale  si  mos- 
se da  Napoli  con  tutto  suo  podere  di  gente  d' arme  a 
cavallo  e  a  pie;  e  il  conte  d' Artese  vi  venne  di  Ca- 
lavra colla  cavalleria,  lasciando  form'to  l'assedio,  e 
di  Campagna  e  di  Terra  di  Roma  vi  venne  molta 
gente  a  cavallo  e  a  pie  al  soldo  della  Chiesa.  Don 
Giamo  sentendo  venire  il  re  Carlo  sopra  lui  con  tanta 
potenzia,  e  temendo  che  per  fortuna  di  mare  non 
gli  fallisse  vivanda,  fece  domandare  triegue  al   re 
Cario,  promettendo  di  partirsi  da  Gaeta  ;  le  quali  il 
re  accettò  dal  dì  inaino  alla  Tussanti'  vegnente  a  due 
anni,  salvo  che  in.  Calavra.  La  quale  triegua  al  conte 
d'-Artese  e  agli  altri  baroni  franceschi  non  piacque, 
perocché  per  la  loro  potenzia  parca  loro  avere  preso 
don  Giamo  e  vinta  la  guerra  ;  ma  lo  re  Cario  cono- 
scendo che  non  si  potea  levare  l' assedio  senza  peri- 
colo, non  avendo  armata  in  mare,  prese  le  triegue,  e 
però  fu  cagione  di  toraarsi  in  Francia  il  conte  d'Ar- 
teae  e  più  baroni.  E  fatte  le  dette  triegue,  don  Giamo 
con  sua  armata  si  ricolsé,  e  partissi  a  dì  85  d'agosto 
1289,  e  tornarsi  sani  •  salvi  In  Cfcilia.  E  perchò  i 
Gaetani  si  portarono  all'  assedio  firancamente,  e  come 
franchi  nomini,  lo  re  gli  fece  franchi  d'ogni  gra- 
vezza dled  anni. 

CAPITOLO  CXXXV. 

Come  Carlo  Martello  fu  coronato  del  reame 

if  Ungheria. 


Compiute  e  ferme  le  dette  triegue,  le  quali  fu- 
rono molto  utili  al  regno  di  Puglia,  per  dare  alquanto 
silenzio  alla  guerra  ond'  erano  molto  aggravati.  Il 
re  Cario  si  tornò  a  Napoli,  e  1  giorao  di  nostra 
Donna  di  settembre  prossimo  II  detto  re  fece  iu  Na- 
poli grande  corte  e  festa,  e  fece  cavaliera  Carlo  Mar- 
tello suo  primogenito  figliuolo,  e  fecelo  coronare  del 
reame  d' Ungheria  per^  uno  cardinale  legato  del  papa, 
e  per  più  arcivescovi  e  vescovi.  E  per  la  detta  coro- 
nazione e  festa  più  altri  cavalieri  novelli  si  fedono 
il  giorao,  Franceschi,  e  Provenzali,  e  del  Regno,  e 
spezialmente  Napoletani,  per  lo  re  e  per  lo  figliuolo  ; 
e  fu  grande  corte  e  onorevole,  e  ciò  fece  lo  re  Carlo, 
perocché  era  morto  in  quello  anno  il  re  d'Ungheria, 
del  quale  non  rimase  ninno  figliuolo  maschio  né  altra 
rada,  che  la  raina  Maria  moglie  del  detto  ra  Cario, 
e  madra  del  detto  Cario  Martello,  a  cui  succedeva 
per  ereditaggio  il  detto  reame  d'Ungheria.  Ma  BMNrtò 
il  detto  re  d' Ungheria,  Andraasso  disceso  per  le- 
gnaggio  della  casa  d'Ungheria  entrò  nel  raame,  e  la 
maggiora  parte  tra  per  forza  e  per  amore  ne  con- 
quistò, e  fecesene  fera  signora  e  re.  Lasceramo  al- 


I  La  GiuntiiiA:  traboocandavi  dmttró» 

*  Ttunanti,  V.  A.  solennità  deU*  Ogaiasantl 

*  La  Giuntina:  ad  «no  eardinmk. 


\ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


165 


quanto  de'  faUi  del  regno  di  Cicilia  e  di  Ungheria,  e 
loineremo  a"*  fatti  ohe  in  quo'  tempi  furono  in  Toscana. 

CAPITOLO  CXXXVI. 

> 

Com4  que'  di  Chwti  furono  iconfUH^   e  rimkono 

i  guelfi  in  Chiuéi, 

Nel  detto  anno  a  di  16  d'agosto,  i  ghibellini 
ch'erano  in  Chiusi,  ond'era  capitano  measer  Lapo 
Farinata  degli  liberti,  uscirono  ftiori  popolo  e  cava- 
lieri^  e  con  diflcii  e  scale  per  combattere  il  ponte  e 
torri  di  Santa  Mosteruola  a  pie  di  Chiusi  in  su  le 
Chiane,  il  quale  si  tenea  per  gli  guelfi  usciti  di  Chinai. 
E  sentendo  la  detta  ordine,  mandarono  per  soccorso 
a  Siena  e  a  Montepulciano,  onde  subitamente  vi  man- 
darono i  Saneai  messer  Berardo  da  Rieti  con  cento 
cavalieri^  e  di  Montepulciano  vi  trasse  messer  Bonghi 
Bondelmonti  che  n'era  podestà,  con  gente  a  cavallo 
e  a  pie  assai;  e  trovando  la  detta  oste  de' Chiusini,  gli 
aisalirono  francamente  e  gK  misono  in  isconfitta,  e  rima- 
sonne  morti  da  centoventi,  e  presi  più  di  dugento;  per 
la  quale  sconfitta  e  per  riavere  i  loro  pregioni",  quegli 
di  Chiusi  rimìsono  il  settembre  vegnente  i  guelfi  in 
Chiusi,  e  mandarne  messer  Lapo  Farinata,  e  la  ma- 
snada de' ghibellini  d'Areiso. 

CAPITOLO  cxxxvn. 

Come  i  LuccheMi  colla  fòrM  dé'Fiorentim  feciono 
^    otte  sopra  la  città  di  Fisa, 


Nel  detto  anno  1289  del  mese  d'agosto,  i  Luc- 
chesi feciono  oste  sopra  la  città  di  Pisa  colla  forza 
de'  Fiorentini,  che  v'  andarono  quattrocento  cavalieri 
di  cavallate,  e  duemila  pedoni  di  Firenze,  e  la  taglia 
di  loro  e  dell'  altre  terre  di  parte  guelfa  di  Toscana,  e 
andarono  inaino  alle  porte  di  Fisa,  e  fecionvi  i  Luc- 
chesi correre  il  palio  per  la  loro  fèsta  di  San  Regolo, 
e  guastarla  intomo  in  venticinque  di  che  vi  stettono 
ad  oste,  e  presono  il  castello  di  Caprone,  e  guastarìo, 
e  tutta  la  valle  di  Calci,  e  quella  di  Buti,  e  guastarono 
intomo  Vicopisano,  e  dieconvi  più  battaglie,  ma  non 
l'ebbono,  e  tomarsi  a  casa  sani  e  salvi,  e  di  Pisa 
non  usci  persona  d'arme  a  loro  contrario. 

CAPITOLO  cxxxvm. 

D^una   cavalcata  che  feciono  i  Fiorentini^  che 
dovea  loro  essere  dato  Areno. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  novembre,  essendo 
menato  uno  segreto  trattato  per  gli  Fiorentini  d*  avere 
la  città  d'Arezzo  per  tradimento,  subitamente  in  su 
r  ora  di  Vespro  sonando  la  campana  a  martello,  po- 
nendo la  candela  accesa  alla  porta,  pena  grandissima 
chi  non  fosse  cavalcato  innanzi  che  ella  fosse  con- 
sumata, i  cittadini  eh'  aveano  le  cavallate,  incontaaente 
cavalcare  e  con  loro  soldati,  e  tutta  la  notte  inflno 
a  Montevarchi,  e  la  mattina  a  Civitella  ;  e  venia  for- 
nito il  trattato,  se  non  che  uno  che  '1  menava  cadde 


d'uno  sporto  S  e  veggendosi  alla  morte,  in  confessione 
il  manileatò  al  suo.  confessore  frate,  e  quegli  il  ri- 
velò a  messer  Tarlato,  onde  prcae  di  coloro  che  sen- 
tirono il  tradimento,  e  focene  giustizia,  e  fu  disco- 
perto, onde  i  Fiorentini,  che  però  erano  cavalcati  a 
Civitella,  riposati  alquanti  di,  si  tornarono  in  Firenze. 

CAPITOLO  CXXXK. 

D*uno  grande  fuoco  che  5'  apprese  in  Firenze  in 

casa  i  PegolotH. 

Negli  anni  di  Cristo  1 290  a  di  29  di  maggio,  s' ap- 
prese il  fuoco  a  casa  de'  Pegolotti  oltrarno  di  là  dal 
Ponte  Vecchio,  e  araono  le  loro  case  e  la  torre  e  le 
case  de'  loro  vicini  d' incontro,  e  araevi  messer  Neri 
Pegolotti  con  uno  suo  figliuolo,  e  una  donna  di  loro 
con  tre  suoi  figliuoli,  e' una  Ihnte;  onde  fu  allora 
una  grande  pietà  e  dammag^gio  di  peraone  e  d'avere, 
che  poi  fu  quasi  sdento  quello  legnaggio,  ch'erano 
antichi  e  orrevoli  cittadini. 

CAPITOLO  CXL. 

Come  i  Fiorentini  con  loro  amistà  feciono  la  ter%a 
oste  sopra  la  città  <r  Areno, 

Negli  anni  di  Cristo  1290,  i  Fiorentini  usci- 
rono fuori  il  primo  di  di  giugno,  e  feciono  oste  so- 
pra la  città  d'Arezzo  coli" aiuto  della  taglia  e  del- 
l'amistà delle  terre  guelfe  di  Toscana:  furono  mille 
cinquecento  cavalieri,  e  seimila  pedoni.  B  al  dare 
dell'  insegne  della  detta  oste,  si  diede  di  prima  il 
pennone  de' feditori,  mezzo  l'arme  del  re,  e  mezzo 
il  campo  d' argento  e  giglio  rosso,  e  stettono  ad  oste 
ventinove  di,  e  guastarlo  da  capo  :  intomo  intomo  ad 
Arezzo  sei  miglia  non  vi  rimase  né  vigna^  nò  albero,  nò 
biada,  e  corsonvi  il  palio  i)  di  di  Santo  Giovanni  alle 
porte  d'Arezzo.  B  era  allora  podestà  di  Firenze  mes- 
ser Rosso  Gabbrielli  d'Agobbio,  e  fu  il  primo  che 
fosse  per  sei  mesi,  che  innanzi  erano  le  podestadi 
per  uno  anno;  e  per  lo  meglio  del  comune  si  fece  al- 
lora quello  decreto,  che  poi  segui  sempre.  E  tor- 
nando la  detta  oste,  feciono  la  via  di  Casentino  gua- 
stando le  terre  del  conte  Guido  Novello,  e  disfeciongli 
la  rocca,  e  palazzi  di  Poppi,  ch'erano  forti  e  mera- 
vigliosi, e  castello  Santangelo,  e  quello  di  Ghlaz- 
ZU0IO9  e  Cotica,  e  Montaguto  di  Valdamo.  B  in  questo 
venne  T  esecuzione  della  profezia  che  1  conte  Te- 
grimo  il  vecchio  disse  al  conte  Guido  Novello  dopo 
la  sconfitta  de'  Fiorentini  a  Hontaperti,  essendo  in 
grande  stato  e  prosperità  il  detto  conte  Guido,  e  per 
proverbio  si  dicea  in  Firenze:  Tu  stati  piik  ad  agio 
che  7  conte  in  Poppi  ;  e  mostrandogli  il  cassero  di 
Poppi,  nella  cui  camera  dell'  arme  avea  tutte  le  buone 
balestra,  e  altri  arnesi  d' arme  e  d' oste  eh'  e'  Fio- 
rentini aveano  perduti  alla  detta  sconfitta,  e  ancora 
quello  che  trovò  in  Firenze  quando  fu  vicario;  e 
domandando  il  conte  Guido  il  conte  Tegrimo  che* gliene 


'  da  un  tratto  di  muro  ohe  sporgeva  in  fuori  della  di- 
rittura principale. 


166 


CRONICHE 


parea,  il  detto  conte  Tegrìmo  riipoose  improvviso  e 
subito  ai  conte  Guido  uno  bello  motto  e  notabile,  e 
disse:  Farmene  benej  $e  non  dCio  nUendo^  eh*  e" 
fiorentini  sono  granik  preHaiori  ad  usura. 

CAHTOLO  CXLL 

Come  fu  preso  e  guasto  Porto  pisano  per  gli  Fùh 
rentini^  e  Genovesi^  e  Lucchesi, 

Nel  detto  anno  a  dì  2  di  settembre,  i  Fioren- 
tini uscirono  ad  oste  sopra  la  città  di  Pisa,  lasciando 
fornito  il  Valdarno  di  sopra  di  trecento  cavalieri 
tra  cittadini  è  soldati  e  pedoni  assai,  aodoccbè  gli 
Aretini  non  potessono-per  la  detta  oste  correre  in 
Valdarno;  e  ciò  fatto,  con  ordine  de^  Genovesi,  che  vi 
vennono  per  mare  con  quaranta  galee  armate;  e'  Luc- 
chesi vi  furono  con  tutto  loro  podere,  e  presono  per  forca 
Porto  Pisano  e  Livorno,  e  guastarlo  tutto,  e  guastarono  ^ 
le  quattro  torri  ch'erano  in  mare  alla  guardia  del  porto, 
e  M  fanale  della  Melone,  e  fedonle  cadere  e  rove*- 
sciare  in  mare  con  gli  uomini  che  su  v'  erano  a  guar- 
dia. E'  Genovesi  sursono  alla  bocca  e  entrata  del 
porto  più  legni  grossi  carichi  di  pietre,  e  ruppono 
i  palati,  perchè  il  detto  porto  non  si  potesse  usare. 
E  partita  la  detta  oste  di  porto  i  Genovesi  si  torna- 
rono a  Genova,  e^  Lucchesi  a  Lucca  sani  e  salvi, 
e'  Fiorentini  tornarono  per  la  Valdera,  e  presono  e 
disfeciono  più  castella,  e  lasciarono  uno  capitano  in 
Valdera.  Ma  tornati  i  Fiorentini  in  Firenze,  il  conte 
Guido  da  Montefeltro  colle  masnade  di  Pisa  cavalca- 
rono in  Valdera,  e  ripresono  il  castello  di  Monte- 
foscoli  e  quello  di  Montecchio,  e  presono  il  capi<!- 
tano  che  v'aveano  lasciato  i  Fiorentini;  e  ciò  sen- 
tendosi in  Firense,  cavalcarono  i  Fiorentini  a  Volterra 
popolo  e  cavalieri,  e  sentendolo  i  Pisani,  si  torna- 
rono a  Pisa. 

CAPITOLO  CXLIL 

Come  fu  preso  il  marchese  di  Monferrato  da 
quegli  (f  Alessandria. 

Nel  detto  tempo  il  marchese  di  Monferrato  il 
quale  essendo  venuto  nella  città  d*  Alessandria  in  Lom- 
bardia, eh'  agli  tenea  sotto  sua  signoria,  i  cittadini 
di  quella*  a  petizione  e  sommossa  degli  Astigiani  di 
cui  egli  era  nimico  (e  ciò  fu  per  gli  molti  danari 
ch'elli  spesono  ne'  traditori  d'Alessandria),  per  tradi- 
mento presono  il  detto  marchese  e  misonlo  in  pre- 
gione,  per  Ir  cui  presura  i  Milanesi  presono. .  .  . 

CAPITOLO  CXLIU. 

D' uno  grande  miracolo  eh"  aevenne  in  Parigi  del 

corpo  di  Cristo. 

Nel  detto  anno  essendo  in  Parigi  uno  gii^deo 
ch'avea  prestato  ad  usura  ad  una  cristiana  sopra  sua 
roba,  e  quella  volendola  ricogliere  per  averla  indosso 


*  La  GluAtiiUi:  tagliarono. 


il  di  di  Pasqua,  il  giudeo  la  disse  :  Se  Iti  mi  rechi 
il  corpo  del  vostro  Cristo^  io  ti  renderò  i  tuoi  pan^ 
ni  sansa  denari.  La  semplice  fenunina  e  covidosa 
il  promise,  e  la  Bettina  di  Pasqua  andandosi  a  co- 
municare, ritenne  il  sagramento  e  recollo  al  giudeo^ 
il  quale  messo  una  padella  a  fuoco  con  acqua  ho- 
gliente,  gittò  il  corpo  di  Cristo  dentro  e  non  lo  po- 
tea  consumare;  e  dò  veggendo,  il  fedì  più  volte 
col  coltello,  il  quale  fece  abboadevolemente  sangue, 
sicchò  tutta  Tacqua  divenne  vermiglia  ;  e  di  quella  il 
trasse,  e  sùselo  in  acqua  fredda,  e  simile  divenne 
verauglia.  E  soprawegnendovi  i  orìstiani  per  im- 
prontare^ danari,  s'accorsero  del  sacrilegio  del  giu- 
deo, e  fl  santo  corpo  per  se  medesimo  saltò  in  su 
una  tavola.  E  ciò  sentito^  il  giudeo  fu  preso  e  arso, 
e  il  santo  corpo  ricolto  per  lo  prete  a  grande  reve- 
reniia,  e  di  quella  casa  dove  avvenne  il  miracolo  si 
fece  una  chiesa,  che  si  chiama  il  Salvatore  del  Bo- 
gliente. 

CAPITOLO  CXLIV.- 

Come  i  Ratignani  presono  il  conte  di  Romagna  che 

r'  era  per  la  Chiesa. 

Nel  detto  anno  a  di  16  di  novembre,  i  citta- 
dini di  Ravenna  presono  messer  Stefano  da  Ginas- 
uno  di  casa  i  Colonnesi  di  Roma,  il  quale  era  conte 
di  Romagna  per  lo  papa  e  per  la  Chfesa  di  Roma,  e 
uccisono  e  rubarono  e  prosono  tutta  sua  masnada  e 
famiglia.  Per  la  quale  rubellasione  tutte  le  terre  di 
Romagna  si  commossono  a  guerra  e  rubellasione, 
salvo  la  città  di  Forlì;  e  Maghinardo  da  Susinana 
prese  la  città  di  Faenza.  Per  la  quel  cosa  i  Bolognesi 
cavalcarono  a  Imola,  e  disfeciono  gli  steccati,  erap* 
pianarono  i  fossi  d*  intomo  alla  terra.  Dopo  queste 
novità  surte  in  Romagna,  il  papa  Vi  orando  per  conte 
messer  Bandino  de'  conti  Gnidi  da  Romena  vescovo 
d' Areszo ,  il  quale  in  poco  tempo  appresso  tutte  le 
terre  di  Romagna  recò  per  pace  e  accordo  a  sua  ob- 
bedienza, e  di  Santa  Chiesa. 

CAPITOLO  CXLV. 

Come  il  soldano  di  Bahiloma  tinse  per  for%a  la 
città  df  Acri  con  grande  danno  de"  cristiani. 

Negli  anni  di  Cristo  1291  del  mese  d'aprile, il 
soldano  di  BabUonia  d'Egitto,  avendo  prima  fatto 
sua  guernigione  e  fornimento  in  Sona ,  si  passò  il 
diserto ,  e  venne  nella  detta  Sona  con  sua  oste ,  e 
puosesi  ad  assedio  alla  città  d*  Acri ,  la  quale  anti- 
camente la  Scrittura  chiamava  Tolemaida,  e  oggi  in 
latino  si  chiama  Aoon,  e  fii  con  si  grande  gente  a 
pie  e  a  cavallo  il  soldano,  che  la  sua  oste  tenea  più 
di  dodici  miglia.  Ma  innanzi  che  più  diciamo  della 
perdita  d' Acri,  si  diremo  la  cagione,  perchè  il  son- 
dano vi  venne  ad  assedio  e  la  preae,  avutane  rela* 
zaoBo  da  uomini  degni  di  fede  nostri  cittadini , .  e 


*  chiedere,  prendere  in  prestito,  voee  «nticA  e  da  ri- 
mandani  tutta  tutta  ai  f^raneeai,  donde  oi  venne. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


1-67 


mercatanti ,  che  in  quegli  tempi  erano  in  Acri.  Egli 
è  vero,  che  perchè  i  saracini  aveano  ne^  tempi  dinanzi 
tolte  a'crìstiam  la  città  d^Antiocchia,  e  quella  di  Tripoli  e 
quella  di  Suri,  e  più  altre  terre  ch'e  cristiani  teneano  alla 
marina,  la  città  d*  Acri  era  molto  cresciuta  di  genti  e 
di  podere ,  perocché  altra  terra  non  si  tenea  per  gli 
cristiani  in  Soria  ,  sicché  per  lo  re  di  Gemsalem  ,  e 
per  quello'  di  Cipri,  e  '1  prenzed^Antiocchia,  e  quello 
di  Suri,  e  di  Tripoli,  e  la  magione  del  tempio  e  dello 
spedale,  e  V  altre  magioni,  e'  legati  del  papa,  e  que- 
gli ch'aerano  oltremare  per  lo  re  di  Francia  e  per 
quello  d' Inghilterra ,  tutti  faceano  capo  in  Acri ,  e 
aveavi 'diciassette  signorìe  di  sangue,  la  quale  era 
una  grande  confusione.  E  in  quegli  tempi  triegue  e- 
rano  state  prese  ^  tra*  cristiani  e*  saracini,  e  avevavi  più 
di  diciottomila  uomini  pellegrini  crociati  ;  e'fàlliti  i  lo- 
ro soldi ,  e  non  potendoli  avere  da'  signori  e  comuni 
per  cui  v'erano ,  parte  di  loro,  uomini  dileggiati^  e 
senza  ragione,  si  misero  a  rompere  le  triegue,  e  ru- 
bare ,  e  uccidere  tutti  i  saracini  che  v*  erano  in  Atri 
sotto  la  sicurtà  della  triegua  con  loro  mercatanzie  e 
vittuaglie  ;  e  corsono  per  simile  modo  rubando  e  uc- 
cidendo i  saracini  di  più  'casali  d*  intorno  ad  Acri.  Per 
la  qual  cosa  il  soldano  tegnendosi  molto  gravato , 
mandò  suoi  ambasciadori  in  Acri  a  que'  signori ,  ri- 
cheggendo  V  ammenda  de*  danni  dati,  e  per  suo  ono- 
re e  soddisfacimento  di  sue  genti ,  gli  fossono  man- 
dati presi  alquanti  de*  cominciatori  e  caporali  di  quelli 
eh*  aveano  rotte  le  triegue  per  farne  giustizia  :  le 
quali  richiesto  gli/brono  dinegale.  Perla  qual  cosa  vi 
venne  ad  oste,  come  detto  avemo,  e  per  moltitudine 
di  gente  eh*  avea ,  per  forza  riempiè  parte  de*  fossi, 
eh"*  erano  dalla  faccia  di  terra  molto  profondi,  e  pre- 
sono il  primo  giro  delle  mura ,  e  1*  altro  girone  con 
cave  e  diflcii  feciono  in  parte  cadere;  e  presono-la 
grande  torre  ohe  si  chiamava  la^  Maladetta ,  che  per 
alcuna  profezia  si  dicea,  che  per  quella  si  dovea 
perdere  Acri.  Ma  per  tutto  questo  non  si  potea  per- 
dere la  città,  che  perchè  i  saracfni  rompessono  le  mura 
il  di^  la  notte  erano  riparate  e  stoppate  o  con  tavole,  o 
con  sacca  di  lana  e  di  cotone,  e  difese  il  dì  appresso 
vigorosamente  per  lo  valente  e  savio  nomo  fra  Gu- 
glielmo di  Belgiù  maestro  del  tempio,  il  quale  era  ca- 
pitano generale  della  guern^^  e  della  guardia  della 
terra,  e  con  molta  prodezza  e  prevedenza  e  sollecitu- 
dine avea  vigorosamente  guardata^  la  terra.  Ma  come 
piacque  a  Dio,  e  per  pulire  le  peccata  degli  abitanti 
d*  Acri ,  il  detto  maestro  del  tempio  levando  il  brac- 
cio ritto  combattendo^  gli  fu  per  alcuno  Saracino  saet- 
tata una  saetta  avvelenata,  la  quale  gli  entrò  nella  giun- 
tura della  corazza,  perla  quale  fedita  poco  appresso  mo- 
no; per  la  cui  morte  tutta  la  terra  fu  iscommossa  e  im- 
paurita, e  per  la  loro  confusione  delle  tante  signorie  e 
capitani,  come  dicemmo  dinanzi,  si  disordinò,  e  f^irono 
in  discordia  della  guardia  e  difensione  deUa  terra  ;  e 


'  Prendere  tregìM,  o  tregue^  è  maniera  tutf  ora  da  re- 
gistrare. 

'  sfrenati,  senza  legge.  L'ediz.  de'  Giunti  porta  diU' 
giati,  voce  approvata  dai  deputati  alla  correzione  del  De- 
camerone.  Bla  nel  Vocabol.  ebbe  miglior  corso  la  lesione 
del  testo  Davansati. 

'  La  Giuntina:  guarentìta. 


ciascuno,  chi  poteo,  infese  a  sua  salvazione,  e  rico- 
glièndosi  in  navi  e  altri  legni  che  erano  nel  porto . 
Per  la  qual  cagione  i  saracini  continuando  di  dì  e  di 
notte  le  battaglie,  entrarono  per  forza  nella  terra,  e 
quella  corsono  e  rubarono  tutta,  e  uccisono  chiunque 
si  parò  loro  innanzi,  e  giovani  uomini  e  femmine 
menarono  in  servaggio  per  ischiavi,  i  quali  furono 
tra  morti  e  presi,  uomini  e  femmine  e  fanciulli,  più 
di  sessantamila;  e*l  dammaggio  d'avere  e  di  preda 
fu  infinito.  E  raccolte  le  prede  e*  tesori ,  e  tratte  le 
genti  prese  della  terra  si  abbatterono  le  mura  e  le 
fortezze,  e  misonvi  fuoco,  e  guastarla  tutta,  onde  la 
cristianità  ricevette  uno  grandissimo  dammaggio,  che 
per  la  perdita  d*Acri  non  rimase  nella  Terra  Santa 
neuna  terra  per  gli  cristiani;  e  tutte  le  buone  terre 
di  mercatanzia  che  sono  alle  nostre  marine  e  fron- 
tiere, mai  poi  non  valsono  la  metà  a  profitto  di 
mercatanzia  e  d*  arti  per  Io  buono  sito  dov*  era  la 
città  e  porto  d*  Acri ,  perocch*  eli*  era  nella  fronte  del 
nostro  mare  e  in  mezzo  di  Soria,  e  quasi  nel  mezzo 
del  mondo  abitato,  presso  a  Gerusalem  settanta  mi- 
glia ,  e  fondaco  e  porto  d*ogni  mercatanzia  sì  del 
levante  come  del  ponente;  e  di  tutte  le  generazioni 
delle  genti  del  mondo  v*  usavano  per  fare  mercatanzia, 
e  turcimanni  '  v*  avea  di  tutte  le  lingue  del  mondo,  si 
eh*  ella  era  quasi  com'*uno  alimento^  al  mondo.  E  que- 
sto pericolo  non  fu  senza  grande  e  giusto  giudicio  di 
Dio  ,  che  quella  città  era  piena  di  più  peccatori  uomi- 
ni e  femmine  d*  ogni  dissoluto  peccato,  che  in  terra 
che  fosse  tra*  cristiani.  Venuta  la  dolorosa  novella  in 
ponente,  il  papa  ordinò  grandi  indulgenzie  e  perdoni 
a  chi  facesse  aiuto  o  soccorso  alla  Terra  Santa,  man- 
dando a  tutti  i  signori  de*"  cristiani,  che  volea  ordi- 
nare passaggio  generale,  e  difese  ^  con  grandi  pro- 
cessi e  scomuniche  quale  cristiano,  andasse  in  Ales- 
sandria 0  in  terra  d*Egitto  con  mercatanzia,  o  vittuaglia, 
0  legname,  a  ferro,  o  desse  per  alcuno  modo  aiuto 
0  favore. 

CAPITOLO  CXLVI. 

Della  morie  del  re  Ridolfo  d*  Alamagna, 

Nel  detto  anno  1291  morio  il  re  Ridolfo  d'A- 
lamagna,  ma  non  pervenne  alla  benedizione  impe- 
riale, perchè  sempre  intese  a  crescere  suo  stato  e 
signoria  in  Alamagna,  lasciando  le  *mprese  d*  Italia 
per  accrescere  terra  e  podere  a* figliuoli,  che  per 
suo  procaccio  e  valore  di  piccolo  conte  divenne 
imperadore,  e  acquistò  in  proprio  il  ducato  d^O- 
sterich,  e  gran  parte  di  quello  di  Soavia. 


*  Interpreti. 

^  Sterpiatura  antica  della  parola  elemento.  Eetert  un 
elemento  o  il  qmnto  elemento  valeva  eeeere  eota  ntceeeati»' 
sima,  U  Villani  intende  che  Acri  era  al  mondo  come  un 
elemento,  a  cagione  del  suo  florido  commercio ,  da  cui  a 
tutto  il  mondo  derivavano  vantaggi. 

'  contrastò,  combattè,  percosse.  Nuovo  uso  del  verbo 
difendere  da  aggiungere  al  Vocabolario. 


168 


CRONICHE 


CAPITOLO  CXLVH. 

CofM  il  re  FiUppo  di  Francia  fece  prendere  e  ri^ 
comperare  MH  gF  Italiani. 

Nel  detto  anno  la  notte  di  calen  di  maggio, 
il  re  Filippo  il  Bello  di  Francia ,  per  consiglio  di 
Biccio  e  Hnsciatto  Frantesi,  fece  prendere  tutti  gli 
Italiani  ch'erano  in  suo  reame,  sotto  pretesto  di 
prendere  i  prestatori  ;  ma,  così  fece  prendere  e  ri- 
medire  ^  i  buoni  mercatanti  come  i  prestatori  ;  onde 
molto  fu  ripreso  e  in  grande  abbomìnazione,  e  d^  al- 
lora innansi  il  reame  di  Francia  sempre  andò  abbas- 
sando e  peggiorando.  E  nota,  che  tra  la  perdita  d'Acri 
e  questa  presura  di  Francia,  i  mercatanti  di  Firenze 
ricevettono  grande  danno  e  ruina  di  loro  avere. 

CAPITOLO  CXLVllL 
Come  i  Pisani  ripresone  il  castello  del  Pontadera, 

Nel  detto  anno,  la  notte  di  domenica  a  dì  23 
di  dicembre,  il  conte  Guido  da  Nontefeltro  signore 
in  Pisa,  sentendo  che  *1  castello  del  Pontadera  era 
male  guardato,  e  molti  de"*  fanti  venutisene  a  Firenze 
a  pasquare,  e  per  trattato  del  conte,  con  certi  ter- 
razzani del  detto   castello   del   Pontadera,  il  quale 
teneano  i  Fiorentini,  venne  con  suo  isforzo  a  quello, 
il  quale  era  molto  forte  di  mura  e  di  spesse  torri, 
e  con  larghi  fossi  pieni  d*  acqua,  e  datagli  la  salita 
d*  una  delle  torri,  con  navicelle  per  loro  recate  pas- 
sati i  gran  fossi,   e  con  iscale  di  funi  salirono  in 
su  le  mura,  e  per  diffì^ta  di  mala  guardia,  e  dis- 
sesi  per  alcuni,  per  baratteria  '  de'  castellani  che  non 
vi   teneano  la  gente   ondo  erano   pagati,   il   detto 
castello  male  difeso  fu  preso  per  gli  Pisani ,  e  morti 
i  castellani  e  tutta  loro  compagnia,  che  v'  erano  da 
cinquanta  fanti,  ohe  doveano  essere,  cento  cinquanta. 
E*  castellani,  Tuno  era  di  casa  I   Rossi,   messere 
Guido  BiglierelU  che  fu  preso,  e  U  Bigontt  suo  ni- 
pote morto,  e  Nerino  de'  Tizzoni  ;  e  cosi  la  loro  a- 
varizia,  se  in  ciò  peccarono,  gli  fece  morire  con 
vergogna  del  comune  di  Firenze,  eh'  era  il  più  forte 
OMtetlo  d'Italia  che  fosse  in  piano.  E  in  quello  tem- 
po i  Pisani  feciono .  rubellare  t*  Samminiatesi  il   ca- 
stello di  Vignale  in   Camporena;  onde  v'andarono 
ad  oste  le  tre  sestora  de' cavalieri  di  Firenze  con  mol- 
lo popolo,  gittandovi^  dificii.  Alla  fine  non  potendosi 
più  tenere ,-  e  non  avendo  soccorso  da'  Pisani ,  una 
notte  eh'  era  una  grande  fortuna  di  tempo,  se  n'  usci- 
rono quegli  del  castello  sani  e  salvi  per  mezza  l' osta 
de'  Fiorentini,  onde  a  quegli  eh'  v'  erano,  fu  recato  a 
grande  vergogna.  Per  la  qual  cosa  s' ordinò  in  Firenze 
generale  oste  sopra  Pisa,  e  diedonsi  le  'nsegne,  e 
messer  Corso  Donati  ebbe  la  reale  ;  ma,  qual  si  fosse 
la  cagione,  non  seguì,  onde  in  Firenze  n'  eh)>e  gran- 
de rìpitio,  dicendosi,  che  certi  grandi  n'  aveaiio  avuti 


'  Metatesi  per  redimire. 

*  Arte  del  barattiere,  propriamente  di  colai  che  fa  bot- 
tega de' pubblici  uffici. 

'  QiUare  di/ici  o  macchine  bdUehe,  per  piantarle,  /ab» 
hicarUf  è  bel  modo  e  quoto  da  corredarne  la^Crasca. 


danari  da' Pisani;  per  la  qual  cosa,  e  soUeeitiidine  di 
messer  Vieri  de'  Cerchi  allora  capitano  di  parte,  ti 
rifece  la  detta  oste ,  e  aidosai  inaino  al  castello  del 
Bosco,  e  là  attendati ,  venne  in  otto  dì  continui  tan- 
ta pioggia ,  che  per  necessità  si  ritornò  la  detta  oste 
addietro,  e  appena  si  poterono  ricogUere  e  ttendare^ 

CAPITOLO  CXLIX. 

Collis  la  città  di  Forlì  in  Romagna  fu  presa  per 
Magkinardo  da  Susinana. 

Nel  detto  anno,  essendo  tutta  la  contea. di  Ro- 
magna air  ubHbdienza  di  Santa  Chiesa  sotto  la  guar- 
dia del  vescovo  d' Arezzo ,  che  n'  era  conte  per  lo 
papa,  Maghinardo  da  Susinana  con  certi  gentili  e 
grandi  uomini  di  Romagna  per  furto  presono  la  città 
di  Forlì ,  e  in  quella  presono  il  conte  A^hinolfo  da 
Romena  co' figliuoli,  il  quale,  era  fratello  del  detto 
conte  e  vescovo  d' Arezzo ,  e  assediò  il  detto  conte 
e  vescova  in  Cesena  ;  onde  surse  grande  guerra  in 
Romagna.  Il  detto  Maghinardo  fu  uno  grande  e  savio 
tiranno,  e  della  contrada  tra  Casentino  e  Romagna 
grande  castellano ,  e  con  molti  fedeli  ;  savio  fu  di 
guerra  e  bene  avventuroso  in  più  battaglie,  e  al  suo 
tempo  feca  grandi  cose.  Ghibellino  era  di  sua  na- 
zione a  in  sua  opere,  ma  'co'  Fiorentini  era  guelfo  e 
nimico  di  tutti  i  loro  nimici,  o  guelfi  o  ghibelUoi  che 
fossono;  e  in  ogni  oste  e  battaglia  eh' e' Fiorentini 
facessono,  mentre  fu  in  vita,  fu  con  sua  gente  a  loro 
servigio,  e  capitano;  e  ciò  fu,  che  morto  il  padre, 
che  Piero  Pagano  avea  nome,  grande  gentile  uomo, 
rimanendo  il  detto  Maghinardo  picciolo  fanciullo  è 
con  molti  nimici,  conti  Guidi,  e  Ubaldini,  e  altri 
signori  di  Romagna,  il  detto  suo  padre  il  lasciò  alla 
guardia  e  tuteria  *  del  popolo  e  comune  di  Firenze , 
lui  e  le  sue  terre  ;  dal  qual  comune  benignamente  fu 
cresciuto,  e  guardato,  e  migliorato  suo  patrimonio , 
e  per  questa  cagione  era  grato  e  fedelissimo  al  co- 
mune di  Firenze  in  ogni  sua  bisogna. 

CAPITOLO  CL. 
Come  i  Fiorentini  ebbono  il  castello  d^Ampinana. 

Nel  detto  anno  essendo  rubellato  e  riposto  per 
lo  conte  Manfredi' figliuolo  del  conte  (tuido  Novello 
il  castello  d'Ampinana  in  Mugello,  ch'era  di  loro 
giuridizione,  e  molto  forte,  per  contrario  de'  Fioren- 
tini e  del  conte  da  Battifolle  che  tenea  Gattaia,  sì  vi 
si  puose  l'oste,  e  per  più  tempo  assediato,  gittan- 
dovi  più  dificii,  si  s'arrendo  a  patti  al  comune  di 
Firenze,  avendone  il  detto  conte  tremila  fiorini  d'oro  : 
e  partendosi  co'  suoi  masnadieri,  il  detto  castello  per 
gli  Fiorentini  fu  fatto  disfare  inaino  a'  fondamenti  ;  e 
d*  allora  innanzi  il  comune  di  Firenze  cusò  ragione 
ne'  popoli  e  villate  del  detto  castello,  e  recò  sotto 
sua  signoria,  faccendo  loro  pagare  libbre  e  fazioni^ 


I  D  testo  Dav.,  ma  forse  per  errore,  legge:  stendere. 
^  tutoria,  tutela:  così  leggono  i  migUori  tetti  a  pemiiL 
'  imposiaioni  e  dasi,  o  angherie. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


169 


CAPITOLO  CLl. 

Come  morì  papa  Niccola  (T  Ascoli. 

Neil*  anno  1292  morì  papa  Niccola  d'Ascoli 
nella  dtià  di  Roma,  e  là  fa  soppellito  a  Santo  . . . . 
Questi  fu  buono  nomo  e  di  santa  vita ,  dell*  ordine 
delirati  minori,  ma  molto  favoròi  ghibellini.  E  do- 
po la  sua  morte  vncò  la  Chiesa  di  papa,  per  discor- 
dia de* cardinali,  ventisette  mesi,  che  Tona  parte 
volea  papa  a  petizione  del  ré  Carlo,  ond*era  capo 
messer  Matteo  Rosso  d^gli  Orsini ,  e  Taltra  parte  il 
contrario,  ed  erane  Aesser  Iacopo  della  Colonna 
capo. 

CAPITOLO  CLIL 

Siccome  arse  tuUa  h  città  di  Nóione^in  Francia, 

.Nel  detto  anno  1292  s>pprese  il  fuoco  nella  città 
di  Noione  in  Francia,  cioè  nella  terra  onde  fu  il  beato 
santo  Loy  di  Noione  ^  e  fu  si  impetuoso  fuoco,  che 
nop  rimase  quasi  casa  né  chiesa  nella  città  che  ^non 
ardesse,  e  eziandio  la  mastra  chiesa  di  nostra  Doli- 
na, ove  fu  U  casa  e  fabbrica  di  Santo  Loy,  e  dov!  è 
fl  corpo  suo;  la  qnal  città  è  della  grandezza  della 
terra  di  Prato  o  più ,  nella  qAle  si  ricevette  gran- 
dissimo dammaggio  di  case,  arnesi,  e  tesori,  e  di 
persone  che  vi  morirono. 

CAPITOLO   CLIII. 
Come  fu  eletto  Attaplfo  a  re  cUi*  Romani, 

N«l  detto  anno  1292,  fu  eletto  per  gli  prenci- 
pi  della  Magna  a  re  de"*  Romani  Attaulfo,  detto  in 
latino  Andealfo  conte  d"  Anassi  della  Magna  ;  ma  non 
pervenae  a  dignità  imperiale,  anzi  fu  morto  per  Al- 
berto, duca  d^Osterìcb,  figlinolo  del  re  Ridolfo  in 
battaglia. 

'  CAPITOLO  CLIV. 

Come  i  FioreniifU  feciono  oste  sopra  la   città  di 

Pisa.  ^ 

Nel  detto  anno  del  mese  di  giugno,  i  Fioren- 
tini eoa  loro  amistà,  che  furono  venticinque  centi- 
naia di  cavalieri  e  ottomila  pedoni,  per  vendetta  della 
perdita  del  Pontadera  feciono  oste  sopra  la  città  di 


*  La  Oiontiiia,  lasciando  Noione,  aggiaoge  natio. 


Pisa,  della  quale  oste  fu  capitano  messer  Gentile 
degli  Orsini  di  Róma,  che  venne,  con  dugento  cava- 
lieri tra  Romani  e  Campaj^ini  ;  e  T  insegna  reale  eb- 
be messer  Gerì  Spini,  e  il  pennone  de'feditorì  mes- 
sere Vanni  de*  Mozzi.  Fu  una  ricca  e  una  magna 
oste  delle  più  ch'avesse  a  que*  tempi  fatta  il  comu- 
ne di  Firenze;  e  stettonvi  ad  oste  trentatrè  dì,  e 
andarono  di  là  dalla  badia  a  Sansavino,  e  a  quella 
badia  disfeciono  il  campanile,  e  tagliarono  uno  gran- 
dissimo e  bello  albero  di  Savina  per  dispetto  de*  Pi- 
sani, e  per  la  festa  di  Santo  Giovanni  feciono  cor- 
rere il  palio  presso  alle  porte  di  Pisa.  E  fatto  in- 
torno a  Pisa  grande  guasto,  e  arso  il  borgo  dal  fosso 
Arnonico  a  Pisa,  il  quale  era  nobilemente  accasato  e 
ingiardinato,  si  tornarono  in  Firenze  sani  e  salvi, 
sanza  contrasto  o  rìparo  de*  nemici  ;  e  sì  era  in  Pisa 
il  conte  da  Montefellro  con  ottocento  cavalieri,  e 
non  s"*  ardi  a  mostrare  per  la  viltà  che  sentiva  ne^ 
Pisani,  e  stette  pure  alla  guardia  della  cittade. 

CAPITOLO  CLV. 

De*  miracoli  che  ^apparirono  in  FirenM  per  Santa 
Maria  d'Orto  San  Michele, 

Nel  detto  anno  a  dì  3  del  mese  di  luglio,  si 
cominciarono  a  mostrare  grandi  e  aperti  miracoli 
nella  città  di  Firenze  per  una  figura  dipinta  di  Santa 
Maria  in  uno  pilastro  della  loggia  d^  Orto  San  Mi- 
chele, ove  si  vende  il  grano,  sanando  infermi,  e  riz- 
zando attratti,  e  jsgombrando  imperversati  visibile- 
mente  in  grande  quantità.  Ma  i  frati  predicatori  e 
ancora  i  minori  per  invidia  o  per  altra  cagione  non 
vi  davamo  fede,  onde  caddono  in  grande  infamia  de"* 
Fiorentini.  In  quello  luogo  d'Orto  San  Michele  si 
truova  che  fu  anticamente  la  chiesa  di  San  Michele  in 
Orto,  la  quale  era  sotto  la  badia  di  NOnantola  in  Lom- 
bardia, e  fu  disfatta  per  farvi  piazza  ;  ma  per  usanza 
e  devozione  alla  detta  figura,  ogni  sera  per  laici  si 
cantavano  laude;  e  crebbe  tanto  la  fama  da' detti 
miracoli  e  meriti  di  nostra  Donna,  che  di  tutta  To- 
scana vi  venia  la  gente  in  péregrinaggio  per  le  fe- 
ste di  Santa  Maria,  recando  diverse  imagini  di  cera 
per  miracoli  fatti,  onde  grande  parte  della  loggia 
dinanzi  e  intorno  alla  detta  figura  s'  empiè,  e  crebbe 
tanto  lo  stato  di  quella  compagnia ,  ov'  erano  buona 
parte  della  migliore  gente  di  Firenze,  che  molti  be- 
neficii  e  limosine,  per  bflerere  e  lasci  fatti,  ne  segui- 
rono a*  poveri  Tanno  più  di  seimila  libbre;  e  seguesi 
a'  dì  nostri ,  sanza  acquistare  nulla  possessione,  con 
troppo  maggiore  entrata,  distribuendosi  tutta  a"  poveri. 


170 


CRONICHE 


LIBRO  OTTAVO 


CAPITOLO  PRIMO. 

Qui  comincia  P  ottàto  libro.  Conta  come  nella  città 
di  FirenM  fu  fatto  il  secóndo  popolo^  e  più  grandi 
muta%ioni  che  per  cagione  di  quello  furono  poi 
in  FirenMy  seguendo  deW  altre  nonitadi  uniper^ 
sali  che  furono  in  qué"  tempi, 

Negli  anni  di  Cristo  1292  in  calen  di  febbraio, 
essendo  la  città  di  Firenze  in  grande  e  possente  sta- 
to e  felice  in  tutte  cose,  e'  cittadini  di  qaella  gras- 
si e  ricchi,  e  per  soperchio  tranquillo,  il  quale  natu- 
ralmente genera  superbia  e  novità,  sì  erano  i  citta- 
dini tra  loro  invidiosi  e  insuperbiti,  e  molti  micidii 
e  feflite  e  oltraggi  facea  V  uno  cittadino  air  altro,  e 
massimamente  i  nobili  detti  grandi  è  possenti,  con- 
tra  i  popolani  e  impotenti,  così  in  contado  come 
in  città,  faceano  forze  e  violenze  nelle  persone  e 
ne'  beni  altrui,  occupando.  Per  la,  qual  cosa  certi 
buoni  uomini  artefici  e  mercatanti  di  Firenze  che 
voleano  bene  vivere,  si  pensarono  di  mettere  ri- 
medio e  riparo  alla  detta  pestilenzia,  e  di  ciò  fu 
de*  caporali  intra  gli  altri  uno  valente  uomo,  anti- 
co e  nobile  popolano,  e  ricco  e  possente,  eh*  avea 
nome  Giano  della  Bella,  det  popolo  di  San  Mar- 
tino, con  seguito  e  consiglio  d'  altri  savi  e  possen- 
ti popolani.  E  facceodosi  in  Firenze  ordine  d'arbi- 
trato ^  in  correggere  gli  statuti  e  le  nostre  leggi  ^ 
siccome  per  gli  nostri  ordini  consueto  era  di  fare 
per  antico,  sì  ordinarono  certe  leggi  e  statuti  molto 
forti  e  gravi  contro  a'  grandi  e  possenti,  che  faces- 
sono  forze  o  violenze  contro  a'  popolani,  raddop- 
piando le  pene  comuni  diversamente,  e  che  fosse  te- 
nuto r  ano  consorto  de'  grandi  per  Y  altrt)  e  si  po- 
tessono  provare  i  malificii  per  due  testimoni  di  pub- 
blica voce  e  fama,  e  che  si  ritrovassono  le  ragioni 
del  comune:  e  quelle  leggi  chiamarono  gli  ordina- 
menti della  giustizia.  E  acciocché  fossono  conser- 
vati e  messi  ad  esecuzione,  sì  ordinarono,  che  oltre 
al  novero  de'  sei  priori  i  quali  governavano  la  città, 
fosse  uno  gonfaloniere  di  giustizia  di  sesto  in  sesto, 
mutando  di  due  in  due  mesi  come  si  fanno  i  priori,  e 
sonando  le  campane  a  martello,  e  congregandosi  il 
popolo  a  dare  il  gonfalone  della  giustìzia  nella  chiesa 
di  San  Piero  Scheraggio,  che  prima  non  s'  usava. 
E  ordinarono  che  ninno  de'  priori  potesse  essere  di 
casa  de'  nobili  detti  grandi,  che  prima  ve  n'  avea 
sovente  de'  buoni  uomini  mercatanti,  tutto  fosso- 
no de'  potenti.  E  la  'nsegna  del  detto  popolo  e  gon- 
falone fu  ordinato  il  campo  bianco  e  la  croce  ver- 
miglia; e  furono  eletti  mille  cittadini  partiti  per  sesti 
con  certi  banderai  per  contrada,  con  cinquanta  pe- 


'  magistrato  dì  arbitri,  cioè  d' nomini  rivestiti  di  pode- 
stà legislativa. 


doni  per  bandiera,  i  quali  dovessono  essere  armali, 
e  ciascuno  con  soprasberga  e  scudo  della  'nsegna 
della  croce,  e  trarre  ad  ogni  romore  e  jichiesta  del 
gonfaloniere  a  casa  o  al  palazzo  de'  priori,  e  per  fa- 
re esecuzione  contro  a'  grandi  :  e  poi  crebbe  il  nu- 
mero de' pedoni  eletti  in  duemila,  e  poi  in  quattro- 
mila. E  simile  ordine  di  gente  d'  arme .  per  lo  popo- 
lo 0  colla  detta  insegna,  s'  ordinò  in  contado  e  di- 
stretto di  Firenze,  che  si  chiamavano  le  leghe  del 
popolo.  E  '1  primo  de'  detti  gonfalonieri  fu  ano  Bal- 
do de'  Ruffbli  di  porte  del  Duomo  ;  e  al  suo  tempo 
usci  fuori  il  gonfalone  con  arme  a  disfare  i  beni  d'ano 
casato  detto  Galli  di  porte  Sante  Marie,  per  uno  mi- 
cidio  che  uno  di  loro  avea  fatto  nel  reame  di  Franoia 
nella  persona  d' uno  popolano  di  Francia.  Questa  no- 
vità di  popolo  e  mutazione  di  stato  fu  molto  grande 
alla  città  di  Firenze,  e  ebbe  poi  molte  e  diverse  se- 
quele in  male  e  in  bene  del  nostro  comune,  come 
iìinanzi  per  gli  tempi  faremo  menzione.  E  questa  no- 
vità e  cominciamentMi  popolo,  non  sarebbe  venata 
fatta  a'  popolani  per  la  potenzia  de'  grandi,  se  ìion 
fosse  che  in  que' tempi  i  grandi  dt' Firenze  non  fu- 
rono tra  loro  in  tante  brighe  e  discordie,  poich'e'  guelfi 
tornarono  in  Firenze,  com'  erano  allora  eh'  egli  avea 
grande  guerra  tra  gli  Adimari  e'  Tosinghi,  e  tra  i  Ros- 
si e'  Tomaquinci,  e  tra  i  Bardi  e'  Mozzi,  e  tra  i  Ghe- 
rardini  e'  Manieri,  e  tra  i  Cavalcanti  e'  Bondelmonti, 
e  tra  certi  de'  Bondelmonti  e'  Giandonati,  e  tra'  Vis- 
domini  e'  Falconieri,  e  tra  i  Bostichi  e'  Foraboschi,  e 
tra'  Foraboschi,  e'  Malispini,  e  tré'  Frescobaldi  insie- 
me, e  tra  la  casa  de'  Donati  insieme,  e  più  altri  casati 
nobili.  E  però  non  si  maravigli  il  lettore  perchè  di 
questa  novità  ayemo  fatto  capo  di  libro,  perocché 
grandissime  novità  sursono  di  questo  cominciamento, 
e  non  solamente  alla  nostra  città  di  Firenze;  ma  a  tutta 
la  provincia  d'Italia. 

* 

CAPITOLO  II.      ^ 

Come  il  popolo  di  Firenze  fecioHo  pace  c(f  Pisani, 
e  molte  altre  notahili  cose, 

L'  anno  seguente  1293,  quegli  che  reggeaaò  il 
popolo  di  Firenze  per  fortificare  loro  stato  di  popolo 
e  affìebolire*  il  podere  de'grandi  e  de'possenti,  i  quali 
molte  volte  accrescono  e  vivono  delle  guerre,  richiesti 
da'  Pisani  di  pace,  i  quali  per  le  guerre  erano  molto 
affleboliti  e  abbassati,  il  popolo  di  Firenze  non  guar- 
dando a  ciò,  alla  detta  pace  assentirono,  mandandone 
i  Pisani  il  conte  Guido  da  Ifontefeltro  loro  capitano,  e 
disfaccendo  il  castello  del  Pontadera,  e  avendo  i  Fio- 
rentini libera  franchigia  in  Pisa,  senza  pagare  niente 
di  loro  meroatanzie  :  -e  alla  detta  pace  furono  i  Lucche- 


affievolire,  indebolire. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


171 


si  e*  Sanesi,  e  latte  le  terre  della  lega  di  parte  guelfa 
di  Toscana.  E  nota,  che  infino  a  questo  tempo,  e  più 
addietro,  era  tanto  il  tranquillo  stato  di  Firenx^,  che  dì 
notte  non  si  serravano  le  porte  alla  città,  né  avea  ga- 
belle in  Firenie  ;  e  per  bisogno  di  moneta,  per  non  fa- 
re libbra,  si  venderono  mura  vecchie,  e^  terreni  d'  en- 
tro e  di  fuori  a  chi  v'  era  accostato^.  E  per  V  ordine 
del  popolo  molte  giurìdizioni  si  racquislarono  per  lo 
comune,  chò  Poggiboniui  si  recò  tutto  air  obbedienza 
del  comune,  che  avea  giurìdizione  per  se,  e  Certaldo, 
e  Gambassi,  e  Catignano;  e  tolsesi  a'  Conti  hi  giuridi- 
ztone  di  Viesca  e  del  Terraio,  e  Gangherata,  e  Mon- 
cione,  e  Barbischio,  e  "ì  castello  di  Lari,  e  casa  Gaic- 
ciardi  ;  e  in  Mugello  molte  possessioni  le  quali  aveano 
occupate  i  Conti  e  gli  Ubaldini,  e  altri  gentili  uomini  ; 
e  racquistossi  lo  spedale  di  San  Sebio  eh*  era  del  co- 
mune, occupato  per  grandi  uomini.  E  sopra  queste  co- 
se fu  caporale  uno  valente  e  leale  popolano  d^  oltrarno 
chiamalo  Carniccio  del  Verre.  Sicché  nel  cominciamento 
del  popolo  si  fece  molto  di  bene  comune,  e  a  ciascuno 
a  cui  fosse  per  addietro  occupata  possessione  per  gli 
potenti,  di  fatto  fu  renduta.  In  questo  tempo  che  '1 
popolo  di  Firenze  era  fiero  e  in  caldo ^  e  signorìa,  es- 
sendo fatto  in  Firenze  uno  eccesso  e- mali ficio^,  e  quel- 
lo cotale  che  '1  fece  si  fuggi  e  stava  nella  terra  di  Prato; 
per  lo  comune  di  Firenze  fu  mandato  a  quello  comune, 
che  rìmandasse  lo  sbandito.  Eglino  per  mantenere  loro 
libertà  noi  vollono  fare  ;  per  la  quale  cosa  il  comune 
di  Prato  fu  condannato  per  lo  comune  di  Firenze  in 
<&edmila  libbre,  o  rendesflfbno  il  malfattore,  mandan- 
dovi uno  messo  solamente  con  una.lettera.  l  Pratesi  dis- 
ubbidienti^, si  bandi  Toste  per  guastare  Prato;  e  già 
mossa  la  camera  delParme'  del  comune,  e  le  masnade 
a  cavallo  e  a  piò,  i  Pratesi  recarono  1  danari,  e  menaro- 
no il  malfattore,  e  pagarono  la  condannagione  :  e  cosi 
di  fatto  facea  le  cose  V  acceso  popolo  di  Firenze. 

CAPITOLO  III. 

I 

IT  imo  grande  fuoco  che  fu  in  Firenze  nella  contrada 

di  Torcicoda, 

Nel  detto  anno  del  1293  s'  apprese  unq  grande 
faocoin  Firenze  nella  contrada  detta  Torcicoda,  tra  San 
Piero  maggiore  e  San  Simone,  e  arsonvi  più  di  trenta 
case  con  grande  dammaggio,  ma  non  vi  mori  persona. 
E  nel  detto  tempo  si  fedono  intomo  a  San  Giovanni  i 
pilaslrì  de"  gheroni  di  marmi  bianchi  e  neri  per  T  arte 
di  Calimela,  che  pdma  era  di  madgni,  e  levarsi  tutti  i 
monumenti  e  sepolture  e  arche  di  marmo  ch'erano  intor- 
no a  San  Giovanni,  per  più  bellezza  della  chiesa* 


^'  accosto,  vldno,  confiiumte. 

*  in  prospero  stato,  in  vigore. 

*  delitto.  CliiamAvasi  in  Firense  Tribunal  dd  Mal^fizio 
e  sempUoemente  Mal^Udo  il  Tribunal  Criminale. 

'  disobbedendo  i  Pratesi  :  nota  bellissimo  costrntto. 

^  i  soprintendenti  deU'arme,  o  quelli  che  diremmo  oggi 
Ovmitttù  di  gutnaf  onde  ci  cade  qni  una  bellissima  ag- 
^imta  da  iare  al  Codice  della  Ungoa. 


CAPITOLO  IV. 

• 

Come  ss  cominciò  la  guerra  intra  7  re^  di  Fronda  e 

quello  <r  Inghilterra. 

Nel  detto  anno  1293,  avendo  avuta  battaglia  e 
ruberia  in  mare  tra*  Guasconi  che  erano  uomini  del  re 
d'Inghilterra,  e*  Normandi  che  sono  sotto  il  re  di  Fran- 
cia, della  quale  i  Normandi  abbono  il  peggiore,  e  ve- 
gnendosi  a  dolere  deir  ingiuria  e  dammaggio  ricevuto 
da'  Guasconi  al  loro  re  di  Francia,  lo  re  fece  rìchiede- 
f  e  il  re  Adoardo  d' Inghilterra  (il  quale  per  sorte  te- 
nea  la  Guascogna  dovendone  fare  omaggio  al  re  di 
Francia)  che  dovesse  far  fare  rammenda  alle  sue  genti 
e  .venire  personalmente  a  fare  omaggio  della  detta  Gua- 
scogna al  re  di  Francia,  e  se  ciò  non  facesse  a  certo 
termine  a  lui  dato,  il  re  di  Francia  col  suo  consiglio  de* 
dodici  peri  'il  privava  del  ducato  di  Guascogna.  Per 
la  qual  cosa  il  re  Adoardo  il  quale  era  di  grande  cuore 
e  prodezza,  e  per  suo  senno  e  valore  fatte  di  grandi 
cose  oltremare  e  di  qua,  isdegnò  di  non  volere  fare 
personalmente  il  detto  omaggio,  ma  mandò  in  Francia 
messer  Amondo  suo  fratello  che  facesse  per  lui,  e  sod- 
disfacesse il  dammaggio  ricevuto  per  la  gente  del  re  di 
Francia.  Ma  per  V  orgoglio  e  cupidigia  de'  Franceschi,  il 
re  Filippo  di  Francia  noi  voTle  accettare,  per  avere  ca- 
gione di  torre  al  re  d' Inghilterra 'la  Guascogna,  lunga- 
mente conceputa  ^  e  desiderata.  Perequai  cosa  si  co- 
minciò dura  e  aspra  guerra  tra'Franceschi  e  gFInghilesi 
in  terra  e  in  mare,  onde  molta  gente  morirono,  e  fu- 
rono presi  e  diserti  dall'una  parte  e  dall'  altra,  come 
innanzi  per  gli  tempi  faremo  menzione.  E  M  seguente 
anno  il  re  Filippo  di  Francia  mandò  in  Guascogna 
messer  Carlo  di  Valois  suo  fratello  con  grande  caval- 
leria, e  prese  Bordello  e  molte  terre  e  castella  sopra 
il  re  d'Inghilterra,  e  in  mare  mise  grande  navilio  in 
corso  sopra  gì' Inghilesi. 

CAPITOLO  V. 

Come  fu  eletto  e  fatto  papa  Celestino  quinto^  e  come 

rifiutò  il  papato. 

Negli  anni  di  Cristo  1294  del  mese  di  luglio, 
essendo  stata  vacata  la  Chiesa  di  Roma  dopo  la  morte 
di  papa  Niccola  d*  Ascoli  più  di  due  anni,  per  discordia 
de'  cardinali  eh*  erano  partiti,  e  ciascuna  setta  volea 
papa  uno  di  loro,  essendo  i  cardinali  in  Perugia,  e 
costretti  aspramente  da*  Perugini  perchè  eleggessono 
papa,  come  piacque  a  Dio,  furono  in  concordia  di  non 
chiamare  ninno  di  loro  collegio,  e  elessono  uno  santo 
uomo,  eh*  avea  nome  frate  Piero  dal  Mormone  d*  A- 
bruzzi.  Questi  era  romito  e  d'aspra  vita  e  penitenzia, 
e  per  lasciare  la  vanità  ^el  mondo,  ordinati  più  santi 
monisteri  di  .suo  ordine,  si  se  n'  andò  a  fare  peniten- 
zia nella  montagna  del  Morrone,  la  quale  è  soprìi 
Sermone.  Questi  eletto  e  fatto  venire  e  coronato  pa- 


'  pari,  dignità  del  regno  di  Francia.  Alcuni  testa  a 
penna  leggono  padri.  La  voce  peri  del  Villani  rasenta  il 
pair  de' francesi,  donde  deriva. 

'  messasi  in  pensiero.  Vi  aveva  fatto  sopra  disegno. 
Vedemmo  nel  libro  VII  cap.  cxxi:  era  concepito  ecc.  per 
era  stato  fatto  disegno* 


178 


CRONICHE 


pa,  per  riformate  la  Chiesa  fece  di  settembre  ve- 
gnente dodici  cardinali,  grande  parte  oltramontani,  a 
petisione  e  per  consiglio  del  re  Carlo  re  di  Cicilia 
e  di  Paglia:  ciò  fatto  n'andò  colla  corte  a  Napoli,  il 
qaale  dal  re  Carlo  fu  ricevuto  graiiosamente  e  con 
grande  onore:  ma  perchò  egli  era  semplice  e  non 
litterato,  e  delle  pompe  del  mondo  non  si  travaglia- 
va volentieri,  i  cardinali  il  pregiavano  poco,  e  parea 
loro  cbe  a  utile  e  stato  della  Chiesa  avere  fatta  mala 
elezione.  Il  detto  santo  padre  aweggendosi  di  ciò,  e 
non  sentendosi  soffìciente  al  governamento  della  Chie- 
sa, come  quegli  che  più  amava  di  servire  a  Dio  e  ru- 
tile di  sua  anima  che  1*  onore  mondano,  cercava  ogni 
via  come  potesse  rinunziare  il  papato.  Intra  gli  altri 
cardinali  della  corte  era  uno  messer  Benedetto  Gua- 
tani  d*  Alagna  molto  savio  di  scrittura,  e  delle  cose 
del  mondo  molto  pratico  e  sagace,  il  quale  aveva  gran- 
de volontà  di  pervenire  alla  dignità  papale,  e  quello 
con  ordine  avea  cercato  e  procacciato  col  re  Carlo  e 
co' cardinali,  e  già  aveva  da  loro  la  promessa,  la  quale 
poi  gli  venne  fatta.  Questi  si  mise  dinanzi  al  santo 
padre,  sentendo  ch'egli  avea  voglia  di  rinunziare  il  pa- 
pato, ch'egli  facesse  una  nuova  decretale,  che  per 
utilità  della  sua  anima  ciascuno  papa  potesse  il  pa- 
pato rinunziare,  jfnostrandogli  l'esemplo  di  Santo  Cle- 
mente, che  quando  Santo  Pietro' venne  a  morte, lasciò 
eh'  appresso  lui  fosse  papa  ;  e  quegli  per  utile  di  sua 
anima  non  volle  essere,  e  fu  in  luogo  di  lui  in  prima 
Santo  Lino,  e  poi  Santo  Cleto  papa  :  e  cosi  come  il 
consigliò  il  detto  cardinale,  fece  papa  Celestino  il  det- 
to decreto  ;  e  ciò  fatto,  il  di  di  Santa  Lucia  di  dicem- 
bre vegnente,  fatto  concestoro  di  tutti  i  cardinali,in 
loro  presenza  si  trasse  la  corona  e  il  manto  papale, 
e  rinunziò  il  papato,  e  partissi  della  corte;*  e  tornos- 
si  ad  essere  eremita,  e  a  fare  sua  penitenzia.  E  cosi 
regnò  nel  papato  cinque  mesi  e  nove  dì  papa  Celesti- 
no. Ma  poi  il  suo  successore  messer  Benedetto'  Gua- 
tani  detto  di  sopra  (il  quale  fu  poi  papa  Bonifazio)  si 
dice,  e  fu  vero,  il  fece  prendere  alla  montagna  di  S^nto 
Angiolo  in  Puglia  di  sopra  a  Bastia,  ove  s' era  ridotto 
a  fate  penitenzia,  e  chi  dice  ne  voleva  ire  in  Schia- 
vonia,  e  privatamente  nella  rocca  di  Fnmmone  in  Cam- 
pagna il  fece  tenere  in  cortese  pregione,  acciocché  lui 
vivendo  non  si  potesse  apporre  alla  sua  lezione,  pe- 
rocché molti  cristiani  teneano  Celestino  per  diritto  e 
vero  papa,  non  ostante  la  sua  renunziazione,  oppo- 
nendo che  si  fatta  dignità,  come  il  papato^  per  ninno 
decreto  non  si  potea  rinunziare,  e  perehé  Santo  Cle- 
mente rifiutasse  la  prima  volta  il  papato,  i  fedeli  il  pure 
teneano  per  padre,  e  convenne  poi  che  pur  fosse  papa 
dopo  Santo  Cleto.  Ha  ritenuto  preso  Celestino,  come 
avemo  detto,  in  Fnmmone,  nel  detto  luogo  poco  vivette; 
e  quivi  morto,  fu  soppellilo  in  una  piccola  chiesa  di 
fuori  di  Fummone  dell'  ordine  de' suoi  fritti  povera- 
mente, e  messo  sotterra  più  di  dieci-  braccia,  accioc- 
ché '1  suo  corpo  non  si  ritrovasse.  Ma  alla  sua  vita,  e 
dopo  la  sua  morte,  fece  Iddio  molti  miracoli  per  lui, 
onde  molta  gente  aveano  in  lui  grande  devozione  :  e 
poi  a  certo  tempo  appresso  dalla  Chiesa  di  Roma,  e 
da  papa  Giovanni  vi^esimosecondo  fu  canonizzato,  e 
chiamato  Santo  Piero  di  Morrone,  come  innanzi  al  det- 
to tempo  faremo  menzione. 


CAPITOLO  VI. 

Come  fu  eiéiio  e  faiio  papa  Bomfomo  dkwo. 

Nel  detto  taso  1294,  messer  Benedetto  Goata- 
ni  cardinale,  avendo  per  ano  senno  e  sagaeità  adope- 
rato ohe  papa  Celestino  tvea  rifiutato  il  papato,  tono 
addietro  nel  passato  capitolo  avemo  fotta  menzione, 
seguì  la  sua  impresa,  e  tanto  adoperò  co'  cardinali  e 
col  procaccio  del  re  Cajrlo,  il  qnale  avea  l'amistà  di 
molti  cardinali,  spezialmente  de'  dodici  novi  eletti  per 
Celestino,  e  stando  in  questa  cerca,  una  sera  di  notte 
isconoscinto  con  poca  compagnia  andò  al  re  Carlo,  e 
dissegli:  Re,  il  tuo  papa  CelesHnofka  poluio  (d 
postuilo  servire  nella  iua  guerra  di  acilia,  ma  nam 
ha  saputo;  ma  se  tu  adoperi  co^ tuoi  amici  coT" 
dimUi  che  io  sia  eletto  papa^  io  saprà j  e  vorrò j  e 
potrò  ;  promettendogli  per  sua  fede  e  saramento  di  met- 
tervi tutto  il  podere  della  Chiesa.  Allora  lo  re  fidando- 
si di  lui,  gli  proqiise  e  ordinò  co' syoi  dodici  cardinali 
che  gli  dessero  le  loro  vQoi  :  ed  essendo  all'  elesione 
messer  Matteo  Rosso  e  messer  Iacopo  della  Colon- 
na, eh'  erano  capo  delle  sette  de'  cardinali,  s' aocor- 
sono  di  ciò,  e  incontanente  gli  diedono  le  loro,  e  il 
primo  fu  messer  Matteo  Rosso  Orsini;  e  per  questo  modo 
fu  eletto  papa  nella  città  di  Napoli,  la  vigilia  della  na- 
tività di  Cristo  del  detto  anno  ;  e  incontanente  che  fu 
eletto  si  volle  partire  di  Napoli  colla  corte,  e  venne  a 
Roma,  e  là  si  fece  coronare  con  grande  solennità  e  o- 
nore  in  mezzo  gennaio.  E'ciò  fatto,  la  prima  provvi- 
sione che  fece,  sentendo  che  grande  guerra  era  co- 
minciata tra  'I  re  Filippo  di  Francia  e  '1  re  Adoardo 
d' Inghilterra  per  la  quistione  di  Guascogna,  sì  mandò 
oltre  i  monti  due  legati  cardinali,  perché  gli  padfioas* 
sono  insieme,  ma  poco  v'  adoperarono,  eh'  e'  detti 
signori  rimasono  in  maggiore  guerra  che  di  prima. 
Qpesto  papa  Bonifazio  fu  della  città  d'  Alagna,  assai 
gentile  uomo  di  sua  terra,  figlinolo  di  messer  Lifredi 
Guatani,  e  di  sua  nazione  ghibellino,  e  mentre  fu  car- 
dinale protettore  di  loro,  spezialmente  de'  Todini  ;  ma 
poi  che  fu  fatto  papa  molto  si  fiece  guelfo,  e  molto 
fece. per  lo  re  Carlo  nella  guerra  di  Cicilia,  con  tutto 
che  per  molti  savii  si  disse,  eh'  egli  fa  partitore  della 
parte  guelfa^,  sotto  l'ombra  di  mostrarsi  molto  goelfo 
come  innanzi  ne'  suoi  processi  manifestamente  si  potrà 
cojmprendere,  per  chi  fia  buono  intenditore.  Molto  fa 
magnanimo  e  signorile,  e^volle  molto  onore,  e  seppo 
bene  mantenere  e  avanzare  le  ragioni  della  Chiesa,  e 
per  lo  suo  savere  e  podere  molto  fonidottato  e  temuto  ; 
pecunioso  fn  molto  per  aggrandiire  la  Chiesa  e'  saoi 
parenti,  non  faccendo  coscienza  di  guadagno^  che  tolto 
dicea  gli  era  licito  quello  eh'  era  della  Chiesa.  E  come 
fu  fatto  papa  annullò  tutte  le  grazie  de'vacanti  fatto 
per  papa  Celestino,  chi  non  avesse  la  possessione;  e  fece 
fare  il  nipote  al  re  Carlo  conte  di  Caserta,  e  due  figli- 
uoli del  detto  suo  nipote,  1*  uno  conte  di  Fondi  e  l' al- 
tro conte  di  Palazzo.  Comperò  il  castello  delle  milizie 
di  Roma,  che  fu  il  palazzo  d' Ottaviano'  imperadore,  e 
quello  crescere  e  reedificare  con  grande  spendio,  e 


I'  Alcune  stampe  leggono:  gfUhéUma, 
'  La  Giuntina  ed  altre  stampe:  TVoùmo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


173 


altre  forti  e  belle  castella  in  Campagna  e  in  Maremma 
Traiano  comperò  loro.  E  sempre  la  sua  stanza  fa  il 
verno  in  Roma^  e  la  state  e  la  primavera  in  Rieti  e  Or- 
bivieto,  ma  poi  il  più  in  Alagna  per  aggrandire  la  sua 
cittade.  Lasceremo  alquanto  di  dire  del  d^tto  papa; 
seguendo  di  tempo  ip  tempo  delle  novità  deir  altre 
parti  del  mondo,  e  massimamente  di  quelle  di  Fi- 
renze, onde  molto  ne  cresce  materia. 

CAPITOLO  vn. 

Quanda  si  cominciò  a  fondare  la  nuota  Chiesa  di 

Santa  Croce  di  Firenze, 

j 

Negli  anni  di  Cristo  1294  il  di  di  Santa  Croce 
di  maggio,  si  fondò  la  grande  Chiesa  nuova  de^  frati 
minori  di  Fireii^  detta  Santa  Croce,  e  alla  conse- 
grazione  della  prima  pietra  che  si  mise  ne^  fonda- 
menti, vi  furono  molti  vescovi  e  prelati  e  cb^ici  e 
religiosi,  e  la  podestà  e  *1  capitano  e'  priori,  e  tutta 
la  buona  gente  di  Firenze  uomini  e  donne  coi^gran- 
de  festa  e  solennitade.  E  cominciarsi  fondamenti  pri- 
ma dalla  parte  di  dietro  ove  sono  le  cappelle,  pe- 
rocché prima  v^era  la  chiesa  vecchia,  e  rimase  al- 
r  ufido  de'  frati  infino  che  furono  murate  le  cappelle 
nuove. 

* 

CAPITOLO  vm. 

Cwne  fu  cacciato  di  Firenze  il  grande  popolare  Giano 

della  Bella. 

Nel  detto  anno  1294  del  mese  di  gennaio,  es- 
tendo di  nuovo  entrato  in  signoria  delia  podesteria 
di  Firenze  messer  Giovanni  da  Lucino  da  Como,  a- 
vendo  dinanzi  uno  processo  d'una  accusa  contra  a 
messer  Corso  de^  Donati,  nobile  e  possente  cittadino 
de^più  di  Firenze,  per  cagione  che  1  detto  messer 
Corso  doveva  avere  morto  uno  popolano,  famigliare 
di  messer  Simona  Galastrone  suo  consorto,  a  una  mi- 
schia e  ferite^  le  quali  aveano  avute  insieme,  e  quello 
famigliare  era  stato  morto  ;  onde  messer  Corso  Do- 
nati era  andato  dinanzi  con  sicurtà  della  detta  po- 
destà, a^  prieghi  d' amici  e  signori,  onde  il  popolo  di 
Firenze  attendea  che  la  detta  podestà  il  condannasse; 
e  già  era  tratto  fuori  il  gonfalone  della  giustizia  per 
fare  T esecuzione,  e  egli  V  assolvette;  per  la  qual  co- 
sa in  sul  palagio .  della  podestà  letta  la  detta  pro- 
sciogligione,  e  condannato  messer  limone  Galastrone 
delle  ferite,  il  popolo  minuto  gridò:  muoia  la po~ 
destò,  e  uscendo  a  corsa  di  palagio^  gridando,  a/- 
Varme  alt  arme,  e  ^ta  U  popolo^  gran  parte  del 
popolo  fu  in  arme,  e  ^ezialmente  il  popolo  minuto, 
e  trassono  •  casa  Giano  della  Bella  loro  caporale, 
e  egli^  si  dice,  gli  mandò  col  suo  fratello  al  palagio 
de^  priori  a  seguire  il  gonfaloniere  della  giustizia; 
ma  ciò  non  feciono  anzi  vennero  pure  al  palagio  della 
podestà,  il  quale  popolo  a  furore  con  arme  e  balestra 


'  ferimenti,  colpi  di  ferro  ;  non  già  taglio  o  squarcio 
fktto  nel  corpo,  come  nell'uso  comune:  il  che  appare  ben 
chiaro  dalla  fraae  ohe  quinci  si  raccoglie  :  av#r  ffUtchia  e 
firiU  con  Uno,  da  registrare. 


assalirò  il  detto  palagio,  e  misono  fuoco  nelle  porte 
e  arsonle,  e  entrarono  dentro,  e  presono  e  rubarono 
la  detta  podestà  e  sua  famiglia  vituperosamente.  Ma 
messer  Corso  per  tema  di  sua  persona  si  fuggì  di  pa- 
lagio di  tetto  in  tetto,  eh'  allora  non  era  così  murato  ; 
la  quale  furia  a'priorì  eh'  erano  assai  vicini  il  palagio 
della  podestà  dispiacque,  ma  per  lo  isfrenato  popolo 
noi  poterono  riparare.  Ma  racquetato  il  romore,  alquanti 
di  appresso  i  grandi  uomini  che  non  dormivano  in  pen- 
sare d' abbattere  Giano  della  Bella,  imperciocché  egli 
era  stato  de**  caporali  e  cominciatorì  degli  ordini  della 
giustizia,  e  oltre  a  ciò  per  abbassare  i  grandi,  volle 
torre  a'  capitani  di  parte  guelfa  il  suggello  e  "1  mobile 
della  parte  ,  ch^  era  assai,  e  recarlo  in  comune^  non 
perch'  egli  non  fosse  guelfo  e  di  nazione  guelfo,  ma 
per  abbassare  la  potenzia  de*  grandi,  i  quali  grandi 
vedendosi  così  trattare  s"*  accostarono  '  in  setta  col 
consiglio  del  collegio  de' giudici  e  de'nolari,  i  quali 
si  teneano  gravati  da  lui ,  come  addietro  facemmo 
menzione,  e  con  altri  popolani  grassi,  amici  e  pa- 
renti de' grandi,  che  non  amavano  che  Giano  della 
Bella  fosse  in  comune  maggiore  di  loro,  ordinarono 
di  fare  uno  gagliardo  uficio  de'  priori,  e  venne  loro 
fatto,  e  trassesi  fuori  prima  che  1  tempo  usato.  E  ciò 
fattOy  come  furono  all'  uficio.  si  ordinarono  col  capi- 
tano del  popolo,  e  feciono  formare  una  notificazione 
e  inquisizione  contro  al  detto  Giano  della  Bella  e  altri 
suoi  .consorti  e  seguaci,  e  di  quegli  che  furono  capo- 
rali a  mettere  fuoco  nella  porta  del  palagio,  oppo- 
nendo oom' eglino  aveano  messa  la  terra  a  romore, 
e  turbato  il  pacifico  stato,  e  assalito  la  podestà  con- 
tro agli  ordini  della  giustizia  ;  per  la  qual  cosa  il  po- 
polo minuto  molto  si  conturbò,  e  andavano  ^  casa 
Giano  della  Bella,  e  proffereangli  d' essere  con  lui  in 
arme  a  difenderlo,  e  di  correre  la  terra,  se  biso- 
gnasse, a  combatterla.  E  il  suo  fratello  trasse  in 
Orto  San  Michele  uno*  gonfalone  dell'arme  del  po- 
polo :  ma  Giano  eh'  era  uno  savio  uomo,  se  non  che 
era  alquanto  presuntuoso,  y^gg^D^losi  tradito  e  in- 
gannato da  coloro  medesimi  eh'  erano  stati  con  lui  a 
fare  il  popolo  ',  e  veggendo  che  la  loro  forza  con  quella 
de'  grandi  era  molto  possente,  e  già  raunati  a  casa  i 
priori  armati,  non  si  volle  mettere  alla  ventura  della 
battaglia  cittadinesca^  e  per  non  guastare  la  terra,  e 
'per  tema  di  sua  persona  non  volle  ire  dinanzi,  ma 
cessossi  ',  e  partì  di  Firenze  a  di  5  di  marzo,  spe- 
rando che  '1  popolo  il  rimetterebbe  ancora  in  istato; 
onde  per  la  detta  accusa  ovvero  notificagione,  fu  per 
contumace  condannato  nella  persona  e  isbandito,  e  in 
esilio  morì  in  Francia  (eh'  aveva  a  fare  di  là,  ed  era 
compagno  de'  Pazzi)  e  tutti  i  suoi  beni  disfatti,  e  certi 
altri  popolani  accusati  con  lui  ;  onde  di  lui  fu  grande 
danno  alla  nostra  cittade,  e  massimamente  al  popolo, 
perocch'  egli  era  il  più  leale  e  diritto  popolano  e 
amatore  del  bene  comune  che  uomo  di  Firenze,  e 
quegli  che  mettea  in  comune  e  non  ne  traeva.  Era 
presuntuoso  e  volea  le  sue  vendette  fare,  e  focene 
alc^a  contm  gli  Abati  suoi  vicini ,  col  braccio  del 
comune,  e  forse  per  gli  detti  peccati  fu  per  le  sue 


*  a  far  levare  in  capo  il  popolo,  a  radunarlo  alla  rivolta. 
'  §•  ne  allontanò. 


174 


CRONICHE 


medesime  leggi  fatte ,  •  torto  e  sansa  colpa  da'  non 
giastì  giadicato.  E  nota,  che. questo  è  grande  esem- 
plo a  que'H^ttadini  che  sono  a  venire,  di  guardarsi  di 
non  volere  essere  signori  di  loro  cittadini  né  troppo 
presuntuosi,  ma  stare  contenti  alla  comune  cittadi- 
nanza. Che  quegli  medesimi  che  Faveano  aiutato  a 
salire  \  per  invidia  il  tradiranno  e  penseranno  d^  ab- 
battere ;  e  se  n'  è  veduta  isperienza  Vera  in  Firenze 
per  antico  e  per  novello,  che  chiunque  s*  è  fatto  ca- 
porale di  popolo  0  d* università  è  stato  abbattuto; 
perocché  lo  ingrato  popolo  mai  non  rende  altri  me- 
riti. Di  questa  novitade  ebbe  grande  turbazione  e 
mutazione  il  popolo  '  e  la  cittade  di  Firenze ,  e  d"*  al- 
lora innanzi  gli  artefici  e' popolani  minuti  poco  po- 
dere ebbono  in  comune ,  ma  rimase  al  governo  de* 
popolani  grassi  e  possenti.- 

CAPITOLO  IX. 

Qwmdo  si  cominciò  a  fondare  la  chiesa  maggiore 

di  Sonia  Reparata, 

Nel  detto  anno  1294,  essendo  la  città  di  Firenze 
in  assai  tranquillo  stato,  essendo  passate.  le  fortune  del 
popolo  per  le  novità  di  Giano  della  Bella,  i  cittadini 
s^  accordarono  di  rinnovare  la  chiesa  maggiore  di 
Firenze,  la  quale  era  molto  di  grossa  forma  e  piccola 
a  comparazione  di  sì  fatta  ciltade,  e  ordinarojSi  cre- 
scerla e  di  trarla  addietro,  e  di  farla  tutta  di  marmi  e 
con  figure  intagliate,  fi  fòndossi  con  grande  solen- 
nitade  il  di  di  Santa  Maria  di  settembre,  per  lo  legato 
del  papa  cardinale  e  più  vescovi,  e  fuvvi  la  podestà 
e  M  capitano  e*  priori,  e  tutte  P  ordini  delle  signorie 
di  Firenze,  e  consagrossi  ad  onore  di  Dio  e  di  Santa 
Maria,  nominandola  Santa  Maria  del  Fiore,  con  tutto 
che  mai  non  le  si  mutò  il  primo  nome  per  V  universo 
popolo,  Santa  Reparata.  E  orJinossi  per  lo  comune 
alla  fabbrica  e  lavorio  della  detta  chiesa,  una  gabella 
di  danari  quattro  per  libbra  di  ciò  che  usciva  dalla 
camera  del  comune ,  e  soldi  due  per  capo  à"  nomo  ; 
e  il  detto  legato  e"  vescovi  vi  lasciarono  grandi  indul- 
genze e  perdonanze,  a  chi  vi  facesse  aiuto  e  limosina. 

CAPITOLO  X. 

Come  messer  Gianni  di  Cehna  tenne  in  Toscana 

vicario  (f  imperio. 

Nel  detto  anno  1294,  uno  valente  e  gentile 
nomo  della  casa  del  conte  di  Borgógna,  che  si  chia- 
mava messer  Gianni  di  Celona,  a  sommossa  della 
parte  ghibellina  di  Toscana  e  col  loro  favore,  impe- 
trò da  Alberto  d' Osterich  re  de'  Romani  d'  essere 
vicario  d*  imperio  in  Toscana  ;  e  ciò  fatto  passò  in 
Italia  con  cinquecento  Borgognoni  e  Tedeschi  a  ca- 
vallo ;  e  arrivò  nella  città  d'  Arezzo ,  e  in  quella 
con  gli  Aretini  e  Romagnnoli  e  ribelli  di  Firenze, 
cominciò  a  fare  guerra  a*  Fiorentini  e*  Sanesi,  e  stette 
bene  uno  anno.  Alla  fine  non  piacendo  a  ghibellini 
perch'era  di  lingua  francesca,  furono  in  sospetto  di 


Cosi  la  Giuntiua.  Il  testò  Davjmzatl  :  a  furio  grande.   \ 


lui  :  per  la  qual  cosa  poi  per  procaccio  di  papa  Bo- 
nifazio, a  petizione  del  comune  di  Firenze  e  de*  gnelS 
di  Toscana,  per  accordo  si  parU  con  sua  gente,  e 
tornossi  in  Borgogna  Tanno  1295,  ed  ebbe  dal  co- 
mune di  Firenze  trentamila  fiorini  d'oro,  e  simile 
per  rata  dall'altre  terre  guelfe  di  Toscana  per  man- 
darlo via. 

Nel  detto  anno  1294  mori  in  Firenze  uno  va- 
lente cittadino  il  qufiìe  ebbe  nome  ser  Brunetto  La- 
tini, il  quale  fu  gran  filosofo,  e  fu  sommo  maestro 
in  rettorica,  tanto  in  bene  saper  dire  come  in  bene 
dittare.  E  fu  quegli  che  spuose  la  Rettorica  di  Tullio, 
e  fece  il  buono  e  utile  libro  detto  Tesoro,  e  il  Te- 
soretto,  e  la  chiave  del  Tesoro,  e  più  altri  libri  in 
filosofia,  e  de'  vizi  e  di  virtù,  e  fp  dittatore  del  nostro 
con^une^  Fu  mondano  uomo,  ma  di  lui  avemo  fatta 
menzione  perocch'  eglf  fu  eominciatore  e  maestro  in 
digrossare  i  Fiorentini,  e  fargli  scorti  in  bene  par- 
lare, e  in  sapere  guidare  e  reggere  la  nostra  repub- 
blica secondò  la  politica. 

CAPITOLO  XI. 
Come  fu  canonizzalo  Sanlo  Luis  re  che  fu  di  Francia. 

Nel  detto  anno  1294,  papa  Bonifacio  co' suoi 
frati  cardinali  nella  città  d' Orbivielo  canonizzò  la  me- 
moria del  buono  Luis  re  di  Francia,  il  quale  morì  per 
la  cristianitade  sopra  la  città  di  Tunisi,  trovando  per 
vere  testimonianze  di  lui  sante  opere  alla  sua  vita  e 
alla  sua  fine,  e  avendo  Iddio  mostrati  di  lui  aperti 
miracoli. 

CAPITOLO  XII. 

Come  I  grandi  di  Firenze  nUsono  la  città  a  romore 
per  rompere  ed  abbattere  tostato  del  n^of>o  il  popolo. 

A  dì  6  del  mese  di  luglio  l'aunp  1295,  (grandi  e 
possenti  della  città  di  Firenze  veggendosi  forte  gravati 
di  nuovi  ordini  della  giustizia  fatU  per  lo  popolo,  e 
massimamente  di  quello  ordine  che  dice,  die  l'ano  con- 
sorto  sia  tenuto  per  l'altro,  e  che  la  prova  della  pnW 
blica  fama  fosse  per  due  lestimoni  ;  e  avendo  in  snl 
priorato  di  loro  amici,  sì  procacciarono  di  rompere 
gli  ordini  del  popolo.  E  prima  sì  si  pacificarono  in-> 
sieme  di  grandi  nimistà,  tra  loro,  spezialmente  tra 
gli  Adimari  e'  Tosinghi,  e  tra'  Mozzi  e'  Bardi  ;  e  dò 
fatto,  feciono  a  certo  dì  ordinato  rannata  di  gente,  e 
ricbiesono  i  priori  ch'e'  detti  capitoli  fossono  corretti, 
onde  nella  città  di  Firenze  fir  tutta  agente  a  romore 
e  air  arme  ;  i  grandi  per  se  a  cavalli  coverti,  e  con 
loro  seguito  di  contadini  e  d'altri  masnadieri  a  piò 
in  grande  quantità  ;  e  schierarsi  parte  di  loro-  nelU 
piazza  di  Santo  Giovanni,  ónd'^  ebbe  la  'nsegna  reale 
messer  Forese  degli  Adimari*,  parte  di  loro  alla  piazza 
a  ponte,  ond'ebbe  la  'nsegna  messer  Vanni  Mozzi; 
e  parte  in  Mercato  nuovo,  ond'  ebbe  la  *nsegna  mes* 
ser  Geri  Spini,  per  volere  correre  la  terra.  I  popo- 
lani s'  armarono  tutti  co'  loro  ordini  e  insegne  e  ban- 
diere, e  furono  in  grande  numero,  e  asserragliarono 
le  vìe  della  città  in  più  parti,  perchè  i  cavalieri  non 
potessono  correre  la  tefra,  e  raunarsi  al  palagio  della 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


175 


podestà  e  a  casa  de^  priori,  che  stavano,  allora  nella 
casa  de' Cerchi  dietro  a  San  Brocolo;  e  trovossi  il 
popqlo  si  possente,  e  ordinati  di  forza  e  d' arme 
e  d^  gente,  e  diedone  compagnia  a'-priori^  perch'erano 
sospetti,  de*  maggiori  e  de'  più  possenti  e  «avi  e  po- 
polani di  Firenze,  uno  per  sesto.  Per  la  qua!  cosa 
i  grandi  non  ebbono  ninna  forza  né  podere  contra 
loro,  ma  il  popolo  avrebbe  potuto  vincere  i  grandi, 
ma  per  lo  migliore  e  per  non  fare  battaglia  citta- 
dinesca, avendo  alcuno  mezzo  ^  di  frati  di  buona  gente 
dair  una  parte  all'  altra,  ciascuna  parte  si  disarmò,  e 
la  cittad»  si  racqoetò,  sanza  altra  novità,  rimagnendo 
il  popolo  in  suo  stato  e  signoria,  salvo  che  dove  la 
prova  della  pubblica  fama  era  per  due  testimoni,  si 
mise  fossono  per  tre,  e  ciò  feciono  i  priori  contra  vo-^ 
lontà  de'  popolani,  ma  poco  appresso  si  rìvocò  e  tornò 
al  primo  stato.  Ma  pur  questa  novitate  fu  la  radice 
e  cominciamento  dello  sconcio  e  male  stato  della 
dttà  di  Firenze  che  ne  seguì  appresso,  che  da  indi 
innanzi  i  grandi  mai  non  finarono  di  cercare  modo 
d'abbatterei!  popolo  a  loro  podere,  e*  caporali  del  po- 
polo cercarono  ogni' via  di  'fortific%re  il  popolo  e  d'ab- 
bassare i  grandi,  fortificando  gli  ordini  della  giqsti- 
zia  ;  &  feciono  torre  a'  grandi  le  loro  balestra  grosse, 
e  comperate  per  lo  comune;  e  molti  casati  che  non 
erano  tiranni  e  di  non  grande  federe,  trassono  del 
numerò  de*  grandi  e  misono  nel  popolo,  per  isce- 
mare  il  podere  de'  Grandi  e  crescere  quello  del  po- 
polo. B^  quando  i  detti  priori  uscirono  dello  uficio, 
fnr  loro  picchiate  le  panche  dietro  con  le  caviglie  ^  e 
gittati  de' sassi,  perch'erano  stati  consenzienti  a  favo- 
rare*  i  grandi  ;  e  per  questo  romore  e  novitadi  si  mutò 
nuovo  stato  di  popolo  in  Firenze,  onde  furono  capo 
Mancini,  e  Magalotti,  Altoviti,  Pemzzi,  Acciaioli,  e 
Cerretani,  e  più  altri. 


-  ) 


CAPITOLO  XUI. 
Come  lo  re  Carlo  fece  pace  col  re  Giamo  (f  Araona, 

/Negli  anni  di  Cristo  1295  morì  il  re  Alfonso 
d' Araona,  per  la  cui  morte  don  Giamo  suo  fratello, 
il  quale  s' avea  fatto  coronare  e  tenea  l' isola  di 
Cicilia,  cer^  sua  pace  colla  Chiesa  e  col  re  Carlo,  e 
per  mano  di  papa  Bonifazio  si  fece  in  questo  modo  ; 
che  '1  detto  don  Giamo  togliesse  per  mogne  la  figli- 
nola del  re  Carlo,  e  rifiutasse  la  signorìa  di  Cicilia, 
e  lasciasse  gli  stadichi  che  '1  re  Carlo  ^avea  lasciati 
in  Araona,  ciò  erano  Ruberto  e  Ramondo  e  Giovan- 
ni suoi  figliuoli  con  altri  baroni  e  cavalieri  proven- 
zali; e  *1  papa  col  re  Carlo  promise  di  fare  rinun- 
ziare Carlo  ài  Valois,  fratello  del  re  di  Francia,  il 
privilegio  che  papa  Martino  quarto  gli  avea  Datto  del 
reame  d' Araona,  e  perchè  a  ciò  consentisse ,  gli  die 
il  re  Carlo  la  contea  d' Angiò  e  la  figliuola  per  mo- 


'  mediazione,  ioteqiosiiione.  Nota  questo  nuovo  signifi- 
cato  àfà  SUSt   tMX90. 

^.U  testo  Davanzati  ba  semplicemente:  picchiaU  le  ca- 
viglie dietro  ecc.  Picchiar  '  le  panche  dietro  ad  alamOf  è 
bella  naianiera  proverbiale  da  registrarsi  come  sorella  del* 
r  altra  ionar  le  taheUe  dietro  ad  alcuno,  la  quale  ba  già 
preso  posto  nel  Vocabolario* 


glie.  E  per  ciò  fornire  andò  il  re  Carlo  in  Francia  in 
persona ,  e  lui  tornando  coli*  accordo  fatto  e  co*  suoi 
figliuoli,  i  quali  avea  diliberì  di  pregione,  si  passò 
per  la  città  di  Firenze,  nella  quale  era  già  venuto 
da  Napoli  per  farglisi  incontro  Carlo  Martello  suo 
figliuolo  re  d' Ungherìa,  e  con  sua  compagnia  ducen- 
to  cavalieri  a  sproni  d' oro,  Franceschi,  e  Provenzali, 
e  del  Regno,  tutti  giovani,  vestiti  col  re  4' una  par- 
tita^ di  scarlatto  e  verde  bruno,  e  tutti  con  selle  d'una 
assisa  a  palafreno^  rilevate  d'arìento  e  d'oro,  coU'ar- 
me  a  quartieri  a  gigli  ad  oro^  e  accerchiata  rosso 
e  d*  argento ,  cioè  V  arme  d' Ungherìa,  che  parca  la 
più  nobile  «  ricca  compagnia  che  anche  avesse  uno 
giovane  re  con  seco.  E  in  Firenze ,  stette  più.  di  venti 
dì^  attendendo  il  re  Carlo  suo  padre  e'  fratelli,  e  da' 
Fiorentini  gli  fu  fatto  grande  onore,  ed  egli  mostrò 
grande  amore  a'  Fiorentini,  ond'  ebbe  molto  la  grazia 
di  tutti.  E  venuto  il  re  Carlo,  e  Ruberto,  e  Ramondo 
e  Giovanni  suoi  figliuoli  in  Firenze  cof  marchese  di 
Monferrato  (che  dovea  avere  per  moglie  la  figliuola 
del  re),  fatti  in  Firenze  più  cavalieri,  e  ricevuto  molto 
onore  e  presenti  da'  Fiorentini ,  il  re  con  tutti  i  fi- 
gliuoli si  tornò  a  corte  di  papa  e  poi  a  Napoli.  B 
ciò  fatto,  e  messo  a  seguizione  per  lo  papa  e  per  lo 
re  Carlo  tutto  il  contralto  della  pace,  don  Giamo  si 
partì  di  Cicilia  e  andossene  in  Araona,  e ,  del  reame 
si  fece  coronare  ;  ma  di  cui  si  fosse  la  colpa,  -o  del 
papa  0  di  don  Giamo,  il  re  Carlo  si  trovò  ingannato, 
che  dove  lo  re  Carlo  si  credette  riavere  l' isola  di  Ci» 
cilia  a  queto,  partitosene  don  Giamo,  Federigo  se- 
guente suo  fratello  vi  rimase  signore,  ea'Ciciliani  se 
ne  fece  coronare  contra  volontà  della  Chiesa  dal  ve- 
scovo di  Cefalonia,  onde  il  papa  mostrò  grande  tur- 
bazione  contro  al  re  d' Araona  e  Federìgo  suo  fra- 
tello, e  fecelo  citare  a  corte,  il  quale  re  Giamo  vi 
venne  l'anno  appresso,  come  innanzi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  XIV. 

Come  la  parte  guelfa  furono  per  for%a  cacciali  di 

Genove^, 

Nel  detto  anno  si  comincia  grande  guerra  tra' 
cittadini  di  Genova  tra  la  parte  guelfa,  ond'erano  capo 
i  Grimaldi,  e  la  parte  ghibellina  ond'eran  capo  gli 
Orìi  e  gli  Spinoli  ;  e  ciò  parve  che  si  scoprisse  per 
invidia  tra  loro,  e  per  la  signoria  della  terra:  che  la 
state  medesima  aveano  fatta  la  più  grande  e  là  più 
ricca  armata  in  mare  sopra  i  Veneziani  che  mai  fa- 
cesse comune,  che  più  di  centosessanta  galee  furono, 
sanza  gli  altri  legni  grossi  e  sottili,  che  Airono  più 
di  cento,  e  ciascuna  parte  e  casato  armando  a  gara 
l'uno  dell'altro  si  sforzaro;  e  allora  fu  Genova  e  '1 
suo  podere  nel  maggiore  colmo  eh'  ella  fosse  mai, 
che  poi  sempre  vennono  calando.  E  parve  che  in 
quello  stuolo  si  cominciasse  la  discordia,  che  non 
passarono  più  innanzi  che  Messina,  eh'  aveano  ordi- 
nato d' andare  infino  r  Vinegia  ;  e  tornati  a  Genova 
cominciarono  tra  loro  battaglia  cittadinesca,  la  quale 


*  dirisa,  ipsegna. 

'  d'una  stessa  divisa  da  palafìreuo. 


176 


CRONICHE 


dorò  da  cinquanta  d),  saettandosi  e  éombattendosi  di 
dì  e  di  notte,  onde,  molti  he  morirò  d* una. parte  e 
d^altra,  e  in  più  parti  della  città  misono  fuoco,  e  arse 
la  Riva  quasi  tutta,  e  la  chiesa  maggiore  di  Santo 
Lorenzo,  e  più  case  e  palazzi.  Alla  fine  quegli  di  ca- 
sa d*  Oria,  gli  Spinoli,  e  loro  seguaci,  sotto  trattato 
di  triegua  si  fornirono  di  molta  gente  nuova  di  Lom- 
bardia «  della  Riviera,  e  trovarsi  sì  forti,  che  per 
forza  ne  cacciarono  i  Grimaldi  e*  loro  seguaci  guelff  -, 
e  ciò  fu  di  gennaio  nel  1295. 

CAPITO^  XV. 
Dtf'  ftUU  de'  Tartari  di  Persia. 

Nel  detto  anno  essendo  imperadore  de*  Tartari 
di  Persia  e  del  Turigi  Baìdo  cane,  fratello  che  fu  di 
Argon  cane,  onde  addietro  in  alcuna  parte  facemmo 
menzione^  e  se  Argon  amò  i  cristiani,  questo  Baìdo 
fu  cristianiìBsimo  e  nimico  de*  saracini  \  per  la  qual 
cosa  i  sarocini  di  sub  paese  con  certi  signori  de^  Tar- 
tari, feciono  con  ispendio  e  grandi  promesse,  che  Cas- 
sano suo  nipote  e  figliuolo  che  fu  d'  Argon,  si  rubellò 
da  lui,  e  venne  in  campo  con  grande  oste  di  Tartari 
e  saracini  contro  a  lui  per  cpmbattere.  Baido  veggen- 
dosi  da  gran  parte  de'  suoi  tradito,  si  mise  a  fuggire, 
il  quale  da  Cassano  fu  seguito,  e  sconfitto,  e  morto. 
E  '1  detto  Cassanq  fatto  signore  colla  forza  de'  saracini, 
come  detto  avemo,  incontanente  mutò  condizione,  e 
come  prima  avea  amali  i  saracini  e  odiati  i  cristiani,  cosi 
appresso  fu  nimfee  de'saracinieamico  de' cristiani,  • 
distrusse  tutti  coloro  che  V  aveano  consigliato  di  fare 
male  a'  cristiani,  e  appresso  fece  molto  di  bene  per 
la  cristianità  per  racquistare  la  Terra  Santa,  come 
innanzi  al  tempo  faremo  menzione. 

CAPITOLO  XVL 

Come  Maghinardo  da  Susinana  sconfisse  i  Bolognési 
e  prese  la  cidà  (f  Imola, 

Negli  anni  di  Cristo  1296  in  calen  d'aprile, 
Maghinardo  da  Susinana,  onde  addietro  facemmo  men- 
zione, avendo  guerra  co'  Bolognesi  per  cagione  della 
presa  di  Forlì  e  d'altre  terre  di  Romagna,  ouSq  i 
Bolognesi  aveano  la  signoria,  e  fatta  lega  col  mar- 
chese Azzo  da  Ferrara,  il  quale  simigliante  avea  guer- 
ra co'  Bolognesi,  coli'  aiuto  di  sua  gente  e  de'  ghi- 
bellini di  Romagna,  vegnendo  con,  oste  sopra  la  città 
d'Imola  ov* erano  i  Bolognesi  con  loro  forza,  com- 
battendo con  lóro  gli  sconfisse  eoo  grande  danno 
de'  presi  e  de'  morti,  e  prese  la  d^tta  città  d' Imola 
con  molti  Bolognesi  che  v'  erano  dentro. 

CAPITOLO  XVII. 

Come  il  popolo  di  Firenze  fece  fare  la  terra  di 
eastello  SangioMnni  e  Castelfranco  in  Valdamo. 

Nel  detto  anno  essendo  il  comune  .e  popolo  di 
Firenze  in  assai  buono  e  felice  stato,  con  tutto  ehe 
i  grandi  avessono  voluto  e  incominciato  a  contradire  il 


popolo,  come  detto  avemo,  il  popolo  per  meglio  for- 
tificarsi in  contado^  e  scemare  la  fòrza  de'  nobili  e  de* 
potenti  del  contado,  e  spezialmente  quella  de'  Pazzi  di 
Valdanro  e  degli  Ubertinì  ch'erana  ghibellini,  si  ordi- 
nò che  nel  nostro  Valdamo  di  sopra  sifocessono  due 
grandi  terre  e  castella;  l'uno  èra  tra  Fegghine  e 
Montevarchi  e  puosesi  nome  castello  Sangiovanni,  l'al- 
tro in  casa  liberti  allo  'ncontro  passato  1*  Amo,  e 
puosohgli  nome  Castelfranco,  e  francarono  tutti  gli 
abitanti  de'  detti  castelli  per  dieei  anni  d' ogni  fazio- 
ne^ e  spese  di  comune,  onde  molti  fedeli  de'  Pazzi  e 
libertini,  e  quegli  da'  Ricfisoli,  e  de'  Conti ,  ed  aliti 
nobili, .  per  esser  franchi  si  feciono  terrazzani  de*  detti 
castelli;  per  la  qual  cosa  in  poco  tempo  crebbono  e 
multiplicaro  assai,  e  fecionsi  buone  e  grosse  terre. 

CAPITOLO  XVIII. 

Come  lo  re  Giamo  cT  Araona  venne  a  Roma^  e  pa^ 
pa  Bonifazio  gli  privilegiò  Pisola  di  SàftUgna, 

Nel  detto  anno  alla  richiesta  di  papa  Bonifazio  il 
re  Giamo  d' Araona  venne  a  Roma  al  detto  papa,  e  menò 
seco  la  reina  Costanza  sua  madre  e  figliuola  che  fu 
del  re  Manfredi,  e  messer  Ruggerì  di  Loria  suo  am- 
miraglio, a*  quali  ii  papa  fece  grande  onere,  e  rico- 
municolli  '  ;  e  '1  detto  re  Giamo  si  scasò  deHa  'm- 
presa  che  dòn  Federigo  suo  Ihitello  avea  fatta  della 
signoria  di  Cicilia,  come  non  era  ossuta* di  sua  sa- 
puta nà  di  suo  consentimento,  giurando  in  mano  del 
papa  in  presenza  del  re  Carlo,'  che  a  richiesta  del  re 
Carlo  e'  sarebbe  personalmente  con  sua  gente  e  forza 
contro  a  don  Federigo  suo  fratello,  ad  aiutare  rac- 
quistare r  isola  di  Cicilia  ;  e  simile,  promessa  e  sara- 
mento  fece  fare  a  messer  Rnggeri  di  Loria  suo  am- 
miraglio. Per  la  qual  cosa  il  papa  fece  il  detto  re 
Giamo  ammiraglio  e  gonfaloniere  della  Chiesa  in  mare, 
quaudo  si  facesse  il  passaggio  d'oltremare,  e  privile- 
^oUo  del  reame  dell'isola  di  Sardigna,  conquistan- 
dolo sopra  i  Pisani  o  chi  v'  avesse  signorìa  ;  e  fece 
il  detto  papa  che  '1  re  Carlo  perdonò  ogni  ofiÌM« 
ricevuta  da  messer  Ruggerì  di  Loria,  e  fecelo  suo 
ammiraglio;  la  qual  cosa  «appiendo  don  Federigo, 
gir  tolse  tutte  sue  rendite  a  orfori  eh' avea  in  Cici- 
lia, e  al  nipote,  opponendogli  tradigione,  fece  ta- 
gliare la  testa. 

CAPITOLO  XIX. 

Come  il  conte  di  Fiandra  e  'quello  di  Bari  si  m- 
beUarono  aire  di  Fi-ancia, 

Nel  detto  anno  il  conte  fluido  di  Fiandra  e  il 
conte  di  Bari  genero  del  re  d'Inghilterra,  si  mbel- 
larono  dal  re  di  Francia  per  oltraggi  ricevuti  dal  re 
e  da  sua  gente,  e  allegarsi  col  re  Adoardo  d'In- 
ghilterra. B  intra  l' altre  prìnoipali  oAgionf  della  ru- 
bellaziooe  del  conte  di  Fiandra,  si  fu  perch*  egli  a- 


'  impoita. 

*  li  usolse  dalla  scomunica;  li  ribenedì. 

'  atata,  più  comunemente  presso  gli  antichi  suio  e  stUcu 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


ITT 


rea  maritata  la  figlinola  al  figliaolo  del  ra  dMnghil- 
lerra,  ganza  consentimento  del  re  di  Francia^  onde 
non  piacendo  al  re,  mandò  per  lo  conte  e  per  la 
coDtessa  di  Fiandra,  e  poi  per  la  figlinola  ;  e  quando 
furono  a  Parigi,  lo  re  fece  ritenere  la  detttf  donna  in 
cortese  pregione,  perchè  non  fosse  moglie  del  sno 
nimico,  e  poco  tempo  appresso  ella  mori,  e  dissesi 
che  fu  fatta  morire  di  yeleno.  Il  conte  vedendo  ritenuta 
sua  figlia,  e  se  dal  re  in  leggere  guardia  lasciato,  si 
partì  privatamente  di  Parigi  e  fuggissi  in  FianHIra,  e 
dolendosi  affiglinoli  e  alla  sua  gente  del  torto  che 
gli  facea  il  re  di  sua  figlia,  fece  le  sue  terre  rubel- 
lare  al  re;  e  in  Lilla  nrìse  a  guardia  Ruberto  suo 
primo  figliuolo,  e  a  Doai  Guglielmo  secondo  figliuo- 
lo, e  a  Coltrai  messer  Gianni  di  Namurro  suo  fi- 
gliuolo, e  il  conte  rimase  alla  guardia  di  Bruggia, 
e  ""l  duca  di  Brabante  suo  nipote  alla  guardia  di  Gan- 
to.  Per  la  qual  cosa  il  re  di  Francia  con  grande 
oste  andò  in  Fiandra  colla  maggior  parte  di  sua  ba- 
ronia, e  con  più  di  diecimila  cavalieri  e  popolo  in- 
numerabile, e  puosesi  a  oste  a  Lilla,  nella  quale  era 
messer  Rnherto  di  Fiandra  e  M  siri  di  Falcamonte  d'A- 
lamagna  con  piik  soldati  tedeschi,  i  quali  difendeano 
la  terra  francamente.  In  questa  stanza  il  conte  d*  Ar- 
tese  sconfisse  i  Fiamminghi  a  Fornes,  e  lo  re  d**  In- 
ghilterra arrivò  in  Fiandra,  come  si  tratterà  nel  se- 
guente capitolo;  per  la  qual  cosa,  e  ancora'  perchè 
la  villa  di  Lilla  non  era  bene  provveduta  né  fornita 
di  vittuaglia,  a'arrendèo  la  terra  al  re  di  Francia, 
andandone  sano  e  salvo  messer  Ruberto  di  Fiandra 
con  tutti  i  soldati  tedeschi.  E  avuta  il  re  di  -Francia 
Lilla,  prese  la  sua  gente  Bettona  e  più  altre  ville  di 
Fiandra,  e  fece  poi  lo  re  di  Francia  cavalcare  le  ter- 
re del  conte  di  Bari,  e  ardere  e  guastare. 

CAPITOLO  XX. 

Come  ti  conte  d"  Attese  sconfisse  i  Fiamminghi  a 
Fornes^  e  come  tire  (T Inghilterra  passò  in  Fiandra. 

Nel  seguente  anno  1297,  essendo  cresciuta  la 
guerra  al  re  di  Francia  per  lo  re  d'Inghilterra,  e  per 
la  tubellazione  del  conte  di  Fiandra  e  di  quello  di  Ba- 
ri come  detto  avemo  di  sopra,  si  feciono  lega  ancora 
contro  a  lui  col  re  Attaulfo  d'Alamagna,  e  mandogli 
il  re  d'Inghilterra  trentamila  marchi  di  sterlini,  ac- 
ciocché venisse  con  suo  iaforzo  in  Fiandra ,  per  as« 
salire  il  reame  di  Francia  ;  e  cosi  promise  e  giurò,  e 
Io  re  d*  Inghilterra  promise*  di  venirvi  in  persona  ;  e 
vennero  alquanti  cavalieri  tedeschi  in  Fiandra  ai  sol- 
do de' Fiamminghi,  i  quali  volendo  co' Fiamminghi 
insieme  assalire  la  contea  d' Artese,  il  conte  d'  Art«se 
con  grande  cavalleria  di  Franceschi  tornato  di  Gua- 
scogna in  Artese  per  la  detta  .guerra  cominciata  per 
gli  Fiamnunghi,  essendo  al  conte  d' Artese  gii  ren* 
duta  là  villa  di  Berghe  alla  marina,  si  fece  loro  in- 
contro a  Fornes  in  Fiandra ,  e  quivi  combatterono  in-* 
sieme,  onde  i  Fiamminghi  e'  Tedeschi  furono  scon- 
fitti, e  morivvi  il  conte  Guglielmo  di  tiinlieri,  e 
Arrigo  conte  di  Belmonte,  e  'I  sire  di  Gaura ,  e  più 
altri  baroni  e  cavalieri  tedeschi  e  fiamminghi,  con  più 
di  tremila  tra  a  pie  e  a  cavallo  vi  furono  morti  e 


presi.  E  dopo  la  detta  sconfitta  il  conte  d' Artese 
prese  Fornes,  e  feciono  le  comandAmenla  tutte  le 
terre  della  marina  e  la  valle  di  Cassella.  In  questo 
il  re  Adoardo  d'Inghilterra  con  grande  navilio,  e 
con  mille  e  più  buoni  cavalieri  e  con  gente  d'  arme 
a  pie  assai,  arrivò  in  Fiandra  al  porto  dellr  Stuna  ^ , 
siccome  avea  promesso  per  la  leva  fatta  col  re  d'  A«- 
lamagna  e  col  conte  di  Fiandra,  e  prese  la  villa  di 
Bruggia,  la  quale  fu  abbandonata  da'  Franceschi,  per- 
chè non  v"  avea  fortezza  né  di  muro  né  di  tasi  ;  e 
poi  n'  andò  a  Ganto,  perocché  Bruggia  non  era  forte, 
e  gli  grandi  borgesi  di  Bruggia  eran  tutti  della  parte 
del  re,  onde  non  si  fidava  «di  stare  in  Bruggia.  A 
Ganto  era  il  conte  di  Fiandra  per  attendere  il  re  d' A- 
lamagna,  il  quale  per  più  moneta  (si  disse)  eh'  eb- 
be dal  re  di  Francia,  non  venne,  come  avea  promes- 
so e  giurato;  e  chi  disse  che  il  detto  re  d'Alama^ 
gna  rimase,  per  guerra,  che  il  re  di  Francia  per 
suoi  danari  e  promessa  di  parentado  gli  fece  muo- 
vere al  duca  d*  OsleVich  ;  e  a  questo  diamo  più  fede. 
Onde  il  re  Adoardo  veggendosi  ingannato  e  tradito , 
ovvero  fallito  dal  re  d'  Alamagna,  e  sentendo  il  gran- 
de podere  dèi  re  di  Francia,  e  com'era  già  mosso 
con  tutta  sua  baronia,  avuta  Lilla,  per  venire  contro 
a  lui  a  Ganto,  e  già  era  a  Coltrai  in  Fiandra  ;  per  la 
qual  cosa  il  re  d'Inghilterra  non  s' affidò  di  dimorare 
in  Fiandra,  perocché  venuto  il  re  di  Francia  con  sua 
oste ,  il  convenia  essere  sorpreso  o  assediato  in  Brug- 
gia 0  in  Ganto,  o  venire  a  battaglia  con  lui  ;  e  dap- 
poiché non  era  Venuto  il  re  d' Alamagna  con  sua 
gente,  non  avea  podere  d' uscire  a  campo  contro  al  re 
di  Francia,  e  però  si  parli  di  Fiandra  in  grande  fretta, 
e  tomossi  con  .sua  gente  in  Inghilterra ,  e  lasciò  il 
conte  di  Fiandra  in  Ganto  in  male  stato  e  da  lutti 
abbandonato.  Lo  re  di  Francia  perchè  t'appressava 
il  verno,  e  avea  novelle  come  il  re  Carlo  di  Puglia 
venia  in  Francia  in  servigio  del  re  d' Inghilterra,  t 
per  commessione  del  papa,  per  mettere  accordo  in- 
tra lui  e  '1  re  Adoardo,  suoi  congiunti,  parenti,  e 
amici,  si  si  tornò  in  Francia  con  tutta  sua  oste,  la- 
sciando grande  guemigione  di  gente  d' arme  a  ca- 
vallo e  a  pie  nelle  dette  terre,  e  fece  fare  a  Lilla  e 
a  Coltrai  forti  castelli.  E  tornato  in  Francia,  il  re 
Carlo  .ordinò  dal  re  di  Francia  al  re  Adoardo  d' In- 
ghilterra e  *1  conte  di  Fiandra  triegue  per  due.  anni^ 
rimanendo  al  re  di  Francia  per  patti  Bruggia,  e  Lil- 
la, e  Coltrai,  e  altre  ville,  le  quali  terre  di  Fiandra 
erano  già  all'  obbedienza  e  guadagnate  per  lo  re  di 
Francia;  e  per  dispensagione  del  papa  il  re  d* In- 
ghilterra prese  per  moglie  la  scrocchia  del  re  di" 
Francia,  e  accordogli  di  pace  insieme. 

CAPITOLO  XXI. 

Come  papa  Bonifacio  privò  del  cardinalato  messer 
Iacopo  e  messer  Piero  della  Colonna. 

NegK  anni  di  Cristo  1297,  a  dì  13  del  mes« 
di  maggio,  tenendosi  papa  Bonifazio  molto  gravato 
da'signori  Colonnesi  di  Roma,  perchè  in  più  cose  Ta- 
veano  contrastato  per  isdegno  di  loro  maggioranza, 


*  La  Qianthia  e  altre  stampe:  Suina. 


IS 


Ite 


CRONICHB 


ma  più  Bi  tenea  il  papa  gravato,  perchè  messer  Iaco- 
po e  messer  Piero  della  Colonna  cardinali  gli  erano 
stati  contrari  alla  sua  lesione,  mai  non  si  pensò  se 
non  di  mettergli  al  niente.  E  in  questo  avvenne,  che 
Sciarra  della  Colonna  loro  nipote,  vegnendo  al  mu- 
tare della  coHe  di  Alagna  alle  some  degli  arnesi  e 
tesoro  della  Chiesa,  le  rubò  e  prese,  e  menolle  in 
sua  terra.  Per  la  qual  cagione  aggiugnendovi  la  ma- 
la volontade  concepntà  per  addietro,  il  detto^  papa 
contro  a  loro  fece  processo  in  questo  modo  ;  ch^  e^ 
detti  messer  Iacopo  e  messer  Piero  della  Colonna 
diaconi  cardinali,  del  cardinalato  e  di  molti  altri  he- 
neficìi  ch^  aveano  dalla  Chiesa,  gli  dispuose  e  privò  \ 
e  per  simile  modo  condannò  e  privò  tutti  quegli  del- 
la casa  de" Colonnesi,  cherìci  e  laici,  d'ogni  bene- 
ficio ecclesiastico  e  secolare,  e  scomunicolli  che  mai 
non  potessooo  uvere  beneflcio  ;  e  fece  disfare  le  case 
e'  palassi  loro  di  Roma,  onde  parve  molto  male  a*  lo- 
ro amici  romani  ;  ma  non  poterono  contradire  per  la 
forsa  del  papa  e  degli  Orsini  loro  contrari  *,  per  la 
qual  cosa  si  rubellarono  al  tutto  dal  papa  e  comin- 
ciarono guerra,  perocch'  eglino  erano  molto  possenti, 
e  aveano  gran  seguito  in  Roma,  e  era  loro  la  forte 
città  di  Pilestrino,  e  quella  di  Nepi,  e  la  Colonna,  • 
più  altre  castella.  Per  la  qual  cosa  il  papa  diede  la 
indulgensa  di  colpa  •  pene  chi  prendesse  la  croce 
contro  a  loro,  e  fece  fare  oste  sopra  la  città  di  Nepi, 
e  il  comune  di  Fireùse  vi  mandò  in  servigio  del  pa- 
pa seicento  tra  balestrieri  e  pavesarì  o'ociati,  coUe 
fopransegne  del  comune  di  Pirense;  e  tanto  stette 
Foste  air  assedio,  che  la  città  s'arrendè  al  papa  a 
patti,  ma  molta  gente  vi  mori  e  ammalò  per  corru- 
sione  d*  aria  eh*  ebbe  nella  detta  oste. 

CAPITOLO  XXU. 

Come  Alberto  (f  Oslerich  sconfisse  e  uccise  AUaélfo 
re  d*  Alamagna,  e  comi*  egli  fu  eletto  re  de"  Romani, 

Negli  anni  di  Cristo  1298  del  mese  di  giugno 
avendo  i  prencipi  d' Alamagna  privato  Attaulfo  della 
eesione  dello  'mperio  per  cagione  della  sua  dislealtà, 
n  perchè  s' era  legato  col  re  di  Francia  per  sua  mo- 
leta,  e  tradito  il  re  d' Inghilterra  e  il  conte  di  Fian- 
dra, come  addietro  avemo  fatta  mensione,  e  ancora 
per  procaccio  d*  Alberto  dogio  d' Osterich  figliuolo 
che  fu  del  re  Ridolfo,  per  avere  la  lesione  con  or- 
dine e  trattato  del  re  Adoardo,  e  con  molta  sua  mo- 
neta data  al  detto  Alberto  per  fare  vendetta  del  tra- 
dimento commesso  per  lo  detto  Attaulfo  re  d"*  Ala- 
magna,  e  ciò  fatto,  il  dettò  dogio  Alberto  con  sua 
potensia  di  gente  d'arme,  venne  contro  al  .detto 
Attaulfo,  e  in  canpo  combattè  con  hu,  e  sconfisselo 
e  rimase  il  detto  Attaulfo  morto  nella  detta  batta- 
glia con  molta  ài  sua  gente;  e  avuta  Alberto  la  detta 
vittoria  si  fece  eleggere  re  de*  Romani ,  e  poi  con- 
fermare a  papa  Bonifosio. 

CAPITOLO  xxni. 

Come  i  Colonnesi  tennero  alla  misericordia  del  pa^ 
pa,  e  poi  si.  rubellarono  un*  altra  tolta. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  settembre,   essen- 
do trattato  d'accordo  da  papa  Bonilasio  a'Colonneaì, 


i  detti  Colonnesi  cherìci  e  laici  vennero  a  Rieti  ovve- 
rà la  corte,  e  gittarsi  a  pie  del  detto  papa  alla  ni- 
serìcordia,  il  quale  perdonò  loro,  e  assolvettegli  del- 
la scomunicasione,  e  volle  gli  rendesseno  la  città  di 
Pilestrino;  e  così  feciono,  promettendo  loro  di  ri- 
stituirgli  in  loro  stato  e  dignità,  la  qual  cosa  non  at- 
tenne loro,  ma  fece  disfare  la  detta  città  di  PUe- 
strtno  del  poggio  e  fortessa  ov'  era,  e  fecene  rifare 
una  terra  al  piano,  alla*  quale  puose  nome  Civita 
Papale  ;'  e  tutto  questo  trattato  falso  e  frodolente  fe- 
ce il  papa  per  consiglio  del  conte  da  Mohtefeltro , 
allóra  frate  minore,  ove  gli  disse  la  mala  parola: 
lunga  promessa  eoW  attender  eorto,  I  detti  Colonnesi 
trovandosi  ingannati  di  ciò  ch'era  stato  loro  promesso 
e  disfatta  sotto  il  detto  inganno  la  nobile  fortesu 
di  Pilestrìno,  innansi  che  compiesse  1*  anno  si  rubel- 
larono dal  papa  e  dalla  Chiesa ,  e  'l  papa  ^  sco- 
municò da  capo  con  aspri  processi  ;  onde  per  tema  di 
non  essere  presi  o  morti,  per  la  persecusione  dd 
detto  papa,  si  partirono  di  terra  di  Roma,  e  ispar- 
sonsi  chi  dijoro  in  Cicilia,  e  chi  in  Francia,  e  in  altre 
parti,  nascondendosi  di  luogo  in  luogo  per  non  essere 
conosciuti,  e  per  non  dare  di  loro  posta^  ferma  ^,  spe- 
sialmente  messer  Iacopo  e  messer  Piero  ch'erano 
stati  cardinali;  e  così  stettona  in  esilio  mentre  vi* 
vette  il  detto  papa. 

CAPITOLO  XXIV . 
Come  i  Genovesi  sconfissono  i .  VinUiani  in  mare. 

Nel  detto  anno  a  di  8  di  settembre,  essendo 
grande  guerra  in  mare  tra  i  Genovesi  e'  Vinisiani , 
ciascuno  fece  armata,  i  Genovesi  di  centodieci  galee, 
e' Vinisiani  di  centoventi  galee;  e' detti  Genovesi, 
ond'  era  capitano  e  ammiraglio  messer  Lamba  d*  Oria 
passarono  la  Cicilia  e  misonsi  nel  golfo,  con  inten- 
dimento di  andare  infino  alla  città  di  Vinegia,  se  io 
altro  luogo  non  trovassono  i  Vinisiani  e  misersi  in 
guato  ;  ma  come  furono  in  Schiavonia,  trovarono  Tar- 
mata de'  detti  Vinisiani  all'isola  della  Scolcola,  ov'ei)- 
be  tra' due  stuoli  aspra  e  difra  battaglia;  alla  fine  fu- 
rono sconfitti  i  Vinisiani,  e  molti  ne  furono  morti  e 
presi^  e  settanta  corpi  di  loro  galee  ne  furono  menate 
co'  pregioni  in  Genova, 

CAPITOLO  XXV. 

De"  grandi  tremuoti  che  furono  in  certe  città  H" 

talia. 

Nel  detto  anno  furono  molti  tremuoti  in  ItaKa, 
specialmente  nella  città  di  Rieti  e  in  quella  di  Spo- 
leto, e  in  Toscana  nella  città  di  Pistoia,  nelle  quali 
cittadi  caddono  molte  case,  e  palassi,  e  torri,  e  chie- 
se, e  fu  segno  del  giudicio  di  Dio,  del  futuro  pe- 
ricolo e  awersitade  che  poco  appresso  si  cominciò 
in  più  parti  d'Italia,  e  spesialmente  nelle  dette  no- 
minate cittadi,  come  innansi  per  gli  tempi  faremo 
mensione. 


'  per  non  maniftatare  mai  no  laogo  di  loro  stabile  ritrovo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


iT9 


CAPITOLO  XXVI. 

Quando. si  cominciò  il  pala%M  del  popolo  di   Fi- 
reme  ove  abiiano  i  priori. 

Nel  detto  Muno  1298  si  cominciò  a  fondare  il 
pallino  de^  priori  per  lo  comune  e  popolo  di  Piren- 
te,  per  le  novità  cominciate  tra  '1  popolo  e'  grandi , 
che  spesso  era  la  terra  in  gelosia  e  ih  commozione, 
alla  riformazione  del  priorato  di  due  in  due  mesi, 
perle  sette  già  cominciate,  e  i priori  che  reggeanojl 
popolo  e  tutta  la  repubblica,  non  parca  loro  essere 
sicari  ove  abitavano  innanzi,  eh* era  nella  casa  de' 
Cerchi  bianchi  dietro  alla  chiesa  di  San  Brocolo.  E 
colà  dove  puosono  il  detto  palazzo ,  furono  antica- 
mente le  case  degli  liberti,  ribelli  di  Firenze  è  ghi- 
bellini ;  e  di  que"  loro  casolari  feciono  piazza,  accio  c- 
cfaò  mai  non  si  rifacessono.  E  comperarono,  altre 
case  di  cittadini,  come  furono  Foraboschi,  e  fonda- 
ronn  su  il  detto  palazzo,  e  la  torre  de'  priori,  fon- 
data in  sa  lina  torre  ch'era  alta  più  di  cinquanta 
braccia  eh'  era  de' Foraboschi ,  e  chiamavasi  torre 
della  Vacca.  B  perchè  il  detto  palazzo  non  si  ponesse 
in  sol  terreno  de'  detti  liberti,  coloro  che  l' ebbono 
a  far  fare  il  puosono  musso  ' ,  che  fu  grande  diffalta 
a  lasciare  però  di  non  farlo,  quadro,  e  più  disco- 
stato  dalla  chiesa  di  San  Piero  Scheraggio. 

CAPITOLO  XXVII. 

Còme  /W  falla  pace  Ira  '/  comune  di  Genova  è  quel- 
lo di  Vinegia, 

Negli  anni  di  Cristo  1299  del  mese  di  maggio, 
pace  fu  tra*^  Genovesi  e'Viniziani,  e  ciascuno  riebbe 
i  suoi  pregioni  con  que' patti  che  piacquero  a' Geno- 
vesi Intra  gli  altri  voUono,  che  infra  tredici  anni 
niono  Viniitìano  non  navicasse  nel  mare  maggiore  di 
là  da  Costantinopoli  e  nella  Soria  con  galee  armate, 
oade  i  Genovesi  ebbono  grfinde  onore ,  e  rimasono 
in  grande  potenza  e  felice  stato,  e  più  che  comune 
0  signore  del  mondo  ridottati  in  mare. 

CAPITOLO  xxvni. 

Come  fu  falla  pace  tra  7  comune  di  Bologna  e  '/ 
marchese  da  Estie  MagìUnardo  da  Susinana  per  gli 

Fiorenlini, 

Nel  detto  tempo  e  anno  essendo  stala  lunga  e 
grande  guerra  tra  '1  comune  di  Bologna  e'  suoi  usciti, 
e  col  marchese  Azzo  da  Esti,  il  quale  signoreggiava 
hi  città  di  Ferrara,  e  quella  di  Reggio,  e  quella  di 
Modena,  e  con  Maghinardo  da  Susinana  grande  si- 
gnore in  Romagna,  i  quali  erano  tutti  a  una  lega 
contro  a' Bolognesi,  per  procaccio  e  indùstria  de'Fio- 
reattni,  amici  dell'una  parte  e  dell'altra,  pace  fu  fatta, 
.«  basctarsi  insieme  i  sindachi  delle  parti  nella  città  di 
Firenze  ;  e  i  Fiorentini  furono  promettitori  e  malle- 
vtdori  alla  detta  pace  per  V  una  parte  e  per  V  altra, 
con  solenni  carte  e  promessioni. 


CAPITOLO  XXIX . 

Come  il  re  Giamo  (f  Araona  con  Ruggeri  di  Loria 
e  coir  armata  del  re  Carlo  sconfissono  i  Ciciliani 

a  capo  Orlando, 

Nel  detto  anno  avendo  lo  re  Carlo  fatta  sua 
armata  ^er  andare  sopra  l' isola  di  Cicilia  di  quaranta 
gatee,  ond'  era  ammiraglio  messer  Ruggeri  di  Loria, 
^  richiesto  per  papa  Bonifazio  e  per  lo  re  Carlo  il  re 
Giamo  d' Araona,  che  asseguisse  ^  la  promessa  per  lui 
fatta  per  gli  patti  della  pace,  come  addietro  facemmo 
menzione,  .venne  di  Catalogna  con  trenta  gal^  arma- 
te, e  accozzatosi  a  Napoli  coli' armata  del  re  Carlo, 
e  con  Roggeri  di  Loria  loro  ammiraglio ,  tutti  insie- 
me n*  andarono  vèrso  Cicilia.  Don  Federigo  co'  suol 
Ciciliani  sentendo  l' apparecchiamento,  fece  suo  isfor- 
zo,  e  armò  sessanta  galee,  e  col  suo  ammiraglio  mes- 
ser Federigo  Doris  si  misono  in  mare;  e  a  capo  Or- 
lando in  Cicilia  s'accozzerò  in  mare  le  dette  armate 
a  di  4  del  mese  di  luglio,  e  dopo  la  grande  e  aspra 
battaglia  l' armata  de'  Ciciliani  fu  sconfitta,  e  tra  morti 
e  presi  (iù  di  seimila  uomini,  e  ventidue  corpii  di 
galee  ;  per  la  qual  cosa  si  mostrò  palesemente,  che  'i 
detto  re  Giamo  e  Ruggeri  di  Loria  furono  fedeli  e 
leali  alla  promessa  fatta  al  papa*  e  al  re  Carlo.  Bene 
si  disse,  che  solo  re  Giamo  avesse  voluto,  don  Fede- 
rigo suo  fratello  rimanea  preso  in  quella  battaglia,'pe- 
rocchè  la  sua  galea  fu  nelle  sue  mani,  ^  era  finita  la 
guerra  di  Cicilia  *,  o  che  fosse  di  sua  volontà  o  di 
sua  gente  catalana,  il  lasciarono  fuggire  e  scampare. 

CAPITOLO  XXX. 
Come  fu  falla  pace  tra^  Genovesi  e*  Pisani. 

Nel  detto  anno  del  mese  d'agosto  fu  fatta  pa- 
ce tra' Genovesi  e*  Pisani,  la  quale  guerra  era  durata 
diciassette  anni  e  più,  onde  i  Pisani  molto  erano  ab- 
bassati e  venuti  a  piccolo  podere;  e  quasi  come  gen- 
te ricreduta  feciono  a'  Genovesi  ogni  patto  che  sep- 
pono  demandare,  dando  loro  parte  di  Sacdigna,  e 
la  terra  di  Bonifazio  in  Corsica,  e  eh' e' Pisani  non 
dovessono  navicare  con  galee  armale  infra  quindici 
anni,  e  de'pregioni  che  vennero  in  Genova  de' Pi- 
sani, quando  furono  lasdati,  non  erano  vivi  che  ap- 
pena il  decimo. 

CAPITOLO  XXXI. 

Quando  di  nuovo  si  cominciarono  le  nuove  mura 

della  città  di  Firen%e» 

Nel  detto  anno  a  di  29  di  novembre,  si  co- 
minciarono a  fondare  le  nuove  e  terze  mura  della 
città  di  Firenze  nel  prato  d'Ognissanti;  e  furono  a 
benedire  e  fondare  la  prima  pietra  il  vescovo  di  Fi- 
renze, e  quello  di  Fiesole,  e  quello  di  Pistoia,  e 
tutti  i  prekti  e  religiosi,  e  tutte  le  signorie  e  ordi- 


'  imiiMAto,  atorto,  noD  posto  p«r  diritto,  più  Inngo  cht 
lufOi  0VT«ro  oht  ha  tagliato  il  canto.  ' 


I  flsagaìBse.  Oli  antichi  cambiarono  molto  apMSO  la  e  in  a 
ini  principio  ddle  parole. 

4 


tnoincHE 


si  4i  FireoM  eoo  innamerabile  popolo.  E  murarsi 
«Oon  dilk  torre  sopra  la  gora  iòfino  alla  porta  del 
rnio,  la  qoale  porta  era  prima  cominciata  inaino 
Tano  1284,  colKaltre  porte  mastre  di  qua  dall' Arno, 
insieme,  come  addietro  facemmo  menzione;  ma  per 
molte  avverse  novità  che  furono  appresso,  stette 
buono  tempo  che  non  vi  si  murò  più  innanzi,  che 
quelle  mura  della  fronte  del  Prato. 

CAPITOLO  XXXU. 

Come  il  re  di  Francia  ebbe  a  quelo  tutta  Fiandra^ 
e  in  pregiane  U  conte  e'  figliuoli. 

Nel  detto  anno  1299,  fallite  le  triegue  dal  re 
di  Francia  e  "1  conte  di  Fiandra,  lo  re  mandò  in 
Fiandra  lo  re  Carlo  dl^  Yalois  suo  fratello  con  gran- 
de oste  e  cavalleria,  il  quale  giunto  a  Bruggia  co- 
minciò guerra  al  conte  eh'  era  in  Ganto,  e  a  tutte  le 
terre  della  marina  che  teneano  col  conte,  e  con  più 
battaglie  in  più  parti  vinte  perla  gente  di  messer  Carlo 
contra  i  Fiamminghi,  s'arrenderono  a  messer  Carlo,  sal- 
vo Ganlo,  ove  era  il  conte  co*suoi  figliuoli  messer  Ro- 
berto e  messer  Guglielmo,  abbandonati  dagli  amici  e 
da'signori,  e  eziandio  da'loro  borgesi.  Per  la  qual  cosa 
trattato  ebbono  con  messer  Carlo  di  fare  onore  al 
re  e  di  rendersi  a  lui,  promettendo  messer  Carlo  so- 
pra se  di  guarentirgli  e  rimettergli  in  amore  del  re, 
e  in  loro  stato  e  signoria.  E  compiuto  il  trattato  ren- 
derono Ganfo,  che  è  delle  più  forti  terre  del  mondo, 
e  le  loro  pereone  a  messer  Carlo;  il  quale  entrato 
in  Ganto,  il  conte  Guido  e  messer  Ruberto  e  messer 
Guglielmo  suoi  figliuoli  tradì,  e  gli  mandò  presi  a 
Parigi,  e  in  Parigi  si  gittaro  appiedi  del  re  alla  mi- 
sericordia :  il  qual  re  per  malvagio  consiglio  non 
asseguendo  cosa  che  fosse  loro  promessa  ^  gli  fece 
mettere  in  prigione.  Per  lo  qual  tradimento  e  slealtà  1 
gran  male  ne  avrenne  aUa  casa  di  Francia  e  a  Fran-  ] 
caschi.  La  qual  cosa  per  l*~ttniverso  mondo  fu  tenu- 
ta grande  dislealtà  a  sì  fatto  signore.  E  ciò  fatto  per 
messer  Carlo,  e  avuta  tutta  a  quoto  la  contea  di  Fian- 
dra, lasciò  messer  Giacche,  fratello  del  conte  di  San 
Polo  al  tutto  signore  in  Fiandra  per  lo'  re  con  gran- 
de cavalleria,  e  messer  Carlo  si  tornò  in  Francia.  E 
il  detto  messer  Giacche  cominciò  in  Fiandra  aspra 
siguorìa,  e  raddoppiare  sopra  il  popolo  assise,  e 
gabelle,  e  male  tolte  \  onde  il  popolo  forte  si  tenea 
gravato.  Avvenne,  che  per  la  pasqua  di  Risorresso 
vegnente  lo  re  di  Francia  andò  a  suo  diletto  in  Fian- 
dra per  provvedere  il  suo  conquisto  e  fare  festa  ;  e 
giunto  in  Bruggia  gli  fu  fatto  grande  onore,  e  simile 
a  Ganto,  e  Ipro,  e  1*  altre  buone  terre;  e  tutti  si  vesti- 
rono di  nuovo,  ciascuna  arte  e  mestieri  d'una  assisa^, 
faccendo  più  divorai  giuochi  e  feste  ,  e  per  lo  re  e 
sua  baronia  giostre  ;  e  la  tavola  ritonda  ^  si  fece  a 


imm 


*  compere  ad  inganno  :  mancherebbe  alla  Crusca.  Ma  tolta 
forse  è  da  intendere  semplicemonte  per  gravezzaf  accatto, 
tassa  improvvisa  e  ad  arbitrio:  prestito  forzoso;  edèpnre 
da  aggìangere  al  Vocabolario. 

'  divisa,  restilo  nniforme. 

'  Dal  costume  di  un  antico  ordine  di  cavalleria  fa  detta 
tavola  rotonda  quella,  ove  cavalieri  e  principi  e  re,  assai 
prodi  in  arme,  adunati  a  feste  e  a  giostro  sedevano  tutti 
aO*  pari. 


Guidendalla,  maniere  del  conte,  onde  d'AIàmagna  e 
d' Inghilterra  vi  vennono  più  baroni  e  cavalieri  a  gio- 
strare. Ma  questa  festa  fu  fine  di  tutte  quelle  de*  Fran- 
ceschi a'  nostri  tempi,  che  come  la  for4nna  si  mo- 
strò al  re  di  Francia  e  a'  suoi  allegra  e  felice,  così 
poco  tempo  appresso  volse  sua  ruota  nel  contra- 
rio, come  innanzi  al  tempo  faremo  menzione.  E  ^1*  o- 
riginale  cagione,  oltre  al  peccato  per  lo  re  e  suo 
consiglio  commesso  nella  presura  e  morte  della  in- 
nocente damigella  di  Fiandra,  e  poi  il  tradimento 
/atto  contro  al  conte  Guido  e' suoi  figlinoli  presi,  si 
fu  che  al  partire  che'l  re  fece  di  Fiandra,  gli  arte- 
fici e  popolo  minuto  gli  domandarono  grazia ,  ehe 
fossono  alleggiati  delle  importabili  gravezze,  che  mes- 
ser Giacche  di  San  Polo  e*  suoi  faceano  loro  ^  e  ol- 
tre a  ciò  i  grandi  borgesi  delle  ville,  che  tutti  gli 
mangiavano  ;  non  furono  uditi  dal  re,  se  non  come 
il  popolo  d"*  Israel  dal  re  Roboamo,  ma  maggiormente 
tormentati  da*  borgesi  e  dagli  oficiali  del  re,  onde  ap- 
presso segui  il  giudicio  di  Dio  quasi  improvviso,  co- 
me al  tempo  intenderete. 

CAPITOLO  xxxm. 

Come  il  re  di  Francia  $*  imparentò  coi  re  Alberto 

d'AIàmagna, 

Nel  detto  anno  1299,  dopo  il  conquisto  che  *1 
re  di  Francia  fece  di  Fiandra ,  Alberto  d^Osterich 
re  de^  Romani  fece  parentado  col  re  Filippo  di  Fran- 
cia, e  diede  per  moglie  al  figliuolo  primogenito  la 
figliuola  del  detto  re  di  Francia;  e  ciò  fu  per  Tamistà 
cominciata',  e  servigio  fatto  al  re  di  Francia  per  lo 
re  Alberto,  contro  Attaulfo  re  de*  Romani,  come  ad- 
dietro è  fatta  menzione. 

CAPITOLO  XXXIV. 
Come  il  prenze  di  Taranto  fu  tcon^to  in  Cicika. 

Nel  detto  anno  in  calen  di  Dicembre,  Filippo 
prenze  di  Taranto  e  figliuolo  del  re  Carlo  secondo, 
essendo  passato  in  su  V  isola  di  Cicilia  con  seicento 
cavalieri  e  con  quaranta  galee  armate,  la  maggiore 
parte  Napoletani  e  gente  del  Regno,  per  guerreggia- 
re risola',  ed  era  aiP assedio  alla  città  di  Trapali; e 
don  Federigo  d*  Araona  che  tenea  Cicih'a  era  con  sua 
gente,  della  quale  era  capitano  don  Brasco  d*  Arao- 
na,- e  stavano  in  su  M  monte  di  TrapaU,  veggendo  il 
male  reggimento  4el  detto  prenze  e  di  sna  gente,  a 
loro  posta  scesono  del  detto  monte,  e  con  loro  van- 
taggio presonò  la  battaglia,  nella  quale  il  detto  pran- 
zo fu  sconfitto,  e  preso  egli  e  gran  parte  di  sua  gente. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  Cassano  signore  de'*  Tartari  sconfisse  U  solda^ 
no  de*  saracinij  e  prese  la  Terra  Santa  in  Soria» 

Nel  detto  anno  del  mese  di  gennaio ,  Cassano 
imperadore  de*  Tartari  venne  in  Soria  sopra  il  soldano 


far  gravtwe  per  imporl4  tornerebbe  nuovo  al  Voeabol. 


DI  CflOVAIfia  VILLANI. 


181 


de^saradiii,  e  menò  Meo  duecentomila  tra  Tartari  e 
orìatlaM  a  eayaHo  e  a  pie  per  condotta  del  re  d' Brmi- 
Dìa  e  di  quello  di  Giorgia,  crìstianissimi  e  nimici  de' 
faraoiai,  per  racquistare  la  Terra  Santa.  11  sohlano  aen- 
tendo  loro  venuta,  venne  d' Egitto  in  Soria  con  più  di 
centomila  aaracini  a  «avallo,  sanza-T  altra  sua  oste 
di  Soria  eh'  era  infinita  ;  e  scontrarsi  insieme  i  detti 
eserciU,  e  la  battaglia  fu  grande  e  terribile.  Alla  fine 
per  senno  e  valensia  del  detto  Cassano,  il  quale  si 
tenne  a  piede  con  grande  parte  della  sua  buona  gen- 
tet  inftnoch'e'saracioi  ebbono  tanto  saettato,  ch'elli 
ebbono  voti  i  loro  turcassi  di  saette,  e  acciocch'  e' 
saracini  non  potessono  risaettare  so^ra  i  suoi  le  loro 
saette,  ordinò  che  tutte  quelle  di  sua  gente  Tossono 
sanu  cocca,  e  le  corde  de' suoi  archi  con  pallottiera  ^ 
che  poteano  saettare  le  loro  e  quelle  de'  saracini. 
E  ciò  fatto,  con  ordine,  a  certo  suo  segno  fatto  mon- 
tarono a  cavallo,  e  aspramente  assalirono  i  saracini 
per  modo,  che  assai  tosto  gli  mise  in  isconfitta  e  in 
fioiga;  ma  molti  saracini  vi  furono  morti  e  presi,  e 
hudarono  tutto  il  loro  campo  e  arnesi  di  grande  rie- 
chesu.  E  ciò  fatto,  quasi  tutte  le  terre  di  Soria  e  di 
Gemsalem  si  renderono  al  detto  Cassano,  e  egli  divo- 
tamente  andò  a  visitare  il  santo  sepolcro  ;  e  ciò  fat- 
to, non  potendo  guari  dimorare  in  Soria,  convenen- 
dogli tornare  in  Persia  al  Turigj,  per  guerra  che  gli 
era  cominciata  da  altri  signori  de' Tartari,  si  man- 
dò suoi  anbasciadori  in  ponente  a  papa  Bonifazio  ot- 
Uvo,  e  al  re  di  Francia,  e  agli  altri  re  cristiani,  che 
■andusono  de'signorì  e  gente  cristiana,  «  ritenere 
la  <jttà  e  terre  di  Soria  e  della  Terra  Santa  che  egli 
area  conquistate;  la  quale  ambasciata  fu  intesa,  ma 
male  messa  a  seguizione;  perchè  per  lo  papa  e  per 
gli  altri  signori  de'  Cristiani  s'intendea  più  alle  singu- 
lari  guerre  e  quistiòni  tra  loro,  che  al  bene  comune 
della  cristianità  ;  che  con  poca  gente  e  piccola  spesa 
si  racqnintava  e  tenea  per  gli  cristiani  la  Terra  Santa 
conquistata  per  Cassano,  la  qoale  con  grande  vergo- 
gna, e  non  senza  merito  di  pena,  per  gli  cristiani 
s'abbandonò.  Onde  partito  di  Soria  il  detto  Cassano, 
poco  tempo  appresso  i  Saracini  si  ripreaono  Gem- 
salem e  l'altre  terre  di  Soria.  Il  detto  Cassano  fu  fi- 
gliuolo d'Argon  cane,  onde  addietro  in  alcuna  parte 
facemmo  menzione.  Questi  fu  piccolo  e  sparuto  di 
sua  persona,  ma  virtudioso  fu  molto,  e  savio,  ^  prò 
di  sua  persona,  avveduto  in  guerra;  cortesissimo  e 
largo  donatore,  amico  grandissimo  de'crìstiani,  e  egli 
e  molti  di  sua  buona  gente,  si  fece  per  la  fede  di 
Cristo  battezzare;  E  la  cagione  perohò  Cassano  di- 
venne cristiano  non  è  da  tacere,  ma  da  fame  memo- 
ria in  qneaiò  nostro  trattato,  a  edificazione  delFa  ao- 
•tra  fede,  per  lo  bello  miracolo  ch'avvenne.  Quando 
Paesano  fn  fatto  imperadore,  si  fece  cereare  per  avere 
■ogKe  per  la  più  bdla  femmina  che  si  trovasse,  non 
gaudandosi  per  tesoro  o  per  altro,  e  però  mandò 
Moi  ambasdadorì  per  tutto  levante  ;  e  trovandosi  la 
figlinola  del  re  d'Erminia  avanzare  tutte  le  altre  di 
l^ellezza  e  di  virtù,  e  quella  addimandata,  il  padre 
r  accettò,   in  quanto  piacesse  alla  pulcella.   Quella 


'  BSttgno  iMl  m«iso  delU  corda  dell'arco  o  della  bale- 
stra dorè  ■' accomoda  la  saetU  o  la  palla  per  tirare. 


molto  savia  rispose,  ch^  era  contenta  al  piacere  del 
padre,  salvo  ch'ella  volea  essere  libera  di  potere 
adorare  e  coltivare  il  nostro  signore  Gesù  Cristo, 
benché  '1  marito  fosse  pagano,  e  cosi  fu  promesso 
e  accettato  per  ^i  ambascjadori  di  Cassano.  U  re 
d'Erminia  mandò  la  figliuola  con  frate  Aiton  suo 
fratello,  e  con  altri  frati  e  religiosi,  e  con  ricca 
compagnia  di  cavalieri ,  e  donne ,  e  damigelle  ;  e 
venuta  a  Cassano,  molto  gli  piacque,  e  fu  in  sua 
grazia  e  amore,  e  assai  tosto  concepette  di  lui,  e 
al  tempo  debito  partorio,  come  piacque  a  Dio,  la 
più  lorda  e  orribile  creatura  che  mai  fosse  veduta, 
e  quasi  per  poco  nou  avea  forma  umana.  Cassano  con- 
tristato di  ciò,  tenne  consiglio  co'  suoi  savii,  per  gli 
quali  fu  diliberato  che  la  donna  avea  commesso  avol- 
terìo,  e  fù  giudicata  ch'ella  colla  sua  creatura  fosse 
arsa.  E  apparecchiato  il  fuoco  in  presenza  di  Cas- 
sano (a  cui  molto  ne  doleva)  e  di  tutto  il  popolo 
della  città,  la  donna  chiese  grazia  di  volere  sua  con- 
fessione e  comunione,  siccome  fedele  cristiana,  e  la 
creatura  battezzare  e  fare  cristiana.  Fu  conceduta  lo 
grazia,  e  come  la  creatura  fu  battezzata  nel  nome  del 
Padre,  e  del  Figlio,  e  del  Santo  Spirito,  in  presenza 
dd  padre  e  di  tutto  il  popolo,  incontanente  il  fan- 
ciullo divenne  il  più  bello  e  grazioso  che  mai  fosse 
veduto.  Del  detto  miracolo  Cassano  fu  molto  allegro 
e  con  gran  festa  Ih  'mperadrìce  e  *1  figliuolo  furono 
diliberi  da  morte  ;  e  Cascano  e  tutto  il  popolo  si  bat- 
tezzarono e  feciono  cristiani.  E  non  voglio  che  (n, 
lettore,  ti  maravigli,  perchè  scrìviamo  ;che  Cassano 
fosse  quasi  con  duecentomila  Tartan  a  cavallo,  che 
il  vero  fu  così,  e  ciò  sapemmo  da  uno  nostro  Fio- 
rentino e  vicino  di  casa  i  Bastari,  nudrìto  infino  da 
piccolo  fanciullo  in  sua  corte,  e  di  qua  per  lui  al 
papa  e  a'  re  de'  cristiani  venne  per  ambasdadore  con 
altri  de' Tartari,  che  ciò  testimoniò  e  a  noi  disse. 
E  non  è  da  maravigliare  però,  perocché  quasi  tutti 
i  Tartan  vanno  a  cavallo  e  non  a  pie,,  e' loro  cavalli 
sono  piccoli,  e  mai  non  bisogna  loro  ferro  in  pie,  né 
orzo  né  altra  biada,  ma  vivono  d'  erbaggio  e  di  fie- 
no, lasciandogli  pascere  come  pecore;  e  uno  de' 
Tartari  ne  mena  seco  dieci  o  venti  o  più  de*  detti 
cavalli ,  secondo  eh'  é  possenle  ;  e  va  1'  uno  dietro 
all'  altro  senza  altra  guida  ;  e  sono  con  sottili  briglie 
senza  freno,  e  povera  sella  d'  una  bardella  con  pic- 
cole scaglie  incamutata  K  Armati  sono  di  cuoio  cotto 
e  d'  archi  e  saettej  e  vivonsi  di  carne  cruda  o  poco 
cotta,  e  di  pesce  e  di  sangue  di  bestie,  e  burro  e  latte 
con  poco  pane,  e  le  più  vojte  senza  pane;  e  quando 
hanno  sete  e  non  trovassono  acqua,  segnano  ^  l' uno 
de'  loro  cavalli  e  |beonsi  il  sangue,  e  spesso  1'  uc- 
ddono  e  '1  si  mangiano  ;  e  giacciono  e  dormono  sen- 
za lelto,  se  non  il  tappeto  sopra  la  terra,  e  sempre 
stanno  a  campo,  e  molto  sono  obbedienti  e  fedeli  al 
loro  signore,  e  fieri  e  crudeli  in  arme,  deche  al  si- 
gnore de'  Tartari  é  più  leggiere  di  menare  seco  in  o- 
ste  duecento  migliaia  di  Tartari  a  cavallo,  che  non 


1  trapunta,  imbottita,  n  testo  Mi.  Davansati  (non  le  sue 
stampe)  legge;  incammurraU,  La  nostra  lezione  è  quella  de'Gion- 
ti.  Ineamuiato  risponde  àXVmcamatatu$,  che  fù  in  oso  presso  gì 
serittoii  del  medio  evo,  e  che  possiam  vedere  nel  Du-Fresne 
^    '  J^a  Giuntina  legge:  «votano. 


182 


CRONICHE 


sarebbe  «I  re  di  Francia  diecimila.  Aveno  A  luifo^ 
detto  de*  costumi  de' Tartari,  per  trarre  d'igaoraBia 
coloro  che  di  loro  fatti  noi  sanno;  ma  chi  pia.  ne 
vorrà  sapere  legga  il  trattato  di  frate  Aiton  d^  Brmi- 
nia,  e  "ì  libro  del  Milione  di  Yinegia,  come  in  altra 
parie  di  qnestO'  libro  avemo  detto. 

CAPITOLO  XXXVi 

Come  papa  BomfoMÌo  oiia^o  die  perdano  a  iuUi  t 
crisiiam  eh"  andassono  a  Roma^  r  a$mo  dei  gmò^ 

bileo  1300. 

Negli  anni  di  Cristo  1306,  secondo  la  nativi- 
tede  di  Cristo,  con  ciò  fosse  cosa  obe  si*dicesse  per 
molti,  che  per  addietro  ogni  centesimo  d'anni  della 
natività  di  Cristo,  il  papa  ch'era  in  qne*  tempi,  Iacea 
grande  indulgenza,  papa  Bonifaiio  ottavo  obe  allora 
era  apostolico,  nel  detto  anno  a  reverensa  della  na- 
tività di  Cristo,  fece  somma  e  grande  indulgen&a  in 
questo  modo  \  che  qualunque  Romano  visitasse  infra 
tutto  il  detto  anno,  continuando  trenta  di,  le  chiese 
de'  beati  apostoli  Santo  Pietro  e  Santo  Paolo,  e  per 
quindici  -dì  l' altra  universale  genta  che  non  fossono 
Romani,  a  tutti  fece  pièna  e  intera  perdonansa  di  tutti 
i  suoi  peccati,  essendo  ben  confesso  o  ai  confessasi 
SO)  di  colpa  e  di  p^na.  E  per  consolasióne  de' cri- 
stiani pellegrini,  ogni  venerdì  e  di  solenne  di  festa, 
si  mostrava  in  San  Piero  la  Veronica  del  sudario  di 
Cristo.  Per  la  qnal  cosa  gran  parte  de'  cristiani  $he 
allora  viveano,  feciono  il  detto  pellegrinaggio  cosi 
femmine  come  uomini,  di  lontani  e  diversi  paesi,  e. 
di  lungi  e  d' appresso.  E  fu  la  più  mirabile  cosa  che 
mai  si  vedesse,  che  al  continuo  in  tutto  Tanno  du- 
rante, avea  in  Roma  oltre  al  popolo  romano,  duecen- 
tomila pellegrini,  sansa  quegli  ch'erano  porgli  cam- 
mini andando  e  tornando,  e  tutti  erano  fomiti  e  con- 
tenti di  vittuagUa  giustamente,  così  i  eavalli  come  le 
persone,  e  con  molta  paxienia,  e  sanxa  romorì  o  Enf- 
fe  ;  ed  io  il  posso  testimoniare,  che  vi  fui  presenta  e 
vidi,  fi  dell'  offerta  fatta  per  gli  pellegrini  molto  ta- 
soro  ne  crebbe  alla  Chiesa,  e'  Romani  per  le  loro  der- 
rata furono  tutti  ricchi.  E  trovandomi  io  in  quello 
benedetto  peUegrinaggio  nella  santa  ci«tà  di  Roma, 
veggendo  le  grandi  e  antiche  cose  di  quella,  e  leg- 
gendo le  storie  e'  grandi  fatti  de'  Romani,  scrìtti  per 
VirgiUo,  e  per  SaUosUo,  e  Lucano,  e  Tito  Uvio,  e 
Valerio,^  e  Paolo  Orosio,  e  altri  maestri  d' istorie, 
li  quaU  cosi  le  piccole  cose  come  le  grandi,  delfe 
geaie  e  fattì  de'  Romani  scrissono,  e  eziandio  de^i 
strani  deli' universo  mondo,  per  dare  memoria  e  esem- 
plo a  quelli  che  sono  a  venire,  presi  lo  stile  e  for- 
ma da  loro,  tutto  sì  come  discepolo  non  fossi  degno 
a  tanta  opera  fare.  Ma  considerando  che  la  nostra 
città  di  Firenze,  figliuola  e  fattura  di  Roma,  era  nel 
suo  montare  e  a  seguire  grandi  cose,  siccome  Roma 
nel  suo  calare,  mi  parve  convenevole  di  recare  in 
questo  volume  e  nuova  cronica  tutti  i  fatti  e  co- 
minciamenti  della  città  di  Firenze,  in  quanto  m' è  sta- 
to possìbile  a  ricogliere  e  ritrovare,  e  seguire  per 
innanzi  stasamento  i  fatti  de' Fiorentini,  e  deU' altre 
notabili  cose  dell'  universo  in  brieve,  infine  che  fla 


piacere  di  Dio,  alta  cai  speranza  per  ta  sia  grama 
feci  ta  delta  impresa,  pie  che  per  ta  nùa  povera  scien- 
za; e  eoA  negÙ  anni  1300  tornato  da  Roau,  eoaui- 
dai  a  compilare  questo  libro,  a  revennsa  di  Dio  e 
del  beito  Giovanni,  e  commendazione  delta  nostra  cit- 
tà di  Firenze. 

CAPITOLO  xxxvn. 

• 

Come  U  eomie  Gwido  di  Fiandra  con  dme  Buoi  /l- 

gliuoH  s'arremdeo  al  re  di  Framàa^  e  co§ne  furono 

inganuoH  e  messi  m  pregiane. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  maggio,  essendo  ad 
osta  sopra  Fiandra  messer  Cario  di  Valois,  fratello 
del  re  Filippo  di  Francia,  il  conte  Guido  di  Fkndra 
molto  anziano  e  vecchio,  feoe  trattato  con  lui  di  ve- 
nire con  due  suoi  nuggiori  figlinoli  alla  misericordia 
del  re  di  Francia,  rendendogli  pacilcamenta  H  rinui- 
nento  della  tarra  di  Fiandra  ch'egli  tanea»  D  detto 
messer  Carlo  promise,  che  se  ciò  facesse,  di  fargli 
fare  grazia,  e  rendere  la  pace  dal  re,  e  ristttoiflo  in 
sno  stato;  il  quale  conta  s^sffidò  a  lui,  e  gli  rendè 
Rmggia  e  Canto  e  l'altre  tarre  di  Fiandra,  e  con 
Ruberto  e  Gugliebno  suoi  figliuoli  vennero  col  detto 
messer  Cario  a  Parigi,  e  gittarsi  alla  ausericordia ,  e 
a'  pie  del  re  ;  il  quale  re  per  malvagio  consiglio,  non 
assegnendo  eosn  che  a  loro  fosse  promessa,  sansa 
nulla  grazia  gli  fece  mettare  in  pregione;  per  lo  qnale 
tradimento  e  dislealtà,  grande  male  ne  venne  alla  ca- 
sa di  Francia  e  a'  Franceschi,  in  brieve  tempo  appres- 
so, come  innanzi  la  nostra  storia  'de'  fatti  di  Fiandra 
farà  menzione. 


CAPITOLO  XXXVHL 


parie  nera  e  Irianca  prima  nella 
citlàdi 


Come  si 


In  questi  tempi  essendo  ta  citta  di  Pistoia  in 
felice  e  grande  e  buono  atato  aeeondo  il  sno  essere, 
e  inthi  gli  altri  cittadini  v'avea  uno  lignaggio  di  no- 
bili e  possenti  che  si  chunuvano  i  Cancellieri,  non 
però  di  grande  antichiU,  nati  d' uno  ser  Cancelliere, 
41  quale  fu  mercatanta  e  guadagnò  moneta  assai,  e 
di  due  mogli  ebbe  pia  figlinoli,  i  quali  per  la  loro 
ricchezza  tatti  furono  cavalieri,  e  nomini  di  valore 
e  dabbene,  e  di  loco  nacquero  molti  figiiuoli  e  nipoti, 
sicchò  in  questo  tempo  erano  più  di  cento  uondni 
d'arme,  ricchi  e  possenti  e  di  grande  affire,  sicché 
non  sòlamenta  i  maggiori  di  Pistoia,  ma  erano  de'  pia 
possenti  legnaggi  di  Toscana.  Nacque  tra  loro  per  la 
soperchta  grassezze,  e  per  sussidio'  del  diavolo,  sde-< 
gnp  e  nimista,  tra  1  lato  di  quelli  di'  erano  nati  d' una 
donna  a  quelli  dell' altra  ;  e  l'una  parta  *si  pnose  no- 
me i  Cancellieri  neri,  e  l'altra  i  bianchi^;  e  crebbe 
tanto  che  si  fedirono  insieme,  non  però  di  cosa  enor- 


■^j- 


'  iiistigmiion«,  suggestione. 

*  La  fkmiglla  Canoellierì  partivMi  In  due  rami  di  lon- 
tano parentado,  diitinti  dal  soprannome  di  Bianchi  e 
Neri.  La  rissa  occorse  tra  ano  de*  Cancellierì  Bianchi  e  uno 
de' CaoceUieri  Neri.  SmnottdL 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


163 


me.  E  fedito  ubo  di  que"  del  lato  de^  Cancellieri 
bianchi,  qne*  del  Iato  de'  Cancellieri  neri  per  avere 
pace  e  concordia  con  loro,  mandarono  quegli  ch*a- 
Tea  fatta  1* offesa  alla  miserioordia  di  coloro  che  ra- 
teano ricetnta,  che  ne  prendeuono  V  ammenda  e 
vendetta  a  loro  volontà  f  i  quali  del  lato  de'  Cancel- 
lieri bianchi  ingrati  e  auperbi,  non  avendo  in  loro 
pietà  né  carità,  la  mano  dal  braccio  Pagliaro  in  su  una 
mangiatoia  di  cavalli  a  quegli  ch'era  venuto  alla  mise- 
ricordia. Per  lo  quale  cominciamento  e  peccato,  non 
solaiAente  li  divise  la  casa  de*  Cancellieri,  ma  più  mi- 
cidii  ne  nacquero  tra*  loro,  e  tutta  la  città  di  Pisto- 
ia se  ne  divise,,  che  Tuno  tenea  coir  una  parte,  e 
r  altro  coli?  altra,  e  chiAmavansi  parte-  bianca  e  nera 
dimenticata  tra  loro  parte  guelfa  e  ghibellina:  è  più 
battaglie  cittadine,  con  molti  perìcoli  e  micidii  ne  nac- 
quero e  furono  in  Pistoia;  e  non  solamente  in  Pistoia; 
ma  poi  la  città  di  Firenze  e  tutta  Italia  contamina- 
ro  le  dette  parti,  come  innanzi  potremo  intendere 
e  sapere  ^  I  Fiorentini  per  tema  clie  per  le  dette  parti 
di  Pistoia  non  snrgesse  rìbellazione  della  terra  a  scon- 
cio di  parte  guelfa,  s' intramisono  d' acconciargli  in- 
sieme, e  présono  la  signoria  della  terra,  e  Funa  par- 
te efaltra  de'Cancellierìtrusonodi  Pistoia,  e  man- 
darono a'  confini  in  Pifenze.  La  parte  de'  neri  si  rì- 
dus,sono  a  casa  de' Frescobaldi  oltrarno,  e  la  parte 
de'  bianchi  si  rìdussono  a  casa  i  Cerchi  nel  Garbo, 
per  parentadi  ch'aveano  tra  loro.  Ma  bome  l'una  pe- 
eora  malata  torrompe  V  altra  e  tutta  la  greggia^  cosi 
questo  maledetto  seme  uscito  di  Pistoia,  stando  in  Fi- 
renze cormppono  tuttì  i  Fiorentini  e  partì*  prima  tut- 
te le  schiatte  e  casate  de'  nobili,  1*  una  parte  tenea 
e  lavorava  l'una  parte,  e  gli  altri  1*  altra;  e  appresso 
tutti  i  popolari.  Per  la  qual  cosa  e  gara  cominciata, 
non  che  i  Cancellieri  per  gli  Fiorentini  si  racconcias- 
sono  insieme,  ma  i  Fiorentini  per  loro  furono  di- 
visi e  partiti,  moltiplicando  di  male  in  peggio,  come 
seguirà  appresso  il  nostro  trattato. 

• 

CAPITOLO  XXXDC. 

Come  la  citte  di  Firenze  si  partì  e  si  scot^ciò  per 
le  dette  parti  bianca  e  nera. 

Nel  detto  tempo  essendo  la  nostra  città  di  Fi- 
renze nel  maggiore  stato  e  più  felice,  che  mai  fosse 
stata  dappoi  eh'  ella  fu  rediScata,  o  prima,  sì  di  gran- 
dezza e  potenza,  e  si  di  numero  di  genti,  che  più  di 
trentamila  cittadini  avea  nella  dttade,  e  più  di  set- 
tanUmila  distrittuali  d*  arme  avea  in  contado,  e  di 
nobiltà  di  buona  cavalleria  e  di  franco  popolo  e  di 
ricchezze  grandi,  signoreggiando  quasi  tutta  Tosca- 
na ;  il  peccato  delia  ingratitudine,  col  sussidio  del 
nimico  dell'  umana  generazione,  della  detta  gras- 
sezza fece  partorire  superbia  e  corruzione,  per  la  qua- 
le furono  finite  le  feste  e  1*  allegrezza  de' Fiorentini, 
che  infino  a  que* tempi  stavano  in  molte  delizie, 
e  morbidezze,  e  tranquillo,  e   sempre  in  conviti,  e 


'  Intorùo  alla  dÌTisione  delle  parti  Nera  •  Bianca,  vedi 

una  esatta  e  minata  notizia  al  capo  I,  delle  Storie  PialoUèi, 

'  n  testo  Day.  qui  mal  Ugge  :  e  partirò,  che  prima  eoe 


ogni  anno  quasi  per  tutta  la  città  per  Io  calen  di  mag- 
gio, si  faceano  le  brigate  e  le  compagnie  d'uomini  e 
di  donne,  di  sollazzi  e  balli.  Avvenne  che  per  le  invi- 
die si  cominciarono  tra*  cittadini  le  sette;  e  una  princi- 
pale e  maggiore  s'incominciò  nel  sesto  dello  scandolo^ 
di  porte  San  Piero,  tra  quegli  della  casa  de'Cerchi  e 
quegli  de'  Donati,  V  una  parte  per  invidia,  e  l' altra 
per  selvatica  ingratitudine.  Della  casa  de'  Cerchi  era 
capo  messer  Vieri  de'  Cerchi,  e  egli  e  quegli  di  sua 
casa  erano  di  grande  affare,  ^e  possenti,  e  di  grandi 
parentadi,  e  ricchissimi  mercatanti,  che  la  loro  com- 
pagnia era  delle  maggiori  del  mondo  ;  uomini  era- 
no morbidi'  e  innocenti,  salvatichi  e  ingrati,  siccome 
genti  venuti  di  piccolo  tempo  in  grande  stato  e  po- 
dere. Della  casa  de' Donati  era  capo  messer  Còrso 
Donati ,  e  egli  e  quegli  di  sua  casa  erano  gentili  uo- 
mini e  guerrieri,  e  di  non  soperchia  ricchezza,  ma  per 
motto  erano  chiamati  Malefami,  Vicini  erano  in  Fi- 
renze e  in  contado,  e  per  la-conversazione  della  loro 
invidia  colla  bizzarra  selvatichezza,   nacque  il  su- 
perbio  isdegno  tra  loro,  e  maggiormente  si  raccese 
per  lo  mal  seme  venuto  di  Pistoia  di  parte  bianca  e 
nera,  come  nel  lasciato  capitolo  facemmo  menzione.  E* 
detti  Cerchi  furono  in  Firenze  capo  della  parte  bianca,  e 
con  loro  tennero  della  casa  degli  Adimari  quasi  tutti, 
se  non  se  il  lato  dè*Cavicciuli;  tutta  la  casa  degli  Abati, 
la  quale  era  allora  molto  possente,  e  'parte  di  loro 
erano  guelfi  e  parte  ghibellini  ;  grande  parte  de'  To- 
singhi,  spezialmente  il  lato  del  fiaschiera;  parte  di 
casa  i  Bardi,  e  parte  de'  Rossi,  e  cosi  de'  Frescobal- 
di, e  parte  de*Nerli  e  de'  Mannelli,  e  tutti  i  Mozzi, 
che  allora  erano  molto  possenti  di  ricchezza  e  di  sta- 
to ;  tutti  quegli  della  casa  degli  Scali,  e  la  maggiore 
parte  de' Gherardini,  tatti  i  Malispini,  e  gran  parte 
de'  Bostichi  e*  Giandonati,  de'  Pigli,  e  de'  Vecchietti  e 
Arriguccio  e  quasi  tutti  i  Cayalcanti,   ch'erano  una 
grande  e  possente  casa,  e  tutti  i  Falconieri,  eh'  era- 
no una  possente  casa  di  popolo.  E  con  loro  s'  acco- 
starono molte  case  e  schiatte  di  popolani  e  artefici 
minuti,  e  tutti  i  grandi  e  popolani  ghibelUni;  e  per 
lo  seguito  grande  ch'aveano  i  Cerchi,  il  reggimento 
della  città  era  quasi  tutto  in  loro  podere^.  Della  parte 
nera,  furono  tutti  quegli  della  casa  de'Pazzi  quasi  prin- 
cipali co'  Donati,  e  tutti  i  Visdomini,  e  tutti  i  Manieri 
e'  Bagnesi,  e  tutti  i  Tomaquinci,  e  gli  Spini,  e'  Bondel- 
monti,  e' Gianfigliazzi,  Agli,  e  Brunelleschi,  e  Cavic- 
ciuli,  e  l'altra  parte  de'Tosinghi,  Foraboschi,  e  tutto  il 
rimanente;  e  parte  di  tutte  le  case  guelfe  nominate 
di  sopra,  che  quegli  che  non  furono  ca'  bianchi,  per 
contrario  furono  co'  neri.  E  cosi  delle  dette  due  parti 
tutta  la  città  di  Firenze  e  '1  contado,  ne  fu  partita  e 
contaminata.  Per  la  qua!  cagione,  la  parte  guelfa  per 
tema  che  le  dette,  partì  non  tomassono  in  favore  dei 
ghibellini,  si  mandarono  a  corte  a  papa  Bonifazio, 


I  Forse  è  da  leggere:  dello  $eamdolo  nel  tetto  ecc. 

'  soUacherati  dalle  delixie,  dal)e  morbidezze.  Nelle  Fi- 
ttole di  Seneca  fatte  volgari  trorasi  tnorhich  in  fona  di 
sostantivo.  Nel  presente  significato  tal  voce  manca  alla  Cmsca. 
Itmoeenti  soggiunto  qui  appresso  varrebbe  per  avventura 
tenua  tperietmaf 

*  Teneano  questa  parte  altresì  Dante  AUighieri,  Dino 
Compagni,  il  padre  del  Petrarca,  e  quanti  in  Firenze  prò- 
fessavan  lettere. 


184 


CRONICHE 


che  ci  mettesse  rimedio.  Per  la  qval  cosa  il  detto 
papa  mandò  per  messer  Vieri  de'  Cerchi,  e  come  fu 
dinanzi  a  Ini,  si  '1  pregò  che. facesse  pace  con  mes- 
ser Corso  Donati  e  colla  saa  parte,  rimettendo  in  lui 
le  diOerenze,  e  promettendogli  di  mettere  lui  e' suoi 
in  grande  e  buono  stato,  e  di  fargli  grazie  spirituali 
come  sapesse  domandare.  Messer  Vieri  tutto  fosse 
nell'altre  cose  savio  cavaliere,  in  questo  fu  poco  sa- 
vio, è  troppo  duro  e  bizzarro,  che  della  richesta  del 
papa  nulla  volse  fare,  dicendo  che  non  avea  guerra 
con  niuno  ;  onde  si  tornò  in  Firenze,  e  '1  papa  rimase 
molto  sdegnato   contro  a  lui  e  contro  a  sua  parte. 
Avvenne  poco  appresso,  che  andando  a  cavallo  del- 
l' una  setta  e  dell'  altra  per  la  città  armati  e  in  ri- 
guardo, che  con  parte  de' giovani  de' Cerchi  era  Bal- 
Jlinaccio  degli  Adimari,  e  Baschiera  de'  Tosinghi,  e 
^'aldo  de' Gherardini ,  e  Giovanni   Giacotti  Malispini 
co'  loro  seguaci  più  di  trenta  a  cavallo  ;  e  con  gli 
giovani  de'  Donati,  erano  de'  Pazzi,  e  Spini,  e  altri 
loro  masnadieri;   la  sera   di  caien  di  maggio  anno 
1 300,  veggendo  uno  ballo  di  donne  che  si  facea  nella 
piazza  di  Santa  Trinità,  V  una  parte  contra  V  altra  si 
cominciarono  a  sdegnare,  e  a  pignere  l'uno  contro 
all'  altro  i  cavalli,  onde  si  cominciò  una  grande  zuffa 
e  mislea  \  ov'  ebbe  più  fedite,  e  a  Ricoverino  di  mes- 
ser Ricovero  de'  Cerchi  per  disavventura  fu  tagliato 
il  naso  dal  volto  ;  e  per  la  detta  zuffa  la  sera  tutta  la 
città  fu  per  gelosia  sotto  l'arme.  Questo  /u  il  comin- 
ciamentQ  dello  scandalo  e  partimento  della  nostra 
città  di  Firenze  e  di  parte  guelfa,  onde  molti  mali  e 
pericoli  ne  seguirono  appresso,  come  per  gli  tempi 
faremo  menzione.  E  però  avemo  raccontato  cosi  este- 
samente l' origine  di  questo  cominciamento  delle  ma- 
ledette parU  bianca  e  nera,  per  le  grandi  e  male 
sequele  che  ne  seguirò  a  parte  guelfa  e  a'  ghibellini, 
e  a  tutta  la  città  di  Firenze,  e  eziandio  a  tutta  Italia  : 
e  come  la  morte  di  messer  Bondelmonte  il  vecchio  fu 
cominciamento  di  parte  guelfa  e  ghibellina,  così  que- 
sto fu  il  cominciamento  di  grande  rovina  di  parte 
guelfa  e  della  nostra  città.  E  nota,  che  l' anno  dinanzi 
a  queste  novitadi  erano  fatte  le  case  del  comune,  che 
cominciano  a  pie  del  ponte  vecchio  sopra  1'  Amo 
verso  il  castello  Altafronte,  e  per  ciò  fare  si  fece  il 
pilastro  a  piò  del  ponte,  e  convenne  si  rimovesse  la 
statua  di  Marte  ;  e  dove  guardava  prima  verso  levante, 
fu  rivolU  verso  tramontana,  onde  per  l' augurio  degli 
anUchi  fu  detto  :  piaccia  a  Dio,  che  la  nostra  cUlà 
non  abbia  grande  mukuione. 

CAPITOLO  XL. 

Come  il  cardinale  d^Acquasparla  tenne  per  legato  dèi 
papa  per  racconciare  Fireme^  &  non  lo  poteo  fare. 

Per  le  sopraddette  novitadi  e  sette  di  parte  bian- 
ca e  nera,  i  capiUni  della  parte  guelfa  e  il  loro  con- 
siglio, temendo  che  per  le  dette  sette  e  brighe  parte 
ghibellina  non  esaltasse  in  Firenze,  che  soUo  il  titolo 
di  buono  reggimento  già  ne  facea  il  sembiante,  e  molti 
ghibellini  tenuti  buoni  uopuni,  erano  cominciati  a 


'  mischia. 


mettere  io  su, gli  ufioi,  e^neora  qne^  che  teaea- 
no  parte  nera,  per  ricoverare  loro  stato  n  manda- 
rono ambasciatori  a  corte  a  papa  BoniCaxio  a  pre- 
garlo che  per  bene  della  cittade  e  di  parte  di  Chiesa 
vi  mettesse  consiglio.  Per  la  qual  cosa  incontanente 
il  papn  fece  legato  a  ciò  seguire  frate  Matteo  d'Acqna- 
sparta,  suo  cardinale  portuense  dell'  ordine  de'  mi- 
nori, e  mandoUo  a  Firenze,  il  quale  vi  giunse  del 
seguente  mese  di  giugno  del  detto  anno  1300,  e  da' 
Fiorentini  fu  ricevuto  a  grande  onore.  E  Ini  riposato 
in  Firenze,  richiese  balla  al  comune  di  pacificare  in- 
sieme i  Fiore;itini  ;  e  per  levare  via  le  dette  parti 
bianca  e  nera  volle  riformare  la  terra,  e  raccomunare 
gli  ufìci,  e  quegli  dell'una  parte  e  dell' altn  ch'erano 
degni  d'esser  priori,  mettere  in  sacchetti  a  sesto  a 
sesto,  e  trargli  di  due  in  due  mesi,  come  la  ventura 
venisse;  che  per  le  gelosie  delle  parti  e  sette  inco- 
minciate, non  si  facea  lezione  de'  priori  per  le  capi- 
tudini  dell*  arti,  che  q^asi  la  città  non  si  coomovesse 
a  sobuglio,  e  talora  con  grande  apparecchiamento 
d' arme.  Quegli  della  parte  bianca  che  guidavano  la 
signoria  della  terra,  per  tema  di  non  perdere  loro 
stato,  e  d' essere  ingannati  dal  papa  e  dal  legato  p.er 
la  detta  riformazione,  presono  il  peggiore  consiglio 
e  non  voUono  ubbidire  ;  per  la  qual  cosa  il  detto  le- 
gato prese  sdegno,  e  tornossi  a  corte,  e  lasciò  la 
città  di  Firenze  scomunicata  e  interdetta. 

CAPITOLO  XU. 

Be'  mali  e  de*  pericoli  che  seguirono  aUa  nostra 

città  appresso. 

.Partito  il  legato  di  Firenze,  la  città  rimase  in 
grande  gelosia  e  in  male  stato.  Avvenne  che  del  mese 
di  dicembre  seguente,  andando  messer  Corso  Donati 
e  suoi  seguaci,  e  que'  della  casa  de'  Cerchi  e  loro  se- 
guaci armati  a  una  morta  di  casa  i  Frescobaldi,  sguar- 
dandosi insieme  l'una  parte  e  l'altra,  sì  vollono  assa- 
lire, onde  tutta  la  gente  eh'  era  alla  morta  si  levarono 
a  romore  ;  e  così  fuggendo  e  tornando  ciascuno  a 
casa  sua,  tutta  la  citià  fu  ad  arme,  faccendo  l' mM 
parte  e  l' altra  grande  rannata  a  casa  loro  ;  messer 
Gentile  de' Cerchi,  Guido  Cavalcanti,  fialdinaccio  e 
Corso  degli  Adimari,  Baschiera  della  Tosa,  e  Naldo 
de' Gherardini  con  loro  consorti  e  seguaci  a  cavallo 
e  a  pie,  corsono  a  porte  San  Piero  a  casa  i  Donati,  e 
non  trovandogli  a  porte  San  Piero,  corsono  a  Saa 
Piero  maggiore,  ov'  era  messer  Corso  co'  suoi  con- 
sorti e  rannata,  da' quali  furono  riparati,  e  rincacciati 
e  fediti  con  onta  e  vergogna  de'Cetchi  e  deMoro 
seguaci;  e  di  ciò  furono  condannati  l'una  parte  e 
l'altra  dal  cornane.  Poi  poco  appresso  essemlo  certi 
de*  Cerchi  in  contado  a  Nepozzano  e  Pugliano,  e  in 
quelle  loro  contrade  e  poderi,  volendo  tornare  a  Fi- 
renze, que' della  casa  de' Donati  raunata  loro  amistà 
a  Remole,  contesono  il  passo,  e  ebbevi  fedite  e  assalti 
d*una  parte  e  d'altra;  per  la  qual  cosa  l'una  parte 
e  r  altra  furono  accusati  e  condannati  della  raunata 
e  assalti  ;  e  quegli  di  casa  i  Donati  la  maggior  parte 
per  non  potere  pagare  andarono  dinanzi,  e  furono  messi 
inpregione.  Que' de*  Cerchi  volendo  fare  a  loro  esem- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


185 


pio,  dicendo  messer  Torrigìano  di  Cerchio  :  per  que-^ 
sto  non  ci  vinceranno^  come  fecìono  i  Tedaldini^ 
che  gli  consumarono  per  pagare  le  condannagioni  ; 
8Ì  fece  aBdare  gli  suoi  dÌDaozi,  e  aoatenati  in  pre- 
gione  centra  1  volere  di  messer  Vieri  de*  Cerchi  e 
degli  altri  savii  della  casa,  che  conosceano  la  com- 
plessione e  morbidezza  de*  loro  giovani  ;  aweane 
che  ano  maledetto  ser  Neri  degli  Ahati  soprastante 
di  quella  prégione,  mangiando  con  loro,  fece  ano 
presente  d*  ano  migliaccio  avvelenato,  del  quale  man-* 
giarono,  onde  poco  appresso  in  due  di  morirono  due 
de'  Cérchi  bianchi,  e  due  de*  neri,  e  Pigello  Porti^ 
nari,  e  Ferraino  de*  Bronci,  e  di  ciò  non  fu  nulla 
vendetta. 

CAPITOLO  XLll. 
Di  quello  medesimo,  .  - 

Essendo  la  città  di  Firenze  in-  tanto  bollore  e 
perìcoli  di  sette  e  di  nimistà,  onde  molto  sovente  la 
terra  era  a  remore  e  ad  arme,  messer  Corso  Donati, 
Spini,  Pazzi,  e  parte  de'  Tosinghi  e  Cavicciuli,  e  loro 
seguaci  grandi  e  popolani  di  loro  setta  di  parte  nera 
co*  capitani  di  parte  guelfa,  che  allora  ^rano  al  loro 
sénno  e  volere,  si  raunarono  nella  chiesa  di  Santa 
Trinità,  e  ivi  feciono  consiglio  e  congiura  di  mandare 
ambasciadorì  a  corte  a  papa  Bonifazio,  acciocché  com- 
movesse alcuno  signore  della  casa  di  Francia,  che  gli 
rimettesse  in  istato,  e  abbattesse  il  popolo  e  parte 
bianca,  e  in  ciò  spendere  ciò  che  potessono  fare  ;  e 
cosi  misono  a  seguizione  ;  onde  sappiendosi  per  la 
città  per ,  alcuna  spirazione,  il  comune  e  '1  popolo  ai 
turbò  forte,  e  fanne  fatta  inquisizione  per  la  signorìa, 
onde  measer  Corso  Donati  che  n*  era  capo,  fu  con- 
dannato nell'avere  e  nella  persona,  e  gli  altrì  capo- 
rali che"  furono  a  ciò,  in  più  di  ventimila  libbre,  e 
pagarle.  E  ciò  fatto  furono  mandati  a*  confini  Sini- 
haldo  fratello  di  messer  Corso,  e  de*  suoi,  e  messer 
Rosso,  e  messer  Rossellino  della  tosa,  e  degli  altrì 
loro  consorti  ;  e  messer.  Giacchinotto  e  messer  Paz- 
zino  de*  Pazzi  e  di  loro  giovani,  e  messer  Gerì  Spini 
e  de*  suoi  al  castello  della  Pieve.  E  per  levare  ogni 
sospetto,  a  popolo  mandò  i  caporali  dell'altra  parte 
a*  confini  a  Serrezzano  :  ciò  fu  messer  Gentile  e  mes- 
ser Torrìgiano  e  Carbone  de*  Cerchi,  e  di  loro  con- 
sorti, Baschiera  della  Tosa  e  de*  suoi,  Baldinaccio  de- 
gli Adimari  è  de'  suoi,  Naldo  de'  Gl^erardini  e  de'^uoi. 
Guido  Cavalcanti  e  de*  suoi,  e  Giovanni  Giacotti  Ma- 
lispitti.  Ma  questa  parte  vi. stette  meno  a' confini,  che 
furono  revocati  per  lo  infermo  luogo,  e  tomonne 
malato  Guido  Cavalcanti,  onde  morìe,  e  di  lui  fu 
grande  dammaggio,  perocché  era  come  filosofo,  vir- 
ta4iosb  uomo  in  piùxose,  se. non  ch'era  troppo  te- 
sero e  stizzoso  '.  In  questo  modo  si  guidava  la  nostra 
città  fortuneggiando. 


'  Guido,  alto  ingegno  e  solitario,  ebbe  grand' ira  in 
Corso  Donati,  fino  a  tentare  d' assasidnarlo  (V.  Dino  Com- 
pagni, Croniche.)  Dal  padre  Cavalcante,  che  come  epicoreo 
fo  dall*  Allighierì  dannato  all'  inferno,  venn^H  taccia  che 
le  sue  t^ptcuUmmi  (dice  il  Boccaccio)  eremo  eolo  in  cercare 
§6  trovar  ti  potesse  che  Dio  non  fosse.  Aia  (a  giudisio 
della  gente  volgare:  tanto  è  vero  che  Dante  noi  condan- 
nò; Dante,  a  coi  l' amicisia  non  poneva  mai  la  benda. 


CAPITOLO  XLin. 

Come  papa  Bonifacio  mandò  in  Francia  per  messer 

Carlo  di  Valois, 

Tornato  a  corte  dì  papa  il  legato  frate  Matteo 
d' Acquasparta,  e  informato  papa  Bonifazio  del  male 
stato  e  dubitoso  della  città  di  Firenze,  e  poi  per  le 
novità  seguite  dopo  la  partita  del  legato,  come  detto 
avemo,  e  per  infestagione  e  spendio  de' capitani  di 
parte  guelfa  e  de*  detti  confinati,  eh*  erano  al  castello 
della  Pieve  presso  alla  corte,  e  di  «esser  Gerì  Spini 
(eh*  egli  e  in  sua  compagnia  erano  mercatanti  di  pa- 
pa Bonifazio,  e  del  tutto  guidatori)  con  loro  pro- 
caccio e  studio,  e  di  messer  Corso  Donati  che  se- 
guiva la  corte,  si  prese  per  consiglio  il  detto  papa 
Bonifazio,  di  mandare  per  messer  Carlo  di  Valois 
fratello  del  re  di  Francia,  per  doppio  intendimento; 
prìncipalmente  per  aiuto  del  re  Carlo  per  la  guerra 
di  Cicilia,  danda.  intendimento  al  re  di  Francia  e  al 
detto  messer  Carlo  di  farlo  eleggere  imperadore  de* 
Romani,  e  di  confermarlo,  o  almeno  per  autorità  pa- 
pale e  di  Santa  Chiesa  di  farlo  luogo  tenente  d'im- 
perio per  la  Chiesa,  per  la  ragione  che  ha  la  Chiesa 
vacante  imperìo;  e  oltre  a  questo  gli  die  titolo  di 
paciarìo  in  Toscana,  per  recare  colla  sua  forza  la  città  di 
Firenze  al  suo  intendimento,  fi  mandato  in  Francia  per 
ledette  messer  Carlo  suo  legato  il  detto  messer  Cario 
con  volontà  del  re  suo*  fratello,  venne,  come  innaozi 
faremo  menzione,. colla  speranza  d'esser  imperadore 
per  le  promesse  del  Papa,  come  detto  avemo. 

CAPITOLO  XLIV. 

Come  i  Guelfi  furono  cacciati  d'Agobbio^  e  poi  come 
ricoveraro  la  terra  e  cacciarne  i  Ghibellini, 

Nel  detto  anno  di  maggio,  la  parte  ghibellina 
d'Agobbio  colia  forza  degli  Aretini,  e  de' ghibellini 
della  Marca,  per  tradimento  ordinato  nella  terra,  cac- 
ciarono i  guelfi  d'Agobbio,  e  uccisonne  assai;  ma 
poi  a  dì  24  di  giugno  vegnente,  i  guelfi  usciti  d'Agob- 
bio colla  forza  de' Perugini  entrarono  in  Agobbio,  e 
rìcoverarono  loro  stato,  e  cacciarne  i  ghibellini  con 
grande  danno  e  uccisione  di  loro. 

CAPITOLO  XLV, 

Conte  la  pgrte  nera  furono  cacciati  di  Pistoia. 

Negli  anni  di  Cristo  1301,  del  mese  di  maggio, 
la  parte  bianca  di  Pistoia  coli' aiuto  e  favore  de' bian- 
chi che  governavano  la  città  di  Firenze,  ne  caccia- 
rono la  parte  nera,  e  disfeciono  le  loro  case,  palazzi 
e  possessioni,  e  intra  l' altre  una  forte  e  rìcca  posses- 
sione di  palazzr  e  toni  eh'  erano  de*  Cancellieri  nerì, 
che  si  chiamava  Damiate. 

CAPITOLO  XLVL 

Come  gV  Interminelli  e  loro  seguaci  furono  cacciati 

di  Lucca. 

Nel  detto  anno,  e  in  quello  tempo,  essendo  la 
città  di  Lucca  molto  insollita  *  per  la  mutazione  di 


'  sollevata,  forse  Io  stcMO  che  imscUata^  divenuta  solla, 
tumida  per  le  faxioni. 


t86 


CRONICHE 


Pistoia,  e  per  le  parti  bianca  e  nera,  la  casa  degli 
interminelli  di  Lucca  co*  loro  seguaci  Mordicastelli,  e 
que*  del  Fondo,  e  altri  di  loro  sette,  i  quali  teneano 
parte  bianca,  e  s'accostavano  co* ghibellini  pisani, 
credendo  fare  così  in  Lucca  come  i  Cancellieri  bian- 
cbi  in  Pistoia,  si  uccisono  messer  Obitxo  degli  Obiui 
giudice.  Per  la  qual  cosa  la  città  di  Lucca  corse  ad 
arme,  e  trovandosi  la  parte  nera  e"  guelfi  di  Lucca 
più  possenti,  si  ne  cacciarono  di  Lucca  combattendo 
gì*  Interminelli  e  loro  segnaci,  e  disfeciono  le  ioro 
possessioni,  e  misono  fuoco  nella  contrada  che  si 
chiamava  il  fondo  di  porla  San  Cervagio,  e  arsonvi 
più  di  cento  case  K  B  cosi  si  venne  spandendo  la  ma- 
ledetta parte  per  Toscana. 

CAPITOLO  XLVn. 

Come  t  guelfi  usciti  di  Genova  per  pace  rt  furotM 

rimessi. 

Nel  detto  anno  i  Genovesi  feciono  pace  co*Gri- 
maldi  e  gli  altri  loro  usciti  guelfi  e  col  re  Carlo,  e 
rimisongli  in  Genova,  e  riehbono  il  castello  di  Mona- 
co che  'I  teneano  gli  usciti,  e  colla  fona  del  re  Carlo 
faceano  grande  guerra  a*  Genovesi. 

Nel  detto  anno  fu  guerra  e  battaglia  tra  i  Ve-^ 
ronesi  e  7  Vescovo  «di  Trento,  onde  i  Veronesi  eb- 
bono  il  peggiore  e  fufono  sconfini.  E  nel  detto  anno 
poco  appresso,  mori  messer  Alberto  della  Scala  ca- 
pitano e  signore  di  Verona,  e  grande  tiranno  di  Lom- 
bardia, e  appresso  di  lui  rimasono  signori  messer 
Cane  e  gli  altri  figliuoli  del  detto  messer  Alberto, 
tutto  fossono  assai  di  piccola  etade  ;  ma  innansi  che 
morisse  fece  cavalieri  sette  tra^suoi  figliuoli  e  nipoti, 
cb*avea  il  maggiore  meno  di  dodici  anni. 

CAPITOLO  XLVIII. 
Come  apparte  in  inelo  una  stella  cornata. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  settembre  apparve 
in  cielo  una  stella  cometa  con  grandi  raggi  di  fummo 
dietro,  apparendo  la  sera  di  verso  il  ponente,  e  durò 
infino  al  gennaio,  della  quale  i  savi  aslrolagi  dissono 
grandi  significaiioni  di  futuri  pericoli  e  danni  alla 
provincia  d*  Italia,  e  alla  città  di  Firenze,  e  massima- 
mente perchè  la  pianeta  di  Saturno  e  quella  di  Marti 
in  quello  anno  s*  erano  congiunte  due  volte  insAme 
del  mese  di  gennaio-  e  di  maggio  nel  segno  del  Leo- 
ne, e  la  Luna  scurata  del  detto  mese  di  gennaio  si- 
milemente  nel  segno  del  Leone,  il  quale  s*  attribui- 
sce alla  provincia  d*  Italia.  E  bene  assegni  la  signifi"- 
cazione,  come  innanzi  leggendo  potrete  comprendere; 
ma  singnlarmente  si  disse,  che  la  detta  comata  si- 
gnificò r  avvento  di  messer  Carlo  di  Valois,  per  fa 
cui  venuta  molte  jivollure  ebbe  la  provincia  d'Italia 
e  la  nostra  città  di  Firenze. 


*  Leggi  -nelle  Storie  Pi$toleti  ni  elle  segg.  I  partico- 
lari della  cacciata  de*  Neri 


CAPITOLO  XLIX. 

Come  messer  C^rlo  di  Valois  di  Pramda  venme  a 
papa  Bonifaùo^  e  poi  venne  m  Firensi»  e  cacàtime 

la  parte  bianca, 

JHel  detto  anno  1301  del  mese  di  settembre, 
giunse  nella  città  d*  Alagna  in  CampagM,  ov*era  papa 
Bonifazio  colla  sua  corte,  messer  Carlo  conte  di  Va- 
lois e  fratello  del  re  di  Francia  con  più  conti  e  ba- 
roni, e  da  cinquecento  cavalieri  franceschi  in  soa  com- 
pagnia, avendo  fatta  la  via  da  Lucca  ad  Ala^a  'senza 
entrare  in  Firenze,  perchè  n*era  sospetto;  il  quale 
messer  Carlo,  dal  papa  e  da*  suoi  cardinali  fu  rice- 
vuto onorevolmente  ;  e  venne  ad  Alagna  lo  re  Carlo 
e* suoi  figliuoli  a  parlamentare  con  Ini  e  a  onorarlo; 
e  *1  papa  il  fece  conte  di  Romagna.  E  trattato  e  messo 
in  assetto  col  papa  e  col  re  Carlo  0  passaggio  di 
Cicilia  alla  primavera  vegnente,  per  la  principale  ca- 
gione perch*era  mosso  di  Francia,  il  papa  non  di- 
menticato Iq  sdegno  preso  contro  alla  parte  bianca 
di  Firenze,  non  volle  che  soggiornasse  e  vernasse  in- 
vano, e  per  infestamento  de*  guelfi  di  Firenze,  si  gli 
diede  iì  titolo  di  paciaro  in  Toscana,  e  ordinò  che  tor- 
nasse alla  città  di  Firenze.  E  cosi  fece,  colla  sua  gente 
e  con  molti  altri  Fiorentini  e  Toscani  e  RomagnnoU, 
usciti  e  confinati  di  loro  terra  per  parte  guelfa  e  ne- 
ra, fi  venuto  a  Siena  e  poi  a  Staggia,  que*  che  go- 
vernavano la  città  di  Firenze  avendo  sospetto  di  sua 
venuta^  tennero  più  consigli  di  lasciarlo  entrare  nella 
città  o  no.  E  mandando  gli  ambasciatori,  e  egli  con 
belle  e  amichevoli  parole  rispondendo,  come  venia 
per  loro  bene  e  stato,  e  per  mettergli  in  pace  insie- 
me; per  la  qual  cosa  quegli  che  reggeano  la  terra, 
tutto  fossono  a  parte  bianca,  si  voce  vano'  eVoIeansi 
tenere  guelfi,  presono  partito  di  lasciarlo  venire.  B 
cosi  il  di  d*  Ognissanti  1301,  entrò  messer  Cario  in 
Firenze,  disarmata  sua  gente,  faccendogli  i  Fiorentini 
grande  onore,  vegnendogK  incontra  a  processione,  e 
con  molti  afmeggiatorì  con  bandiere,  e  coverti  i  ca- 
valli di  zendadi.  E  lui  riposato  e  soggiornato  in  Fi- 
renze ^ilquanti  di,  si  richiese  il  comune  di  volere  la 
signorìa  e  guardia  della  cittade,  e  balia  di  potere  pa- 
cificare i  guelfi  insieme.  E  ciò  fu  assentito  per  lo  co- 
mune, e  a  di  6  di  novembre  nella  chiesa  di  Santa 
Maria  Novella,  essendosi  raunati  potestà,  e  capitano, 
e  priori,  e  tutti  i  consiglieri,  e  il  vescovo,  e  tutta  k 
buona  gente  di  Firenze  ;  e.  della  sua  domanda  fatta, 
proposta  e  diliberata,  e  rimessa  in  lui  la  signoria  e 
la  guardia  della  città.  E  messer  Carlo  dopo  la  spo- 
sizione  del  suo  aguzzetta  ^,  di  sut  bocca  accettò'  e 
giurò,  e  come  figliuolo  di  re  promise  ài  conservare 
la  città  in  pacifico  e  buono  stato  ;  e  io  scrittore  a 
queste  cose  fui  presente.  Incontanente  per  lui  a 
per  sua  gente. fu  fatto  il  contradio,  che  per  con- 
siglio di  messer  Musciatto  Franzesi,  il  quale  infi- 
no di  Francia  era  venuto  per  suo  pedotto',  siccome 


*  8i  nominarono. 

^  intrinseco  di  persona  potente,  preso  ordinariamente  in 
mala ,  parte  per  inHigatore ,  aguzgatore  a  mai  fare,  '  Vedi 
anche  lib.  XII;  cap.  xxxiv. 

'  BcoTia,  gnida;  e  altrore:  piloto. 


DI  GIOVAMa  VILLANI. 


187 


era  ordinato  per  gli  guelfi  neri,  fece  atmare  aua  gente, 
e  innanzi  che  mesaer  Carlo  fosse  tornato  a  casa,  che 
albergava  in  casa  ì  Prescobaldi  oltrarno;  onde  per 
la  detti  novitade  di  vedere  i  cittadini  la  sua  gente  a 
cavallo  armata  U  città  fu  tutta  in  gelosia  e  sospetto, 
e  ali*  arme  grandi  e  popolani,  ciascuno  a  casa  de*suoi 
amici  secondo  suo  podere,  abbarrandosi  la  città  in 
più  parti.  Ma  a  casa  i  priori  pochi  si  raunarono,  e 
quasi  il  popolo  fir  santa  capo,  veggendosi  traditi  e 
ingannati  i  priori  e  coloro  che  reggeano.  il  comune. 
In  questo  romore  messer  Corso  de^  Donati,  il  quale 
erajsbandito  e  mbello,  compera  ordinato,  il  dì  me- 
desimo venne  in  Pirense  da  Peretola,  ^n  alquanto 
seguito  di  certi  suoi  amici  e  masnadieri  a  pie,  e  sen- 
tendo la  sua  venuta  i  priori,  e'  Cerchi  suoi  nemici, 
vegnendo  a  loro  messere  Schiatta  de*  Cancellieri,  che 
era  in  Pirense  capitano   per  lo  comune  di  trecento 
cavalieri  soldati,  e  volea  andare  contro  al  detto  mes- 
ser Co^o  per  prenderlo   e  per  offenderlo,   messer 
Vieri  caporale    de*  Cerchi  non  acconsentì,  dicendo: 
lasciatelo  vénù-e^  confidandosi  nella  >ana  speranza 
del  popolo,  che  M  punisse.  Per  la  qual  cosa  il  detto 
messer  Carlo  entrò  ne*  borghi  della  cittade,  e  tro- 
vando le  porte  delle  cerchie  vecchie  serrate,  e  non 
potendo  entrare,  sì  se  ne  venne  alla  postierla  da*  Pinti, 
eh*  era  di  costa  a  San  Piero  maggiore,  tra  le  sue  ca- 
se e  quelle  degli  Uccellini,  e  quella  trovando  serrata, 
cominciò  a  tagliare,  e  dentro  per  gli  suoi  amici  fu 
folto  il  somigliante,  sicché  sansi  contrasto  fu  messa  in 
terrai  B,  lui  entrato  dentro  schierato  in  su  la  piaz'zà 
di  San  Piero  maggiore,  ^11  crebbe  genti  e  seguito  di 
suoi  amici,  gridando  :  tiva  messer  Corso  e  ^l  barone^ 
ciò  era  messer  Corso,  che  così  il  nomavano  ;  e  egli 
veggendosi  crescere  forza  e  seguito,  la  prima  cosa  che 
fece,  andò  alle  carcere  del  comune,  eh*  èrano  nelle 
case  de*Bastari  nella  ruga  del  palagio,  e  quelle  per 
forza  «perse  e  diliberò  i  pregìoni  ;  e  ciò  ftitto,  il  si- 
mile fece. al  palazzo  della  potestà,  e  poi  a*  priori, 
faccendogli  per  paura  lasciare  la  signorìa  e  tornarsi 
a  loro  case.  E  con  tutto  questo  tracciamento  di  cit- 
tade, messer  Carlo  di  Valois  nò  sua  gente  non  mise 
consiglio  né  riparo,  né  attenne  saramento  o  cosa  pro- 
messa per  lui.  Per  la  qual  cosa  i  tiranni  e  malfattori 
e  isbanditi  eh*  erano  nella  cittade,  presa  baldanza,  e 
essendo  la  città  sciolta  e  senza  signorìa,  cominciaro- 
no a  rubare  i  fondachi  e  botteghe^  e  le  case  a  chi 
era  di  parte  bianca,  o  chi  avea  poco  podere,  con 
molti  micidii,  e  fedite  faccendo  nelle  persone  di  più 
buon  uomini  di  parte  bianca.  E  durò  questa  pestilen- 
zia  in  città  per  cinque  dì  continui,  con  grande  mina 
della  terra.  E  poi  seguì  in  contado,  andando  le  gual- 
dane  rubando  e  ardendo  le  case  per  più  di  otto  dì, 
ónde  in  grtinde  numero  di  belle  e  rìcche  possessioni 
furono  guaste  e  nrse.  E  cessata  la  detta  mina  e  in- 
cendio, messer  Carlo  col  suo  consiglio   riformarono 
la  terra  e  la  signoria  del  priorato  di  popolani  di  parte 
nera.  E  in  quello  medesimo  mese  di  novembre,  venne 
in  Pirenze  il  sopraddetto  legato  del  papa   messer 
Matteo  d*Acquasparta' cardinale,  per  pacificare  i  cit- 
tadini insieme,  e  fece  fare  la  pace  tra  que*  della  casa 
de*  Cerchi  e  gli  Adimari  e  loro  seguaci  di  parte  bianca 
co*  Donati  e  Pazzi  e  lofosegnaoi  di  parte  nera,  ordi- 


nando  matrimoni  tra  loro:  e  volendo   raccomunare 
gli  ufioii,  quegli  di  parte  nera  colla  forza  di  messer 
Carlo  non  lasciarono,  onde  il  legalo  turbato  si  tornò 
«  corte,  e  lasciò  interdetta  la  cittade.  E  la  detta  pace 
poco  durò,  che  av>'enne  il  dì  di  Pasqua  di  Natale  pre- 
sente, che  andando  messer  Niccola  de*  Cerchi  bianchi 
al  suo  podere  e  molina  con  suoi  compagni  a  cavallo, 
passando  per  la  piazza  di  Santa  Croce,  che  vi  si  fa- 
cce il  predicare,  Simeone  di  messer  Corso  Donati,  ni- 
pote per  madre  del  detto  messer  Niccola,  sospinto  e 
coufortato^  di  mal  fare,  con  suoi  compagni  e  masna- 
dieri seguì  a  cavallo  il  detto  nxesser  Niccola,  e  gin- 
gnendolo  al  ponte  ad  Affrico  1*  assalì  combattendo  : 
per  la  qual  cosa  il  detto  messer  Niccola  senza  colpa 
0  cagione,  nò  guardandosi  di  Simeone  dal  detto  suo 
ni)>ote  fu  morto  e  atterrato  da  cavallo.  Ma  come  piac- 
que a  Dio,  la  pena  fu  apparec-chiata  alla  colpa,  che 
fedito  il  detto  Simeone  dal  detto  messer  Niccola  per 
lo  fianco,  la  notte  presente  morio,  onde  (ulto  fosse 
giusto  giudicio,  fu  tenuto  grande  danno,  che  *l  detto 
Simeone  era  il  più  compiuto  e  virtudioso  donzello  di 
Firenze,  e  da  venire  in  maggiore  pregio  e  stato,  ed  era 
tutta  la  speranza  del  suo  padre  messer  Corso,  il  quale 
della  sua  allegra  tornata  e  vittoria,  ebbe  in  brieve  tempo 
doloroso  principio  di  suo  futuro  abbassamento.  In  que- 
sto tempo  poco  appresso,  non  possendo  la  città  di 
Firenze  posare,  essendo  pregna  dentro  del  veleno  della 
setta  de*  bianchi  e  neri,  convenne  che  partorisse  do- 
loroso fine  ;  onde  avvenne  che  1*  aprile  vegnente  con 
ordine  e  con  trattato  fatto  per  gli  neri,  uno  barone 
di  messer  Carlo,  eh*  avea  nome  messer  Piero  Fer- 
rante di  Linguadoca,  cercò  cospirazione  co*  detti  della 
casa  de*  Cerchi,  e  con  Baldinaccio  degli  Adimari,  e 
Baschiera  de*Tosinghi,   e  Naido  Ghersrdini,   e  altri 
loro  seguaci  di  parte  bianca,  di  volergli  con  suo  se- 
guito, e  di  sua  gente  rimettere  in  istato  e  tradire  mes- 
ser Carlo,  con  grandi  impromesse  di  pecunia:  onde 
lettere  e  co*  loro  suggelli  furono  fatte,  ovvero  falsi- 
ficate, le  quali  per  lo  detto  messer  Piero  Ferrante, 
com*era  ordinato,  furono  portate  a  messer  Carlo.  Per 
la  qual  cosa  i  detti  caporali  di  parte  bianc*,  .ciò  fu- 
rono tutti  quegli  della  casa   de'  Cerchi   bianchi    di 
porte  San  Piero,  Baldinaccio  e  Corso  degli  Adimari 
con  quasi   tutto   il  lato  de*  Bellincioni,    NaIdo  de* 
Gberardini  col  suo  lato  della  casa,  Baschiera  de*  To- 
singhi  col  suo  lato  della  detta  casa,  alquanti  di  casa 
i  Cavalcanti,  Giovanni  Giacotto  Malispini  e  suoi  con- 
sorti; questi  furono  i  caporali  che  furono  citati,  e 
non  comparendo,  o  ^er  tema  del  malificio  commesso, 
0  per  tema  di  non  perdere  le  persone  sotto  il  detto 
inganno,  si  partirò  della  città,  accompagnati  da*  loro 
avversari  ;  e  chi  n*  andò   a  Pisa ,  e  chi  ad  Arezzo  e 
Pistoia,  accompagnandosi  co*  ghibellini  e  nemici  de* 
Fiorentini.    Per  la  qual  cosa  furono   condannati  per 
messer  Carlo  come  ribelli ,  e  disfatti  i  loro  palazzi 
e  beni  in  città  e  in  contado,  e  così  di  molti  loro  se- 
guaci grandi  e  popolani.    E  per  questo  modo  fu  ab- 
battuta e  cacciata  di  Firenze  1*  ingrata   e  superba 
parte  de*  bianchi   con  seguito  di  molti  ghibellini  di 
Firenze,  per  messer  Carlo  di  Valois  di  Francia  per  la 


'  La  OinntinA  soggi  auge:  dal  diavolo. 


188 


CROMCHB 


Gommisnone  di  papa  Bonifazio,  a  A  4  d^aprile  1303, 
onde  alla  nostra  oittà  di  Firenie  seguirono  molte  ro- 
vine e  pericoli,  come  innanzi  per  gli  tempi  pobremo 
legando  comprendere. 

CAPITOLO  L. 

Come  messer  Carlo  di  Vaiois  passò  in  Cicilia  per 
fare  guerra  per  lo  re  Carlo^  e  fece  ontosa  pace. 

Nel  detto  anno  1302  del  mese  d'aprile,  messer 
Carlo  di  Vaiois  fornito  in  Firenze  quello  perchè  era 
tenuto,  cioè  sotto  brattato  di  pace  cacciata  la  parte 
bianca  4i  Firenze,  si  parti  e  andonne  a  corte,  e  poi 
a  Napoli  ;  e  là  trovato  lo  stuolo  e  apparecchiamento 
fiitto  per  lo  re  Carlo,  di  più  di  cento  tra  galee  e  u- 
scieri  e  legni  grossi  sanza  i  sottili,  per  passare  in 
Cicilia,  si  ài  ricolse  in  mare,  e  in  sua  compagnia  Ru- 
berto duca  di  Calavra  figliuolo  del  re  Carlo,  con  più 
di  millecinquecento  cavalieri.  E  apportato'  in  €icilia, 
scese  in  terra  per  guerreggiare  1*  isola,  ma  don  Fe- 
derigo d' Arabna  signore  di  Cicilia,  non  possendo 
resistere  né  comparire  alla  forza  di  messer  Carlo  in 
itiare  né  in  terra,  co'  suoi  Catalani  si  mise  a  fare 
guerra  guerriata  ^  a  messer  Cario,  andandogli  fug- 
gendo innanzi  di  luogo  in  luogo,  e  talora  di  dietro 
a  impedirli  la  vittuaglia,  per  modo,  che  in  poco 
tempo  sanza  acquistare  terra  neuna  di  rinomo,  se  non 
Termole,  messer  Carlo  e  sua  gente  furono  per  ma- 
lattia di  loro  e  de*  cavalli,  e  per  diffalta  di  vittuaglia, 
quasi  straccati.  Per  la  qual  cosa  per  necessitade  con- 
venne che  si  partisse  con  suo  poco  onore.  E  reg- 
gendo che  altro  non  potea,  messer  Carlo  sanza  saputa 
del  re  Carlo  ordinò  una  dissimulata  pace  con  don 
Federigo,  cioè  ch'egli  prendesse  per  moglie  la  fi- 
gliuola del  re  Carlo  detta  Aleonora,  e  che,  quando 
la  Chiesa  e  '1  re  Carlo  gli  atassono^  acquistare  altro 
reame,  ch'egli  lascerebbe  a  quoto  al  re  Carlo  Pisola 
di  Cicilia  ;  e  se  non,  sì  la  dovesse  tenere  per  dòte 
delta  moglie  tutta  sua  vita,  e  appresso  la  sua  morte 
i  suoi  figliuoli  lasciare  V  isola  al  re  Carlo  o  a  suo 
rede,  dando  loro  centomila  once  d'oro.  La  qualcosa 
Citta,  e  promessa  e  giurata  per  le  -parti  e  tornato 
messer  Carlo  coli' armata  a  Napoli,  e  mandatogli  la 
figliuola  del  re  Carlo,  si  la  sposò  ;  ma  poi  di  pro- 
messa fatta  nulla  s' asseguio  :  e  cosi,  per  contradio  si 
disse  per  motto  :  messer  Carlo  venne  in  Toscana 
per  paciarOy  e  lasciò  il  paese  in  guerra '^  e  andò  in 
Cicilia  per  fare  guerra^  e  reconne  vergognosa  pace. 
Il  quale  il  novembre  vegnente  si  tornò  in  Francia, 
scemata  e  consumata  sua  gente  e  con  poco  onore. 

CAPITOLO  LI. 

Come  si  cominciò  la  compagna  *  di  Romania. 

Nel  detto  anno  1302,  partito  messer  Carlo  di 
Cicilia  e  rimasa  l' isola  in  pace,  una  grande  gente  di 


'  La  Oinntina:  approdato,  ^  guerra  a  scarkinuccie ,  a 
badalucchi  senza  renire  a  battaglia  campale.  '  aiutassono 
da  atare  che  per  la  legge  del  dittongo  mobile  devMi  dire 
in  luogo  «y  aitmre. 

*  compagnia.  Cosi,  secondo  l'uso  di  quo*  tempi,  abbia- 
mo aalarOf  matera,  guarda^  Calavra^  AUisandra  per  BoLarioy 
maUrioy  gu«irdia,  Oalaivria,  AU$»aindria  ecc.  Vedi  Salviati, 
Awert  lib.  IV,  part  XXL 


soldati  catalani,  genovesi,  e  altri  itaUani  stati  in  Ci-^ 
cilia  alla  detta  guerra  per  l'una  parte  e  per  l'aUra, 
si  partirono  di  Cicilia  con  Tenti  galee  e  altri  legni, 
onde  feciono  loro  capitano  uno  frate  Ruggeri  dell'or- 
dine de'  tempieri,  uomo  dissoluto,  e  di  sangue,  e  cm- 
delcr,  e  passarono  in  Romania  per  conquistare  terra,  e 
puosonsi  nei  reame  di  Salonichi  e  quello .distrussono, 
e  guastarono  la  Gre<^ia  infino  in  Costantinopoli,  e  cre- 
scendo il  loro  podere  d' ogni  colletta  di  gente  latina, 
fuggitivi,  dissoluti,  e  paterini,  e  d'ogni  setta  aeac- 
ciati,  vivendo  illibitamente  ^  fuori  d'ogni  legge,  si 
chiamaro  la  compagna,  stando  e  vivendo  in  corsp  e 
in  guerra  alla  roba  d' ogni  lomo  ;  e  ciò  che  acqui- 
stavano era  comune,  distruggendo*  e  rubando  ciò  che 
trovavapo,  aanza  ritenere  città,  o  castella,  o  casale  che 
prendessono,  ma  quelle  rubate,  ardendo  e  guastan- 
do. E  cosi  durò  la  detta  dissoluta  compagna  più  di 
dodici  anni,  uccidendo  più  loro  signori  e  rimutando- 
gli in  poco  tempo  chi  più  avea  seguito  o  podere.  Alla 
fine  tornare  sopra  le  terre  del  dispoto,  cioè  il  reame 
di  Macedonia,  e  quelle  distrussono  ;  e  poi  ne  vennero 
nel  ducato  d'Atena,  e  rubellarsi  dal  conte  di  Bren- 
na eh'  era  duca  d'Atena ,  e  loro  capitano  e  signore, 
e  per  qnistioni  da  lui  a  loro  si  combatterono  insieme, 
e  sconfissone  il  duca  loro  signore,  e  a  lui  tagliarono 
la  testa ,  e  presono  le  terre  sue ,  e  di  quelle  della 
Morea  ;  e  quelli  signoreggi  tra  loro  si  partirono  ;  e 
disabitarono  e  distrussono  gli  antichi  fii  de'  France- 
schi, che  que'  signoreggi  teneano,  e  le  loro  donne  e 
figfliuole  che  a  loro  piacquero,  ritennero  e  le  presono 
per  mogli,  e  rimasono  abitanti  e  paesani  della  terra. 
E  cosi  le  delizie  de' Latini,  acquistate  anticamente  per 
gli  Franceschi,  i  quali  erano  i  più  morbidi  e  meglio- 
stanti  ^  che  in  nullo  paese  del  mondo,  per  cosi  dis- 
soluta gente  furono  distrutte  e  guaste.  Lasceremo  de* 
fatti  di  Romania  e  di  Cicilia,  e  torneremo  alle  novità 
che  sursono  in  Firenze  e  in  Toscana,  per  la  cacciata 
de' bianchi  di  Firenze. 

CAPITOLO  LII. 

Come  i  FiorenUni  e'  Lucchesi  feciono  oste  sopra  la 
città  di  Pistoia^  e  come  ebbono  per  auedio  il  c«« 

stello  di  SerravaUe* 

Nel  detto  anno  1302  del  mese  di  maggio,  es- 
sendo la  città  di  Pistoia  ribellata  a'  Fiorentini  e  a' Luc- 
chesi per  la  cacciata  de'  bianchi  di  Firenze  e  degl'  In- 
terminelli  di  Lucca,  e  parte  di  loro  detti  usciti  ridotti 
in  Pistoia  per  fare  guerra,  il  comune  di  Firenze^ e 
quello  di  Lucca  di  concordia  feciono'  osto  alla  città 
di  Pistoia,  e  furonvi  di  Firenze  tra  cavallate  e  soldati 
mille  cavalieri  e  seimila  pedoni,  e  di  Lucca  piii  di 
seicento  cavalieri  e  bene  diecimila  pedoni  ;  e  la  città 
di  Pistoia  guastarono  intomo  intomo,  standovi  ad 
assedio  per  ventitre  di.  Dentro  a  Pistoia  em  Riesser 
Tolosato  degli  liberti  loro  capitano  di  guerra  con  tre- 
cento cavalieri,  e  guardò  e  difese  bene  la  cittade.  Alla 
fine  veggendo  i  Lucchesi  che  la  stanza  di  Pistoia  era 


'  a  libito,  a  lor  piacere,  sfrenatamente. 
*  Nota  questo  comparativo  di  ìmiettmte. 


DI  fflOVANRl  VILLAm. 


180 


§ptnmn  Tina  di  potere  per  fona  o.  per  assedio  ave- 
re la  città,  s'aeoordaro  di  ritrarsi  addietro  con  loro 
oste,  e  di  porsi  air  assedio  del  castello  di  Serravalle , 
eh'  era  de*  Pistoiesi  ed  era  molto  forte  ;  e  cosi  fu 
.  fatto.  B  al  detto  assedio  rìmasono  le  due  sestora  delle 
cavallate  di  Firenze,  rimatandosi  a  tempo  a  tempo 
con  parte  di  loro  soldati  e  gente  a  pie  assai,. tenendo 
i  Fiorentini  il  loro  campo  di  Terso  Pistoia.  B  quello 
castello  combattuto,  e  con  più  difioii  grossi  che  get- 
tavano dentro  macerato  \  ma  per  tutto  ciò  non  s'ar- 
readea,  perchè  dentro  v"  avea  pìh  di  quattrocento  de' 
msggiori  e  de' migliori  cittadini  di  Pistoia,  i  quali 
difendeano  il  castello,  e  si  continuo  assalivano  il  cam- 
po vigorosamente,  alla  ^e  per  mala  provvisione  di 
vittuaglia  a  tanta  gente,  quanta  avea  dentro  tra  Pi- 
stoiesi e  terraxxani  e  forestieri,  eh'  era  più  di  .mille- 
duecento uomini,  sansa^le  femmine  e'fsnciulli,  falli 
loro  ;  per  la  qual  cosa  per  necessità  di  vivanda  8*  ar- 
renderono pregioni  al  comune  di  Lucca,  a  dì  6  di  set- 
tembre del  detto  anno  ;  onde  più  di  trecento  Pisto- 
iesi n*  andarono  legati  pregieni^  alla  città  di  Lucca,  è 
gli  altri  terrazzani  rìmasono  fedeli  de*  Lucchesi,  i  quali 
Lucchesi  vi  feciono  una  nuova  e  forte  rocca  dalla 
parte  loro  di  Valdlnievole,  e  uno  grosso  muro  dalla 
rocca  vecchia  di  qua  ov*è  la  pieve  ella  Nuova,  per 
tenere  meglio  il  detto  cartello  a  loro  ubbidienza,  re- 
candogli al  loro  contado. 

CAPITOLO  Lin. 

Come  i  fiorentini  ehhòno  il  castello  di  Piantrevigne 
e  più  altre  castella  cA'  aveano  rubellate  i  bianchi. 

Nella  stanza  del  detto  assedio  di  Pistoia  si  rubellò 
a"  fiorentini  il  castello  di  Piantrevigne  in  Valdamo,  per 
Carlino  de*  Pazzi  di  Valdamo,  e  in  quello  col  detto 
Carlino  si  rìnchiusono  de*  migliori  nuovi  usciti  bian- 
chi e  ghibellini  di  Firenze  grandi  e  popolani,  e  fa- 
ceano  grande  guerra  nel  Valdamo:  la  qual  cosa  fu 
cagione  di  levarsi  Toste  da  Pistoia,  lasciando  i  fioren- 
tini il  terso  della  loro  gente  alFassedio  di  Serravalle 
in  servigio  de*  Lucchesi,  come  detto  avemp,  e  tutta 
r  altra  oste  tornata  in  Firenze,  senza  soggiorno  n'an- 
darono del  mese  di  giugno  in  Valdamo  e  al  detto 
castello  di  Piano,  e  a  quello  stettono  e  assediarono 
per  ventinove  dh  Alla  fine  per.  tradimento  del  so- 
praddetto Carlino,  e  per  moneta  che  n*  ebbe,  i  Fio- 
rentini ebbono  il  castello.  Essendo  il  detto  Carlino 
di  fuori,  fece  a' suoi  fedeli  dare  l'entrata  del  castello, 
onde  molti  vi  furono  morti  e  presi  pure  de'  migliori 
usciti  di  Firenze.  B  ciò  fatto,  tomati  a  Firenze  con 
questa  vittoria,  senza  soggiorno  andarono  popolo  e 
cavalieri  di  Firenze  in  Mugello  sopra  i  signori  U- 
baldini,  i  quali  co'bianchr  e  co' ghibellini  s'erano 
mbellati  al  comune  di  Firenze,  e  guastarono  i  loro 
beni  di  qua  dalPAlpe  e  di  là.  B  tornati  in  Firenze, 
la  state  medesima  cavalcarono  in  Valdigrieve  sopra 
il  castello  di  Montagliari  e  di  Montagnto,  i  quali  aveano 
mbellati  que* della  casa  de' Gherardini,  ch'erano  di 


parte  bianca,  e  quelle  due  castella  s*  arrenderono  a 
patti,  salve  le  persone,  al  comune  di  .Firenze,  le  quali 
il  comune  di  Firenze  feòe  disfare. .  B  nel  d^tto  anno 
ebbono  i  fiorentini  gran  vittoria  in  ogni  loro  oste  e 
cavalcata  che  fecero,  benavventurosamente,  persegui- 
tando in  ogni  parte  gli  usciti  bianchi  e' ghibellini  con 
loro  distrazione. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  r  isola  cf  Ischia  gittò  maratiglioso  fuoco. 

Nel  detto  snno  1302,  l'isola  d* Ischia,  la  quale 
è  presso  a  Napoli,  gittò  grandissimo  fuoco  per  la  sua 
solfaneria  ^  per  modo,  che  gran  parte  dell'  isola  con- 
sumò, e  guastò  infino  al  girone  d'Ischia;  e* molte 
genti  e  bestiame  e  la  terra  medesima  per  quelle  pe- 
stilenza morirono  e  si  guastarono.  E  molti  per  is" 
campare  fuggirono  all'isola  di  Procita  e  a  quella  di  Csprì, 
e  a  terra  ferma  a  Napoli,  e  a  Baia/e  a  Pozzuolo,  eia 
quelle  contrade,  e  durò  la  detta  pestilenza  più  di  due 
mesi.  Lasceremo  alquanto  de' nostri  fatti  di  Firenze 
e  di  que'd^ItaUa,  e  faremo  incidenza  e  digressione 
per  raccontare  grandi  e  meravigliose  novitadì,  che 
a  questo  tempo  avvennero  nel  reame  di  Francia,  cioè 
nelle  parti  di  Fiandra,  le  quali  sono  bene  da  notare 
e  da  fame  ordinata  memoria  nel  nostro  trattato. 

CAPITOLO  LV. 

Come  il  popolo  minuto  di  Bruggia  ti  rubellò  dal 
re  di  Francia^  e  uccisono  i  Franceschi, 

Come  noi  Issciammo  addietro  nel  capitolo,  che 'I 
re  di  Francia  ebbe  al  tutto  la  signoria  di  Fiandra, 
e  in  sua  pregione  il  Conte  e' due  suoi  figliuoli  l'anno 
1299,  e  lasciato  guemito  di  sua  gente  e  di  suoi 
balii  il  paese,  e  che  gli  artefici  minuti  di  Braggia, 
come  sono  tesserandoli,  e  folloni  di  drappi  ',  e  bee- 
cari,  e  calzolai,  e  altri,  fossono  uditi  a  ragione,  per 
la  loro  petizione  data  allo  re,  e  addirizzati  ^  di  loro 
pagamenti  per  gli  loro  lavorii,  e  dell*  assise  della  ter- 
ra^ le  qusli  erano  loro  ineomportabili;  la  detta  gente 
della  comune  non  fu  udita  uè  addirizzati  ;  ma  i  balii 
del  re,  a  preghiera  de'  grandi  borgesi  e  per  loro 
moneta,  i  caporali  de*  detti  Artefici  e  popolo  minuto,  i 
quali  erano  principali  Piero  le  Boy  tesserandolo,  o 
Giambrida  beccaio,  con  più  di  trenta  de*  maggiori  di 
loro  mestieri  e  arti,  misono  in  pregione  in  Braggia. 
B  nota  che  '1  detto  Piero  le  Boy  fu  il  capo  e  com- 
movitore  della  comune,  e  per  sua  franchezza  fu  sopran- 
nominato Piero  le  Boy,  e  in  Fiammingo  Konicheroy, 
cioè  Piero  lo  re.  Questo  Piero  era  tessitore  di  panni 
povero  uomo,  ed  era  piccolo  di  persona  e  spsrato, 
e  cieco  dell*  uno  òcchio,  e  d' età  di  più  di  sessant*anni; 
lingua  francesca  né  latina  non  sapea,  ma  in  spa  lin- 
gua fiamminga  parlava  meglio,  e  più  ardito  e  staglia- 
to^ che  nullo  di  Fiandra;  e  per  lo  sue  parlare  com- 


'  rovinato,  ridotto   a  macerie  :  bella   aggianta  da  fare 
alla  Cniaca. 

^  Leggi  le  Storie  PitUUsi  al  e.  19  e  s^gfi. 


>  solfanaria,  cava  di  solfo. 

*  teeseraadi,  teasitori,  piùgatorì  di  drappi. 

'  aggiustati  di  loro  ecc.  :  pareggiate  le  pa^* 

*  spedito  e  riciso. 


190 


CRONICHE 


mosse  tutto  il  paese  alle  grandi  cose  che  poi  segairo^ 
e  però  è  bene  ragione  di  fare  di  lui  memoria.  E  per 
la  presa  di  lui  e  de*  suoi  compagni  il  popolo  minato 
di  Bruggia  corsono  la  terra  e  combatterono  il  borgo, 
cioè  il  castello  ove  stanno  gli  schiavini  e  rettori  della 
terra,  e  uccisero  de*  borgesì,  e  per  forza  trassono  dì 
pregione  i  loro  caporali.  E  ciò  fatto,  di  questa  que- 
rela si  fece  trìegua  e  appello  a  Parigi  dinanzi  al  re, 
e  durò  bene  uno  anno  la  quistione;  e  alla  fine  per 
moneta  spesa  per  gli  grandi  borgesi  di  Fiandra  intor- 
no alla  corte  del  re,  il  popolo  minuto  ebbono  la  sen- 
tenzia incontro  ;  onde  venuta  la  novella  a  Bruggia , 
que^  della  comune  si  levarono  da  capo  a  rumore  e 
ad  arme;  ma  per  paura  delle  masnade  e  de' grandi 
borgesi  si  partirono  di  Bruggia,  e  andarne  alla  terra 
del  Damo  ivi  presso  a  tre  miglia,  e  quella  corsono, 
«  uccisono  il  balio  e'  sergenti  che  v*  erano  per  lo  re, 
e  rubarono^  i  grandi  borgesi  della  terra,  e  ucciseme; 
e  ^eiò  fatto,  come  gente  disperati  e  in  furia,  vennero 
alla  terra  d' Andiborgo  e  feciono  il«simigliante;  e  poi 
ne  vennero  al  maniere  del  conte  che  si  chiama  Mala, 
presso  a  Bruggia  a  tre  miglia,  che  v'era  dentro  il 
balio  di  Bruggia  e  da  sessanta  sergenti  del  re,  e  quella 
fortezza  per  forza  presono,  Sanza  misericordia  o  re- 
denzione, quanti  Franceschi  dentro  avea  misero  a  mor- 
te. I  grandi  borgesi  di  Bruggia  veg'gendò  cosi  adoperare 
e  crescere  la  forza  al  minuto  popolo,  temettono  di  loro 
e  della  terra  ;  incontanente  mandarono  in  Francia  per 
soccorso  :  per  la  qual  cosa  lo  re  incontanente  vi  man- 
dò messer  Giacomo  di  San  Polo  sovrano-  balio  di  tutta 
Fiandra,   con  millecinquecento  cavalieri   franceschi, 
e  con  sergenti  assai;  e  giunti  a  Bruggia,  presono  e 
fornirono  i  palagi  delPAlla  del  comune  e   tutte  le 
fortezze  della  terra,  con  guernigioni  di  loro  genti 
d' arme,  stando  la  terra  di  Brug'gia  in  grande  sospet- 
to e  guardia.  E  crescendo  la  forza  e  l'ardire  al  mi- 
auto  popolo,  come  piacque  a  Dio,  per  pulire  il  pec- 
-cato  della  superbia   e  avarizia  de' grandi  borgesi    e 
abbattere  V  orgoglio  4e'  Franceschi,  quegli  artefici  e 
popolo  minuto  eh* erano   rimasi  in    Bruggia,  fecio- 
no tra  loro  giura  e  cospirazione  di  disperarsi*  per  uc- 
cidere i  Franceschi  e' grandi  borgesi,  e  mandarono 
per  gli  loro  isfuggiti  alla  terra  del  Damo  e  a  quella 
d'  Andiborgo,  ond'  erano  loro  capi  e  maestri  Piero 
le  Boy  e  Giambrida,  che  venissono  a  Bruggia,  gli  qua- 
li cresciuti  in  baldanza  per  la  vittoria  e  uecisione  per 
loro  cominciata  contro  a'  Franceschi,  a  bandiere  le- 
vate, e  le  femmine  come  gli  uomini,  vennero  in  Brug- 
gia, la  notte  di...  com*  era  ordinato  ;  e  poteanlo  fa- 
re, perocché  lo  re  avea  fatti  abbattere  i  fossi  e  porte 
di  Bruggia.  E  giunti  nella  terra,  dandosi  nome  con 
quei  d'  antro,  e  gridando  in  loro  linguaggio  fiammin- 
go, che  da'  Franceschi  non   erano  intesi,  vha  la 
comutiej  e  alla  morte  de*  Franceschi^  abbarraro  le 
rughe  della  terra.  Per  la  qual  cosa  si  cominciò  la  do- 
lorosa perstilenzia  e  morte  de'  Franceschi,  per  modo, 
che  (fualunque  Fiammingo  avea  in  sua  casa  nullo  Fran- 
cesco, 0  r  uccideva,  o  1  menava  preso    alla  piazza 


*  rnbAodo  fpogliò  i  grandi  borghesi  eec.  Cosi  Boccaccio, 
Nov.  4S  *..  ùmindb  a  cotteggiar  la  Barheria  rubando  da- 
icuno,  clit  fMno  poteva  di  lui. 


dell*  Alla,  ove  la  comune  era  rannata  e  annata,  e  là 
giugnendo  i  presi,  come  tonnina  in  pezzi  erano  ta^ 
gliati  e  morti.  Sentendo  i  Franceschi  levato  il  remore, 
e  armandosi  perraunar^  insieme,  si  trovavano  daMo.o 
osti  tolti  i  freni,  e  le  selle  de' cavalli  nuoose.  E  pib 
ne  faceano  le  femmine  che  gli  nomini,  e  chi  era 
montato  a  cavallo  trovava  le  rughe  abbamte,  e  git*- 
tati  loro  i  sassi  dalle  finestre,  e. morti  per  le  vie.  E 
cosi  durò  tutto  il  giorno  la  detta  persecnsione,  ove 
morirono,  che  con  ferri,  e  che  di  sassi,  e  d' essere 
gittati  gli  uomini  dalle  finestre  delle  torri  e  palai'^ 
zi'  dell'  Alla,  ov'  erano  in  fortezza,  più  di  -milledue- 
cento Franceschi  a  cavallo,  e  piìli  di  duemila  sergen- 
ti a  piede,  onde  tutte  le  rughe  e  piazze  di  Bruggia 
erano  piene  di  corpi*  morti,  e  di  sangue  e  carogna 
de'  Franceschi,  che  pii^  di  tre  di  gli -penarono  a  sot- 
terrare, portandoli  in  carra  fuori  della  terra,  e  gittan- 
dogli  in  fosse  a' campi;  e  de' grandi  borghesi  assai  vi 
furono  morti,  e  tutte  loro  case  rubate.  Messer  Giac- 
che di  San  Polo  con  pochi  fuggendo  scampò,  perchè 
abitava  presso  all'  useita  detti  terra  ;  e  questa  pesti- 
lanzia  fu  del  mese  di..«  gli  anni  di  Cristo  1301. 

CAPITOLO  LVI. 

Delia  gratute  e  disavventurosa  sconfitia  dC  ehhonò 
i  Franceschi  a  Coltrai  da"  Fiatmninghi. 

è 

Dopo  la  detta  hibellazione  di  Bruggia  e  morte 
de' Franceschi,  i  maestri  e  capitani  della  comune  di 
Bruggia,  parendo  loro  avere  fatte  e  cominciate  grandi 
imprese,  e  grande  misfatto  contro  al  re  di  Francia  e 
sua  gente,  e  considerando  di  non  potere  per  loro* 
medesimi  sostenere  si  gran  fascio,  essendo  jsanza  il 
loro  signore  e  sanza  altro  aiuto,  si  mandarono  in 
Brabante  per  lo  giovane  Guglielmo  di  Giulieri,  fra- 
tello dell'  altro  messer  Guglielmo  di  Giulieri  che  mori 
per  la  sconfitta    di  Fornes.ad  Arazzo  in  pragione 
del  conte  d^Artese,  come  addietro  facemmo  men- 
zione. Questo  Guglielmo  era  nato  per  madre  della 
figliuola  del  vecchio  conte  Guido  di  Fiandra,  e  figliuolo 
del  conte  di  Giulieri  di  Valdireno,  ed  era  gran  che- 
rico.  Si  tosto  come  fu  richiesto  da  que'  di  Bruggia 
per  vendicare  il  suo  fratello  da*  Franceschi,  lasciò  la 
cherìcia  e  venne  in  Fiandra,  e  da  que' di  Bruggia  fa 
ricevute  a  grande  onore,  e  fatto  loro  signore.  In- 
contanente fece  gridare  oste  sopra  la  villa  e  terra 
di  Gante,  che  si  tenea  per  lo  ra;  ma  la  terra  era 
forte  delle  più  del  mondo  per  sito  e  per  mura,  fossi, 
e  riviere,  e  peduli,  sicché  il  loro  assalto  fu  invano; 
onde  si  partirono  e  andarono  alle  terre  dèi  franco  di 
Bruggia  delle  marine  di  Fiandra,  e  quelle  quasi  tutte 
con  poca  fatica  recaro  in  loro  signoria,  come  furono  le 
Schiuse,  Nuovoporto,  e  Berg,  e  Fornes,  e  Gravalin- 
gua,  e  più  altre  ville  ;  onde  gran  popoli^  crabbe  a 
que'  di  Bruggia.  E  ciò  sentendo  il  giovane  Guido  fi- 
gliuolo del  conte  di  Fiandra  della  seconda  donna, 
nato  della  contessa  di  Namurro,  venne  in  Fiandra,  e 
accozzossi  con  Guglielmo  di  Giulieri  suo  nipote,  e 
furono  insieme  fatti  aignori  e  guidatori  del  popolo  di 
Fiandra  ribello  del  re  di  Francia  ;  e  tornando  dalle 
terre  delle  marine,  ebbpno  a  patti  Guidendalla,  il 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


191 


ricco  miniere  del  conte,  ov*ayea  più  di  cinquecen- 
to Franceschi.  E  ciò  fatto ,  venne  messer  Guido  a 
oste  sopra  Coltrai  con  quindici  migliaia  di  -Fiam- 
minghi a  pie,  e  ebbe  la  terra,,  salvo  il  castello  del  re, 
eh**  era  molto- forte  e  gueruito  di  Franceschi  a  ca- 
vallo e  a  piò.  Guglielmo  di  Giulieri  andò  air  assedio 
^1  casello  di  Cassella  con  parte  dell'oste,  e  in  que- 
sta stanza  quegli  della  terra  d' Ipro  e  di  Camoa  di  loro 
volontà  s' arrenderò  a  messer  Guido  di  Fiandra,  onde 
crebbe  gran  podere  a'Fiamroinghi,-  e  ingrossossi  Toste 
a  Coltrai.  Quegli  del  castello  che  v'  erano  per  lo  re, 
si  difendeano  francamente,  e  con  loro  ingegni  e  di- 
ficii,  disfeciono  e  arsono  gran  parte  della  terra  di 
Coltrìd  ;  ma  per  lo  improvviso  assedio  de*  Fiammin- 
ghi non  erano  guemiti  di  vittuaglia  quanto  bisognava 
loro  ;  e  però  mandarono  in  Francia  al  re  per  soccorso 
tostano  \  onde  il  re  sanza  indugio  vi  mandò  il  buono 
conte  d^Artese  suo  zio  e  della  casa  di  Frantia,.  con 
pii^  di  settemila  cavalieri  gentili  uomini,  conti,  e  pli- 
chi, e  castellani,  e  banderesi  ^,  onde  de*  caporali  fa- 
remo menzione,  e  con  quarantamila  sergenti  a  pie, 
de^  quali  erano  più  di  diecimila  balestrieri.  B  giunta 
sopra  il  colle  il  quale  è  di  contro  Coltrai,  verso  la 
via  dbe  va  a  Tomai,  in  sn  quello  s* accamparono» 
presso  del  castello  a  mezzo  miglio.  E  per  fornire  le 
spese  della  cominciata  guerra  di  Fiandra,  lo  re  di 
Francia  per  malo  consiglio  di  messer  Biccio  e  Mu- 
Bciatto  Franzesi  nostri  contadini,  si  fece  peggiorare 
e  falsificare  la  sua  moneta,  onde  traeva  grande  en- 
trata, perocch'ella  venne  peggiorando  di  tempo  in 
tempo,  sicché  la  recò  alla  valuta  del  terzo,  onde  molto 
ne  fu  abominato  e  maledetto  per  tutti  i  cristiani,  e 
molti  mercatanti  e  prestatori  di  nostro  paese  ch^erano 
con  loro  moneta  in  Francia,  ne  rimasono  diserti.  Il 
buono  e  valente  giovane  messer  Guido  di  Fiandra, 
reggendo  V  esercito  de*  Franceschi  a  cavallo  e  a  pie 
che  gli  erano  venuti  addosso,  e  conoscendo  eh*  égli 
non  potea  schiffire  la  battaglia,  e  abbandonare  la  terra 
di  Coltrai  e  F  assedio  del  castello,  chejasciandolo  e 
tornando  a  Bruggia  col  suo  popolo  era  morto  e  con- 
fuso, si  mandò  per  messer  Guglielmo  (fi  Giulieri  ch*era 
•ir  assedio  di  Cassella,  che  lasciasse  V  assedio,  e  colla 
sua  oste  venisse  a  lui,  e  così  fii  fallo  ;  e  trovarsi 
insieme  con  ventimila  uomini  a  pie,  che  nullo  v*avea 
cavallo  per  cavalcare  se  non  i  signori.  E  diliberato  al 
nome  di  Dio  e  di  messer  San  Giorgio  di  prendere  la 
battaglia,  uscirono  della  terra  di  Coltrai,  e  levarono 
il  loro  campo,  eh*  era  di  là  dal  fiume  della  Liscia,  e 
passarono  in  su  uno  rispianato  poco  di  fuori  della  terra, 
per  lo  cammino  che  va*  a  Ganto,  e  qui\i  si  schieraro 
incontro  a*  Franceschi  ;  ma  segacemente  presono  van- 
taggio, che  a  traverso  di  quella  pianura  corre  uno  fos- 
so, che  raccoglie  V  acque  della  contrada  e  mette  nella 
Liscia,  il  quale  è  largo  il  più  cinque  braccia  e  pro- 
fondo tre,  e  sanza  rilevalo  che  si  paia  di  lungi,  che 
prima  v*  è  altri  su,  che  quasi  s*  accorga  che  v*  abbia 
fossato.  In  su  quello  fosso  dal  loro  lato  si  schieraro 
»  modo  d*  una  luna  come  andava  il  fosso ,  e  nullo 


'  pronto,  non  ponto  firtto  aspettare. 
'  cavalieri  che  portayan  bandt,    o   girisele  di   drappo, 
Insegna  altre  volte  di  cavalleria. 


rimase  a  cavallo,  ma  ciascuno  a  pie,  cosi  i  signori  e 
cavalieri  come  la  comune  gente,  per  difendersi  dalla 
percossa  delle  schiere  de*  cavalli  de*  Franceschi,  e  or- 
dinarsi uno  con  lancia  (che  1*  usano  ferrate,  tegnen- 
dole  a  guisa  che  si  tiene  lo  spiedo  alia  caccia  del  porco 
salvalico)  e  uno  con  uno  grande  bastone  noderuto  co- 
me manico  di  spiedo,  e  dal  capo  grosso  ferrato  e  pun- 
iaguto,  legato  con  anello  di  ferro  da  ferire  e  da  fo- 
rare ;  e  questa  selvaggia  e  grossa  armadurà  chiamano 
goderSdaCj  cioè  in  nostra  lingua,  buono  giorno,  E  cosi 
aringati  ^  uno  ad  uno,  che  altre  poche  armadure  aveano 
da  offendere,  o  da  difendere  come  genti  povere  e  non 
usi  in  guerra,  come  disperati  di  salute,  considerando 
il  grande  podere  de*  loro  nimici,.  si  vòllono  innanzi 
conducere  a  morte  al  campo,  che  fuggire  e  essere 
presi  e  per  diversi  tormenti  giudicati  :  feoiono  venire 
per  tutto  il  campo  uno  prete  parato  col  corpo  di  Cri- 
sto, sicché  ciascuno  il  vide,  e  in  luogo  di  comuni- 
carsi, ciascuno  prese  un  poco  di  terra  e  miselasi  in 
bocca.  Messer  Guido  di  Fiandra  e  messer  Guglielmo 
di  Giulieri  andavano  dinanzi  alle  schiere  confortando- 
gli e  ammonendo  di  ben  fare,  ricordando  loro  Tòr- 
goglio  e  superbia  de'  Franceschi,  e  *Ì  torto  che  face- 
vano a*  loro  signori  e  a  loro,  e  a  quello  che  verreb- 
bono  per  le  cose  fatte  per  loro  s*  e*  Franceschi  fos- 
sono  vincitori  :  e  mostrando  loro  eh*  essi  combatteano 
per  giusta  causa,  e  per  iscampare  loro  vita  e  di  loro 
figliuoli,  e  che  francamente  dovessero  principalmente 
intendere,  pure  a  ammazzare  e  fedire  i  cavalli.  E  mes- 
ser Guido  di  sua  mano  in  su  '1  campa  fece  cavaliere 
il  valente  Piero  le  Roy  con  più  di  quaranta  della  co- 
mune, promettendo,  se  vinoessono,  a  ciascuno  dare 
retaggio  di  cavaliere.  Il  conte  d*Artese  capitano  e  duca 
deiroste  de*  Franceschi,  veggendo  i  Fiamminghi  usciti 
a  campo,  fece  stendere  il  campo  suo,  e  scese  più  al 
piano  contro  a*  nemici,  e  ordinò  i  suoi  in  dieci  schiere 
in  questo  modo  :  che  della  prima  fece  guidatore  mes- 
ser Gianni  di  Barlas  con  millequattrocento  cavalieri 
soldati.  Provenzali,  Guasconi,  Navarresi,  Spagnuoli,  e 
Lombardi,  molto  buona  gente  :  della  seconda  fece  con- 
duttore messer  Rinaldo  d*Itria  valente  cavaliere  con 
cinquecento  cavalieri  :  la  terza  schiera  fu  di  settecento 
cavalieri,  onde  fu  capitano  messer  Bau  di  Niella,  co- 
nestabile  di  Francia  :  la  quarta  battaglia  fu  di  ottocento 
cavalieri,  la  quale  guidava  messer  Luis  di  Chiermonte 
della  casa  di  Francia  :  la  quinta  il  conte  d*Artese  ge- 
nerale capitano  con  mille  cavalieri:  la  sesta  il  conte 
di  San  Polo  con  settecento  cavalieri  :  la  settima  il  conte 
d*AIbamala,  e  il  conte  di  Du,  e  il  ciamberlano  di  Fran- 
cavilla  con  mille  cavalieri:  1* ottava  condusse  messer 
Ferri  figliuolo  del  duca  del  Loreno,  e  il  conte  di  Sas- 
sona con  ottocento  cavalieri  :  la  nona  battaglia  gui- 
dava messer  Gottifredi  fratello  del  duca  di  Brabante, 
e  messer  Gianni  figliuolo  del  conte  d*  Analdo  con  cin- 
quecento cavalieri  Brabanzoni  e  Anoieri  :  la  decima  fu 
di  duecento  cavalieri  e  di  diecimila  balestrieri,  la  quale 
guidava  messer  Giacche  di  San  Polo,  con  messer  Si- 
meone di  Piemonte,  e  Bonifazio  di  Mantova,  con  più 


'  arringati,  sfilati,  schierati  per  combattere.  Il  sost.  ar- 
ringo tra  gli  altri  sensi  ha  quello  di  battaglia;  ed  anche 
di  collocamento  in  fila;  e  qnesto  manca  alla  Crusca. 


i9a 


CRONICHE 


d^  altri  trentamila  serfeati  d'anne  a  pie,  Lombardi , 
Franceschi,  e  Prorenzali,  e  NaTarresi,  detti  bidalì^,  con 
giavellotti.  Questa  fa  la  più  nobile  oste  di  buona  gente 
che  mài  facessa  il  detto  re  di  Franda,  doVera  il  fiore 
della  baronia  e  baccelleria  de^  cavalieri  del  reame  di 
Francia,  di  Brabante,  d*  Analdo,  e  di  Valdireno.  Es- 
sendo aringate  le  battaglie'  delFnna  parte  e  dell' al- 
tra per  combattere,  messer  Gianni  di  Barlas,  e-  «es- 
ser Simone  di  Piemonte,  e  Bonifazio,  capitani  di  sol- 
dati e  balestrieri  forestieri,  molto  sari  e  costuma- 
ti di  gnerra,  furono  al  conestabilè  e  dissono:  5tr«, 
per  Dio^  lasciamo  vincere  questa  disperata  gente 
e  popolo  é£  Fiasmninghi ,  sanza  volere  mettere  a 
pericolo  il  fiore  della  cavalleria  del  mondo.  Noi 
conosciamo  i  costumi  de"  Fiamminghi:  e" sono  usciti 
di  Coltrai  come  gente  disperata  <f  ogni  salute^  o  per 
combattere  o  per  fuggirsi;  essano  accampati  di 
fuori,  e  lasciati  nella  terra  i  loro  poveri  arnesi  e 
vivanda.  Voi  starete  schierati  colla  vostra  cavala 
/ma,  e  noi  co*  nostri  soldati  che  ^on  usi  di  fare  as" 
salti  e  correrie,  e  co"  nostri  balestrieri  e  con  gli  al^ 
tri  pedóni^  che  ne  avemo  due  cotanti  di  loro^  en- 
treremo tra  loro  e  la  terra  di  Coltrai^  e  gli  assali'- 
remo  da  pOt  partii  e  terremgli  in  badalucchi  e  scher-' 
mugi^  gran  parte  del  di.  I  Fiamminghi  sono  di  gran 
pasto^  e  tutto  di  soit  usi  di  mangiare  e  di  bere,  te- 
gnendogli  noi  in  bistento  e  digiuni,  si  straccheranno 
e  non  potranno  durare,  perchè  non  si  potranno  rin- 
frescare ;  si  partiranno^  dal  campo  a  rotta  da  loro 
schiere,  e  come  voi  vedrete  ciò,  spronate  loro  ad^ 
dosso  con  vostra  cavalleria,  e  avrete  la  vittoria  san- 
%a  periglio  di  vostra  gente.  E  di  certo  cosi  veniva 
fatto,  ma  a  cui  Iddio  vuole  male  gli  toglie  il  senno, 
e  per  le  peccata  commesse  si  mostra  il  gtudicio  di  Dio: 
e  intra  gli  altri  peccati,  il  conte  d"  Artese  avea  dispre- 
giate le  lettere  di  papa  Bonifazio,  e  con  tutte  le  bolle 
gittate  nel  fuoco.  Udito  questo  consiglio  il  conesta- 
bilè, si  gli  piacque  e  parve  buono,  e  venne  co^detti- 
conestabili  al  conte  d'Artese,  e  dissegli  il  consiglio, 
e  come  gli  parea  il  migliore  :  il  conte  d'*Artese  rispuo- 
se  t)er  rimproccio:  plus  diable;  ces  sont  des  conseil^ 
les  des  Lombards,  et  vous  connetable  ave*  en  encO" 
re  du  poil  de  loup,  cioè  volle  dire  eh*  e*  non  fosse 
leale  al  re,  perchè  la  figlinola  era  moglie  di  messer 
Guglielmo  di  Fiandra.  Allora  il  conestabilè  irato  per  lo 
rimproccio  adito,  disse  al  conte:  Sire,  si  vous  verre%  ou 
firai,  vous  ire*  bien  avatU:  e  come  disperato,  stiman- 
dosi d' andftre  alla  morte,  fece  muovere  sue  bandiere, 
e  brocdd  ^  a  fedire  francamente,  non  prendendosi 
guardia,  né  sappiendo  del  fosso  a  traverso  dov^erano 
schierati  ì  Fiamminghi,  come  addietro  facemmo  men- 
zione.. E  giugnendo  sopra  il  delto  fosso,  i  Fiamminghi 
ch*erano  dall'una  parte  e  dall'altra,  cominciarono  a  fe- 
dire di  loro  bastoni  detti  godendac,  alle  teste  de'de- 


'  fanti  «rinati  aHa  leggera. 

*  le  schiere.  La  Giuntina  legge:  avvitata  la  hattagUa, 
cioè  ditpoita. 

*  icaramnccie. 

*  spronò,  B'avantò.  Parte  dal  francese  hroéheTf  ed  è 
perciò  da  rimandare  oltr'alpe,  o  da  crescerne  qna  il  mon- 
dezaalo. 


strìeri,  e  faceangli  rivertire  '  e  ergere  addietro  *.  H 
conte  d'Artese  e  T  altre  schiere  e  battaglie  de*  Fran- 
ceschi veggendo  mosso  a  fedire  il  conestabilè  con  sua 
gente,  il  seguirò  Tuno  appresso  Taltro  a  sproni  battoti, 
credendo  per  forza  de*  petti  deMoro  cavalli  rompere 
e  partire  la  schiera  de*  Fiamminghi,  e  a  loro  avvenne 
tutto  per  contrario,  che  per  lo  pingere  e  urtare,  i  ca- 
valli deir  altre  schiere  per  forza  pinsono  il  conesta- 
bilè, e  1  conte  d'Artese,  e  sua  schiera  a  traboccare 
nel  detto  fosso  V  uno  aépn  Feltro  :  e  1  polverio  era 
grande,  cbe  qne*  di  dietro  non  poteano  vedere,  né  per 
lo  roroore  de'  colpi  e  grida  intendere  il  loro  fallo,  né 
la  dolorosa  sventura  di  loro  feditori  ;  anzi  credendo 
ben  fare  pignevano  pure  innanzi  urtando  i  loro  ca- 
valli per  modo,  ch'eglino  medesimi  per  Tergere  e  ca- 
dere di  loro  cavalli,  T  uno  sopra  T  altro  s'affollavano, 
e  faceano  affogare  e  morire  gran  parte,  o  i  più,  sen- 
za colpo  di  ferri,'  o  di  lance,  o  di  spade.  I  Fiammin- 
ghi eh'  erano  asserrati  e  forti  in  su  la  proda  del  fiosso^ 
veggendo  traboccare  i  Franceschi  e'  loro  cavalli,  non 
intendeano  ad  altro  che  a  ammazzare  i  cavalieri,  eMoro 
cavalli  sfondare  ^  e  sbudellare,  sicché  in  poco  d' ora 
non  solamente  fu  ripieno  il  fosso  d'uomini  e  di  ca-> 
valli,  ma  fatto  gran  monte  di  carogna  di  qnellL  E  era 
sì  ftitto  giadicio,  eh'  e'  Franceschi  non  poteano  dare 
colpo  a' loro  nimici,  ma  eglino  medesimi  affollavano, 
e  uccideano  l'uno  l'altro  per  lo  pignere  che  faceano, 
credendo  per  urtare  rompere  i  FiamminghL  Quando 
i  Franceschi  furono  quasi  tntte  le  loro  schiere  rad- 
dossati r  uno  sopra  l' altro,  e  confasi  per  modo,  che 
per  loro  medesimi  con  venia,  o  che  traboceassono  co* 
loro  cavalli,  o  fossono  sì  stretti  e  annodati  a  schiera 
che.  non  si  poteano  reggere,  né  andare  innanzi  né 
tornare  addietro;  i  Fiamminghi  ch'erano  freschi,  e  pò* 
co  travagliati  i  capi  de' comi  della  loro  schiera,  onda 
dell'  uno  era  capitano  messer  Guido  di  Fiandra,  e  del- 
l' altro  messer  Guglielmo  di  Giulieri,  i  quali  in  quello 
giorno  feciono  maraviglie  d' arme  di  loro  mano  ;  es- 
sendo a  pie,  passaro  il  fosso,  e  richiusone  i  France- 
schi per  modo,  che  ano  vHe  villano  era  signore  di  se- 
gare la  gola  a'  più  gentili  uomini.  E  per  questo  modo 
furono  sconfitti  e  morti  i  Franceschi,  che  di  tutta  la 
sopraddetta  nobile  cavalleria  non  iscampò  se  non  mes- 
ser Luis  di  Chiermonte,  e  il  conte  di  San  Polo,  e  quello 
di.  Bologna  con  pochi  altri,  perché  si  disse  che  non 
si  strinsono  al  fedire;  onde  sempre  portarono  poi 
grande  onta  e  rimproccio  in  Francia:  lutti  gli  altri 
duchi  e  conti  e  baroni  e  cavalieri  furono  marti  in  su  *I 
campo,  e  alquanti  fuggendo  per  le  fosse  e  marnai  ^ 
morti  furono  ;  in  somma  più  di  seimila  cavalieri,  e  pe- 
doni a  pie  sanza  namero,  rimasono  morti  alla  detta 
battaglia  sanza  niename  nullo  a  pregione.  E  qaesta 
dolorosa  e  sventurata  sconfitta  de' Franceschi,  fu  il  dì 
di  Santo  Benedetto,  a  di  21  diniarzo  gli  anni  di  Cristo 
1302  ;  è  non  sanza  grande  cagione  e  giadicio  dinne, 
perocché  fu  qnui  uno  impossibile  avvenimento.  B  be- 
ne ci  cade  la  parola  che  Dio  disse  al  popolo  ano 
d' Israel,  quando  la  potenzia  e  moltitudine  di  loro  ni- 


*  ritornare,  dal  latino  rtveiiL 

'  rissarsi  in  pie. 

'  affondare  nel  fosso. 

^  marosi,  stagni  marini. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


193 


mici  teDÌa  loro  addosso,  i  quali  erano  con  piccola 
forza  a  loro  coipparazione,  e>temendo  di  combaUere, 
disse  :  Combàtiele  francamente^  che  la  for%a  della 
battaglia  'non  è  solo  nella  moltitudine  delle  gentil 
anù  è  in  mia  mano^  peroccIC  io  sono  lo  iddio  Sa^ 
baoth,  cioè^  lo  Iddio  delV  oste.  Di  questa  s(5on(ìtta  aì>- 
basso  molto  r  onore,  e  lo  slato,  e  la  fama  delP  antica 
nobiltà  e  prodezza  deTranceschi,  essendo  il  fiore,  della 
cavallerìa  del  mondo  iscon fitta  e  abbassata'  da'  loro  fe- 
deli, e  dalla  più  vile  gente  che  fosse  al  mondo,  tes- 
serandoli, e  folloni,^  d*altre  vili  arti  e  mestieri,  e  non 
mai  usi  di  guerra,  che  per  dispetto  e  toro  viltade,  da 
tutìie  le  nazioni  del  monclo  i  Fiamminghi  erano  chia-* 
mati  conigli  pieni  di  burro  ;  e  per  queste  vittorìe  sa- 
lirono in  tanta  fama  e  ardire,  che  uno  Fiammingo  a 
pie  con  uno  godendac  in  roano,  avrebbe  attéso  '  due 
cavalìerì  franceschi. 

CAPITOLO  LVII. 

Di  quale  lignaggio  furono  i  presenti  conti  e  signori 

di  Fiandra, 

Dappoiché  abbiamo  narrato  le  grandi  novità  e 
battaglie  cominciate  tra  *1  re  di  Francia  e'  il  cpnte  di 
Fiandra  e*  suoi,  e  seguiranno  appresso  per  gli  tempi, 
ne  pare  convenevole  di  raccontare  delP  essere  e  le- 
gtiaggio  de**  detti  conti,  perocché  feciono  grandi  cose, 
e  di  loro  furono  valenti  signori.  Questi  conti  non  sono 
per  lignaggio  mascolino  deHo  stocco  degU.  antichi 
conti  di  Fiandra,  onde  fu  il  buono  primo  imperadore 
Baldovino  che. conquistò  Costantinopoli,  e  Ì  valente 
conte  Ferrante,  il  quale  si  combatté  con  lo  impera- 
dore Otto  insieme  col  buono  re  Filippo  il  Bornio,  co- 
me addietro  facemmo  menzione  :  e  fu  suo  non  sola- 
mente  Fiandra,  ma  la  contea  d'Analdo,  e  Yermandois, 
eTiracia  infino  presso  a  Compigno;  e  quegli  primi 
conti  portarono  V  arme  aggheronata  gialla  e  nera  ;  ma 
questi  d*  oggi  ne  nacquero  per  femmina  in  questo  mo- 
do. Quando  mori  il  detto  conte  Ferrante,  di  lui  non 
rimase  figlinolo  maschio,  ma  solo  una  piccola  figliuola 
femmioa  chiamata  Margherita  \  questa  rimase  a  guardia 
«  tnterìa  d'uno  savio  cherico,  ch'avea  nome  messer 
Gianni  d^  Averìes,  figliuolo  del  signore  di  don  Piero 
in  Borgogna,  ovvero  Campagna,  e  persuo  senno  avea 
guidato  il  conte  Ferrante  e  tutto  iì  suo  paese.  Questi 
rìtenoe  la  signorìa  per  la  fanciulla,  e  quand**  ella  fu  in 
età,  si  giacque  con  lei,  e  ebbene  uno  figliuolo  chia- 
mato Giahni  ;  e  per  coprìrè  la  vergogna  Ai  lui  e  della 
damig:ella,  hscìò  la  ehericfa,  e  sposò  la  pon tessa  Mar- 
gherita a  moglie^,  e  poi  n'ebbe  uno  figliuolo,  e  quésti 
ha  il  presente  vafente  e  buòno  Guido  conte  di  Fian- 
dra :  e  poco  appressò  morìe  messer  Gianni  d*Averies^ 
e  rimase  la  detta  contéssa  Margherita  co'  detti  due  suoi 
ftgUdoli,  e  non  riprese  marito  ;  e  guidava  molto  sa- 
viamente sua  terra  e  paese,  e  quando  bisognò,  andò 


'  sfidato,  aspettato  alla  prova.  Come  tUtendtre  uno  vale 
talora  trattarlo  corttHmente^  iééorgli  corUtit^  cosi  In  mate- 
ria guerresca  potrebbe  stare  per  affrontare,  oMoZire.  La 
Cmsea  non  registrò  ancora  il  verbo  attendere  In  questo 
■ignillcato. 

*  Kolisi  qaasto  oarioeissimo  spoiori  a  moglie. 


in  arme  com'  uno  cavaliere,  e  fu  molto  savia  e  ridot- 
tata  donna,  e  fece  molte  buone  leggi  e  costume  '  in 
Fiandra,  che  ancora a^osservano.  Avvenne  (^u^ndp  Gian- 
ni e  Guido  suoi  figliuoli  furono  cavalieri,  ciascuno 
vplea  essere  conte  di  Fiandra,  onde  piatb  ne  nacque 
nella  corte  del  re  di  Francia ,  e  convenne  ne  fosse 
sentanzia  ;  e  citata  la  contessa  Margherita  al  Sudicio 
innanzi  al  re,  disse  che  Guido  e^a  degno  d'essere 
conte  di  Fiandra,  perocch'  egli  era  nato  di  matrimo- 
nio, e  Gianni  no;  onde  crucciato  Gianni,  ch'era  il  mag~ 
giore,  innanzi  al  re  di  Francia  e  al  suo  consiglio,  in 
presenza  della  madre  disse  :  Dunque  sono  io  figliuolo 
della  più  ricca  puttana  del  mondo  ?  La  contessa,  co- 
me savia  si  gabbò  ^  delle  parole,  e  rispuose  a  Gianni: 
Io  non  ti  posso  torre  Analdo  di  tuo  rel^gio^  ma 
io  ti  voglio  tovfi^  che  alla  tua  arme  (ch'è  il  campo 
ad  oro  e  il  leone  nero)  al  leone  tu  non  facci  mai 
unghioni  né  lingua^  perchè  la  tua  è  stata  villana  con- 
tro me  ;  e  Guido  voglio  il  porti  tt^tto  intero,  E  così  fa 
giudicato  e  confermato  per  lo  re  di  Francia  e  [Ser  gli. 
dodici  pefi.  Onde  di  messer  Gianni  sono  discesi  i  conti 
d' Analdo,  e  di  messer  Guido  conte  di  Fiandra  mes- 
ser Ruberto  di  Bettona,  e  messer  Guglielmo  e  mes- 
ser Filippo  della  sua  prima  donna  avogàda^  di  Betto- 
na ;  e  della  seconda  donna^  figliuola  del  conte  di  Lu- 
.zimborgo  e  contessa  di  Namurro,^  la  quale  contea 
fece  comperare  per  gli  figliuoli  al  conte  di  Fiandra, 
si  nacquero  messer  Gianni  conte  di  Namurro,  e  il 
buono  messer  Guidone,  e  messer  Arrigo  di  Fiandra  ; 
del  quale  Guidone  la  nostra  stona  ha  parìato  àella 
detto  sconfitta  di  Coltrai,  e  parìerà  aùcora  in  più  parli 
di  loro  prodezze  e.valenzie,  e  però  ne  paiono  degni 
di  loro  nazione,  avere  voluto  fare  memoria. 

CAPITOLO  LVIIL 

Come  lo  te  di  Francia  rifece  sua  oste^  e  con  tutto 
suo  podere  venne  sopra  i  Fiamminghi^  e  tomossi  in 
Francia  con  poco  onore. 
• 
Dopo  U  ^^^^  sconfitta  di  Coltrai  iaeontanente 
s' arrenderò  a  messer  Guido  di  Fiandra  quegli  di  Gen- 
io, e  que'di  Lilla,  e  Doai,  e  Cassella,  sicché  non  ri- 
mase terra  né  villa  picéola  né  grande  in  Fiandra, 
che  non  tornasse  alle  comandamenta  di. messer  Guido; 
e  per  la  detto  vittorìa,  la  comune  d*  ogni  gente  di. 
Fiandra  presòno  ardire  e  signoria,  e  cacciarne  i  loro 
grandi  borgesi,  perché  amavano  i  Franceschi  ;  e  non 
tonto  in  Fiandra,  ma  simile  avvenne  in  Brabante  e  in  A- 
naldOy  e  in  tutte  loro  circustonzie,  per  lo  favore  della 
comune  di  Fiandra,  Come  in  Frjincia  fu  la  dolorosa 
qovella  della  detto  s^nfitto,  non  é  da  dqmandare  se 
t'  ebbe  dolore  e  lamento,  che  non  v'  ebbe  villa,  ca- 
stello, o  maniero,  o  signoreggio,  che  per  gli  cavalieri 
e  scudierì  che  rimasono  morti  a  Coltrai,  non  vi  avesr 
se  dame  e  damigelle  vedove*  Lo  re  di  Francia,  pu- 


*  costumanze,  usanze.  Ariosto,  Cant.  87,  st  90:  La  ria 
co$tuma  di  $ua  terra  etpoM. 

*  ai  fece  beffe.    B  Poliziano  st  IX,  lib.  1  :  SoUa  gah- 
borii  degli  afflitti  amanti, 

'  protettrice,  nome  di  dignità.  Manca  questo  vocabolo  in 
femniinile  alla  Crusca. 

18 


1»4 


aOMCBE 


Mto  il  dolore,  Uee  comò  vf lesto  iifBOfe,  die  tme^m^ 
lenenlo  fere  besdire  otto  f  eoerale  per  tetto  il  reo* 
m»i  0  per  foroire  mo  f  «erre  ft  fece  bliiieore  le  «oe 
moneto,  e  lo  boooo  moocIo  del  tonie«e  frooio,  cfc^en 
•  oodicl  ooco  e  oieito  di  Eoe,  tosto  il  fece  pefgio- 
rero,  che  tornò  qaifi  •  metodo ,  e  eimilo  lo  mooelo 


prime  (  e  eoel  quelle  dell*  oro,  elio  di  Toolitre  e 
co  ceriti,  lo  recò  o  meo  di  vooti^  fiueoodolo  correre 
per  pib  if f il  che  ooo  Yileeoo  :  ondo  il  re  OTeotora 
of ni  dt  libbre  e eimila  di  parifioi,  e  pib,  ma  foaotò 
0  dieertò  II  paee e,  che  le  eoa  mooeto  non  tornò  aUe 
valuto  del  torto.  B  fomite  lo  re,  e  appareccluota  la 
•uà  f rande  e  ricca  oete,  ai  moMO  da  Parifl,  o  del 
me«e  di  aettembre  preaento  del  detto  enno  1302,  fu 
ed  Aratfto  In  Artoae  con  piò  di  diecimila  eavalieri, 
0  con  pib  di  feaaantemila  pedoni  :  e  in  Italia  mandò 
per  meaier  Carlo  di  Valoie  euo  fratello,  che  rimoaea 
Of  ni  ragioue  doveaie  tornare  in  Francia,  e  coel  fece 
poco  appreaao.  I  Fiamminghi  aenlendo  Pappareceliio 
0  venuta  del  re  di  Francia^  manderò  in  Namorro  per 
lo  conte  meaaer  Gianni  figliuolo  del  conte  di  Fiandra, 
maggiore  di  meaaer  Guido,  il  quale  era  molto  aa- 


graade  mortafcfè  de^am  cavafiL  111 —a  dìaoe  ìa  Fi 
do,  che  latra  Toltro  cagioai  ddh  pmfìle  dciroelo 
dd  re,  ffl  per  iogoooe  dd  re  Adoeréo  dlagUlem, 
il  faalo  aaMra  i  Ftammfngy,  e  per  tnocaigti  diane 
alb  moglie,  lo  qoole  era  acroccUa  dd  re  di  Framcaa, 
io  aegreto  aegacemeate  e  con  frode  :  /o  temo  càe  U 
re  di  Prameia  mom  rtcero  rergogma  e  pericolo  ém 
quettm  osie,  ck"  io  semUhcke  ti  $mrà  irméito  dÉ  certi 
iuoi  baroni  wude$imL  La  retno  preoe  o  Toro'  la  pa- 
rola, e  incontanente  k  aìgniSeò  d  re  di  Francia  suo 
fratello,  ond^egii  entrò  in  aotpotlo  e  gelosia  de^'aaot 
barbai,  ma  non  sspea  di  cai,  e  partiad  per  lo  modo 
che  detto  aveaM)  con  onta  e  yergogna  :  e  potrebbe 
OMere  alata  Tnaa  cagione  e  r  altra  della  aaa  partita. 
E  partita  1*  oste  dd  re,  i  Fiaauninghi  n  toraaroao  ia 
loro  terre  con  grande  festa  e  allegreisa.  Avemo  d 
diateaamenle  innarrato  qoeaté  atorìe  di  Fiandra,  per- 
chè furono  nnove  e  mararigliose,  e  noi  d  trovaoMio 
in  quegli  tempi  pel  paese,  che  con  ocalala  fede  Te- 
demmo  e  aapemmo  la  verìtade.  Luceremo  dquaBlo 
di  qneata  materia,  ìnfino  che  verranno  i  tempi  del 
termine  e  fine  di  questa  guerra  tra  *1  re  di 


e  maggiore  di  measer  ijuldo,  ti  quale  era  molto  aa-  termine  e  Une  di  quesu  guerra  tra  i  re  ai  rraneia 
vio  0  valente  ;  e  lui  venuto,  il  fedone  loro  gene- 1  e* fiamminghi,  che  fu  aasd  piccolo  tempo  appresso, 
rale  capitano  dell* oste,  e  come  gente  calda,  e  bal- 


danioin  della  vittoria  di  Coltrai,  a*ippareochiaro  di 
tende,  e  padiglioni,  e  trabacche,  con  tutto  che  assai 
n*  aveano  di  quello  de*  Fraoceachi  :  e  dascuna  terra  e 
villa  per  se  si  soprissegnaro  di  soprasberghe*  e  d'ar- 
me, e  ciascuno  medlere  per  ae,  e  rannerai  a  Doai,  e 
fàrono  più  di  ottantamila  uomini  a  pie  bene  armati 
e  aoprassegnati,  e  con  tanto  carreggio  che  portava 
il  loro  arneae*,  ohe  oopria  tutto  il-paeae,  e  insomma 
era  a  vedere  la  più  bella  e  ricca  oete  di  gente  a  pie, 
che  mai  fosse  tra*  cristiani.  Lo  re  di  Francia  colla  aua 
grande  e  nobile  oste  usd  fuori  d'Arauo,  per  entrare 
in  Fiandra,  e  accampoasi  a  una  tiII^  che  ai  chiama 
Vetri,  tra  Doai  e  Arano,  e  era  al  grande,  che  tenea 
di  giro  più  di  dieci  miglia.  I  Fiamminghi  come  franca 
gente,  •  bene  guidali  e  condotti,  non  attesero  Poste 
n  Doni,  ma  uscirono  di  Doai,  e  s*  alfronlarono  incon- 
tro air  oste  dd  re^  gridando  di  e  notte ,  baiiagHay 
òalla^lìa,  e  inanimati  di  combattere,  e  aoveote  avea- 
no insieme  scarmugi  e  badalucchi*,  e  non  v'avea 
Fiammingo  a  pie  con  ano  fodtadne  in  auino,  cbe  non 
iltondeeae  il  cevaliera  fraacesco,  por  la  bddandk  pre- 
M  aopra  loro,  e  i  Francoadii  por  contradìo  inriliti. 
K  dò  f^  dd  mono  d'ottobre^  ad  qnaleeomiadò  graadi 
piofgio^  0  il  peeoo  è  pìoao  di  pedali  e  di  Ibaao,  e 
aoaipre  torrsao  tbo  ami  aoa  d  paolo  oeloggiaro  0 
\eiiio;oado  il  earreffiodd  recà'nddacoa  la  vivala 
fin  aH' oelo,  por  gli  toadalì  cammìai  aoa  poleaaovo- 
airo,  aò  t  cavalìoH  eo'Ioro  cavalla  appoaa  ascaro  dd 
eoaipa,  Nrln  ^ad  ooafimìoao  roolo  dd  re  Toaaoia 
Inali  ddMi,  •  dì  ^Ulaitlia  a  d'olirò,  dm  aoa  palo- 
raaa  pie  leaero  campcK  o  toavaaaa  dm  ii  attosaiU 


0  torneremo  e  noalra  materia  a  raccontate  le  norità 
d^  Italia  e  della  nostra  città  di  Firenze,  che  furono  ia 
quegli  tempi,  seguendo  nostro  trattato. 

CAPITOLO  LIX. 

Come  Folcieri  da  CalvoU  podestà  di  Fire$uie  face 
tagliare  la  testa  a  certi  cittadini  di  parte  bùmcom 


Aiaaio,  0  pai  a  V^irigi,  eoa  gmado 


Nel  detto  anno  1302,  essendo  fatto  podestà  di 
Firenze  Folderi  da  CalvoH  di  Romagna,  uomo  feroce 
e  crudele,  a  poata  de'  caporali  di  parte  nera,  i  quali 
viveano  in  grande  gelosia,  perchè  sentivano  molto 
poasente  in  Firense  la  parto  bianca  e  ghibellint*  e 
gli  oadti  scrìveano  lutto  di,  e  trattavano  con  quegli 
eh*  erano  loro  amid  rimasi  in  Firense,  fl  detto  Fol- 
deri fece  subitamente  pigliare  certi  dttadini  di  parte 
bianpa  e  ghibellini  ;  dò  furono,  messer  Betto  Ghovr- 
dini,  e  Masino  de^  Cavalcanti ,  e  Donato  e  Tegghia 
ano  fratello  de^Finiguerra  da  Sammartino,  e  Nucdo 
Coderini  de^  GaUgai,  il  qude  era  quasi  uno  mentecatto, 
e  Tignoao  de^Macd,  e  a  petiaione  di  messer  Musdal- 
lo  Franxeu,  eh'  era  de**  signori  della  terra,  vollero 
essere  pred  certi  caporali  di  casa  gli  Abati  eooi  ai- 
add,  i  qaali  aoaleado  ciò,  d  faggtro  e  partirò  di  Fi- 
roase,  e  md  poi  aoa  ae  laroao  dttadiai  :  e  aao  ama- 
saio  deDe  Calie  fti  de'  presi,  oppoaoadoloro  die  Inl- 
laTsao  IndiaMato  aella  cttlà  co'laaacbi  asdti,  o  eol- 
pa  o  aoa  oolpa,  per  saartorìo  gUfoce  caafossnro  dm 
doToaao  Mdìre  la  terra,  e  dare  sarto  porto  a^biaacbi 
a  gbibelliai:  au  fl  detto  Tlgaoso  de'Bacd  per  gra- 
vctia  di  card  mmrì  ta  sa  la  coUs*  Talli  gi  nRri 
nupinidslli  pred  gi  giadiciò»  a  ieee  loro  lagMmi  te 

0  talli  ^aefi  di  caaa  gfi  Àbali  miiliaimr  per 
e  dumea  i 


di 

x«m»  A* 


e  avràmglMw 


Tfrart  ••^ 


1 


01  GIOVANNI  VILLANI 


105 


ne  n^ebbe  la  eìttà,  e  poi  oe  segai  noiti  mali  e  acan- 
dali  K  E  nel  detto  anno  fu  gran  caro  di  vittaaglia,  e 
valse  lo  staio  del  grano  in  Firenze  alla  rasa.'  soldi 
ventidoe  lo  staio,  di  soldi  cinquantuno  il  Borino  del- 
r  oro. 

CAPITOLO  LX. 

Come  la  parte  bianda  e"  ghibellini  usciii  di  F%ren%e 
vennero  a  Puliciano  e  pariifsene  in  isconfitla. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  marzo,  i  ghibellini 
e' bianchi  usciti  di  Firenze  colia  forza,  de' Bolognesi 
jche  si  reggeano  a  parte  bianca,  e  còli' aiuto  de' ghi- 
bellini di  Romagna  e  degli  Ubaldìnl;  vennero  in  Mu- 
gello con  ottocento  cavalieri  e  sèimila  pedoni,  dond'e- 
ra  capitano  Scarpetta  degli  Ordilaffi  da  Forlì,  e  pre- 
sono senza  contrasto  il  borgo  e  poggio  di  Puliciano, 
e -assediarono  una  fortezza  che  vi  teneano  i  Fioren- 
tini, credendo  ivi  fare  capo  grosso,  e  recare  il  Mu- 
gello sotto  loro  obbedienza,  e  poi  stendersi  jDolla  lo- 
ro forza  alla  città  di  Firenze.  Saputa  la  novella  in 
Firenze,  subitamente  cavalcarono  in  Mugello  popolo  e 
cavalieri  con  tutta  la  forza  dtUa  cittade;  e  giunti  al 
borgo,  e  venuti  i  Lucchesi  e  T  altra  amistà,  e  di  là 
uscendo  schierati  e  messi  in  ordine  per  andare  a' ne- 
mici, i  cavalieri  di  Bologna  sentendo  la  subita  venuta 
de'f  iorentini,  ^  trovandosi  ingannati  da'  bianchi  usciti 
di  Firenze,  eh'  aveano  loro  fatto  intendere  che  i  Fio- 
rentini per  tema  decoro  amici  rimasi  dentro  non  ar- 
direbbono  d*  uscire  d^lla  terra,  si  tennono  traditi,  e 
con  paura  grande  -senza  ninno  ordine  si  partirò  da 
Puliciano  di  Mugello,  e  andarsene  a  Bologna,  onde 
i  bianchi  e' ghibellini  usciti  rimasero  rotti  e  sciarrati, 
e  partirsi  una  notte  Senza  colpo  di  spa^a  come  scon- 
fitti, lasciando  tutti  i  loro  arnesi,  e  più  di  loro  git- 
larono  l' arme  e  rindasonvi  de'  morti  e  presi  de'  mi- 
gliori, per  certi  scorridori  iti  innanzi.  Intra  gli  altri 
notabili  e  orrevoli  cittadini  e  antichi  guelfi  e  fattisi 
bianchi,  vi  fu  preso  messer  Donato  Alberti  giudice,  e 
Nanni  de'RulToli  dalle  porte  del  vescovo.  Nanni  ve-^ 
gnendo  preso,  fu  morto  da  uno  de'  Tosinghi,  e  a  mes- 
ser Donato  Alberti  tagliato  il  capo,  per  quella  legge 
medesima  eh'  egli  ^yeti  fatta  e  messa  in  ordine  di 
giustizia,  quando  egli  regnava  ed  era  priore  ^.  E  col 
detto  messer  Donato  Alberti  furòho  menati  presi  e 
tagliate  le  teste  a  due  de'  Caponsacchi,  e  a  uno  degli 
Scolari,  a  Lapo  de*Cipriani,  a  Nerlo  degli  Adimari, 
e  ad  altri  intomo  di  dieci  di  piccolo  affiire  ;  per  la 
quel  rotta  i  bianchi  e' ghibellini  usciti  molto  abbassarp. 


*  ^i  eonsàlti  a  questo  ponto  U  Cron,  di  Dino  Com- 
pagni, il  qnfiXt  narra  il  come  si  venissero  a  scoprire  le 
segrete  mene,  che  facevano  i  bianchi. 

^  a  misura  rasa,  modo  avverbiale. 

'  t^  me/nato  metter  Denato  vUmtHte  tu  mi  tmnOf^  con 
WM  goimdletta  di  un  vìUwm,  al  podetià.  Il  quale  quando 
lo  ìride,  lo  domandò:  tiete  voi  metter  Donato  Alberti  f  Ri' 
apote:  io  tono  Donato.  Coti  vi  fotte  innanti  Andrea  da 
Cerreto,  e  Niccóla  Aceiaiuoli,  e  Baldo  à^  Àguglione  e  Jacopo 
'da  Certaldo  che  hanno  dittrutta  Furente.  Allora  lo  potè  alla 
colla,  e  accomandò  la  colla  colV  atpo,  e  coti  ve  lo  latcib 
tiare.  E  ftf  aprire  la  finettra  e  le  porte  del  palagio,  e  fece 
richiedere  moUi  cittadiài  tatto  altre  eagùmi,  perchè  vedet- 
aero  lo  ttratio  e  la  deritione  facea  di  lui.  Tanto  procurò 
U  podettà  che  gli  fu  conceduto  di  tagliargli  la  tetta.  Dino 
Comp.  Croniche, 


CAPITOLO  LXL 

JncideMMLf  contando  come  messer  Maffeo  Visconti  fu 

cacciato  di  MUono, 

Nel  detto  anno  1302  a  di  16  di  giugno,  mes- 
ser Maffeo  Visconti  capitano  di  Milano  fu  cacciato 
della  signorìa  :  la  cagione  fu,  eh'  egli  è'  figliuoli  al 
tutto  voleano  la  signorìa  di  Milano,  e  a  messer  Piero 
Visconti,  e  agli  altrì  suoi  consorti,  é  agli  altri  Cat- 
taui e  varvassori  non  partecipava  nullo  onore.  Per  la 
qual  cosa  scandolo  nacque  in  Milano,  e'  signori  della 
Torre  ooHa  forza  del  patrìarca  d' Aquilea,  con  gran- 
de oste  vennero  sopra  Milano,  e  con  loro  messer  Al- 
berto Scotti  da  Piacenza,  e  il  conte  Filippone  da  Pa- 
via, e  messer  Antonio  da  Foseraco  di  Lodi.  Messer 
Maffeo  uscì  contro  a  loro,  ma  per  la  quistione  eh'  a- 
vea  co' suoi,  fu  male- seguito,  e  non  avea  podere  con- 
tro a'ilemici;  onde  messer  Alberto  Scotti  si  fece  mez- 
zano per  Aire  accordo,  e  ingannò  e  tradì  messer 
Maffeo,  che  rìmessòsi  in  lui,  gli  tolse  la  signorìa  del 
capitanato,  onde  messer  Maffeo  per  onta  non  volle 
tornare  in  Milano;  ma  senia  battaglia  si  tornarono 
in  Milano  i  signori  della  Torre,  e  rìmuono  signori 
di  Milano  messer  Mosca  e  messer  Guidelto  di  mes- 
ser Nappo  della  Torre.  B^poco  appresso  morto  mes- 
ser Mosca,  i)  detto  messer  Guidetto  si  fece  fare  ca- 
pitano di  Milano,  e  menò  aspramente  la  sua  aignorìa, 
e  fu  molto  temuto  e  rìdottato,  e  perseguitò  molto  il 
detto  messer  Maffeo  e'  figliuoli,  sicchò  gli  recò  quasi  a 
niente,  e  conveiìia  s'andassono  tapinando  in  diversi 
luoghi  e  paesi,  e  alla  fine  per  loro  sicurtà  si  rìdus- 
^ono  a  uno  piccolo  castello  in  Ferrarese,  ch'era  de'mar- 
chesi  da  Bsti  suoi  parenti,  che  Galeasso  suo  figUuolo 
avea  per  moglie  la  scrocchia  del  marchese.  B  sap- 
piendolo  messer  Guidetto  della  Torre,  capitano  di  Mi-, 
lano  e  suo  nimico,  sì  volle  sapere  novelle  di  lui  e 
di  suo  stato,  e  disse  a  uno  accorto  e  savio  uomo  di 
corte':  Se  tu  vogli  guadagnare  uno  palafreno  e  una 
roba  taia^  andrai  in  taf  parte^  ove  è  messer  Maffeo 
Visconti^  ed  ispia  di  suo  stato.  B  per  ischernirlo  gli 
disse  :  Quando  tuse"  per  prender  corniolo  da  /ut,  /Is- 
ragti  due  qttestioni;  la  prima,  che  tu  il  domandi  co- 
me gli  pare  stare^  e^che  vita  è  la  sua;  la  secon~ 
da,  quandi  e'  crede  potere  tornare  in  Milano.  Il  mi- 

nistriere  entrò  in  cammino  e  venne  a  messer  Maffeo, 

• 

e  trovqllo  in  assai  povero  abito  secondo  suo  antico  sta- 
to, e  al  dipartirsi  da  lui,  il  pregò  che  gli  focesse 
guadagnare  uno  palafireno  e  una  roba  vaia  ;  rispuose, 
che  volentierì,  ma  non  da  lui,  che  non  V  avea;  disse: 
da  voi  non  la  voglio  to,  ma  rispondetemi  a  due 
questioni  eh* ilo  vi  farò:  e  diasele  come  gli  furono 


*  ginllare,  minestrello.  Oorte^  oltre  il  senso  ordinario, 
significava  di  qne*  tempi  festa  per  cagione  di  'nosze,  di 
nascite  e  simili  allegrezze,  od  anche  magnifiche  adunate 
di  nobili  che  se  ne  andavano  in  conviti,  in  balli ,  in  doni 
e  in  ogni  miniera  di  cortesia,  ond' erano  traUennti  da 
ricco  signore.  IM  qni  la  parola  cortetia  e  la  corte  bandita  : 
e  quegli  uomini  d' umor  festevole ,  che  con  piacevoli 
modi  e  canti  e  giuochi  ricevevino  i  convitati  chiamavansi 
uomini  di  corte,  ì  quali  talvolta,  reputatissimi  pel  loro  in- 
gegno, da  buffoni  divenivano  ambasciatori  e  trattavano  af* 
furiai  »tato. 


19(1 


CRONICHE 


imposte,  n  savio  intese  da  cui  ▼enieno,  e  rispuose 
subito  molto  saviamente;  alla  prìma  disse:  Pormi  sfare 
bene^  perocck^  io  iotitere  secondo  ii  tempo.  Alla  se- 
conda rispuose, -e  disse:  Dirai  al  tuo  signore^  mes- 
ser  GuidettOy  che  quindo  i  suoi  peccati  soperchici 
ratmo  i  mieij  io  tornerà  in  Milano,  Tornato  V  nomo 
di  corte  a  messer  Guidetto,  e  rapportata  la  risposta, 
disse  :  Bene  hai  guadagnato  41  palafreno  e  là  roba^ 
che  bene  sano  parole  del  savio  nomo  messer  Haffeo. 

CAPITOLO  LXn. 

Come  «•  cemmckò  la  quistione  e  nimistà  tra  papa 
Bonifaùo  e  ^l  re  Filippo  di  Francia, 


Nel-  detto  anno,  benché  fosse  cominciato  assai 
dinansi  la  sconfitta  di  Coltrai  lo  sdegno  del  re  di 
Francia  contro  a  papa  Bonifazio,  per  cagione  della 
promessa  che  '1  detto  papa  avea  fatt»  al  re,  e  a  mes- 
ser Carlo  di  Valoitf  suo  fratello,  di  farlo. essere  im- 
peradore  qnando  mandò  per  lui,  come  addietro  fa- 
cemmo meniione,  la  qual  cosi(  non  attenne,  quale 
che  si  fosse*  la  cagione,  ami  nel  detto  anno  mede- 
simo avea  confermato  a  re  de*  Romani  Alberto  d'  0- 
sterich  figliuolo  che  fu  del  re  Ridolfo,  per  la  qual  cosa 
il  re  di  Frauda  forte  si  tenne  ingannato  e  tradito  da 
lui,  e 'per  suo  dispetto,  rìtenéa  e  facea  onore  a  Ste- 
lano della  Colonna  suo  nimico,  il  quale  era  in  Frau- 
da sentendo  la  discordia  mossa,  e  lo  re  favoraya  lui 
e*  suoi  a  suo  podere.  E  oltre^a  ciò  il  re  fece  pigliare 
il  vescovo  di  Palma   in   Carcasoese ,  opponendogli 
eh*  era  paterino,  e   d*ogni  vescovado  vacante  del 
reame  godeva  i  beni,  e  voleva  fare  le  investiture. 
Onde  papa  Bonifasio,  il  quale  era  superbo  e  dispet- 
toso, e  ardito  di  fare  ogni  gran  cosa,  come  magna- 
nimo e  possente  eh*  egli  era  e  si  tenea,  veggendosi 
fare  quegli  oltraggi  al  re,  mescolò  lo  sdegno  colla 
mala  volontà,  e  fecesi  al  tutto  nimico  del  re  di  Fran- 
cia. E  in  prima  per  giustificare  sue   ragioni,  fece 
richiedere  tutti  i  grandi  prelati  di  Francia  che  doves- 
sono  venire  a  corte  ;  ma  il  re  di  Francia  contradisse  lo- 
ro, e  non  gli  lasdò  partire,  onde  il  papa  maggiormente 
s* inanimò  ^  contro  aire,  e  trovò  per  sue  ragioni  e  de- 
creti, che  *]  re  di  Frauda  come  gli  altri  signori  cri- 
stiani, dovea  riconoscere   dalla  sedia  apostolica  la 
aignorìa  del  temporale,  comf  dello  spirituale  :  e  per 
questo  mandò  in  Francia  per  suo  legato  uno  eberìco 
romano'  arddiacono  di  Nerbona,  ohe  protestasse  e 
ammonisse  lo  re  sotto  pena  di  scomunioatione  di  dò 
fare,  e  di  riconoscere  da  lui,  e  se  ciò  non  facesse, 
lo  scomunicasse,  e  lasciasse  interdetto.  E  il  detto  le- 
gato vegnendo  nella  città  di  Parigi,'  il  re  non  gli  la- 
sciò pubblicve  le  sue  lettere  e  privilegi,  anxi  gliele 
tolse  la  gente  del  re,  e  accomiatarlo  del  reame.  E 
venute  le  dette  lettere  papali  innanzi  al  re  e  suoi 
baroni  al  tempio,  il  conte  d*Artese,  che  allora  vivea, 
per  dispetto  le  gittò  nel  fuoco  e  arsele,  onde  grande 
giudicio  glie  ne  avvenne,  e  lo  re  ordinò  di  fare  guar- 
dare tutti  i  passi  d!  suo  reame,  che  messo  o  lettere 
di  papa  non  entrasse  in  Franda.  Sentendo  ciò  papa 


I  t'innMprl,  t'tMotrbò.  Vtdi  ancha  Ub.  X,  cq^  xn. 


Boaifaiio,,^comnnicò  per  sentenzia  il  detto  FiHppo 
re  di  Francia  ;  e  lo  re  di  Franda,  per  giustificare  se, 
e  per  fare  suo  appello,  fece  in  Parigi  uno  grande 
concilio  di  cherìd  e  prelati  e  di  tutt^i  suoi  baroni, 
discusando  se,  e  opponendo  a  papa  Bonifazio  più 
accuse  con  più  articoli  di  resia,  e  simonia,  e  omid- 
dia  \  ed  altri  vilUni  peccati,  onde  di  ragione  dovea 
essere  disposto  del  papato.  Mii  P  abate  di  Cestella 
oon  volle  consentire  allò  appello,  anzi  ^i  parti,  e 
tomossi  in  Borgogna,  male  M  re  di  Franda  ':  e  per 
cosi  fatto  modo  si  -coannciò  la  discordia  da  papa  Bo- 
nifazio al  re  di  Francia,  la  quale  ebbe  poi  mala  fine  ; 
onde  pòi  nacque  grande  discordia  tra  loro,  e  segiìnne 
molto  mafe,  come  appresso  fiu'emo  meosione. 

-  In  questi  tempi  avvenne  in  Firenze  una  cpsa 
bene  notabile,  che  avendo  papa  Bonifazio  presentato 
al  comune  di  Firenze  uno  giovane  e  bello  leone,  ed 
essendo  nella  corte  del  palagio  de*  priori  legato  con 
una  catena,  essendovi  venuto  uno  asino  carico  di  le- 
ghe, veggendo  il  detto  leone,  oj>er  paura  che  n*a- 
yt$8e^  o  per  lo  miracolo,  incontanente  assalì  feroce- 
mente il  leone,  e  cpn  caki  tanto  il  pereosse ,  che 
r  uccise,  non  valendogli  F  aiuto  di  molti  nomini  chV 
rano  presenti*  Fu  tenuto  segno  di  grande  mutazione 
e  cose  a  venire,  che  assai  n'avvennero  in  questi  tem- 
pi alla  nostra  città.  Ma  certi  alletterati  dis8ono,'ch*era 
adempiuta  la  profezia  di  Sibilla,  ove  disse:  Quando 
la  bestia  mamsueia  ucciderà  il  re  delle  bestie^  athh- 
ra  comincierà  la  ditsoluiione  della  Chiesa  :  e  tosto 
si  mostrò  in  papa  Bonifazio  medesiiso,  come  si  tro- 
verà nel  seguente  capitolo» 

CAPITOLO  LXin.  -s 

Come  il  re  di  Francia  fece  prendere, pa^a  Bonifa^ 
%io  in  Anagna  a  Sciarra  della  Colonna^  4mde  mori, 
il  détto  papa  pochi  di  appreuOm   - 

Dopo  la  detta  discordia  nata  tra  pap«  Bonifazio 
e  *1  re  Filippo  di  Franda,  daseuno  di  loro  procaedò 
d'abbattere  Tnno  Peltro  per  ogni  via  e  modo  che 
potesse:  il  papa  d* aggravare  il  re  di  Franala  di  Sco- 
muniche e  «(tri  processi  per  privario  del  reame  ;  e 
con  questo  favprafva  i  Fiamminghi  suoi  ribelli,  e  te- 
nea trattato  col  re  Alberto  d*Alamagua,  studiandolo^ 
che  passasse  a  Roma  per  la  benedizione  imperiale,  e 
per  fiire  levare  il  regno  al  re  Cario  suo-  consorto,  e 
al  re  di  Francia  fare  muovere  guerra  a* confini  dd 
suo  reame  dalla  parte  d'Alamagna.  Lo  re  di  Frauda 
dair  altra  parte  non  dormia,  ma  con  grande  solleci- 
tudine, e  consiglio  di  Stefano  della  Colonna  e  d*  altri 
savi  Italiani  e  d!  suo  reame,  mandò   uno  messere 
Guglielmo   di  Lunghereto  di  Proenza,  savio  cherico 
e  sottile,  con  messer  llusciatto  Franzesi  in  Tosca- 
na, forniti  di  molti  danari  contanti,  a  ricevere  dalla 
compagnia  de*  Peruzzi  (allora  suoi  mercatanti)  quanti 
danari  bisognasse,  non  sappiendo  egUno  perchè.  E  ar- 
rivati al  castello  di  Staggia,  eh*  era  del  detto  mes-> 


*  omiddU. 

*  In  disgrasia  del  ecc.  Eaer  male  d'imo  vide  averne 
perduto  U  faoùre^  Par  contrario  eenr  bmu  tFunff,  v^U 
averne  la  gratta. 

'  aedtandolo.  La  Giuntina  ha:  sMianda. 


i_ 


DI  GIOVANRl  VILLAiq. 


|»7 


sor  MasdaUo,  vi  stettono  più  iempoy  Bandando  am- 
basciadori,  e  messi,  e  lettere,  e  faccende  venire  le 
genti  a  loro  di  segreto,  /accendo  intendere  al  palese^ 
che  V*  erano  per  trattare  accordo  dal  papa  al  re  di 
Francia,  e  perciò  aveano  la  detta  moneta  recata  :  e 
sotto  Hioesto  colore  menarono  il  trattato  segreto 
di  fare  pigliare  in  Anagna  papa  Bonifazio,  spenden- 
done molta  moneta,  corrompendo  i  baroni  del  paese 
e'  cittadini  d'Anagna  ;  e  come  fa  trattato  veline  fatto  : 
che  essendo  papa*  Bonifazio  co*  suoi  cardinali  e  con 
tatto  la  corte  nella- città  d' Anagna  in  Campagna, 
qad^era  nato  e  in  casa  sua,  non  pensando  né  sen- 
tendo questo  trattato,  né  prendendosi  guardia,  e  se 
alcuna  cosa  ne  sentì,  per  suo  grande  cuore  il  mise 
a  non  calere,  o  forse  come  piacque  a  Dio,  p^r  gli 
snoi  grandi  peccaM,  del  mese  di  settembre  1303, 
Sciami  della  Colonna  con  genti  a  cavallo  in  numero 
di  trecento,  e  a  pie  di  sua  amistà  assai,  soldata  de' 
danari  del  re  di  Francia,  colla  forza  de' signori  da 
Ceccaao,'  e^da  Supino,  e  d*  altri  baroni  di  Campagna, 
e  de' figliuoli  di  messcr  Mafllo  d' Anagna,. e  dissesi 
eoli*  assenso  d'alcano  de' cardinali  che  teneano  al 
trattato,  e  una  mattina  per  tempo  entrò  in  Anagna 
cofle  insegne  e  bandiere  del  re  di  Francia,  gridando  : 
muoia  papa  Bonifaùo^  e  titd  il  re  di  Francia;  e 
conono  la  terra  sanza  contrasto  niyno,  anzi  quasi 
tutto  r  ingrato  popolo  d' Anagna  seguì  le  bandiere 
e  Irrubellazione;  e  giunti  al  palazzo  papale,  sanza 
riparo  vi  salirò  e  presono  il  palazzo,  perocché  il 
presente  assalto  fu  improvviso  al  papa  e  a' suoi,  e 
non  prendeano  guardia.  Papa  Bonifazio  sentendo  il 
roBore,  e  reggendosi  abbandonato  da  tutti  i  cardi- 
nali, fuggiti  e  nascosi  per  paura  o  chi  da  mala  parte, 
e  quasi  dappiù  de' suoi  famigliari,  è  reggendo  cb'e* 
snoi  nemici  aveanó  presa  la  terra  e  '1  palazzo  ov'  er|i,* 
si  cusò  morto,  ma  come  magnanimo  e  valente,  disse  : 
Dacché  per  tradimento^  come  Gesù  Cristq  voglio  es" 
ter  preio  e  mi  contiene  morire^  almeno  voglio  mo^ 
rire  come  papa  :  e  di  presente  si  fece  parare  dell'am- 
naoto  di  San  Piero,  e  colla  corona  di  Costantino  in 
capo,  e  colle  chiavi  e  croce  in  mano,  e  in  su  la  se- 
dia papale  si  pose  a  sedere.  B  giunto  a  lui  Sciarra 
e  gli  altri  snoi  nimici,  con  villane  parole  lo  scher- 
nirò, e  arrestaron  lui  e  la  sua  famiglia,  che  con  lui 
erano  rimasi:  intra  gli  altri  lo  scherni  messer  Gu- 
^ielmo  di  Lungbereto,  che  per  lo  re  di  Francia  avea 
menato  il  trattato,  donde  era  preso  e  minacciollo> 
dicendo  di  menarlo  legato  a'  Leone  sopra  Rodano, 
«quivi  in  generale  concilio  i]  farebbe  disporre  e  con- 
dannare. Il  magnanimo  papa  gli  rispuose,  eh*  era  con- 
tento d'essere  condannato  e  disposto  per  gli  paterini 
con'  era  égli,  e  *1  padre  e  la  madre  arsi  per  paterini  ; 
onde  me^er  Gaglielmo  rimase  confuso  e  vergognato. 
la  poi  cóme  piacque  a  Dio,  per  conservare  la  santa 
dignità  papale,  niuno  ebbe  ardire  di  toccarlo  o  nop 
piacque  loro  di  porgli  mano  addosso,  ma  lasciarlo  pa- 
rato sotto  cortese  guardia,  e  intesono  a  rubare  il 
tesoro  del  papa  e  della  Chiesa.  In  questo  dolore, 
urgogna  e  tormento  stette  il  valente  papa  Bonifazio 
preso  per  gli  suoi  nimici  per  tre  dì,  ma  cotne  Cristo 
>1  terzo,  di  resuscitò,  cosi  piacque  a  lui  che  papa  Bo- 
ùlazio  fosse  dilibero,  che  sanza  priego  o  altro  pro- 


caccio, se  non  per  opera- divina,  fl  popolo  d*  Anagna 
ravveduti  del  loro  errore,  e  usciti  dalla  loro  cieca 
ingratitudine,  subitamente  si  leverò  all'arme,  gri- 
daivdo  :  viva  il  papa  e  sua  famiglia^  e  muoiano  i  tra^ 
dilori  ;  e  correqdo  la  terra  ne  cacciarono  Sciarra  della 
Colonna  e'  suoi  seguaci,  con  danno  di  loro  di  presi 
e  di  morti,  §  liberare  il  papa  «  sua  famiglia.  Papa 
Bonifazio  veggpndósi  libero  e  cacciati  i  suoi  nimici, 
per  ciò  non  si  rallegrò  niente,  perché  avea  conce- 
puto  e  addurato^  nell'animo  il  dolore  della  sua  avver- 
sità: incontanente  si  partì  d' Anagna  con  tutta  la 
corte,  venne  a  Roma  a  Sante  Pietro  per  fare  concilio, 
con  intendimento  di  sua  offesa  e  di  Santa  Chiesa  fare 
grandissima  veu'Vetta  centra  il  re  di  Francia,  e  chi 
offeso  r  avea  ;  ma  come  piacque  a  Dio,  il  dolore  im- 
petrato nel  cuore  di  papa  Bonifazio  per  la  Ingiuria 
ricevuta,  gli  surse,  giunteria  Roma,  diversa  malattia, 
che  tutto  si  rodea  come  rabbioso,  e  in  questo  stato 
passò  di  questa  vita  a  dì  12  d'ottobre  gli  anni  di 
Cristo  1303  e  nella  chiesa  di 'San  Piero  all'entrare 
dèlie  porte,  in  una  ricca  cappella  fattasi  fare  a  sua 
vita,  Auqrevolmente  fu  seppellito. 

CAPITOLO  LXIV. 

Ancora  diremo  de*  morali  cK  ebbe  in  se  papa 

Bonifacio,    . 

*  -  ■* 

Questo  papa  Bonifazio  fu  savissime  di  Scrittura 
e  ^i  senno  naturale,  e  uomo  molto  avveduto  e. pra- 
tico, e  di  grande  conoscenza  e  memoria;  molto  fa 
altiero,  e  superbo,  e  crudele  contro  a'  snoi  nimici  e 
av>'ersari,  e  fh  di  grande  cuore,  e  molto  temuto  da 
tutta  gente,'  e  alzò  e  aggrandì  molto  Io  stato  e  ra- 
gioni di  Santa  Chiesa,  e  fece^fafe  a  Guglielmo  da 
Bergamo  e  a  messer  Ricciardo  di  Siena  cardinali,  e 
a  messer  Dino  Rosoni  di  Mugello,  sommi  maestri  in 
leggo  ^.e  decretali,  e  'egli  con  loro  insieme,  eh'  era 
grande  maestro  in  divinità  e  in  decreto,  il  sesto  li- 
Hro  delle  decretali,  il  quale  é  quasi  lume  di  tutte  le 
leggi  e  decreti.  Magnanimo  e  largo  fu  a  gente  che 
gli  piacesse,  e  che  fessone  valorosi,  vago  molto  della 
pompa  mondana  secondo  suo  stato,  e  fu  molto  pe- 
cunioso, non  guardando  né  facceddosi  grande  né 
stretta  coscienza  d'ogni  guadagno,  per  aggrandire  la 
Chiesa  e'  suoi  nipoti.v  Fece  al  suo  tempo  più  cardi- 
nali suoi  amici  e  confidenti ,  intra  gli  altri  due  suoi 
nipoti  mplto  giovani,  e  uno  suo  zio  fratello  che  fa 
della  madre,  e  venti  tra  vescovi  e  arcivescovi  suoi 
parenti  e  amici  della  piccola  città  d' Anagna  di  ricchi 
ve^ovudi,  e  l' altro  suo  nipote  e  figlinoli,  ch^  erano 
conti  come  addietro  facemmo  menzione ,  lasciò  loro 
quasi  infinito  tesoro  ;  e  4opo  la  morte  di  papa  Boni- 
fazio loro  zio,  furono  franchi  e  valenti  in  guerra, 
faccende  vendetta  di  tutti  i  loro  vicini  €  nimici,  ch'a- 
veano  traudito  e  offeso  a  papa  Bonifazio,  spendendo 


*  indurato,  fatto  abituale  e  nattura.  Poco  poi,  trovend  U 
dolore  impetrato  nel  euoref  che  toma  sottosopra  allo  slesso  : 
belle  maniere,  di  che  non  dovrebbe  difettare  il  Disionario. 

^  Vada  come  ecoeziona  par  quelli  cbe  danno  soomonica 
alle  maniere  dottore  in  Ugge,  prt^emcre  in  Itgg^  e  TOgUoao 
i!  dica:  dottore  in  leggi  eoo. 


IM 


CROFOCflB 


liifiMwle,  e  lefMtdo  il  loro  fifoprio  foUo  Ir»- 
cento  hnotd  uràìitri  eatalaai,  per  la  ed  fona  do- 
maroM  qnaai  UiUa  CiMpafM  e  terra  dj  Roau.  E  ae 
papa  Bonifazio  virendo,  areaae  crednto  che  fòaaono 
itati  coii  prò*  d*  arme  e  faloroai  in  fverra,  di  certo 
gli  avrebbe  Aittl  re  o  fran  aignorì.  E  nota,  die  quan- 
do papa  Bonifatio  fa  preao ,  li  novelli  Ai  mnnditi  il 
re  di  Prencii  per  più  corrieri  In  pochi  giorni,  per 
grande  illegretu,  e  oipitindo  i  primi  corrieri  ad  An- 
aiona  di  là  dalla  montagna  di  Briga,  il  veacovo  d*An- 
aiona,  il  quale  allora  era  nomo  d^oneataeaantarita, 
udendo  la  novella  quaai  istupl,  atando  uno  pesso  in 
ailensio  contemplando,  per  1* ammiratone  che  gli 
parve  della  preaura  4el  papa  ;  e  tornando  in  ae,  diaae 
palef  e  dinansi  a  più  buone  gente  :  //  re  di  Francia 
farà  di  questa  novella  grande  aUegre**a^  ma  f  ho 
per  ispirazione  «itewto,  cAe  per  questo  peccato  n"  è 
condannato  da  Dio,  e  grandi  e  dècersi  pericoli  e  av- 
versità con  vergogna  di  lui  e  di  suo  lignaggio  gli 
avverranno  auai  tosto^  e  egli  e"  figliuoli  rimarran^ 
HO  diredati  del  reame,  B  qneato  aapemmo  poco  tem- 
po appreaao  paasando  per  Anaiona,  da  peraone  degne 
di  fede,-  che  i\irono  preaenti  a  udire.  La  quale  aen- 
tenxia  i\i  profetia  in  tutte  le  ane  parti,  come  appreaao 


per  gli  tempi,  raodòntando  de'  fatti  del  detto  re  di   cominciò  àaaai  buone  coae,  e  moatrò  grìn  volere  ài 


Francia  e  de'  figliuoli,  ai  potH  trovare  il  vero.  B  non 
è  da  maravigliare  della  aentensta  di  Dio,  che  con 
tatto  che  papa  Bonihiaio  foaae  più  mondano  che  non 
riohiedea  aUa  aua  dignità,  e  fatte  avea  aaaat  delle 
coàe  a  diaptaoere  di  Dio,  Iddio  fece  pulire  lui  per  lo 
modo  che  detto  avemo,  e  poi  Toffenditore  di  lui  poli, 
non  tanto  per  Toffèae  della  persona  di  papa  BonlEi- 
lio,  ma  per  lo  peccato  commeaao  contro  alla  maeatà 
divina,  il  cui  coipetto  reppreaentava  in  terra.  Laace» 
reaM>  di  queata  materia,  oh»  ha  avuto  ano  fine,  e  tor- 
neremo alquanto  addietro  a  nccontare  de'  fitti  di 
Pirenae  e  di  Toacana,  ohr  furono  ne'  detti  tempi  u- 
aai  grandi. 

CAPITOLO  LXY. 

C'ome  •  Fioreniini  eòòono  U  casieUo  del  Montale,  e 
rame  feciano  oste  a  JHstoia  co'  Lucchesi  insietne. 


iomo  nMffl  a  Bologn  II  atvìo  e  vriente  nomo  mai- 
aer  Diao  Roìobì  di  IngeOo,  caro  cittadino,  il  qoile 
fn  fl  auggiore  e  il  più  aavio  legisln  che  foaae  iidbie 
al  ano  tempo.  B  in  qneato  medesimo  tempo  morì  ia 
Bologna  maoatro  Taddeo  detto  da  Bologna,  ma  era 
atito  per  ano  matrimonio  nostro  dttidino.  Il  qode 
fn  aommo  ftaisìano  aopra  tnlti  quegli  de*  criatiam. 

CAPITOLO  LXVL 
Come  fa  eletto  papa  ÉenedeUo  undécimo. 

Dopo  la  morte  di  papa  Bontfiuio,  Il  eolico 
de'  cardinali  rannati  insieme  per  eleggere  nuovo  pa- 
pa, come  piacque  a  Dio,  in  pochi  di  furono  in  con- 
cordia, e  chiamarono  papa  Benedetto  nndecimo,  a  A 
22  d'ottobre  nel  detto  anno  1303.  Questi  fu  di  Tre- 
vigi  di  piccola  nudone,  che  quasi  non  si  trovò  pa- 
rente, e  nudrissi  in  Vinegia  quand'  era  giovine  che- 
rico,  a  inaegnare  n' fanciulli  de' aignort  da  ca' Conno; 
poi  là  frate  predicatore,  '  uomo  savio  e  di  aanta  vitf, 
e  per  la  aùa  bontà  e  oneata  vita  ^er  papa  Bonifazio 
fa  fatto  cardinale,  e  poi  papa.  Ma  vivette  in  su  '1  pa- 
pato mesi  otto  e  mezxo;  ma  in  questo  piccolo  tempo 


Nell'anno  di  Cnato  1 303  del  meae  di  auiggio, 
i  PiorentìMi  abbono  il  caateUo  del  Montale  preaao  a 
fistola  a  quattro  miglia,  cavalcandovi  una  notte  an- 
bìtamente^  e  fti  loro  dato  per  tndiaMnto  di  certi  ter- 
raiaani,  che  n'  ebbono  tremila  fiorini  d'oro,  per  trat- 
Uto  di  messer  Paiaino  de'  Panai,  che  v'  era  vicino 
per  h  ava  poaseaaione  di  Paingiano.  D  quale  caalello 
era  aMlto  fòrte  di  m^lo  e  di  aMun  e  di  torri;  e  coaM 
ì  Piorentini  l'abbono,  il  feciono  abbattere  e  disfare 
inlno  nelle  ^|>ndnmentn,  e  la  enmpena  di  qneOo  co- 
mene,  eh' era  mollo  bnoM^  la  fociono  venire  in  Pireft- 
ae,  e  pvoaeaì  in  an  la  torre  del  palagio  deQa  podeatà 
per  campnM  de'  menai,  e  chiamoaai  la  -mi^iìir  B 
dìaMto  a  Montile,  del  dello  arnM  medeaimo  i  Pio- 
renIÙM  daTiM  porte  e' Lmèeai  deTnltra  feoìono 
oalo  atta  Cina  diPìaloin,e 

e 
e  lemmei  a  tnan  nnnan  conlrnnlo  nìuMk  In 


pacificare  icriatiani.  B  prima  fece  accordo  dalla  Chie- 
aa  al  re  di  Prancia,  e  ricomunicò  il  detto  re,  e  con- 
fermò ciò  che  papa  Bònifasio  avea  fiitto,  e  mandò  i 
Pirense  frale  Niccolò  da  Ptato  cardinale  ostiense  per 
legato,  ^r  pacificare  i  Piorentini  co'  loro  usciti,  co* 
me  innanii  faremo  menzione. 

CAPITOLO  nvn. 

Come  il  re  Adoardo  d' Inghilterra  riM^e  Guasco- 
gna,  e  sconfisse  gli  ScotH, 

In  queato  anno  Adoardo  re  d'Inghilterra  fece 
accordo  col  re  PiKppo  di  Prancia,  e  riebbe  la  Gti- 
scogna  faccendonegli  omaggio,  e  dò  assentì  lo  re  £ 
Prancia,  per  la  lenza  ch'avea  colla  Chiean  per  la  pre- 
sura che  fece  fare  di  papa  Bonifhzio,  e  per  la  gnem 
de'  Piamminghi,  acciocché  1  detto  re  d*  Inghiltem 
non  gli  foaae  contro.  E  in  questo  anno  medesimo  9 
detto  re  Adoardo  eaaendo  malato,  gli  Scotti  corsoao 
in  Inghilterra,  per  la  quel  cosa  il  fa  si  fece  portare 
in  barn,  e  andò  ad  oate  sopra  gli  Scotti,  e  aeoafis- 
aegli,  e  qneati  ebbe  in  ana  signoria  tutte  le  terre  é 
Scotìi,  ae  non  quelle  de'  marosi  e  diaspro  montagne, 
ove  rifuggirò  i  nbelli  Scotti  col  loro  re,  B  quale  a- 
vea  nome  Bnberto  di  Boaco,  di  piccolo  lignaggio  hfr 
Um  re. 

CAPITOLO  LXYML 


del 


per  valere  rivedere  le 


Mei  detto  anno  1303  dd  mese  di  Mbrafo,  i 
PioreaCÌM  Ira  loro  forono  in  grande  «aceidia,  per 
chea  menaerCono  DomIì  nnn  pnran  cs- 

Toln,egMptfm 


DI  filOVANNI  VILLANI. 


199 


essere  degno  ;  e  gli  tltri  grandi  e  popolani  possenti 
di  sua  parte  nera,  ayeano  presa  piìi  signoria  in  co- 
mune che  a  lui  non  parca,  e  già  preso  isdegno  coA 
loro,  0  per  superbia,  o  per  invidia,  o  per  volere  es- 
sere signore,  si  fece  di  nuovo  una  sua  setta  acco- 
standosi co*  Cavalcanti,  che  i  più  di  loro  erano  bian- 
chi, dicendo  che  voleva  si  rivede'ssqno  le  ragioni  del 
comune,  da  coloro  che  aveano  avuto  gli  ufici  e  la 
moneta  del  comune  ad  amministrare,  e  feciono  capo 
di  lóro  messer  Lottieri  vescovo  di  Firenze,  ch'era  dei 
^figliuoli  della  Tosa  del  lato  bianco,  con  certi  grandi 
contra  i  priori  e  1  popolo;  e  comhattési  la  città  in 
più  parti  e  più  cU,  e  armarsi  più  torri  e  fortezze  della 
città  al  modo  antico,  per  gittarsi  e  saettarsi  insieme; 
e  in  su  la  torre  del  vescovado  si  riz^ò  una  manga- 
nella pittando  a'  suoi  contrari!  vicini.  I  priori  s**  af- 
forzerò di  gente  e  d'arme  dì  città  e  di  contado,  e 
difesono  francamente  il  palagio,  che  più  assalti  e  bat- 
taglie furono  loro  date  ;  6  col  popolo  tennero  la  ca^a 
de'Gherardini  con  grande  seguito  di  loro  amici  di 
^contado,  e  la  casa  de' Pazzi  e  quella  degli  Spini,  e 
messer  Tegghia  Frescobaldi  col  suo  lato,  e  furono 
uno  grande  soccorso  al  popolo,  e  morinne  messer 
Lotteringo  de'  Gherardlni  d' uno  quadrello  a  una  bat» 
taglfa  ch'era   in  porte  Sante  Marie.  Altra  casa  dei 
grandi  non  tenne  col  popolo,  ma  chi  era  col  vescovjo 
e  con  messer  Corf  o,  e  chi  non  gli  amava  si  stava  di 
mezzo.  Per  la  quale  dissensione  e  battaglia  cittadina, 
molto  male  si  commise  in  città  e  contado  di  micidii 
e  d' arsioni  e  ruberie,  siccome  in  città  sciolta  e  rotta, 
sanza  niuno  ordine  di  signoria,  se  non  chi  'più  potea 
far  male  l'uno  all'altro;  ed  era  la  città  tutta  piena 
dì  sbanditi,  e  di  forestieri,  e  contadini,  ciascuna  casa 
colla  sua  rannata;  ed  era  la  terra  per  guastarsi  al 
tutto,  se  non  fossono  ì  Lucchesi  che  vennero. a  Fi- 
renze a  richiesta  del  comune  con  grande  gente  di 
popolo  e  cavalieri,  e.vollono  in  mano  la  questione  e 
la  guardia  della  città  ;  e  così  fu  loro  data  per  neces- 
sità balia  generale,  sicchò  sedici  di  signoreggiarono 
liberamente  la  terra,  mandando  il  bando  da  loro  par- 
te. E  andando  il  bando  per  la  città  da  parte  del  co- 
mune di  Lucca,-  a  molti  Fiorentini  ne  parve  male,  e 
grande  oltraggio  e  soperchio,  onde  uno  Ponciardo 
de'  Ponci  di  Yaccherecda,  diede  d' una  spada  nel  volto 
al  banditore  di  Lucca  quando  bandiva,  onde  poi  non 
feciono  più  bandire  da  loro  parte,  ma  adoperarono  sì, 
the  alla  fine  racquetaro  il  romore,  e  ciascuna  parte 
feciono  disarmare,  e  misono  in  quieto  la  terra,  chia- 
mando nuovi  priori  di  concordia,  rimanendo  il  popolo 
in  suo  ^tato  e  libertade,  sanza  far  nulla  punizione  de^ 
misfatti  commessi,  se  non  chi  ebbe  il  male  s' ebbe  il 
danno.  E  per  arrota  alla  detta  pestilenzia  fu  Tanno* 
gran  fame,  e  valse  lo  staio  del  grano  alla  rasa  più  di 
soldi  ventisei  di  soldi  cinquanta  due  il  fiorino  d'oro 
in  Firenze,  e  se  non  che  *1  comune^  e  que*  che  go- 
vernavano la  città  si  proYviddono  dinanzi,  e  aveano 
fatto  venire  pejr  mano  de'  Genovesi  di  Cicilia  e  di 


*  quell'anno:  e  questa  signifloasione  della  parola  anno 
posta  ood  assolatamente  si  dealdera  ancora  nel  Vocabo- 
lario, tuttoché  Vi  Sia  quella  di  anno  proàtwummU  pa$' 
§atOf  come  nel  Sacchetti:  Nov.  13,  Tu  tai  €hé  noi  vi  an^ 
wKiwno  annOm  ' 


Puglia  bene  ventisei  migliaia  di  moggia  di  grano,  i 
cittadini  e'  conta<flni  non  sarebbono  scampati  di  fa* 
me:  e  questo  traffico  del  grano,  fu  coli' altre  una 
delle  cagioni  di  volere  rivedere  li(  ragione,  del  co- 
mune, per  la  molta  moneta  che  vi  corse,  e  certi  a 
diritto  0  a  torto,  ne  furono  calunniati  e  infamati.  E 
questa  avversità  o  pericolo  della  nostra  città  non  fa 
sanza  giudicio  di  Dio,  per  molti  peccati  commessi  per 
la  superbia  e  invidia  e  avarizia  de' nostri  allora  vi- 
venti cittadini,  che  allora  guidavano  la  terra,  e  così 
de' ribelli  di  quella  come  di  coloro  che  la  governa- 
vano, di' assai  erano  peccatori,  e  non  .ebbe  fine  a 
questo,  come  innanzi  per  gli  tempi  si  potrà  trovare. 

CAPITOLO  LXIX. 

Come  il  papa  mandò  in  Firen%e  per  legato  il  car- 
dinale da  Prato  per  far  pace,  e  come  se  ne  par  A 
con  onta  e  con  vergogna. 

Nella  detta  discordia  tra'Fiorentini,  papa  Bene- 
detto con  buona,  intenzione  mandò  a  Firenze  il  car- 
dinale da  Prato  per  legato  per  pacificare  i  Fiorentini 
tra  loro^  e  simile  co*  loro  usciti  e  tatta  la  provincia 
di  Toscana,  e  venne  in  Firenze  a  <li  10  del  mese  di 
marzo  1303',  e  da' Fiorentini  fu  ricevuto  «  grande 
onDre  e  con  grande  reverenza,  come  coloro  che  pa- 
rca essere  partiti  e  in  male  stato;  e, coloro  ch'aveano 
stato  e  volontà  di  ben  vivere  amavano  la  pace  e  la 
concordia,  ed  era  converso  per  gli  altri.  Questo  mes- 
ser Niccolò  cardinale  della  terra  di  Prato  era  frate 
predicatore,  molto  savio  di  Scrittura  e  di  senno  natu- 
rale, sottile,  e  sagace,  e  avveduto,  e  grande  pratico, 
e  di  progenia  de'ghibelliafera  nato,  emo^trossi  poi, 
che  molto  gli  favorò,  con  tutto  che  alla  prima  mo- 
strò d' avere  buona  intenzione  e  comune  ^  Come  fu  in 
Firenze,  in  pubblico  sermone  e  predica  nella  piazza  di 
San  Giovanni,  mostrò  i  privilegi  della  sua  legazione, 
ed  ispuose  il  suo  intendimento  ch'avea  per  comanda- 
mento del  papa,  di  pacificare  i  Fiorentini  insieme.  I 
buoni  uomini  popolani  che  reggeano  la  terra,  paren- 
do loro  ^tare  male  per  le  novità  e  romòri  e  batta- 
glie, eh'  aveano  in  que' tempi  mosse  e  fatte  i  grandi 
contro  al  popolo  per  abbattere  e  disfarlo,  sì  s'acco- 
starono col  cardinale  a  volere  pace,  e  per  riforma- 
gione  degli  opportuni  consigli^  gli  iliedono  piena  e 
libera  balia  di  fare  pace  tra' cittadini  d'entro  e' loro 
usciti  di  fuori,  e  di  fare  i  priori  e  gonfalonieri  e  si- 
gnorie delia  terra  a  sua  volontà.  £  dò  fatto,  intese  a 
procedere  e  a  far  fare  più  pace  tra*  cittadini,  e  rinnovò 
l'ordine  de' diciannove  gonfalonieri  delle  compagnie 
al  modo  dell*  antico  popolo  vecchio,  e  chiamò  i  gon- 
falonieri, e  die'  loro  i  gonfaloni  al  modo  e  insegne 
che  sono  oggi,  sanza  rastrello'  deUa  'nsegna  del  re^ 
di  sopra  :  per  la  quale  nuova  riformagione  del  car- 


I  Ciò  confronta  con  quello  che  se  ne  dice  nella  Oonaea 
di  Dino  Compagni  e  dal  Muratori  ut' bjxoì  AnnaU  d:  lUiUa, 
MoBtrò  tP  avere  ìmofta  inientione  e  comune;  ciò  è  tenea  eo* 
gudfi  e  voleva  a  loro  legge  il  comune.  Questo  aver  comune 
hwmo  o  cattivo,  gue^o  o  ghibellino  ecc.  à  buona  aggiunta 
da  fare  al  Vocabolario.' 

'  Ciò  è  là  figura  del  rastrello  ohe  il  re  portava  per  in- 
segna nell'artne. 


200 


CRONKXB 


dinaie,  il  popolo  si  riscaldò  e  rafforzò  nolto,  e^frandi 
n^  abbassaro,  e  mai  non  inaro  A  corcare  noviladi  e 
opporre  al  cardinale  per  istnrbare  la  pace,  perchè  i 
bianchi  e*  ghibellini  non  avessono  stato  né  podere  di 
tornare  in  Firenze,  e  per  potere  godere  i  beni  Ipro 
messi  in  comune  '  per  ribelli,  in  città  e  in  contado. 
Per.  tutto  questo*  il  cardinale  non  lasciò  di  procedere 
alla  pace,  per  T  aiuto  e  favore  eh*  avea  dal  popolo,  e 
fece  Tenire  in  Firenze  dodici  sindachi  degli  usciti, 
due  per  sesto,  uno  de^maggiori  bianchi  e  uno  ghibd- 
lino,  e  fecegli  albergare  nel  borgo  di  San  Niccolò,  e  *1 
legato  albergara  pe"  palazzi  de'  Mozzi  da  San  Gre^, 
gorìo,  e  sovente  gli  aveva  a  consiglio  co*  caporali 
guelfi  é  neri  dì  Firenze,  per  trovare  i  modi  e  sicurtà 
della  pace;  è  ordinare  parentadi  tra  gli  usciti  e'gra'ndi 
d' entro.  In  questi  grattati,  a'possenti  guelfi  e  neri  pa- 
rca a  loro  guisa,  che  M  cardinale  sostenesse  troppo 
la  parte  de^  bianchi  e  de"*  ghibellini,  ordinarono  sot- 
tilmente per  scompigliare  il  trattato,  di  mandare  una 
lettera  contraffiiita  col  suggello  del  cardinale  a  Bo- 
logna e  in  Romagna  agli  amici  suoi  ghibellini  e  bian- 
chi, che  rimossa  ogni  cagione  e  indugio,  dovessouo 
venire  a  Firenze  con  gente  d^arme  a  cavallo  e  a  piò 
in  suo  aiuto;  e  chi  disse  pure  che  fu  vero  che  "1  car- 
dinale vi  mandò;  onde  di  quella  gente  venne  inflno  a 
Trespiano,  e  di  tati  in  Mugello.  Per  la  qual  venuta  in 
Firenze  n^ebbe  grande  soinbuglio  e  gelosia,  e  'I  legato 
ne  fu  molto  ripreso  e  infamato  :  ed  egli  o  avesse  col- 
pa 0  ho,  ^e  ne  disdisse  al  pòpolo.  Per  questa  gelosia, 
e  ancora  per  tema  eh'  abbono  d' essere  offesi  i  dodici 
sindachi  bianchi  e  ghibellini,  si  partirono  di  Firenze 
e  andarsene  ad  Arezzo,  e  la  gente  che  veniva  al  le- 
gato, per  suo  comandamento  si  tornarono  addietro  à 
Bologna  e  in  Romagna,  e  racquetarono  alquanto  la 

.  gelosia  in  Firenze.  Coloro  che  guidavano  la  terra 
consigliarono  il  cardinale  per  levare  sospetto,  ch*egli 
se  n^  andasse  a  Prato,  e  acconciasse  i  Pratesi  insieme 
e  simile  i  Pistoiesi,  e  intanto  si  piglierebbe  modo  in 
Firenze  della  generale  pace  degli  uscilf.  Il  cardinale 
non  possendo  altro,  cosi  fece,  e  in  buona  fe'o  no 
eh' avesse  intenzione,  sé  n'andò  a  Prato,  e  richiese  i 
Pratesi  che  si  rimeltessono  in  lui,  e  che  gli  voleva 
pacificare.  I  caporali  di  parte  nera  e' guelfi  di  Firenze 
veggendo  le  vestigie  del  cardinale,  ch'egli  favorava 
molto  i  ghibellini  e^bianchi  per  rimettergli  in  Firenze, 
e  vedeano  che  con  questo  il  popolo  il  seguiva,  aven- 
do sospetto  che  non  tornasse  a  pericolo  di  parte 
guelfa,  ordinarono  co'^uazzalotti  da  Prato,  possente 
casa  e  di  parte  nera  e  molto  guelfi,  di  fare  comin- 
ciare in  Prato  scisma  e  riotta  contro  'I  cardinale,  e 
levare  romore  nella  terra:  onde  il  cardinale  veggen- 
do i  Pratesi  male  disposti,  e  temendo  di  sua  persó- 
na, si  si  partì  di  Prato,  e  scomunicò  i  Pratesi,  e  in- 
terdisse la  terra,  e  vennesene  a  Firenze,  e  fece  ban- 
dire oste  sopra  Prato,  e  diede  perdonanza  di  colpa  e 
di  pena  chi  andasse  sopra  i  Pratesi,  e  molti  cittadini 

^  se  n'  apparécchiaro  pép  andarvi  a  cavallo  e  a  pie, 
gente  eh'  erano  in  fede  più  ghibellini  che  guelfi,  e 


^  confiscati,  incorporati  al  pnbbHco,  recati  al  pubblico. 
MeUere  o2  comune  o  in  comune  per  ewfiicare  è  beUa  eg- 
ffainta  da  §ut  al  Codice  dalla  lingua. 


andarono  inftno  «  Campi.  In  qoeato  ordine  di^roele, 
gente  assai  si  rannero  in  Firenze  di  oontadini  e  fo- 
restieri, e  cominciò  a  <irescere  il  sospetto  e  gelosìa 
a' guelfi,  onde  molti  che  afla  prima  aveano  tenuto  ed 
cardinale,  si  furono  rivolti*  per  gli  sdegni  che  vedea- 
no, e  i  grandi  di  parte  nera,  e  aimfle  quelli  che  piag- 
giavano col  cardinale,  si  guemirono  d'arme  e  di 
gente,  e  la  città  f^  tutta  scompigliata  e  per  combat- 
tersi insieme.  Il  legato  cardinale  veggendo  che  non 
potea  fornire  suo  intendimento  di  fare  oste  a  Prato, 
e  la  città  di  Firenze  disposta  a  battaglia  cittadina  tra 
loro,  e  di  quelli  ch^veano  tenuto  con  lui,  fattiti  con-* 
tradii,  prese  sospetto  e  paura,  e  subitamente  si  partì 
di  Firenze  a  dì  4  di  giugno  1 304,  dicendo  a*Fiorentini: 
Dappoiché  volete  essere  in  guerra  e  in  maladUùone, 
e  non  volete  udire  né  tibbidire  il  messo  del  picario 
di  Dio,  -né  avere  riposo  "né  pace  tra  voi,  rimanete 
colla  maladizione  di  JHo  e  con  quella  di  Santa 
Chiesa,  scomunicando  i-  cittadini,  e  lasciando  interi- 
detta  la  cittade,  onde  si  tenne,  che  per  quella  mata- 
dizione,  o  giusta  o  ingiusta,  ne  fosse  sentenzia  e 
gran  pericolo  della  nostra  cittade,  per  le  avversità  e 
pericoli  che  le  awepàero  poco  appresso,  come  in- 
nanzi faremo  menzione. 

CAPITOLO  LXX. 

Come  (adde  il  ponte  alla  Carraia^  e  moriwi  molta 

genie. 

In  questo  medesimo  tempo  che  'I  cardinale  da 
Prato  era  in  Firenze,  ed  era  in  amore  del  popolo  e 
de'  cittadini,  sperando  che^  mettesse  buona  pace  tra 
loro,  per  lo  caien  à\  maggio  1304,  coane  al  buono 
tempo  passato  del  tranquillo  e  buono  stato  di  Firen- 
ze, s'usavano  le  compagnie  e  le  brigato  di  sollazzi 
per  la  cittade,  per  fare  allegrezza  e  festa,  si  rinno- 
varono e  fecionsene  in  più  parti  della  città,  a  gara 
r  una  contrada  dell*  altra,  ciascuno  chi  meglio  sapea 
e  potea.  Infra  T  altre,  come  per  antico  a>eano  per 
costume  quegli  di  borgo  San  Friano  di  fare  più  nuovi 
e  diversi  giuochi,  sì  mandarono  an  bando,  che  chiun- 
que volesse  sapere  novelle  dell'altro  mondo,  do- 
vesse essere  il  dì  di  caIen  di  maggio  in  su  1  ponte 
alla  Carraia,  .e  dMntorno  alPArno;  e  ordinaroho 
in  Amo  sopra  barche  e  navicelfe  palchi,  e  fecionvi 
la  simiglianza  e  figura  dello  'nferno  con  fuochi  e  al- 
tre pene  e  martorii,  con  nomini  contraffatti  a  de- 
monia  orribili  a  vedere,  e  altri  i  quali  aveano  figure 
d*  anime  ignudo,  che  pareano  persone,  e  mettevan- 
gli  in  quegli  diversi  tormenti  con  grandissime  grida, 
e  strida,  e  tempesta,  la  quale  parca  odiosa  e  spa- 
ventevole a  udire  e  a  vedere  ;  e  per  lo  nuovo  giuoco 
vi  trassono  là  vedere  molti  cittadini,  e  '1  ponte  alll 
Carraia  il  quale  era  allora  di  legname  da  pila  a  pila*, 
si  caricò  ai  df  gente  che  rovinò  in  più  parti,  e  cadde 
colla  gente  che  v'  óra  suso,  onde  molte  genti  vi  mo- 


'  «i  mataroDO  di  parere, 

?  PilMtri  su  cui  poaaT*  h  intraTatnra  o,.  altrimenti,  la 
volta  degli  archi  del  ponte:  à  da  modificarne  la  dedniidone 
nel  Vocabolario. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


101 


rìrooo  e  annegaroBO,  e  molti  se  ne  gaastarono  le 
persone,  sìcehè  il  giuoco  da  beffe  avrenne  col  vero, 
e  compera  ilo  il  bando,  mbltf  per  morte  n* andarono 
a  sapere  novelle  delP altro  mondo,  con  grande  pianto 
e  dolore  a  tutta  la  cittade,  che  ciascuno  vi  credea 
avere  perduto  il  figliuolo  o  M  fratello;  è  fu  questo 
segno  del  futuro  danno,  cho  in  corto  tempo  dovea 
venire  alla  nostra  cittade  per  16  soperchio  delle  pec- 
cata de*  cittadini,  siccome  appresso  faremo  mensioné. 

CAPITOLO  LXXL 

Come  fu  messo  fuoco  ti»-Fir«ii»e,  e  arsene  una  buo- 

na  parie  dèlia  ^iliade, 

Partito  il  cardinale  da  Prato  ^i  Firenze  per  lo 
modo  che  detto  avemo  addietro,  la  città  rimase  in 
male  stato  e  in  gran'de  scompìglio,  the  la  setta  che 
tenea  col  cardinale,  onde  erano  caporali  i  Cavalcanti 
e*  Gherardini,  Pulci  e'  Cerchi  bianchi  del  Garbo,  cde 
erano  mercatanti  di  papa  Benedetto,  con  seguito  di 
più  case  dì  popdlo;  per  ìema  ch^  e*  grandi  non  rom- 
p'essono  il  popolo  se  avessono  la  signorìa,  e  ciò  fu- 
ro;io  delle  maggiori  case  e  famiglie  de"  popolani  di 
Firenze,  come  erano  Magalotti,  e  Mancini,  Pernszi, 
Antellesi,  e  Baroncelli,  e  Acciainoli,  e  Alberti,  Strozzi, 
Ricci,  Tolosini  e  Albizzi,  e  più  altri,  ed  erano  molto 
guemiti  di  fanti  e  di  gente  d'arme:  I  contradii  di  parte 
nera  erano  i  principali,  messer  Rosso  della  Tosa  col 
suo  lato  de'  neri,  messer  Pazzino  de'  Pazzi  co^  tutti 
i  suoi,  la  parte  degli  Adimari  che  si  chiamano  i  Ca- 
Ticciuoli,  e  messer  Geri  Spini  e'  suoi  consorti,  e  mes- 
ser Retto  Brunelleschi  ;  messer  Corso  Donati  si  ^tava 
di  mezzo,  perch*  era  infermo  di  gotte ,  e  per  lo  sde- 
gno preso  con  questi  caporali  di  parte  néra  *,  e  quasi 
lotti  gli  altri  grandi  si  stavano  di  mezzo,  e'  popolani, 
salvo  i  Medici  e'  Giugni,  cb'  al  tutto  erano  co'  neri. 
E  cominciossi  la  battaglia  tra'  Cerchi  bianchi  e'  Gia- 
gni  alle  loro  case  del  Garbo,  e  combattevisi  di  dì  e 
di  notte.  Alla  fine  si  difesono  i  Cerchi  coll'aiuto  de' 
Cavalcanti  e  Antellesi,  e  crebbe  tanto  la  forza  de'  Ca- 
valcanti e  Gherardini,  che  co'  loro  seguaci  corsono 
la  terra  infino  in  Mercato  vecchio,  e  da  Orto  San  Mi- 
chèle inflno  alla  piazza  ii  San  Giovanni  sanza  contra- 
sto o  riparo  ninno,  perocché  a  loro  crescea  forza  di 
città  e  di  contado  ;  perchè  la  più  gente  di  popolo  gli 
seguivano,  e*  ghibellini  s' accostavano  a  loro  ;  e  ve- 
nieno  in  loro  soccorso  tpie'  da  Volognanò  con  loro 
amici  con  più  di  mille  fanti,  e  già  erano  in  Bisarnp/, 
e  di  certo  in  quello  giorno  eglino  avrebbono  vinta  la 
terra,  e  cacciatone  i  sopraddétti' caporali  di  parte  nera 
e  guelfa,  ì  quali  aveano  per  loro  nimici,  perchè  si 
disse  eh'  aveano  fatto  tagliare  la  testa  a  messer  Retto 
Gherardini,  e  a  Masino  Cavalcanti,  e  agli  altri,  come 
addietro  facemmo  menzione.  E  com'erano  in  sul  fio- 
rire e  vincere  in  più  parti  della  terra  ove  si  combat- 
teva i  loro  nimici,  awenue,  come  piacque  a  Dio,  o 
per  fuggire  maggior  male,  o  permise  per  pulire  i  pec- 
cati de'  Fiorentini,  che  uno  ser  Neri  Abati,  cherico  e 
priore  di  San  Piero  Scheraggio,  uomo  mondano  e  dis- 
sellilo^ e  ribello  e  nimico  de'  suoi  consorti,  con  fuo- 


co temperato  *,  in  prima  mise  làoco  in  ^a  i  snoi 
consoni  in  Orto  San  Michele,  e  poi  in  CaUmala  fio- 
rentina io  casa  i  Caponsscchi  presso  alla  bocca  di 
Mercato  vecchio.  E  fu  si  empito  ^  e  -furioso  il  mala- 
detto  fuoco  col  conforto  del  vento  a  tramontana  che 
traeva  forte,  che  in  quello  giorno  arse  le  case  degli 
Abati  e  de'  Macci;  e  tutta  la  loggia  d*  Orto  San  Mi- 
chele, e  casa  gli  Amieri,  e  Toschi^  e  Cfpriani,  e  Lam- 
berti, e  Rachini,  é  Ruiamonti,  e  tutta  Calimala  è  le 
case  de'  Cavalcanti,. e  tutto  intorno  a  Mercato  nuovo 
e  Santa  CicjUa,  e  tutta  la  ruga  di  porte  Sante  Marie 
infino  al  pónte  vecchio ,  e  Vaccher^ ccia,  e  dietro  a 
San  Piero  Scheraggio ,  e  le  case  de'  Gherardini,  e 
de'  Pulci,  e  Amidei,  e  Lucardesi ,  e  di  tutte  le'  vici- 
nanze dei  luoghi  noniati  quasi  inflno  ad  Arno,  e  in- 
somma arse  tutto  il  midollo  e  tuorlo  ^  e  cari  luoghi 
della  città  di  Firenze,  e  furono  in  quantità,  tra  pa- 
lagi e  torri  e  case,  più  di  millesettecento.  Il  danno 
d'arnesi,  tesauri,  e  mercatanzie  fu  infinito,  e  peroc- 
ché in  qne'  luoghi  era  quasi  tutta  la  mercatanzia  e 
coae  c^re  di  Firenze,  e  quella  che  non  ardea,  isgom- 
brandosi ,  era  rubata  da'  malandrini ,  combattendosi 
tuttora  la  città  in  più  parti,  onde  molte  compagnie  e 
schiatte  e  famiglie  fqrono  diserte,  e  vennono  in  po- 
vertade  per  la  detta  arsione  t  ruberia.  Questa  pisto- 
lenza  avvenne  alla  ilostra  città  di  Firenze  a  dì  10  di 
giugno,  gli  anni  di  Cristo  1304^  e  per  questa  ca- 
gione i  Cavalcanti,  i  quali  erano  delle  più  possenti 
case  e  di  genti,  e* di  possessioni,  e  d'avere  di  Fi- 
renze, e'  Gherardini  grandissimi  in  contado,  j  quali 
erano  caporali  di  quella  setta ,  essendo  le  loro  case 
e  de'  loro  vicini  e  aeguaci  arse,  perdeh)  il  vigore  e 
lo  statò ,  e  furono  cacciati  di  Firenze  come  rubelli, 
e'  loro  nemici  racquiiitarono  lo  stato,  e  furono  si- 
gnori della  terra.  E  allóra  si  credette  bene  che  i 
grandi  rompessono  gli  ordini  della  giustizia  del  po- 
polo, e  avrebbonlo  fatto.  Se  non  che,  per  le  loro  sette 
erano  partiti  in  discordia  insieme,  e  ciascuna  parte 
s'abbracciò  col  popolo  per  non  perdere  stato.  Con- 
viene ancora  lasciare  alquanto  a  raccontare  dell'altre 
novitadi  che  in  questi  tempi  furono  .in  più  parti,  per- 
ché' ancora  ne  cresce*- materia  dell' avversa  fortuna 
della  nostra  città  di  Firenze  ^. 

CAPITOLO  LXXn. 

Come  i  bianchi  e'  ghibellmi  vennero  alle  portfi  di 
Firèn»e  e  andarne  in  isconfiua. 

Tornato  il  cardinale  da  Prato  al  papa  ch'era  a 
Perugia  coll^  corte,  sì  si  dolse  molto  di  coloro  che 
reggeano  la  città  di  Firenze,  e  molto  gli  abbominò 


'  fìioco  M^fisiiito. 

'  impetiioso.'  Come  ug^;.  manca  questa  voce  alla  Crusca. 
Di  questo  incendio  Dino  Compagni  ci  dà  una  splendida 
descrizione,  calsante  ad  nn  tempo  e  più  oiroostanaiata. 

'  La  parte  malore  e  il  centro  della  città. 

*  La  ^Ghmtina  e  molte  altire  :ttampe  obiadano  contro 
senso  il  capitolo  :  Convienci  la$ciar$  di  raccontare  di  questo; 
e  ancora  diremo  delle  <Utre  notnladi  che  in  queHi  (empi  fu' 
reno  in  pia  pttrti,  perchè  ancora  ne  creice  materia  deU'  à^' 
verea  fortuna  della  noetra  città  di  FùrénMe.  E  di  rero  il 
Villani  fa  II  contrario  poi  di  quello  che  qai  à  detto,  cioè 
seguita' a  dire  di  Firense  e  lascia  le  altre  novitadi. 


303 


CRONICHE 


dinanEi  al  papa  e  al  collegio  de*  cardinali  di  più  crì- 
mini e  diretti,  mostrandoli  peccatorì  nomini,  e  ninici 
di  Dio  e  di  Santa  Chiesa,  e  raccontando  il  disonore  e 
tradimento  ch'aveano  fatto  a  Santa  Chiesa,  volendogli 
porre  in  buono  stato  e  pacifico  ;  per  la  qual  cosa  il 
papa,  e'  suoi ~ cardinali  si  turbarono  forte  contra  i 
Fiorentini ,   e  per  consiglio  del  detto  cardinale  da 
Prato,  fece  il  papa  citare  dodici  de"*  maggiori  capo- 
rali di  parte  guelfa  e  nera  che  fossono  in  Firenze,  i 
qua4  guidavano  tutto  lo  stato  della  cittade,  i  nomi 
de^  quali  furono  questi:  messer  Corso  Donati,  mes- 
ser  Rosso  della  Tosa,  messer  Passino  de"  Pazzi,  mes- 
ser Gerì  Spini,   messer  Batto  Brunelleschi,  che  do- 
yessono  venire  dinanzi  a  lui  sotto  pena  di  scomuni- 
cazione e  privazione  di  loro  beni;  i  quaU  obbedienti 
incontanente  v"  andarono  con  grande  compagnia  di 
loro  amici  e  familiari  molto  onorévolmente,  e  furono 
più  di  centocinquanta  a  cavallo,  per  iscnsarsi  al  papa 
di  quello  che  M  cardinale  da  Prato  avea  loro  mesfo 
addosso  ^  E  in  questa  richiesta  e  citazione  di  tanti  ca- 
porali di  Firenze,  il  cardinale  da  Prato  sagacemente 
si  pensò  uno  grande  tradimento  contro  a'  Fiorentini, 
che  incontanente  scrìsse  per  sue  lettere  a  Pisa,  e  a 
Bologna,  e  in  Romagna,  ad  Arezzo,  a  Pistoia,  e  a 
tutti  i  caporali  di  parte  ghibellina  e  bianca  in  To- 
scana e  di  Romagna,   che  si  dovessono  congregare 
con  tute  le  loro  forze  e  degli  amici  a  pie  e  a  ca- 
vallo e  in  uno  di  nomato  venire  con  armata  mano  alla 
città  di  Firenze ,  e  prendere  la  terra ,  e  cacciarne  j 
neri  e  coloro  eh'  erano  stati  contro  a  lui,  e  che  ciò 
era  di  coscienza  e  volontà  del  papa  (la  qual  cosa  era 
grande  bugia  e  falsità,  che  il  papa  di  ciò  non  seppe 
niente)  confortando  ciascuno/  che  venissono  secnra- 
mente,  perchò  la  città  era  fiebole  e  aperta  da  più 
parti,  e  che  per  sua  industria  n'avea  tratti,  e  fatti 
citare  a  corte  tutti  i  caporali  di  parte  nera,  e  dentro 
avea  gran  parte  che  risponderebbono  loro,  e  d^reb- 
bono  la  terra,  e  che  facessono  loro  ragunata  e  veniva 
segreta,  e  tosto.   I  quali  avute  queste  lettere  furono 
molto  allegri,  e  confortandosi  del  favore  del  papa, 
ciascuno   a   suo   podere  si  guemi  e  mosse  a  venire 
verso  i^irenze  al'a  giornata  ordinata.  E  prima  due  di 
per  la  grande^  volonlade,  i  Pisani  colle  loro  masnade 
e  con  tutti  i  Fiorentini  rimasi  in   Pisa  in  quantità  di 
quattrocento   uomini  da  cavallo,  onde  fu  capitano  il 
conte  Fazio,  vennero  inftno  al  castello  di  Marti  :  tutta 
Taltra  ragunata  de*  bianchi  e  ghibellini  vennero  ver<^ 
so  Firenze  per  modo  si  segreto,  che  furono  alla  La- 
stra sopra  Montughi  in.  quantità  di  milleseicento  ca- 
vatierì  e  dì  novemila  pedoni,  innanzi  che  in  Firenze 
si  credesse  per  la  più  gente,  perocch'elli  non  lascia- 
vano venire  a  Firenze  niuno  messro  che  ciò  annun- 
ziasse ;  e  se  fossono  scesi  alla  città  il  di  dinanzi,  sanza 
dubbio  aveano  la  terra,   perocché  non  v' avea  nulla 
provvedenza,   né  guernigione  d'arme  nò  difesa.  Ma 
elli  s'arrestarono  la  notte  ad''  albergo  alla  Lastra  e  a 
Trespiano  infino  a  Fontébnona,  per  attendere  messer 
Tolosato  degli  liberti  capitano  di  Pistoia,  il  quale 
facea  la  via  a  traverso  dell'  Alpe  con  trecento  cavà- 
lierì  pistoiesi  e  soldati,  e  coq  molti  a  piede  ;  e  veg- 


I  che  loro  aveva  apposto;  di  che  11  aveva  accuflati. 


gaado  che  la  mattila  non  venia,  gli  uscifi  di  Firenze 
si  ToUono  studiare  di  venire  alla  terra,  credendola 
avere  sanza  colpo  di  spada,  e  cosi  fecioBO,  lasciando 
i  Bolognesi  alla  Lastra ,  che  per  loro  viltà,  o  forse 
perchò  a'  guelfi  eh*  erano  tra  loro  non  piacea  U  'm^ 
presa  :  vegnendo  V  altra  gente,  entraro  nel  borgo  di 
San  Gallo  sanza  nullo  contrasto,  che  allora  non  erano 
alla  città  le  cerchie  delle  mnra  nuove,  né  i  fossi,  e 
le  vecchie  mura  erano  schiuse  e  rotte  in  più  parti.  B 
entrati  dentro  a'  borghi  ruppono  uno  serraglio  di  le- 
gname con  porta  fatto  nel  borg^,  il  quale  fh  abbaa- 
donato  da'  nostrì  e  non  difeso,  del  quale  gli  Aretini 
trassono  i|  chiavistello  della  detta  porta,  e  per  di- 
spetto de'  Fiorentini  il  portarono  ad  Arezzo,  e  può- 
sonlo  nella  loro  chiesa  maggiore  di  Santo  Donato.  E 
venuti  i  detti  nemici  giù  per  le  borgora  verso  h  cit- 
tade, si  scbieraro  in  su  '1  Cafaggio  di  costa  a'  Servi, 
e  furono  più  di  dodici  centinaia  di  eavatierì  e  popolo 
grandissimo,  per  molti  contadini  seguitigli)  e  di  que* 
d'entro  ghibellini  e  bianchi  usciti  à  loro  aiuto ^  la 
quale  fu  per  loro  mala  capitaneria,  come  diremo  ap- 
presso, che  si  puosono  in  luogo*  sanza  acqna  ;  che  se 
si  fossono  schierati  in  su  la  piazza  di  Santa  Croce, 
aveanq  il  fiume  e  l'acqua  per  loro  e  per  gli  cavalli,  e 
la  Città  rossa  ^  d' intomo  fuorì  delle*  mura  vecchie, 
eh*  era  tutta  accasata  da  starvi  al  sicuro  ogni  grande 
oste,  ma  a  cui  Iddio  vuole  male  gli  toglie  il  senno  • 
r  accorgimento.  Come  la  sera  dinanzi  si  seppe  la  no- 
vella, in  Firenze  ebbe  grande  tremore  e  sospetto  dì 
tradimento,  e  tutta  la  notte  si  guardò  la  terra;  ma 
per  lo  sospetto  chi  andava  qua,  e  chi  là,  sanza  ordi- 
ne niuno,   isgdmbrando  ciascuno  le  sae  case.  E  di 
vero  si  disse ,  che  delle  maggiorì  e  mìgliorì  case  di 
Firenze  di  grandi,  e  de*  popolani,  e  guelfi  seppono 
il  detto  trattato,  e  promesso  aveano  di  dare  la  terra; 
ma  sentendo  la  gran  forza  de'  ghibellini  di  Toscana 
e  nimici  del  nostro  comune,  i  quali  erano  venuti  co* 
nostri  usciti,  temettono  forte  di  loro  medesimi,  e  d'es- 
serne poi  cacciati  e  rubati,  si  rimossono  proposito  ^ 
e  inlesono  alla  difensa  con  gli  altrì  insieme.    Certi 
de'  nostri  caporali  usciti  con  parte  della  gente,  si  par- 
tirono di  Cafaggio  dalla  schiera,  e  vennero  alla  porta 
degli  Sp;idarì,  e  quella  combatterò  e  vinsono,  e  en- 
traro delle  loro  insegne  e  di  loro  infino  presso  alU 
piazza  di  San  Giovanni  ;  e  se  la  schiera  grossa  ch'era 
io  Cafaggio  fosse  venuta  appresso  versola  terrft,.e 
assalita  alcuna  altra  porta ,  di  certo  non  aveano  rì- 
paro.  Nella  piazza  di  San  Gioyanni  erano  rranati  tatti 
i  valenti  uomini  e*,  guelfi  cha  int^ndeano  alla  difen- 
sione  della  città,  non  però  grande  quantità  (forse 
duecento  cavalierì  e  cinquecento  pedoni)  e  oon  forza 
delle  balestra  grosse  ripinsono  i  nimici  fuorì  della 
porta,  e  con  danno  d'  alquanti  presi  e  morti.  La  no- 
vella andò  alla  Lastra  a'  Bolognesi  per  loro  spie,  a 
rapportarono  che  i  loro  erano  rotti  e  sconfitti,  e  in- 
contanente sanza  saperne  il  certo,  che  non  era  però 
vero,  si  misero  in  via ,  chi  meglio  poteo  fuggire  ;  e 


'  Quella  parte  di  FireLzo  che  à  da  S.  Ambrogio  fino  a 
8.  Croce. 

*  Rimuover  proponto  por  mtUor  pmuiero  potrà  MSera 
aggiunto  al  Vocabolario,  dove  nello  stesio  significato  à  i^ 
gifltrato  :  rimuover  V  animo.  ' 


DI  GIOVAIWI  VILLANI.  203 

seontraùdogìi  ines$er  Tolosato  con  sua  gente  in  Ma-  CAPITOLO  LXXIV. 

gello,  che  venia  e  sapea  il  vero,  gli  Tolle  ritenere  e  ^^^^  ^.  ^^,^  ,^^^^  ^  f^^^  ^  p^^^^  ^. 
nmenare  indietro  :  non  ebbe  luogo  né  per  pneghi  né  |  ^^^^  tempi 

per  minacce.  Quegli  della  loro  schiera  grossa  del  Ca- 
reggio, avuta  la  novella  dalla  Lastra,  còme  i  Bolo-         -  Nel  detto  anno  a  dì  5  d' agosto,  essendo  preso 
gnesi  8^  erano  partiti  in  rotta  \  come  piacque  a  Dio,  nel  palagio  del  comune  di  Firenze  Talano  di  messer 
incontanente  impaurirò,  e  per  io  disagio  di  stare  In-  Boccaccio  Caviociuli  degli  Adimari  per  malificio  com- 
flno  dopo  nona  a  schiera  alla  Tersa  del  sole,  e  gran  messo,  onda  dovea  essere  condannato,  i  suoi  con- 
' caldo  eh* era,  e  non  aveano  acqua  a  sofflcienza  per  sorti,   tornando   la  podestade  con  sua  famiglia  da 
loro  e  per  loro  cavalli,  cominciarono  a  cancellare  e  an-  casa  i  priori,  V  assalirò  con  arme  e  fedirono   ma- 
dare  via  in  fuga,  gittando  Tarmi  sanza  assalto  o  caccia   lamehte,  e  di  sua  famiglia  furono  morti  e  fediti  assai  ;  * 
di  cittadini,  che  quasi  e^  non  uscirono  loro  dietro,   eletti  Cavicciuli  entrarono  in  palagio,  e  per  forza 
se  non  certi  masnadieri  di  volontà;  onde  molti  de*   ne  trassono  il  detto  Talano  sanza   contrasto  niuno, 
nemici  ne  morirono  per  ferri  e  per  tra'felare,  e  rubati   e  di  questo  malificio   non  fu  giustizia   nò  punii  ione 
Tarmi  e'  cavalli,  e  certi  presi  f\irono  impiccati  nella   ninna,  in  sì  corrotto  stato  era  allora  la  città  di  Fi- 
piazza  di  San  Gallo,  e  per  la  via  in  su  gli  alberi,   renze.  E  la  podestà  ch*avea    nome  messer  Giliolo 
Ma  di  certo  si  disse^  che  con  tutta  la  partita  de'  Bo-   Puntagli  da  Parma,  per  isdegno  si  partio,  e  tornossi 
lognesi,  se  fossono  slati  fermi  insfno  alla  venuta  di  a  casa  sua  colla  detfa  vergogna,  e  la  città  rimase 
messer  Tolosato,  che  1  poteano  sicuramente  fare  per  sanza  rettore;  ma  per  necessità  i  Fiorentini  feciono 
lo  piccolo  podere  de'  cavalieri  difenditori  eh'  avea   in  luogo  di  podestà  dodici  cittadini,  due  per  sesto, 
in  Firenjie,  ancora  avrebbono  vinta  la  terra.  Ma  parve  uno  grande  e  uno  popolano,  i    quali  si  chjamarono 
operai  volontà  di  Dio,  che  fossono  ammaliati^,  per-   le  dodici  podestadi,  e  ressono   la    cittade  iofinoa 
che  la  nostra  città  di  Firenze  non  fosse  al  tutto  di-   tanto  che  venne  la  nuova  podestade. 
serta,  rubata,  ^  guasta.  Questa  non  preveduta  vitto- 
ria e  scampamento  della  dita  di  Firenze,  fu  il  dì  CAPITOLÒ  LXXV. 
di  Santa  NargheriU  a  dì  20  del  mese  di  luglio,  gli 

anni  di  Cristo  1 304  ^.  Avemo  fatta  sì  stesa  memoria.  Come  i  Fiorentini  feciono  oste  e  presono  il  castello 
perchè  a  ciò  fummo  presenti,  e  per  lo  grande  rì^' delle  Stinche  e  Montecalvi  che^l  teneano  i  bianchi. 
Schio  e  perìcolo  di  che  Dio  scampò  la  città  di  Fi-  !  " 

renze,  e  perchè  i  nostri  discendenti  ne  prendano  e-  '  Nel  detto  anno  e  mese   d'agosto ,  essendo  la 

semplo  e  guardia.  ^  città  di  Firenze  retta  per  le  dodici  podestadi,  ordi- 

'  narono  oste  per  perseguitare  i  bianchi  e'  ghibellini, 
-  CAPITOLO  LXXIH.  !  j  qy^ij  aveano  rìbellate  più  fortezze  e   castella  nel 

Come  gli  Aretini  ripresono  a  castello  di  Lolermo  '  ^^"^.f ^  l^^'f '\  ^"°\?.5"  "'^^  """  rubellalo  il 
cheH  teneano  i  Fiorentini.  ,  castello  delle  Slinche  in  Valdigneve  a  petizione  de 

Cavalcanti,  al  quale  andò  la  detta  oste,  e  puoservi 
Nel  detto  anno  1304  a  di  25  del  mese  di  luglio,  Tassedio  e  combatterlo,  e  per  parti  s'  arrenderò  pre- 
essendo  la  città  di  Firenze  in  tante  avversitadi  e  for-  gioni,  e  '1  castello  fu  disfatto,  e'  pregioni  ne  furono 
Ione,  gli  Aretini  con  gli  libertini  e*  Pazzi  di  Valdar-  menati  in  Firenze,  e  messi  nella  nuova  pregione  fatta 
no  vennero  con  lutto  loro  podere  di  gente  d' arme  a  per  lo  comune  in  su  'l  terreno  degli  liberti  di  costa 
cavallo  e  a  piede  al  castello  /li  Laterino,  il  quale  te-  a  San  Simeone,  e  per  lo  nome  di  que'  pregioni  venuti 
neano  i  Fiorentini,  e  aveano  tenuto  lungo  tempo  pef  dalle  Stinche;  che  furono  i  primi  che  vi  furono  mes- 
forza,'e  quello  colTaiuto  dei  terrazzani  fu  loro  dato;  si,  la  detta  pregione  ebbe  nome  le  Stinche.  E  disfatto 
e  la  rocca  la  quale  aveano  fatta  fare  i  Fiorentini,  e  il  castello,  e  partita  la  detta  oste,  ne  vennero  in  Val- 
T  aveano  in  guardia  messer  GualteroUo  de*  Bardi ,  dipesa  e  assedfaro  Hontecalvi,"  il  quale  aveano  rubel- 
perch*era  venuto  a  Firenze  per  le  noviladi  che  v'e-  lato  i  Cavalcanti,  e  quello  assediato  e  combattuto, 
rano  state,  convenne  s'arrendesse  pochi  di  appresso,  '  s' arrenderono  salve  le  persone;  ma  uscendone  uno 
perocch'era  rìmasa  mal  fornita,  e  per  le  novità  di  figliuolo  di  messer  Banco  Cavalcanti,  per  uno  de' fi- 
Firenze  non  aspettavano  soccorso.  E  alcuno  disse  gliuoli  della  Tosa  fu  morto,  ond'  ebbono  grande  bia- 
che  gli  libertini  suoi  parenti  il  ne  tradiro  e  ingan-  |  simo,  per  la  sicurtà  data  per  lo  comune,  e  nulla 
naro,  e  chi  disse  che  lo  *nganno  fu  fatto  al  comune,  giustizia  per  lo  comune  ne  fu.  Lasceremo  alquanto 
Della  qoale  perdita  del  castello  spiacque  molto  a'  delle  nostre  avverse  novità  di  Firenze,  e  faremo  in- 
Fiorentini,  perocch'era  molto  forte,  e  in  una  con-   cidenza,  tornando  alquanto  di  tempo  addietro  per 


Irada  che  tenea  molto  a  freno  gli  Aretini. 


'  partironsi  in  disordine,  a  precipiziO|  come  fossero 
stati  sconfitti  e  cacciati  dal  nemico.  Questo  semplice  e  pri- 
mitivo significato  della  maniera  partirsi  in  rotta  manche- 
rebbe alla  Crusca.   • 

^  storditi,  attoniti,  tolta  la  metafora   dagli  effetti    della 

'  Dino  Compagni  data  il  fatto  a*  dì  22  luglio,  e  v'  ag- 


raccontare  la  fine  della  guerra  dal  re  di  Francia  a" 
Fiamminghi,  la  qqale  lasciammo  addietro. 

CAPITOLO  LXXVI. 

Incidenza  ;  tornando  alquanto  addietro^  a  raccontare 
delle  storie  de"  f'iammingh^. 

Negli  anni  di  Cristo  1303,  i  Fiamminghi  con 


gioDge  particolari  importanti.  1  loro  Oste  grandissima  corsono  il  paese  d' Artese  fac- 


204 


CRONICHE 


cendo  grande  dammaggio,  e  arsono  il  borgo  d'Ar- 
ches  fuori  di  Santo  Mieri,  e  pnoaonai  a  campo  bel 
boaco  di  là  dal  finnie  della  Liscia.  I  Franceacbi  che 
erano  in  Santo  Mierì  più  di  quattromila  nomini  a 
cavallo  e  gente  a  piedi  asaai  col  maliscalco  di  Fran- 
cia, saviamente  ingannarono  i  Fiamminghi,  che  pvte 
di  loro  al  di  lungi  delP  oste  si  misono  in  guato  ^.  una 
notte,  e  T  altra  cavalleria  e  gente  de'Franceschi  assa- 
lirono i  Fiamminghi  dalla  parte  del  borgo  d'Arches. 
I  Fiamminghi  vigorosamente  tutti  si  misono  alla  in- 
contra de' Franceschi,  e  cominciarono  la  EulTa;  gli 
altri  Franceschi  ch'erano  nelPaguato  uscirono  al  di 
dietro  sopra  i  Fiamminghi;  i  quali  veggendosi  im- 
provviso assalire,  si  misono  in  isconfitta,  e  rjmason- 
ne  morti  più  di  tremila,  gli  altri  si  fuggirono  al  pog- 
gio di  Casella.  In  questo  medesimo  anno  e  tempo 
il  buon  messer  Guido  di  Fiandra,  il  quale  per  re- 
taggio della  madre  cusava  ragione  sopra  la  contea 
d*  Olanda  e  d*  Isilanda^  la  quale  tenea  il  conte  d' A- 
naldo  suo  cugino,  prima  coir  aiuto  e  forza  de' Fiam- 
minghi éorse  parte  della  contea  d' Analdo,  e  poi  con 
grande  oste  e  navilio  pass^  in  lailanda,  e  prese  la 
tèrra  di  Middelborgo,  e  quasi  tutto  il  paese  é  quelle 
isolOs  d*  intomo,  salvo  la  terra  di  Siligea,  la  quale  era 
molto  forte  e  bene  giiemila.  In  questo  anno  venne 
di  Puglia  in  Fiandra  messer  Filippo  figliuolo  del  conte 
Guido  di  Fiandra,  e  lasciò  e  rifiutò  al  re  Carlo  di 
Puglia  il  contado  di  Tieti,  di  Lanciano,  e  della  Guar- 
dia in  Abruzzi,  il  quale  egli  tisnea  in  fio  dal  re  e 
per  dote  della  moglie,  per  soccorrere  JI  padre  è' 
fratelli  e  il  suo  paese  di  Fiandra,  e  amò  meglio  d'es- 
sere povero  cavaliere  senza  terra,  per  aiutare  e  aoc- 
correre la  sua  patria  e  avere  onore,  che.  rimanere 
in  Puglia  ricco  signore.  Incontanente  che  fu  in  Fian- 
dra, da*  Fiamminghi  fu  fatto  signore  e  capitano  di 
guerra,  il  quale,  uso  in  Italia  e  in  Toscana  e  in  Ci- 
cilia alle  nostre  guerre,  fu  molto  sollecito  è  franco, 
perocché  alquanto  era  di  testa,  e  coli'  oste  de*  Fiant- 
minghi  andò  sopra  santo  ìliim^  e  corse  è  distrusse 
gran  parte  del  paese  infino  alla  marina  ;  e  poi  as- 
sediò la  guasta  terra  dell'  antica  città  di  Ternana  in 
Artese,  perocché  era  senza  mura,  pur  cinta  di  fosse, 
e  dentro  v'  erano  in  guardia  duecento  cavalieri  lom- 
bardi, e  millecinquecento  pedoni  toscani  e  lombardi 
e  romagnuoli  con  lance  lunghe  e  tutti  bene  armati 
alla  nostra  guisa,  onde  i  paesani  di  là  si  maravi- 
gliavano molto,  e  di  loro  aveano  grande  spavento  \ 
ì  quali  avea  fatti  venire  di  Lombardia  messer  Hu- 
Bciatto  Franzesi  e  messer  Alberto  Scotti  di  Piacenza, 
la  quale  era  una  buona  masnada  e  valente,  e  d' on- 
dp  i  Fiamminghi  più  torneano.  E  credendogli  i  Fiam-- 
minghi  avere  presi  in  Ternana,  perocché  per  la  mol- 
titudine di  loro ,  eh'  erano  più  dì  cinquantamila, 
aveano  preu  per  forza  la  porta,  e  valico  il  fosso, 
i  Lombardi  e'  Toscani  faccendo  serragli  e  sbarre 
nella  ruga  della  terra,  ritegnendo  e  .combattendo  co' 
Fiamminghi,  si  gli  resistetiòno  tutto  il  giorno  ;  ma 
crescendo  la  potenza  de' Fiamminghi,  per  la  molti- 
liCdine  loro  compresono  tutta  la  terra  d'intorno,  sal- 
vo dalla  parte  del  fiume,  e  credendosi    avere  cir- 


'  agfOAto. 


condati  e  presi  tutti  i  Lombardi  senza  riparo;  nu 
i  Lombardi  e*  Toscani,  come  savi  e  maestri  di  guer- 
ra, feciono  uno  bello  e  subito  argomento  al  loro 
scampo,  e  a  ingannare  i  Fiamminghi  :  ciò  fu,  eh*  e- 
glino  stiparono^  due  case  Tuna  incontro  airaltniy 
le  quali  erano  in  capo  del  ponto  del  fiume  della  Li- 
scia che  correa  di  costa  alla  torre,  è  vegnendo  rì- 
tognendo  la  battaglia  manesca^  coi  Fiamminghi,  la- 
sciandosi perdere  di  serraglio  in  serraglio  al  loro . 
scampo  e  ritratta,  come .  furono  prèsso  al  ponto  mi- 
sono fuoco  nelle  detto  case  stipato,  e  yaìicaronò  il 
ponte  sani  e  salvi,  e  di  là  M  fiume  slavano  schie- 
rati sonando  loro  s(romenti,  e  faccendo  schfrnie^ 
de'  Fiamminghi,  e  saettando  loro  ;  e  poi  ricolti  tutti, 
se  n'andarono  alla  torre  d'Aria  in  Artose,  e  poi 
alla  città  di^Tomai.  I  Fiamminghi,  per  la  forza  del 
gran  fuoco  non  ebbono  podere  di  seguirgli , .  on- 
de rimasono  con  onta  o  vergogna  scornati  dello 
ipganno  de' Lombardi,  [e  per  cruccio  misono  Xuò- 
co,  e  arsero  e  guastarono  totla  la  città  di  Terna- 
na; e  poi  senza  soggiorno  se  n'andarono  per  Ar- 
tese guastando  il  paese,  e  pnosonsi  ad  osto  alla  forto 
e'  ricca  città  di  Tornai  quasi  intomo  intomo  con  loro 
grande  esercito  continuo,  e  crescendo  loro  oste.  Ma  la 
città  era  ben  guernita  di  buona  cavalleria  e  delle  ma- 
snade de' Lombardi  e  Toscani,  che  poco  o  niento  gli 
curavano  ;  ma  di  continuo  le  detto  masnade  uscivano 
fuori  della  terra,  e  assalivano  1'  oste  de'  Fiamminghi 
di  di  e  di  notto,  dando  loro  molto  aOanno  e  solleci- 
tudine, e  faccendo  romire  ^  la  grandissima  oste  ;  e 
come  erano  cacciati  da'  Fiamminghi,  si  riduceano  in 
su'  fòssi  di  fuori  sotto  la  guardia  delle  torri  della 
città  e  de*  loro  balestrieri  ordinati  in  su  le  mura  ;  e 
nulla  altra  gento  facea  guerra  a'  Fiamminghi,  e  di  cui 
più'temessono  ;  e  per  questo  modo  "sovente  gabba- 
Vano  i  Fiamminghi.  In  questa  stanza  dell'  assedio"  di 
Tornai,  Io  re  di  Francia  molto  straccato  di  spendio, 
pec  trattato  del  conte  di  Savoia  si  presono  triegue 
per  uno  anno  da  lui  a'  Fiamminghi,  e  levossi  V  asse-^ 
dio  di  Tornai;  e'I  conte  Guido  di  Fiandra  fu  lascia- 
to di  pregione  sotto  sicurtà  di  saramento  e  di  sta- 
dichi,  e  di  ritornare  in  pregione  infra  certo  tempo  ; 
e  andò  così  vecchio  com*era  in  Fiandra  con  grande 
allegrezza  per  vedere  suo  paese  libero  dalla  aigno- 
ria  de*  Franceschi,  e  fare  festa  a'  suoi  discendenti  e 
buona  gento  del  paese.  É  ciò  fatto,  disse,  che  omai 
non  curava  di  morire,  quando  a  Dio  piacesse  ;  e  per 
lo  saramento  si  tornò  in  pregione  a  Compigno,  e 
poco  stante  sì  mori  ;  e  rendè  V  anima  a  Pio  in  aggio 
di  più  di  ottant'  anni,  come  valento  e  savio  uomo,  e 
buono  signore;  e,  lui  morto,  il  corpo  suo  fu  recato 
in  Fiandra,^  è  seppellito  a  grande  onore. 


'  circondarono  di  AtlpA,  doé  di  sterpi  seòchi,  stoppi*  • 
legno  minato  da  far  ftioco. 

*  battaglia  serrata,  da  vicino  :  manca  alla  Cmsca,  doro 
paro  si  cercherebbe  invano:  battaglia  di  mano^  per  a$§aUo 
repentino  dato  a  una  piazza  forte.  Combattere  maneseameiUé 
vale  da  vidmOf  por  qusnto  spazio  s*  arriva  colle  mani  — 
Più  sotto  vedi,  un  bellissimo  modo^  non  anche  registrato, 
laecioirsi  perdere. 

*  scherno,  schemi,  beffo. 

*  romoreggiaro. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


205 


capìtolo  LxrviL 

Come  fa  sconfitto  e  preso  in  mare  messer  Guido  di 
Fiandra  colta  sua  armata^  datf  ammiraglio  del  re 

di  Francia, 

Falliie  le  trìeguedal  re  di  Francia  a*  Fiammin- 
ghi 1^  anno  appresso  1 304,  lo  re  di  Francia  fece  ano 
grande  appareochiamentp  di  molti  baroni  per  andare 
in  Fiandra,  con  più  di  dodicimila  buoni  cavalieri  gen- 
tili nomini,  e  con  più  di  cinquantamila  pedoni  ;  e  col 
detto  esercito  e  cpn  grande  fornimento  passò  in  Fian- 
dra. In  mare  fece  suo  ammiraglio  messer  Rtni^ri  de"* 
Grimaldi  di  Genova,  valente  e  franco  uo;no  e  bene 
avventarosò  in  gnerra  di  mare,  il  quale  da  Ge- 
nova venne  nel  mare  di  Fiandra  con  sedici  galee 
bene  armate  al  soldo  del  re,  'per  guerreggiare  per 
terra  e  per  mare  i  Fiamminght,  per  levare  l'as- 
sedio della  terra  di  Siligea  in  Silanda^,  alla  quale 
era  il  buono  e'  valente  messer  Guido  di  Fiandra  con 
più  di  quindicimila  Fiamminghi  sanzà  quellf  del  paese 
di  sua  parte.  E  corseggiarono,  e  fatta  gran  guerra 
alle  terre  marine  di  Fiandra,  e  preso  molto  ìiavilie 
con  meroatanzie  de**  Fiamminghi  per  lo  detto  ammi**- 
raglio  si  andò  per  soccorrere  Siligea  con  veutf  navi 
armate  a  Calese,  e  colle  dette  sedici  galee.  Messer 
Guido  di  Fiandra  veggendolo  venire,  lasciò  fornito^ 
in  terra  air  assedio  a  Siligea  con  diecimila  Fiammin- 
ghi, e  armò  ottanta  navi,  ovvero  cocche,  al  modo  di 
qaello  mare,  fornite  con  castella  per  battaglia,  e  in 
ciascuna  mise  il  meno  cento  uomini  Fiamminghi  e  del 
paese,  ed  egli  in  persona  con  molta  buona  gente, 
salì  in  so  la  detta  armata  e  navilio,  t^vendo  il  detto 
messer  Rinieri  Grimaldi  e' Genovesi  per  niente,  per 
lo  poco  navile  eh"  avea  a  comparazione  del  suo  ;  ma^ 
non  istimava  quello  che  portavano  in  -mare  le  galee 
de**  Genovesi  annate.  S)  s'affrontaroho  insieme,  eTas- 
salto  fu  grande  e  forte  e  furioso  del  navilio  di  mes- 
ser Guido  per  gli  Fiamminghi,  per  lo  sopraslare  che 
le  sue  navi  colle  castella  armate  faceano  alle  galee 
deir  ammiraglio.  Ma  messer  Rinieri  conoscendo  il 
modo  ^el  combattere  di  quelle  navi,  e  della  marea  e 
ritratta  che  fa  quel  mare  per  lo'  fiotto^  sì  si  ritrasse 
addietro  a  remi  colle  sue  galee,  e  lasciò  le  suo  navi 
per  mbbandonat;,  le  quali  erano  armate  di  genti  di 
quella  marina  *,  onde  la  maggior  parte  furono  prese 
e  isbarattate,  e  credevasi  messer  Guido  e"  Fiammin- 
ghi avere  vittoria  de"  suoi  nemici,  e  messo  V  ammira- 


'  B  ttsto  jyaitDnaiì:  Fiandra^  ma  per  errore.  Vedi  più 
•otto  oap.  LUvm  e  eap.  LXXIX. 

'  fonùmento,  appareeeliio"  di  forse  da  cpoerra:.  manca 
In  questo  senso  il  sost.  fornito  alla  Cfosca,  dove  per  altro 
è  recato  un  passo  del  lib.  X,  LXXV:  voUe  aver  cavagli  e 
/amigtU  veetiU,  e  eavaUerif  e  donzelle^  e  fomiti  di  arnesi  e 
aver  larga  tavola,  E  quivi  si  notò  die  tale  è  la  ledono  del 
testo  Davansati  e  di  allri  buoni  testi  a  p«ina,  qnantanqne  i 
deputati  -alla  corr.  del  Deeam.  coirteggtaio  questo  luogo 
leggendo  fomite.  Ma  come,  io  dimando,  ftiggì  d' occhio  a' 
compilatori  questo  passo  del  lib.  Vin,  col  quale  confronta  ap-< 
puntino  r  ediz.  de'  Giunti,  è  dove  il  fornito  ha  nuovo  e 
bellissimo  significato? 

'  La  Giuntina:  ma  non  istimava  qudlo  che  porta  U 
mare.  Le  galee  d^  Genovesi  armate^  si  s*  affrontaroiìÒ  in- 
eieme  ecc. 


glio  in  fuga.  Ma  il  savio  ammiraglio  attese  colle  sue 
galee  tanto  che  tornò  il  Dotto  colla  piena  marea,  co- 
m^è  costume  di  quello  mare,  e  la  sua  gente  rinfìre- 
soata  venne  con  forte  rema^  delle  sue  galee  come  ca- 
valli correnti,  e  con  molti  balestrieri  e  moschetti  in 
su  ciascuna  galea  assalendo  e  saettando  le  cocche  e 
navi  deTiamminghi,  onde  molti  furono  fediti  e  mòrti. 
I  Fiamminghi  non  costumati  di  sì  fatto  assalto  e  bat- 
taglia, e  non  potendo  per  forza  di  vele  tornare  ad- 
dietro né  ire  innanzi,  isbigottiròno  molto.  I  Genovesi 
con  loro  navilio  mescolandosi  tra  1  navilio  deTiam- 
minghi,  sì  si  misono  quattro  galee  colf  ammiraglio  a 
combattere  la  grande  cocca  dello  stendale,  ov"  era 
messer  Gnido  di  Fiandra  co"  suoi  baroni,  e  quella  per 
forza  di  saettamento  e  per  prestezza  di  gente  con  le 
spade  in  mano  tagliando  da  pia*  parti  in  su  la  cocca^, 
quella  presono  con  molti  fediti  e  morti  da  ciascuna 
parte^  e  messer  Guido,  tra  gli  altri  eh"  erano  rimasi, 
^arrendeo  pregione.  E  presa  la  nave  di  messer  Gui- 
do, Taltre  furono  tutto  sconfitte  e  la  maggior  parte 
prese.  E  per  abbondante^  la  gente  de"Fiamminghi  che 
erano  air  assedio  a  Siligea  fìirono  assediati  eglino,  e 
per  difetto  di  vittuaglia  chi  fuggì  a  pericolo  di  mor- 
te, e  chi  s^arrendeo  pregione;  e  messer  Guido  con 
molti  altri  ne  fu  menato  preso  in  Francia^a  Parigi.. 
Questa  pericolosa  e  grande  sconfitta  ebbono  i  Fiam- 
minghi air  uscita  del  mese  d"  agosto  gli  anni  di  Cri- 
sto 1 304.  Ih  questo  medesimo  tempo  certi  di  Baiona 
in  Guascogna  con  loro  navi,  le  quali  chiamano  coc- 
che, passarono  per  lo  stretto  di  Sibilla,  e  vennero 
in  questo  nostro  mare  corseggiando^  e  feciono  danno 
assai;  e  d" allora  innanzi  i  Genovesi  e"  Viniziani  e"Ca^ 
talani  usaro  di  navicare  con  le  cocche,  e  lasciarono  il 
navicare  delle  navi  grosse  per  più'  sicuro  navicare,  e 
perchè  sono  di  meno  spesa  :  e  quésto  fu  in  queste 
nostre  marine  grande  mutazione  di  navilio. 

CAPITOLO  LXXVIII. 

Come  lo  re  di  Francia  sconfisse  i  Fiamminghi  a 

'    MonsimpeterL 

Nella  detta  slate  innanzi  la  sopraddetta  sconfitta 
di  messer  Guido  .di  Fiandra,  i  Fiamminghi  sentendo 
la  venuta  che  ^1  re  di  Francia  facea  sopra  loro,  fe- 
ciono grande  apparecchiamento  d^oste,  e  furono  più 
di  sesQantamila,  e  con  loro  signori  e  capitani  messer 
Filippo  di  Fiandra,  e  messer  Gianni  conte  di  Namnrro, 
e  messer  Arrigo  suo  fratello,  e  messer  Guglielmo  di 
Ginlierì,  con  gli  altri  baroni  di  Fiandra  e  di  Namnrro, 
e  d"Alamagna,  e  altri  lóro  amici  vennero  con  Joro 
oste  a  Lilla  e  «Ila  frontiera,  per  contradiare  al  re  o 
a  sua  gente  T  entrata  in  Fiandra.  La  gente  del  re  ve- 


•  '  con  forte  remata:  nuòvo  e  "bel  vocabolo  da  aggiungere 
alla 'Cruscai  tja  Giuntina  legge:  con  forti  remi,  ma  il  senso 
ne  dà  «  traverso. 

^  Le  parole  qui  soTverchiano  il  senso,   ma  non  &  cosa 
nuova  ne' cronisti  antichi  Cocca  è  spooio  di  naviglio. 

'  La  Giuntina  legge  per  errore  :  E  presa  la  nave  di  messer  , 
Guido,  le  altre  furono   tutte  sconfitte,   e   la  maggior  parte 
prese  e  per  abbandonate.  La  gente  de^  Fiamminghi  ecc.  Ri- 
tenendo la  lesione  del  testo  Davansati,  per  abbondiate  è 
i  bel  modo  ancora  da  regiftrare,  che  vale  «opropptU. 


2Q6 


CBOMICHE 


gnendo  dalla  parie  di  Tornai,  fcciono  una  grande  pun- 
ga '  al  passo  del  ponte  Agandino  in  sa  la  Liscia  per 
passare  il  fiume,  e  fuvvi  morto  il  valente  cavaliere 
messer  Gianni  Buttafoco  di  que^  di  Gianville  con  più 
altri  cavalieri  franceschi,  ma  alla  fine  i  Franceschi 
farono  vincitori  del  passo,  e  valicò  il  re  con  tutta  sua 
oste,  e  accampossi  tra  Lilla  e  Doagio  nella  valle  del 
luogo  detto  Monsimpeverì.  I  signori  di^iandra  con 
loro  oste  scesono  di  Monsimpeveri  ove  erano  accam- 
pati, e  stesono  loro  alberghi  e  tende,  e  accamparsi 
nella  piaggia  sanza  dirizzare  tende  o  trabacche,  con 
intenzione  di  venire  alla  battaglia  incontanente,  per 
le  novelle  eh*  aveano  già  della  sconfitta  d*  Isilanda  di 
messer  Guido;  e  puosonsi^  alla  rincontra  del  re  di 
Francia  e  di  sua  oste,  e  scesono  tutti  a  pie,  chi  avea 
ctvallo,  apparecchiati  di  combattere;  e  aveano  tanto 
carreggio^  che  di  loro  carri  per  loro  fortezza  e  si- 
curtade  si  chiusono  intorno  intorno  tutta  loro  .oste, 
che  girava  più  di  tre  miglia,  e  lasciarono^  al  ctfmpo 
cinque  uscite.  Ma  intanto  feciono  mala  capitaneria  di 
guerra,  che  quando  stesono  i  loro  padiglioni  e  tra^ 
bacche  levandosi  dal  poggio  di  Monsimpeveri,-  tutto 
torciarono^  e  caricarono  co'  loro  arnesi  e  vittuaglia 
in  su  le  loro  carra,  e  quasi  eglino  medesimi  s*  as- 
sediarono e  asseccaròno  ^;  ondej  Franceschi  assa- 
lendogli al  continuo  iu  i]uella  giornata  con  quattor- 
dici battaglie,  ciò  fono  schiere,  eh' aveano  fatte  di 
loro  cavalleria,  che  di  ciascuna  era  capitano  e  gui- 
datore uno  de'  maggiori  signori  di  Francia,  legnen- 
dogli  a  badalucchi  e  aggirandogli  d' intorno  con  loro 
schiere  ordinate,  sonando  trombe  e  nacchere  al  con- 
tinuo, molto  gli  affannavano;  e  eglino  rinchiusi  nel 
carrino  * ,  poco  si  poteano  aiutare  e  olTendere  i  Fran- 
ceschi. E  oltre  a  questo,  faccendo  i  Franceschi  ve- 
nire ì  loro  pedoni,  e  spezialmente  i  bidali,  ciò  sono 
Navarres i,  Guasconi,  e  Proenzali,  e.  con  altri  di  Lin- 
(uadoca,  leggieri  d'arme,  con  balestra  e  con  loro 
dardi  e  giavellotti  a  fusone^,  e  con  pietre  pugne- 
recce*  conce  a  scarpelli  a  Tomai,  onde  il  re  avea  fa^i 
venire  in  su  più  carra,  assalirò  il  c^irreggio  de'  Fiam- 
minghi, e  in  più  parti  lo  'ntorniaro  e  rubaro,  e  istan- 
do  in  su' carri  de*  Fiamminghi  saettando  e  gittan- 
do  pietre,  e  dardi  alle  schiere,  onde  molto  forte 
affliggeano  il  popolo  di  Fiandra;  e  massimamente  per- 
chè '1  tempo  era  caldissimo,  e  il  fornimento  di  bere  e 
di  mangiare  de' Fiamminghi  (rhe  poco  possono  sta- 


*  pugno.  Vada  per  quali!  cho  dicono  Avere  qualche 
volta  la  rima  &tto  foraa  al  divino  AUighierì  :  Pttre  a  nei 
converrà  vincer  la  punga.  Vedi  usata  questa  voce  anche  da 
Matteo  Villani  lìb.  IV,  cap.  XXV,  dalBocc.  neìVAmHo,  e  dal 
Bacchetti  nelle  Rimej  Le  metatesi  erano  frequentissime  nel 
pinole  e  negli  scrittóri.  Cosi  d  arrerrà  di  leggere  ne*  prò- 
$aU>ri  antichi  $Ufrmentii  itrvpo,  prUtOj  grcUa,  fràUm»  ecc. 
per  ttromentif  itupro,  pietra^  gloria^  lagrima, 

'  legarono,  attorsero  insieme.  Dante  Varad.  e.  IV.  dice  : 
Bé  mille  volte  violenza  U  torza^  ove  torza^  vale  torcia  scam- 
biando air  nstfto  di  que'  tempi  e .  del  nostro  volgo  il  et  in 
s.  Il  testo  Ms.  Davanzati  legge  a  sproposito  tornarono. 

*  si  consumarono,  si  ridussero  allo  sfl'emo.  Nel  lib. 
antec  e.  LXVin  abbiamo  asteccargli  di  vivanda  e  vincergli:  e 
al  e.  LXX  aueccheremo  lo  re  Carlo, 

*  trincea  formata  di  carri,  o  del  carriaggio  in  genere.^ 
'  in  copia  grande. 

"  appuntate,  atte  a  pungere. 


re  digiuni)  era  loro  malagevole  e  Bon  ordinato  da 
potere  avere,  perocch'  era  in  su'  earrì,  onde  molto 
furono  confusi.  E  stando  in  questo  tormento  infino 
presso  al  vespro,  non  potendo  piùdnrare,  quasi  co- 
me disperati  di  salute,  alquanti  di  loro  co'  loro  si- 
gnori e  capitani  ordinarono  d"^  uscire  della  baatìta 
de' carri,  e  assalire  l'oste  de* Franceschi; e  il  buono 
mes3f  r  Guglielmo  di  Giulieri  con  certi  eletti  di  Brag- 
gia  e  del  Franco  di  Bruggia  fu  una  schiera,  e  messer 
Filippo  di  Fiandra  con  eerti  di  quegli  di  Gante  e  del 
paese  un'  altra  schiera,  e  m'esser  Gianni  conte  di  Na- 
murro  con  certi  di  quegli  d'Ipro  e  della  marina  fu- 
rono un'  altra  schiera.  E  subitamente^  non  .prenden- 
dosi guàrdia  di  ciò  i  Franceschi,  uscirono  a  uno  se- 
gno e  grido  del  loro  campo*  da  tre  parti,  con  grande 
furia  e  romore  assalendo  aspramente i  Franceschi;  efii 
si  grande  e  fòrte  T  assalto  de' Fianuninghi,  che  messer 
Cario  di  Yalois,  e  '1  conte  di  San  Polo,  e  più  altre 
schiere  furono  rotte;  e'misonsi  in  volta.  U  buono  messer 
Guglielmo  di  Giulieri  con  que'  di  Bruggia  e  del  Franco, 
se  n'andarono  diritto  alle  logge  e  padiglione  del  re 
di  Francia  con  si  gran  furia,  uccidendo  chiunque  si 
parava  loro  innanzi,  sicché  non  ebbono  quasi  nullo 
contrasto;  sì  '  furono  al  padiglione  del  re,  trovando 
gli  arrosti  e  la  vivanda  della  cena  de' Franceschi  a 
fuoco,  e  quelle  tutte  rubaro  e  mangiarono,  e  andan- 
do cercando  la  persona  del  re,  il  trovarono  isprov- 
veduto  e  quasi  disarmato,  a  pie,  che  indosso  non  a- 
vea  arme,  se  non  uno  ghiazzerino^;  e  perchè  noi  tro- 
varono coir  armi  reali  indosso,  noi  conobbono,  che  di 
certo  morto  lo  avrebbono,  che  n' aveano  il  podere, 
e  avrebbono  finita  la  loro  guerra,  se  Iddio  l' avesse 
assentito  ;  e  pure  cosi  sconosciuto,  ebbe  lo  re  trop- 
po a  fare  a  montare  a  cavallo,  e  furongli  morti  «'pie 
parecchi  grandi  borgesi  di  Parigi,  eh'  aveano  l' uf- 
Gcio  di  metterlo  a  cavallo.  Ma  come  fu  montato,  co- 
minciò a  sgridare  i  suoi  e  a  dare  loro  conforto,  e 
di  suo  corpo  fare  maraviglie  d'arme,  come  quegli 
eh'  era  forte,  e  di  fazione  ^  di  corpo  il  meglio  Tor- 
nito che  nullo  cristiano  che  al  suo  tempo  vivesse; 
sicché  in  poca  d' ora  s' ebbe  riscosso  da'  neauci,  e 
messigli  in  volta,  e  ricoverato  ^  il  campo.  E  messer 
Carlo  suo  fratello  e  gli  altri  baroni  che  con  loro  schiere 
de*  cavalieri  fuggiano,  sentendo  che  il  re  con  sua 
schiera  tenea  campo,  tornare  addietro  e  ingrossa- 
re la  battaglia  del  re,. e  fu  sì  possente^che  mise  in 
rotta  e  in  isconAtta  i  Fiamminghi.  E  in  quella  pugna 
rimase  morto  il  buono  messer  Guglielmo  di  Giulieri 
con  più  cavalieri  e  baroni  è  buoni  borgesi  ch'erano 
con  lui,  ma  non  sanza  gran  dammaggio  de'  France- 
s(;hi,  eh»  in  quello  assalto  morie  il  conte  d' Alzur- 
ro,  e  '1  conte  Sansurre,  e  messer  Gianni  figlinolo 
del  duca  di  Borgogna,  e  più  altri  baroni  e  cavalieri 
in  quantità  di  millecinquecento  e  più,  e  de'  Fiammin- 
ghi vi  rimasono  morti  più  di  seimila,  e  luciarono  lutto 
il  loro  canino  e  arnese;  e  durò  P aspra  e  dura  bat^ 


'  infincliè  :  così  Dante  In/,  29  :  Che  nùn  guardoèti  iu  lù^ 
ri  fu  partilo. 

'  armatura  di  maglia  da  indossarsi  a  guisa  di  corazza. 

'  forma,  struttura. 

^  ricuperato,  racquietato. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


207 


taglia  infino  alla  notte  con  torchi  accesi.  E  dì  certo 
per  virtù  solo  della  persona  del  re,  i  Franceschi  vin- 
sono  e  ebbono  vittoria  della  detta  battaglia  :  e  mes- 
ser  Filippo  di  Fiandra  coh  gran  parie  de'  Fiammin- 
ghi si  fuggirò,  e  ricoverarono  la  notte,  in  Lilld  :  e 
messer  Gianni  di  Namurro  e  messer  Arrigo  sao  fra- 
tello fuggirono  la  notte  a  Ipro,  e  rimase  lo  re  coTran- 
ceschi  vincitori  in  sa  '1  campo.  L' altro  dì  appresso 
ordinò  eh' e"  Franceschi  morti  fossono  soppellìfi,  e 
così  fa  fatto  in  una  badia  fa  qaale  è  ivi  di  costa  al 
piano  ove  fa  la  battaglia,  e  fece  decreto  e  gridare 
sotto  pena  del  cuore  e  d' avere  ^,  che  a  nullo  ,corpo 
de'  Fiamminghi  fossa  data  sepoltura,  ad  esemplo  e 
perpetuale  memòria.  E  io  scrittore  ciò  posso  testi- 
moniare di  vero,  che  a  pochi  dì  appresso  fui  in  su'l 
campo  dove  fti  la  battaglia,  e  vidi  tutti  i^  corpi  morti 
e  ancora  non  intamati^.  E  la  detta  battaglia  fu  al- 
l' uscita  del  mese  di  settembre,  gli  anni  di  Cristo  1304. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  poco  appresso  la  sconfitta  di  Monsimpeteri^  t 
Fiamminghi  tornarono  per    combattete  col   re  di 
Francia^  e  ebbono  buond  pace.  ' 

V  altro  dì  appresso  ohe'l  re  di  Francia  ebbe  avuta 
la  vittoria  de'  Fiamminghi,  sì  si  parti  di  quello  luogo 
ove  fu  la  battaglia,  e  con  tutta  sua  oste  si  puose 
all'assedio  alla  terra  di  Lilla,  ov'era  rinchiuso  e 
rimaso  messer  Filippo  di  Fiandra  con  certa  -buona 
gente  d' arme  per  difendere  la  terra  e  quella  tut^a 
circondata,  sì  che  nullo  ne  potea  uscire  nò  entrare  ; 
e  girava  Toste  del  ré  più  di  sei  miglia,  e  fece  riz- 
zare molti  dificii  e  torri  di  legname  per  combattere 
la  terra  e  '1  castello,  il  quale  era  molto  forte  e  Jiiello, 
fatto  per  lo  re  alla  prima  guerra  ;  e  di  certo  sanza 
lungo  dimoro  si  credea  il  re  avere  la  villa  e  "1  ca- 
stello per  forza  o  per  fame.  In  questo  stante  avvenne 
grande  maraviglia,  e  bene  da  farne  nota  e  ricor- 
danza; che'  tornato  messer  Gianni  di  Namurro  a 
Bruggia,  e  richiesti  quegU  del  paese  al  soccorso  di 
LiUa,  non  isbigottiti  nò  spaventati  delle  due  grandi 
sconfitte  ricevute  così  di  corto  a  SiLisea  in  mare  é 
a  Monsimpeveri,  ma  con  grande  ardire  e  buono  vo- 
lere tutti  quegli  del  paese  lasciando  ogni  loro  arte  e 
mestiere  's'  apparecchiarono  di  venire  all'  oste  ;  e  in 
tre  settimane  dopo  la  sconfitta,  ebbono  rifatti  padi- 
glioni e  trabacche,  e  chi  non  ebbe  panno  lino,  si 
le  fece  di  buone  bianche^  d'Ipro  e  di  Ganto.  E  ran- 
nato  di  tutto  il  paese  il  Carreggio  e  tutti  i  forni- 
menti d'oste,  armaronsi  no^ilemente,  e  tutti  per  com- 
pagnie d' arti  e  di  mestieri,  con  soprasberghe  nuove 
di  fini  drappi  divisata  l' una  compagnia  dall'  altra,  e 
furono  bene  cinquanta  migliaia  d'uomini  d'arme,  e 
tutti  si  giurarono  insieme  di  mai  non  tornare  a  loro 


'  a  pena  delia  vita  e  de*  beni,  maniera  usatÌBsima  negli 
statuti  antichi. 

*  non  per  anche  guasti  o  putrefatti,  dal  francese  tnta- 
mi.  n  testo  Davansati  legge  intaminati ,  alla  latina,  per 
incorrùtHy  ma  quel  non  guasta. 

'  bianchette  o  panni  di  lana  bianchi  per  uso  di  fode- 
rare abiti  da  inverno. 


casa^  ch'eglino  avrebbono  buona  pace  dal  re,  o  di 
combattersi  con  lui  e  con  sua  gente,  perocché  me- 
glio ambivano  di  morire  alla  battaglia  cbe  vivere  in 
servaggio.  E  cosi  caldi  e  disperati  ne  vennero  al 
ponte  a  Guarestona  sopra  la  Liscia  presso  di  Lilla,  e 
accamparonsi  incontro  all'oste  del  re  di  Francia;  e 
per  loro  araldi  (ciò  sono  uomini  di  corte)  feoiono 
richiedere  lo  re  di  battaglia.  Quando  lo  re  vide  ve- 
nuto così  grande  esercito  di  Fiamminghi  in  così  poco 
di  tempo  e  così  disposti  a  battaglia,  si  maravigliò 
molto,  e  temette  forte,  avendo  assaggiato  a  Monsim- 
peveri la  loro  disperata  furia  ;  e  richiese  suo  consiglio 
de'  suoi  baroni,  de'  quali  non  v'  ebbe  ninno  sì  ardilo 
che  non  avessd  temenza,*  dicendo  al  re  di  concordia  : 
Benché  Iddio  addesso  ci  desse  di  loro  la  vittoria^  non 
sarebbe  sanza  grande  pericolo  della  nostra  gente  e 
cara  baronia,  perocch'^essi  combatteranno  come  gente 
disperata.  Per  la  qual  cosa  il  duea  di  Brabante,  che 
era  venuto  come  mezzano  nclf  oste  del  re  col  conte 
di  Savoia  insieme,  s'intramisono  d'accordo  e  pace 
dal  re  a'  Fiamminghi  ;  e  come  piacque  a  Dio,  e  per 
la  tema  de' Franceschi,  la  pace  fu  fatta  e  confermata 
in  questo  modo  :  eh'  e"  Fiamminghi  rimarrebbono  in 
loro  franchigia  e  libertà  per  lo  modo  antico  e  con- 
sueto, e  ch'eglino  riavrebbono  i  loro  signori  liberi 
delle  carceri  del  re  di  Francia,  ciò  era  messer  Ro- 
berto di  Bettona  primogenito  del  conte  Guido  di  Fian- 
dra, e  che  succedea  a  essere  conte,  e  messer  Gu- 
glielmo di  Fiandra,  e  messer  Guido  di  Namurro  suoi 
fratelli,  e  più  altri  baroni  e  cavalieri,  e  borghesi  fiam- 
minghi presi;  e  che  il  re  restituirebbe  al  conte  d'U- 
niversa figliuolo  del  detto  messer  Roberto  conte  di 
Fiandra  la  contea  d'Universa. e  quella  di  Rastrello, 
le  quali  il  re  di  Francia  per  la  guerra  gli  avea  tolte 
e  levate.  D' altra  parte  i  Fiamminghi  per  patti  della 
*pa6e  e  ammenda  al  re,  lasciavano  a  queto  tutta  la 
parte  di  Fiandra  dal  fiume  della  Liscia  verso  Fran- 
cia che  parlano  Piccardo,  cioò  Lilla,  Doai,  e  Orci,  e 
Bettona,  con  più  villate  ;  e  oltre  a  ciò  pagare  al  re 
in  certi  termini  libbre  duecentomila  di  buoni  parigini. 
E  così  fu  giurata  e  promessa,  e  messa  a  scguizione, 
e  in  questo  modo  ebbe  fine  la  dura  e  aspra  guerra 
dal' re  di  Francia  a' Fiamminghi.  Lasceremo  di  que- 
sta materia,  ch'ha  avuto  suo  fine,  e  torneremo  a 
nostra,  a  dire  de'  fatti  d'Italia  e  della  nostra  città  di 
Firenze,  ch'assai  novità  furono  in  questi  tempi.  E 
prima  della  morte  di  papa  Benedetto,  e  di  quegli  che 
succedette  appresso. 

CAPITOLO  LXXX. 

Come  mori  papa  Benedetto^  e  della  nuota  elezione 
di  papa  Clemente  quinto. 

Negli  anni  di  Cristo-  1304  a  dì  27  del  mese 
di  luglio,  morì  papa  Benedetto  nella  città  di  Perugia, 
e  dissesi  di  veleno;  che  stando  egli  a  sua  mensa  a  man- 
giare, gli  venne  uno  giovane  vestito  e  velato  in  abito 
di  femmina  come  senigiale  delle  monache  di  Santa 
Petronella  di  Perugia,  con  uno  bacino  d'argento,  iv'en-. 
tro  molti  belli  fichi  fiori,  e  presentogli  al  pi\pa  da 
parte  della  badessa  di  quello  monastero  sua  divota. 
I  lì  papa  gli  ricevette  a  gran  festa,  e  perchè  gli  man- 


208 


CROMICHE 


giava  ToleDUeri,  e  sansa tarne  fare  saggio,  perchè  era 
presentato  da  femmiiia,  ne  mangiò  assai,  onde  incon- 
tanente cadde  malato,  e  in  pochi  di  morfo,  e  fn  sop- 
pellito  a  grande  onore  a^  frati  predicatori,  eh'  era  di 
qaello  ordine,  in  Santo  Ercolano  di  Perugia.  Qoesli 
fii  bnono  uomo,  e  onesto  e  giusto,  e  di  santa  e  reli- 
giosa vita,  e  avea  yoglìa  di  fare  ogni  bene,  e  per 
invidia  di  certi  de' suoi  frati  cardinali,  si  disse,  il 
feciono  per  lo  detto  modo  morire;  onde  Iddio  nò 
rendo  loro,  se  colpa  y'^ebbono,  in  brieve  assai  giusta 
e  aperta  vendetta,  come  ai  mostrerà  appresso.  Che 
dopo  la  morte  del  detto  papa  nacque  scisma,  e  fu 
grande  discordia  infra  "1  collegio  de"*  cardinali  d'eleg- 
gere papa,  e  per  lord  sette  eilino  divisi  in  due  parti 
quasi  uguali;  delFuna  era  capo  messer  Matteo  Rosso 
degli  Orsini  con  messer  Francesco  Guatant  nipote  che 
fu  di  papa  Bonifazio,  e  delf  altra  erauo  caporali  mes- 
ser Napoleone  degli  Orsini  dal  Monte  e  'I  cardinale  da 
Prato,  per  rimettere  i  loro  parenti'  e  amici  Colonaesi 
in  istato,  ed  erano  amici  del  re  di  Francia,  e  pendea- 
no  in  animo  ghibellino.  Ed  essendo  slati  per  tempo 
di  pih  di  nove  mesi  rinchiusi,  e  costretti  per  gli  Per 
rugini  perchò  chiamassono  papa,  e  non  poteano  avere- 
concordia,  alla  flne  trovandosi  il  cardinale  da  Prato 
con  messer  Francesco  cardinale  de'  Guatani  in  se- 
greto luogo,  disse  :  Noi  facciamo  grande  miUf  e  gua~ 
'Slamento  delia  Chiesa  a  non  chiamare  papa,  E  mes- 
ser Francesco  disse  :  £'  noiI  rimane  per  me.  Quello 
da  Prato  rìspuose  :  E  s'to  ci  trovassi  buono  mez%Oj  sa- 
resti  conlento?  Rispuose  di  si;  e  cosi  ragionando 
insieme  vennero  a  questa  concordia,  per  industria  e 
sagacità  del  cardinale  da  Prato,  trattando  coi  detto^ 
messer  Francesco  Guatani  :'  in  questo  modo  gli  diede 
il  partito,  che  Funo  collegio  per  levare  ogni  so- 
spetto eleggesse  tre  oltramontani,  sofQcienti  uomini 
al  papato,  cui  a  loro  piacesse,  e  P  altro  collegio  in- 
fra quaranta  di  prendesse  V  uno  di  ^ue'  tre,  cui  a  loro 
piacesse,  e  quegli  fosse  papa.  Per  la  parte  di  mes- 
ser Francesco  Guatani  fu  preso  di  fare  la  lezione,  cre- 
dendosi prendere  il  vantaggio,  e  elesse  tre  arcive- 
scovi oltramontani,  fatti  e  creati  per  papa  Bonifazio 
ano  zio,  molti  suoi  amici  e  confidenti,  e  nemici  del 
re  di  Francia  loro  avversario,  confidandosi  quale  che 
r  altra  parte  prendesse,  d' avere  papa  a  loro  senno  e 
loro  amico.  Infra  quegli  tre,  fu  T  arcivescovo  di  Bor- 
dello il  primo  più  confidente.  U  savio  e  provve- 
duto cardinale  da  Prato  si  pensò  che  meglio  si 
potea  fornire  il  loro  intendimento  a  prendere  mes- 
ser Ramondo  del  Xiotto  arcivescovo  di  Bordello, 
che  nullo  degli  altri,  con  tutto  chQ  fosse  creatura 
del  papa  Bonifazio,  e  non  amico  dèi  re  di  Fran- 
cia, per  offese  fatte  a'  suoi  ìielfa  guerra  di  Guascogna 
per  messer  Carlo  di  Yalois;  mf  conoscendolo  uomo^ 
vago  d'onore  e  di  signoria,  e  ch'era  Guascone,  che 
natui'almente  sono  cupidi,  che  di  leggieri  si  potea 
pacificare  col  re  di  Francia  ;  e  cosi  presono  il  partito 
segretamente,  e  per  saramento  egli  e  la  sua  parte  del 
collegio,  e  ferme^  dall'  uno  collegio  alfaltro  le  carte 

'  fsrtaàte,'  approvate,  rese  valide  per  coovendon!  stabi- 
lite in  pubblico  e  rogate.  Fermar  carte  e  carie  ferme  son 
modi  ohe  mancano  alla  Crusca,  o  vi  stan  sottoeeopn^  e 
male  spiegate. 


e  cautele  delle  dette  jconvenenze  e  patti,  per  eoe  lei» 
tere  proprie  e  degli  altri  cardinali  di  sua  parte  scrìs- 
sono  al  re  di  Francia,  e  inchiùse  dentro  sotto  loro 
auggelli  i  patti  e  conv^nenze  e  commissione  da  loro 
all'  altra  parte  del  collegio,  e  per  fidati  e  buoni  cor- 
rieri ordinati 'per  gli  loro  mercatanti  (non  sentendone 
nulla  r  altra  parte)  mandarono  da  Perugia  a  Parigi 
in  undici  dì,  ammonendo  e  pregando  il  re  di  Francia 
per  Io  tenore  delle  loro  lettere,  che  s'egli  volesse 
racquistafe  suo  stato  in  Santa  Chiesa,  e  rilevare  i  suoi 
amici  Colonnesi,  che  '1  nimico  si  facesse  ad  amico, 
ciò  era  messer  Ramondo  del  Gotto  arcivescovo  di 
Bordello,  1'  uno  de'  tre  eletti  pie  confidenti  dell*  altra 
parte,  cercando  t-  trattando  coq  lui  patti  larghi  per 
se  e  per  gli  amici  suoi,  perocché  in  sua  mano  era  ri- 
messa la  lezione  dell'  nno  di  que'tre,  cui  a  lui  pia- 
cesse. Lo  re  di  Francia  avute  le  dette  lettere  e  com- 
missioni, fu  molto  allegro  e  sollecito  alla  impresa. 
In  prima  mandate  lettere  amichevoli  permessi  in  Goa- 
scognt  a  messer  Ramondo  del  Gotto  arcivescovo  di 
Bordello,  cfie  gli  si  facesse  incontro,  che  gli  volen 
parlare;  e  infra  i  presenti  aei  di  fu  il  rè  perwnalmente 
con  poca  compagnia  e  segreta  conferito  col  detto  arci- 
vescovo di  Bordello,  in  una  foresta  a  una  badia  nella 
contrada  di  Spn  Giovanni  Apgiolini  ;  e  udita  insieme 
la  messa,  e  giurata  in  su  l'altare  credenza,  lo  re  parla- 
mentò con  lui,  e  con  belle  parole,  di  riconciliarlo  con 
messer  Carlo,  e  poi  sì  gli  disse  :  Vedi  arcivescoto^  s" 
ho  in  mia  mano  di  poterti  fare  papa  s'  io  voglio,  e 
perà  sono  venuto  a  le:  e  perciò^  se  tu  mi  promet-- 
terai'di  farmi  sei  graùe  ch^io  ti\domanderò,  io  U 
farò  questo  onore  :  e  acciocché  tu  sie  certo  cA'  to 
n'ho  il  podere,  trasse  fuori  e  mostrogti  le  lettere 
e  le  commissioni  dell'uno  collegio  de' cardinali  e  del- 
.l'altro.  Il  Guascone  covidoso  della  dignità  papale, 
veggendox»sì  di  subito  come  nel  re  era  al  tutto  di 
poterlo  fare  papa,  quasi  stupefatto  dell'allegrezza  gli 
si  glttò  a'  piedi,  e  disse  :  Signore  mio,  ora  conosco 
che  m'  ami  più  che  uomo  che  sia ,  e  vuoimi  reti- 
dere  bene  per  male:  tu  hai  ,a  comandare  e  io  a 
ubbidire,  e  sempre  sarò  così  disposto.  Lo  re  il  ri- 
levò suso,  e  bfisciollo  in  bocca,  e  poi  gli  disse: 
Le-  sei  spewiali  graM  ch'aio  voglio  da  te  sono  qu0^ 
ste.  La  prima,  che  tu  fni  riconciU  perfettamente  colla 
Ckiesa,  e  faccimi  perdonare  del  misfatto  cA'  io  àon^^ 
misi  della  presura  di  papa  Bonifacio.  Il  secondo, 
di  ricomunicare  me ^è*  miei  seguaci.  Il  ter%o  arti^ 
colo,  che  mi  concedi  tutte  le  decime  del  reame  per 
cinque  anni  per  aiuto  alle  mie  spese  e'  ho  fatte  per 
la  guerra  d^Fiandra.  Il  quarto,  che  tu  tni  prometti 
di  disfare  e  annullare  la  memoria  di  papa  Boni» 
fa%io.  Il  quinto,  che  tu  renda  T  onore  del  cardino^ 
lato  a  messer  Iacopo  e  •  messer  Piero  della  Colone 
na,  e  rimettigli  in  islato,  e  facci  con  loro  insieme 
eerti  miei  amici  cardi$iali.  La  sesta  grazia  e  prò-" 
messa  mi  riservo  a  luogo  e  a  tempo,  eh''  è  segréta 
è  grande.  L'arcivescovo  promise  tutto  per  saramento 
in  sul  Corpus  Dominil  e  oltre  ^  ciò  gli  die*  per  h^ 
stadichi  il  fratello  e  due  suoi  nipoti;  e  lo  re  gìiirò 
a  lui  e  promise  di  farlo  eleggere  papa.  E  ciò  fatlo 
con  grande  anoore  e  festa  si  partirò,  menandone  i 
detti  stadichi  sotto  coverta  d'amore  e  di  riconciliar- 


•t 


*  V 


V. 


DI  GIOVANNI  YILLANL 


209 


gli  coD  messer  Carlo,  e  tornossi  lo  re  a  Parigi;  e 
iocontaoeDte  riscrisse  al  cardinale  da  Prato  e  agli  al- 
tri di  ano  collegio,  ciò  eh'  avea  fatto,  e  che  sicura- 
aente  eleggessono  papa  messer  Ramondo  del  Gotto 
arcivescovo  di  Bordello,  siccome  confidente  e  per- 
fetto amico.  B  come  piacque  a  Dio,  la  bisogna  fa  si 
foUecita,  che  in  treotacinque  di  fu  tornala  la  risposta 
del  detto  mandtito  alla  città  di  Perugia  molto  segreta. 
E  avuta  il  cardinale  da  Prato  la  detta  risposta,  la 
manifestò  al  segreto  al  suo  collegio,  e  richiede  cau- 
tanente  V  altro  collegio,  che  quando  a  loro  piacesse 
li  congregassono  in  ano,  ch^  eglino  voleano"^  osser- 
vare i  patti,  e  cosi  fu  fatto  di  presente.  B  rannati 
iBiieBie  i  dfetti  collegi,  e  come  fu  bisogno  a  ratifi-  ' 
care  e  confermare  V  ordine  de'  detti  patti  con  yallate 
cade  e  saramenti  fu  fatto  solennemente.  B  ciò  fatto, 
fcrlo  detto  cardinale  da  Prato  proposta  saviamente 
vaiaotorilà  della  Santa  Scrittura,  che  a  ciò  si  con- 
fkea,  e  per  V  autorità  a  lui  commessa  per  lo  modo 
detto,  elesse  papa  il  sopradetto  messer  Ramondo  del 
Gotto  arcivescovo  di  Bordello  \  e  quivi  con  grande 
allegrezza  da.  ciascptia  parte  fu  accettato  e  (inferma- 
to, e  cantato  con  grandi  voci  Te  Deum  laudamus 
tic,  oon  sappiendo  la  parte  di  que'  di  papa  Bonifazio 
lo  'aganno  e  '1  tranello.^  compera  andato,  anzi  si 
dtdeano  avere  per  papa  quello  uomo  di  cui  più  si 
confidavano  :  e  gittate  fuori  le  polizze  della  lezione, 
gran  contrasto  e  zuffe  ebbe  ti'a  le  lofo  famiglie,  che 
dascuDo  dicea  ch'era  amico  di  sua  parte.  E  ciò. fat- 
to, e  asciti  i  cardinali  di  là  ov'erano  iochiusi,  incon- 
tanente ordinerò  di  mandargli  la  lezione  e  decreto 
oltre  i  monti  là  dov'  egli  era.  Questa  lezione  fu  fatta 
idi  5  di  giugno  gli  anni  di  Cristo  13P5,  ed  era 
itata  vacata  la  sedia  apostolica  dieci  mesi  e  ventotto 
di  Avemo  fatta  sì  lunga  menzione  di  questa  lezione 
^  P*P*9  P^  ^^  sottile  e  bello  inganno  come  fatta 
fi,  e  per  esemplo  del  futuro,  .perocché  grandi  cose 
•e  seguirono  appresso,  come  per  innanzi  Taremo  al 
^po  del  suo  papato  e  del  successore  memoria.  E 
^teala  lezione  fu  cagione  perchè  il  papato  rivenne  ' 
*!&  oltramontani  e  la  corte  n'  andò  oltre  i  monti, 
■Kcàè  del  peccato  commesso  per  gli  cardinali  ita- 
^  della  morte  di  papa  Benedetto,  se  colpa  v'  eb- 
^,  e  della  firodoleoie  lezione  furono  bene  castigati 
^  finasconi,  eome  diremo  appresso. 

CAPITOLO  LXXXI. 

lUs  eùr(ma%ioné  di  papa  Clemente  quinto^  e  de'* 
cardinali  che  fece. 

\         4 

fortata  la  lesione  e  '1  decreto  all'eletto  papa 

*òf(acovo  di  Bordello  infino  in  Guascogna  dov*  egli 

^  tecettò  il  papato  allegramente,  e  fecesi  nominare 

n>  Clemente  quinto,  e  incontanente  mandò  per  sne 

^f^  oKando  totti  i  cardinali,  che  senza  indugio  ve- 

^^^^  sUb  sua  coronazione  a  Leone  sopra  il  Roda- 

^^tegogna,  e  simile  richiese  il  re  di  Francia, 

*^  i'hghilteiTa,  e  quello  d'  Araona,  e  tatti  i 

i^na0i  tranuu 
^*iiih  tomo  Su  posstaso. 


nominati  baroni  di  là  da' monti,  che  fossoao  alla  sua 
coronazione.  Della  quale  richiesta  e  citazione,  la  mag- 
giore parte  de'  cardinali  italiani  si  tennero  gravati  e 
forte  ingannati,  credendosi,  che  avuto  il  decreto,  ve- 
nisse a  Roma  a  coronarsi  :  e  messer  Matteo  Rosso 
degli  Orsini,  eh'  era  il  priore  de'  cardinali  e  il  più  at- 
tempato, e  che  più  mal  volentieri  si  partiva  da  Roma, 
avvedutosi  dello  inganno  ch'egli  e  la  sua  parte  avea- 
no  avuto  di  questa  lezione,  disse  al  cardinale  da 
Prato:  Venuto  sé" alla  tua  di  conduceme  oltre  i 
numti^  ma^  tardi  ritornerà  la  Chiesa  in  Italia^  si 
conosco  fatti  i  GwuconL  E  venuto  il  papa  e'  suoi 
cardinali  a  Leone  sopra  Rodano,  fu  consecrato  e  co- 
ronato papa  il  di  di  Santo  Martino  a  di  11  di  no- 
vembre, gli  anni  di  Cristo  1305,  in  presenza  del  ro 
Filippo  di  Franc^*a,  e  di  messer  Carlo  di  Valois,  e  di 
molti  baroni,  il  quale,  come  promesso  gli  avea,  il 
ricomunicò  e  restituì  in  ogni  onore  e  grazia  di  Santa 
Chiesa,  la  quale  gli  avea  levata  papa  Bonifazio,  e  do- 
nogli  le  decime  di  tutto  il  suo  reame  per  cinque  an- 
ni :  e  a  richiesta  del  detto  re  per  le  presenti  digiu- 
ne ^,  a  di  22  del  mese  di  dicembre,  fece  dodici  car- 
dinali tra  Guasconi  e  Franceschi,  amici  e  uficiali  del 
re,  intra' quali,  come  promesso  avea,  fece  cardinali 
messer  Iacopo  e  messer  Piero  della  Colonna,  e  ri- 
stituigli  in  ogni  grazia  eh' avea  loro  tolta  e  levata 
pa^a'  Bonifazio  ;  e  confermò  al  re  Giamo  d' Araona  il 
privilegio  che  gli  avea  dato  papa  Bonifazio  del  reame 
di  Sardigna.  E  ciò  fatto,  se  n'andò  co' suoi  cardi- 
nali e  con  tutta  la  corte  alla  sua  città  d>  Bordello, 
ove  tutti  gl'Italiani,  cosi  bene  i  cardinali  come  gli 
altri,  furono  male  veduti  e  trattati^  secondò  il  grado 
della  loro  dignità,  perocché  tutto  guidavano  i  cardi- 
nali guasconi  e  Franceschi.  Nel  detto  verno  fu  gran- 
dissimo freddo  per  tutto,  e  spezialmente  oltre  i  monti, 
che  ghiacciò  il  Rodano,  sicché  su  vi  si  potea  passare 
a  pie  e  a  cavallo,  e  tutti  i' grandi  fiumi,  e  il  Reno,  e 
la  Mosa,  e  la  Senna,  e  l' Era,  e  lo  Scelto  ad  Ap- 
guersa;  e  eziandio  ghiacciò  il  mare  di  Fiandra,  e 
alle  marine  d' Olanda  e  Isilanda  e  Danesmarche  più 
di  tre  leglfe  infra  mare,  che  fu  gran  maraviglia.  La- 
sceremo alquanto  de' fatti  del  papa  al  presente,  e  tor- 
neremo a  nostra  matèria  de' fatti  di  Firenze. 

CAPITOLO  LXXXU. 

Come  i  Fiorentini  e'  Lucchesi  assediùrono  e  eiii- 
sono  la  città  di  Pistoia, 

Negli  anni  di  Cristo  1305,  avendo  i  Fiorentini 
avute  le  mutazioni  dette  addietro  della  cacciata  de' 
bianchi  alle  porte,  e  quella  parte  bianca  e  ghibel- 
lina scacciata  e  vinta  in  tutte  parti  quasi  di  Toscana, 
salvo  dèlia  città  di  Tistoia^  la  quale  si  tenea  per 
parte  bianca  col  favore  de'  Pisani  e  degli  Aretini, 
e  eziandio  de'  Bolognesi,  i  quali  §ì  reggeano  a  parte 
bianca,  dubitando  i  Piorentini,  che  non  crescesse  la 
loro  potenza  sostegnendo  Pistoia,  si  si  prowidono 
e  chiamarono  loro  capitano  di  guerra  Roberto  duca 
di  Calavra,  figliuolo  e  primogenito  rimase  del  re 


*  Le  quattro  tempora. 


li 


i^io 


CRONICHE 


Carlo  secondo,  il  quale  venne  in  Firenze  del  mese 
d'aprile  del  detto  anno  con  una  masnada  di  trecento 
cavalieri  araonesi  e  catalani,  e  molti  magaverì  *  a 
piò,  la  quale  fa  molto  bella  gente,  e  avea  tra  loro  di 
valenti  e  rinomati  uomini  di  guerra  ;  il  quale  da^  Fio- 
rentini fu  ricevuto  a  modo  di  re  molto  onorevol- 
mente. E  riposato  alquanto  in  Firense,  sbordino  Toste 
sopra  la  città  di  Pistoia  per  gli  Fiorentini  e  Lucchesi 
e  gli  altri  della  compagnia  di  parte  guelfa  di  Tosca- 
na :  e  mossono  bene  avventurosamente  col  detto  duca 
loro  capitano  a  di  20  del  presente  mese  di  maggio  ; 
e'  Lucchesi  e  V  altre  amistà  vennero  dalPaltra  paHe, 
e  circondarono  la  città  intorno  intorbo  colle  dette 
osti,  e  guastarla  d'intorno;  .e. poco  tempo  appresso 
r  affossaro  e  steccaro  al  di  fuori  con  pia  battifoUi, 
sicché  nullo  vi  potea  entrare  né  uscire;  dentro  v*e- 
rano'  tutti  ì  Pistoiesi  bianchi  e  ghibellini,  e  messer 
Tolosato  degli  liberti  con  masnada  di  trecento  ca- 
valieri e  pedoni  assai,  soldati  per  gli  bianchi  e  ghi- 
bellini di  Toscana.  E  stando  i  Fiorentini  nelja  detta 
oste  intorno  a  Pistoia,  si  teneano  un'altra  piccola  o- 
ste  in  Yald^rno  di  sopra  ali*  assedio  del  castello  d'O- 
stina ,  il  quale  aveano  fatto  rubellare  i  bianchi  ;  e 
quello  ebbono  a  patti  i  Fiorentini  nel  presente  mese 
di  giugno,  e  feciongli  disfare  le  mura  e  le  forteue. 
Per  la  detta  oste  eh'  era  sopra  la  città  di  Pistoia, 
messer  Napoleone  degli  Orsini  cardinale,  e  'I  cardinale 
da  Prato,  a  petizione  de' bianchi  e  ghibellini,  richie- 
sono  papa  Clemente  eh'  egli  dovesse  interporre  di 
mettere  pace  tra'  Fiorentini  e'  loro  usciti,  com'  avea 
cominciato  il  suo  antecessore  papa  Benedetto  per 
bene  del  pae^e  d* Italia,  e  eh*  egli  facesse  levare 
l'oste  da  Pistoia:  opde  il  detto  papa  mandò  due  suoi 
legati  cherici  guasconi,  e  del  mese  di  settembre  fu- 
rono in  Firenze  e  nell'oste  ;  e  comandarono  al  co- 
mune, e  simUe  al  duca  Ruberto,  e  a'  Lucchesi,  e  agli 
altri  capitani  dell'oste,  che  si  dovessono  levare  dal- 
l'assedio  di  Pistoia  sotto  pena  di  scomunicazione.  Al 
quale  comandamento  i  Fiorentini  e'  Lucchesi  furono 
disubbidienti  e  non  si  partirono  dall'assedio  di  Pi- 
stoia ;  per  la  qual  cosa  i  detti  legati,  scomunicaro  i 
rettori  della  cittade  e'  capitani  dell'oste,   e  puosono 

lo  interdetto  alla  città  di  Firenze  e  al  contado.  Il  duca 

• 

Roberto  per  non  disubbidire  al  papa  si  parti  dell'oste 
con  sua  privata  famiglia,  e  andonne  a  corte  a  Bor- 
dello, e  lasciò  nell'Qste  il  suo  raaliscalco  messer  Dego 
della  Ratta  Catalano,  e  tutti  i  cavalieri  i  quali  v'avea 
menati  al  servigio  de'  Fiorentini  e  al  loro  soldo  ;  e' 
Fiorentini  e'  Lucchesi,  ricrescendo  loro  l' assedio  al 
continuo,  e*  convenne  che  tutti  i. cittadini  v*andusono 
o  raandassono  come  toccava  per  vicenda,  o  pagas- 
fono  una  imposta  per  capo  d'uomo  com'era  tassato, 
la  quale  si  chiamò  la  sega.  Nel  detto  assedio  ebbe 
molti  assalti  e  badalucchi  a  cavallo  e  a  pie,  ^  dam- 
maggio  dell'  una  parte  e  dell*  altra,  perocché  dentro 
avea  franche  masnade;  e  bhiunque  era  preso  che  n'u- 
scisse, all'uomo  era  tagliato  il  pié^  e  alla  femmina  il 
naso,  e  rìpinto  dentro  nella  città  per  uno  ser  Laudo 
d'Agobbio,  crudele  e  dispietato  uflciale,  il  quale  per 
^li  Fiorentini  fu  soprannomato  Longino.  E  cosi  stette 


•oleati  che  portavano  mvgaveri,  Spedo  di  dardi. 


e  durò  la  detta  oste  tutu  la  vernata,  non  lasciando 
per  nevi  né  per  piove  né  per  ghiacd.  Alla  fine  rt^ 
gnendo  a  que'  d^  entro  meno  la  vivanda,  e  sentendo 
che  di  Bologna  era  cacciata  la  parte  bianca,  avendo 
perduta  ogni  speranza  di  soccorso,  sì  s' arrenderò 
salve  le  persone,  e  tennonsi  insino  a  tanto  che  nulla 
vi  rimase  a  mangiare,  avendo  mangiati  i  cavalli,  e 
pane  di  saggina  e  di  semola,  nero  come  mora  e  doro 
come  ismallo,  e  quello  ancora  fallito.   E  ciò  fii  a  di 
1 0  del  mese  d*  aprile ,  gli  anni  di  Cristo  1 306.  E 
renduta  la  terra,  se  n'  uscirono  le  masnade  e'  capo- 
rali de'  bianchi  e  ghibellini.  E  avuta  la  detta  vittoria 
di  Pistoia  i  Fiorentini  e*  Lucchesi,  fedone  tagliare  le 
mura  della  citU  e  gli  steccati,  e  rovinare  ne'  fossi, 
e  piii  torri  e. fortezze  fedono  disfare,  e  il  contado  di 
Pistoia  partirò  per  metade,  e  la  parte  di  verso  le- 
vante e  del  monte  di  sotto*  con  tutte  le  cutella,  e  1 
piano  inllno  presso  alla  città  ebbono  in  parta  {Fio- 
rentini, priviìegiandolsi  a  perpetuo.  E  fbdono  disfare 
la  rocca  di  Carmignano  per  levarsi  dalla  vista  di  Fi- 
renze, la   quale  i  Fiorentini  aveano  comperata  di 
messer  Musciatto  Franzesi,  che  gliel'avea  data  mes- 
ser Carlo  di  Yalois,  quando  fu  padaro  in  Toscana.  E* 
Lucchesi  ebbono  dalla  parte  di  ponente  dalla  città  ia 
là  verao  Serravalle,  e  tutta  la  montagna  di  sopra,  e 
la  signorìa  della  dtU  di  Pistoia  rìmase  a*Fiorentim  e 
a*  Luccheal,  deH*uno  podestà,  dell*  altro  capitano.  E 
per  questo  modo  fu  abbattuta  la  superbia  e  grandez- 
za de*  Pistoiesi  e  puliti  de'  loro  peccati,  e  recati  • 
tantp  servaggio.  E  ciò  fatto,  tornarono  i  Fiorenliai 
in  Firenze  con  grande  allegrezza  e  trionfo  ;  e  a  mes- 
ser Bino  Gabbrìelli  d'  Agobbio,  podesU  di  Firenze  e 
capitano  dell'  oste,  entrando  in  Firenze,  gli  fu  recata 
sopra  capo  il  palio  di  drappo  ad  oro  per  gli  cati- 
iierì  di  Firenze  a  piede  a  modo  di  re  ;  e  per  simile 
modo  feciono  i  Lucchesi  alla  loro  ppdesta  tornata 
a  Lucca.  Nel  detto  anno  dell'  assedio  di  Pistoia  h 
grande  caro  in  Toscana,  e  valse  in  Firenze  lo  staio 
de!  grano  alla  misura  rasa  mezzo  fiorino  d'oro. 

CAPITOLO  LXXXra. 

* 

Come  U  ciiià  di  Ma/dona  e  di  Reggio  si  rubeUar^i^ 

al  marchese  da  EsH^  e  come  furono  cacciati  i  hic^ 

chi  e*  ghibeUini  di  Bologna. 

Nel  detto  anno  1305  del  mese  di  febbraio,  si 
mbellaro  al  marchese  Azzo  da  Esti  la  dttà  diModoia 
e  quella  di  Reggio,  le  quali  per  lungo  tempo  V  avea 
tenuta  ó  signoreggiate  tirannescamente,  e  ressonsis 
comune,  e  in  loro  libertade.  E  nel  detto  anno  in  ca- 
len  di  marzo  reggendosi  la  dtta  di  Bologna  a  parte 
bianca,  e  avendo  compagnia  co'  bianchi  e  ghibellini 
di  Toscana  e  di  Romagna,  il  popolo  di  Bologna  il 
quale  naturalmenta  é  guelfo,  non  piacendo  loro  si 
fatto  reggimento  e  compagnia  co*  ghibellini  di  To- 
scana e  di  Romagna  loro  antichi  nemid,  e  per  con- 
forto e  soddndmento  de*  guelfi  di  Firenze,  leverò  la 
dtta  a  romore,  e  con  armata  mano  cacdarono  della 
dtta  e  Mei  contado  i  caporali  di  parte  bianca,  e  i 
ghibellini  tutti,  e  usdti  di  Firenze,  e  isbandirgli  per 
rubelli:  e  ordinaro  che  neuno  bianco  o  ghibelliùo  si 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


Ui 


ItNUfse  trùTare  ih  Bologna,  o  nel  distretto,  0OUO 
pena  <dell*aTero  e  della  persona,  andandogli  cercando 
e  uccidendo  con  loro  bargello  ^  .deputato  per  lo  po- 
polo aopra  ciò,  con  grande  seguito  di  masnadieri.  E 
feciono  i  Bolognesi  incontanente  lega  e  compagnia 
co*  Fiorentini  e  co*  Lucchesi  e  con  gli  altri  guelfi 
di  Toscana. 

/  CAPITOLO  LXXXIV. 

€Qme  si  lefDÒ  in  Lombardia  un  fira  Dolcimo  con 
grande  compagnia  é*  ereHd^  e  furono  arsi. 

Nel  detto  anno  1305  del  contado  di  Novara 
in  Lombardia  fu  uno  fiÉte  Dolcino,,  il  quale  non  era 
frate  di  regola  ordinata,  ma  fraticello  sansa  ordine, 
con  errore  si  levò  con  grande  compagnia^  decretici, 
uomini  e  fémmine  di  contado  e  di  montagne  di  pic- 
colo aflfare,  proponendo  e. predicando  il  detto  frate 
Dolcino,  se  essere  vero  apostolo  di  Crialo,  e  che 
ogni  cosa  dovea  essere  in  carità  comune,  e  simile 
le  femmine  essere  comuni,  e  usandole^  non  era  pec- 
cato. E  più  altri  sozzi  articoli  di  resia  predicava,  e 
opponeva  che  H  papa,  escardinali,  e  gli  altri  Rettori 
di  Santa  Chiesa  non  osservavano  .quello  che  dovea- 
no  né  la  vita  vangelica,  e  eh*  egli  dovea  essere  de- 
gno papa*  Ed  era  con  seguito  di  più  di  tremila  uo- 
mini e  femmine,  standosi  in  su  le  montagne  vivendo 
a  comune  ^  a  guisa  di  iiestie  ;  e  quando  falliva  loro 
vittuagUa,  prendevano  e  rubavano  dovunque  ne  tro- 
vavano ;  e  cosi  regnò  per  due  anni  Alla  fine  rin- 
crescendo a  quelli  che. seguivano  la  detta  dissoluta 
vita,  molto  scemò  sua  setta,  9  per  difetto  di  vivanda, 
e  per  le  nevi  eh'  èrano,  fu  preso  per  gli  Noaresi  e 
arso  con  Margherita  sua  compagna ,  e  con  più  altri 
uomini  e  femmine  che  con  lui  si  trovaro  in  quegli 
errori. 

CAPITOLO  LXXXV. 

Come  papa  Clemente  fece  legato  tu  iUUia  messer 
Napoùone  degli  Orsini  cardinaloy  e  come  fu  male 

ricevuto. 

Netfanno  1306,  avendo  rapporto  papa  Clemente 
dalle  genti  ch^egli  mandò  in  Firenze,  come  i  suoi 
comandamenti  non  erano  ubbiditi  di  levare  Toste  da 
Pistoia,  sì  s*  indegnò  contro  a  Fiorentini,  e  per  sod- 
dudmento  e  consiglio  del  cardinale  da  Prato,  sì  fece 
'legato  e  paciaro  generale  in  Italia  messer  Napoleone 
degli  Orsini  dal  H onte,  cardinale,  e  diegli  grandi  pri- 
vilegi e  autoritadi  :  il  quale  si  partì  da  Leone  sopra 
Rodano,  e  passò  i  monti  ;  e  mandando  a*  Fiorentini 
che  volea  venire  in  Firenze  per  fare  pace  e  eoncor- 


'  Uffieiftle  forestiero  in  Firepfte,  il  quale  presiedeva  agli 
ordiBamenti  contro  i  grandi.  Più  tardi  fa  coei  detto  il  ca- 
pitano de' birri. 

'  La  Giuntina:  e  tuarle  cùnume  non  ecc. 

'  senta  norma  civile,  distinzion  di  Maniglia  e  di  pro- 
prietà. Questo  è  flignifl<$ato  naovo  non  ancora  registrato 
nel  VocabolariOi  dove  a  comunnef  bella  gionta  del  Hanuszi, 
ha  solamente  questa  s);>iegasÌQne  :  in  90eieià^  contrario  di 
.privataminU,  seguendo  un  esempio  dell'Adriani,  Vclg.  Optue. 
mor,  di  Plut.  e  non  accennandosi  punto  la  frase  vivere  a 
coBume, 


dia  da  loro  ai  loro  usciti,  quelli  che  reggeano  la 
città,  per  sospetto  di  lui  noi  voUono  ricevere  ;  onde 
da  capo  gli  scomunicò,  e  confermò  lo  interdetto,  e 
andonne  alla  città  di  Bologna  del  mese  di  maggio,  e 
volea  simigliantemente  pacificare  i  Bolognesi  insieme, 
e  rimettere  in  Bologna  i  loro  usciti  bianchi  e  ghibel- 
lini Quelli  che  reggeano  la  terra  avendo  preso  so- 
spetto di  lui  (perchè  pacca  che  favorasse  i  bianchi 
e'  ghibellini),  e  per  sodducimento  de*4^iorentini,  di 
Bologna  villanamente  T  accomiatare,  minaccialo  per 
lo  bargello  della  persona  se  non  votasse  la  terrai  U 
quale  sansa  indugio  si  parti,  e  andonne  alla  città  d'I- 
mola* in  Romagna,  che  si  tenea  per  gir  bianchi  e  ghi- 
bellini; e  andandone  per  lo  contado  di  Bologna,  gli 
furono  rubati  e  tolti  molti  de'  suoi  arnesi  e  some, 
per  la  qual  cosa  il  detto  legato  aspramente  proce- 
dette contro  a  loro  per  iscomunica  e  interdetto  della 
terra,  e  privolli  dello  studio,  e  scomunicò  qualunque 
scolaro  apdasse  allo  studio  a  Bologna. 

CAPITOLO  LXXXVL 

Come  i  Fiorentini  assediaro  ed  ebbono  il  forte 
castello  di  Montaccianico  e  disfeeionlOy  e  feciono 

fare  la  Scarperia. 

•  * 

Nel  detto  anno  del  mese  di  maggio,  i  Fiorentini 
andarono  ad  oste  eopra  '1  castello  di  Montaccianico 
In  Mugello,  e  puosonvi  Tassedio;  il  quale  castello  era 
de*  signori  Ubaldini ,  ed  era  molto  bello  e  ricco,  e 
fortissimo  di  sito  e  di  doppie  mura,  perocché  Tavea 
loro  fatto  edificare  con  grande  spendio  e  diligenzia 
il  cardinale  OttavTano.  loro  consorto;  nel  quale  ca- 
stellQ  s' erano  ridotti  gran  parte  degli  Dbaldini,  e 
quasi  tutti  i  ribelli  bianchi  e  ghibellini  usciti  di  Fi- 
renze, è  faceano  guerra  e  soggiogavano  tutto  il  Mu- 
gello infino  all*UcceUatoio.  E  al  detto  castello  stette 
Toste  infino  air  agosto  veniente,  gittandovi  difioii  e 
faccendovi  cave,  ma  tutto  era  invano,  se  non  che  gli 
Ubaldini  tra  loro  vennero  in  discordia,  e  il  lato  dinnes- 
ser  Ugolino  da  senno  ii  patteggiare  co' Fiorentini  per 
mano  di  messer  Geri  Spini  loro  parente,  e  diedonlo 
per  processa  di  quindidnula  fiorini  d' oro,  onde  di 
gran  parte  n'  ebbono  male  pagamento.  E  quegli  che 
v'aerano  dentro  V  abbandonare, <  e  andarne  sani  e 
salvi,  e  '1  castello  fu  tutto  abbattuto  e  disfatto  per 
gli  Fiorentini,  che  non  vi  rimase  casa  uè  pietra  sopra 
pietra.  E  feciono  fare  i  Fiorentini  giuso  al  piano  di 
Mugello  nel  luogo  detto  la  Scarperia,  una  terni  per 
fare  battifolle  agli  Ubaldini,  e  torre  i  loro  fedeli ,  p 
fociongli  fianchi,  acciocché  Montaccianico  mai  non  si 
potesse  riporre.  E  cominciossi  la  detta  terra  a  edi- 
ficare a  di  7  di  settembre  gli  anni  di  Cristo  1306^ 
e  puosonle  nome  Santo  Barnaba.  E  ciò  fatto,  del 
mese  d'ottobre  appresso^  i  Fiorentini  cavalcarono  con 
loro  oste  oltre  l'Alpe,  e^  guastarono  tutte  le  terre 
degli  Ubaldini,  perch'aveano  fatta  guerra  e  ritenuti  i 
bianchi  e'  ghibellini. 


'  Le  parole  vegnmUe  e  'apprmto  dopo  nome  di  tempov 
per  nostra  vergogna,  nel  gergo  cosmopolita  che  ora  sf  parla 
e  scrive,  sono  sostituite  da  quel  proitimo  futuro^  che  Ikrebbe 
spiritare  i  canL 


tlt 


caomcHB 


CAPITOLO  LXXXVn. 

« 

Come  i   FiorenHiU  roffortificùro  il  papido^  e  fé- 
eiono  il  primo  e$ecvtcre  degli  crdmi  della  gimtiMia. 


Nel  detto  «mio  1306  del  nese  di  «u«/«w^«., 
.parendo  a  popolani  di  Firette  die  i  loro  fnadi  e 
possenti  avessero  presa  forca  e  baMasaa,  per  la  giaer- 
ra  fatta  e  vittorie  avdte  contra  i  bianchi  e  gkibeili- 
dì  ìoseiti  £  Pirenie,  ri  ToHono  riformare  il  pop<^ 
di  Firenze  e  diianuirono  didannore  goniriomeri  deUe 
conipagnie^e  ehe  tutti  i  popolani,  per  contrade  conifera- 
no  ordinati,  quando  bttofno  fosse  Imeasono  con  ar- 
me al  loro  gonfalone,  e  air  offerta  dcMa  tota  di  Santo 
Giovanni  andassono  coMeMi  goidaloni;  ohe  in  prinm 
sbandava ciasoma  deUe  ventoii^arti  per  loroS  edotto 
fl  loro  gonfalone  della  detta  arte.  B  dò  *  ordinato  e 
messo  in  ordine  di  ginstìsia,  e^diedono  loro  didan- 
nore gonfaloni  al  modo  d*  insegne  dell*  antico  po- 
polo Tccchio,  e  poi  al  tempo  che^l  cardinale  da  Prato 
Tense  in  Firenxe,  erano  rinnovellati.  Bene  erano  al 
suo  tempo  venti  gonfaloni,  che  n*era  nw}  balsano 
ia  San  Piero  Scheraggio,  che  M  lasdarò;  e  dove 
al  tempo  del  legato  da  Prato  non  avea  ne*  gonfaloni 
nuli*  altra  insegna*  se  non  ddP  arme  delle  compagnie 
e  del  popolo,  si  vi  s*  aggiunse  sopra  dascnno  gonfa- 
lone fl  rastrello  dell*  arme  dd  re  Carlo,  e  obiamoasi 
il  buono  popolo  gndfo;  e  questo  fu  ftitto  del  mese 
di  dicearirre  1306.  B  del  mese  di  mano-  vegnente, 
per  fbrtilcamento  M  popolo  lèdono  venire  in  Fi- 
reme  r  esecutore  degli  ordinamenti  della  ginsliiia,il 
quale  dovesse  inchiedere  e  procedere  contro  a*  gran- 
di che  offendessono  i  popolani.  B  fl  primo  esecutore 
che  venne  in  Firenxe  ebbe  nome  Matteo,  e  fu  deOa 
dttà  d*Amelia  di  terra  4  Roma,  e  fo  valente  nomo  e 
molto  temuto  da*  grandi,  e  fatto  cavaliere  per  lo  po- 
polo ;  ddle  qudi  novitadi  e  riformazione  di  popolo  i 
grandi  si  tennero  forte  gravatL 

CAPITOLO  LXXXVm.  . 

Di  grande  guerra  che  si  coiàinciò  al  marchese  da 

Ferrara,  e  come  snorio.  , 

Nel  detto  anno  1306,  i  Veronesi,  Mantovani, 
e  Bresdani  fedone  lega  insieme,  e  grande  guerra 
mossono  al  marchese  Azzo  da  Esti  eh*  era  dgnore  di 
Ferrara,  per  sospetto  preso  di  lui,  oh'  egli  non  voles- 
se essere  signore  di  Lombardia,  perch*avea  presa 
per  moglie  una  figliuola  del  re  Carlo,  e  corsono  la 
sua  terra,  e  tolsongli  pie  di  sue  castella.  Ma  Tanno 
appresso  fatto  suo  4sforzo,  e  con  aiuto  deUa  gente  di 
Piemonte  e  del  re  Carlo,  fece  oste  grande  sopra  lo- 
ro, e  corse  le  loro  terre,  e  foce  loro  grande  dammaggio. 
Ma  poco  tempo  appresso  ammalò  fl  detto  marchebe, 
e  si  mori  in  grande  stento  e  miseria  ;  fl  quale  era 


stato  fl  piti  leggìfdro  e  ridottato^  e  possente  ticanno 
che  foene  in  Loadbardia,  e  di  ini  non  rimase  figliuolo 
nenno  suatomale*,  e  la  sua  lem  e  signorìa  rimase 
in  grande  questiona  tra  fratelli  e  nipoti,  e  uno  suo 
igikolo  bastardo,  eh'  avea  nome  messer  Francesco, 
fl  quale  i  Viniziani  bm>1Io  fororavano  perch*  età  nato 
di  Vinegia^  e  molta  brìga  e  guerra  con  danno  de* 
Viniziani  ne  segui  appresso,  come  innanzi  per  gli 
tempi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  LXXXDL 


'  La  Giandna:  ^  «^ 

*  La  Qiontìna  logge  forse  per  errore:  non  cM^iiè  geni' 
/alom  ni  tdira  imegna  §€  non  Varme,  eco* 


Como  messef'  ìhpoleone  Orsini  legalo  bearne  ad 
AreMo;  e  delt  oste  eh" e" FiorenUni  feeiono  a  Gar^ 

gosa. 


Negli  anni  di  Cristo  1307,  measer  Napolepne 
degli  Orsini  legato  per  la  Chiesa  «  parti  di  Roma- 
gna e  passò  in  Toscana,  e  vane  alla  dttà  d'Arezzo, 
e  dagli  Aretini  fo  ricevuto  a  grande  onore:  e,  stan- 
do In  Arezzo^  raunò  tutti  i  suoi  amid  e  fedeli  di  ter- 
ra di  Roma,  della  Marca,  del  Ducato,  e  di  Romalrna^ 
e  gli  usdti  bianchi  e  ghibeUini  di  Firenie  e  deU*altre 
teirre  di  Toscana,  in  qimniità  di  mfllesettecento  cavalieri 
e  popolo  grandissimo,  per  fare  guerra  a'FiorentinL 
I  Fiorentini  sentendo  sua  venuta  e  rannata,  si  $i  guer-> 
airono,  e  rìohiesono  gli  amid,  e  troverai  nel  torno' 
di  tremfla  ^cavaUeri,  e  pia  di  qoindieimfla  pedoni,  e 
partirri  di  Firenze  del  mese  di  msggio,  non  atten- 
dendo che  *1  legato  e  sua  gente  gli  assaliise,  e  con 
loro  oste  n*  andarono  francamente  in  ani  contado  d*A- 
rezzo,  e  tennero  la  via  di  Valdambrp,  guastando 
il  paese  ;  e  presono  più  caateUa  del  comune  d'Arezzo 
e  degli  libertini,  e  fodonle  ^sfore^  B  andando  verso 
Arezzo,  si  puosouo  a  oste  al  casteUo  di  Gargosa,  e 
quello  strinsono  con  battaglie  e  difidi,  e  erano  per 
averlo,  ma  fl  legato  per  leverei  d'addosso  la  delta 
oste,  con  savio  consiglio  de'  buoni  capitani  di  guerra 
ch'erano  conciai,  si  parti  d* Arezzo  con  tutta  sua' 
cavalleria  e  gente,  e  fece  la  via  di  Bibbiena  per  lo 
Casentino,  e  venne  infino,  al  castello  di  Romena,  mo- 
strando di  scendere  l'Alpe,  e  di  venire  aUa  città  di 
Firenze,  dando  suono  che  gli  dovea  essere  daU  la 
terra.  I  Fiorentini  sentendo  sua  venuta,  abbono  gra<* 
de  paura  e  geloda,  e  fedoào  grande  guardia  nella 
terra,  e  rimandarono  nell*  oste  a  Gargosa  per  loro 
^valleria  e  gente  ;  ma  innanzi  che  i  mesai  vi  gin- 
gnessono,  quo*  dell*  oate  sentirò  la  partita  che  fl  le«- 
gato  fece  di*  Arezzo,  e  come  facea  la  via  del  Casen- 
tino; temendo  della  città  di  Firenze,  incontanente  ai 
ricolsono,  e  la  sera  quasi  di  notte  si  partirono  dis- 
ordinatamente, e  tutta  la  notte  cavalcarono  «hi  me- 


'  Tomo  a-  questa  Toce,  che  dal  firancese  doier  o  douier 
qni  Tale  ternato,  ma  die  altrove  diesi  ralere  e  spiegai  per 
ritptUaio,  A  certo  ser  Appuntino,  che  ine  ne  fece  colpa  in 
pubblico,  basti  la  scuola  del  Bend,  che  oomnentando  il 
Compagni,  lib.  I,  alla  parola  dottata  ^  disse  quello  ohe  io, 
né  leva  né  poni;  e  ne  vorrebbe  arni  emoidato  il  Vocabo- 
lario, che  spiega  0  Verbo  dottare  per  tmerey  senta  più. 

*  mademalé,  di  legittimo  matrimonio. 

'  Tonio  avverbio  usato  in  forza  di  nome  :  ponendogli  in- 
nansi  in  qud  o  M,  vale  dreo.  n 


DI  GIOYAMB  VILLANI. 


913 


gììo  ne  polet  venire.  La  ^le  partiti  de^Fiormitini 
e  di  loro  amici  fu  sansa  alcono  danno,  vm  non  aania 
grande  Ttrgogaa  dì  mda  condotta  e  di  grande  pen- 
colo. Che  ae  il.  legato  avesae  lasciati  in  Areuo  tre-> 
cento  cavalieri  e  mille  pedoni,  e  alla  levata  de^Fioren^ 
lini  gli  iÉvessono  assalii,  ne  tornavano  sconfitti  B 
pisr  lo  detto  modo   c^i   prima  e  chi  poi  si  torna- 
rono in  Firense  ;  e  saputo  ciò  il  legato  si  tornò  con 
sua  gente  in  vArezso.  Dopo  qnef te  cose  il  legato  an- 
dò a  Chiusi  e  al  castello  della  Pieve,  e  più  trattati 
d^  accordo  ebbe  co^  Fiojrentini,  i  -quali  manderò  a  lui 
loro  ambuciadori,  cercando  di  rimettere  in  Firenze 
i  bianchi  e'  ghibeiynr  con  certi  patti,  e  pacificargli 
insieme.  B  dopo  molte  rivolture,  i  Fiorentini  non  fi- 
dandosi, è  tegnenda  il  legato  in  vana  speranza,  tuHo 
il  trattato  tornò  niente.  Per  fa  qtial  cosa  il  legato  veg- 
.  gendosi  non  ubbidito  e  scemato  il  suo  podere,  con 
poco  onore  si  parti  di  Toscana,  é  lomossi  oltre  i 
monti,  alla  corte,  lasciando  signori  che  reggeano  Fi- 
renze scomunicati,  e  la  dttà  e  U  contado  interdetto. 
E  rimasi  i  Fiorentini  male  disposti,  del  presente  me- 
se di  luglio  del  detto  anno  fecieno  sopra  i  cherici 
una  grande  e  grave  imposta  ;  e  perchè  non  voleano 
pagare,  più  iqginrie  furono  fatte  a^  cherici,  e  a*  loro 
osti  e  fi^taiuoli,  e  pure  convenne  che  pagassono.  B 
la  Badia  di  Firenze,  andandovi  Taficiale  esattore  con 
sua  famiglia,  i  monaci  chiusone  le  porte,  e  sonarono 
le  campane:  per  la  qnal  cosa  dal  popolo  minuto  e 
da'  malandrini,  con  sospignimento  di  loro  possenti 
vidni  grandi  e  {popolani  che  non  gli  amavano^  furo- 
no corsi'  a  furore,  e  tutti  rubati.  B  poi  il  comune, 
perch'  aveano  sonato,^  volea  tagliare  fl  campanile  da 
pie,  e  disfecionne  di  sopra  presso  che  la  metade  \  la' 
quale  furia  fu  niolto  biasimata  per  la  buona  gente  di 
Firenze. 

CAPITOLO  XC. 

Cam^  tnon'o  il  buono  re  Adoardo  d^  ìf^kUterra, 

Nel  detto  anno. i307^el  niese  di  giugno,  mo- 
rie il  buono  e  valente  Adoardo  re  «d'Inghilterra,  il 
quale  fu  uno  de'  più  valorosi  signori  e  savio  de'  cri- 
stiani al  suo  tempo  V  0  hene  avventuroso  in  ogni  sua 
impresa  di  là  da  mare  contra  i  saracini,  e  in  suo  pae- 
se contra  gli  Scotti,  e  in  Guascogna  contra  i  Fran- 
besdhi,  e  al  tutto  fu  signore  dell'  isola  d'Irlanda  e  di 
tutte  le  buone  terre  di  Scozia,  salvo  che  il  suo  ru- 
bello  Ruberto  di  Busto  fattosi  re  degli  Scotti,  si  ri- 
dusse con  suoi  seguaci  a'  boschi  e  montagne  di  Sco- 
zia, il  quale  dopo  la  morte  del  detto  r»  Adoardo 
fece  gran  cose  contro  agl'Inghilesi.  Appresso  la  morte 
del  buono  re  Adoardo,  Adoardo  suo  primogenito 
prese  per  moglie  Isabella  figlinola  del  re  Filippo  di 
Francia,  e  diedono  compimento  ali*  accordo  della  qui- 
stione  di  Guascogna,  e  sposata  la  detta  donna  del 
mese  di  gennaio  presente,  la  quale  era  delle  belle 
donne  del  mondo,  e  poi  la  Pasqua  di  Resnrresso  ve- 
gnente si  fece  coronare,  egli  e.  la  reina  con  grande 
festa  è  onore. 


CAPITOLO  XCl. 

Come  il  re  di  Fronda  andò  a  PilHeri  a  pepa  CU" 
flienla,  per  fare  condannare  la  memoria  di  papa 

Bonifacio, 


'  ì^orì  a'  7  di  loglio  :  da  questo  prióoip^  l' Inghiltam 
rìooDoece  la  propria  libertà,  avend'egli  dato  sanziona  alla 
camera  del  oomimi. 


Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno  1307,  essen- 
do papa  Clemente  venuto  colla  corte  a  petizione  del 
re  di  Francia  alla  città  di  Pittierì,  il  detto  re  di  Fran- 
cia con  tre  suoi  figliuoli,  e  con  messer  Cario  di  Valois, 
e  messer  Luis  suoi  fratelli,  e  con  mpJti  altri  baroni 
e  cavalieri,  e  col  conte  di  Fiandra  e. suoi  figliuoli' e 
fratelli,  ^vennero  a  Pittieri;  e  di|to  per  lo  papa  com- 
pimento e  fermezza   alla  pace  del  re  di  Francia  al 
conte  di  Fiandra  .e'  Fiamminghi,  il  re  di  Francia  ri- 
chiese al  papa  la  quinta  cosa  che  a'  avea  fatta  pro- 
mettere, quando  il  i;e  gli  promise  di  farlo  fare  papa, 
cioè  ch'egli  condannasse  la  memoria  di  papa  Boni- 
fazio, e  facesse  ardere  le  sue  ossa  e  corpo:  e  fece 
opporre  contra  lui  a' suoi  cherici  e  avogadi  quaran- 
tatre articoli  di  resia,  profferendo  di  provargli  ;  onde 
il  pafia  e  suoi  cardinali  furono  in  grande  turbazione 
per  la  detta  richiesta,  perocché '1  re  volea  o  per  ra- 
gione 0  per  forza  fornire  le  prove,  e  come  detto  è 
addietro,  il  papa  glid*avea  promesso  e  giurato;  e 
di  ciò  si  pentea  molto,  ma  non  s'osava  scoprire  cen- 
tra '1  volere  del  re,  e  torto  e  abbassamento   della 
Chiosagli  parca  fare,  se  l'assentisse,  perocché. in 
papa  Bonifazio  di  ragione  non  si  trovava  nulla  me- 
moria di  resia,  ma  si  trovava  per  lo  sesto  libro  delle 
Decretali  eh'  egli  fece  comporre,  molto  cattolico  e  uti- 
le, e  per  papa  Bonifazio  si  trovava  molto  esaltata  la 
Chiesa  é  accresciute  le  sue  ragioni  ;  e  ancora  più,  del 
collegio  de' cardinali  v'avea  di  quegli  eh' avear  fatti  papa 
Bonifazio,  e  '1  cardinale  da  Prato  intra  gli  altri  era  uno 
di  quegli*;  e  se  la  memoria  di  papa  Bonifacio  fosse 
dannata,  conveniva  che  fossono  disposti  del  cardina- 
lato. Per  la  quel  cosa,  cosi  la  setta  de*  cardinali  ch'a- 
veano  tenuto  col  re  di  Francia  in  questo  caso  erano 
contro  a  lui,  come  quegli  della  setta  del  nipote  di 
papa  Bonifazio.  E  stando  la  Chiesa  in  questa  contu- 
macia e  perseguizione  fatta  per  lo  re,  il  papa  non 
sapea  che  si  fare,  che  male  gli  parca  a  rompere  il 
suo  paramento  e  promessa  fatta  al  re,  e  peggio  gli 
parca  a  corrompere  e  guastare  la  Chiesa  di  Boma. 
Alla  fine  strignendosi  di  ciò.  a  segreto  consiglio  col 
savio  cardinale  da  PratO|  che  sapea  le  sue  segrete 
promesse,  si  gli  disse  :  Qm  non  ha  che  tmo  rimedio^ 
cioè  che  H  contiene  dissimulare  col  re,  e  che  tu  gli 
dichij  che^  perchè  quello  cV  egli  domanda  di  papa 
BomfoMio  sia  forie  caso  a  passare  ^  per  la  Chiesa^ 
e  parte  del  collegio  de'*,  cardinali  non  et  s'  aecor-- 
dino^  conoiene  di  necessità^  a  ancora  pie  acconcio 
del  suo  intendimento^  ^  e  piik  abbonUnasione  della 
memoria  di  papa  BomfasUo^  che  le  pruove  degli 
articoli  cA'  egli  gli  oppone  si  facciane  tu  concilio 
generale^  e  fia  piik  autentìCo  e  fermo.  E  per  non 
avere  contrasto^  sì  metterai  dinanù  al  collegio^ 
che  per  più  grandi  e  utili  cose,  in  bene  e  stato  di 
Santa  Chiesa  e  de"  cristiam,  che  bisogni  si  faccia 


'  ad  essere  conoesse,  accordato  dalla  Chiesa. 


214 


CRONICHE 


tu  conciliò  generale  ;  e  che  in  qiiteUo^  farai  piemh' 
mente  quello  che  domanda,  E  7  delio  concilio  ordi^ 
na  e  componi  alla  città  di  Vienna^  per  più  commne 
luogo  a^  Franceschi^  e  InghUeti^  e  Tedeschi^  e  Ita^ 
lianiy  e  a  quegli  di  lÀnguadoca;  e  a  questo  non 
ti  potrà  opporre  né  contradiare:  e  ciò  (accendo^ 
tu  e  la  Chiesa  sarai  in  tua  libertà  ;  e  partendoti  di 
qui  e  andando  a  Vienna^  sì  sarai  fuori  delle  sue  f  or- 
ice di  suo  reame.  Al  papa  piacque  molto  il  consiglio, 
e  miselo  a  segnizione,  e  fece  la  risposta  al  re:  onde 
il  re  si  tenne  al  forte  gravato^  ma  non  potendo  a  ciò 
bene  contradire,  promettendogli  il  papa  che  bene  il 
servirebbe,  e  faccendogli  molte  altre  grazie  e  ri- 
chieste, acconsenti,  credendosi  si  adoperare  al  con- 
cilio a  Vienna,  che  gli  verrebbe  fatto  il  sno  inten- 
dimento. E  cosi  si  tornò  a  Parigi,  e  mandò  Lnis 
suo  primo  figliuolo  in  Navarra  con  grande  compagnia 
di  baróni  e  cavalieri,  e  fecelo  alla  città  di  Pampalona 
coronare  del  reame  di  Navarra  :  e  M  papa  pubblicato 
di  fare  concilio,  e  determinato  dMvi  a  ire  anni  a 
Vienna^,  eoo  tutta  la  corte  poco  tempo  appresso  usci 
del  reame  di  Francia,  e  venne  a  Avignone  in  Proen- 
za  nelle  terre  del  re  Ruberto. 

CAPITOLO  XCII. 

Come  e  per  che  modo  fu  distrutto  r  ordine  e  ma- 
gione del  tempio  di  Gerusalem^  per  procaccio  del 

re  di  Francia. 

Nel  detto  anno  1307,  innanzi  che'l  re  di  Fran- 
cia si  partisse  dalia  corte  ìi  Pittieri,  si  accusò  è  di- 
nunziò  al  papa  per  sodducimento  de^snoi  uficiali,  e 
per  cupidigia  di  guadagnare  sopra  loro,  il  maestro 
del  tempio  e  la  Magione^,  di  certi  crimini  ed  errori, 
che  al  re  fh  fatto  intendere  eh*  e*  tempieri  usavano. 
Il  primo  movimento  fìi  per  uno  priore  di  Monfalcone 
di  Tolosana  della  detta  ordine,  uomo  di  mala  vita  ed 
eretico,  e  per  gli  suoi  difetti  messo  in  Parigi  in  per- 
petuale carcere  per  lo  sno  maestro.  E  trovandoVisi 
dentro  con  uno  Noffo  Dei  nostro  Fiorentino,  pieno 
d**  ogni  magagna,  siccome  uomini  disperati  d*  ogni  sa- 
lute, e  maliziosi  e  rei,  trovaro  la  detta  falsa  accusa, 
e  per  guadagnare  e  uscire  di  pregione  per  aiuto  del 
re.  Ma  ciascuno  di  loro  feciono  poco  appresso  mala 
fine  :  che  Noffo  Impiccato,  e  1  priore  morto  a  ghiado  '. 


'  La GiontùiA:  e  ierminalolo  cM  «m «mmo  ùmami  a  Vien- 
na. L*  Variuite  è  importantiuima  altresì  per  Im  storia.  Nella 
lesione  del  testo  Davanzati  noterai  determinare  per  fmòre^ 
recandone  T  esempio  a)  Vocabolario»  dove  non-re  ne  Ka  che 
nno  del  Segni,  né  troppo  dleblaratÌTo.  D  senso  poi  della 
Giuntina  con  qnel  da  nn  anno  mnatm  è  ambiguo,  e  però 
ad  ogni  modo  da  posporre. 

.  *  Casa  in  generale,  poeticamente:  qui  abitasione  e  con- 
vegno di  Tempieri.  Magione  derira  dal  latino  ntantio^  in 
ablativo  maneione:  e  maneione  dissero  pare  moltissimi  dei 
nostri  antiebi,  innaaai  ohe  mtigione^  secondo  la  prononoia 
francese,  invades^  il  camp^  del  vero  voeabolo.  Tattavia 
non  è  a  tacere  che  anche  i  provenxali  dissero  wumeion,  e 
li  trovano  pure  nelle  più  antiche  scrittnre  fVuicesi  maneioHj 
Monee^  maneée,  voci  che  s'accostano  alla  lingua  italica, 
donde  s'era  tolto  il  vocabolo. 

'  Vnorto  di  coltello,  forse  dal  lat  gladiue^  e  non  ai  tro> 
va  osato  se  non  colla  prep.  a,  come  morto^  tagliato  a  ghia- 
do ecc. 


Per  fare  al  re  guadagnare  la  misoio  ionanii  ai  suoi 
nfidalì,  V  detti  la  misoBO  dinanzi  al  re;  cfnde  per 
sua*avarizia  sì  aiosse  0  re,  e  si  ordinò  e  fecesi  pro- 
mettere fegretamenle  al  papa,  di  disfare  V  ord^e  de* 
tempieri,  opponendo  contro  a  loro  molti  articoli  di 
resia-:  ma  più  si  dice  che  fa  per  trfirre  di  loro  molta 
moneta,  e  per  isdegni  presi  col  maestro  del  tempio 
e  colla  magione.  Il  papa  per  lerarsi  d'addosso  il  re 
di  Francia,  per  la  richiesta  eh'egli  avea  fatta  del  coi- 
dannare  papa  Bonifazio,  come  avemo  detto  dinanzi^ 
0  ragione  o  torto  che  fosse,  per  piacere  al  re  egli 
assenti  di  ciò  fare  :  e  partito  il  re,  in  uno  di,  nomalo 
per  sue  lettere,  fece  prendete  tutti  i  tempieri  per  lo 
universo  mondo,  e  staggire  tutte  le  loro  chiese  e 
magioni  e  possessioni,  le  quali  erano  quasi  innume- 
rabili  di  podere  e  ricchezze;  e  tutte  quelle  del  rea- 
me di  Francia  fece  il  re  occupare  per  la  sua  corte, 
e  a  Parigi  fece  prendere  il  maestro  del  tempio,  il  quale 
avea  nome  Ara  Giacche  de*  signori  da  Mollai  in  Bor* 
gogna^  con  sessanta  cavalieri  frieri  ^  e  futili  uomini, 
opponendo  contro  a  loro,  eerti  articoli  di  resia,  e 
certi  villani  peccati  contro  a  natura  che  usarano  Ira 
loro;  e  che  alla  loro  professione,  giuravano  d'atare 
la  magione  a  diritto  e  a  torto,  e  a  uno  modo  qnaai 
come  idolari,  e  sputavano  nella  croce,  e  che  quando 
il  loro  maestro  si  eonsegrara  era  di  nascoso  e  privato, 
e  non  si  sapea  il  modo  :  e  opponendo  che  i  loro  an- 
ticessori  per  tradimento  feciono  perderò  la  Terra 
Santa,  e  prendere  alla  Monsoni  il  re  Luis  e*  suoi.  E 
sopra  ciò  (atte  dare  per  lo  re  eerte  pruove,  gli  fece 
tormentare  di  diversi  tormenti  perchè  confessassono, 
e  non  si  trovava  che  niente  volessono  di  dò  confes- 
sare né  riconoscere.  B  tegnendogli  più  tempo  in  pre- 
gione a  grande  stento,  e  non  sappiendo  dare  fine  al 
loro  processo,  alla  fine  di  fuori  di  Parigi  a  Santo 
Antonio,  e  parte  a  San  Luis  in  Francia,  in  nno  gran- 
de parco  chiuso  ^  legname,  dnquantasei  de' delti 
tempien  fece  legare  ciascuno  a  uno  palo,  e  comin- 
dare  a  mettere  loro  il  Ihoco  da'  pie  e  alle  gambe  a  poco 
a  poco,  e  r  uno  innanzi  all'altro  ammonendoci,  ohe 
quale  di  loro  volesse  riconoscere  l' errore  e'  pecoali 
lóro  opposti  potesse  scampare;  e  in  so  questo  mar- 
torio confortati  da*  loro  parenti  e  amici  che  ricono^ 
scessono,  e  non  si  lasdassono  così  vilmente  morire 
e  guastare,  ninno  di  loro  il  volle  confessare  ;  ma  con 
pianti  e  grida  scusandosi  com'erano  innocenti  e  fedeli 
cristiani,  chiamando  Cristo  e  Santa  Maria  e  gli  altri 
santi,  e  col  detto  martorio  tutti  ardendo  e  oonsuman- 
do  finirono  loro  vita.  B  riserbato  il  maestro  loro,  e  'I 
flratello  del  Delfino  di  Ahrema,  e  lira.  Ugo  di  Faral- 
do,  e  un  altro  de'  maggiori  della  magione,  e  stati 
nfidali  e  tesorieri  del  re  di  Francia,  ftirono  menali 
a  Pittieri  dinanzi  al  papa,  e  làwi  il  re  di  Frandi^  o 
promesso  loro  grazia  se  riconoscessono  il  loro  erro- 
re e  peccato,  alcuna  cosa  si  dice  ne  confèssaro;  o 
tornati  a  Parigi,  e  venuti  due  cardinali  legati  per 
dare  sentenzia  e  condannare  l'ordine  sotto  la  detta 


*  uomo  d*  ordine,  o  religione  militare,  qaaU  appunto  erano 
i  tempieri  o  «templari.  Frieri  rt^  In  eomane/rolellì^  e  só- 
lamente la  forma  straniera  e  barbara  diede  a  questa  voce 
rindicasione  di  nn  ordine  particolare  di  oonveatnall. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


81» 


confesBione,  e  ptr  dare  alcuna  disoiplina  al  detto 
naestro  e*  suoi  compagni,  essendo  incontro  a  no- 
Itra  dama  di  Parigi  in  sa  grandi  pergami,  e  letto  il 
processo,  il  detto  maestro  del  tempio  si  levò  in  piò 
gridando  che  fosse  udito:  e   fatto  silenzio  per  lo 
popolo,  si  si  disdisse,  che  mai  quelle  resie  e  pec- 
cati loro  opposti  non  erano  stati  veri,  e  che  V  ordi- 
ne di  loro  magione  era  santa  e  giusta  e  cattolica^  ma 
ch^egli  era  ben  degno  di  morte,  e  roleala  sofferire  in 
pace,  perocché  per  paura  di  tormento  e  per  lusinghe 
del  papa  e  del  re,  in  alcuna  parte  Taveano  per  inganno 
loro  fatto  confessare.  E  rotto  il  sermone  e  non  com-, 
pioto  di  dare  sentenua,  si  partirò  i  cardinali  e  gli  altri 
prelati  dì  quello  luogo.  E  avuto  consiglio  col  re,  il 
detto  maestro  e^suoi  compagni  in  su  rìsola  di  Fa* 
rìgi  dinanzi  alla  sala  del  re,  per  lo  modo  degli  altri 
loro  frìeri  furono  messi  a  martirio,  ardendo  il  mae- 
stro a  poco  a  poco,  e  sempre  dicendo  che  la  ma- 
gioae  e  loro  religione  era  cattolica  e  giusta,  acco- 
Biindandosi  a  Dio  e  Santa  Maria;  e  simile  fece  il  fra- 
tello del  Delfino  ;  fra  Ugo  Ai  Paraldo,  e  V  altro,  per 
paura  del   martorio,  confessaro  e  raffermerò  quello 
ch'ayeano  detto  dinanzi  dal  papa  e  al  re,  e  scam- 
paro,  ma  poi  morirò  miseramente.  E  per  molti  si 
disse  che  furono  morti  e  distrutti  a  torto  e  a  pec- 
cato, e  per  occupare  i  loro  beni,  i  quali  poi  per  lo 
papa  furono  privilegiati,  e  dati  alla  magione  dello 
spedale,  ma  convennegli  loro  ricogliere  e  ricompe- 
rare dal  re  di  Francia  e  dagli  altri  prencipi  e  si- 
gnori, e  con  tanta  quantità  di  moneta,  che  con  gF  in- 
teressi corsi  poi,  la  magione  dello  spedale  fu  ed  è 
più  povera   che  non  era  prima  del  loro  proprio,  o 
che  Iddio  il  dimostrasse  per  miracolo.  E  lo  re  di 
Francia  e^snoi  figlinoli  ebbono  poi  molte  vergogne 
e  awersitadi,  e  per  questo  peccato,   e  per  quello 
della  presura  di  papa  Bonifazio,  come  innanzi  si  farà 
menzione.  B  nota,  che  la  notte  appresso  che  *1  detto 
BMestro  eH  compagno  furono  martorizzati,  per  frati 
e  altri  reli^osi  le  loro  corpora  •  ossa  ^come  reli- 
quie sante  furono  ricolte,  e  portate  via  in  sacri  luo- 
ghi. In  questo  modo  fu  distrutta  e  messa  al  niente 
la  ricca  e  possente  magione  del  tempio  di  Gerusa- 
1^  gli  anni  di  Cristo  1310.  Lasceremo  de'  fatti  di 
Francia,  e  torneremo  a*  nostri  fatti  d' Italia. 

CAPITOLO  xeni. 

Di  mmiadi  e  sconcie  che  furono  in  Romagna  e  m 

Lotnbardia. 

Nel  detto  anno  1307  del  mese  d*  agosto  es- 
*^o  i  guelfi  di  Romagna  air  assedio  a  Brettinoro, 
^lega  de'  ghibellini  di  Romagna  ragunati  insieme  con 
loro  amistà  sconfissero  i  guelfi,  e  furonne  tra  morti 
^  pre«  pih  di  duemila  tra  a  pie  e  a  cavallo.  E  1*  a- 
P^  tegnente  1308,  il  popolo  della  città  di  Parma 
^  trattato  di  Orlando  de'  Rossi  e  de^  suoi  caccia- 
lo di  Parma  messer   Ghiberto  da  Correggio,  il 
^^  n'era  signore;  per  la  qua!  cosa  s'accompa- 
1*^  to' Mantovani  e  Veronesi,  e  imparentossi  eo'ai- 
^  della  Scala;  e  del  mese  di  giugno  vegnente  il 
^^  niesser  Ghiberto  venne  verso   Parma  con  la 


forza  di  messer  Cane  delta  Scala,  e  con  quella  de 
Mantovani  e  Parmigiani.  I  Parmigiani  uscendo  contro 
IT  loro  furono  sconfitti,  e  '1  detto  messer  Ghiberto 
torhò  in  Parma  e  funne  signore,  e  caccionne  i  Rossi 
e'  suoi  nemici,  e  fece  mozzare  la  testa  a  ventinove 
popolani^  i  quali  erano  stati  caporali  alla  sua  cacciata. 

V 

CAPITOLO  XCIV. 

4 

Come  fu  mono  il  re  Alberio  éP  Alamagna. 

Nel  detto  anno  1308  in  calen  di  maggio,  lo  re 
Alberto  d' Alamagna,  che  s'  attendea  d*  essere  impe- 
radore,  fu  morto  a  ghiado  da  uno  suo  nipote  a  tra- 
digione  a  uno  valicare  d'uno  fiume  scendendo  della 
nave,  per  cagione  che  '1  detto  re  Alberto  gli  occu-^ 
pava  il  retaggio  della  parte  sua  del  ducato  d' Oste- 
rich.  Lasceremo  alquanto  delle  cose  de'  forestieri,  e 
torneremo  a  raccontare  delle  novitadi  che  ne'  delti 
tempi  furono  nella  nostra  città  di  Firenze. 

CAPITOLO  XCV. 

Come  la  podestà  di  Firenze  si  fuggì  col  suggello 
deW  Ercole  del  comune. 

Nel  detto  anno  1308,  essendo  podestà  di  Fi- 
renze uno  messer  Carlo  d*  Amelia,  fratello  del  pri- 
mo esecutore* degli  ordini  della  giustizia,  avendo  egli 
e  sua  famiglia,  ratte  in  Firenze  molte  baratterie,  e 
guadagnerie,  e  pessime  opere,  e  già  di  ciò  molto 
scoperto,  temendosi  al  suo  sindacato^  essere  condan- 
nato e  ritenuto,  la  notte  di  Santo  Giovanni  del  mese 
di  giugno,  furtivamente  si  fuggi  con  sua  privata  fa- 
mìglia, onde  fu  condannato  per  baratterìa.  E  per  ria- 
vere pace  e  danari  dal  comune,  si  ne  portò  seco  il 
suggello  del  comune ,  dov'  era  intagliata  l' imagine 
dell'  Ercole,  e  tennelo  più  tempo,  stimandosi  che  M 
comune  il  traesse  Ai  bando,  e  ricomperasselo^  molta 
moneta  :  onde  il  comune  il'  mise  in  abbandono  ope- 
rando altro  suggello,  e  notificandolo  in  tutte  parti, 
sicché  non  fosse  data  fede  ^  quello  suggello:  alla 
fine  il  suo  fratello  glielo  tolse,  e  rìmandollo  in  Fi- 
renze, e  d"*  allora  innanzi  si  ordinò,  che  uè  podestà 
nò  prìorì  tenessono  suggello  di  comune,  ma  fecionne 
guardiani  e  cancellierì  i  frati  conversi  di  Settimo,  che 
stanno  nella  camera  dell'  arme  del  palagio  de'  priori. 

CAPITOLO  XCVI. 

Come  /b  morlo  il  nolnle  e  grande  cilladino  di  Fi" 
ren^  messer  Corso  di  Donati. 

Nel  detto  anno  1308,  essendo  nella  città  di  Fi- 
renze cresciuto  scandolo  tra'  nobili  e  potenti  popo- 
lani dì  parte  nera  che  guidavano  la  città,  per  invi- 
dia di  stato  e  di  signorìa,  come  si  cominciò  al  tempo 


*  Rendimento  di  conto  che  danno  coloro  che  hanno  ma- 
neggiate le  pubbliche  cote.  Sindacalo  vaie  anche  la  libera- 
sione,  che  si  ottiene  dopo  aver  dato  buon  conto  del  pro- 
prio opera|o. 

^  La  Giuntina  legge:  a  molta  moMta, 


ti% 


ftfft^ftftv  tei  U>f% 


«ii«^  «  1  f  vr«r»MM«i»  i«fl«  tem  e  4d  fwyoU.  ■e»*  j 
#cr  C«f»«  4^MM^  MfVMJ  ff  fili  kir« 

#i#«r«  fm  4«fiif.  fer«ccli'  cf«M  iliii  i  yn>rifrfi  fi- 1 

lH$é€0;  «•  f<r  rc!ln  y«le  fi  éific,  the  mt^' 
§€f  C«rM  to^  «Mere  M^Bore  4db  ntlt^e  e  «m  j 
C4W»pif>o—';  binale  dMfi  foficll  ver»  •!• 
(  ^«ai,  •  ^•e^H  cW  reffCM*  il  ^Ofc4o  rmn 
i»4u*  •  $  gnmU  fOffeUo,  étffck  itn  iajiirftilo 
c^  V$U€£U^Bé  4dU  f iffboU^  fkibeUiM  e  «ako 
4«*  Vìi^tmUwi  \  •  tJMori  il  (eAe«M  per  lo  mm>  grM- 
4#  mI«m  •  fodere  e  Mgaito,  AiblUado  4i  lai  cfce 
•OH  Unfi^MéH^  Uno  lo  flato  e  tétdi»H€  dollf  terra, 
e  aiff  #(aMflMate  pareU  trovaroao,  cIm  1  detto  sea - 
aer  Cor«»  avca  (atto  Uf a  a  fiera  col  detto  Ufse- 
€Ì0%é  della  fa f ffaola  avo  faocéro,  e  auadato  per 
lai  $  fw  $tui  alalo,  f er  la  qoal  coaa,  e  per  graide 
f clof ia,  fabJUMeiite  «i  Ufo  la  elttade  a  roMore,  e 
foaaroeo  i  priori  le  ca«paae  a  nartello,  e  fb  ad  ar- 
IM  il  popolo  a*  fraadi  a  pie  e  a  cavallo,  a  le  ma- 
fAfda  da'Calalaai  col  auUicalco  del  re,  elicerà  a 
polla  di  coloro  che  guidavano  la  terra.  E  f  obitemeate, 
com*  %n  ordinato  per  gli  lopraddetti  caporali,  fa 
date  anf  Inquiflsiona  ovvero  accnaa  alla  podeatà, 
eh*  era  mt$uf  fiero  della  Braoce  d*Agobbio,  incontro 
al  detto  meaaer  Corao,  opponendogli  come  dovea  e 
volea  tradire  il  popolo,  aovvertire  e  aommettere  lo  atato 
della  ciltade,  raccendo  venire  Ugacdone  della  Faggiuola 
co*  ghibellini  e  nimici  del  cornane.  B  la  richieata  gli 
fu  fatta,  e  poi  il  bando,  e  poi  la  condannagìone  : 
In  meno  d*  una  ora,  aftnaa  dargli  piò  termine  al  prò- 
caaao,  meaaar  Corao  hi  condannato  come  rubello  e 
traditore  del  auo  comune,  e  incontanente  moaao  da 
caaa  i  priori  il  gonflilone  della  giuaiiiia  con  podeatà, 
capitano,  ed  eaeontore,  con  loro  famiglie  e  co^gon- 
fiilonl  delle  compagnie,  col  popolo  armato  e  le  ma- 
fnado  a  cavallo  a  grido  di  popolo  per  venire  ade 
caae  dove  abitava  meaaer  Corao  da  San  Piero  Mag- 
giore, per  Aire  Teaecuiione.  Meaaer  Coreo  aenten- 
do  la  peraeouiione  ohe  gli  era  moaaa,  (e  obi  diaaé 
per  eaaor  forte  a  fornire  il  auo  proponimento,  atten- 
dendo Uguodone  della  Faggiuola  con  grande  gente, 
che  già  n'  era  giunta  e  Remole)  al  a*  era  aaaerragUato 
nel  borgo  di  San  fiero  Maggiore  appiè  delle  torri 
d»l  ricino,  e  in  Tortioode ,  e  ella  bocca  dalli  via  obe 


*  agaiU^i  ahrl  non  Mtfebbe  m^le  poatado  qitala  voce 
Ira  le  UMbare  IHacfal, 


Vcfgcaéociò 
4^Cg»ccioae  e 
e  Milo,  ai 
tSaeri  della  lerra,  le  ^aaicaaeW  popolo  iaroM  ii- 
cMlaacate  rubate  e  «alalie,  e  aever  Cono  e*saoi 
peraegdlati  per  ai^aaati  cittadH  a  caralo  e  CbIb- 
laai, —fidati  il  pr»ovi'cèeTpigtiaaBa«oB  per  loc- 

eaccio  Caviccmfi  fa  gìmlo  Gherardo  Boféon  ta  ael- 
rAlrico,  e  mofto,  e  lagiìatofli  la  aaaao  e 
■et  corao  degli  Adusari,  e  coaUta  aB*aacìo  £ 
aer  Tedici  degli  Adimari  avo  coaaorto,  per 
atade  avola  Ira  loro.  Meaaer  Corao  latto  ado  aadan- 
doaeae,  fm  grànlo  e  preao  aopr»  a  ItoTexzaao  da 
certi  Catalaaì  a  eavaOo,  e  ateaaadofaM  preao  a  Fi- 
reate,  come  fa  dì  ooata  a  Sai  Salvi,  pregando  que- 
gli che  *1  menarano,  e  promettendo  loro  molta  lao- 
neta  ae  lo  acampaaaoao,  I  delti  volendolo  poro  Me- 
nare a  Pfrense,  aiccom^era  loro  impoato  da*  aigaori, 
meaaer  Corao  per  piare  di  yenlre  alle  maiil  de*  aooi 
nemici  e  d*  eaaere  gìnatliiato  dal  popolo,  essendo 
compreao'  forte  di  gotte  nelle  mani  e  ne^piodi^  m 
laaciò  cadere  da  cavallo.  I  detti  Cetalanì  veggoodolo 
In  terra,  V  uno  di  loro  gli  diede  d*  uaa  lancia  per  la 
gola  d' uno  colpo  mortale',  e  laaciaronlo  per  Bàorlo  : 
i  monaci  ^del  detto  moniatero  II  ne  porterò   nella 
badia,  e  chi  diaae  ohe  innansi  che  mt>ria8e  ai  liaaise 
nelle  mani  di  loro  in  luogo  di  penitensia,  e  chi  disse 
ohe  il  trovar  morto,  e  T  altra  mattina  fu  aoppeililo 
in  San  Salvi  con  piccolo  onore  e  poca  gente,  per 
tema  del  comune.  Queato  ipeaaer  Corao  Donali    fa 
de'  piti  aavi,  e  valente  cavaliere,  e  il  più  bello  per- 
latore,  e  il  meglio  pratico,  e  di  maggiore  noaunansa^ 


*  a  pofta,  per  questo  solo. 

•  preao,  pieno.  DI  comprato  invece  di  pre*)  abbiamo  pure 
•aempio,  ma  non  tanto  espreasiTO,  iieUe  VUe-d^SS.  PtaOri, 

»  NeUa  Crmoea  di  Dino  Componi  legged  :  GU  sghèrri 
il  pns<mo  «  rieamMHMlo:  ^^oUndojm  mtmarty  m  dtfemdmv^ 
eoa  htlU  paroh  tieeome  éamio  etvaUert.  hUamto  «apravi 
MI  giortmé  colato  del  maretcùdlo,  e4#  ttimolmio  da 
di  metidmh  wm  90ÌU /mri^,  Mm  liiifrf 
>W  lìwinrfiftir    «  la  Mcoada  veUafli  diedi 

w  lemk  AUmd  wumùà  a  poHarmQ  ««•  Bmdi*  < 
dì  tS  di  9€ttmbrt  ÌS07  /k 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


217 


e  di  grande  ardire  e  imprese  ch^  al  ano  tempo  fosse 
in  Italia,  e  bello  caraliere  di  saa  persona  e  grazio-: 
so  ;  ma  molto  fo  mondano,  e  di  sao  tempo  fatte  in 
Firenze  molte  congiurazioni  e  scandali  per  avere  stato 
e  signoria  :  e  però  avemo  fatto  della  sua  fine  si  lun- 
go trattato,  perocché  fìi  grande  novità  alla  nostra 
cittade,  e  seguirne  molte  cose  appresso  per  la  sua 
morte,  come  per  gV  intendenti  si  potrà  comprendere, 
acciocché .  sia  assempro^  a  quegli  che  sono  a  venire. 

CAPITOLO  XCVII. 
Come  arse  la  chiesa  di  Laierano  di  Roma, 

• 

Nel  detto  anno  1308  del  mese  di  giugno,  s'ap- 
prese il  fuoco  ne'^palagi  papali  di  Santo  Giovanni  La- 
terano  di  Roma,  e  arsono  tutte  le  case  de*  calonaci, 
e  tut  a  la  chiesa  e  circuito,  e  non  vi  rimase  ad  ardere 
se  non  la  piccola  cappelletta  in  Volte  di  Sancla  san- 
ctorum^  ove  si  dice  cb'é  la  testa  di  Santo  Piero  e  quel- 
la di  Santo  Paolo,  e  molte  reliquie  di  santi  :  e  ciò  fu 
con  grandissimo  dammaggio  di  tesoro  e  d'arnesi, 
senza  lo  'nflnilo  danno  della  chiesa  e  palazzi  e  case. 
Poi  sa|ipiendolo  papa  Clemente,  Tanno  appresso  vi 
mandò  suoi  uficiali  con  grande  quantità  di  moneta,  e 
la  detta  chiesa  fece  ristorare  e  rifare  piti  bella  e  più 
ricca  che  non  era  prima,  e  simile  i  palazzi  papali  e 
le  case  de' calonaci,  e  penarsi  a  fare  parecchi  anni, 
e  costarono  molto  tesoro  alla  Chiesa. 

CAPITOLO  XCVIIL 

Come  i  grandi  di  Samminiato  disfeciono  il  loro  po-^ 

polo. 

Nel  detto  anno  1 308  del  mese  d' agosto,  i  gran- 
di di  Samminiato  del  Tedesco,  come  sono  Malpigli 
eHangi^dori,  per  soperchi  ricevuti  dal  popolo  di  Sam- 
miniato, ovvero  perché  '1  popolo  gli  tenea  corti  per 
modo  che  non  poteano  signoreggiare  la  terra  a  lo- 
ro senno,  si  accorderò  insieme  e  feoiono  venire  lo- 
ro amistà  di  fuori,  e  con  armata  mano  combatterò  col 
popolo  e  scoaftssongli,  e  molti  n'  uocisono  e  presono 
e  a  certi  caporali  feciono  tagliare  la  testa,  e  tutti  i 
loro  ordini  arsono,  e  la  campana  del  popolo  feciono 
sotterrare,  e  tennero  poi  il  popolo  in  grande  servag- 
gio, infino  che  le  dette  due  case  non  ebbono  discor- 
dia tra  loro. 

CAPITOLO  XCIX. 

Come  i  Tarlati  furono  cacciati  d*  Arez*o^  e  rtmes- 

sivi  i  guelfi. 

Nel  detto  anno  1 308  del  mese  di  gennaio,  il 
popolo  d*Arezzo  con  aiuto  e  favore  d'Uguccione  della 
Faggiuola  che  badava^  d*  esserne  signore,  cacciarono 
della  cittade  i  signori  di  Pietramala  detti  Tarlati,  per  so- 
perchi e  oltraggi  che  faceano  a'cittadini ,  e  poco  appres- 


*  Storpiatura  antica  della  parola  €$empiò. 
^  aspirava,  aveva  in  pensiero. 


SO  vi  rimisono  la  parte  guelfa,  che  quegli  di  Pietramala 
n*aveano  tenuti  fuori  per  ventun^anni;  e  quegli  che 
signoreggiavano  la  cittade,  eh'  erano  mischiali  guelfi 
e  ghibellini,  si  faceano  chiamare  la  parte  verde;  e  man- 
darono loro  ambascii^dori  a  Firenze,  e  feciono  pace  co* 
Fiorentini,  come  i  Fiorentini  la  seppono  divisare;  ma 
poco  tempo  -durò  questo  stato  in  Arezzo,  che  vi  tor- 
narono i  Tarlati. 

CAPITOLO  C. 

Come  gli  Ubaldini  tornarono  a  ubbidienza  delsomu^ 
/  ne  di  Firenze, 

In  questo  medésimo  tempo  i  signori  Ubaldini 
s'  accordarono  co' Fiorentini,  e  vennero  in  Firenze 
a  fare  riverenza  e  le  comandamenta  del  comune,  e 
soderò  ^  la  cittadinanza  di  tenere  il  passaggio  del- 
l' Alpi  sicuro,  per  idonei  mallevadori.  E  '1  comune  di 
Firenze  dimise  e  perdonò  loro  ogni  misfatto,  e  ac- 
cettogli  per  cittadini  e  distrittnaii  loro,  e*  loro  fede- 
li e  terre,  e  che  in  ogni  atto  e  fazione  dovessono 
fare  al  comune  come  distrittuali  e  cittadini. 

CAPITOLO  CI. 

Per  che  modo  fu  eletto  imperadore  di  Roma  Arrigo 

conte  di  Luùmborgo. 

Nel  detto  anno  1308,  essendo  morto  loreAI« 
berta  d' Alamagna,  come  dicemmo  addietro,  per  la 
cui  morte  vacava  lo'  mperio,  e  i  lettori  d'Alamagna 
èrano  in  grande  discordia  tra  loro  di  fare  la  lezione; 
lo  re  di  Francia  sentendo  la  detta  vacazione,  si  si  pen- 
sò che  gli  verrebbe  fornito  il  suo  intendimento  con 
poca  fatica,  per  la  sesta  promessa  che  gli  avea  fat- 
ta papa  Clemente  segretamente,  quando  gli  promise  di 
farlo  fare  papa,  come  addietro  facemmo  menzione,  e 
raunò  suo  segreto  consiglio  con  messer  Carlo  di  Va- 
iola suo  fratello,  e  quivi  scoperse  il  suo  intendimento, 
e  il  lungo  desiderio  eh'  egli  avea  avuto  di  fare  eleg- 
gere alla  Chiesa  di  Roma  a  re  de'  Romani  messer  Car- 
lo di  Valois,  e  eziandio  vivendo  Alberto  re  d' Alama- 
gna,  colla  sua  forza  e  podere  e  dispendio,  e  col  po- 
dere del  papa  e  della  Chiesa:  ch'altre  volte  per  an- 
tico avea  rimossa  la  lezione  de' Greci  ne' Franceschi 
e  de'  Franceschi  negl'Italiani,  e  degl' Italiani  negli 
Alamanni,  ora  maggiormepte  ci  dee  venire  fatto,  dap- 
poiché vaca  lo  'mperio,  e  massimamente  per  la  det- 
ta promessa  e  saramento  che  gli  aveva  fatta  papa 
Clemente,  quando  II  fece  fare  papa.  E  scoperse  tutto 
il  segreto  contratto  con  lui,  e  fatto  ciò,  domandò  il 
loro  consiglio  e  fece  giurare  credenza  :  a  questa  im- 
presa fu  lo  re  confortato  per  tutti  gli  suoi  consiglie- 
ri, e  che  in  ciò  s'  adoperasse  tutto  il  podere  della 
corona  e  di  suo  reame,  sicché  venisse  fatto,  si,  per 
r  onore  di  messer  Carlo  di  Valois  che  ir'  era  degno 
e  perché  l'onore  e  dignità  dello  'mperio  tornasse 
a'  Franceschi,  siccome  fu  per  antico  lungo  tempo  per 
gli  loro  anticessori,  Carlo  Magno  e  gli  suoi  sac- 


assionrarono,  promisero  con  aiourtà. 


9ia 


CRONICHE 


cesBori.  Inteso  per  lo  re  e  peK  meMer  Ctrlo  il  con- 
forto e  buon  volere  del  sno  consiglio,  si  furono  molto 
allegri,  e  ordinaro  che  sansa  indugio  io  re  e  Ries- 
ser Carlo  con  grande  forta  di  baroni  e  cavalieri  d^ar- 
me  andassono  a  Vignone  al  papa^  innanzi  che  gii  A- 
lamanni  facessono  altra  lezione,  mostrando  e  dando 
voce  che  la  sua  andata  fosse  per  la  richiesta  fotta 
contra  la  memoria  di  papa  Bonifazio  *,  e  che  quando 
il  re  fosse  a  corte,  richiedesse  al  papa  la  sesta  se- 
greta promessa,  cioè  d'eleggere  e  confermare  impe- 
radore  di  Roma  messer  Carlo  di  Valois  ;  e  trovasse- 
si  si  forte  di  sua  gente^  che  nullo  cardinale  nò  altri, 
né  eziandio  il   papa,  non  Tardisse  a  rìfnsare/.  E 
ciò  ordinato,  sì   comandò  a^  baroni  e  cavalieri  che 
a'  appareocliiassono  d' arme  e  di  cavalli  a  fare  com- 
pagnia al  re  per  andare  alla  corte  ad  Avignone,  e 
quegli  del  siniscalcato  di  Proenza  fossono  apparec- 
chiati, e  doveano  essere  in  numero  di  più  di  seimila 
cavalieri  d"  arme.  Ma  come  piacque  a  Dio,  per  non 
volere  che  la  Chiesa  di  Roma  fosse  al  tutto  sottopo- 
sta alla  casa  di  Francia,  questo  apparecchiamento  del 
re  e  suo  intendimento  fu  fatto  segretamente  assenti- 
re ^  al  papa  per  uno  del  segreto  consiglio  del  re  di 
Francia.  Il  papa  temendo  della  venula  4el  re  con 
tanta  forza,  e  ricordandosi  della  sua  promessa  fatta, 
riconoscendo  eh*  era  molto  contraria  alla  libertà  della 
Chiesa^  si  ebbe  segreto  consiglio  solamente  con  mes- 
ser à'  Ostia  cardinale  da  Prato,  che  già  aveano  pre- 
so sdegno  col  re  di  Francia  per  le  disordinate  richieste, 
e  perchè  se  la  Chiesa  avesse  condannata  la  memoria 
di  papa  Bonifazio,  ciò  ch^  avea  fajlto  era  casso  e  an- 
nullato, e  '1  cardinale  da  Prato  fu  per  Bonifazio  fatto 
cardinale  con  certi  altri,  come  detto  avemo  in  altra 
parte.  Il  detto  cardinale  udendo  quello  che  sentia  il 
papa  dell^ intenzione  e  della  venuta  del  redi  Fran- 
cia, si  disse  :  Padre  santo^  qui  non  ha  che  uno  reme- 
dio^  cioè^  che  tiMUifMt  H  fàccia  la  richiesta  il  r^, 
per  te  s*  ordini  coi  prencipi  della  Magna  secretar 
mente  e  con  istudio^  eh*  eglino  facciano  leeone  d'im- 
perio. Al  papa  piacque  il  consiglio,  ma  disse:  Cui 
volemoper  imperadore?  Allora  il  cardinale  molto  an- 
tiveduto, non  tanto  solamente  per  la  libertà  della  Chie- 
sa, quanto  a  sua  proprietà  e  di  sua  parte  ghibellina, 
per  volerla  rilevare  in  Italia,  disse  :  to  sento  che  7 
conte  di  Luimborgo  è  oggi  il  migliore  uomo  della 
Magna^  e  il>più  leale  e  il  piik  franco  e  ptu  cfUtO'' 
lico^  e  non  mi  dubito^  se  tiene  per  te  a  questa  di-- 
gnitày  eh"  egli  non  sia  fedele  e  obbediente  a  te  e  a 
Santa  Chiesa^  e  uomo  di  tenire  a  grandissime  cose. 
Al  papa  piacque  per  la  buona  fama  che  sentia  di  lui, 
e  disse  :  Questa  legione  come  si  può   fgmire  per 
noi  segretamente^  mandando  lettere  con  nostra  boi- 
to,  che  noi  senta  il^  collegio  de*  nostri  frati  cardi- 
nali? Rispuose  il  cardinale:  Fa  a  lui  e  a\lettofi 
tue  lettere  col  piccolo  e  segreto  suggello^  e  io  scri- 
verò loro  per  mie  lettere  più  a  pieno  il  tuo  inten* 
dimenio^  e  manderolle  per  mio  famigliare  :  e  così  fu 
fatto.  E  come  piacque  a  Dio,  giunti  i  messaggi  nel- 


'  rifiaUre,  dal  francese  rtfuMr^  e  da  mandare  tra  le  brat- 
tare. La  Qioutina  legge  fifiitloTt. 

^  sentire,  assapere.  Ecco  il  verbo  ientire  che  riceve  in- 
cremento d' una  sillaba  sai  principio  come  il  verbo  sapere. 


la  Magna  e  presentate  le  lettere,  in  otto  dì  i  pren- 
cipi della  Magna  furono  congregati  a  Midelborgo,  e^ 
ivi  senza  ninno  discordante  elessero  a  re  de*  Roma- 
ni Arrigo  conte  di  Luzimborgo  ;  e  ciò  fu  per  la  indu- 
stria e  studio  del  detto  cardinale,  che  scrisse  a*  pren- 
cipi infra  P altre  parole:  Fate  d* essere  in  accordo  ' 
del  tale  e  sqn%a  indugio^  se  non^  io  sento  che  la 
leùone  e  la  signoria  dello  ^mperio  tornerà  a"  Fran- 
ceschi. Fatto  ciò,  la  lezione  fu  pubblicata  in  Fran- 
cia e  in  corte  di  papa  incontanente  ;  e  non  sappiendo 
il  modo  il  re  di  Francia,  che  facea  P  apparecchia- 
mento per  andare  a  corte,  si  tenne  ingannato,  e  mai 
non  fu  poi  amico  del  detto  papa. 

CA?rroLO  cn. 

Come  Arrigo  imperadore  fu  confermato  dal  papa. 

Nel  detto  anno,  essendo  fatta  la  lezione  d'Ar- 
rigo di  Luzimborgo  a  re  de*  Romani,  sì  mandò  ad  Avi- 
gnone a  corte  a  papa  Clemente  per  la  sua  confer- 
mazione il  conte  di  Savoia  suo  cognato,   e  messer 
Guido  di  Namurro  fratello  del  conte  di  Fiandra  suo 
cugino  \  i  quali  dal  papa  e  da*  cardinali  onorevole- 
mente  furono  riavuti,  e  del  mese    d*  aprile  1308, 
per  lo  papa  il  detto  Arrigo  fu  confermato  a  impera- 
dore, e  ordinato  che  *1  cardinale  dal  Fiesco  e  *1  car- 
dinale da  Prato  fossono  legati  in  Italia,  e  in  sua  com- 
pagnia quando  venisse  di  qua  da*  monti,  comandan- 
do da  parte  della  Chiesa  che  da  tutti  fosse  ubbidi- 
to. Incontanente  eh*  e*  suoi  ambasciadori  furono  tor- 
nati colla  confermazione  del  papa,  se  n*aDdò  ad  Assia 
la  Cappella  in  Alàmagna,  con  tutta  la  baronia  e  prelati 
d*  Alamagna,  e  fuwi  il  duca  di  Brabante,  e  *1  conte 
di  Fiandra,  e  *l  conte  d*AnaIdo,  e  più  baroni  di  Fran- 
cia, e  ad  Assia  per  I*  arcivescovo  di  Cologna  onore- 
volemente  e  sanza  nullo  contrasto  fu  della  priikia  coro- 
na coronato,  il  dì  della  Epifania  1 308,  a  re  de'  Romani. 

CAPITOLO  CUL 

Come  i  Viniziani  presone  la  città  di  Ferrara  e  poi 

la  perderò. 


Nel  detto  anno  1308  a  dì  10  di  gennaio,  i  Vini- 
zìani  presono  per  forza  di  loro  navilio  la  città  di 
Ferrara,  la  quale  era  della  Chiesa  di  Roma,  e  cac- 
ciarne messer  Francesco  da  Esti  \  per  la  qnal  cosa 
dal  sopraddetto  papa  furono  scomunicati,  ;e  contra 
loro  fatto  gran  processo,  e  a  chi  desse  aiuto  alla  Chie- 
sa fu  fatta  grande  indulgenza  per  due  legati  del  pa- 
pa che  vennero  in  Lombardia,  i  quali  con  Paioto 
de*Bolognesi  e  della  lega  di  Lombardia  della  parte 
della  Chiesa,  racquistarono  Ferrara,  salvo  il  castello 
Tedaldo  eh*  era  in  capo,  della  terra,  molto  forte  e 
grande,  che  rimase  a*Yiniziani,  e  in  quello  qoiese  i 
Yiniziani  furono  sconfitti  a  Francolino,  eh*  erano  ve- 
nuti per  assediare  Ferrara,  per  la  gente  della  Chiesa. 

'  I  più  ifegli  storici  assegnano  altro  anno  a  questo  fiitto. 
E  farono  mandati  al  papa  altresì  i  Vescovi  di  Basilea  e 
di  Coirà,  Giovanni  Delfino  di  Vienna  e  aUrt  baroni.  V. 
Marat.,  Ann,  dBal.<,  tom.  XDL 


DI  GIOYANM  VILLANI. 


219 


CAPITOLO  CIV. 

Come  il  fnaeiiro   delio  tpedaie  prese  P  iioia  di 

Rodi. 

NelPanno  1308  del  mese  di  febbraio,  i  frìerì 
delio  spedale  ebbono  grandi  privilegi  dal  detto  papa 
Clemente,  di  grandi  perdonanze  a  chi  facesse  loro 
aiuto  al  conquisto  d^  oltremare,  e  per  Italia  andaro- 
no predicando,  e  ninnarono  moneta  assai,  e  poi  la 
state  vegnente  il  loro  maestro  da  Napoli  fece  suo 
passaggio,  e  presono  risola  di  Jlodi  in  Turchia,  con 
grande  danno  de'Saradni  e  de*  Greci. 

CAPITOLO  CV. 

Come  U  re  d^Araonà  s*  apparecchiò  di  venire  sopra 

Sardegna. 

Nel  detto  anno  e  mese,  apparecchiandosi  il  re 
d'Araona  di  venire  a  prendere  Sardigna,  e  ave^  ri- 
chiesti i  Fiorentini  e*  Lucchesi  e  la  taglia  di  Toscana 
di  fare  compagnia  con  loro  a  guerreggiare  i  Pisaiii, 
ì  detti  Pisani  gli  mandarono  loro  ambasciadori  in  tre 
galee  con  molta  moneta,  onde  il  detto  re  si  rimase 
della  detta  impresa. 

CAPITOLO  CVL 

Comei  guelfi  furono  cacciaii  di  Prato^  e  poi  lo 

racquisiarono, 

Nen'anno  1309  a  di  6  d'aprile,  i  bianchi  e' 
ghibellini  di  Prato  ne  cacciaronp  fuori  i  guelfi-  e'neri; 
il  seguente  di  fu  per  loro  ricoverato  coli' aiuto  dei 
Fiorentini  e  de' Pistoiesi,  e  per  gli  Fiorentini  vi  fu 
messa  la  signoria. 

CAPITOLO  CVII. 
Come  i  Tarlali  lomarono  in  Arezzo  e  cacciarne  i 

» 

•    guelfi. 

Nel  detto  anno  a  di  24  del.  mese  d'aprile,  i 
Tarlati  d^  Arezzo  con  loro  parte  ghibellina  tornarono 
in  Arezzo,  e  cacciarne  fuori  i  guelfi  e' verdi,  e  uc- 
cisonne  assai,  e  roppono  la  pace  ch'aveano  co' Fio- 
rentini. 

CAPITOLO  CVIIL 

Quando  mori  il  re  Carlo  secondo  di  Puglia, 

Nel  detto  anno  il  di  di  Pentecosta  a  di  3  di 
maggio,  mod  il  re  Carlo  secondo,  il  quale  fu  uno 
de'  larghi  e  graziosi  signori  che  al  suo  tempo  vi- 
Tesse,  e  nel  suo  regno  fu  chiamato  il  secondo  Ales-^ 
Sandro  per  la  cortesia  ;  tta  per  altre  virtù  fu  di  poco 
valore,  e  magagnato  in  sua  vecchiezza  disordinata- 
mente in  vizio  carnale,  e  d' usare  pulcelle,  iscusan- 
dosi  per  certa  malattia  ch'avea  di  venire  misello^:  e 
Ini  morto,  a  Napoli  fu  seppellito  a  grande  onore. 


*  Ecco  la  Giantiiia:  magofpiato  di  vizio  eamaley  ed 
tttofMt  ptdeeUe,  iitutandoii  per  certa  malattia  che  aveva,  e 
mùonlo  a  mòrte,  E  fu  toppellito  ece.  Bfail  senso  non  corre, 
non  Teggeodo  qnal  debba  essere  il  sostaotivo  di  qael  mi- 
,90ido   a  morte.   Meglio  il   minUo  o  misereilo  risponde  al 


CAPITOLO  CIX. 
De*  segni  eh'*  appariremo  in  aria. 

Nel  detto  anno  1309  a  di  10  di  maggio,  di 
notte,  quasi  al  primo  sonno,  apparve  in  aria  uno  gran- 
dissimo fuoco,  grande  in  quantità  d'una  grande  ga- 
lea, correndo  dalla  parte  d' aquilone  verso  il  merig- 
gio con  grande  chiarore,  sicchò  quasi  per  tutta  Italia 
fu  veduto,  e.  fu  tenuto  a  grande  maraviglia  ;  e  per 
gli  più  si  disse  che  fu  segno  della  venuta  dello  'm- 
peradore. 

CAPITOLO  ex. 

Come  i  Fioreniini  ricominciarono  guerra  ad  Are%%o. 

Nel  detto  anno  a  di  23  di  maggio,  cavalcaro- 
no i  Fiorentini  duecento  cavallate  ^  e  certi  pedoni,  e 
la  masnada  de'  Catalani  col  maliscalco  del  duca  al 
monte  Sansavino,  che  si  tenea  per  gli  Fiorentini,  e 
di  là  andare  in  sul  contado  d'Arezzo  ardendo  e  gua- 
stando, e  furono  infino  alle  porte  d' Arezzo,  e  fecio- 
UQ  danneggio  assai.  Poi  a  di  8  di  giugno  si  torna- 
rono in  Firenze  sani  e  salvi  ^.   . 

CAPITOLO  CXL 

Come  i  Lucchesi  tolUmo  disfare  Pistoia,  e^Fioren^ 
lini  furono  coniradianti. 

Nel  detto  anno  in  calen  di  giugno,  i  Lucchesi 
vennero  a  Serravalle'  popolo  e  cavalieri  inanimati  di 
disfare  Pistoia  al  tutto,  o  almeno  la  loro  metade  :  la 
qual  cosa  a'Fiorentini  non  piacque,  parendo  loro  spie- 
tata e  crudel  cosa.  Diedono  parola  a'  Pistoiesi  che  si 
difendessono,  e  a  chi  di  Firenze  gli  volesse  aiutare, 
sicchò  coir  aiuto  di  messer  Lippo  Vergellesi,  che  te- 
nea il  castello  della  Sambuca,  essendo  i  Lucchesi  già 
a  Pontelungo,  gli  ripararono  con  danno  e  vergogna 
di  loro.  Per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  acconsentirò  a' 
Pistoiesi  che  rifermassono  la  terra,  i  quali  in  due  di 
rimondarono  i  fossi  e  rifeoiono  gli  steccati  con  ber- 
tesche^ intorno  alla  città,  e  a  ciò  furono  uomini  e  don- 
ne e  fanciulli,  preti  e  religiosi,  che  fu  tenuto  gran 
cosa.  La  qual  benignità  e  pietà  de' Fiorentini  tornò 
loro  poi  per  più  volte  «olto  contraria,  con  grandi 
pericoli  e  spendii  de' Fiorentini,  siccome  innanzi  per 
gli  tempi  si  farà  menzione,  onde  più  volte  poi  fu  più 


senso;  e  forse  toecano  il  ponto  quelle  stampe  che  leggono 
venire  mùeUOy  che  sarebbe  buona  giunta  al  Vocabolario. 
Altri  infine  seguendo  la  lezione  Davanzati  spiegano  mieedo 
per  lebbroso,  da  miaettue^  e  nUtella,  che  nel  latino  del  medio 
evo,  .secondo  il  Du-Fresne,  valevano  leprosua,  leproea, 

'  cavalcate^  milizia  a  cavallo,  che  per  c^rti  vassalli  faoe 
vasi  a  difesa  del  loro  signore. 

^.I  Tarlati 'tornati  in  Arezzo  n'avean  cacciati  i  Guelfi, 
e  ciò  fti  la  cagione  perchè  i  Fiorentini  andassero  a'  danni 
di  quella  terra.  Ànmiir.,  St  fior,^  tom.  n,  Ub.  V. 

'  Cateratte  imperniate,  ohe  s' alzavano  e  s' abbassavano. 
Nella  bassa  latinità  dicevansi  hrettacchia.  Lunga  è  la  fa- 
miglia di  questo  vocabolo  nella  lingua  francese:  herteiehe, 
bretechej  IreUeche^  breiesqtiey  ecc.  Forse  è  parola  degli  an- 
tichi brettoni  o  flranchi.  Bret  in  tedesco  significa  tavola^ 
aue  ;  Bretchen  n'  è  il  diminutivo  ;  onde  yenne  hreUetca  o 
òartefco,  quasi  aseito. 


220 


CRONICHE 


commendata  la  furia  de*  Lucchesi,  che  la  pietà  e  as^ 
aistenza  de'  Fiorentim. 

CAPITOLO  cxn. 

Come  il  re  Ruberto  fu  coronato  del  regno  di  Cicilia 

e  di  Puglia, 

L*anno  1309  del  mese  di  giugno,  il  daca  Ro- 
berto, allora  primogenito  del  re  Carlo,  andò  per  mare 
da  Napoli  in  Proenza  alla  corft  con  grande  navitio 
di  galee  e  grande  compagnia,  e  fa  coronato  a  re  di 
Cicilia  e  di  Paglia  da  papa  Clemente,  il  di  di  Santa 
Maria  di  settembre  del  detto  anno,  e  fu  acquetato  di 
tutto  il  presto  che  la  Chiesa  avea  fatto  al  padre  e 
alPavolo  per  la  guerra  di  Cicilia,  il  quale  si  dice  che 
erano  pia  di  trecento  migliaia  d*  once  d' oro.  Nel'  detto 
anno  e  mese  i  guelfi  furono  cacciati  d' Amelia  per  la 
forza  de' Colonnesi. 

CAPITOLO  cxni. 

Come  gli  Anconitani  furono  sconfitti  dal  conte  Fe- 

drigo^ 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  il  conte  Fe- 
drigo  da  Montefeltro  con  quelli  da  Iesi  e  d' Osimo, 
ed  altri  Marchigiani  ghibellini  sconfissono  gli  Anco- 
nitani eh*  erano  a  oste  sopra  il  contado  di  Iesi  :  fu- 
ronne  tra  presi  e  morti,  tra  di  cavallo  e  di  piè^  piii 
di  cinquemila  ^. 

CAPITOLO  CXIV. 

Come  mester  Ubvuino  Spinoli  fu  cacciato  di  Genova 

e  tconfitto. 

Nel  detto  anno  1309,  di  11  di  giugno,  essendo 
roesser  Ubizzino  Spinoli  signore  di  Genova,  e  caccia- 
tine pijk  tempo  dinanzi  i  guelR,  e  poi  gli  Orii  e  loro 
seguito,  e  gli  Spinoli  suoi  consorti  da  baéso,  e  la 
terra  tenea  quasi  a  guisa  di  tiranno,  i  detti  usciti, 
così  i  guelfi  come  i  ghibellini,  fatta  lega  e  compagnia 
vennero  con  loro  isforzo  di  gente  a  cavallo  e  po- 
polo di  Genova  a  pie  assai,  inftao  in  Ponzevera  per 
rientrare  in  Genova.  Il  detto  messer  Ubizzino  con 
suo  sforzo  di  gente  a  cavallo  e  popolo  di  Genova  a 
pie  si  fece  allo  incontro,  gli  usciti  vigorosamente 
assalendo  il  popolo  di  Genova,  il  quale  era  partito, 
e  male  seguirò  messer  Ubizzino,  ma  si  misono  in 
fuga,  onde  fu  sconfitto  con  piccola  mortalità  di  gen- 
ie, e  si  fuggi  in  Serravano  co' suoi  seguaci.  Gli  Orii 
e' Grimaldi,  e  gli  altri  usciti  sì  rientraro  in  Genova 
sanza  fare  altra  novità,  se  non  ohe  feciono  disfare 
il  castello  di  Luccoli  eh'  era  in  Genova,  ed  era  del 
detto  messer  Ubizzino. 

CAPITOLO  CXV. 

r 

Come  i  Vim%iani  furono  sconfitti  a  Ferrara. 

Nel  detto  anno  aH*  uscita  di  IngKo,  i  Fiorentini 
mandarono  cavalieri  e  pedoni  in  servigio  della  Chie- 


La  Giantina  ha:  cinquecmto* 


sa  al  cardinale  Pelagrù,  nipote  e  legato  del  papa,  il 
quale  era  al  soccorso  di  Ferrara^  che  v*  erano  i  Vi- 
niziani  per  comune  ad  oste  per  terra  e  per  acqua, 
onde  il  detto  legato  ebbe  a  grande  grado  da' Fio- 
rentini, ch'erano  interdetti  dalla  Chiesa,  e  però  non 
lasciaro  il  servigio.  Poi  il  settembre  vegnente  la  gente 
del  legato  co' Fiorentini  e  Bolognesi  combatterò  co* 
Viniziani  e  sconfissongli  a  dì  27  d'agosto  prossimo, 
onde  rimasono  tra  morti  e  presi  e  annegati  in  Po 
de'  Viniziani  più  d\  seimila  uomini,  e  perderò  ài  tutto 
Ferrara  e  '1  castello  Tedaldo.  Poi  Panno  appresso 
tornando  il  detto  legato  in  Toscana  venne  in  Firen- 
ze, e  per  li  Fiorentini  gli  fu  fatto  grande  onore,  e 
presentargli  duemifa  fiorini  d'  oro,  e  *1  carroccio  gli 
andò  incontro  con  grande  processione:  per  la  quid 
cosa  e  servigio  fatto,  il  detto  legato  assolvette  i  Fio- 
rentini dalla  'nterdizione  e  scomunica,  e  ricondlio- 
gli  colla  Chiesa  della  discordia  dove  gli  aveva  messi 
messer  Napoleone,  come  addietro  si  fece  menzione, 
e  rendè  loficio  a' Fiorentini  a  dì  26  di  settembre 
anno  detto. 

CAPITOLO  CXVI. 

Della  guerra  de"  Volterrani  e  qué"  di  Sangimignano. 

Nel  detto  anno  1309  del  mese  di  agosto,  si 
cominciò  grande  guerra  tra' Volterrani  e  que'  di  San* 
gimignano  per  quistione  di  loro  confini;  e  ciascuno 
fece  suo  isforzo  di  più  di  settecento  cavalieri  per 
parie,  e  durò  la  guerra  più  mesi  con  grande  spèn- 
dio  e  dammaggio  dell'una  parte  e  dell'altra,  d'ar- 
sioni e  di  gnnsto  e  di  più  avvisamenlL  I  FiorentÌBi 
e'  Senesi  assai  si  travagliaro  d'  acconciargli  insieme  : 
quando  volea  l'uno  non  volea  l'altro,  che  si  tenea 
soverchiato.  Alla  fine  i  Fiorentini  vi  cavalcarono  con 
grande  isforzo,  dicendo  d' essere  contra  la  parte  che 
non  volesse  l'accordo.  Quegli  4ib*l^uti  di  spese  e 
della  guerra,  si  rimisono  ne'Fiorentini,  e  per  gli  Fio- 
rentini fu  giudicata  e  terminata  la  qaistione,  e  messi 
i  termini  a'  confini,  e  ciascuno  a'  suoi  termini  fece 
nna  fortezza,  e  fu  fatta  la  pace.  E  nel  detto  mese 
d'agosto  scurò  tutta  la  lana;  e  poi  1' uHImo  dì  di 
gennaio  scurò  gran  parte  del  sole;  e  'I  febbraio  se- 
guente ancora  scurò  la  luna.  Nel  detto  anno  fu  gran- 
de dovizia  di  pane  e  di  vino  :  valse  lo  staio  del  grano 
in  Firenze  soldi  otto,  e  *1  cogno^  del  mosto  in  certe 
parti  meno  di  soldi  quaranta. 

CAPITOLO  cxvn. 

Come  gli  Orsini  di  Roma  furono  sconfUH  da"  Co^ 

lonnesi. 

Nel  detto  anno  del  mese  d'ottobre,  si  rìsconlraro 
certi  degli  Orsini  e  de'Colonnesi  e  di  loro  seguaci,  in 
quantità  dì  quattrocento  a  cavallo,  fuori  di  Roma,  e  com- 
batterono insieme,  e'Colonnesi  furono  vincitori,  e 
fuwi  morto  il  conte  dell'  Anguillara,  e  presi  sei  de- 
gli Orsini,  e  messer  Riccardo  della  Rota  degli  Anni- 
baldeschi  ch'era  in  loro  compagnia. 


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*  Bflini»  d«l  vino,  che  in  ToioitM  eontlane  ditel  barili. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


221 


CAPITOLO  cxvra. 

cime  g^e  d"  Àre^io  furono ,  sconfUH  dal  mali" 
scalco  de*  Fiorenlini, 

Nel  detto  anno,  di  febbraio,  il  re  Ruberto  man- 
iò  in  Firénxo  sua  bandiera  al  ano  maliscalco  ch^  era 
in  Firenze  con  trecento  cavalieri  catalani,  cbe  {p  pri- 
m  che  fosse  coronato  a  re,  il  sno  detto  maliscalco 
portava  pure  pennone'  della  sopransegna  del  duca.  Il 
detto  maliscalco  per  provare  la  bandiera,  e  per  an- 
dire  in  servigio  di  qne^  della  città  di  Castello,  i  quali 
iveino  richiesti  i  Fiorentini  d'aiuto -contra  gli  Aretini, 
co|i  ina  gente  a  cavallo  e  a  piò,  con  tre  de*  maggiori 
dì  Firenze  per  sesto,  e, con  certi  pedoni  eletti  si  par- 
tiro  di  Firenze  martedì  a  di  10  di  febbraio,  e  furono 
iotomo  trecencinquanta  cavalieri  e  seicen^)  pedoni.^. 
Fedono  la  via  di  Valdarno  e  poi  per  Yallelunga  al- 
Fobno  d^  Arezzo,  guastando  per  lo  contado  d'Arezzo. 
Gli  Aretini  popolo  e  cavalieri  e  usciti  di  Firenze  con 
UgQcdone  della  Faggiuola  loro  capitano  sotto  Cortona 
si  pararono  loro  dinanzi  credendogli  avere  sorpresi, 
e  gli  assalirò  per  loro  feditori^,  i  quali  dal  detto  ma- 
liicalco  e  Fiorentini  furono  rotti,  e  Uguccione  col  po- 
polo ai  fuggi  ad  Arezzo  in  isconfitta,  e  rimasonvi 
iwrti  Vanni  de' Tarlati,  e  Cione  de*  Gherardini,  e  uno 
de*  Pazzi  di  Valdarno  con  più  altri,  e  tre  di  loro  ban- 
diere ne  vennero  co'  pregii>ni  a  Firenze.  Cosi  tutta 
la  vittoria,  fìi  tenuta  foUe  andata,  perchè  si  misono  in 
forte  puso  e  nella  forza  de'  nimici. 

•       CAPITOLO  CXiX. 
Come  i  Fiorentini  feciono  oste  ad  Arezzo, 

Neil'  anno  1 3 1 0,  di  8  di  giugno,  i  ^Fiorentini  con 
laro  aaiatà  in  quantità  di  duemilr  cavalieri  e  popolo 
*  V^  grandissimo,  si  partirono  di  Firenze  per  andare 
id  oste  ad  Arezzo.  Prima  si  partissono  vennono  let- 
tere e  messi  da  Arrigo  imperadore,  comandando  a' 
Tioreatini  che  V  oste  non  andasse  sopra  a  Arezzo, 
c«  ciò  sia  cosa  eh'  eli'  era  sua  terra,  e  eh*  egli  in- 
leadea  di  pacificargli  insieme  alla  sua  venuta  in  Italia  : 
^lagnai  cosa  in  Firenze  n'ebbe  quistione,  cbe  chi 
Tolea  e  chi  non  volea  che  Toste  v*  andasse.  Alla  fine 
il  popolo  pur  Tìnse  eh*  eli*  andasse,  e  andò  infino  al 
^ticofado  vecchio  d*  Arezzo,  e  quivi  si  fermò  il  cam- 
fo  instando  intomo  la  terra,  e  più  battaglie  si  die- 
^  alla  terra,  e  gran  parte  degli  steccati  da  quella 
)*rte  per  gli  Fiorentini  s*  abbatterò ,  e  dissesi  per 
Bolli  ebe  la  terra  s*arebbe  avuta  per  forza,  perocché 


*  Bteiardo:  oooie  le  Croode  erano  gaernite  di  penne, 
^^^Bordiè  X  militi  oominoiarono  a  gnernire  le  aste  di  ben- 
^"^  qneite  ebbero  nome  di  pemumù  Pennone  passò  quindi 
^^IKfióre  qualunque  insegna  più  longa  che  larga. 

M/hg^Urami,   Si,  della  TWc.,   troyò   che   i   cavalieri 

^  «0  e  l  pedoni  6000. 

^^'Nii  doTettero  esser  detti,  io  penso,  gli  armati  alla 

^*t  aon  armi  da  ferire,  più  che  da  difesa. 


gli  Aretini  erano  in  fievole  stato,  se  non  che  certi 
grandi  di  Firenze  per  nudrire  la  guerra  e  moneta  che 
n'ebbono  (se'l  vefo  fu)  non  l'assentirono.  Alla  fine 
si  parU  l'osfe,  e  lasciaro  uno  battifolle  molto  forte 
presso  ad  Arezzo  a  due  miglia  al  poggio  eh*  ò  sopra 
all',  olmo,  fornito  di  genti  con  gli  usciti  d*  Arezzo,  il 
quale  fece  loro  molta  guerra  ;  e'  Fiorentini  tornarono 
in  Firenze  sani  e  salvi,  a  di  25  di  luglio  anno  detto. 

CAPITOLO  CXX, 

Come  gli  ambasciadori  d' Arrigo  re  de*  Romani 

vennerp'^in  Firenze^ 

Nel  detto  anno,  di  3  di  luglio,  vennero  in  Fi- 
renze messer  Luis  di  Savoia  eletto  sanatore  di  Roma 
con  due  prelati  cherìci  d' Alamagna,  e  messer  Simeo- 
ne Filippi  da  Pistoia,  ambasciadori  dello 'mperadore, 
licheggendo  il  comune  di  Firenze  chea'  apparecchias- 
sono  di  fargli  onore  alla  sua  coronazione,  e  che  gli  man- 
dassero loro  ambasciadori  a  Losanna:  e  richiesono  e  co- 
mandaroche  l'oste  eh'  era  ad  Arezzo  si  dovesse  partire. 
Fu^  per  gli  Fiorentini  fatto  un  grande  e  bello  consiglio^ 
ove  saviamente  spuosero  loro  ambasciata.  Risponditore 
fa  fatto  per  lo  comune  messer  Retto  Rrunelleschi,  li 
quale  prima  rispuose  con  parole  superbe  e  disoneste, 
onde  da*  savii  fu  poi  biasimato;  poi  per  messer  Ugolino 
Tornaquinci  saviamente  fu  risposto,  e  cortesemente 
contentisi  partirono  a  di  12  di  luglio,  e  andarono 
nell'oste  de* Fiorentini  ad  Arezzo,  e  feciono  il  somi- 
gliante comandamento  si  partisse  l'oste;  la  quale 
non  si  parti  per  ciò.  Rimasersi  in  Arezzo  i  detti  am- 
basciadori assai  indegnati  contro  a*  Fiorentini., 

CAPITOLO  CXXL 

Di  miracolosa  gente  che  s'*  andarono  ^  battendo  in 

Italia, 

Nel  detto  anno  appari  grande  maraviglia,  che 
si  cominciò  in  Piemonte,  e  venne  per  Lombardia 
e  per  la  riviera  di  Genova,  e  poi  per  Toscana,  p 
poi  quasi  per  tutta  Italia,  che  molta  gente  minuta, 
uomini  e  femmine  e  fanciulli  sanza  numero,,  lascia- 
vano i  loro  mestieri  e  bisogne,  e  colle  croci  innanzi 
s* andavano  battendo  di  luogo  in  luogo,  gridando 
misericordia ,  e  faccendo  fare  1*  uno  ali*  altro  molte 
paci,  tornando  più  genti  a  penitenzia.  I  Fiorentini  e 
più  altre  città  non  gli  lasciarono  entrare  in  loro  ter- 
re, ma  gli  scacciavano  dicendo,  eh'  era  male  segnale 
nella  terra  ove  entrassero.  E  nel  detto  tempo,  a  dì 
12  di  maggio,  il  re  di  Francia  fece  a  Parigi  ardere 
il  maestro  del  tempio  con  einquantaquattro  suoi  frie- 
ri  de*  maggiori  della  magione,  opponendo  loro  resia; 
ma  i  più  dissono  che  fu  loro  fatto  torto,  e  per  oc- 
cupare le  loro  possessioni,  alla  loro  morte  ricono- 
scendosi e  confessandosi  buoni  erbtiani. 


'  percotendo  in  segno  di  penitenza. 


222 


C&ONICHB 


LIBRO  NONO 


CAPITOLO  PRIMO. 

^t  comincia  il  libro  nono.  Come  Arrigo  conte  di 
Luùmborgo  fu  folio  imperadore. 

Arrigo  conte  di  Luùmborgo  imperiò  anni  quat- 
tro e  mesi  sette  e  di  diciotto,  dalla  prima  coronauoae 
insino  alla  sua  fine.  Questi  fu  savio  e  giusto  e  gra- 
zioso, prode  e  sicuro  in  arme,  onesto  e  cattolico  ;  e 
di  piccolo  stato  che  fosse  per  suo  lignaggio,  fu  di 
magnanimo  core,  temuto  e  rìdottato;  e  se  fosse  vi- 
vuto  pia  lungamente  avrebbe  fatte  grandissiipe  cose. 
Questi  fu  eletto  a  imperadore  per  lo  modo  scritto  ad- 
dietro, e  incontanente  eh'  ebbe,  la  confermatione  dal 
papa,  si  fece  coronare  in  Alamagna  a  re;  e  poi  tutte 
le  discordie  de^  baroni  della  Magna  pacificò,  con  sol- 
lecito intendimento  di  venire  a  Roma  per  la  corona 
imperiale,  e  per  pacificare  Italia  delle  diverse  discor- 
die e  guerre  che  v'  erano,  e  poi  di  seguire  il  pas- 
iaggio  oltremare  in  racquistare  la  Terra  Santa,  se  Dio 
gliePavesse, conceduto.  Questi  stando  in  Alamagna  per 
pacificare  i  baroni ,  e  fornirsi  di  moneta  e  di  gente 
per  passare  i  monti,  Vincislao  re  di  Boemia  morì, 
del  quale  non  rimase  nulla  reda  maschio,  se  non  due 
figliuole,  Tuna  già  moglie  del  duca  di  Chiarentana, 
r  altra  per  consiglio  de' suoi  baroni  die  per  moglie 
a  Giovanni  suo  figliuolo,  e  lui  ne  coronò  re  di  Boe- 
mia, è  lasciollo  in  suo  luogo  in  Alamagna. 

CAPITOLO  n. 
Come  parte  guelfa  fu  cacciata  di  Vinegia. 

Neil*  anno  1310  del  mese  di  giugno,  fatta  con- 
giura in  Vinegia  per  quegli  della  casa  de"  Querini 
e  per  messer  Buiamonte  dello  Scopolo  di  Vinegia 
eoi  loro  seguito,  per  abbattere  il  dogio  eh'  allora  era 
in  Vinegia  da  ca'  Gradanigo  e  suoi  seguaci,  quasi 
recata  la  terra  a  parte,  guelfi  e  ghibellini,  si  com- 
batterò per  le  dette  parti  nella  città.  Alla  fine  que'  da 
ca'  Querini  e  loro  seguito  guelfi  sr  eoncordiarono, 
ma  tosto  ne  furono  vinti  e  cacciati  della  terra,  e 
guasti  i  loro  palazzi  (e  fu  la  prima  disfazione  di  casa 
che  fosse  mai  fatta  in  Vinegia),  e  certi  di  loro  ca- 
porali presi  forono  dicollati,  e  con  loro  due  gentili 
uomini  di  Firenze,  uno  degli  Adimari,  e  uno  de^  Siz- 
si,  eh'  erano  in  loro  compagnia. 

CAPITOLO  nL 

Delle  profe%ie  di  mae$tro  Arnaldo  da  Villanuova» 

Nel  detto  anno  1310,  maestro  Arnaldo  da  Vil- 
lannova  di  Proenza  gran  savio  filosofo,  in  Parigi  que- 
stionava, e  annunziava  per  argomenti  delle  profezie 
di  Daniello  e  della  Sibilla  Erittea,  che  l'avvento  d'An- 


ticristo e  persecuzione  della  Chiesii  dovea  essere 
tra  '1  1300  e  1  1400,  quasi  intorno  al  settantesi- 
mosesto anno,  e  di  ciò  f<^  ano  libro  il  quale  inti- 
tolò delia  ipeculaMone  deW  qwento  Anticritti^  per 
la  quel  cosa  fu  tenuto  nuovo  errore  di  fede.  Partbsi 
da  Parigi  per  teina  dello  inquisitore,  perocché  gli 
altri  maestri  di  Parigi  fl  faceano  perseguitare,  e  an- 
donne  in  Cicilia  a  don  Federigo,  e  poi  in  suo  servigio 
morì  in  mare,  andando  per  ambasciadore  a  corte  di 
papa. 

CAPITOLO  IV. 

Come  in  Ferrara  si  fece  congiura  per  ribellare  la 

tefYa  alla  Clùesa. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  luglio,  congiura- 
zione si  fece  in  Ferrara  per  rubellare  la  terra  alla 
Chiesa,  e  quasi  l' aveano  rubellata.  U  legato  cardi- 
nale Pelagrù  subitamente  la  soccorse  coli'  aiuto  de* 
Bologn^i  ;  e  mostrando  di  voler  riformare  la  terra, 
fece  consiglio  de'  dttadfhi  in  Castello  Tedaldo,  e  ri- 
tenne trentasei  de'  migliori  e  maggiori  della  terra,  e 
subitamente  gli  fece  impiccare  in  sulla  piazza  di  Fer- 
rara: e  poi  à  di  22  agosto  il  dello  cardinale  venne 
in  Arezzo,  e^  passando  in  Firenze,  fogli  fatto  grande 
onore  da'  Fiorentini,  come  dicemmo  addietro. 

CAPITOLO  V. 

Come  i  Todini  furono  sconfUH  da'  Perugini. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  Inglio,  i  Perugini  fe- 
done oste  a  Todi,  e  mandarono  per  aiuto  a' Fioren- 
tini, i  quali  vi  mandarono  il  maliscalco  del  re,  ch'era 
al  loro  soldo,  con  trecenta  cavalieri.  I  Todini  nsd- 
rono  fuori  a  battaglia,  e  furono  sconfitti  con  grande 
danno  e  vergogna  di  loro  gente  di  morti  e  presi  as- 
sai, per  lo  valore  del  detto  maliscalco  e  di  sue  ma- 
snade. 

CAPITOLO  VL 
Come  i  guelfi  furono  cacciati  di  Spuleio. 

Nel  detto  mese  di  lugUo  forono  cedati  i  guelfi 
di  Spuleto  per  Currado  di  Nastagio  di  Fuligno,  gran- 
de capitano  di  parte  ghibellina ,  colla  forza  de'  To- 
dini. Poi  i  Perugini  per  pia  tempo  fedone  oste  e 
guerra  assai  a  Spuleto  :  poi  l'anno  appresso  accordo 
fu  tra  loro  e'  Todini  e  gli  Spuletini,  e  rimessi  i  guelfi 
in  Todi  e  in  Spuleto. 

CAPITOLO  VU. 

Come  Arrigo  imperadore  ii  parti  della  Maqna  per 

passare  in  Italia, 

Nel  detto  anno  1310,  lo  'mperadore  venne  a 
Losanna  con  poca  gente,  attendendo  il  suo  sforzo  e 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


223 


r  ambascerìe  delle  città  d' Italia,  e  ivi  dimorò  più  me- 
si. Sentendo  ciò  i  Fiorentini,  ordinerò  di  mandargli 
Otta  ricca  ambasceria,  e  simigliente  i  Lnccbesi,  e'Sa- 
nesi,  e  1* altre  terre  della  lega  di  Toscana;  e  già 
erano  eletti  gli  ambasciadorì,  e  levati  i  panni  per  le 
robe  per  loro  vestire  onoratamente.  Per  certi  grandi 
guelfi  di  Firenze  si  stnrbò  V  andata,  temendo  cbe  sotto 
inganno  di  pace  lo  ^mperadore  non  rimettesse  gli  a- 
sciti  ghibellini  in  Firenze  e  gli  ne  facesse  signori  ;  e  in 
questo  si  prese  il  sospetto,  e  appresso  lo  sdegno, 
onde  segui  grande  pericolo  a  tutta  Italia,  che  essen- 
do gli  ambasciadori  di  Roma  e  quandi  Pisa  e  delF al- 
tre città  a  Losanna  in  Savoia,  lo  *mperadore  doman- 
dò perchè  non  v*  erano  que^di  Firenze;  per  gli  am- 
basciadori degli  usciti  di  Firenze  fu  risposto  al  si- 
^ore,  ch'elli  aveano  sospetto  di  lui*  Allora  disse 
lo  ^mperadore  :  male  hanno  fatio^  che  nostro  iniendi- 
menio  era  <it  volere  t  FioretiHni  iulH,  e  non  par- 
iUi^  a  huoni  fedeli^  e  di  quella  città  fare  nostra 
camera  e  la  nUgUore  di  nostro  imperio.  E  di  certo 
si  seppe  da  gente  ch^  erano  appresso  di  lui,  eh'  egli 
era  inaino  allora  con  puro  animo  in  mantenere  que- 
gli che  reggeano  Firenze  in  loro  stato,  e  gli  usciti  : 
n" aveano  grande  paura  che  d'allora  innanzi  per  que- 
sto isdegno,  o  per  mala  informazione  de' suoi  amba- 
sciadori venuti  a  Firenze,  e  de'  ghibellini  e  Pisani , 
s'apprese  al  contrario.  Per  la  qual  cosa  l'agosto  pre- 
sente, 1  Fiorentini  entrati  in  sospetto,  fecero  mille 
cavalieri  cittadini  di  cavallate,  e  si  cominciarono  a 
guernire  di  soldati  e  di  moneta,  e  a  fare  lega  col  re 
Ruberto  e  con  più  città  di  Toscana  e  di  Lombardia, 
per  isturbare  la  venuta  e  coronazione  dello 'mpe- 
radore,  e'  Pisani  acciocché  passasse  gli  mandarono 
sessantamila  fiorini  d'oro,  e  altrettanti  gli  promisso- 
no  quando  fosse  in  Pisa  ;  e  con  questo  aiuto  si  mosse 
da  Losanna,  che  da  se  non  era  ricco  signore  di  moneta. 

CAPITOLO  VnL 

Come  U  re  Ruberto  venne  in  Firen%e  tornando 
dalla  tua  coronazione^, 

Ne\  detto  anno  1310  a  di  30  di  settembre,  il  re 
Ruberto  venne  in  Firenze  tornando  d'Avignone,  dov'e- 
ra la  '  corte  del  papa,  dalla  sua  coronazione  :  albergò 
in  casa  de'Peruzzi  dal  Parlagio,  e  da'Fiorentini  gli 
fu  fatto  grande  onore,  e  armeggiata,  e  presenti  gran- 
di di  moneta ,  e  dimorò  in  Firenze  insino  a  dì  24 
d'ottobre  per  riconciliare  i  guelfi  insieme,  eh'  erano 
divisi  per  sette  intra  loro,  e  per  trattare  al  riparo 
dello  'mperadore.  In  riconciliargli  poco  poteo  adope- 
rare; tanto  era  l'errore  cresciuto  tra  loro  come  ad- 
dietro è  fatta  menzione  ^. , 

CAPITOLO  DL 

Come  Arrigo  imperadore  entrò  in  Italia^  e  ebbe  la 

città  di  Milano. 

Neiranno  1310  all'usciU  di  settembre,  lo  'm- 
peradore  si  parti  di  Losanna  con  sua  gente,  e  passò 


*  A  re  Roberto  era  punta  negli  occhi  la  yenata  dello 
Imperadore,  che  avrebbe  risorta  la  causa  de' ghibellini.  E 
poco  dovettero  g^are  le  sue  pratiche  col  papa,  il  quale 
•dubbioso  di  quello  che  fosse  meglio,  teneva  in  ponte  l'ano 
e  l'altro  potente. 


le  montagne  di  Monsanese,  e  all'entrata  d^ottobre  ar- 
rivò a  Turino  in  Piemonte  :  appresso  giunse  nella  città 
d'Asti,  di  10  d'ottobre.  Per  gli  Astigiani  fu  rice- 
vuto pacificamente  per  signore,  andandogli  incontro 
con  grande  processione  e  festa,  e  tutte  le  discordie 
tra  gli  Astigiani  pacificò.  In  Asti  attese  sue  genti  e 
innanzi  si  partisse,  ebbe  presso  a  duemila  oltramon- 
tani a  cavallo.  In  Asti  soggiornò  più  di  due  mesi, 
perocché  in  quello  tempo  tenea  la  signoria  di  Mila- 
no messer  Guidetto  della  Torre,  uomo  di  grande 
senno  e  podere,  il  quale  avea  tra  soldati  e  cittadini 
più  di  duemila  uomini  a  cavallo,  e  per  sua- forza  e 
tirannia  teneva  fuori  di  Milano  i  Visconti  e  loro  parte 
ghibellina,  e  eziandio  Tarcivescovo  suo  consorto  con 
più  altri  guelfi.  Questo  messer  Guidetto  avea  lega  co' 
Fiorentini  e  con  gli  altri  guelfi  di  Toscana  e  di  Lom- 
bardia, e  contendea  la  venuta  dello  'mperadore,  esa- 
rebbegU  venuto  fatto ,  se  non  eh'  e'  suoi  consorti 
medesimi  con  loro  seguito  condussono  lo  'mperado- 
re a  venire  a  Milano  col  consiglio  del  cardinale  dal 
Fiesco  legato  del  papa.  Messer  Guidetto  non  possen- 
do  al  tutto  riparare,  assenti  alla  sua  venuta  centra 
sua  voglia  ;  e  così  entrò  lo  'mperadore  in  Milano  la 
vigilia  della  festa  di  Natale,  e  il  dì  di  Befania,  dì  6  di 
gennaio,  fu  coronato  in  Santo  Ambrogio  dall'  Arci- 
vescovo di  Milano  della  seconda  corona  del  ferro  o- 
norevolmente  egli  e  la  moglie.  E  la  detta  corona  si 
dà  in  Milano^  ed  è  di  fino  acciaio  forbito  a  spada^ 
fatta  a  forma  d'una  ghirlanda  d'alloro^  iti  su  chia- 
vate ricche  pietre  prcMose^  a  modo  eh"" anticamente 
si  coronavano  d'alloro  i  Cesari  negli  loro  triunfi  e 
vittorie  :  e  (f  acciaio  si  fa  a  figura  e  similitudine, 
che  come  Vacciaio  e  7  ferro  doma  ogni  altro  me- 
tallo^ così  i  Cesari  triunfanti  colla  for%a  de*  Ho- 
>mam  e  Italiani^  che  tutti  erano  chiamati  Romani^ 
domarono  e  sottomisero  air  imperio  di  Roma  tutte 
le  nasoni  del  mondo  ^  E  alla  detta  coronazione  fu- 
rono gli  ambasciadori  quasi  di  tutte  le  città  d' Italia, 
salvo  quegli  di  Firenze  e  di  loro  lega.  E  dimorando 
in  Milano,  pacificò  tutti  i  Milanesi  insieme,  e  rimiseri 
messer  Maffeo  Visconti  e  sua  parte,  e  l'arcivescovo  e' 
suoi,  e  generalmente  ogni  nomo  che  n^era  di  fuori.  E 
quasi  tutte  le  città  e  signori  di  Lombardia  vennero  a 
fare  le  comandamenta ,  e  dargli  grande  quantità  di 
moneta;  e  in  tutte  le  terre  mandò  suo  vicario,  salvo 
Bologna  e  Padova  eh'  erano  contra  lui  alla  lega  de' 
Fiorentini. 

CAPITOLO  X. 

Come  i  Fiorentini  chiusono  di  fossi  le  nuove  cerchie 

della  cittade. 

Nel  detto  anno  il  dì  di  Sant'  Andrea,  i  Fioren- 
tini per  tema  della  venuta  dello  'mperadore  si  ordi- 
narono a  chiudere  la  città  di  fossi  dalla  porta  a  San 
Gallo  insino  alla  porta  di  Santo  Ambrogio,  ovvero 
detta  la  Croce  a  Gorgo,  e  poi  insino  al  fiume  d' Ar- 


*  Questo  tratto  che  sta  in  un  codice  Ricardiaao  del 
trecento  n.  1633,  manca  al  testo  Davanzati,  e  nella  edi- 
zione de'Giuilti  15878Dl1  margine,  a  carte  $84,viene  g^ 
dicato  una  postilla. 


226 


CRONICItB 


fuori,  e  ammalaro  gran  parte  degli  ottramontani ,  e 
molti  grandi  baroni  ri  morirono,  e  se  ne  partirono 
per  la  malattia,  e  morirne  poi  in  cammino.  Intra  gli 
altri  vi  morì  il  valente  messer  Guido  di  Namurro  fìra- 
tello  del  conte  di  Fiandra,  che  fu  capo  de'  Fiamminghi 
alla  sconfitta  di  Coltrai,  uomo  di  gran  valore  e  rino- 
mea ;  per  la  qual  cagione  i  più  delf  oste  consiglia- 
vano lo  'mperadore  se  ne  partisse.  Egli  sentendo  mag- 
giormente la  diffalta  d'entro,  sì  delF  infermiti  e  mor- 
talità, e  sì  di  vittuaglia,  si  fermò  di  non  partirei, 
eh'  egli  avrebbe  la  terra.  Quegli  di  Brescia,  fallendo 
loro  la  vivanda,  per  mano  del  cardinale  dal  Fiesco 
si  renderono  alla  misericordia  dello  'mperadore,  a  di 
1 6  di  settembre  nel  detto  anno.  Il  quale  com'  ebbe  la 
città,  le  fece  disfare  tutte  le  mura  e  le  fortezze,  e 
condannogli  in  settantamila  fiorini  d' oro,  e  con  gran 
fatica  in  più  tempo  per  loro  male  stato  gli  ebbe  ;  e 
cento  de'  migliori  della  città  grandi  e  popolari  mandò 
a'  confici  in  diverse  parti.  Partito  dall'  oste  da  Brescia 
con  sua  grande  perdita  e  dammaggio,  che  '1  quarto 
della  sua  gente  non  gli  era  rimasa,  e  quella  gran 
parte  inferma,  fece  suo  parlamento  in  Cremona.  Quivi 
per  sodduzione  e  conforto  de'  Pisani  e  de*  ghibellini 
e  bianchi  di  Toscana,  si  fermò  di  venire  a  Genova  e 
là  riformare  suo  stato,  e  in  Milano  lasciò  per  vicario 
e  capitano  messer  Maffeo  Visconti,  e  in  Verona  mes- 
ser  Cane  della  Scala,  e  in  Mantova  messer  Passerino 
de'  Bonaposi,  e  in  Parma  messer  Ghiberto  da  Cor- 
reggio, e  cosi  tutte  l' altre  terre  di  Lombardia  lasciò 
a  tiranno,  non  pòssendo  altro  per  lo  suo  male  stato, 
e  da  ciascuno  ebbe  moneta  assai,  e  privilegioUi  delle 
dette  signorie. 

CAPITOLO  XXI. 

Come  i  Fiorentini  e"  Lucchesi  guemirono  le  fron- 
tiere per  la  venuta  dello  ''mperadore. 

Nel  detto  anno  a  dì  17  d*  ottobre,  i  Fiorentini 
sentendo  che  lo  'mperadore  veniva  a  Genova,  presono 
in  guardia  il  castello  e  la  rocca  di  Samminiato  del 
Tedesco,  e  fornirlo  di  cavalieri  e  di  pedoni,  e  man- 
darono a  dire  a  Volterra  che  non  si  rubellasse  per 
gli  ghibellini  allo  'mperadore  o  a  sua  parte;  e' Luc- 
chesi forùirono  tutte  le  castella  di  Lunigiana  e  del 
Valdarno  di  ponente. 

CAPITOLO  XXIL 

Come  papa  Clemente  diede  legati  allo  ^mperadore 
Arrigo  che  7  coronassono. 

Negli  anni  di  Cristo  1311,  papa  Clemente  alla 
richiesta  dello  'mperadore  ^  non  potendo  in  penona 
venire  a  Roma  a  coronarlo  per  cagione  del  conci- 
lio ordinato,  mandò  il  vescovo  d' Ostia  cardinale  da 
Prato  legato,  che  potesse  in  ciò  come  la  pereona  del 
papa  ;  il  quale  fu  con  lui  in  Genova  del  mese  d' ot- 
tobre, e  mandò  il  detto  papa  legato  in  Ungheria  mes- 
ser Gentile  da  Montefiore  cardinale,  per  coronare 
Carlo  Rimberto,  figliuolo  che  fu  di  Carlo  Martello 
nipote  del  re  Ruberto,  del  reame  d' Ungheria,  e  per 


dargli  l'aiuto  e  favore  della  Chiesa.  B  cosi  fece,  e  di- 
morowipiù  tempo  in  Ungheria  il  detto  cardinale,  tanto 
ch'ebbe  conquistato  quasi  tutto  il  paese  il  detto  Cario, 
e  lui  coronato  pacificamente.  E  alla  tornata  in  Italia 
del  detto  cardinale,  ebbe  comandamento  dal  papa 
che  tutto  il  tesoro  della  Chiesa  ch'era  a  Roma  e  in 
altre  terre  del  patrimonio  conducesse  di  là  da'  monti 
a  lui,  il  quale  così  fece  infino  alla  città  di  Lucca. 
Di  là  non  lo  poteo  più  innanzi  conducere  per  terra 
né  per  mare,  perchè  la  riviera  di  Genova  cosi  per 
terra  come  per  mare  era  tutta  scommosa  a  guerra  per 
le  parti  guelfi  e  ghibellini,  per  la  venuta  dello  'm- 
peradore.  LascioUo  in  Lucca  nella  sagrestia  di  San 
Friano,  il  quale  tesoro  fu  poi  rubato  per  gli  ghi- 
bellini, come  innanzi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  xxin. 

Come  papa  Clemente  fece  concilio  a  Vienna  m  Bor^ 
gognay  e  canoniiiò  Santo  Lodovico  figliuolo  del  re 

Carlo. 

Nel  detto  anno  1311,  per  calen  di  novembre, 
il  detto  papa  Clemente  celebrò  concilio  a  Vienna  in 
Borgogna  per  la  promessa  fatta  al  re  di  Francia,  per 
cagione  della  questione  mossa  per  lo  detto  re  centra 
alla  memoria  di  papa  Bonifazio,  come  addietro  facemmo 
menzione,  ov' ebbe  più  di  trecento  vescovi,  senza  gli 
abati  e  prelati.  In  quello  concilio  si  dichiarò  che  papa 
Bonifazio  era  stato  cattolico,  e  non  in  neuno  caso  di 
resia  avea  operato  come  il  re  di  Francia  gli  mettea 
addosso^  prima  per  più  ragioni  giuriste  allegate  di- 
nanzi  aire  e  al  suo  consiglio  per  messer  Ricciardo 
da  Siena  cardinale  e  sommo  legista^  e  per  messer 
Gianni  di  Namurro  per  teologia^  e  per  messer  Fra 
Gentile  cardinale  per  decreto^  e  per  messer  Caroc" 
do  e  messer  Guglielmo  S  Ebole  Catalani^  valenti 
e  prodi  cavalieri^  per  appello  di  battaglia.  Per  la  qual 
cosa  il  re  e'*  suoi  rimasono  confasi;  ma  per  lo  papa 
e  per  gU  cardinali  si  trovò  modo  per  contentare 
Uredi  Francia^ ^  e  fecesi  dicreto,  che  per  offésa  che'l 
re  di  Francia  avesse  fatta  al  detto  papa  Bonifazio 
o  alla  Chiesa,  mai  a  lui  né  a  sue  rede  potesse  es- 
sere opposto  né  dato  briga  ;  e  ordinossi  che  tutti  i 
beni  e  possessioni  ch'erano  state  della  magione  del 
tempio,  fessone  della  magione  dello  spedale,  le  quali 
convenne  che  la  magione  dello  spedale  rieomperast e 
grandiasimo  tesoro  dal  re,  e  da' signori  che  i'avea- 
no  occupute  ;  onde  la  magione  dello  apedale  si  cre- 
dette essere  ricca,  e  per  lo  grande  debito  in  che 
entrò  per  riscattarle  venne  in  male  stato.  Al  detto 
concilio  fu  il  re  di  Francia  e  più  altri  signori,  e  fe- 
cionvisi  più  costituzioni,  e  si  cominciò  il  settimo 
libro  de'  decretali.  E  compiuto  il  concilio,  il  papa  se 
ubando  a  Bordello.  In  quello  concilio  fu  canomzzato 
a  Santo  Lodovico  arcivescovo  di  Tolone,  frato  minore 
figliuolo  del  re  Carlo  primogenito,  e  fratello  del  re 
Ruberto  e  per  essere  religioso  luciò  Tenore  mondano 
e  la  corona  del  reame.  Fu  uomo  benigno  e  di  santa 


'  QiM6to  pMfo  in  eonSvo  maiiea  al  T.  D.  i  «  Vanna 
tratto  dal  eod.  Bioard.  o.  1533. 


M  GIOVANNI  VTLLANl. 


S25 


ricevettoDO.  H  detto  vescoro  di  Ginevra  andò  poi  a 
Vine^a  e  richiese  i  Viniziani  da  parte  dello  ^mpera- 
dorè  d'aiato:  i  Viniziani  feciongli  grande  onore,  e 
donargli  per  comperare  pietre  preziose  per  la  sua  co- 
rona libbre  mille  di  Viniziani  grossi,  e  in  Vinegia 
di  que*  danari  e  d'aUri  si  fece  la  corona  e  la  sedia 
imperiale  molto  ricca  e  nobile ,  d^  arìento  dorata  la 
sedia  e  d' oro  con  molte  pietre  preziose  la  corona. 

CAPITOLO  XV. 
Come  lo  ^mperadore  ebbe  la  dita  di  Cremona, 

Nel  1311  a  d)  20  d^aprile,  essendo  Io 'mperado- 
re  ad  oste  a  Cremona,  ed  essendo  fa  città  molto  stretta 
perchè  s"  erano  male  provveduti  per  la  loro  subita 
rubellazione,  renderò  la  città  allo  *mperadore  a  mi- 
sericordia per  trattato  delP  arcivescovo  di  Ravenna, 
il  quale  gli  ricevette  e  perdonò  loro,  e  fece  disfare 
le  mura  e  tutte  1«  fortezze  di  città,  e  di  moneta  forte 
gli  gravò.  E  avuta  Cremona,  incontanente  andò  ad 
oste  sopra  la  città  di  Brescia  a  dì  14  di  maggio,  e 
là  si  trovò  con  più  isforzo  e  con  maggiore  cavalle- 
ria e  migliore  eh'  egli  avesse  mai,  che  di  vero  si  tro- 
vò più  di  seimila  buoni  uomini  a  cavallo  ;  i  quattro- 
mila e  più,  Tedeschi  e  Franceschi  e  Borgognoni  e 
gentili  uomini  ;  e  gli  altri,  Italiani  buona  gente  ;  die 
avuto  lui  Milano  e  poi  Cremona,  più  grandi  signori 
della  Magna  e  di  Francia  il  vennero  a  servire,  e  chi  a 
soldo,  e  molti  per  amore,  E  di  certo  se  allora  avesse 
lasciata  la  'mpresa  dell*  assedio  di  Brescia  e  venuto- 
sene in  Toscana,  egli  aveva  a  queto  Bologna,  Firen- 
ze, e  Lucca,  e  Siena,  e  poi  Roma,  e  M  regno  di 
Puglia,  e  tutte  le  terre  contrarie,  perocché  non  era- 
no fomiti  né  provveduti,  e  gli  animi  delle  genti 
moHo  variati,  perchè  il  detto  imperadore  era  tenuto 
il  più  giusto  signore  e  benigno.  Piacque  a  Dio  ri- 
stesse a  Brescia,  il  qual  assedio  molto  il  consumò 
di  genti  e  di  podere  per  grande  pestilenzia  di  morti 
e  malattie,  come  innanzi  farò  menzione. 

CAPITOLO  XVL 

Come  t  Fiorentini  per  la  tenuta  dello  *mperadore 
trassono  di  bando  tutti  t  guelfi. 

Nel  detto  anno  a  dì  26  d^  aprile,  avendo  i  Fio- 
rentini novelle  come  Vicenza  e  Cremona  erano  ren- 
dnte  allo  *mperadore,  e  come  andava  air  assedio  di 
Brescia,  per  fortificarsi  feciono  appresso  dicreto  e 
ordine,  e  trassono  di  bando  tutti  i  cittadini  e  con- 
tadini guelfi  di  che  bando  si  fosse,  pagando  certa 
piccola  gabella  :  e  feciono  più  ordini  di  leghe  in  città 
6  'n  contado  e  colP  altre  terre  guelfe  di  Toscana. 

CAPITOLO  xvn. 

Come  i  Fiorentini  con  tutte  le  terre  guelfe  di  To" 
icana  feciono  lega  insieme  contra  lo  'mperadore. 

Nel  detto  anno  1311  di  calen  di  giugno,  i  Fio- 
rentini, Bolognesi,  Lucchesi,  Sanesi,  Pistoiesi  e  Vol- 
terrani, e  tutte  r  altre  terre  guelfe  di  Toscana  feciono 


parlamento  e  fermarono  lega  insieme,  e  fermarono 
taglia  de"*  cavalieri,  e  giurarsi  insieme  alla  difensione 
e  contrasto  dello  *mperadore.  E  appresso  a  dì  26  di 
giugno  i  Fiorentini  mandarono  a  Bologna  il  maliscal- 
co  del  re  con  quattrocento  cavalieri  catalani,  ch'era- 
no al  loro  soldo  per  la  guardia  di  Bologna,  e  per 
contrastare  allo  'mperadore  se  venisse  da  quella  par- 
te ;  e  simigliante  vi  mandaro  i  Sanesi  e*  Lucchesi,  e 
dimorarvi  più  mesi  tra  in  Bologna  e  in  Romagna  in 
servigio  del  re  Ruberto. 

CAPITOLO  XVIIL 

Come  il  re  Ruberto  fece  pigliare  per  inganno  %  ghi" 

bellini  di  Romagna. 

Nel  detto  anno,  dì  8  di  luglio,  venne  in  Firenze 
messer  Giliberto  da  Santiglia  con  dugento  cavalieri 
catalani  e  cinquecento  mugaveri  a  pie,  che  gli  mandava 
il  re  Ruberto  in  Romagna  per  Visconte ,  perocché  '1 
papa  avea  fatto  lo  re  conte  di  Romagna.  Come  fu  di 
là ,  colla  forza  del  maliscalco  prese  tutti  i  caporali 
ghibellini  di  Forlì,  e  di  Faenza,  e  d'Imola,  e  dell*  al- 
tre terre  di  Romagna,  e  misegli  in  pregione  perchè 
non  gli  rubellassono  la  terra,  e  accomiatonne  tutti  i 
ghibellini  e*  bianchi  usciti  di  Toscana  che  v^  erano. 

CAPITOLO  XIX. 
Come  U  marchese  del  papa  prese  Fano  e  Pesaro, 

Nel  detto  anno  ali*  entrante  di  settembre,  il  mar- 
chese eh'*  era  nella  Marca  per  lo  papa  prese  la  città 
di  Fano  e  quella  di  Pesaro,  che  s' erano  rubellaté  alla 
Chiesa. 

CAPITOLO  XX. 

Come  lo  'mperadore  Arrigo  ebbe  la  città  di  Brescia 

per  assedio. 

Nel  detto  anno  1311  essendo  lo  *mperadore  ad 
oste  a  Brescia,  più  assalti  v'ebbe,  ove  morì  gente  as- 
sai di  que*  d'entro  e  di  qua' di  fuori,  intra' quali  fa 
morto  a  uno  assalto ,  d'  uno  quadrello  di  balestro 
grosso,  messer  Gallerano  di  Luzimborgo  fratello  car- 
nale e  maliscalco  dello 'mperadore,  e  più  altri  ba- 
roni buoni  cavalieri  ;  onde  fu  grande  spavento  a  tut- 
ta l'oste.  E  per  quella  baldanza  i  Bresciani  uscendo 
spesso  fuori  ad  assalire  V  oste,  del  mese  di  giugno 
parte  di  loro  furono  rotti  e  sconfitti,  e  furonne 
presi  da  quaranta  de' maggiori  della,  terra,  e  morti 
ben  dugento,  intra' quali  presi  fu  messer  Tebaldo 
Brusciati  il  quale  era  capo  della  gente  d' entro ,  e 
uomo  di  grande  valore,  ed  era  stato  amico  del- 
lo 'mperadore,  e  avealo  rimesso  in  Brescia  quando  ne 
furono  cacciati  i  guelfi  :  onde  lo  'mperadore  fecelo 
{squartare  a  quattro  cavalli  come  traditore,  e  più  altri 
fece  dicapitare,  onde  il  podere  de' Bresciani  molto  af- 
fiebolio  ;  ma  però  que'  d'  entro  non  lasciarono  la  di- 
fensione della  città.  In  quello  assedio  si  corruppe  l'aria 
per  la  puzta  de'  cavalli  e  della  lunga  stanza  del  cam- 
po, onde  v'  ebbe  grandissima  infermità  e  dentro  e  di 

11 


MS 


CRONICHE 


gioii  caporrii  che  re^^a  u  città,  e  più  amato  dal 
popolo,  andando  n  fnleone  '  in  isola  d*Arno  a  ca- 
Taflo  lansa  gaardin  con  suoi  ralconierì  e  famigliari, 
rkffiere  de*  Cavalcanti  Voccise,  coiraiuto  de*  Bninelle- 
schi  e  d*  altri  masnadieri  in  sua  compagnia  a  cavallo, 
a  tradimento,  secondo  si  disse,  perocché  messer  Pax- 
lino  da  loro  non  si  guardava  ;  e  dò  fece  per  ven- 
detta di  Masino  de*  Cavalcanti  e  di  messer  Betto  Bru- 
nelleschi,  dando  colpa  al  detto  messer  Pauino  gli 
avesse  fatti  morire.  Per  la  qual  cosa»  recato  il  cor- 
po suo  morto  al  palagio  de'  priori  per  più  infama- 
re i  Cavalcanti,  la  città  si  mosse  tutta  a  remore  e 
ad  arme,  e  col  gonfalone  del  popolo  in  fìiria  si  corse 
a  casa  i  Cavalcanti,  e  misevisi  fuoco»  e  da  capo  fu- 
rono cacciati  di  Firenze  i  Cavalcanti.  Per  questa  ca- 
gione, il  popolo  di  Firenie  alle  spese  del  comune  fece 
quattro  de*  Passi  cavalieri,  donando  de' beni  e  rendite 
del  comune. 

CAPITOLO  XXXIV. 
Come  la  città  di  Cremona  ii  rubellò  dallo  'mperadore. 

Nel  detto  anno  1311,  di  10  del  detto  mese 
di  gennaio,  i  Cremonesi  si  rubellarono  alla  signo- 
ria dello  *mperadore,  e  cacciarne  fàori  soa  gente  e 
suo  vicario,  e  ciò  fu  per  soddotta  de'  Fiorentini,  che 
ancora  v'aveano  loro  ambasciadore  a  trattare  ciò, 
promettendo  a*  Cremonesi  grande  aiuto  di  danari  e 
di  gente;  ma  male  fu  loro  per  gli  Fiorentini  at- 
tenuto. 

CAPITOLO  XXXV. 

Conts  t7  maUicako  delio  'mperadore  giwue  in  Fisa^ 
e  cominciò  guerra  a*  Fiorentini. 

Nel  detto  anno  di  1 1  di  gennaio*,  messer  Arri- 
go di  Namurro  fratello  del  conte  Ruberto  di  Fiandra, 
maliscalco  dello  'mperadore,  giunse  per  mare  in  Pisa 
con  poca  gente,  e  a  due  dì  appresso  usd  di  Pisa  con 
sua  gente  e  venne  di  qua  da  Pontadera,  e  tutte  le 
some  de*  Fiorentini  che  vernano  di  Pisa,  fece  pren- 
dere e  rimenare  in  Pisa  ;  onde  i  Fiorentini  ebbono 
grande  danno.  Per  questa  cagione  i  Fiorentini  man- 
darono gente  a  cavallo  e  a  piede  alla  guardia  di  Sam- 
miniato  e  di  quella  frontiera. 

CAPITOLO  XXXVI. 

Come  i  Padotani  $i  rubellarono  dalla  signoria 

dello  ^mperadore. 

Nel  detto  anno  a  dì  1 5  di  febbraio,  i  Padova- 
ni col  conforto  de*  Fiorentini  e  de*  Bolognesi  si  ru- 
bellarono dalla  signoria  dello  *mperadore,  e  cacciarne 
il  suo  vicario  e  sua  gente  ;  e  a  remore  uccisono  mes- 
ser Guglielmo  Novello  loro  cittadino,  e  gran  capo  di 
parte  ghibellina  In  Padova. 


*  La  Giuntina  1587  legge:  a  faleùmare, 

*  La  Ofuotina  1587  legge:  addi  2t  di  gmmaio. 


CAPITOLO  xxxvn. 

Come  lo  mperadore  Arrigo  venne  nella  città  di 

Nel  detto  anno  a  di  16  del  mese  di  febbraio, 
io  'mperadore  si  parti  di  Genova  per  mare  con  trenta 
galee  per  venire  a  Pisa:  per  fortuna  di  tempo  gli 
convenne  dimorare  in  Portoveneri  dicioUo  dì  ;  poi  di 
là  arrivò  a  Portopisano,  e  in  Pisa  entrò  a  di  6  di 
marso  1311,  e  da*  Pisani  fu  ricevuto  come  loro  si- 
gnore, faccendogli  grande  festa  e  processione,  e  al 
tutto  gli  diedono  la  signoria  della  città,  faccendogli 
grandi  doni  di  moneta  per  fornire  sua  gente,  che 
grande  bisogno  n*  aveva.  In  Pisa  dimorò  infino  a  di 
22  d*  aprile  1312,  attendendo  gente  nuova  di  suo 
paese.  In  questo  dimoro  in  Pisa  il  maliscalco  suo  con 
la  sua  gente  molte  cavalcate  e  assalti  fece  sopra  le 
terre  e  castella  de'  Lucchesi  e  di  Samminiato  dd  Te- 
desco, santa  tendere  campo,  o  assedio.  In  quelle  ca- 
valcate presono  fl  castello  di  Buti  e  la  valle  che 
teneane  i  Lucchesi  ;  altro  acquisto  non  vi  fece  di  ter- 
ra alcuna.  In  Pisa  si  trovò  con  millednquecento  ca- 
valieri oltramontani  con  gì*  infrascritti  baroni  e  si- 
gnori :  1*  ardvescovo  di  Trievi  suo  fratello  carnale,  il 
vescovo  di  Legge  fratello  del  conte  di  Bari  suo  cugi- 
no, il  duca  di  Baviera,  il  conte  di  Savoia  suo  co- 
gnato, il  conte  di  Forese,  messer  Guido  fratello  dd 
Delfino  di  Vienna,  messer  Arrigo  fratello  del  conte  di 
Fiandra  suo  maliscalco  e  cugino,  messer  Ruberto  fi- 
gliuolo del  detto  conte  di  Fiandra,  il  conte  d*Alva- 
gna  d*  Alamagna  chiamato  in  loro  lingua  Lullo  Ma- 
stro, doè  in  latino  Mastro  Siniscalco,  nomo  di  grande 
valore,  e  più  altri  coati  della  Magna  non  conosdoti 
da  noi,  castellani  e  banderesi  usai,  ciascuno  di  questi 
signori  con  sua  gente,  e  molti  Italiani,  Lombardi  e 
Toscani.  I  Fiorentini  e  gli  altri  Toscani  sentendolo  in 
Pisa,  s*afrorsarono  di  cavalieri  e  di  gente  in  grande 
quantità  per  contrastarlo. 

CAPITOLO  xxxvnt. 

Come  gli  Spuletini  furono  $confUU  da"  Perugini 

Nd  detto  anno  1311  di  28  di  febbraio,  gli  Spu- 
letini eh*  erano  a  parte  ghibellina  furono  sconfitti  da* 
Perugini,  e  assai  ne  furono  tra  presi  e  morti. 

CAPITOLO  XXXDL 

Della  rannata  che  */  re  Ruberto   e  la  lega  di  To' 

scana  fedone  a  Roma  per  contrastare  la  coromvUp' 

ne  d'Arrigo  imperadore, 

Ndranno  1312  del  mese  d* aprile,  sentendoli 
re  Ruberto  1*  apparecchiamento  che  *1  re  d*  Alamsgu 
facea  in  Pisa  per  venire  a  Roma  per  coronarsi,  si 
mandò  innansi  a  Roma,  alla  richiesta  e  colla  forza 
degli  Orsini,  messer  Gianni  suo  fratello  con  sdceoto 
cavalieri  catalani  e  pugliesi,  e  giunsono  in  Roma  dì 
16  d* aprile;  e  mandò  a' Fiorentini  e  Lucchesi  e  Sa- 
nesi  e  ali*  altre  terre  di  Toscana  eh*  erano  in  lega 
con  lui,  che  vi  mandassono  loro  isfor^o  ;  onde  v*an- 
darono  a  di  9  di  maggio  1312,  di  Firenze  dugenlo 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


229 


cavalieri  di  cavallate  de*  migliori  cittadini,  e  M  mali- 
scalco  del  re  Roberto,  ch^  era  al  loro  soldo,  eoa  tre- 
cento cavalieri  catalani  e  mille  pedoni,  molto  bella 
gente,  ond*  ebbe  la  ^nsegna  reale  messer  Botto  di 
messer  Pauino  de^  Passi,  valente  e  savio  giovane 
cavaliere,  e  a  Roma  morì  al  servigio  del  re  e  del 
comune  di  Firenze.  E  di  Lucca  v'andarono  trecento 
cavalieri  e  mille  pedoni,  e  sanesi  dugento  cavalieri 
e  seicento  pedoni,  e  molti  d' altre  terre  di  Toscana 
e  di  terra  di  Roma  vi  mandarono  gente.  I  quali  tut- 
ti furono  io  Roma  a  di  21  di  maggio  1312,  al  con- 
trasto della'  coronatione  dello 'mperadore,  e  colla 
forza  de' detti  Orsini  di  Roma  e  di  loro  segnaci 
presono  Campidoglio,  e  messer  Luigi  di  Savoia  sena- 
tore per  forza  ne  cacciarono  :  presono  le  torri  e  for- 
tezze a  pie  di  Campidoglio  sopra  la  mercatanzla,  e 
fornirono  castello  Adriano  detto  Sant'Agnolo,  e  la 
chiesa  e*  palagi  di  San  Piero  ;  e  cosi  più  della  me- 
tade  di  Roma  e  la  meglio  popolata,  e  tutto  Traste- 
vere ebbero  la  signorìa  e  fona  ^  I  Colonoesi  e  loro 
seguito  che  teneano  la  parte  dello  'mperadore  teneano 
Laterano,  Santa  Marìa  Maggiore,  Culiseo,  Santa  Maria 
Ritonda,  le  Milizie,  e  Santa  Savina  ;  e  cosi  ciascuna 
parte  imbarrata  e  asserragliata  con  grandi  fortezze. 
E  dimorandovi  la  gente  de'  Fiorentini,  il  d)  di  Santo 
Giovanni  Battista,  loro  principale  festa,  feciono  cor- 
rere in  Roma  palio  di  sciamilo  chermisi,  siccome 
osano  il  detto  dì  in  Firenze. 

CAPITOLO  XL. 

Come  lo  ^mperadore  Arrigo  ii  partì  di  Fi$a 
e  andonne  a  Roma, 

Nel  detto  anno  dì  23  d'  aprile^  il  re  d'Alama- 
gna  si  parti  di  Pisa  con  sua  gente  in  quantità  di  due- 
mila cavalierì  e  più,  e  fece  la  via  per  Maremma^  e 
poi  per  lo  contado  di  Siena  e  per  quello  d'Orbivie- 
to,  samca  soggiornare,  e  senza  altro  contrasto  se 
n'andò  a  Viterbo,  e  quello  ebbe  sansa  contradio, 
perocch'era  nella  signorìa  de' Colonnesi.  E  passan- 
do lui  per  lo  contado  d' Orbivieto ,  i  Filippesohi 
d'  Orbivieto  col  loro  seguito  di  ghibellini  comincia- 
rono battaglia  nella  città  contro  a' Monaldesehi  e  gli 
altrì  guelfi  d'  Orbivieto,  per  dare  la  terra  allo  'm* 
peradore.  I  guelfi  trovandosi  forti  e  ben  guemiti, 
combatterono  vigorosamente  innanzi  eh' e'  ghibellini 
avessono  la  forza  della  gente  dello  'mperadore,  e  si 
gli  vinsono  e  cacciarono  della  città,  con  molti  morti 
e  presi  di  loro  parte.  Soggiornando  poi  più  giorni 
lo  re  d'Alamagna  in  Viterbo,  perchè  non  polca  ave- 
re r  entrata  della  porta  di  San  Piero  di  Roma ,  e 
ponte  Emale^  sopra  Tevere  era  guernito  e  guardato 
per  la  forza  degli  Orsini,  alia  fine  si  parti  di  Vi- 
terbo, e  in  su  monte  Malo  s' attendò,  e  poi  per  for- 
za della  sua  gente  di  fuorì,  e  di  quella  de'  Colon- 


*  Cosi  tutti  i  Testi.  Forse  il  Viliani  scrìsse  :  in  iignoria 
é  /orMo, 

*  La  Ginntìna  qni  legge:  addì  18  tP aprile. 

*  corruzione  di  Ponte  Emilio ,  dal  nome  di  Emilio 
Scauro  che  il  gettò.  Trovasi  anche  appellato  PonUMUviOj 
e  più  corrottamente  ancora  ya  per  le  bocche  del  popolo 
sotto  il  nome  di  P<mU  MoUe. 


ned  e  di  loro  seguito  d'  entro,  assalirò  le  fortesse  e 
guardie  di  ponte  Emale,  e  per  forza  le  vinsono,  e 
cosi  entrò  in  Roma  a  di  7  di  maggio,  e  andonne  t 
Santa  Savina  ad  albergo. 

CAPITOLO  XLL 

Come  meaer  Gaiea$$o  ViàconH  di  Ift/ono  prese  ta 

ciiià  di  FiaeenM, 

Nel  detto  anno  1312,  essendo  i  guelfi  della 
città  di  Piacensa  in  grande  divisione  tra  loro,  mes- 
ser Alberto  Scotti  ch'era  oapo  dell'una  setta,  si 
elesse  per  loro  podestà  per  sei  mesi  messer  Galeas- 
so  Visconti  figlinolo  del  capitano  di  Milano.  Com- 
piuto il  termine,  il  detto  messer  Galeasso  sotto  spe- 
sie  d' ambascerìa  mandò  a  Milano  il  detto  messer  Al- 
berto Scotti,  e  dieci  de'  maggiorì  guelfi,  e  dieci  de' 
maggiorì  ghibellini,  e  a  MiUno  furono  rìtenuti  i  guelfi; 
poi  messer  Galeasso  con  dugento  cavalierì  che  gli 
vennero  da  Milano,  coli'  aiuto  de'  ghibellini,  e  mas- 
simamente di  quegli  della  casa  di  Landa,  corse  la  terra 
e  fecesene  fare  signore,  e  caccionne  i  guelfi,  di  24 
di  luglio  del  detto  anno. 

CAPÌTOLO  XLII. 

Come  i  Fiormlìni  levarono  tu  isconfilla  i  Pisani 

da  Cerretello* 

Nel  detto  anno  a  di  20  di  maggio,  essendo  i 
Pisani  ad  assedio  ad  un  loro  castello  in  vai  d'Era, 
ch'avea  nome  Cerretello,  vi  cavalcarono  i  Fioren- 
tini da  cinquecento  cavalieri  di  cavallate,  e  le  loro 
masnade  di  Catalani,  e  levargli  da  oste  in  isconfitta, 
e  furonne  assai  morti  e  presi  di  gente  a  piede. 

CAPITOLO  XLUL 

Carne  Arrigo  di  Lusmborgo  fit  coronalo  imperadore 

in  Roma» 

Nel  detto  anno,  dimorando  il  re  de' Romani  in 
Roma  più  tempo  per  poter  venire  per  forza  aUa  Chie- 
sa di  S.  Piero  a  coronarsi,  più  battaglie  feciono  la 
sua  gente  centra  quegli  del  re  Ruberto  e  de'  Tosca- 
ni che'I  contradiavano,  e  per  forza  vinsono  e  rac- 
quietarono Campidoglio,  e  le  forteue  sopra  la  Mer- 
catansia,  e  le  toni  di  San  Marco.  E  di  certo  si  cre- 
de eh'  avrebbe  vinta  in  gran  parte  della  pugna,  se 
non  che  un  giorno,  a  di  26  di  maggio,  a  una  gran 
battaglia  il  vescovo  di  Legge  con  più  baroni  d'Ala- 
magna, avendo  rotte  le  sbarre,  e  correndo  la  terre 
infino  presso  al  ponte  Sant'Angiolo,  la  gente  del  re 
Ruberto  con  quella  de'  Fiorentini  partendosi  di  cam- 
po di  Fiore  per  vie  traverse,  per  costa  fedirò  alla 
detta  gente  che  cacciava  la  loro  parte,  e  ruppongli, 
e  più  di  dugentocinqranta  cavalieri  ne  furono  tra  morti 
e  presi,  intra'  quali  fu  il  detto  vescovo  di  Legge  preso, 
e  menandolo  uno  cavaliere  in  groppa  di  suo  cavallo 
disarmato  a  messer  Gianni  fratello  del  re  Ruberto,  uno 
Catalano  a  cui  era   stalo  morto  il  fratello  in  quella 


230 


CRONICHE 


eaccia ,  il  fedì  dietro  alle  reni  d*  ano  stòcco,  onde 
gingnendo  a  caste!  Sant*  Angiolo,  poco  stette  e  meni  ; 
onde  ne  fti  grande  danno,  perciocché  era  signore  di 
gran  valore  e  di  grande  autorità.  Per  la  detta  per- 
dita e  sconfltta,  la  gente  del  re  Roberto  e  loro  se- 
guito presono  gran  \igore  e  audacia,  e  quella  del  re 
d'  Alamagna  il  contrario.  Veggendo  il  signore  che 
r  urtare  non  facea  per  luì,  e  che  ne  perdea  sua  gente 
e  suo  onore,  avendo  prima  mandato  al  papa  per  licenza 
ch^  e'  cardinali  il  *potessono  coronare  in  qnale  chiesa 
di  Roma  a  loro  piacesse,  sì  si  deliberò  di  coronarsi 
in  San  Giovanni  Laterano,  e  in  quella  fu  coronato  per 
lo  vescovo  d^  Ostia  cardinale  da  Prato,  e  per  messer 
Luca  dal  Fiesco  e  messer  Arnaldo  Guasconi  cardinali, 
il  di  di  San  Piero  in  Vincola,  dì  primo  d*agosto  1312\ 
con  grande  onore,  da  quella  gente  ch'erano  con  lui, 
e  da  quegli  Romani  ch'erano  di  sua  parte.  B  coro- 
nato lo  "mperadore  Arrigo,  pochi  giorni  appresso  se 
n*  andò  a  Tiboli  a  soggiornare,  e  lasciò  Roma  in- 
barrala  e  in  male  stato,  e  ciascuna  parte  tenea  le 
sue  fortezze  e  contrade  afforzate  e  gnemite.  De'  suoi 
baroni  si  partì,  fatta  la  coronazione  ^,  il  dogio  di  Ba- 
viera e  sua  gente,  e  altri  signori  d'  Alamagna  che 
Taveano  servito,  sicché  con  pochi  oltramontani  rimase. 

CATOOLO  XLIV. 

Come  lo  "mperadore  si  partì  di  Roma  per  venire 

in  Toscana. 

Poi  si  partì  lo  'mperadore  da  Tiboli,  e  venne 
con  sua  gente  a  Todi,  e  da'Todini  fn  ricevuto  ono- 
revolmente, e  come  loro  signore,  perocché  teneano 
sua  parte.  1  Fiorentini  e  gli  altri  Toscani,  sentendo 
che  lo  *mperadore  j' era  partito  di  Roma  e  ficea  la 
via  verso  Toscana,  incontanente  mandarono  per  la 
loro  gente  eh*  era  a  Roma,  per  essere  più  forti  alla 
sua  venuta.  E  tornata  la  detta  gente,  i  Fiorentini  e 
r  altre  terre  di  Toscana  si  guemirono  le  loro  for- 
tezze di  cavalieri  e  di  gente,  per  resistere  alla  ve- 
nuta dello  *mperadore,  temendo  forte  della  sua  for- 
za, e  faccendo  più  confinati  i  ghibellini  e  cospetti;  e* 
Fiorentini  crebbono  il  numero  delle  loro  cavallate  fino 
in  milletrecento,  e  soldati  aveano  col  maliscalco  e 
con  altri  da  settecento,  sicché  circa  duemila  cavalieri 
aveano;  e  ciascuna  altra  città  e  terra  di  Toscana 
della  lega  del  re  Ruberto  e  di  parte  guelfa  a"  erano 
isforzati  di  gente  d' arme  per  tema  dello  "mptradore. 

CAPITOLO  XLV. 

Come  lo  ^mperadore   venne  alla  citlà  éP  Are%%o^  e 
poi  come  venne  verso  la  città  di  Firente, 

Del  detto  mese  d^agosto  nel  1312,  si  parti  lo^m- 
peradore  da  Todi  e  venne  per  lo  contado  di  Pe- 
rugia, guastando  e   ardendo,  e  per   forza  prese  la 


*  II  Mnratori  (Ann.  tP  Ital.^  t.  XIX,  p.  294)  corregge: 
mila  ftèia  de*  88.  Àpo$tóU  Pietro  e  Pado,  a*  20  di  gittpto, 

'  La  QiuntiDa  qai  affastella  le  cote  dicendo  :  e  ciascuna 
parti  tenea  U  9ue  fortezze  e  contrade  c^orzate  e  guernite 
dt^  tuoi  baroni.  Fatta  la  coronazione,  9i  parti  il  doffio  ecc. 


saa  gente  Castiglione  Chiusino  sopra  il  Lago,  e  di 
là  venne  a  Cortona,  e  poi  ad  Arezzo,  e  dagli  Are- 
tini fn  ricevuto  a  grande  onore.  E  in  Arezzo  fece 
sua  raunanza  per  venire  sopra  la  città  di  Firenze,  e 
subitamente  si  parti  d'  Arezzo,  e  entrò  in  sul  con- 
tado di  Firenze  a  dì  12  di  settembre,  e  di  presenta 
gli  fu  rendnto  il  castello  di  Caposelvole  in  su  TAm- 
bra  eh*  era  de'FiorentiuL  E  poi  si  puose  ad  oste  al 
castello  di  Montevarchi,  il  quale  era  beneguemito 
di  gente  soldati  a  cavallo  e  a  pie,  e  di  vittuaglia  :  a 
quello  fece  dare  più  battaglie,  e  votare  i  fossi  delFacqua 
per  riempierli  di  terra.  Quegli  della  terra  veggendo 
ch^  erano  sì  forte  combattuti,  e  avea  la  terra  le 
mura  basse,  e  che  i  cavalieri  dello  *mperadore  a  pie 
combattendo,  e  con  le  scale  salendo  alle  mura  non 
temeano  saettamento  né  gittamento  di  pietre,  sì  sbi- 
gottirono forte,  e  maggiormente  sentendo  eh*  e*  Fio- 
rentini non  gli  soccorreano,  sì  s*  arrenderono  il  terzo 
dì  allo  'mperadore.  Avuto  Montevarchi,  sanza  dimoro 
venne  ad  oste  al  castello  Sangiovanni,  e  per  simi- 
gliente modo  gli  si  rendeo,  e  presevi  da  settanta  ca- 
valieri catalani  soldati  de^  Fiorentini  :  e  così  sanza 
riparo  ne  venne  nel  borgo  di  Fegghine. 

CAPITOLO  XLVL 

Colila  t  Fiorentini  furono  quasi  sconfitti  al  castello 
deir  Ancisa  da  gente  dello  ^mperadare. 

I  Fiorentini  sentendo  lo*mperadore  partito  d'A- 
rezzo, incontanente  cavalcarono  popolo  e  cavalieri  di 
Firenze,  sanza  attendere  altra  amistà,  al  castello  del- 
l'Ancisa  in  su  TAmo,  e  furono  intomo  di  milleot- 
tocento cavalieri  e  gente  a  pie  assai,  e  air  Ancisa 
s*  accamparono  per  tenere  il  passo  allo  'mperadore. 
Egli  sentendo  ciò,  con  sua  gente  armata  venne  nel 
piano  deir  Ancisa  in  su  risola  d*Arno  che  si  chiama 
il  Mezzule,  e  richiese  i  Fiorentini  di  battaglia.  I  Fio- 
rentini non  sentendosi  di  numero  di  cavalieri  guarì 
più  che  quegli  dello  'mperadore,  e  erano  sanza  ca- 
pitano, non  si  vollono  mettere  alla  ventura  della 
battaglia,  credendosi  per  lo  forte  passo  rìparare  lo  *m- 
peradore,  che  non  potesse  valicare  verso  Firenze. 
Lo  ^mperadore  veggendo  eh'  e'  Fiorentini  non  voleano 
combattere,  per  consiglio  de*  savi  uomini  di  guerra 
usciti  di  Firenze  si  prese  la  via  del  poggio  di  sopra 
air  Ancisa,  e  per  istretti  e  forti  passi  vaUcè  il  ca- 
stello, e  venne  dalla  parte  verso  Firenze.  Vegge^ndo 
r  oste  de*  Fiorentini  la  sua  mossa,  dubitando  non  ve^ 
nisse  alla  città  di  Firenze,  parte  di  loro  col  mali- 
scaleo  del  re  e  sue  masnade  si  partirono  dalP  An- 
cisa per  essergli  dinanzi  al  cammino.  U  cónte  di  Sa- 
voia e  messer  Arrigo  di  Fiandra,  eh*  erano  venati 
innanzi  a  prendere  il  passo,  sotto  a  MonteU  vigoro- 
samente fedirò  a  quegli  eh*  erano  alla  frontiera,  e 
coir  avvantaggio  che  aveano  del  poggio,  gli  misono 
in  volta  e  in  isconfitta,  seguendogli  parte  di  loro  in- 
fino nel  borgo  dell*  Ancisa.  La  rotta  de*  Fiorentini  fa 
più  per  lo  sbigottimento  del  subito  assalto,  che  per 
dammaggio  di  gente;  che  tra  tutti  non  vi  morirono 
venticinque  uomini  di  cavallo,  e  meno  di  cento  a 
piede  ^  e  quasi  tutti  quegli  oltramontani  che  per  forza 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


231 


Tennono  cacciando  ìnfino  nel  borgo,  rimaaono  morti. 
Ma  pure  la  gente  dello  ^mperadore  rìmasono  vincenti 
della  punga,  e'  Fiorentini  molto  impauriti  ;  e  quella 
notte  8^  attendò  lo  'mperadore  di  qua  dair  Ancisa 
verso  Firenze  due  miglia.  I  Fiorentini  rimasono  nel 
castello  dell'*  Ancisa  quasi  assediati  e  con  poco  for- 
nimento di  vittuaglia  sì  fattamente,  che  se  lo  'mpe- 
radore  fosse  stato  fermo  ali*  assedio,  i  Fiorentini  che 
erano  air  Ancisa^  erano  quasi  tutti  morti  e  presi.  Ha 
come  piacque  a  Dio,  lo  *mperadore  prese  consiglio 
la  notte  d*  andarsene  al  diritto  alla  città  di  Firenze, 
credendolasi  avere  sanza  contrasto,  lasciandosi  Toste 
de**  Fiorentini  addietro  air  Ancisa,  come  assediati  e 
molto  impauriti  e  peggio  ordinati. 

CAPITOLO  XLVn. 

(hme  lo  "mperadore  Arrigo  si  puose  ad  oste  aUa 

città  di  Fireme, 

B  così  il  seguente  giorno  dì  19  di  settembre 
1312,  lo  ^mperadore  venne  ^  ad  oste  alla  città  di  Fi-> 
renze,  ardendo  la  sua  gente  quanto  si  trovavano  in- 
nanzi; e  cosi  passò  il  fiume  d'Arno  allo  *noontro 
ov*  entra  la  Mensola,  e  attendossi  alla  badia  di  Santo 
Sai  ri  forse  con  mille  cavalieri.  L^  altra  sua  gente  ri- 
mase in  Valdamo,  e  parte  a  Todi,  i  quali  gli  ven- 
nero poi:  e  vegnendo  per  lo  contado  di  Perugia, 
da^  Perugini  furono  assaliti  e  quegli  si  difesono,  e 
con  danno  e  vergogna  de^  Perugini  passarono.  E 
giunsero  ^mperadore  sì  subito,  che  i  più de'Fioren- 
tini  non  poteano  credere  vi  fosse  in  persona  ;  ed  e* 
rano  si  smarriti  per  tema  della  loro  cavallerìa,  ch^era 
rìmasa  all'  Ancisa  quasi  come  sconfitta,  ohe  se  Io  'm- 
peradore  o  sua  gente  in  su  la  subita  venuta  fos- 
sono  venuti  alle  porte,  le  trovavano  aperte  e  male 
guemite;  e  per  gli  più  si  crede  ch^  avrebbe  presa 
la  città.  Tuttora  i  Fiorentini  veggendo  V  arsioni  delle 
case  che  per  lo  cammino  facea,  a  suono  di  campana 
scannarono  fl  popolo,  e  co'gonfaloni  delle  compagnie 
vennero  nella  piazza  de^  loro  prìorì,  e  *I  vescovo  di 
Firenze  co*  cavalli  de*  cherìci  s*  armò,  e  trasse  alla 
difensione  della  porta  di  Santo  Ambrogio  e  de*fos8Ì, 
e  tatto  il  popolo  a  piede  con  lui,  e  serraro  le  porte, 
e  ordinarono  i  gonfalonieri  e  loro  gente  su  per  gli 
fossi  alle  poste  alla  guardia  della  città  di  di  e  di 
notte.  E  dentro  alla  città  da  quella  parte  eh*  è  di 
sopra  a  Sant*  Ambrogio,  puosono  uno  campo  con 
padiglioni,  logge  e  trabacche,  acciocché  la  guardia 
fosse  più  forte,  e  feciono  steccati  su  pe*  fossi  d*  o- 
gni  legname,  e  bertesche,  in  assai  brieve  lempo.  E 
cosi  dimoraro  in  grande  paura  i  Fiorentini  due  dì, 
eh*  e*  loro  cavalieri  e  oste  tornarono  dall*  Ancisa 
per  diverse  vie  per  vai  di  Robbiano  e  da  Santa 
Maria  in  Pianeta^  a  Montebuoni  di  notte  tempo. 
Giunti  in  Firenze,  la  città  si  rassicurò  :  e'  Lucchesi 


'  La  GiimtinA  così  comincia  questo  ci^itolo:  Coti  te- 
guemdo  ìo'mperadare  tanta  toggiorno  addi  19  di  aeUemhre 
1812  venne  ad  osU  eco. 

'  o^  Tolgarmente  Impruneta  a  circa  otto  miglia  al 
mMsodi  di  Flrense.  Scrittori  posteriori  al  Villaiii  dicono 
m  PmetOj  dal  luogo  forse  piantato  di  pini. 


vi  mandarono  ali  aiuto  e  guardia  della  città  sei- 
cento cavalieri  e  tremila  '  pedoni ,  e*  Sanesi  sei- 
cento cavalieri  e  duemila  pedoni,  e*  Pistoiesi  cento 
cavalieri  e  cinquecento  pedoni,  e*  Pratesi  cinquanta 
cavalieri  e  quattrocento  pedoni,  e*  Volterrani  cento 
cavalieri  e  trecento  pedoni,  e  Colle  e  Sangimigna- 
no  e  Samminiato  ciascuno  cinquanta  cavafieri  e  du- 
gento  pedoni,  i  Bolognesi  quattrocento  cavalieri  e 
mille  pedoni,  di  Romagna  vi  vennero  tra  di  Rimini 
e  di  Ravenna  e  di  Faenza  e  Cesena  e  1*  altre  terre 
guelfe  trecento  cavalieri  e  millecinquecento  pedoni, 
e  d*  A  gobbio  cento  cavalieri,  e  dalla  città  di  Castello 
cinquanta  cavalieri.  Di  Perugia  non  vi  venne  aiuto 
per  la  guerra  oh*  aveano  co*  Todini  e  Spuletini.  E 
così  fra  otto  dì  posto  1*  assedio  per  lo  *mperadore,  si 
trovarono  i  Fiorentini  con  loro  amistà  più  di  quat- 
tromila uomini  a  cavallo,  e  gente  a  piò  sanza  nu- 
mero. Lo  *mperadore  era  con  milleottocento  cava- 
lieri, gli  ottocento  oltramontani,  e  mille  Italiani,  di 
Roma,  della  Marca,  del  Ducato,  d^  Arezzo,  e  di  Ro- 
magna, e  de*  conti  Guidi,  e  di  quegli  di  Santafiore, 
e  usciti  di  Firenze,  e  gente  a  pie  assai  ;  perocch*  e' 
nostri  contadini  dalla  parte  ov*  e*  possedea,  tutti  se- 
guivano il  suo  campo.  E  fu  quell*  anno  il  più  largo 
e  uberoso^  di  tutte  vittuaglie  che  fosse  trent'anni 
addietro.  Ali*  assedio  dimorò  lo  'mperadore  infino  al- 
1* ultimo  dì  del  mese  d'ottobre,  guastando  il  con- 
tado tutto  dalla  parte  di  Levante,  e  fece  gran  danno 
a*  Fiorentini  sanza  dare  battaglia  ninna  alla  città, 
stando  in  isperanza  d* averla  di  concordia;  e  tutto 
r  avesse  combattuta,  era  sì  guemita  di  gente  a  ca- 
vallo, che  due  tanti  •  più  n*avea  alla  difensione 
della  città  che  di  fuori,  e  gente  a  pie  per  ognuno 
quattro^;  e  rassicurarsi  sì  i  Fiorentini,  che  i  più  an- 
davano dÌBarmati,  e  teneano  aperte  tutte  Taltre  porte, 
fuori  che  da  quella  parte*,  e  entrava  e  usciva  la  mer- 
catanzia,  come  se  non  v* avesse  guerra.  Dell'uscire 
fuori  i  Fiorentini  a  battaglia,  o  per  viltà,  o  per 
senno  di  guerra,  o  per  non  avere  capo,  in  nulla  guisa 
si  voUono  mettere  alla  fortuna  del  combattere,  che 
assai  aveano  l*  avvantaggio,  s' avessono  avuto  buono 
capitano,  e  tra  loro  più  uniti  che  non  erano.  Ben 
feciono  una  cavalcata  a  Cerretello,  che  v*  erano  tor- 
nati i  Pisani  a  oste,  e  ancora  gli  ne  levarono  a 
modo  di  sconfitta  del  mese  d*  ottobre.  Lo  'mperadore 
fu  malato  più  giorni  a  San  Salvi,  e  veggendo  non 
potea  avere  la  città  per  accordo,  né  la  battaglia  vo- 
leano  i  Fiorentini,  se  ne  partì  non  bene  sano  *,  E 
stando  ancora  a  San  Salvi,  ragionando  il  conte  di 
Savoia  con  1*  abate  e  certi  monaci  di  là  entro,  co- 
me lo  *mperadore  avea  da*  suoi  astrolaghi,  ovvero 
per  altre  revelazioni,  che  dovea  conquistare  in  fino 
in  capo  del  mondo,  1* abate  ridendo  disse:  Com^' 
piuta  è  la  profeiia^  che  qui  presso  dove  voi  domt- 
nate^  ha  una  via  santa  uscilay  che  si  cfUanui  Capo 
di  mondo  :  onde  il  conte  e  gli  altri  baroni  che  ndi- 


'  La  Giuntina  :  cinque  mila. 

'  ubertoso,- fertile;  énubero^  poppa:  manca  al  Vocabol. 
'  La  Giuntina  così  legge:  pia  quattro  tanti, 
*  Ciò  ohe  segue  fino  alla  fine  del  capitolo,   mancando  al 
testo  Davanzati,  fu  tolto  dal  cod.  Ricardiano  n.  1533. 


233 


eoRMiciis 


ro  qaetto,  rimasero  confiisi  della  loro  rana  spe- 
ranza :  e  però  per  gli  uomioi  savi  oon  si  dee  dare 
fede  a  ogni  profezia  o  detti  d^  astrolago,  che  sono 
mendaci  e  di  doppio  intendimento. 

CAPITOLO  XLVUL 

Come  lo  'mperadore  si  parti  dalV assedio  da  San  Sai' 
vi  e  andonne  a  San  CascianOy  e  poi  a  Poggiboni:t%i. 

Lo  *mperadore  con  sna  oste  si  parti  la  notte 
vegnendo  la  Tussanli,  e  ardendo  il  campo,  valicò  Ar- 
no per  la  via  ond*  era  venuto,  e  accampossi  nel  pia- 
no d'  Ema  di  lungi  alla  città  da  tre  miglia.  Né  già 
per  sua  levata  i  Fiorentini  non  uscirono  la  notte  della 
città,  ma  sonarono  le  campane,  e  ogni  gente  fu  ad 
arme  ;  e  per  quello  si  seppe  poi,  la  gente  dello  ^m- 
peradore  ebbono  gran  tema  della  levata,  che  la  notte 
non  fossono  assaliti  dinanzi  o  alla  retroguardia  da' 
Fiorentini.  La  mattina  vegnente  una  parte  de*  Fioren- 
tini andarono  al  poggio  di  Santa  Margherita  sopra 
il  campo  dello  *mperadore,  e  a  modo  di  badalucchi 
più  assalti  gli  feciono,  de' quali  ebbono  il  peggiore: 
e  con  vergogna  là  dimorato  tre  giorni,  si  parti,  e 
andonne  con  sua  oste  in  sul  borgo  di  San  Cascia- 
no  presso  alla  città  otto  miglia  ;  per  la  qual  cosa 
i  Fiorentini  feciono  affossare  il  crescimento  del  se- 
sto d' oltrarno  eh'  era  fuori  delle  mura  vecchie,  in 
caien  di  dicembre  1312.  E  stando  lo  'mperadore  a 
San  Casciano,  gli  vennero  in  aiuto  i  Pisani  ben  cin- 
quecento cavalieri  e  tremila  pedoni,  e  mille  balestrie- 
ri di  Genova,  e  giunsono  a  dì  20  di  novembre.  A  San 
Casciano  dimorò  infino  a  di  6  di  gennaio  sanza  fare  a* 
Fiorentini  altro  assalto  se  non  di  correrie  e  guasto  e 
arsioni  di  case  per  lo  contado,  e  prese  più  fortezze 
della  contrada;  né  perciò  i  Fiorentini  non  uscirono 
fuori  a  battaglia,  se  non  in  correrie  e  schermugi, 
quando  a  danno  dell'una  parte  e  quando  dell'altra, 
da  non  fame  grande  menzione,  se  non  che  a  una  av- 
visaglia a  Cerbaia  di  vai  di  Pesa  furono  i  nostri  rotti 
da'  Tedeschi,  e  morì  uno  degli  Spini,  •  uno  de'  Bo- 
atichi,  e  uno  de*  Guadagni  per  loro  franchezza  in 
questa  stanza,  eh*  erano  d' una  compagnia  di  volontà 
a  una  insegna  campo  verde  e  banda  rossa  oon  ca- 
pitano, e  chiamavansi  i  cavalieri  della  banda,  de'  più 
pregiati  donzelli  di  Firenze,  e  assai  feciono  d*arme. 
Ma  in  quella  stanza  i  Fiorentini  s*  alleggiarono  di 
gran  parte  di  loro  amistà,  e  dierono  loro  commiato, 
e  allo  'mperadore  medesimo  mancò  gente,  e  per  lo 
suo  lungo  dimoro  e  per  disagio  di  freddo  si  comin- 
ciò nel  campo  a  San  Casciano  grande  infermeria  e 
mortalità  di  gente,  la  quale  corruppe  forte  la  con- 
trada, e  inflno  a  Firenze  ne  seguì  parte  ^  per  la  qual 
cagione  si  partì  lo  'mperadore  con  sua  oste  da  San 
Casciano  e  andonne  a  Poggibonizzi,  e  prese  il  ca- 
stello di  Barberino  e  di  San  Donato  in  Poggio,  e  più 
altre  fortezze:  a  Poggibonizzi  ripuose  il  castello  in 
sul  poggio,  come  anticamente  solca  essere,  e  puo- 
segli  nome  Castello  imperiale.  Là  dimorò  inflno  a  dì 
6  di  marzo,  e  fallògli  molto  in  quella  stanza  la  vit- 
tuaglia,  e  aoffersevi  gran  soffratta  egli  e  tutta  sua 
oste,  eh*  •'  Sanesi  dall*  una  parte  e*  Fiorentini  dall'  al- 


tra gli  aveano  chiuse  le  strade,  e  trecento  soldati 
del  re  Ruberto  erano  in  Colle  di  Yaldelsa,  che  1 
guerreggiavano  al  continuo;  e  tornando  da  Casoli 
dugento  cavalieri  dello  'mperadore,  furono  sconfitti 
da'  cavalieri  del  re  ch'erano  in  Colle,  a  di  14  di- 
febbraio 1312.  E  dall'altra  parte  il  maliscalco  co*  sol- 
dati de'  Fiorentini  era  a  guerreggiarlo  in  Sangimi- 
gnano,  sicché  lo  stato  dello  'mperadore  scemò  molto, 
e  quasi  non  gli  rimasono  mille  uomini  a  cavallo,  che 
messer  Ruberto  di  Fiandra  se  ne  partì  con  sua  gente, 
e  da*  Fiorentini  fu  combattuto  di  costa  a  Castelfio- 
rentico,  e  morta  e  presa  di  sua  gente  gran  parte, 
e  egli  con  pochi  si  fuggì,  con  tutto  eh*  assai  tenne 
campo,  e  assai  die'  che  fare  a  quella  gente  che  lo 
assalirò,  ch'erano  per  uno  quattro,  ed  ebbonne 
vergogna. 

CAPITOLO  XLIX. 

Come  lo  "mperadore  si  parti  àa  Poggibomi%i  e  n 
tornò  in  Pisa^  e  fece  molti  processi  contro  à*Fio^ 

rentini* 

Lo  *mperadore  veggendosi  .così  assottigliato  e 
di  gente  e  di  vittuaglia,  e  eziandio  di  moneta,  che 
nulla  gli  era  rimaso  da  spendere,  se  non  che  amba- 
sciadori  del  re  Federigo  di  Cicilia,  i  quali  apporta- 
rono a  Fisa  e  vennono  a  lui  a  Poggibonizzi  per  fer- 
mare lega  con  lui  incontro  al  re  Ruberto,  gli  diedo- 
no  ventimila  doble  d' oro.  Con  quelle  pagati  i  debi- 
li, si  partì  da  Poggibonizzi,  e  sanza  soggiorno  si  tor- 
nò a  Pisa  a  dì  9  di  marzo  1312  assai  in  male  stato 
di  se  •  di  sue  genti  :  ma  questa  somma  virtude  ebbe 
in  se  lo  'mperadore  Arrigo,  che  mai  per  avversità 
quasi  non  si  turbò,  né  per  prosperità  cìC  avesse  non 
si  vanagloriò.  Tornato  lo  'mperadore  in  Pisa,  fece 
grandi  e  gravi  processi  sopra  i  Fiorentini  di  torre 
alla  città  ogni  giurisdizione  e  onori,  disponendo  tutti 
i  giudici  e  notari,  e  condannando  il  comune  di  Fi- 
renze in  centomila  marchi  d'  ariento,  o  più  grandi 
cittadini  e  popolani  che  reggeano  la  città  nelf  avere 
e  persone  e  ne'  loro  beni,  e  che  i  Fiorentini  non 
potessono  battere  né  far  battere  moneta  d'  oro  né 
d' ariento;  e  consentì  per  privilegio  a  messer  Ubiz- 
zino  Spinoli  di  Genova  e  al  marchese  di  Monfer- 
rato, che  potessono  battere  in  loro  terre  i  fiorini  di 
giglio  contraffatti  sotto  il  conio  di  quegli  di  Firen- 
ze ;  la  qual  cosa  da'  savi  gli  fu  messa  in  grande  dif- 
falta  e  peccato,  che  per  cruccio  e  mala  volontà  ch'a- 
vesse contro  a'  Fiorentini,  non  dovea  niuno  privile- 
giare che  battessono  fiorini  falsi. 

CAPITOLO  L. 
Come  lo  ^mperadore  condannò  il  re  Ruberto. 

Sopra  il  re  Ruberto  fece  somigliantemente  gran- 
di processi,  condannandolo  nel  reame  di  Puglia  e  della 
contea  di  Proenza,  e  lui  e  sue  rode  nelle  persone, 
come  traditori  dello  *mperìo^;  i  quali  processi  furono 


'  E  proferì  stnteDia  di  morte  contro  di  Ini.  (JAiralorì, 
Ann,  «rUàLf  tom.  XIX,  pag.  $06.) 


DI  GIOVAMNi  VILLANI. 


283 


poi  cassi  e  annallati  per  papa  Giovanni  vigesimose- 
condo.  E  stando  lo  'mperadore  in  Pisa,  messer  Ar- 
rigo di  Fiandra  suo  maliscalco  cavalcò  in  Versilia  e 
Lnnigiana  con  ottocento  cavalieri  e  seimila  pedoni, 
e  per  foru  prese  Pietrasanta  a  dì  28  di  marzo  1313. 
I  Lacchesi  i  quali  erano  a  Camaiore  collo  sforzo  de' 
Fiorentini,  e'  non  ardirono  a  contrastare,  si  tomaro 
in  Lucca  :  e  Serrezzano,  che  "1  teneano  i  Lucchesi, 
8*  arrendè  a^  Marchesi  Malispini  che  teneano  collo  ^m- 
peradore. 

CAPITOLO  LL 

Come  lo  *  mperadore  s"  apparecchiò  per  andare   nel 
Regno  contro  al  re  Ruberto^  e  si  partì  di  Pisa» 

Fatto  ciò,  prese  consiglio  lo  'mperadore  di  non 
orlare  co'  Fiorentini  e  con  gli  altri  Toscani,  che  po- 
co n'avea  avanzato,  ma  peggiorato  suo  stato;  ma 
di  farsi  dal  capo,  e  d'andare  sopra  il  re  Ruberto 
con  tutto  suo  isfDrzo,  e  torregli  il  regno  ;  e  se  ve- 
nuto gli  fosse  fatto,  si  credea  essere  signore  d'Ita- 
lia: e  di  certo  cosi  sarebbe  stato,  se  Iddio  non  avesse 
riparato,  come  faremo  menzione.  Egli  s'  allegò  col 
re  Federigo  che  tenea  l' isola  di  Cicilia,  e  co'  Ge- 
novesi, e  ordinò  che  ciascuno  tf  giorno  nomato  a- 
sesBe  in  mare  grande  navilio  di  galee  armate*,  in 
Alamagna  e  in  Lombardia  mandò  per  gente  nuova, 
e  cosi  richiese  tutti  i  suoi  sudditi  e  ghibellini  d*  Ita- 
lia. In  questo  soggiorno  in  Pisa  raunò  moneta  assai, 
e  non  dormendo,  tuttora  al  suo  maliscalco  facea 
guerreggiare  Lucca  e  Samminiato,  ma  poco  n'avan- 
zò. Nella  state  1313,  che  soggiornò  in  Pisa,  venu- 
togli suo  isforzo,  si  trovò  con  più  di  duenàlacin- 
quecento  cavalieri  oltramontani,  i  più  Alamanni,  e 
Italiani  bene  milecinquecenlo  cavalieri.  I  Genovesi 
armarono  a  sua  richiesta  settanta  galee,  onde  fu  am- 
miraglio messer  Lamba  d'Oria,  e  venne  col  detto 
stuolo  in  Porto  pisano,  e  parlò  allo  'mperadore:  poi 
D*  andò  verso  il  Regno  all'  isola  di  Ponzo.  Il  re  Fe- 
derigo armò  cinquanta  galee,  e  il  giorno  nomato,  di 
5  d'agosto  1313,  lo 'mperadore  si  parti  di  Pisa; 
e  quello  di  medesimo  si  trovò  che  lo  re  Federigo  si 
parti  coir  armata  di  Messina,  e  con  mille  cavalieri  si 
puost  in  su  la  Calavra,  e  prese  la  città  di  Reggio, 
e  più  altre  terre. 

CAPITOLO  Ln. 

Come  lo  "mperadore  Arrigo  morio  a  Boncontenlo 

nel  contado  di  Siena, 

Partito  lo  'mperadore  di  Pisa,  passò  su  per 
TElsa  e  combattè  Castelfiorentino,  e  noi  poteo  ave- 
re :  passò  oltre  tra  Poggibonizzi  e  Colle  infino  a  Sie- 
na lungo  le  porte.  In  Siena  avea  gente  assai  delle 
loro  e  delle  amistadi  di  loro  lega:  e  cavalieri  di 
Firenze  alquanti  per  badalucchi  uscirono  per  la  porta 
di  Cammollia,  ed  ebbono  il  peggiore,  e  Girono  ripinti 
per  forza  nella  città;  e  cosi  Siena  in  grande  paura, 
io  'mperadore  valicò  la  città,  e  puosesi  a  campo  a 
MoBtaperti  in  so  l' Arbia  ;  là  cominciò  ad  ammalare, 


con  tutto  ohe  infino  alla  partita  di  Pisa  si  sentisse  '; 
ma  per  non  fallire  la  partita  sua  al  giorno  ordinatq, 
si  mise  a  cammino.  Poi  andò  in  piano  di  Filetta  per 
bagnarsi  al  bagno  a  Macereto,  e  di  là  andò  al  borgo 
a  Bonconvento  di  là  da  Siena  dodici  miglia.  Là  aggravò 
forte,  e  come  piacque  a  Dio,  passò  di  questa  vita  il 
di  di  Santo  Bartolommeo,  di  24  d'agosto  1313  ^. 

CAPITOLO  LUI. 

Conta  come^  morto  lo  ''mperadore^  si  divise  la  sua 
oste^  e'  suoi  baroni  ne  portarono  il  corpo  alla  città 

di  Pisa, 

Morto  lo  'mperadore  Arrigo,  la  sua  oste,  e*  Pi- 
sani, e  tutti  i  suoi  amici  ne  menarono  grande  do- 
lore, e' Fiorentini,  Sanesi,  e  Lucchesi,  e  quegli  di  lo- 
ro lega  ne  feciono  grande  allegrezza.  Incontanente, 
lui  morto,  si  partirono  gli  Aretini  e  gli  altri  ghibel- 
lini della  Marca  ò  di  Romagna  dell'  oste  da  Boncon- 
vento, nella  quale  avea  gente  grandissima  a  cavallo  e 
a  piede.  I  suoi  baroni  e'  cavalieri  pisani  con  loro  gente 
sanza  soggiorno  passaronro  per  la  Maremma  col  corpo 
suo,  e  recarlo  io  Pisa  ;  là  con  grande  dolore  e  poi  con 
grande  onore  il  soppeliirono  al  loro  duomo.  Questa 
fu  la  fine  dello  'mperadore  Arrigo.  E  non  si  maravigli 
chi  legge,  perchè  per  noi  è  continuata  la  sua  storia  san- 
za raccontare  altre  cose  e  avvenimenti  d'Italia  e  d'altre 
provincia  e  reami  ;  per  due  cose,  l' una,  perchè  tutti 
i  cristiani,  ed  eziandio  i  Greci  e'  saracini,  guardava- 
no al  suo  andamento  e  fortuna,  e  per  cagione  di 
ciò  poche  novità  notabili  erano  in  nulla  parte  altro- 
ve ;  r  altra,  per  le  diverse  e  varie  grandi  fortune  che 
gì'  incorsono  in  si  piccolo  tempo  eh'  egli  visse,  che 
di  certo  si  credea  per  gli  savi,  che  se  la  sua  morte 
non  fosse  stala  si  prossimana  a  signore  di  tanto 
valore  e  di  si  grandi  imprese  com'era  egli,  avrebbe 
vinto  il  regno  e  toltolo  al  re  Ruberto,  che  piccolo 
apparecchiamento  avea  al  riparo  suo.  Anzi  àf  disse 
per  molti,  che  'I  re  Ruberto  non  l' avrebbe  atteso, 
ma  itosene  per  mare  in  Proenza  ;  e  appresso  b*  aves- 
se vinto  il  regno  come  s'avvisava,  assai  gli  era  leg- 
giere di  vincere  tutta  Italia,  e  dell'altre  provincie  assai. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  Federigo  detto  re  di  Cicilia  venne  per  mare 

alla  città  di  Pisa, 

Federigo  re  di  Cicilia,  il  qual  era  in  mare  con 
suo  stuolo,  come  fatta  è  menzione,  aggiuntosi  già 
co'  Genovesi,  sentendo  della  morte  dello  'mperadore, 


'  si  risentisse,  sentisse  di  malattia.    Manca  al  Vocabol. 

^  Andò  voce  che  an  frate  dell'  Ordine  de'  Predicatori 
r  avesse  avvelenato  nel  dargli,  alcuni  di  prima,  la  santa 
comunione.  Tal  voce  senza  fondamento  storico,  dice  il  ero- 
nista  Ferreto  (Rer.  ital,^  t  IX),  fu  sparsa  da  un  tedesco, 
onde  molti  suoi  nazionali  corsi  a  furore  sopra  il  convento 
de'  frati  predicatori  di  Pisa,  alcuni  ne  uccisero.  La  calunnia 
fh  smentita  da  una  bolla  del  successore  di  papa  Clemente 
e  con  un  autentico  attestato  di  Giovanni  re  di  Boemia  nato 
dello  stesso  imperatore  Arrigo.  I  più  de'  cronisti,  anzi  quasi 
tutti  dicono  che  Arrigo  morisse  di  morte  naturale,  di  febbre 
0  di  peste. 


334 


CRONICflB 


venne  in  Pisa,  e  non  avendo  potato  vedere  lo  'm- 
peradore  vìvo,  si  il  volle  vedere  morto.  I  Pisani 
per  dotta  '  de*  guelfi  di  Toscana  e  del  re  Ruberto  sì 
voUono  il  detto  don  Federigo  fare  loro  signore  :  non 
volle  la  signoria,  ma  per  sua  scusa  domandò  loro 
molto  larghi  patti  fuori  di  misura,  con  tutto  che  per 
gli  più  si  credette  che,  bene  eh*  e'  Pisani  gli  aves- 
sono  fatti,  non  avrebbe  voluto  lasciare  la  stanza  di 
Cicilia  per  signoreggiare  Pisa  ;  e  cosi  sansa  grande 
dimoro  si  tornò  in  Cicilia.  1  Pisani  rimasi  molto  scon- 
solati e  in  paura,  vollono  fare  signore  il  conte  di  Sa- 
voia e  messer  Arrigo  di  Fiandra  :  nullo  volle  rice- 
vere ;  ma  tatti  i  caporaU  e  bai  oni  eh*  erano  collo*m- 
peradore  si  partirono  e  tornarono  in  loro  paesi. 
Altri  cavalieri  tedeschi  e  brabansoni  e  fiamminghi 
con  loro  bandiere  rimasono  al  soldo  de*  Pisani  in- 
torno di  mille  a  cavallo;  e  i  Pisani  non  potendo  a- 
vere  altro  capitano,  elessono  Uguccione  da  Faggiola 
di  Massa  Tribara,  il  quale  era  stato  per  Io  'mpera- 
dore  vicario  in  Genova.  Questi  venne  a  Pisa  e  prese 
la  signoria,  e  appresso  col  seguito  de*  cavalieri  te- 
deschi che  vi  rimasono,  fece  in  Toscana  grandissi- 
me cose,  come  innanzi  si  /ara  menzione. 

CAPITOLO  LV. 

Come  il  conte  Filippone  di  Patia  fu  sconlUio  a 

Piacenza, 

Nel  detto  anno  1313  del  mese  d'agosto,'  il 
eonte  Filippone  di  Pavia  colla  parte  gnelGa  vegnendo 
sopra  Piacenza,  che  la  tenea  messer  Galeasso  Vi- 
sconti, fu  sconfitto  e  preso. 

CAPITOLO  LVI. 

Come  i  Fiorentini  diedono  la  $ignoria  di  Firenze  al 
re  Ruberto  per  cinque  anni. 

Nel  detto  anno  1313,  ancora  vivendo  Io  *m- 
peradore,  parendo  a*  Fiorentini  essere  in  male  stato, 
si  per  la  forza  dello  *mperadore  e  di  loro  usciti,  • 
ancore  dentro  tra  loro  avendo  dissensione  per  le  sette 
nate  per  cagione  delle  signorie,  si  diedono  al  re  Ru- 
berto per  cinque  anni,  e  poi  appresso  si  1  rafferma- 
rono per  tre,  e  cosi  otto  anni  appresso  il  re  Ruberto 
D*  ebbe  la  signoria,  mandandovi  di  sei  fu  sei  mesi 
suo  vicario,  e  *l  primo  fu  messer  Giacomo  di  Can- 
telmo  di  Proenza,  che  venne  in  Firenze  del  mese  di 
giugno  1313.  E  per  simile  modo  appresso  feciono 
i  Lucchesi  e*  Pistoiesi  e*  Pratesi  di  darsi  alla  signoria 
del  re  Ruberto.  E  di  certo  fu  lo  scampo  de*  Fio- 
rentini, che  per  le  grandi  divisioni  tra*  guelfi  insie- 
me, se  *1  mezio  della  signorìa  del  re  Ruberto  non 
fosse  stato,  guasti  e  stracciati  s' arebbono  tra  loro, 
e  cacciata  parte '. 


*  timore:  francesismo  smaccato  (doute)  da  lasciare  peg- 
gio che  tra  le  anticaglie.    La  Giuntina  legge  :  per  Urna» 
'  La  Giuntina  legge:  e  vtnuH  a  mala  fine. 


CAPITOLO  LVn. 
Come  gli  Spinoli  furono  cacciati  di  Genova, 

Nel  detto  anno  del  mese  di  febbraio  e  di  narso, 
essendo  morto  lo  *mperadore,  .e  partito  Uguccione 
da  Faggiuola  di  Genova,  i  Genovesi  ghibellini  In 
loro  ebbono  grande  discordia  per  invidia  degli  ofici  e 
signorìa  della  terra  ;  che  gli  Orii  che  erano  possenti, 
e  gli  Spinoli  somigliante,  ciascuno  volea  essere  il 
maggiore.  Per  la  qnal  cosa  vennero  a  battaglia  cit- 
tadina insieme,  la  quale  durò  per  venti  dì  continui 
molto  pericolosa,  che  tutta  la  città  era  partita,  1*  nna 
parte  con  gli  Orìi,  e  1* altra  con  gli  Spinoli;  nella 
quale  battaglia  molti  ebbe  morti  d*una  parte  e  d*  al- 
tra. Alla  fine  misono  fuoco  combattendo,  onde  ar- 
sero più  di  trecento  case  nel  migliore  della  città; 
e  dibattuti  di  tanta  pestilenza^  gli  Spinoli  non  tanta 
per  forza  cacciati,  ma  per  isdegno  si  partirono  della 
città,  e  andarne  a  Bazzalla,  e  la  tarra  rìmase  alta  si- 
gnorìa di  quegli  d*Orìa  e  de*Grìmaldi  ohe  teneano 
insieme  con  loro,  e  feciono  stata  comune  di  popolo, 
e  durò  più  anni. 

CAPITOLO  LVIIL 

Come  Uguccione  da  Faggiuola  iignore  in  Pisa  fece 

molla  guerra  a*  Lucchesi^  eicchè  misono  i  ghibellini 

usciti  per  is forcata  pace  in  Lucca. 

Nel  detto  anno  1313,  oMendo  Uguccione  in 
Pisa  per  signore  appresso  la  morta  dello  'mperadore 
con  la  munada  tadesoa,  non  istatta  ozioso,  ma  in- 
nanzi eh*  a  loro  fosse  cominciata  guerra,  vigoroM- 
menta  usalirono  i  Lucchesi  e*  Samminiatosi,  caval- 
candogli molta  spesso  infino  alle  porti,  ardendo  e 
guastando  ;  e  in  più  awisamenti  sempre  n^  ebbono  i 
Lucchesi  il  peggiore,  perocché  per  la  loro  discordia 
tra*  guelfi  medesimi,  per  setta  fatta  e  per  invidia  di 
loro  signorìe,  male  intandeano  a  seguire  rantica  loro 
buona  sollecitudine  e  unità  che  diede  già  loro  viV- 
torie,  ma  scemando  loro  cavallata  e  soldati,  per  la 
qual  cosa  a*  Fiorentini  conr enia  portare  tatto  il  faccio 
e  la  spesa,  soventa  cavalcando  a  Lucca  popolo  e 
cavalierì  alla  loro  difensione.  Ha  Uguccione  co*  Pisani 
essendo  di  presso,  partiti  i  Fiorentini,  inoontanenta 
gli  cavalcava,  sicché  molto  gli  affiisse;  e  per  la  loro 
divisione,  della  quale  era  capo  delP  nna  setta  mes- 
ser Luti  degli  Obizzì,  e  dell*  altra  messer  Arrìgo  Be- 
rarduoci,  contra  la  volontà  de*  Fiorentini  pace  feciono 
coi  Pisani,  rendendo  loro  Ripafratta  e  più  altre  ca- 
stalla  de*  Pisani,  che  anticamenta  aveano  sopra  loro 
guadagnata,  e  rìmisono  in  Lucca  quegli  della  casa 
degl* Interminelli  e  loro  seguito;  onde  i  Fiorentini 
molto  isdegnarono  e  furono  crucciosi. 

CAPITOLO  LIX. 

Della  morte  di  papa  Clemente, 

Neiranno  1314  di  20  d*aprìle,  morì  papa  de- 
menta: volendo  andare  a  Bordello  in  Guascogna,  pas- 
sito il  Rodano  alla  Rocca  Maura  ^  in  Proenza,  ammalò 


La  Giuntina  del  1587  dice  ;  Rocca  muta. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


Uh 


e  mori.  QaesU  fa  uomo  molto  cupido  di  moneta,  a 
fimonlaco,  che  ogni  beneficio  per  danari  s^  avea  in 
sua  corte,  e  fu  lussurioso  ;  che  palese  si  dicea,  che 
tenea  per  amica  la  contessa  di  Pelagorga,  bellissima 
danna,  figliuola  del  conte  di  Fusci.  E  lasciò  i  nipoti 
e  suo  lignaggio  con  grandissimo  e  innumerabile  te- 
soro :  e  dissesi  che,  vivendo  il  detto  papa,  essendo 
morto  uno  suo  nipote  cardinale,  cui  egli  molto  ama- 
va, costrinse  uno  grande  maestro  di  negromanzia  che 
sapesse  che  delP  anima  del  nipote  fosse.  11  detto 
maestro  fatte  sue  arti,  uno  cappellano  del  papa  molto 
sicuro  fece  portare  a'  dimonia  \  ì  quali  il  menarono 
allo  *nfemo,  e  mostrargli  yisibilemente  uno  palazzo, 
W  entro  un  letto  di  fuoco  ardente,  nel  quale  era  Ta- 
nima  del  detto  suo  nipote  morto,  dicendogli,  che 
per  la  sua  simonia  era  così  giudicato.  E  vide  nella 
visione  fare  un  altro  palazzo  alla  'ncontra,  il  quale 
gli  fu  detto  si  facea  per  papa  Clemente  ;  e  così  rap- 
portò il  detto  cappellano  al  papa,  il  quale  mai  poi 
non  fu  allegro,  e  poco  vivette  appresso:  e  morto 
Ifli,  e  lasciatolo  la  notte  in  una  chiesa  con  grande 
Imninaria,  b*  accese  e  arse  la  cassa,  e  "l  corpo  suo 
dalla  cintola  in  giù',  anzi  che  persona  se  n'avvedesse. 

CAPITOLO  LX. 

Come  Uguccione  da  Faggiuola  co*  Pisani  presono 
la  ciiià  (U  Lucca^  e  rubarono  il  tesoro  della  Chiesa. 

Nel  detto  anno  1314,  essendo  i  ghibellini  ri- 
vessi  in  Lucca,  Uguccione  mollo  tegnendo  corti  i 
i>acchesi  che  rendessono  i  beni  loro  a'  ghibellini,  e* 
gnelfi  di  Lucca  che  gli  s'aveano  appropiati  non  gli 
Toleano  rendere,  per  lo  detto  Uguccione  fu  ordinato 
tradimento  in  Lucca  con  gF  Interminelli,  che  v^  erano 
rimessi,  e  co"  Qnartigiani  e  Pogginghi  e  Onesti  ;  e  su- 
bitamente a  di  14  di  giugno  nel  detto  anno,  la  teija 
A  misono  a  romore,  combattendo  insieme,  e  gin- 
gneado  Uguccione  alle  porte  co'  Pisani  e  loro  isforzo 
per  la  detta  parte,  gli  fu  data  la  postierla  del  Prato. 
Onde  entrò  nella  terra  con  sua  gente  il  vicario  del 
re  Ruberto,  messer  Gherardo  da  San  Lupidio  della 
Marca,  e  gli  altri  guelfi  di  Lucca  male  in  accordo  e 
peggio  fomiti  di  cavalieri  e  di  gente,  e  benché  a- 
vessono  mandato  per  soccorso  a^  Fiorentini,  i  quali 
erano  già  venuti  a  Fucecchio,  il  loro  soccorso  fu 
tardi,  perchè  Uguccione  co'  Pisani  aveano  corsa  la 
terra.  Per  la  qnal  cosa  il  vicario  del  re  Ruberto  e  gli 
altri  guelfi  della  terra  non  potendo  resistere,  uscirono 
di  Lucca  e  vennonne  a  Fucecchio,  e  a  Santa  Maria  a 


'  li  demonii  ;  eosi  quasi  tatti  !  t«8tl  a  penna.  In  aldini 
•tmmpati:  àSU  dimonia, 

*  Morto  Ini,  tante  lue  rìcchetze  fbron  messe  a  sacco 
d^  parenti,  talché  appena  si  potè  trovare  uno  straccio  da 
copririo,  e,  caduto  il  fboco  da  un  doppiere,  gli  venne  bru- 
ciata una  parte  del  corpo.  Molte  sono  le  favole  che  si  sparsero 
intomo  alla  sua  morte  :  narrasi  che  uno  de'  templarii  tratto 
da  Napoli  alla  Corte  di  Boma  e  condannato  al  fuoco,  nel- 
V  andare  al  supplicio,  citasse  il  papa  e  Filippo  re  di  Francia 
al  tribunale  di  Dio  entro  lo  spazio  di  un  anno  a  render 
conto  dell'ingiusta  sentenza.  Non  compiuto  ancor  Tanno 
Q  papa  e  il  re  erano  morti.  Ma  forse  le  date  non  confron- 
tano ed  nitrì  negano  rìeisamente  il  fatto. 


Monte,  e  air  altre  castella  del  Valdarao,  e  la  città  di 
Lucca  per  gli  Pisani  e  Tedeschi  fu  corsa  e  spogliata 
d^  ogni  riccheua,  che  per  otto  dì  durò  la  ruberia  cosi 
agli  amici  come  a*  nemici,  pur  chi  più  avea  fona,  con 
molti  micidii  e  incendii.  E  oltre  a  ciò,  il  tesoro  della 
Chiesa  di  Roma,  che  '1  cardinale  messer  Gentile  da 
Montefiore  della  Marca  avea  per  comandamento  del 
papa  tratto  di  Roma  e  di  Campagna  e  del  Patrimo- 
nio, e  avealo  lasciato  in  San  Friano  dì  Lucca,  per 
lo  detto  Uguccione  e  sue  masnade  tedesche,  e  per 
gli  Pisani  tutto  fu  rubato  e  portato  in  Pisa.*  E  non 
si  ricorda  di  gran  tempi  passati  che  una  città  avesse 
una  sì  grande  avversità  e  perdita  per  parte  che  vi 
rientrasse,  com*  ebbe  la  città  di  Lucca  d^  avere  e  di 
persone. 

CAPITOLO  LXI. 

Come  messer  Piero  fratello  del  re  Ruberto  tenne  in 

Firenze  per  signore. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  i  Fiorentini 
avendo  novelle  della  perdita  di  Lucca  furono  molto 
crucciosi,  e  scommossi,  e  già  avendo  dinanzi  gFin- 
disi,  e  t^hi  disse  che  come  i  ghibellini  di  Lucca  or- 
dinarono il  tradimento  con  Uguccione,  così  i  guelfi 
co*  Fiorentini  aveano  fatto  per  cacciarne  i  ghibel- 
lini, s' erano  mossi  al  soccorso,  ma  giunsono'  tardi  ; 
che  Uguccione  co*  Pisani  erano  pih  vicini,  e  prima 
fornirono  d'aver  Lucca.  I  Fiorentini  essendo  perduta 
Lucca,  'presono  poi  le  castella  di  Valdarao  che  an- 
cora si  teneano  a  parte  guelfa,  ciò  furono  Fucec- 
chio, Santa  Maria  a  monte,  Montecalvi,  Santacroce,  - 
Castelfranco,  e  Montetopoli  ;  e  in  Valdinievole,  Mon- 
tecatini e  Montesommano  ;  ma  Serravalle,  in  su  la 
perdita  di  Lucca,  per  negligenia  e  avarizia  de*  Pi- 
stoiesi, non  volendo  spendere  trecento  fiorini  d*oro 
per  dare  alle  masnade  che  M  teneano,  dagli  usciti  di 
Pistoia  fu  preso.  E  così  Toscana  apparecchiata  a 
grande  guerra  per  la  rivoluzione  della  città  di  Luc- 
ca, i  Fiorentini  mandarono  incontanente  in  Puglia  al 
re  Ruberto  che  mandasse  loro  uno  de*  fratelli  con 
gente  a  cavallo  e  per  loro  capitano.  11  re  Ruberto 
sanza  indugio  mandò  a  Firenze  messer  Piero  suo 
minore  fratello,  giovane  molto  grazioso  e  savio  e 
bello  della  persona,  con  trecento  uomini  di  cavallo, 
e  con  savio  consiglio  de^suoi  baroni:  e  giunse  in 
Firenze  a  dì  18  d'agosto  del  detto  anno:  e  da' Fio- 
rentini fu  ricevuto  a  grande  onore  come  loro  signora, 
dandogli  del  tutto  la  signoria  della  città,  e  faceva  i 
priori  e  tutti  gli  uficiali  di  Firanze  :  e  fu  sì  grazioso 
appo  i  Fiorentini,  che  se  fosse  vivuto,  per  gli  j)iù 
si  dice  eh*  e'  Fiorentini  V  avrebbono  fatto  loro  si- 
gnore a  vita. 

CAPITOLO  LXn. 

Conte  U  re  Ruberto  andò  con  grande  stuolo  sopra 
Cicilia,  e  assediò  la  città  di  TrapaU. 

Nel  detto  anno  1314,  il  re  Ruberto  pei^ ven- 
dicarsi di  Federigo  di  Cicilia  che  alla  venuta  dello  *m- 
peradore  gli  avea  rotta  pace,  e  allegatosi  con  lui, 
e  prese  le  sue  terre  in  Calavra,  si  fece  una  grande 


a3« 


CRONICHE 


innata  a  Napoli,  che  Ira  di  Proenza  e  di  Paglia  e 
del  Regno  e  Genovesi  armò  centoventi  galee,  e  tra 
ascierì  e  legni  grossi  da  portare  cavalli  e  arnesi  d'o- 
ste presso  di  cento,  sicchò  dagento  e  più  legni  a 
gabbia  fu  lo  staolo  ;  e  con  daemila  cavalieri  e  gente 
a  piò  sanza  numero:  egli  in  persona  col  prenxe  Fi- 
lippo e  con  messer  Gianni  suoi  fratelli  si  partirono 
di  Napoli  col  detto  staolo,  del  mese  d*  agosto  del 
detto  anno,  e  puose  in  Cicilia  a  Castello  a  mare,  e 
per  forza  Tebbe;  e  poi  alla  città  di  Trapali  pose 
r  assedio  per  mare  e  per  terra,  e  quella  credendosi 
di  presente  avere  per  trattati  fatti  prima  eh*  e'  si  mo- 
vesse, da'  cittadiai  di  Trapali  ingannato  fu,  che  sotto 
i  détti  trattati  fatti  fare  a  posta  di  don  Federigo,  fu 
tanto  r  indugio  della  partita  del  re  Ruberto,  ch'egli 
forni  Trapali  di  gente  e  di  vittuaglia,  e  rafforzò  la 
città  per  modo,  che  per  battaglia  (che  più  e  più  ve 
ne  die)  il  re  Ruberto  non  la  poteo  avere  :  e  per 
lungo  stailo  e  male  tempo  di  pioggia,  e  Toste  mal 
fornita  di  vittuaglia  per  lo  tempo  contrario,  grande 
infermeria  e  mortalità  fu  nelPoste.  Il  re  Ruberto  veg- 
gendo  non  potea  aver  la  città,  né  combatterò  non 
volea  don  Federigo  con  lui  in  mare  né  in  terra,  fatta 
fu  triegua  per  tre  anni  tra  loro,  e  cosi  si  partì  il  re 
Ruberto  con  sua  oste  assai  peggiorato,  e  sanza  nulla 
acquistare;  di  là  tornò  in  Napoli  il  di  di  oaien  di 
gennaio  anno  1314,  e  più  galee  delle  sae  affonda- 
rono in  mare  colla  gente,  perchè  erano  legni  nuovi, 
e  hon  erano  stati  riconci  in  sì  lungo  soggiorno. 

CAPITOLO  LXin. 

Come  i  Padovani  furono  sconfitti  a    Vicenza    da 
messer  Cane  della  Scala. 

Nel  detto  anno  1314  a  di  18  di  settembre, 
essendo  i  Padovani  con  tutto  loro  isforzo,  andarono 
a  Vicenza  e  presoao  i  borghi,  e  assediarono  la  ter- 
ra :  messer  Cane  signore  di  Verona  subitamente  ven- 
ne in  Vicenza,  e  con  poca  gente  assali  i  Padovani; 
e  eglino  male  ordinati,  confidandosi  della  presa  de' 
borghi,  si  furono  sconQtti,  e  molti  di  loro  presi  e  morti. 

CAPITOLO   LXIV. 

Come  •  Fiorentini  ledono  pace  con  gli  Aretini. 

Nel  detto  anno  1314  a  di  28  di  settembre  i  Fio- 
rentini e'Sanesi  e  tutta  la  lega  di  parte  guelfa  di 
Toscana  feciono  pace  con  gli  Aretini  per  mano  di 
messer  Piero  figliuolo  del  re  Carlo  in  Firenze,  che 
abitava  in  casa  i  Mozzi  a  capo  del  ponte  Rubaconte. 

CAPITOLO  LXV. 

Come  apparve  una  stella  cometa  in  cielo. 

Nel  detto  anno  1314,  appan'e  una  cometa  di 
verso  settentrione  quasi  alla  fine  del  aegno  della 
Vergine,  e  durò  più  di  sei  semmane,  e  secondo  che 
dissono  gli  astrologi,  significò  molte  novità  e  pe- 
stilenze, e  appresso  furono,  e  volle  significare  la  morte 
del  re  di  Francia  e  de' suoi  figliuoli,  che  morirono 
poco  appresso. 


CAPITOLO  LXVI. 

Della  morte  di  Filippo  re  di  Francia  e  de*  suoi 

figliuoli. 

Nel  detto  anno  1314  del  mese  di  novembre,  il 
re  Filippo  re  di  Francia,  il  quale  avea  regnato  ven- 
tinove  anni,  mori  disavventuratamente,  ohe  esseido 
a  nna  caccia,  ano  porco  salvatico  gli  s*  attraversò  In 
le  gambe  del  cavallo  in  su  che  era,  e  fecelne  cadere, 
e  poco  appresso  mori.  Questi  fu  de*  più  belli  ao-» 
mini  del  mondo,  e  de'  maggiori  di  persona,  •  beao 
rispondente  in  ogni  membro,  savio  da  se  e  buono 
nomo  era,  secondo  laico,  ma  per  seguire  i  suoi  di* 
letti,  e  massimamente  in  caccia,  si  non  disponea  lo 
sue  virtù  al  reggimento  del  reame,  anzi  le  conunet- 
tea  altrui,  sicché  le  più  volte  si  reggea  per  malo 
consiglio,  e  quello  ctedea  troppo,  onde  assai  peri- 
coli vennero  al  suo  reame.  Questi  lasciò  tre  figlìaoli 
Luis  re  di  Navarra,  Filippo  conte  di  Pettieri,  e  Carlo 
conte  della  Marcia  :  tutti  queati  figliuoli  furono  in 
poco  tempo  l'uno  appresso  l'altro  re  di  Francia, 
succedendo  l' uno  all'  altro  per  morte.  B  poco  tempo 
innanzi  che  1  re  Filippo  loro  padre  morisae,  arreBiio 
loro  grande  e  vituperevole  sventura,  che  le  naogU 
di  tutti  e  tre  si  trovarono  in  avolterìo  ;  e  si  erano 
ciascuno  di  loro  de*  più  belli  cristiani  dei  mondo. 
La  moglie  del  re  Luis  fu  figliuola  dei  duca  di  Bor- 
gogna. Questi  quando  fu  re  di  Francia  la  fece  tlran- 
gelare  con  una  guardanappa,  e  poi  prese  a  moglio 
la  reina  Clemente,  figliuola  che  fu  di  Carlo  Martello 
figliuolo  del  re  Carlo  secondo  di  Paglia.  La  seconda 
e  la  terza  donna  di  loro  furono  serocchie  e  figlinolo 
del  conte  di  Borgogna,  e  rede  della  contessa  d*Ar- 
tese.  Filippo  conte  di  Pettieri,  per  disdetto  della  sna»  o 
che  l'amava  molto,  la  si  ritolse  per  buona  e  per  belhu 
Carlo  conte  della  Marcia  mai  non  rivolle  la  sua,  ma 
la  tenne  in  pregione.  Questa  sciagura  si  disse  oh^av* 
venne  loro  per  miracolo,  per  lo  peccato  regnato  ia 
quella  casa  di  prendere  a  moglie  loro  parenti,  noa 
guardando  grado,  o  forse  per  lo  peccato  oommerao 
per  lo  loro  padre  nella  presura  di  papa  Boniliiito, 
come  il  vescovo  d*  Ansiona  profetizzò,  e  forse  per 
quello  che  operò  ne*  Tempieri,  secondo  dicemmo 
addietro. 

CAPITOLO  LXVII. 

Della  elezione  che  fu  fatta  in  Alamagna  di  due  tm- 
peradoriy  P  uno  il  dogio  di  Baviera^  e  T  altro 

quello  d'  Osterich. 

Nel  detto  anno  1314,  per  gli  prencipi  delk 
Magna  fu  fatta  elesione  di  due  re  della  Magna:  Tono 
fu  fratello  del  dogio  di  Baviera  chiamato  Lodovico, 
uomo  valoroso  e  franco.  Questi  ebbe  più  voci,  ciò 
fu  quella  dell'  arcivescovo  di  Maganza  e  di  quello  di 
Trievi,  e  quella  del  re  Giovanni  di  Boemia  e  del 
dogio  di  Sassogna,  e  quella  del  marchese  di  Bran- 
dimborgo.  Federigo  d' Osterich  ebbe  quella  delTar* 
civescovo  di  Cologna  e  quella  del  dogio  di  Baviera 
nimico  del  fratello  :  queste  ebbe  certe,  e  ebbe  quella 
del  dogio  di  Chiarentana,  il  quale  dicea  dovea  ea- 
sere  re  di  Boemia  di  ragione,  perchè  avea  per  mo- 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


S3T 


glie  la  prima  figliuola  di  Viocislao  reda  :  e  ebbe  la 
voce  d^ano  de' marchesi  di  Brandimborgo,  che  dicea 
ch'era  di  ragione  marchese,  ma  non  possedea.  Ma 
Lodovico  più  pressa  era  di  ragione  imperadore  ;  se 
non  che  \  dogio  di  Baviera  suo  fratello  per  pro- 
messione  fatta  die  la  sua  voce  co*  detti  altri  elet- 
tori ■  Federigo  dogio  d' Osterich,  della  quale  isva- 
riata  elezione  grande  Beandolo  surse  in  Alamagna  tra 
r  uno  eletto  e  V  altro,  e  tra  '1  dogio  di  Baviera  e 
Lodovico  eletto  suo  fratello,  e  più  assembramenti  e 
guerre  ebbe  tra  loro. 

CAPITOLO  LXVra. 

Come  Uguccione  signore  di  Pisa  fece  grande  guerra 

alle  terre  vicine. 

Neiranno  1 3 1 5  ^  avendo  Uguccione  da  Faggiuola 
eo'  Pisani  e  Tedeschi  presa  la  città  di  Lucca,  come  ad- 
dietro è  fatta  menzione,  tutte  le  castella  eh*  e*  Luc- 
chesi aveano  de'  Pisani  possedute  infino  allora  dal 
tempo  del  conte  Ugolino  rendè  al  comune  di  Pisa, 
delle  quali  feciono  disfare  Asciano,  e  Cuosa,  e  Ca- 
stiglione di  Valdiserchio,  e  Nozzano,  e  '1  ponte  a 
Serchio,  e  ritennero  il  castello  di  Ripafratta,  il  Mu- 
Irone,  e  1  Viareggio  di  su  la  marina,  e  Rotaia,  e  '1 
borgo  di  Serrezzano.-  E  in  questo  medesimo  tempo  e 
Del  caldo  di  tanta  vittoria,  il  detto  Uguccione  colla 
maanada  dei  Tedeschi  cavalcando  sovente  sopra  i 
f^istolesi  infino  a  Carmignano,  e  sopra  i  Volterrani, 
o  per  tutta  Maremma,  e  sopra  Samminiato,  e  per  as- 
sedio ebbe  il  castello  di  Cigoli  e  di  più  altre  loro 
castella,  e  molto  gli  afflisse,  e  poi  si  puose  all'  as- 
sedio a  Montecalvi  che  '1  tenevano  i  Fiorentini,  il 
quale  per  non  esser  soccorso  s'arrendeo  ad  Uguccione 
a  a'  Pisani,  salve  le  persone. 

CAPITOLO  LXIX. 

C&me  coronato  il  re  IaUs  di  Francia,  andò  ad  oste 
sopra  i  Fiamminghi,  ma  niente  o*  acquistò. 

Nel  detto  anno  1315,  il  d)  di  San  Giovanni  Bat- 
tista di  giugno ,  Luis  figliuolo  di  Filippo  il  Bello  si 
eoroDÒ  re  di  Francia  colla  reina  Clemente  sua  mo- 
glie. Incontanente  che  fu  coronato,  fece  bandire  oste 
aopra  i  Fiamminghi,  rompendo  triegue  e  pace  che  il 
re  Filippo  ano  padre  avea  fatte  con  loro  ;  e  in  per- 
aona  con  tutta  la  baronia  di  Francia,  in  numero  di 
diecioùla  o  più  cavalieri  e  popolo  innumerabile,  andò 
in  Fiandra,  e  puosesi  a  campo  a  Coltrai.  Il  conte  Ru- 
berto di  Fiandra,  co' suoi  Fiamminghi  gli  vennono  al- 
lo 'noontro  a  Coltrai  per  combattere  con  lui.  Ma  come 
piacque  a  Dio,  del  mese  d'agosto  cadde  tanta  piova 
(e  '1  paese  di  Fiandra  è  come  marese)  che  '1  carreg- 
gio che  apportava  la  vittnaglia  all'  oste  de'  Franceschi 
non  potea  uscire  di  cammino,  e  le  tende  e  padiglioni 
della  detta  oste  sì  grondavano  d'acque  ed  erano  sì 
circondate  di  pantano,  che  non  poteva  appena  an- 
dare Tuomo  dair  uno  padiglione  all'altro  ;  sicché  per 


*  La  OiuotlnA  reca  qui  T  anoo  1314. 


lo  difetto  della  vittuaglia,  e  per  lo  guastamento  del 
campo,  convenne  che  il  re  di  Francia  si  partisse  da 
oste  del  mese  di  settembre,  con  vergogna  e  con  gran 
dammaggio  quasi  di  tutti  i  loro  arnesi.  E  poi  il  detto 
conte  di  Fiandra  con  sua  oste  andò  infino  a  Cassella 
a  Santo  Mieri  per  assediare  la  terra,  e  se  non  che 
quegli  delle  buone  ville  non  vollono  più  vergogna 
fare  al  re,  elli  a vrebbono  potuto  correre  tutto  Artese 
senza  contrasto  neuno. 

CAPITOLO  LXX. 

Come  Uguccione  signore  di  Lucca  e  di  Pisa  fece  por" 
re  V  assedio  al  castello  di  Montecatini, 

Nel  detto  anno,  Uguccione  da  Faggiuola  colla 
forza  delle  masnade  de'  Tedeschi,  signore  al  tutto  di 
Pisa  e  di  Lucca ,  trionfando  per  tutta  Toscana,  fece 
porre  oste  e  assedio  a  Montecatini  in  Valdinievo- 
le,  il  quale  teneano  i  Fiorentini  dopo  la  perdita  di 
Lucca,  e  quello  guemito  di  buona  gente,  con  batti- 
folli  fu  molto  distretto ,  sicchò  gran  difetto  aveano 
di  vittuaglia.  I  Fiorentini  mandato  nel  Regno  per  lo 
prenze  Filippo  di  Taranto  fratello  del  re  Ruberto,  per 
contrastare  la  rabbia  d' Uguccione  e  de'  Pisani  e  de' 
Tedeschi,  quegli  venne  a  Firenze  dì  11  di  luglio, 
con  cinquecento  cavalieri  a  soldo  de' Fiorentini  con 
messer  Carlo  suo  figliuolo,  centra  voglia  del  re  ru- 
berto  conoscendo  il  suo  fratello  per  più  di  testa  che 
savio,  e  con  questo  non  bene  avventuroso  di  batta- 
glie, ma  il  contradio  ;  e  s' e'  Fiorentini  avessono  vo- 
luto più  indugiare,  il  re  Ruberto  mandava  a  Firen- 
ze il  duca  suo  figliuolo  con  più  ordine  e  con  più 
consiglio  e  migliore  gente  :  ma  la  fretta  de'  Fioren- 
tini, collo  studio  della  contraria  fortuna,  gli  fece  pure 
volere  il  prenze,  onde  a  loro  seguì  grande  dammag- 
gio e  disonore. 

CAPITOLO  LXXI. 

Come  il  preme  di  Taranto  tenuto  in  Firenze,  i  Fio- 
rentini uscirono  ad  oste  per  soccorrere  Montecatini 
e  furono  sconfitti  da  Uguccione  della  Faggiuola. 

Venuto  in  Firenze  il  prenze  di  Taranto,  il  dì  so- 
praddetto. Tanno  1315,  e  con  lui  messer  Carlo  fi- 
gliuolo, Uguccione  con  tutto  suo  isforzo  di  Pisa  e  di 
Lucca,  e  del  vescovo  d' Arezzo,  e  de'  conti  da  San- 
tafiore,  e  di  tutti  i  ghibellini  di  Toscana  e  usciti  di 
Firenze,  con  aiuto  de'  Lombardi  da  messer  Maffeo 
Visconti  e  da' figliuoli,  il  quale  Uguccione  fu  con  no- 
vero di  venticinque  centinaia  e  più  di  cavalieri,  e 
popolo  grandissimo,  venne  all'  assedio  del  detto  ca- 
stello di  Montecatim.  I  Fiorentini  per  quello  soccor- 
rere raunarono  grande  oste,  e  richeggendo  tutta  loro 
amistà,  vi  furono  Bolognesi,  Senesi,  Perugini,  della 
Città  di  Castello,  d'  Agobbio,  e  di  Romagna,  e  di 
Pistoia,  di  Volterra,  e  di  Prato,  e  di  tutte  l' altre  terre 
guelfe  e  amici  di  Toscana,  in  quantità,  colla  gente  del 
prenze  e  di  messer  Piero,  di  trentadue  centinaia  di 
cavalieri,  e  gente  a  piò  grandissima,  e  partirsi  di  Firen- 
ze a  dì  6  d'agosto.  E  venuta  la  detta  oste  de'  Fioren- 


238 


CROlflCHB 


tini  e  del  prence  in  Valdinievole  alla  ^noontra  di  quella 
d^  Uguccione,  più  dì  stettono  affrontati,  il  fossato  della 
Nievole  in  meizo,  con  più  assalti  e  badalucchi.  I  Fio- 
rentini con  molti  capitani  e  con  poca  ordine,  i  nimi- 
ci  areauo  per  niente:  Uguccione  e  sua  gente  con 
tema  grande,  e  per  quella  faceano  grande  guardia  e 
savia  condotta.  Uguccione  avendo  novelle  che  i  guelfi 
delle  sei  miglia  del  contado  di  Lucca  per  soddu- 
xione  de^  Fiorentini  venieno  verso  Lucca,  e  già  a- 
veano  rotta  la  scorta  e  la  strada  onde  venia  la  vit- 
tuaglia  air  oste  d^  Uguccione,  prese  per  consiglio  di 
levarsi  dall*  assedio,  e  di  notte  si  ricolse  e  fece  ar- 
dere i  battifolli,  e  venne  con  sua  gente  schierata  in 
sul  congiugnimento  dello  spianato  delF  una  oste  e 
deir  altra,  a  intenzione,  se  il  preme  e  sua  oste  non 
ti  dilungasse,  di  valicare  e  andarsene  a  Pisa  ;  e  se*l 
volessero  contrastare,  d^avere  Tavvantaggio  del  cam- 
po, e  di  prendere  la  ventura  della  battaglia.  Il  prenze 
e*  Fiorentini  e  loro  oste  veggendo  ciò,  in  sul  giorno 
si  levarono  da  campo,  e  istendaro  loro  padiglioni  e 
arnesi,  e  '1  prenze  malato  di  quartana,  con  poca  prov- 
vedenza  non  tenendo  ordine  di  schiere  per  lo  su- 
bito e  improvviso  levamento  di  campo,  s*  affronta- 
rono co^nimìci,  credendogli  avere  in  volta.  Uguc- 
cione veggendo  non  potea  schifare  la  battaglia,  fece 
usalire  le  guardie  dello  spianato,  eh"*  erano  i  Sana- 
si e' Colligiani  e  altri,  a*  suoi  feditori  intorno  di  cen- 
tocinquanta cavalieri,  ond'era  capitano  col  pennone 
imperiale  messer  Giovanni  Cincotti  Halespini  rubel- 
lo  di  Firenze,  e^l  figliuolo  d^  Uguccione,  e  quegli 
Sanesi  e  Colligiani  senza  contrasto  ruppero  e  tras- 
corsono  infino  alla  schiera  di  messer  Piero  eh'  era 
colla  cavalleria  de'  Fiorentini.  Quivi  i  detti  feditori 
furono  rattenuti,  e  quasi  tutti  tagliati  e  morti,  e  ri- 
masevi  morto  il  detto  mesèer  Giovanni,  e  il  figlinolo 
d' Uguccione  e  molti  della  loro  compagnia,  e  abbat- 
tuto il  pennone  imperiale,  con  molta  buona  e  franca 
gente. 

CAPITOLO  LXXU. 

Ancora  della  detta  battaglia  e  scenata  da'  Fioren- 
tini e  del  preme. 

Essendo  cominciato  V  assalto,  e  Uguccione  ve- 
duto il  male  sembiante  di  fuggire  che  feciono  i  Sa- 
nesi e' Colligiani  per  la  percossa  de' suoi  feditori, 
incontanente  fece  fedire  la  schiera  de' Tedeschi,  ch'e- 
rano da  ottocento  cavalieri  e  più,  e  quegli  rabbio- 
samente assalendo  il  campo  e  la  detta  oste  male  or- 
dinata, che  per  la  subita  levata  gran  parte  de'  cava- 
lieri non  erano  armati  di  tutte  loro  armi,  e^  pedoni 
male  in  ordine,  anzi  al  fedire  che  feciono  i  Tede- 
schi di  costa,  i  gialdonieri  lasciarono  cadere  le  loro 
lance  ^  sopra  i  nostri  cavalieri,  e  misonsi  in  fuga  ;  la 
quale  infra  1'  altre  fu  gran  cagione  della  rotta  del- 
l' oste  de'  Fiorentini,  che  la  detta  schiera  de'  Tede- 
schi pignendo  innanzi  gli  misono  in  volta  con  poco 
ritegno,  salvo  dalla  schiera  di  messer  Piero  e  de'  Fio- 
rentini che  assai  sostennono,  alla  perfine  furono  scon- 
fitti. Nella  quale  battaglia  morì  messer  Piero  fratello 


'  La  GKtmtÌDa:  giàldé. 


del  re  Ruberto,  e  non  si  ritrovò  mai  il  corpo  suo  ; 
e  moriwi  messer  Carlo  figliuolo  del  prenze,  e  1 
conte  Carlo  da  Battifolle,  e  messer  Caroccio  e  mes- 
ser Brasco  d' Araona  conestabili  de^  Fiorentini,  uo- 
mini di  gran  valore  ;  e  di  Firenze  vi  rimasono  quasi 
di  tutte  le  grandi  case  e  di  grandi  popolari,  in  nu- 
mero di  centoquattordici  tra  morti  e  presi  cavalieri 
delle  cavallate,  e  di  Siena  e  di  Perugia  e  di  Bolo- 
gna e  dell'  altre  terre  di  Toscana  e  di  Romagna  pur 
de'  migliori  quella  quale  battaglia  furono  di  tutte  genti 
morti  tra  uomini  a  cavallo  e  a  piede  da  duemila, 
e  presi  da  millecinquecento.  Il  prenze  con  tutta  l'al- 
tra gente  si  fuggi,  chi  verso  Pistoia,  e  chi  verso  Fn- 
cecchio,  e  chi  perla  Cerbaia,  onde  molti  capitando 
a'  pantani  della  Guisciana,  del  sopraddetto  numero 
de'  morti  senza  colpo  annegarono  assai.  Questa  do-> 
lorosa  sconfitta,  fu  il  di  di  Santo  Giovanni  dicoUato,  di 
29  d'agosto  1315.  Fatta  la  detU  sconfitU,  il  castel- 
lo di  Montecatini  s' arrendeo  a  Uguccione,  e  1  ca- 
stello di  Montesommano,  i  quali  teneano  i  Fiorentini  ; 
e  quegli  che  dentro  v'  erano,  se  n'  andarono  sani  • 
salvi  per  patti. 

CAPITOLO  LXXOL 

Come  Vinci  e  Cerretoguidi  si  rubellarono  a'  Fio- 
rentini, 

Come  la  detta  sconfitta  fu  fatta,  i  signori  d*An- 
ghiano  rubellarono  dal  comune  di  Firenze  0  loro 
castello  di  Vinci,  e  Baldinaccio  degli  Adimarì  mbel- 
lo  di  Firenze  rubellò  il  castello  di  Cerretoguidi  di 
Greti  -,  e  fuggendo  i  Fiorentini  e  gli  altri  della  detta 
sconfitta,  ne  presono  e  rubarono  assai*,  e  poi  per  piik 
tempo  fatta  compagnia  con  Uguccione,  e  poi  con  Ca- 
struccio  di  Lucca,  grande  guerra  feciono  al  contado 
di  Firenze  in  quella  frontiera,  e  più  volte  vi  furono 
rotti  e  ricevettono  danno  i  soldati  di  Firenze,  e 
que'  d' Empoli,  e  di  Pontormo,  e  del  paese,  per  lo 
masnade  de^  Tedeschi  di  Lucca.  Alla  fine  per  palli  o 
per  danari  essendo  tratto  di  bando  Baldinaccio  e  al- 
tri, con  vergogna  del  comune  di  Firenze,  renderono 
le  dette  castella  a' Fiorentini. 

CAPITOLO  LXXIV. 

Come  il  re  Ruberto  mandò  in  Firen%e  per  capitano 

il  conte  Notello» 

Nel  detto  anno,  i  Fiorentini  per  la  detta  sconfitta 
non  isbigottiti,  ma  vigorosamente  la  loro  città  di  Firen- 
ze rifomnirono  e  d'ordini  e  di  forza  di  gente  d'arme 
e  di  moneta,  e  steccarsi  i  fossi  per  la  loro  difensione, 
e  mandarono  al  re  Ruberto  per  uno  capitano  di  guer^* 
ra,  il  quale  sanza  indugio  mandò  a  Firenze  il  conte 
d'Andria  e  di  Hontescaglioso  detto  conte  Novello 
della  casa  del  Balzo,  con  dugento  cavalieri;  e  co- 
sì stettono  al  riparo  della  fortuna  d'  Uguccione 
sanza  perdere  stato  o  signoria  o  castello  o  altra  te- 
nuta, onde  i  ghibellini  e  usciti  di  Firenze  si  trova- 
rono ingannati,  che  si  credettono  avere  vinta  la  terra 
fatta  la  sconfitta  :  ed   e'  fu  il  contrario,  che  già  per 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


239 


ciò  Don  fa  il  danno  sì  grande,  ohe  essendp  in  Fi- 
renze, paresse  riavesse  mai  avuta  sconfitta,  non  la- 
sciando fli  artefici  di  fare  i  loro  lavori  continuo. 

CAPITOLO  LXXV. 

Come  Uguccione  fece  tagliare  la  testa  a  Banduccio 
Bonconti  e  al  figliuolo^  grandi  cittadini  di  Pisa. 

Neiranno  1316  del  mese  di  marzo,  trionfando 
Uguccione  della  detta  vittoria,  e  avendo  la  signoria 
di  Pisa  e  di  Lucca,  e  volendo  come  tiranno  ai  tutto 
dominare  senza  contrasto,  fece  pigliare  in  Pisa  Ban- 
duccio Bonconti  e  1  figliuolo,  uomo  di  grande  senno 
e  autoritade ,  e  molto  creduto  da^  suoi  cittadini,  per- 
chè per  bene  del  suo  comune  contrastava  alla  sua 
tirannia,  gli  fece  subitamente  dicapitare ,  opponendo 
loro  falsamente  che  teneano  trattato  col  re  Ruberto; 
onde  i  Pisani  forte  sMndegnarono  contra  Uguccione, 
ma  per  la  sua  forza  e  signoria  nullo  Tardiva  a  con- 
trastare :  facciamne  menzione  per  quello  che  n^  av- 
venne poi. 

CAPITOLO  LXXVL 

Come  i  Fiorentini  si  divisono  tra  loro  per  sette^ 

e  fedone  bargello. 

Nel  detto  anno  1316,  i  Fiorentini  volendosi 
fortificare  e  riparare  alla  forza  d' Uguccione,  man- 
darono in  Francia  an^asciadori  e  sindachi  per  fare 
venire  per  loro  capitano  messer  Filippo  di  Valois,  fi- 
gliuolo di  messer  Carlo  di  Francia,  con  ottocento 
cavalieri  franceschi,  il  quale  per  la  turbazione  della 
morte  del  re  Luis  di  Francia  suo  cugino  non  venne; 
e  ancora  v'  ebbe  sturbo  e  difetto  per  le  sette  che 
nacquero  grandissime  tra' Fiorentini,  che  V  una  parte 
de^  guelfi  amavano  la  signoria  del  re  Ruberto  e  de' 
Franceschi,  e  gli  altri  il  contrario  e^  voleano  ;  e  man- 
darono in  Alamagna  per  lo  conte  di  Liutimberghe 
perchè  menasse  cinquecento  cavalieri  tedeschi,  e  si- 
migliante  non  vennero,  e  volentieri  avrebbono  tolta 
la  signorìa  data  al  re  Ruberto.  Onde  in  Firenze  si 
cominciò  grande  sisma  e  parte  tra'  guelfi  ;  e  dal- 
Tnna  parte  che  disamavano  la  signorìa  del  re  Ru- 
berto, erano  capo  messer  Simone  della  Tosa  con 
certi  grandi,  e' Magalotti  con  certi  popolarì,  i  quali 
al  tutto  con  loro  isforzo  e  seguito  signoreggiavano 
la  terra  ;  e  se  non  fosse  per  tema  d' Uguccione,  cer- 
tamente la  parte  del  re  Ruberto  s' avrebbono  cac- 
ciata fuorì  della  città;  e  mandarne  il  conte  Novello 
con  sua  gente,  che  non  era  ancora  dimorato  in  Fi- 
renze che  quattro  mesi  capitano  di  guerra,  e  dovea 
dimorare  uno  anno:  e  sì  era  in  Firenze  vicarìe  in 
luogo  di  podestà  e  capitano  per  lo  re  Ruberto,  ma 
poco  podere  v*  avea,  perocché  la  setta  contrarìa  a- 
vea  la  forza  e  signorìa  del  priorato  e  degli  altri 
offici  e  ordini  della  terra.  E  per  meglio  signoregr 
giare  la  terra  ed  essere  più  temuti,  la  detta  setta 
reggente  creò  e  fece  uno  bargello  ser  Laudo  d'A- 
gobbio,  nomo  carnefice  e  crudele  ;  e  il  dì  di  calen 
dì  maggio  1316,  gli  diede  il  gonfalone  e  la  si- 
gnorìa ;  il  quale  continuo  stava  con  cinque  fanti  ar- 


mati con  mannaie  a  pie  del  palagio  de^prìorì,  e  sn- 
bitamente  mandava  pigliando  ghibellini  e  rubelli  o 
loro  figliuoli  e  altrì  cui  gli  piacea  di  fatto,  in  città 
e  in  contado,  e  senza  giudicio  ordinale  di  fatto  gli 
facea  a**  suoi  fanti  tagliare  colle  mannaie  ;  e  così  fece 
a'  cherìci  sacrì  della  casa  degli  Abati,  e  a  uno  gio- 
vane innocente  della  casa  de'  Falconierì,  e  a  più 
altri  di  basso  affare;  onde  il  comune  popolo  di 
Firenze  isbigottiti  della  guerra  di  fuori  d'  Uguccione. 
e  della  tirannesca  e  crudele  signoria  d' entro,  ciascu- 
no vivea  in  paura,  così  i  guelfi  come  i  ghibellini,  i 
quali  non  erano  di  quella  setta,  e  la  città  era  caduta 
in  pessimo  stato  ;  se  non  che  Iddio  vi  provvide  con 
corto  rimedio,  come  innanzi  farà  menzione. 

CAPITOLO  LXXVU. 

Come  si  murarono  parte  delle  mura  di  Firenze^ 
e  fecesi  una  mala  moneta. 

Nel  detto  anno  e  tempo,  sotto  la  signorìa  del 
detto  bargello,  in  Firenze  si  compierono  di  murare 
le  mura  dal  prato  d'Ognissanti  a  San  Gallo,  e  fecesi 
una  moneta  falsa  in  Firenze,  ch'era  quasi  tutta  dì 
rame  bianchita  d' ariento  di  fuorì,  e  contavasi  Y  una 
danarì  sei,  che  non  valea  danarì  quattro,  e  chiamavasi 
bargeUmi:  fu  molto  biasimata  per  gli  buoni  nomini. 

CAPITOLO  LXXVra. 

Come  Uguccione  da  Faggiuola  fu  cacciato  della  si-^ 
gnoria  di  Pisa  e  di  Lucca^  e  come  Cfutruccio  di 
prima  ebbe  la  signoria  di  Lucca, 

Nel  detto  anno  1316,  dì  10  d'aprìle,  essendo 
in  Lucca  per  signore  il  figliuolo  d'Uguccione  da  Fag- 
giuola, Castruccio  della  casa  degllnterminelli  di  Lucca 
(non  perciò  de'  migliorì  della  casa,  ma  era  di  grande 
ardire  e  seguito)  avendo  fatto  in  Lunigiana  certe  ru- 
berie e  micidii  contro  volontà  d'Uguccione,  preso  fu 
in  Lucca  dal  figlinolo  d' Uguccione  per  giustiziare. 
Quegli  per  la  forza  de' suoi  consorti  e  seguito  non 
r  osava  né  ardia  a  fare  :  mandò  per  Uguccione  suo 
padre,  e  egli  venne  a  Lucca  con  parte  di  sua  ca- 
vallerìa per  seguire  la  detta  giustizia.  Sì  tosto  come 
fu  in  sul  monte  San  Giuliano,  il  popolo  di  Pisa  si  le- 
vò a  remore  per  soperchi  ricevuti,  e  per  la  morte 
di  Banduccio  Bonconti  e  del  figliuolo,  onde  forte  s'e- 
rano gravati  della  signoria  d' Uguccione,  onde  fu  ca- 
po Coscetto  da  Colle  franco  popolare,  e  coraono  con 
arme  e  con  fuoco  al  palagio  ove  stava  Uguccione  e 
sua  famiglia,  gridando  :  muoia  il  tiranno  iUguccio^ 
ne  :  e  così  rubarono  e  nccisono  tutta  sua  famiglia  e 
rìmutaro  stato  nella  terra,  e  feciono  loro  signore  il 
conte  Gaddo  de'  Gherardeschi,  uomo  savio  e  di  gran 
podere.  Uguccione  trovandosi  in  Lucca,  quasi  la  terra 
scommossa  per  rubellarai  contra  lui  per  la  cagione 
di  Castruccio,  e  avendo  novella  da  Pisa  eh' e' Pisani 
s' erano  rubellati,  per  paura  si  partì  egli  e  '1  figliuolo 
e  sua  gente,  e  andaraene  verso  Lombardia  nelle  terre 
del  marchese  Spinetta,  e  poi  a  Verona  a  messer  Ca- 
ne della  Scala.  Otstrnoeio  scampato,  a  grìdo  fu  fatto 


240 


CRONICnB 


iignore  di  Lacca  per  ano  anno,  coli*  alato  e  fayore 
di  measer  Pa^no  de'  Quariigianì,  Pogginghi,  e  0- 
■eati,  e  con  patto  che  *l  detto  messer  Pagano  fosse 
aignore  in  contado,  e  compiuto  Tanno,  scambiare  la 
aignoria.  Ma  Castruccio  per  essere  al  tatto  signore, 
anxi  che  Tanno  compiesse,  gli  colse  cagione  addosso, 
e  cacciollo  di  Lacca  e  del  contado;  e  tali  sono  i 
meriti  de'  tiranni.  E  così  in  picciolo  tempo  a  Uguc- 
done  fu  mutata  la  fortuna ,  e  Tuna  città  e  T  altra 
tratta  della  sua  tirannica  signoria.  Questo  fu  il  guider- 
done che  lo  'ngrato  popolo  di  Pisa  rendè  a  Uguccione 
da  Faggiuola,  che  gli  avea  vendicati  di  tante  ver- 
gogne, e  racquistate  loro  tutte  loro  castella  e  di- 
gnità, e  rimessigli  nel  maggiore  stato,  e  più  temati 
daMoro  vicini  che  città  d'Italia. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  il  conte  da  BattifoUe  fu  vicario  in  Firen%e^ 
9  caccionne  il  bargello^  e  mutò  stato  in  Fireme, 

Nel  detto  anno  1316,  gran  parto  de'  guelfi  gran- 
di e  popolani  di  Firenze  ch'aveano  data  la  signoria 
■l  re  Ruberto,  i  quali  erano  gran  parie  di  tutte  le 
maggiori  schiatte  della  terra,  e  con  loro  quasi  tatti 
i  mercatanti  e  artefici,  parca  loro  male  stare  per  la 
aignoria  del  bargello,  segretamente  ai  dolaono  per 
lettere  e  ambasciadori  al  re  Ruberto,  e  rìchiesonlo 
eh'  egli  facesse  vicario  di  Firenze  il  conte  Guido  da 
BattifoUe,  il  quale  dal  re  fu  accettato  e  fatto,  e  '1 
detto  conte  del  mese  di  luglio  del  detto  anno  venne 
■  Firenze,  e  prese  la  signoria  per  lo  re.  L'altra  setta 
che  signoreggiava  la  città  nel  priorato,  che  non  a- 
mavano  la  signorìa  del  re  Ruberto,  volentierì  l'avreb- 
bero contrastato  ;  ma  il  conte  da  BattifoUe  era  sì  guel- 
fo e  sì  possente  vicino,  che  non  T  ardirono  a  con- 
trastare alla  sua  venata  in  Firenze.  Ma  poco  potè  ao- 
perare il  loro  contradio  per  la  sua  signorìa,  per  la 
forza  del  bargello,  e  perchè  tatti  e  sette  i  priori 
e  gonfaloniere  erano  di  quella  setta,  e'  gonfalonie- 
ri delle  compagnie  dell'  arti  altresì.  Ma  avvenne  in 
quello  tempo,  che  la  figliuola  del  re  Alberto  della 
Magna,  scrocchia  del  dogio  d'Osterich,  andava  a  ma- 
rito a  Carlo  duca  di  Calavra  figliuolo  del  re  Ruberto, 
e  passò  per  Firenze:  e  incontro  per  accompagnarla 
venne  T  arcivescovo  di  Capova  cancelliere  del  re,  e 
messer  Gianni  fratello  del  re  Ruberto,  e  '1  conte  Ca- 
marlingo, e  '1  conte  Novello  con  cavalieri  in  numero 
di  dugento.  Venati  in  Firenze,  per  lo  conte  di  Batti- 
folle  vicario  del  re,  e  per  gli  altri  cittadini  eh'  ama- 
vano la  sua  signoria,  si  dolsono  a  quelli  signori  della 
signoria  del  bargello,  e  mostrarono  com'era  contra 
T onore  e  stato  del  re;  onde  avvenne  che  a*intra- 
misono  d'accordo  e  per  parole  e  per  minacce,  eh' e' 
guelfi  si  raccomnnassono  insieme  della  signoria,  e  con- 
venne che  si  facesse;  sicché  alla  elezione  de'priori,  che 
venia  in  mezzo  ottobre,  che  sette  erano  |^à  fatti  di 
quella  setta  che  reggea  la  città,  convenne  che  sei  al- 
tri della  parte  del  re  s'  aggiugnessono  a  quegli.  E 
come  quelli  signori  furono  colla  donna  a  Napoli,  e 
fatto  assapere  al  re  lo  stato  di  Firenze  e  la  aignoria 
del  bargello,  incontanente  mandò  il  re  a  Firenze  che  | 


la  signoria  detta  s'abbattesse,  e  1  bargello  più  aoa 
fosse  ;  e  così  fu  fatto  :  e  partissi  il  bargello  di  Fi- 
renze del  mese  d'ottobre  1316,  perocché  la  parte  del 
re  col  podere  del  conte  da  BattifoUe  vicario  avea  già 
sì  presa  forza,  che  valse  non  che  a  disfare  Toficio 
del  bargello,  ma  la  seguente  elesione  de' tredici  priori 
furono  qoasi  tutti  della  parte  eh'  amavano  la  signoria 
del  re  ;  e  così  al  tutto  \\  conte  da  BattifoUe  con  queUa 
parte  rimasono  signori,  e  si  mutò  stato  in  Firenze 
senza  aalT  altra  turbazione  o  cpcciamento  di  genti. 
La  quale  signoria  di  vero  tenne  la  città  in  assai  pa- 
cifico e  tranquillo  stato  più  tempo  appresso,  onde  la 
città  a'  avanzò  e  migliorò  assai  ;  e  per  k>  detto  conte 
da  BattifoUe  vicario  s'ordinò  e  cominciò  e  fece  gran 
parte  del  palagio  nuovo  ove  sta  la  podestà.  Enel 
detto  anno  del  mese  di  gennaio,  aUa  signoria  del  detto 
conte  nacque  al  Terraio  in  Valdamo  ano  fanciullo 
con  due  corpi  così  fatto,  e  fu  recato  in  Firenze,  e  ri- 
vetta più  di  venti  dì  ;  poi  mori  allo  spedale  di  Santa 
Maria  della  Scala,  l'uno  prima  che  l'altro  :  e  volendo 
essere  recato  vivo  a'  priori,  eh'allora  erano,  per  mara- 
viglia, non  vollono  ch'entrasse  in  palagio,  recandolsi 
a  pietà  e  sospetto  di  sì  fatto  mostro,  U  quale  secon- 
do T  oppenione  degU  antichi,  ove  nasce  era  segno  di 
futuro  danno. 

CAPITOLO  LXXX. 

Cùnta  di  gronde  fame  e  morèalità  cA'  attenne 

oltremontù 

Nel  detto  anno  1316,  grande  pestilenzia  di  fa- 
me e  mortalità  avvenne  nelle  parti  di  Germania,  doè 
nella  Magna  di  sopra  verso  tramontana,  e  stesesi  io 
Olanda,  e  in  Frisia,  e  in  Silanda,  e  in  Brabante,  e 
in  Fiandra,  e  in  Analdo  infino  nella  Borgogna,  e  in 
parte  di  Francia,  e  fu  sì  pericolosa,  che  più  che  *l 
terzo  della  gente  morirono,  e  daU'ano  giorno  al- 
l'altro quegli  che  parca  sano  era  morto  :  e  *1  caro  fii 
sì  grande  di  tatto  vittuaglie,  che  se  non  fosse  che 
di  Cicilia  e  di  Puglia  vi  si  mandò  per  mare  per  gK 
mercatanti  per  lo  grande  guadagno,  tatti  morieno  di 
fame.  Questa  pestUenzia  avvenne  perchè  lo  verno  din- 
anzi, e  poi  la  primavera  e  tutta  la  state  fa  sì  forte 
piovosa,  e  'I  paese  è  basso  molto,  che  l'acqua  aoper- 
chiò  e  guastò  ogni  sementa.  AUora  le  terre  affoga- 
rono sì,  che  più  anni  appresso  quasi  non  fruttarono, 
e  corruppe  l'aria.  E  dissono  certi  astrolaghi,  che  la 
cometa  ch'apparve  dinanzi  al  1314  fo  segno  di  quella 
pestilenzia,  ch'ella  dovea  venire  perchè  la  sua  influ- 
enza fu  sopra  quegli  paesi.  E  in  queUo  tempo  la  detta 
pestilenzia  contenne  simigliante  in  Romagna  e  in  Ca- 
sentino infino  in  Mugello. 

CAPITOLO   LXXXI. 
Della  eleiione  di  papa  Giovanni  ventiduesimo. 


Giovanni  ventiduesimo,  nato  di  Caorsa  di  basso 
affare,  sedette  papa  anni  diciotto,  mesi  due  e  dì  ven** 
tisei.  Questi  fu  eletto  a  dì  7  d'agosto  1317  in  Avi- 
gnone da'  cardinali,  essendo  stata  vacazione  bene  dì 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


241 


due  anni,  e  tra  loro  in  grande  discordia,  peroccb^e" 
cardinali  guasconi  eh*  erano  una  gran  parte  del  col- 
legio, voleano  reiezione  in  loro,  e  gli  cardinali  ita- 
liani e  franceschi  e  provenzali  non  acconsentieno, 
al  erano  stati  ponti  del  papa  guascone.  Dopo  molta 
contesa,  quasi  come  in  mezzano,  rimisono  V  una  par- 
ie e  r  altra  le  voci  in  costui,  credendosi  i  Guasco- 
ni la  rendesse  al  cardinale  di  Bidersi  eh'  era  di  lo- 
ro nazione,  o  al  cardinale  Pelagrù.  Questi  con  as- 
sentimento degli  altri  Italiani  e  Provenzali,  e  per 
trattato  di  messer  Napoleone  Orsini  cardinale,  capo 
di  quella  setta  contro  a'Guasconi,  la  diede  a  se  me- 
desimo, eleggendosi  papa  per  ordinato  modo  secon- 
do i  decretali  K  Questi  fu  uno  povero  cherico,  e  di  na- 
zione del  padre  ciabattiere,  e  col  vescovo  d'Arli,  can- 
celliere del  re  Carlo  secondo,  s'allevò,  e  per  sua 
bontà  e  sollecitudine  essendo  in  grazia  del  re  Carlo, 
•  sua  spensarìa  il  fece  studiare,  e  poi  il  re  fece 
fare  vescovo  di  Vergili;  e  morto  f  arcivescovo  d'Arli 
messer  Piero  da  Ferriera  cancelliere  e  suo  maestro, 
il  re  Ruberto  il  fece  in  suo  luogo  cancelliere  ;  e  poi 
con  ano  studio  e  sagacità  mandando  lettere  da  parte 
del  re  Ruberto  a  papa  Clemente  di  sua  raccomandi- 
gia,  delle  quali  il  re,  si  disse,  non  seppe  neente,  per 
le  quali  lettere  il  detto  vescovo  di  Vergiù  fu  permu- 
tato e  fatto  vescovo  di  Avignone,  e  poi  cardinale  per 
lo  tuo  senno  e  studio;  onde  il  re  Ruberto  innanzi 
che  (osse  cardinale,  era  male  di  lui  e  aveagli  tolto 
il  suggello,  perch*  egli  avea  suggellate  le  dette  let- 
tere in  suo  favore  al  detto  papa  Clemente  sanza  sua 
coscienza.  Questo  papa  Giovanni  fu  coronato  in  Avi- 
gnone il  di  il  Santa  Maria  dì  8  di  settembre  1316. 
Poi  fu  grande  amico  del  re  Ruberto,  e  egli  di  lui;  e 
per  lui  fece  di  grandi  cose,  come  innanzi  si  farà  men- 
zione. Questo  papa  diede  compimento  al  settimo  li- 
bro delle  decretali,  il  quale  avea  cominciato  papa 
Clemente,  e  rinnovellò  la  Pasqua  e  festa  del  Sagra- 
mento  del  corpo  di  Cristo  con  grandi  indulgenze  e 
perdoni,  chi  fosse  a  celebrare  gli  uflci  sacri  ad  ogni 
on^  e  die  perdono  generale  a  tutti  i  cristiani  di  qua- 
ranta dì  per  ogni  volta  che  si  facesse  reverenza  quan- 
do il  prete  nominasse  Gesù  Cristo:  questo  fece  poi 
nell'anno  1318. 

CAPITOLO  LXXXU. 

Come  il  re  Ruberto  e'*  Fiorentini  feciono  pace  co* 

Pisani  e"  Lucchesi, 

Nel  detto  anno  1317,  del  mese  d' aprile,  pace 
fb  fatta  dal  re  Ruberto  a^  Pisani  e  Lucchesi,  e  simi- 
gliente la  fece  fare  il  detto  re  a'  Fiorentini  e  Sanasi 
e  Pistoiesi ,  e  a  tutta  la  lega  di  parte  guelfa  di  To- 
scana; e  con  tutto  che  per  gli  guelfi  malvolentieri 
si  facesse  per  la  sconfitta  ricevuta  da  loro,  e  dando 
biasimo  al  re  Ruberto  di  viltà,  si  '1  fece  per  gran 
senno  e  provedenza,  e  per  pigliare  lena  e  forza  per 
se  e  per  gli  Fiorentini  e  altri  di  sua  parte,  e  non 


I  Qaeati  fa  Jacopo  d'Ossa  da  Cahors  già  vescovo  di 
Frtjof,  poi  di  Avignone  e  infine  cardinale  vescovo  di 
Porto,  «tratto  di  volgo,  ma  finÌMimo  e  aootiBsimo  intelletto. 


urtare  co*  nimici  alla  fortuna  della  loro  vittoria,  e 
per  altri  maggiori  intendimenti,  come  innanzi  farà  men- 
zione. I  patti  ebbe  il  re  da' Pisani,  che  quando  facesse 
generale  armata  gli  darebbono  cinque  galee  armate, 
0  la  moneta  che  costassono,  e  volle  facessono  in  Pisa 
uni  cappella  e  spedale  per  T  anime  de^morti  alla  scon- 
fitta da  Montecatino  a  pej^etua  memoria  ;  e  ancora 
di  questo  fu  ripreso,  e  lo  re  la  fece  fare  a  gran  prove- 
denza. I  Fiorentini  ebbono  patii  d'essere  liberi  e  fran- 
chi in  Fisa,  e  le  castella  che  aveano  si  tenessono  ;  e 
tornarono  i  pregioni  in  Firenze,  di  29  maggio  :  furono 
ventotto  tra  cittadini  e  contadini,  nobili  e  buoni  popo- 
lani, sanza  più  altri,  minuta  gente  e  contadini.  B  la 
detta  pace  co'  Pisani  non  avrebbe  avuto  effetto  con 
tutto  il  podere  del  re  Ruberto,  perocch'  e'  Pisani  in 
nulla  guisa  voleano  fare  franchi  i  Fiorentini  in  Pisa, 
nò  altri  patti  domandati,  parendo  loro,  com'  erano, 
d' essere  al  di  sopra  della  guerra  con  vittoria,  se  non 
fosse  adoperato  per  gli  Fiorentini  una  bella  e  sottile 
maestria  di  guerra  per  T  uficio  passato  de'  priori  iti 
tra' quali  avea  di  savi  e  discreti  uomini,  della  quale 
è  bene  da  fare  notevole  memoria  per  esempio  di 
quegli  che  sono  a  venire.  Essendo,  come  detto  è  di- 
nanzi, rinnovato  lo  stato  in  Firenze  per  la  signoria 
del  conte  da  Battifolle,  e  era  ancora  molto  tenero, 
e  avendo  la  guerra  di  Pisa  e  di  Lucca,  non  erano  in 
sicuro  stato,  si  usarono  questa  savia  dissimulazione: 
ch'eglino  elessono  quattordici  buoni  nomini  popo- 
lani, e  rincbiusongli  nell'  opera  di  Santp  Giovanni, 
e  commisono  loro  che  facessono  nuove  gabelle,  e  delle 
vecchie  raddoppiassono*;  sicché  il  comune  avesse  d'en- 
trata cinquecento  migliaia  di  fiorini  d'oro  Tanno,  o 
più;  e  di  questo  ordine  si  diede  la  voce  per  la  cit- 
tade,  e  di  mandare  in  Francia  per  uno  de'  reali,  fi- 
gliuolo 0  nipote  del  re,  per  capitano  con  mille  cava» 
Ueri  franceschi.  E  questa  provedenza  fu  commessa 
per  lo  conte  e  per  tutto  l' uficio  de'  priori  In  Alberto 
del  Giudice,  nomo  di  grande  autoritade,  con  Donato 
AcciaiuoU,  e  con  noi  Autore,  che  tutti  e  tre  eravamo 
di  quello  collegio,  e  fucci  dato  il  suggeUo  del  co- 
mune e  piena  autorità  con  giurata  credenza.  Incon- 
tanente per  gli  detti  tre  furono  fatte  fare  lettere  da 
parte  del  comune  al  re  di  Francia  e  a  messer  Carlo 
suo  fratello,  pregandogli  per  bene  e  stato  di  Santa 
Chiesa  e  di  parte  guelfa,  e  per  riparare  la  venuta  di 
nuovo  imperadore,  ci  mandassono  uno  de' loro  fi- 
gliuoli con  mille  cavalieri  a  nostro  soldo  ;  e  ordinossi 
colle  compagnie  di  Firenze  eh' aveano  affare  in  Fran- 
cia, che  facessono  lettere  di  pagamento  di  sessanta- 
mila fiorini  d' oro ,  per  dare  per  arra  e  fare  la  pro- 
messa de'  gaggi  a' cavalieri;  e  scrissesi  al  papa  e  a 
più  de'suoi  cardinali  amici  del  nostro  comune,  ch'e- 
glino iscrivessono  e  confortassono  lo  re  e  messer 
Carlo  di  questa  impresa.  Fatte  le  dette  lettere,  savia- 
mente ebbono  uno  fidato  corriere  francesco,  e  ordi- 
narono eh'  andasse  a  Parigi  per  la  via  di  Avignone, 
ov'  era  il  papa,  in  quindici  dì  per  lo  cammino  di  Pisa  ; 
e  in  disparte  s*  ordinò  segretamente  per  quegli  eh'  era 
sopra  le  spie,  ch'una  spia  fidata  gli  facesse  compa-' 
gnia  a  condurlo  per  Pisa.  E  come  furono  in  Pisa, 
com'era  temperamento,  la  detta  spia  scoperse,  al  conte 
e  agli  anziani,  del  detto  corriere,  il  quale  feciono  pi« 

le 


244 


CROIOCHS 


faori  alla  porta  delle  Vacche  ;  combattendo  per  fona 
il  presone  a  di  25  di  giugno  nel  detto  anno,  onde 
avanzarono  molto,  e  qnei  d^  entro  a  Genova  perderò 
per  modo,  che  V  oste  di  fuori  crebbe  e  si  ridosso 
ne^  borghi,  e  presono  la  montagna  di  Peraldo  e  di 
San  Bernardo  di  sopra  a  Genova,  e  accircondaro  la 
terra;  e  sopra  il  Bisagno  pnosono  nn  altro  campo, 
sicché  la  città  per  terra  era  tatta  assediata,  e  per  mare 
avea  persecnxione  assai  per  le  galee  di  Saona  e  de- 
gli asciti  che  signoreggiavano  il  mare. 

CAPITOLO  xcm. 

Come  ii  re  Ruberto  venne  per  mare  ai  soccorso  ài 

Genova, 

Nel  detto  anno  1318,  essendo  la  parte  de' guelfi 
così  assediata  in  Genova  e  per  mare  e  per  terra,  sì 
mandarono  a  Napoli  loro  ambasciadori  al  re  Ruber- 
to, il  quale  avea  fatta  in  Genova  la  detta  commuta- 
zione, ch'egli  gli  dovesse  soccorrere,  e  sania  indu- 
gio aiutare  \  e  se  ciò  non  facesse,  non  si  potevano 
tenere,  si  erano  a  stretta  di  vittuaglia  e  d' usedio. 
Per  la  qual  cosa  il  re  Ruberto  incontanente  fece  una 
grande  armata  di  quarantasette  nscìerì  e  venticinque 
galee  sottili^  e  più  altri  legni  e  cocche  cariche  di 
vittuaglia  ;  e  egli  in  persona  col  prense  di  Taranto, 
e  con  messer  Gianni  prense  della  Morea  suoi  fira- 
ielli,  e  con  più  baroni  e  con  quantità  di  milledn- 
gento  cavalieri,  parti  di  Napoli  di  10  di  luglio,  e 
venne  per  mare  e  entrò  in  Genova  a  di  2t  di  luglio 
1318,  e  da' cittadini  fa  ricevuto  onorevolmente  co- 
me loro  signore,  e  rifrancò  la  città,  che  poco  si  po- 
tea  tenere  per  diffalta  di  vittuaglia.  Incontanente 
che  'I  re  fu  giunto  in  Genova,  gli  asciti  levarono 
r  oste  eh'  aveano  messa  in  Bisagno,  e  sì  ridussono 
alla  montagna  di  San  Bernardo  e  di  Peraldo,  e  a' bor- 
ghi di  Prora  verso  ponente. 

CAPITOLO  XCIV. 

Come  i  Qenotesi  diedono  la  signoria  di  Genova  al 

re  Ruberto, 

Nel  detto  anno  a  di  27  di  luglio,  i  capitani 
di  Genova  e  l' abao  del  popolo  e  la  podestà  in  pieno 
parlamento  rinnniiarono  la  loro  balla  e  signorìa,  e 
con  volontà  del  popolo  diedono  la  signoria  e  la  guar- 
dia della  città  e  della  Riviera  al  papa  Giovanni  e  al  re 
Ruberto  per  dieci  anni,  secondo  i  capitoli  di  Genova; 
e  il  re  Ruberto  la  prese  per  lo  papa  e  per  se,  come 
quegli  che  piji  tempo  dinanzi  l'avea  desiderata,  a 
intenzione  che  quando  avesse  a  quoto  la  signoria  di 
Genova,  si  credea  racqnistare  l' isola  di  Cicilia,  e  ve- 
nire al  di  sopra  di  tutti  ^li  suoi  nimici  ;  e  a  questo 
intendimento  procacciò  più  tempo  dinanzi  la  rivolu- 
zione della  città,  e  di  fame  cacciare  fuori  gli  Spi- 
noli e  gli  Orii,  perocché  più  volte,  essendone  eglino  si- 
gnori di  Genova,  contrastarono  il  re  Ruberto  e  il  re 
Carlo  suo  padre,  e  atarono  quegli  d'Araona  che 
teneano  V  Isola  di  Cicilia,  tome  addietro  è  fatta 
menzione. 


CAPITOLO  XCV. 

DeUa  f>¥sa  guerra  che  gU  usciH  di  Genova  eo'I/mr 
bardi  feeiono  al  re  Ruberto. 

Per  la  venuta  del  re  Ruberto  in  Genova,  non 
affiebolio  l'oste  di  fuori,  ma  maggiormente  crebbe 
per  r  alato  de'  signori  di  Lombardia  di  parte  d' im- 
perio, e  rifeciono  lega  con  lo  'mperadore  di  Co- 
stantinopoli, e  col  re  Federigo  di  Cicilia,  e  col  mar- 
chese di  Monferrato,  e  con  Castracelo  signore  di  Lac- 
ca, e  ancora  co' Pisani  al  segreto.  B  stando  all'as- 
sedio, forti  e  gravi  battaglie  continuamente  davano 
alla  città,  traboccandola  con  più  diftcii,  e  asMlea- 
dola  da  più  parti  di  di  e  di  notte,  come  gente  di  graa 
vigore,  al  fittamente,  che  'l  re  Ruberto  con  tutto  il 
suo  isforzo  non  acquistò  niente  sopra  loro  in  niaqa 
parte,  anzi  con  cave  sotterra  puntellaro  gran  pezzo 
delle  mura  dalla  porta  a  Santa  Agnosa,  e  quelle  fe- 
eiono cadere,  e  parte  di  loro  per  forza  entrarono 
nella  città,  onde  fl  re  in  persona  s' armò  con  tutta 
sua  gente,  e  con  gran  vigore  affrontandosi  in  su  le 
mora  rovinate  colle  spade  in  mano,  pure  i  auggiorì 
baroni  e  cavalieri  del  re  ripinsono  fnori  i  loro  ne- 
mici con  gran  danno  di  gente  dell'  una  parte  e  del- 
l'altsa,  e  rifeciono  le  mura  con  grande  affanno  in 
poco  di  tempo,  lavorandovi  di  di  e  di  notte.  Staado 
il  re  e  sua  gente  in  Genova  così  assediato  e  com- 
battuto, si  msndò  per  aiuto  in  Toscana,  e  di  più  parti 
r  ebbe  ;  da'  Fiorentini  cento  cavalieri  e  cinquecento 
pedoni  tutti  soprasaegoati  a  gigli,  e  di  Bologoa  al- 
trettanti, e  simigliante  di  Romagna  e  di  più  altre 
parti,  e  andarono  a  Genova  per  mare  per  la  via  di 
Telamone;  sicché,  giunta  l'amistà,  il  re  si  trovò  la 
Genova  in  calen  di  novembre  del  detto  anno  con  più 
di  duemilaoinquecento  cavalieri,  e  pedoni  sansa  nu- 
nmo.  Di  Aiori  n*avea  più  di  milleeinqmeoento  cavar 
lieri,  ed  era  capitano  dell'oste  moMer  Marco  Vis- 
conù  di  Milano,  e  aveano  le  fortezze  de*  monti  d*  in- 
tomo, per  modo  che  il  re  non  potea  oimpeggiare; 
e  così  dimorare  le  dette  osti  in  guerra  stretta  di  ba- 
dalucchi, e  di  traboccarsi  e  saettarsi  tutta  la  detta 
state,  e  eziandio  il  verno,  che  l' uno  dall'  altro  non 
potea  avanzare.  B  ia  questa  stanza  il  detto  messer 
Marco  Viscooti  ebbe  tanta  audacia,  che  fece  richie- 
dere il  re  Ruberto  di  combattere  con  lui  corpo  a 
corpo,  e  quale  vincesse,  rimanesse  signore;  per  la 
qual  cosa  il  re  molto  isdeguò. 

CAPITOLO  XCVL 

Come  ndla  città  di  Siena  si  fece  una  congiura  ed 
ebbevi  remore  e  gran  mutatone. 

Nel  detto  anno  del  mese  d*  ottobre  1318,  neDa 
città  di  Sieoa  nacque  scaodalo  e  remore,  del  quale 
fu  capo  messer  Sozzo  Dei  e  messer  Deo  de'  Tolo- 
mei,  con  seguito  de' giudici  e  de'notari  e  beccari 
che  voleano  muovere  il  reggimento  dello  stato  della 
città;  e  molto  vi  fnroi^o  di  presso,  e  la  città  tutta 
ad  arme.  B  trovandosi  la  gente  de' Fiorentini  ch'an- 
davano a  Genova,  in  Siena,  a  richiesta  del  detto  co- 


DI  GIOVANin  VILLANL 


243 


CAmoLO  Lxxxn. 

Conte  ia  parie  ghibellma  uscì  di  GemofDa. 

Nel  detto  anno  1317  a  dì  15  di  settembre, 
essendo  la  città  di  Genova  in  istato  di  popolo,  ma 
più  y*aveano  podere  i  Grimaldi  e^Fiescsdorì  e  la  lo- 
ro parte  de'gaelfl,  che  gli  Orii  e  i  ghibellini;  Tana 
perchè  il  re  Ruberto  favoreggiava  i  guelfi,  l'altra  per- 
chè gli  Spinoli  ch^  erano  di  parte  ghibellina,  erano 
nimici  di  quegli  d*Orìa,  e  fuori  di  Genova  alquanti 
della  cana  de*  Grimaldi  per  dispetto  preso  contra  que- 
gli d'Oria  feciono  tornare  in  Genova  gli  Spinoli,  sotto 
pretesto  che  stessono  alle  loro  mandamenta  e  del  co- 
mune. Come  quegli  della  casa  d*Oria  e  i  loro  amici 
sentirono  ciò,  si  ebbdno  sospetto  e  tema  d**  essere 
traditi  da'guelfi  e  da'  Grimaldi,  e  la  città  ne  fa  ad  arme 
e  a  romore  ;  e  quegli  d' Oria  non  trovandosi  poderosi 
per  lo  contrario  de^  guelfi,  e  eziandio  per  gli  Spi- 
noli ghibellini  loro  nimici,  sì  si  celarono  eglino  e'  loro 
amici  sanza  comparire  in  forza  d'arme,  per  la  qual 
cosa  i  guelfi  presono  vigore  e  furono  all'arme,  e  fe- 
ciono capitani  di  Genova  messer  Carlo  dal  Fiesco,  e 
messer  Guasparre  Grimaldi,  a  dì  1 0  di  novembre  1317. 
Veggendo  ciò  gli  Spinoli  eh'  erano  tornati  in  Geno- 
va, che  la  terra  era  venuta  al  tutto  a  parte  guelfa, 
e  conoscendo  che  ciò  era  fatto  per  opera  e  industria 
del  re  Ruberto,  incontanente  s'accordarono  con  que- 
gli della  casa  d'Orìa  e  con  loro  amici  ghibellini,  e  si 
partirono  della  città  sanza  altro  cacciamento,  onde 
appresso  seguì  grande  scandalo  e  guerra  come  per 
innanzi  farà  menzione,  perocché  le  dette  due  case 
d'Oria  e  di  Spinola  erano  le  più  poderose  schiatte 
d'Italia  in  parte  d'imperio  e  ghibellina. 

CAPITOLO  LXXXVm. 
Come  i  ghibellini  di  Lombardia  assediarono  Cremona. 

Nel  detto  anno  a  dì  20  di  settembre,  la  parte 
ghibellina  di  Lombardia,  in  quantità  di  dugento  ca- 
valieri e  gente  a  pie  assai,  ond*  era  capitano  messer 
Cane  della  Scala  di  Verona,  puosono  assedio  alla  città 
di  Cremona,  e  avendola  molto  stretta,  per  forte  tem- 
po di  piova  convenne  si  partissono  dall'assedio,  e 
ancora  perchè  i  Bolognesi,  per  fargli  levare  da  Cre- 
mona, cavalcarono  sopra  la  città  di  Modona  e  gna- 
ilarla  intorno,  e  fecionvi  danno  assai. 

CAPITOLO  LXXXUL 

Come  messer  Cane  della  Scala  fece  oste  sopra  i  Pa^ 
dovani,  e  tolse  loro  molte  castella. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  dicembre^,  il  detto 
ìnesser  Cane  con  suo  isforzo  venne  a  oste  sopra  i 
Padovani,  e  prene  Honselici  ed  Bsti  e  gran  parte  di 
loro  castella,  e  recogli  sì  al  sottile,  che  1  febbraio 
^Tegnente  non  possendo  contrastare,  feciono  pace  co- 
me piacque  a  messer  Cane,  e  promisono  di  rimettere 
i  ghibellini  in  Padova,  e  così  feciono. 


'  La  Giuntina  ha  :  del  mese  di  novmnhre. 


CAPITOLO  XC. 

Come  gli  usciti  di  Genova  colla  fona  de  ghibellini 
di  Lombardia  assediarono  Genova, 

Nell'anno  1318,  essendo  usciti  di  Genova  que- 
gli della  casa  d'Oria  e  di  Spinola  col  loro  seguito,  e 
per  loro  podere  si  stavano  nella  Riviera  di  Genova 
alle  loro  possessioni,  mandarono  loro  ambasciadori 
in  Lombardia,  e  trattato  e  lega  feciono  con  messer 
Maffeo  Visconti  capitano  di  Milano,  e  co' figliuoli  e 
con  tutta  la  lega  di  Lombardia  di  parte  d^  imperio  e 
ghibellina.  Per  la  qual  cosa  messer  Marco  Visconti 
figliuolo  del  detto  messer  Maff'eo  venne  di  Lombar- 
dia con  grande  oste  di  gente.  Tedeschi  e  Lombardi 
a  cavallo  e  a  piò,  e  co' detti  usciti  di  Genova  puo- 
sono assedio  alla  detta  città  dalla  parte  di  Co' di  Fare 
e  de' borghi;  e  ciò  fu  a  dì  25  di  marzo  1318;  e  po- 
chi dì  appresso  quegli  della  casa  d'Oria  coli' aiuto  de- 
gli altri  feciono  un'altra  oste  alla  città  d'Albingano 
nella  Riviera  di  Genova,  e  quella  ebbono  a  patti  in 
pochi  giorni.  Appresso  stante  la  detta  oste  a  Geno- 
va, messer  Adoardo  d'Oria  tenne  trattato  coll'abao  ' 
del  popolo  di  Saona,  e  entrò  nella  detta  città  di  Sao- 
na  di  notte  celatamente,  e  incontanente  colla  forza 
de' ghibellini  della  terra,  che  la  maggiore  partita  erano 
di  parte  imperiale,  sì  rubellarono  la  detta  terra  al 
comune  di  Genova  del  mese  d'aprile;  per  la  qua! 
cosa  molto  accrebbe  la  forza  agli  usciti  di  Genova, 
che  quasi  tutta  la  Riviera  di  ponente  era  a  loro  si- 
gnorìa, salvo  il  castello  di  Monaco  e  Ventimiglia  e  la 
città  di  Noli,  e  nella  Riviera  di  levante  teneano  LerìcL 

CAPITOLO  XCL 
Come  i  ghibellini  di  Lombardia  ebboM  Cremona, 

Nel  detto  anno  1318  del  mese  d' aprile,  la  parte 
ghibellina  di  Lombardia  colla  forza  della  gente  di  mes- 
ser Cane  ebbono  la  città  di  Cremona  per  tradimento, 
per  una  porta  che  fu  loro  data,  con  grande  danno 
de' guelfi  ch'erano  dentro. 

CAPITOLO  xcn. 

Come  gli  usciti  di  Genota  presono  i  borghi  di  Prea, 

Nel  detto  anno  all'uscita  di  maggio,  avendo  i 
detti  usciti  assediata  la  terra  di  Co'  di  Fare  per  due 
mesi,  e  quella  si  tenea  francamente  per  que'  d'entro, 
per  uno  sottile  dificio  di  canapi  che  venia  della  torre 
a  una  cocca  del  porto  di  Genova,  e  per  quello  si  for- 
nia  e  rinfrescava  a  contrario  di  tutta  V  oste,  sì  si  mi- 
sono  i  detti  usciti  a  cavare  e  tagliare  sotterra  la  det- 
ta torre.  Quegli  d'entro  temendo  non  cadesse,  sì 
renderono  la  torre,  salve  lo  persone,  e  chi  disse  per 
danari  ;  e  tornati  in  Genova,  furono  giudicati  a  mor- 
te, e  traboccati  di  fuori.  Stando  al  detto  assedio, 
continuo  davano  battaglia  a' borghi  di  Prea  che  sono 


'  capo,  da  àbha$t  eoA  ehiamato,  qoasi  padri^  dai  Saro- 
neai  e  dai  Genovesi.  Vedi  Du-Freane.  Alooni  stampati 
leggono  malamente  baUo, 


244 


CROIOCHB 


k 


faorì  alla  porta  delle  Vac^e  ;  combattendo  per  fona 
il  presoDO  a  di  25  di  giugno  nel  detto  anno,  onde 
avanzarono  molto,  e  qnei  d*  entro  a  Genova  perderò 
per  modo,  che  Toste  di  fuori  crebbe  e  si  ridusse 
ne**  borghi,  e  presono  la  montagna  di  Peraldo  e  di 
San  Bernardo  di  sopra  a  Genova,  e  acciroondaro  la 
terra;  e  sopra  il  Bisagno  paosono  nn  altro  campo, 
sicché  la  città  per  terra  era  tutta  assediata,  e  per  mare 
avea  persecuzione  assai  per  le  galee  di  Saona  e  de- 
gli usciti  che  signoreggiavano  il  mare. 

CAPITOLO  xcm. 

Come  ii  re  Ruberto  verme  per  mare  al  soccorso  di 

Genova. 

Nel  detto  anno  1318,  essendo  la  parte  de' guelfi 
così  assediata  in  Genova  e  per  mare  e  per  terra,  sì 
mandarono  a  Napoli  loro  ambasciadori  al  re  Ruber- 
to, il  quale  avea  fatta  in  Genova  la  detta  commuta- 
zione, ch'egli  gli  dovesse  soccorrere,  e  sanza  indu- 
gio aiutare  ;  e  se  ciò  non  facesse,  non  si  potevano 
tenere,  sì  erano  a  stretta  di  vittuaglia  e  d' assedio. 
Per  la  qual  cosa  il  re  Ruberto  incontanente  fece  una 
grande  armata  di  quarantasette  uscieri  e  venticinque 
galee  sottili^  e  più  altri  legni  e  cocche  cariche  di 
vittuaglia  ;  e  egli  in  persona  col  prenze  di  Taranto, 
e  con  messer  Gianni  prenze  della  Morea  suoi  firn- 
telli,  e  con  più  baroni  e  con  quantità  di  milledn- 
gento  cavalieri,  partì  di  Napoli  dì  10  di  luglio,  e 
venne  per  mare  e  entrò  in  Genova  a  dì  21  di  luglio 
1318,  e  da*  cittadini  fu  ricevuto  onorevolmente  co- 
me loro  signore,  e  rifrancò  la  città,  che  poco  si  po- 
tea  tenere  per  diffalta  di  vittuaglia.  Incontanente 
che  '1  re  fu  giunto  in  Genova,  gli  usciti  levarono 
r  oste  oh'  aveano  messa  in  Bisagno,  e  si  ridussono 
alla  montagna  di  San  Bernardo  e  di  Peraldo,  e  a' bor- 
ghi di  Prora  verso  ponente. 

CAPITOLO  XCIV. 

Come  i  Qenotesi  diedono  la  signoria  di  Genova  al 

re  Ruberto, 

Nel  detto  anno  a  dì  27  di  luglio,  i  capitani 
di  Genova  e  V  abao  del  popolo  e  la  podestà  in  pieno 
parlamento  rinunziarono  la  loro  balìa  e  signoria,  e 
con  volontà  del  popolo  diedono  la  aignorìa  e  la  guar- 
dia della  città  e  della  Riviera  al  papa  Giovanni  e  al  re 
Ruberto  per  dieci  anni,  secondo  i  capitoli  di  Genova; 
e  il  re  Ruberto  la  prese  per  Io  papa  e  per  se,  come 
quegli  che  più  tempo  dinanzi  l' avea  desiderata,  a 
intenzione  che  quando  avesse  a  queto  la  signoria  di 
Genova,  si  credea  racquistare  V  isola  di  CicUia,  e  ve- 
nire al  di  sopra  di  tutti  ^li  suoi  nimici  ;  e  a  questo 
intendimento  procacciò  più  tempo  dinanzi  la  rivolu- 
zione della  città,  e  di  farne  cacciare  fuori  gli  Spi- 
noli e  gli  Orii,  perocché  più  volte,  essendone  eglino  si- 
gnori di  Genova,  contrastarono  il  re  Ruberto  e  il  re 
Carlo  ano  padre,  e  atarono  quegli  d'Araona  che 
teneano  V  isola  di  Cicilia,  come  addietro  è  fatta 
'"•ione. 


CAPITOLO  XCV. 

Della  vi9a  guerra  che  gU  usciH  di  Genova  co" 
bardi  fedone  al  re  Ruberto. 


Per  la  venuta  del  re  Ruberto  in  Genova,  non 
alAebolio  Toste  di  fuori,  ma  maggiormente  crebbe 
per  T  aiuto  de'  signori  di  Lombardia  di  parte  d' im- 
perio, e  rifeciono  lega  con  lo  'mperadore  di  Co- 
stantinopoli, e  col  re  Federigo  di  Cicilia,  e  col  mar- 
chese di  Monferrato,  e  con  Castruccìo  signore  di  Luc- 
ca, e  ancora  co'  Pisani  al  segreto.  E  stando  all'as- 
sedio, forti  e  gravi  battaglie  continuamente  davano 
alla  città,  traboccandola  con  più  diflcii,  e  assalen- 
dola da  più  parti  di  dì  e  di  notte,  come  gente  di  gran 
vigore,  sì  fattamente,  che  '1  re  Ruberto  con  tutto  il 
suo  isforzo  non  acquistò  niente  sopra  loro  in  ninna 
parte,  anzi  con  cave  sotterra  puntellaro  gran  pezzo 
delle  mura  dalla  porta  a  Santa  Agnese,  e  quelle  fe- 
ciono  cadere,  e  parte  di  loro  per  forza  entrarono 
nella  città,  onde  fl  re  in  persona  s' armò  con  tutta 
sua  gente,  e  con  gran  vigore  affrontandosi  in  su  le 
mora  rovinate  colle  spade  in  mano,  pure  i  maggiori 
baroni  e  cavalieri  del  re  ripinsono  fuori  i  loro  ne- 
mici con  gran  danno  di  gente  dell'  una  parte  e  del- 
T  altea,  e  rifeciono  le  mura  con  grande  affanno  in 
poco  di  tempo,  lavorandovi  di  dì  e  di  notte.  Stando 
il  re  e  sua  gente  in  Genova  così  usediato  e  com- 
battuto, si  mandò  per  aiuto  in  Toscana,  o  di  più  parti 
T  ebbe  ;  da'  Fiorentini  cento  cavalieri  e  oinquecento 
pedoni  tutti  soprassegnati  a  gigli,  e  di  Bologna  al- 
trettanti, e  simigUante  di  Romagna  e  di  più  altre 
parti,  e  andarono  a  Genova  per  mare  per  la  via  di 
Telamone;  sicché,  giunta  T  amistà,  il  ro  bì  trovò  in 
Genova  in  calen  di  novembre  del  detto  anno  con  più 
di  duemilaoinquecento  cavalieri,  e  pedoni  laaza  nu- 
mero. Di  ftiori  B*avea  più  di  miUecinqueoaato  cavar 
lieri,  ed  era  capitano  dell'oste  messer  Marco  Vis- 
conti di  Milano,  e  aveano  le  fortezze  de'  monti  d*  in- 
tomo, per  modo  ohe  il  re  non  potea  campeggiare; 
e  così  dimorerò  le  dette  osti  in  guerra  stretta  di  ba- 
dalucchi, e  di  traboccarsi  e  saettarsi  tutta  la  detta 
state,  e  eziandio  il  verno,  che  T  uno  dall'  altro  non 
potea  avanzare.  E  in  questa  stanza  il  detto  messer 
Marco  Visconti  ebbe  tanta  audacia,  che  fece  richie- 
dere il  re  Ruberto  di  combattere  con  lui  corpo  a 
corpo,  e  quale  vincesse,  rimanesse  signore;  per  la 
qual  cosa  il  re  molto  isdegnò. 


CAPITOLO  XCVL 

Come  ntila  città  di  Siena  si  fece  una  congiura  ed 
ebbevi  remore  e  gran  mutazione. 

Nel  detto  anno  del  mese  d*  ottobre  1318,  neDa 
città  di  Siena  nacque  scandalo  e  romore,  del  quale 
fu  capo  messer  Sozzo  Dei  e  messer  Deo  de'  Tolo- 
mei,  con  seguito  de' giudici  e  de'notarì  e  beccarì 
che  voleano  muovere  il  reggimento  dello  stato  della 
città;  e  molto  vi  furono  di  presso,  e  la  città  iutta 
ad  arme.  E  trovandosi  la  gente  de' Fiorentini  ch'an- 
davano a  Genova,  in  Siena,  a  richiesta  del  detto  co- 


DI  GIOVAIWI  VILLANI. 


245 


man6  seguirono  1*  oldo  de*  doto  che  regfotno  !•  Ur- 
rà^ onde  quegli  della  detta  oongiart  Tennero  a  nien- 
te, e  fìnrono  cacciati  di  Siena  ;  onde  fi  crìò  grande 
diriaione  nella  città,  e  per  questa  oagione  non  man- 
darono i  danesi  aiato  al  re  Ruberto.  E  alcuno  disse 
che,  perchè  Tordine  de'  nove,  che  si  reggea  molto  al 
TOlere  de^Salimbeni  (e  arcavi  de*  ghibellini),  non  vo- 
leano  mandare  aiuto  al  re  Ruberto,  que*  de*  Tolomei 
feciono  quella  novità;  ma  di  vero  si  crede  comin- 
ciasse per  mutare  stato  nella  città  per  la  briga  già 
nata  tra*Tolomei  e*SaIimbeni,  trovando  quella  cagione. 

CAPITOLO  xcvn. 

Come  la  gente  del  re  Ruberto  sconfissono  gli  uscUi 
(U  Genova  alla  villa  di  Sesto^  e  si  partirono  dal- 

r  assedio  della  città. 

Nel  detto  anno  1318,  essendo  il  re  Ruberto 
assediato  in  Genova  per  lo  ,modo  che  addietro  fa 
meniione,  piti  di  sei  mesi,  si  pensò  che  non  potoa 
gravare  i  nemici  suoi  di  fuori  se  non  ponesse  sua 
oste  in  terra  tra'  borghi  e  Saona  :  fece  ordinare  un'ar- 
mata di  sessanta  tra  galee  e  uscieri ,  e  ivi  su  fece 
ricogliere  da  ottocento  cinquanta  cavalieri,  e  gente 
a  pie  bene  quindicimila  ;  e  con  questa  gente  furono 
quegli  de*  Fiorentini  e  altri  Toscani,  e  di  Bologna,  e 
Romagnuoli,  e  partirsi  di  Genova  a  dì  4  di  febbraio, 
per  porre  la  detta  genta  nella  contrada  di  Sesto. 
Sentendo  ciò  gli  usciti  e  que*  di  fuori  incontanente 
vi  mandarono  di  loro  gènte  a  cavallo  e  a  pie  in  gran- 
de quantità  per  contrastare  la  riva  dell*  oste  del  re 
Ruberto,  acciocché  non  ponessono  in  tarra  la  gente 
del  re.  Arrivarono  a  di  5  febbraio,  e  con  grande 
travaglio  mettandosi  innanzi  botti  vuote  combattendo 
co*  nemici  manescamente,  onde  i  principali  furono  i 
Fiorentini  e  gli  altri  Toscani  che  prima  scesono  di 
galee  sotto  la  guardia  de*  balestrieri  delle  galee  ch'e- 
rano alla  riva,  e  per  forza  d*  arme  presono  terra,  e 
la  genta  degli  usciti  mppono  e  sconfissone  in  su  la 
pisggis  di  Sesto,  e  assai  ne*  furono  morti  e  presi  ;  e 
quegli  che  scamparono  fuggirono  ne*  borghi  e  a  Sao- 
oa  ;  e  la  notte  vegnente  tutta  1*  oste  eh*  era  ne*  bor- 
ghi e  al  monte  di  Paraldo  e  di  san  Bernardo,  si 
partirono,  e  sì  n'  andare  verso  Lombardia,  e  la- 
sciarono tutti  i  loro  arnesi  sanza  ricevere  altra  cac- 
cia,  che  il  re  non  volle  che  sua  gente  si  mettesse  a 
seguirgli  al  periglio  in  quelle  montagne.  Appresso 
quegli  della  città  di  Genova  ripresono  i  borghi  di 
Prora  e  Co*  di  Fare,  e  tutte  le  fortezze  di  fuori. 

CAPITOLO  XCVIU. 

Come  U  re  Ruberto  si  partì  di  Genova  e  andò 
a  corte  di  papa  in  Proenius. 

Neil*  anno  1319  a  dì  29  d*  aprile,  il  re  Ru- 
berto si  partì  di  Genova  con  quaranta  galee,  e  con 
sua  gente  se  n*  andò  in  Proenza  ov*  era  la  corte  del 
papa  ad  Avignone,  e  ivi  da  papa  Giovanni  fu  ricevuto 
onorevolmente.  In  Genova  lasciò  per  suo  vicario 
messer  Ricciardo  Gambatesa  d*  Abruzzi,  uno  savio 
signore,  con  seicento  cavalieri  e  con  più  sergenti  a 
pie,  e  con  pid  galee  alla  guardia  di  Genova. 


CAPITOLO  XCIX. 

Come  gli  usciti  di  Genova  co*  Lombardi  tornarono 
aW  assedio  di  Genova. 

Nel  detto  anno  1319,  sentendo  gli  usciti  di 
Genova  partito  il  re  Ruberto,  si  armarono  in  Saona 
ventetto  galee  onde  fu  ammiraglio  messer  Corrado 
d*  Oria,  e  mandarono  in  Lombardia  per  aiuto,  e  rau- 
narono  mille  e  più  cavalieri,  la  maggiore  parte  Tede- 
schi, e  grande  quantità  di  popolo;  è  a  dì  27  di  lu- 
glio del  detto  anno  tornarono  a  oste  sopra  Genova, 
e  puosonsi  a  campo  in  Ponzevera,  e  a  dì  3  d*  ago- 
sto vegnente  s'appressarono  alla  città,  dando  batta- 
gliia  a'  borghi  da  più  parti  per  terra  dalla  parte  di 
Bisagno  ;  e  le  dette  galee  entrarono  nel  porto  com- 
battendo fortemente  la  citta,  ma  niente  acquistarono. 
B  a  dì  7  d'agosto  vegnente  fu  una  grande  batta- 
glia nel  piano  di  Bisagno  tra  gli  usciti  e  quegli  della 
citta,  e  i'una  parte  e  l'altra  ricevettono  danno  assai, 
sanza  avere  nessuna  parte  onore  della  vittoria,  e 
que'  di  fuori  si  ritrassono  al  poggio,  e  que*  d'entro 
si  tornarono  nella  citta  :  appresso  continuamente  com- 
batteano  di  dì  e  di  notte  la  città  per  mare  e  per  terra. 

CAPITOLO  C. 

Come  messer  Cane  della  Scala  prese  le  borgora 

di  Padova, 

Nel  detto  anno  1319  d*  agosto,  messer  Cane 
della  Scala  con  gli  usciti  di  Padova,  eh*  e*  Padovani 
non  vollono  rimettere  nella  terra  per  gli  patti  fatti 
per  messer  Cane,  sì  venne  a  oste  sopra  Padova  con 
duemila  cavalieri  e  diecimila  pedoni,  e  presono  le 
borgora,  e  puosonvi  tre  campi  per  meglio  assediarla. 

CAPITOLO  CL 
Come  i  Guelfi  di  Lombardia  ripresono  Cremona. 

Nel  detto  anno  dì  10  d*  ottobre,  i  Fiorentini 
I  mandarono  in  Lombardia  trecentocinquanta  cavalieri 
per  una  taglia  fatta  per  Bologna  e  parte  guelfa  di 
mille  cavalieri,  ond*era  capitano  messer  Ghiberto  da 
Correggia  :  partissi  di  Brescia,  e  prese  la  citta  di 
Cremona  per  tradimento,  e  recolla  a  parte  guelfa: 
ma  per  la  lunga  guerra  e  mutazioni  era  quasi  strutta 
e  recata  a  niente  la  detta  Cremona. 

CAPITOLO  cn. 

Come  messer  Ugo  dal  Bal%o  fu  sconfUto  ad  Mes" 

sandria. 


Nel  detto  anno  1319  del  mese  di  dicembre, 
essendo  messer  Ugo  dal  Balzo  in  Piemonte  per  lo 
re  Ruberto,  nel  borboglio  d*  Alessandria,  e  assedia- 
va la  detta  citta,  uscendo  fuori  un  di  con  dugento 
cavalieri  per  far  fare  legname  per  fare  ponti  e  di- 
ftcii  per  r  assedio,  messer  Marco  Visconti  di  Milano 
Icon  seicento  cavalieri  per  uno  aguato  gli  uscì  ad- 
I  dosso,  e  lo  sconfisse,  e  uccise. 


24S 


CBOMCnS 


assedio  la  parto  della  ctUà  dì  Vercelli  che  leaeaBO  i 
guelfi,  e  fu  preso  messer  Siaione  da  CoUibiano  si- 
gnore di  Vercelli,  e  meiiato  a  MilaBO;  e  1  Tescoro 
sao  fratello*  scacciato  con  latti  i  suoi  segnaci  An- 
cora il  detto  messer  Filippo  di  Valois  rendè  a  messer 
Filippo  di  SaToia  il  castollo   di  Carìgnano  in  Pie- 
monte, il  qnale  si  tenea  per  la  gente  del  re  Ruber- 
to, e  eragli  molto  caro,  ed  ebbene,  si  disse,  die- 
cimila fiorini  d*  oro.  E  peggiorò  daramento  le  con- 
dizioni di  Lombardia,  a  danno  e  a  vergogna  della 
Chiesa  e  del  re  Roberto  e  di  chi  a  loro  atteoea  ;  - 
che  per  questa  cagione  la  gente  de'  Fiorentini  e*Bo-  ! 
lognesi  e*Sanesi,  ch'erano  gii  infino  a  Reggio,  si 
tornarono  oddietro,  e  la  fona  e  rigore  del  capitano 
di  Milano  e  de* figliuoli  molto  accrebbe.  Di   questa 
difTalta  si  scasò  in  Francia  messer  Filippo  al  re  e  a 
messer  Carlo,  eh'  era  stata  perchè  fl  papa  e  1   re 
Ruberto  non  gli  aveano  attese  le  conrenense  di  for- 
nirlo di  moneta  e  di  gento  al  tempo,  come  areano 
promesso  ;  ma  per  gli  più  si  disse  che  la  diSalta  fu 
sua,  e  di  chi  V  ebbe  a  consigliare  dì  Tenire  più  to- 
sto verso  Milano,  che  non  era  ordinato:  ma  qnale 
si  fosse  la  cagione,  egli  acquistò  poco  onore.  E  da 
notare  una  favola  che  si  dice  e  dipigne  per  dispetto 
degl'  luliani  in  Francia  :  e'  dicono,   eh'  e*  Lombardi 
hanno  paura  della  lumaccia,  cioè,  lumaca.  I  siguorì 
Visconti  di  Milano,  conte  ai  sa,  hanno  V  arme  loro  il 
campo  bianco  e  la  vipera  cilestra  ravTolta   con  nn 
uomo  rosso  in  bocca,  e  measer  Marco  Visconti  per 
leggiadria  e  grandesu  avea  la  aua  bandiera  e  schiera 
di  cavalieri,  intomo  di  cinquecento  pur  de'  migliori 
scelti  per  feditorì,  e  tutti  colla  detta  sopransegna. 
cr  ignoranti  Franceschi  credevano  che  quella  insegna 
fosse  una  lumaecia,  e  per  loro  dispetto  e  contrario 
fosse  per  loro  fatta,   onde  il  si  recarono  a  grande 
onta,  e  forto  ne  parlerò  in  Francia  del  dispetto  che 
ayeano  loro  fatto  ì  Lombardi  ;  ma  colla  beffa  e  dis- 
onore si  tornarono  in  Francia,  per  lo  modo  che  detto 
avemo. 

CAPITOLO  CXL 

Come  Castruccio  andò  ad  otte  nella  Rhiera  di 

Genova. 

Nel  detto  anno  132(^  in  quello  tempo  ch'era- 
no in  Lombardia  le  dette  noviU  della  venuta  di  mes- 
ser Filippo  di  ValoiSf  non  cessò  la  lega  de'  ghibellini 
di  Lombardia  T  assedio  di  Genova,  ma  maggiormento 
Faccrebbono  e  rinforzaro,  e  feciono  lega  di  capo 
con  Federigo  re  di  Cicilia,  e  collo  'mperadore  di  Co- 
stantinopoli, e  con  gli  altri  usciti  di  Genova,  e  con 
Castruccio  signore  di  Lucca,  il  quale  Castruccio  con 
sua  gente  venne  a  oste  nella  Riviera  dì  Genova  dalla 
parto  di  levanto,  e  più  castella  e  torre  della  Riviera 
gli  si  renderono,  e  quegli  usciti  de'  borghi  di  Ge- 
nova per  la  sua  venuta  crebbono  l' osto,  e  misono 
campo  in  Bisagno  per  assediare  al  tutto  la  terra  di 
Genova. 


CARTOLO  CXn. 


Come  Federigo  di  dciUa  wumdò  sua  ormala  à  ja- 
lee  air  assedio  di  Genova, 

Nel  detto  anno  1320  del  mese  di  lagtio,i  n 
Federigo  che  tonea  la  Cidlia  fece  arsure  quamla- 
due   tra  galee  e  uscieri,  e   con  dngento  cavalien 
mandò  la  detta  armata  in  servigio  degli  usdli  di  Ge- 
nova, e  gli   usciti  di  Genova  n'armarono  veatidae 
galee,  le  quali  galee  s*  aggiunsono  inaieme  del  seta 
di  agosto  per  consamare  Geao\'a,  aasediandola  stret- 
tamente per  mare  e  per  torre,  per  modo  che  aoUo 
n  potea  entrare  né  uscire,  e  ta  città  era  male  for- 
nita e  a  grande  disagio  di  vittnagUe  e  di  HK)lie  co- 
se. Della  detta  annata  era  capo   aouniraglio  aiasier 
Currado  d*Orìa  uscito  di  Genova. 

CAPITOLO  CXnL 

Conte  il  re  Ruberto  fece  sua  armala  di  galee  per 
contrastare  quella  dìe^  Cicilianif  e  quello  eh"  aoperò. 

Nel  detto  anno  1320,  aentondo  il  papa  e  'I  re 
Ruberto  V  apparecchiamento  fiatto  per  gli  usciti  di 
Genova  e  per  quello  di  Cicilia,  feciono  annare  sas- 
santadnque  galee  tra  in  Proensa  e  a  Napoli,  e  quegli 
di  Genova  armarono  venti  galee;  e  del  detto  stuolo 
fu  ammiraglio  meaaer  Ramondo  di  Cardona  d' Ara- 
gona: e  congiunte  le  detto  galee  insienae,  vennero 
sopra  Genova  per  combatterai  con  quelle  di  Cicilia 
e  degli  asciti  di  Genova,  le  quali  aentondo  come  ve- 
nia centra  loro  queO*  armata,  ai  partirono  della  Ri- 
viera di  Geno  va,,  e  veanono  in  Porto  pisano,  e  poi 
con  savio  provvedimento  di  guerra,  e  per  fare  par- 
tire r  armata  della  Riviera,  sansa  soggiorno  se  n*sn- 
darono  in  verno  Napoli  \  e  giunti  ali  isola  d' Ischia, 
misono  i  cavalieri  in  torre,  e  oorsono  l' isola  e  gas- 
atarla  in  parto.  Sentendo  la  loro  partita  Taninùragiio 
del  re  Ruberto,  con  sua  annata  ai  parti  di  Genova  e 
della  Riviera,  seguendo  vigoroeamento^  i  nemici  par 
abboccarsi  con  loro,  e  sopragginnaegli  a  Ischia  una 
sera  al  tardi.  Quelle  galee  di  Cicilia  e  degli  asciti, 
veggendo  i  nemici  sì  di  presso  per  volere  In  batta- 
glia, si  ricolsono  di  notto,  e  si  misono  in  mare  dando 
voce  di  tornarsi  in  Cicilia.  L' ammiraglio  del  re  Ru- 
berto veggendogli  la  mattina  partiti,  volendogli  je- 
gnire,  la  gento  di   Principato,  ch'erano  intomo  di 
trenta  galee,  trovandosi  in  loro  paese,  gridarono: 
rinfrescamenlo  e  panatica:  e  di  vero  bisogno  ne 
aveano  ;  e  cosi  a  grido,  sansa  alcuno  ritegno  a  Na- 
poli se  n*  andare.  Le  galee  di  Proensa  e  di  Genova 
rinfrescati  a  Ischia  alquanti  giorni,  avendo  novelle 
come  r  armata  de'  Ciciliani  e  asciti  di  Genova  avea- 
no fatta  la  via  di  ponento  verao  Genova,  per  se- 
guirle in  verso  Proensa  ai  ritomaro  :  e  cosi  ta  detta 
armata  per  male  seguire  il  loro  ammiraglio,  ovvero 
per  sua  diSalta  e  mata  condotta,  qnui  tolta  si  sbn- 
ratto  e  venne  a   niento;  che  se  avessono  aegnita 


'  La  Giuntina  legga  :  co*  iuoi  /raUlU, 


>  Io  vo colia QhintiDa.  UT.  Dav.  dloa:  €  le  HgtA  vt^ 
rotam^té  ptTj  masenedovrabbacavar  il  aeaaoco^ivnoliii 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


247 


CAPITOLO  cvn. 

Carne  gei^é  degli  useiH  di  Gem)ea  furono  seonfitii 

a  LericL 

Nel  detto  anno  1320,  essendo  in  Genova  gran- 
de stretta  di  vittoaglia  perchò  gli  usciti  di  Genova 
con  diciassette  galee  corseggiavano  la  Riviera,  e  pren- 
deano  navi  e  cocche  e  altri  legni  che  recavano  vittaa- 
glia  a  Genova,  quegli  di  Genova  armarono  ventisette 
galee,  e  seguirono  quelle  degli  usciti,  e  in  Lerid  le 
rìnchiusono,  e  ripresono  una  nave  ed  una  cocca  ca- 
rica di  vittuaglia  ch^aveano  prese  le  dette  galee  de- 
gli uscitL  B  assediando  quelle  galee  in  LerìcI  coMoro 
uscieri,  feciono  venire  da  Genova  centocinquanta  ca- 
valieri di  quegli  del  re  Ruberto,  e  quegli  di  Lerìci 
tirarono  le  galee  in  terra,  e  si  misero  a  combattere 
co*  detti  cavaUerì  :  a  dì  31  di  maggio  ftirouo  scon- 
fitti dalla  gente  del  re  Ruberto  e  di  Genova,  com- 
battendo contra  loro  per  mare  e  per  terra  ;  presono 
e  arsono  il  porto  di  Lerìci,  e  le  dette  galee  con  gran 
danno  degli  usciti. 

CAPITOLO  cvin. 

Cowie  quegli  di  Genova  presono  il  Bingane, 

Nel  detto  anno  1 330,  il  vicario  del  re  Ruberto 
co*  Genovesi  armarono  da  sessanta  tra  galee  e  u- 
icieri:  e  con  quattrocencinquanta  cavalieri  n*  anda- 
rono e  puosono  assedio  alla  città  del  Bingane,  e  quella 
combattendo,  per  fona  presone  a  di  21  di  giugno, 
e  rubarla  tutta.  Allora  tutto  il  marchesato  di  Cravi- 
giana  o  Trivigiana  tornò  alla  signoria  di  Genova  e 
di  parte  guelfa. 

CAPITOLO  CIX. 

Come  il  Papa  e  la  Chieia  feciono  teftire  in  Lom- 
bardia metter  Filippo  di  Valois, 

Nel  detto  anno  1320,  avendo  il  papa  e  la 
Chiesa  fitte  fare  più  richieste  a  messer  Maffeo  Vi- 
sconti e  a*  figliuoli  che  si  levassono  dairassedio  della 
eiltà  di  Genova,  la  quale  si  tenea  per  la  Chiesa  e 
per  io  re  Ruberto,  come  addietro  fa  menzione,  e 
quegli  i  detti  comandamenti  non  ubbidirò,  oppo- 
nendo che  Genova  era  terra  d'imperio  e  non  di 
Chiesa;  per  la  quel  cosa  per  lo  papa  fu  fatto  pro- 
eesso  e  scomunica  contro  a*  detti,  e  interdetto  Mi- 
lano e  Piacenza  e  T  altre  città  di  Lombardia  eh*  e* 
delti  per  forza  tirannescamente  leneano  e  signo- 
reggiavano, e  ordinò  che  messer  Filippo  di  Valois 
nipote  del  re  di  Francia  venisse  in  Lombardia  per 
vicario  di  Chiesa  per  abbattere  la  signoria  de*  detti 
scismatici  e  rubelli  della  Chiesa,  il  quale  messer  Fi- 
lippo vi  venne  con  sette  conti  e  Con  centoventi  ca- 
valieri tra  banderesi  e  di  corredo,  con  quantità  di 
seicento  gentili  uomini  d*  arme  a  cavallo,  molto  bella 
e  nobile  gente,  al  soldo  della  Chiesa  e  del  re  Ru- 
berto. B  mandò  in  Lombardia  per  legato  della  Chiesa 
messer  Beltramo  del  Peggetto  cardinale  con  otto- 


cento cavalieri  tra  Provenzali  e  Guasconi,  i  quali  col 
detto  legato  e  con  messer  Filippo  di  Valois  e  sua 
gente  s'aggiunsono  alla  città  d*Asti  in  Lombardia; 
ed  avendo  novelle  che  la  città  di  Vercelli  $i  com- 
battea  dentro  tra*  guelfi  e*  ghibellini,  si  partì  il  detto 
messer  Filippo  d*  Asti  con  quella  tanta  gente  eh*  a- 
vea,  senza  attendere  1*  altra  cavalleria  che  gli  man- 
dava il  papa  e  1  re  Ruberto  di  Proenza,  e  quella 
che  gli  mandava  il  re  di  Francia  e  messer  Carlo  suo 
padre  di  Viennese,  e  il  siniscalcato  '  di  Belcari,  che 
in  piccolo  tempo  sarebbe  stata  grandissima  quantità 
di  gente;  e  sanza  attendere  mille  cavalieri  ch^e'Fìo- 
rentini  e*  Bolognesi  e*  Senesi  gli  mandavano  in  aiuto 
in  Lombardia,  e  per  male  consìglio,  con  quantità  di 
millecinquecento  cavalieri  si  mise  a  oste  tra  Ver- 
celli e  Noara  in  luogo  detto  Mortara.  Sentendo  la 
sua  venuta  il  capitano  di  Milano,  il  quale  era  come 
uno  grande  re  in  Lombardia,  eh*  egli  con  quattro 
suoi  figliuoli  signoreggiava  Milano,  Pavia,  Piacenza, 
Lodi,  Como,  Bergamo,  Noara,  Vercelli,  Tortona,  e 
Alessandria,  sanza  la  forza  delle  altre  città  di  Lom- 
bardia di  parte  d'imperio  e  ghibellina  ch*erano  a  lega 
con  lui,  e  Pisa,  e  Lucca,  e  Arezzo  in  Toscana,  sì  man- 
dò i  suoi  figliuoli  con  tutto  suo  bforzo  contra  il 
detto  messer  Filippo  di  Valois,  che  furono  tremila  e 
piii  uomini  a  cavallo,  gran  parte  Tedeschi,  e  gente 
a  pie  sanza  numero,  e  puosonsi  a  campo  contra  la 
detta  oste  appresso  d*  uno  miglio  di  terra. 

CAPITOLO  ex. 

Come  metter  Filippo  di  Valoit  ti  tornò  itt  Francia 
con  tergogna^  tan%a  niente  acguittare, 

Messer  Galeasso  e  messer  Marco  figliuoli  del  capi- 
tano di  Milano,  capitani  dell*  oste,  feciono  richiedere 
messer  Filippo  di  Valois  di  volere  parlamentare  con  lui, 
e  ordinato  il  parlamento,  e  aggiunti  insieme,  messer 
Galeasso  con  sarie  e  maeatrevoU  parole,  che  le  sa- 
pea  ben  dire,  pregò  measer  Filippo  che  non  gli  fosse 
incontro  né  gli  volesse  disertare;  e  com'egli  e* suoi 
sempre  erano  stati  amici  e  servidori  del  re  di  Fran- 
cia e  del  suo  padre  messer  Carlo,  e  che  Pavea  fatto 
cavaUere,  e  che  la  tenza  da*  suoi  alla  Chiesa  la  ri- 
mettea  volentieri  nel  re  di  Francia,  e  mostrógli  la 
sua  forza  e  cavalleria,  chiara  più  di  due  tanti  che 
quella  della  Chiesa,  e  che  per  suo  amore  e  del  pa- 
dre non  gli  volea  offendere,  come  potea.  Veggendosi 
il  giovane  messer  Filippo  a  sì  fatto  punto  condotto, 
non  gli  parve  bene  atare  (e  dissesi  per  tradimento 
di  messer  Berardo  di  Marcoglio  suo  maliscalco,  il 
quale  era  stato  ribello  e  bandito  del  re  di  Francia, 
per  sua  vendetta,  e  perchè  si  disse  che  n*ebbe  molti 
danari  dal  capitano  di  Milano,  per  farlo  venire  in- 
nanzi al  termine  ordinato  sanza  attendere  l*  altro 
soccorso),  sì  s'accordò  co*.detti  figliuoli  del  capitano 
di  Milano,  e  tomossi  con  grandi  presenti  e  doni  vi- 
tuperosamente in  Francia  colla  sua  gente.  Questo  fu 
del  mese  d*  agosto  anni  1320:  poco  appresso  i  detti 
figliuoli  di   messer  Maffeo  abbono  per  forza  e  per 


La  Oinotina  l«gge:  <M  tmiiCaUaio. 


950 


CRONICHE 


mercataniit  che  dod  vile  ano  reame;  delle  eontinne 
bittoglìe  di  terra  assalendo  la  città  per  di  e  per  notte 
con  più  diflcìi,  gittando  qne'  di  fuori  a  qne'  d^  entro, 
e  quegli  d' entro  a  que*  di  fuori,  e  con  rovinare  le 
mura  della  citti,  e  di  quelle  fare  cadere,  e  quegli  d' en- 
tro con  grande  travaglio  e  necessitadi  sollecitamente 
riparare  e  difendere,  se  tutto  questo  libro  fosse  scrit- 
to per  quelle  storie  seguire,  asnza  altro  sarebbe  pie- 
no. E  non  è  da  maravigliare,  che  i  Genovesi  erano  i 
più  ricchi  cittadini  e*  più  possenti  in  quello  tempo 
che  fossono  tra*  cristiani,  e  eziandio  tra*  saracini  ;  e 
coir  una  parte  e  coir  altra  erano  allegati  signori  e 
comunanze  di  grandissima  potenza,  come  è  fatta  men- 
zione. 

CAPITOLO  CXIX. 

Come  a  fratello  del  re  di  Spagna  fu  sconfitto  da* 

saracini  di  Granata. 

Nel  detto  anno  1 300,  i  saracini  del  reame  di 
Granata,  essendo  sopra  loro  ad  oste  il  fratello  del  re 
di  Spagna  con  grande  quantità  di  cristiani  a  cavallo 
e  a  pie,  quegli  saracini  non  possendo  alla  forza  ri- 
parare, con  grande  spendio  di  pecunia  corruppono  cer- 
ti baroni  traditori  di  Spagna,  i  quali  non  seguirono  il 
loro  signore:  assaliti  da' saracini  furono  sconfitti,  e 
presso  a  diecimila  cristiani  furono  tra  morti  e  presi, 
e  morto  vi  fa  il  deUo  fratello  del  re  di  Spagna,  e 
corsono  la  Spagna  inflno  a  Sibilia  a  grande  dammag- 
gio  e  vergogna  de*  cristiani. 

CAPITOLO  CXX. 

Come  i  frieri  dello  spedale  sconfissono  i  Turchi  con 

loro  navilio  a  RodL 

m 

Nel  detto  anno  1320,  uno  ammiraglio  di  Turchia 
venendo  per  prendere  risola  di  Rodi,  che  tenea  la 
magione  dello  sped  ile,  con  più  di  ottanta  tra  galee  e 
altri  legni  di  saracini,  il  eomandatore  di  Rodi  con  quat- 
tro galee  e  con  venti  piccioli  legni,  e  coir  aiuto  di 
sei  galee  de*  Genovesi  d*  entro  che  tornavano  di  Er- 
minia, combatterò  co' detti  saracini  e  sconfissongli,  e 
grande  parte  de*  detti  legni  presono  e  profondaro. 
Appresso  andaro  a  una  isoletta  ivi  presso,  ove  aveano 
posti  più  di  cinquemila  uomini  saracini  per  mettergli 
in  su  r  isola  di  Rodi  :  le  dette  galee  de*  cristiani  tut- 
ti gli  abbono  presi,  e  uccisotao  i  vecchi,  •*  giovani 
venderono  per  ischiavi. 

CAPITOLO  CXXL 

Come  messer  Cane  della  Scala  essendo  alt  assedio 
di  Padom  fu  sconfitto  da'  Padovani  e  dal  conte 

di  Goriiia. 

Nel  detto  anno  1320,  messer  Cane  della  Scala 
signore  di  Verona,  essendo  ali*  assedio  della  città  di 
Padova  con  tutto  suo  isforzo  stato  per  più  d*  uno  an- 
no continuo,  e  a  quella  città  quasi  prese  tutte  le  sue 
castella  e  contado,  e  sconfittigli  per  più  volte,  1*  area 
al  afDitta,  che  più  non  si  potea  tenere,  che  tutta  in- 


torno con  battifolU  foniti  di  ina  gente  1*  avec  cireo»- 
data  sì,  che  vivanda  non  vi  potea  entrare.  I  dalli  Pa- 
dovani quasi  disperati  d*ogni  salute,  si  diedono  al 
dogio  d*  Osterìch  eletto  re  de*  Romani,  il  qnale  man- 
dò a  loro  soccorao  il  conte  di  Gorizia  e*l  signore  di 
Guelfe  con  cinquecento  cavalieri  a  elmo,  il  quale  an- 
bitamente,  e  come  di  nascoso,  entrò  in  Padova  eol- 
la detta  gente.  Il  detto  messer  Cane,  per  grande  au- 
dacia e  superbia  eh*  avea  delle  sue  vittorie,  e  per  la 
grande  cavallerìa  e  popolo  eh'  avea  in  sua  oste,  po- 
co si  curava  de*  Padovani,  e  per  lo  lungo  assedio,  per 
troppa  sicurtà,  male  si  tenea  ordinato.  Avvenne  che 
a  dì  25  d*  agosto  1320,  il  detto  conte  di  Gorizia 
co*  auoi  Frìolani  e  Tedeschi  e  co*  Padovani,  usd  di 
subito  della  città,  e  assali  V  oste  vigorosamente.  Mea- 
ser  Cane  con  alquanta  dì  sua  cavalleria  male  ordi- 
nata, credendo  riparare,  si  mise  alla  battaglia,  il  qua- 
le dsl  conte  di  Gorizia  e  da*  Padovani  fa  aconfitto  e 
atterrato  e  fedito,  e  di  poco  scampò  la  vita  per  soc- 
corao di  sua  gente,  e  in  sn  una  cavalla  in  Monseli- 
ce  scampò,  e  1*  oste  sua  fu  tutta  isbarattata,  e  rima- 
sevi  di  sua  gente  morta  e  presa  assai,  e  tutti  i  loro 
arnesi  :  e  cosi  per  mala  provedenza,  la  fortuna  di  A 
vittorioso  tiranno  si  mutò'  in  contrario.  AI  detto  as- 
sedio di  Padova  morì  Uguccione  della  Faggiuola  in 
cittadella,  di  suo  male,  essendo  venuto  in  aiuto  a  mes- 
ser Cane.  Questi  fu  1*  altro  grande  tiranno  che  per- 
seguì tanto  i  Fiorentini  e*Lttoch«si,  come  addietro  è 
fatta  menzione. 

CAPITOLO  cxxn. 

Come  morì  il  conte  Gaddo  signore  di  Pisa^  e  /li  fat-^ 
to  signore  il  eonte  NierL 

Nel  detto  anno  1320,  il  conte  Gaddo  de*  Ghe- 
rardeschi,  eh*  era  signore  di  Pisa ,  morì  (per  gli  più 
si  disse  per  veleno),  e  fatto  fu  signore  il  eonte  Nieri 
suo  zio  ;  e  lui  fatto  signore,  mutò  stato  in  Pisa,  e  tul- 
li quegli  eh*  erano  stati  con  Uguccione  da  Fagfinolt 
fece  grandi,  e  a  quegli  che  lo  aveaao  caccialo,  tol- 
se la  signoria,  e  alquanti  capitani  di  popolo  fece  mo- 
rire, e  altri  fece  ribelli,  e  chi  confinati,  e  fece  lega 
con  Castracelo  signore  di  Lucca  e  con  gli  usciti  di 
Genova,  dando  loro  occultamenta  aiuto  e  livore  con- 
tra  i  Fiorentini  e  que*di  Genova. 

CAPITOLO  cxxm. 

Come  fkt  fatta  pace  dal  re  di  Francia  a*Fi4mmÌ9igkL 

Nel  detto  anno  1 320,  il  conto  Ruberto  di  Fian- 
dra con  Luis  conto  d*  Anversa  auo  figliuolo,  anda- 
rono a  Parigi  con  grande  compagnia  di  Fiamminghi 
di  tutte  le  buone  ville,  per  dare  compimento  alla  pa- 
ce dal  re  di  Francia  a  loro,  della  grande  guerra  ch*e- 
ra  stata  tra  loro  più  di  ventidue  anni.  E  ciò  fu  a 
mossa  di  papa  Giovanni  che  vi  mandò  uno  suo  le- 
gato cardinale,  e  come  piacque  a  Dio,  del  meae  d*  a- 
prile  vi  si  diede  compimento,  e  il  re  di  Francia  die- 
de per  moglie  la  figliuola  a  Luis  figlinolo  di  Luis  con- 
to d*  Anveraa,  ohe  dovea  tuwtB  rada  delta  contea  dt 


DI  mOVANNI  VILLANI. 


951 


Fiandra,  e  rendagli  la  detta  eoiitea.B*Piammiiigliiper 
patti  lasciarono  Lilla  e  Doagìo  e  Bettona  e  latta  la  ter- 
ra di  qaa  dal  finme  del  Liscio,  ove  §1  parte  la  lingua 
franceaca  dalla  fiamminga,  e  promisono  di  dare  al  re 
di  Francia  mille  migliaia  di  libbre  di  baoni  parigini 
in  termine  di  Tenti  anni,  per  ammenda  e  aoddlsfa- 
rimento  delle  ipese,  e  di  quello  che  aveano  misfatto^ 
alla  corona. 

CAPITOLO  CXXIV. 

Come  ira  quegli  della  casa  di  Fiandra  ebbe  grande 

dissensione. 

Nel  detto  anno  1320,  essendo  i  detti  Fiammin- 
gbi  in  pace  coi  Franceschi,  e  in  buono  stato,  invi- 
dia nacque  tra  Luis  conte  di  Anversa  maggiore  figli» 
nolo  del  conte  di  Fiandra,  e  Ruberto  suo  fratello  ;  pe- 
rocché 1  conte  vecchio  loro  padre  amava  più  Ruber- 
to suo  minore  figliuolo,  perch'  era  più  valoroso,  e 
quasi  al  tutto  Tavea  fatto  signore  di  Fiandra:  onde 
Ù  conte  Luis  forte  isdegnò,  e  quasi  tutto  il  paese  se 
ne  divise  a  setta,  e  per  questa  cagione  in  Gaolo  e  in 
Bruggia  ebbe  più  romori  e  battaglie  cittadine,  e  uc- 
cisonne  e  cacciarne  assai  ;  e  quegli  che  teneano  con 
Luis  e  che  amavano  la  pace  co**  Franceschi  rimaspno 
signori  In  questo  si  disse,  che  '1  conte  vecchio  vol- 
le essere  avvelenato,  e  fu  apposto  che  Luis  suo  figli- 
uolo il  facea  fare;  per  la  qual  cosa  il  fece  prendere 
a  Ruberto  suo  minore  fratello,  e  mettere  in  pregio- 
ne,  onde  il  paese  maggiormente  si  divise,  che  V  una 
parte  tenea  con  Luis,  e  V  altra  con  Ruberto,  e  creb- 
be sì  Terrore,  che  la  villa  di  Bruggia  si  rubellò  al 
conte  e  a  messer  Ruberto,  e  cacciarono  della  terra 
tutta  aua  parte.  Per  la  qual  cosa  quello  anno  e  V  al- 
tro appresso,  il  detto  messer  Ruberto  gli  guerreggiò 
e  prese  la  villa  del  Damo  e  quella  de'la  Schiusa  ov'  è 
fl  porto.  Quegli  di  Bruggia  uscendo  fuori  a  oste  per 
assediare  il  Damo,  quegli  della  villa  di  Ganto  e  d'  I- 
pro  furono  meuani,  e  acconciarono  quegli  di  Brug- 
gia col  conte,  rimanendo  signori  la  parte  di  Luis, 
dande  al  conte  danari  assai  per  ammenda,  e  si  pa- 
eiicaro. 

CAPITOLO  CXXV. 
Come  i  ghibellini  furono  cacciati  di  Rieti. 

Nel  detto  anno  1 320  del  mese  d'agosto,  i  guelfi 
della  città  di  Rieti,  coli* aiuto  di  quegli  dall'Aquila 
e  di  Civitadacale  e  gente  del  re  Ruberto,  cacciarono 
per  forza  i  ghibellini  di  Rieti,  e  combattendo  nella 
città,  più  di  cinquecento  n'uccisono,  e  più  n'  anne- 
garono nel  fiume,  il  quale  di  sangue  corse.  E  poi  ap- 
presso a  quattro  mesi,  essendo  i  detti  guelfi  di  Rieti 
all'  assedio  del  castello  d' Airone  nel  contado  di  Spu- 
lcio, i  ghibellini  di  Rieti  usciti,  coli'  aiuto  e  forza  di 
Sciarra  della  Colonna,  per  forza  rientrarono  in  Rieti 
e  cacdarae  i  guelfi  che  non  erano  all'oste. 


^  fatto  danno,  eontravrenato.    Kota  questo  nuovo  Benso 
6al  yarbo  mi^fia^  preso  ne]  gsoerale  per  tneU/are, 


CAPITOLO  CXXVI. 

D' uno  grande  raunamento  (f  osti  che  fu  tra''  due 

eletti  d' Alamagna. 

Nel  detto  anno  1320,  grande  raunata  fu  fatta 
nella  Magna  per  combattersi  insieme  il  doge  d'  0- 
tench  e  quello  di  Baviera,  i  quali  amendue  erano  e- 
letti  re  de'  Romani  per  lo  modo  eh'  à  fatto  menzione, 
e  più  tempo  stettono  assembrati  ad  oste  in  sul  fiume 
del  Reno,  e  quasi  tutta  la  cavallerìa  della  Magna, 
chi  doll'una  parte  e  chi  dall' altra.  Alla  fine  si  parti- 
rono sanzh  combattere,  perchè  quello  di  Baviera  non 
potè  durare  la  spesa. 

CAPITOLO  cxxvn. 

Come  Spinetta  marchese  s*  allegò  co*  Fiorentini  can- 
tra a  Castruccio^  ma  tornò  a  vergogna  de*  Fiorentini. 

Nell'anno  1321,  i  Fiorentini  volendo  guerreg- 
giare Castruccio  signore  di  Lucca,  sì  feciono  lega  con 
Ispinetta  marchese  Malispìna,  il  quale,  tnlto  fosse  ghi- 
bellino, per  Castruccio  era  stato  disertato  di  sue  ter- 
re. I  Fiorentini  gli  mandarono  In  Lunigiana  per  la 
via  di  Lombardia  trecento  soldati  a  cavallo,  e  cin- 
quecento a  pie,  ed  egli  con  suo  aiuto  fece  cento  uo- 
mini a  cavallo,  e  in  poco  tempo  racquistò  assai  di  sue 
castella;  ed  erano  per  discendere  al  piano  di  Luni- 
giana, e  fare  guerra  assai  alla  città  di  Lucca,  peroc- 
ché i  Fiorentini  dall'altra  parte  erano  in  sul  conta- 
do di  Lucca,  e  posto  assedio  al  castello  di  Montevet- 
tolino  con  ottocento  soldati  cavalieri  e  gente  a  pie 
assai  ;  e  se  i  Fiorentini  avessono  fatta  la  'mpresa  con 
maggiore  provvedimento,  e  con  più  forte  braccio, 
della  guerra  erano  vincitori.  Castruccio  sentendo  il 
detto  apparecchiamento,  non  fu  ozioso  ;  mandò  a  tutti 
i  suoi  amici  per  aiuto  e  di  Lombardia  dal  capitano  di 
Milano,  e  da  quello  di  Piacenza,  e  da'  Parmigiani  ebbe 
cinquecento  cavalieri,  e  da'  Pisani  e  dal  vescovo  d'a- 
rezzo  e  altri  ghibellini»  di  Toscana  più  di  altri  cinque- 
cento, sicché  si  trovò  in  Lucca  con  più  di  sedici  cen- 
tinaia di  cavalieri;  e  disponendo  suo  consiglio  sa- 
viamente, la  'mpresa  di  Lunigiana  lasciò,  e  con  tut- 
ta sua  oste  de'detti  cavalieri,  e  popolo  sanza  numero, 
venne  centra  l' oste  de'  soldati  di  Firenze.  I  Fiorentini 
male  provveduti  di  sì  fatta  impresa,  e  non  credendo 
che  la  forza  di  Castruccio  fosse  si  grande  per  l' aiu- 
to de' Lombardi,  si  levarono  dall'assedio  di  Montevet- 
tolino  e  si  ritrassono  in  su  Belvedere.  Castruc^o  e 
si^a  oste  seguendoli  si  puose  a  oste  centra  loro,  e  se 
la  sera  avesse  combattuto,  di  certo  avea  la  vittoria, 
perocché  di  gente  e  di  tutto  avea  l' avvantaggio.  Gui- 
do dalla  Petrella,  capitano  delle  masnade  de'  Fioren- 
tini, la  sera  francamente  si  difese,  assalendo  con  ba- 
dalucchi la  gente  di  Castrncdo,  mostrando  gran  vi- 
gore, e  che  attendessono  aiuto.  La  notte  vegnente, 
di  8  di  giugno,  accesone  molti  fuochi  e  facelline,  e 
faccende  sembiante  d'assalire  i  nemici,  e  per  questo 
modo  lasciando  i  falò  e  luminare  nel  campo  accesi,  si 
levarono  da  campo,  e  salvamente  con  tutta  sua  oste 
si  ridusse  in  Fucecchio  e  a  Carmignano  e  all'  altre 


253 


CRONICHE 


castella  ;  e  Tennegli  beae^  ohe  una  grande  acqua  da 
cielo  Tenne  la  notte,  perchè  Castracelo  non  senti  la 
saa  partita,  e  fa  gabbato  per  le  laminarie.  La  mattina 
per  tempo  redendo  Castracelo  partiti  i  snoi  nemici, 
si  tenne  ingannato,  e  incontanente  caralcò,  e  guastò 
Fncecchio  intomo,  e  Santacroce,  e  Castelfranco,  e 
Montopoli,  e  Vinci,  e  Cerreto  sansa  contrasto  ninno  : 
stette  a  oste  per  venti  di  sansa  riparo  con  grande  ver- 
gogna de*  Fiorentini,  e  tomossi  in  Lacca  con  grande 
onore.  I  Fiorentini  per  questa  cagione  feciono  toma- 
re  di  Lunigiana  i  loro  cavalieri.  Castracelo  inconta- 
nente vi  cavalcò,  e,  riprese  tutte  le  sue  castella  e  Pon- 
tremoli  e  pia  terre  de'  marchesi  e  Spinetta,  le  abban- 
donò, e  tomossi  a  messcr  Cane  a  Verona. 

CAPITOLO  CXXVIU. 

Di  notità  di  uficii  di  Firenze. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  incorrendo  a* 
Fiorentini  si  fatte  traversìe  di  guerra,  e  per  la  setta 
di  quelli  che  non  reggeano  la  città,  erano  i  priori  e 
rettori  calonniati  e  biasimati  forte,  onde  si  criò  un  ufi- 
cio  di  dodici  buoni  uomini  popolani  due  per  sesto,  che 
consigliassono  i  priori,  e  che  sansa  loro  consiglio  e 
diliberazione,  i  prìoiì  non  potessono  fare  ninna  gra- 
ve diliberasione,  né  prandere  balia.  Il  modo  fu  assai 
lodato,  e  fu  sostegno  della  aetta  e  stato  che  raggeva. 

CAPITOLO  CXXIX. 

Come  ii  marchese  Cavaicabò  colia  lega  di  Toscana 
fu  sconfino  in  Lombardia, 

Nel  detto  anno  1321,  papa  Giovanni  e'I  re  Ru- 
berto per  soccorrere  il  Piemonte  e*  loro  amici  di  Lom- 
bardia ,  che  molti  erano  isbigottiti  per  la  partita  di 
messer  Filippo  di  Valois,  mandarono  li  per  capitano 
di  guerra  messer  Ramondo  di  Cardona  d'  Araona  con 
dodici  centinaia  di  cavalieri,  che  fosse  col  legato  car- 
dinale, erifecionolegaco'Fiorantini  e' Bolognesi  e*Sa- 
nesi,  i  quali  mandarono  in  Lombardia  mille  cavalieri 
tra  due  volte,  onde  fu  capitano  il  marchese  Cavaicabò 
di  Cremona,  ed  erano  parte  in  Reggio  e  parte  alla 
Pieve  d'Altavilla^  in  sai  contado  di  Piacenza.  Di  li 
da  Po  era  il  patriarca  d'Aquilea  con  quegli  della  Tor- 
re e  co' Bresciani,  e  taneaao  Cremona  e  Crema,  e  guer- 
reggiavano il  capitano  di  Milano.  Messer  Galeasso 
Visconti  veggendosi  cosi  gaerreggiare  a'  cavalieri  di 
Toscana  e  di  Bologna,  e  dentro  alla  terra  avea  sospetto, 
mandò  per  aiuto  a  Milano  al  padre,  e  a  Pisa  e  a  Luc- 
ca, i  quali  gli  mandarono  seicento  cavalieri.  Il  mar- 
cheae  Cavaicabò  con  cinquecento  cavalieri  cavalcò  in 
Valditara,  e  quello  borgo  e  più  castalletta  prese,  e 
pnosesi  air  assedio  alla  rocca  di  Bardo.  Il  capitano 
di  Piacenza  vi  mtndò  da  ottocento  cavalieri  in  mille 
al  soccorso,  e  trovando  il  detto  marchese  mal  prov- 
veduto di  tanta  forza  de'  nimici,  quasi  sorpreso,  fu 
sconfitto,  ed  egli  morto  con  più  di  centocinquanta 
cavalieri  tra  presi  e  morti.  Il  rimanente  si  fuggirono 
a  grande  periglio  al  borgo  di  Valditara;  e  questa 
sconfitta  fu  del  mese  di  novembre  all'  uscita,  anno  1321. 


1  Lft  Giuntina  ha:  d!  EUiviUa. 


CAPITOLO  CXXX. 

Come  fme$$er  Galeasso  ii  MUono  ebbe  la  dita 

di  Cremona, 

Per  questa  vittoria  il  detto  messer  Galeasso  eoa 
sua  oste  passò  il  Po,  e  a  Cmmona  si  puose  ad  asse- 
dio sentendo  la  mala  fortuna,  e  ta  citta  era  BM>lto 
annullata  per  la  guerra  dello 'mperadore  e  maggior- 
mente per  la  morte  del  marcheae  Cavaicabò  isbigot- 
titi. Battaglia  diede  alla  citti  per  tre  di  ;  quegli  d'en- 
tro annullati,  e  non  avendo  speranza  di  soccorso,  le 
masnade  che  v'erano  dentro,  da  dnegento  a  cavallo 
e  tracento  a  pie,  abbandonarono  la  terra,  e  si  fug- 
girono a  Crema.  La  gente  di  messer  Galeaaao,  non 
essendo  qnui  chi  difendesse  la  terra,  per  fona  rnp- 
pono  del  muro  della  citta,  ed  in  quella  ealraro,  e 
preaonla  e  spogliarono  d'ogni  sostanza  ehe  v*en 
rimase;  e  ciò  fa  a  di  5  di  gennaio  1321. 

CAPITOLO  CXXXI. 
Come  scurò  il  sole^  e  mori  il  re  di  Francia, 

Nell'anno  1321  a  di  27  dì  giugno,  iscorò  il 
sole,  in  sul  levare  quasi  le  dae  parti  o  più,  e  dorò 
per  un'  ora.  Nel  detto  anno  il  di  dell'  Epifania  mori 
Filippo  re  di  Francia,  il  quale  fa  nomo  dolce  e  di 
buona  vita  :  non  rimase  di  lui  rada  muchio.  Appres- 
so la  sua  morte  fa  fatto  ra  di  Francia  Cario  eonteT* 
della  Marcia  suo  fratello  e  flgliaolo  del  ra  Filippo  il 
grande,  e  fu  coronato  a  Rema,  di  1 1  di  febbraio  1321. 

CAPITOLO  CXXXII. 

Come  i  Bolognesi  cacciarono  di  Bologna  Rom^ 
de"  Peppoli  il  ricco  uomo^  e  snoi  seguaci. 

Nel  detto  anno  1321  del  mese  di  giugno,  i 
Bolognesi  a  remora  di  popolo  col  seguito  de'  Bec- 
cadelli  e  altri  nobili  cacciarono  di  Bologna  a  ftarora 
Romeo  de'  Peppoli,  grande  e  possente  cittadino  e 
quasi  signore  della  Urrà,  con  tutta  aua  setta,  il  quale 
si  dicea  il  più  ricco  uomo  cittadino  d' Italia,  acqui- 
stato quasi  tutto  d'usura,  che  ventimila  fiorini  e  più 
avea  di  rendita  V  anno  sansa  il  mobile  ^  Per  la  sua 
partita  molto  sturbò  lo  stato  di  parte  guelfa  di 
Bologna. 

CAPITOLO  CXXXIIL 

Come  lo  "mperadore  di  Costantinopoli  ebbe  guerra 

co"  figliuoli. 

Nel  detto  anno  1321,  lo'mperadora  di  Costan- 
tinopoli fu  in  grande  discordia  co'  figlinoli,  perchè 
lo  'mperadore  a  sua  vita  avea  fatto  imperadore  ano- 
cedente  a  lui  il  figliuolo  del  suo  maggiore  figliuolo, 


*  Ciò  fu  a'  17  di  giugno.  Si  rifugiò  egU  oceuUaiminU 
m  eata  di  Alberto  SabbcUtni,  tutto  che  contrario  alla  ma 
parte,  e  qneeti  per  tre  me$i  onoratamente  U  tenne  naecoeo, 
tantoché  trafugato  te  $e  ne  ecappò  a  Ferrara  a  trovare  % 
Mareheei  rf*  /?ete  enoi  parenti.  Murai,  Ann.,  f.  XX,  ptg.  tO. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


253 


ch'era  morto;  onde  il  secondo  figliuolo  virente  isde- 
gnato  col  padre,  congiura  fece  co*  baroni  conlra  al 
padre  e  nipote,  e  quasi  gran  parte  dello  'mperio  gli 
robellò.  E  questo  fu  grande  cagione  deH'  abbassa- 
mento degli  usciti  di  Genova,  perocché  il  detto  im- 
peradore  per  abbassare  la  fona  della  Chiesa  e  del 
re  Ruberto  continuamente  co*  suoi  danari  mantenea  la 
guerra  agli  usciti  di  Genova,  e  a  quegli  di  Saona  con- 
lra la  città  di  Genova  e  contra  al  re  Ruberto,  e  per 
la  ana  guerra  abbandonò  la  'mpresa. 

CAttTOLO  CXXXIV. 

Come  Federigo  di  Cicilia  fu  scomunicato^  e  come 
fece  coronare  ii  figliuolo  del  reame. 

Nel  detto  anno  1321,  il  detto  papa  Giovanni 
co*  suoi  cardinali  ordinarono  trìegua  per  tre  anni  dal 
re  Ruberto  a  don  Federigo  di  Cicilia,  per  potere 
.meglio  fornire  la  *mpresa  di  Genova.  Il  detto  re  Fe- 
derigo domandò  per  suoi  ambasciadorì  pace  o  trie- 
.glia  di  dieci  anni,  e  Reggio  e  altre  terre  di  Ca- 
lavra,  ch'egli  avea  rendute  in  mano  del  papa,  le 
quali  il  papa  avea  rendute  al  re  Ruberto  ;  onde  te- 
Bendosi  ingannato  e  tradito,  si  contradisse  la  detta 
trìegna  di  tre  anni  eh'  avea  fatta  il  papa,  e  fece  dis- 
fidare il  re  Ruberto:  il  papa  e* suoi  cardinali  isde- 
goati  %\ì  diedono  sentenzia  di  scomunicazione.  Il 
dette  Federigo  per  questa  cagione  coronò  del  rea- 
me dì  Cicilia  don  Fiero  suo  maggiore  figliuolo  san- 
sa dispodestare  se  a  sua  vita  ^,  e  fecegli  in  sua  pre- 
iMisa  fare  omaggio  e  saramento  a  tutti  i  baroni  e 
eomuni  dell*  isola.  ' 

CAPITOLO  CXXXV. 

Come  •  FiorentiiM  mandarono  in  Frioli 
per  cavalieri. 

Nel  detto  anno  1321,  i  Fiorentini  mandarono 
in  Frioli  per  cavalieri  a  soldo,  e  vennono  in  Firen- 
Eo  del  mese  d'agosto  centosessanta  cavalieri  a  el- 
mo, con  altrettanti  balestrieri  a  cavallo  tra  Friplani 
e  Tedeschi,  molto  buona  gente  d*  arme,  ond*  era  ca- 
pitano Iacopo  di  Fontanabuona  grande  castellano  di 
Frioli,  e  fedone  guerra  assai  a  Castruccio:  almeno 
da  poi  che  gli  sen^  in  Firenze  non  s*  ardì  a  passa- 
re la  Gttis^na,  come  in  prima  era  usato  di  fare. 


CAPITOLO  CXXXVI. 
ì  /ti  il  poeta  Dante  Alighieri  di  Firenze. 


Nel  detto  anno  1321,  del  mese  di  luglio  morì 
Dante  Alighieri  di  Firenze  nella  città  di  Ravenna  in 
Romagna,  essendo  tornato  d'ambasceria  da  Vinegia 
in  servigio  de*  signori  da  Polenta,  con  cui  dimorava  ; 
e  in  Ravenna  dinanzi  alla  porta  della  chiesa  mag- 


'  E  sensa  volere  attendere  1  capitoli  della  pace  degli 
amri  addietro,  {ter  coi  dopo  la  sua  morte  avea  da  reatìtuirsi 
al  re  Boberto  U  regno  di  Sicilia.  Ann,  (Tltaì. 


giore  fu  seppellito  a  grande  onore,  in  abito  di  poeta 
e  di  grande  filosafo.  Mori  in  esilio  del  comune  di 
Firenze  in  età  circa  cinquaotasei  anni.  Questo  Dan- 
te fu  onorevole  e  antico  cittadino  di  Firenze  di  porta 
San  Piero,  e  noitro  vicino  ;  e  '1  suo  esilio  di  Firen- 
ze fu  per  cagione,  che  quando  messer  Carlo  di  Va- 
lois  della  casa  di  Francia  venne  in  Firenze  Tanno 
1301,  e  caccionne  la  parte  bianca,  come  addietro 
ne'  tempi  è  fatta  menzione,  il  detto  Dante  era  de' 
maggiori  governatori  della  nostra  città,  e  di  quella 
parte,  bene  che  fosse  guelfo;  e  però  senza  altra 
colpa  colla  detta  parte  bianca  fo  cacciato  e  sbandito 
di  Firenze,  e  andossene  allo  studio  a  Bologna,  e  poi 
a  Parigi,  e  in  piik  parti  del  mondo.  Questi  fu  grande 
letterato  quasi  in  ogni  scienza,  tutto  fosse  laico  ;  fu 
sommo  poeta  e  filosafo,  e  rettorico  perfetto  tanto  in 
dittare  e  versificare,  come  in  aringa  parlare  nobilis- 
simo dicitore,  in  rima  sommo,  col  più  pulito  e  bello 
stile  che  mai  ibsse  in  nostra  lingua  infino  al  suo 
tempo  e  più  innanzi.  Fece  in  sua  giovanezza  il  libro 
della  Vita  nova  d*  amore;  e  poi  quando  fu  in  esilio 
fece  da  venti  canzoni  morali  e  d'amore  molto  ec- 
cellenti)  e  in  tra  l' altr^  fece  tre  nobili  pistole:  l'una 
mandò  al  reggimento  di  Firenze  dogliendosi  del  suo 
esilio  senza  colpa  ;  l' altra  mandò  allo  *mperadore 
Arrigo  quand'  era  ali*  assedio  di  Brescia,  riprenden- 
dolo della  sua  stanza,  quasi  profetizzando  ;  la  terza 
a'  cardinali  italiani,  quand'  era  la  vacazione  dopo  la 
morte  di  papa  Clemente,  acciocché  s' accordassono  a 
eleggere  papa  Italiano;  tutte  in  latino  con  alto  dit- 
tato, e  con  eccellenti  sentenzio  e  autoritadi,  le  quali 
furono  molto  commendate  da'  savi  intenditori.  E  fece 
la  Commedia^  ove  in  pulita  rima,  e  con  grandi  e 
sottili  questioni  morali,  naturali,  e  astrolsghe,  filo- 
sofiche, e  teologhe,  con  belle  e  nuove  figure,  com- 
parazioni, e  poetrie,  compuose  e  trattò  in  cento  ca- 
pitoli, ovvero  canti,  dell'  essere  e  stato  del  ninfemo^ 
purgatorio,  e  paradiso,  cosi  altamente,  come  dire  ae 
ne  possa,  siccome  per  lo  detto  suo  trattato  si  può 
vedere  e  intendere,  chi  è  di  sottile  intelletto.  Bene 
si  dilettò  in  quella  Commedia  di  garrire  e  sdamare 
a  guisa  di  poeta,  forse  in  parte  più  che  non  si  oon- 
veniai  ma  forse  il  suo  esilio  gliele  fece  fare.  Fece 
ancora  la  Monarchia^  ove  trattò  dell' oficio  del  papa 
e  degl'  imperadori.  E  cominciò  uno  commento  sopra 
quattordici  delle  sopraddette  sue  cannoni  morali  voi' 
garmente^  il  quale  per  la  sopravvenuta  morte  non 
perfetto  si  truova^  se  non  sopra  tetre  ;  la  quale^per 
quello  che  si  vede^  alta^  belloy  sottile^  e  grandissi- 
ma opera  riuscia^  perocché  ornato  appare  d'alto 
dittato  e  di  belle  ragioni  fUosoftche  e  astrologiche. 
Altresì  fece  un  libretto  che  VitUitola  De  vulgari  e- 
loquentia,  ove  promette  fare  quattro  libri,  nui  non 
se  ne  truova  se  non  due^  forse  per  V  affrettato  suo 
fine,  ove  con  forte  e  adomo  latino  e  belle  ragioni 
ripruova  tutti  i  vulgari  d*  Italia  '.  Questo  Dante  per 
lo  suo  savere  fu  alquanto  presuntuoso  e  schifo  e 


*  infamo,  vezzo  antico  e  moderno  del  popolo  toscano 
di  aggiogner  la  n  a  principio  di  alcune  voci.  Di  qai  na- 
hiiso  e  nàbiiiare.  Vedi  deput.  annoi  Decam.  p.  fi8. 

'  Da]  cod.  Bicard.  n.  158S,  mancando  al  T.  D. 


354 


CRONICHB 


itdegnoso,  e  -qiiam  a  guisa  di  filosafo  mal  grazioso 
non  bene  lapea  converaare  co*  laici  ;  ma  per  V  altro 
ano  virtodi  e  adensa  e  valore  di  tnto  cittadino,  ne 
pare  che  si  convenga  di  dargli  perpetua  memoria 
in  questa  nostra  cronica,  con  tutto  che  le  sue  nobili 
opere  lasciateci  in  iscrìttura  facciano  di  lui  vero  te- 
stimonio e  onorabile  fama  alla  nostra  cittade. 

CAPITOLO  CXXXVII. 

Come  i  Fiorentini  rimasono  fuori  della  signoria  del 
re  RubertOf  e  feciono  parte  delle  mura  della  città. 

Nel  detto  anno  1321,  in  calen  di  gennaio,  i 
Fiorentini  uscirono  della  signoria  del  re  Ruberto,  la 
quale  era  durata  per  otto  anni  e  meuo,  e  tornaro 
a  fare  lesione  di  loro  podestà  e  capitano,  compera- 
no usati  per  antico,  e  comiociaronsi  a  fare  le  mura 
e  le  torri  dalla  porta  di  San  Gallo  a  quella  di  Santo 
Ambrogio  della  città  di  Firenze.  E  io  scrittore,  tro- 
vandomi per  lo  comune  di  Firenze  uflciale  con  altri 
onorevoli  cittadini  sopra  fare  edificare  le  dette  mu- 
ra, di  prima  adoperammo,  che  le  torri  si  facessono 
di  dugento  in  dngento  braccia,  e  simile  s*  ordinò  si 
eominoiassono  i  barbacani,  ovvero  confessi  '  di  co- 
sta alle  mura  e  di  fuori  da^  fossi,  per  più  fortezza  e 
bellezza  della  cittade,  e  cosi  si  seguirà  poi  pertutto. 

CAPITOLO  cxxxvm. 

Come  il  re  d"  Inghilterra  fece  uccidere  il  cugino  e 
più  $uoi  baroni^  e  come  gli  Scotti  gli  comincia^ 
rono  guerra» 

Nel  detto  anno  1321,  fallirono  le  triegue  dalli 
Scotti  al  re  d*  Inghilterra,  e  con  grande  isfono  cor- 
sono  gli  Scotti  gran  parte  de^  confini  d*  Inghilterra 
dalla  loro  parte,  tenendo  tutti  gl'lnghilèsi  di  quelle 
marce ^  sotto  tributaria^;  e  ciò  avvenne  per  grande 
discordia,  che  il  re  Adoardo  il  giovane  re  d*  Inghil- 
terra ave*  quasi  con  più  de*  suoi  baroni,  ond*  era  ca- 
po il  conte  di  Lancastro,  cugino  del  re  e  della  casa 
reale.  E  la  detta  lega  e  giura  era  fatta  per  gli  ba- 
roni contro  al  re,  perch'  egli  si  reggea  per  male  con- 
siglio e  vile  portamento,  dando  più  fede  a  uno  mes- 
ser  Ugo  il  dispeusiero,  cavaliere  di  picciolo  affare, 
che  a  tutti  gli  altri  suoi  baroni.  E  crebbe  tanto  la 
detta  scisma,  che  i  detti  congiurati  teneano  arme 
contro  al  re,  e  s*  erano  rnbellati  nella  contrada  del 
Trento  vereo  Bonobruco,  cioè  Ponte.  E  tornando  uno 
conestabile  del  re  con  più  di  sua  gente  d*  arme  dalle 
frontiera  della  Scozia,  e  per  mandamento  del  re  gente 
a  pie  del  paese  ragnnò  in  buona  quantità  per  offen- 
dere a' detti  allegati,  trovandogli  male   ordinati  al 


*  inTece  di  eùt^fe$$ionàli ,  nome  dato  ▼olgarmente  dai 
muratori  ai  harhaeanù  Sono  un  rinforzo  della  muraglia  da 
basso  fatto  a  scarpa.  La  Giuntina  legge  però  con/o$9i, 
voce  registrata  nel  Vocabolario,  e  forse  la  migliore. 

*  marche,  paesi  o  contrade  di  confine,  donde  il  titolo  di 
marcbese,  per  aignore  di  quella  tal  contrada  o  paese.  Vedi 
Du-Fresne. 

'  tributo;  altri  testi  leggono  tnbutma. 


detto  Ponte,  eh*  era  ano  stretto  pasto,  gli  sorprese 
e  sconfisse  con  piccola  fatica  di  combattere»  e  quasi 
tutti  s*  arrenderò  ;  onde  il  re  fece  dicapitara  il  detto 
conte  di  Lancastro  e  *1  conte  d^Ariforte  con  ottan- 
totto fra  conti  e  baroni.  E  ciò  fu  ali*  uscita  del  me- 
se di  marzo  anni  1322,  e  fu  tenuta  una  grande  cru- 
deltà, per  la  qual  cagione  la  forza  del  reame  d*  In- 
ghilterra molto  aflievolio. 

CAPITOLO  CXXXDL 

Come  i  Perugini  ebbono  la  città  «f  Ascesi 

per  attedio. 

Neil*  anno  di  Cristo  1322,  essendo  O  cornane 
di  Perugia  stato  allo  assedio  della  città  d*  Ascesi 
per  più  d*  uno  anno  con  più  batttfolli,  per  cagione 
che  s'erano  rubellati  da  parte  di  Chiesa,  e  tigno- 
raggiavala  il  popolo  in  parte  ghibellina,  quella  c(ttà 
molto  afflitta  di  guastamente  intorno  intorno,  e  tolte 
loro  tutte  le  castella,  e  oltre  a  ciò  di  più  awisa- 
menti  la  loro  gente  sconfitta,  e  fallendo  loro  la  vit- 
tuaglia  e  molte  cose  bisognevoli,  si  renderò  al  co-> 
mune  di  Perugia,  i  quali  le  disfeciono  le  mnnr  e  le 
fortezze,  e  recarla  a  loro  giurisdizione,  e  tolsono  fl 
suo  contado  infino  al  fiume  di  Chiaccio  a  piò  delle 
città;  e  questo  fu  del  mese  d*  aprile  del  detto  anno. 
E  entrati  i  Perugini  in  Ascesi  corsone  la  terra,  e 
oltre  a'  patti  più  di  cento  cittadini  uccisono  a  furore 
nella  terra,  eh*  erano  stati  loro  ribelli. 

CAPITOLO  CXL. 

Come  la  parte  ghibellina  furono  cacciali  di  Pomo» 

Nel  detto  anno  e  mese  d*  aprile,  i  gaelfi  delle 
città  di  Fano  della  Marca  coU' aiuto  de*Malatesli  de 
Rimini,' cacciarono^  di  Fano  la  parte  ghibellina,  e  si 
renderono  al  marehese,  eh*  era  per  lo  papa. 

CAPITOLO  CXLl. 

Come  Federigo  conte  da  Monte  feltro  fu  morto 
.  a  romore  da  quegli  (T  Urbino. 

Nel  detto  anno  1322,  essendo  stata,  e  era  grao*^ 
de  guerra  nella  Marc€  d' Ancona,  la  quale  mantenee 
il  conte  Federigo  da  .Montefeltro  colla  città  d*  Urbino^ 
e  d'Osimo,  e  di  Recanati,  centra  il  marchese  che 
v*era  perla  Chiesa,  e  morto  in  Recanati  uno  nipote 
e  nno  cugino  del  detto  marchese  con  molta  di  sne 
gente,  il  papa  per  la  detta  cagione,  a  richiesta  del 
marchese,  fece  processo,  e  sentenzia  diede  contre 
il  detto  conte  Federigo,  e  eontra  i  caporali  e  ret- 
tori della  città  d*Osimo  e  di  Recanati,  trovandoli, 
in  più  articoli  di  resia,  e  tali  in  idolatria,  secondo 
la  sentenzia  ;  e  croce  fece  coatro  a  loro  predicare 
in  Toscana  e  in  più  parti  d*  Italia,  perdonando  colpe 
e  pena  chi  andasse  o  mandasse  in  servigio  di  Sante 
Chiesa.  Più  crociati  v'andarono  di  Firenze  e  di  Sieee 
e  di  più  altre  cittadi.  E  *l  marchese  essendo  con  sue 
oste  intorno  a  Recanali,  avvenne,  che  essendo  il 
conte  Federigo  in  Urbino,  e  fatta  a  quegli  della  cit* 
tade  una  grande  taglia,  ovvero  imposta  di  monete^ 
per  andare  al  soccorse  di  Recanati  con  certi  soldati 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


S55 


dtl  TescoTO  d*  Areno  e  di  Catlniocio,  come  piacque 
a  Dio,  maravigliosamente  e  di  subito  il  popolo  d*Ur- 
bino  si  levò  a  remore  centra  al  detto  conte  Fede- 
rigo, ed  egli  improvviso  rincbinso  e  assediato  dal 
popolo  nella  sua  fortezza  della  terra,  vedendosi  non 
gnemilo  né  da  potere  riparare,  s*  arrendè  come  mor- 
to al  popolo,  pregandogli  per  grada  gli  tagliassono 
la  testa;  e  spogliato  in  giubba,  col  capestro  in  collo, 
e  con  uno  suo  figliuolo  scese  al  popolo  cbiedendo 
misericordia,  il  quale  popolo  a  furore  lui  e  M  figlinolo 
uecisono,  e  poi  faccendo  il  corpo  suo  tranare  per 
la  terra,  vituperosamente  a*  fossi  in  uno  carcame^  di 
cavallo  morto  il  soppellirono,  siccome  scomunicato; 
e  due  altri  suoi  figliuoli  fuggendo  d^Urbino  furono 
presi  da  quegli  d"  Agobbio  ;  e  un  altro  suo  piccoli- 
nò  fanciullo  fu  preso  dal  popolo  d*  Urbino,  e  Speran- 
za da  Montefeltro  si  fuggì  nel  castello-  di  San  Ma- 
rino. E  per  questo  modo  venne  il  giudicio  di  Dio 
improvvisamente  a  quegli  della  casa  da  Montefeltro, 
gli  quali  erano  stati  sempre  ribelli  e  perseguitori  di 
SanU  Chiesa;  e  questo  fu  a  dì  26  d* aprile  1322. 

CAPITOLO  CXLII. 

Come  la  cUià  tP  Osimo  $i  rendè  alla  Chiesa, 

Nel  detto  anno,  per  cagione  del  rubellamento 
d*  Urbino  e  della  morte  del  conte  Federigo,  quegli 
della  città  d^  Osimo  si  leverò  a  romore  centra  i  loro 
rettori,  gridando  che  voleano  pace  colla  Chiesa;  e 
veggeodò  i  detti  il  popolo  scommosso  a  romore, 
per  paura  di  quello  ch'era  avvenuto  al  conte  Fe- 
derigo, si  fuggirò  della  terra,  e  *r  comune  e  *1  po- 
polo d*  Osimo  si  renderò  alla  Chiesa  e  al .  mar- 
chese; e  questo  fa  a  di  3  di  maggio  1322. 

CAPITOLO  CXLUL 

Come  la  eiuà  di  Reca$uUi  $i  rendè  alla  CAtestf,  e 
cerne  il  marchese  la  fece  disfare. 

Nel  detto  anno  e  mese,  quegli  della  città  di  Re- 
canati veggendo  renduti  al  marchese  Urbino  e  0- 
siiK>,  a*  arrenderò  al  detto  marchese  e  a  sua  oste 
Ubékvmeata,  e  cacciarne  i  loro  rettori  e  caporali. 
B  marchese  presa  la  città,  per  vendetta  del  nipote 
e  di  san  gente  ch*aveano  morti,  dicendo  che  in  Re- 
canati  a*  adoravano  gì*  idoli,  la  città  sansa  misericor- 
dia fece  ardere  tutta,  e  appresso  i  muri  diroccare 
ioino  affondamenti;  e  ciò  fu  a* dì  15  di  maggio 
1322,  la  quale  fu  tenuta  grande  crudeltà,  ovvero 
fa  aaaleiuia  di  Dio  per  gli  loro  peccati 

CAPITOLO   CXUV. 

Cówse  a  VieconH  signori  di  Milano  furono  scomtmt- 
coH^  e  come  la  Chiesa  fece  venire  contro  loro  il  do- 

gio  d'Osierich. 

Nal  detto  anno  1322,  veggendo  papa  Giovan- 
ai  che  'I  capitano  di  Milano  e*  figliuoli  noi  voleano 
i&hidire  per  richieste  fatte  più  volte  che  facesse  le- 
vare r  aaaedio  dalia  città  di  Geaova,  e  ammohiti  dal 


eftdaTer«  tcarno  e  spolpato. 


cardinale  legato  e  scomunicati,  sentenzia  diede  la 
Chiesa  centra  loro  siccome  eretici  e  sismatici,  e 
fece  predicare  la  croce  centra  loro  in  Italia  e  in  A- 
lamagna,  e  perdonare  colpa  e  pena.  E  oltre  a  ciò, 
veggendo  la  Chiesa  che  la  *mpresa  fatta  con  messer 
Filippo  di  Valois  era  venuta  a  neente,  che  solamente 
per  la  forza  di  'messer  Ramondo  di  Cardona  e  di 
sua  gente  non  si  potea  resistere  alla  forza  deMetti 
tiranni,  ordinò  e  richiese  con  trattato  del  re  Ruberto 
Federigo  dogio  d*Osterich,  eletto  re  de*  Romani, 
che  s*  egli  mandasse  d*  Alamagna  le  sue  forse  in 
Lombardia  centra  i  detti  scomunicati  e  sismatici,  di 
confermarlo  per  la  Chiesa  imperadore,  e  uno  suo 
fratello  cberico  farebbe  arcivescovo  di  Magonsa.  Per 
la  qual  cosa  Federigo  detto  mandò  in  Lombardia 
Arrigo  dogio  d*  Osterich  suo  fratello  con  cinquecento 
cavalieri  a  elmo  ;  e  giunse  nella  città  di  Brescia  do- 
menica d* ulivo  del  detto  anno;  e  poi  più  signori 
e  genti  d^arme  crociati  d*Alamagna  vi  s*aggiunsono, 
sicché  si  trovò  in  Brescia  con  duemila  Tedeschi  di 
arme  a  cavallo.  Sentendo  ciò  il  capitano  di  Milano 
e*  suoi  seguaci,  parca  loro  male  stare,  e  al  tutto  te- 
mendo di  perdere  la  signoria,  veggendo  sì  grande 
esercito  venire  centra  lui  dalla  parte  di  Brescia  della 
Magna,  e  d*  altri  Lombardi  fedeli  della  Chiesa,  e  Fio- 
rentini e  Bolognesi  e  Sanesi  per  fornire  la  loro  lega 
colla  Chiesa  e  *1  re  Ruberto,  e  mandati  i  loro  sin- 
dachi con  molta  moneta  in  Frioli  e  in  Alamagna  per 
soldare  quattrocento  cavalieri  a  elmo,  e  dugento  ba- 
lestrieri a  cavallo  per  aggingnerìi  a  Brescia,  colla 
forza  del  detto  dogio  Arrigo  d*Osterich  d*  altra  parte. 

CAPITOLO  CXLV. 

Come  i  signori  di  Milano  sotto  trattato  d*  accordo 
colla  Chiesa  corruppono  il  dogio  éf  Osterich^  sicché 

si  tornò  in  Alamagna, 

Messer  Ramondo  di  Cardona  era  collegato  a 
Valenza  con  millecinquecento  uomini  a  cavallo,  e 
con  gente  a  pie  innumerabile  crociati  per  venire 
verso  Milano  dalla  parte  di  Pavia.  Il  detto  capitano 
veggendosi  così  assalire  da  tutte  parti  dalla  forza 
della  Chiesa,  mandò  dodici  de*  maggiori  cittadini  di 
Milano  per  ambasciadori  al  legato  cardinale  per  ac- 
conciarsi colla  Chiesa,  perocché  *1  popolo  di  Milano 
veggendosi  sì  fatti  eserciti  di  gente  venire  addosso, 
non  voleano  essere  scomunicati,  né  distrutti  per 
quegli  della  casa  de*  Visconti.  Essendo  i  detti  amba- 
sciadori col  legato  a  Valenza,  trattando  d*accerdo,  il 
.detto  capitano  di  MiUno  mandò  segretamente  suoi 
ambasciadori  in  Alamagna,  e  eziandie  moneta  assai 
a  Federigo  dogio  d*  Osterich,  mostrando  come  facea 
contro  lo  *mperio  e  contro  a  se  medesimo;  e  che 
se  la  Chiesa  e  *1  re  Ruberto  avessono  la  signoria 
di  Milano,  avrebbono  tutta  Lombardia,  e*  fedeli  del- 
lo *mperio  di  Lombardia  e  Toscana  distrutti  per  modo, 
che  mai  non  potrebbe  passare  in  Italia  né  avere  la 
corona  dello  *mperio.  Il  Tedesco  per  queste  ragioni 
e  per  la  cupidigia  della  moneta  fu  scommosso,  e  man- 
dò al  suo  fratello  Arrigo,  eh'  era  a  Brescia,  che  co- 
gliesse alcuna   cagione  e   si  tornasse  addietro.   Il 


256 


GRONICHB 


qatle  aralo  il  maBdato  del  (iraldlo,  e  dìaparle  dal 
capitaoo  di  Milano  e  dagli  altri  tiranni  di  Lonbardia 
monata  assai,  avendo  ordinato  co*  Bresciani  e  col 
patriarca  d'  Aqnllte  e  con  loro  segnaci  d' andare  ad 
oste  sopra  la  città  di  Bergamo,  eh'  era  in  trattato  di 
rendersi  a  loro,  mosse  qaistione  a*  Bresciani,  che  in 
prima  che  si  partisse  volea  la  signoria  di  Brescia.  I 
Bresciani  negando  che  non  la  poteano  dsre,  perchè 
vacando  imperio  s*  erano  dati  al  re  Roberto,  incon- 
tanente sansa  ninno  ritegno  si  partì  della  terra  a  dì 
18  di  maggio  1322,  e  con  tutta  sua  gente  se  n'an- 
dò a  Verona  ;  il  qnale  da  messer  Cane  della  Scala 
signore  di  Verona  onorevolemente  fa  ricevato  e  pre- 
sentato di  ricchi  doni  ;  poi  appresso  sansa  dimoro  se 
B*  andò  in  Alamagna,  guastando  alla  Chiesa  sì  grande 
impresa  e  sì  bello  servigio  incominciato^  per  sì  fatto 
tradimento. 

CAPITOLO  CXLVI. 

Come  i  Pistoiesi  feciono  Iriegua  con  Castruccio 
contro  U  volere  de''  Fiorentini. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  d'aprile,  es- 
sendo i  Pistoiesi  molto  gravati  di  guerra  da  Castrac- 
elo signore  di  Lacca,  il  qoale  tenea  il  cutello  di 
Serravalle  presso  a  tre  miglia  a  Pistoia,  trattato  ab- 
bono con  Ini  di  triegaa;  onde  i  Fiorentini  entrare 
in  grande  gelosia,  che  Castracelo  sotto  la  detta  trie- 
gaa  non  prendesse  la  terra;  per  la  qual  cosa  più 
volte  vi  mandarono  loro  ambasciadori  per  isturbar- 
la.  Alla  fine  la  terra  si  levò  a  romore,  e  feciono 
loro  capitano  di  popolo  T  abate  di  Pacciana  di  Tedi- 
ci, che  volea  la  detta  triegua,  e  centra  volontà  dei 
Fiorentini  la  feciono,  dando  di  tributo  a  Castracelo 
tremila  fiorini  d*  oro  f  anno  e  cacciarne  per  ribelli  il 
vescovo  e  altri  caporali  che  teneano  co'  Fiorentini. 

CAPITOLO  CXLVII. 
Come  in  Siena  ebbe  roìnore  e  noùtade. 

Nell'anno  1322  del  mese  d'aprile,  la  città  di 
Siena  fu  a  romore  per  cagione  che  quegli  della  casa 
de'Salimbeni  accisono  una  notte  due  fratelli  carnali 
figliuoli  di  cavaliere  della  casa  de*Tolomei,  loro  ne- 
mici, nelle  loro  case.  Per  la  potensa  delle  dette  due 
cue  i  Sanasi  quasi  tutti  parati  ^  per  combattersi  in- 
sieme, e  temendo  di  certe  masnade  tedesche  eh'  e'Pi- 
aani  e  Castracelo  mandavano  per  lo  loro  contado  al 
vescovo  d' Arezzo,  per  aiuto  mandarono  a'  Fioren- 
tini, i  quali  mandarono  loro  le  masnade  de'Frìo- 
lani,  ch^  erano  trecentocinquanta  cavalieri,  molto  buo- 
na gente,  e  tutte  la  leghe  del  contado  di  Firenze 
di  genti  a  pie  vicini  de'  Sanasi,  per  la  qual  cosa  la 
città  di  Siena  si  guarenti  di  battaglia  cittadina  eon 
tutto  rimanesse  assai  pregna  di  male  volontadi  tra  loro. 


Altri  tetti:  jMfiitt. 


CAPITOLÒ  CXLVIU. 

Come  i  gìUbellmi  di  Colle  voUono  prendere  la  terra 

e  furono  sconfitti, 

Neiraano  1322  del  mese  d'aprile,  gli  oseiti 
di  Colle  di  Valdelsa  coli'  aiuto  di  certi  ribelli  di  Fi- 
renze entrarono  per  forza  nel  borgo  di  CoU^  Qmlli 
della  terra  combattendo  per  forza  gli  ripinsono  fao- 
rì,  e  asiai  ve  ne  rimasene  morti  e  presi  ;  e  q(Èitif& 
di  Colle  feciono  popolo  eolla  'nsegna  a  croce  del 
popolo  di  Firenze. 

CAPITOLO  CXLCL 

Come  il  soldano  della  Sorta  corse  e  prese  quasi 

tutta  r  Erminia. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  d'aprile,  il  sal- 
dano della  Seria  con  più  di  venticinqueoùla  oominì 
a  cavallo  eorsono  l' Erminia  di  sotto,  e  quella  preso- 
no e  guastarono  tutta  infino  alla  marina,  salvo  alcona 
fortezza  di  montagne;  e  tutti  gli  Ermini  e  cristiani 
che  io  quella  correria  presono,  assai  n'  uccisone  e 
menarono  in  servaggio  ;  e  questa  persecuzione  si 
disse  fu  per  loro  peccato  e  discordia,  che  essendo 
morto  il  re  d*  Erminia,  e  rimasi  di  lui  due  piccioli 
figliuoli,  il  signore  del  Curco  suo  zio  prese  per  mo- 
glie sansa  dispensazione  di  papa  la  reina  alata  mo- 
glie del  nipote,  e  figliuola  del  prenze  di  Taranto,  per 
aversi  la  signoria  del  reame;  e  quella  reina  ripresa 
del  matrimonio  che  volea  fare,  e  che  aumdaise  al 
papa  per  dispensazione,  disse,  che  prima  si  peccava 
che  si  domandasse  perdono  ;  onde  i  baroni  sdegnati 
furono  in  discordia  e  partiti,  per  la  qual  cosa  qaiB- 
do  fu  bisogno  non  difesono  il  reame  da'saracini, 
onde  r  Erminia  fu  quasi  distrutta. 

CAPITOLO  CL 
Comeilre  di  Tunisi  cacciate  di  signoria  la  racquistà. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  d'aprile,  il  re  di 
Tunisi,  ch'era  stato  cacciato  di  Tunisi,  come  addietro 
fa  menzione,  s' accordò  co'  signori  degli  Arabi,  e  ran- 
nata suo  sforzo,  con  alquanti  cristiani  di  soldo,  e' ven- 
ne verso  Tunisi  con  quattromila  uomini  a  cavallo  e 
con  gente  a  pie  assai.  L' altro  re  che  tenea  Tunisi, 
uscì  fuori  a  battaglia  e  fu  sconfitto  ;  sicché  il  primo 
re  fu  vincitore  e  racquietò  il  suo  reame.  Questo  ro 
fu  figlinolo  di  madre  cristianir,  e  usai  si  riteneva  ' 
co'  cristiani. 

CAPITOLO  CLI. 

Come  il  vescovo  d*Areiu>  cominciò  guerra  a^Conti^ 
e  prese  Castel focognano. 

Neirajino  1 322  del  mese  di  maggio  il  vescovo 
d'Arezzo  ch'era  di  quegli  di  Pietramala,  fece  rannata 
di  seicento  cavalieri  con  oentocinqoantaTedeschi  ch'eb- 
be da'  Pisani  e  da  Cutmocto  signore  di  Locca  :  dis- 


'  teneva  amicizia  co'  criatiaiii. 


Dt  6IOVAI9NI  mLÀNl. 


25t 


8681,  che  ciò  area  fatto  per  aoccorrere  il  conte  Fede- 
rigo da  MoDtefeltro  ;  ma  aentendo  ch^  era  morto,  ca- 
valcò colla  detta  gente  in  Casentino,  e  tolse  il  castello 
di  Fronzolo  sopra  Poppìo,  il  qnale  teneano  i  figlinoli 
del  eonte  da  BattifoUe  ;  e  fatto  ciò,  incontanente  ca- 
Talcò  e  pnosesi  a  oste  a  Castelfocognano.  I  Fioren- 
tini a  richiesta  dei  Conti  e  de*  signori  del  Castelfo- 
cognano mandarono  in  Casentino  trecentocinqnanta 
caralierì  friolani,  e  fermossi  in  Firense  di  dare  loro 
ainto  generale,  quanto  il  cornane  potesse  fare,  per 
levare  il  detto  assedio,  ricordandosi  i  Fiorentini,  che  '1 
detto  vescovo ,  non  istante  ^  la  pace  fatta  con  loro 
alla  sconfitta  a  Montecatini,  centocinquanta  de*  suoi 
cavalieri  mandò  incontro  air  oste  de*  Fiorentini;  e  poi 
quando  Castniccio  ruppe  la  pace  a^iorentini  e  ca- 
valcò in  sul  contado  di  Firenze,  ne  mandò  cento  ca- 
valieri in  suo  aiuto.  Faccende  i  Fiorentini  Tapparec- 
chiamento  d*oste,  e  richiesti  gli  amici  di  Toscana  e 
di  Romagna  e  della  Marca,  il  detto  vescovo  per  tra- 
dimento che  ordinò  con  uno  piovano  di  que*  signori 
del  castello,  ebbe  a  patti  il  detto  castello,  eh* era 
fortissimo  e  ben  fornito  ;  e  come  gli  fu  renduto,  san- 
za  attenere  patti  il  fece  tutto  ardere,  e  poi  diroccare 
infloo  affondamenti. 


CAPITOLO  CUI. 

dnme  Romeo  de*  PeppoU  e  suo  seguiio  f^ennono  per 
prendere  Bologna  e  andarne  in  isconfUia. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  maggio,  il  grande 
ricco  nomo  Romeo  de"*  Peppoli  cacciato  di  Bologna, 
come  addietro  è  fatta  menzione,  essendo  a  Cesena 
in  Romagna,  de^  suoi  propri  danari  e  con  amici  su- 
bitamente raunò  quattrocento  cavalieri  :  venne  alla  cit- 
tà di  Bologna,  e  con  aiuto  di  certi  suoi,  amici  ch'e- 
rano nella  città,  entrò  dentro  ali*  antiporte  ne*horghi. 
I  Bolognesi  quasi  improvvisi  della  subita  venuta,  fran- 
camente difendendo  la  terra,  i  detti  loro  ribelli  per 
forza  e  con  grande  loro  dammaggio  gli  pinsono  fuori 
della  dite,  e  poi  più  confinati  e  ribelli  feciono  di  quel- 
la parte,  rimanendo  Bologna  in  grande  sospetto  e  in 
male  atato^  e  mandarono  per  aiuto  a*  Fiorentini,  i  quali 
mandarono  loro  centocinquanta  di  loro  cavalieri. 

CAPITOLO  CLIU. 

De  raneori  e  grandi  nof>iià  eh*  ebbe  nella  dita  di 
Pi$a  per  la  setta  de  cittadini. 

Nel  1322  del  mese  di  maggio,  la  città  di  Pisa 
ai  levò  a  remore  per  cagione  delle  sette  eh*  erano 
tra^  cittadini.  Messer  Corbino  della  casa  de*Lanfran- 
ebi  Decise  messer  Guido  da  Caprone  de*maggiori  cit- 
tadini che  vi  fosse;  e  quello  de' Lanfranchi  preso  a 
romore  di  popolo,  a  lui  e  al  fratello  fu  tagliato  il 
capo.  E  per  cagione  di  ciò  non  cessò  il  romore  nella 
terra,  ma  più  caldamente  si  raccese,  che  il  conte  Nierì 


de*  Gherardeschi,  signore  delle  masnade  tedesche,  co^ 
grandi  della  terra  corsone  la  città,  e  a  furore  de'delti 
grandi  Lanfranchi  e  Gualandi  e  Sismondi  e  Capro- 
nesi  eh*  erano  delP  altra  setta  centra  al  popolo,  ucci- 
sone tre  possenti  popolani  e  cercando  per  tutto  que- 
gli ch^  erano  della  setta  di  Coscetto  dal  Colle  per 
ucciderli,  dicendo  eh'  aveano  fatto  uccidere  quello  da 
Caprone,  e  feciono  venire  Coscetto  dal  Colle  :  il  po- 
polo per  la  detta  ingiustizia  e  micidii  isdegnarono 
centra  il  conte  Nieri  e  centra  i  grandi.  Il  secondo  di 
s' armarono  e  corsone  la  terra,  e  voUono  che  giustizia 
si  facesse,  onde  furono  condannati  quindici  de'  mag- 
giori delle  dette  case  per  ribelli,  e  guasti  i  beni  loro: 
il  conte  medesimo  sarebbe  stato  corso  dal  popolo 
di  Pisa,  se  non  che  si  trovò  forte  delle  masnade  ;  e 
si  si  disse,  che  ne'  micidii  detti  non  avea  avuto  col- 
pa, ma  più  il  campò,  che  Castruccio  con  tutto  suo 
sforzo  venne  per  due  volte  infino  in  sul  monte  San 
Giuliano.  I  Pisani  temendo  della  sua  venuta,  eh*  egli 
e  la  sua  gente  non  corressono  e  rubassono  la  città, 
si  gli  contradissono  la  venuta.  Istando  i  Pisani  sotto 
r  arme  e  in  grande  sospetto  più  giorni  per  le  dette 
divisioni  e  sette,  Coscetto  dal  Colie  popolano,  uomo 
di  grande  valore  e  ardire,  il  quale  era  stato  capo 
di  popolo  in  Pisa  a  cacciare  Uguccione  dalla  Faggiuo- 
la, e  poi  a  uccidere  quegli  della  casa  de'  Lanfranchi, 
come  addietro  ha  fatta  menzione,  e  allora  era  fuori 
di  Pisa  per  ribello,  sentendo  le  dette  divisioni  in  Pisa 
per  certi  trattati  dei  suoi  amici  d' entro,  venia  in  Pisa 
per  mutare  stato  alla  città,  e  per  uccidere  e  cacciare 
il  conte  Nieri  e  suoi  seguaci;  essendo  fuori  di  Pisa 
assai  presso  alla  città  in  una  piccola  casa  d' uno  vil- 
lano per  entrare  la  mattina  per  tempo  in  Pisa ,  uno 
suo  compare  e  confidente  il  tradì  e  l'appostò  al  con- 
te, il  quale  a  grande  furore  fu  menato  preso  in  Pisa, 
e  sanza  altro  giudicio  fatto,  il  fé'  tranare,  e  tranando 
tagliato  a  pezzi ,  e  gittate  in  Amo.  E  fatto  ciò,  la 
terra  si  racquetò,  e  feciono  grande  festa  e  proces- 
sione, e  mandare  a*  confini  più  nobili  e  popolani  del- 
la setta  del  detto  Coscetto  in  diverse  e  lontane  parti 
del  mondo,  e  '1  detto  conte  Nieri  feciono  signore  e 
difensore  del  popolo  di  Pisa,  di  13  di  giugno  1322: 
e  cosi  in  pochi  di  il  detto  conte  fu  in  cosi  varie  e 
diverse  fortune. 

CAPITOLO  CLIV. 
Come  Castruccio  fece  uno  grande  castello  in  Lucca. 


*  Lm  «diiioDa  d«'  Gitiotì  1587  Ugg^i  non  ostanti. 


Nel  detto  anno  del  mese  di  giugno  1322,  Ca«- 
strucclo  signore  di  Lucca,  spaventato  per  la  morte 
del  eonte  Federigo  da  Montefeltro  e  per  le  muta- 
zioni fatte  per  lo  popolo  di  Pisa  contro  al  conte  Nieri, 
temendo  che  *1  popolo  di  Lucca  noi  corressono  a  fu- 
rore, ordinò  nella  città  uno  meraviglioso  castello,  che 
quasi  la  quinta  parte  della  città  dalla  parte  di  verso 
Pisa  prese,  e  murò  di  fortissimo  muro  con  ventinove 
grandi  torri  intorno,  e  posegli  nome  l'Augusta,  e  cac- 
cionne  fuori  tutti  gli  abitanti,  e  egli  e  sua  famiglia 
e  sue  masnade  vi  tornare  ad  abitare  ;  la  quel  cosa 
fu  tenuta  grande  novità  e  magnifico  lavorio. 

17 


258 


CROinCHE 


CAPITOLO  av. 

Come  il  re  di  Tunisi  fu  ricacciaio  della  signoria. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  p'ogno,  il  re  di  Ta- 
ni8i  di'*  avea  racqnistata  la  signorìa  del  mese  d'^aprìle 
passato,  siceome  è  fatta  menzione,  fa  cacciato  della 
signorìa  dalF  altro  re  suo  nimico  :  colP  aiuto  di  certa 
parte  degli  Arabi  rìprese  la  signoria. 

CAPITOLO  CLVL 

Come  morì  messer  Maffeo  Visconti  capitano  di  Milano, 

Nel  detto  anno  1322  a  di  28  di  giugno,  morì 
messer  Maffeo  Visconti  capitano  per  lo  ^mperìo  di  Mi- 
lano alla  badia  di  Chiaravalle  fnorì  di  Milano,  scomu- 
nicato dalla  Chiesa  di  Roma,  e  con  processo  d'ere- 
tico e  sismatico.  Questi  fu  uno  sstìo  signore  e  ti- 
ranno, e  molte  grandi  cose  trasse  a  flne  per  suo  sen- 
no e  industria,  e  yisse  pia  di  noTan^anni,  e  infino 
air  ultimo  fu  savio  e  ^  grande  signorìa.  Il  detto  di 
che  mori,  Galeasso,  suo  maggiore  figliuolo  e  capita- 
no di  Piacenza,  corse  la  città  di  Milano  colle  masnade 
de' soldati,  e  fecesi  fare  quasi  per  fona  capitano  di 
Milano  uno  anno. 

CAPITOLO  OLYIL 

Come  nella  Chiesa  di  Roma  nacque  grande  guistione 
sopra  la  povertà  di  Cristo. 

Nel  detto  anno^  grande  quistione  nacque  nella 
Chiesa  di  Roma,  onde  segui  nuovo  errore  tra*erìstìa- 
ni,  per  movimento  che  fece  uno  grande  maestro  in 
divinità  de'  frati  minorì ,  che  predicava  in  Proenta, 
che  Gesù  Cristo  fu  tutto  povero  sansa  avere  nullo 
propio  né  in  comune,  onde  molti  prelati  e  frati  pre- 
dicatori, ed  eziandio  in  corte  papa  Giovanni  e' suoi 
cardinali  contradissono  a  ciò,  provando  che  Cristo 
con  gli  apostoli  ebbe  propio  e  in  comune,  come  si 
mostra  per  gli  Vangeli,  ohe  Giuda  Scarìotto  era  ca- 
merlingo  e  spenditore  de*  beni  loro  dati  per  Dio ,  e 
ancora  cosi  seguirò  i  discepoli,  come  si  mostra  per 
gli  Atti  degli  apostoli.  Per  la  quel  cosa  il  papa  cruc- 
ciato contro  a  quegli  frati  e  altri  prelati  che  soste- 
neano  T altra  opinione,  dicendo  ch'erano  eretici,  o 
egli  e  gli  altri  papi  passati  e  cardinali  e  prelati  ch'a- 
veano  proprietà  comune  erano  eretici  ;  e  di  ciò  die- 
de termine  a*  frati,  che  a  questo  articolo  deliberata- 
mente rispondessono.  Per  la  qual  cosa  i  fhiti  minori 
feciono  capitolo  generale  a  Perugia,  nel  quale  dichia- 
rarono e  rispuosono  al  p^a,  eh'  eglino  ne  credesno 
quella  opinione  che  la  Chiesa  di  Roma  per  antico  avea 
consueto,  e  quello  che  ne  fu  dichiarato  per  papa  Nio» 
cola  in.  Il  papa  per  questa  cagione  fece  uno  dicroto, 
ohe  r  ordine  de'  frati  minori  non  potesse  avere  nullo 
comune  propio,  né  loro  procuratori  potessono  nullo 
bene  temporale  domandare  sotto  titolo  della  Chiesa 
di  Roma,  né  potere  essere  a  nulla  esecuzione  ^  te- 
stamento, uè  quello  che  a  loro  fosse  lasciato  per  fa- 
vore di  Chiesa,  né  secolare  braccio  potere  doman- 
dare. La  quale  cosa  fu  tenuta  grande  novità  nella 
Chiesa  di  Dìo. 


CAPITOLO  avm. 

Conte  in  Pirenie  s' ordinò  una  fiera^  e  altre  noeitadL 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  giugno,  i  Fio- 
rentini ordinarono  una  fiera  in  Firenze  di  cavalli  e 
di  tutte  cose  per  la  festa  di  San  Giovanni  di  giugno, 
la  quale  feciono  franca  a*  forestieri  otto  giorni  innansi 
alla  festa  e  otto  giorni  appresso,  la  quale  si  facesse 
nel  prato  d' Ognissanti  ;  ma  poco  tempo  appresso  da- 
rò, per  cagione  delle  grandi  gabelle  eh'  erano  allora 
in  Firenze  \  e  d'altra  parte,  considerando  il  vero  della 
piena  arte  e  mercatanzia  eh'  ò  in  Firenze  ogni  di  si 
può  dire  vi  sia  fiera.  B  a  di  7  di  luglio  vegnente 
s'apprese  il  fuoco  in  sul  ponte  vecchio,  e  arsone  tut- 
te le  botteghe  eh'  erano  da  mezzo  il  ponte  in  qua,  con 
molte  altre  case  di  sotto  le  volte.  B  infra  quattro  sem- 
mane  vegnenti  s'appresone  l'altre  botteghe  dall'al- 
tro lato,  e  arsono  tutte  le  case  de'  Mannelli  B  in  quello 
tempo  uno  sottile  maeslro  di  Siena  per  suo  artificio 
fece  sonare  la  gran  campana  del  popolo  di  Firenze, 
eh'  era  stata  diciassette  anni  che  nullo  maestro  l'avee 
saputa  farla  sonare  a  distesa,  essendo  dodici  uomi- 
ni, e  acconciolla  per  si  sottile  e  bello  artificio,  che 
due  la  poteano  muovere,  e  poi  mossa,  uno  solo  la 
sonava  a  distesa  (e  pesa  più  di  diciassette  migliaia 
di  libbre)  ;  onde  il  detto  maestro  per  suo  servigio 
ebbe  dal  comune  di  Firenze  trecento  fiorini  d'oro. 

CAPITOLO  CLO. 
Dì  guerra  che  fii  in  Cicilia  e  te  Calavra. 

Nel  detto  anno  1 322,  all'  uscita  del  mese  di  giu- 
gno, e  all'entrata  di  quello  di  luglio,  il  duca  di  Ca- 
lavra  figliuolo  del  re  Ruberto  mandò  da  Napoli  in  Ci- 
cilia diciotto  galee  armate  in  corso  sopra  i  Cicilia— 
ni,  le  quali  presono  e  guastarono  l'isola  di  Lipari,  e 
poi  guastarono  le  tonnare  di  Palermo,  e  corseggiaro 
intomo  all'isola  con  danno  assai  de'Ciciliani.  Partite 
le  dette  galee,  il  re  Federigo  fece  armare  in  Messi- 
na ventisei  galee  e  con  più  legni  puose  cavalieri  e 
genti  a  pie  assai  a  Reggio  in  Calavra,  e  guastoUo 
intorno,  e  simigliante  Nicotera  e  più  altre  terre  san- 
sa altro  acquistare,  ma  le  sopraddette  galee  del  da- 
ca  mlsono  in  eaccia. 

CAPITOLO  CLX. 

Come  messer  Ramondo  di  Cordona  capitano  per  la 
Chiesa  fu  sconfitto  al  ponte  a  Basignano. 

Nel  detto  anno  1322  a  di  6  di  luglio,  essendo 
messer  Ramondo  di  Cardona  capitano  in  Lombardia 
per  la  Chiesa,  della  gente  della  Chiesa  e  del  re  Ro- 
berto, all'assedio  della  rocca  di  Rasignano,  e  quella 
molto  distretta,  eh'  egli  avea  fatto  fare  ponti  di  navi 
in  sul  Po,  sicché  vittuaglia  non  vi  potea  entrare, 
messer  Marco  Visconti  di  Milano  con  suo  isforso  di 
ventidue  centinaia  di  cavalieri  e  con  popolo  a  pie 
grandissimo  venne  al  soccorso,  e  puosesi  a  oste  so- 
pra i  borghi  di  Rasignano,  e  messer  Gherardino  Spi- 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


250 


noti  uscito  di  GeDOra  capitano  della  detta  oste  con 
grande  naTilio  iceie  giù  per  Po,  per  combattere  il 
ponte  e  fornire  la  detta  rocca,  e  mesaer  Marco  per 
terra  assalirò  a  nn*  ora  V  oste  di  messer  Ramondo 
ch*era  fuori  de' borghi,  ov^ebbe  grandissimi  assalti  e 
battaglie,  e  per  piili  riprese.  B  volendo  rompere  il 
detto  ponte  sopra  al  Po  mettendo  fuoco,  e  T  altra 
parte  difendendo,  grandissimo  dammaggio  vi  rìce- 
vettono  quegli  del  capitano  di  Milano  di  morti  e 
d^ annegali:  e  avendo  perduto  in  Po,  si  ritrassono 
in  terra  ov^  era  cominciata  la  battaglia  per  la  caval- 
lerìa e  popolo,  la  quale  durò  da  mazzo  di  a  vespro; 
e  per  due  volte  rotti  quegli  di  Milano,  e  morti  più  di 
trecento  uomini  di  cavallo,  e  di  que*  da  pie  grande 
quantità  ;  alla  fine  essendo  la  forza  di  messer  Marco 
maggiore  che  quella  di  messer  Ramondo,  il  quale 
non  avea  che  dodici  centinaia  di  cavalieri,  e  di  quegli 
gli  convenia  guardare  di  qua  e  di  là  da  Po  e  il  pon- 
te sopra  Po,  la  gente  sua  ch^  era  dal  lato  da'*  bor- 
ghi per  soperchio  di  gente  fa  ripinta  per  forza  ne*bor- 
ghi  e  sconfitti,  ove  morirono  di  sua  gente  da  cento- 
cinquanta uomini  di  cavallo,  e  di  que^da  pie  assai'; 
e  così  quegli  che  maggiore  dammaggio  ricevettono 
furono  vincitori  del  campo,  e  rifornirono  la  rocca 
diBasignano,  erimasonoairusedio  della  gente  della 
Chiesa  eh'  era  ritratta  ne*  detti  borghi. 

CAPITOLO  CLXI. 

Cimia  di  fronde  guerra  irm  il  re  ^IngkiUerra  e 

queito  di  SeoùiB. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  luglio,  il  re 
dì  Scozia  con  suo  isforzo  sentendo  la  divisione  ch'e- 
ra in  Inghilterra  tra*i  re  e*  suoi  baroni,  venne  in  su 
r  Inghilterra,  e  tutte  le  frontiere  de*  suoi  confini  gua- 
stò. Sentendo  dò  il  re  d*  Inghilterra,  del  mese  pre- 
sente d*  agosto  con  tutto  suo  isforzo  andò  ad  oste 
in  Iscozia  per  terra,  e  per  mare  vi  mandò  bene  tre- 
oento  cocche  e  navi  armate.  Gli  Scotti  sentendo  Te- 
•erdto  che  venia  loro  addosso,  si  ritrassono  fra  la 
Scozia  in  foreste  e  fortezze.  GMnghilesi  male  prov- 
T  eduti  di  vittoaglia,  grandissimo  difetto  ebbe  neiro- 
ate,  per  la  qual  cosa  moltitudine  morirono  di  fame,  e 
ai  corruppe  V  oste  per  modo  che  non  poterono  du- 
rare ;  e  cosi  sanza  nullo  acquisto  fare  si  tornò  il  re 
d^  Inghilterra  con  sua  oste  addietro  del  mese  di  set- 
tembre, con  grande  vergogna  e  dammaggio  di  venti- 
nula  uomini  morti  di  fame  e  d*  infermità.  B  in  quello 
medesimo  tempo  i  Fiamminghi  per  discordia  eh*  a- 
veano  con  gringhilesi,  si  guerreggiarono  in  mare 
robando  e  corseggiando  sophi  gì*  Inghilesi,  i  quali 
in  quello  anno  d*una  parte  e  d'altra  e  tra  loro  molto 
fiurono  afflitti. 


*  Poco  nondimeno  tenA  ai  VUconti  queitc  vantaggio^  per- 
chè di  tanto  in  tanto  venivano  epediti  nuovi  rvrfoni  al  cor- 
dmaté  da  pt^  Giovamd  e  dal  ré  Boherto,  E  qtd  conviene 
aeemmare  un  aUro  epediente  préèo  da  eeeo  papa  e  re  per 
wtettgre  a  terra  %  ghiòMmi.  Fecero  $eei  maneggio,  acciocché 
Federico  di  Aneéria  detto  re  dei  Somam  venieee  eoUe  eoe 
forae  in  ItaUa  aUa  dietrmaione  dei  Vieconti  dandogli  a  cre- 
dere di  voler  decidere  la  lite  deW imperio  in  euo  /onore: 
e  wiettere  a  Im  in  capo  la  corona.  Mar.,  ian.,  tXX,p.  24. 


CAPITOLO  CLXn. 
Come  la  città  d'Osimo  si  rubellò  alla  Chiesa. 

Ne!  detto  anno  del  mese  d*  agosto ,  messer 
Lippaccio,  ch*era  stato  signore  della  città  d*  Osimo 
della  Marca  e  ribello  della  Chiesa,  colfaiuto  di  quegli 
della  città  di  Fermo  e  d*altrì  ghibellini  della  Marca, 
in  Osimo  ritornò  e  caccionne  la  gente  del  marchese  e 
coir  aiuto  de*  Permani  si  cominciò  grande  guerra  al 
marchese,  e  feciono  rubellare  Fabriano. 

CAPITOLO  CLXm. 

Come  i  Fiorentini  feciono  una  grande  raunata  di 
gente  credendosi  avere  alcuna  terra  di  Castruccio, 

Nel  detto  anno  del  mese  d'agosto,  i  Fiorentini 
subitamente  fedone  raunata  di  venticinque  centinaia 
di  cavalieri  tra  di  loro  gente  e  d'amici,  e  di  quindici- 
mila nomini  d*arme  a  pie.  La  cagione  nullo  sapea, 
se  non  certi  segretari:  dissesi,  ohe  doveano  avere 
una  terra  ovvero  città  di  loro  nimid.  Per  la  qual  co- 
sa i  Pisani  e  *1  signore  di  Lucca,  e  ancora  gli  Areti- 
ni, stettono  in  grande  guardia  e  gelosia,  e  più  con- 
finati mandarono  fuori.  Alla  per  fine  non  potendosi 
compiere  il  trattato,  a  di  9  d'agosto  diedono  commia- 
to a  tutti  i  forestieri,  e  '1  migliore  fu;  e  perchè  di 
ciò  avemo  fatta  menzione,  che  mlii  non  si  scoperse 
la  cagione  del  segreto,  che  di  rado  suole  avvenire 
a' Fiorentini. 

CAPITOLO  CLXIV. 

Come  ambaseiadori  del  dogio  d*  Osterich  feciono  fa^ 
re  Iriegua  in  Lombardia  a  danno  deUa  Chiesa. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  d'agosto,  il 
dogio  d*Osterich,  uno  degli  eletti  re  de' Romani, 
mandò  in  Lombardia  suoi  ambasdadorì  al  legato  del 
papa  per  discusarsi  della  laida  partita  da  Brescia  del 
dogio  Arrigo  suo  fratello,  e  per  fare  trattare  accor- 
do dalla  Chiesa  a* figliuoli  del  capitano  di  Milano; 
e  giunti  loro  in  Milano,  messer  Galeasso  fece  loro 
grande  onore,  e  con  sindachi  del  detto  comune  e  di 
nove  d*  altre  città  di  Lombardia,  ond' erano  signori, 
privilegiaro,  e  ai  diedono  al  detto  dogio  d*Osterich 
acdocchè  gli  acoorduse,  o  difendesse  dalla  forza 
della  Chiesa.  I  quali  ambasdadori  andati  a  Valenza 
al  legato,  feciono  fare  triegua  dall'  oste  della  Chiesa 
a  quella  del  signore  di  Milano,  iofino  a  calen  d' ot- 
tobre vegnente  ;  e  dò  assenti  il  cardinale  per  la  gen- 
te della  Chiesa  eh'  era  assediata  ne'  borghi  di  Basi- 
guano  a  grande  distretta,  i  quali  n*  uscirono  sani  e 
salvi,  lasdando  la  terra  a  guardia  de' detti  ambascia- 
dori:  e  simigliante  ludarono  que*di  Milano  la  rocca 
di  Basignano.  B  fallite  poi  le  dette  triegue,  non  pos- 
sendo  poi  essere  accordo,  i  detti  ambaseiadori  ren- 
derò a  messer  Marco  capitano  dell*  oste  di  Milano  la 
rocca  di  Basignano  e  eziandio  i  borghi,  opponendo, 
che  se  messer  Ramondo  rivolesse  i  borghi,  rimet- 
tesse nella  terra  la  sua  gente  assediata,  e  nello  atato 


ÌGO 


CRONICHE 


eh*  era  quando  si  fecìono  le  trìegue  ;  onde  il  legato 
e  messer  Ramondo  ai  tennono  traditi  e  ingannati 
da'*  detti  anbaaciadori. 

CAPITOLO  CLXV. 

Come  i  Pisani  in  certa  parie  ruppono  la  pace 

a*  Fioreniinù 

Nel  detto  anno  del  mese  di  agosto,  i  Pisani  fe- 
ciono  certe  nuove  gabelle  sopra  loro  legni  e  galee 
che  adducessono  roba  di  franchi  o  portassono,  rac- 
cendo pagare  alla  roba,  rompendo  la  libertà  de*  Fioren- 
tini, e'  patti  della  pace  in  più  guise  sotto  il  detto  co- 
lore. I  Fiorentini  vi  mandarono  ambasciadori,  e  nien- 
te valse,  onde  si  tennono  forte  gravati  da' Pisani 

CAPITOLO  CLXVI. 

Come  i  Fiorentini  racquistaro  il  castello  di 

CaposeholL 

Nel  detto  anno  di  7  di  settembre,  i  Fiorentini 
riebbono  il  castello  di  Caposelvoli  di  Yaldambra,  il 
quale  aveano  tenuto  gli  Aretini  dalla  venuta  dello  *m- 
peradore,  e  rendési  a  patti  per  certi  del  castello. 
Quegli  della  rocca  si  tennono  alquanti  di  attendendo 
soccorso  dagli  Aretini.  1  Fiorentini  vi  cavalcarono 
popolo  e  cavalieri  ;  per  la  quel  cosa  gli  Aretini  non 
ardirono  di  venire  al  soccorso,  e  feciono  rendere  la 
rocca. 

CAPITOLO  CLXVn. 

Come  il  signore  di  Mantova  e  quello  di  Verona  veii- 

nono  a  oste  a  Reggio, 

Nel  detto  anno  1322,  del  detto  mese  di  set- 
tembre, messer  Cane  della  Scala  signore  di  Verona, 
e  messer  Passerino  signor  di  Mantova  vennono  a  oste 
sopra  la  città  di  Reggio  con  millecinquecento  cava- 
lieri, e  quello  guastando,  si  puosono  a  oste  a  uno 
loro  castello  de*  Reggiani  dicendo  di  venire  a  Bolo* 
gna.  I  Bolognesi  temendo  mandarono  per  aiuto  aTio- 
rentini,  i  quali  vi  mandarono  trecento  cavalieri.  Stan- 
do i  detti  a  quello  assedio,  subitamente  si  levarono 
da  oste,  lasciando  i  loro  arnesi,  e  con  danno  d^al- 
quanti  di  loro  gente.  La  cagione  della  subita  partita, 
si  disse  che  fu  per  tema  che  *1  detto  messer  Cane 
ebbe,  che  U  dogio  di  Chiarentana  •  1  conte  di  Go- 
rizia per  comandamento  del  dogio  d'Osterìch  re  de'Ro- 
mani  non  venissono  sopra  Verona  e  Vicenza,  come 
faceano  l' apparecchiamento. 

CAPITOLO  CLXVra. 
Come  nella  città  di  Parma  ebbe  battaglia  trà^ cittadini. 

Nel  detto  anno  1322  di  18  del  mese  di  set- 
tembre, la  città  di  Parma  si  levò  a  romore,  e  si  com- 
batterono insieme  i  cittadini:  delPnna  parte  era  capo 
Orlando  Rosso,  dell'  altra  Gianni  Quirìco  e  V  abate 
di  San  Zeno,  i  quali  dal  detto  Orlando  e  dal  popolo 
di  Parma  furono  scouHUi  e  presi  col  loro  seguito  :  I 


ciò  si  disse  che  fu,  perchè  il  detto  Gianni  Onirico 
trattava  co' Fiorentini  e*  Bolognesi  di  recare  Parma  a 
parte  guelfa  ;  ma  i  più  dissono,  eh*  egli  trattava  di 
dare  la  terra  a  messer  Cane  e  a  messer  Passerino 
suoi  parenti,  e  però  aveano  fatta  la  detta  cavalcata 
sopra  Reggio.  Il  detto  Orlando  Rosso  rimase  signore, 
e  rimise  in  Parma  i  figliuoli  di  messer  Ghiberto  da 
Coreggia. 

CAPITOLO  CLXDL 

Come  i  signori  di  Ratenna  s*uccisono  insieme. 

Net  detto  anno  e  dì,  i  figlinoli  di  messer  Ber- 
nardino da  Polenta  di  Ravenna,  con  trattato  de*Hala- 
testi  signori  di  Rimini,  sì  nccisono  V  arciprete  di 
Ravenna^  loro  cugino  e  consorto,  ch*era  signore  della 
terra,  •  di  qnella  rìmuono  signori. 

CAPITOLO  CLXX. 
Come  gli  usciH  di  Genota  ebbono  AUmgano. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  settembre, 
il  re  Federigo  di  Cicilia  fece  de*  suoi  danari  armare 
in  Saona  diciassette  galee  per  guerreggiare  la  città 
di  Genova  e*l  re  Ruberto,  e  quelle  galee  con  gli 
usciti  di  Genova  e  coli*  aiuto  di  Castmccio  asse- 
diarono Portovenero  per  mare  e  per  terra;  e  poi 
appresso  coir  aiuto  del  marchese  da  Finale  assedia- 
rono la  città  d*Albingino  ohe  teneano  quegli  di  Ge- 
nova. Per  la  qual  cosa  il  re  Ruberto  co*  Genovesi 
d*  entro  armarono  in  Genova  ventnna  galea,  e  in 
Proenza  dodici  uscieri  con  dugento  cavalieri  per  le- 
vare il  detto  assedio.  E  vegnendo  i  detti  uscieri  di 
Proenza,  per  contrario  tempo  non  poterono  porre  i 
cavalieri  in  terra  ad  Albingano,  ma  se  ne  vennero  in 
Genova.  L'armata  delle  diciassette  galee  disarma- 
rono e  lasciarono  P  assedio  di  Portovenero,  ma  per- 
ciò non  lasciarono  quello  d*  Albingano.  I  Genovesi 
per  altra  volta  caricarono  gli  uscieri  di  loro  cava- 
lieri per  porre  ad  Albingano,  e  per  contrario  tempo 
non  poterono  prendere  terra.  Per  la  qual  cosa  la  detta 
terra  di  Albingano  molto  stretta  di  vittnaglia,  e  non 
soccorsa,  s*arrendò  poi  agli  usciti  di  Genova  e  al  mar- 
chese dal  Finale  a  patti,  a  dì  13  di  dicembre  vegnente. 

CAPITOLO  CLXXI. 

Colila  papa  Giovanni  fece  battere  moneta^  fatta 
come  il  fiorino  dforo. 

Nel  detto  tempo  e  anno,  papa  Giovanni  fece  fa- 
re in  Avignone  una  nuova  moneta  d*oro  fiitta  del 
peso  e  lega  e  conio  del   fiorino  d*oro  di  Firenze^ 
senza  altra  intrasegna,  se  non  che  dal  lato  del  giglio 


*  Rinaldo  dft  Polenta,  primo  arcidiacono,  poi  troivaseO' 
To  di  qnella  chiesa.  Egli  teneva  la  signoria  di  Ravenna 
con  Onido  da  Polenta,  il  quale  ^morava  In  Bologna,  ca- 
pitano del  popolo.  Ma  Oatasio  da  Polenta,  signore  di  Cer- 
ria,  avidÌMÌmo  di  dominie,  l'ncciee  a  tradimento,  ed  oe- 
eupò  ia  città. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


281 


dicetno  le  lettere  il  nome  del  papt  GiovanDi  ;  la  qoal 
cosa  gli  fu  messa  a  grande  ripreosione,  a  fare  dis- 
simulare si  falla  moneta  come  il  fiorino  di  Firenxe. 

CAPITOLO  CLXXU. 

Come  il  re  di  Francia  lasciò  la  prima  moglie^ 
e  prese  la  figliuola  che  fu  (T  Arrigo  imperadore. 

Nel  detto  anno  1322  e  mese  di  settembre,  Car- 
lo il  giovane  re  di  Francia,  lasciala  la  prima  sua  mo- 
glie figliuola  che  fu  del  conle  di  Borgogna,  perchò 
si  trovò  in  avolterio,  prese  per  moglie  la  figliuola  che 
fa  dello  ^mperadore  Arrigo  e  scrocchia  del  re  Gio- 
vanni di  Boemia.  Compensò  il  papa  il  detto  malri- 
monio  opponendosi  per  la  petizione,  che  la  madre 
della  prima  moglie  figliuola  che  fu  del  conte  d'Ar- 
tese  aveva  tenuto  a  battesimo  il  detto  re.  Questa 
prova  si  disse  che  fu  falsa,  e  che  alla  contessa  d^Ar- 
tese  il  convenne  assentire  per  iscampare  la  figliuola 
di  morte  :  e  così  del  detto  mese  di  settembre  a  Tresi 
in  Campagna  sposò  la  detta  seconda  moglie  vivendo 
la  prima. 

CAPITOLO  CLXXIU. 

Come  il  re  Ruberto  volle  essere  morto  a  Vignone. 

m 

Nel  detto  anno  e  mese,  il  re  Ruberto  essendo 
colla  corte  di  papa  ad  Avignone  volle  esser  morto  per 
suoi  familiari,  a  petizione  di  messer  Ugo  di  Parìzzo 
di  Borgogna,  per  cagione  che  il  re  gli  contradisse 
n  moglie  la  prenzessa  della  Morea  *,  e  disesi,  eh*  e* 
tiranni  di  Lombardia  e  di  Toscana  di  parte  ghibel- 
lina aveano  procacciato  ciò.  Non  se  ne  seppe  il  ve- 
ro. I  detti  familiari  furono  presi  e  distrutti  ;  intra 
gli  altri  fu  uno  Fiorentino. 

CAPITOLO  CLXXIV. 

Come  i  Fiorentini  rifeciono  Casaglia^  e  ripresono 
le  ville  e  popoli  (f  Ampinana  in  Mugello. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  settembre,  i  Fioren- 
tini feciono  rifare  il  castello  di  Casaglia  sopra  TAl- 
pe,  il  quale  avea  fatto  guastare  il  conte  a  Battifolle 
a  Sinibaldo  Donati,  quand*  era  in  bando  al  tempo  de* 
Bianchi,  e  levarono  uno  passaggio,  che  '1  detto  conte 
vi  facea  ricogliere.  E  in  quello  medesimo  tempo  il 
detto  comune  di  Firenze  riprese  la  signoria  d'un- 
dici popoli  di  più  di  mille  uomini,  i  quali  furono 
sotto  il  castello  d*  Ampinana  in  Mugello,  i  quali  fe- 
deli erano  stati  del  conte  Guido  da  Ragginolo,  e  per 
suo  lascio  succedeano  a*  figliuoli  del  conte  a  Batti- 
folle,  n  comune  di  Firenze  vi  cosava  ragione,  che 
infino  nel  1292  essendo  all'assedio  della  detta  Am- 
pinana, dal  conte  Manfredi  che  v*  era  entro,  la  com- 
perarono tremila  fiorini  d*oro,  e  posseduta  alcuno 
tempo.  Per  la  quel  cosa  in  Firenze  venne  il  conte  Si- 
mone da  Battifolle  e  *1  conte  Buggeri  da  Doadola, 
domandando  al  comune  che  si  commettesse  a  ragio- 
ne la  quistione  in  giudice  comune  ;  non  furono  uditi, 
e  così  si  partirono  male  appagati  da'  Fiorentini. 


CAPITOLO  CLXXV. 

Come  r  eletto  (T  Osterich  fu  sconfitto  da  quello 

di  Baviera, 

Nel  detto  anno  1322,  martedì  a  dì  29  di  set- 
tembre, nella  duchea  di  Baviera  in  Alamagna  fu  gran- 
de assembiamento  e  battaglia  tra  il  re  Federigo  d'O- 
sterich  e  il  re  Lodovico  di  Baviera,  amendue  eletti 
re  de' Romani.  La  quale  battaglia  durò  dal  sole  le- 
vante insino  al  tramontare  ^  perocché  non  v'avea  pe- 
doni, e  combatteano  a  riprese  a  modo  di  torniamen- 
ta  ;  e  fu  sì  aspra  e  sì  dura,  che  più  di  quattromila 
combattitori  a  cavallo  vi  furono  morti  tra  dall'una 
parte  e  dall'  altra,  e  più  di  seimila  cavalli  morti.  Alla 
fine  la  vittoria  e  la  signoria  del  campo  rimase  al  re 
Lodovico  di  Baviera  ;  e  '1  sopradelto  Federigo  re  e 
Arrigo  dogio  d' Osterich  suo  fratello  con  molti  ba- 
roni furono  presi  in  forza  del  detto  re  Lodovico;  e 
quasi  tutta  la  gente  del  re  Federigo  rimasono  tra  morti 
e  presi,  infra'  quali  rimasono  più  di  duemila  cavalieri 
ungari,  che  Carlo  Umberto  re  d' Ungaria  avea  man- 
dati in  aiuto  al  detto  re  Federigo  suo  parente.  Il 
duca  Lupoldro  d' Osterich,  il  quale  venia  con  mille- 
cinquecento cavalieri  a  elmo  in  aiuto  al  fratello,  ed 
era  presso  già  a  quindici  miglia  air  oste,  non  giunse 
a  tempo  alla  battaglia,  perocché  quello  di  Baviera 
sentendo  sua  venuta  aflrettò  saviamente  la  battaglia, 
e  passò  la  riviera.  Il  re  Federigo,  per  isdegno  di 
sua  potenza  e  grandezza,  non  curando  il  nimico  né 
essendo  ordinato  per  lo  modo  detto,  fu  sconfitto  e 
preso. 

CAPITOLO  CLXXVI. 

Come  il  re  d'  Ungheria  venne  sopra  il  re 

di  Rassia, 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  settembre, 
Carlo  Umberto  re  d' Ungheria  con  più  di  ventimila 
Ungari  a  cavallo  corse  sopra  le  terre  del  re  di  Ras- 
sia  in  Ischiavonia,  e  venne  presso  a  Giadra  a  due 
giornate  guastando  il  paese,  per  cagione  che  gli  Schia- 
vi non  lo  ubbidieno  ;  per  la  quale  cosa  si  temette  per 
que'  di  Schiavonia,  e  ancora  per  gli  Viniziani,  ch'e- 
glino non  prendessono  infino  alle  marine.  Alla  fine 
il  detto  re  di  Rassia  fece  le  sue  comandamenta,  e 
ancora  per  la  sconfitta  di  sua  gente  in  Baviera  si  ri- 
tornò addietro  in  Ungaria.  Questo  Carlo  Umberto  fu 
figliuolo  di  Cario  Martello,  che  fu  figliuolo  di  Carlo 
secondo  re  di  Cicilia  e  di  Puglia  ;  e  se  1  padre  non 
fosse  in  prima  morto  che  '1  detto  Carlo  secondo, 
gli  succedea  il  reame,  il  quale  succedette  poi  al  re 
Ruberto  suo  secondo  fratello  ;  ma  però  il  detto  Carlo 
non  ne  fu  mai  contento. 

CAPITOLO  CLXXVH 

Come  gli  Ubaldini  si  diedono  alla  signoria 

de^  Fiorentini. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  d'ottobre,  i  si- 
gnori Ubaldini  per  iscandalo  che  surse  tra  loro,  l'una 

*  La  Glontina:  al  coricate  dtUa  sera. 


263 


CROIflCHB 


parte  e  V  altra  a  gara  insieme,  eglino  e*  loro  fedeli 
si  diedono  alla  signorìa  dd  comune  di  Firenze,  fl 
quale  comune  loro  promise  di  trarre  d*ogni  bando, 
e  feceli  esenti  di  graveue  per  due  anni;  il  quale 
acquisto  fu  di  più  di  tremila  distrettuali  ;  ma  come 
per  addietro  sono  usati,  poco  stettono  fedeli  de^  Fio- 
reatini  per  la  guerra  di  Castrucdo. 

CAPITOLO  CLXXVUL 

Come  meiser  Vergéù  di  Landa  mbeliò  Fiacen%a 
a  maser  Galea$$o  Visconti  di  Milano. 

Nel  detto  anno  1322,  Obixxo  chiamato  Vergiù 
della  casa  di  Landa  ^  Piacenia,  tutto  fosse  ghibel- 
lino, discacciato  di  quella  città  da  messer  Galeasso 
Visconti  di  Milano  signore  di  Fiacensa  per  T  addietro, 
per  cagione  di  rergogna  fatta  per  lo  detto  messer 
Galeasso  aDa  donna  del  detto  Vergiù,  e  ancora  lui 
battuto,  e  toltogli  Ripalta  suo  castello,  si  si  rubellò, 
e  andonne  al  cardinale  legato  per  la  Chiesa.  Ed  es- 
sendo messer  Galeasso  a  Milano,  il  detto  Vergiù  su- 
bitamente con  quattrocento  cavalieri  di  quegli  della 
Chiesa  ìenne  a  Piacenia,  e  per  suoi  amici  d*  entro 
una  porta  gli  fu  aperta,  e  così  con  questa  gente 
entrò  nella  città  a  dì  9  d*  ottobre,  e  corse  la  terra, 
e  di  quella  prese  h  signoria  sansa  contrasto:  fu  fatto 
vicario  per  la  Chiesa,  e  fecesi  fare  cavaliere,  e  cac- 
cionne  Asso  figliuolo  del  detto  messer  Galeasso  che 
n*  era  signore,  e  rimise  in  Piacenia  tutti  gli  nsdti 
guelfi.  Per  la  qual  cagione  ebbe  appresso  in  Lom- 
bardia grandi  commutazioni.  E  del  mese  di  novembre 
venne  il  legato  cardinale  in  Fiacensa,  e  fu  ricevuto 
a  grande  onore:  e  poco  appresso  i  Piacentini  rac- 
quistarono  tutte  le  loro  castella,  che  tenea  la  gente 
di  messer  Galeuso. 

CAPITOLO  CLXXDL 
Di  grande  /brlima  che  fu  in  mare  e  mi  terra. 

Nel  detto  anno  1 322  dì  26  d*  ottobre,  fu  delle 
maggiori  fortune  di  vento  a  greco  e  tramontana  con 
neve  che  si  ricordasse  per  ninno  che  allora  vivesse  ; 
e  fece  maggiori  pericoli  in  mare  di  rompere  navi  e 
galee  e  altri  legni  in  più  partì  del  mondo,  spezial- 
mente nel  golfo  di  Vinegia  :  e  simigliante  fu  in  terra, 
che  in  più  parti  divelse  grandissimi  alberi,  e  ruppene 
innumerabile  quantità,  e  molte  case  fece  cadere  in 
Toscana,  onde  più  genti  ne  morirò. 

CAPITOLO  CLXXX. 
Come  gli  Scotti  sconfissono  gP  InghilesL 

Nel  detto  anno  1322,  ali*  uscita  del  detto  mese 
d*  ottobre,  essendo  il  re  d*  Inghilterra  tornato  di  Sco- 
zia con  sua  oste  con  grande  vergogna  e  dammaggio, 
come  addietro  fa  menzione,  e  essendo  di  là  da  Ver- 
vieh  alla  badia  di  Rivalse,  e  i  suoi  baroni  erano  di- 
morati più  innanzi  alle  frontiere  della  Scozia  per  con- 
trastare gli  Scotti  che  non  passassono,  ed  erano  in 


numero  di  cinquecento  cavalieri  e  tremila  uomini  d  ar- 
me a  piede;  gli  Scotti  gli  assalirò,  e  gì'  Inghilesi  per 
tema  si  ritrassono  in  su  uno  monte  per  essere  forti. 
Gli  Scotti  assediarono  il  detto  monte,  e  ismontati  da 
cavallo  assalirono  gì' Inghilesi,  e  quegli  misono  in 
isconfitta,  e  quui  la  maggior  parte  furono  tra  morti 
e  presi;  intra'  quali  furono  presi  Gianni  di  Bretta- 
gna, il  conte  di  Riccemonte,  fl  signore  di  Sugli  e  più 
altri  baroni  II  re  d'bghilterra,  sentita  la  detta  scon- 
fitta, quasi  solo  con  poca  compagnia  si  fuggì  della 
detta  badia  vituperosamente  \ 

CAPITOLO  CLXXXI. 

Come  messer  Galeasso  Visconti  /W  cacciato 

di  Milano, 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  novembre, 
dopo  la  rubeDazione  che  quegli  di  Piacenza  aveano 
fatta  di  messer  Galeasso  Visconti,  i  nobUi  e  '1  popolo 
di  Milano  veggendosi  scomunicati  e  in  sentenzia  della 
Chiesa  per  la  signoria  di  messer  Maffeo  Visconti  e 
de'  figliuoli,  si  elessono  dodici  de'  migliori  della  città 
grandi  e  popolani,  che  trattassono  accordo  dal  co- 
mune di  Milano  al  legato  cardinale,  i  quali  più  volte 
furono  al  legato  con  volontà  del  capitano  di  Milano, 
promettendo  di  luciare  la  signoria,  acciocché  la  città 
di  Milano  avesse  sua  pace  colla  Chiesa.  La  quale  pro- 
messa fatta  infintamente  per  messer  Galeasso,  non 
volendo  assentire  all'accordo,  si  leVò  a  remore  la 
città  di  Milano  a  petizione  de'  detti  dodici  caporali, 
volendo  che  messer  Galeuso  lasciasse  la  sigaoria, 
come  aveano  promesso  al  cardinale  ;  e  recaro  da  lo- 
ro parte  grande  delle  masnade  de'  Tedeschi  per  un- 
promesse  e  danari  diedono  loro,  e  per  cagione  che 
più  tempo  messer  Galeasso  non  gU  avea  pagati,  e  a 
furore  il  popolo  e'  cavalieri  corsono  al  palazzo  gri- 
dando pace  pace^  e  etra  la  Chiesa,  Messer  Galeasso 
credendosi  riparare  co'  soldati  italiani  e  altri  che  gli 
erano  rimasi,  si  mise  al  contrasto,  e  in  tre  parti  nella 
città  ebbe  battaglia,  e  in  duouna  parte  ebbe  il  peg- 
giore con  danno  di  sua  gente  e  veggendo  che  non 
potea  durare  si  partì  di  Milano  con  poca  di  sua  gente, 
e  andossene  a  Lodi  a  dì  8  di  novembre^  e  della  città 
di  Milano  rimasono  signori  i  detti  dodici,  i  quali  era- 
no messer  Luigi  Visconti  consorto  di  messer  Ga- 
leasso, messer  Giacomino  da  Postierla,  messer  Si- 
mone Crevelli,  messer  Francesco  da  Barbagnano  e  al- 
tri grandi  Cattaui  e  varvassori,  che  non  sapemmo  di 
tutti  il  nome.  Di  questa  mutazione  di  Milano  ebbe 
in  Firenze  grande  allegrezza,  e  fecesene  grande  fe- 
sta e  belle  giostre,  istlmando  ohe  la  guerra  di  Lom- 
bardia avesse  fine.  Ma  se  avessono  saputo  la  muta- 
zione futura  e  contraria  che  fu  assai  di  presso,  e 
quello  danno  che  ne  seguì  a' Fiorentini,  come  innanzi 
si  potrà  vedere,  avrebbono  non  fatta  festa ,  ma  il 
contrario  :  e  però  di  felicità   mondana  non  si  dee 


'  E  poco  maneò  che  non  etdease  priffione  degli  Seoi* 
leai,  che  Io  persegaitaroDo  fino  a  York.  lAngwd,  Star.  Infi. 

'  Ricevatovi  amorevolmente  dai  VesUrinl,  caporali  della 
•eaiont  ghibellina  di  quella  città.    Mm^^  Aji^ 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


363 


r  nomo  troppo  «Hegrare,  né  d^  avrersiià  troppo  tar- 
bare,  perocch'  di*  è  fallace,  e  con  diverse  e  varie 
mutazioDÌ. 

CAPITOLO  CLXXXn. 

Come  Moneta  fa  f^resa  e  corsa  per  quegli 

di  Milano. 

Nel  detto  anno  1322  del  mete  di  novembre, 
estendo  Galeaaao  Visconti  e  svoi  segnaci  cacciati  di  Mi- 
lano, quelli  delk  terra  di  Moncia  con  seguito  d' amici 
di  quegli  della  Torre  feciono  raunanxa  per  venire  a 
Milano*  Per  gli  dodici  rettori  di  MUano  ta  mandato  a 
quegli  di  Moncia  che  cessassono  la  detta  rannata,  pe- 
rocché voleano  riformare  prima  la  città  per  gli  patU 
ordinati  colla  Cniesa  ;  e  di  vero,  tutto  fosse  Galeas- 
so  cacciato  di  Milano,  per  gli  detti  dodici  si  reggea 
la  città  a  parte  d'imperio  e  non  di  Chiesa.  Quegli 
di  Moncia  per  troppa  volontà  disubbedienti,  furono 
assaliti  dalle  masnade  di  Milano  e  dal  popolo,  e  per 
forse  presono  la  terra  e  rubarla  tutta,  e  cacciarne  la 
detta  raunansa  con  danno  di  più  di  dugento  nomini 
morti. 

CAPITOLO  CLXXXra. 

Come  certi  della  casa  de"  Tolomei  feciono  grande 
guerra  nel  contado  di  Siena, 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  dicembre, 
messer  Deo  de'  Tolomei  co*suoi  seguaci  ribelli  di  Sie- 
na, coir  aiuto  e  trattato  del  vescovo  d'Arcuo  e  di 
certi  loro  amici  di  Firenze,  con  danari  e  impromesse 
corruppono  cinque  conestabili  oltramontani  con  loro 
masnade  in  quantità  di  dugento  a  cavallo,  i  quali  e- 
rano  al  soldo  del  comune  di  Firenxe,  i  quali  sansa 
saputa  del  detto  comune  si  partirono  da  Fucecchio 
é  andarne  in  Valdichiane,  e  congiunti  col  detto  mes- 
ser Deo  e  colla  gente  del  vescovo  d'Aresso  e  con 
cento  cavalieri  d*Orbivieto,  presono  il  castello  d'A- 
ninalunga  e  quello  di  Torrita,  e  corsono  per  lo  con- 
tado di  Siena  guastando  e  rubando  senza  nullo  ripa- 
ro; e  facevansi  chiamare  la  compagna,  ed  erano  bene 
cinquecento  cavalieri  e  gente  a  pie  assai  sansa  ordi- 
nato soldo,  vivendo  di  ratto  e  di  ruberia;  per  la  quel 
cosa  in  Siena  n'  ebbe  grande  paura  e  gelosia:  man- 
darono per  soccorso  a*  Fiorentini,  i  quali  vi  manda- 
rono trecento  cavalieri  e  mille  pedoni,  e  '1  capitano 
del  popolo  con  grande  ambasceria  per  trattare  ac- 
cordo, il  quale  da' Sanasi  non  fu  inteso,  temendo  eh  e' 
Fiorentini  in  servigio  di  quegli  della  casa  de'Tolomei 
non  avessono  fatta  ismuovere  la  detta  gente;  ma  fe- 
ciono più  confinati  della  casa  de'  Tolomei  e  di  loro 
amici,  e  fortificarsi  di  soldati  assai,  e  feciono  loro 
capitano  di  guerra  il  conte  Buggeri  da  Doadola  de'con- 
ti  Guidi.  E  stando  la  detta  compagna  nel  contado  di 
Siena,  per  gli  Sanesr  furono  contrsstati  di  guer- 
ra guerriata  non  assicnrsndosi  d'abboccarsi  a  bat- 
taglia, siccome  a  gente  disperata;  e  così  stettono 
latto  il  verno.  Alla  fine  la  detta  compagna  per  più 
difetti  non  possendo  durare  si  partirono  a  di  16  di 
febbraio  1322,  e  sbarattarsi  nella  Marca  e  in  più 
parti,  e  così  per  buona  sofferenza  i  Senesi  rimasero 


liberi  di  quella  affiisione  ;  e  sì  riconobbono,  che  quella 
ismossa  di  gente  non  fu  con  volontà  del  comune  di 
Firenze,  anzi  gli  sbandirono  come  traditori  i  detti 
soldati. 

CAPITOLO  CLXXXIV. 

Come  messer  Galeasso  Visconti  ritornò  in  Milano. 

Nel  detto  anqp  1322  del  mese  di  dicembre,  es- 
sendo i  dodici  rettori  della  città  di  Milano  in  istretto 
trattato  col  legato  cardinale  di  dargli  la  signoria  della 
città  di  Milano,  e  d*  essere  ricomunicati  dalla  Chiesa, 
e  la  maggior  parte  de'  detti  nobili  si  voleano  dare 
liberamente  ;  e  mandati  loro  ambasciadori  e  sindachi 
a  Piacenza  al  cardinale  che  venisse  in  Milano,  la  parte 
de'Visconti  ch'era  rimase  In  Milano,  ond'era  capo  mes- 
ser Lodovico  Visconti,  non  piacendogli  il  detto  ac- 
cordo, mandò  segretamente  a  Lodi  per  Galeasso  Vi- 
sconti e  per  gli  fratelli,  che  venissono  col  loro  isforzo 
alla  terra  ;  e  in  Milano  corruppe  le  masnade  tedesche, 
i  quali  erano  stati  a  cacciare  Galeasso,  che  fossono 
in  suo  aiuto,  e  loro  promise  diecimila  fiorini  d*oro; 
e  '1  detto  Galeasso  venuto  di  notte,  gli  fu  data  e  a- 
perta  la  porta  de'  Sonagli,  e  per  quella  entrò  in  Mi- 
lano sabato  all'alba  del  giorno  1 1  di  dicembre^,  e  corse 
la  terra.  Per  la  qual  cosa  quasi  tutti  i  nobili  di  Mila- 
no eh'  erano  stati  centra  Galeasso  e  al  trattato  della 
Chiesa,  col  loro  seguito  uscirono  di  Milano,  e  poi  il 
detto  Galeasso  si  fece  fere  signore  della  terra  a  grido 
di  popolo,  dì  29  di  dicembre  nel  detto  anno.  E  così 
in  corto  termine  si  cambiò  la  sua  fortuna  per  accre- 
scimento di  maggiori  mali  in  Milano  e  in  Lombar- 
dia per  punizione  de*  peccati,  come  innanzi  faremo 
menzione. 

CAPITOLO  CLXXXV. 

Come  Luis  (T  Unieersa  fu  fatto  conte  di  Fiandra. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  gennaio,  Luis 
d'Universa  figlinolo  del  figliuolo  del  conte  di  Fian- 
dra, fu  fatto  conte  di  Fiandra  con  volontà  delle  buo- 
ne ville  di  Fiandra  per  asseguire  i  patti  della  pace  ; 
messer  Ruberto  di  Fiandra  suo  zio,  volendo  esser  con- 
te egli,  perchè  il  padre  di  Luis  era  prima  morto  che*l 
conte  suo  avolo ,  onde  piato  fu  a  Parigi  dinanzi  al 
re  di  Francia,  e  per  sentenzia  fu  renduto  per  osser- 
vazione dei  patti  della  pace,  che  *1  detto  Luis  fosse 
conte,  e  non  messer  Ruberto. 

CAPITOLO  CLXXXVI. 
Del  grande  freddo  che  fu  in  Italia  e  carestia. 

Nel  detto  anno  1322  del  mese  di  novembre,  e 
dicembre,  e  gennaio,  fu  in  Italia  la  maggiore  vernata, 
e  di  più  nevi  che  fosse  grande  tempo  passato  ;  e  in 
Puglia  fu  sì  grande  secco,  che  più  di  mesi  otto  stette 


La  Qiuntiiui  ha:  del  giamo  12  dicem^e. 


264 


CROmCUB 


ehe  non  yi  piorre,  per  la  qnal  eosa  grandissimo  strug- 
gimento e  carestia  di  tutti  i  beni  fu  nel  paese  ;  e  così 
seguì  quasi  in  tutta  Italia,  speiialmente  in  Pisa  e  in 
Lucca  e  Pistoia,  grandissima  fame  e  carestia,  onde 
tutti  i  poveri  di  loro  contado  fuggirono  per  la  fame  a 
Firenze,  e  in  Firenze  medesimo  fu  caro;  le  due  e 
mezzo  stata  di  grano  uno  fiorino  d*oro. 

CAPITOLO  CLXXXVIl. 

Come  i  Fiorentini  mandarono  loro  genie  in  Lwn^ 

bardia  sopra  Milano. 

Nel  detto  anno  in  caien  di  febbraio,  a  richiesta 
del  detto  papa  Giovanni  i  Fiorentini  mandarono  in 
Lombardia  in  aiuto  del  legato  e  airoste  della  Chiesa 
dugento  cavalieri  con  loro  capitani  e  ambasciadorì,  e 
altrettanti  ne  mandaro  i  Bolognesi,  e*  Parmigiani  cen- 
to, e  i  Reggiani  cento,  e'  Romagnuoli  simigliante, 
per  andare  sopra  la  città  di  Milano,  e  per  abbattere 
i  tiranni  e  ribelli  di  Santa  Chiesa  della  casa  de*  Vis- 
conti. 

CAPITOLO  CLXXXYIIL 

Come  gli  usciti  di  Genova  furono  seonfUti  e  levali 

dair  assedio  di  Genova. 

Nel  detto  anno  1323  a  dì  17  di  febbraio,  es- 
sendo ancora  gli  usciti  di  Genova  ad  assedio  della 
città  ne*  borghi  di  Prea  (come  addietro  fa  menzione, 
stati  allo  assedio  di  Genova  presso  di  cinque  anni  tra 
due  volte  con  piccolo  intervallo)  quegli  della  città 
feciono  uscire  di  notte  delle  masnade  del  re  Ruberto 
centocinquanta  uomini  a  cavallo  e  mille  a  pie  per 
combattere  la  fortezza  del  monte  di  San  Bernardo,  e 
saliti  al  poggio  combatterò  co'nimici,  e  sconftsson- 
gli,  eacciandogli  inflno  alberghi.  Quegli  della  città 
sentendo  la  detta  rotta  uscirono  della  terra  per  la 
porta  delle  Vacche,  e  per  forza  entrarono  ne*borghi; 
e  seguendo  la  detta  caccia  e  sconfitta  racquistarono 
i  detti  borghi  con  tutte  le  fortezze.  B  degli  usciti  fu- 
rono morti  alquanti,  ma  più  presi,  e  guadagnarono 
di  robe  e  avere  eh*  era  ne*  detti  borghi,  più  di  lib- 
bre ventimila  di  genovini,  perocché  gli  usciti  stavano 
ne* detti  borghi  con  loro  famiglie,  e   faceano  farti 
e  mercatanzie  come  nella  città ,  e  quegli  che  scam- 
pare, fuggirono  a  Saona  e  a  Voltri^  per  la  qual  co- 
sa la  forza  degli  usciti  molto  affievolì o ,  e  fu  tenuto 
miracolo  di  Dio,  che   per  piccola  rotta  perderono 
quello  che  per  tutta  la  forza  del  re  Ruberto  e  del 
comune  di  Genova  prima  per  tanto  tempo  non  si  potè 
acquistare. 

CAPITOLO  CLXXXIX. 

Come  il  re  di  Tunisi  caccialo  ricoverò 
la  signoria. 


Nel  detto  anno  e  mese,  il  re  di  Tunisi,  che*l 
giugno  passato  era  stato  cacciato  della  signorìa,  co- 
me addietro  fa  menzione,  racquistò  la  signorìa  e  cac- 


cionie  r  altro.  B  oosl  mostra,  ehe  i  detti  saradni  ab- 
biano piccola  stabilità  in  loro  signorìe,  che  tre  volto 
in  due  anni  mutare  la  detta  signoria  per  dne  re. 

• 

CAPITOLO  CXC. 

Come  la  città  di  Tortona  smarrendo  alla  Chiesa 

e  al  re  Ruberto. 

Nel  detto  anno  1322,  dì  19  di  febbraio,  messer 
Ramondo  di  Cardona  con  cinquecento  cavalierì  e  eoa 
gli  usciti  guelfi  della  città  di  Tortona  in  Lombardia, 
per  trattato  fatto  per  lo  legato  cardinale  entrò  nella 
detta  città,  la  quale  gli  fu  data  da*  cittadini,  e  fatto- 
ne signore  ;  e  la  signorìa  e  masnade  che  v*erano  per 
lo  capitano  di  Milano,  a  pochi  dì  appresso  rendnta  la 
città  del  poggio  colla  rocca,  a  patti  se  n*asciroao 
salve  le  persone,  e  più  castella  del  contado  di  Pavia 
si  renderono  a  messer  Ramondo. 

CAPITOLO  CXCL 

Come  r  oste  di  Milano  furono  sconfitti  da  quegU 
della  Chiesa  in  sul  fiume  (f  Adda. 


Nel  detto  anno  del  mese  di  febbraio,  esseado 
cavalcata  la  cavallerìa  e  P  oste  della  Chiesa  da  Pia- 
cenza in  sul  contado  d!  Milano  nella  contrada  della 
Ghiaradadda  al  cutello  di  Cravazza,  il  quale  si  te- 
neva per  gli  nuovi  usciti  di  Milano,  là  si  trovarono 
tra  soldati  della  Chiesa  e  T  amistà  di  Lombardia  • 
di  Toscana  più  di  duemila  cavalierì  d' arme  e  popolo 
a  pie  usai,  ond*  era  capitano  messer  Castrone  nipote 
del  legato  e  messer  Vergiù  di  Landa.  Messer  Marco 
Visconti  con  ottocento  cavalierì  delle  masnade  dì 
Milano  e  popolo  assai  era  venuto  in  su  la  riva  del 
fiume  d' Adda  alla  viHa  di  Trìnazzo  e  a  Bassano  per 
contrastare  il  passo  alla  detta  oste  della  Chiesa:  av- 
venne che  venendo  (25  di  febbraio  1322)  messer 
Vergiù  di  Landa  con  gli  usciti  di  Milano  con  cin- 
quecento cavalierì,  dilungandosi   alquanto  dell*  oste 
su  per  la  rìva  d*Adda  passarono  il  fiume;  messer 
Marco  con  sua  gente  andò  centra  loro,  e  assaligli 
vigorosamente  per  modo,  che  gli  avea  quasi  sconfitti  ; 
e  già  morto  il  fratello  di  messer  Vergiù,  e  messer  Si- 
monino  Cravelli,  e  messer  Francesco  da  Garbagnana 
usciti  di  Milano  e  più  altrì  ;  1*  altra  oste  della  Chiesa 
eh*  era  in  su  la  rìva,  veggendo  la  detta  battaglia  per 
lo  capitano  e  conestabili  e  insegna  del  comune  di 
Firenze,  eh*  era  messer  Filippo  Gabbrielli  d*Agobbio, 
e  messer  Urlimbacca  Tedesco,  prìma  messi  a  passare 
r  Adda  e  1*  altra  gente  appresso,  con  grande  contra- 
sto de'  nimioi  nel  fiume,  e  alla  rìva  combattendo  vit- 
torìosamente  passare,  e  trovando  la  gente  di  messer 
Marco  sparta  e  travagliata,  gli  misono  in  isconfiKa  ; 
ove  grande  quantità  ne  rìmasoho  morti  e  presi,  e 
fuggito  il  detto  messer  Marco  col  rimase  di  sua 
gente  a  Milano,  1*  oste  della  Chiesa  presono  Trìnazzo 
e  più  ville  e  castella  ;  e  a  dì  27  di  febbraio  pre- 
sono la  terra  di  Moneta  presso  a  Milano  otto  miglia, 
e  incontanente  più  gente  cittadini  uscirono  di  Milano 
a  cavallo  e  a  pie,  e  vennono  alla  detta  oste. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


2C5 


CAPITOLO  CXCIL 

Come  i  Padovani  si  pacificaro  insieme  co*  loro 

usciti. 

Nel  detto  anno  1322  e  mese  di  febbraio,  i 
Padovani,  i  quali  erano  sotto  la  signorìa  del  dogio 
di  Chiarentana,  sì  pacificaro  insieme,  e  rimisono 
io  Padova  tutti  i  loro  usciti  ;  la  quale  cosa  non  sep- 
pono  fare  innanzi,  quand'  erano  in  migliore  e  mag- 
giore stato  e  in  loro  libera  signorìa. 

CAPITOLO  CXCIII. 

Come  Caslruccio  racquislò  certe  castella  di  Garfa- 
gnana  che  gli  erano  fatte  rubellare  per  gli  Fio^ 

rentini. 

Nel  detto  anno  del  mese  di  marzo,  Castruccio 
signore  di  Lucca  fece  oste  sopra  il  castello  di  Lnc- 
chio  in  Garfagnana  che  gli  s'era  rubellato,  e  sopra 
le  terre  della  montagna  di  Pistoia  \  e  quegli  abban- 
donati da*  Pistoiesi,  per  tema  che  Castruccio  non 
rompesse  loro  le  triegue,  mandarono  a  Firenze  per 
aiuto.  1  Fiorentini  per  farlo  spendere  e  consumare, 
TÌ  mandarono  settantacinque  cavalieri  e  quattrocento 
pedoni  per  la  guardia  di  quelle  terre.  Castruccio 
vigorosamente,  non  guardando  alle  nevi  eh*  erano 
grandi  alla  detta  montagna,  assali  in  persona  le  dette 
terre  ch^  erano  sopra  Lucchio  con  suo  seguito  di  ca- 
valierì  a  pie.  Quegli  che  v*  erano  alla  guardia  ab- 
bandonerò i  passi,  e  si  ridussono  alle  fortezze,  i 
quali  poco  appresso  s'arrenderono,  e  salve  le  per- 
sone se  n*  andarono  ;  e  partita  la  detta  gente,  il 
detto  castello  di  Lucchio  fortissimo  si  rendè  a  patti, 
dì  17  di  marzo.  I  Fiorentini  per  lo  soccorso  del  detto 
easteììo  di  Lucchio  trattato  feciono  d' avere  il  ponte 
e  *1  castello  di  Cappiano  in  su  la  Guisciana  :  essen- 
do Castruccio  a  oste  in  Garfagnana,  vi  cavai  caro  le 
cavalUite  e'  soldati  di  Firenze  inflno  a  Bmpoli,  e  non 
vegnendo  fornito  il  tradimento,  si  ritornarono  in  Fi- 
renze con  grande  riprensione  delP  una  impresa  e 
dell'  altra. 

CAPITOLO  CXCIV. 

Come  pace  f^  tra  V  eletto  imperadore  di  Baviera  e 

quello  cT  Osterich, 

Nel  detto  anno  e  mese,  il  re  Lodovica  di  Ba- 
viera eletto  re  de*  Romani  fece  grande  parlamento 
in  Alamagna  di  tutti  i  suoi  baroni,  e  in  quello  si 
fece  r  accordo  da  lui  al  duca  d*  Osterich,  e  trasselo 
di  pregione  sotto  certi  patti  e  saramento  di  non 
chiamarsi  re,  e  di  non  esserli  incontro;  ma  poco 
r  attenne. 

CAPITOLO  CXCV. 

Come  Alessandria  in  Lombardia  si  rendè  al  legato 
del  papa  e  al  re  Ruberto, 

NelPanno  1323  a  di  2  d'aprile,  essendo  stato 
trattato  da  quelli  della  città  di  Alessandria  io  Lom- 


della  Chiesa  e  del  re  Ruberto  ;  e  messer  Ramondo  di 
Cardona  v*  entrò,  e  prese  la  signorìa  con  quattro- 
cento cavalieri,  e  caccionne  quegli  che  v'erano  per 
lo  capitano  di  Milano.  B  in  quegli  giorni  messer 
Arrìgo  di  Fiandra,  maliscaloo  che  fu  dello  impera- 
dore Arrigo,  non  possendo  riavere  la  contea  di  Lo- 
di, che  gli  avea  privilegiato  lo  *mperadore,  e  teneala 
il  capitano  di  Milaflo,  venne  al  servigio  della  Chiesa 
e  del  legato,  il  quale  gli  confermò  per  la  Chiesa 
la  delta  signorìa,  e  prìvilegiò  e  fecelo  capitano  nel- 
Tosle  di  tutti  gli  oltramontani. 

CAPITOLO  CXCVI. 

Come  il  dogio  di  Baviera  eletto  imperadore  mandò 
al  legato  in  Lombardia  che  non  guerreggiasse  le 

terre  dello  "mperio. 

Nel  detto  anno  e  mese  d'aprile,  Lodovico  e- 
letto  re  de*  Romani,  a  richiesta  e  sommossa  de'ghi- 
bellini  di  Toscana  e  di  Lombardia,  per  soccorrere 
il  signore  di  Milano,  mandò  tre  ambasciadori  in  Lom- 
bardia, Bertoldo  conte  di  Niferi  e  Bertoldo  conte 
di....,  e  uno  suo  mastro  scrivano  di  sua  corte,  i  quali 
furono  a  Piacenza  al  legato  cardinale,  a  richiederlo 
e  pregarlo  che  non  gravasse  il  signore  né  la  città 
di  Milano,  perocch' erano  allo  'roperìo.  Il  legato  rì- 
spuose,  che  quando  fosse  imperio  legittimo,  non  s*in- 
tendea  per  la  Chiesa  d*  occupargli  nulla  sua  ragione, 
ma  di  conservarla  e  mantenerla;  ma  che  si  maravi- 
gliava, che  il  loro  signore  volesse  difendere  e  favo- 
rare  gli  eretici;  e  domandò  loro  per  iscrìtto  e  con 
suggelli  il  mandato  eh*  aveano  dal  loro  signore.  Que- 
glino  accorgendosi  che  se  per  iscrìtto  mostrassono 
che  il  loro  re  favorasse  i  ribelli  della  Chiesa,  cadea 
in  indegnazione  di  quella,  incontanente  negare  che 
di  ciò  eh*  aveano  detto  non  aveano  mandato  dal  loro 
signore,  e  chiesono  perdono  al  legato,  e  partirsi  :  e 
r  uno  di  loro  venne  a  Lucca  e  a  Pisa,  e  gli  altrì  an- 
darono a  Mantova  e  Verona  con  loro  ambasciata. 

CAPITOLO  cxcvn. 

Come  la  città  d'Orbino  si  rubella  alla  Chiesa. 

Nel  detto  anno  e  mese  d' aprile,  il  popolo  d'Or- 
bino si  levò  a  remore,  e  cacciarono  della  città  la  si- 
gnorìa che  V*  era  per  lo  marchese  e  per  la  Chiesa, 
per  soperchi  e  incarìchi  che  faceano  loro. 

CAPITOLO  CXCVIIL 

Come  giudice  d*  Arborea  di  Sardigna  si  rubellò  da'* 
Pisani  a  petizione  del  re  d*Araona. 

Nel  detto  anno  e  mese  d'aprìle,  faccendo  il  re 
d' Araona  grande  apparecchiamento  di  navile  e  di 
cavalieri  per  venire  a  prendere  risola  di  Sardigna, 
la  quale  gli  fu  privilegiata  per  papa  Bonifazio  ot- 
tavo, il  comune  di  Pisa,  che  della  detta  isola  tenea- 
no  grande  parte,  avendo  fatta  murare  Villa  di  Chiesa 


bardia   al  legato  cardinale,  sì  renderò  alla  signoria  |  e  più  altre  fortezze,  e  mandatavi  gente  a  cavallo  e 


860 


CROmCHB 


a  pie  il  loro  soldo,  e  a  soldo  di  giadice  d*  Arborea, 
per  oonlrasiare  al  detto  re  d*Araona,  avreDoe  che  '1 
detto  gìudioe,  il  qaale  tenea  ed  era  signore  d*  Are- 
stano e  bene  del  terzo  di  Sardigna,  a  di  1 1  d^aprile 
tradì  i  Pisani,  e  si  mbellò  da  loro  per  trattati  fatti 
da  lui  al  re  d*  Araona,  e  fece  mettere  a  morte  quanti 
Pisani  e  loro  soldati  che  si  trovarono  in  sue  terre, 
e  exiandio  i  Pisani  suoi  familiari  e  soldati.  E  fatto 
questo  malificio,  incontanente  mandò  saoi  ambascia- 
dori  al  re  d' Araona,  che  venisse  per  la  terra.  La 
cagione  del  detto  rubellamento  si  disse  che  fece, 
perchè  i  Pisani  il  trattavano  male,  e  che  quando  il 
detto  giudice  prese  la  signorìa,  i  Pisani  oppuosono 
oh^egti  era  bastardo,  e  convennesi  ricomperare  dal 
comune  di  Pisa  per  avere  la  signorìa  diecimila  fio- 
rìni  d^  oro  sansa  prìvato  costo  de*  cittadini  di  Pisa  ; 
per  la  qual  cosa  poi  non  fu  loro  amico  di  cuore. 

CAPITOLO  CXCDL 

Come  metter  Marco  VitconH  di  Milano  fu  tconfUio 
dalla  genie  della  Chieta. 

Nel  detto  anno  martedì  a  di  19  d'aprìle,  mes- 
ser  Marco  de*  Visconti  si  parti  di  Milano  con  mille 
cavalieri  e  duemila  pedoni,  molto  buona  gente  d^ar- 
me,  per  prendere  e  guastare  il  ponte  da  Vaverì  e 
quello  da  Casciano  sopra  il  fiume  d"  Adda,  acciocché 
vittuagUa  non  potesse  venire  air  oste  della  Chiesa 
eh*  era  a  Monda.  Sentendo  ciò  i  capitani  della  detta 
oste,  messer  Arrìgo  di  Fiandra,  e  messer  Gianni 
della  Torre,  e  messer  Castrone  nipple  del  legato,  e 
messer  Vergiù  di  Landa,  e  messer  Filippo  Gabbrielli 
ospitano  de*  soldati  del  comune  di  Firenze,  con  loro 
masnade  in  numero  di  milledugento  cavalierì  e  da 
tremila  pedoni,  si  partirono  da  Mencia  per  contra- 
stare il  detto  messer  Marco  Visconti  e  sua  gente.  B 
scontratisi  insieme  al  luogo  detto  la  Gargazsnola, 
quasi  in  sul  tramontare  del  sole,  la  battaglia  fu  a- 
apra  e  dura  d*  una  parte  e  d*  altra,  perocché  in  cia- 
acuna  parte  era  la  migliore  cavallerìa  delle  dette  o- 
sti  ;  e  grande  peuo  durò  la  battaglia,  che  non  si  sa- 
pea  chi  avesse  il  migliore.  Alla  fine  Marco  Visconti 
e  sua  gente  furono  rotti  e  sconfitti,  e  di  sua  gente 
a  cavallo  vi  rìmasono  tra  morti  e  presi  intomo  quat- 
trocento, e  rimasonvi  diciassette  bandiere,  sansa  que- 
gli da  pie  in  gran  quantità  ;  e  cavalli  vi  rìmasono 
morti  tra  dell*  una  parte  e  dell*  altra  ottocento  e  piik; 
^  quegli  della  Chiesa  vi  rìmasono  da  venticinque  a 
cavallo  tra  morti  e  presi,  e  uno  Tedesco  conestabile 
de*  Fiorentini  con  tre  altri  conestabili  della  Chiesa 
vi  rìmasono  presi  nella  lunga  caccia;  li  notte  si 
trovare  partiti  da*  suoi  infra*  nimici,  e  furono  ritenuti. 
E  cosi  Marco  Visconti  col  rimanente  di  sua  gente  si 
tornò  a  Milano  '  ;  ma  se  non  fosse  la  notte,  la  detta 
guerra  era  finita,  che  della  gente  di  Marco  Visconti 
pochi  ne  scampavano. 


*  Vogliono  alennì  che  ne  avesMro  U  peggio  qne'  deUa 
Chiesa,  tattoohè  il  Viscontì  si  ritraesse. 


CAPITOLO  ce. 
Come  il  conte  di  Gorisua  morì  per  teleno. 

Nel  detto  anno  i323  il  di  di  calen  ài  maggio, 
il  conte  di  Gorizia  easendo  in  Trìvigi  stato  a  nozze 
e  a  festa,  subitamente  morì  :  dissesi,  che  messer  Ca- 
ne di  Verona  il  fece  avvelenare:  fa  nomo  molto  valo- 
roso in  arme. 

CAPITOLO    CCL 

Come  il  conte  Novello  venne  in  Firewkeper  capitano 

di  guerra. 

Nel  detto  anno  a  di  15  di  maggio,  il  conte  di 
Montescheggioso  e  d*Andrì,  detto  il  conte  Novello, 
venne  da  Napoli  a  Firenze  con  dugento  cavalierì  al 
soldo  del  detto  comune,  e  per  essere  capitano  di 
guerra  de*  FiorentinL 

CAPITOLO  eco. 

Come  grande  tcandalo  fu  nelVotte  della  Chieta  a 

Monda, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  maggio,  grande  scan- 
dalo e  zuffa  fu  nelPoste  della  Chiesa  eh*  era  a  Mon- 
eia  tra*  Tedeschi  e*  Latini,  ove  n*ebbe  morti  più  di 
cinquanta  uomini  di  cavallo;  e  il  figliuolo  di  messer 
Simonino  Crìvelli  con  certi  si  parti  della  detta  oste 
e  si  tornò  in  Milano;  per  le  quali  novità,  e  per  non 
avere  nell*  oste  uno  sovrano  capitano,  grande  sturbo 
fu  alla  detta  oste. 

CAPITOLO  ccm. 

Ancora  di  grande  tcandalo  che  fu  tu  Piacenza  tra 

la  gente  della  Chieta, 

Nel  detto  anno  1323  del  mese  di  msggio,  si- 
mìgliante  fu  nella  città  di  Piacenza  grande  scandalo 
tra*  guelfi  e*  ghibellini,  ed  ebbevi  più  micidii  tra*  cit- 
tadini essendo  la  città  in  arme  e  a  remore;  e  ciò 
addivenne  per  sospetto,  che  messer  Vergiù  di  Lan- 
da era  andato  a  parlamentare  con  messer  Cane  della 
Scala  e  con  messer  Passerino  da  Mantova  sansa  co- 
scienza del  cardinale  legato;  e  tornato  lui  in  Pia- 
cenza, o  eh*  avesse  intenzione  di  rimutare  stato  nella 
terra,  o  si  pentesse  per  animo  di  parte  d*  avere  data 
la  terra  alla  Chiesa,  o  perché  gli  paresse  eh*  e*  guelfi 
avessono  presa  troppa  signoria,  fu  il  cominciamento 
del  detto  scandalo.  E  temendo  il  cardinale,  noandò 
a  Tortona  per  messer  Ramondo  di  Cardona,  il  quale 
vi  venne  con  cinquecento  cavalieri,  e  riformosai  la 
città  a  parte  di  Chiesa,  e  messer  Vergiù  lasciò  la 
signoria,  e*l  cardinale  il  mandò  a  corte  al  papa  per 
ambasciadore,  e  messer  Ramondo  mandò  nell*oste  a 
Monda  per  capitano  generale. 

CAPITOLO  CCIV. 

Come  i  Fiorentini  per  lettere  di  papa  feciono  tfn- 

potia  al  chericato. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  msggio,  per  comes- 
sione  di  lettere  di  papa  Giovanni,  tratte  per  amba- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


367 


•ciadorì  del  cornane  dì  Firente,  i  FioreDUni  impao- 
sono  al  cherìcato  del  reacovado  di  Firenxe  Tenti- 
mila  fiorini  d'  oro  per  aiolo  alle  mura  della  città, 
de'qnali^  con  grande  acandalo  ai  ricolsono  la  metade, 
e  per  bisogno  del  coniane  ai  convertirono  in  altre 
apeae  ;  e  poi  per  lettere  di  papa  di  contramandato, 
per  iatndio  del  veacoyo  e  del  cherìcato,  non  ae  ne 
rìcolaero  più  danaio  per  lo  comnne. 

CAPITOLO  CCV. 

Come  gU  AreHni  feciono  oste  sopra  la  terra  d'Uguc- 

cione  da  Faggiuola, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  maggio,  il  cornane 
d*  Arcuo  e  quello  del  borgo  a  Sansepolcro  con  du- 
gento  cavalieri  e  tremila  pedoni  feciono  oste  aopra 
le  terre  d*  Ugaccione  da  Faggiuola,  perchè  a*  aveano 
fatto  privilegiare  al  re  de*  Romani  il  detto  borgo  e 
Caatiglionaretino  e  più  castella  ;  in  qaella  andata  vi 
ricevettono  danno  e  vergogna.  B  poi  i  detti  figliuoli 
d*  Ugnccione  feciono  lega  co^  guelfi  di  Romagna  e  co* 
conti  Gnidi  guelfi  incontro  agli  Aretini.  Nel  detto 
anno  a  dì  20  di  maggio,  la  notte  vegnente  scurò  la 
lana,  qnaai  le  due  parti  nel  segno  del  Sagittario. 

CAPITOLO  CCVI. 

Come  lunga  triegua  fu  fatta  dal  re  d  Inghilterra 

e  quello  di  Scoria. 

Nel  detto  anno  alfjiscita  di  maggio,  triegua  fa 
fatta  tra  '1  re  d*  Inghilterra  e  quello  di  Scozia  per 
tredici  anni,  la  quale  si  fece'  per  lo  male  stato  ch^a- 
Ten  il  re  d*  Inghilterra  che  per  suo  male  reggimento 
qaaai  tutti  i  baroni  del  paese  V  aveano  abbandonato  *, 
e  come  il  padre  Adoardo  fu  re  di  grande  senno  e 
prodexaa  e  temuto,*  così  questo  Adoardo  suo  figli- 
nolo fo  il  contrario.  Per  la  qual  cosa  Ruberto  di  Brì- 
ato  cavaliere  di  scudo  fattosi  re  delli  Scotti,  peroc- 
eh*  era  nato  d*  una  delle  figliuole  d*  Alepandro  re  di 
Scosia,  colla  sua  gente  a  pie  più  che  a  cavallo  lo 
•confisse,  e  prese  dell*  Inghilterra,  e  in  più  modi 
gli  fece  danno  e  vergogna;  e  per  non  potere  me- 
glio, fece  il  re  d*  loghilterra  la  detta  ontosa  triegua. 

CAPITOLO  ccvn. 

Carne  i  Perugini  tornarono  alT  assedio  di  SpìUeto. 

Nel  detto  anno  ali*  uscita  di  maggio,  i  Perugini 
per  cornane  tornarono  ali*  assedio  della  città  di  Spu- 
lelo,  ove  aveano  loro  battifolli  ;  e  tutto  intorno  asse- 
diarono la  detta  città,  sicché  nullo  vi  potea  entrare 
■è  oadre  aanxa  grande  pericolo. 

CAPITOLO  ccvm. 

Cwne  il  capitano  de^ soldati  friolani,  ch'aerano  co* 
Fiorentini^  .se  »*  andò  a  Castruccio, 

Nel  detto  anno  1323,  avendo  i  Fiorentini  fatta 
ordine  con  loro  amistà  e  con  loro  isforzo  di  fare 
oste  sopra  Castruccio  sigoore  di  Lucca,  e*  Genovesi 


d*  entro  per  terra  e  per  mare  doveano  venire  a  ri- 
chiesta de*  Fiorentini  in  Lunigiana  sopra  quello  di 
Lucca,  e  con  trattato  d*  avere  il  castello  di  Baggiano 
e  altre  castella  di  Valdinievole  ;  il  detto  Castracelo 
non  pigro,  acoperse  i  detti  trattati,  e  dodici  di  Bag- 
giano impiccò,  e  cercò  tradimento  con  Iacopo  da 
Fontanabuona  capitano  de^  soldati  (nolani,  ch*erano 
al  soldo  de*  Fiorentini,  promettendogli  molti  danari; 
il  quale  traditore  sanza  nulla  cagione  dalla  parte  de* 
Fiorentini,  se  non  gli  era  scemato  soldo,  e  partita  sua 
masnada  a  più  bandiere,  e  con  le  sue  masnade  in 
numero  di  dngento  cavalieri,  essendo  in  Fncecchio,  e 
faccendo  vista  di  cavalcare  sopra  i  nimici,  a  di  7 
di  giugno  se  n*andò  a  Lucca,  il  quale  da  Castruccio 
fu  bene  ricevuto.  Per  lo  quale  tradimento  e  partita  i 
Fiorentini  rimasono  molto  sconfortati ,  perocch*  era 
la  migliore  masnada  ch'avessono,  e  sturbò  loro  tutta 
la  detta  impresa. 

CAPITOLO  CCIX. 

Come  Castruccio  fece  oste  alle  castella  di  ValdartM 

di  ponente, 

m 

Incontanente  il  detto  Castracelo  con  sua  gente 
e  co*  detti  Friolani,  e  con  aiuto  di  certe  munade  di 
Pisa,  con  quantità  di  ottocento  cavalieri  e  ottomila 
pedoni,  a  di  13  del  detto  giugno  passò  la  Guisciana 
al  ponte  a  Cappìano,  e  puosesi  a  oste  a  pie  di  Fn- 
cecchio, e  quello  in  parte  guastò  ;  e  poi  fece  il  si- 
migliante  al  castello  di  Santacroce  e  quello  di  Ca- 
stelfranco ;  e  poi  passò  1*  Arno,  e  guastò  a  pie  di 
Montetopoli,  e  poi  tornò  in  su  V  Elsa,  e  guastò  a 
piò  di  Samminiato,  e  tornossi  a  Lucca  con  grande 
ooore,  di  23  di  giugno.  I  Fiorentini  mandarono  per 
loro  amistà  ;  ma  però  non  cavalcarono  contra  il  detto 
Castracelo,  se  non  che  intesono  a  fare  guardare  le 
frontiere;  e  eoa!  quello  eh' aveano  ordinato  di  fare 
a  Castruccio,  per  suo  senno  e  prodezza  fece  a'  Fio- 
rentini con  loro  vergogna. 

CAPITOLO  CCX. 

Come  Nanfus  figliuolo  del  re  d'Araona  andò^  con 
sua  armata  in  su  Pisola  di  Sardigna, 

Nel  detto  anno  1323  a  di  8  giugno,  Nanfus 
figliuolo  primogenito  del  re  d*  Araona  con  armata 
di  settanta  galee,  e  con  più  cocche  e  legni  groaai  e 
sottili  in  numero  di  dugento  vele,  e  con  millecin- 
quecento cavalieri  e  gente  a  pie  grandiaaima  arrivò 
in  Arestano  in  Sardigna,  il  quale  da  gindice  d*  Ar- 
borea fu  ricevuto  onorevolemente,  e  da  tutti  i  Sardi 
come  loro  signore;  e  tutte  le  terre  che  teneano  i 
Pisani  si  rnbellaro,  e  s'arrenderò  al  figlinolo  del  re 
d*  Araona,  salvo  Villa  di  Chiesa  e  Cutello  di  Castro, 
e  Terranuova,  e  Acquafredda,  e  la  Gioiosa  guardia. 
Il  quale  Alfonso  si  mise  ali*  assedio  a  Villa  di  Chiesa 
e  a  Castello  di  Caatro;  e  dimorandovi  tutta  la  detta 
state  e  '1  verno,  di  sua  gente  e  di  quella  de'  Pisani  vi 
morì  in  grandissima  quantità  di  più  di  dodicimila  uo- 
mini; e  però  non  cessò  1*  assedio.  I  Pisani,  del  mese 


268 


CRONICHE 


d*  ottobre  nel  detto  anno,  trinarono  trentadae  galee 
per  levare  la  detta  oste,  e  andarono  ìnfino  nel  golfo 
di  Calieri  ;  incontanente  la  gente  del  re  d*  Araona 
n*  armarono  altrettante  e  trassonsi  fuori  per  combat- 
tere. I  Pisani  non  ai  vollono  mettere  alfa  battaglia,  ma 
ai  tornarono  in  Pisa,  e  disarmarono  con  loro  danno 
e  vergogna. 

CAPITOLO   CCXl. 

Come  messer  Ramondo  di  Cordona  colla  gente  della 

Chieda  e  della  lega  di  Toscana  e  Lombardia  può- 

$e  oste  alla  città  di  Milano. 

Nel  detto  anno  1323  a  dì  11  del  mese  di 
giogno,  messer  Ramondo  di  Cardona,  capitano  ge- 
nerale dell'oste  della  Chiesa,  con  quantità  di  trentotto 
centinaia  di  cavalieri  tra  soldati  della  Chiesa  e  del 
re  Ruberto,  la  gente  del  comune  di  Pirenie,  e  di 
Bologna,  e  di  Parma,  e  di  Reggio,  e  usciti  di  Mi- 
lano, e  con  più  cavalieri  tedeschi  fuggiti  di  Milano, 
e  ancora  de' presi  in  battaglia,  a  cui  il  legato  avea 
fatti  francale  e  rendere  loro  Tarme  e*  cavalli  e  dato 
il  soldo,  e  con  gente  a  pie  innumerabile  si  parti  dalla 
terra  di  Moncia  per  andare  alP  assedio  della  città  di 
Milano.  E  giunti  alla  villa  di  Sesto  presso  di  Milano, 
Galeasso  e  Marco  Visconti  signori  di  Milano  con  lo- 
ro cavallerìa  e  popolo  uscirono  di  Milano  intorno  di 
duemila  cavalieri,  facendo  segno  di  volere  la  batta- 
glia. Messer  Ramondo  ordinate  sue  schiere  franca- 
mente, non  rìfusando  la  battaglia,  si  ristrìnse  verso 
la  città;  quegli  di  Milano  per  sospetto  de' cittadini 
rìmasi  dentro,  o  per  tema  di  soperchi  nimici,  si  rì- 
tornarono  in  Milano  con  danno  e  vergogna  :  messer 
Ramondo  con  sua  gente  pugnando  contra  loro  pre- 
se per  fona  i  borghi  di  porta  Nuova,  e  quello  di 
porta  Lenza,  e  quello  di  porta  Commasina  ;  e  arsi  i 
primi  due  borghi,  e  quello  di  porla  Commasina  s'ac- 
campò con  sua  oste,  a  dì  1 9  di  giugno,  e  quello  af- 
forzando, la  città  molto  strìnse,  e  tolse  1'  acqua  di 
Tesinello,  con  intendimento  di  lasciare  battifolle  da 
quella  parte,  e  al  monastero  di  Santo  Spirìto  da 
porta  Vercellina  che  per  lui  si  tenea,  e  mutare  Toste 
tra  porta  Romana  e  quella  di  Pavia  per  chiudere  al 
tutto  la  città  :  nel  quale  oste  i  Fiorentini,  il  dì  di 
Santo  Giovanni  di  giugno,  feciono  correre  il  palio, 
onde  i  Milanesi  si  recarono  a  grande  disdegno,  e 
poi  ne  feciono  bene  vendetta,  come  innanzi  farà 
menzione. 

CAPITOLO  ccxn. 

Come  la  città  di  Milano  fu  soccorsa^  e  come  Poste 
della  Chiesa  se  ne  parti. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  quegli  di 
Milano  veggendosi  a  mal  punto,  sì  mandarono  per 
soccorso  al  signore  di  Verona,  e  a  quello  di  Manto- 
va, e  alT  altre  terre  ghibelline  di  Lombardia,  e  anco- 
ra agli  ambasciadorì  del  re  Lodovico  di  Baviera  che 
erano  in  Lombardia,  mandando  a  dire,  se  non  dessono 
loro  subito  aiuto,  che  renderebbono  la  città  di  Milano 


al  legata  e  alla  Chiesa.  I  quali  non  osaenrindo  patti 
né  saramenti  fatti  al  legato,  e  promeste  di  non  too- 
correre  i  rìbelli  della  Chiesa,  ti  vi  mandtrono  i  delti 
tmbasciadorì  con  titolo  d*  imperio  con  quattrocento 
loro  soldati.  E  giunti  in  Milano  i  detti  ambasciadorì  e 
cavalieri,  quello  Bertoldo  conte  di  Niferi  della  Magna 
si  fece  flttiziamente  vicario  d*  imperio ,  e  a  metser 
Galeasso  Visconti  fece  lasciare  il  titolo  della  signo- 
rìa, e  rafforzò  lo  stato  della  città  ;  ma  per  ciò  non 
t' ardirò  d*  uscire  a  campo  contra  T  oste  della  Chìeaa, 
la  quale  era  molto  possente.  Appretto,  a  di  20  di 
luglio,  i  detti  signorì  di  Mtntovt  e  di  Verona^  e* 
marchesi  da  Esti,  che  allora  erano  di  loro  lega  con- 
tra la  Chiesa,  mandando  ancora  in  aiuto  di  quello 
di  Milano  cinquecento  cavalieri  e  mille  pedoni  ;  e  pas- 
sando il  fiume  del  Po,  per  trattati  fatti,  credettono 
i  detti  cavalierì  torre  la  città  di  Parma  a  petizione 
della  parte  di  Gianni  Onirico  ;  il  quale  tratUto  sco- 
perto con  dtnno  di  loro,  non  venne  loro  fatto;  e 
credettono  ancora  prendere  Firenzuola,  e  con  danno 
di  loro  si  partirono,  e  andarne  a  Milano.  In  quello 
assedio  di  Milano  trattoti  avea  astai  da  quegli  di 
Milano  a  quegli  dell'oste  della  Chieta,  tutti  coverti 
di  tradimenti  dalT  una  parte  e  dall'  altra  ;  e  creden- 
dosi messer  Ramondo  e  gli  altrì  capitani  delTotte 
della  Chiesa,  con  ispendio  di  moneta  assai  e  grandi 
promesse  trattando  co* Tedeschi  ch'erano  nel  cam- 
po, che  facessono  co' Tedeschi  ch'erano  nella  dtlà, 
che  dessono  loro  T  entrata  della  città,  o  almeno  Tab- 
bandonassono  e  venissono  nel  campo  dalla  loro  parte, 
avvenne  tutto  il  contrario  :  che  dieci  bandiere  di  Te- 
deschi ch'erano  nelT  oste  della  Chiesa  in  quantità 
di  cinquecento  a  cavallo,  tubitamente  si  partirono 
delToste  e  entrerò  in  Milano.  Per  la  qual  cagione, 
e  ancora  perchè  grande  infermeria  si  cominciò  ael- 
T  oste,  gli  usciti  di  Milano  isbigottiti  e  colla  paura 
del  tradimento,  quasi  tutti  si  partirono  delToste  e  ti 
rìtrassono  a  loro  castella  e  alla  terra  di  Mencia. 
Messer  Ramondo  veggendosi  rimase  pur  co*  soldati 
del  re  e  della  Chiesa  e  degli  altrì  comuni,  in  quan- 
tità di  duemilàcinquecento  cavalierì,  si  rìcolse  con 
sua  oste,  e  mise  innanzi  prima  la  salmerìa  e  popolo 
minuto,  dando  battaglia  alla  città  :  colle  schiere  fatte 
si  partì  da  Milano  a  dì  28  di  luglio,  e  se  n*  andò 
a  Moncia  sano  e  salvo,  che  per  sua  levata  quegli  di 
Milano  non  ardirono  d*  uscire  loro  dietro  a  batta* 
glia,  ovvero  per  più  savia  capitaneria.  E  cosi  è  da 
notare,  che  in  ninna  forza  umana  si  può  avere  fer- 
ma speranza,  che  in  sì  piccolo  tempo  sì  possente  e 
vitlorìosa  oste,  come  era  quella  della  Chiesa,  per  gli 
aopraddetti  av\'enimenti  si  partì  isbarattata  dal  detto 
assedio  di  Milano. 

CAPITOLO  ccxni. 

Come  quegli  di  Milano  assediavo  Vaste  della  Ckie$a 
in  Moncia^  ma  levarsene  in  isconfitta. 

Nel  detto  anno  di  8  d'agosto,  quegli  di  Mi- 
lano uscirono  ad  oste  sopra  la  città  di  Moncia  con 
tremila  cavalierì  e  popolo  grandissimo.  In  Mon- 
cia era  messer  Ramondo  di  Cardona  colToste  della 


DI  fflOVANRI  VnXÀOT. 


2tf9 


Chiesa  rìnuiso  con  daemila  aomini  di  caYalIo.  Quivi 
si  paosoDO  ad  assedio,  e  dimoraronvi  infino  al  pri- 
mo dì  d*  ottobre  ;  ed  essendo  nella  detta  oste  gran- 
dissima infermeria  e  mortalità,  e  molta  gente  di 
quella  oste  partita,  uscendo  fuori  la  gente  della  Chie- 
sa a  pie  con  balestrieri  venuti  da  Genova  per  assa- 
lire il  campo,  quegli  dell*  oste  sanza  riparo  di  bat- 
taglia si  partirò  a  pie  e  a  cavallo,  ehi  meglio  e  più 
tosto  si  potè  guarentire;  e  così  rimase  il  campo  e 
tutti  i  loro  arnesi  alla  gente  della  Chiesa.  Poca  gente 
vi  fu  morta  e  presa,  se  non  degl*  infermi,  perchè 
r  assalto  fu  sprovveduto  e  sanza  la  cavalleria,  sicché 
poca  fu  la  caccia  e  tardi,  che  già  i  Milanesi  s'e- 
rano ricolti. 

CAPITOLO  CCXIV. 

(knme  Casiruccio  venne  ad  otte  a  Prato^  e  come  i 
FiarmUmi  ti  cavalcarono^   e  le  novità  che  ne  fu- 
rono in  Firenze, 

Nel  detto  anno  1323,  Castruccio  signore  di 
Loeca  prese  audacia  e  baldanza  della  cavalcata  che 
poco  dìnansi  aveva  fatta  sopra  le  terre  del  Valdarno 
sansa  contrasto  de'  Fiorentini  :  il  dì  di  caien  di  luglio 
subitamente  cavalcò  in  sul  contado  del  castello  di 
Prato,  perchè  i  Pratesi  noa  gli  voleano  dare  tributo 
come  i  Pistoiesi,  e  puosesi  a  campo  alla  villa  d*A- 
inolo  presso  a  Prsto  a  poco  più  d*uno  miglio,  con 
seicentocinquanta  uomini  a  cavallo  e  con  quattro- 
mila pedoni,  con  tutto  si  credesse  in  Firenze  che 
fossero  presso  a  due  cotanti  genti.  I  Fiorentini  in- 
contanente saputa  la  novella^  serrate  le  botteghe  e 
lasciata  ogni  arte  e  mestiere,  cavalcarono  a  Prato 
popolo  e  cavalieri  ìsforzatamente  :  e  ciascuna  arte  vi 
mandò  gente  a  piede  e  a  cavallo,  e  molte  case  di 
Firenze  grandi  e  popolani  vi  manderò  masnade  a  pie 
a  loro  spese  ;  e  per  gli  priori  si  mandò  bando,  che 
qualunque  isbandito  guelfo  si  rassegnasse  nella  detta 
oste  ssrebbe  fuori  d' ogni  bando  ;  il  quale  bando 
non  saviamente  fatto,  ne  seguì  ^  poi  grande  pericolo 
alla  dttà.  Avvenne  poi  appresso,  che  il  dì  seguente 
si  trovarono  i  Fiorentini  in  Prato  millecinquecento 
cavalieri  e  ben  ventimila  pedoni,  che  i  quattromila 
e  pib  erano  isbanditi,  molto  fiera  gente  :  e  ordina- 
rono il  seguente  dì  d*  uscire  a  battaglia  centra  Ca- 
stracelo, e  spianando  le  vie  il  detto  Cestraccio,  la 
mattinn  tra  di  luglio  si  levò  da  campo,  e  con  grande 
panra  de*  Fiorentini,  e  ancora  di  tradimento  de'  Pi- 
stoiesi, si  partì  d'Aiuolo,  e  colla  preda  ch'avea  fatta 
in  ani  contado  di  Prato  passò  V  Ombrone,  e  sanza 
arresto,  e  di  buono  andara  di  galoppo,  si  ridusse  a 
Serravnlle:  e  con  tutto  che  Castruccio  n'andasse  a 
salvamento  per  la  discordia  de' Fiorentini,  fu  tenuta 
la  saa  venata  folle  condotta.  Che  se  i  Fiorentini  a- 
vessono  mandata  di  loro  gente,  come  poteano,  tra 
Serravalle  e  V  oste  di  Castruccio,  a  certo  Castruccio 
e  sua  gente  rimanevano  morti  e  presi;  ma  a  cui 
Dio  vuol  nude,  gli  toglie  il  senno.  I  Fiorentini  rimasi 
in  Prato  con  poca  ordine  e  con  difettnoso  capitano. 


'  L»  •disìont  de*  Gianti  leggt:  /•'  $tguirt. 


e  per  vizio  de*  nobili,  che  non  voleano  vincere  la 
guerra  in  onore  e  stato  di  popolo,  scisma  e  discor- 
dia nacque  nella  detta  oste;  che  il  popolo  tutto  vo- 
lea  seguire  dietro  a  Castruccio,  o  almeno  andare  a 
oste  in  su  quello  di  Lucca,  e'  nobili  quasi  tutti  non 
voleano,  assegnando  loro  ragioni,  ch'era  il  peggio. 
Ma  la  cagione  era,  perchè  parea  loro  essere  gra- 
vati degli  ordini  della  giustizia,  che  non  voleano 
essere  tenuti  l'uno  per  lo  malificio  dell*  altro,  la  qual 
cosa  per  lo  popolo  non  si  accorsentia,  e  per  questa 
cagione  più  dì  stettono  in  quello  errore,  e  mand&r 
rono  a  Firenze  ambasciadori  per  la  diliveragione  ^ 
del  cavalcare  o  tornare  V  oste  in  Firenze.  Consiglian- 
do sopra  ciò  in  Firenze  in  sul  palazzo  del  popolo, 
simigliante  errore  nacque  tra' nobili  e  popolani,  e 
addurando  di  pigliare  partito  di  consiglio  in  consi- 
glio, il  popolo  minuto  ch'era  di  fuori,  cominciando 
da'  pargoli  fanciul  i,  raunandosi  in  quantità  innume- 
rabile di  gente,  gridando  battaglia  battaglia^  e  muO' 
iano  i  traditori^  e  gittando  pietre  alle  finestre  del 
palazzo;  essendo  già  notte,  per  tema  del  detto  re- 
more e  del  popolo,  i  signori  priori  col  detto  con- 
siglio, quasi  per  necessità  e  per  acquetare  il  popolo 
minuto  a  remore,  stanziare  che  l'oste  procedesse. 
Questo  fu  a  dì  7  di  luglio.  E  fatta  la  detU  dili- 
berazione, tonati  gli  ambasciadori  all'oste  a  Prato, 
si  partì  la  detta  oste  di  Prato,  di  9  di  luglio,  con 
mala  voglia  e  infinta  per  gli  nobili,  se  n'andarono 
per  la  via  di  Carmignano  a  Facecchio,  e  giunti  a 
Fucecchio,  sanza  ninno  buono  fara,  od  onora  del 
comune  di  Firenze  :  ma  se  in  Prato  avea  errore  tra' 
nobili  e  '1  popolo  del  cavalcare,  maggiore  fu  a  Fu- 
cecchio di  non  valicare  né  entrare  in  sul  contado, 
di  Lucca.  E  sì  era  cresciuta  Toste  e  crescea  tutto 
di,  che  '1  comune  di  Bologna  vi  mandò  degente  ca- 
valieri, e  '1  comune  di  Siena  altri  dugento  ;  e  ol- 
tre a  quegli  tutti  i  nobili  delle  case  di  Siena  a  ga- 
ra, chi  meglio  potè,  vennono  in  quantità  di  dugen- 
tocinquanta  a  cavallo  molto  bella  gente,  e'Conti  e 
altre  terre  e  e  mici;  onde  Toste  era  sì  possente,  se 
vi  fosse  stato  raccordo,  che  alTassedio  di  Lucca  e 
più  innanzi  poteano  con  salvezza  andare,  che  Castrac- 
elo s'era  ritratto  alla  guardia  di  Lucca  con  grande 
paura,  e  poca  di  sua  gente  mandati  a  guardare  i 
passi  sopra  la.Guisciana.  Ma  sempre  ov'ò  la  discor- 
dia è  il  minore  podere,  tutto  sia  più  gente  ;  e  ancora 
per  difetto  del  non  sufficiente  duca,  il  conte  No- 
vello, che  non  era  capitano  a  conducere  sì  fatto  e- 
sercito,  per  necessità  convenne  tornassono  a  Firenze 
sanza  nulla  fare,  con  grande  onta  e  vergogna  di  loro 
e  del  comune  di  Firenze.  E  oltra  a  questo,  crasoen- 
do  peggio  al  male,  che  certi  nobili  scommossono 
gli  sbanditi,  che  non  sarebbono  dal  comune  tratti 
di  bando,  onde  a  bandiere  levate  vennono  i  detti 
isbanditi  innanzi  alla  città,  credendo  per  forza  entra- . 
re  dentro,  la  sera  di  14  di  loglio.  Sentendo  ciò  il 
popolo,  a  suono  di  campane  s'armò,  e  trassono 
alla  guardia  della  città  e  del  palazzo  del  popolo;  e 
tutta  la  notte  guardare  francamente,  temendo  il  tra- 
dimento dentro  ordinato  per  gli  detti  certi  de'  nobili. 


'  d«lib«raBÌODt. 


«70 


CROmCBB 


CHi  sbiDditi  perdaU  la  fperansa,  e  h  mattina  ve- 
gaente,  dì  20  di  loglio,  tornando  la  cavallerìa  e 
1* altra  oste,  ai  fàggirono  i  detti  isbanditi,  eia  città 
ai  racqoetò.  Avemo  seguito  per  ordine  questo  pro- 
cesso de*  Fiorentini,  perchè  siamo  di  Pirenie  e  fum- 
mo presenti,  e  1  caso  fa  nuovo  e  con  più  contrarìi, 
e  per  quello  seguì  appresso,  per  dare  esempio  ai 
nostri  successori  per  lo  innanzi  d^  essere  pia  franchi 
e  più  interi  e  di  migliore  consiglio,  vogliendo  o- 
Bore  e  stato  della  repubblica  e  di  loro. 

CAPITOLO  CCXV. 

Come  il  vescovo  d*  Are%%o  prese  il  casielio  di 

Rondine. 

Nel  detto  anno,  a  dì  1 7  di  luglio,  a*  arrendè 
il  castello  di  Rondine  al  vescovo  d'Arexao,  e  agli 
Aretini  che  v*  erano  stati  ad  assedio  più  mesL  Stan- 
do que*  d'entro  a  speransa  eh'  e*  Fiorentini  gli  soc- 
oorressono,  non  vollono  fare,  tra  per  non  potere  per 
le  cagioni  di  so  dette,  e  per  non  rompere  pace  a- 
gli  Aretini. 

CAPITOLO   CCXVI. 

Come  Castelfranco  si  rubellò  a'' Bolognesi^  e  coii# 

lo  riebbono. 

Nel  detto  anno,  a  dì  19  di  luglio,  si  rubellò 
per  tradimento  del  signore  di  Modona  Cutelfranco 
da*  Bolognesi,  i  quali  Bolognesi  subitamente  vi  tru- 
SOBO  per  comune;  e  per  lo  sollecito  soccorso,  e 
perchè  quegli  di  Modona  non  v'erano  ancora  giunti, 
raoquistarono  il  castello,  e*  traditori  strussono. 

CAPITOLO  CCXYIL 

Come  dieci  galee  de^  Genovesi  furono  prese  da* 
Turchi  per  tradimenio. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  taglio,  dieci  galee  di 
Genovesi  gaelfl  andarono  in  corso  in  Romania  ru- 
bando amici  e  nimici,  e  presono  tanta  roba,  che  si 
stimava  trecentomila  fiorini  d*  oro,  e  feciono  compa- 
gnia col  carabi  di  Sinopia,  ano  grande  ammiraglio 
di  Turchia;  e  corseggiato  tutto  il  mare  maggiore, 
tornati  al  porto  di  Sinopia,  per  quello  ammiraglio 
nobilemente  ricevuti,  e  fatta  gran  fe^ta  e  conviti  per 
trarli  a  terra,  e  dato  loro  uno  ricco  desinare,  al  le- 
vare delle  tavole  gli  fece  assalire  a*  suoi  Turchi,  e 
uccidere  e  prendere,  e  simigliante  le  galee  e  la  roba 
eh*  era  in  porto  ;  e  così  perderono  1*  avere  male  ac- 
quistato, e  le  persone  :  che  delle  dieci  galee  e  di  tutta 
la  ciufma  non  iscamparono  che  tre  galee  ;  e  rima- 
sonvi  quaranta  e  più  de*  maggiori  nobili  di  Genova, 
e  bene  millecinquecento  altri  per  lo  tradimento  del 
detto  Saracino. 

CARTOLO  CCXVUL 

Come  Santo  Tommaso  d*  Aquino  fu  canoni%%ato 

da  papa  GiovannL 

Nel  detto  anno  1323,  ali*  uscita  di  luglio,  per 
lo  sopraddetto  papa  Giovanni  e  per  gU  suoi  cardi- 


nali appo  Vignone,  fa  canonkiato  per  Santo  frate 
Tommaso  d*  Aquino  dell*  ordine  di  San  Doaieaico, 
maestro  in  divinità  e  in  filosofia,  e  uomo  eccellen- 
tissimo di  tutte  scienze,  e  che  più  dichiarò  le  lacre 
scritture  che  uomo  che  fosse  da  Santo  Agostino  in 
qua,  il  quale  vivette  al  tempo  di  Cario  primo  re  di 
Cicilia.  E  andando  lui  a  corte  di  papa  al  concilio  t 
Leone,  si  dice,  che  per  uno  fisiziano  del  detto  re, 
per  veleno  gli  mise  in  confetti,  il  fece  morire,  cre- 
dendone piacere  al  re  Cario,  perocch*  era  del  lignag- 
gio de*  signori  d*  Aquino  suoi  ribelli,  dubitando  che 
per  lo  suo  senno  e  virtù  non  fosse  fatto  cardinale; 
onde  fu  grande  dammaggio  alla  chiesa  di  Dio  :  norì 
alla  badia  di  Possanuova  in  Campagna.  B  quando  venne 
alla  sua  fine,  prendendo  corpus  Domini,  fece  qnesti 
santa  orazione  con  grande  divozione  :  Ave^  proeHasi 
meoe  redemptionis  ;  aee,  viaticum  wuae  peregnee- 
tionis;  ore,  praemhun  futurae  vitae^  in  cuius  vuum 
commendo  animam  et  spiritum  meum  :  e  passò  in 
Cristo. 

CAPITOLO  CCXIX. 

Di  grande  novitade  cA*  ebbem  Ftren%e  per  cagione 

degli  sbandiiL 

Nel  detto  anno  e  tempo,  essendo  gli  sbanditi 
di  Firenze,  i  quali  erano  stati  nelf  oste  a  Prato  e  a 
Fucecchio,  in  isperanza  d* essere  ribanditi  perla  pro- 
messa loro  fatta  e  per  lo  bando   mandato  per  gli 
priori,  non  si  trovò  via  per  gli  forti  ordini  chepo- 
tessono  essere  ribanditi.    Per  la  quel  cosa  otto  di 
loro  caporali,  eh*  erano  in  Firenze  a  sicurtà  per  sol- 
lecitare d*  essere  ribanditi,  veggendo  che  la  loro  ape- 
ranu  era  fallita,  sì  ordinerò  congiurazione  e  tradi- 
mento nella  città  col  favore  di  certi  nobili  delle  case, 
ond*  erano  di  quegli  Isbanditi;  e  la  notte  di  Santo 
Lorenzo,  dì  10  d*  agosto  1323,  vennero  alle  porte 
della  città  da  più  parti,  in  quantità  di  sessanta  a  ca- 
vallo e  più  di  millecinquecento  a  pie,  con  iscuri  ai- 
sai  per  tagliare  la  porta  che  va  verso  Fiesole.  Sen- 
tendosi la  sera  a  tardi  la  venuta,  non  per  cerio,  ms 
per  alcuno  indizio,  la  città  fu  ad  arme  e  in  grande 
tremore,  dubitandosi  il  popolo  non  tanto  degli  sban- 
diti di  fuori,  che  piccolo  podere  em  il  loro  alla 
potenza  della  città,  quanto  di  tradimento  dentro  ai 
facesse  per  gli  grandi.  Per  la  quel  cosa  la  città  ai 
guardò  la  notte  con  grande  sollecitudine,  e  per  la 
buona  guardia  nullo  s*  ardì  a  scuoprìre  dentro  il  tra- 
dimento. Gli  sbanditi  eh*  erano   dì  fuori,  veggendo 
la  grande  guardia  e  luminare  sopra  le  mura,  e  che 
nullo  rispondea  loro  dentro,  si  partirono  in  più  parti, 
e  così  per  la  grazia  di  Dio  e  di  mesaer  Santo  Loren- 
zo iscampò  la  città  di  Firenze  di  grande  pericolo  e 
rivoluzione;  che  di  vero  si  trovò,  ohe  doveano  cor- 
rere la  città  e  ardere  in  più  parti,  e  rubare  e  fare 
micidii  in  usai  buoni  uomini,  e  abbattere  1*  ufficio 
de*  signori  priori  e  gli  ordini  della   giostisia,  che 
sono  contra  i  nobili,  e  tutto  fl  padfloo  stato  della 
città  sowertere;  e  cominciato  per   gli  abanditi  il 
male,  quasi  tutti  i  nobili  doveano  eaaere  con  loro  per 
disfare  fl  popolo.  E  così  si  trovò  ;  ma  perchè  V  opera 


DI  GIOVANNI  VILLANT. 


971 


era  gnrt  a  panire,  tanti  n*  erano  colpevoli,  si  ri- 
male di  fare  giustisia  per  non  peggiorare  fUto,  chè^ 
fona  setta  e  parte  del  popolo,  i  quali  non  reggeano 
la  città,  Toleano  pure  che  giustizia  si  facesse,  per- 
chè si  volgesse  stato  nella  città.  Quelli  che  reggeano, 
perchè  scandalo  non  crescesse  onde  nascesse  muta- 
lione  nella  città,  sì  la  passarono  il  piiì  tamperatamenta 
che  poteano.  Ed  essendo  alla  fine  opposto  per  la  fama 
del  popolo  e  per  gli  più  caporali  de*  nobili,  ch'aves- 
sono  acconsentito  alla  detta  congiura,  a  messer  Ame- 
rigo Donati,  a  messer  Tegghia  Prescobaldi,  e  a  messer 
Lotteringo  Gherardini,  ma  non  si  trovò  nullo  eh*  ac- 
cusasse; ma  nel  consiglio  de*  priori  e  del  popolo 
per  dicreto  convenne  ciascuno  in  polizze  scrìvesse, 
chi  gli  parca  fosse  colpevole  :  trovossi  per  gli  più  i 
tre  cavalieri  nomati;  che  fu  nuova  legge,  e  modo.  I 
quali  tre  cavalieri  dinunziati  per  lo  modo  e  sorte  che 
detto  avemo,  essendo  richiesti  per  messer  Hanno 
della  Branca  d*  Agobbio,  allora  podesta,  a  sicurtà 
privata  di  loro  persone,  comparirò  e  confessarono, 
che  sentirono  il  trattato  ma  non  vi  si  legare  ;  ma 
perchè  noi  palesarono  a-priori,  furono  condannati 
ciucnno  in  libbre  duemila,  e  a*  confini  per  sei  mesi 
ftiorì  della  citta  e  contado  quaranta  miglia.  Per  molti 
ai  lodò  di  passarla  per  questo  mezzo  per  non  cre- 
scere scandalo  nella  città  ;  e  per  molti  si  biasimò,  che 
giustizia  non  si  fece  de^  detti  e  di  molti  nobili,  che 
sidioea  che  v^aveano  colpa  alla  detta  congiurazione. 
B  per  questa  novita  e  per  fortificare  il  popolo,  a  di 
37  d'agosto  1323  si  diedono  cinquantasei  pennoni 
della  'nsegna  delle  compagnie,  tre  per  gonfalone  e 
tali  quattro,  e  così  a  quegli  della  setta  che  non  reg- 
geano come  a  quegli  che  reggeano,  mischiatamente; 
e  tutti  i  popolani  a  sesto  a  sesto  si  congregarono 
insieme,  e  premisene  d^  essere  a  una  concordia  alla 
difensione  del  popolo;  per  la  qual  cagione  poi  nac- 
que mutazione  in  Firenze,  e  si  creò  nuovo  stato,  co- 
me innanzi  farà  menzione* 


CAPITOLO  CCXX. 

• 

Come  Coitruccio  guastò  le  castella  di  Valdarno 

di  sotto. 

Nel  detto  nono,  a  di  24  d*  agosto,  essendo  per 
quegli  del  castello  di  Montopoli  fatta  preda  e  danno 
a  quegli  del  castello  di  Marti,  Castruccio  signore  di 
Lucca  a  richiesta  de^  Pisani  mandò  trecento  cava- 
lieri, e  fece  guastare  le  vigne  di  Montopoli  e  ciò 
che  v'  era  scampato,  eh*  egli  non  avea  guasto  quando 
vi  fu  a  oste  ;  e  simiglianto  feciono  a  Castolfranco  e 
a  quello  di  Santa  Croce  sanza  ninno  contrasto  o  soc- 
corso delle  masnade  de*  Fiorentini,  eh*  erano  in  mag- 
giore quanlita  di  cavalieri  in  Valdarno,  onde  fu  grande 
vergogna  a*  Fiorentini.  E  tutto  ciò  awenia  per  le 
divisioni  della  citta. 


La  edisbDfl  de'  Giunti  ìeggùi  eoniuUochk 


CAPITOLO  CCXXL 

Come  quegli  di  Bruggia  in  Fiandra  presono  e  arsono 

il  porto  delle  Sckiuse. 

Nel  detto  anno  e  mese  d*  agosto,  essendo  qni- 
stione  tra  *1  conte  di  Fiandra  e  quegli  di  Bruggia  col 
conta  di  Namurro  suo  zio,  il  quale  tenea  la  villa  e*i 
porto  delle  Schiuse,  e  quella  terra  era  molto  cre- 
sciuta ^  moltiplicata  per  lo  buono  porto;  il  detto 
conte  di  Fiandra,  ciò  fu  il  giovane  Luis,  con  quegli 
di  Bruggia  andarono  ad  osto  sopra  le  dette  Schiuse, 
e  per  forza  V  acquistare,  e  uoeisono  e  presono  gente 
assai,  e  U  conto  di  Namurro  fu  preso  ;  e  poi  rubarono 
e  arsono  la  detta  villa  e  porto,  che  v*  avea  più  di 
millecinquecento  abitanti  sanza  i  forestieri  navicanti. 

CAPITOLO  CCXXU. 

D^uno  vento  pestUenùoso  che  fu  in  Italia 

e  ffi  Francia, 

Nel  detto  anno  1823,  ali*  uscita  d*  agosto  e 
ali*  entrar  di  settembre,  fu  uno  vento  a  favognano, 
per  lo  quale  ammalarono  di  freddo  con  alquanti  dà 
con  febbre  e  dolore  di  testa  la  maggiore  parto  degli 
uomini  e  delle  femmine  in  Firenze:  e  questa  pesti- 
lenza fu  generale  per  tutte  le  citta  d*  Italia,  ma  poca 
gente  ne  morì  ;  ma  in  Frandn  ne  morirono  assai. 

CAPITOLO  CCXXUI. 

Come  quegli  di  Bergamo  furono  sconfitti  da  genie 

della  Chiesa. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  settembre,  gente  di 
Bergamo  in  buona  quantita  a  cavallo  e  a  pie,  ve- 
gnendo  in  servigio  di  que*  di  Milano  alfoste  e  as- 
sedio eh*  era  a  Mencia,  per  la  gente  della  Chiesa 
furono  scontrati  e  sconfitti,  e  rìmasonne  tra  morti 
e  presi  cinquecento  e  più. 

CAPITOLO  CCXXIV. 

Come  i  mercatanti  emiatom  sconfissono  gF  Inghilesi 

in  mare. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  settembre,  essendo 
partite  setto  galee  de*  Yiniziani  di  Fiandra  carìche  di 
meroatanzia,  trentaqualtro  cocche  d*  Inghilesi  1*  assa- 
lirò per  rubare,  le  quali  galee  francamente  difenden- 
dosi, quelle  cocche  sconfissono,  e  presonne  dieci,  e 
uccisonvi  molti  Inghilesi. 

CAPITOLO  CCXXV. 

Come  I  Fiorentini  perderono  il  castello  della 
Trappola  con  loro  vergogna. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  settombre,  il  castello 
della  Trappola  in  Valdarno,  il  quale  teneano  i  Pazzi, 
si  diede  a*  Fiorentini  :  mandovvisi  per  lo  comune  di 
Firenze  gente  e  guernimento  ;  e  stando  a  sicurta  con 


are 


CRONICHE 


mala  guardia  quegli  che  t"  erano  entro  rivolti,  a*  Pazzi 
e  libertini,  per  tradimento  diedero  fentrata  del  castel- 
lo ',  e  quanti  guelfi  vi  trovarono  in  su  le  lettr  gli  uc- 
dsono,  in  numero  più  di  quaranta  gagliardi  fanti  di 
Castelfranco.  Sentendo  ciò  i  Fiorentini,  vi  mandarono 
dugento  cavalieri  e  pedoni  assai.  Quegli  eh*  erano 
nella  Trappola  per  tema  se  ne  partirò,  e  rubarono 
il  castello  e  misonvi  fuoco,  e  ridussonsi  nel  castello 
di  Lanciolina.  La  gente  de*  Fiorentini  seguendogli, 
gli  assediarono  nel  detto  castello  per  più  giorni; 
poi  i  Pazzi  e  Ubertini  con  gli  Aretini  isforzatamente 
con  più  di  dugento  cavalieri  e  popolo  assai  vennono 
al  soccorso  ;  per  la  qual  cosa  la  gente  de*  Fioren- 
tini tanza  attendere  se  ne  partirono  dair  assedio,  e 
con  grande  vergogna  se  ne  tornarono  a  Firenze. 

CAPITOLO  CCXXVL 

Come  il  vescovo  cT  Are%%o  ebbe  la  città  di  Castello 

por  tradimento. 

Nel  detto  anno,  a  dì  2  d'ottobre,  signoreg- 
giando la  città  di  Castello  messer  Branca  Guelfucci 
a  guisa  di  tiranno,  e  i  più  de'  migliori  guelfi  cacciati 
della  terra,  certi  di  quegli  che  v^  erano  rimasi  popo- 
lani sì  feciono  trattato  col  vescovo  d*  Arezzo  per 
cacciare  messer  Branca,  il  quale  vi  mandò  trecento 
nomini  a  cavallo  con  Tarlatino  suo  fratello.  E*  detti 
traditori  gli  diedono  la  notte  una  delle  porte,  e  come 
gli  Aretini  furono  dentro,  co*  figliuoli  di  Tano  da 
Castello  degli  Ubaldini  e  più  altri  ghibellini,  corsono 
la  terra,  e  per  forza  ne  cacciarono  il  detto  messer 
Branca,  ed  eziandio  tutti  quegli  guelfi  che  aveano 
loro  data  la  terra,  e  ben  quattrocento  altri  guelfi 
caporali,  e  in  tutto  si  riformò  a  parte  ghibellina. 
Per  la  qual  cosa  i  Perugini,  e  Agabbini,  e  Orbitani, 
«  Senesi,  e  Bolognesi,  e  conti  Guidi  guelfi  mandarono 
ciascuno  a  Firenze  loro  ambasceria,  e  in  Firenze  fer- 
marono taglia  di  mille  cavalieri,  e  capitano  il  mar- 
chese da  Yaliana  per  guerreggiare  la  città  di  Castello 
e  *1  vescovo  d*  Arezzo.  E  fermarono  compagnia  di 
tremila  cavalieri  per  tre  anni  a  richiesta  del  capitano 
della  taglia,  che  ì  terzo  e  più  ne  toccò  a'  Fiorentini. 
Piuvicossi  la  detta  compagnia  in  Firenze  in  Santo 
Giovanni  a  di  21  di  marzo  1323. 

CAPITOLO  ccxxvn. 

Come  il  papa  scomunicò  Lodovico  di  Baviera  eletto 

imperadore. 

Nel  detto  anno  1323,  a  jdì  8  d'ottobre,  papa 
Giovanni  sopraddetto  appo  Vignone  in  Pioenza,  in 
pubblico  concestoro  diede  sentenza  di  scomunicazio- 
ne contra  Lodovico  dogio  di  Baviera,  il  quale  si  dicea 
re  de*  Romani,  perocch*  avea  mandato  aiuto  di  sua 
gente  a  Galeasso  Visconti  e  a' fratelli  che  teneeno 
la  città  di  Milano  e  più  altre  città  di  Lombardia  con- 


'  Vo  col  meglio  della  Gìuntinft:  il  testo  Dayanzati  qai 
legge:  quegli  che  v* erano  entro,  i  Pazzi  e  Uhertinif per  tra- 
dimento fu  Ivro  data  Ventrata  del  cattello. 


tra  la  Chiesa,  opponendogli,  che  non  gli  era  licito 
d' usare  1*  ufficio  dello  imperio  inftnochè  non  fosse 
approvato  degno  e  confermato  per  le  Chiesa,  dan- 
dogli termine  tre  mesi,  eh*  egli  dovesse  svere  rì- 
nnnziata  la  sua  elezione  dello  imperio,  e  personal- 
mente venuto  a  scusarsi  di  ciò,  eh'  avea  favoreggiati 
gli  eretici  e  scismatici  e  ribelli  di  Santa  Chiesa:  e  pri- 
vò tutti  i  cherìci  ohe  al  detto  Lodovico  dessono  con- 
siglio aiuto  0  favore,  se  disubbidisse.  Il  quale  Lode- 
vico  com*  ebbe  il  detto  processo,  con  savio  eonsigtio 
appellò  al  detto  papa  o  ano  successore  e  al  concilio 
generale,  quando  egli  fosse  alla  sedia  di  San  Pietro 
a  Roma;  e  mandò  a  corte  grande  ambascerìa  di  pre- 
lati e  d*  altri  signori  scusandosi  al  papa,  e  facendo 
promettere  di  non  essere  contra  la  Chiesa  ;  onde  gli 
fu  prolungato  il  termine  tre  altri  mesi,  e  secondo  che 
adoperasse,  così  si  procederebbe  contra  luL 

CAPITOLO  ccxxvm. 

* 

D'una  grande  tempesta  che  fa  nel  mare  maggiore. 

Nel  detto  anno  e  mese  d*  ottobre,  fu  si  grande 
tempesta  nel  mare  maggiore  di  là  da  Costantinopoli 
che  bene  cento  legni  grossi  vi  perirò;  onde  fa  gran 
danno  a*  mercatanti  di  Yinegia  e  di  Genova  e  di  Pi- 
sa e  ancora  de*  Greci,  che  molto  avere  e  mercatu- 
aia  e  gente  vi  si  perderò. 

CAPITOLO  CCXXIX. 

Di  novità  che  fitrono  in  Firense  per  cagione  degH 

ufici  e  delle  sette. 

Nel  detto  anno,  ali*  uscita  d*  ottobre,  i  priori  e 
gonfalonieri  che  allora  erano  alla  signoria  di  Firen- 
ze, e  erano  de*  maggiori  popolani  della  città,  pre- 
sono balia  di  fare  priori  per  lo  tempo  avvenire,  e 
feciongli  per  quarantadue  mesi  avvenire,  e  mischia- 
rono della  gente  che  non  avea  retta  la  terra  dal  tem- 
po del  conte  da  Battifolle  infino  alloia,  due  in  tre  per 
uficio  di  priorato,  per  mostrare  di  raccomunare  li 
terra  per  le  novità  degli  sbanditi  ch'erano  state  Ta- 
gosto  dinanzi,  e*  detti  eletti  priori  mìsono  i  bossoli  ' 
ordinati  di  trargli  di  due  in  due  mesi  ;  onde  poi  nac- 
que novità  innanzi  che  finisse  1*  anno,  come  innanzi 
farà  menzione. 

CAPITOLO  CCXXX. 

Come  Castrucdo  volle  pigliare  Pisa  per  tradimento* 

Nel  detto  anno  1323,  a  dì  24  d*  ottobre,  si 
scoperse  in  Pisa  nno  tradimento  ch^avea  ordinato 
Cutmccio  signore  di  Lucca  con  messer  Botto  Ma- 
lepa  de' Lanfranchi  e  con  quattro  conestabili  tede- 
schi di  fare  uccidere  il  conte  Nieri  e  *1  figlinolo  e  più 
altri  che  reggeano  la  città,  e  correre  la  terra,  e  dare 
la  signoria  a  Castruccio  ;  per  la  qual  cosa  fu  tagliata 
la  testa  al  detto  messer  Botto,  e  presi  i  detti  cone- 


'  La  GianttDa  legge:   mitono  in  ho99oU. 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


273 


ttabiìi,  e  cacciata  la  loro  gente  ;  e  d^  allora  innanzi  il 
conte  con  quegli  che  reggeano  in  Pisa»  si  palesa- 
rono nimici  di  Castruccio,  e  feciono  dicreto  che  chi 
r  uccidesse  avesse  dal  comune  di  Pisa  diecimila  fio- 
rini d' oro,  e  tratto  d*ogni  bando.  Qaesto  tradimento 
scoperse  ano  de^  Guidi  e  Bonirazio  de'  Cerchi  rubelli 
di  Firenze,  che  dimoravano  in  Lucca  e  in  Pisa  ;  e 
guadagnarne  danari  da'  Pisani. 

CAPITOLO  CCXXXI. 

Come  la  gente  della  Chiesa  ebbono  danno  a 
Carrara  in  Lombardia, 

Nel  detto  anno  e  mese  d' ottobre,  essendo  nel- 
la villa  di  Carrara  nel  contado  di  Milano  trecento 
cavalieri  di  quegli  della  Chiesa,  messer  Marco  con 
cinquecento  cavalieri  di  Milano  subitamente  assali  la 
detta  villa  ;  quella  poco  forte  e  male  fornita,  abban- 
donata da'  soldati  della  Chiesa,  presono  e  rubarono 
e  arsono  con  alcuno  danno  de'  nimici,  partendosi  la 
gente  della  Chiesa  in  isconfitta.  B  poi  nel  detto  anno 
a  di  12  di  novembre,  il  detto  messer  Marco  Vi- 
sconti con  millecinquecento  cavalieri  venne  all'  as- 
sedio alla  rocca  e  ponte  di  Basciono  in  su  il  fiume 
d' Adda,  il  quale  era  molto  bene  fornito  di  vittuaglia 
e  di  gente  per  la  Chiesa.  Non  avendo  soccorso  da 
messer  Ramondo  e  dalla  sua  gente  ch'erano  a  Gar- 
gazzuola,  vilmente  s"*  arrenderò,  e  chi  dice  per  mo- 
neta; che  n'era  capitano  uno  oltramontano.  E  torna- 
to messer  Marco  in  Milano,  dissensione  nacque  tra 
la  sua  gente  dagli  Alamanni  di  sopra  a  quegli  di  sotto, 
cioè  di  Valdireno,  per  invidia  che  quegli  di  Soavia 
erano  più  di  presso  al  signore,  e  meglio  pagati  ;  e 
ben  cinquecento  a  cavallo  se  ne  partirono,  e  parte 
se  n'  andarono  in  Alamagna,  e  parte  vennono  nel- 
r  oste  della  Chiesa  sotto  la  bandiera  di  messer  Ar- 
rigo di  Fiandra.  Di  questo  è  fatta  menzione  per  la 
poca  fede  de' Tedeschi. 

CAPITOLO  CCXXXU. 

Come  il  popolo  mimtto  di  Fiandra  si  rubellarono 
conlra  %  nobili^  e  distrussongli. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  novembre,  il  popolo 
minuto  del  Franco  di  Bruggia,  in  Fiandra,  cioè  i  pae- 
sani d' intorno  a  Bruggia,  si  rubellarono  cóntra  i 
nobili  della  contrada,  e  feciono  uno  capitano,  il  quale 
appellavano  il  Conticino,  e  a  furore  corsono  il  pae- 
se, e  arsono  e  guastarono  tutti  i  manieri  e  fortez- 
ze de'  nobili,  e  molti  ne  presono  e  incarcererò.  E  la 
cagione  fu,  perchè  i  nobili  li  gravavano'  troppo  della 
taglia  eh*  aveano  a  pagare  per  la  pace  al  re  di  Fran- 
cia ;  e  crebbe  tanto  la  detta  congiura,  [che  contami- 
narono tutto  il  paese  di  Fiandra,  e  non  ubbidieno  il 
conte  di  Fiandra  loro  signore  ;  e  alla  fine,  a  di  2 1 
di  febbraio  vegnente  entrarono  in  Bruggia  per  forza 
coir  aiuto  del  popolo  minuto  di  Bruggia,  e  corsono 
la  terra,  e  uccisono  a  furore  molti  grandi  borgesi, 


e  mutarono  lo  stato   e  signoria  della  terra  a  loro 
volontà. 

CAPITOLO  ccxxxni. 

Come  Castruccio  prese  Fucecchio^  e  incontanente 
ne  fu  caccialo  in  isconfitta. 

Nel  detto  anno  1323,  a  di  19  di  dicembre, 
Castruccio  signore  di  Lucca  subitamente  con  suo  is- 
forzo  si  partì  da  Lucca,  e  la  notte  vegnente  venne  in- 
torno a  Fucecchio  per  prendere  la  terra  ;  e  per  alcuno 
di  quegli  d'entro  di  piccolo  essere  fu  ismurata  una 
piccola  postierla,  la  quale  era  in  luogo  solitario  pres- 
so alla  rocca,  e  per  quella  entrerò  molti  di  sua  gente 
di  Castruccio,  che  non  furono  sentiti,  perchè  pio- 
vea  diversamente,  e  Castruccio  in  persona  v'entrò  con 
più  di  centocinquanta  uomini  a  cavallo  e  cinquecento 
a  pie.  E  combattendo  la  notte  la  terra  e'  presene  una 
parte,  e  prese  la  rocca  che  v'  aveano  cominciata  a 
fare  i  Fiorentini,  salvo  la  torre;  e  credeadosi  avere 
vinta  la  terra,  e  già  n'avea  scritto  a  Lucca,  quegli 
di  Fucecchio  feciono  la  notte  cenni  di  fuoco  per 
soccorso  alle  castella  vicine,  ov'era  la  guernigione 
de' soldati  de' Fiorentini  ;  per  gli  quali  cenni  soccorso 
vi  venne  delle  masnade  fiorentine,  ch'erano  a  San- 
tacroce, e  a  Castelfranco,  e  a  Samminiato,  e  vegnen- 
te il  giorno,  vigorosamente  combatterò  con  Castruc- 
cio e  sua  gente,  il  quale  era  abbarrato  alle  bocche 
delle  vie  d'in  su  la  piazza,  e  per  forza  gli  scon- 
fissono  e  cacciarono  della  terra  ;  e  '1  detto  Castruc- 
cio fu  fedito  nel  volto,  e  a  grande  pena  scampò,  e 
più  vi  rimasono  morti  e  presi  in  quantità  di  cento- 
cinquanta uomini  tra  a  cavallo  e  a  piede,  e  quasi 
tutti  i  loro  cavalli  eh'  aveano  condotti  dentro  vi  ri- 
masono, perchè  si  fuggirono  a  pie  ;  e  se  fosso  no  sta- 
ti seguiti,  era  finita  la  guerra  castruccina  a' Fioren- 
tini. Grande  allegrezza  n'  ebbe  in  Firenze,  perocché 
al  cominciamento  aveano  la  terra  per  perduta,  e  più 
bandiere  di  Castruccio  e  de'  suoi  conestabili  co'  ca- 
valli presi  ne  vennono  a  Firenze. 

CAPITOLO  CCXXXIV. 
D^uno  grande  miracolo  eh"*  apparto  in  Proema, 

Nel  detto  anno  1323,  il  giorno  dell'Epifania, 
apparve  in  Proenza  in  una  terra  e'  ha  nome  Alesta  uno 
spirito  d' uno  uomo  di  quella  terra,  il  quale  di  poco 
era  morto,  e  con  sentore  quando  venia  scortamente 
parlava,  dicendo  grandi  cose  e  maravigliose  del- 
l' altra  vita  e  delle  pene  di  purgatorio  ;  e  '1  priore 
de'  frati  predicatori,  uomo  di  santa  vita,  con  più  de' 
suoi  frati  e  con  più  di  cento  buoni  uomini  della 
terra  il  venne  a  disaminare,  e  a  scongiurare,  recando 
seco  privatamente  corpus  Domini^  per  tema  non  fosse 
spirito  maligno  e  fittizio,  il  quale  incontanente  conob- 
be e  confessò  quello  essere  vero  Iddio,  dicendo  al 
priore  :  Tu  hai  teco  il  Saltatore  del  mondo  ;  e  per  la 
virtù  di  Cristo,  scongiurandolo,  più  secreto  cose 
disse,  e  come  per  l' aiuto  e  meriti  del  detto  priore 
e  suoi  frati  tosto  avrebbe  requia  eternale. 

18 


27i 


CROIflCflE 


CAPITOLO  CCXXXV. 

Come  il  vescovo  (TAre^^o  ebbe  e  prese  la  rocca 

di  Caprese. 

Nel  detto  anno,  a  di  7  di  gennaio,  il  tescOTO 
d^Areuo  ebbe  la  rocca  di  Caprese  del  conte  da 
Romena,  alla  quale  era  stato  ad  assedio  più  di  tre 
mesi  ;  e  per  lo  detto  conte  e  per  gli  Fiorentini  fa 
lardi  soccorsa,  onde  al  detto  vescoYO  crebbe  po- 
dere di  piii  di  cinquecento  fedeli  dì  Valdioaprese, 
eh*  erano  lotti  guelfi* 

CAPITOLO  CCXXXVL 

Come  gli  usciH  di  PiaccMa  furono  sconfUH  dalla 

genie  della  Chiesa, 

Nel  detto  anno,  di  10  di  gennaio,  messer  Man- 
fredi dì  Landa  uscito  di  Piacensa,  che  tenea  castello 
Aquaro,  con  dugento  cavalieri  e  gente  a  piò  venne 
Terso  il  borgo  a  Sandonnino  per  levare  preda  e  mer- 
cataniia  ch'andava  a  Piacenxa:  sentendosi  in  Pia- 
cenza, quattrocento  cavalieri  di  quegli  del  legato  ca- 
valcarono contra  loro,  e  tra  Pirensuola  e  Sandonnino 
gli  sconfissono,  e  gran  parte  ne  furono  presi  e  me- 
nati in  Piacenza. 

CAPITOLO  CCXXXVIL 

Come  i  Pisani  furono  sconfUH  t»  Sardigma  dallo  *»- 

fante  d  Araona, 

Nel  detto  anno  1323,  ali*  uscita  di  gennaio,  i 
Pisani  feciono  un*  annata  di  cinquantadue  tra  galee 
e  uscieri,  con  cinquecento  cavalieri  tra  Tedeschi  e 
Italiani,  e  con  duemila  balestrieri  pisani,  ond*era  ca- 
pitano messer  Manfredi  figliuolo  del  conte  Nieri,  na- 
turale, e  si  partirono  di^Pisa  a  di  25  di  gennaio,  per 
andare  in  Sardigna  per  soccorrere  Villadichiesa,  oble- 
rà assediata  da  don  Alfonso  figliuolo  del  re  d*Araona, 
il  quale  era  in  su  la  Sardigna  per  conquistarla,  co- 
me addietro  è  fatta  menzione.  E  per  contrario  tem- 
po soggiornò  la  detta  armata  al  porto  di  Lungone 
in  Elba  infino  a  di  13  di  febbraio,  e  in  Sardigna 
arrivarono  a  di  25  di  febbraio  a  Capoditerra  nel 
golfo  di  Calieri,  e  trovarono  che  Villadichiesa  s*  era 
renduta  al  detto  don  Alfonso  a  di  7  di  febbraio,  il 
quale  v*  era  stato  ad  assedio  otto  mesi,  e  venuto  era 
con  sua  oste  ad  assediare  Castellodicastro.  I  Pisani 
scesi  in  terra  con  loro  oste  andando  verso  Culello, 
e  la  gente  di  Castello  venieno  per  congiugnersi  con 
loro  ;  e  a  di  29  di  febbraio  s*  affh>ntarono  a  battaglia 
col  detto  don  Alfonso,  e  combattendo  upramente,  alla 
fine  la  gente  de*  Pisani  furono  sconfitti  e  morto  il 
loro  capitano  e  degli  altri,  e  morirne  assai  de*  Te- 
deschi a  cavallo:  la  maggior  parte  de*  Pisani  che 
poco  ressono  alla  battaglia  si  fuggirono  in  Cutello- 
dicastro.  E  dopo  la  detta  sconfitta  e  perdita,  le  ga- 
lee di  don  Alfonso,  ch*erano  nel  porto  di  Castello  in- 
catenate per  contrariare  il  porto  e  la  scesa  a*  Pisani, 
si  scatehQTo  e  veonono  contro  ali*  armata  de*  Pisani  -, 


quegli  incontanente  si  misono  alla  ftiga,  t  lasciarono 
tatti  i  loro  legni  grossi  carichi  di  vittnaglia  e  d'ar- 
nese d'oste,  i  quali  furono  presi  dalle  galee  de*  Rao- 
nesL  B  dò  fatto,  il  detto  don  Alfonso  puose  Tasie- 
dio  per  terra  e  per  mare  a  Cutellodicastro.  Per 
questa  sconfitta  e  perdila  di  Villadichiesa  fu  grande 
abbassamento  de'  Pisani,  che  più  di  dogentonili 
fiorini  d*  oro  costava  già  loro  la  delta  guerra,  onde 
rimuono  in  male  stato  e  in  grande  discordia  dentro 
per  le  sette  che  v*  erano  nella  città,  e  con  grande 
sospetto  di  Castruocio  oh*  mi  loro  contrario,  t  al- 
legato col  re  d'Araona. 

CAPITOLO  ccxxxvm. 

Come  i  Fiorentini  mandarono  in  Francia  per  eacaUeri 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  gennaio,  i  Fioren- 
tini mandarono  in  Francia  ambuciadori  per  dnqae* 
cento  cavalieri  franceschi,  che  venissono  al  soldo 
del  dello  comune. 

CAPITOLO  CCXXXDL 

Come  messer  Ramando  di  Cardona  fk  sconfUlo  da 
quegli  di  Milano^  e  preso. 

Nel  detto  anno,  a  di  29  di  febbraio,  mesier 
Ramondo  di  Cardona  capitano  dell'  oste  della  Chiesa 
in  Lombardia  si  parti  di  Moncia  con  miUe  cavalieri 
e  con  gente  a  pie  assai,  e  venne  •  prese  il  cutello 
e  *1  ponte  di  Vavri  in  sul  fiume  d'Adda.  Galeasso  e 
Marco  Visconti  incontanente  vi  cavalcarono  da  Mi- 
lano con  dodici  centinaia  di  cavalieri  tedeschi  e  po- 
polo assai  a  pie,  e  misonsi  ali*  assedio  del  detto  ca- 
stello di  Vavri.  Messer  Ramondo  non  essendo  fornito 
di  vittoàglia  usci  fuori  al  campo  coUa  sua  gente,  e 
affrontossi  a  battaglia  con  quegli  di  Milano,  la  qaale 
fu  upra  e  forte.  Alla  fine  per  soperchio  di  gente  il 
detto  messer  Ramondo  coU*osle  della  Chiesa  faroao 
sconfitti,  e  preso  fl  detto  messer  Ramondo  e  più  al- 
tri conneatabili,  intra'  quaU  due  di  quegli  che  v'e- 
rano per  lo  comune  di  Firenze  vi  rimasono,  e  me- 
nati presi  in  Milano;  messer  Simonino  di  messer 
Guidotto  della  Torre,  uomo  di  gran  valore,  annegò 
nel  fiume  d*  Adda,  e  più  altra  buona  gente  vi  rima- 
sono presi  e  morti;  e  messer  Arrigo  di  Fiandra  vi 
fu  preso,  ma  risoaltossi  da*  Tedeschi  ohe  Taveano,  e 
con  loro  insieme  e  con  gli  altri  eh'  erano  scampati 
della  battaglia  ne  venne  in  Moncia.  B  poi  fl  detto 
messer  Ramondo  essendo  preso  in  Milano  colle  guar- 
die, del  mese  di  novembre  scampò  e  venne  a  Monda. 

CAPITOLO  CCXU 
Come  il  vicario  delre  Ruberto  fu  cacciato  da' Pistoiesi. 

Nel  detto  anno  1 323,  di  3  di  marzo,  tornando 
a  Pistoia  per  patti  fl  vicario  del  re  Ruberto,  che 
n*  era  stato  esodato  con  trenta  a  cavallo  della  ma- 
snada del  conte  Novello,  per  gli  Pistoiesi  fu  assalito 
e  sconfitto  sotto  a  Tizzano ,  e  fattagli  grande  ver- 
gogna ;  e  ciò  fu  opera  di  messer  Filippo  Tedici,  cba 
volea  per  tirannia  signoreggiare  la  terra. 


DI  GIOYAran  TILLAm. 


275 


CAPITOLO  CCXU. 
Come  i  Tartari  di  Gosserta  corsano  Grecia» 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  febbraio,  il  Tartaro 
della  Gaueria  e  Russia  con  esercito  di  trecento  mi- 
gliaia d*  uomini  a  cavallo  vennono  in  Grecia  infino 
a  Costantinopoli  e  più  qua  più  giornate,  consuman- 
do e  guastando  ciò  che  innanzi  si  trovaro  ;  e  dimo- 
rarvi infino  air  aprile  vegnente  con  grande  consuma- 
lione  e  distruzione  de^  Greci  d'avere  e  di  persone, 
cbe  più  di  centocinquanta  migliaia  di  persone,  tra* 
morti  ',  e*  ne  menarono  in  servaggio.  Alla  fine  per 
difetto  di  vittuaglia  per  loro  e  di  loro  bestiame  fii- 
rono  costretti  a  dipartirsi,  e  tornarono  in  loro  pae- 
se. Per  questo  avvenimento  ancora  si  mostra  fl  fla- 
gello di  Dio  a  coloro  che  non  sono  suoi  amici,  che 
gli  fa  perseguitare  a*  peggiori  di  loro.  E  non  si 
maravigli  ohi  leggerà  di  tanta  quantità  di  gente  a 
cavallo  ;  perocché  ciascuno  Tartaro  va  a  cavallo,  e* 
loro  cavalli  sono  piccoli  e  sansa  ferri  e  con  bret- 
line  '  sanza  fireno,  e  la  loro  pastura  è  d' erbaggio  e 
di  strame  sanza  biada;  e*  detti  Tartari  vivono  di  pe- 
sce e  carne  mal  cotta,  con  poco  pane,  e  di  latte 
di  loro  bestiame,  che  ne*  loro  eserciti  menano  gran- 
dissima moltitudine;  e  sempre  stanno  a  campo ,  e 
poco  in  cittadi  e  in  castelli  o  ville  abitano,  se  non 
sono  gli  artefici. 

CAPITOLO  CCXLU. 

Come  papa  Giovanni  ancora  fece  proceuo  conH'o 

Veleno  di  Baviera. 

Nel  detto  anno,  a  di  22  del  mese  di  marzo, 
papa  Giovanni  ventesimo  secondo  appo  Avignone  fe- 
ce e  pubblicò  nuovi  processi  contro  Lodovico  dogio 
di  Baviera  eletto  re  de*  Romani,  per  cagione  dell^a- 
iuto  dato  a*  Visconti  di  Milano  contro  la  Chiesa,  e 
scomunicoUo  se  personalmente  non  venisse  alla  sua 
misericordia  in  fra  tre  mesi  appresso,  e  ordinò  per- 
dono di  croce,  perdonando  colpa  e  pena  chi  andasse 
o  mandasse  per  tempo  d*uno  anno  al  servigio  della 
Chiesa  in  Lombardia  contra  i  Visconti  signori  che 
leneano  Milano. 

CAPITOLO  CCXLUI. 

Come  r  o$U  di  Milano  1 1  partì  dalf  assedio  di  Mon^ 

eia  con  loro  danno, 

•NelPanno  1324,  a  di  28  del  mese  di  marzo, 
essendo  il  signore  di  Milano  Galeasso  Visconti  a  oste 


'  Meglio  ton%  la  Giimtliim:  tra  ueeiiùno  è  menarono  òec 
*  redini.  Cod  spiegano  i  disioniri;  ma  ferie  bréUùta  è 
quello  ohe  Dante  diiee  brédtUa  o  predella,  Porg.  6,  96: 
Poi  che  poneeti  mano  aUa  predella,  Qaeata  à  propriamente 
quella  parte  della  briglia  che  si  gira  alla  guancia  del  ea> 
TaQo  presso  il  morso,  e  dove  si  suol  prendere  da  ehi  vo- 
glia oondnrlo  a  mano  o  ratteitolo.  Da  nn  antico  trattato 
del  conoscere  i  cavalli  si  han  queste  parole:  piglialo  per 
la  predella  del  fireno^  e  ragguardalo  negli  occhi  eco.  D  vo- 
cabolo antico  bretana,  dice  il  Dragomanni,  à  rimasto  nel 
diminntlTo  hrettellaf  striscia  di  panno  o  di  cuoio  per  di- 
reni nsL  Ora,  U  voce  hredeUa  deU'AllighIeri  quanto  dif- 
ferenaia  da  questa  ancor  viva  del  popolo?  non  affanno; 
dico  per  un  apporre. 


a  Moneta,  e  per  più  giorni  data  battaglia  alla  terra, 
quegli  eh*  erano  per  la  Chiesa  in  Moncia,  ond*  era 
capitano  messer  Arrigo  di  Fiandra,  uscirono  fuori 
a  combattere  le  torri  e  altri  ingegni  de'  nimici,  e 
quegli  per  forza  di  battaglia  arsono  e  presono  con 
gran  danno  di  quegli  delP  oste.  Per  la  qual  cosa  tutta 
Poste  si  ritrasse  dall* assedio  della  terra  per  ispa- 
zio  d*uno  miglio  e  più,  luciando  il  campo  con  gran 
danno  di  loro  ;  poi  appresso  a  due  di  si  partirono 
e  ritornarono  in  Milano.  E  intra  1*  altre  cagioni,  pe- 
rocché *1  campo  della  detta  oste,  che  v*  era  per  lo 
eletto  di  su  detto  re  de*  Romani,  per  lettere  del  suo 
signoroi  per  non  fare  contra  la  Chiesa  si  parti,  e  tor- 
neasi con  sue  genti  in  Alamagna. 

CAPITOLO  CCXUV. 

Come  i  Perugini  coW  aiuto  de"  Toscani  ebbono 

la  città  di  Spuleto. 

Nel  detto  anno,  a  di  9  d*  aprile,  essendo  la  città 
di  Spuleto  assediata  per  gli  Perugini  e  per  lo  duca 
di  Spuleto  che  v'aera  per  la  Chiesa,  per  due  anni  e 
più,  e  avevavi  intorno  quattordici  battifolli,  per  tale 
modo  1*  aveano  afflitta  e  distretta  di  vittuaglia,  che 
s*  arrenderono  liberamente  alla  Chiesa  e  si  comune 
di  Perugia  sanza  nullo  patto  sslve  le  persone  ;  e  i 
primi  per  patti  che  entrarono  nella  città,  acciocché 
non  si  corresse  né  guastasse,  furono  i  cavalieri  che 
erano  nella  detta  oste  del  comune  di  Firenze  e  quelli 
di  Siena,  eh*  erano  dugentocinquanta,  i  quali  gua- 
rentirono la  terra;  poi  v* entrarono  i  Perugini  sanza 
nullo  malificio  fare;  e  riformarono  la  terra  a  loro 
signoria  in  parte  guelfa,  e  siccome  terra  loro  distret- 
tuale, e  come  loro  sudditi. 

CAPITOLO  CCXLV. 

Di  certi  ordini  fatti  in  Firenze  contra  gli  orna* 
menti  delle  donne,  e  di  trarre  di  bando  isbanditi. 

Nel  detto  anno  1324,  del  mese  d*  aprile^  ar- 
bitri furono  fatti  in  Firenze,  i  quali  feciono  molti 
capitoli  e  forti  ordini  contra  i  disordinati  ornamenti 
delle  donne  di  Firenze.  Feciono  decreto  eh*  ogni 
isbandito  potesse  uscire  di  bando  pagando  certa  pic- 
cola cosa  al  comune,  e  rimanendo  il  bando  al  suo 
nimico,  salvo  i  rubeUi,  e  quegli  che  furono  condan- 
nati per  la  venuta  eh*  aveano  fatta  alle  porte  Ta- 
gosto  dinanzi  per  essere  ribanditL  Non  fu  per  gli 
più  lodato  il  decreto,  perocché  la  città  non  era  in 
bisogno  né  iscadimento,  eh'  e*  bisognasse  ribandire 
i  «malfattori.  Ma  fecesi  per  la  promessa  fatta  loro 
nell*  oste  a  Prato,  come  dinanzi  si  fece  menzione. 

CAPITOLO  CCXLVL 
Come  il  papa  scomunicò  il  vescovo  d*  Arez%Oi 

Nel  detto  anno,  di  1 2  d*  aprile,  papa  Giovanni 
appo  Avignone,  in  pubblico  concestoro  scomunicò  e 
privò  il  vescovo  d*  Arezzo,  eh*  era  di  quegli  della 


276 


CRONICHE 


casa  da  Pietramala  d*  Areuo,  a  condizione,  se  infra 
due  mesi  non  avesse  fatta  rìstitoire  la  città  di  Ca- 
stello nel  primo  stato  a  parte  di  Chiesa  e  guelfa,  e 
lasciata  la  signoria  temporale  d^  Arezzo,  e  venuto 
personalmente  in  sua  presenza  in  fra  tre  mesi;  la 
quel  cosa  non  attenne,  e  rimue  in  contumacia  della 
Chiesa. 

CAPITOLO  CCXLVIL 

Come  il  conte  Novello  prese  Carmignano. 

Nel  detto  anno,  a  dì  21  d'aprile,  il  conte  Ne- 
vello  capitano  di  guerra  de^Fiorentini  colla  sua  gente 
e  usciti  di  Pistoia  guelfi  subitamente  prese  Carmi- 
gnano,  salvo  la  rocca,  sanza  saputa  de' Fiorentini  ; 
e  per  vendetta  deir  onta  che  que'  che  teneano  Pi- 
stoia feciono  al  vicario  del  re  e  alla  sua  gente,  e'non 
si  volea  partire  se  non  avesse  la  rocca.  Per  questa 
cagione  Castruccio  signore  di  Lucca,  a  richiesta  del- 
r  abate  da  Facciano  che  tenea  Pistoia,  venne  a  Ser- 
ravalle  con  cinquecento  cavalieri  ;  e  faccendo  segni 
di  volere  rendere  Pistoia  a  Castruccio,  i  Fiorentini 
feciono  partire  il  conte  da  Carmignano  per  tema  e 
gelosia  di  Pistoia,  e  perchè  il  conte  avea  fatta  Tim- 
presa  sanza  loro  saputa. 

CAPITOLO  CCXLVIU. 

Coinè  il  re  di  Francia  cernie  in  Proema  per  prc^' 
cacciare  d^  essere  imperadore. 

Nel  detto  anno  e  mese  d' aprile,  Carlo  re  di 
Francia  venne  in  Tolosana  colla  reina  sua  moglie,  fi- 
gliuola che  fo  d^  Arrigo  imperadore,  e  col  re  Gio- 
vanni di  Boemia  suo  cognato,  e  più  baroni  e  signo- 
ri ;  e  per  gli  più  si  credette  che  venisse  al  papa  ad 
Avignone  per  farsi  eleggere  imperadore.  Tornossi  ad- 
dietro in  Francia,  e  tornando,  la  detta  reina  morì 
sopra  partorire,  ella  e  la  creatura;  e  per  gli  più  si 
disse,  ch'avvenne  perch'egli  Tavea  tolta  per  mo- 
glie vivendo  la  sua  prima,  ond*  è  fatta  menzione. 

CAPITOLO  CCXLDL 

Come  U  re  Buberio  $i  partì  di  corte  di  papa  e  on- 

donne  a  NapoU. 

Nel  detto  anno  e  mese,  il  re  Ruberto  »i  parti 
da  corte  di  papa  e  di  Proenza  con  cinquantasei  tra 
galee  e  uscieri  e  trecento  cavalieri,  e  jirrìvò  in  Ge- 
nova dì  22  d'aprile,  e  in  Genova  dimorò  più  giorni, 
e  per  gli  Genovesi  gli  fu  fatto  grande  onore,  e  ere-* 
scintala  signorìa  di  Genova  per  sei  anni,  oltre  al 
primo  termine  gli  s'  erano  dati.  Poi  rassettata  la  terra 
a  sua  signorìa  si  partì  di  Genova  del  mese  di  mag- 
gio, e  pnose  a  Porto  pisano,  e  fece  uno  cavaliere  di 
casa  i  Bardi  di  Firenze,  e  da'  Pisani  ebbe  grandi  pre- 
senti e  onore,  e  poi  si  tornò  a  Napoli  colla  moglie 
del  duca  suo  figliuolo,  la  quale  era  figliuola  di  mes- 
ser  Carlo  di  Valois  di  Francia  e  a  grande  onore  la 
sposò  a  Napoli. 


CAPITOLO  CCL 

Come  gente  di  Milano  furono  sconfitti  da  messer 

Arrigo  di  Fiandra. 

Nel  detto  anno,  a  dì  28  d'aprile,  essendo  par- 
tito di  Milano  messer  Vercellino  Visconti  con  tre- 
cento cavalierì  e  cinquecento  pedoni,  e  presa  la  villa 
di  Decimo,  e  quella  intendea  d'afforzare  acciocché 
vittuaglia  non  entrasse  in  Moncia,  messer  Arrigo  di 
Fiandra  si  partì  di  Moncia  con  cinquecento  cavalieri, 
e  subitamente  sorprese  la  det'a  gente  di  Milano  e 
sconfisse,  e  pochi  ne  camparono,  che  non  fossono 
morti  o  presi. 

CAPITOLO  CCLI. 

Come  %  Pisani  furono  sconfitti  un'altra  tolta  in 

Sardigna, 

Nel  detto  anno,  ali*  entrante  di  maggio,  i  Pisani 
eh'  erano  in  Castellodicastro,  con  tutta  loro  cavalle- 
rìa e  Tedeschi,  uscirono  un'  altra  volta  fuori  a  bat- 
taglia con  don  Anfus  figliuolo  del  re  d'Araona,  i 
quali  furono  sconfitti,  e  tra  morti  e  presi  più  di  tre- 
cento cavalierì  ;  il  rimanente  §i  fuggirono  in  Cutel- 
lo  ;  e  pochi  dì  appresso  il  rimanente  delle  galee  e 
tutto  il  navile  de'  Pisani  ni  partùrono  di  Sardigna  e 
tornarono  a  Pisa,  per  tema  di  venticinque  galee  sot- 
tili, che  *1  re  d'Afaona  avea  mandate  in  Surdigaa 
in  aiuto  a  don  Anfss  suo  figlioolo,  onde  i  Pisani  ri- 
masono  in  Sardigna  disperati  d' ogni  salute,  fitì  detto 
anno,  a  dì  9  di  maggio,  scurò  la  luna  in  gran  parte 
in  sulla  sera  nel  segno  dello  Scorpione. 

CAPITOLO  COLIL 

Come  gente  di  Castruccio  ricetetlono  danno  a 

Célktelfranco» 

Nel  detto  anno,  a  dì  22  di  maggio,  vegnendo 
la  gente  di  Castruccio  signore  di  Lucca  a  Castelfiraa- 
co  in  quantità  di  centocinquanta  a  cavallo,  i  soldati 
de'  Fiorentini  intorno  di  centoventi  a  cavallo  uscirono 
di  Castelfiranco,  e  vigorosamente  s' affrontarono  in- 
sieme; e  durò  la  battaglia  per  più  di  tre  ore,  che 
poco  avea  vantaggio  dall'uno  all'altro.  Alla  fine  so- 
pravvenne da  Fucecchio  in  soccorso  de'  soldati  di  Fi- 
renze della  gente  del  conte  Novello  intomo  di  cesto 
cavalierì.  Per  la  qual  cosa  i  soldati  di  Lucca  si  mi- 
Bono  in  rotta,  e  rìmuonne  morti  dieci  a  cavallo.  Della 
gente  del  conte  trascorsero  tra'  nemici  PorceUetto 
d*Arìi  e  nno  suo  eorapagao,  e  tanto  andarono  in- 
nanzi, chò  furono  presi  da*  nemici. 

CAPITOLO  CCLUL 

Come  i  Fiorentini  mandarono  aiuto  a'  Perugini 
sopra  la  ciiià  di  Castello, 

Nel  detto  anso,  a  dì  28  di  maggio,  i  Piofen** 
tini  mandarono  a  Perugia  per  fare  guerra  alla  città 
di  Castello  la  parte  loro  della  taglia,  che  furono  tre- 


J 


DI  fflOVANNI  VILLANI. 


277 


^DtoqaaraDta  caTalieri  8oI4ati\  onde  fa  capitano  mes- 
fer  Amerigo  dei  Donati;  e  simigliante  feciono  i  Se- 
nesi, e*  Bolognesi,  e  T  altre  città  che  tennono  alla 
taglia,  che  furono  mille  cayalieri. 

CAPITOLO  CCLIV. 

Come  il  cofUe  Novello  si  tornò  a  Napoli, 

Nel  detto  anno,  in  caien  di  giugno,  il  conte 
Norello,  ch>ra  a  soldo  de' Fiorentini  con  dngento 
caralieri,  si  tornò  con  sua  gente  a  Napoli,  e  poco 
onore  e  meno  ventura  di  guerra  ebbe  in  un  anno 
che  dimorò  al  servigio  de*  Fiorentini  e  capitano  di 
gnerra. 

CAPITOLO  CCLV. 

Come  il  dogio  tTOsterich  e  quello  di  Chiarentana 
passarono  in  Lombardia  contro  a  messer  Cane, 

Ne]  detto  anno,  air  entrante  di  giugno,  il  do- 
gio di  Chiarentana,  e  il  duca  Otto  d^Osterich,  con 
molti  altri  baroni,  e  con  pia  di  seimila  cavalieri  con 
più  di  dodicimila  cavalli  e  con  arcieri  nngarì  ven- 
Bono  nella  Marca  di  Trevigi  e  a  Padova,  per  fare 
guerra  a  messer  Cane  della  Scala  signore  di  Vero- 
na, per  cagione  che  tenea  Vicenza  e  molte  castella 
de** Padovani;  ei  Padovani  sperano  dati  al  dogio  di 
Chiarentana.  Ed  erano  tanta  gente  e  sì  disordinata, 
ohe  distruggeano  amici  e  nimici ,  e  per  gV  Italiani 
erano  chiamati  Barbanicchi.  Messer  Cane  prima  con 
grande  paura  del  detto  esercito  e  poi  con  gran  senno 
si  ritenne  alle  fortezze,  e  tenne  trattati  co' detti  Te- 
deschi menandoli  più  tempo  in  isperanza  di  fare  i 
loro  comandamenti,  per  modo  che  a  loro  falli  vit- 
iuaglia,  e  cominciò  mortalità  in  loro  oste;  per  la 
quel  cosa  feciono  triegua  con  messer  Cane,  e  per 
mooeta  che  diede  a*  consiglierfMe'  detti  signori,  infi- 
no alla  seguente  Pasqua  di  Risorresso,  e  tornarsi  in 
loro  paese  con  peggioramento  dello  stato  deTado- 
vani  e  Trevigiani ,  e  esaltamento  '  del  detto  messer 
Cane. 

CAPITOLO  CCLVI. 

Della  grandezza  ed  edificazione  della  città  di 
Fireuze  alle  nuove  cerchia  e  mura. 

Nel  detto  anno  1324,  si  stanziarono  per  lo  co- 
mane  di  Firenze  e  si  cominciarono  i  barbacani  alle 
mura  nuove  della  città  di  Firenze,  a  fargli  a  costa 
alle  dette  mura  e  al  di  fuori  de' fossi;  e  simigliente 
B*  ordinò,  che  in  ogni  dugento  braccia  di  muro  aves- 
se e  si  facesse  una  torre  alta  quaranta  braccia  e  lar- 
ga braccia  quattordici,  per  fortezza  e  bellezza  della 
città.  E  acciocché  sempre  sia  memoria  della  gran- 
dezza della  detta  città,  e  ad  eltre  genti  che  non  fesso- 
ne stati  di  Firenze  che  vedessono  questa  Cronica, 
si  faremo  menzione  ordinata  della  edificazione  delle 
dette  mura,  e  la  misura  come  furono  diligentemente 


'  t$aUameHlo  laggesi  senza  storpio  iieU»  GiontìnA. 


misurate  ad  istanzia  di  noi  autore,  essendo  per  lo 
comune  uflciale  sopra  le  mura.  Prima  in  su  la  fronte 
di  levante  di  costa  al  fiume  d'Amo  dalla  parte  di 
settentrione,  ove  sono  le  cinque  sestora  della  città, 
si  ha  una  torre  alta  sessanta  braccia  fondata  sopra 
una  pila  di  ponte  ordinato  a  ivi  edificare,  il  quale  ei 
dee  chiamare  il  ponte  reale.  Dipresso  a  quella  torre 
a  novanta  braccia  si  ha  una  porta  con  una  torre  alta 
ottanta  braccia,  che  si  chiama  porta  reale,  e  ohi  la 
chiama  porta  dì  Santo  Francesco,  perchò  è  dietro 
alla  chiesa  de'  frati  minori.  Dalla  detta  porta  reale  a 
quattrocentoquarautadue  braccia  una  torre  in  mezzo; 
si  ha  poi  un'  altra  grossa  torre  alta  simigliantemen- 
te  sessanta  braccia  e  larga  braccia  ventidue,  con 
una  porta,  che  si  chiama  porta  guelfa.  Dalla  detta 
porta  conseguendo  la  detta  frontiera  e  linea  di  muro 
a  trecentotlantaquattro  braccia,  un'altra  torre  in  mez- 
zo, e  poi  si  ha  una  torre  di  simile  altezza  con  una 
porta  chiamata  della  Croce,  ovvero  di  Santo  Am- 
brogio, porta  mastra,  onde  si  va  in  Casentino.  Dalla 
detta  porta  conseguendo  la  detta  frontiera  di  levante, 
si  ha  seicentotrenta  braccia,  infra  le  quali  ha  tre 
torri  infino  a  una  grossa  torre  con  cinque  faccio  alta 
sessanta  braccia,  senza  porta;  ivi  fa  il  muro  gom- 
bito,  ovvero  angolo,  e  ei  mostra  verso  tramontana,  e 
da  quella  torre  chiamata  la  Gnardia  del  Massaio ,  alla 
porta  detta  fiesolana,  e  chi  la  chiama  da  Pinti,  che 
si  guarda  in  verso  Fiesole,  con  una  simigliente  torre 
alta  sessanta  braccia,  si  ha  di  misura  braccia  nove- 
centoventicinque, e  cinque  torri.  E  dalla  detta  porta 
e  torre  fiesolana  a  un'  altra  torre  e  porta  detta  per 
nome  de' Servì  Sante  Marie,  per  uno  monistero  de' 
frati  cosi  chiamato,  si  ha  braccia  seicento,  con  una  tor- 
re in  mezzo.  Dalla  detta  porta  e  torre  de'  Servi  conse- 
guendo la  linea  del  maro  infino  alla  mastra  porta  e 
torre  della  porta  a  San  Gallo,  dalla  quale  esce  la 
strada  di  Bologna,  e  di  Lombardia,  e  quella  di  Romagna, 
si  ha  braccia  ottocento  quarontadue,  e  quattro  torri 
in  mezzo.  E  dalla  detta  porta  fa  gombito  ovvero  an- 
golo alle  dette  mura,  mostrandosi  al  segno  di  mae- 
stro ;  e  dalla  detta  porta  di  San  Gallo  a  quella  si  dice 
di  Faenza,  per  uno  monistero  di  donne  eh'  è  di  fuori 
e  si  chiamano  di  Faenza,  si  ha  braccia  milleottocen- 
toquarantotto,  e  nove  torri  ;  e  ivi  fa  gombito  il  mu- 
ro e  discende  al  ponente.  E  dalla  detta  porta  e  torre 
di  Faenza  infino  a  quella  che  va  in  Polverosa,  si  ha 
braccia  trecentoventi,  e  una  torre  in  mezzo.  E  dalla 
detta  porta  di  Polverosa  infino  alla  porta  mastra  del 
Prato  d'Ognissanti,  onde  esce  la  strada  che  va  a 
Prato  e  a  Pistoia  e  a  Lucca,  si  ha  braccia  milleset- 
tanta,  e  cinque  torri  in  mezzo.  E  dalla  detta  porta  e 
torre  del  Prato  infino  a  una  torre  eh'  è  in  su  la  go- 
ra d'Amo,  ha  braccia  dugentosettanlacinque  e  una 
torre  in  mezzo.  E  dalla  detta  torre  infino  alla  riva 
d'Arno,  la  qtale  gira  l'isola  dalla  gora  al  fiume  che 
si  chiama  la  Sardigna,  ordinata  di  chiudere  di  mu- 
ra, ha  braccia  da  trecentosettanta.  E  cosi  troviamo, 
che  il  detto  spazio  delle  cinque  sestora  della  città  di 
Firenze,  alle  nuove  cerchia  di  mura,  sono  colla  te- 
sta di  Sardigna  settemila  settecento  braccia  senza  la 
larghezza  dell'  Arno ,  eh'  è  da  braccia  cinquecento, 
dalla  Sardigna  a  Verzaia:  e  havvi  nove  porte  con 


378 


CHONICUB 


ioni  di  seuiBla  braccia  alte,  molto  siagne,  e  cia- 
acnna  eoo  antiporto,  ohe  le  quattro  sono  mastre  e 
le  cinque  postierle  ^  ed  havvi  in  tutto  torri  quaran- 
tacinque coq  quelle  delle  porte,  murata  la  frontiera  di 
Sardigna.  E  dalla  torre  della  Sardigna  su  per  la  riva 
d^  Arno  infino  alla  torre  reale,  dove  cominciammo  di 
verso  levante,  si  ha  braccia  quattromilacinquecento, 
eh*  è  miglio  uno  e  mezzo.  Avemo  diterminala  la  città 
di  qua  dal  fiume  d*  Amo  ;  diremo  appresso  del  se- 
sto d*  oltrano,  che  per  se  è  di  grandezza  e  potenza 
come  un''  altra  buona  dttade,  e  seguiremo  il  primo 
trattato.  E  trovammo,  che  dalla  torre  della  Sardigna, 
ch*è  in  su  la  riva  d^Arno  dalla  parte  di  ponente,  in- 
fiao  dalfaltra  riva  d'Amo  dalla  contrada  detta  Verzaia, 
r  ampiezza  del  fiume  d'  Amo  si  è  braccia  trecento- 
cinquanta. Bene  non  è  la  detta  torre  della  Sardigna 
appunto  allo  *ncontro  alla  torre  delle  mura  d'oltrarno, 
eh' è.  fondata  in  sul  fiume  d'Arno,  perocché  la  lun- 
ghezza del  sesto  d' oltrarno,  il  quale  è  murato,  non 
è  t^nto  quanto  quello  delle  cinque  sestora,  anzi  è  più 
addietro  da ... .  braccia  ;  ma  la  ritondità  ^  della  città 
e  circuito  pigliamo  solamente  alla  latitudine  del  fiu- 
me d' Arno,  come  avemo  detto  di  sopra,  braccia  tre- 
centocinquanta. 

CAPITOLO  CCLVIL 
Ancora  della  edificazione  delle  mwra  (f  oltrarno. 

Nel  detto  anno  si  cominciò  il  muro  in  su  la 
riva  d'Arno  dalla  coscia  del  ponte  alla  Carraia  ol- 
trarno andando  inaino  a  Yerzaia,  ove  si  fece  una 
torre  fondata  in  sul  fiume  (la  detta  torre  fece  ro- 
vinare poi  il  fiume  d' Amo  per  uno  diluvio),  ove  fa 
capo  il  muro  che  chiude  il  sesto  d' oltrarno  ;  e  da 
quella  torre  alla  porta  da  Yerzaia,  ovvero  detta  di 
San  Friano,  la  quale  strada  va  a  Pisa,  si  ha  braccia 
di  muro  dugentocinquanta,  e  una  torre  in  mezzo. 
E  dalla  detta  porta  andando  al  diritto  verso  mezzo- 
giorno infino  a  ona  torre  a  cinque  facce,  ove  fa 
canto,  ovvero  angolo,  il  detto  muro,  si  ha  braccia 
seicento  e  torri  cinque,  computando  la  detta  por- 
ta e  la  detta  torre  coir  altre.  E  dalla  detta  torre 
si  volge  il  muro  verso  il  segno  di  sdlocco  usai 
bistorto  e  male  ordinato,  e  con  più  gomiti  ;  e  ciò 
,si  prese  per  fretta,  e  fondessi  in  su'  fossi  sansa  ad- 
dirizzarsi, ed  havvi  di  misura  infino  alla  porta  Ro- 
mana, ovvero  detta  di  San  Piero  Gattolino,  braccia 
milledugentocinquanta,  e  torri  nove.  E  per  me'  la 
via  dinanzi  alla  chiesa  di  Camaldoli,  si  ha  una  po- 
stierla con  torre;  e  quella  porta  Romana  è  molto 
magna,  e  alta  braccia ....  ed  è  in  su  la  strada  che 
va  a  Siena  e  a  Roma.  E  dalla  detta  porta  andando 
al  diritto,  quasi  verso  levante  verse  la  villa  di  Re- 
gole, salendo  al  poggio  infino  a  una  torre  a  cinque 
facce,  che  fa  canto  alle  mura,  ha  braccia  millecin- 
quecento, e  torri  dieci.  E  dalla  detta  torre  andando 
le  mura  su  per  Regole  infino  alla  vecchia  torre  e 
porta  di  San  Giorgio  al  poggio,  che  va  in  Aroetri, 
si  ha  braccia  quattrocento,  e  torri ....  E  poi  dalla 


I    T.» 


L'edizione  de.'  Qionti  eiUta  ha  :  lo  ritondaÈo, 


detta  porta  di  San  Giorgio  seguono  le  mura  vecchie 
fatte  al  tempo  de' ghibellini,  scendendo  verso  levante 
alla  postierla  che  va  a  San  Miniato,  si  ha  braccia 
mille,  e  torri.  E  poi  seguono  le  mura  di  sopra  del 
borgo  di  San  Niccolò  infino  allo  *ncontro  della  torre 
reale  di  qua  dall'Amo,  ove  dee  essere  una  ricca 
porta,  le  quali  mura  sono  di  spazio  di  braccia  da 
setteoentocinquanta,  con  torri...,  quando  fieno  com- 
piute, dalla  porta  di  San  Minialo  a  quella  di  fuori 
dal  borgo  di  San  Niccolò  ;  sicché  la  parte  d' oltrar- 
no, si  ha  Ire  porte  mastre  e  tre  postierìe  e....  tor- 
ri; e  poi  la  larghezza  del  fiume  d'Amo  dal  detto 
luogo  allo  'nconiro  della  torre  fondata  sopra  la  pik 
del  ponte  reale  di  qua  dall'Amo,  si  ha  braccia  tre- 
centoquaranla  :  e  in  questo  spazio  è  stanziato  uno 
ponte.  Sicché  raccogliendo  le  dette  misure^  sono  ia 
somma  braccia ....  che  sono  da  cinque  miglia  di  mi- 
sura. E  tanto  gira  la  città  dentro,  cioè  le  mura  san- 
sa i  fossi  e  le  vie  di  fuori;  che  braccia  trentacin- 
que sono  larghi  i  fossi  di  qua  da  Amo,  e  tranta 
quelli  di  là  da  Amo,  e  la  via  di  fuori  braccia  se- 
dici, e  altrettanto  quella  dentro,  e  le  mura  di  qua 
dall'Amo  grosse  braccia  tre  e  mezzo,  sanza  i  bar- 
bacani, e  alte  braccia  venti  co'  merli,  e  quelle  d' ol- 
trarno grosse  pur  braccia  tre,  sanza  i  barbacani;  ma 
aggiunsevi  per  ammenda  gli  arconcelli  al  corridoio 
di  sopra.  E  cosi  gira  la  nostra  città  di  Firenze  mi- 
glia quattordici,  e  dugentocinquanta  braccia  ;  che  le 
tremila  braccia  alla  nostra  misura  fanno  uno  migh'o. 
Puossi  ragionare  giri  cinque  nuglia  al  di  fuori  ;  ma 
rìmue  dentro  assai  del  voto  di  casamenti  con  pia 
orti  e  giardini.  La  larghezza  e  croce  della  detta  città 
facemmo  misurare,  e  trovammo,  che  dalla  porta  alla 
Croce  ovvero  di  Santo  Ambrogio,  eh'  è  da  levante, 
infino  alla  porta  del  Prato  d'Ognissanti  in  sul  Mugnone 
eh'  é  dal  ponente,  andando  per  la  via  diritta  onde  si 
corre  il  palio,  ha  b^lpcia  quattromilatreccntocinqoan- 
ta,  e  dalla  porta  di  San  Gallo  in  sul  Hugnone  eh*  è  di 
verao  tramontana,  infino  alla  porta  Romana  di  San  Piero 
Gattolino  oltramo,  eh'  è  dal  mezzogiomo^  si  ha  brac- 
cia cinquemila;  e  dalla  sopraddetta  porta  alla  Croce 
a  Gorgo  ii^fino  a  mezzo  mercato  vecchio,  si  ha  brac- 
cia duemiladugento  ;  e  dal  detto  mercato  infino  alla 
porta  del  Prato  d'Ognissanti,  si  ha  quasi  altrettante; 
e  dalla  porta  di  San  Gallo  infino  in  Mercato  vecchio 
ha  braccia  duemila  dugento,  e  dalla  porta  Romana 
di  San  Piero  Gattolino  in  Mercato  vecchio  si  ha  da 
braccia  dnemilaottocento  ;  sicché  mostra,  che  '1  punto 
della  croce  e  del  centro  del  giro  della  dttade  si  ha 
in  su  la  Calimala,  quasi  ov'  é  oggi  la  casa  de'  con- 
soli dell'arte  della  lana,  ch'é  Ira  Calimala  e  la  piaz- 
za e  loggia  d'Orto  San  Michele.  La  detta  città  di  Fi- 
renze ha  sopra  il  fiume  d'Arno  quattro  ponti  di  pie- 
tra :  qneUo  $ì  chiama  Rubaconte,  e  il  ponte  Vecchio, 
e  quello  di  Santa  Trinila,  e  quello  della  Carraia, 
sanza  quello  ordinato  di  fare  alla  fronte  di  levante 
detto  reale.  E  nella  detta  città  si  ha  da  cento  chie- 
se, tra  cattedraU,  e  badie,  e  monisteri  e  altre  cap- 
pelle, dentro  alle  dette  mura  ;  e  all'  uscita  quasi  d'o- 
gni porla  n'  ha  una  chieaa,  o  monistero,  o  spedale.  La- 
sceremo omai  del  sito  della  cittade  di  Firenze,  ch'as- 
sai n' avemo  detto,  e  torneremo  a  nostra  materia. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


27d 


CAPITOLO  CCLVra. 

Cerne  genie  delia  Chiesa  fìarono  seenfUU  da  quelli 

di  Milano. 

Nel  detto  anno  1324,  a  di  8  di  giognOi  par- 
tendosi della  terra  di  Monda  in  Lombardia  meaaer 
Passerino  della  Torre  ascito  di  Milano,  con  seicento 
eavalieri  di  quegli  della  Chiesa,  per  andare  a...,  da 
messer  Marco  Visconti  colla  gente  di  Milano  fn  as- 
salito e  sconfitto,  e  rimafonne  ben  dugento  a  carallo 
Ira  morti  e  presi,  di  qnegli  della  Chiesa. 

CAPITOLO  CCLIX. 

Come  i  Pi$ani  fecero  pace  con  P  infante  «f  Araona 

in  Sardigna, 

Nel  detto  anno,  a  di  18  di  giugno,  essendo 
la  gente  de' Pisani  strettamente  assediati  in  Castel- 
lodicastro  in  Sardigna  da  don  Alfonso  figliuolo  del 
re  d*  Araona,  come  addietro  fa  menzione,  non  pos- 
seDdo  più  durare,  avute  due  sconfitte,  e  per  difetto 
dì  vitlnaglia,  s*  arrenderono,  e  pace  feciono  per  lo 
comune  di  Pisa  col  detto  don  Alfonso  in  questo  modo: 
cho  riconoscieno  il  detto  re  d' Araona  per  signore 
e  re  dell^  isola  di  Sardigna,  e  promisongli,  che  ciò 
eh*  e*  Pisani  singulari  e  11  comune  avessono  posses- 
sione in  Sardigna,  di  tenerle  da  lui  e  fargline  omag- 
gio, e  Castellodicastro  riconoscere  da  lui,  dando- 
gline  r  anno  libbre  daemila  di  genovini  d*  omaggio, 
rimanendo  la  terra  aTtsani;  ma  ciò  attenne  loro  poco 
appresso,  che  al  tutto  volle  la  signoria  del  castello. 
Ed  essendo  air  assedio  il  detto  don  Alfonso  di  Ca- 
stellodicastro, avea  fatta  una  terra  murata  e  accasata  in 
au  la  riva  del  porto  di  Calieri  a  pie  di  Castellodi- 
castro, e  popolata  di  Raonesi  e  Catalani,  alla  quale 
puose  nome  Aragonetta,  e  chi  Bonaria.  E  per  tanto 
lasciò  loro  la  terra  di  Castello,  perocché  *nulla  per- 
sona vi  poteva  entrare  senza  la  volontà  di  qnegli 
della  terra  di  Raonetta  di  sul  porto.  E  altri  dissero, 
che  come  i  Pisani  erano  a  misagio  dentro  al  ca- 
stello, cosi  e  pih  erano  di  fuori  i  Catalani  per  pe- 
stOenzia  d'infermità  e  di  mortalità,  e  però  ne  prese 
ogni  patto  che  ne  potè  avere.  Ma  con  tutto  il  dan- 
no che  '1  detto  don  Alfonso  vi  sostenesse  di  perdita 
di  BOB  gente,  che  per  corruzione  d' aria  vi  moriro- 
no quindicimila  e  più  Catalani,  egli  per  forza  d'  arme 
e  coD  grande  senno  e  provedenza  vinse  e  conquise 
la  detta  isola  di  Sardigna  sopra  i  Pisani  in  uno  anno  ; 
onde  tutti  gritaliani  si  maravigliarono,  come  ciò  potea 
essere.  Partissi  di  Sardigna  il  detto  don  Alfonso  a  di 
16  di  luglio  con  cinquantasei  tra  galee  e  uscieri,  e 
tomossi  in  Catalogna,  lasciando  fornite  le  fortezze 
dell*  isola. 

CAPITOLO  CCLX. 

Come  il  legalo  ebbe  Casiellaguaro. 

Nel  detto  anno,  a  di  8  di  luglio,  Castellaquaro 
del  contado  di  Piacenza,  forte  e  nobile  castello, 
smarrendo  al  legato  cardinale  e  al  comune  di  Piacenza 
per  difetto  di  vittuaglia,  e  non  avea  soccorso.  Eb- 
bene messer  Manfredi  di  Landa,  il  quale  il  tenea, 


cinquemila  fiorini  d*  oro  dal  legato  ;  ed  eravi  stata 
Toste  della  Chiesa  e  del  comune  di  Piacenza  più  tem- 
po ali*  usedio. 

CAPITOLO  CCLXI. 

Co$ne  meuer  Filippo  Tedici  di  Pistoia  tolse  la  terra 
air  abate  da  Facciano  suo  *io. 

Nel  detto  anno,  a  di  23  di  luglio,  messer  Fi- 
lippo de*  Tedici  di  Pistoia  levò  a  romore  la  città  di 
Pistoia  e  tolse  la  signoria  ali*  abate  da  Pacciano 
suo  zio,  e  fecesi  chiamare  signore  per  uno  anno.  I 
Fiorentini  mandandovi  i  loro  cavalieri,  non  gli  lasciò 
entrare  dentro  alla  terra,  ma  iocontanente  riformata 
la  terra  a  sua  guisa,  si  rifermò  triegua  con  Castruc- 
cio  signore  di  Lucca,  dandogli  1*  anno  tremila  fiorini 
d*  oro  di  tributo;  e  questa  mutazione  della  signo- 
ria di  Pistoia  per  molti  si  disse  che  fu  di  tacito  con- 
senso dell*  abate  da  Pacciano,  perchè  messer  Filippo 
potesse  meglio  fornire  i  suoi  concepuli  tradimenti, 
come  innanzi  si  farà  menzione. 

CAPITOLO  ^CLXII. 
Come  U  re  di  Francia  tolse  per  moglie  la  cugina. 

Nel  detto  anno  1324,  a  di  cinque  di  luglio, 
Carlo  il  giovane  re  di  Francia  sposò  e  tolse  per  mo- 
glie la  figliuola  che  fu  di  messer  Luis  di  Francia, 
fratello  di  padre,  ma  non  di  madre,  che  fu  del  re 
Filippo  suo  padre,  e  sua  cugina  carnale,  per  dis- 
pensazione di  papa  Giovanni  ;  la  quale  per  tutti  i 
cristiani  fu  tenuta  sconcia  e  laida  cosa,  e  ancora 
vivendo  la  sua  prima  moglie. 

CAPITOLO  CCLXin. 

Come  si  cominciò  guerra  in  Guascogna  tra  V  re 
di  Francia  e  quello  d*  Inghilterra. 

Nel  detto  tempo,  il  detto  Carlo  re  di  Francia 
cominciò  guerra  in  Guascogna  contra  il  re  d*  Inghil- 
terra, per  cagione  che  la  gente  del  re  di  Francia 
avendo  cominciata  una  bastita,  ovvero  una  nuova 
terra  in  su  i  confini  della  Guascogna  infra  le  terre 
della  giuridizione  del  re  d*  Inghilterra,  quegli  del 
paese  col  balio  del  re  d*  Inghilterra  presono  la  detta 
bastita,  e  disfeciono  e  guastarono,  e*I  balio  e  gli 
sergenti  che  v*  erano  per  lo  re  di  Francia  impicca- 
rono in  sul  detto  luogo;  per  la  quale  cosa  il  re  di 
Francia  sdegnato,  vi  mandò  messer  Carlo  di  Valois 
suo  zio  con  più  di  tremila  cavalieri  franceschi  a  fare 
guerra,  e  per  bisogno  di  danari  peggiorò  la  sua  buona 
moneta  d*  argento  quattordici  e  più  per  cento,  e  fece 
medaglie  e  bianche  d*  argento  a  guisa  del  re  Filippo 
suo  padre,  e  fece  prendere  e  ricomperare  tutti  gKI- 
taliani^  che  prestavano  in  suo  reame,  e  fargli  finare^ 
per  moneta. 


*  n  testo  della  Crusca  legge:  Catatani. 

^  In  qualche  testo  :  /higli  per  fnonUa,  D  senso  è  :  di- 
cendo far  loro  le  fini  o  qaitanze,  per  moneta  lasciogli  in 
libertà. 


189 


CROinCRB 


CAPITOLO  CCLXXYI. 
Della  tefwia  de*  eatoHeri  franceschi  in  Firen%e. 

Nel  detto  anno  1324,  a  dì  20  di  novembre, 
ginnsono  in  Firenze  cinquecento  cavalieri  franceachi, 
i  quali  il  comune  di  Firenze  avea  fatti  soldare  in 
Francia,  e  furono  molto  bella  gente  e  nobili,  tutti 
gentili  uomini,  intra^quali  avea  più  di  sessanta  cavalieri 
di  corredo  ^  1  capitarne  conestabili  furono:  il  siri  di 
Basentino,  il  siri  di  Ciavigni,  il  siri  d'Ipra,  il  siri  di 
Giaconte,  messer  Miles  d*  Alzurro,  messer  Guglielmo 
di  Noren,  messer  Gian  di  Curri,  messer  Uttaso  d'Om- 
brieres,  Raolino   Lanieri,  messer  Prenzivalle  di...... 

Rinaldo  di  Fontana,  Raolino  di  Rocciaforte;  e  ven- 
nono  per  Lombardia  armati  e  con  bandiere  levate. 
E  messer  Passerino  signore  di  Mantova,  che  tenea  la 
città  di  Modona  per  parte  d"*  imperio,  a  richiesta  dei 
Fiorentini  e  Bolognesi  largì  il  passo  per  lo  contado 
di  Modona  presso  alla  città,  pagando  certa  gabella 
per  cavallo,  con  tutto  che  per  forza  d*  arme  fossono 
passati,  sì  erano  ridottati. 

CAPITOLO   CCLXXVIL 

Come  H  legalo  cardinale  credette  atere  la  città 
di  Lodi^  e  furono  iconfiiti. 

Nel  detto  anno,  a  dì  8  di  dicembre,  sentendo 
il  legato  cardinale  cho  la  terra  di  Moncia  non  si  po- 
tea  tenere,  cercò  trattato  con  certi  della  città  di  Lo- 
di, che  gli  dovessono  tradire  la  terra^  e  doveane 
avere  ottomila  fiorini  d' oro  :  fece  cavalcare  da  Pia- 
cenza cavalieri  e  gente  a  piò  assai,  e  fu  per  gli  tra- 
ditori rotto  del  muro  della  terra,  ed  entrarono  dentro 
parte  della  gente  della  Chiesa.  Sentiti  da  quegli  della 
città,  per  forza  gli  ruppono  e  soonfissono  con  grande 
danno  di  quegli  che  v*  erano  entrati,  e  vergogna 
della  Chiesa. 

CAPITOLO  CCLXXVIIL 

Come  il  papa  icomunicò  chi  facesse  contraffare 

il  fiorino  (f  oro. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  dicembre,  papa  Gio- 
vanni fece  grandi  processi  e  scomunica  contra  chiun- 
que facesse  battere  o  battesse  fiorini  d^  oro  contraf- 

*  tavolieri  la  cai  divisa  era  una  veste  rerde  bnma  e 
una  ghirlanda  dorata  :  per  essi  nel  giorno  che  rìcerevano 
il  grado  faoevasi  un  laato  e  pubblico  convito,  detto  dagli 
antichi  anche  corredo,  donde  il  loro  nome:  eavalieri  6a*> 
gnati  diceransi  quelli ,  che  nel  giorno  deUa  loro  elesione 
oltre  le  altre  cerimonie  renivano  immersi  in  nn  sacro  ba- 
gno preparato  o  in  chiesa  o  in  una  piazza.  I  Cavalieri 
bandereii  o  deUa  banda,  perchè  portavano  por  insegna  una 
banda  rosss  in  campo  verde,  erano  de'  più  pregiati  dontelU 
di  Firenze,  cioè  di  giovani  nobili  educati  a  qualche  ordine 
cavalleresco.  Cavalieri  d'armi  dioevansi  quelli  che  faoevansi 
sul  campo  di  battaglia;  cavalieri  d^ onore,  queUi  che  ne 
ricevevano  il  titolo  dai  principi  o  dal  popolo,  ed  eran  do- 
nati all'elezione  d'uno  scudo:  cavalieri  di  cavallate,  ca- 
valieri d^elmo,  0  sens'  altro  cavalieri  chiamavansi  i  sem- 
plici   nomini  d'  arme  a  cavallo  senza  grado  di  sorta. 


fatti  e  falsi  aDa  forma  di  qne'  di  Firenze,  perocché 
per  molti  signori  erano  fatti  fiilsificare,  compera  fl 
marchese  di  Monferrato  e  Spinoli  di  Genova.  Ma  il 
papa  per  sue  scomuniche  corresse  altrui,  ma  in  que- 
sta parte  non  corresse  se  medesimo;  chò  fece  fare 
i  fiorini  alla  lega  e  conio  di  quegli  éà  Firenze,  e  noB 
v^  avea  altra  differenza,  se  non  che  dal  lato  della  ^m- 
pronta  di  Santo  Giovanni  diceano  le  lettere:  Papa 
Giovanni:  e  per  intrasegna,  di  costa  al  San  Gio- 
vanni una  mitra  papale,  e  dal  lato  del  giglio  dicea- 
no le  lettere  :  Sancto  Petro  et  Paulo, 

CAPITOLO  CCLXXDL 
Come  Catmignano  si  rendè  al  comune  di  Firen%e. 

Nel  detto  anno,  a  dì  13  di  gennaio,  i  terraz- 
zani del  castello  di  Carmignano  conoscendo  che  mes- 
ser Filippo  Tedici  tenea  Pistoia  tiranneacamente  e  a 
pregiudicio  di  parte  guelfa,  si  renderono  di  loro 
buona  volontade  a  perpetuo  al  comune  di  Firenze, 
il  castello  e  la  rocca  e  la  corte,  siccome  distrettuali 
e  contadini  di  Firenze:  e  furono  fatti  franchi  sette 
anni,  e  che  a  loro  guisa  chiaaussouo  loro  podestà 
di  Firenze  che  fosse  popolano,  ne^  detti  sette  anni. 

CAPITOLO  CCLXXX. 

Come  il  re  Ruberto  volle  esser  morto  in  Ni^folL 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  gennaio,  sentendo 
il  re  Federigo  che  tenea  Cicilia,  che  1  re  Ruberto 
e  *1  duca  suo  figlinolo  faceano  a  Napoli  grande  ap- 
parecchiamento por  fare  armata  per  andare  in  Cici- 
lia, ordinò  con  assassini  catalani  e  tpscani,  che  in 
Napoli  doveasono  uccidere  il  re  Ruberto  e  1  duce, 
e  mettere  fuoco  alla  Terzana  ov*  era  il  navilio  ;  il 
quale  tradimento  scoperto,  gli  assassini  furono  presi 
e  giudicati  ad  aspra  morte. 

CAPITOLO  CCLXILXI. 

Come  il  pren%e  deUa  Marea  passò  in  Romsmia. 

Nel  detto  anno  1324,  del  mese  di  gennaio, 
messer  Gianni  fratello  del  re  Ruberto  prenze  della 
Morea,  si  partì  da  Brandizio,  con  venticinque  galee 
armate  e  altri  legni,  per  andare  in  Romania  a  rac- 
quistare  il  principato  della  Morea,  e  arrivando  al- 
l' isola  di  Cefalonia  e  del  Giacinto,  trovò  che  1  conte 
di  Cefalonia  era  stato  morto  per  uno  suo  fratello,  e 
avea  rubellata  Tisola.  Il  prenze  per  forza  d'arme  cobi- 
battè  co*  ribelli,  e  sconfissegli  e  preseli,  e  le  dette 
isole  recò  a  sua  signoria,  disertando  i  detti  ribelli; 
e  poi  passò  a  Chiarenza,  e  fuvvi  ricevuto  come  si- 
gnore a  grande  onore. 

CAPITOLO  CCLXXXII. 

Come  quelli  della  terra  di  Bruggia  si  rubellarano 

al  conte  di  Fiandra, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  gennaio,  quegli  della 
terra  di  Bmggia  in  Fiandra  con  quegli  del  Franco  d*  in- 
tomo, per  cagione  delle  sette  oh''  avea  il  popolo  mi- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


tss 


Olito  co*  grandi  borgesi,  si  rabellAroiio  a!  eonte  Loia 
di  Fiandra  ;  per  la  qual  cosa  tutti  i  mercatanti  si  par- 
tirono di  Bruggìa^  e  que*  di  Bmggia  faccendo  guerra 
assediarono  nella  terra  d^Andiborgo  la  gente  del 
conte,  per  bnono  tempo  molestando  il  paese.  Alla 
fine  quegli  di  Ganto  e  d*Ipro  feciono  accordo  tra 
quegli  di  Bruggia  e  M  conte  per  moneta,  a  grande 
rergogna  del  conte  e  de*  nobili. 

CAPITOLO  CCLXXXIIL 

Come  in  Firem^  ebbe  mutaiione  per  cagione 

delle  ictie. 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  gennaio,  essendo  per 
setta  accusato  Bernardo  Bordoni  e  altri  suoi  compagni 
airesecutore  della  giustizia  cb*avessono  fatta  baratteria 
alPoflcio  della  condotta  de*  soldati,  i  suoi  compagni 
comparirono,  e  scusarsi;  ma  il  detto  Bernardo  es- 
sendo a  Carmignano  per  ambasciadore  del  comune, 
il  detto  esecutore  volendolo  condannare,  e  parte  del- 
lo uficio  de*  priori  il  contrastavano,  che  Taveano  man- 
dato in  pruova  a  Carmignano,  e  Chele  Bordoni  suo 
fratello  col  favore  e  famiglia  de*  priori  comparì  alla 
condannagione,  protestando  ali*  esecutore  ;  tuffa  e  ro- 
more  si  cominciò  tra  la  famiglia  de*  priori  e  quella 
dell*  esecotore,  onde  tutta  la  città  quasi  roml  Alla  fine 
feseoutore  il  condannò  in  libbre  duemila,  e  cbe  non 
avesse  mai  uficio  ;  e  forse  non  sanza  giusta  cagione  ; 
e  prese  il  detto  Chele  e  più  altri  loro  seguaci,  e  con- 
dannogli  grossamente,  e  mandogli  a*  confini  a  torto 
santa  altea  ragione,  con  tutto  ne  fossono  degni; non 
por  questa  cagione,  ma  per  la  loro  soperchia  arrogan- 
sa,  eh*  erano  i  più  prosuntoosi  popolani  di  Firenze, 
e  aveano  guidata  la  terra  assai  tempo.  Ma  per  abbat- 
tere loro  e  la  loro  setta,  eh*  erano  chiamati  Serragli- 
ni,  fu  loro  fatto  più  che  giustizia.  E  per  cagione  di 
ciò,  uno  cbe  allora  era  de*  priori  loro  amico  e  vici- 
no, che  gli  aveva  favorati,  uscito  del  priorato,  fu  con- 
dannato dair  esecutore  per  contumacia  sotto  inqui- 
•iiione  di  baratteria  in  libbre  millecinquecento,  a  tor- 
lo e  sansa  ragione,  in  abbassamento  e  disonore  del- 
r  uficio  del  priorato.  E  tutto  fu  per  cagione  delle  set- 
te, perocché  *1  detto  esecutore  favoreggiava  coloro 
eh*  erano  tornati  in  istato  in  comune.  Per  la  qual  co- 
sa V  uficio  del  detto  esecutore,  eh*  avea  nome  Pietro 
Landolfo  da  Roma,  montò  in  tanta  audacia  e  traco- 
tanza, che  r  uficio  de*  priori  avea  per  niente  ;  e  tan- 
to crebbe,  ch*avrebbo  guasta  la  città  a  modo  d*uno 
bargello  ;  e  già  Pavea  follemente  cominciata,  se  non 
che  poi  ravveduti  i  buoni  popolani  che  guidavano  la 
città,  che  Topera  andava  male,  vi  misono  freno,  e  fe- 
ciono decreto,  eh*  e*  priori  potessono  privare  dello 
uficio,  podestà,  e  capitano,  e  esecutore,  che  non  si 
portassono  bene  ;  per  la  qual  cosa  il  detto  esecutore 
si  ritenne  del  suo  folle  intendimento.  Di  ciò  avemo 
fatta  menzione  non  tanto  per  lo  piccolo  fatto  de*  Bor- 
doni, quanto  per  la  mutazione  che  ne  seguì,  e  per 
le  sette  di  Firenze,  e  per  esempio  per  1*  avvenire  ; 
perocché  per  la  cagione  ài  questa  novità  al  tutto  fu 
atterrata  quella  setta  de*  Serraglini,  e  non  fu  piccola 
mutazione  tra*  popolani  di  Firenze. 


CAPITOLO  CCLXXXIV. 
Di  mmituione  mo$$a  nella  dita  di  Siena, 

Nel  detto  anno  1324,  a  dì  18  di  febbraio,  in 
Siena  risurse  la  congiura  de*  giudici  e  de*  beccari  e 
altri  popolani  contra  Tuficio  de*  nove  cbe  governava- 
no la  città,  per  rivolgere  lo  stato  della  terra,  la  quale 
giura  scoperta ,  ne  furono  presi  alquanti  e  dicapitati, 
e  molti  condannati  e  fatti  ribelli. 

CAPITOLO  CCLXXXV. 

Come  Castrucdo  prese  la  Sambuca^  é*Fistole$i 
s*  accordarono  co*  Fiorentini, 

Nel  detto  anno,  a  dì  25  di  febbraio,  Castruc- 
ciò  signore  di  Lucca  cavalcò  la  montagna  di  Pistoia, 
e  più  tenute  prese;  e  poi  andando  al  castello  del- 
la Sambuca,  gli  si  rendeo,  lo  quale  era  fortissimo 
castello.  Ma  per  gli  più  si  disse,  che  fu  opera  si- 
mulata per  lo  signore  di  Pistoia,  per  quello  che  ne 
seguì  appresso.  Rotta  la  detta  triegua  per  Castruccio 
a*  Pistoiesi,  mandarono  a  Firenze,  e  feciono  accordo 
co*  Fiorentini,  e  promisono  d*  essere  alla  guerra  co*  Fio- 
rentini contra  Castruccio,  rimanendo  messer  Filippo 
Tedici  signore  in  Pistoia,  con  più  altri  patti,  promet- 
tendo i  Fiorentini  di  rendere  loro  Carmignano,  e  di 
fare  che  *1  papa  promoverebbe  il  vescovo  di  Pistoia 
in  altro  beneficio,  ch*era  contrario  di  messer  Filippo  ; 
e  vollono  alla  guardia  di  Pistoia  cento  cavalieri  sol- 
dati di  quegli  di  Firenze  con  capitano,  cui  quegli  di 
Pistoia  seppono  eleggere.  E  tutto  ciò  che  seppono 
domandare  a*  Fiorentini  ebbono,  salvo  che  domandava 
moneta  il  detto  messer  Filippo,  ed  era  opera  simu- 
lata; perocché  grossamente  gli  fu  profferta  per  gli 
Fiorentini,  lasciando  la  signoria,  e  non  la  vollono  poi 
dare.  I  soldati  de*  Fiorentini  entrarono  in  Pistoia  il 
di  di  Risorresso,  a  di  sette  d*  aprile ,  onde  i  Fioren- 
tini tenendosi  poi  al  sicuro  di  Pistoia,  si  trovarono 
ingannati,  perocché  tutto  fu  opera  di  tradimento  del 
detto  messer  Filippo  Tedici,  come  innanzi  farà  men- 
ziono. 

CAPITOLO  CCLXXXVl. 

Come  la  taglia  de' cavalieri  eh*  erano  a  Castello 
catalcaróno  sopra  gli  Aretini. 

Nel  detto  anno,  a  di  28  di  febbraio,  fl  capitano 
della  taglia  eh*  era  sopra  la  città  di  Castello,  il  qual 
era  messer  Ferrante  de*Ma]atesti  d*  Arimino,  con  tut- 
ta sua  gente  cavalcò  sopra  Cutiglionearetino,  che  per 
tradimento  gli  si  dovea  rendere;  il  quale  tradimento 
scoperto,  e  perduta  la  speranza,  levarono  gran  preda, 
e  feciono  gran  danno  e  arsione  intomo,  e  per  lo  con- 
tado di  Cortona,  perché  i  Cortonesi  erano  scesi  con- 
tra loro. 

CAPITOLO  CCLXXXVU. 

Come  si  trassono  de"  grandi  certe  schiatte  di  Firenze, 

Nel  detto  anno,  ali*  entrare  di  quaresima,  si  fe- 
ciono in  Firenze  arbitri  sopra  gli  ordini  e  statuti  a 
correggere  e  fare  di  nuovo.  Intra  1*  altre  cose  che  fé- 


284 


CRONICHE 


dono,  fi  trasfono  del  namero  de^graodi  e  potenti  die-* 
d  casati  minimi  e  impotenti  di  Firenze,  e  yentidnqne 
sdiiatte  de*  nobili  di  contado,  e  recargli  a  popolo.  Per 
certi  fa  lodato  ;  ma  per  molti  biasimato,  perocché 
delle  schiatte  di  popolani  possenti  e  oltraggiosi  era- 
no degni  di  mettere  tra*  grandi  per  bene  di  popolo. 

CAPITOLO  CCLXXXVra. 

Come  Ai%o  Visconii  di  Milano  prese  il  borgo 

San  Donmno. 

Nel  detto  anno,  a  dì  15  di  marzo,  essendo  i 
Parmigiani  e*  Piacentini  ad  assedio  ad  nno  castello 
che  si  chiamava  Castiglione,  8*arrendeo  loro  a  patti. 
E  in  qaello  stante,  Azzo  figliuolo  di  Galeasso  signo- 
re di  Milano,  passò  il  fiume  di  Po  con  millecinquecen- 
to cavalieri  per  soccorrere  il  detto  castello,  ma  non 
venne  a  tempo  ;  ma  in  quello  trattò  d'  avere  il  bor- 
go a  San  Donnino,  il  quale  a  di  18  di  marzo  gli  s*ar- 
rendeo,  e  iv^  entro  si  dimorò  colla  maggiore  parte 
di  sua  gente,  faccendo  grande  guerra  a*  Piacentini,  e 
alla  gente  della  Chiesa  e  a*  Parmigiani. 

CAPITOLO  CCLXXXK. 

Come  Casiruccio  toUe  fare  Mccidere  il  conte  Nieri 

di  Fisa. 

Nel  detto  anno  1324,  dì  20  di  marzo,  Cutruc- 
clo  signore  di  Lucca  mandò  suoi  assassini  in  Pisa 
per  fare  uccidere  il  conte  Nieri  e  piii  altri  maggio- 
renti che  reggeano  la  città,  perchò  non  si  voleano, 
tenere  a  sua  lega  ;  i  quali  presi,  furono  distrutti  :  on- 
de crebbe  maggiormente  la  mala  volontà  da  lui  a  que- 
gli che  reggeano  Pisa. 

CAPITOLO  CCXC. 

Come  nuova  moneta  picciolo  si  fece  in  Firenze. 

Neil* anno  1325,  in  calen  d* aprile,  si  fece  in 
Firenze  nuova  moneta  picciola  della  lega  e  peso  del- 
1*  altra,  mutando  il  conio  con  San  Giovanni  pia  lungo 
e  *l  giglio  mezzo  alla  francesca  senza  fioretti  ;  peroc- 
ché 1*  altra  era  molto  falsificata.  Ha  molti  indovina- 
rono, che  non  dovea  bene  avvenire  alla  città,  avendo 
levati  i  fioretti  dentro  a^  gigli,  come  sempre  erano  stati. 

CAPITOLO  CCXCI. 

Di  miracolosa  neve  eie  venne  mi  Toscana, 

Nel  detto  anno,  a  dì  1 1  d*  aprile,  in  tutta  To- 
scana cadde  una  grande  neve  molto  piena,  e  durò  per 
più  di  quattro  ore  ;  non  si  prese  nella  dttà,  ma  di  fuo- 
ri per  tutto;  e  credettesi  eh* avesse  guaste  tutte  le 
frutta  e  tutte  le  vigne,  e  non  fece  quasi  danno  niuno. 

CAPITOLO  ccxcn. 

Come  Castruccio  ordinò  tradimento  in  Firenze. 

Nel  detto  anno  1 325,  del  mese  d*aprile,  Castruc- 
cio signore  di  Lucca  sentendo  ch'e"*  Fiorentini  s' appa- 
recchiavano di  fargli  guerra,  fece  cercare  tradimento 


in  Firenze,  e  in  Pistoia,  e  in  Prato  per  rompere  Tordi- 
ne  de*  Fiorentini.  In  Firenze  per  uno  suo  famigliare, 
eh*  era  congiunto  di  Tommuo  di  Lippaccio  di  master 
Lambertuccio  Frescobaldi,  il  quale  Tommaso  cercò  di 
corrompere  le  masnade  francesche  con  nno  messer 
Cristiano  monaco,  il  quale  il  papa  avea  dato  a*  Fran- 
ceschi per  loro  penitenziere,  e  ch^  egli  assolvesse  col- 
pa e  pena.  Questi  con  uno  cavaliere  della  bandiera 
di  messer  Guglielmo  di  Noren  seguirono  il  trattato; 
e  prometteano  al  detto  messer  Guglielmo  e  mes- 
ser Niles  d*Alzurro  conestabili,  e  degli  altri,  tornare 
da  Castrucdo.  Il  quale  trattato  si  scoperse  :  e  anco- 
ra che  *l  detto  Tommaso  dovea  rubellare  al  comune  di 
Firenze  Capraia  e  Mootelupo.  Furono  presi  il  detto  mo- 
naco, e  *1  detto  cavaliere  :  Tommaso  si  fuggì.  E  ritro- 
vato il  tradimento,  al  detto  cavaliere  fu  tagliato  il  ca- 
po, e  *l  detto  monaco  in  perpetuale  carcere,  e  Ton- 
maso  condannato  come  traditore,  e  disfatti  i  beni  suoi, 
e  messer  Guglielmo  di  Noren  si  scusò  eh*  era  mala- 
to, e  disse  che  non  sentì  il  trattato  ;  ma  veramente 
ne  fu  colpevole,  come  innanzi  si  scopri.  H  trattato  di 
Prato  era  per  messer  Vita  Pugliesi  cavaliere  della 
terra.  Scopersesi,  e  furonne  decapitati,  ed  egli  e*  soci 
cacdarono  di  Prato.  A  quello  di  Pistoia  diede  con- 
pimenlo,  come  innanzi  farà  menzione. 

CAPITOLO  ccxcm. 

Come  alcuno  accordo  fa  tra  gli  eletti  della  Magna, 

Nel  detto  anno  e  mese  d'  aprile^  il  dogio  di  Ba- 
viera eletto  re  de^  Romani  trattato  fece  di  pace  con 
Federigo  dogio  d*  Osterich  simigliantc  eletto,  il  quale 
avea  in  sua  pregione,  e  co^suoi  fragili  sotto  certi 
patti,  faccendogli  rinunziare  alla  ama  lezione  del- 
lo *mperio,  salvo  chel  duca  Lupoldro  suo  fratello  noa 
volle  acconsentire  al  detto  accordo,  ma  s*  allegò  col- 
la Chiesa  e  col  re  di  Francia,  e  facea  gran  guerra  al 
detto  eletto  di  Baviera  ;  e  però  non  si  compiè  allo- 
ra il  detto  trattato,  ma  poi  per  certo  modo,  come 
diremo  innanzi  nel  capitolo  CCCXVI. 

CAPITOLO  CCXCIV. 

Coffie  Castruccio  signore  di  Lucca  ebbe  la  città  di 

Pistoia. 

Nel  detto  anno,  domenica  mattina  anzi  il  gior- 
no, a  dì  5  di  maggio  1325»  messer  Filippo  Tedid  cbe 
tenea  Pistoia  diede  compimento  al  suo  tradimento,  cbe 
mise  in  Pistoia  Castrucdo  signore  di  Lucca  con  tut- 
ta sua  gente,  e  corse  la  terra  ;  e*  soldati  che  v*  era- 
no alla  guardia  per  gli  Fiorentini,  e  altri  guelfi  della 
terra  che  si  levarono  alla  difensione,  furono  presi  e 
morti,  e  tolto  loro  Tarme  e*  cavai  li.  Sentendosi  la  no- 
vella in  Firenze,  non  però  al  certo,  che  al  tutto  fos- 
se perduta  la  terra,  faccendosi  per  lo  comune  e  po- 
polo una  grande  festa  (che  la  mattina  aveano  fatto 
cavaliere  uno  Pietro  Landolfi  da  Roma  esecutore  degli 
ordini  della  giustizia  del  popolo,  e  Urlimbacca  cone- 
stabile  tedesco,  per  loro  meriti)  ;  ed  essendo  i  priori 
co*  detti  cavalieri  novelli  t  tutte  signorie,  e  buona 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


285 


parte  della  migliore  gente  di  Firenze,  a  tavola  a  man- 
giare nella  chiesa  di  San  Piero  Scheraggio,  ove  ai 
faceva  la  corte,  b*  abbatterono  le  tavole,  e  ogni  gen- 
te fu  air  arme,  e  cavalcoasi  inflno  a  Prato,  creden- 
do che  parte  della  terra  ai  tenesse,  per  aiutarla  rico- 
verare. Sfa  sentendo  il  vero,  come  al  tutto  per  Io  det- 
to tradimento  era  perduta,  si  tornarono  in  Firenze 
con  gran  dolore  e  tema.  Di  questo  tradimento  ebbe 
il  detto  messer  Filippo  da  Castruccio  diecimila  fio- 
rini d*  oro  ^,  e  la  figliuola  del  detto  Castruccio  per 
moglie  ;  e  incontanente  Castruccio  vi  fece  cominciare 
a  murare  uno  grande  castello  dentro  alla  città  dalla 
porta  Lucchese  in  sul  prato  di  Pistoia.  E  intanto  di 
questa  perdita  di  Pistoia  s^ebbono  a  riprendere  i  Fio- 
rentini, che  più  volte  avrebbono  avuta  la  signoria  della 
terra  dal  detto  messer  Filippo,  dandogli  la  detta  somma 
dì  moneta,  o  meno;  ma  per  certi  trattatori  fiorenti- 
ni, o  volendolo  ingannare,  o  della  detta  moneta  per 
loro  proprietà  guadagnare,  non  si  compiè  il  trattato; 
ma  trattando  più  volte  cercarono  via,  e  feciono  fare 
cavalcate  infino  a  Pistoia  per  torre  la  terra;  onde  il 
detto  messer  Filippo  con  disperato  tradimento  si  con- 
dusse a  darla  a  Castruccio  ;  la  qual  cosa  fu  comincia- 
mento  dì  molti  maliepericoliche  ne  seguirono  a^  Fio- 
rentini, e  a  parte  guelfa  in  Toscana.  E  il  dì  mede- 
simo apparve  in  aria  due  cerchietti  congiunti  così  di 
dae  colorì,  quasi  a  modo  d'arco,  apparenti  molto,  e 
dorarono  assai  ;  onde  si  disse  per  molti,  che  non  era 
MmMìià  grande  significazione  di  future  novitadi. 

CAPITOLO  CCXCV. 

Comò  metter  Ramando  di  Cordona  venne  in  Firenze 

per  capiiano  di  guerra. 

Nel  detto  anno ,  il  seguente  di  che  ai  perde 
Pistoia,  dì  6  di  maggio,  in  su  la  terza  giunse  in 
Firenze  subitamente  messer  Ramondo  di  Cardona  e- 
letto  capitano  di  guerra  per  gli  Fiorentini,  che  ve- 
nia da  corte  per  mare  per  la  via  da  Telamone,  on- 
de i  Fiorentini  si  rìconfortaro  molto;  e  il  dì  me- 
deaifflo  in  ani  vespro  giurò  Tuflcio  in  an  la  piazza 
di  San  Giovanni,  con  grande  trionfo  e  parlamento.  E 
incontanente  i  Fiorentini  cavalcarono  e  puosono  aa- 
•edio  al  castello  d'Artimino,  ch'era  de' Pistoiesi,  e 
di  poco  tempo  rimurato  e  afforzato  per  gli  Pistoleaf. 

CAmOLO  CCXCVL 

Cofli^  il  duca  di  Caiavra  con  grande  armala  andò 

topra  la  Cicilia. 

Nel  detto  anno,  a  dì  8  di  maggio  1325,  Cario 
dnca  di  Caiavra  e  figliuolo  primogenito  del  re  Ru- 
berto, apparecchiata  una  grande  armata  di  centoventi 
galee  e  oaaieri,  e  legu  di  carìoo  in  grande  quanti- 


*  M  mila,  a  stara  coUe  Storie  Piatolasi,  eap.  78  e  79, 
doT6  leggefi  più  BpeclftoAto  il  Ditto  del  tradimento.  Tuito 
lo  tradimento  t^  ordinò  per  M,  Cremona;  fratt  Qrigore  fu 
gtuOo,  e&e  fece  lo  trattato  ;  Mino  di  M.  OinOf  e  Bartromeo 
Briedardi  inmems  con  Calino  di  U.  Filippo  apertono  la 


tè,  con  duemilacinquecento  cavalieri  e  popolo  gran- 
dissimo, si  partì  di  Napoli  per  andare  in  Cicilia  ;  ma 
per  contrario  tempo  dimorò  air  isola  d' Ischia  infino 
a  dì  22  di  maggio  ;  poi  fatta  vela  arrivò  a  Palermo, 
il  dì  della  Pentecoste  dì  26  di  maggio,  e  puose  as- 
sedio alla  detta  città  di  Palermo,  e  dievvi  più  bat- 
taglie di  dì  e  di  notte,  e  faccende  minare  delle  mura, 
ma  niente  v'acquistò  altro  che  di  guastarla  intorno, 
e  dimorovvi  all' assedio  infino  adì  18  di  giugno.  Poi 
partita  l'oste,  al  terzo  dì  rovinarono  delle  mura  di 
Palermo  più  di  trecento  braccia,  dalla  parte  dov'e- 
ra stata  r  oste.  Nota  a  che  pericolosa  fortuna  fu- 
rono i  Palermitani,  e  come  fu  corta  la  felicità  del 
duca.  E  partito  il  duca,  fece  la  via  per  terra  da  Co- 
riglione  con  sua  oste,  e  '1  navilio  per  mare,  guastan- 
do Trapali  e  tutto  il  paese  d' intorno,  e  tutta  Val- 
dimazzara,  e  poi  Seragosta  e  Cattania,  e  poi  a  dì 
7  d*  agosto  si  puose  a  Messina  dalla  contrada  detta 
Tavernabianca,  infino  presso  alla  città  a  due  miglia, 
guastando  tutto  sanza  riparo  o  contrasto  nullo.  E  a 
dì  20  d'agosto  si  parti  dell'isola  sano  e  salvo  con 
tutta  sua  oste  e  navilio,  e  arrivò  in  Caiavra  ;  e  a  dì .... 
di ....  tornò  in  Napoli. 

CAPITOLO  ccxcvn. 

Di  tegno  eh*  apparve  in  aria. 

Nel  detto  anno,  dì  21  di  maggio,  dopo  il  suo- 
no delle  tre,  venne  in  Firenze  uno  grandissimo  tre- 
muoto,  ma  durò  poco,  e  la  sera  vegnente  22  di  mag- 
gio uno  grandissimo  raggio  di  vapore  di  fuoco  si 
vide  volare  sopra  la  città,  e  chi  aentì  e  vide  i  detti 
segni  dubitò  di  futuro  pericolo  e  novitade. 

CARTOLO  CCXCVra. 

Carne  i  Fiorentimi  ebbono  il  eattello  d*  Animino. 

Nel  detto  anno,  dì  22  di  maggio,  a'  arrendè  il 
castello  d*  Artimino  all'  oste  de'  Fiorentini,  salve  le  per- 
sone, ve^nendo  quegli  che  v'erano  dentro  presi  a 
Firenze,  che  furono  dugentosette  tra  terrazzani  e  Pi- 
stoiesi: ma  poi  furono  lasciati,  e  fecionsi  abbattere 
le  mura  e  le  fortezze,  e  recosaene  la  campana  del  co- 
mune d*  Artimino. 

CAPITOLO  CCXCIX. 

Come  la  genie  del  marchete  della  Marca  fu 
tconfUla  ad  Otimo. 

Nel  detto  anno  1325,  a  dì  30  di  maggio,  es- 
sendo Toste  del  marchese  della  Marca  intorno  di  cin- 
quecento cavalieri  e  popolo  grande,  d*intomo  guastan- 
do la  città  d'Osimo\  quegli  di  Fermo  e  di  Fabbriano 
venuti  chiusamente  la  notte  dinanzi  in  Osimo,  e  Toste 
della  Chiesa  essendo  sparti  al  guasto,  assaliti  da  que- 
gli d't)simo,  furono  sconfitti;  ondo  vi  rimasono  di 
quegli  della  Chiesa  più  di  dugento  a  cavallo,  e  più 
di  mille  a  pie  tra  morti  e  presi. 


'  Vo  colla  Oinntba  perchè  il  Testo  Daranieti  ha  una 
firammessa,  che  levm  il  senso  :  essendo  V  oste  del  marchese 
della  Marca  intomo  di  cinquecento  cavalieri  e  popolo  ste  al 
terao  di  rovinarono  ddU  msura  di  Palermo  piik  d^  grande 

aw    ^a'pa^F*  ww^^   la^avwwi^a^^i^^F    ^^wap# 


186 


CROIflCBB 


CAPITOLO  ecc. 
V  apparecchiómento  deWotte  de' 


Nel  detto  anno,  a  di  8  di  gtogno,  i  Fiorentini  or- 
dinaro  di  fare  oste  aopra  Pistoia  e  contra  Castrac- 
elo signore  di  Lacca  :  diedono  loro  insegno  d*  oste, 
e  poosonle  a  San  Piero  a  Monticelli.  Castracelo  sen- 
tendo ciò,  non  istando  ozioso,  a  di  11  di  giagno 
usci  dì  Pistoia,  e  venne  in  sol  castellare  del  Monta- 
le, e  quello  con  istndio  fece  riporre  e  affòrsare.  I  Fio- 
rentini sentendo  ciò,  mercoledi  mattina  a  di  12  di 
giugno,  feciono  cavalcare  messer  Ramondo  di  Car- 
dona  capitano  di  guerra  con  tutti  i  soldati  a  Prato, 
e  il  giovedì  vegnente  cavalcarono  tutte  le  cavallate 
di  Firenze,  e  ogni  gente,  popolo  e  cavalieri  e  sonan- 
do le  campane  del  comune:  Intra  1* altre  sonava  una 
campana  che  fu  già  del  castello  del  Montale  recata  per 
gli  Fiorentini  quando  T acquistarono:  comindando  a 
sonare  si  ruppe;  onde  per  molti  si  dubitò  di  segno 
di  mala  fortuna.  Ma  perchè  cresce  materia  di  grandi 
cose  da' Fiorentini  a  Castruccio,  lascleremo  ogni  al- 
tra ricordanza  d^  altre  novità  di  diversi  paesi  Infino 
che  sia  tempo  e  luogo,  per  seguire  ordinatamente  quel- 
le de*  Fiorentini.  B  prima  faremo  menzione  dell'  or* 
dine  delPoste  che  mal  per  lo  comune  di  Firenze  per 
se  proprio  non  la  fece  maggiore,  santa  aiuto  d*  ami- 
stà ;  che  della  città  v'  andarono  quattrocento  cavalieri 
di  cavallate  de*  migliori  della  città,  grandi  e  popola- 
ni, che  con  loro  compagni  furono  più  di  cinquecento 
nomini  a  cavallo  d*arme  ben  montati,  che  piii  di  cento 
erano  a  grandissimi  destrieri.  Soldati  avea,  e  vi  furono 
quindici  centinaia  che  bene  seicento  erano  Franceschi, 
con  più  grandi  signori  e  gentili  uomini,  e  dugento 
Tedeschi,  molto  buona  gente  e  Isprovata,  e  dugen- 
totrenta  ne  avea  messer  Ramondo  di  Cardona,  capita- 
no dell'oste,  tra  lui  e*l  suo  maliscalco,  eh*  avea  no- 
me messer  Bornio  di  Borgogna,  che  i  cento  erano 
Borgognoni  e  gli  altri  Catalani.  B  oltre  a*  detti  soldati 
n*  avea  da  quattrocentocinquanta  tra  Franceschi,  e 
Guasconi,  e  Fiamminghi,  e  Provenzali,  e  Italiani,  scelti 
di  tutte  le  masnade  vecchie,  pochi  per  bandiera.  Gen* 
te  a  pie  furono  tra  cittadini  e  contadini  più  di  quin- 
dicimila bene  armati;  ed  ebbono  I  Fiorentini  in  lo- 
ro oste  ottocento  e  più  trabacche  e  padiglioni  e  ten- 
de di  panno  lino:  e  andavano  con  una  campana  In 
sul  carro,  al  suono  delinquale  si  mutava  Toste  e  s'ar- 
mava: e  non  era  nullo  di,  che  non  costasse  a*  Fio- 
rentini tremila  fiorini  d*  oro  e  più.  Ed  avea  nella  det* 
la  oste,  tra  cittadini  e  signori  forestieri,  più  di  tre- 
cento grandissimi  destrieri  di  valuta  da  centocinquanta 
fiorlDi  d*  oro  In  su,  tutti  a  briglie,  e  tra  ogni  cavallo 
ronzino  e  somieri  più  di  seimila,  sanza  quegli  dell*  a- 
mistadi,  che  vennono  poi. 

CAPITOLO  CCCL 

Come  foste  de" Fiorentini  andò  a  Fittoia^  e  come 
presono  il  passo  della  Guisciana, 

Nel  detto  anno  1325,  lunedi  di  17  dì  giugno, 
cosi  nobile  oste  e  cosi  fornita,  aggiuntivi  dugento  ca- 
valieri di  Siena,  si  partirono  di  Prato,  e  puosonsi  ad 


a  campo  in  su  quello  di  Pistoia,  gnasliido- 
gli  intorno  da  più  parti,  abbattendo  molte  forteue  e 
con  gran  prede,  e  mutandosi  per  sei  campi,  e  fl  di 
di  San  Giovanni  fedono  correre  palio  di  sciamito  vel- 
luto presso  alla  porta  di  Pistoia.  Castracdo  essesdo 
dentro  ali  4  terra  di  Pistoia  con  setteceoto  cavilierì 
e  popolo  grandissimo,  non  s*  ardi  a  usare  faorì  i 
nu'lo  awisamento,  ma  intendea  pure  alla  goardia  del- 
la terra.  Poi  a  di  4  di  luglio  si  pnose  1*  oste  a  Tii- 
zano,  e  a  quello  messer  Ramondo  fece  rizzare  difidi 
e  cominciare  a  cavare  da  più  parti,  faccende  vista  di 
volere  fl  castello  ;  e  cosi  stando,  adi  9  di  loglio  aiei- 
aer  RaBM>ado  e  *l  ano  consiglio  de*  capitani  dell*  oste 
fedono  la  notte  dinanzi  cavalcare  fl  suo  maliscilco 
con  cinquecento  cavalieri  de*  migliori  delT  oste  a  Fa- 
cecchio  ;  e  acdocchè  Castruodo  non  si  prendesse  gaar- 
dia,  la  notte  medesima  fece  nn^  altra  cavalcata  prei- 
so  a  Pistoia ,  guutando .    Giunti  i  detti  cavalieri  i 
Fuoecchio  con  gli  nsdti  di  Lucca,  eh*  erano  da  eea- 
tocinqnanta  a  cavallo  e  a  pie  assai,  e  dell'alile  castel- 
la di  Yaldarno  gente  assai,  ond' erano  capitani  nei- 
ser  Ottaviano  Bronelleschi  e  messer  Bendino  de*  Rosa 
di  Firenze,  apparecchiato  uno  ponte  di  legname,  li 
notte  vegnente  di  furto  per  loro  (a  posto  in  so  li 
Guisdana  al  passo  di  Rosaiuolo,  e  chiavato;  e  pas- 
sati i  detti  cavalieri  e  popolo  assai  di  là,  ansi  che 
quegli  di  Cappiano  e  di  Montefaloone  ae  n*acoorges- 
sono.  B  poi  quel  di  medesimo,  di  1 0  di  luglio,  mes- 
ser Ramondo  con  tutta  1*  oste  subitamente  si  parti- 
rò dall*  assedio  di  Tizzano  e  valicarono  fl  poggio  del 
monte  di  sotto,  e  la  aera  medesinui  furono  accam- 
pati con  gli  altri  cavalieri  prima  andati  di  là  da  Gai- 
sdana  intorno  al  castello  di  Cappiano,  che  fo  oso 
bello  e  provveduto  e  subito  acquisto  di  guerra,  cbe 
mal  per  forza  né  per  altro  modo  quel  passo  nona* era 
potuto  acquistare  per  gli  FiorentinL  C#stnicdo  ciò 
sentendo,  e  appena  credendolo,  come  stordito  si  par- 
ti di  Pistoia  con  tutti  i  Pistoiesi,  Insciando  la  terra 
fornita  di  sua  gente,  e  venne  In  Valdinievole,  e  si 
pnoae  In  au  Vivinaia  con  sua  oste  ;  e  mandò  per  soc- 
corso a  Lucca  e  a  Pisa  e  a  lutti  1  suoi  amici,  fl  qoa- 
le  ebbe  dal  vescovo  d'Arezzo  trecento  c-avalierìi  e 
deUa  Marca  e  di  Romagna  dugento  cavalieri,  e  di 
Maremma  da'  Conti  a  Santafiore  e  altri  baroncelli  ghi- 
bellini da  centocinquanta;  sicché  si  trovò  da  quindi- 
ci centinaia  di  cavalieri  e  popolo  grandissimo,  e  in 
su  Vivinaia,  e  Montechiaro,  e  in  luogo  detto  fl  Cer^ 
raglio  a*  afforzò,  e  ripuose  Porcari,  e  fece  fare  oao 
fosso  dal  poggio  al  pedule,  e  steccare  e  guardare 
con  molta  soUedtudine  di  di  e  di  notte.  Ma  da' Pi- 
aani  nullo  aiuto  ebbe,  perchè  il  conte  NIeri  e  que- 
gli che  reggeano  la  terra  ai  teneano  suoi  nimid,  pw 
queUo  ch'egli  avea  operato  contra  loro. 

CAPITOLO  cccn. 

Come  i  Piorentim  ebbono  Cappiano  e  */  penUy  s  P^ 

Montefàlcone. 

I  Fiorentini  essendo  ad  oate  a  Cappiano,  a  di  13 
di  luglio  §'  arrenderono  a  loro  le  torri  e  *l  ponte  da 
Cappiano,  eh*  era  molto  forte  ;  e  a  di  1 9  di  loglio 
a'  arrendè  Cappiano,  salve  le  persone,  per  tema  di 


DI  6I0TANM  VILLAM. 


167 


€■▼6  •  di  dificii.  E  a  di  21  di  loglio  li  paose  To- 
ste «  Montefalcone,  e  a  di  29  di  loglio  a"  arrendè  a 
piUi,  salve  le  persone.  Essendo  i  Fiorentini  in  vitto- 
ria tatti  gli  amici  mandarono  soccorso  :  i  Sanesi  ol- 
tre a"*  dogento  primi  cavalieri,  mandarono  altri  du- 
geiito  cavalieri  e  seicento  balestrieri,  e  cento  cava- 
lieri delle  case  cittadine  di  Siena,  e  cento  soldati: 
ferugÌA  tra  doe  volte  dugentosessanta  cavalieri  :  Bo- 
logoa  dogento  cavalieri  :  Camerino  cinqoanta  cavalieri  : 
Agobbio  cinquanta  cavalieri:  Grosseto  trenta  cavalieri: 
Montepoldano  qoaranta  cavalieri  :  il  conte  Assarriano 
da  Chiasi  qoindici  cavalieri:  Colle  quaranta  cavalieri: 
Sangimignano  qoaranta  cavalieri  :  Samminiato  qoaranta 
cavalieri:  Volterra  trenta  cavalieri:  Faenza  e  Imola 
cento  cavalieri  tra  doe  mandate:  qoegli  da  Logliano 
quindici  cavalieri  e  gente  a  pie:  i  conti  a  BattifoUe 
Tenti  cavalieri  e  cinqoecento  pedoni  :  e  gli  asciti  di 
Lacca  erano  più  di  cento  cavalieri;  e  gli  osciti  di  Pi- 
stoia da  venticinqoe  :  sicché  V  oste  de*  Fiorentini  creb- 
be in  più  di  tremila  cavalieri.  Si  ritrovarono  a  dì  3 
d^  agosto,  che  si  puosono  ad  assedio  ad  Altopascio, 
fl  qaale  era  molto  forte  dimora  e  torri,  e  fossi  e  stec- 
catL  Bene  avvenne  air  oste  de^  Fiorentini  pestilenzia, 
che  per  lo  dimoro  eh*  aveano  fatto  in  su  la  Guisciana, 
molti  n*  ammalarono  e  molti  ne  morirono,  pure  de*  più 
cari  cittadini  di  Firenze  e  altri  forestieri  assai,  onde 
Tosto  affievolì  molto.  Stando  Toste  ad  Altopascio, 
Castraccio  fece  cercare  e  rinnovare  il  trattato  e  tra- 
disiento  nell'  oste  de' Fiorentini  co*  due  conestabili  firan- 
eeschi,  dò  fo  messer  Miles  d*Alzorro  e  messer  Go» 
gllelmo  di  Noren  d' Artese  poveri  cavalieri,  il  quale 
tradimento  si  scoperse  essendo  malato  il  detto  mes- 
ser Mfles,  e  vegnendo  a  morte  ;  §  fu  preso  per  mes- 
ser Ramondo  il  detto  messer  Guglielmo,  ma  per  te- 
ma degli  altri  Franceschi  non  fo  giustiziato,  ma  da- 
togli commiato  :  faccende  vista  d' andare  a  Napoli  al 
re,  da  Hontepolciano  per  Maremma  si  tornò  dalla  par- 
te di  Castraccio,  e  poi  fece  molto  di  male  a*  Fioren- 
tini. Ed  essendo  ancora  Toste  ad  Altopascio,  Castroc- 
do  fece  cavalcare  da  Pistoia  dogento  de*sooi  cava- 
lierì  e  pedoni  in  sol  contado  di  Prato,  e  in  so  qoello 
di  Firenze  infino  a  Lecole  a  dì  10  d*  agosto,  arden- 
do e  guastando  sanza  ninno  contrasto,  levando  gran- 
de preda.  E  poi  a  dì  23  di  agosto  fece  fare  on*  altra 
cavalcata  in  so  Carmignano  di  centocinqoanla  cava- 
lierì  e  mille  pedoni,  credendo  prendere  la  terra  e  fa- 
re levare  Toste  d* Altopascio  ;e  già  entrati  nella  vil- 
la, alquanti  Fiorentini  con  quegli  di  Campi  e  di  Gan- 
galandi  e*  goelfi  di  Carmignano  vi  cavalcarono,  e  co*  ca- 
valieri bolognesi  eh*  erano  in  Firenze,  e  sconfisson- 
gU,  e  bene  qoattro centocinqoanla  ne  furono  morti  e 
presi  assai,  onde  T  oste  di  Castroccio  molto  isbigottio. 

CAPITOLO  CCCIIL 

Come  il  castello  éf  Altopascio  $"*  arrendè 

a*  Fiorentini, 

Sentendo  quegli  di  Altopascio  la  rotta  da  Car- 
mignano, e  essendo  di  loro  assai  malati,  e  vegnen- 
do tra  loro  a  riotta  dentro,  sì  s*  arrenderono  a' Fio- 
rentini a  dì  23  d'agosto   1325,  salve  le  persone. 


che  v*avea  dentro  cinqoe  ente  fanti,  e  fornito  per 
doe  anni.  Preso  Altopascio,  nell'oste  de*  Fiorentini 
e  ancora  in  Firenze  ebbe  contrasto  ad  andare  più  in- 
nanzi 0  di  tornare  alTassedio  a  Santa  Maria  a  Monte,  e 
in  qoesto  bistentaro  ^ ,  e  ristettono  ad  Altopascio , 
poi  che  Tebbono,  infine  a  dì  9  di  settembre,  con 
grande  spendio  e  scemamente  dell*  oste  de*  Fiorenti- 
ni, sì  per  molti  infermi  che  v*avea,  e  a*  più  era  rin- 
crescioto  1*  osteggiare  sì  lungamente,  e  d*  altra  parte 
per  la  baratterìa  che  messer  Ramondo  facea  al  suo 
maliscalco,  di  dare  parola  per  danari  a  chi  si  volea 
partire  dell*  oste,  onde  molto  scemò  T  oste  de*  Fio- 
rentini ;  e  *l  detto  messer  Ramondo  non  v*  avea  la  me- 
tà di  soa  gente.  Di  qoesti  difetti  accorgendosi  i  sa- 
vi, e  di  Firenze  e  ch*erano  nelToste  capitani,  com*era 
impossibile  di  passare  verso  Locca  per  le  fortezze  e 
ripari  di  Castroccio,  consigliavano  che  *1  porsi  a  San- 
ta Maria  a  Monte,  e  T  afforzare  il  campo,  e  avvicen- 
dare i  cittadini  e*  forestieri,  e  di  fermo  era  il  migliore, 
e  sanza  guari  indugio  s*  avea  il  castello  per  difetto 
d*  infermiti  che  v*  era  stata  dentro.  Altri  cittadini  gran- 
di e  popolani  che  menavano  messer  Ramondo  e  T  oste 
a  loro  goisa  (ciò  fu  per  loro  prosanzione  e  vanagloria) 
si  fermarono  s*  andasse  infino  a  Locca,  anzi  che  T  oste 
tornasse  in  Firenze;  e  così  si  prese  partito  del  piggio- 
re  ;  e  il  detto  dì  9  di  settembre  si  partì  d^ Altopascio, 
e  per  arrota  al  primo  fallo  si  poosono  alla  badia  a  Poz- 
zevere  in  sol  pantano  di  Sesto,  che  si  poteano  porre 
alla  piaggia  tra  Yivinaia  e  Porcari,  e  aveano  rotte 
T  osti  de'  nemici,  e  conqoiso  Castroccio  ;  ma  a  cui 
Dio  vuole  male  gli  toglie  il  senno.  E  con  qoesto  creb- 
be giusta  cagione,  che  messer  Ramondo  con  quegli 
caporali  fiorentini  che  'I  guidavano  per  modo  di  set- 
ta, si  credea  essere  signore  di  Firenze,  e  non  vo- 
lendo porre  T  oste  a  Santa  Maria  a  Monte,  né  caval- 
care e  porre  Toste  come  potea  in  sul  poggio,  per 
quistioni  eh* avea  mosse  a'Fiorentini  di  volere  balia 
così  nella  città,  tornato  lui,  come  nelToste,  condus- 
se se  e  Toste  de*  Fiorentini  a  pericolo  e  gran  vergo- 
gna e  dammaggio,  come  appresso  fari  menzione. 

CAPITOLO  CCCIV. 

Come  i  Fiorentini  furono  sconfitti  ad  Altopascio 

da  Castruccio. 

Castrnccio  d* altra  parte,  con  tutto  che  Toste 
de*  Fiorentini  fosse  afllevolita,  egli  medesimo  e  la  sua 
oste  era  mancata  molto,  sì  per  infermità^  e  sì  per  lunga 
dura,  e  che  gli  fallia  Io  spendio,  che  appena  si  potea 
rimediare;  tuttavia  come  franco  duca  ritenea  la  sua 
oste  con  molto  affanno  in  isperanza,  tegnendo  guerniti 
e  afforzati  tutti  i  poggi  di  Yivinaia  e  Montechiaro,  e 
Cerruglio,  e  Porcari,  poi  infino  al  pantano  di  Sesto, 
acciocché  T  oste  de*  Fiorentini  non  potesse  valicare  a 
Lucca.  Ma  dottandosi  ancora  che  per  se  non  potesse 
durare,  e  ancora  conoscendo  che  T  oste  de*  Fiorentini 
era  condotta  in  luogo  dov*  egli  avea  T  avvantaggio  del 
combattere,  s*  avesse  avuto  di  più  gente,  sì  mandò 
al  capitano  di  Milano  messer  Galeasso  che  gli  man- 


•tettero  a  difftfio. 


288 


CRONICHE 


dasse  il  figliuolo  Aezo  con  gente  eh*  era  nel  borgo 
a  San  Donino,  e  mandogli  diecimila  fiorini  d^  oro,  pro- 
mettendogli più  moneta.  Il  qaale  Azzocon  comanda- 
mento del  padre  ■*  apparecchiò  di  venire  con  otto- 
cento' cavalieri,  e  per  diffalta  del  legato  e  delPoste  della 
Chiesa,  eh*  erano  a  oste  a  San  Donnino,  che  gli  la- 
sciarono partire,  e  ebbe  danari  il  maliscalco  del  le- 
gato, si  parli  colla  detta  gente  per  venire  a  Lucca,  e 
messer  Passerino  signore  di  Mantova  e  di  Uodona 
gline  mandò  dugento  cavalieri,  sicché  subito  soccorso 
e  aiuto  ebbe  di  mille  cavalieri  tedeschi  e  oltramontani. 

CAPITOLO  CCCV. 
Di  quello   medesimo. 

Essendo  Toste  a  Pozzevere,  messer  Ramondo 
volendo  ammendare  il  fallo  che  si  fece  di  dovere  por- 
re Toste  in  su  la  piaggia  tra  Montechiaro  e  Porcari, 
raddoppiò  il  fallo  sopra  fallo,  che  mandandovi  il  suo 
maliscalco  e  messer  Urlinbacca  Tedesco,  forse  con 
cento  cavalieri  con  gli  spianatorì,  per  fare  spianare, 
a  di  1 1  settembre,  di  lungi  alT  oste  più  d*  ano  mi- 
glio, Castruccio  che  era  al  disopra  del  poggio,  ordi- 
natamente mandò  gente  in  più  schiere  per  partite,  a 
cominciare  a' detti  guardatori  degli  spianatori  bada- 
lucco, ed  egli  poi  con  tutta  sua  gente  e  schiere  fat- 
te si  calò  giù  alla  valle.  Cominciato  il  badalucco  si 
cominciò  a  ingrossare,  che  delT  oste  de^  Fiorentini  vi 
trassono  di  volontà  sanza  ordine  più  di  dugento  ca- 
valieri, tra  Franceschi,  e  Tedeschi,  e  Fiorentini,  de' 
migliori  dell^  oste,  e  simigliante  di  quegli  di  Castruc- 
cio, e  fu  la  più  bella  e  ritenuta  battaglietta  cha  fosse 
anche  in  Toscana,  che  durò  per  ispazio  di  parecchie 
ore,  e  più  di  quattro  volte  fu  rotta  T  una  parte  e  T  al- 
tra, rannodandosi  e  tornando  alla  battaglia  a  modo  di 
torniamento  ;  e  la  gente  de'^Fiorentini,  che  erano  pochi 
più  di  trecento  a  cavallo,  sostennero  e  ripinsono  quegli 
di  Castruccio,  che  erano  più  di  seicento;  e  aveasi 
la  sera  la  vittoria  per  gli  Fiorentini,  se  messer  Ra- 
mondo avesse  mandata  più  gente  in  aiuto  a' suoi,  o 
colle  schiere  grosso  fosse  mosso  contro  a^  nemici; 
ma  condussele  in  capo  del  piano,  che  v*  avea  uno  fos- 
fo  con  piccolo  spazio  di  spianato,  per  modo  che 
bene  comodamente  le  schiere  fatte  non  poteano  sanza 
spartirsi  valicare,  e  con  periglio.  Castmcdo  che  per 
lo  vantaggio  del  poggio  vedea  tutto,  pinse  colla  sua 
schiera  contra  1  Fiorentini,  e  fu  sostenuto  e  rìpinto 
gran  pezzo,  e  scavallato  in  persona,  e  fedito  egli  e 
più  de'  suoi,  per  virtù  de'  buoni  cavalieri,  eh'  erano 
dalT  altra  parte  ;  ma  alla  fine  tra  per  lo  soperchio  di 
gente,  e  perchè  s^  annottava,  que'  de'  Fiorentini  si 
ritrassono  alle  schiere  loro,  ma  si  vi  rimasono  di  lo- 
ro da  quaranta  cavalieri  tra  morti  e  presi  pure  de^  mi- 
gliori, in  tra'  quali  fu  messer  Urlinbacca  cavaliere 
tedesco  preso  con  dodici  di  sua  bandiera,  e  messer 
Francesco  Brunelleschi  cavaliere  novello,  e  Giovanni  di 
messer  Rosso  della  Tosa,  e  de'  Franceschi,  e  molti  fe- 
diti nel  volto.  E  simigliante  di  quegli  di  Castruccio 
ne  furono  morti  assai,  ma  non  però  presi,  perocché 
Castracelo  alla  fine  soprastette  in  luogo  ove  fu  la  bat- 
taglia; ma  più  di  cento  cavalli  de' suoi  vuoti  torna- 


rono nel  campo  de'  Fiorentini,  perocché  tennono  al 
fuggire  tutti  al  piano.  E  la  sera  ritratti  Tona  oste  e 
T  altra,  infino  a  notte  stettono  schierati  ciascuno  trom- 
bando appetto  Tuno  delT  altro,  per  sostenere  To- 
nore  del  campo  ;  ma  la  notte  diparll,  e  ciascuno  tor- 
nò alle  sue  logge.  Ila  di  certo  dal  giorno  innanzi 
que'  delT  os(e  de' Fiorentini  non  furono  coraggiosi  né 
avvolontali  di  combattere,  come  erano  in  prima,  per 
di  Salta  di  quella  mala  condotta,  e  per  lo  danno  che 
ricevettono  ;  e  Castruccio,  come  quegli  che  non  dor- 
mia,  avendo  presa  baldanza  di  quella  cotanta  vittoria 
eh**  avea  avuta,  e  attendendo  suo  soccorso  e  aiuto  di 
Lombardia,  e  conoscendo  il  male  sito  ove  i  Fioren- 
tini erano  accampati,  con  sagace  inganno  fece  tene- 
re in  falsi  trattati  messer  Ramondo  e  '1  suo  consiglio 
con  più  di  quelle  castella  di  Yaldinievole,  per  fargli 
indugiare  che  non  si  partissono  e  lerassono  il  cam- 
po, come  tutto  di  erano  infestati  sì  da  Firenze  e  da' sa- 
vi delT  oste,  che  conoscevano  il  male  luogo,  ov'  erano 
accampati;  e  tra  che  fu  tempo  piovoso,  e  lo  'ngan- 
no  de'  trattati,  gli  venne  fatto  suo  intendimento. 

CAPITOLO  CCCVI. 
Di  quella  materia  medesima. 

Come  que'  dell'  oste  de'  Fiorentini  sentirono  che 
Azzo  Visconti  con  sua  gente  era  venuto  di  Lombar- 
dia in  aiuto  a  Castruccio,  eh'  erano  ottocento  cava- 
lieri tedeschi,  e  quegli  di  messer  Ramondo,  domenica 
mattina  dì  22  di  settembre,  si  levarono  da  campo 
dalla  badia  a  Pozzevere  schierati  e  ordinati,  e  pno- 
sonsi  ad  Altopascio  dal  lato  di  qua,  che  agiatajnen- 
te  potea  venirne  T  oste  di  qua  da  Guisciana,  o  almeno 
si  fossono  posti  in  su  Gallena,  erano  signori  del  com- 
battere a  loro  volontà  ;  ristettono  ad  Altopascio  per 
fornirlo.  Castruccio,  che  non  ne  stava  ozioso,  veg- 
gendo  Toste  de' Fiorentini  levata  per  tema  e  paura, 
la  domenica  medesima  venne  in  Lucca  per  sollecitare 
Azzo  che  cavalcasse  con  sua  gente,  e  a  tutte  le  bel- 
le donne  di  Lucca  colla  moglie  insieme  il  fece  pre- 
gare :  egli  per  riposarsi,  e  che  volea  la  moneta  ohe 
gli  fu  promessa,  non  si  volea  partire  di  Lucca,  on- 
de Castruccio  con  grande  fatica  Taccivi',  tra  di  da<» 
nari  e  di  promesse  di  mercatanti  di  seimila  fiorini 
d' oro,  e  promisegli  di  cavalcare  lunedi  mattina.  Ca- 
struccio lasciò  la  donna  sua  oolT  altre  donne  che  '1 
sollicitassono,  ed  egli  la  domenica  a  notte  ritornò 
in  sua  oste,  che  gran  paura  avea  che  T  oste  de'  Fio- 
rentini si  partissono  sanza  battaglia,  veggendo  sno 
vantaggio.  Il  lunedì  mattina  Toste  de' Fiorentini  si 
levò  e  misonsi  in  ischiere,  ed  erano  rimasi  intomo 
di  duemila  cavalieri,  e  non  più,  per  gli  malati  e  par- 
titi delT  oste,  e  gente  a  pie  da  ottomila,  e  tutti  ad 
agio  si  poteano  partire  e  venire  a  Gallena  ;  ma  per 
arroganza  si  misono  a  roteare  colle  schiere  loro  ver» 
so  T  oste  di  Castruccio  trombando  e  drappellando 
richeggendo  di  battaglia.  Castruccio  incontanente  con 
sua  oste  armata,  eh'  era  con  millequatrocento  cava<» 
lieri,  cominciò  a  scendere  il  poggio  e  tenere  a  ba- 


'  y.  A.  lo  forni,  lo  provvida. 


DI  GIOVANNI  YILLANL 


289 


dalucco  i  FiorentiBi,  Unto  che  Auo  con  ma  genie  1 
venisse,  e  così  gli  venne  fatto,  che  in  iuir  ora  di 
terza  Azzo  giunse  colla  saa  gente  ;  incontanente  che 
fu  venuto  si  calarono  di  Vivinaia  al  piano  alla  bat- 
taglia, i  quali  furono  da  duemilalrecento  cavalieri  in 
tutto  que*  dell'  oste  di  Castruceio  ;  ma  il  popolo  suo 
lasciò  al  poggio,  che  pochi  ne  scesono  al  piano  alla 
battaglia.  L' oste  de^  Fiorentini  molto  bene  ordinata 
in  ischiere  s^  affrontarono  con  l'oste  di  Castruceio, 
e  una  piccola  schiera  de*  Franceschi  e  de'  Fiorentini 
e  d** altri  intorno  di  centocinquanta  a  cavallo,  ch'era- 
no al  dinanzi  alla  schiera  de*  feditori,  fedirono  vigo- 
rosamente, e  trapassarono  le  schiere  d' Azzo.  Gli  al- 
tri feditori  eh'  erano  ordinati,  eh*  erano  da  settecento, 
ond'  era  guidatore  messer  Bornio  maliscalco  di  mes- 
ser  Ramondo,  veggendo  cominciata  la  battaglia,  non 
resse,  ma  incontanente  volse  la  sua  bandiera.   Gli 
altri  dell'oste  veggendo  volgere  le  'nsegie  de' fedi- 
tori, sbigottiti,  incominciarono  a  temere,  e  parte  a 
fuggire:  che  se  messer  Ramondo  colla  schiera  gros- 
sa avesse  ancora  pinto  dietro  a'  primi  feditori,  avea 
vinta  la  battaglia  ;  ma  stando  fermo,  e  la  gente  per 
la  mala  vista  del  maliscalco  cominciando  a  fuggire, 
prima  furono  da*nimici  assaliti  che  dessono  colpo, 
ma  parvono  storditi  e  ammaliati;  ma  il  popolo  a  pie 
cominciaro  a  sostenere  francamente,  ma  la  cavidle- 
ria  non  resse  quasi  niente,  e  cosi  in  poca  d*  ora  che 
durò  r  assalto  furono  rotti  e  sconfltti:  e  ciò  fu  il  lu- 
nedì in  su  la  nona,  a  dì  23  di  settembre  1325.  La 
quale  sconfitta  di  certo  si  disse,  che  '1  detto  Bornio 
maliscalco  per  tradimento  ordinato  si  mise  prima  a 
fuggire  che  a  fedire  ;  e  ciò  si  trovò,  eh'  egli  era  sta- 
to cavaliere  per  mano  di  messer  Galeasso  Visconti 
padre  del  detto  Azzo,  e  stato  lungamente  a'  suoi  sol- 
di ;  e  come  tornò  in  Firenze,  mai  non  si  lasciò  tro* 
vare,  anzi  si  parti  di  nascoso.  Il  dammaggiode^  mor- 
ti all'  a&ontata  prima  fu  piccolo,  per  lo  poco  reg- 
gere che  fece  Toste  de' Fiorentini,  ma  poi  alla  fuga  ne 
furono  morti  e  presi  assai,  perocché  Castruceio  man- 
dò incontanente  di  sua  gente  a  prendere  il  ponte  a 
Cappiano,  il  qnale  santa  assalto,  per  que*  che  v'  era- 
no dentro  in  su  le  torri,  fìi  abbandonato  ;  onde  i  Fio- 
rentini e  loro  amistà  che  (hggieno,  ricevettono  mag- 
giore danno  di  morti  e  di  prigioni,  che  non  feciono 
nella  battaglia.  Rimasonne  morti  in  tutto  da...  tra  a 
eavallo,  che  furono  pochi,  e  a  pie,  ohe  non  furono 
venticinque  delle  cavallate  di  Firenze:  morti  e  presi 
ne  fturono  in  tutto  intorno  di...  intra' quali  fu  mes- 
ser Ramondo  di  Cardona  capitano  dell'  oste,  e  '1  figli- 
nolo, e  più  baroni  franceschi,  che  alquanto  ressono 
It  battaglia;  ebbevi  da  quaranta  de^  migliori  di  Firen- 
ze grandi  e  popolani  a  cavallo,  e  da  cinquanta  oltra- 
montani buona  gente  e  di  rinomo,  la  maggior  parte  ca- 
valieri, e  da  venti  uomini  di  rinomo  d'altre  terre  di 
Toscana.  Tuttì  gli  altri  scamparono,  chi  per  una  via  e 
chi  per  altra;  ma  il  campo  e  la  salmeria  di  tende  e 
arnesi  quasi  tutti  si  perderò  :  e  pochi  dì  appresso 
«^arrendè  il  castello  di  Cappiano  e  quello  di  Monte- 
fiileone;  e  poi  a  di  6  d^ottobre  s'arrendè  Altopascio; 
e  andarne  pregioni  a  Lucca,  ch'erano  più  di  cinque- 
cento; ed  era  fornito  per  più  tempo,  e  fortissimo.  B 
eot^  in  poca  d*ora  si  mutò  la  fallace  fortuna  a' Fio- 


rentini, che  in  prima  con  falfo  viso  di  felicità  gli  ave« 
lusingati  in  tanta  pompa  e  vittoria.  Ma  di  certo  fu  gin- 
dido  di  Dio  per  soperchi  peccati,  d' abbattere  tanta 
superbia  potenza;  e  così  nobile  cavalleria  e  valente 
popolo,  come  furono  alla  prima  i  Fiorentini  nella  det- 
ta oste,  per  più  vili  di  loro  sconfitti;  e  così  non  è 
d'  avere  speranza  in  forza  umana  altro  che  nel  piace- 
re e  volontà  di  Dio  e  la  sua  disposizione.  Lasceremo 
al  presente  alquanto  delle  sequele  e  avversità  che 
per  la  detta  sconfitta  avvennero  a'  Fiorentini,  perchò 
n'  ò  di  necessità  per  trattare  dell'  altre  novità  state 
infra  '1  detto  tempo  per  l' universo  mondo  in  più  parti  ; 
e  raccontate  quelle,  torneremo  a  nostra  materia,  in 
seguire  delle  storie  e  fatti  de'  Fiorentini,  eh'  assai  ne 
cresce  materia  di  dire. 

CAPITOLO  CCCVIL 
Come  a  Cortona  fu  risiUuUo  il  vescatado^ 

Nel  detto  anno  1325,  del  mese  di  giugno^  papa 
Giovanni  con  suo  concestoro  rendè  il  vescovado  suo 
alla  città  di  Cortona,  che  lungamente  era  vacato  per- 
ch'aveano  morto  il  loro  vescovo  anticamente,  e  sotto- 
miselo  al  vescovado  d' Arezzo  :  e  ciò  fatto  per  affie- 
volire la  grandezza  del  vescovo  d' Arezzo,  che  bene 
il  terzo  di  suo  vescovado  gli  scemò,  e  focene  ve-' 
scovo  uno  degli  Ubertki.  Per  la  qual  cosa  il  vesco- 
vo d'Arezzo  fece  in  Arezzo  abbattere  le  case  degli 
libertini,  e  Hontuozzi  loro  castello,  onde  gli  liber- 
tini mbellarono  al  vescovo  Laterino,  e  di  loro  ven- 
nono  a  Firenze  per  allegarsi  co*  Fiorentini;  ma  come 
fu  la  sconfitta,  s' accordarono  col  vescovo,  e  rende- 
rono Laterino. 

CAPITOLO  CCCVIIL 

Come  il  legato  del  papa  fece  fare  oste  al  borgo 

a  San  Donmtu). 

Nel  detto  anno,  all'  uscita  di  giugno,  il  legato 
del  papa  che  era  in  Lombardia  coli'  oste  della  Chiesa 
e  aiuto  de*  Piacentini  e  Parmigiani,  vennono  ad  oste 
sopra  il  borgo  a  San  Donnino  con  cinquemilacinque- 
cento cavalieri  e  popolo  assai,  il  quale  s'era  rubel- 
latOy  ed  oravi  dentro  Azzo  Visconti  con  grande  ca- 
valleria di  ribelli  di  Santa  Chiesa,  e  distrinselo  si, 
che  poco  v^'aveano  a  mangiare.  La  lega  de' ribelli, 
cioè  messer  Cane  della]  Scala  signore  di  Verona, 
e  messer  Passerino  signore  di  Mantova  e  di  Mode- 
na, e'  marchesi  d'Esti  da  Ferrara,  si  raunarono  a 
Modona  bene  millecinquecento  cavalieri,  per  soccor- 
rere e  fornire  quegli  del  borgo  a  San  Donnino,  e 
grande  navilio  con  vittuaglia  e  con  gazzasre  armate 
misono  su  per  lo  fiume  di  Po,  le  quali  scontrandosi 
col  navilio  della  Chiesa,  da  loro  furono  sconfitti  e 
presi.  Veggendo  la  lega  de' ghibellini  di  Lombardia, 
che  non  poteano  fornire  il  borgo  a  San  Donnino 
per  quel  modo,  si  puosono  ad  assedio  a  Sassuolo, 
uno  forte  castello  del  contado  di  Modona,  ed  eh- 
bonlo  a  patti,  e  Fiorano  un  altro  castello  di  quei 
signori  da  Sassuolo  ;  e  avuti  i  detti  castelli  si  di- 

10 


290 


CRONICHE 


parti  di  Modona  la  delta  raonata,  e  ciaicono  sì  tor- 
so a  caf a.  Ver  è,  ehe  parte  n'  andarono  per  la  vìa 
di  Cremona,  e  entrarono  nel  borgo  a  San  Donnino 
con  vittnaglia,  perocché  Tassedio  dell'oste  della  Chie- 
sa e  de*  rarmigianì  era  molto  dilungato  dal  borgo, 
e  però  si  francò  il  borgo,  e  Aiko  de'  Visconti  e  sua 
gente  per  serbarsi  a  soccorrere  Castruccio  e  iscon- 
figgere  V  oste  de'  Fiorentini,  come  ne'  passati  ca- 
pitoli avemo  stesamente  fatta  menzione. 

CAPITOLO  CCCDL 
Come  il  re  éT  Araona  ricominciò  guerra  a*  Pisani. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  giugno,  il  re  d*Araona 
mandò  in  Sardigna  dodici  galee  armate  con  trecento 
cavalieri,  e  trovarono  nel  golfo  di  Calieri  due  coc- 
che di  Pisani  cariche  di  vittnaglia,  eh'  andavano  per 
fornire  Caslellodicastro  ;  quelle  presone,  e  uccisono 
tutti  i  Pisani,  onde  ricominciarono  la  guerra  a'  Pisa- 
ni: per  la  qual  cosa  ludi  i  Catalani  mercatanti  e  al- 
tri che  furono  trovati  in  Pisa,  furono  presi  con  tutta 
loro  mercatanzia  e  roba. 

CAPITOLO  CCCX. 

Come  il  conte  di  Fiandra  fu  sconfitto  e  preso 
a  Coltrai  da  quegli  di  Bruggia, 

Nel  detto  anno  1325  a  di  13  di  giugno  essen- 
do il  giovane  Luis  conte  di  Fiandra  a  Ipro,  ne  fe- 
ce cacciare  tutti  i  caporali  de*  tesserandoli  e  folloni, 
e  popolo  minuto,  perchè  gli  erano  incontro  con  que- 
gli di  Bruggia  ;  e  poi  n'  andò  a  Coltrai  con  più  di 
centocinquanta  gentili  uomini  a  cavallo,  e  li  facea 
raunata  e  s'afforzava  per  fare  guerra  a  que'  di  Brug- 
gia, che  gli  s*  erano  ribellati,  e  per  volere  fare  pren- 
dere certi  caporali  di  Bruggia  eh*  erano  venuti  a 
Coltrai  per  fargli  impiccare,  fuggiti  in  una  casa  nel 
borgo  di  verso  Bmggia;  la  gente  del  conte  vi  mì- 
sono  fuoco,  e  arse  tutto  11  detto  borgo,  e  eziandio 
passò  il  fiume  della  Liscia,  e  arse  la  meli  e  più  della 
terra.  Per  la  qual  cosa  que*  di  Coltrai  veggendosi  co- 
si arsi  e  guasta  la  terra,  si  raunarono  armati  con 
certi  che  v*  erano  di  Bruggia,  e  combatterono  in  su 
la  piazza  col  conte  e  con  sua  gente,  e  sconfisson- 
gli,  e  presono  il  conte,  e  fedirò  e  uccisonne  più  di 
quaranta  nobili  nomini,  in  tra' quali  morti  fu  il  siri 
di  Bueila  e  quello  di  Terramonda,  figliuolo  di  mes- 
ser  Guglielmo  delta  casa  di  Fiandra,  e  il  conte  di 
Namurro  (edito  a  morte.  E  venuti  qne'  di  Bruggia  a 
Coltrai,  ne  menaro  il  conte  preso  a  Bruggia,  e  a 
mezzo  il  cantmino  in  sua  presenza  tagliarono  la  testa 
a  vaiilotto  suoi  famigliari  gentili  uomini,  eh* erano 
presi  con  fbl,  che  fu  una  grande  crudeltà  per  vili 
genti  e  fedeli  '  fare  al  loro  signore  :  e  menato  in 
preglone  II  conte,  si  feciono  mbellare  il  popolo  mi- 
nuto d*  Ipro,  e  cacciarne  i  grandi  borgesi  che  tenea- 
110  col  conte.  Quegli  della  villa  di  Canto  per  soc- 


'  fiitlilllt  frutlali,  «letti  ioni    iiii(ii'jiii)r>Qtc  dui  gianuntoto 
di  KiUiltt  «  iV  ubl'iilit  lu.t  che  |*rc«(Aviu)o  nJ  Ivr  tignora. 


correre  il  loro  signore  lo  conte,  del  mese  d'agosto 
vegnente,  andarono  ad  oste  centra  quegli  dì  Bmg- 
gia, i  quali  da  quegli  di  Bruggia  sconfitti  furono,  e 
morti  e  presi  assai  ;  e  tornati  iu  Canto  que'che  scam- 
parono, il  popolo  minuto  tesserandoli  e  folloni,  vol- 
gono nccidere  tutti  i  grandi  borgesi  di  Canto  a  ri- 
chiesta di  quegli  di  Bruggia,  onde  in  Gante  tra  loro 
ebbe  battaglia;  ma  i  gran  borgesi  e  la  parte  del 
conte  si  trovarono  più  forti,  onde  il  popolo  minato 
furono  sconfitti,  e  molti  morti  e  presi,  e  giustiziati 
di  villana  morte. 

CAPITOLO  CCCXL 
De"  fata  di  Firenze, 

Nel  detto  anno,  a  di  27  di  luglio,  s' appresa 
fuoco  in  Firense  in  Parione  di  costa  alla  chiesa  di 
Santa  Trinità,  e  arsonvi  quattordici  case,  e  morirvi 
cinque  persone.  Il  di  di  calen  d' agosto  del  detto  an- 
no si  pubblicò  in  Firenze  il  processo  e  scomunica 
fatta  per  papa  Giovanni  centra  Castruccio,  siccome 
rubello  e  persecutore  della  Chiesa,  e  fautore  d*  ere- 
tici per  più  articoli  contro  a  fede. 

CAPITOLO  CCCXIL 

Come  il  conte  di  «Saroia  fu  sconfUlo  dal  Delfino 

di  Vienna, 

Nel  detto  anno,  a  di  7  d'agosto,  fu  grande  bat- 
taglia in  Viennese  tra  il  Delfino  di  Vienna  e  *1  conta 
di  Savoia  appresso  del  castello  di  Trevi,  che  la  gen- 
te del  conte  v'  era  ad  assedio  con. . .  cavalieri  e  po- 
polo assai  ;  e  dopo  la  gran  battaglia  il  conte  di  Sa- 
voia fu  sconfitto,  e  furonne  morti  assai,  e  preso  il 
conte  d' Alzorro,  e  'I  fratello  del  duca  di  Borgogna, 
e  '1  siri  di  Belgiù,  e  più  di  centocinquanta  tra  cavalieri  e 
sergenti  gentili  nomini,  eh'  erano  col  conte  di  Savoia. 

CAPITOLO  CCCXUL 

Come  il  conte  Alberto  da  Mangone  fu  morto^ 
e  il  suo  contado  rimase  a"  Fiorentini, 

Nel  detto  anno,  a  di  19  del  mese  d'  agosto,  il 
conte. Alberto  da  Mangone  fu  morto  a   ghiado  p^ 
Iradigione  in  sua  camera  per  Spinello  bastardo  suo 
nipote,  e  per  uno  di  quegli  da  Coldaia,  a  petizione 
degli  Ubaldini  e  di  messer  Benuccio  Salimbeni  da 
Siena,  che  tenea  Vemia,  e  avea   per  moglie  It  A* 
gliuola  che  fu  del  conte  Nerone,  perchè  gli  ftceva 
guerra  del  detto  retaggio.  Per  la  qual  cosa  il  castel- 
lo di  Mangone,  e  la  corte  fu  per  lo  detto  Spinello 
rendnto  al  comune  di  Firenze,  ed  ebbene  per  lascia* 
re  la  rocca  millesettecento  fiorini  d*  oro  dal  comoda 
con  tutto  che  di  ragione  snceedea  al  comune  H  Fi- 
renze e  Vemia  e  Mangone,  per  testamento  fatto  per 
lo  conte  Alessandro  padre  d'  Alberto  e  di  Nerone, 
e  poi  ratificato  per  lo  <)etto  Alberto  e  Nerone,  ohe 
se  rtmanessono  sanza  reda  di  figliuoli  maschi  legi^* 
timi,  ne  fosse  reda  il  comune  di  Firenze.  B  ancora 


bl  ÓIOVANKI  VlLLANt. 


1^91 


il  GomoDe  di  Pircnte  v'avea  su  ragione  per  cenai 
vacati,  i  qnali  doveano  per  patti  di  molti  tempi  ad- 
dietro. Nel  detto  anno,  a  di  28  d^  agosto,  dugento 
cavalieri  di  quelli  di'  erano  nel  borgo  a  San  Donni- 
no, andando  per  foraggio,  furono  aconfitti  al  ponte 
a  Lenaa  da  quegli  di  Parma. 

CAPITOLO  CCCXIV. 
Come  il  Monte  a  Sansatino  A»  distrutto. 


Nel  detto  anno,  del  mese  di  settembre,  poiché 
fa  la  sconfitta  de*  Fiorentini,  quegli  del  Monte  a  San- 
savino  si  renderono  al  vescovo  d*  Arezzo,  il  quale 
fece  abbattere  le  mura  alla  detta  terra,  perch^era 
molto  guelfi,  e  aveauo  mandato  aiuto  di  loro  gente 
air  oste  de*  Fiorentini.  E  poi  a  di  11  di  maggio, 
vegnente  vi  cavalcò  il  vescovo  con  Sua  gente,  e 
trasse  del  castello  lutti  gli  abitanti,  e  arse  e  fece 
disfare  tutta  la  terra,  che  non  vi  rimase  pietra  so- 
pra pietra  ;  e  si  v'  avea  più  di  mille  abitanti,  che 
lutti  gli  disperse  qua  e  là,  acciocché  mai  non  po- 
lessono  rifare  la  terra. 

CAPITOLO  CCCXV. 

Come  si  compiè  pace  tra  V  re  di  Francia  e  <f  /n- 
ghilterra  per  la  guerra  di  Guascogna, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  settembre,  Adoardo 
figlio  del  re  d*  Inghilterra  venne  in  Francia,  e  per 
trattato  della  reina  d*  Inghilterra  sua  madre  e  sc- 
rocchia del  re  di  Francia,  si  compiè  la  pace  del  re 
di  Francia  a  quello  d*  Inghilterra  della  guerra  comin- 
ciata in  Guascogna,  e  '1  detto  figliuolo  del  re  d*In- 
ghiUerra  ne  fece  omaggio  al  re  di  Francia  in  per- 
sona del  padre  re  d*  Inghilterra,  e  lasciò  al  re  di 
Francia  le  lerre  che  messer  Carlo  di  Valois  avea 
conquistate  in  Guascogna,  e  rimase  in  Francia  colla 
madre,  e  non  vollono  tornare  in  Inghilterra,  peroc- 
ché ^1  re  d' Inghilterra  si  reggea  male,  e  contro  a 
loro  volere  si  guidava  per  messer  Ugo  il  dispensiere. 

CAPITOLO  CCCXVI. 

Come  i  due  eletti  d'Alamagna  feciono  accordo  in^ 
iieme^  e  Federigo  (f  Oslerich  fu  fratto  di  pregione. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d*  ottobre  airuscita, 
il  duca  di  Baviera  eletto  re  de*  Bomani  diliberò  di 
sua  pregione  Federigo  duca  d*  Osterich ,  perch*  era 
altresì  eletto  re  de*  Romani,  e  fece  pace  con  lui,  e 
promisegli  di  rinunziare  sua  lezione,  e  di  dargli  le 
sne  voci.  Poi  furono  a  parlamento  ali*  ottava  anzi 
Natale,  e  non  furono  in  accordo,  perocchjè  Lupoldro 
fratello  del  duca  d*  Osterich  non  volea  che  1  suo 
fratello  rinnnziasse.  B  poi  furono  a  un  altro  parla- 
mento, e  furono  in  accordo,  che  quello  di  Baviera 
dovesse  passare  in  Italia,  e  *l  duca  Lupoldro  d*0- 
sterieh  con  Ini  e  per  suo  generale  vicario,  e  qnello 
d' Osterich  rimanere  re  nella*  Magna  ;  e  di  questo  si 
promisono  con  lettere  e  suggelli.  Gli  elettori  dello'm- 


perio  a  petizione  del  papa  e  del  re  di  Francia  contra- 
dissono, opponendo  che  V  uno  e  1*  altro  avea  per- 
duta la  lezione,  perchè  a  loro  non  era  licito  di  ra- 
gione che  r  uno  potesse  dare  all'  altro  voce,  sanza 
fare  per  gli  elettori  nuova  lesione.  In  questo  mezzo 
il  duca  Lupoldro  d**  Osterich,  il  quale  trattava  col  re 
Ruberto,  e  con  quello  di  Francia,  e  ancora  co'  Fio- 
rentini, e  quello  accordo  dissimulava  per  essere  egli 
signore  in  Italia,  si  si  mori  a  di  27  di  febbraio  1325 
e  dissesi  che  fu  avvelenato  ;  per  la  qual  morte  tutto 
quello  esordio  e  accordo  rimase  sospeso  e  annullato. 

CAPITOLO  CCCXVIL 

Come  Castruccio  con  sua  oste  venne  in  sul  contado 
di  Firenze  presso  alla  città,  ardendo  e  guastando. 

Nel  detto  anno,  tornando  a  nostra  materia  la- 
sciata addietro  de*  fatti  di  Castruccio  e  de*  Fiorentini, 
come  Castruccio  ebbe  la  vittoria  della  battaglia,  man- 
dati i  pregioni  e  le  spoglie  del  campo  a  Lucca, 
non  tornò  a  Lucca  in  persona,  ma  posto  1*  assedio 
ad  Altopascio,  sì  fece  disfare  le  torri  e  "i  ponte  a 
Càppiano,  e  poi  il  castello  di  Cappiano  e  di  Monte- 
falcone  per  non  avere  in  quella  parte  a  guardare,  e 
se  ne  venne  a  Pistoia  per  guerreggiare  i  Fiorentini, 
e  per  dilungare  la  tornata  sua  in  Lucca,  perchè  non 
V*  avea  da  sodisfare  i  suoi  cavalieri  soldati  di  loro 
paghe  passate  d* assai,  e  delle  doppie  per  la  vittoria, 
e  per  nutricarli  sopra  le  prede  de*  Fiorentini.  E  a  di 
27  di  settembre  fece  uscire  ad  oste  a  Carmignano 
messer  Filippo  Tedici  co*  Pistoiesi,  e  inconlaiicnte  fu 
abbandonato  da  coloro  che  v'erano  per  gli  Fioren- 
tini, salvo  la  rocca.  Poi  a  dì  29  di  settembre  Ca- 
struccio con  tutta  la  sua  oste  venne  a  Locore  in  sul 
contado  di  Firenze,  e  il  di  seguente  puose  il  suo  cam- 
po in  su  i  colli  di  Signa.  I  cavalieri  e' pedoni  de* 
Fiorentini  ch'erano  in  Signa,  faccendola  alTorzaro, 
veduta  l'oste  di  Castruccio  abbandonarono  la  terra, 
e  furono  si  vili,  che  non  ardirono  a  tagliare  il  pon- 
te sopra  r  Arno.  Poi  il  di  di  calen  d'  ottobre  Ca- 
struccio puose  suo  campo  a  San  Moro,  ardendo  e  ru- 
bando Campi,  Brezzi,  e  Quaracchi,  e  tutte  le  villa- 
te  d'intorno;  e  a  di  2  d'ottobre  venne  in  Perelola, 
e  la  sua  gente  scorrendo  infino  presso  alle  mura  di 
Firenze,  e  là  dimorò  per  tre  di,  faccende  guastare 
per  fuoco  e  ruberia  dal  fiume  d' Arno  infino  alle  mon- 
tagne, e  infino  a  pie  di  Coreggi  in  su  Hifredi,  ch'era 
il  piii  bello  paese  di  villate,  e  '1  meglio  accasato  e 
giardinaio,  e  più  nobilemente,  per  diletto  de*  cittadini, 
che  altrettanta  terra  che  fosse  al  mondo.  E  poi  il 
di  di  San  Francesco ,  di  4  d*  ottobre,  fece  in  dis- 
petto e  vergogna  de'  Fiorentini  correre  tre  patii  dalle 
nostre  Mosse  infino  a  Peretola,  T  uno  a  gente  a  ca- 
vallo e  Taltro  a  piede,  e  l'altro  a  femmine  meretrici-, 
e  non  fu  ardito  nomo  d'uscire  della  città  di  Firenze; 
ma  i  Fiorentini  molto  inviliti,  e  storditi  di  paura  e 
sospetto  che  dentro  alla  città  non  avesse  tradimento, 
con  tutto  avessono  cavalieri  assai  e  gente  a  pie  in- 
numerabile si  tennono  dentro  in  arme  di  di  e  di  notte 
con  grande  afianno  e  sollecitudine  a  guardare  la 
città  e  le  mura  e  le  porle,  e  sgombravasi  tutto  il 


2M 


CROKICHB 


.  contado,  rocasdo  dentro  cosi  bene  quo*  da  San  Sal- 
vi e  da  Ripole  e  di  quelle  contrade,  come  delle  vii- 
late  cV  erano  verso  i  nimici. 

CAPITOLO  CCCXVUI. 
Della  materia  medesima. 

Poi  il  sabato  mattina,  di  5  d'ottobre,  si  levò 
da  Peretola,  e  arse  tutta  la  villa  e  quello  d' fntoroo, 
e  presono  e  arsono  il  castello  di  Captile  e  quello 
di  Caleniano  santa  riparo  ninno,  che  que'  che  v**  e- 
rano  dentro  gli  abbandonerò.  Ancora  i  Fiorentiui 
dentro  pareano  per  paura  ammaliati;  e  ritornatosi 
Castruccio  con  sua  oste  la  sera  in  Signa,  la  dome- 
nica appresso,  dì  6  d'ottobre,  fece  correre  e  ar- 
dere, siccome  avea  fatto  di  qua,  di  là  da  Arno  Gan- 
galandi,  e  San  Martino  la  Palma,  e*l  castello  de'  Pulci, 
e  tutto  il  piano  di  Settimo.  E  poi  il  martedì,  dì  8 
d' ottobre,  venne  con  tutta  sua  oste  infino  a  Grieve, 
e*  suoi  scorridori  infino  a  San  Piero  a  Monticelli,  e 
salirono  in  Marìgnolle  infino  a  Colombaia,  rubando 
e  levando  grandi  prede  senza  contrasto  ninno  ;  ch'e' 
Fiorentini  temeano  molto  da  quella  parte,  perchò  i 
borghi  dì  San  Piero  Gattolino  e  quello  di  San  Fria- 
no,  e  d' intorno  al  Carmino  e  a  Camaldoli  non  era- 
no murati:  ma  rimettendo  i  fossi  e  faccendo  stec- 
cati con  cento  bertesche,  in  quindici  dì  lavorando 
di  dì  e  dì  notte  con  grande  sospetto  e  paura.  In 
somma  V  assedio  e  guasto  che  lo  'mperadore  Ar- 
rigo avea  fatto  alla  città  di  Firente,  fu  quasi  niente 
t  comparazione  di  questo,  consumando  ciò  eh'  era 
dalle  porte  in  fuori  da  quelle  parti,  con  levando  *  ogni 
dì  grandissime  prede  di  gente  e  di  bestiame  e  di  loro 
arnesi*  E  così  feciono  infino  a  Torri  in  Yaldipesa, 
e  infino  a  Giogoli,  e  poi  inflno  a  Montelupo,  e  ar- 
sono il  borgo,  e  così  quello  di  Puntormo,  e  la  villa 
di  Quarantola,  e  più  altre  villate.  E  poi  a  dì  11 
d' ottobre  s' arrendè  la  rocca  di  Carmignano,  e  poi 
il  castello  degli  Strozzi,  eh'  era  ivi  presso  molto  forte 
e  bene  fornito,  cbiamato  Torrebecchi  ;  e  andò  poi  con 
sua  oste  scorrendo  infino  a  Prato. 

CAPITOLO  CCCXUL 

Cerne  Castruccio  con  A%%o  di  Milano  ritornò  con 
loro  oste  alla  città  di  Firenze. 

Come  Azzo  Visconti  di  Milano,  ch'era  a  Lucca 
con  sua  gente,  fu  pagato  di  venticinque  migliaia  di 
fiorini  d*  oro,  che  Castruccio  gli  avea  promessi  per 
la  vittoria  e  per  la  sua  parte  de'pregioni  e  preda,  i 
qnali  danari  il  comune  di  Lucca  improntarono  a  usu- 
ra dagli  usciti  di  Genova  che  dimoravano  in  Pisa, 
sì  ne  venne  il  detto  Azzo  con  sua  fente  a  Signa, 
per  fare  la  vendetta  de'  Fiorentini  del  palio  che  fe- 
ciono correre  alle  porte  di  Milano  coli'  oste  di  mes- 
ser  Ramondo,  come  dicemmo  addietro.  B  a  dì  26 
d'  ottobre  con  Castruccio  insieme,  con  bene  due 
mila  cavalieri,  vennono  infino  a  Rifiredi,  e  di  qua  in 


La  Giontiiia  ha  sompUcementa  :  a  levando. 


su  una  Isola  d' Amo,  eàe  ai  vedea  ayriaweite  di 
Firenze,  fece  correre  uno  palio  di  teiaflùto ,-  e  poi 
la  aera  si  rìcolsono  a  Signa.  Ma  te  prìaM  s'ebbe 
paura  e  dotta  in  Firenze,  a  questa  ntoroala  s'  d»ba 
maggiore,  per  paura  non  avessono  trattato  di  tradì* 
mento  dentro  per  gli  aauoì  e  parenti  de'  eittadiaì 
presi  alla  sconfitta,  il  quale  mai  non  si  senU  di  ve- 
ro; ma  cercamenti  d'accordo  assai  por  riavere  i 
pregioni,  ma  non  furono  uditi  né  intesi,  ma  tenati 
a  sospetto  dagli  altri  cittadini;  ma  i  buoni  uomioi 
di  Firenze,  così  i  guelfi  e  così  '  i  ghibellini  ch'eraeo 
in  Firenze,  erano  favorevoli  e  solleciti  alla  guardia 
della  citti,  e  all*entrate  continuamente  di  di  e  di  notte 
per  tema  della  citti.  E  poi  il  seguente  dì  Azio  se  n'andò 
con  aua  gente  a  Lucca  e  poi  a  Modona  in  Lombardia.  U 
contado  di  Firenze  in  verso  il  ponente  ove  Castruc- 
cio guastò  e  corse  rimase  tutto  diserto,  e  le  genti 
scampate  rifuggiti  in  Firenze,  per  gli  disagi  ricevuti 
v'  addnssono  infermità  e  mortalità  grande,  la  quale 
s' appiccò  a'  cittadini  ;  e  tutto  quello  anno  ebbe  nella 
città  grande  mortalità  dì  gente  sì  fatta,  che  a'  ordinò 
che  banditore  non  andasse  per  morti,  acciocché  la 
gente  inferma  non  isbigotlisse  di  tanti  morti;  e  così 
per  le  peccata  de'  Fiorentini  seguì  la  pestilenzìa  alla 
disavventurata  fortuna,  eh'  eglino  aveano  nutricata. 

CAPITOLO  CCCXX. 


Dello  stato  di  Fi 


^ww^0^ie^^^w9^WW%^  M 


I  Fiorentini  essendo  in  Unta  afflizione  di  guer- 
ra e  così  isprovati  dal  tiranno  Cutruccio  loro  nimi-- 
co,  mandarono  per  soccorso  al  re  Ruberto  a  Napoh 
e  a'  vicini  e  agli  amici,  ma  da  nullo  n'  ebbono  su- 
bito aiuto,  se  non  da'  Sanuniniatesi  ottanta  cavalieri 
e  da'  Colligiani  venticinque  e  cento  Canti.  £  fedone, 
per  paura  che  Castruccio  non  valioasae  dall'altra 
parte  della  città,  afforzare  la  rocca  dì  Fiesole,  pe- 
rocché n'  avea  minacciati  i  Fiorentini,  e  aven  grande 
volontà  di  riporre  Fieaole  per  assediare  meglio  la 
città  ;  e  avrebbelo  fatto,  s' e'  signori  Ubaldinì  V  a- 
vessono  seguito,  come  aveano  promesso,  fi  ancori 
per  paura  di  Castruccio  i  Fiorentini  feciono  affor- 
zare la  badia  di  San  Miniato  a  Monte,  e  in  dasoano 
luogo  misono  gente*  e  guemigione;  e  ancora  per 
tema  che  gli  abanditi  non  faceasono  rannata  né  ra- 
bellazione  dentro  alla  città  o  di  fuori  d'  alcuno  ca- 
stello, feciono  ordine  e  dicreto,  che  ciascuno  potesse 
uscire  dì  bando  chente^  e  per  che  misfatto  sì  fosse 
pagando  al  comune  certa  piccola  gabella,  salvo  que- 
gli delle  case  escettati  ^  per  ghibellini  o  bianchi  ra- 
belli.  fi  fedono  capitano  di  guerra  messer  Oddo  da 
Perugia,  eh*  era  venuto  per  lo  suo  comune  capitano, 


■  lift  Giontìnft  in  luogo  di  e  cotk  ha  tome, 
'  qualunque.  Così  Boec  Lab.  155  :  CheaU  laeagicmtitì^ 
*  ecoettatfy  eocettuatL  I  Fiorentini  a  ereacere  le  A>i** 
della  repubblica  contro  Arrigo  imperatore,  Tanno  1311 
levaron  di  bando  molti  ftiorusciti.  —  Quelli  che  ne  rimasero 
esduBi,  iViron  detti  gli  eecetSttoH,  con  deereto  che  malnoB 
foseero  richiamati  di  bando,  né  proposti  pure  in  ooo^l^ 
i  loro  nomi  Di  qui  la  formala  oalm  té  famigtù  oetdtaU 
ne^  atti  ondo  ai  toglieva  il  bando  a  qualche  oittadino. 


DI  GIOVAI^  VILLANI. 


893 


e  mesfer  Gaisla  da  Radieofani  alla  guardia  della  cit- 
tà. E  C08Ì  come  gente  iamarrìta  e  sconfitta  si  sos- 
tenterò, intendendo  solamente  alla  guardia  delia  cit- 
tAy  ogni  onore  abbandonando. 

CAPITOLO  CCCXXL 

Conte  il  conte  Ugo  da  BattifoUe  ritolse  certo  contado 
a*  Fiorentini  in  Mugello. 

Nel  detto  anno,  in  calen  di  ottobre,  essendo 
ancora  i  Fiorentini  in  tanto  affanno  e  pericolo,  il 
conte  Ugo  figliuolo  del  conte  Guido  da  Baltifolle  ri- 
prese per  SQoi  cinque  popoli  e  villate  di  sotto  ad 
Ampinana  in  Mugello,  i  quali  s'  erano  rendati  più 
tempo  addietro  al  comune  di  Firenze,  e  succedeano 
al  comune  di  ragione  per  compera  fatta  quando  s'eb- 
be Ampinana,  secondo  che  si  diceva.  Onde  il  po- 
polo di  Firenze  forte  si  tennero  gravati  dal  conte 
Ugo,  e  maggiormente  perch'era  stato  il  padre  ed 
egli  amico,  e  faccendo  si  fatta  novità  veggendo  i 
Fiorentini  in  tanta  avversità  :  con  tutto  che  1  detto 
conte  dicea  eh'  erano  suoi  per  retaggio  e  di  ragione, 
opponendo  che  la  vendita  cbe  fece  il  conte  Manfre- 
di quando  vendè  Ampinana,  fu  solamente  per  lascia- 
re il  castello  di  fatto  a'  Fiorentini,  e  voleala  com- 
mettere di  ragione  in  giudice  comune,  ma  per  lo  modo 
sconcio  non  s'accettò  per  gli  Fiorentini.  Ma  ragio- 
ne 0  non  ragione  che  avesse  il  conte,  fu  condan- 
nato per  r  esecutore  degli  ordinamenti  della  giusti- 
zia air  uscita  del  mese  di  decembre  del  detto  anno 
in  libbre  trentamila,  a  condizione,  se  non  avesse  ri- 
stituiti  i  detti  popoli  nello  stato  primo  in  fra  dieci 
di;  la  qnal  cosa  perciò  non  fece,  e  rimase  in  bando 
e  in  contumace  del  comune  di  Firenze,  con  tutto  che 
fosse  sostenuta  sna  parte  in  Firenze  per  suoi  amici 
e  parenti  grandi  e  popolani.  Ma  poi  alla  venuta  del 
duca  in  Firenze,  il  conte  Ugo  il  venne  a  servire  in 
persona  con  venti  cavalieri  e  dugento  pedoni  per  tre 
mesi  *,  per  la  qnal  cosa  il  duca  il  fece  cancellare  di 
bando,  ma  i  più  de'  Fiorentini  ne  furono  crucciosi. 

CAPITOLO  CCCXXIL 
Come  Castruccio  tenne  a  oste  a  Prato, 

Nel  detto  anno,  a  di  1 9  d' ottobre,  Castruccio 
con  sua  oste  venne  intomo  a  Prato,  istandovi  a  cam- 
po per  nove  di,  guastandolo  intorno  intorno,  e  poi 
per  pioggia  non  poteo  per  la  via  diritta  tornare  a  Si- 
gna;  ma  a  di  28  d'ottobre  si  tornò  in  Pistoia,  e 
poi  r  altro  dì  ritornò  in  Signa  ;  e  a  di  30  d*  ottobre 
fece  ancora  da  due  parti  correre  sua  gente  inflno 
a  Rifredi,  e  di  là  da  Arno  infino  a  Grieve;  e  simi- 
gliente fece  a  dì  4  di  novembre,  faccendo  ardere  in- 
fino a  Giogoli.  E  poi  a  dì  5  di  novembre  cavalcò 
con  sua  oste,  forse  con  settecento  cavalieri  e  mille 
e  cinquecento  pedoni,  in  Valdimarina:  e  albergowi 
una  notte,  faccendovi  grandissimo  guasto.  I  Fioren- 
tini sentendo  come  era  entrato  in  forte  passo,  e  che 
i  Mugellesi  erano  raunati  alla  croce  a  Combiata  per 
riparario  ehe  non  passasse  in  Mugello»  sì  vi  caval- 


carono dugento  cavalieri  e  duemila  pedoni  per  ri- 
chiudergli il  passo  dinanzi  di  là  dalla  pieve  a  Ca- 
lenzano  ;  e  fatto  V  ^vrebbono  per  lo  stretto  e  forte 
luogo,  se  non  che  per  ispie  infino  di  Firenze  gli  fn 
fatto  assapere;  onde  si  ricolse  e  uscì  del  paaao» 
anzi  che  la  gente  de'  Fiorentini  vi  giugnesse,  e  an- 
donne  a  Signa  a  salvamento,  e  con  gran  preda,  e  con 
centotrenta  pregioni  ;  e  a  più  dispetto  de'  Fiorentini 
fece  battere  moneta  picciola  in  Signa  colla  impronta 
dello  'mperadore  Otto,  e  chiamarsi  i  castrucdni. 

CAPITOLO  cccxxm. 

Come  Castruccio  tornò  in  Lucca  con  grande 
trionfo  per  la  sua  vittoria. 

Nel  detto  anno,  Castruccio  guasto  e  arso  sì  fat- 
tamente il  contado  di  Firenze  e  quello  di  Prato  per 
lo  modo  che  detto  è  di  sopra,  avendo  tra  più  volte 
avuti  più  pregioni,  e  maggiore  preda  che  non  ebbe 
alla  sconfitta,  e  quasi  inestimabile,  lasciata  guarnita 
Signa  degli  usciti  di  Firenze  e  di  trecento  cavalieri, 
e  rimandati  al  vescovo  d'Arezzo  trecento  suoi  ca- 
valieri eh'  avea  avuti  continui  alla  detta  guerra,  ric- 
chi delle  prede  de' Fiorentini,  a  dì  10  di  novembre 
si  tornò  in  Lucca  per  fare  la  festa  di  San  Martino 
con  grande  trionfo  e  gloria,  vegnendoli  incontro  gran- 
de processione,  e  tutti  quegli  della  città  nomini  e 
donne  siccome  a  uno  re;  e  per  più  disprègio  de* 
Fiorentini,  si  fece  andare  innanzi  il  carro  colla  cam- 
pana eh'  e'  Fiorentini  aveano  nell'oste,  coperto  i  bnoi 
dell'arme  di  Firenze,  faccendo  sonare  la  campana, 
e  dietro  al  carro  i  migliori  pregioni  di  Firenze,  e 
messer  Ramondo  con  torchietti  accesi  in  mano  ad 
offerere  a  San  Martino.  E  poi  a  tutti  diede  desinare, 
che  furono  da  cinquanta  de' maggiorenti,  e  l'inae- 
gne  reali  e  del  comune  di  Firenze  a  ritroso  in  su  il 
detto  carro:  e  poi  gli  fece  rimettere  in  pregione, 
gravandoli  d' incomportabili  taglie,  faccendo  loro  fare 
tormenti  e  gravi  misagi  senza  ninna  umanità;  e  al- 
quanti de'  più  riechi  per  fuggire  1  tormenti  si  ricom- 
perarono grande  somma  di  moneta.  E  di  certo  Ca- 
struccio trasse  de'  nostri  pregioni  e  de'  Franceschi  e 
forestieri  presso  a  centomila  fiorini  d'oro,  onde  fornì 
la  guerra. 

CAPITOLO  CCCXXIV. 

Come  i  Fiorentini  essendo  in  male  stato  si 
provvidono  di  moneta  e  di  gente. 

Nel  detto  anno,  intrante  novembre,  i  Fioren- 
tini veggendosi  in  grandi  spese  e  in  così  pericolo- 
sa guerra,  non  si  disperarono,  ma  francamente  s' ar- 
gomentarono a  loro  difensione,  e  ordinarono  e  fe- 
ciono  nuove  gabelle,  che  montarono  settantamila 
fiorini  d' oro  V  anno,  oltre  a  quelle  che  prima  avea- 
no, che  montavano  centottantamila  fiorini  d'oro,  per 
fornire  la  detta  guerra  castruccina  ;  e  mandarono  per 
cavalieri  nella  Magna  e  a  Padova,  e  feciono  riporre 
e  afforzare  il  poggio  di  Combiata  e  quello  di  Mon- 
tebuono,  acciocché  Castruccio  non  potesse  valicare 


204 


CRONICHE 


!d  Macello  né  in  Valdfgrìeve;  e  mandarono  dngento 
cavalieri  in  ainto  a^  Bolognesi,  onde  furono  capitani 
messer  Amerigo  Donati  e  measer  Biagio  Tomaqnin* 
ci;  che  allora  fu  ano  grande  fatto  a** Fiorentini,  ea- 
aendo  col  nimico  tiranno  alP  uscio,  a  mandare  soc- 
córso air  amico.  Lasceremo  al  presente  del  male  stato 
de"*  Fiorentini,  e  diremo  delle  avversili  che  ne**  detti 
tempi  avvennero  a^  Bolognesi  per  la  fona  de"  tiranni 
di  Lombardia. 

CAPITOLO  CCCXXV. 

Come  i  Bolognesi  furono  sconfitti  da  messer 
Passerino  signore  di  Mantova  e  di  Modona, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  luglio,  i  Bolognesi 
ft  clono  oste  per  contrastare  la  rannata  di  messer  Pas- 
serino signore  di  Mantova  e  di-Uodona  e  degli  altri 
tiranni  di  Lombardia,  eh"*  erano  nel  contado  di  Mo- 
dona,  acciocché  non  potessono  mandare  ainto  a  Ca- 
straccio  né  al  borgo  a  San  Donnino;  ma  più  per 
tema  che  non  entrassono  nel  loro  contado;  e  però 
non  mandarono  aiuto  air  oste  de"  Fiorentini  che  dn- 
gento cavalieri.  E  sentita  loro  partita,  la  rannata  di 
Modona  sì  valicarono  la  Scoltenna,  e  intomo  a  Mo- 
dona  feciono  danno  assai  per  più  cavalcate,  e  tor- 
narsi in  Bologna.  Ma  come  i  Fiorentini  furono  scon- 
fitti ivi  a  pochi  dì,  cioè  a  dì  30  di  settembre,  i  ri- 
belli di  Bologna  di  casa  i  Gallutzi,  e"  figliuoli  di  Ro- 
meo do*  Peppoli,  colla  forza  di  messer  Passerino 
rubellarono  a'  Bolognesi  il  castello  di  Monteveglio 
alla  montagna.  I  Bolognesi  vi  cavalcaro  popolo  e  ca- 
volieri  e  puosonvi  V  assedio,  e  ricbiesono  tutti  i  lo- 
ro amici  di  Toscana  e  di  Romagna,  e  rifeciono  il 
fosso  che  si  chiama  la  Muccia,  di  qua  dalla  Scol- 
tenna, che  tiene  dal  monte  al  pantano,  per  loro  si- 
curtade,  ed  erano  Toste  de' Bolognesi  ben  ventidue 
centinaia  di  cavalieri  colle  loro  cavallate,  e  bene 
trentamila  pedoni,  che  per  comune  v'erano  quegli 
della  città.  Messer  Passerino  fece  sua  rannata,  che 
vi  venne  la  gente  di  messer  Cane  «da  Verona  con 
sei  cento  cavalieri,  e'  marchesi  d'Esti  con  quattro- 
cento, sicché  v'avea  bene  diciotto  centinaia  di  cava- 
lieri, ed  erano  a  campo  di  là  dal  fosso  e  dalla  Scol- 
tenna, badaluccandosi  spesso  per  fornire  il  castello  e 
passare  il  fosso,  e"  Bolognesi  si  teneano  francamen- 
te. Air  uscita  d*  ottobre,  Auo  Visconti  che  se  n^an- 
dava  a  Milano  con  sua  gente,  si  dimorò  in  servigio 
di  messer  Passerino,  e  ancora  Castruccio  gli  mandò 
dngento  cavalieri,  sicché  con  ventotto  centinaia 
di  cavalieri  furono  i  tiranni  di  Lombardia,  quasi  i 
più  Tedeschi.  I  Bolognesi  veggendosi  così  stretti, 
e  dair  assedio  del  castello  non  sì  voleano  par- 
tre,  ancora  mandarono  per  ainto  a' Fiorentini.  I 
Fiorentini  non  guardando  al  loro  grande  bisogno 
mandarono  loro  dugento  cavalieri,  e  mandarono  pre- 
gando per  ambasciadori,  che  si  ritraessono  e  non  si 
mettessono  a  battaglia.  Fecionsene  befle,  rimproc- 
ciando  i  Fiorentini  di  loro  viltade.  Poi  a  dì  3  di  no- 
vembre quegli  di  messer  Passerino  valicarono  la 
Scoltenna,  e  in  parte  ruppono  il  fosso,  e  valicarne 
di  loro;  ma  per  forza  dal  popolo  di  Bologna  furono 
ripinii,  e  non  poterono  fornire  il  castello. 


CAPITOLO  CCCXXVI. 
Di  quello  tnedesimo, 

Veggendo  messer  Passerino  e  gli  altri  capitani 
che  non  potesno  passare  la  rannata  «  feciono  vista 
di  partire  V  oste,  «  gran  parte  tornarono  a  Modona  ; 
poi  feciono  vista  di  porre  assedio  al  ponte  a  Santo 
Ambrogio.  1  Bolognesi  lasciarono  alla  rotta  del  fosso 
i  Romagnnoli  e" Fiorentini,  ch'erano  da  cinquecento 
cavalieri,  e  vennono  parte  di  loro  cavalieri  verso  il 
ponte.  Messer  Passerino  e  sua  gente  avendogli  spar- 
titi, cavalcarono  estivamente  '  di  là  dalla  Scoltenna 
verso  il  castello,  e*  Bolognesi  dalla  loro  parte  segnen» 
do  ;  ma  prìma  de*  Bolognesi  giunsono  i  loro  nemici 
ov'era  stata  la  rottura  del  fosso  e  più   fievole;  e* 
Romagnuoli  e'  Fiorentini  che  v'  erano  a  guardia  man» 
dando  alla  cavalleria   di  Bologna  per  ainto,  lenta» 
mente  vi  vennono.  La  gente  di  messer  Passerino  pMr 
forza  valicarono  il  passo,  e  cominciarono  la  balta» 
glia.  I  Bolognesi  veggendo  P  assalto  poco  ressono^ 
ma  incontanente  si  misono  alla  fuga,  e  qne*cotaoti 
che  ressono,  che  furono  i  Romagnnoli  e' cavalieri 
de'  Fiorentini  e  usciti  di  Modona»  furono  malmenali, 
che  più  di  trecentocinquanta  a  cavallo  e  più  di  mil» 
lecinqnecento  a  pie  vi  rìmasono  tra  presi  e  morti.  1 
Bolognesi  piccolo  danno  v*ebbono   a  comparazione 
della  loro  grande  oste,  eh'  e*  cavalieri  si  fuggirono 
verso  Bologna,  e  II  popolo  alle  montagne  e  a*  loro 
castelli;  ma  da  ventisette  dei  buoni  della  terra  e  la  loro 
podestà  vi  rìmasono  presi,  e  messer  Malatestino  e 
quattro  de*  migliori  usciti  di  Modona  capitani.  E  que» 
sta  sconfitta  fu  a  pie  di  Monteveglio  venerdì  dopo 
nona,  dì  15  di  novembre. 

CAPITOLO  CCCXXVU. 

Come  messer  Passerino  signore  di  Mantota  e  di 
Modona  venne  a  oste  alla  città  di  Bologna, 

1  Bolognesi  tornarono  in  Bologna  con  grande 
vergogna  e  con  grande  danno,  e  messer  Passerino 
con  gli  altri  Lombardi  valicarono  il  fosso  della  Mac» 
eia,  e  tutti  vennono  a  oste  sopra  Bologna,  e  può— 
sonsi  al  Borgo  a  Panicale  in  sul  fiume  del  Reno,  e 
tolsono  l'acqua  alle  loro  mulina,  vegnendo  infino 
alle  porte  di  Bologna,  e  salirono  in  su  Santa  Maria  a 
Monte  di  sopra  a  uno  miglio  alla  città.  11  popolo  di 
Bologna  a  furia  voleano  nscire  fuori,  ma  dal  loro 
capitano  furono  ritenuti,  acciocché  non  compiessono 
la  loro  infortuna  d' essere  affatto  sconfitti,  e  perdes* 
sono  la  terra  ;  ma  si  misono  alla  difensione  della  at- 
ta, e  più  assalti  ebbono  alla  città  da' Lombardi  ;  e  se 
non  fosse  l' ainto  de'  forestieri  si  perdea  la  terra. 
Alla  fine  vi  feciono  correre  tre  palii,  uno  messer 
Passerino,  e  uno  Azzo,  e  uno  i  marchesi.  E  sen- 
tendo che  la  gente  della  Chiesa  da  millecinquecento 
cavalieri  erano  venuti  verso  Reggio,  si  levarono  da 


'  V.  A.  prontamente)  con  prestezza,  da  aito  V.  L.  che 
trovasi  usata  nel  modo  avrerbiale  ad  a$to  da  fraGaittone 
d'Arezsa  Ma  forse  non  toma  meglio  il  senso  leggando 
qnl  eolla  Giuntina:  •  Stivamontef 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


295 


oste  di  24  di  novembre,  e  tornirono  in  Modona: 
ma  prima  ebbono  il  castello  di . . .  E  cosi  mostra, 
che  le  infortunate  pianete  di  Saturno  e  di  Marte  ci 
attenessono  la  ^mpromessa  delle  loro  consunzioni 
state  in  questo  anno  di  tante  battaglie  e  pericoli  in 
questo  nostro  paese  e  altrove,  come  per  noi  è  fatta 
e  farà  menzione. 

CAPITOLO  cccxxvm. 

Come  Casiruccio  fece  trattare  falsa  pace  co*  parenti 
fiorentini  de'svoi  pregioni. 

Nel  detto  anno  1325,  di  7  di  novembre,  i  Fioren- 
tini furono  in  grande  sospetto  dentro  tra  loro,  temendo 
rimo  dell'altro  di  tradigione,  e  spezialmente  di  certi 
grandi  e  popolani  possenti,  i  quali  aveano  loro  fi- 
gliaoli  e  fratelli  in  pregione  a  Lucca,  si  feciono  uno 
dicreto  sotto  grande  pena,  che  nullo  cittadino  che 
avesse  pregione  a  Lucca  potesse  essere  castellano 
di  nullo  castello,  o  vicario  di  lega  o  di  gente,  o  ri- 
chiesto a  nullo  consiglio  di  comune  ;  perocché  sotto 
colore  di  pace,  a  petizione  e  mossa  de*  pregioni, 
teneano  trattati  con  Castruccio  contra  il  volere  de- 
gli altri  cittadini;  e  non  fu  sanza  gran  pericolo,  se 
non  ehe  per  gli  savi  cittadini  fu  riparato. 

CAPITOLO  CCCXXIX. 
Dell*  oitedio  e  perdita  di  Montemurlo, 

Nel  detto  tempo,  a  dì  18  di  novembre,  ancora 
la  gente  di  Castruccio  vennono  scorrendo  e  guastan- 
do infino  a  Giogoli  sanza  nullo  riparo,  per  ispa- 
ventare  i  Fiorentini  ;  e  a  di  24  di  novembre  Ca- 
struccio ritornò  a  Signa  con  suo  isforzo;  e  a  di  27 
di  novembre  si  puose  ali*  assedio  al  castello  di  Mon- 
temurlo,  e  facevi  intorno  più  battifolli,  e  il  di  se- 
guente ebbe  per  patti  la  fortezza  degli  Strozzi  che 
si  chiama  Chiavello,  e  feccia  abbattere  e  tagliare  dal 
pie,  e  r  altro  di  ebbe  per  forza  la  torre  a  Palugia- 
BO  eh'  era  de'  Pazzi,  e  morirvi  più  di  trenta  uomi- 
DÌf  e  feccia  disfare.  E  stando  air  assedio  di  Monte- 
murlo  lo  steccò  tutto  intorno,  e  con  più  dificii  vi 
giltava,  e  fece  cavare  il  castello  dalla  parte  della 
rocca,  e  fece  cadere  molto  delle  mura.  Dentro  v*e- 
reno  per  castellani  Giovanni  di  messer  Tedici  degli 
Adinarì,  e  Neri  di  messer  Pazzino  de^  Pazzi  con  cen- 
tocinquanta buoni  fanti  di  masnade;  il  castello  era 
mollo  fornito  di  vittuaglia  ;  ma  male  fornito  d'  arme 
e  di  gente  a  si  grande  circuito  e  tanto  affanno  di 
battaglie  e  di  difleii  e  di  cave;  e  più  volte  manda- 
rono per  soccorso  a  Firenze,  almeno  che  fossono 
fomiti  di  gente  che  dentro  gli  atasse  alla  guardia. 
Qoeglino  che  V  aveano  a  fare,  che  erano  alf  nficio 
della  condotta  de'  soldati,  per  negligenza,  ovvero  per 
aiiseria  di  spendio,  s*  indugiarono  tanto  a  fornirlo, 
>ehe  quando  vollono  non  ebbono  il  podere,  né  altro 
aoccorto  non  si  fece  per  gli  Fiorentini  ;  e  si  potea 
Care,  che  più  volte  Ca^troccio  non  vi  avea  trecento 
cavalieri,  e  per  le  grandi  nevi  e  freddure  molto 
straccata  la  sua  gente;  ma  la  viltà  e  la  disavventura 


era  tanta  de*  Fiorentini,  e  con  esso  la  discordia,  che 
non  l'ardirono  a  soccorrere  quando  si  potea.  Qne* 
gli  del  castello  veggendosi  abbandona^  da'  Fioren- 
tini, avendogli  per  più  volte  richiesti  di  soccorso,  e 
veggendo  per  le  cave  cadere  le  mura,  e  per  gli 
molli  difici  flagellati,  si  cercarono  loro  patti  con  Ca- 
struccio, e  renderono  il  castello  a  di  ^  di  gennaio 
1325,  salve  le  persone,  con  ciò  che  ne  potessono 
trarre,  e  salvi  i  terrazzani  che  vi  volessono  dimora- 
re; con  tutto  che  malvagiamente  trattò  i  terrazza- 
ni, che  quasi  tutti  gli  sperse,  e  recolla  a  gente  di 
masnade  alla  guardia,  rafforzando  il  castello  molto  di 
rocca  e  girone  di  mura  e  di  torri,  e  murò  di  fuori 
la  fronte  :  la  quale  perdita  fu  grande  vergogna  e 
sbigottimento  a'  Fiorentini,  e  fece  aspra  guerra  al 
contado  di  Firenze  e  a  quello  di  Prato. 

CAPITOLO  CCCXXX. 
Di  gente  che  mandò  il  re  Ruberto  a"  Fiorentini. 

Nel  detto  anno,  il  dì  di  calen  di  dicembre,  giun- 
sono  in  Firenze  trecento  cavalieri  che  ci  mandò  il 
re  Ruberto  di  Puglia,  la  metà  a  nostro  soldo.  Furo- 
no cattiva  gente,  e  niente  di  bene  ci  adopererò.  Che 
se  alla  loro  venuta  fossono  stati  valorosi,  colf  altro 
aiuto  de^  Fiorentini  e  loro  musnade,  poteano  di  leg- 
giere levare  1'  assedio  da  Montemnrlo,  ma  o  per  lo- 
ro viltà,  0  per  comandamento  del  re,  oonosoendo  la 
infortuna  de*  Fiorentini,  non  vollono  fare  una  ca- 
valcata, ma  issarsi  in  Firenze  alla  guardia  della  terra. 

CAPITOLO  CCCXXXL 

Della  sconfitta  eh*  e'  Pisani  ebbono  in  mare  in  5ar- 
digna  dal  re  d*  Araona^  e  come  feciono  pace» 

Nel  detto  anno  1325,  in  calen  di  dicembre,  ai 
partirono  di  Porto  pisano  trentatrè  galee,  le  qnali  i 
Pisani  aveano  armate  per  soccorrere  e  fornire  Ca- 
stellodicBStro  in  Sardigna,  ed  erano  gran  parte  de- 
gli nsciti  di  Genova  al  loro  soldo,  e  ammiraglio  mes- 
ser Guasparre  Doria  ;  e  a  di  29  di  dicembre  si  com- 
batterono coir  armata  del  re  d' Araona  nel  golfo  di 
Calieri,  eh'  erano  trentuoa  galea  e  quaranta  barche 
imborbottate  ',  e  sette  cocche.  Alla  fine  della  dura 
battaglia  l'armata  de'  Pisani  furono  sconfitti,  e  pre- 
se delle  loro  otto  galee,  e  molta  gente  morta  e  pre- 
sa» I  Pisani  avendo  perduta  ogni  speranza  di  potere 
soccorrere  Castellodioastro,  cercarono  accordo  col  re 
d' Araona,  e  mandargli  loro  ambasctadori  in  su  una 
galea  con  lettere  e  messi  di  nostro  signore  lo  pa- 
pa. Alla  fine  la  pace  si  compiè,  eh'  e'  Pisani  rende- 
rono al  re  d' Araona  Castellodicastro  e  ogni  fortez- 
za eh'  aveano    in  Sardigna ,  e  egli  gli  quotò  della 


'  fatte  A  gnisa  di  borbotto  o  barbotte ,  o  barche  in 
parte  coperte;  specie  di  fuste  assai  nominate  nelle  guerre 
Siicre  e  negli  annali  Spagnoli.  Forae  barimta,  dice  il  Dra- 
gomanni, in  Senso  di  elmetto,  ha  dato  origiue  a  quelle 
voci.  Barhotta  è  vocabolo  tuttavia  in  uso  di  alcune  barche 
che  solcano  il  Po,  e  sono  appunto  specie  di  batti  Imbar^ 
bottati  alle  due  estremità  e  scoperti  nel  roeszo. 


S96 


CRONICHE 


rendita  del  tempo  che  Taveano  tenuta,  poicli*egli  ne 
fti  eletto  signore,  e  V  ano  all'  altro  renderono  i  pre- 
fioni,  e  pnbblieoaai  in  Pisa  la  detta  paee  a  di  10  dì 
giogno  1326. 

CAPITOLO  cccxxxn. 

Come  la  genie  di  Casfruccio  eh*  erano  m   Signa 
conono  mfino  alia  dita  di  Fòrente. 

Nel  detto  anno  1325,  a  dì  10  di  decembre, 
le  maanade  di  Caatmccio  ch'erano  in  Signa,  intor- 
no di  dngento  caTaKeri,  corsono  inffno  a  San  Piero 
a  Monticelli,  e  Tennero  ^  inOno  alle  porte  di  Firenze  : 
nscl  una  masnada  di  Fiamminghi  a  combattere  con 
loro  ;  e  ae  per  lo  capitano  della  gnerra  fononó  se- 
guiti, aveanne  la  rittoria;  ma  per  lo  soperchio  di 
gente  furono  rotti  e  malmenati  da  quegli  di  Cutmc- 
cio.  In  Firenze  n  levò  il  romore,  e  sonarono  le  cam- 
pane, e  popolo  e  caTalieri  furono  in  arme  e  usciro- 
no fuori,  e  corsone  infino  a  Settimo  sansa  ordine 
ninna.  I  nimici  per  lo  specchio  si  ritrassono  a  Signa 
sansa  danno  ninno  ;  e  la  gente  de'  Fiorentini,  ch'e- 
rano più  di  ottocento  caralieri  e  popolo  innumerabi- 
le, si  tornarono  la  sera  di  notte  in  Fnrenze.  La  tratta 
fu  gagliarda  e  di  Tolontà,  ma  male  ordinata,  e  per 
gli  sari  di  gnerra  fa  forte  biasimata;  che  se  Ca- 
stmcdo  fosse  stato  in  agnato  por  con  cinquecento  ca- 
valieri, area  sconfitti  i  Fiorentini,  e  presa  combat- 
tendo la  città. 

CAPITOLO  cccxxxm. 

Come  i  Fforeniim  stanziarono  di  dare  la  iignoria 
della  città  e  contado  al  duca  di  Calatra  figliuolo 

del  re  Ruberto, 

Nel  detto  anno,  a  di  24  di  dicembre,  i  Fioren- 
tini reggendosi  oosl  afllitti  dal  tiranno  e  in  male 
stato,  e  con  qnesto  male  ordinati  e  peggio  in  con- 
cordia, per  cagione  delle  parti  e  sette  tra'  cittadini, 
e  vivendo  in  fmnra  grande  di  tradimento,  temendo  di 
coloro  eh'  aveano  i  loro  figlinoli  e  fratelli  pregioni 
in  Lucca,  i  qnalf  erano  possenti  e  grandi  in  comu- 
ne, e  la  forza  del  nimico  era  ogni  di  alle  porte  per 
lo  battifolle  di  Montemnrlo  e  di  Signa  ;  i  popolani 
gnelfl,  che  reggeano  la  città  eoi  consiglio  di  gran 
parte  de' grandi  e  possenti,  non  veggendo  altro  i- 
scampo  per  la  dtti  di  Firenze,  si  elessono  e  ordina- 
rono signore  di  Firenze  e  del  contado  Carlo  di  Ca- 
kvra,  ivimogenito  del  re  Ruberto  re  di  Gerusalem 
e  di  Cicilia,  per  tempo  e  termine  di  dieci  anni,  a- 
vendo  la  signoria  e  amministrazione  della  città  per 
•noi  vicari,  osservando  nostre  leggi  e  statuti,  ed  egli 
dimorando  in  persona  a  fornire  la  gnerra,  tenendo 
fermi  mille  cavalieri,  il  meno,  oltramontani;  dovea 
avere  dugeatomigliaia  di  fiorini  d'oro  l'anno,  pa- 
gandosi di  mese  in  mese  sopra  le  gabelle,  e  avendo 
nn  mese  di  venuta  e  nno  di  ritomo.  B  fornita  la 
guerra,  per  vittoria  o  per  onorata  pace,  potea  la- 


sciare nno  di  sua  casa  o  altro  grande  barone  in  suo 
luogo  con  qnattrocento  cavalieri  oltramontani,  e  a- 
vere  centomila  fiorini  d' oro  1*  anno.  In  questa  forma 
con  più  altri  articoli  gli  si  mandò  la  elezione  a  Napoli 
per  solenni  ambasciadorì  ;  il  quale  duca,  col  consì- 
glio del  re  Ruberto  suo  padre  e  de'  suoi  sii  e  d'al- 
tri de^snoi  baroni,  accettò  la  detta  aignoria  a  di  13 
gennaio;  e  saputa  l' accettagione  in  Firenze  n* ebbe 
grande  allegrezza,  sperando  per  la  sua  venuta  es- 
sere vendicati  e  dillberi  dalla  forza  dot  tiranno  Ca- 
stmccio,  e  messi  in  buono  stato.  E  partissi  da  Na- 
poli per  venire  a  Firenze  a  dì  31  di  maggio  1320. 

CAPITOLO   CCCXXXIV. 


Come  quegli  di  Bruggia  in  Fiandra  furono  seonfUti^ 
e  trateono  il  loro  conte  di  pregiane. 

Nel  détto  anno  1325,  all'uscita  del  mese  di 
novembre,  parte  della  gente  di  Bruggia  in  Fiandra 
avendosi  mbellati  dal  loro  signore,  come  addietro  è 
fatta  menzione,  guerreggiando  il  paese  forono  scon- 
fitti tra  Bruggia  e  Canto  dal  conte  di  Namurro  e  di 
quegli  di  Canto,  e  morti  più  di  seicento.  E  poi  a  po- 
6àì  giorni  quegli  del  Franco  di  Bruggia  forono  scoa** 
fitti  dal  detto  conte  e  da  quegli  di  Canto,  e  rimaser- 
ne  morti  più  d'ottocento;  per  le  quali  sconfitte  e 
abbassamento  che  fo  fatto  di  loro,  fa  trattato  accor- 
do, e  quegli  di  Bruggia  trassono  di  pregione  Luis  il 
giovane  loro  conte  e  loro  signore. 

CAPITOLO  CCCXXXV, 

Come  lo  ^nfante  figliuolo  del  re  é^Araona  tolse 

le  decime  del  papa. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d'ottobre.  Alfonso  detto 
infante  d*  Araona  tolse  a'  collettori  del  papa  che  tor- 
navano di  Spagna  tatti  i  danari  ricolti  di  decime  a 
di  sovvenzioni;  e  difsesi,  che  forono  dngento  mi* 
gliaia  di  fiorini  d'  oro  la  valuta;  onde  il  papa  ti 
crucciò  forte.  Il  re  d' Araona  mandò  a  corte  suoi 
ambasciadorì,  dicendo,  come  la  detta  moneta  volea 
in  presto  per  la  guerra  dì  Sardigna,  e  volea  dame  pe- 
gno più  caatella  alla  Chieaa,  e  accordarsene^  col  paps. 

Del  mese  di  novembre  presente,  sei  galee  del 
re  d' Araona  eh'  andavano  in  Sardigna,  al  combatte- 
rono con  aette  de'Genoveai,  e  quelle  de' Catalani 
furono  sconfitte,  e  presane  l'ona,  eoa  grande  danao 
di  loro  gente. 

CAPITOLO  CCCXXXVL 

Come  i  Fiorentini  fedone  loro  capitano  di  gnerra 

messer  Piero  di  NarsL 

Nel  detto  anno  1325,  in  caien  di  gennaio,  i 
Fiorentini  feciono  loro  capitano  di  guerra  ■**•' 
Piero  di  Nursi  eavaUere  bandereae  della  contea  <B 


■  Vo  colla  Oinntina.  n  T.  Dav.  ha:  vmtieime. 


I  La  Ghtntina  reca:  $  aeecrdosti. 


J 


DI  GIOVANNI  VILLilNI. 


297 


i  del  LoreDO^  il  qnile  tornando  diottre  mare  dal 
•Ipolero,  il  aettettibre  dinanzi  per  aua  prodezza  e  ya- 
loro  ToUo  esaere  alla  battaglia,  ove  i  Fiorentini  fu- 
rono aconfitti,  ed  egli  vi  fa  preso,  e  'I  figlinolo  mor- 
to, e  di  sua  gente  assai;  e  tornato  lui  di  pregione 
per  ana  redenzione,  fa  eletto  capitano  ;  e  presa  lai 
la  signoria,  con  molta  prodezza  e  sollecitudine  si 
resse,  tenendo  Castracelo  asaai  corto  della  guerra,  e 
per  sao  senno  fece  trattato  con  certi  conestabìli  di 
sao  paese  ch^  erano  con  Castmcdo,  di  fare  uccidere 
Casiraccio  e  di  rubellargli  Signa  e  Carmignano,  e  tor- 
nare dalla  parte  de*  Fiorentini  con  più  di  dugento 
cavalieri.  Iscoperto  per  Castruccio  il  detto  trattato, 
a  di  80  di  gennaio  fece  tagliare  la  testa  a  tre  co- 
nestabìli, due  Borgoguoni  e  uno  Ingbilese  e  sei  Te- 
descbi,  cbe  teneano  mano  al  tradimento,  per  la  qual 
cosa  molto  si  turbarono  i  soldati  e  masnade  di  Ca- 
atmcdo;  e  diede  commiato  a  tutti  i  Franceschi  e 
Borgognoni  ch'avea,  intra  gli  altri  a  messer  Gugliel- 
mo di  Noren,  eh'  avea  traditi  i  Fiorentini,  od  era  di 
quella  giara,  onde  molto  ai  scompigliaro  le  masnade 
&i  Castrac<30. 

CAPITOLO   CCCXXXVII. 

Come  per  gli  ghibeliini  della  Marea  fu  preta  la 

Roccaeantrada, 

Nel  detto  anno,  a  dì  12  di  gennaio,  quegli  di 
Fabriano  con  gente  ghibellina  della  Marca  e  masnade 
d*  Arezzo  preaono  per  tradimento  e  con  forza  il  ca- 
ileUo  della  Roceaoontrada,  e  nccisonvi  molti  di  que- 
gli che  teneano  la  parte  della  Chiesa,  pur  de^  mag- 
giori della  terra,  uomini  e  donne  e  fanciulli. 

CAPITOLO  cccxxxvm. 

Come  Casiruceio  arse  Saneasciano  e  vetme  infino 
a  Peretola  e  poi  arte  e  abbandonò  Signa. 

Nel  detto  anno,  a  di  30  di  gennaio,  measer 
Piero  M  Nani  capitano  di  guerra  in  Firenze  cavalcò 
a  Signa  con  quattrocento  cavalieri  subitamente,  e 
tcn^  la  sera  ;  poi  per  gelosia  di  perdere  la  fortezza 
▼ì  venne  Castruedo  in  persona  a  dì  3  di  febbraio,  e 
menonne  presi  sette  conestabìli  Ira  a  cavallo  e  a  pie. 
B  per  questa  cagione  della  cavalcata  di  messer  Pie- 
io,  e  per  dispetto  di  ciò,  avendo  i  Fiorentini  per 
Mote,  Ceatmccio  tornò  in  Signa  con  settecento  ca- 
vdierì  e  dnemila  pedoni  a  dì  19  di  febbraio,  e  ca- 
valcò a  Torri  in  Yaldipesa,  e  guastò  e  arse  tutta  la 
villa  levando  gran  preda;  e  poi  a  dì  22  di  febbraio 
fece  un^  altra  cavalcata  infino  a  Saneasciano,  e  arse 
il  borgo  e  tutta  la  contrada,  e  la  sera  tornò  in  Si- 
gna. U  capitano  de*  Fiorentini  co*  cavalieri  eh'  avea, 
cavalcò  il  di  in  sul  poggio  di  Campaio  ;  ma  se  fos- 
sono  iti  alla  Lastra  per  lo  piano,  e  preso  il  passo, 
Castneeìo  e  sot  gente  erano  sconfitti;  si  tornarono 


'  Fmtantoehè  Carlo  Duca  di  Calabria  fosse  venato  in 
persona  a  prender  la  aignorìa  della  città,  ed  il  governo 
dells  tarra.  />. 


atraccati  e  male  in  ordine  per  V  affanno  e  lungo  cam- 
mino eh*  aveano  fatto  il  giorno. 

CAPITOLO  CCCXXX1X. 


Di  quello  medeiimo. 

Poi,  a  dì  25  di  febbraio,  Castruccio  per  fare 
piii  onta  a*  Fiorentini  venne  con  ottocento  cavalieri 
e  tremila  pedoni  infino  a  Peretola,  e  incontanente  si 
tornò  ia  Signa,  ma  per  ciò  di  Firenze  non  uscì  uomo 
alla  difesa.  E  poi  a  dì  28  di  febbraio  ricolta  sua 
gente  fece  ardere  Signa  e  tagliare  il  ponte  sopra 
r  Arno,  e  abbandonò  la  terra,  e  ridussesi  a  Carmi-» 
gnano,  e  quello  fece  crescere  e  afforzare,  e  riducere 
alla  guardia  de*  rubelli  di  Firenze  e  di  Signa  e  di 
tutta  la  contrada.  La  cagione  perchè  abbandonò  Si- 
gna, si  disse  perchè  gli  era  di  gran  costo  a  mante- 
nerla, e  di  grande  -rischio,  qaando  i  Fiorentini  fos- 
sono  stati  valorosi,  essendo  così  di  presso  alla  città, 
e  sentendo  come  il  dnca  s*  apparecchiivn  dì  mandare 
gente  a  Firenze,  temendo  che  la  gente  che  tenea  in 
Signa  non  fosse  sorpresa.  Ma  bene  ebbe  tanto  ardire 
Castruccio  e  tanto  gran  more,  che  lutando  in  Signa 
cercò  con  grandi  maestri  se  si  potesse  alzare  con 
mura  il  corao  del  fiume  d*Amo,  alto  stretto  della 
pietra  golfolina  per  fare  allagare  i  Fiorentini;  ma 
trovarono  i  maestri,  che  lo  calo  d*  Arno  da  Firenze 
infino  laggiù  era  centocinquanta  braccia,  e  però  lasciò 
di  fare  la  *mpresa. 

CAPITOLO  CCCXL 

Come  i  Bolognesi  feciono  pace  con  messer  Passerino» 

Nel  detto  anno,  in  caien  di  febbraio,  i  Bolo- 
gnesi feciono  pace  con  messer  Passerino  signore  di 
Mantova  e  di  Modena,  e  per  patti  riabbono  tutti  i 
loro  castelli  e  fortezze  e  Monteveglio,  perchè  furono 
sconfitti,  e  tutti  i  loro  pregioni:  e  per  sicurtà  della 
pace  diedono  quaranta  stadichi  giovani  garzoui  fi- 
gliuoli di  buoni  uomini  di  Bologna. 

CAPITOLO  CCCXLL 

Come  certe  masnade  d"  Arezzo  furono  sconfitte 
da  quelle  de*  Perugim. 

Nel  detto  anno,  a  di  17  di  febbraio,  trecento 
soldati  del  vescovo  d*  Arezzo  che  erano  alla  Città 
di  Castello,  andando  a  guastare  il  cnstello  della  Frat- 
ta, si  scontrarono  nelle  masnade  de*  Perugini,  e  com- 
batterai insieme  aspramente;  e  se  non  fosse  eh* era 
presso  a  notte,  grande  dammaggio  si  faoeano  insie- 
me. Alla  fine  quegli  d*  Arezzo  n*  ebbono  il  peggiore. 

CAPITOLO  CCCXLII. 

Come  la  gente  della  Chiesa^  abitano  messer  Vergiù 
di  Landa^  cominciò  guerra  a  Modona, 

Nel  detto  anno,  a  dì  1 0  di  marao,  measer  Ver- 
giù di  Landa  venne  aopra  Modena  con  ottocento  ca- 
valieri di  quegli  della  Chieaa,  e  rìpuose  Sassuolo:  e 
poi  del  mese  di  maggio  prase  Caatelvecchio,  e  piti 
castelletta  e  villaggi  de*  Modaneai.  B*  Fiorentini  vi 


298 


CROmCHB 


mandarono  inaiato  della  Chieaa  dogento  cavalieri; 
e  con  questa  gente  e  co**  figliuoli  di  meiaer  Ghiberto 
da  Correggia,  measer  Vergiù  vinse  per  fona,  a  di 
15  di  giugno  1326,  l'isola  di  Sezzana  che  era  stec- 
cata e  gnernita  di  bertesche,  e  avevavi  dugento  cava- 
lieri e  tremila  pedoni  a  guardia  per  Io  signore  di  Uan- 
tova,  i  quali  furono  sconfitti,  e  presa  per  forza  la  for- 
tezza del  ponte  a  Borgo  forte  di  qua  da  Po,  scorren- 
do il  Mantovano  con  grande  danno  de*  ribelli  della 
Chiesa.  B  poi  a  di  2  di  luglio  presono  per  forza  gli 
antiporti  e'  borghi  di  Hodona,  eh**  erano  affossati  ^  e 
steccati;  e* cavalieri  de*  Fiorentini  furono  de* primari 
eh*  entrarono  ali*  antiporta,  e  poco  falli  che  non  eb- 
bono  la  citti;  e  atettono  tutto  luglio  allo  assedio 
di  Hodona  tenendola  molto  stretta.  AH*  uscita  di  lu- 
glio messer  Passerino  colla  lega  de*ghibellini  di  Lom- 
bardia per  tema  di  perdere  Modona  si  partirono  dal- 
r  assedio  d*uno  castello  de*  marchesi  Cavalcabò  in 
Cremonese  e  feciono  al  Po  ponte  di  navi.  Hesscr 
Vergiù  e  sua  gente  sentendo  il  soperchio  de*  nimici 
misono  fuoco  ne*  borghi  di  Modona  e  se  ne  partirò, 
e  tornarono  a  Reggio,  e  guastarla  d'intorno. 

CAPITOLO  CCCXLDI. 
Come  il  vescoto  éTAret^o  fece  disfare  Laieiino. 

Nelfanno  1326,  del  mese  di  marzo,  il  vescovo 
d^  Arezzo  fece  disfare  il  castello  di  Laterino,  che  non 
vi  rimase  pietra  sopra  pietra,  e  eziandio  fece  tagliare 
il  poggio  in  croce,  acciocché  mai  non  vi  si  potesse 
su  fare  fortezza;  e  tutti  gli  abitanti  fece  andare  in 
diverse  parti,  eh*  erano  bene  cinquecento  famiglie  ;  e 
ciò  fece  per  dispetto  degli  libertini,  acciocché  noi 
potessono  mbellare^  perché  senti  che  alcuno  di  loro 
venne  a  Firenze  per  trattare  di  dare  il  detto  Late- 
rino a*  Fiorentini  e  allegarsi  con  loro,  perocché  *1  ve- 
scovo gli  avea  cacciati  d*  Arezzo,  perch*elli  cerca- 
vano in  corte  col  papa,  che  *1  proposto  d*  Arezzo, 
eh*  era  degli  libertini,  avesse  il  vescovado  d*  Arezzo. 

CAPITOLO  CCCXLIV. 

Come  i  ghibellini  della  Marca  éorsono  la  città  di 
Fertno^  e  ruppono  la  pace  ordinata  colla  Chiesa, 

Nel  detto  anno,  a  di  26  di  marzo,  essendo 
trattato  accordo  da  quegli  della  città  di  Fermo  colla 
Chiesa,  e  quegli  della  terra  faccendone  festa  e  ballando 
per  la  città  nomini  e  donne,  quegli  d*Osimo  con 
certi  caporali  ghibellini  della  Marca,  non  piacendo  loro 
raccordo,  entrarono  nella  città  e  corsonla,  e  uc- 
cisonne  de^  caporali  che  voleano  raccordo,  e  nel  pa- 
lagio del  comune  misono  fuoco,  essendovi  il  consi- 
glio per  Io  detto  accordo  compiere  ;  e  molta  buona 
gente  vi  mori,  e  furono  arsi  e  magagnati. 


La  Oinntlnm  Ugge:   affor9atL 


CAPITOLO  CCCXLV. 

Come  Castruccio  con  sua  gente  catalcò  m  Creti  e 

enfino  a  Empoli, 

Nel  detto  anno,  Castruccio  avendo  di  poco 
avota  la  Castellina  di  Creti  che  uno  de*  Frescobaldi 
che  Tavea  in  guardia  per  moneta  la  rendè,  al  si  dia* 
tese  poi  Castruccio  e  sua  gente  per  lo  Creti,  e  die- 
de battaglia  a  Vinci  e  a  Cerreto  e  a  Vitolino,  e 
passò  Arno  infino  a  Empoli.  E  poi  a  di  5  d*  aprile 
ebbe  il  castelletto  di  Petroio  sopra  Empoli,  e  qnello 
goernl:  e  colla  Castellina  gran  danno  feciono  alla 
strada  e  a  tutto  il  paese.  Ma  poi  a  di  25  di  giugno 
abbandonò  Petroio  e  disfecelo,  per  tema  della  ve- 
nuta del  duca  d*  Atene  e  gente  del  re  Ruberto. 

CAPITOLO  CCCXLVL 


Come  U  vescovo  d'Arez%o  fu  privalo  dello 
per  lo  papay  e  come  fu  eletto  legalo  per  vemre 

Toscana. 


Nel  detto  anno,  a  di  17  d* aprile,  papa  Gio* 
vanni  in  concestoro  di  tutti  i  cardinali  appo  Vigno- 
ne  dispuose  il  vescovo  d*  Arezzo  de*Tarlati  dello  api- 
rituale  del  vescovado,  e  concedettelo  in  guardia  n) 
proposto  della  chieaa  d*  Arezzo,  eh*  era  degli  liber- 
tini; ma  perciò  non  lasciò,  e  non  nbbidette  a*mandaU 
del  papa.  E  in  quello  concestoro  eleaae  il  papa  per 
legato  in  Toscana  e  terra  di  Roma,  per  richiesta  e 
petizione  de*  Fiorentini  e  del  re  Ruberto,  messer  Giaa- 
ni  Guatani  degli  Orsini  dal  Monte  cardinale,  e  fece- 
lo  paciaro  in  Toscana  acciocché  mettesse  consiglio 
e  pace  nelle  discordie  di  Toscana,  dandogli  grande 
autorìtade  di  procedere  spiritualmente  a  chi  foaae 
disubbidiente  idla  Chiesa. 

CAPITOLO  CCCXLVII. 
Come  si  ricominciò  guerra  in  Romagna, 

Nel  detto  anno  1326,  del  meae  d*  aprile,  ai  co- 
minciò guerra  in  Romagna  tra  Forlì  e  Faenza,  e  m- 
bellossi  per  gli  ghibellini  il  castello  di  Lncchio.  Qne- 
gli  di  Faenza  e*  guelfi  Taasediaro,  e*  ghibellini  di 
Romagna  e  di  Lombardia  vi  vennono  a  fornirìo  eoa 
gran  forza  ;  e  di  Firenze  e  di  Toscana  v*  andò  gente 
in  servigio  de*  Guelfi.  Alla  fine  per  accordo  a*  arren- 
dè a*  signori  di  Faenza. 

CAPITOLO  CCCXLVni. 

Come  Castruccio  cavalcò  in  su  quello  di  PralOf  e 
fece  fare  una  forte%%a  al  ponte  AgUana. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d'aprile,  Castmcdo 
avendo  molto  molestati  i  Pratesi,  e  sostenea  uno 
battifolle  fatto  in  Valdibisenzio  chiamato  Serraval- 
lino,  e  un  altro  presso  alPOmbrone  verso  Carmi- 
gnano,  si  ne  punse  un  altro  a  ponte  Agliana  tre  Pra- 
to e  Pistoia  per  guerreggiare  i  Pratesi,  e  perché  i 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


299 


Pistoiesi  poteMono lavorare  le  loro  terre:  le  quali 
fortezze  furono  tutte  abbandonate  e  disfatte  alla  ve- 
nuta del  duca  d^  Atene  luogotenente  del  duca  di 
Calavra. 

CAPITOLO  CCCXLIX. 

Come  A%%o  Visconti  fece  guerra  a*  Brescianij  e 
tolse  loro  più  castella. 

Nel  detto  tempo,  del  mese  di  marzo  e  d'aprile, 
Azzo  Visconti  colla  masnada  di  Milano  fece  gran 
guerra  a'  Bresciani,  e  tolse  loro  più  castella  e  fortezze. 

CAPITOLO  CCCL. 

Come  messer  Piero  di  Narsi  capitano  de^  Fiorentini 
fu  sconfitto  dalla  gente  di  Castruccio,  e  poi  mo*iO 

il  capo. 

Nel  detto  tempo,  a  dì  14  di  maggio,  messer 
Piero  di  Narsi,  capitano  di  guerra  de'  Fiorentini,  per 
fare  alcuna  valenzia  innanzi  che  la  gente  del  duca 
venisse,  si  cercò  '  uno  trattato  con  certi  conestabili 
borgognoni,  di  suo  paese,  ch'erano  con  Castruccio, 
d'avere  il  castello  di  Carmignano,  e  segretamente, 
sanza  sentirlo  niuno  Fiorentino,  si  raunò  di  tutte  le 
masnade  dugento  de'  migliori  cavalieri  e  con  gente 
a  pie  da  cinquecento,  e  subitamente  si  parti  di  Prato, 
e  passò  r  Ombrone  scorrendo  la  contrada  ;  il  quale 
da'  detti  conestabili  fu  tradito,  ch'eglino  colla  gente  di 
Castruccio  aveano  messo  in  aguato  in  due  luogora  quat-* 
trocento  cavalieri  e  popolo  assai,  e  uscirono  addosso 
al  detto  messer  Piero  e  sua  gente,  il  quale  co'  primi 
combattendo  vigorosamente,  gli  ruppe*,  ma  poi  so- 
prawegnendo  l'altro  aguato,  fu  rotto  e  sconRtto 
e  preso,  egli  e  messer  Amò  di  Guberto  e  messer 
Vicisso,  conestabili  franceschi,  e  bene  undici  cava- 
lieri di  corredo,  e  quaranta  scudieri  franceschi  e  gente 
a  piò  assai;  onde  in  Firenze  n'ebbe  gran  dolore, 
eon  tutto  se  n'avesse  colpa  per  la  sua  troppa  sicurtà 
e  non  volere  consiglio.  Avuta  questa  vittoria  Ca- 
stracelo, venne  in  Pistoia  e  fece  tagliare  la  testa  al 
detto  messer  Piero,  opponendogli  come  gli  avea  giu- 
rato, quando  si  ricomperò  di  sua  pregione,  di  non 
essergli  incontro  ;  ma  non  fu  vero,  che  messer  Piero 
era  leale  e  prò'  cavaliere,  e  di  lui  fu  gran  dam- 
maggio;  ma  fecelo  morire  Castruccio  per  crescere 
più  Tonta  de' Fiorentini,  e  per  ispaurire  i  France- 
schi loro  soldati. 

CAPITOLO  CCCLl. 

Come  U  duca  d'Atene  venne  in  Firenze  vicario  del 

duca  di  Calavra. 

Nel  detto  anno  1326,  a  dì  17  di  maggio,  giun- 
se in  Firenze  il  duca  d*  Atene^  e  conte  di  Brenna  con 


'  La  Giuntina  legge  forse  meglio  :  fece, 

^  Gualtieri  Duca  d'Atene,  era  nato  in  Grecia  ed  appar- 
teneva a  quella  tralignata  stirpe  eh*  era  in  Levante  sue- 
ceduta  ai  primi  crociati,  indicata  perciò  coli'  ingnrioso  so- 
prannome di  pullanif  cioè  viziosi.  Era  costui  di  bassa 
statura  e  di  aspetto  deforme,  ed  accoppiava  ad  un  animo 
sospettoso  e  falso,  un  cuore  perfido  e  costumi  corrottissi- 
mi. V.  Ingh.  8tor,  TTmc,  tom.  VIL 


quattrocento  cavalieri,  per  vicario  del  duca  di  Cala- 
vra, e  tutte  le  signorie  fece  giurare  sotto  la  signoria 
del  duca  di  Calavra  e  saa;  e  cassò  tutte  l'elezioni 
fatte  de'  priori  per  lo  innanzi,  e'  primi  priori  a  mezzo 
giugno  fece  a  sua  volontà.  11  detto  signore  mandò 
il  re  Ruberto  innanzi,  perchò  il  granduca  indugiava 
più  sua  venuta,  per  cagione  dell'  armata  eh'  apparec- 
chiava per  mandare  in  Cicilia  ;  e  i  detti  cavalieri  ven- 
nono  a  mezzo  soldo  del  re,  e  l'altro  mezzo  per 
comune  di  Firenze.  E  quello  tanto  tempo  che  '1 
detto  duca  d'Atene  tenne  la  signoria,  ciò  fu  infino 
alla  venuta  del  duca  di  Calavra  figliuolo  del  re,  la 
seppe  reggere  saviamente,  e  fu  signore  savio  e  di 
gentile  aspetto,  e  menò  seco  la  moglie  figliuola  del 
prence  di  Taranto  e  nipote  del  re  Ruberto  :  albergò 
a  casa  de'  Mozzi  oltrarno  ;  e  a  di  22  di  maggio  fece 
pubblicare  iu  Firenze  lettere  papali,  come  la  Chiesa 
avea  fatto  il  re  Ruberto  vicario  d'imperio  in  Italia 
vacante  imperio. 

CAPITOLO  CCCLH. 

Come  V  armata  del  re  Ruberto  andò  in  Cicilia^  e 
poi  come  tornò  in  Maremma  e  nella  Riviera 

di  Genova» 

Nel  detto  anno,  a  dì  22  di  maggio,  si  partì 
di  Napoli  r  armata  del  re  Ruberto,  la  quale  furono 
novanta  tra  galee  e  uscieri  e  più  altri  legni  passeg- 
geri con  mille  cavalieri  ;  della  quale  armata  fu  ammi- 
raglio e  capitano  il  conte  Novello  conte  d' Andri  e 
di  M ontescheggioso  della  casa  del  Balzo  ;  e  a  dì  13 
di  giugno  arrivarono  in  Cicilia  nella  contrada  di  Pat- 
ti, e  guastarono  in  fino  a  Palermo,  e  poi  nel  piano 
di  Melazzo  ;  e  poi  si  ricolsono  a  galee,  e  valicarono 
per  lo  faro,  e  guastarono  intorno  e  Cattane  e  A- 
gosta  e  Seragosa,  e  tornarono  iofino  alle  mura  di 
Messina  ;  e  poi  si  ricolsono  in  galee,  e  rivalicarono 
per  lo  faro  sanza  contrasto  niuno,  e  ripuosonsi  an- 
cora nel  piano  di  Melazzo.  Allora  il  figliuolo  di  don 
Federigo,  che  si  chiamava  il  re  Imperio,  vi  cavalcò 
con  settecento  cavalieri  ;  ma  il  conte  s' era  gii  ricolto 
con  tutto  il  suo  stuolo  a  galee,  sicchò  non  v'  ebbe  bat- 
taglia, ma  grandissimo  guasto  e  danno  feciono  all'i- 
sola di  Cicilia.  Poi,  a  dì  14  di  luglio,  tornati  all'i- 
sola di  Ponzo,  e  rinfrescati  di  vittuaglia,  si  parti- 
rono e  come  era  ordinato  di  venire  nella  Riviera 
di  Genova  e  in  Lunigiana,  la  detta  armata  per  guer- 
reggiare gli  usciti  di  Genova  e  Castruccio  da  quel- 
la parte,  e  '1  duca  verso  Firenze;  e  partendosi,  ar- 
rivarono in  Maremma,  e  a  dì  20  di  luglio  scesono 
in  terra,  e  presono  per  forza  il  castello  di  Magliano 
e  quello  di  Collecchio,  e  più  altre  villate  de'  conti 
da  Santafiore,  levando  grandi  prede  .con  grande  dan- 
no de'  detti  conti.  Poi  si  partirono  di  Maremma,  e  la- 
sciarono guernito  Magliano  di  cento  cavalieri  per  guer- 
reggiare i  detti  conti;  si  partirono  e  arrivarono  a 
Portovenerì,  e  li  s*  accozzarono  '  coH'oste  de*  Geno- 
vesi   per  racquistare  le  terre   della  Riviera   e  fare 


Forse  la  Giuntina  dica  meglio:   ^  aeecstaro. 


800 


CRONIGHB 


gatm  a  CajtraecJo,  ma  poco  v*  approdare'  di  rac- 
qoìstare  forlezsa  niniia,  §e  non  che  arsono  per  forxa 
oombatteoào  i  borghi  di  Levanto  e  poi  qoegli  di  Le- 
rìd  :  e  bistentaodo  nel  golfo  deDa  Spetta,  non  i*  ar- 
dirono di  scendere  in  Lunigiana,  perocché  Caitmc- 
cio  V*  era  gaemito  di  molti  caTalierì  e  pedoni,  e  M 
dnca  di  Calavra  non  era  ancora  uscito  ad  oste  so- 
pra qaello  di  Lucca,  compera  fatta  f  ordine;  sicché 
stando  e  operando  invano,  air  uscita  di  settembre 
si  partì  la  detta  armata,  e^  Genovesi  tornarono  in 
Genova,  e^  Proventali  in  Proenta,  e  T  altre  9Ì*  Napoli; 
ma  il  oonte  Novello  scese  in  Maremma,  e  con  cento 
cavalieri  venne  al  duca  di  Calavra  eh*  era  in  Firente. 

CAPITOLO  CCCLUL 

Come  il  legato  dd  papa  arritò  m  Toicama  e  venne 

i»  FU'en%€. 

Nel  detto  anno  1326,  mrsser  Gianni  degli  Or- 
sini, cardinale  e  legato  per  la  Chiesa,  arrivò  e-  Pisa 
in  so  cinque  galee  de^  Pisani  a  dì  23  di  giugno,  e 
da^  Pisani  gli  fu  fatto  grande  onore,  contuttoché  in 
grande  guardia  e  gelosia  erano,  sentendo  in  Firen- 
te il  duca  d*  Atene.  B  in  quegli  giorni  quattrocento 
cavalieri  proventali  gentili  uomini,  vennono  per  ma- 
re in  su  died  galee  di  Proenta  a  Telamone  per  ve- 
nire in  Firente.  Stando  il  legato  in  Pisa,  Castmcdo 
gli  mandò  lettere  dicendo  in  tenore:  che  contutto- 
ché la  fortuna  V  avesse  fatto  rìdere  s' acconciava  di 
volere  pace  co^  Fiorentini  ;  ma  furono  parole  vane 
e  infinte,  a  quello  che  seguì  poi.  Dimorato  il  legato 
in  Pisa  alquanti  giorni,  si  venne  in  Firente  a  dì  31  * 
di  giugno ,  e  da^  Fiorentini  fu  ricevuto  onorevole- 
mente  quasi  come  papa,  e  fattogli  dono  di  mille  fio- 
rini d*  oro  In  una  coppa.  Albergò  a  Santa  Croce  al 
luogo  del  frati  minori,  e  a  dì  4  di  luglio  pubblicò  la 
fua  legatlone,  e  com*  era  legato  e  padaro  In  To- 
scana, e  nel  Ducato,  e  nella  Marca  d*  Ancona,  e  In 
Campagna  e  terra  di  Roma,  e  neir  Isola  di  Sardl- 
gna,  faccendo  per  sue  lettere  ammonitione  a  tutte 
le  città  e  dgnorì  di  sua  legatlone,  ohe  *l  dovessono 
ubbidire  e  dare  aiuto  e  favore. 

CAPITOLO  CCCLIV. 

Qome  Irecenio  cavalieri  di  quegli  del  signore  di  Mi- 
lano furono  seonfUii  a  Tortona. 

Nel  detto  tempo,  a  dì  29  di  giugno,  trecento 
cavalieri  di  quelH  di  Galeasso  Visconti  signore  di 
Milano  con  popolo  assai  uscirono  di  Pavia,  e  ven- 
nono per  guastare  Tortona  ;  e  guastando  la  contrada, 
e  sparti  d* intorno  di  Tortona,  uscirono  centocin- 
quanta cavalieri  di  quegli  del  re  Ruberto  e  della 
Chiesa,  e  tutti  quegli  della  terra  per  comune,  e 
sconfissone  con  danno  di  loro,  e  assai  morti  e 
presi. 


'  approfittarono,    rìosciroDo.    Alcuni    stampati    leggooo 
male:  poco  vi  adop§mr<m  di  racquUtare  ecc. 
*  La  Giuntina  nota  il  giorno  SO  di  giugno. 


CAPITOLO  CCCLV. 

Come  Tatto  da  Iesi  Mcoufbee  la  genie  di  gkibetUm 
della  Marca^  e  come  mi  Bimino  fu  fatto  «no 
grande  iradimenio, 

Nd  detto  tempo,  ali*  entrante  di  luglio,  gente 
di  Fabriano  e  dtri  ghibellini  della  Marea,  Intorno  dì 
trecentocinqnanta  cavalieri  e  popolo  assai,  esseado 
cavalcati  per  prendere  o  guastare  II  castello  di  Mar» 
ro,  Tano  ngnore  di  led  coli' aiuto  de*Malatesti  di 
Rimino  vennono  al  soccorso  di  Murro  subitamente,  e 
trovando  sparti  e  sprovveduti  gV  Inimici,  gli  nisoso 
in  Isconfltta  con  grande  danno  di  loro.  Essendo  aies- 
ser  Malateata  con  sua  gente  al  dette  Murro,  aesser 
Lamberto,  figliuolo  di  Gianniciotto  suo  cugino,  per 
signoreggiare  Rimino,  sì  ordinò  uno  laido  tradÌRMoto, 
siccome  pare  costume  de*  Romagnoli  ;  che  fece  invi- 
tare messer  Ferrantino  e  *1  suo  figliuolo  suol  consor- 
ti, e  a  tavola  mangiando  con  lui  gli  fece  assalire  eoa 
arme,  e  prendere  e  ritenere,  e  quale  di  loro  fami- 
glia si  mise  alla  difendono  di  loro  signori,  fu  morto 
e  tagliato  ;  e  poi  ciò  fatto,  corse  la  terra  faccendo- 
sene  signore.  Sentendo  dò  messer  Malatesta  eh*  era 
a  Murro,  subitamente  cavalcò  con  sua  gente  e  con 
sua  amistà  alla  città  di  Rimino,  e  là  giugnendo  fece 
tagliare  una  porta  coR^aiuto  de*  suoi  amid  d*entro,  e 
corse  la  terra,  e  riscosse  I  pregioni  suoi  cngid.  Il 
traditore  messer  Lamberto  veggendo  la  forte  di  mes- 
ser Malatesta  non  d  mise  a  difenslone,  ma  foggeo- 
do  a  gran  pena  Iscampò  nel  casteUo  di  Santangiolo 
in  loro  contrada. 

CAPITOLO  CCCLVL 

Come  il  duca  di  Calavra  tenne  in  Siena,  ed  eUé 
la  signoria  cinque  annù 


Nel  detto  anno,  a  A  10  di  loglio,  il  doca  di 
Calavra  con  sua  baronia  e  cavalieri  entrò  nella  città 
di  Siena ,  e  da^  Senesi  fa  ricevuto  onorevolemente, 
Trovò  la  terra  molto  partita  per  la  guerra  eh*  era 
intra*  Tolomei  e*  Sallmbenl,  che  quad  tutti  I  dttadni 
chi  tenea  coli* uno  e  chi  coli*  altro;  e* Fiorentioi  te- 
mendo per  quella  discordia  che  la  terra  non  si  gaa* 
stasse,  e  parte  guelfa  non  prendesse  altra  volta  per 
la  detta  discordia,  sì  mandarono  per  loro  ambaKÌe* 
dori  pregando  il  duca,  che  per  Dio  non  d  partiife 
ddla  terra  Inflno  che  non  gli  avesse  aocond  iasie- 
me,  e  avesse  la  signorìa  della  città  ;  e  *l  duca  eoa 
fece,  che  tra  le  due  case  Tolomd  e  Sdinbeni  fece 
fare  triegua  con  aof&dente  doartà  dnqne  anni,  e  fa- 
cevi molti  cavalieri  novelli,  e  dimorovvi  Inino  a  di 
28  di  luglio  ;  e  in  questa  dimorante  tanto  s*  adope- 
rò tra  per  paura  e  per  amore,  come  sono  I«  P»'" 
ndla  dttà  divise,  gli  fa  data  la  dgnorìa  di  Siena  per 
cinque  anni  sotto  certo  modo  e  ordine,  e  per  qs^ 
sta  stanta  del  dnca  In  Siena,  volle  da*  Pìorentid  ol- 
tre a*  patti  sedidmila  fiorini  d*  oro,  onde  i  Fioreottsi 
d  tannono  male  appagati. 


DI  GIOVAMI  VlLLAlfl. 


801 


LIBRO  DECIMO 


CAPITOLO  PRIMO. 

Qui  comincia  il  decimo  libro;  il  quale  conia  della 
venuta  in  Firenze  di  Carlo  duca  di  Caiavra  fi- 
gliuolo  del  re  Ruberto^  per  la  cui  tenuta  fu  ca-- 

.  gione^  che  lo  re  eletto  de*  Romani  tenne  della 
Magna  in  Italia. 

Carlo  duca  di  Caiavra  e  primogenito  del  re  Ro- 
berto re  di  Gerufalem  e  di  Cicilia  entrò  nella  città 
di  Firenze  mercoledì  alKora  di  metzodi,  di  30  '  di  lu- 
glio 1326  colla  duchessa  tua  moglie  e  figliuola  di 
jneaaer  Carlo  di  Vdloia  di  Francia,  e  con  gV  infra- 
scritti signori  e  baroni:  cioè,  messer  Gianni  fratello 
del  re  Ruberto  e  prenze  della  Morea  colla  donna  sua, 
messer  Filippo  dispoto  di  Romania  e  figliuolo  del 
prence  di  Taranto  nipote  del  re,  il  conte  di  Squilla- 
ci, messer  Tommaso  di  Martano,  il  conte  di  Sanse- 
Terino,  il  conte  di  Chiermonte,  il  conte  di  Catanzaro 
e  queUo^di  Sangineto  in  Caiavra,  il  conte  da  Riano  *, 
il  conte  Romano  di  Nola,  il  conte  di  Fondi  nipote 
di  papa  Bonifazio,  il  conte  di  Minerbino,  messer  Gu- 
glielmo Lostendardo,  messer  Amelio  dal  Balzo,  il 
signore  di  Berrà  e  quello  di  Merlo,  messer  Giuflìrè 
di  Gianvilla,  e  messer  Jacomo  di  Cantelmo,  e  Carlo 
d*Artugio  di  Proenza,  e  *1  signore  del  Sanguino,  e 
messer  Berardo  de*  Signori  Cori  d^  Aquino,  e  messer 
Guglielmo  signore  d*  Ebole,  e  più  altri  signori  e  cava- 
lieri e  baroni  firanceschi  e  provenzali,  e  catalani  e  del 
Regno  e  napoletani,  i  quali  furono  in  quantità,  co*  Pro- 
tenEali  che  vennono  per  mare,  da  millecinquecento  ca- 
Talieri,  sanza  quegli  del  duca  d' Atene,  ch'erano  quat- 
trocento 'y  intra'  quali  tutti  avea  bene  dugento  cava- 
lieri a  sproni  d^  oro,  molto  bella  gente  e  nobile,  e 
bene  a  cavallo,  e  in  arme,  e  in  arnesi,  che  bene 
millecinquecento  some  a  muli  a  campanelle  aveano. 
DaTiorentioi  fu  ricevuto  con  grande  onore  e  pro- 
cessione; albergò  nel  palagio  del  comune  di  costa 
alla  Badia,  ove  solea  stare  la  podestà,  e  si  tenea 
ragione;  e  la  signoria  e  le  corti  della  ragione  andò 
n  stare  in  Orto  San  Michele  nelle  case  che  furono 
de*Macci.  B  nota  la  grande  impresa  de*  Fiorentini, 
che  avendo  avute  tante  aifiizioni  e  dammaggi  di  per- 
sone e  d*  avere,  e  così  rotti  insieme,  in  meno  d*uno 
anno  col  loro  studio  e  danari  feciono  venire  in  Fi- 
renze uno  sì  fatto  signore,  e  con  tanta  cavalleria  e 
baronia,  e  il  legato  del  papa,  che  fu  tenuta  grande 
cosa  da  tutti  gP  Italiani,  e  dove  si  seppe  per  Tuni- 
verso  mondo.  E  dimorato  il  duca  in  Firenze  alquanti 
di,  si  mandò  per  T  amistà.  1  Sanasi  gli  mandarono 
trecentocinquanta  cavalieri,  i  Perugini  trecento  cava- 
lieri, i  Bolognesi  dugento  cavalieri,  gli  Orbitani  cento 


1  La  ediaione  de*  Oiantì  ha  :  25  <2i  UtgUo^ 
'  La  suddetta  edlsiona  legge  d'Armano* 


cavalieri,  i  signori  Manfredi  da  Faenza  cento  ca- 
valieri, il  conte  Buggeri  mandò  trecento  fanti,  e  *1 
conte  Ugo  in  persona  con  trecento  fanti,  e  la  cerna 
de*  pedoni  del  nostro  contado  ;  e  per  tutti  si  cre- 
dette che  facesse  oste  ;  e  V  apparecchiamento  fu 
grande,  e  fece  imporre  a*  cittadini  ricchi  sessanta- 
mila fiorini  d*oro.  Poi,  quale  si  fosse  la  cagione, 
non  procedette  Toste:  chi  disse  perchè  il  re  suo 
padre  non  volle,  sentendo  che  tutti  i  tiranni  di  Lom- 
bardia e  di  Toscana  s*  apparecchiavano  di  venire  in 
aiuto  a  Castruccio  per  coriibattere  col  duca;  e  chi 
disse,  che  1*  ordine  fu  fatto  per  lo  duca  sì  delP  armata 
e  sì  d*  altri  trattati,  e  ancora  i  Fiorentini  molto  stan- 
chi delle  spese,  non  era  bene  disposta  la  materia  : 
e  per  alcuno  si  disse,  che  Castruccio  era  stato  in 
trattato  di  pace  col  legato  e  col  duca,  e  sotto  il  trat- 
tato trasse  suoi  vantaggi  dalla  lega  éé*  ghibellini  di 
Lombardia,  e  si  fornì  ;  e  così  ingannò  il  duca,  e  tornò 
invano  la  *mpresa  ;  e  a  questo  diamo  più  fede,  ohe 
fummo  presenti  ;  con  lutto  che  molti  dissono,  che  se  *1 
duca  fosse  stato  franco  signore,  avendo  tanta  ba*« 
ronia  e  cavalleria,  sanza  por|ì  a  soggiornare  nella 
sua  venuta  né  a  Siena  né  a  Firenze,  e  del  mese  di 
luglio  e  d'agosto  che  Castruccio  fu  Cortei  malato, 
avendo  cavalcato  verso  Lucca,  avea  vinta  la  guerra 
a  certo. 

CAPITOLO  n. 

Di  quistioni  che  7  duca  motte  a*  Fiorentini  per 
itiendere  tua  tignoria. 

Poi  a  dì  29  d'agosto  seguente,  il  duca  volle 
dichiarare  co*  Fiorentini  la  sua  signoria,  e  allargare 
i  patti,  spezialmente  di  potere  liberamente  fere  priori 
a  sua  volontà,  e  simile  ogni  signoria  e  uflci  e  guardia 
di  castella  e  in  città  e  in  contado,  e  a  potere  a  sua 
volontà  fare  guerra  e  pace,  e  rimettere  in  Firenze 
isbanditi  e  ribelli,  non  istante  altri  capitoli  ;  e  fecesi 
riconfermare  la  signorìa  per  dieci  anni,  comincian- 
dosi in  calen  di  settembre,  anno  1326.  B  in  questa 
mutazione  ebbe  grande  gelosia  in  Firenze,  perocché 
e*  grandi  e' potenti  per  rompere  gli  ordini  della  gin- 
stizia  del  popolo  si  raunarono  insieme,  e  vollono 
dare  la  signoria  libera  al  duca  sanza  termine,  e  nin- 
no salvo  '  ;  e  ciò  non  faceano  né  per  amore  nò  fede 
oh*  al  duca  avessono,  né  ohe  a  loro  piacesse  sua  si- 
gnoria per  sì  fatto  modo,  ma  solamente  per  disfare 
il  popolo  e  gli  ordini  della  giustizia.  Il  duea  sopra 
ciò  ebbe  savio  consiglio,  e  tenne  col  popolo,  il  quale 
gli  avea  data  la  signoria,- e  così  s'acquetò  la  città, 
e*  grandi  rimasono  di  ciò  molto  ispagati^ 


*  ienza  eeeeaione,  sensa  salvo ,  finendo  dell'  «warbfo 
Ȉlvo  un  loataativo* 

'  seontenti:  U  contrario  di  appigati.  Alcune  stampe 
leggono:  ibigoUiik 


802 


CROMCHS 


CAPITOLO  111. 

Come  ilcardinaie  pubblicò  processo  conlra  Castruc- 
ciò  e  U  vescovo  d*  Areno. 

Nel  detto  tempo,  a  dì  30  d'agosto,  il  legato 
cardinale  veggendo  che  Castruccio  e  '1  vescovo  d'A- 
rezzo Taveano  tenuto  in  parole  dell'accordo  e  fare 
i  suoi  comandamenti,  sì  pubblicò  nella  piazza  di  Santa 
Croce,  ove  fu  il  duca  e  tutta  sua  gente  e' Fiorentini 
e'  forestieri  contro  detti  ',  aspri  processi  contra  Ca- 
stracelo, siccome  scomunicato  per  più  casi,  e  sisma- 
tico  e  fautore  degli  eretici,  e  persecutore  della  Chie- 
sa, privandolo  d' ogni  sua  dignità,  e  che  ogni  uo- 
mo lui  e  sua  gente  potesse  oCTendere  in  avere  e 
persone  sanza  peccato,  scomunicando  chi  gli  desse 
aiuto  0  favore,  e  il  vescovo  d' Arezzo  de'  Tarlati  sco- 
municò per  simile  modo,  e  'l  privò  del  vescovado 
dello  spirituale  e  temporale. 

CAPITOLO  IV. 
Del  fallimento  della  compagnia  degli  Scali  in  Firerne, 

Nel  detto  tempo,  a  dì  4  d'agosto,  fallì  la  com- 
pagnia degli  Scali  e  Amieri  e  figliuoli  Fetri  di  Fi- 
renze, la  quale  era  durata  più  di  centoventi  anni,  e 
trovarsi  a  dare  tra  cittadini  e  forestieri  più  di  quat- 
trocento migliaia  di  fiorini  d' oro  ;  e  fu  a'  Fiorentini 
maggiore  sconfitta,  sania  danno  di  persone,  che 
quella  d' Altopascio,  perocché  chi  avea  dantri  in  Fi- 
renze perde  con  loro^  sicché  da  ogni  parte  il  detto 
anno  i  Fiorentini  sì  di  sconfitte,  sì  di  mortalità,  sì 
di  perdita  di  possessioni  arse  e  guaste,  e  sì  di  pe- 
cunia, ebbono  grande  persecuzione  *,  e  molte  d*  altre 
buone  compagnie  di  Firenze  per  lo  fallimento  di 
quella  furono  sospette  con  grande  danno  di  loro. 

CAPITOLO  V. 
Come  si  murò  il  castello  di  Signa  per  gli  Fiorentini^ 

Nel  detto  anno  1326,  a  dì  14  del  mese  di  set- 
tembre, i  Fiorentini  veggendo  che  'I  duca  loro  si- 
gnore non  era  acconcio  di  fare  oste  né  cavalcata 
contra  Castruccio  signore  di  Lucca  in  quello  anno, 
sì  ordinarono  di  riporre  ed  afiTorzare  Signa  e  Gan- 
galandi,  acciocché  '1  piano  e  contado  da  quella  parte 
si  potesse  lavorare  ;  e  così  fu  fatto,  e  Signa  fu  mu- 
rata di  belle  mura  e  alte,  e  con  belle  torri  e  forti, 
de' danari  del  comune  di  Firenze,  e  fu  fatta  certa 
immunità  e  grazia  a  quale  terrazzano  vi  rifacesse  le 
case  ;  e  Gangalandi  s'  ordinò  di  riporre  per  me'  la 
pieve  scendendo  verso  Y  Arno  sopra  capo  al  ponte  : 
fecionsi  i  fossi,  ma  non  si  compiè  allora. 

CAPITOLO  VI. 

Conta  della  prima  impresa  di  guerra  che  '/  duca 
di  Calavra  fece  contra  Castruccio» 

Nel  detto  anno,  all'  entrante  d'  ottobre,  il  duca 
di  Calavra  signore  di  Firenze  or<1iiìò  con  Ispinetta 
marchese  Malispina,  ch'egli  entrasse  nelle  sue  terre 


'  detti,  nominati  a  di<^tro  nelle  pagine  di  contro,  di- 
rimpetto a  questa.  Così,  dice  il  Draf^omanni,  ne*  libri  dei 
conti  de'  mercanti  trovasi:  il  dìeontro  deve  dare  o  avere 
eco.  Ma  la  Giuntina,  evitando  ogni  dabbio,  legge:  contro 
a'  diUL 


di  Lunigìana  a  guerreggiare  da  quella  parte  Castrac- 
elo, e  soldogli  in  Lombardia  trecento  cavalieri,  e  il 
legato  di  Lombardia  gli  ne  die  dugenlo  di  quegli  della 
Chiesa,   e  cento  ne  menò  da  Verona  di  quegli  di 
messer  Cane  sno  signore,  e  valicò  da  Parma  l'Alpi 
e  venne  nelle  sue  terre,  e  puosesi  ad  assedio  del 
castello  di  Verruca  Buosi,  che  Castruccio  gli  avea 
tolto.  Dall'  altra  parte  in  quello  medesimo  tempo  gli 
usciti  di  Pistoia  a  petizione  del  duca,  sanza  saputa 
e  consiglio  di  ninno  Fiorentino,  rubellarono  a  Ca- 
struccio neir  alpe  e  montagne  di  Pistoia  due  castella, 
Ravignano  e  Mammiano.  Castruccio  veggendosi  assa- 
lire per  sì  fatto  modo,  con  tutto  che  l' agosto  di- 
nanzi fosse  stato  malato  a  morte  d' una  sua  gamba, 
come  valente  signore,  vigorosamente  e  con  grande 
sollecitudine  s' argomentò  a  riparo,  che  incontanento 
fece  porre  campo  e  battifolli,  ovvero  bastite,  mollo 
forti  alle  dette  due  castella,  ed  egli  con  gli  più  della 
sua    cavalleria   venne  a   Pistoia  per  fornire  la  soa 
oste,  e  per  istare  a  petto  al  duca  e  a'  Fiorentini,  ac- 
ciocché non  potessono  soccorrere  le  detta  castella. 
Al  duca  e  al  suo  consiglio  non  parve  avere  fatta 
savia  impresa,  ma  perché  avea  promesso  a  quelle  ca- 
stella il  suo  soccorso,  sì  vi  mandò  la  masnada  deTe- 
deschi  ;  eh'  erano  dugento  cavalieri,  i  quali  teneano  i 
Fiorentini,  e  cento  altri  soldati  con  cinquecento  pedoni, 
e  capitano  dì  loro  messer  Bitgio  de' Tornaqnind  di 
Firenze,  i  quali  salirono  alla  montagna  ;  ma  per  forti 
passi  e  per  grandi  nevi  che  vennono  in  quegli  giorni 
non  s' ardirono  di  scendere  a  fornire  le  castella  ;  a 
sentendo  l' assedio  della  gente  di  Castruccio,  ch'era 
grosso,  il  duca  fece  cavalcare  a  Prato  quasi   tutta 
sua  gente  e  Pamiatadì,  che  furono  intomo  di  due- 
mila cavalieri,  e  pedoni  assai.  E  da  Prato  si  parti  di* 
questa  gente  messer  Tommaso  conte  di  Squillaci  eoo 
trecento  cavalieri  scelti,  e  con  lui  messer  Amerigo 
Donati,  e  messer  Giannozzo  Cavalcanti  con  mille  pe- 
doni, e  salirono  alla  montagna  per  pugnare  di  for- 
nire per  forza  le  dette  castella  ;  e  V  altra  cavallerìa  e 
popolo  eh'  era  in  Prato  cavalcarono  infino  alle  porta 
di  Pistoia,  e  poi  si  puosono  a  campo  io  sul  castel- 
lare del  Montale,  e  stettonvi  tre  dì  attendati;  e  in 
questa  stanza  fu  il  più  forte  tempo  di  vento  e  d'ac- 
qua, e  alla  montagna  di  nevi  che  si  ricordi  di  gran 
tempo  ;  che  per  neceasitade  quegli  eh'  erano  al  Moo- 
tale,  non  possendo   tenere  le  tende  tese,  convenne 
che  si   levassono   e  tornassono  in  Prato;  e  levati, 
tornaro  sanza  ninna  buona  ordine  di  guerra  per  tal 
modo,  che  se  Castruccio  fosse  stato  in  Pistoia,  avreb- 
bono  avuto  assai  a  fare.  E  la  gente  nostra  ch'era 
alle  montagne,  per  lo  grande  freddo  e  nevi  appena 
poteano  vivere,  e   falliva  loro  la  vittuaglia  sì,  che 
per  necessità,  e  ancora  perché  Castruccio  con  tutta 
sua  gente  vi  cavalcò  da  Pistoia  e  rafforzò  V  oste  e 
prese  i  passi  che  venieno  alle  dette  castella,  sicché 
la  gente  del  duci  in  nulla  guisa  poterono  fornire  le 
dette  castella,  e  furono  in  avventura  d'essere  sor- 
presi; e  se  poco  avessono  atteso,  che  la  gente  di 
Castruccio  si  fossono  ingrossati  e  stesi"  sopra  i  passi 


'  La  Giuntina,  variando  il  senso  lef^ge:  cem. 
^  Erratamente  l^^gge  la  Giuntina:  9ce$i. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


803 


delle  montagne,  non  ne  scampara  mai  ano.  Eppar 
così  ebbono  assai  a  fare,  e  lasciarono  per  le  oionta- 
tagne  assai  cavalli  e  somieri  istraccali,  e  convenne 
loro  per  forza  tornare  per  lo  contado  di  Bologna.  B 
partila  la  gente  del  duca,  i  detti  due  castelli,  e  quelli 
cbe  v^  erano  dentro  di  notte  si  fuggirono  ;  ma  gli  più 
di  loro  furono  morti  e  presi,  e  la  nostra  gente  tor- 
narono in  Firenze  a  dì  20  d*  ottobre,  con  onta  e 
con  vergogna.  Avute  Castruccio  le  dette  castella,  san- 
ta tornare  in  Pistoia  o  andarne  a  Lucca,  come  sol- 
lecito e  valoroso  signore  si  traversò  colla  sua  oste  per 
le  montagne  di  Garfagnana  e  di  Lunigiana,  per  torre 
il  passo  e  la  vittuaglia  a  Spinetta  e  alla  sua  oste.  Il 
detto  Spinetta  sentendo  la  venuta  di  Castruccio,  e 
adendo  com^egli  avea  prese  le  dette  castella,  e  più, 
che  le  spie  non  vere  rapportarono,  come  la  gente 
del  duca  era  stata  sconfitta  alla  montagna,  si  ritrasse 
con  sua  gente  e  lasciò  la  ^mpresa,  e  ripassò  Talpe, 
e  ritornò  in  Parma.  E  di  vero,  se  poco  più  vi  fosse 
dimorato,  sì  v'era  preso  con  tutta  sua  gente.  E  così 
la  prima  in  presa  del  duca  per  non  provveduto  con- 
siglio tornò  invano,  e  con  vergogna.  E  ciò  fatto, 
Castracelo  fece  disfare  in  Lunigiana  le  più  delle  for- 
tezze che  v'erano,  perchè  non  gli  si  rubellassono, 
e  tornò  in  Lucca  con  gran  trionfo,  e  fece  ardere  e 
guastare  il  san  castello  di  Monternlcone  in  sa  la 
Guisciana,  e  quello  del  Montale  di  Pistoia  per  avere 
meno  a  guardare,  e  perchò  la  gente  del  duca  non 
gli  potessono  prendere.  Avemo  sì  lungamente  detto 
•opra  la  materia,  imperciocché  furono  nuovi  e  di- 
versi avvenimenti  di  guerra  in  pochi  giorni.  Lasce- 
remo alquanto  de'  fatti  della  nostra  guerra,  e  dire- 
mo di  grandi  e  nuove  cose  eh'  avvennono  in  Inghil- 
terra in  quegli  medesimi  tempi 

CAPITOLO  vn. 

Come  la  teina  tT  Inglulterra  fece  oste  sopra  il  re 
suo  marito^  e  preselo. 

Egli  avvenne,  come  addietro  si  fece  in  alcuna 
parte  menzione,  che  la  reina  Isabella  d'Inghilterra, 
aeroochia  del  re  di  Francia,  passò  col  suo  maggior 
figliuolo  in  Francia  per  compiere  la  pace  dal  marito 
al  re  di  Francia  della  guerra  di  Guascogna,  e  per 
suo  stadio  vi  si  diede  compimento  ;  e  ciò  fatto,  si 
dolse  al  re  suo  fratello  e  agli  altri  suoi  parenti,  del 
portamento  disonesto  e  cattivo  che  tenea  il  re  A- 
doardo  secondo  d' Inghilterra  suo  marito,  il  quale 
con  lei  non  volea  stare;  ma  tegnendo  vita  in  avol- 
terio  e  in  lossoria  in  più  disonesti  modi,  alla  sod- 
dotta  d' uno  messer  Ugo  il  Dispensiere  suo  barone, 
e  guidatore  del  reame,  e  lasciandogli  osare  sua  mo- 
gliera,  la  quale  era  nipote  del  re,  e  altre  donne, 
acciocché  la  reina  non  degnasse  vedere  ;  e  sì  era 
delle  più  belle  donne  del  mondo  la  reina.  Il  quale 
messer  Ugo  Dispensiere  il  nutricava  in  questa  mìsera 
vita,  e  del  tutto  avea  rovesciato  in  lui  il  governo  di  se 
e  di  tutto  il  reame,  mettendo  addietro  quegli  di  suo 
lignaggio  e  tutti  gli  altri  gran  baroni,  e  la  reina  e  '1 
figliuolo  .recati  a  niente.  Questo  messer  Ugo  era  di 
piccolo  lignaggio  d*  Inghilterra^  e  Dispensiero  avea 


noma,  perocché  Tavolo  fu  dispensiere  del  re  Arri- 
go d' Inghilterra,  e  poi  messer  Ugo  il  padre  fu  di- 
spensiere del  re  Adoardo  primo,  padre  di  queato  re  ; 
ma  per  lo  grande  uficio  e  cattività  del  re,  era  que- 
sto messer  Ugo  montato  in  grande  signoria,  e  avea 
Tanno  più  di  trentamila  marchi  di  sterlini  di  ren- 
dita, e  tutto  il  governo  del  reame  in  mano,  e  per 
moglie  una  nipote  del  re  nata  di  sua  suora  ;  e  per 
la  sua  disordinata  trascotanza  era  montato  in  tanta 
superbia  che  si  credea  essere  re,  e  la  reina  e' figliuoli 
del  re  non  volea  eh'  avessono  nulla  signoria  né  stato. 
Per  la  qual  cosa  la  donna  non  volendo  tornare  in  In- 
ghilterra, se  '1  re  non  cessasse  da  se  il  governo  del 
detto  messer  Ugo  il  Dispensiere  e  de'  suoi  seguaci, 
e  di  ciò  fece  scrivere  e  mandare  ambasciatori  del 
re  di  Francia  ;  ma  però  niente  valse,  e  della  moglie 
e  Ggliuolo  si  mise  a  non  calere:  sì  era  ammaliato 
del  consiglio  del  detto  messer  Ugo.  Per  la  qual  co- 
sa la  valente  reina,  data  per  moglie  al  figliuolo  la 
figliuola  del  conte  d' Analdo,  e  con  aiuto  di  moneta 
del  re  di  Francia  suo  fratello  e  d' altri  auoi  amici, 
ordinò  in  Olanda  nelle  terre  del  detto  conte  d'  A- 
naldo  una  armata  d'ottanta  tra  navi  e  cocche  pic- 
cole e  grandi,  e  soldo  tra  d' Analdo  e  di  Brabaaie 
e  di  Fiandra  ottocento  cavalieri  ;  e  ricolti  in  su  la 
detta  armata,  ella  e  '1  figliuolo  colla  detta  gente, 
onde  fece  capitano  messer  Gianni  fratello  del  conte 
d'  Analdo,  e  partissi  d' Olanda  del  mese  di  settem- 
bre gli  anni  di  Cristo  1326,  facceodo  disfidare  il 
marito  e  chi  '1  seguisse  ;  e  fece  intendere  e  dare  voce 
in  Inghilterra  eh'  ella  fosse  allegata  con  gli  Scotti 
e  nimici  del  re,  e  là  alle  confini  d' Inghilterra  e  di 
Scozia  farebbe  porto  colla  sua  armata  per  accoz- 
zarsi con  gli  Scotti. 

CAPITOLO  vm. 

Di  quello  medesimo. 

Lo  re  Adoardo  sentendo  l'apparecchiamento  del 
navilio  e  dei  cavalieri  che  gli  venia  addosso  oolla 
moglie  e  col  figliuolo,  col  consiglio  del  detto  mes- 
ser Ugo  si  ritrasse  con  sua  gente  d'arme  verso  le 
marce  e' confini  di  Scozia,  per  non  lasciare  la  detta 
armata  porre  in  terra.  Ma,  il  capitano  della  detta  ar  • 
mata  maestrevolemente  procedendo,  non  andarono  al 
luogo,  ove  aveano  data  la  voce,  ma  paosono  a  Giep- 
sivi  ^  presso  di  Londra  a  settanta  miglia ,  a  dì  1 5 
d'  ottobre  1326.  Incontanente  eh'  ebbono  posto  in 
terra,  il  popolo  di  Londra  si  levò  a  romore,  e  cor- 
sono  la  terra,  gridando  viva  la  reina  e  '1  giovane 
re,  e  muoiano  i  Dispensieri  e'  loro  seguaci;  e  pre- 
sono il  vescovo  di  Silcestri ,  eh'  era  aguzzetta  del 
detto  messer  Ugo,  e  tagliargli  la  testa;  e  tutti  i  fa- 
migliari e  seguaci  de'  Dispensieri  che  trovarono  nc- 
cisono  ;  e  le  case  della  compagnia  de'  Bardi  loro  mer- 
catanti rubarono  e  arsono,  e  più  giorni  durò  la  città, 
ad  arme  e  disciolta  infino  alla  venuta  della  reina;  e 
simile  quasi  tutti  i  baroni  d' Inghilterra  si  ridussono 
colla  reina,  e  abbandonarono  lo  re.  E  giunta  la  rei-' 


'  La  Qiuutioa  legge:  aUi  Persivi. 


304 


CRONICHE 


Da  in  Londra  fa  ricevala  a  grande  onore,  e  Tìfor- 
niata  la  terra,  non  a' intese  ad  altro  che  persegui- 
tare i  Dispensieri  e  lo  re.  E  in  questo  mese  fa  pre- 
so messer  Ugo  il  vecchio,  padre  di  messer  Ugo  il 
gtovane  il  Dispensiere  che  guidava  il  re,  e  fn  tra- 
ttato colle  ine  armi  in  dosso,  e  poi  impiccato.  E  ciò 
fatto,  la  reina  e  1  Ogliuolo  con  sua  oste  seguirono 
il  re  e  messer  Ugo  infine  in  Gualca,  eh*  erano  nel 
castello  chiamato  Carfagli,  gli  assediarono  pia  tem- 
po, il  quale  era  molto  forte  di  selve  e  di  marosi.  Alla 
line  a' accordò  il  re  col  detto  messer  Ugo  e  comu- 
nicarsi insieme  di  mai  non  abbandonarsi,  e  armarono 
ano  battello,  e  di  notte  uscirono  del  castello  per 
andarsene  in  Irlanda  con  uno  loro  seguace  che  avea 
nome  il  Bsldotto,  prete^  e  ruffiano,  e  più  altri  fami- 
gliari. Ma  come  piacque  a  Dio,  non  erano  sì  tosto 
infhi  mare  venti  miglia,  che  'I  vento  e  tempeata  di 
fortuna  e  la  corrente  gli  recava  a  terra,  e  questo  fn 
per  più  volte  ;  e  veggendo  che  non  poteano  passare, 
sì  scesono  in  terra  nel  profondo  e  selvatico  di  Gua- 
lca per  venire  al  castello  di  Carfagli  OT*era  il  figliuolo 
del  detto  messer  Ugo,  quasi  con  poca  '  compagnia 
e  sconosciuti.  Il  conte  di  Lancastro  cugino  del  re,  e 
fratello  di  colui  a  cui  fece  tagliare  la  testa  con  gli 
altri  baroni,  come  in  altra  parte  facemmo  mensio- 
ne,  tH  gli  faceva  a  ana  gente  peraeguitare  il  re  e 
mesaer  Ugo  tanto,  che  gli  trovarono  presso  di  lieti 
In  Gualca:  gli  sorpresone';  e  1  re  domandando  spe- 
rano amici,  dissono  di  sì,  e  che  V  aveano  per  loro 
signore,  e  inginoochiarai  a  lui,  ma  che  voleano  mes- 
ser Ugo;  allora  disse  il  re:  non  siete  con  meco^  se 
tei  siete  cantra  costui;  e  lo  re  tenendo  messer  Ugo 
aoooatato  a  lui,  e  il  braccio  in  collo  per  guarentir- 
lo, nailo  gli  ardia  a  porre  mano  addosso  per  pren- 
derlo ;  ma  il  capitano  di  quella  gente  aagacemente 
richieae  il  re  di  parlargli  in  aegreto  per  ano  grande 
bene.  U  re  iacostandoai  da  measer  Ugo  per  parlare 
a  colui,  an  altro  della  compagnia  disse  al  detto  mes« 
ser  Ugo,  se  volea  acampare  il  aeguiaae  ;  e  così  fece. 
Incontanente  dal  Gnales  il  traviarono  per  boaehi  di 
langi  bene  trenta  miglia;  e  lo  re  veggendosi  cosi  in- 
gannato si  dolse  molto,  ma  poco  gli  valse  ;  che  cor- 
tesemente fa  menato  egli  e  '1  Bsldotto  e  gli  altri 
eh*  erano  con  loro  presi.  Come  il  conte  senU  come 
lo  re  e  sna  compagnia  erano  presi,  si  caTalcò  in 
qnella  parte,  e  trovando  traviato  messer  Ugo,  andò 
inverso  la  caaa  di  colai  che  T  avea  preso;  tro- 
vandolo, lo  menò;  e-  partito  da*  compagni  prese 
la  moglie  e* figliuoli,  e  minacciolli  d'uccidere,  o 
gì*  insegnassoBO  quegli  eh*  aveano  measer  Ugo.  Qui- 
vi patteggiò  e  Tollene  il  Gualese  libbre  anille  di  ster- 
Uni.  Incontanente  il  conte  lo  fece  pagare  per  aver- 
lo. E  ciò  fatto,  furono  menati  messer  Ugo,  e  *1  Bai- 
dotto  auo  prete,  e  Simè  di  Radinghe  presi  con  grandi 
grida  e  molti  comi  dinanzi  alla  reina,  eh*  era  a  De- 
rifòrte:  e  poco  appresso  messer  Ugo  coli*  armi  aoe 
a  ritroso  fa  tranato^  e  poi  impiccato  e  pei  tagliata 
la  teata  e  aqaartato,  e  mandato  ciaacano  quartiere 


'  Maglio  la  GiuDtiiiA:  quoti  mimci  compagnia. 

*  Con  mono  efflcAoU  U  Giuntina:  e  gU  prenro* 

*  Fu  itrasdnato  per  torta  oaporolto. 


in  diverse  parti  del  reame,  e  ivi  pendati,  e  le  inte- 
riora arse.  E  ciò  fu  del  mese  di  novembre  1326,  a 
di  24.  E  per  qaesto  modo  la  valente  reina  al  ven- 
dicò del  suo  nimico  eh*  avea  guasto  il  re  suo  ma- 
rito, e  totto  il  reame.  Lo  re  fu  menato  per  Io  conte 
di  Lancaatro  a  Godistocco,  e  in  quello  castello  fa 
tenuto  cortesemente  pregione;  poi  i  baroni  raonati 
a  parlamento  richiesono  lo  re,  egli  perdonaue  alla 
reina  e  al  figliuolo  e  a  chiunque  Tavea  perseguito, 
e  gìuraase  e  promettesse  di  guidare  il  reame  per 
consiglio  de"*  suoi  baroni  ;  e  se  ciò  non  volesse  fare, 
e*  farebbono  re  Adoardo  suo  figlinolo.  Lo  re  adootato 
della  vergogna  a  lui  fatta,  in  nulla  guisa  voQe  ve- 
dere la  moglie  nò  *1  figliuolo,  nò  dimettere,  nò  per- 
donare; innanii  volte  essere  disposto  re  ed  essere 
pregione.  Per  la  quel  cosa  i  baroni  feciono  coro- 
nare re  Adoardo  il  terzo  suo  figlinolo,  e  ciò  fn  il  di 
della  Candelara  1 326  *.  E  la  reina  veggendo  che  1 
re  non  le  volle  perdonare,  nò  tornare  a  easere  re, 
mai  poi  non  fu  allegra  ;  ma  come  vedova  si  con- 
tenne in  dolore,  e  volentieri  avrebbe  ritratto  ciò 
eh*  ella  avea  fatto.  E  poi  il  detto  re  Adoardo  alan- 
do in  pregione,  per  dolore  infermò,  e  morie  del  meae 
di  settembre  gli  anni  di  Cristo  1327,  e  per  molti  si 
disse  che  fu  fatto  morire;  e  diamvi  fede.  E  così  i 
laidi  peccati,  chi  gli  aegue  centra  Iddio,  hanno  mail 
cominciamenti,  e  mali  meazi,  e  doloroaa  fine.  La- 
sceremo de*  fatti  d*  Inghilterra,  che  assai  n*  averne 
detto,  e  torneremo  alquanto  a*  nostri  di  Firenze  e 
d*  ItaUa. 

CAPITOLO  DL 

Come  i  Parmigiani  e  poi  i  Bolognesi  diedùno  la  si- 
gnoria  al  legato  del  papa* 

Nel  detto  anno  1326,  in  ealen  di  ottobre,  fl 
comune  di  Parma  diede  la  aignoria  al  legato  del  pa- 
pa measer  Ramondo  dal  Poggetto  cardinale,  il  qua! 
era  in  Lombardia  per  la  Chieaa  di  Roma,  e  in  Par- 
ma dimorò  alquanto  con  ana  corte,  e  avea  a  ano 
comandamento  le  masnade  de*  cavalieri  ddla  Chieaa, 
eh*  erano  bene  trecento  cavalieri,  la  maggiore  parte 
oltramontani,  buona  gente  d*arme,  ma  poco  d*onore 
o  di  stato  feciono  a  Santa  Chiesa  o  a  aua  parte  ia 
acquisto  di  terre,  o  danno  di  nimici  ribelli  della  Chie- 
sa ;  e  di  ciò  tutta  la  colpa  ai  dava  al  detto  legato, 
che  *1  papa  vi  mandava  moneta  infinita,  e  male  erano 
pagate  le  masnade,  e  nullo  bene  poteano  fm.  Poi 
per  iscandalo  eh*  e*  Bolognesi  aveano  tra  loro,  pw 
aimile  modo  diedono  la  aignoria  alla  Chiesa  e  ni 
detto  legato,  il  quale  venne  in  Bologna  a  dL.. 

CAPITOLO  X. 

Come  il  re  Ruberto  e  */  duca  mosse  i  primi  patH 

a*  Fiorentini. 

Nel  detto  anno,  del  mene  di  dieembroi  lo  re 
Roberto  mandò  al  comune  di  Firenze,  che  oltra  al 
primo  patto  eh*  e*  Fiorentini  aveano  fatto  al  dnea. 


*  Beeonélo  David  Home  rimmotò  alla  corona  vinto  dàlie 
miaaaoa  dal  Padamento,  fl  li  gennaio  ini7. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


80& 


tome  addietro  è  fatta  mentione,  Yolea  eh"  e*  FioroD* 
Uni  stesiono  a  pagare  la  taglia  di  ottocento  cavalieri 
oltramootaoi  ;  per  gli  qaali  avea  mandati  in  Proenza 
e  in  Valentineae  e  in  Francia,  e  Taltre  città  di  amici  di 
Toscana,  come  sono  Perugini  e^  Senesi  e  Taltre  ter- 
re d*  intomo,  acciocché  ^1  duca  in  sa  la  guerra  fosse 
meglio  accompagnato,  e  ae  ciò  non  si  facesse  per 
gli  Pìorentioi,  mandò  al  duca  che  si  partisse  di  Fi- 
reose  e  tornasse  a  Napoli.  Per  la  quale  richiesta  i 
Fiorentini  si  turbarono  molto,  imperciocché  assai 
parca  loro  essere  caricati  di  spese,  e  parca  loro, 
ed  era  vero,  che  *l  re  rompea  loro  i  patti  ;  e  mal 
partito  aveano  di  lasciare  partire  il  duca  di  Firenze, 
e  le  terre  vicine  male  voleano  concorrere  alla  spe- 
sa, onde  il  più  del  carico  tornava  sopra  il  comune 
di  Firenze.  Per  la  qual  cosa  per  lo  meno  reo  par- 
tito i  Fiorentini  feciono  composizione  col  duca  di 
dargli  trenta  mila  fiorini  d*oro  per  gli  detti  cavalie- 
ri, e*  Sanasi  ne  diedono  anche  parte,  e  T  altre  pic- 
cole terre  d^  intomo,  ma  i  Peragini  non  vollono  sta- 
re alla  spesa.  Ma  come  s^  andasae  la  spesa,  infra  uno 
anno  che  il  duca  era  venuto  in  Firenze,  tra  per  lo 
•no  salario  e  V  altre  spese  opportune  che  fece  por- 
tare a' Fiorentini,  più  di  quattrocentocinquanta  mi- 
gliaia di  fiorini  d^oro  si  trovò  speso  il  comune  di 
Firenze,  usciti  di  gabelle  e  d'imposte  e  libbre  e 
altre  entrate  di  comune;  che  fu  tenuta  grande  coss 
e  maravigliosa,  e  molto  se  ne  doleano  i  Fiorentini. 
E  oltre  a  questo,  per  lo  consiglio  de*  suoi  aguzzetti, 
tati  del  regno  di  Puglia,  si  recò  al  tutto  la  signo- 
ria dalla  piccola  cosa  alla  grande  di  Firenze,  e  av- 
vilì sì  r  uficio  de'  priori,  che  non  osavano  fare  nin- 
na cosa  quanto  si  fosse  piccola,  eziandio  chiamare 
ano  mt$BO\  e  sempre  stava  con  loro  uno  de*  savi 
del  duca,  onde  a'  cittadini,  eh*  erano  usati  di  signo- 
reggiare la  città,  ne  parca  loro  molto  male;  ma 
grande  sentenzia  di  Dio  fu,  che  per  le  loro  sette 
passate  fosse  avvilita  la  loro  giuridizione  e  signoria 
ptr  più  vile  ^ente  e  men  savi  di  loro. 

CAPITOLO  XL 

Come  alle  donne  di  Firenie  fu  fenduto  certo 

ornamento. 

Nel  detto  anno  1326,  e  del  detto  mese  di  di- 
cembre, il  duca  a  priego  che  le  donne  di  Firenze 
STeano  fatto  alla  duchessa  sua  moglie,  si  rendè  al- 
le dette  donne  uno  loro  spiacevole  e  disonesto  or- 
namento di  trecce  grosse  di  seta  gialla  e  bianca,  le 
quali  portavano  in  luogo  di  trecce  di  capelli  dinanzi 
>1  viso,  lo  quale  omamento  perché  spiacea  a*Fio- 
realini,  perchè  era  disonesto  e  trasnaturato,  uveano 
tolto  alle  donne,  e  fatti  capitoli  contro  a  ciò  e  al- 
tri disordinati  omamenti,  come  addietro  è  fatta  men- 
Kioae  :  e  così  il  disordinato  appetito  delle  donne  vince 
Is  ragione  e  il  senno  degli  uomini* 

CAPITOLO  xn. 

Come  il  papa  fece  nuoto  vescovo  cT  Are%%o, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  dicembre,  papa  Gio- 
naai  fece  vescovo  d*  Arezzo  uno  degli  libertini,  pos- 


senti e  gentili  uomini  del  contado  d*  Arezzo,  accioc- 
ché co*  suoi  fosse  contro  a  Guido  Tarlati  disposto  per 
lui  del  vescovado  d' Arezzo  ;  ma  però  poco  approdò, 
che  *1  nuovo  eletto  con  tutto  T  aiuto  del  papa  e  del 
legato  cardinale  ch'era  in  Firenze,  non  avea  uno 
danaio  di  rendita,  che  tutto  il  temporale  e  spiritua- 
le d'Arezzo  tenea  per  forza  il  dettto  Guido  Tarlati, 
ed  erane  tiranno  e  signore. 

CAPITOLO  XIIL 

Come  Castruccio  volle  torre  a"  Pisani  Vico  loro 

castello. 

Nel  detto  anno  1326,  a  dì  5  di  gennaio,  Ca- 
struccio signore  di  Lucca  essendo  nimico  di  quelli  che 
reggeano  Pisa,  sì  ordinò  di  torre  a*  Pisani  il  castel- 
lo di  Vicopisano,  e  mandovvi  messer  Benedetto  Mac- 
caioni  de*  Lanfranchi  rubello  di  Pisa  con  centocin- 
quanta cavalieri  di  sue  masnade,  e  Castracelo  con 
gran  gente  venne  ad  Altopascio  per  soccorrere,  se  bi- 
sognasse. Il  quale  messer  Benedetto  entrato  la  mat- 
tina per  tempo  per  tradimento  in  Vico,  corse  la  ter- 
ra ;  ma  i  terrazzani  levati,  presono  V  arme,  e  comin- 
ciarsi a  difendere,  e  per  forza  ne  cacciarono  il  detto 
messer  Benedetto  e  la  gente  di  Castruccio,  e  più  di 
cinquanta  ve  ne  rimasono  tra  presi  e  morti,  ondò 
i  Pisani  maggiormente  s*  inanimarono  con  tra  Ca- 
straccio. 

CAPITOLO  XIV. 

Come  più  terre  di  Toscana  si  diedono  al  duca. 

Nel  detto  anno  1326,  del  mese  di  gennaio  e 
di  febbraio ,  i  Pratesi  e*  Samminiatesi  e  quegli  di 
Sangimignano  e  di  Colle  diedono  la  signoria  al  du- 
ca di  Calavra  figliuolo  del  re  Ruberto  in  certo  tem- 
po e  sotto  certi  patti,  salvo  eh' e*  Pratesi  per  loro 
discordia  si  diedono  a  perpetuo  al  duca  e  a  sue  rede. 

CAPITOLO  XV. 
Di  cavalcata  fatta  sopra  Pistoia. 

Nel  detto  anno,  a  dì  21  di  gennaio,  il  conte  No- 
vello colla  gente  del  duca,  in  quantità  di  ottocento 
cavalieri  della  migliore  gente,  cavalcarono  iofioo  alle 
porte  di  Pistoia  e  roppono  1*  antij)orto,  e  poi  gua- 
starono, e  arsono  tutta  Valdibora,  e  guastarono  le 
mulina  con  grande  danno  di  preda  de*  Pistoiesi. 

CAPITOLO  XVI. 
De^  fatti  degli  usciti  di  Genova. 

Nel  detto  anno,  ali*  entrante  di  febbraio,  gTi 
usciti  di  Genova  con  gente  di  Castruccio  presono 
il  castello  di  Siestri  ;  e  poi  a  dì  3  d*  agosto  vegnen- 
te, anni  1327,  i  detti  usciti  per  inganno  presono  il 
forte  castello  di  Monaco^  e  tolsonlo  al  comune  di 
Genova. 

20 


SOS 


CRONICHE 


CAPITOLO  XXU. 


Come  al  duca  di  Calavra  nacque  uno  figliuolo 

in  Firenze. 

Nel  detto  anno  1327^  a  dì  13  d'aprile,  nac- 
que in  Firenze  ono  figliuolo  al  duca  di  Calavra  del- 
la sua  donna  figliuola  di  messer  Carlo  di  Valoia  di 
Francia  ;  il  quale  fu  fatto  cristiano  per  messer  Si- 
mone della  Tosa  e  per  Salvestro  Manetti  de'  Baron- 
celli  sindachi  fatti  per  lo  comune  e  popolo  di  Firenze, 
e  fu  chiamato  Martino,  e  grande  festa  e  armeggiare 
se  ne  fece  per  gli  Fiorentini;  ma  ali* ottavo  di  di 
sua  natinti  ai  morì  e  soppelli  a  Santa  Croce,  onde 
grande  cordoglio  n'  ebbe  in  Firenze. 

CAPITOLO  xxni. 

Come  la  città  di  Modona  si  rubellò  dalla  signoria 
di  messere  Passerino  di  Mantova, 

Nel  detto  anno,  a  dì  4  di  giugno,  il  popolo  della 
città  di  Modona  per  trattato  del  legato  di  Lombar- 
dia si  levò  a  romore  gridando  pace,  e  cacciarne  fuori 
la  signoria  e'  soldati  che  v'  erano  per  messer  Passe- 
rino signore  di  Mantova,  e  acconciarsi  col  detto  le- 
gato, rìmagnendo  la  terra  a  loro  a  parte  ghibellina, 
prendendo  signorìa  dal  legato,  e  rendendo  i  loro 
beni  agli  usciti  loro  guelfi,  istandone  certi  caporali 
a'  confini,  e  avendo  gli  amici  della  Chiesa  per  amici, 
e*  nimici  per  nimici.  B  di  questo  accordo  si  disse  che 
vi  spese  la  Chiesa  a  certi  cittadini  quindicimila  fio- 
rini d' oro  :  sicché  con  senno  e  con  danari  si  reca- 
rono in  pacifico  stato  i  Modonesì,  ch'erano  molto 
afflitti  d' assedio  e  di  guerra  e  di  tirannica  aignoris. 

CAPITOLO  XXIV. 

Di  novità  fatte  in  Pisa  per  la  coronazione 

del  Bavero. 

riel  detto  tempo,  ali*  entrare  di  giagno,  venuta 
in  Pisa  la  novella  e  V  olivo  della  coronazione  del 
Bavero  in  Milano,  se  ne  fece  falò  e  festa  per  certi 
usciti  di  Firenze  e  d' altre  città,  e  alcuno  popolano 
minuto  pisano  gridando  :  muoia  il  papa  e  l  re  Ru^ 
berte  e*  Fiorentini^  e  viva  lo  *mperadore;  per  la 
qual  cosa  coloro  che  allora  reggeano  Pisa,  eh'  era- 
no i  migliori  e'  più  possenti  e  ricchi  popolani  della 
città,  e  per  setta  nimici  di  Castruccio,  e  non  volea- 
BO  la  venuta  del  Bavero,  ma  al  continuo  trattavano 
col  papa  e  col  re  Ruberto,  si  cacciarono  di  Pisa 
quasi  tutti  i  forestieri  usciti  di  loro  cittadi,  e  man- 
darono a*  confini  de' maggiori  cittadini  sospetti  al  lo* 
ro  slato,  e  ch'amavano  la  venuta  del  Bavero  e  la 
signoria  di  Castruccio;  e  tutti  i  soldati  tedeschi  man- 
darono via  e  tolsono  loro  i  cavalli  per  sospetto  ;  e 
^uasi  si  teneano  più  al  reggimento  di  parte  di  Chie- 
sa che  ghibellina,  onde  grande  novità  '  ne  segui  in 
Pisa  alla  venuta  del  Bavero,  siccome  innanzi  faremo 
menzione. 


CAPITOLO  XXV. 


*  La  tdisi«iM  dtt  Gianii  ]«gg«:  né^uim». 


D*  uno  trattato  che  '/  duca  ordinò  per  torre  la 
città  di  Lucca  a  Castruccio^  e  fu  discoperto. 

Nel  detto  anno  1327,  il  duca  di  Calavra  si- 
gnore di  Firenze  avendo  menato  segretamente  ono 
trattato  con  certi  della  casa  de'  Qnartigiani  di  Luccs, 
ch'eglino  con  loro  seguaci  rubellerebbono  la  città 
di  Lucca  a  Castruccio,  per  soperchi  ricevuti  della  sua 
tirannesca  aignoria,  e  per  molta  moneta  che  vi  q>en- 
dea  il  duca  e  '1  comune  di  Firenze  ;  e  ciò  fu  ordi- 
nato in  questo  modo  :  che  la  gente  del  duca  dofea* 
no  cavalcare  in  sul  terreno  e  all' assedio  di  Pistoia, 
e  come  Castruccio  uscisse  della  città  colla  sua  ca- 
valleria per  soccorrere  Pistoia,  doveano  trarre  ban- 
diere e  pennoni  dell'arme  della  Chiesa  e  del  doca 
da  più  parti  della  terra,  le  quali  insegne  erano  man- 
date di  Firenze  segretamente;  e  levato  il  romore  ia 
Lucca  e  presa  alcuna  porta,  la  gente  del  duca  e  de* 
Fiorentini,  che  in  buona  quantità  n*  avea  a  Focee- 
chio  e  nelle  terre  di  Valdamo,  incontanente  per  oeU' 
no  doveano  cavalcare  a  Lucca,  e  prendere  la  terra. 
E  veniva  fatto,  se  non  che  lo'ndugio  della  caval- 
cata della  gente  del  duca  si  tardò,  e  in  questo  met- 
zo  alcuno  della  casa  medesima  de' Quartigiani  per 
viltà  e  paura  lo  scoperse  a  Caatruccio.  Per  la  qatl 
cosa  Castruccio  subitamente  fece  serrare  le  porte  di 
Lucca,  e  corse  la  terra  con  sue  genti,  e  fece  p^ 
gliare  ventidne  di  casa  i  Quartigiani  e  più  altri  ;  e 
trovate  le  dette  inaegne,  messer  Guerrucdo  Quarti- 
giani  con  tre  suoi  figliuoli  fece  impiccare  colle  dette 
insegne  a  ritroso,  e  altri  di  loro  fece  propagginare  \ 
e  tutti  gli  altri  della  casa  de'  Quartigiani,  eh'  era- 
no più  di  cento,  gli  cacciò  della  città  di  Lucca  • 
del  contado.  E  questo  fa  a  dì  12  di  giugno  nel 
sopraddetto  anno.  E  ciò  fu  grande  sentenzia  e  giodi' 
do  di  Dio,  che  gli  detti  della  casa  de'  Quartigiani, 
anticamente  guelfi,  furono  caporali  a  dare  la  città  • 
signoria  di  Lucca  a  Caatruccio,  e  tradendo  i  gnclflf 
per  lui  furono  morti  e  disertati  per  lo  simile  peccato 
di  tradimento.  E  trovato  Castrucdo  il  detto  tradi- 
mento, il  quale  era  con  tanti  seguad  buoni  dttadiai 
di  Lucca  e  del  contado,  non  s'ardi  a  seuoprìrlo 
più  innanzi,  ma  vivendo  in  tanta  paura  e  gelosia,  che 
non  s' ardia  uscire  della  dttà.  E  di  certo  per  lo  mth 
volere  de'  suoi  cittadini,  e  per  la  forza  del  duca  a 
de'  Fiorentini,  tosto  avrebbe  perduta  la  terra,  se  aoa 
fosse  il  soccorso  brieve  e  la  venuta  del  Bavero,  co* 
me  innanzi  farà  menzione. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  il  legato  cardinale  pubblicò  in  Firenze  i  prò* 
eessi  fatti  per  lo  papa  sopra  U  Bavero. 

Nel  detto  anno  1327,  il  dì  della  festa  di  Saalo 
Giovanni  di  giugno,  messer  Gianni  Gaatani  degli  Or- 
sini cardinale,  legato  in  Toscana,  alla  detU  fe>^ 
nella  piazza  di  San  Giovanni  pubblicò  nuovi  processi 


'  aott«rrar  vhrl  col  capo  «ll'ìiia?à:  inppUdo  Mitico,  c!w 
dieavasi  anefao  pitmàar; 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


800 


yenoti  dal  papa  centra  Lodovico  duca  di  Baviera 
eletto  re  de^  Romani,  siccome  contra  eretico  e  per- 
secutore di  Santa  Chiesa:  e  poco  appresso  dimorò 
in  Firente,  che  n*  andò  verso  Roma  per  rimuovere  i 
Romani  per  lo  modo  che  dicemmo  addietro. 

CAPITOLO  XXVIL 

Della  rubellaùone  di  Faenza  in  Romagna^ 
U  figliuolo  al  padre. 

Nel  detto  anno,  a  di  8  di  luglio.  Alberghetti- 
no  figliuolo  di  Francesco  de'  Manfredi  signore  di 
Faenta  rubellò  e  tolse  la  signoria  della  detta  città 
di  Faenza  al  padre  e  a*  fratelli,  e  cacciogline  fuori, 
e  egli  se  ne  fece  signore  ;  e  così  mostrò  che  non 
volesse  tralignare  e  del  nome  e  del  fatto  di  frate 
Alberigo  suo  zio,  che  diede  le  male  frutta  a*  suoi 
consorti,  faccendogli  tagliare  e  uccidere  al  suo  con- 
vito, sicché  Francesco  Manfredi,  che  fu  a  ciò  fare, 
ricevette  in  parte  del  detto  peccato  guiderdone  dal 
figliuolo. 

CAPITOLO  xxvm. 

De  fatti  di  Firenze. 

Nel  detto  anno,  a  dì  1 1  di  luglio,  la  notte  ve- 
gnente s'  apprese  fuoco  in  Firenze  in  borgo  Santo 
Apostolo  nel  chiasso  tra'  Bonciani  e  gli  Acciainoli, 
e  arsonvi  sei  case  e  '1  palagio  de*  Giotli  senza  dan- 
no di  persona. 

CAPITOLO  XXIX. 

Come  il  duca  e'' Fiorentini  feciono  oste  sopra  Ca-- 
Mtruccio^  e  presono  per  forza  il  castello  di  Santa 

Maria  a  Monte. 

Nel  detto  anno,  a  dì  S  5  di  luglio,  si  partì  To- 
•te  di  Firenze  ordinata  per  lo  duca  e  per  lo  detto 
comune,  e  rassegnaronsi  e  fecerne  mostra  la  cavalle- 
rìa nella  piazza  di  Santa  Croce;  e  furono  la  gente 
del  duca  milletrecento  a  cavallo,  e*  Fiorentini  cento 
caporali  con  due  o  tre  compagni  ciascuno,  molto  no- 
bile gente  e  bene  in  arme  e  a  cavallo;  e  nelf  isola 
dietro  a  Santa  Croce  si  rassegnarono  i  pedoni,  che 
furono  più  di  ottomila.  E  avuta  la  benedizione  dal 
legato  cardinale  e  date  le  *nsegne  per  lo  duca,  si 
jnossono,  e  andarono  la  sera  e  puosonsi  a  campo  a 
pie  di  Signa  in  su  V  Ombrone,  e  stettonvi  tre  dì, 
che  ninno  non  sapeva  dove  V  oste  si  dovesse  anda- 
re, onde  molto  si  maravigliavano  i  Fiorentini  :  ma 
ciò  fu  fatto  cautamente,  acciocchò  Castracelo  non  si 
prendesse  guardia  ove  V  oste  si  dovesse  porre,  o  a 
Pistoia,  0  andare  in  sul  contado  di  Lacca,  e  accioc- 
ché gli  convenisse  partire  la  gente  sua  in  due  parli. 
B  ciò  fatto,  subitamente  di  notte  si  levarono,  e  lascia- 
rono tntte  le  tende  tese  infino  la  mattina  a  terza,  ac- 
ciocché e'  ni  mici  non  s'  accorgessono  che  V  oste  fosse 
levata,  e  tutta  la  notte  cavalcarono  per  lo  cammino 
di  Montelupo,  e  l'altro  giorno  anzi  V  ora  di  nona 
passarono  la  Gnisoiana  a  uno  ponte  che  fu  posto  la 


detta  notte  al  passo  di  Rosaiuolo  ;  e  pascati  innanzi 
quattrocento  cavalieri  eh*  erano  in  Valdarno,  subita- 
mente si  puosono  air  assedio  al  castello  di  Santa 
Maria  a  Monte.  E  poi  s*  aggiunse  alla  detta  oste 
messer  Vergiù  di  Landa  con  trecentocinquanta  ca- 
valieri che  mandò  il  comune  di  Bologna,  e  *1  legato 
ed  altre  amistà,  sicché  '1  giorno  appresso  v'  ebbe 
intorno  duemilacinquecento  cavalieri,  e  più  di  dodi- 
cimila pedoui,  della  quale  oste  era  capitano  il  conte 
Novello  di  Montescheggioso  e  d'Andri,  che  il  duca 
era  rimaso  in  Firenze  con  cinquecento  cavalieri,  pe- 
rocché non  fu  oste  generale,  e  non  era  onore  del 
duca  di  porsi  a  oste  a  uno  castello.  Il  detto  castello 
era  molto  forte  di  tre  gironi  di  mura  colla  rocca,  e 
di  viltuaglia  assai  fornito,  e  gente  v*avea  da  cin- 
quecento uomini,  e  non  più;  perocché  temendo  Ca- 
struccio  che  V  oste  non  andasse  a  Carmignano,  vi 
mandò  dugento  de*  migliori  masnadieri  che  fossono 
in  Santa  Maria  a  Monte.  E  dato  termine  a  quegli  del 
castello  d'arrendersi,  non  obbedendo,  domenica  a  dì 
2  d*  agosto  si  diede  per  la  detta  oste  la  battaglia 
da  più  parti  al  primo  girone  di  sotto  da*  borghi  ; 
e*  maggiori  baroni  e  cavalieri  dell'  oste  ismontarono 
da  cavallo,  e  col  pavese  in  braccio  e  elmi  in  capo 
si  misono  sotto  le  mura,  e  per  gli  fossi  rizzando 
scale  alle  mura  ;  e  *1  popolo  a  pie  veggendo  ciò  fare 
a*  cavalieri,  feciono  maraviglie  di  combattere  ;  e  fu 
sì  aspra  battaglia  da  ogni  parte,  che  di  saettamento 
per  gli  balestrieri  genovesi  ch'erano  all'assedio,  sì 
dei  Fiorentini  e  d'  ogni  altro  assalto,  che  que'  den- 
tro non  poterono  durare  ;  e  uno  scudiere  proenzale 
fu  il  primario  che  salì  in  su  le  mura  colle  'nsegne, 
e  poi  molti  appresso,  il  quale  dal  duca  fa  fatto  ca- 
valiere, e  donogli  rendita  in  suo  paese.  E  ciò  veg- 
gendo i  terrazzani,  {sbigottiti  abbandonarono  i  bor- 
ghi, e  entrarono  nel  secondo  girone.  Ma  i  Fiorentini 
e  la  gente  del  duca  entrati  nel  primo  girone,  aanza 
riposo  0  indugio  incontanente  si  misono  a  combattere 
r  altro  girone,  e  simile  per  forza  e  con  iscale  e  con 
fuoco  che  misono,  con  grande  aCTanno  il  dì  medesi- 
mo il  vinsono,  e  quanta  gente  vi  trovarono  dentro 
piccioli  e  grandi  misono  al  taglio  delle  spade,  se 
non  alquanti  che  ricoverarono  nella  rocca,  e  *l  ca- 
stello ardendo  da  più  parti  per  lo  fuoco  prima  mes- 
so per  gli  nostri  alla  battaglia,  e  poi  la  gente  no- 
stra rubando  la  preda,  e  togliendola  gli  oltramonta- 
ni a'  nostri,  acciocché  non  l' avessono  salva,  innanzi 
metteano  i  nostri  fuoco  nelle  case  e  nella  preda.  E 
per  questo  modo  non  vi  rimase  casa  piccola  né  gran- 
de che  non  ardesse  ;  e'  terrazzani  uomini  e  femmine 
e  fanciulli  eh'  erano  scampati  e  nascosi,  non  scam- 
parono del  fuoco,  imperciocché  molti  se  ne  trova- 
rono morti  e  arsi.  E  ciò  fu  grande  giudicio  di  Dio 
e  non  sanra  cagione,  imperciocché  quegli  di  Santa 
Maria  a  Monte  sempre  erano  stati  di  parte  guelfa, 
e  aveano  tradita  la  terra  e  data  a  Castruccio  :  e  gli 
usciti  di  Lucca  e  di  loro  parte  assai,  e  de'  migliori 
eh*  allora  erano  nel  castello,  per  lo  detto  tradimento 
furono  dati  presi  nelle  mani  di  Castruccio.  E  oltre 
a  ciò,  dappoiché  si  rendè  a  Castruccio  era  stata 
spelunca  di  tutte  le  raberie  e  micidi  e  presure  e  vil- 
lani peccati  fatti  in  Valdarno  e  nel  paese  nella  detta 


310 


CRONICHB 


guerra.  E  foichè  la  ifente  nostra  ebbe  il  eaatelloy 
si  tenne  la  rocca  otto  dì  aspettando  soccorso  da  Ca- 
stracelo, il  qaale  non  s*  ardi  con  sna  gente  d*  uscire 
di  Vivinaia  ov^  era  a  campo,  e  ciò  fo  a  dì  10  d*ago- 
sto  nel  detto  anno  ;  e  quegli  eh*  erano  nella  rocca, 
n'  uscirono  salve  le  persone.  E  avuta  la  rocca,  Poste 
nostra  vi  dimorò  di  fuori  a  campo  otto  giorni,  per 
rafforzare  la  terra  e  rifare  le  bertesche  e  torri  e  case, 
e  lasciarla  poi  guernita  di  cento  cavalieri  e  di  cin- 
quecento pedoni.  Avemo  sì  lungamente  detto  della 
presura  del  detto  castello,  perocché  era  il  più  forte 
castello  di  Toscana  e  meglio  fornito,  ed  ebbesi  per 
forza  di  battaglia,  per  la  virtù  e  vigorìa  della  buo- 
na gente  ch^  era  nella  nostra  oste,  la  quale  simile 
vigoria  non  si  rìcorda  fosse  in  Toscana  a^  nostrì  tem- 
pi; per  la  qual  cosa  Castruccio  e  sua  gente  forte 
isbigottiro,  e  in  nulla  parte  sverdivano  a  mettere 
né  avvisare  poi  colla  nostra  gente  e  con  quella  del 
duca. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  r  oste  de"  Fiorentini  e  del  duca  ebbono  per 
fona  il  castello  «f  ArtinUno, 

Avuto  il  castello  di  Santa  Maria  a  Monte,  ai 
partì  Toste  de' Fiorentini  di  là  a  dì  18  d'agosto,  e 
passarono  la  Guisciana,  e  accamparsi  a  pie  di  Fucec- 
chio,  e  quivi  dimorarono  due  giorni,  acciocché  Ca- 
struccio non  si  potesse  avvisare  ove  Toste  dovesse 
fedire,  o  nel  contado  di  Lucca,  o  in  quello  di  Pisto- 
ia ;  e  ciò  fatto,  subitamente  ripassarono  la  Guisciana, 
e  andarono  a  campo  a  pie  del  Cerruglio  appresso  di 
Vivinaia,  e  ivi  e  a  Galleua  dimorarono  per  tre  dì, 
schierandosi  e  trombando  e  rìcheggendo  di  battaglia 
Castruccio,  il  quale  era  in  sul  Cerruglio  e  Monte- 
chiaro  con  ottocento  cavalierì  e  più  di  diecimila  pe- 
doni, e  sarebbonsi  messi  a  passare  e  andare  in  verso 
Lucca  per  forza,  se  non  che  la  stanza  bisognava 
grande  ispendio  e  fornimento,  e  aveasi  novelle,  cheM 
Bavero  detto  re  de*  Romani  di  corto  dovea  paasare 
in  Toscana,  sicché  per  Io  migliore,  consiglio  si  ri- 
tornarono di  qua  dalla  Guisciana,  e  senza  restare  la 
detta  oste  passò  Montalbano,  e  puosonsi  ad  assedio 
del  castello  d' Artimino,  il  quale  era  rimurato  e  molto 
afforzato  per  Castruccio,  e  bene  fornito  di  vittuaglia 
e  di  gente;  e  atettonvi  ad  assedio  tre  giorni.  Al 
terzo  dì  vi  diedono  la  più  forte  battaglia  tutto  intomo 
intorno  che  mai  si  desse  a  castello,  e  per  gli  mi- 
gliori cavalieri  delT  oste  ;  e  durò  da  mezzo  dì  inflno 
al  primo  sonno  della  notte,  ardendo  gli  steccati  e  la 
porta  del  castello  ;  per  la  qual  cosa  quegli  d*  entro 
molto  impauriti,  e  di  saettamento  i  più  fediti,  sì  di- 
mandarono misericordia,  e  che  si  voleano  arrendere, 
salve  le  persone.  E  così  fu  fatto  ;  e  la  mattina  a  dì 
27  d'agosto  si  partirono,  e  renderono  il  castello; 
ma  con  tutti  i  patti,  partiti  da  loro  i  cavalieri  che 
gli  scorgeano,  molti  ne  furono  morti.  E  con  quella 
vittoria  T  oste  intendea  di  seguire  e  combattere  Car- 
mignano  e  Tizzano,  e  senza  dubbio  gli  avrebbono 
presi  per  lo  sbigottimento  della  battaglia  di  Santa 
Maria  a  Monte  e  d*  Artimino  ;  ma  il  duca  ebbe  fer- 
me novelle,  come  il   Bavero  oon  sua   gente  era  a 


Pontremoli  ;  sicché  acciocché  la  sua  gente  non  tro« 
vasse  a  campo,  sì  mandò  che  Toste  tornasse  in  Fi- 
renze ;  e  così  tornò  bene  avventurosamente  a  dì  28 
d*  agosto  del  detto  anno.  E  nota,  che  poiché  1  duca 
venne  in  Firenze,  che  fu  uno  dì  anzi  calen  d'agosto 
1326,  inflno  alla  tornata  della  detta  oste  in  Firen- 
ze, che  fu  pochi  dì  più  d*nno  anno,  si  trovò  speso 
il  comune  di  Firenze,  con  gli  danari  del  salerò  del 
duca,  più  di  cinquecento  migliaia  di  fiorini  d*  oro,  che 
sarebbe  grande  cosa  a  uno  ricco  reame.  E  tutti  n- 
scirono  delle  borse  de'  Fiorentini,  onde  ciucuno  cit- 
tadino forte  si  dolca.  Lasceremo  alquanto  de*  nostri 
fatti  di  Firenze  ritornando  addietro,  dicendo  di  quello 
che  '1  Bavero,  lui  coronato  a  Milano,  fece  in  Lom- 
bardia e  poi  in  Toscana. 

CAPITOLO  XXXL 

Come  il  Bataro  ditpuose  della  signoria  di  MihM 
i  Visconti  e  misegli  in  pregione. 

Coronato  in  Milano  Lodovico  detto  Bavero  e- 
letto  re  de'  Romani,  come  addietro  lasciammo,  es- 
sendo in  Milano  e'  volea  moneta  come  promessa  gli  fu 
al  parlamento  a  Trento.  Galeasso  Visconti  signore 
di  Milano,  il  quale  per  sua  superbia  e  signoria  si 
tenea  maggiore  del  detto  Bavero  in  Milano,  e  avea  i 
suo  soldo  ben  dodici  centinaia  di  cavalieri  tedescbi, 
essendogli  domandata  la  detta  moneta  per  lo  Bavi- 
ro,  rispuose  arrogantemente  al  aignore,  dieendo  co- 
me imporrebbe  la  moneta,  quando  gli  paresse  luogo 
e  tempo.  E  ciò  non  dioea  senza  cagione,  impercioc- 
ché tutti  i  nobili  di  Milano,  e  eziandio  messer  Marco 
suo  fratello  e  gli  altri  suoi  consorti,  e  quasi  tutto 
il  popolo  di  Milaoo  odiavano  la  sua  tirannesca  si- 
gnoria per  gli  soperchi  incarichi  e  gravezze  a  loro 
fatte,  e  volea  tutto  e  non  parte,  sì  non  s'ardia  dln- 
porre  i  danari  al  popolo  ;  e  ae  fatto  lo  avesse  dob 
sarebbe  ubbidito;  e  già  molti  de' maggiorenti  della 
sua  signoria  a'  erano  compianti  al  Bavero,  per  la  qotl 
cosa  il  detto  signore  rimandò  per  lo  suo  maliscalco 
e  sua  gente,  eh'  erano  andati  al  soccorso  di  Voghie- 
ra,  e  fece  parlare  a  tutti  i  conestabili  tedeschi  c^^ 
erano  a  messer  Galeasso,  e  giurare  aegretemente  a 
lui  ;  e  venuto  il  suo  maliscalco,  il  Bavero  raunò  uno 
grande  consiglio,  ove  fu  Galeasso  e*  suoi  e  tutti  i 
migliori  di  Milano,  e  in  quello  dogUendosi  del  detto 
Galeasso  e  de'  suoi,  in  prima  gli  fece  rifiuterò  la  si- 
gnoria, e  poi  nel  detto  consiglio  al  detto  suo  ma- 
liscalco fece  pigliare  Galeasso  e  Azzo  suo  figtiuolo, 
e  Marco  e  Luchino  suoi  fratelli  ;  e  ciò  fu  a  dì  6  del 
mese  di  luglio,  gU  anni  di  Cristo  1327;  per  la  qau 
cosa  i  nobili  e  '1  popolo  di  Milano  furono  molto  al- 
legri e  contenti.  E  ciò  fatto,  riformò  la  terra  di  li- 
gnoria  d' uno  suo  barone  vicario  '  col  consigUo  oi 
ventiquattro  de'  migHori  di  Mflano,  i  quali  inconta- 
nente impuoaono  e  ricolsono  cinquantamila  fiorini  do- 
ro, e  diedongli  al  detto  Bavero.  E  per  questo  modo 
la  Chiesa  di  Dio  fu  vendicata  della  superbia  de  suoi 
nimici  Visconti  per  lo  suo  nimico  Lodovico  di  p«- 


Fu  qoest!  Il  conte  Guglielmo  di  Mootfort 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


811 


Vieri  fQO  persecutore;  sicché  veramente  s^idempiè 
la  parola  di  Cristo  nel  suo  Santo  Vangelio  ove  dice: 
lo  ucciderò  U  nimico  mio  col  nimico  mio  ecc. 

CAPITOLO  xxxn. 

Come  il  Botare^  fallo  suo  parlamento  in  Lombardia^ 

passò  in  Toscana. 

Per  la  detta  presura  di  Gaieasso  e  de'  suoi  si 
maravigliarono  e  impaurirono  tutti  i  tiranni  ghibel- 
tini  di  Lombardia  e  di  Toscana,  imperciocché,  pro- 
prio  lo  studio  e  dispendio  e   podere  di   Gaieasso, 
e  per  suo  consiglio,  il  detto  Bavero  s*era  mosso  d'A- 
lamagna  e  venuto  in  Lombardia;  ed  egli  prima  Tavea 
abbattuto  di  signoria  e  messo  in  pregione.  Per  la 
qua!  cosa  il  detto  Bavero  ordinò  di  fare  uno  parla- 
■lento  generale  a  uno  castello  di  Bresciana,  che  si 
chiama  Liorci,  e  fece  sommuovere  e  richiedere  tutti 
i  caporali  di  parte  d'imperio  di  Lombardia  e  di  To- 
scana al  detto  parlamento;  e  Gaieasso  mandò  legato 
in  pregione  nei  castello  di  Honcia  ;  e  Marco  lasciò, 
perché  noi  trovò  in  nulla  colpa  ;  e  Luchino  e  Atzo 
^li  tagliò^  in  venticinque  migliaia  di  fiorini  d'oro  per 
loro  redenzione,  de' quali  pagaro  sedicimila*,  e  menò 
seco  presi  cortesemente  al  detto  parlamento.  E  par- 
lussi  di  Milano  a  di  12  d'agosto  nel  detto  anno.  E 
al  detto  parlamento  fu  messer  Cane  signore  di  Ve- 
rona, e  messer  Passerino  signore  di  Mantova,  e  Ri- 
naldo de'  Marchesi  da  Esti,  e  Guido  Tarlali  disposto 
Yescovo  d'Arezzo,  e  ambasciadorì  di  Castruccio  e 
di  tutte  le  terre  di  parte  d'imperio,  nel  quale  parla- 
.oiento  palesò  lettere  di  trattato,  che  Gaieasso  man- 
dava al  legato  del  papa  contra  1  detto  Bavaro,  per 
mostrare  la  cagione  perché  preso  l'avea.  Chi  disse 
che  furono  vere,  e  chi  che  furono  false.  E  nel  detto 
parlamento  in  dispetto  di  Santa  Chiesa  fece  tre  ve- 
scovi, uno  in  Cremona  e  V  altro  in  Como  e  1'  altro 
ano  de'  Tarlati  alla  città  di  Castello.  E  ciò  fatto,  or- 
dinò suo  passaggio  in  Toscana  ;  e  trovasi,  eh'  ebbe 
iaflno  allora  da'  Milanesi  e  tiranni  e  terre  ghibelline 
d'Italia  dugentomila  fiorini  d*oro;  e  bisognavangli, 
perocch'  egli  e  sua  gente  erano  molto  poveri  di  da- 
nari. E  partito  il  detto  parlamento,  Marco  e  Luchino 
e  Azzo  Visconti  si  fuggirono  e  entrarono  nel  ca- 
stello di  Liseo,  e  poi  feciono  guerra  a  Milano.  11 
Bavero  venne  a  Cremona,  e  di  là  passò  per  lo  ponte 
il  fiume  del  Pò,  a  di  23  d' agosto  gli  anni  di  Cristo 
.1327,  e  venne  al  borgo  a  San  Donnino  con  mille- 
cinquecento cavalieri  de'  suoi,   con  quegli  eh'  avea 
trovati  in  Milano,  e  dugentocinqoanta  di  quegli  di 
messer  Cane,  e  centocinquanta  di  messer  Passerino, 
e  cento  di  quegli  de'  marchesi  da  Esti  ;  e  senza  nullo 
.  contrasto  passò  per  lo  contado  di  Parma  le  montagne 
appennine,  e  capitò  a  Pontremoli  in  calen  di  settembre 
nel  detto  anno.  E  si  avea  il  legato  che  in  Lombardia 
era  per  la  Chiesa  più  di  tremila  cavalieri  soldati,  e 


'  impose  loro  la  tagIU|  oioè  noe  pena  pecuniaria  a  A' 
aeattarsene. 

'  La  Oìmitina  qui  dà  in  eccesso,    leggendo   unto  taf- 


non  si  mise  a  contrastarlo,  ch'assai  era  leggiere  per 
gli  fòrti  passi;  onde  il  detto  legato  molto  fu  abbo- 
minato  di  tradimento  da'  fedeli  di  Santa  Chiesa  di 
Toscana,  ed  iscusavasi,  come  non  avea  dal  papa  i 
danari  di  loro  paghe,  e  però  non  poteva  fare  caval- 
care la  sua  gente. 

CAPITOLO  XXXIU. 

Come  il  Bavaro  si  puose  ad  assediare  la  cillà 

di  Pisa. 

Come  il  Bavaro  e  la  donna  sua,  la  quale  era 
figliuola  del  conte  d'  Analdo,  furono  passati  in  To- 
scana, Castruccio  con  grande  compagnia  e  grandi 
doni  e  presenti  e  rinfrescamento  di  vittuaglia  andò 
loro  incontro  infino  a  Pontremoli,  e  accompagnogli 
in  più  giorni  infino  a  Pietrasanta  nel  contado  di  Luc- 
ca, e  là  s' arrestò,  e  non  volle  entrare  in  Lucca,  se 
prima  non  avesse  la  città  di  Pisa,  la  quale  da  certi 
che  la  reggeano,  i  quali  erano  i  più  ricchi  e  pos- 
senti di  Pisa  e  avversari  di  Castruccio,  in  nulla  guisa 
voleano  ubbidire  il  detto  Bavaro  per  tema  di  Ca- 
struccio e  delle  gravezze  delle  spese,  dando  cagio- 
ne di  non  voler  fare  contra  la  Chiesa,  imperciocché  '1 
Bavaro  era  scomunicato,  e  non  era  imperadore  con 
autorità  di  Santa  Chiesa  ;  e  ancora  non  voleano  i  Pi- 
sani rompere  pace  al  re  Ruberto  e  a*  Fiorentini.  E 
mandato  il  Bavaro  suoi  ambasciadori,  non  gli  lascia- 
rono entrare  in  Pisa,  ma  si  fornirono  di  gente  e  di 
vittuaglia,  e  afforzarono  la  città,  e  cacciarne  i  sol- 
dati tedeschi  ch'aveano,  e  tolsono  loro  I  cavalli; 
onde  il  detto  Bavaro  molto  s'aontò,  e  fermossi  di 
non  passare  più  innanzi,  se  prima  non  avesse  Pisa  a  suo 
comandamento.  E  in  questo  intervallo  di  tempo  Gui- 
do Tariati  dispuosto  vescovo  d'Arezzo  si  mise  mez- 
zano, e  venne  a  Ripafratta,  e  mandò  eh'  e'  Pisani  gli 
mandassono  loro  ambasciadori,  i  quali  vi  mandarono 
tre  de*  maggiori  di  Pisa,  ciò  fu  messer  Lemmo  Guin- 
nizzeli,  Sismondi,  e  messer  Albizzo  da  Vico,  e  ser 
Iacopo  da  Calci  ;  e  stati  più  giorni  in  trattato,  e  ac- 
cordandosi i  Pisani  di  dare  al  Bavaro  sessantamila 
fiorini  d' oro,  e  s*  andasse  a  suo  viaggio  sansa  en- 
trare in  Pisa;  il  quale  accordo  in  nulla  guisa  volle 
accettare.  E  partendosi  i  detti  ambasciadori  a  rotta 
del  trattato,  Castruccio  passò  il  fiume  di  Serchio  con 
gente  d'arme,  e  prese  i  detti  ambasciadori;  e  poi 
il  Bavaro  con  sua  gente  passò  simigliente,  e  *1  suo 
maliscalco  con  anche  gente  venne  da  Lucca,  e  puo- 
sono  oste  alla  città  di  Pisa  a  di  6  di  settembre  gli 
anni  di  Cristo  1327,  e  la  persona  del  signore  si 
mise  a  San  Michele  degli  Scalzi. 

CAPITOLO  XXXIV. 
Come  il  Bataro  ebbe  la  cillà  di  Pisa. 

I  Pisani  veggendosi  traditi  dalla  presa  de'  loro 
ambasciadori,  e  cosi  subitamente  venire  il  Bavaro  e 
Castruccio  all'assedio  della  città,  isbigottirono  assai; 
che  se  ciò  avessono  creduto,  di  eerto  avrebbono 
prima  mandato  per  soccorso  in  Firenze  al  duca  di 


Si» 


CROraCHB 


eaTalierì  e  di  guitte,  eoa  tolto  oh^alla  *iillnta  atea- 
iono  in  trattato  con  lui,  e  ebbono  da*  PiorentiDi  ar- 
me e  saettamento  assai.  Ma  vergendosi  così  assaliti 
francamente,  rìpresono  vigore  e  buono  ordine  di  guar- 
dia della  città,  rìmurando  tutte  le  porte,  e  guar- 
dando le  mura.  Il  secondo  dì  il  Bavero  passò  Amo, 
e  puosesi  nel  borgo  di  San  Marco,  e  Castruccio  ri- 
mase dal  Iato  della  città  di  verso  Lucca  con  sua  o- 
ste,  e  poi  si  slese  V  oste  alla  porta  di  San  Donnino 
e  a  quella  della  Legatia  senza  contrasto  ninno,  e  in 
pochi  dì  feciono  uno  ponte  di  legname  dal  borgo  a 
San  Marco  a  San  Michele  de*  Prati ,  e  un  altro  ne 
fece  fare  in  su  barche  dal  lato  di  sotto  alla  Lega- 
zia,  sicché  in  pochi  giorni  tutta  ebbono  assediata  la 
città  intorno  intorno  ;  nella  quale  oste  avea  il  Ba- 
Varo,  tra  di  sua  gente  e  di  quella  di  Castruccio  e 
d'  altri  ghibellini  di  Toscana  e  di  Lombardia,  tremila 
cavalieri  o  piik,  male  a  cavallo,  e  popolo  grandissi- 
mo del  contado  di  Lucca  e  di  Pisa  medesima,  e  di 
quello  di  Luni  e  della  riviera  di  Genova  ;  e  di  pre- 
sente ebbono  Porto  pisano  ;  e  poi  faccendo  caval- 
care per  lo  contado  co*  caporali  degli  usciti  di  Pisa, 
in  pochi  giorni  ebbe  a  suo  comandamento  tutte  le 
castella  e  terre  di  Pisa.  Onde  ciò  sapendo  i  Pisani 
che  teneano  la  città,  molto  isbigottiro:  né  già  però 
non  mandarono  per  soccorso  al  duca,  se  non  di  mo- 
neta, per  pagare  i  loro  soldati  eh*  erano  alla  gnardia 
della  terra,  perchè  non  sverdivano  a  fare  gravezza 
a*  cittadini,  perchè  il  popolo  minuto  non  si  levasse 
contro  a  loro,  e  *l  dnca  vi  mandò  moneta  per  let- 
tere di  compagnie  di  Firenze  eh'  erano  dentro,  e  più 
ve  ne  avrebbe  mandati,  se  non  eh'  egli  sentì  ch'egli- 
no stavano  in  trattato  col  Bavero,  avvegnaché  alla 
difensa  fossono  uniti  e  feroci.  E  più  aasalti  e  batta- 
glie diade  alle  porte,  e  fece  cavare  sotto  le  mura, 
e  più  dificii  strani  levare  per  dare  battaglia  alla  cit- 
tà; ma  tutto  era  niente,  sì  era  forte  e  ben  guemita. 
E  così  vi  stette  il  Bavero  ali*  assedio  con  grande  af- 
fanno e  con  più  diffalte  '  più  d*  uno  mese.  Ma  come 
piacque  a  Dio,  per  punire  i  peccati  dei  Pisani,  dis- 
sensione nacque  tra  coloro  che  governavano  la  terra, 
e  de*  primi  fu  il  conte  Fazio  figlinolo  del  conte  Gad- 
do,  giovane  uomo,  e  Vanni  di  Banduceio  Bonconti, 
che  per  lettere  e  promesse  di  Castruccio  dissono  di 
volere  pace,  e  gli  altri  che  con  loro  reggeano  la 
terra,  temendo,  dissono  il  simigliente;  e  feciono 
trattatori  d' accordo,  e  di  dargli  la  città,  sessantamila 
fiorini  d*  oro,  rimanendo  in  loro  giuridizione  e  stato, 
e  che  Castruccio  né  i  loro  usciti  non  potessono  en- 
trare in  Pisa  senza  loro  volontà,  stando  a*  confini. 
E  compiuto  e  giurato  per  lo  Bavaro  il  detto  falso 
accordo,  gli  diedono  la  terra  a  dì  8  d*  ottobre^  gli 
anni  della  incarnazione  di  Cristo  1327  al  nostro 
corso  ^;  e  la  domenica,  dì  11  d*  ottobre,  appresso 
v'  entrò  il  Bavaro  e  la  donna  sua  con  tutta  sua  gen- 


'  con  grADda  difetto  di  cose  necessarie. 

*  secondo  il  computo,  allo  stile  de' Fiorentini.  Essi  ed 
I  Banesi  cominciavano  l'anno  dal  25  mano,  giorno  del- 
l'Ineamasione:  i  Pisani  s'allungavano  più  innanxi  ancora, 
talché  la  loro  (ra  vantaggiava  sempre  d'un  anno  le  altre. 
Francesco  1,  grandcca,  tolse  questa  confusione  (koendo 
che  tutti  contauero  gli  anni  dal  primo  gennaio. 


te  pacificamente  senza  nulla  novità  flire  ;  e  Castraè» 
ciò  e  sua  gente  e  gli  usciti  di  Pisa  rimasono  di  fuo- 
ri. Ma  al  terzo  giorno  i  Pisani  medesinu  per  piacere 
al  signore,  e  per  paura,  non  potendo  altro  per  lo 
popolo  minuto,  arsono  i  patti  scritti  del  loro  trat- 
tato, e  liberamente  senza  ninno  nisi  ^  da  capo  gli 
diedono  la  signoria  della  città,  e  rivocarono  Castruc- 
cio e  tutti  i  loro  usciti,  i  quali  di  presente  lomarono 
in  Pisa.  E  nulla  novità  v*ebbe,  se  non  che  uno  ser 
Guglielmo  da  Colonnata,  il  quel  era  atato  bargello 
in  Pisa,  menandolo  al  Bavaro  uno  suo  oonestabBe, 
e  il  popolo  minuto  gli  venia  gridando  dietro,  il 
detto  conestabile  1*  uccise  nella  piazza  in  presenza 
del  signore,  credendogli  piacere  ;  per  la  quel  com  il 
detto  Bavaro  per  mostrare  giustizia  fece  prendere  il 
detto,  eh*  avea  nome  messer  Corrado  della  Scala  te- 
desco, e  fecegli  tagliare  il  capo,  e  fece  mandare 
bando  ohe  ogni  maniera  di  gente  potesse  andare  e 
venire  sano  e  salvo  per  Pisa  e  per  lo  contado,  pa- 
gando la  gabella  di  danari  otto  per  libbra  d*  ogni 
mercatanzia  :  e  ciò  fece  perchè  i  mercatanti  non  si 
partissono  di  Pisa,  e  per  avere  maggiore  entrata,  e' 
Pisani  civanza  di  moneta  *.  E  ciò  fatto,  fece  una  col- 
ta *  sopra  i  Pisani  di  sessantamila  fiorini  d*  oro  per 
pagare  i  suoi  cavalieri,  e  appena  fu  cominciata  di  pa- 
gare, che  se  ne  pnose  sopra  quella  una  di  centonùla 
fiorini  d*  oro  per  fornire  ano  viaggio  a  Roma  ;  onde 
i  Pisani  si  tennono  morti  e  consumati,  imperciocché 
per  la  perdita  di  Sardigna,  e  per  quella  guerra,  era- 
no molto  assottigliati  d*  avere  ;  e  chionque  avea 
niente  in  Pise,  si  pentea  forte  dell*  accordo,  che  di 
certo  se  si  fossono  sostenuti  un  altro  mese,  coma 
poteano,  erano  deliberi  del  Bavaro,  loro  e  tutta  Ita- 
lia, ma  dopo  volta  ^  uì  rawiddono  con  loro  danao 
e  struggimento.  Del  detto  accordo  da*  Pisani  al  Ba- 
varo 8*  ebbe  grande  dolore  per  gli  Fiorentim*  e  per 
tutti  coloro  che  teneano  alla  parte  della  Chiesa,  im- 
perciocché come  il  Bavaro  era  per  istraccarai  dorudo 
I*  assedio  per  la  presa  di  Pisa,  fa  esaltato  e  ridottato 
da  tutte  genti. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  quegli  che  fu  rescoro  tTAretw  $i  pariì  maU 
in  accordo  dal  Bavaro,  e  lomando  ad  Are*iO  meri 

in  Maremma, 

Nel  detto  anno.  Guido  Tarlati  signore  d*AreziO, 
e  stato  disposto  vescovo,  sì  partì  di  Pisa  dal  Bava- 
ro usai  male  contento,  per  grosse  parole  e  rimproo- 
ci  avuti  da  Castruccio  dinanzi  al  detto  signore;  in- 
tra gli  altri  rimprocci,  che  Castruccio  il  chiamò  tra- 
ditore ;  dicendo,  che  quand*  egli  sconfisse  i  Fiorea- 
tini  ad  Altopascio,  e  venne  con  Azzo  Visconti  a  Pe- 
retola,  se  ^1  vescovo  d*  Arezzo  fosse  venuto  colle  soe 
forze  verso  Firenze  per  la  via  di  Valdamo,  la  citte 
di  Firenze  non  si  potea  tenere  ;  e  in  parte  si  potes 
appressare  al  vero.  D  vescovo  rìspuose,  die  tradi- 


'  sensa  eccezione  di  sorta. 

*  La  Giuntina:  $é  i  Piéoni  dvaiuKUtero  di  moneta. 

'  imposiiione. 

^  dopo  U  Catto. 


DI  OlÓYANra  VlLLAia. 


tlS 


tore  era  egli,  eh'  ayera  eacetato  di  Pisa  e  di  Lacca 
Ugaecione  da  Faggiaola  e  tatti  i  grandi  ghibellini  di 
Lacca,  che  gli  avevano  data  la  signoria,  siccome  ti- 
ranno, e  ch^egli  non  dovea  rompere  la  pace  a*  Fio- 
rentini, se  non  la  rompessono  a  lai,  come  avea  fatto 
egli,  rimproverandogli,  che  se  non  Tossono  i  saoi  ca- 
valieri e  danari  che  gli  mandò,  non  potea  sostenere 
Toste  contra  ì  Fiorentini,  e  per  lai  avea  vinto.  Per 
^esti  rimprocci  il  Bavaro  non  gli  avea  fatto  onore, 
uè  ripreso  Castraccio,  onde  molto  dispetto  prese,  e 
8i  parli  di  Pisa  ;  e  quando  fu  in  Maremma,  cadde  ma- 
lato al  castello  di  Montenero,  nel  quale  passò  di  questa 
Yita  a  di  21  del  mese  d'ottobre.  E  innanzi  che  mo- 
risse, in  presenza  di  più  genti  frati  e  cherici  e  seco- 
lari, o  per  isdegno  preso  o  per  buona  coscenzia,  si 
riconobbe  se  avere  errato  contro  al  papa  e  Santa 
Chiesa,  e  confessò  come  papa  Giovanni  era  giusto  e 
tanto,  e  'I  Bavaro,  che  si  facea  chiamare  imperado- 
re,  era  eretico  e  flaatore  d*  eretici,  e  sostenitore  di 
liraani,  e  non  giusto  nò  degno  signore,  promettendo 
"^  giurando  (e  di  ciò  a  piii  notai  fece  fare  solenni 
earte),  che  se  Dio  gli  rendesse  sanitade,  che  sempre 
sarebbe  obbediente  a  Santa  Chiesa  e  al  papa,  e  ni- 
mico de*  saoi  ribelli  ;  e  con  molte  lacrime  domandò 
peoitenzia  e  misericordia  ;  ebbe  i  sagramenli  di  San- 
ta Chiesa,  e  colla  detta  contrizione  mori  ;  onde  fu 
teoato  gran  fatto  in  Toscana.  E  lui  morto,  per  gli 
tuoi  ne  fu  portato  il  corpo  ad  Arezzo,  e  là  sepolto 
a  grande  onore,  come  quegli  eh'  avea  mólto  accre- 
aciota  lir  città  d*  Arezzo  e  1  suo  vescovado.  Per  la 
aua  morte  Toste  d'Arezzo  e  di  quegli  di  Castello 
cb'  erano  con  battifolli  all'  assedio  a  Castello  di 
Monte  Santa  Maria,  se  ne  partirono  come  in  iscon- 
itta,  e  tornarono  ad  Arezzo  :  e  feciono  gli  Aretini 
signori  della  terra  per  ano  anno  Delfo  e  Piero  Sac- 
cone da  Pietramala. 

CAPITOLO  XXXVL 

Come  ii  papa  diede  alcuna  senteniia  contro 

al  Bavaro, 

Nel  detto  anno  1327,  a  di  20  d*  ottobre,  pa- 
pa Giovanni  appo  Avignone  diede  altima  sentenzia  di 
•comonìoa  contro  al  Bavaro,  siccome  a  persecutore 
di  Santa  Chiesa  e  fautore  degli  eretici,  privandolo 
d' ogni  dignità  temporale  e  spirituale. 

CAPITOLO  XXXVIL 

Come  U  Bavaro  fece  Castruccio  duca  di  Lucca 

e  (f  altre  terre. 

Nel  detto  anno,  a  di  4  di  novembre  \  il  Bavaro 
per  meritare  Castracdo  del  servigio  fattogli  d' avere 
amia  per  suo  senno  e  prodezza  la  città  di  Pisa,  n'  an- 
dò alla  città  di  Lucca  con  Castruccio  insieme,  e  fu- 
gli  fatto  da'  Lucchesi  grande  festa  e  onore  :  e  poi 
il  menò  Castracelo  in  Pistoia  per  mostrargli  la  eitlà 
e  contado  di  Firenze,  com'  era  alla  frontiera  e  pres- 


'  La  GSantiika:  t^  di  8  di  novtmhré. 


SO  a  gnerreggiare  la  eittà  di  Firenze.  B  lornarono 
in  Lucca  per  la  festa  di  San  Martino,  per  la  quale 
con  grande  trionfo  e  onore  il  detto  Bavaro  fece  Ca- 
straccio duca  della  città  e  distretto  di  Lucca,  e  del 
vescovado  di  Luni^  e  della  città  e  vescovado  di  Pi- 
stoia e  di  Volterra;  e  mutò  arme  a  Castruccio,  la- 
sciando la  sua  propria  della  casa  degrinterminelli 
col  cane  di  sopra,  e  fecelo  armare  a  cavallo  coverta- 
lo, e  bandiere  a  modo  di  duca,  col  campo  ad  oro, 
e  al  traverso  una  banda  a  scacchi  pendenti  azzurri 
e  argento,  siccome  1'  arme  propria  al  tutto,  co'  detti 
scacchi  del  ducato  di  Baviera.  E  fatta  la  detta  fe- 
sta, sì  tornarono  in  Pisa  a  di  18  di  novembre.  E 
in  quello  brieve  tempo  che  1'  avea  presa,  trasse  il 
Bavaro  della  città  di  Pisa  e  del  contado,  che  di  lib- 
bre e  che  d' imposte,  centocinquantamila  fiorini  d' o- 
ro,  e  de'  cherici  di  quella  diocesia  ventimila  fiorini 
d' oro,  con  grande  dolore  e  torzione  de*  Pisani,  sen- 
za quelli  ch'ebbe  da  Castraccio  quando  il  fece  du- 
ca, che  si  dice  che  furono  cinquantamila  fiorini  d'o- 
ro. Lasceremo  alquanto  del  processo  del  detto  Ba- 
varo, ehe  si  riposa  in  Pisa  e  in  Lucca,  e  renna  da- 
nari per  fornire  suo  viaggio  a  Roma;  e  faremo  in- 
cidenza d*  altre  cose  che  furono  in  Firenze  e  in  altre 
parti  del  mondo  in  questi  tempi,  toraando  poi  a 
-nostra  materia  per  seguire  il  corso  e  andamento  del 
detto  Bavaro. 

CAPITOLO  xxxvm. 

Come  U  re  di  Sco%ia  corse  in  Inghilterra, 

Nel  detto  anno  1327,  del  mese  d'agosto  il  re 
di  Scozia  con  più  di  quarantamila  Incotti  passò  in 
fra  r  Inghilterra  per  guastare  il  paese  più  giornate, 
il  giovane  Adoardo,  terzo  re  d' Inghilterra,  con  latta 
sua  cavalleria  e  forza  di  gente  a  pie  gli  andò  io- 
contro,  e  rinchiuse  tutti  i  detti  Scotti  in  uno  parco 
del  vescovo  di  Duren,  e  tutti  gli  avrebbe  in  quello 
morti  0  presi,  se  non  fosse  la  viltà  e  tradimento 
de*  suoi  Inghilesi,  che  non  faceano  la  guardia  come 
si  convenia,  onde  i  detti  Scotti  di  notte  si  partirono, 
e  tutti  n'andarono  sani  e  salvi  senza  battaglia  o  caccia 
ninna.  - 

CAPITOLO  XXXDL 

Come  il  popolo  della  città  cT  Imola  fu  sconfitto 
dalla  gente  della  Chiesa. 

Nel  detto  anno,  a  di  8  di  settembre,  mosser 
Ricciardo  dei  Manfredi  di  Faenza  con  gente  a  ca- 
vallo, di  quegli  del  legato  cardinale  eh'  era  a  Bolo- 
gna, essendo  venuti  nella  città  d' Imola,  perchè  que- 
gli della  terra,  per  trattato  fatto  con  Alberghettino  ano 
fratello  che  avea  rubellata  Faenza,  ed  egli  con  sua 
gente  cavalcarono  per  avere  Imola  ;  il  popolo  d*  I- 
mola  si  levò  a  romore  per  cacciarae  il  detto  measer 
Ricciardo  e  la  gente  della  Chiesa,  onde  si  cominciò 
la  battaglia  in  su  la  piazza  d' Imola  ;  e  per  forza 
d' arme  il  detto  messer  Ricciardo  con  gli  Alidogi  e 
loro  fedeli,  e  colla  detta  cavallerìa  della  Chiesa,  ch'e- 


9U 


CROMCUB 


rane  da  cinquecento  cavalieri^  nconfttaono  e  ruppo- 
no  il  popolo  d'Imola,  e  occìsoddc  pìb  di  quattro- 
cento, che  non  v*ebbe  buona  casa  che  nomo  non 
vi  rimanesse  morto  ;  e  poi  corsone  la  terra  e  ru- 
barla tutta,  onde  la  piccola  città  dMmola  quasi  ri- 
mase distrutta  di  buona  gente,  e  desolata  di  preda. 

CAPITOLO  XL. 

Come  in  Firmne  fu  arso  maestro  Cecco   d^  Ascoli 
astrologo^  per  cagione  di  resta. 

Nel  detto  anno,  a  di  16  di  settembre,  fu  arso 
in  Firenze  per  lo  'nquisitore  de'  paterini  uno  mae-  j 
atro  Cecco  d' Ascoli,  il  quale  era  stato  astrolago  del 
duca,  e  avea  dette  e  rivelate  per  la  scienza  d'astro- 
nomia, ovvero  di  nigromanzia,  molte  cose  future, 
le  quali  si  trovarono  poi  vere,  degli  andamenti  del 
Bavero  e  de'  fatti  di  Castruccio  e  di  quegli  del  duca. 
La  cagione  perchè  fu  arso  si  fu,  perchè  essendo  in 
Bologna,  fece  uno  trattato  sopra  la  spera,  mettendo 
che  nelle  spere  di  sopra  erano  generazioni  di  spi- 
riti maligni,  i  quali  si  poteano  costrignere  per  in- 
cantamenti sotto  certe  costellazioni  a  poter  fare  molte 
meravigliose  cose,  mettendo  ancora  in  quello  trat- 
tato necessiti  alle  influenze  del  corso,  del  cielo,  e  di- 
cendo, come  Cristo  venne  in  terra  accordandosi  il  volé- 
re di  Dio  colla  necessiti  del  corso  di  storlomia,  e  do- 
vea  per  la  sua  natività  essere  e  vivere  co'  suoi  di- 
scepoli come  poltrone,  e  morire  della  morte  ch'egli 
morfo  -,  e  come  Anticristo  dovea  venire  per  corso  di 
pianete  in  abito  ricco  e  potente  -,  e  più  altre  cose  vane 
e  centra  fede.  U  quale  suo  libello  in  Bologna  ripro- 
vato,e  ammonito  per  lo  'nqnisitore  che  non  lo  usas- 
se, gli  fu  opposto  che  l' usava  in  Firenze  ;  la  qual 
cosa  si  dice  che  mai  non  confessò,  ma  oontradisse 
alla  sua  sentenzia,  ohe  poi  che  ne  fu  ammonito  in 
Bologna,  mai  non  lo  usò  ;  ma  che  il  cancelliere  del 
duca  ch'era  frate  minore  vescovo  d'A versa,  paren- 
dogli abominevole  a  tenerlo  il  duca  in  sua  corte,  il 
fece  prendere.  Ma  con  tutto  che  fosse  grande  astro- 
lago,  era  uomo  vano  e  di  mondana  vita,  ed  erasi 
steso  per  audacia  di  quella  sua  scienza  in  cose  proibite 
e  non  vere,  perocché  le  'nfluenze  delle  stelle  non 
costringono  necessità,  nò  possono  essere  contra  il 
libero  arbitrio  dell'animo  dell'uomo,  né  maggior- 
mente alla  prescienzia  di  Dio,  che  tutto  guida,  go- 
verna e  dispone  alla  sua  volontà. 

CAPITOLO  XLL 

DeUa  morte  del  gran  medico  maestro  Dino 

di  Forense. 

Nel  detto  tempo,  a  dì  80  di  settembre,  mori 
in  Firenze  maestro  Dino  del  Garbo  grandissimo  dot- 
tore in  fisica  e  in  più  scienze  naturali  e  filosofiche, 
il  quale  al  suo  tempo  fu  il  migliore  e  sovrano  me- 
dico che  fosse  in  Italia,  e  più  nobili  libri  fece  a  ri- 
chiesta e  intitolati  per  lo  re  Ruberto.  E  questo  mae- 
stro Dino  fu  grande  cagione  della  morte  del  soprad- 
detto maestro  Cecco,  riprovando  per  falso  il  detto 
suo  libello,  il  quale  avea  letto  in  Bologna,  e  molti 
dissono  che  'I  fece  per  invidia. 


CAPITOLO  XLII. 

Come  messer  Cane  della  Scala  ricomincid  guerra 

a*  Padovani, 

Nel  detto  tempo,  messer  Cane  della  Scala  si- 
gnore di  Verona  ricominciò  guerra  a*  Padovani  col 
figliuolo  di  messer  Ricciardo  da  Cammino  di  Trevi- 
gi,  e  presono  il  castello  d'Bsti  che  teneano  i  Pa- 
dovaoi,  e  grande  danno  feciono  col  loro  oste  in- 
torno a  Padova;  per  la  qual  cosa  i  Padovani  man- 
darono per  aiuto  al  duca  di  Chiarentana,  alla  cui  si- 
gnoria a'  erano  dati,  il  quale  mandò  in  loro  aiuto 
mille  cavalieri  tedeschi,  per  la  qual  cosa  messer  Ca- 
ne si  levò  da  oste  e  tomossi  a  Verona. 

CAPITOLO  XLnL 
Come  i  conti  da  Santa  Fiore  riebbono  Magliano. 

Nel  detto  anno  1327,  i  Pancecchieschi  di  Ma- 
remma, eh'  aveano  in  guardia  il  castello  di  Magliano 
per  lo  duca  di  Cilavra,  per  paura  del  maliscaloo  del 
Bavero,  che  cavalcò  con  grossa  gente  da  Pisa  in  Ma- 
remma per  andare  verso  Roma,  temendo  che  i  conti 
da  Santafiore  con  quella  gente  non  gli  assediasse,  mi- 
sono  fuoco  nel  detto  castello,  e  vilmente  se  n'  usci- 
rono fuori,  e  abbandonarono,  e'  conti  il  si  rìpresono 
e  racconciarono  ;  e'  loro  mallevadori  furono  presi  in 
Firenze  per  lo  duca,  e  messi  in  pregione  nelle  stinche. 

CAPITOLO  XLIV. 
Come  la  gente  della  Chiesa  osteggiarono  Faenus^ 

Nel  detto  tempo,  la  gente  della  Chiesa  eh*  em 
col  legato  di  Bologna,  cavalcarono  con  messer  Ric- 
ciardo Manfredi  sopra  la  città  di  Faenza  per  racqui- 
etarla, la  quale  avea  rubellata  Alberghettino  suo  fra- 
tello, e  guastarla  intomo  con  grandissimo  danno  del- 
la contrada,  ma  però  non  potè  avere  la  terra. 

CAPITOLO  XLV. 
Quando  morì  U  re  Giamo  d^  Araona, 

Nel  detto  anno,  del  mese  d'  ottobre,  morì  lo  re 
Giamo  d*  Araona  di  suo  male,  e  fu  seppellito  in  Bar^ 
zellona  ;  e  lo  'nfante  Alfonso  suo  figliuolo,  il  quale  con- 
quistò la  Sardigna,  ne  fu  fatto  e  coronato  re  d' Arno* 
na  e  di  Sardigna.  II  detto  re  Giamo  (a  savio  e  va- 
loroso signore  e  di  grandi  opere  e  imprese,  come  per 
addietro  la  nostra  cronica  in  più  parti  fa  menzione. 

CAPITOLO  XLVI. 

Come  il  Bavaro  diede  a  Castruccio  pie  casteUa 

de*  PisanL 

Nel  detto  anno,  a  dì  3  di  dicembre,  i  Pisani  per 
comandamento  del  Bavero  renderono  a  Castruecio  det- 
to duca  di  Lucca,  per  guiderdone  del  suo  servigio. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


Zì$ 


il  castello  di  Serretsano  e  di  Rotina  in  Verailia,  e 
Montecalvoll  o  Pietracafia,  onde  i  Pisani  si  tennono 
forte  gravati. 

CAPITOLO  XLVn. 

Come  a  duca  fece  cacciare  uno  popolano  di  Firen»e^ 
perchè  aringa  contro  a  lui. 

Nel  detto  anno,  a  dì  7  di  dicembre,  uno  po- 
polano di  Firenze  chiamato  Gianni  Alfani,  per  cagio- 
ne che  in  nno  consiglio  di  dare  alato  al  re  Ruberto 
a  richiesta  de*  saoi  ambasciadori  il  detto  Gianni  con- 
tredisse,  il  fece  il  duca  condannare  nelPavere  e  per- 
sona e  guastare  i  suoi  beni  ;  e  con  tutto  che  *l  detto 
Gianni  fosse  per  sue  ree  opere  degno  di  quello,  e 
peggio,  sì  spiacque  a  tutti  i  popolani  di  Firenze  per 
esemplo  di  loro,  e  perocch'  egli  avea  pure  detto  be- 
ne per  lo  comune,  e  ragionevolemente  ;  ma  diaselo 
con  troppa  audacia  e  presunzione,  e  centra  il  si- 
gnore. Avemne  fatta  menzione,  non  per  lo  detto  Gian- 
ni, che  non  era  degno  di  scrivere  in  cronica,  ma  per 
.esemplo,  e  perchò  a"  Fiorentini  parve  essere  troppo 
fedeli  del  signore,  e  per  questa  cagione  recando  in 
loro  esemplo,  che  chi  a  uno  offende  a  molti  minaccia. 

CAPITOLO  XLVIIl. 
Come  il  Botaro  $i  partì  di  Pisa  per  andare  a  Roma, 

Nel  detto  anno  1327,  il  Bavero  essendo  stato 
in  Pisa,  poiché  la  vinse,  come  addietro  facemmo  men- 
zione, non  intese  a  fare  guerra  ninna  contro  i  Fio- 
rentini, né  centra  il  loro  signore  messer  lo  duca, 
ma  solamente  a  raunare  moneta  per  fornire  suo  cam- 
mino verso  Roma,  e  dair  ottobre  eh*  egli  prese  Pisa 
infino  alla  sua  partita,  trasse  da*  Pisani,  con  ventimi- 
la fiorini  d*  oro  che  impuose  al  cherìcato  di  Pisa, 
che  di  Ubbre  e  d*imposte  e  di  loro  rendite  e  gabelle, 
dagentomila  fiorini  d*oro,  con  molti  guai  de*  Pisani, 
che  alla  loro  difensione  centra  al  detto  Bavaro  non 
ardirono  impome  cinquemila.  E  ciò  fatto,  a  dì  15  di 
dicembre  nel  detto  anno,  con  sua  gente  in  numero 
di  tremila  cavalieri,  e  con  più  di  diecimila  bestie  uscì 
della  città  di  Pisa,  e  acoampossi  alla  badia  di  San- 
to Remedio  presso  a  Pisa  a  tre  miglia,  e  di  là  man- 
dò innanzi  per  la  via  di  Maremma  il  suo  malisoalco 
oo*  conti  a  Santafiore  e  con  Ugolinuccio  da  Raschio 
con  settecento  cavalieri  e  duemila  pedoni,  acciocché 
prendessono  i  passi  di  Maremma,  e  fornissono  il  cam- 
mino di  vettnaglia.  E  nel  detto  luogo  soggiornò  il 
Bavaro  sei  dì,  per  attendere  Castruccio  duca  di  Luc- 
ei, il  quale  mal  volentieri  andava  con  lui  a  Roma, 
temendo  di  lasciare  isguernita  la  città  di  Lucca  e  di 
Pistoia.  Alla  fine  non  vegnendo  il  detto  Castruccio, 
e  *1  Bavaro  avendo  lettere  e  messaggi  da*  Romani, 
che  avacoiasse  sua  andata  a  Roma  se  volesse  la  ter- 
ra, acciocché  la  parte  degli  Orsini  e  della  Chiesa  non 
ri  mettessero  prima  la  forza  e  gente  pel  re  Ruberto, 
si  partì  a  dì  21  di  dicembre,  e  fece  la  pasqua  di  Natale 
■  Castiglione  della  Pescaia  ;  e  poi  di  là  passò  il  fiume 
d' Ombrone  alla  foce  di  Grosseto  con  grande  affanno, 
perché  per  le  gravi  pioggie  il  detto  fiume  era  molto 


grosso,  enne  ponte  apposticciò  oh'aveano Tatto  Tare  il 
suo  maliscalco  coietti  Maremmani,  per  soperchio 
incarico  di  sua  gente  si  ruppe,  e  assai  di  sua  gente 
e  loro  cavalli  annegarono,  e  convenne  che  M  signore 
passasse  alla  foce  alla  marina  con  due  galee  e  più  bar- 
che, che  fece  venire  da  Piombino.  Il  quale  passaggio, 
se  *l  duca  di  Calavra  colla  sua  gente  e  co*  Sanasi 
avesse  voluto  impedire,  assai  era  loro  leggiere  e  sicuro; 
ma  poiché  *l  Bavaro  fu  in  Toscana,  il  detto  duca 
non  volle  vedere  né  lui  né  sua  gente,  o  per  viltà  di 
cuore,  0  per  senno  o  comandamento  del  padre  lo  re 
Ruberto,  per  non  venire  alla  zuffa  co*  Tedeschi,  che 
1*  andavano  caendo^  E  così  passò  il  Bavaro  la  Marem- 
ma con  grande  affanno  e  con  male  tempo  e  grande 
soffratta  di  vitluaglia,  albergando  per  necessità  i  più 
della  sua  gente  a  campo  nel  cuore  del  verno.  E  po- 
chi giorni  appresso,  Castruccio  con  trecento  cavalieri 
della  miglior  gente  eh* egli  avea,  e  con  mille  baie* 
strieri  tra  Genovesi  e  Toscani,  seguì  il  Bavaro  e  giun- 
selo  a  Viterbo,  e  lasciò  in  Lucca  e  in  Pistoia  e  in  Pi- 
sa da  mille  cavalieri  per  guardia  con  buoni  capi- 
tani. Il  detto  Bavaro  faccende  la  via  di  Santafio- 
re, e  poi  da  Cornato  e  da  Toscanella,  giunse 
nella  città  di  Viterbo  a  dì  2  del  mese  di  gennaio  del 
detto  anno  ;  nella  quale  fu  ricevuto  a  grande  onore, 
siccome  loro  signore,  perocché  Viterbo  si  tenea.a 
parte  d*  imperio,  ed  erane  signore  e  tiranno  di  quel- 
la nno  eh*  avea  nome  Silvestro  de' Gatti  loro  citta- 
dino. Lasceremo  alquanto  gli  andamenti  del  Bavaro, 
e  torneremo  a  ciò  ohe  fece  il  duca  di  Calavra. 

CAPITOLO  XLIX. 

Come  il  duca  di  Calavra  si  partì  della  città  di  Fi-' 
ren%e^  e  andonne  nel  Regno  per  contrariare 

al  Bavaro. 

Sentendo  il  duca  di  Calavra  ch*era  in  Firenze  la 
partita  del  Bavaro  dalla  città  di  Pisa,  e  come  già  era 
entrato  in  Maremma,  a  dì  24  di  dicembre  nel  det- 
to anno  fece  uno  grande  parlamento  in  sul  palagio 
del  comune  ove  abitava,  ove  furono  i  priori  e*  gon- 
falonieri e*  capitani  della  parte  guelfa,  e  tutti  i  col- 
legi degli  uficiali  di  Firenze,  e  gran  parte  della  buona 
gente  della  cittade,  grandi  e  popolani  \  e  quivi  per  li 
suoi  savi  solennemente  e  con  belle  dicerie  annun- 
ziò la  sua  partita,  la  quale  a  lui  era  di  necessità  per 
guardare  il  suo  regno  e  per  contrastare  le  fbrze  del 
Bavaro,  confortando  i  Fiorentini  che  Timanessono  in 
costanza  e  fedeli  e  con  buono  animo  a  parte  di  Santa 
Chiesa  e  al  padre  e  a  lui,  e  che  egli  lasciava  loro 
capitano  e  suo  luogotenente  messer  Filippo  di  San- 
gineto,  figlinolo  del  conte  di  Catanzaro  di  Calavra, 
e  per  suo  consiglio  messer  Giovanni  di  Giovannazzo 
e  messer  Giovanni  da  Civita  di  Tieti,  grandi  savi  in 
ragione  e  iu  pratica,  e  gente  d*  arme  da  mille  cavalieri, 
pagandoli  dugentomila  fiorini  d*  oro  Panno,  com^  egli 
ci  fosse,  per  soldo  de*  detti  cavalieri,  promettendo 
che  quando  bisognasse  egli  in  persona  o  altri  di  suo 
lignaggio  verrebbe  con  tutte  sue  forze  all'  aiuto  e 


cercando,  sola  voce  di  qaesto  verbo  antiquato. 


su 


CRORICUB 


difensione  di  Firensò.  A  dò  che  fa  proposlo  e  deU 
lo  per  gli  savi  deldaoa,  sayiimente  e  con  belle  arìn- 
gherie  fornite  di  moUe  aotoritadi  fu  faUa  la  rìapo- 
•la  per  gli  Fiorentini  per  certi  loro  savi,  moatran- 
do  doglia  e  peaanza  di  ana  partita,  perocché  con 
tutto  non  fosse  stato  viro  signore  né  guerriere,  co- 
no molti  Fiorentini  arrebbono  voluto,  e  come  pò- 
tea  colle  sue  forse,  si  fu  pure  dolce  signore  e  di 
buono  aiere'  a' cittadini,  e  nella  sua  sUnta  addirix- 
zò  molto  il  male  stato  di  Firente,  e  spense  le  sette 
ch^  erano  tra^  cittadini,  e  con  tutto  che  coatuse  gros- 
samente la  sua  stanza  in  Firenze,  che  di  vero  si  tro- 
varono spesi  per  lo  comune,  in  diciannove  mesi  che 
il  detto  duca  fu  in  Firenze,  colla  moneta  ch*egli  avea 
de' gaggi,  più  di  novecento  migliaia  di  fiorini  d*  oro  *, 
e  io  il  posso  testimoniare  con  verità,  che  per  lo  co- 
mune fui  a  farne  ragione,  con  tutto  che  i  cittadini 
e  tutti  artefici  guadagnarono  assai  da  lui  e  da  sua 
gente.  E  dilibero  il  detto  parlamento,  il  dì  appreaso 
del  Piatale  fece  il  duca  grande  corredo,  e  die  man- 
giare a  molti  buoni  cittadini,  e  gran  corte  di  donne, 
e  con  grande  festa  e  danze  e  allegrezza;  e  poi  il 
lunedi  vegnente  dopo  terza,  dì  28  di  dicembre,  si 
partì  il  detto  duca  di  Firenze  colla  donna  sua,  e  con 
tuttM  suoi  baroni,  e  con  ben  mille  cinquecento  cava- 
lieri della  migliore  gente  eh*  avesse,  e  seguì  suo  cam- 
mino soggiornando  in  Siena  e  in  Perugia  e  a  Kieti; 
e  a  dì  16  di  gennaio  anno  detto  giunse  air  Aquila,  e 
là  si  fermò  con  sua  gente.  Lasceremo  alquanto  del 
Bavero  e  del  duca  faccende  incidenza,  per  dire  d' al- 
tre novità  infra  'I  detto  tempo. 

CAPITOLO  L. 

Come  il  borgo  a  San  Donnino  n'arrendè  alla  Chiesa, 

Nel  detto  anno  1327,  del  mese  di  dicembre, 
il  borgo  di  San  Donnino  in  Lombardia,  che  tanto  a- 
vea  fatto  di  guerra  e  di  danno  alla  parte  della  Chie- 
sa, partitane  la  cavalleria  di  Milano  per  V  altre  guer- 
re cominciate  per  la  venuta  del  Bavero  in  Toscana, 
per  certo  trattato  tra*  terrazzani  s' arrandeo  a'  figli- 
uoli di  messer  Ghiberto  da  Correggio  di  Parma,  per 
lo  legato  del  papa  oh*  era  in  Lombardia,  e  costò  da- 
nari usai  al  detto  legato. 

CAPITOLO  LL 

Come  fu  fatto  accordo  irà"  Perugini  e  té  Città  di 

Castello. 

Nel  detto  anno  e  mese,  si  fece  accordo  da'  Pe- 
ragini  alla  Città  di  Castello,  rimagnendo  la  signoria 
di  Castello  a*TarlaU  d'Arezzo  e  a' figliuoli  di  Tano 
degli  Ubaldini  che  n'  erano  signori,  e  alla  parte  ghi- 
bellina, rimettendo  nella  città  certi  usciti  guelfi  e  par- 
te rimanendo  a'  confini,  riavendo  il  frutto  di  loro  pos- 
aesaioai,  e  prendendo  podestà  e  capitano  di  Peru- 
gia di  parte  ghibellina  a  loro  volontà.  B  ciò  feciono 
i  Perugini  perch'  erano  molto  affannati  della  detta  guer- 
ra, e  per  la  venuta  del  Bavero  male  potuti  alare  da* 
Fiorentini  e  dagli  altri  Toscani, 


I  di  buon  «ara,  aria,  aspetto:  afiJ)Qa  ad  umano. 


CAPITOLO  UL 
CowM  il  papa  fece  dieci  cardinali. 

Nel  detto  anno,  a  di  18  di  dicembre,  per  lo 
digiune  quattro  tempora,  papa  Giovanni  per  rifor- 
mare e  rafforzare  lo  stato  suo  e  della  Chiesa  per  la 
venuta  del  Bavero,  e  per  la  nimistà  che  la  Chiesa 
avea  preaa  con  lui,  appo  Avignone  in  Proenza  fece 
dieci  cardinali,  i  nomi  de' quali  furono  questi:  mea- 
ser  r  arcivescovo  di  Tolosa,  che  V  arciveaoovo  di  Na- 
poli, che  messer  Annibaldo  di  quegli  di  Ceccano  in 
Campagna,  lo  veacovo  di  Siponto,  cipò  fra  Matteo 
degli  Oraini  di  Campo  di  Fiore,  lo  vescovo  d' Abzur- 
ro  eh'  ò  di  Francia,  lo  vescovo  di  Ciarterì  anche 
francesco,  lo  vescovo  di  Cartaina  di  Spagna,  lo  ve- 
scovo di  Mirapesce  di  Tolosana,  e  il  vescovo  di  S. 
Paolo  anche  di  Tolosana,  messer  Giovanni  figliuolo 
di  meaaer  Stefano  della  Colonna  di  Roma,  messer 
Imberto  di  Ponzo  di  Caoraa  parente  del  detto  papa. 

CAPITOLO  LIO. 

Di  certe  novità  che  il  legato  del  papa  fece 

in  Ftrena^. 

Nel  detto  anno,  il  dì  appreaso  V  Epifania,  per 
mandato  del  cardinale  degli  Orsini  legato  in  Toaoana, 
il  quale  era  in  Terra  di  Roma,  in  Firenze  ai  celebrò 
tre  dì  comune  processione  per  tutti  i  religiosi  e  seco- 
lari maschi  e  femmine  che  la  vollono  aeguire,  pre- 
gando Iddio  che  desse  il  suo  aiuto  a  Santa  Chiesa 
alla  difensione  del  Bavero,  e  lui  recasse  all' obbe- 
dienza della  Chiesa,  e  pace:  e  però  diede  grandi  in- 
dulgenze e  perdoni  E  in  queato  tempo  il  papa  die- 
de al  detto  legato  per  aua  mensa  la  rendita  della  Ba* 
dia  di  Firenze,  eh'  era  morto  l'abate,  e  vacava,  il 
quale  la  prese,  e  poi  non  vi  fu  abate  ;  e  per  gli  mo- 
naci ch'erano  dieci,  con  ogni  fornimento  di  cappel- 
lani e  della  Chiesa,  lasciò  fiorini  cinquecento  d*  oro 
air  anno  ;  e  fu  grande  ragione,  che  la  Badia  avea  di 
rendita  presso  a  duemila  fiorini  d' oro  ed  ispendeansi 
fra  dieci  monaci  e  uno  abate, 

CAPITOLO  LIV. 

Come  il  Bataro  si  parA  di  Viterbo  e  andonna 

a  Roma. 

Nel  detto  anno  1327,  essendo  il  Bavero  giunto 
in  Viterbo,  in  Roma  nacque  grande  quistione  Ira  1 
popolo,  e  spezialmente  tra  cioqoantadue  buoni  uomini, 
chiamati  quattro  per  rione  alla  guardia  del  popolo  ro- 
mano, che  parte  di  loro  voleano  liberamente  la  venuta 
del  Bavero  siccome  loro  signore,  e  parte  di  loro  paren- 
do msl  fare  e  contra  Santa  Chiesa,  e  parte  voleano 
patteggiare  con  lui  anzi  che  si  ricevesse  in  Roma; 
e  a  questo  terzo  coniiglio  s'appresono  nel  paleae 
per  conteutare  il  popolo,  e  mandargli  solenni  amba- 
aciadori  a  ciò  trattare.  Ma  Sciarra  della  Colonna  o 
Iacopo  Savelli,  eh'  erano  capitani  del  popolo ,  ool- 
I l'aiuto  di  Tibaldo  di  quegli  di  Santo  Stazio,  grandi 


DI  GIOVANNI  VIUANL 


817 


e  poMenti  Romani,  i  quali  tre  caporali  erano  slati 
cagione  della  rivoluiione  di  Roma,  e  cacciali  n^  avea- 
DO  gli  Orsini  e  messere  Stefano  della  Colonna,  e'  fi- 
gliuoli, tutto  fosse  fratello  carnale  dei  detto  Sciarra, 
perocch"*  era  cavaliere  del  re  Ruberto  e  teneasi  a  sua 
parte;  per  la  qual  cosa  tulli  gli  amici  del  re  Ru- 
berto per  tema  si  partirono  di  Roma  e  tolto  fu  a- 
gli  Orsini  Castel  Sant"  Angelo,  e  tutte  le  forze  di 
Roma  a  loro  e  a^'loro  seguaci,  sotto  la  forza  e  guar- 
dia del  popolo:  i  sopraddetti  tre  capitani  del  popolo 
tempre  nel  segreto,  dissimulando  il  popolo,  ordioa- 
Ttno  e  trattavano  la  venuta  del  Ravaro  e  di  farlo 
re  de^  Romani,  per  animo  di  parte  ghibellina,  e  per 
molta  moneta  ch^  ebbono  da  Castruccio  duca  di  Luc- 
ca, e  dalla  parte  ghibellina  di  Toscana  e  di  Lombar- 
dia. Incontanente  mandarono  segreti  messi  e  lettere 
a  Viterbo  al  Ravaro,  che  lasdasse  ogni  dimoranza, 
a  veabse  a  Roma,  e  non  guardasse  a  mandato  o  detto 
degli  ambasciadorì  del  popolo  di  Roma.  I  quali  am- 
basciadori  giunti  a  Viterbo,  ed  isposta  solennemente 
la  loro  ambasciata  colle  condizioni  e  patti  loro  im- 
posti per  lo  popolo  di  Boma,  commise  il  Ravaro  la 
risposta  deir  ambasciata  a  Caslruccio  signore  di  Luc- 
ca, il  quale,  eom*  era  per  lo  segreto  ordinato,  fece 
tonare  trombe  e  Irombetle,  e  mandò  bando  eh'  ogni 
«omo  cavalcasse  verso  Roma  ;  e  questa^  disse  agli 
ambaaciadori  di  Roma,  è  la  risposta  del  signore  tm- 
peradore,  l  detti  ambasciadorì  cortesemente  ritenne, 
e  fece  ordinare  e  mandò  scorridori  innanzi  prenden- 
do ogni  passo,  acciocché  ogni  messaggio  o  persona 
eh^  andasse  verso  Roma  fosse  arrestato  e  ritenuto.  E 
cosi  si  partì  il  detto  Bavero  con  sua  gente  della  città 
di  Viterbo  marte(U  a  di  5  di  gennaio,  e  giunse  in 
Roma  il  giovedì  vegnente,  di  7  di  gennaio  1327, 
neU^ora  di  nona,  e  con  sua  compagnia  bene  qnat- 
Iromiia  cavalieri,  sanza  contrasto  ninno,  com'era  or- 
dinalo per  gli  detti  capitani,  e  da'  Romani  fu  ricevuto 
graziosamente  ed  ismontò  ne*  palazzi  di  Santo  Pietro, 
e  là  dimorò  quattro  giorni  ;  poi  passò  il  fiume  del 
Tevero  per  venire  ad  abitare  a  Santa  Maria  maggio- 
re ;  e  il  lunedì  vegnente  salì  in  Campidoglio,  e  fece 
000  grande  parlamento,  ove  fu  tntto  il  popolo  di 
Roma,  eh'  amava  la  sua  signoria,  e  degli  altri  ;  e  in 
quello  il  vescovo  d'Ellera  dell' ordine  degli  Agostini 
disse  la  parola  per  lui  con  belle  autoritadi,  ringra- 
ziando il  popolo  di  Roma  dell'  onore  che  gli  aveano 
Catto,  dicendo  e  promettendo,  com*  egli  avea  inten- 
lione  di  mantenerli  e  innalzarli,  e  di  mettere  il  po- 
polo di  Roma  in  ogni  buono  atato,  onde  a'  Romani 
piacque  molto,  gridando  :  Viva  etva  t7  nostro  signore 
erede*  Romani,  E  nel  detto  parlamento  a'ordinò  la  ana 
coronazione  la  domenica  vegnente,  e  nel  detto  par- 
laoiento  il  popolo  di  Roma  il  feciono  senatore  e 
capitano  del  popolo  per  un  anno.  E  nota,  che  col 
detto  Ravaro  vennono  in  Roma  molti  cherici  e  prelati 
e  frati  di  tutte  le  ordini,  i  quali  erano  ribelli  e  sisma- 
tici  di  Santa  Chiesa,  e  tutta  la  sentina  degli  eretici 
de^  criatiani  per  contrario  di  papa  Giovanni;  per  la 
qual  coaa  molti  de' cattolici  cherici  e  frati  ai  parti- 
rono di  Roma,  e  fn  la  terra  e  la  santa  città  inter- 
detta, e  non  vi  si  cantava  officio  sacro  né  sonava 
campana,  ae  non  che  a'  oficiava  per  gli  suoi  cherici 


sismatici  e  scomunieatL  B  *1  detto  Bavaro  commise  a 
Sciarra  della  Colonna,  eh*  egli  costrignesse  i  catto- 
lici cherici  che  dicessono  il  divino  uficio;  ma  per 
tutto  ciò  niente  ne  vollono  fare  :  e  il  Santo  Suda- 
rio di  Cristo  fu  nascoso  per  uno  calonaco  di  San 
Piero,  che  lo  avea  in  guardia,  perchè  non  gli  parca 
degno  si  vedesse  per  gli  detti  sismatici,  onde  in  Ro- 
ma n'  ebbe  grande  turbazione. 

CAPITOLO  LV. 

Come  Lodovico  di  Baviera  si  fece  coronare  per  lo 
popolo  di  Roma  per  loro  re  e  imperadore. 

Nel  detto  anno  1327,  domenica  dì  17  genna- 
io, Lodovico  *duca  di  Raviera  eletto  re  de'  Romani 
fu  coronato  a  Santo  Pietro  di  Roma  con  grandissimo 
onore  e  trionfo,  come  diremo  appresso;  cioè  ch'egli  e  la 
moglie  con  tutta  aua  gente  armata  si  partirono  la  mat- 
tina di  Santa  Maria  Alaggiore,  ove  allora  abitava  ve- 
gnendo  a  Santo  Pietro,  armeggiandoli  innanzi  quattro 
Komani  per  rione  con  bandiere,  coverti  di  zendado 
i  loro  cavalli,  e  molta  altra  gente  forestiera,  essendo 
le  vie  tutte  spazzate  e  piene  di  mortella  e  d'alloro, 
e  di  sopra  a  ciascuna  casa  tese  o  parate  le  più 
belle  gioie  e  drappi  e  ornamenti  eh'  avessono  in 
<rasa.  Il  modo  come  fu  coronato,  e  chi  'I  coronò,  fu- 
rono gli  infraacritti  :  Sciarra  della  Colonna,  ch'era 
stato  capitano  di  popolo,  Ruccio  di  Proresso  \  e  Or- 
sino degli  Orsini  stati  sanatori,  e  Pietro  di  Monte- 
nero  cavaliere  di  Roma,  tutti  vestiti  a  drappi  ad  oro; 
e  co' detti  a  coronarlo  ai  furono  de' cinquantadue  del 
popolo,  e  '1  prefetto  di  Roma  sempre  andandogli 
innanzi  come  dice  il  titolo  suo,  ed  era  addestrato 
da' sopraddetti  quattro  capitani,  sanatori  e  cavalieri, 
e  da  Giacopo  Savelli,  e  Tibaldo  di  Santo  Stazio,  e 
molti  altri  baroni  di  Roma;  e  tutt'ora  si  facea  an- 
dare innanzi  uno  giudice  di  legge,  il  quale  avea  pw 
istratto  r  ordine  dello  'mperio.  E  col  detto  ordine 
si  guidò  alla  sua  coronazione.  E  non  trovando  ninno 
difetto,  fuori  la  benedizione  e  conflrmazione  del  papa, 
che  non  v'era,  e  del  conte  del  palazzo  di  Laterano, 
il  quale  a'  era  cessato  di  Roma,  che  accendo  l' ordine 
dello  'mperio  il  doveva  tenere  quando  prende  la  cre- 
sima all'  altare  maggiore  di  Santo  Pietro,  e  ricevere 
la  corona  quando  la  ai  trae,  ai  prowidde,  innanzi  ai 
coronasse,  di  fare  conte  dd  detto  titolo  Castruccio 
detto  duca  di  Lucca.  E  prima  con  grandissima  aol- 
lecitudine  il  fece  cavaliere  cignendoli  la  spada  colle 
aue  mani,  e  dandogli  la  collata  '  e  molti  altri  ne  fece 
poi  cavalieri  pur  taccandoli  colla  bacchetta  dell'  oro, 
e  Castruccio  ne  fece  in  sua  compagnia  sette.  E  ciò 
fatto,  si  fece  consecrare  il  detto  Ravaro  come  im- 
peradore, in  luogo  del  papa  o  de' suoi  legati  cardinali, 
a  sismatici  e  scomunicati,  al  vescovo  che  fn  di  Vi- 
negia  nipote  che  fu  del  cardinale  da  Prato,  e  al  ver 
scovo  d'Ellera;'e  per  simile  modo  fu  coronata  la 


'  La  edizione  de*  Gionti  dice  :  f2ì  Proceéào, 

*  colpo  leggerissimo  d'una  bacchetta  d'oro,  o  di  spada 

piatta  o  di  mano  tal  colio  di  ohi  veniva  (atto   cavaliere. 

Pep.  Ann.  Dee. 


816 


CRONICHE 


taa  donna  come  imperadrioe.  E  eoma  il  Bavaro  fu 
coronalo,  ai  fece  leggere  Ire  decreli  imperiali,  primo 
della  caltolica  fede,  il  aeoondo  d^  onorare  e  reverire 
i  eherici,  il  leno  di  conservare  le  ragioni  delie  vedo- 
ve e  do^  pupilli,  la  qaale  ipocrita  dissimulazione  piac- 
que mollo  a*  Romani.  E  ciò  fatto  fece  dire  la  mes- 
sa; e  compiuta  la  detta  solennitade,  si  partirono 
di  Santo  Pietro,  e  vennono  nella  piaua  di  Santa 
Maria  deirAriacelo  dov'  era  apparecchialo  il  man- 
giare ;  e  per  la  molta  e  lunga  solennità  fu  sera  in- 
nanzi che  si  mangiasse  :  e  la  notte  rimasono  a  dor- 
mire in  Campidoglio.  E  la  mattina  appresso  fece  se- 
natore e  suo  luogotenente  Castruccio  duca  di  Lucca, 
e  lasciollo  in  Campidoglio  ;  ed  egli  e  la  moglie  se 
n'  andarono  in  San  Giovanni  Laterano.  In  questo  mo- 
do fu  coronalo  a  imperadore  e  re  de*  Romani  Lo- 
dovico detto  Bavero  per  lo  popolo  di  Roma,  a 
grande  onta  e  dispetto  del  papa  e  della  Chiesa  di 
Roma,  non  guardando  ninna  reverenza  di  Santa  Chie- 
sa. E  nota  che  presunzione  fu  quella  del  dello  dan- 
nalo Bavero,  che  non  troverai  per  nulla  cronica 
antica  o  novella  ohe  nullo  imperadore  cristiano  mai 
si  facesse  coronare  se  non  al  papa  o  a  suo  legalo, 
lutto  fossono  mollo  contrari  della  Chiesa,  o  prima 
o  poi,  se  non  questo  Bavero  ;  la  qua!  oosa  fu  molto 
da  maravigliare.  Lasceremo  alquanto  di  dire  ora  più 
del  Bavero,  faccendo  alcuna  incidenza,  perocché  ri- 
mane in  Roma  per  ordinare  e  fare  maggiori  e  più 
-meravigliose  cose.  Ma  com*  egli  fu  coronalo,  senza 
•oggiomo  se  fosse  andato  colla  sua  gente  verso  il 
regno  di  Puglia,  nullo  rilegno  né  difensione  v^evea, 
con  lutto  che  il  duca  di  Calavra  fosse  alla  fironliera 
all^  Aquila  con  millecinquecento  cavalieri,  e  guernito 
Rieti  e  Cepperano,  e  ponte  Corbolo,  e  San  Germano 
di  genie  d^arme  ;  ma  il  detto  Bavero  si  trovò  in  Roma 
alla  della  sua  coronazione  più  di  cinquemila  cavalieri. 
Ira  Tedeschi,  e  Latini,  buona  genie  d*  arme  e  volon- 
terosi di  battaglia  ;  ma  cui  Iddio  vuole  male  gli  to- 
glie il  buono  consiglio,  e  cosi  avvenne  a  lui,  come 
Innanzi  nel  suo  processo  faremo  menzione. 

CAPITOLO  LYL 

Come  quelli  da  Fabbriano  furono  sconfUH  dalla 

gente  della  Chiesa, 

Nel  detto  anno  1327,  di  gennaio,  essendo 
Toste  della  Chiese  sopra  il  castello  di  Fornoli  nella 
Marca  d*  Ancona,  quegli  da  Fabbriano  ribelli  della  Chie- 
sa son  quattrocento  cavalieri  e  duemila  pedoni  per  le- 
vare il  detto  assedio  vennono  e  pnosonsi  ivi  presso 
a  un  altro  castello  che  leneano  quei  della  Chiesa. 
Tano  da  Iesi  capitano  della  gente  della  Chiesa  gli 
usali  con  sua  gente  e  miseli  in  isconfltta,  e  rimasonvi 
selle  bandiere  di  cavalieri,  e  da  centosetlanta  cavalli 
e  bene  trecento  nomini  morti  e  quattrocento  presi. 

CAPITOLO  LVII. 

Conta  de'  fatti  di  Firenze. 

Nel  detto  anno,  a  di  22  di  gennaio,  si  comin- 
ciò a  fondare  in  Firenze  la  grande  porla  della  cit- 


tede  sopra  le  mura  che  va  verso  Siena  e  verso  Ro- 
ma, presso  al  monistero  delle  donne  di  MonticeUi 
oltrarno  ;  e  in  quelli  tempi  si  dificarono  quelle  mora 
nuove  della  cittade  intorno  alla  delta  porta  verso  il 
poggio  di  Bogoli.  Domenica  notte  vegnente,  a  di  24 
di  gennaio,  s^  apprese  il  fuoco  in  Firenze  nel  sesto 
di  Borgo  presso  alla  loggia  de*  Bondelmonti,  e  ar- 
sonvi  due  case  senza  altro  danno. 

CAPITOLO  LVm. 

Come  la  citià  di  Pistoia  fu  presa  per  lo  capitello 
del  duca  e  de*  FiorenHnL 

Nel  detto  anno  1327,  alP  uscita  di  gennaio, 
essendo  messo  innanzi  segretamente  a  messere  Fi- 
lippo di  San  Gioeto,  capitano  di  guerra  per  lo  duca 
rimaso  in  Firenze,  per  uno  Baldo  Cocchi  e  Iacopo 
di  messer  Braccio  Bandini  guelfi  usciti  di  Pistoia  co- 
me potoano  avere  la  città  di  Pistoia  per  imbolio  ^  e 
forza,  se  si  volesse  assicurare,  il  detto  messer  Filip- 
po cautamente  inlese  al  trattalo,  e  segretamente  fece 
fare  nel  castello  dello  'mperadore  di  Prato  ponti  di 
legname,  e  scale  e  bolcioni  '  e  altri  dificii  da  com- 
battere torre;  e  mercoledì  aera,  di  27  di  gennaio, 
serrate  le  porte,  si  parti  il  detto  messer  Filippo  di 
Firenze  con  seicento  uomini  di  cavallo  di  sua  gente, 
e  non  menò  seco  nullo  Fiorentino,  se  non  mess^ 
Simone  di  messer  Rosso  della  Tosa,  che  ordinò  il 
trattato  col  dello  messer  Filippo.  E  anzi  a  mezza  notte 
giunsono  a  Prato,  dov*  erano  apparecchiati  i  detti 
dificii  di  legname,  e  caricandogli  in  muli  e  apporta- 
tori mandati  di  Firenze,  si  mise  in  via  menando  seeo 
duemila  fanti  a  pie  tra  Pratesi  e  soldati  de*  Fioren- 
tini che  erano  ordinati  in  Prato  ;  e  giunse  a  Pistoit 
anzi  il  giorno,  di  costa  alla  porta  di  San  Marco,  dal- 
la parte  ov*  era  il  fosso  con  meno  acqua,  e  il  luogo 
della  terra  più  solitario  e  peggio  gaardato.  I  detti 
Baldo  e  Iacopo  passero  il  fosso  su  per  lo  ghiaccio,  e 
con  iscala  salirono  in  sulle  mura  che  non  furono  di 
nulli  sentiti,  e  ivi  su  misono  le  bandiere  del  duca  e 
del  comune  di  Firenze,  e  per  simile  modo  ne  miso- 
no dentro  da  cento  fanti  ;  e  trovandoli  1*  ufficiale  che 
andava  ricercando  le  guardie,  levò  il  romore,  e  egli 
e  sua  compagnia  furono  morti  di  presente,  e  la  terra 
fu  tutta  ad  arme.  In  quello,  la  gente  di  messer  Fi- 
lippo puosono  il  ponte  sopra  il  fosso,  e  con  più 
scale  messe  alle  mura  molta  gente  vi  misono  dentro, 
e  co'  bolcioni  dentro  e  di  fuori  pertugiarono  il  maro 
in  due  parti  per  modo,  che  vi  poteano  mettere  il 
cavallo,  onde  menando  a  mano  più  ve  ne  furono 
messi  ;  e  messer  Filippo  in  persona  con  alquanti  di 
sua  gente  v*  entrò  dentro,  e  incontanente  semina- 
rono triboli  di  ferro  ^   eh"  aveano  portati,  per  b 


'  fartivamente,  di  sorpreia.  Dìoesi  anche  imboUwi  wna 
/orteMza,  per  prenderla  di  furtOf  di  BopraseàUo.] 

'  Macobina  militare,  un  po' più  piccola  dell'altra  chia- 
mata ariete^  ma  su  quel  fare,  per  abbattere  le  mura.  Fa 
così  chiamata  forte  dai  bolzoni  o  bozzoni^  che  presso  a! 
macellai  sono  certi  agnelli  castrati,  più  piccoli  dei  montoni. 

*  Ferri  a  quattro  punte  che  si  spargevano  per  lo  strade 
per  tribolare  e  indugiare  la  caralleria  nemica. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


Sto 


vie  d^onde  i  nemici  poteano  loro  venire  addosso, 
per  impedire  loro  eMoro  cavalli.  E  come  vi  furono 
ingrossati  dentro,  la  cavallerìa  e  gente  di  fuori  e  que- 
gli entrati  dentro  combatterono  la  torre  della  porta 
San  Marco,  e  misono  fuoco  nel  ponte  e  porta  del- 
r  antiporta.  La  gente  di  Castruccio  che  v"  erano  den- 
tro da  cento  cinquanta  cavalieri  e  cinquecento  pe- 
doni soldati  alla  guardia,  sansa  i  cittadini,  franca- 
mente parte  di  loro  rìmagnendo  armati  in  su  la  piaz- 
za, e  parte  ne  vennono  a  combattere  la  gente  eh*  era 
entrata  dalle  mura,  e  per  forza  gli  ripinsono  allo 
stretto  e  rottura  della  mura,  e  molti  se  ne  gittava- 
no  fuori,  se  non  fosse  la  virtù  e  sollecitudine,  del 
detto  messer  Filippo  e  di  sua  compagnia,  ch^  erano 
dentro  già  con  centocinquanta  cavalieri,  i  quali  mon- 
tando in  su' loro  cavalli  con  grande  vigore  percos- 
sono  a*  nemici,  e  per  due  riprese  gli  misono  in  rot- 
ta :  e  in  tanto  arse  V  antiporta  ;  e  per  quelli  eh*  e- 
rano  dentro  tagliata  la  porta,  e  le  guardie  della 
torre  morte  e  fuggite,  tutta  la  cavalleria  e  gente  di 
fuori  con  grande  vigore  e  grida  e  spavento  di  trom- 
be e  di  nacchere  entrarono  nella  terra.  E  ciò  sen- 
tendo la  gente  di  Castruccio,  con  due  suoi  flgliuoli 
piccoli  che  dentro  v^  erano,  Arrigo  e  Vallerano,  si 
ridussono  al  Prato  nel  castello  fatto  per  Castruccio 
chiamato  Bellaspera,  il  quale  tutto  non  fosse  com- 
piuto era  molto  maraviglioso  e  forte.  Gli  spaventati 
cittadini  uomini  e  femmine  di  Pistoia,  della  subita 
presa  non  provveduti,  e  ancora  non  era  giorno,  a 
nulla  difesa  della  città  intesone  se  non  allo  scampo 
di  loro  e  di  loro  cose,  correndo  come  {smarriti  qua 
e  là  per  la  terra.  La  cavalleria  e  gente  del  capitano, 
e*  Fiorentini  e*  Pratesi  la  maggior  parte,  si  sparsono 
per  la  terra  alla  preda  e  ruberia,  che  quasi  il  capi- 
tano e  messer  Simone  non  rimasono  con  ottanta  a 
cavallo  colle  bandiere  ducali  e  del  comune  di  Firen- 
ze, i  quali  traendo  dietro  a*  nimid  nel  Prato,  i  Te- 
deschi di  Castruccio  vigorosamente  percossono  al  ca- 
pitano e  a  sua  gente,  e  diedono  loro  molto  a  fare 
per  più  assalti  :  e  furono  in  pericolo  d*  essere  scon- 
fitti e  cacciati  i  nostri  della  terra  per  mala  condot- 
ta de*  Borgognoni  soldati,  che  si  erano  sparti  per 
la  città  alla  ruberia,  e  lasciate  le  bandiere  e  'I  capi- 
tano; ma  ischiarando  il  giorno,  la  gente  cominciò  ad 
andare  al  Prato  al  soccorso  del  capitano.  I  nimici 
veggendo  la  gente  nostra  ingrossare,  e  già  di  loro 
morti  e  presi,  si  rinchiusono  nel  castello,  e  intesono 
di  quello  per  la  porta  lucchese  co*  detti  figliuoli  di 
Castruccio  senza  ritegno  scampare,  e  fuggendo  verso 
Serravano,  e  lasciando  molti  Tarme  e^ cavalli,  e  pre- 
sine e  morti  alquanti.  Ma  se  per  lo  capitano  fosse 
stato  meglio  provveduto,  o  da*  suoi  cavalieri  meglio 
obbedito,  che  parte  di  loro  fossono  cavalcali  di  fuori 
alla  porta  lucchese,  i  figliuoli  di  Castruccio  e  tutta 
sua  gente  erano  morti  e  presi.  In  questo  modo  fu 
presa  la  città  di  Pistoia,  giovedì  a  dì  28  di  gennaio 
anni  1327,  e  tutta  fii  corsa  e  rubata  sanza  nullo 
ritegno^  e  durò  la  ruberia  più  di  dieci  dì,  rubando 
guelfi  e  ghibellini,  onde  molto  fu  ripreso  il  capitano; 
che  se  a  ciò  avesse  riparato,  e  colla  sua  gente  e 
con  cinquecento  cavalieri  della  Chiesa,  eh*  allora  e- 
rauo  in  Prato,   fosse  di  presente  cavalcato,  avrebbe 


avuto  Serravalle,  Carmignano,  Montemurlo,  e  Tizzano, 
0  alcuno  de*  detti  castelli  Ma  il  vizio  della  cupidi- 
gia guasta  ogni  buono  consiglio.  Racquetata  la  ru- 
beria, il  capitano  riformò  la  terra  per  lo  re  Ruberto 
e  per  lo  duca,  e  lasciowi  per  capitano  il  detto  mes- 
ser Simone  della  Tosa  con  dugento -cinquanta  sol- 
dati e  mille  pedoni  al  soldo  del  comune  di  Firenze, 
e  il  detto  messer  Filippo  tornò  in  Firenze,  domeni- 
ca a  dì  27  di  febbraio,  con  grande  onore  e  trionfo  fatto- 
gli per  gli  Fiorentini  d*armeggiatori  con  bandiere  e  co- 
verti di  zendadi,  e  andargli  incontro  colla  cavalleria 
e  popolani  a  pie,  ciascuna  compagnia  col  suo  gon- 
falone, e  fattogli  palio  per  mettere  sopra  capo, 
ma  ciò  non  volle  acconsentire,  ma  fecevi  mandare 
sotto  innanzi  a  lui  il  pennone  dell*  arme  del  duca, 
eh*  egli  usava  portare  sopra  capo,  che  li  fu  posto  in 
gran  senno  e  conoscenza,  e  menonne  seco  molti  pre- 
gioni  pistoiesi  e  altri,  e  uno  figliuolo  del  traditore 
messere  Filippo  Tedici  e  uno  suo  nipote  piccoli  gar- 
zoni, e  più  altri  cari  figliuoli  de*  ghibellini  di  Pi- 
stoia, e  molta  roba,  drappi,  arnesi,  e  gioielli.  Avemo 
sì  distesamente  innarrata  la  presura  della  città  di  Pi- 
stoia, perocché  per  sì  fatto  modo  e  così  forte  città 
di  mura  e  di  fossi  e  guernita  di  gente  d*arme  non 
fu  presa  in  Toscana  già  fa  grandissimo  tempo,  e 
ancora  per  la  sequela  eh*  avvenne  poi  della  detta 
presura,  come  diremo  appresso.  E  per  1*  acquisto  di 
Pistoia,  a  dì  6  di  febbraio  s*arrendè  la  Castellina  ch*è 
sopra  Puntormo,  la  quale  molta  guerra  avea  fatta 
alla  strada  che  va  a  Pisa. 

CAPITOLO  LIX. 

Come  Castruccio  ti  partì  di  Roma  dal  Baearo  sì 
tosto  come  seppe  la  pèrdita  di  Pistoia, 

Essendo  Castruedo  in  Roma  col  Bavero  in 
tanta  gloria  e  trionfo,  come  detto  avemo,  d*  esser 
fatto  cavaliere  a  tanto  onore,  e  confermato  duca,  e 
fatto  conte  di  palazzo  e  senatore  di  Roma,  e  più 
eh*  al  tutto,  era  signore  e  maestro  della  corte  del 
detto  imperadore,  e  più  era  temuto  e  ubbidito  che  *l 
Bavero,  per  leggiadria  e  grandigia  fece  una  roba 
di  sciamito  cremesì,  e  dinanzi  al  petto  con  lettere  di 
oro  che  diceano,  egli  è  quello  che  Iddio  vuole^  e  nelle 
spalle  di  dietro  simili  lettere  che  diceano,  e*  si  sarà 
quello  che  Iddio  vorrà,  E  così  egli  medesimo  pro- 
fetizzò in  se  le  future  sentenze  di  Dio.  E  stando  lui 
in  tanta  gloria,  come  piacque  a  Dio^  prima  perde  la 
città  di  Pistoia  per  lo  modo  che  detto  avemo.  Come 
la  gente  di  Castruccio  ebbono  perduta  Pistoia,  in- 
contanente per  terra  e  per«iare  mandarono  mes- 
saggi e  barchette'  armate,  sicché  per  la  via  di  mare 
Castruccio  seppe  la  novella  a  Roma  in  tre  dì.  Incon* 
tenente  Castruedo  fu  al  Bavero  e  re  de*  Romani  detto 
imperadore,  e  dolsesi  forte  della  perdita  di  Pistoia^ 
rimprocciando,  che  se  non  I*  avesse  menato  seco, 
Pistoia  non  sarebbe  perduta,  mostrando  grande  ge- 
losia della  dttà  di  Pisa,  e  di  quella  di  Lucca,  che 
non  avessono  mutazione  ;  e  incontanente  prese  con- 


I    V, 


Vo  colli  ediiiout  de*  Giunti.  II  T.  D.  ha  :  vacekeU*. 


8S0 


CRONIOHB 


gìo  da  lui,  e  partissi  di  Roma  il  primo  dì  di  feb- 
braio con  SBa  gente.  Ha  Casiruocio  lasciò  saa  gente 
in  cammino,  ed  egli  con  pochi  con  grande  solleci- 
tudine e  rischio  per  gli  passi  di  Maremma  cavalcò 
innanzi,  e  giunse  in  Pisa  con  dodici  a  cavallo  a  di 
9  di  febbraio,  iioni  1327.  E  la  sua  gente,  eh' erano 
cinquecento  cavalieri  e  mille  pedoni  a  balestra,  giun- 
sono  piii  giorni  appresso.  E  nota,  che  per  la  par- 
tita di  Castmccio  tutto  V  esordio  e  imprese  del  Ba- 
vero chiavava  ordinate  per  passare  nel  Regno,  gli 
vennono  poi  corte  e  fallite,  come  innanzi  faremo 
mensione  ;  perocché  Castmccio  era  di  grande  consi- 
glio in  guerra  e  bene  avventuroso,  ed  egli  solo  più 
temuto  dal  re  Ruberto  e  dal  duca  e  da  quegli  del 
Regno,  che  '1  Bavero  con  tutta  sua  gente.  Sicché 
per  r  acquisto  di  Pistoia  Castmccio  si  parti  di  Ro- 
ma, onde  allora  il  Bavero  prolungò  T  andare  nel  Re- 
gno, che  se  ito  vi  fosse  senza  indugio  e  col  senno 
di  Castmccio  e  con  sua  gente,  di  certo  il  re  Ru- 
berto era  in  perìcolo  di  potersi  difendere,  perchè 
male  s^  era  ancora  provveduto  alla  difesa.  Come  Ca- 
stmccio fu  in  Pisa,  al  tutto  prese  la  signorìa  della 
terra,  e  recò  a  se  tutte  T  entrate  e  le  gabelle  de*Pi- 
sani  ;  e  oltre  a  ciò  gli  gravò  di  più  incarìchi  di  mo- 
neta. E  poco  appresso  per  alcun  trattato  credette 
avere  Montetopoli  per  imbotto,  e  oavalcovvi  con  sua 
gente  una  notte,  e  di  sua  gente  per  condotta  del 
traditore  entrarono  inflno  a  V  antiporta.  La  mattina 
per  tempo  quegli  della  terra,  e'  soldi  ti  a  cavallo  e 
a  pie  che  v'  erano  per  lo  comune  di  Firenze,  senti- 
rono il  tradimento,  e  vigorosamente  difesono  la  por- 
ta, e  nccisono  il  traditore,  e  coloro  cui  egli  uvea 
già  condotti  dentro.  Per  la  quel  cosa  si  tornò  Ca- 
stmccio a  Pisa.  E  poi  in  calen  di  marzo  fece  fare 
una  grande  cavalcata  nel  piano  di  Pistoia^  ed  egli 
medesimo  venne  a  provvedere  Pistoia,  come  quegli 
che  tutto  suo  animo  era  disposto  in  racquistarla  ;  e 
fece  fornire  Montemurlo,  e  toraossi  in  Lucca  sanza 
contrasto  niuno  da'Fiorentini  o  dal  capitano  del  du- 
ca. Lasceremo  alquanto  da'*  processi  di  Castmccio, 
e  diremo  d*  altre  coseislrane  ch*awennono  neMetti 
tempi. 

CAPITOLO  LX. 

Come  e  quando  moti  Carlo  re  di  Francia. 

Nel  detto  anno  1327,  il  dì  di  calen  di  febbra- 
io, morì  Carlo  re  di  Francia  di  sua  malattia,  e  con 
gli  altri  re  fu  soppellito  a  San  Denis  a  grande  ono- 
re. Questi  non  lasciò  nullo  figliuolo,  ma  la  reina  sua 
moglie,  la  quale,  come  addietro  facemmo  menzione, 
era  sua  cugina  caraale^mase  grossa,  e  fu  fatto  go- 
vernatore del  reame  messer  Filippo  di  Valois,  suo  cu- 
gino, e  figliuolo  che  fu  di  messer  Carlo  di  Yalois. 
Al  detto  termine  la  detta  reina  fece  una  figliuola  fem- 
mina, sicché  della  signorìa  del  reame  fu  fuorì  e  di 
quistione,  e  il  detto  messer  Filippo  ne  fu  re,  come 
innanzi  faremo  menzione.  Questo  re  Carlo  fu  di  pic- 
cola bontà,  e  al  suo  tempo  non  fece  cosa  notabile, 
e  in  lui  finì  Terìtaggio  del  reame  del  suo  padre  il 
re  Filippo,  e  de*  suoi  fratelli,  che  con  lui  furono  quat- 
tro re:  Luis  e  Giovanni  suo  piccolo  figliuolo  nato  della 


reina  Gemenu  poi  che  morì  il  padre,  che  non  vivette 
che  venti  dì,  ma  pur  fu  nel  numero  de* re;  e  morto 
il  detto  fanciullo  succedette  e  fu  re  il  zio,  ciò  fu  il 
re  Filippo,  e  poi  il  detto  Cario,  e  di  niuno  rìmase 
reda  maschio;  ciò  avvenne  loro  la  sentenzia,  che  *1 
vescovo  d' Ansiona  profetizzò  loro,  come  dicemmo 
addietro  nel  capitolo  della  presura  e  morte  di  papa 
Bonifazio,  come  per  lo  detto  peccato  commesso  per 
lo  re  Filippo  loro  padre  egli  e*  suoi  figlinoti  avreb- 
bono  gran  vergogna  e  abbassamento  di  loro  stato,  e 
in  loro  fallirebbe  la  signoria  del  reame.  E  così  av- 
venne, che  come  addietro  facemmo  menzione,  viven- 
do il  detto  re  Filippo  padre»  le  donne  de*  suoi  detti 
tre  figliuoli  furono  trovate  in  avolterìo  con  grande 
vergogna  della  casa  reale,  e  in  loro  fallì  la  signorìa 
del  reame,  che  di  nullo  di  loro  rìmase  reda  maschio. 
E  però  é  da  guardare  d'offendere  chi  è  in  luogo- 
tenente di  Cristo,  né  a  Santa  Chiesa  a  diritto  né  a 
torto,  che  con  tutto  eh*  e*  suoi  pastorì  per  loro  di-^ 
fetti  non  sieno  degni,  f  offesa  a  loro  fatta  è  dell^on- 
nipotente  Iddio. 

CAPITOLO  LXL 

Come  in  tutta  Italia  fu  corruzione  di  febbre. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  febbraio,  fu  per  tutta 
Italia  una  generale  cormzione  di  febbre  mossa  per 
freddo,  onde  i  più  delle  genti  oe  sentirono,  ma  po-> 
chi  ife  morirono.  Dissono  gli  astrolaghi  naturali, 
che  di  ciò  fu  cagione  T  avversione  di  Harte  e  di 
Saturno. 

CAPITOLO  LXIL 

Come  il  conte  Guglielmo  Spadalunga  prese  Romena 

e  poi  la  lasciò* 

Nel  detto  anno,  a  di  26  di  febbraio,  -Gugliel- 
mo Spadalunga,  de*  conti  Guidi  ghibellini,  coir  aiuto 
di  trecento  cavalierì  tedeschi  eh*  ebbe  dagli  Aretini, 
prese  il  castello  di  Romena,  salvo  la  rocca,  il  quale 
era  de*  suoi  consorti  guelfi  figliuoli  del  conte  Agfai- 
nolfo;  onde  in  Firenze  per  cagione  dell'essere  del 
Bavero  n'  ebbe  grande  gelosia  e  paura  ;  e  cavalcarvi 
le  masnade  de*  cavalierì,  e  gli  altrì  conti  Guidi  guelfi 
si  raunarono  con  loro  isforzo  per  contrarìare  il  detto 
conte  Guglielmo,  il  quale  veggendo  sì  subito  soo-» 
corso,  ed  egli  mal  provveduto  di  vittuaglia,  lasciò  la 
terra  con  alcuno  danno  di  sua  gente. 

CAPITOLO  LXIII. 

Come  i  Genovesi  ripresono  il  castello  di  VolterL 

Nel  detto  anno  1327,  ali*  entrante  di  marzo,  i 
Genovesi  d'entro  ripresono  per  forza  e  ingegno  il 
castello  di  Yolterì  con  grande  danno  di  loro  usciti 
che  dentro  v*  erano,  che  molti  ne  furono  morti  e  presii 

CAPITOLO  LXIV. 

Come  si  cominciò  guerra  tra"  Viniiiani  e  gli  usciti 
di  Genova  e  que*  di  Suona. 

Nel  detto  tempo  si  cominciò  guerra  in  mare 
tra' Viiìziani  e  quegli  di  Saona  e  gli  usciti  di  Ge^ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


32! 


nova,  per  cagione  eh'e'deUì  asciti  di  Genova  cor- 
seggiando in  mare  in  Sona  e  in  Komania,  più  coc- 
che e  galee  cariche  d'avere  de' mercatanti  di  Vine- 
già  presono  tra  più  volte  nei  detto  anno,  in  quantità 
di  vaiata  di  più  di  settantamila  fiorini  d' oro,  e  più 
di  trecento  Viniziani  per  più  riprese,  e  in  più  legni 
affrontandosi  con  loro  a  battaglia  furono  morti.  Alla 
fine  volendo  gli  Viniziani  pigliare  la  guerra  per  co- 
mane,  e  ordinato,  e  già  armate  sessanta  galee,  Ca- 
stroccio  signore  di  Lacca  per  animo  di  parte,  che 
r  una  parte  e  Taltra  erano  ghibellini,  prese  iu  mano  ^ 
la  differenza,  e  accordogli  insieme  con  ammenda 
a^Viniziani  di  libbre  mille  di  viniziani  grossi,  a  gran- 
de danno  e  vergogna  de*  Viniziani  ;  ma  fecionlo  per 
non  perdere  il  navicare,  e  per  tema  di  soperchia 
spesa;  ma  più  gli  vinse  animo  di  parte  e  la  loro 
viltade. 

CAPITOLO   LXV. 

Come  il  Bavaro  fece  cominciare  guerra  alla  città 

if  Orbirieto, 

Nel  detto  anno,  il  Bavaro  che  si  facea  chiamare 
imperadore,  essendo  rimaso  in  Roma  dopo  la  partita 
di  Castniccio,  mandò  de^suoi  cavalieri  da  millecin- 
quecento a  Viterbo,  e  fece  cominciare  guerra  alla 
città  d'  Orbivieto,  perchè  si  teneano  alla  parte  della 
Chiesa,  e  molte  ville  e  castella  di  loro  contado  ar- 
SODO  e  guastarono,  e  maggior  danno  avrebbono  fatto, 
se  non  che  a  dì  4  di  marzo  in  Roma  nacque  una 
grande  zuffa  tra^  Romani  e"  Tedeschi,  per  cagione  che 
di  vittuaglia  che  prendeano  e  non  ne  voleano  dare 
danaio,  onde  molti  Tedeschi  furono  morti,  e  furonne 
i  Romani  sotto  Tarmo,  e  abbarrarsi  in  più  parti  in 
Roma.  Per  la  qual  cosa  il  Bavaro  ebbe  sospetto  di 
tradimento;  s'afforzò  in  castello  Sant'  Angiolo,  e  tutta 
sua  gente  fece  tornare  ad  abitare  nella  contrada  si 
chiama  portico  di  San  Piero,  e  per  la  sua  gente  che 
era  sopra  Orbivieto  rimandò,  e  fece  ritornare  in  Ro- 
ma. Alla  fine  s'acquetò  la  zuffa,  e  più  Romani  furo- 
no condannati,  onde  b"  accrebbe  la  loro  mala  volontà 
eontra  il  Bavaro  e  sua  gente. 

CAPITOLO  LXVI. 

Carne  U  Baearo  fece  torre  la  signoria  di  Viterbo  e  il 
iuo  tesoro  a  Salvestro  de^ Gatti  che  n'aera  signore. 

Nel  detto  anno  1327,  del  mese  di  marzo,  il 
Bavaro,  essendogli  detto  che  '1  signore  di  Viterbo 
avea  grande  tesoro  di  moneta,  e  egli  di  ciò  molto 
bisognoso,  mandò  il  suo  maliscalco  e  '1  cancelliere 
con  mille  nomini  a  cavallo  alla  città  di  Viterbo,  e 
giunti  nella  terra,  subitamente  feciono  pigliare  Sal- 
vestro  de' Gatti  e  1  figliuolo,  ch'era  signore  di  Vi- 
terbOf  e  quegli  che  gli  avea  data  T  entrata  della  terra 
e  la  signoria,  opponendogli,  ch'egli  stava  in  trat- 
tato col  re  Ruberto  di  dare  a  sua  gente  Viterbo,  e 
fecelo  martoriare  per  farlo  confessare  ove  avea  suo 


*  pr«s«  sopr»  di  se,  prese  a  trattare   la  difiereoso,   a 
|iorvi  nmedio.  Manca  qaeata  beUìssima  maniera  alla  Crusca. 


tesoro;  il  quale  confessato  ch^era  nella  sagrestia  de' 
frati  minori,  vi  mandò,  e  vi  trovarono  trentamila  fio- 
rini d'oro;  e  quegli  presi,  con  essi  n'andarono  a 
Roma,  menandone  preso  il  detto  Salvestro  e  'I  fi- 
gliuolo; sicché  il  piccolo  tiranno  dal  maggiore  fu 
senza  colpa  di  quel  peccato  degnamente  pulito,  e 
toltagli  la  signoria  della  terra,  e  il  suo  tesoro. 

CAPITOLO  LXVII. 
Come  il  cancelliere  di  Roma  si  rubellò  al  Bavaro, 

Nel  detto  anno,  a  dì  20  di  marzo,  il  cancel- 
liere di  Roma,  eh'  era  nato  degli  Orsini,  rubellò  eon- 
tra al  Bavaro  la  terra  d' Asturi  in  su  la  marina,  che 
era  sua,  e  misevi  le  genti  del  re  Ruberto,  acciocché 
facessono  guerra  a  Roma  ;  per  la  qual  cosa  i  Romani 
a  furore  corsono  a  disfare  le  case  sue,  e  la  bella  e 
nobile  torre  ch'era  sopra  la  mercatanzia  appiè  di 
Campidoglio,  che  si  chiamava  la  torre  del  Cancel- 
liere. E  in  questo  tempo  il  Bavaro  fece  in  Roma  una 
imposta  di  trentamila  fiorini  d'  oro,  per  gran  fame 
oh'  avea  di  moneta;  i  diecimila  ne  fece  pagare  ai 
giudei,  e  gli  altri  diecimila  a'  cherici  di  Roma,  e  gli 
altri  a' laici  romani;  onde  il  popolo  si  turbò  forte, 
perchè  non  erano  usati  di  così  fatti  incarichi,  e  at- 
tendeano  dell'  essere  in  Roma  il  Bavaro  avere  gra- 
scia e  non  spesa;  perla  qual  cosa  a* Romani  comin- 
ciò a  rincrescere  e  a  crescere  la  loro  mala  volontà  e 
indegnazione  eontra  il  detto  Bavaro. 

CAPITOLO  LXVIII. 

Di  certe  leggi  che  fece  in  Roma  Lodovico  di  Ba^ 
viera  siccome  imperadore. 

Negli  anni  di  Cristo  1326,  a  dì  14  del  mese 
d'  aprile,  Lodovico  di  Baviera,  il  quale  si  facea  chia- 
mare imperadore  e  re  de'  Romani  congregato  par- 
lamento nella  piazza  dinanzi  a  Santo  Pietro  in  Ro- 
ma,  ove  avea  grandi  pergami  in  su  i  gradi  della  detta 
chiesa,  dove  stava  il  detto  Lodovico  parato  come 
imperadore,  accompagnato  da  molti  cherici  e  prelati 
e  religiosi  romani,  e  altri  di  sua  setta  che  l' aveano 
seguito  e  di  molti  giudici  e  avogadi,  in  presenza  del 
popolo  di  Roma  fece  pubblicare  e  confermò  le  'n- 
frascritte  nuove  leggi  per  lui  nuovamente  fatte,  la 
snstanzia  in  brieve  delle  quali  è  questa:  Che  qua- 
lunque cristiano  fosse  trovato  in  eresia  contro  a  Dio 
e  eontra  alla  *mperiale  maestà,  che  secondo  eh*  è 
anticamente  per  le  leggi,  dovesse  essere  morto,  così 
confermò  che  fosse  ;  e  di  ciò  potesse  essere  giudi- 
cato e  sentenziato  per  ciascuno  giudice  competente, 
0  fosse  stato  richiesto  o  non  richiesto  ;  incontanente 
trovato  in  quello  peccato  dell'  eretica  pravità  o  della 
lesa  maestà,  fosse  e  dovesse  essere  morto,  non  o- 
stante  le  leggi  fatte  per  gli  predecessori  suoi,  le 
quali  negli  altri  casi  rimanessono  in  loro  fermezza. 
E  questa  legge  volle  s' intendesse  alle  cose  passate  e 
alle  presenti,  e  a  quelle  che  fossono  pendenti,  e  che 
debbono  avvenire.  Ancora  fece  comandare,  che  cia- 
scuno notaio  dovesse  mettere  in  ciascuna  carta  che 

21 


323 


CRONICHE 


i^li  facesse,  posti  gli  anni  domini,  e  indÌ£Ìone,  e 
il  di  Sfatta  al  tempo  deW  eccellente  e  magnifico  do^ 
mino  nostro  Ludovico  imperadore  de"  Romani^  anno 
suo  ecc.^  e  che  altrimenti  non  Taleaae  la  carta.  Item^ 
che  ciascuno  si  guardasse  di  dare  aiuto  e  consiglio 
ad  alcuno  ribello  e  contumace  del  sacro  imperadore 
o  del  popolo  di  Roma  sotto  la  pena  de' suoi  beni, 
e  che  piacesse  alla  sua  corte.  Queste  leggi  furono 
pensatamente  fatte  e  ordinate  per  lo  detto  Bavaro  e 
per  lo  suo  maculato  consiglio,  a  fine  che  sotto  que- 
ste volle  partorire  e  partorì  lo  suo  iniquo  e  pravo 
intendimento  contra  papa  Giovanni  e  la  diritta  Chie- 
sa, come  appresso  faremo  menzione. 

CAPITOLO  LXK. 

Si  come  il  detto  Lodovico  diede  sentenzia^  e  come 
póteo  dispuose  papa  Giovanni  ventesimosecondo. 

Appresso,  il  lunedì  vegnente,  a  dì  18  d'apri- 
le del  detto  anno,  il  detto  Lodovico,  per  simile  mo- 
do ch'avea  fatto  il  giovedì  dinanzi,  fece  parlamen- 
to, e  congregare  il  popolo  di  Roma,  cherici  e  laici, 
nella  piazza  di  San  Piero,  e  in  sui  sopraddetti  per- 
gami venne  vestito  di  porpora,  e  colla  corona  in 
capo  e  la  verga  dell'  oro  nella  mano  diritta ,  e  la 
poma  ovvero  mela  d'oro  nella  manca,  siccome  im- 
peradore ;  e  puosesi  a  sedere  sopra  uno  ricco  trono 
rilevato,  sicché  tutto  il  popolo  il  potea  vedere,  in- 
torniato di  prelati  e  baroni  e  di  cavalieri  armati.  E 
come  fu  posto  a  sedere,  fece  fare  silenzio;  e  uno 
frate  Niccola  di  Fabbriano  deir  ordine  de'  romitani  si 
fece  al  perbio  ' ,  e  gridò  ad  alte  voci  :  Ecci  alcuno 
procuratore  che  voglia  difendere  prete  Iacopo  di 
Caorsaj  il  quale  si  fa  chiamare  papa  Giovanni  ven- 
tiduesimo? E  così  gridò  tre  volte,  e  nullo  rispuose. 
E  ciò  fatto  si  fece  al  perbio  uno  abate  della  Magna 
molto  letterato,  e  propuose  in  latino  queste  parole  : 
Haec  est  dies  boni  nunlii  etc,  allegando  sopra  questa 
autoritade  molto  belle  parole  sermonando;  e  poi  si 
lesse  una  sentenzia  molto  lunga  e  ornata  di  molte 
parole  e  falsi  argomenti,  in  effetto  di  questo  tenore. 
Prima  nel  proemio,  come  il  presente  santo  impera- 
dore, essendo  avido  deir onore  e  di  ricoverare  lo 
stato  del  popolo  di  Roma ,  si  mosse  d'  Alamagna 
lasciando  il  regno  suo  e'  suoi  figliuoli  piccoli  in  ado- 
lescente etade,  e  sanza  alcuna  dimoranza  era  venu- 
to a  Roma,  sapendo  come  Roma  era  capo  del  mon- 
do e  della  fede  cristiana,  e  eh*  ella  era  vacua  della 
tedia  spirituale  e  temporale  ;  e  stando  a  Roma,  di- 
nanzi a  lui  pervenne  che  Iacopo  di  Caorsa,  il  quale 
8i  faceva  abusivamente  dire  papa  Giovanni  ventidue- 
simo, avea  voluto  mutare  il  titolo  de*cardinalitichi, 
i  quali  sono  a  Roma,  nella  città  di  Avignone,  e  non 
lasciò,  se  non  perchè  i  suoi  cardinali  non  l' assen- 
tirono. E  poi  sentì  che  quello  Iacopo  di  Caorsa  avea 
fatto  bandire  la  croce  contro  a'  Romani,  e  queste 
cose  fece  assapere  agli  cinquantadue  rettori  del  po- 
polo di  Roma  e  ad  altri  savi,  come  gli  parve  che  si 
convenisse.  Per  la  qual  cosa  per  il  sindaco   della 


'  b«ldaoch!oo,  loleccbio,  pergamo,  pulpito/ 


chericia  di  Roma,  e  per  quello  del  popolo  di  Roaia, 
costituiti  da  coloro  che  n'aveano  baUa,  fa  isposto  di- 
nanzi a  lui  e  supplicato  ch'egli  procedesse  sopra  il  det- 
to Iacopo  di  Caorsa  secondo  eretico,  e  prevedesse  la 
Chiesa  e  '1  popolo  di  Roma  di  santo  pastore  e  di 
fedele  cristiano,  siccome  altra  volta  fu  fatto  per  Otto 
terzo  imperadore.  Onde  volendo  attendere  alla  pietà 
de'  Romani  e  della  Santa  Chiesa  di  Roma,  che  rap- 
presenta tutto  il  mondo  e  la  fede  cristiana,  proce- 
dette sopra  il  detto  Iacopo  di  Caorsa,  trovandolo  in 
caso  di  resia  per  gì'  infìnscrìtti  modi;  cioè,  prima, 
che  essendo  il  regno  d'Erminia  assalito  da'saraci- 
ni,  e  volendo  lo  re  di  Francia  mandarvi  soccorso 
di  galee  armate,  egli  avea  quella  andata  fatta  con- 
vertire sopra  i  cristiani,  cioè  sopra  i  Siciliani.  An- 
cora, che  essendo  egli  pregato  da*  frierì  di  Santa 
Maria  degli  Alamanni,  eh'  egli  mandasse  oste  sopra 
i  saracini,  avea  risposto:  Noi  avemo  in  casa  i  sa-- 
racini.  Anche  avea  detto,  che  Cristo  aveva  avuto 
proprio  in  comune  co'  suoi  discepoli,  il  quale  sem- 
pre amò  povertade.  E  appresso  trovatolo  in  altri 
grandi  peccati  di  resia,  massimamente  eh'  egli  s'avea 
voluto  appropiare  lo  spirituale  e  '1  temporale  do- 
minio, di  consiglio  di  Ioab,  cioè  di  Ruberto  conta 
di  Proenza,  faccendo  contro  al  santo  Vangelio,  ore 
dice,  che  Cristo  vogliendo  fare  distinzione  dello  spi- 
rituale dal  temporale,  disse  :  Id  quod  est  Caesaris^ 
Caesariy  et  quod  est  Dei^  Beo.  E  in  altra  parte  del 
Vangelio  disse  :  Regnum  meum  non  est  de  hoc  mun- 
do:  et  si  de  hoc  mundo  esset  regnum  meum^  mtm- 
stri  mei  etc.  e  seguentemente  :  Regnum  meum  non 
est  hic.  Sicché  i  detti  e  altri  diversi  e  grandi  pec- 
cati di  resia  avea  commessi,  e  anche  eh'  avea  pro- 
sumito  e  avuto  ardire  contro  la  'mperiale  maestade, 
disponendo  e  cassando  la  sua  elezione,  la  quale  in- 
contanente fatta,  per  quella  medesima  ragione  è  con- 
fermata, e  non  abbisogna  di  confermagione  alcuna, 
con  ciò  sia  cosa  che  non  sia  sottoposto  ad  alcnnOt 
ma  ogni  uomo  e  tutto  il  mondo  è  sottoposto  a  Ini. 
Onde  avendo  il  detto  Iacopo  commessi  cotali  pec- 
cati, sì  di  resia  e  sì  della  lesa  maestade,  non  ostante 
ch'egli  non  sia  stato  citato,  che  non  bisogna  par  la 
nuova  legge  fatta  per  lo  detto  imperadore,  e  per 
altre  leggi  canoniche  e  civili,  rimovea,  privava,  e 
cassava  il  detto  Iacopo  di  Caorsa  dali'oficio  del  pi' 
pato,  e  d' ogni  oficio  e  beneficio  temporale  e  spiri- 
tuale, e  sommettendolo  a  ciascuno  eh'  avesse  ginn- 
dizione  temporale,  che  '1  potesse  punire  d*  animav- 
versione,  secondo  che  eretico  e  commettitore  delli 
lesa  maestade;  e  che  nullo  re,  prencipe,  o  barone, 
e  comunità  gli  dovesse  ine  aiuto,  consiglio,  o  fa- 
vore, né  averlo  né  tenerlo  per  papa,  in  pena  di  pri- 
vazione d'  ogni  dignità,  oberici  o  laici,  di  chiunqne 
stato  fosse,  e  a  pena  d*essere  condannato  come  fau- 
tore d' eretico,  e  di  commettere  peccato  della  lesa 
maestà;  e  la  metà  della  pena  e  condannagione  fosse 
applicata  alla  camera  dello  'mperadore,  e  l' altra  me- 
tade  al  popolo  di  Roma,  e  chiunque  gli  avesse  dato 
aiuto  0  consiglio  o  favore,  da  indi  addietro  cadesse 
in  simile  sentenzia,  assegnando  termine  i  scusarsi  a 
chi  contro  a  ciò  avesse  fatto,  a  quegli  d' Italia  uno 
mese,  e  a  tutti  gli  altri  dell'  universo  mondo  infra  due 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


323 


mesi,  che  si  venissono  a  scusare.  E  data  e  confer- 
mata la  detta  sentenzia,  disse  il  detto  Lodovico  Ba- 
varo,  che  in  fra  pochi  giorni  prowederebbe  di  dare 
baono  papa  e  buono  pastore,  sicché  grande  conso- 
lazione n'avrebbe  il  popolo  di  Roma  e  tutti  i  cri- 
stiani. E  queste  cose  disse  eh'  avea  fatte  di  consi- 
glio di  grandi  savi  cherìci  e  laici  fedeli  cristiani,  e 
de^suoi  baroni  e  prencipi.  Della  delta  sentenzia  i 
savi  uomini  di  Roma  molto  si  turbarono  \  V  altro 
semplice  popolo  ne  fece  gran  festa. 

CAPITOLO  LXX. 

Come  il  figliuolo  di  messer  Stefano  della  Colonna 

entrò  in  Roma,  e  pubblicò  il  processo  del  papa 

contro  al  Bavaro. 

Appresso  la  detta  sentenzia  data  per  lo  Bavaro 
contro  a  papa  Giovanni  ventiduesimo,  il  venerdì  a  dì 
22  del  detto  mese  d'aprile  e  della  detta  indizione, 
messer  Iacopo  figliuolo  di  messer  Stefano  della  Co- 
lonna venne  in  Roma  nella  contrada  di  Santo  Mar- 
cello, e  nella  piazza  della  detta  chiesa,  in  presenza 
di  più  di  mille  Romani  ivi  raunati,  trasse  fuori  uno 
processo  scritto,  fatto  per  papa  Giovanni  centra  Lo- 
dovico di  Baviera,  e  nullo  era  stato  ardito  di  re- 
carlo e  pubblicarlo  in  Roma,  e  quello  diligentemente 
lesse  ;  e  disse  che  agli  orecchi  del  chericato  di  Ro- 
ma era  pervenuto,  che  certo  sindaco  era  comparito 
dinanzi  a  Lodovico  di  Baviera,  il  quale  abusivamente 
si  fa  dire  imperadore,  e  sposto  contra  il  santo  papa 
Giovanni  ventiduesimo,  e  ancora  il  sindaco  del  po- 
polo di  Roma,  il  quale  sindaco,  cioò  quello  del  che- 
ricato di  Roma,  mai  non  ispuose;  e  se  alcuno  fosse 
venuto  come  sindaco  vero,  non  era,  con  ciò  sia 
cosa  che  il  chericato,  cioè  i  calonad  di  Santo  Pie- 
tro, e  quegli  di  Santo  Giovanni  Laterano,  e  di  San- 
ta Maria  Maggiore,  i  quali  sono  i  primi  nel  cheri- 
cato di  Roma,  e  gli  altri  maggiori  cherìci  seguente 
loro,  e'  religiosi  abati  e  frati  minorì  e  predicatori,  e  gli 
altri  savi  degli  ordini,  erano,  già  sono  più  mesi,  partiti 
di  Roma  per  cagione  della  gente  scomunicata  ch'era 
entrata  in  Roma;  e  ohi  v*era  rimase  e  avea  cele- 
brato era  scomunicato,  sicchò  di  ragione  non  po- 
teano  faro  sindaco;  e  se  alcuno  fìisse  stato  sindaco 
innanzi,  e  fosse  rimase  in  Roma,  ancora  era  scomuni- 
cato ;  end'  egli  contraddicendo  a  quello  eh'  era  stato 
fatto  per  lo  detto  Lodovico,  dicendo  che  papa  Gio- 
Tanni  era  cattolico  e  giusto  papa,  e  ragionevolemente 
fatto  per  gli  cardinali  di  Santa  Chiesa,  e  questo 
che  si  dice  imperadore,  imperadore  non  essere, 
ma  essere  eretico  e  scomunicato,  e'  sanatori  di  Ro- 
ma, e*  cinquantadne  del  popolo,  e  tutti  coloro  che 
consentivano  a  lui,  e  dessono,  o  avessono  dato  aiuto 
o  consiglio  o  favore,  similemente  erano  eretici  e  sco- 
municati. E  intorno  alla  materia  molte  altre  parole  dis- 
se, profferando  di  ciò  provare  di  ragione,  e  se  bi- 
eognasse,  colla  spada  in  mano  in  luogo  comune.  E 
appresso,  diligentemente  il  detto  processo  scritto  con- 
ficcò con  sue  mani  nella  porta  della  detta  chiesa  di 
Santo  Marcello  senza  nullo  contrasto  ;  e  ciò  fatto,  mon- 
tò 8  cavallo  con  quattro  compagni,  e  partissi  di  Ro- 
ma, e  andonne  a  Pilestrino«  Delle  quali  cose  grande 


mormorio  fu  per  tutta  Roma  ;  e  fatto  assapere  al  Ba- 
varo ch'era  a  Santo  Pietro,  gli  mandò  dietro  genti 
d^arme  a  cavallo  per  prenderlo,  ma  già  era  assai  dilun- 
gato. Per  la  detta  boutade  e  ardire  del  detto  mes- 
ser Iacopo,  come  il  papa  il  seppe,  il  fece  vescovo 
di...,  e  mandò  ch'egli  andasse  a  lui,  e  cosi  fece. 

CAPITOLO  LXXI. 

Come  il  Bavaro  e  */  popolo  di  Roma  fedone  legge 
contra  qucUunque  papa  si  partisse  di  Roma, 

Il  dì  seguente,  ciò  fu  sabato,  dì  23  del  detto 
mese  d'  aprile,  richiesti  per  bando  i  sanatori  di  Ro- 
ma, e'  cinquantadue  del  popolo,  e'  capitani  de'  ven- 
ticinque, e'  consoli,  e'  tredici  buoni  uomini,  uno  per 
rione,  che  fessone  dinanzi  allo  'mperadore,  e  cosi 
fu  fatto;  e  consigliarono  assai  sopra  la  novità  fatta, 
come  detto  avemo,  per  messer  Iacopo  della  Colon- 
na. E  poi  fu  tratta  fuori  e  pubblicata  una  nuova  leg- 
ge in  questo  tenore  :  che  il  papa,  il  quale  lo  'mpe- 
radore e  '1  popolo  di  Roma  intendea  di  chiamare, 
e  ogni  altro  che  papa  fosse,  debbia  stare  nella  città 
di  Roma,  e  non  partirsi  se  non  tre  mesi  dell'anno, 
e  non  dilungarsi  da  Roma  da  due  giornate  in  su,  e 
allora  colla  licenza  del  popolo  di  Roma;  e  quando 
fosse  assente  da  Roma,  e  fosse  richiesto  per  lo  po- 
polo di  Roma,  ch'egli  tornasse  in  Roma;  e  se  alle 
tre  richieste  non  tornasse,  s' intendesse  essere  cas- 
so del  papato,  e  potessene  chiamare  un  altro.  E  ciò 
fatto,  si  perdonò  il  Bavaro  a  tutti  i  Romani  ch'era- 
no stati  e  tratti  a  uccidere  la  sua  gente  alla  zuffa  e 
battaglia  che  fu  a|  ponte  dell'  isola  ;  e  queste  leggi 
e  perdono  fece  il  Bavaro  per  contentare  il  popolo  di 
Roma.  E  nota,  ingiusta  e  non  provveduta  legge,  a 
imporre  al  pastore  di  Santa  Chiesa  costituzioni  e 
modi  di  stare  o  andare  contra  la  libertà  di  Santa  Chie- 
sa, e  contra  la  somma  podestà  che  deono  avere,  e 
sempre  hanno  avuta  i  sommi  pontefici. 

CAPITOLO  LXXIL 

Come  Lodovico  di  Baviera  col  popolo  di  Roma  eles^ 
sono  antipapa  contra  al  vero  papa, 

NegU  anni  di  Cristo  1328,  a  di  12  di  mag-- 
gio,  il  (U  dell'  Ascensione  la  mattina  per  tempo,  con- 
gregato il  popolo  di  Roma,  uomini  e  femmine  che 
vi  vollono  andare,  dinanzi  a  Santo  Pietro,  Lodovico 
di  Baviera  che  si  facea  chiamare  imperadore,  venne 
incoronato  e  parato  coli'  abito  imperiale  in  su  il  per- 
gamo, il  quale  era  sopra  le  graderà  di  San  Piero, 
con  molti  cherici  e  religiosi,  e  co'  capitani  del  po- 
polo di  Roma,  e  intorno  di  lui  molti  de'  suoi  baro- 
ni; e  fece  venire  dinanzi  a  se  uno  frate  Pietro  da 
Corvara,  nato  de'  confini  tra  '1  contado  di  Tiboli  e 
Abruzzi,  il  quale  era  dell'  ordine  de'  frati  minori,  in 
addietro  tenuto  buono  uomo  e  di  santa  vita.  E  lui 
venuto,  il  detto  Bavaro  si  rizzò  in  sn  la  sedia,  e  1 
detto  frate  Piero  fece  sedere  sotto  il  soKcchio  K  E 


'  solecchio,  parassole,  ombrello;  ma  qui  e  altrove  bal- 
dacchino. Per  similit  Dante,  Purg.  15:  OntPio  levai  U 
maini  vi%  vtr  la  cma  —  X>e2le  mie  ciglia  €  fédmi  toleGehic, 


S24 


CROMICHE 


ciò  ftUo,  si  levò  fHite  Niceohi  da  Pabbrìano  delFor- 
dine  de*  romitani,  e  propaose  in  ano  sermone  que- 
ste parole:  Retertus  Pètrui  ad  se,  dixii:  verni  an~ 
gelui  DovUnif  et  Uberavit  noi  de  tnamt  Herodis  et  de 
anuUlms  factionilms  ludaeontm:  appropriando  il  del- 
lo Bararo  per  V  angelo,  e  papa  Giovanni  per  Bro- 
de; e  intomo  a  ciò  disse  molte  parole.  E  fatto  il 
detto  sermone,  venne  innanzi  il  vescovo  che  fa  di 
Yinegia;  e  gridò  tre  volte  al  popolo,  se  voleano  per 
papa  il  detto  frate  Pietro  ;  e  con  tutto  che  *1  popo- 
lo assai  se  ne  turbasse,  credendosi  avere  papa  ro- 
mano, per  tema  rispnosono  in  gridando,  che  sì.  E 
poi  si  levò  ritto  il  Bavaro,  e  letto  per  lo  detto  ve- 
scovo in  una  carta  il  decreto  che  a  confermaiione 
del  papa  si  costuma,  V  appellò  il  detto  Bavaro  Ific- 
cola  papa  quinto,  e  diedegli  T  anello,  e  misegli  ad- 
dosso il  manto,  e  puoselo  a  sedere  dalla  mano  di- 
ritta di  costa  a  se  ;  e  poi  si  levarono,  e  con  grande 
trionfo  entrarono  nella  chiesa  di  Santo  Pietro;  e 
detta  la  messa,  con  grande  festa  n*  andarono  a  man- 
giare. Di  questa  eleaione  e  confermagione  del  detto 
antipapa,  la  buona  gente  di  Roma  forte  si  turbarono, 
parendo  loro  che  ^1  detto  Bavaro  faceaae  centra  fede 
e  la  Santa  Chiesa;  e  sapemmo  poi  di  vero  dalla  sua 
gente  medesima,  che  a  quegli  eh*  erano  savi,  parve 
eh* egli  non  facesse  bene;  e  molti  per  la  detta  cagione 
mai  poi  non  gli  furono  fedeli  come  prima,  speiial- 
mente  quegli  della  bassa  Alamagna  eh*  erano  con  Ini. 

CAPITOLO  txxm. 

Come  la  cilià  d*  0$tia  fu  presa  per  le  galee 

del  re  Ruberto» 

n  seguente  dì  che  fu  fatto  T  antipapa,  quattor- 
dici galee  armate  del  re  Ruberto  entrarono  in  Te- 
vero,  e  presono  la  città  d*  Ostia  con  grande  danao 
de*  Romani  ;  e  alquanti  delle  dette  galee  vennono  an 
per  lo  detto  fiume  del  Tevere  infine  a  Santo  Paolo, 
scendendo  in  terra,  e  ardendo  case  e  casali,  e  le- 
vando grande  preda  di  gente  e  di  beatiame  ;  onde  i 
Romani  molto  isbigottirono,  gittando  molte  rampogne 
al  signore.  Per  la  qual  cosa  vi  fece  cavalcare  alla 
detta  Ostia  ottocento  cavalieri  di  sua  gente  e  molti 
Romani  a  pie  a  soldo,  i  quali  assalendo  la  terra, 
molti  ne  furono  morti  e  più  fediti,  per  gli  molti  ba- 
lestrieri delle  galee  eh*  erano  in  Ostia,  e  così  si  tor- 
narono a  Roma  con  danno  e  con  vergogna. 

CAPITOLO  LXXIV. 
Cowte  ra$Uipapa  fece  utte  cardmaU. 

Al  dì  5  del  meae  di  maggio,  del  detto  anno,  Fan- 
tipapa  fatto  per  Lodovico  di  Baviera  fece  sette  car- 
dinali, i  nomi  de*  quali  furono  questi  :  il  vescovo  che 
fu  disposto  di  Yinegia  per  papa  Giovanni,  il  quale 
fu  nipote  del  cardinale  da  Prato;  1* abate  di  Santo 
Ambrogio  di  Milano,  il  quale  anche  fu  disposto  ;  uno 
abate  d*  Alamagna,  il  quale  lesse  la  sentensia  con- 
tra  papa  Giovanni;  frate  Niccola  da  Fabbriano  de*ro- 
mitani,  il  quale  è  stalo  nominato  in  questo,  che  ser- 


monò  contra  papa  Giovanni  ;  1*  altro  fh  nesser  Piero 
Orrighi  e  messer  Gianni  d' Arlotto  popolani  di  Ro- 
ma; Peltro,  1* arcivescovo  che  fu  di  Modona;  e  al- 
cuno altro  Romano  n*  elesse,  i  quali  non  vollono 
accettare,  avendo  di  ciò  ooacienza,  eh*  era  contra 
Dio  e  contra  fede.  Tutti  questi  detti  di  aopra  furono 
disposti  di  loro  beneficii  per  papa  Giovanni,  per- 
ch'erano scismatici  e  ribelli  di  Santa  Chiesa,  i  quali 
furono  confermati  per  lo  detto  Lodovico,  aiccome 
fosse  imperadore;  ed  egli  fornì  di  cavalli  e  d*ar- 
neai  1*  antipapa  e*  detti  auoi  scismatici  cardinali.  E  con 
tutto  che  *1  sopraddetto  antipapa  biaaimava  per  via 
di  apirìto  le  riochesxe  e  onori,  eh*  usava  il  diritto 
papa  e*  suoi  cardinali  e  gli  altri  prelati  della  Chie- 
sa, e  tenea  1*  opinione,  che  Cristo  fu  tutto  povero  e 
non  ebbe  propio  comune,  e  così  doveano  fare  i  auc- 
ceaaori  di  Santo  Pietro  ;  egli  pur  sofferse  e  volle  co* 
suoi  cardinali  avere  cavalli  e  famiglie  vestite  e  cava- 
lieri e  donselli  e  fomiti  d*  arnesi  e  usare  larga  men- 
sa e  mangiare  siccome  gli  altri  ;  e  rimosse  e  diede 
molti  beneficii  ecclesiastici  siccome  papa,  annullando 
quegli  dati  per  papa  Giovanni,  e  dando  larghi  privi- 
legi con  falsa  bolla  e  per  moneta,  perocché  con 
tutto  che  *l  Bavaro  1*  avesse  fomite,  come  avea  po- 
tuto, egli  da  se  era  sì  povero  di  moneta,  che  per 
necessità  convenne  che  *1  suo  papa  e*  auoi  cardinali 
e  loro  corte  foase  povera,  e  per  moneta  desse  pri- 
vilegi e  dignità  e  beneficii.  E  fatte  le  dette  cose,  fl 
detto  Bavaro  lasciò  il  suo  papa  ne*  palagi  di  San 
Piero  in  Roma,  ed  egli  con  gli  più  di  sua  gente  si 
parti  di  Roma,  e  andonne  a  Tivoli,  a  dì  17  del  detto 
mese  di  maggio* 

CAPITOLO  LXXV. 

Come  Lodovico  di  Ratiera  si  fece  ricoronare  e  con-' 
fermare  imperadore  al  suo  anUpapa. 

Sabato,  a  dì  21  del  aopnddetto  mese  di  maggio, 
il  detto  Bavaro  si  parti  da  TiboU,  e  venne  a  San 
Lorenso  fuori  le  mura,  e  ivi  albergò,  e  tutta  sua  gente 
intorno  accampata.  Poi  la  domenica  mattina  il  dì  della 
Pentecoste  entrò  in  Roma,  e  *1  suo  antipapa  co*snoi 
scismatici  cardinali  gli  vennono  incontro  inaino  a  San 
Giovanni  Laterano,  e  poi  ne  vennono  per  Roma  in- 
sieme col  detto  Bavaro;  e  ismontaU  a  San  Pietro, 
il  Bavaro  mise  ali*  antipapa  la  berrìuola  '  dello  scar- 
latto in  capo,  e  poi  1*  antipapa  coronò  da  capo  Lo- 
dovico di  Baviera,  confermandolo,  siccome  papa,  a 
easere  degno  imperadore.  E  ciò  fatto,  il  detto  Ba- 
varo confermò  la  aentensia  data  per  Arrigo  impa- 
radore  centra  lo  re  Ruberto  e  contra  i  Fiorentini  e 
altri.  E  il  detto  antipapa  in  quegli  giorni  fece  mar- 
oheai  della  Harca,  e  conte  di  Romagna,  e  conte  in 
Campagna,  e  duca  di  Spulato,  e  fece  più  legati  ne* 
detti  luoghi  e  in  Lombardia.  E  poi  il  Bavaro  si  parH 
di  Roma  e  andonne  a  Velletrì,  e  laaciò  sanatoro  io 
Roma  Rinieri  figliuolo  che  fu  d*  Uguccione  da  Fag- 
giuola, il  quale  martorissò  e  fece  ardere  due  bnoai 
uomim'.  Tuo  Lombardo  e  T altro  Toscano,  perchè 


'  pieeoU  berretta,  oggi  pàpoUtHL 


DI  GiOVANMi  VILLANI. 


325 


diceano  che  *l  detto  frate  Piero  da  Corvara  non  era 
né  potea  essere  degno  papa,  ma  era  papa  Giovanni 
ventidaesimo  degno  e  santo. 

CAPITOLO  LXXVI. 

Carne  gente  del  Bavaro  furono  tconfUH  jfresso 

a  Nomi, 

Nel  detto  anno  1328,  a  dì  4  di  giugno,  quat- 
trocento cavalieri  di  quegli  del  Bavero,  venuti  da 
Roma  con  mOlecinquecento  pedoni,  à*  erano  partiti 
da  Todi  per  torre  il  castello  di  Santo  Gemini.  Sen- 
tendo ciò  gli  Spnietini,  con  loro  isforzo  e  con  du- 
gento  cavalieri  di  Perugia,  eh*  erano  in  Spuleto, 
eh'  andavano  in  Abruzzi  in  servigio  del  re  Ruberto, 
si  misono  in  aguato  presso  di  Narni,  e  ivi  ebbe 
grande  battaglia  e  ritenuta  per  gli  Tedeschi,  ma  per 
lo  forte  passo  la  gente  del  Bavaro  rìmasono  scon- 
fitti e  morti,  e  presi  gran  parte. 

capìtolo  LXXVU. 

Come  il  Bavaro  adoperò  con  ^sua  oste  in  Campa- 
gna per  passare  nel  Regno^  e  come  si  tornò  a  Roma, 

Nel  detto  anno,  a  di  1 1  di  giugno,  il  popolo  di 
Roma  colla  gente  del  Bavaro  stati  più  tempo  ad  as- 
sedio al  castello  della  Mulara,  nel  quale  era  la  gente 
del  re  Ruberto,  per  diffalta  di  vittuaglia  si  arrendè 
al  popolo  di  Roma,  andandone  sani  e  salvi  la  gente 
del  re,  ch'erano  trecento  cavalieri  e  cinquecento 
pedoni.  E  ciò  fatto,  il  Bavaro  colla  detta  oste  andò 
a  Cisterna,  e  arrendessi  a  lui,  e' Tedeschi  la  rubarono 
tutta  e  arsono;  e  per  caro  di  vittuaglia  eh*  ebbe 
nel  campo  del  Bavaro,  che  valse  danari  dioiotto  pe- 
rugini il  pane,  e  non  ve  n*  avea,  i  Romani  si  parti- 
rono tutti  e  tornarsi  in  Roma;  e*l  Bavaro  tornando 
a  Velletri,  que*  della  terra  non  ve  lo  lasciarono  en- 
trare per  paura  non  rubassono  la  terra  e  ardessono, 
come  aveano  fatto  a  Cisterna  ;  per  la  quel  cosa  gli 
convenne  stare  di  fuori  a  campo  a  grande  misagio. 
E  in  quella  stanza  la  gente  del  re  Ruberto  eh*  e- 
rano  in  Ostia,  per  tema  non  v'  andasse  Toste  del 
Bavaro,  la  mbarono  tutta  e  arsono,  e  abbandonarla. 
Ancora  nel  detto  dimoro  a  campo,  tra  la  gente  del 
Bavaro  ebbe  grande  dissensione,  da' Tedeschi  del- 
Talta  Alamagna  a  quegli  della  bassa,  per  cagio- 
ne della  preda  di  Cisterna  e  per  lo  caro  della  vit- 
tuaglia-, e  armarsi  in  campo  Tuna  parte  e  T  altra 
per  combatterai;  onde  il  Bavaro  con  gran  fatica 
e  promesse  gli  diparti,  mandandone  a  Roma  que' 
della  bassa  Alamagna,  ed  egli  con  gli  altri  si  tornò 
a  Tomoli  di  20  di  giugno,  e  là  dimorò  intorno  di  uno 
Blese  per  cercare  via  e  modo  d*  entrare  nel  Regno  ; 
ma  per  povertà  di  monela,  e  per  la  carestia  grande 
ch'era  al  paese,  e' passi  forti  e  guardati  dal  duca 
di  Calavra  e  da  sua  gente,  non  s'ardi  a  mettere  \ 
e  tomosai  a  Roma  a  di  20  di  luglio.  Lasceremo 
alquanto  degli  andamenti  del  Bavaro,  e  torneremo 


*  mettervi  li  piede,  mettersi  dentro,  entrarvi. 


addietro  a  raccontare  d*  altre  novità  avvenute  in  que- 
sto tempo  in  Toscana  e  per  l' universo  mondo,  che 
ne  sursono  assai. 

CAPITOLO  LXXVin. 

Come  papa  Giovanni  anatemiziò  di  scomunica 
il  Bavaro  e*  suoi  seguaci. 

Nel  detto  anno  1328,  di  30  di  marzo,  papa 
Giovanni  appo  Avignone  anatemizzò  di  scomunica  il 
Bavaro  e'  suoi  seguaci,  e  dispuose  Castruccio  del  du- 
cato di  Lucca  e  di  Luni,  e  Piero  Saccone  della  si- 
gnoria d*  Arezzo,  ed  ogni  privilegio  ricevuto  dal  Ba- 
varo per  sentenzia  cassò  e  annullò. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  fu  pace  tra  '/  re  S  Inghilterra  e  quello 

di  Scoria, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  marzo,  si  compiè 
l'accordo  e  pace  tra  '1  re  d'Inghilterra  e  quello  di 
Scozia,  eh*  era  durata  la  guerra...  anni,  con  grande 
danno  e  abbassamento  degP  Inghilesi  ;  e  feciono  pa- 
rentado insieme,  che  il  giovane  re  d' Inghilterra  die 
per  moglie  la  scrocchia  al  figliuolo  del  re  di  Scozia. 

CAPITOLO  LXXX^ 
Come  Castruccio  fece  rubellare  Montemassi  a'^Sanesi, 

Nel  detto  anno  a  di  10  d'aprile,  Castruccio 
prima  fatto  rubellare,  e  poi  il  fece  fornire.  Monte- 
massi  in  Maremma,  il  quale  certi  gentili  uomini  ma- 
remmani, che  v' aveano  ragione,  col  favore  di  Ca- 
struccio, Faveano  rubellato  a  dispetto  de'  Senesi  che 
v'  andarono  ad  oste  e  vi  posero  certi  battifolli,  e'  Fio- 
rentini vi  mandarono  in  loro  soccorso  dugentocin- 
quanta  cavalieri;  ma  giunsono  tardi,  sicché  non  pote- 
rono riparare  alla  forza  della  cavalleria  di  Castruccio. 
Per  la  qual  cosa  i  Sanasi  mandarono  ambasciadori  a 
Pisa  a  Castruccio  a  dimandargli  che  non  si  travaglias- 
se contro  a  loro.  Castruccio  per  ischemie  de' Sanasi 
non  fece  loro  nuli'  altra  risposta,  se  non  per  una  let- 
tera bianca  ;  eh'  altro  non  dicea,  se  non  levate  via 
chelchello^  in  sanese,  cioè,  il  battifolle  ;  onde  i  Sa- 
nasi forte  ingrecaro,  e  rinforzarvi  l'assedio  coU'a- 
iuto  de'  Fiorentini,  che  vi  mandarono  trecenlocin- 
quanta  cavalieri,  e  per  patti  abbono  il  detto  Monte- 
massi,  a  di...  d'agosto  1328. 

CAPITOLO  LXXXL 

Come  fu  preso  e  disfatto  il  castello  del  Po%%o 
sopra  la  Guisciana. 

Nel  detto  anno,  a  di  26  d'aprile  le  masnade 
de'  Fiorentini  eh'  erano  in  Saita  Maria  a  Monte,  pre- 
sono il  castelletto  del  Pozzo  in  su  Goisdana,  il  qua- 
le era  molto  raiforzato.  Yegnendo  la  gente  di  Castruc- 
cio per  fornirlo,  e  que'del  castello  uscendo  incontro 


386 


CRONICHE 


per  loro  ricerere,  lo  masnado  de*  Fiorenliiii  entraro- 
no in  meuo  tra  *ì  castello  e  loro,  e  misongli  in 
isconfltta,  ed  ebbono  il  Pozio,  il  'quale  i  Fiorentini 
feciono  di  presente  diroccare  in6no  alle  fondamenta. 
Onesto  Pozxo,  Castmccio  area  molto  fatto  affonare 
e  murare  e  tenealo  per  ano  luogo  propio. 

CAPITOLO  LXXXn. 

Come  Castruccio  corse  la  città  di  Pisa  e  fecesene 

fare  signore. 

Io  questi  tempi  e  mese  d*  aprile,  Castmccio 
essendo  in  Pisa,  e  non  parendogli  cbe  la  terra  si 
reggesse  bene  a  sua  gnisa^  e  convitando'  d^esseme  al 
tutto  signore,  e  certi  grandi  e  popolani  di  Pisa,  i 
quali  alla  Tenuta  del  Bavaro  erano  della  setta  di  Ca- 
stmccio, allora  erano  contra  lui  per  non  volerlo  per 
sigoore,  e  aveano  fatto  trattato  in  Roma  col  Bavaro 
ch'egli  donasse  la  signoria  alla  ^mperadrice,  acciocché 
Castmccio  non  avesse  la  signoria  ;  e  così  fece  per  da- 
nari eh"  ebbe  da"  Pisani  (la  quale  donna  mandò  a  Pisa 
per  suo  vicario  il  conte  d^Ortinghe  d"  Alamagna,  il 
quale  da"  Castmccio  infintamente  fii  ricevuto),  ma  due 
di  appresso  Castmccio  con  sua  cavallerìa  e  con  gen- 
te a  pie  assai  del  contado  di  Lucca  corse  la  città 
di  Pisa  due  volte,  non  riguardando  reverensa  a  si- 
gnorìa del  Bavaro  o  della  moglie,  e  prese  messer  Ba- 
vosone  d"  Agobbio,  il  quale  il  Bavaro  v"  avea  lascia- 
to per  suo  vicario,  e  messer  Filippo  da  Caprone  e 
più  altrì  grandi  e  popolani  di  Pisa,  e  per  forxa  si  fece 
eleggere  signore  libero  di  Pisa  per  due  anni  ;  e  ciò 
fu  a  di  29  d*aprìle  1328;  per  la  qual  cosa  il  so- 
praddetto conte  d*  Ortinghe  si  tornò  a  Roma  con  on  - 
la  e  vergogna.  Ben  si  disse  che  Castmccio  il  con- 
tentò di  moneta,  acciocché  non  si  dolesse  di  lui  al 
Bavaro  né  alla  donna  sua  ;  ma  di  certo  di  questa  no- 
vità nacque  grande  isdegno  coperto  dal  Bavaro  a 
Cutmccio,  del  quale  sarebbe  nato  novità  assai  e 
diverse,  se  Castmccio  fosse  lungamente  vivuto,  come 
innanzi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  LXXXin. 

Cofne  i  Fiorentini  renderono  U  castello  di  Mangone 
a  messer  Benuccio  Salimbeni  di  Siena. 

Nel  detto  anno,  a  di  30  d"  aprìle,  i  Fiorentini 
per  volontà  e  comandamento  del  duca  loro  signore, 
e  per  certe  rappresaglie  e  roba  de"  Fiorentini  soste- 
nute da"  Senesi,  renderono  contra  loro  buona  voglia 
il  castello  di  Mangone  a  messer  Benuccio  de*  Salim- 
beni di  Siena,  che  vi  cnsava  ragione  per  la  moglie, 
la  qnale  fu  figliuola  del  conte  Nerone  da  Vemia,  e 
nipote  del  conte  Alberto  da  Mangone  ;  ma  per  certe 
ragioni  e  testamenti  fatti  con  patti  infra  i  conti  da 
Mangone,  chi  di  loro  rimanesse  senza  reda  maschio 
legittimo,  rimanesse  e  Vemia  e  Mangone  al  comune 


'  upiraodo,  bramando.  Paté  del  francese  eonwnterf  a 
qnel  modo  che  del  amvoUité  ebbe  vita  il  convitifia  del- 
l'antico  Tolgarìsaatort  di  Livio. 


di  Firenze,  e  morto  Alberto  nullo  ve  ne  rìmanea, 
e  1  comune  di  Firenze  n*  avea  ragione  e  n"  era  in 
possessione.  Per  la  qual  cosa  il  popolo  di  Firenze 
molto  si  turbò  di  renderìo;  ma  per  lo  male  stato  del 
nostro  comune,  e  per  non  recarne  i  Senesi  a  nindci, 
e  non  potere  contrastare  alla  volontà  del  duca,  si 
rendè  per  lo  meno  reo,  con  patti  che  messer  Be*- 
nuccio  ne  dovesse  con  cento  fanti  fare  oste  e  caval- 
cate col  comune  di  Firenze,  e  mandare  uno  palio  di 
drappo  ad  oro  per  la  festa  del  Beato  Giovanni 

CAPITOLO  LXXXIV. 
Come  Castmccio  puose  V  assedio  alla  città  di  Pistoia, 


Ne"detti  tempi,  grande  quistione  nacque  dal  co- 
mune di  Firenze  a  messer  Filippo  di  Sangineto,  il 
quale  il  duca  ^  Calavra  avea  lasciato  in  suo  luogo  e 
capitano  di  guerra  in  Firenze  per  cagione  che  oltre 
a"  patti  di  dugentomila  florìni  d"  oro  che  "1  duca  a- 
vea  1"  anno  per  la  sua  signorìa  e  per  tenere  mille 
cavalierì,  (che  non  ne  tenea  allora  ottocento)  al  vo- 
ice eh"  e"  Fiorentini  foraissono  a  loro  spese  la  città 
di  Pistoia  e  SanU  Maria  a  Monte,   e  non  bastava  il 
costo  de"  soldati,  che  oltre  alle  masnade  a  cavallo 
pagati  de"  danari  de"  Fiorentini,  teneano  i  Fiorentini 
in  Pistoia  mille  pedoni,  e  nel  castello  di  Santa  Ma— 
rìa  a  Monte  cinquecento  al  loro  soldo,  sì  volea  il 
detto  messer  Filippo  si  fornissero  di  vittuaglia  delle 
moneta  del  comune  le  dette  terre,  e  il  duca  ne  volee 
e  avea  la  signoria  e  dominazione  libera  della  dette 
città  di  Pistoia  e  di  Santa  Maria  a  Monte.  Onde  is- 
degno e  gara  nacque  grande  tra"  rettori  in  Firenze 
e  il  detto  messer  Filippo  e" suoi  consiglieri;  e  nos 
senza  giusta  cagione  de"  Fiorentini,  perchè  "1  detlo 
messer  Filippo  quando  prese  Pistoia  1"  avea  colla  sue 
gente  rubata  e  vuota  d*  ogni  sustanza,  e  non  la  ve— 
lea  fornire  di  vittuaglia  della  pecunia  che  gli  rime- 
nea,  pagati  i  suoi  cavalieri,  di  dugentomila  fiorini 
d"oro,  che  bene  lo  potea  fare  largamente,  anzi  gli  ri- 
mandava al  duca  nel  Regno.  Onde  i  Fiorentini  ingre- 
cati e  imbizzarriti  per  lo  detto  isdegno,  s"  aco'ebbe 
danno  sopra  danno  grossamente,  e  pericolo  sopre 
vergogna,  come  innanzi  faremo  menzione;  che  per 
ispesa  di  quattromila  fiorini  d*  oro  si  trovava  chi  for- 
niva la  città  di  Pistoia,  che  costò  poi  a"  Fiorentini 
più  di  centomila,  con  danno  e  vergogna  del  comnee 
di  Firenze  e   del  duca  che  n"  era  signore.  Queste 
discordia  sentendo  Castmccio    e  come  Pistoia  non 
era  fornita  per  più  di  due  mesi,  colla  grande  vo- 
lontà eh"  egli  non  avea  di  riprenderla,  e  di  vendi- 
carsi di  messer  Filippo  e  de"  Fiorentini  dell"  onta  che 
ne  gli  parca  avere  ricevuta  della  perdita  di  quellst, 
come  sollecito  e  valoroso  signore  vi  mandò  la  san 
gente,  in  quantità  di  mille  cavalierì  e  popolo  assai, 
air  assedio,  a  dì  13  di  maggio  1328,  ed  egli  rimane 
in  Pisa  a  sollecitare  di  fornire  la  detta  oste.  E  man- 
dovvi  i  Pisani  per  comune,  e  col  loro  carroccio  e  i 
più   contra  loro  volontà,  ed  egli  poi  venne  in  per- 
sona nella  detta  oste  a  di  30  di  maggio  con  tutto 
il  rìmaso  di  sua  gente,  e  trovossi  con  diciassette  cen- 
tinaia di  cavalieri  e  popolo  innumerabile,  sicch*  egli 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


327 


ciiue  la  dttà  d^  iutorno  intorno  di  sna  oste  e  con 
più  battifolli,  sicché  nullo  vi  potea  entrare  né  uscire, 
avendo  tagliate  le  vie  e  fatti  i  fossi  e  isbarre  e  stec- 
cati di  maravigliosa  opera,  acciocchò  nullo  potesse 
uscire  di  Pistoia,  né  e"*  Fiorentini  impedire  né  as- 
salire sna  oste  da  ninna  parte  di  fuori. 

CAPITOLO  LXXXV. 

Come  i  FiorerUini  feciono  grande  oste  per  soccor- 
rere la  città  di  Pistoia^  e  come  Castruccio  V  ebbe 

a  patti. 

Stando  Castruccio  air  assedio  di  Pistoia  per  lo 
modo  che  avemo  detto  di  sopra,  dando  alla  città 
sovente  battaglie  con  gatti  e  grilli  ^  e  tprri  di  legna- 
me annate,  e  riempiendo  in  alcuna  parte  de^  fossi, 
ma  poco  0  niente  vi  potè  fare,  perocché  la  terra  era 
fortissima  di  mura  con  ispesse  torricelle  e  bertesche, 
e  poi  steccata  con  duplicati  fossi,  come  Castruccio 
medesimo  i'avea  fatta  afibrzare,  e  dentro  avea  per 
lo  comune  di  Firenze  trecento  cavalieri  e  mille  pe- 
doni, buona  gente  d'arme,  alla  gfùardia  e  difensione, 
sansa  i  cittadini  guelfi,  i  quali  sovente  uscivano  fuo- 
ri assalendo  il  campo  con  danno  de^  nemici  ;  e  le 
masnade  de'  Fiorentini  eh*  erano  in  Prato  spesso  as- 
salivano Toste;  ma  poco  levava,  sì  avea. Castruccio 
afforzato  il  campo.  In  questa  stanza,  i  Fiorentini 
feciono  disfare  e  tagliare  co*  picconi  la  rocca  e  le 
mura  e  tutte  case  e  fortezze  del  castello  di  Santa 
Maria  à  Monte,  e  misonvi  fuoco,  e  fecionla  rovinare 
a  di  15  di  giugno  del  detto  anno,  per  non  avere 
a  fornire  tante  guardie  di  castella,  e  per  la  tenza 
ch^'aveano  della  detta  guardia  colla  gente  del  duca, 
siccome  dicemmo  dinanzi,  e  per  fare  partire  Castruc- 
cio dall'*  assedio  di  Pistoia,  o  assottigliare  sna  oste, 
per  venire  a  difendere  Santa  Maria  a  Monte.  Ma  egli, 
come  costante  e  valoroso,  niente  si  mosse  da  Pi- 
stoia, ma  rafforzò  l'assedio.  I  Fiorentini  veggendo 
che  Pistoia  era  con  diffaita  di  vittnaglia,  e  non  si 
potea  fornire  sanza  possente  oste  o  per  battaglia  con 
Castruccio,  si  raunarono  tutta  loro  amistà,  ed  eb- 
bono  dal  legato  di  Lombardia,  il  quale  era  in  Bolo- 
gna, cinquecento  cavalieri,  prestando  loro  per  paga 
diecimila  fiorini  d' oro,  e  quattrocento  cavalieri  del 
comune  di  Bologna,  e  dugento  cavalieri  del  comune 
di  Siena,  e  gente  di  loro  a  piò  con  balestra,  e  da 
trecento  cavalieri  tra  di  Volterra,  e  Sangimignano, 
e  Colle,  e  Prato,  e'conti  Guidi  guelfi  ed  altri  amici,  e 
messer  Filippo  di  Sangineto  capitano  per  lo  duca 
ottocento  cavalieri,  che  ne  dovea  avere  mille,  per 
la  qual  diffaita,  oltre  a  quegli,  il  comune  di  Firenze 
ne  soldo  quattrocentosessanta  sotto  bandiere  del  co- 
mune, onde  furono  capitani  messer  Gian  di  Bovilla 
di  Francia,  e  messer  Vergiù  di  Landa  di  Piacenza.  E 
raonata  la  detta  cavalleria,  la  quale  furono  da  ven- 
tisei centinaia  di  cavalieri,  molto  bella  e  buona  gente, 
la  maggiore  parte  oltramontani,  e  popolo  a  piò  gran- 
dissimo, e  preso  il  gonfalone  della  Chiesa,  e  la  cro- 


'  ■tmmtnti  militari  di  legname  da  accostare  alle  mora, 
Vcreooterle  e  rovinarle. 


ce  dal  legato  cardinale  nella  piazza  di  Santa  Croce, 
si  mosse  di  Firenze  il  capitano  con  parte  delPoste 
martedì  1 3  di  luglio,  e  andonne  a  Prato  ;  e  il  se- 
guente e  il  terzo  di  appresso  si  mosse  di  Firenze  tutta 
r  altra  cavalleria  e  gente.  E  poi  il  lunedi,  dì  19  di 
luglio,  uscì  tutta  Toste  de' Fiorentini  di  Prato  ordi- 
nata e  schierata,  e  puosonsi  a  campo  di  là  dal  ponte 
Agliana,  e  '1  seguente  dì  si  puosono  alle  Campanelle, 
e  quivi  assai  presso  alToste  di  Castruccio,  ispianando 
di  concordia  intra  le  due  osti,  avendo  Castruccio 
promessa  e  ingaggiata  la  battaglia.  Tutto  un  giorno 
stette  T  oste  de'  Fiorentini  ischierata  in  sul  campo 
per  combattere  ;  ma  Castruccio  veggendo  tanta  buo^ 
na  gente  a' Fiorentini,  e  volonterosa  di  combattere, 
ed  egli  si  sentia  con  assai  meno  cavalleria,  non  si 
volle  mettere  alla  fortuna  della  ^attaglia  ;  ma  con 
grandissima  sollecitudine  e  studio  personalmente  in- 
tendea  a  fare  imbarrare  con  alberi  tagliati  e  fossi  e 
steccati  intorno  alla  sna  oste,  e  spezialmente  verso 
la  parte  ove  avvisava  che  Toste  de'Fiorentini  si  do- 
vea porre.  E  cosi  ingannati  i  Fiorentini  da  Castruc- 
cio di  non  volere  la  battaglia,  mossono  loro  schiere, 
e  tennono  a  mano  diritta  verso  tramontana,  e  accam- 
parsi al  ponte  alla  Bura  ;  che  se  avessono  tenuto  di 
costa  al  fiume  dell'  Ombrone  dalla  mano  sinistra,  di 
necessità  convenia  che  Castruccio  venisse  alla  batta- 
glia, 0  i  Fiorentini  fornissono  per  forza  Pistoia,  e 
entrassono  tra  la  terra  e  Serravalle,  onde  venia  la 
vittnaglia  all' oste  di  Castruccio.  Ma  a  cui  Iddio  vuo- 
le mate  gli  toglie  il  senno;  e  che  presono  pure  il 
peggiore,  e  strìnsonsi  a'poggetti  di  Ripalta,  ove 
Toste  di  Castruccio  era  più  forte  per  lo  sito  del 
terreno,  e  dove  avea  più  battifolli,  e  gente  a  pie 
innumerabile  alla  difesa.  E  stando  nel  detto  luogo  da 
otto  giorni  badaluccandosi  sovente  le  genti  delle  due 
osti  insieme,  ma  poco  poteano  avanzare  i  Fiorentini; 
che  s'  acquistavano  il  giorno  terreno,  la  notte  era 
ripreso  e  afforzato  di  steccati  per  la  gente  di  Ca- 
struccio. E  sturbò  ancora  molto  la  'mpresa,  che  mes- 
ser Filippo  capitano  porlo  duca  de'Fiorentini  alquanto 
ammalò,  e  non  era  bene  in  accordo  col  maliscalco 
che  v'era  colla  cavalleria  della  Chiesa  e  di  Bolo- 
gna, che  T  uno  volea  tenere  una  via,  e  T  altro  un'al- 
tra; e  de' soldati  della  Chiesa,  ohe  v'avea  assai  Te- 
deschi, spesso  passavano  con  fidanza  alT  oste  di  Ca- 
struccio, onde  si  prese  alquanta  sospezione,  e  dis- 
sesi  che  Castruccio  avea  fatti  corrompere  più  co- 
nestabili  tedeschi  della  gente  della  Chiesa.  E  per  le 
dette  cagioni,  e  ancora  che  '1  legato  da  Bologna 
studiava  di  riavere  la  sua  cavalleria  per  sue  imprese 
di  Romagna,  sì  si  prese  partito  in  Firenze,  per  lo 
men  reo,  di  fare  tornar  Toste,  e  cavalcare  in  su 
quello  di  Pisa,  e  lasciare  guemimento  in  Prato  di 
gente  e  di  vittnaglia,  sicché,  se  Castruccio  si  le- 
vasse dalT  assedio  di  Pistoia,  si  fornisse  la  terra.  E 
così  levato  il  campo  e  Toste  de' Fiorentini,  e  schie- 
rati, a  dì  28  di  luglio,  trombato  e  richiesto  Castrac- 
elo di  battaglia,  non  comparendo,  sì  partì  Toste  e 
tornò  in  Prato,  e  con  gran  parte  cavalcarono  per  la 
via  di  Signa  in  Valdaroo  di  sotto  ;  e  faccendo  vista 
di  passare  Goisciana  per  andare  verso  Lucca,  e  par- 
te ne  passarono,  il  maliscalco  della  Chiesa  con  gran- 


328 


CRONICUB 


de  cavallerìa  e  pedoni  cordono  sopra  quello  di  Pisa, 
e  presono  e  arsono  il  Pontadera;  e  poi  per  forxa 
combattendo  presono  il  fosso  Amonico,  e  uccisonvi 
e  presono  molte  genti.  E  simile  presono  Casciana,  e 
corsono  a  Sansovino,  e  infino  presso  al  borgo  di 
San  Marco  di  Pisa,  avendo  molti  pregioni  e  grandis- 
sima preda,  perocch''  e*  Pisani  non  si  prendeano  guar- 
dia, trovandogli  a  mangiare  colle  tavole  messe,  e 
non  v^'avea  cavalieri  né  genti  alla  difesa,  che  tatti 
erano  air  oste  di  Pistoia  ;  sicché  infino  alle  porte 
di  Pisa  poteano  cavalcare  santa  contrario.  Castruc- 
cio  per  cavalcata  che  la  gente  de^  Fiorentini  faces- 
sono  in  su  quello  di  Lucca  o  di  Pisa,  non  si  mosse 
dair  assedio  di  Pistoia,  sentendo  ch'era  stretta  di 
vittuaglia,  e  que'd*eotro,  d'onde  era  capitano  mes- 
ser  Simone  della  Ti^a  isbigottiti,  veggendo  partita 
Toste  de' Fiorentini,  e  non  aveano  potuto  fornirgli, 
ed  era  loro  fallita  la  vittuaglia,  cercarono  trattato 
con  Castruccio  di  rendere  la  terra,  salve  le  persone 
con  ciò  che  se  ne  potessono  portare,  e  chi  volesse 
essere  cittadino  di  Pistoia  rimanesse.  E  cosi  fu  fatto  ; 
e  arrendessi  Pistoia  a  Castruccio,  mercoledì  matti- 
na a  dì  3  d'agosto,  negli  anni  di  Cristo  1328.  E 
nota,  se  questa  impresa  fu  con  grande  vergogna  e 
danno  e  spesa  de' Fiorentini,  e  quasi  incredibile  a 
dovere  potere  essere,  che  Castruccio  tenesse  l'asse- 
dio con  sedici  centinaia  dì  cavalieri  o  là  intorno, 
e'  Fiorentini,  che  n'  aveano  tra  nelf  oste  e  in  Pistoia 
tremila  cavalieri  o  più,  molto  buona  gente  e  popo- 
lo grandissimo,  non  poterlo  levare  da  campo.  Ma 
quello  che  per  Dio  é  permesso,  nulla  forsa  né  senno 
umano  può  contrastare. 

CAPITOLO  LXXXVL 

Come  morì  il  duca  Castruccio  signore' di  Pisa  e  di 
Lucca  e  di  Pistoia^   e  messer  Galeasso  de*  Visconti 

di  Milano. 

Come  Castruccio  ebbe  racquistata  Pistoia  per 
suo  grande  senno  e  studio  e  prodeiM  per  lo  modo 
che  detto  avemo,  sì  riformò  e  rifornì  la  terra  di  gente 
e  di  vittnaglia,  e  rìmisevi  i  ghibellini  e  tornò  alia 
città  di  Lacca  con  grande  trionfo  e  gloria  a  modo  di 
trionfante  imperadore,  e  trovossi  in  sul  colmo  d'es- 
sere temuto  e  ridottato,  e  bene  avventuroso  di  sue 
imprese,  più  che  fosse  stato  nullo  signore  o  tiran- 
no italiano,  passati  trecento  anni,  ritrovandone  il  ve- 
ro per  le  croniche;  e  con  questo  si  trovò  signore  della 
città  di  Pisa  e  di  Lucca,  e  di  Pistoia  e  di  Lnnigiana, 
e  di  gran  parte  della  Riviera  di  Genova  di  levante, 
e  trovossi  signore  di  più  di  trecento  castella  mu- 
rate. Ma  come  piacque  a  Dio,  il  quale  per  Io  debito 
di  natura  ragguaglia  il  grande  col  piccolo,  e  *1  ric- 
co col  povero,  per  soperchio  di  disordinata  fatica 
presa  nell'oste  a  Pistoia,  stando  armato,  andando 
a  cavallo  e  talora  a  pie  a  sollecitare  le  guardie  e' ri- 
pari di  sua  oste,  (accendo  fare  fortezze  e  tagliate,  e 
talora  cominciava  colle  sue  mani  acciocché  ciascuno 
lavorasse  al  caldo  del  solleone,  sì  gli  prese  una  feb- 
bre continua,  onde  cadde  forte  malato.  E  per  simile 
modo  partendosi  V  oste  da  Pistoia,  molta  buona  gen- 


te di  quella  di  Castruccio  ammalerò  e  morirne  assai. 
Intra  gli  altri  notabili  uomini,  messer  Galeasso  deTis- 
conti  di  Milano,  il   quale  era   in  servigio  di  Ca- 
struccio, ammalò  al  castello  di  Pesoia,  e  in  quello  in 
corto  termine  morì  scomunicato  assai  poveramente, 
ch'era  stato  così  grande  signore  e  tiranno,  che  in- 
nanzi che  *1  Bavero  gli  togliesse  lo  stato  era  signore 
di  Milano,  e  di  sette  altre  città  vicine  al  suo  segui- 
to, com'  era  Pavia,  Lodi,  Cremona,  Como,  Bergamo, 
Noara,  e  Vercelli,  e  mori  vilmente  soldato  alla  mercé 
di  Castruccio.  E  così  mostra  che  i  giudicii  dì  Dio 
possono  indugiare,  ma  non  preterire.  Castruccio  in- 
nanzi ch'egli  ammalasse,   sentendo    che  '1  Bavero 
tornava  da  Roma,  e  parendogli  averlo  offeso  in  istur^ 
bargli  la  sua  impresa  del  regno  per  lo  suo  dimoro 
in  Toscana,  e  presa  la  città  di  Pisa   m  sua  signorìa 
contra  sua  volontà  e  mandamento,  temette  di  lui,  e 
oh*  egli  noi  levasse  di  signoria  e  di  stato,  come  a- 
vea  fatto  Galeasso  di  Milano,  per  la  qua!  cosa  si  fece 
cercare  trattato  d'accordo  segretamente  co'  Fiorentim; 
ma,  come  piacque  a  Dio,  gli  sopravvenne  la  malattia, 
sicché  si  rìmase,  e,  lui  aggravato,  ordinò  suo  testa- 
mento, lasciando  Arrigo  suo  prìmo  figlinolo  duca  di 
Lucca:  e  che  sì  tosto  come  fosse  morto,  sansa  fare 
lamento,  dovesse  andare  in  Pisa  colla  sua  cavalleria  e 
correre  la  città,  e  recarla  a  sua  signoria.  E  ciò  fatto, 
passò  di  questa  vita,  sabato  a  dì  3  di  settembre  1328. 
Questo  Castruccio  fu  della  persona  molto  destro,  gran- 
de, d'assai  avvenente  forma,  schietto,  e  non  gros- 
so, bianco,  e  pendea  in  pallido,  i  capelli  diritti  e 
biondi  con  assai  grazioso  viso:  era  d*etade  ^  qua- 
rantasette  anni  quando  morì.  E  poco  innansi  alla  sua 
morte  conoscendosi  morire,  disse  a*  più  de'  suoi  di- 
stretti amici:  Io  mi  veggo  morire^  e  morto  me,  vedrete 
disasseroccato  ',  in  suo  volgare  lucchese,  che  viene 
a  dire  in  più  aperto  volgare:   vedrete  rteo/tistona, 
ovvero  in  sentenzia  lucchese,  vedrai  mondo  andare. 
E  bene  profetizzò,  come  innanzi  potrete  compren- 
dere. E   per  quello  che  poi  sapemmo  da'  suoi  più 
privati  parenti,  egli  si  confessò  e  prese  il  sagramen- 
to  e  r  olio  santo  divotamente;  ma  rimase  con  grande 
errore,  che  mai  non  riconobbe  se  avere  offeso  a  Dio 
per  offensione  fatta  contra  Santa  Chiesa,  faccendosi 
coscienza  che  giustamente  avesse  operato  per  lo'ffl- 
perio  e  suo  comune.  E  poi  che  in  questo  stato  pas- 
sò, e  tennesi  celata  la  sua  morte  infino  a  dì  1 0  di 
settembre,  tanto  che  com'egli  avea  lasciato,  eorse 
Arrigo  suo  figliuolo  colla  sua  cavalleria  la  città  di 
Lacca  e  quella  di  Pisa,  e  ruppono  il  popolo  di  Pii> 
combattendo  ovunque  trovarono  riparo.  E  ciò  fatto, 
tornarono  in  Lucca  e  feciono  il  lamento,  vestendosi 
tutta  sua  gente  a  nero,  e  con  dieci  cavalli  coverti 
di  drappi  di  seta,  e  con  dieci  bandiere  ;  dell'  arme 
dello  'mperio  due,  e  di  quelle  del  ducato  due,  e  della 
sua  propia  due,  e  una  del  comune  di  Pisa,  e  aimile 
di  quello  di  Lucca  e  di  Pistoia  e  di  Luni.  E  seppel- 
lissi a  grande  onore  in  Lucca  al  luogo  de' frati  nu- 
neri  di  Sau  Francesco,  a  dì  14  di  settembre.  Questo 
Castruccio  fu   uno  valoroso   e  magnanimo  tiranno, 
savio  e   accorto,  e   sollicito  e  faticante,   e  prode 


'  La  Giuntina  legg«}  storpiaiidu  ;  disutrt/ocato. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


327 


cinse  la  città  d*  intorno  intorno  di  sua  oste  e  con 
più  battifolli,  sicché  nullo  vi  potea  entrare  né  uscire, 
avendo  tagliate  le  vie  e  fatti  i  fossi  e  isbarre  e  stec- 
cati di  maravigliosa  opera,  acciocchò  nullo  potesse 
uscire  di  Pistoia,  né  e^  Fiorentini  impedire  né  as- 
salire sua  oste  da  ninna  parte  di  fuori. 

CAPITOLO  LXXXV. 

Come  t  Fioreniini  feciono  grande  oste  per  soccor- 
rere la  città  di  Pistoia^  e  come  Castruccio  V  ebbe 

a  patti. 

Stando  Castruccio  alP  assedio  di  Pistoia  per  lo 
modo  che  avemo  detto  di  sopra,  dando  alla  città 
sovente  battaglie  con  gatti  e  grilli  ^  e  torri  di  legna- 
me armate,  e  riempiendo  in  alcuna  parte  de'  fossi, 
ma  poco  0  niente  vi  potè  fare,  perocché  la  terra  era 
fortissima  di  mura  con  ispesse  torricelle  e  bertesche, 
e  poi  steccata  con  duplicati  fossi,  come  Castruccio 
medesimo  l'avea  fatta  afibrzare,  e  dentro  avea  per 
Io  comune  di  Firenze  trecento  cavalieri  e  mille  pe- 
doni, buona  gente  d'arme,  alla  gfùardia  e  difensione, 
sansa  i  cittadini  guelfi,  i  quali  sovente  uscivano  fuo- 
ri assalendo  il  campo  con  danno  de^ nemici;  e  le 
masnade  de^  Fiorentini  eh*  erano  in  Prato  spesso  as- 
salivano r  oste  ;  ma  poco  levava,  si  avea.  Castruccio 
afforzato  il  campo.  In  questa  stanza,  i  Fiorentini 
feciono  disfare  e  tagliare  co*  picconi  la  rocca  e  le 
mura  e  tutte  case  e  fortezze  del  castello  di  Santa 
Maria  a  Monte,  e  misonvi  fuoco,  e  fecionla  rovinare 
a  di  15  di  giugno  del  detto  anno,  per  non  avere 
a  fornire  tante  guardie  dì  castella,  e  per  la  tenza 
ch'^aveano  della  detta  guardia  colla  gente  del  duca, 
siccome  dicemmo  dinanzi,  e  per  fare  partire  Castmc- 
cio  dall*  assedio  di  Pistoia,  o  assottigliare  sua  oste, 
per  venire  a  difendere  Santa  Maria  a  Monte.  Ma  egli, 
come  costante  e  valoroso,  niente  si  mosse  da  Pi- 
stoia, ma  rafforzò  T  assedio.  I  Fiorentini  veggendo 
che  Pistoia  era  con  diffaita  di  vittnaglia,  e  non  si 
potea  fornire  sanza  possente  oste  o  per  battaglia  con 
Castruccio,  si  raunarono  tutta  loro  amistà,  ed  eb- 
bono  dal  legato  di  Lombardia,  il  quale  era  in  Bolo- 
gna, cinquecento  cavalieri,  prestando  loro  per  paga 
diecimila  fiorini  d'oro,  e  quattrocento  cavalieri  del 
comune  di  Bologna,  e  dngento  cavalieri  del  comune 
di  Siena,  e  gente  di  loro  a  piò  con  balestra,  e  da 
trecento  cavalieri  tra  di  Volterra,  e  ìlangimignano, 
e  Colle,  e  Prato,  e'conti  Guidi  guelfi  ed  altri  amici,  e 
messer  Filippo  di  Sangineto  capitano  per  lo  duca 
ottocento  cavalieri,  che  ne  dovea  avere  mille,  per 
la  qual  diffaita,  oltre  a  quegli,  il  comune  di  Firenze 
ne  soldo  quattrocentosessanta  sotto  bandiere  del  co- 
mune, onde  furono  capitani  messer  Gian  di  Bovilla 
di  Francia,  e  messer  Vergiù  di  Landa  di  Piacenza.  E 
rannata  la  detta  cavalleria,  la  quale  furono  da  ven- 
tisei centinaia  di  cavalieri,  molto  bella  e  buona  gente, 
la  maggiore  parte  oltramontani,  e  popolo  a  piò  gran- 
dissimo, e  preso  il  gonfalone  della  Chiesa,  e  la  cro- 


'  atrumeiiti  militari  di  legname  da  accostare  alle  mora, 
Ì>ercaoterle  e  rovinarle. 


ce  dal  legato  cardinale  nella  piazza  di  Santa  Croce, 
si  mosse  di  Firenze  il  capitano  con  parte  delPoste 
martedì  1 3  di  luglio,  e  andonne  a  Prato  ;  e  il  se- 
guente e  il  terzo  di  appresso  si  mosse  di  Firenze  tutta 
r  altra  cavalleria  e  gente.  E  poi  il  lunedi,  di  19  di 
luglio,  usci  tutta  r  oste  de'  Fiorentini  di  Prato  ordi- 
nala e  schierata,  e  puosonsi  a  campo  di  là  dal  ponte 
Agliana,  e  '1  seguente  di  si  puosono  alle  Campanelle, 
e  quivi  assai  presso  alFoste  di  Castruccio,  ispianando 
di  concordia  intra  le  due  osti,  avendo  Castruccio 
promessa  e  ingaggiata  la  battaglia.  Tutto  un  giorno 
stette  r  oste  de'  Fiorentini  ischierata  in  sul  campo 
per  combattere  ;  ma  Castruccio  veggendo  tanta  buo^ 
na  gente  a' Fiorentini,  e  volonterosa  di  combattere, 
ed  egli  si  sentia  con  assai  meno  cavalleria,  non  si 
volle  mettere  alla  fortuna  della  J>attaglia  ;  ma  con 
grandissima  sollecitudine  e  studio  personalmente  in- 
tendea  a  fare  imbarrare  con  alberi  tagliati  e  fossi  e 
steccati  intomo  alla  sua  oste,  e  spezialmente  yerso 
la  parte  ove  avvisava  che  l'oste  de'Fiorentini  si  do- 
vea porre.  E  cosi  ingannati  i  Fiorentini  da  Castruc- 
cio di  non  volere  la  battaglia,  mossono  loro  schiere, 
e  tennono  a  mano  diritta  verso  tramontana,  e  accam- 
parsi al  ponte  alla  Bura  ;  che  se  avessono  tenuto  di 
costa  al  fiume  dell'  Ombrone  dalla  mano  sinistra,  di 
necessità  convenia  che  Castruccio  venisse  alla  batta- 
glia, 0  i  Fiorentini  fornissono  per  forza  Pistoia,  e 
entrassono  tra  la  terra  e  Serravalle,  onde  venia  la 
vìttuaglia  all'oste  di  Castruccio.  Ma  a  cui  Iddio  vuo- 
le male  gli  toglie  il  senno;  e  che  presono  pure  il 
peggiore,  e  strìnsonsi  a'poggetti  di  Ripalta,  ove 
roste  di  Castruccio  era  più  forte  per  lo  sito  del 
terreno,  e  dove  avea  più  battifolli,  e  gente  a  piò 
innumerabile  alla  difesa.  E  stando  nel  detto  luogo  da 
otto  giorni  badaluccandosi  sovente  le  genti  delle  due 
osti  insieme,  ma  poco  poteano  avanzare  i  Fiorentini; 
che  s'  acquistavano  il  giorno  terreno,  la  notte  era 
ripreso  e  afforzato  di  steccati  per  la  gente  di  Ca- 
struccio. E  sturbò  ancora  molto  la  'mpresa,  che  mes- 
ser Filippo  capitano  per  lo  duca  de'Fiorentini  alquanto 
ammalò,  e  non  era  bene  in  accordo  col  maliscalco 
che  v'era  colla  cavalleria  della  Chiesa  e  di  Bolo- 
gna, che  r  uno  volea  tenere  una  via,  e  l' altro  un'al- 
tra; e  de' soldati  della  Chiesa,  che  v'avea  assai  Te- 
deschi, spesso  passavano  con  fidanza  air  oste  di  Ca- 
struccio, onde  si  prese  alquanta  sospezione,  e  dis- 
sesi  che  Castruccio  avea  fatti  corrompere  più  co- 
nestabili  tedeschi  della  gente  della  Chiesa.  E  per  le 
dette  cagioni,  e  ancora  che  '1  legato  da  Bologna 
studiava  di  riavere  la  sua  cavalleria  per  sue  imprese 
di  Romagna,  si  si  prese  partito  in  Firenze,  per  lo 
men  reo,  di  fare  tornar  Toste,  e  cavalcare  in  su 
quello  di  Pisa,  e  lasciare  guemimento  in  Prato  di 
gente  e  di  vittuaglia,  sicché,  se  Castruccio  si  le- 
vasse dall'  assedio  di  Pistoia,  si  fornisse  la  terra.  E 
cosi  levato  il  campo  e  V  oste  de'  Fiorentini,  e  schie- 
rati, a  di  28  di  luglio,  trombato  e  richiesto  Castrac- 
elo dì  battaglia,  non  comparendo,  si  parti  Toste  e 
tornò  in  Prato,  e  con  gran  parte  cavalcarono  per  la 
via  di  Signa  in  Valdarno  di  sotto  ;  e  faccendo  vista 
di  passare  Guisciana  per  andare  verso  Lucca,  e  par- 
te ne  passarono,  il  maliscalco  della  Chiesa  con  gran- 


332 


CRONICHE 


privilegi  ;  ed  esiandio  i  fenciolli  di  Roma  andaTano 
a^  mortorii,  ov'  erano  sotterrati  i  corpi  de^  morti  Te- 
deschi e  d^  altri  eh*  aveano  seguitato  il  Bavaro,  e 
iscavati  delle  monimenta  gli  traoavano  per  Roma  e 
gittafangli  in  Tevero.  Le  quali  cose  per  giusta  sen- 
tenzia di  Dio  furono  al  Bavaro  e  al  suo  antipapa  e 
aMoro  seguaci  grande  brobbio  e  abbominaxione,  e 
segni  di  loro  rovina  e  abbassamento.  E  per  la  loro 
partita  si  fuggirono  di  Roma  e  Sdarra  della  Colon- 
na, e  Iacopo  Savelli,  e  i  loro  seguaci,  i  quali  erano 
stati  caporali  di  dare  la  signoria  di  Roma  al  Bavaro, 
e  di  molU  furono  abbattuti  e  guasti  i  loro  palazzi  e 
beni,  e  condannati.  E  poi  a  dì  18^  d'agosto  entrò  in 
Roma  messer  Guglielmo  d^  Ebole  con  ottocento  ca- 
valieri del  re  Ruberto  e  gente  a  pie  assai  con  gran- 
de onore  :  onde  la  città  fu  fatta  sicura,  e  riformata 
air  ubbidienza  di  Santa  Chiesa  e  del  re  Ruberto. 

CAPITOLO  XCVUI. 

Come  il  Bavaro  andò  a  oste  a  Bolsena  con  trattato 
<r  avere  la  città  d*  Orbivieto. 

Come  il  Bavaro  fu  in  Viterbo  con  sua  gente, 
il  quale  avea  ancora  più  di  duemilacinquecento  ^  ca- 
valieri tedeschi,  senza  gì*  Italiani,  si  venne  a  oste  so- 
pra il  contado  d' Orbivieto,  e  prese  più  loro  castella 
e  villate,  faccendo  grande  danno.  A  di  10  d'ago- 
sto, anno  detto,  si  puose  a  oste  al  castello  di  Boi- 
sena,  al  quale  fece  dare  continue  battaglie:  mala  sua 
stanza  era  in  quello  luogo  per  uno  trattato  eh*  avea 
in  Orbivieto,  che  gli  dovea  essere  data  la  terra  la 
vigilia  di  Santa  Maria  d*  agosto,  eh*  è  loro  principal 
festa  :  andando  i  cittadini  ali*  offerta,  i  traditori  d'en- 
tro doveano  dare  la  terra  per  la  porta  che  va  verso 
Bagnora .    E  già  v'  era  cavalcato  il  suo  maliscalco 
con  mille  cavalieri,  ma  come  piacque  a  Nostra  Don- 
na, si  scoperse  il  detto  trattato  e  tradimento  in  sul 
punto   che  giunse  il  maliscalco,  e'  traditori  presi  e 
giustiziati.  E  quando  fu  fallito  al  Bavaro  il  suo  in- 
tendimento, il  di  appresso  si  partì  coli*  oste  da  Boi- 
sena  e  tornossi  a  Viterbo,  e  poi  a  dì  17  d*  agosto 
si  partì  di  Viterbo  col  suo  falso  papa  e  suoi  cardi- 
nali e  tutta  sua   gente,  e  venne  alla  città  di  Todi, 
non  osservando  i  patti  a'  Todini  che  gli  aveano  dati 
quattromila  florini  d*  oro,  acciocché  non  entrasse  in 
loro  terra  ;  e  venuto  in  Todi,  impuose  a*  Todini  die- 
cimila fiorini  d*  oro  ^  e  caccionne  i  guelfi,  e  1*  anti- 
papa per  bisogno  di  danari  spogliò  Santo  Fortunato 
di  tutti  i  gioielli  e  santuarie  infino  alle  lampane,  che 
v'erano  d*arìento,  che  valea  grande  tesoro.  E  stando 
il  Bavaro  in  Todi,  sì  mandò  il  conte  d*  Ortinghe  con 
cinquecento  cavalieri  per  conte  in  Romagna,  il  quale 
colla  forza  de*  ghibellini  di  Romagna  cavalcarono  in- 
fino alle  porle  d'  Imola,  ardendo   e  guastando;   e 
d'altra  parte  il  detto  Bavaro  fece  cavalcare  il  suo 
maliscalco  con  mille  cavalieri  a  Fuligno,  credendo 
avere  la  terra  per  tradimento  ;  ma  come  piacque  a 


Dio,  non  venne  fatto,  onde  si  tornarono  i  Todi, 
ardendo  ed  abbruciando  e  levando  prede  per  le  ter^ 
re  del  Ducato  '. 

CAPITOLO  XCIX. 

Come  il  Bavaro  essendo  a  Todi  ordinò  di  venire  so- 
pra la  città  di  Firen%e^  e  V  apparecchiamento  cke 

feciono  i  Fiorentini, 


'  La  edisSone  de'  Qiiinti  ciuta  data  addì  23, 
*  La  Giuntina  citata  dice:  du€  mila. 
'  Quattordici  mila  dice  Ì1  Muratori,   contando  i  quattro 
mila  dati  prima. 


Ne*  deUi  tempi  essendo  il  Bavaro  in  Todi ,  e 
perseguitando  con  tanta  rovina  e  Romagna  e  '1  Du- 
cato, ed  essendo  molto  infesUto  da*  ghibellini  usciti 
di  Firenze  e  dagli  Aretìni  e  gli  altri  Toscani  di  parte 
d'imperio,  che  dovesse  venire  d'  Arezzo  per  venire 
da  quella  parte  a  oste  sopra  la  città  di  Firenze,  con 
ordine  fatto,  che  Castruccio  che  ancora  vivea  e  era 
molto  montato  per  la  vittoria  avuta  sopra  i  Fioren- 
tini della  città  di  Pistoia,  con  sua  oste  dovesse  ve- 
nire per  lo  piano  di  verso  Prato,  e  gli  Ubaldini  colla 
forza  del  conte  d' Ortinghe  e  de*  ghibellini  di  Roma- 
gna rubellare  il  Mugello,  e  da   tutte  parti  chiudere 
le  strade  a*  Fiorentini,  mostrando  al  detto  Bavaro, 
che  vinta  la  ciltt  di  Firenze  (che  assai  gli  era  pos- 
sibile) era  signore  di  Toscana  e  di  Lombardia,  e  poi 
assai  leggiermente  potea  conquiatare  il  regno  di  Pu- 
glia sopra  il  re  Ruberto,  onde  il  detto  Bavaro  s'ac- 
cordò, e  già  avea  preso  questo  per  consiglio,  e  fece 
cominciare  1*  apparecchiamento  per  la  sua  venuta  td 
Arezzo.  I  Fiorentini  ebbono  grandissima  paura,  e  bi- 
sognava bene ,  eh*  egli  era  in  sul  tempo  della  ri- 
colta, e  era  carestia  e  scarso  di  vittuaglia,  onde  se 
fosse  seguita  la  detta  venuta  del  Bavaro,  e  il  detto 
ordine  preso  per  gli  ghibellini,  i  Fiorentini  erano  in 
grande  pericolo  di  potere  guarentire  la  dttade,  e 
da  molta  parti  erano  spaventati,  veggendosi  circua- 
dati  di  sì  possenti  tiranni  e  nimici.  Ma  però  non  si 
dispererò  né  si  gittarono  tra'  vili  e  cattivi,  perocché 
vile  perisce  chi  a  viltà  «*  appoggia;  e  piccolo  ri- 
paro e   rispitto  molti  casi  fortuiti  passa.   Onde  i 
Fiorentini  presono  conforto  e  vigore,  e  con  grande 
consiglio  e  sollecitudine  feciono  rafforzare  le  cutella 
di  Valdarno,  cioè  Montavarchi,  e  castello  Sangio- 
vanni,  e  Castalfiranco,  e  l' Ancisa,  e  guemire  di  vit- 
tuagUa  e  d*  ogni  guemimento  da  difensione  e  guer- 
ra -,  e  mandarvi  in  ciascuna  terra  due  capitani  de* 
maggiori  cittadini,  uno  grande  e  uno  popolano,  oon 
masnade  a  cavallo  e  con  quantità  di  buoni  balestrie- 
ri. E  per  simile  modo  feciono  guernire  Prato  e  Si- 
gna  e  Artimino,  e  tutta  le  castalla  di  Valdarno  di 
sotto,  e  feciono  isgombrare  di  vittaaglia  e  strame 
tutto  il  contado,  e  recare  alla  città  o  a  terre  forti  e 
murate,  acciocché  i  nimici  non  trovassono  di  che  vi- 
vere per  loro  e  per  loro  bestie.  E  mandarono  par 
loro  amistadi,  e  grande  guardia  si  facea  di  dì  e  di 
notte  nella  città  e  alle  porta  e  alle  torri  e  mura,  a 
faccendo  rafforzare  ovunque  la  città  era  debole;  a 
come  franchi  uomini  erano  disposti  a  sostenere  ogni 
passione  e  distretta  per  mantanere  coli'  alato  di  Dio 
la  cittade.  E  ordinarono  di  mandare  al  re  Rnberta 


Qui  colla  Giuntina  puoi  leggere:  U  Urrs  dd  1^9^* 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


333 


e  ti  daca,  e  così  fociono,  che,  rimossa  ogni  cagiono, 
il  dnca  personalmente  colle  sue  forze  venisse  alla 
difensione  della  città  di  Firenze;  e  se  non  venisse, 
il  comune  era  fermo,  che  le  dugento  migliaia  di  fio- 
rini d*oro  che  davano  al  duca  per  suoi  gaggi  se- 
condo i  patti,  di  non  pagargli,  se  non  tanti  solamente 
quanto  montassono  i  gaggi  de^  cavalieri,  che  tenea 
messer  Filippo  di  Sangineto  suo  capitano,  che  po- 
teano  montare  Tanno  centodieci  migliaia  di  fiorini 
d' oro  ;  e  il  rimanente  voleano  per  lo  comune  per 
fornire  la  guerra.  Della  quale  richiesta  il  re  e  ^1  du- 
ca molto  si  turbarono;  ma  veggendo  il  bisogno  de^ 
Fiorentini,  però  non  volle  mettere  in  avventura  la 
persona  del  duca  contra  il  Bavaro,  ma  ordinarono 
dì  mandare  messer  Beltramon  dal  Balzo  con  quattro- 
cento cavalieri  a  suo  soldo  per  contentare  i  Fioren- 
tini. Ma  tardi  era  il  soccorso;  ma  come  piacque  a 
Dio,  che  mai  non  venne  meno  la  sua  misericordia 
alle  strette  necessitadi  del  nostro  comune,  in  bre- 
vissimo tempo  ci  deliberò  del  tiranno  Castruccio  per 
sua  morte,  come  addietro  facemmo  menzione,  e  poi 
di  diverse  e  varie  mutazioni  e  novità  che  avvennono 
al  dannato  Bavaro,  come  innanzi  faremo  menzione; 
e  non  solamente  Iddio  ci  guarentì,  ma  ci  addirizzò 
in  vittorie,  prosperità,  e  buono  stato. 

CAPITOLO  C. 

Come  fu  morto  il  tiranno  messer  Passerino  signore 

di  Mantova. 

Nel  detto  anno,  a  dì  14  d'agosto.  Luigi  da 
Gonzaga  di  Mantova,  con  trattato  fatto  con  messer 
Cane  signore  di  Verona  e  coir  aiuto  de'  suoi  cava- 
lieri venuti  segretamente  a  Mantova,  tradì  messer 
Passerino,  e  corse  la  città  di  Mantova  gridando  viva 
U  popolo^  e  muoia  messer  Passerino  e  le  sue  ga^ 
belle:  e  con  questa  furia  vegnendo  in  su  la  piazza, 
trovando  il  detto  messer  Passerino  isprovveduto  e  dis- 
armato vegnendo  a  cavallo  alla  detta  gente  per  sa- 
pere perchò  il  romore  fosse,  il  detto  Luigi  gli  die- 
de d'  una  spada  in  testa,  ond'  egli  morì  di  presente  ; 
e  poi  prese  il  figliuolo  e  "1  nipote  del  detto  messer 
Passerino,  il  quale  suo  figliuolo  era  fellone  e  reo, 
e  degnamente  gli  fece  morire  per  mano  del  figliuo- 
lo di  messer  Francesco  della  Mirandola,  cui  messer 
Passerino  per  tradimento  e  a  torto  avea  fatto  mo- 
rire il  padre;  e  poi  si  fece  signore  della  terra.  E 
così  si  mostra  il  giudicio  di  Dio  per  la  parola  del 
suo  santo  Vangelio,  io  ucciderò  il  nimico  mio  col 
nimico  miOy  abbattendo  V  uno  tiranno  per  V  altro. 
Questo  messer  Passerino  fu  della  casa  de*  Bonacosi 
di  Mantova,  e  gli  antichi  furono  guelfi  ;  ma  per  cf- 
lere  signore  e  tiranno  si  fece  ghibellino,  cacciando 
i  suoi  medesimi  e  ogni  possente  di  Mantova.  Fu  pic- 
colo della  persona,  ma  molto  savio  e  provveduto  e 
ricco,  e  fu  signore  di  Mantova  lungo  tempo  e  di 
Modona,  e  sconfisse  i  Bolognesi,  come  addietro  fa- 
cemmo menzione.  Tanno  1325;  ma  dopo  il  colmo 
della  detta  sua  gloria  e  vittoria,  ogni  di  venne  ab- 
bwsaodo  suo  stato,  come  piacque  a  Dio. 


CAPITOLO  CL 

Come  quegli  di  Fermo  della  Marca  presono 

Sanlupidio, 

Nel  detto  anno  e  mese  d*  agosto,  quegli  della 
città  di  Fermo  della  Marca  presono  per  tradimento 
il  castello  di  Sanlupidio,  e  corsonlo  e  rubarlo  tutto, 
e  cacciarne  i  guelfi  con  molta  uccisione,  e  quasi  la 
detta  terra  fu  distrutta  e  spogliata  tutta. 

CAPITOLO  CU. 

Come  i  Sanesi  ebbono  Montemassi  colla  forta 

de*  Fiorentini. 

Nel  detto  anno  e  mese  d'agosto,  i  Fiorentini, 
non  istancbi  né  sbigottiti  per  la  tornata  del  Bavaro 
in  Toscana,  mandarono  in  aiuto  de'  Sanesi  cinquecento 
cavalieri,  onde  fu  capitano  messer  Testa  Tornaquinci, 
per  difendergli  dalla  forza  di  Castruccio,  il  quale 
avea  mandati  in  Maremma  seicento  de' suoi  cavalieri 
per  levare  i  Sanesi  da  oste  dal  castello  di  Monte- 
massi,  e  già  aveano  preso  e  arso  e  rubato  il  ca- 
stello di  Pavanico;  e  di  certo  i  Sanesi  non  aveano 
podere  di  tenere  campo,  se  non  fosse  la  forza  e  il 
soccorso  de' Fiorentini,  che  incontanente  la  gente  di 
Castruccio  si  ritrasse,  e' Sanesi  ebbono  il  castello  a 
patti,  rendendosi  a  sicurtà  nelle  mani  de' Fiorentini 
a  dì  27  d' agosto.  Lasceremo  de'  fatti  universali  de- 
gli strani,  e  torneremo  al  processo  e  andamenti  del 
Bavaro. 

CAPITOLO  CUI. 

Come  don  Piero   di  Cicilia  colla  sua  armata   e  di 

quegli  di  Saona  vennono  in  aiuto  del  Bavaro^  e  come 

arrivarono  a  Pisa  là  dov*  era  il  detto  Bavaro. 

Nel  detto  anno  1328,  del  mese  d'agosto,  don 
Piero,  che  re  Piero  si  facea  chiamare,  figliuolo  di 
Federigo  signore  di  Cicilia,  con  ottantaquattro  tra 
galee  e  uscieri,  e  con  tre  navi  grosse  e  più  legni 
sottili,  tra  di  Cicilia  e  degli  usciti  di  Genova  eh'  a- 
bitavano  in  Saona,  vennono  al  soccorso  del  Bavaro 
detto  imperadore  con  seicento  cavalieri  tra  Catalani  e 
Ciciliani  e  Latini  ;  e  tutto  che  secondo^T  ordine  e 
promessa  giugnessono  tardi  al  suo  soccorso,  puoso- 
no  in  più  parti  nel  Regno,  prima  in  Calavra,  e  poi 
ad  Ischia,  e  poi  sopra  Gaeta,  seguendo  la  stiena^  della 
marina,  faccendo  danno  e  correrie  alle  terre  del  re 
Ruberto  sanza  contrasto  ninno.  E  poi  in  terra  di  Ro- 
ma presono  Asturi  e  vennero  in  foce  di  Tevero, 
credendo  che  'I  Bavaro  fosse  a  Roma  ;  e  non  tro- 
vandolo, guastarono  intorno  a  Orbitello,  e  arriva- 
rono a  Corneto  ;  e  di  là  sentendo  novelle  che  '1  Ba- 
varo era  a  Todi,  gli  mandarono  ambasciadori  che 
venisse  alla  marina  a  parlamentare  con  loro,  il  quale 


'  schiena,  costa,  spiaggia.  Così  ottimamente  corregge 
il  Dragomanni  invece  de'  vocaboli  Btinea  e  fanea,  che  si 
leggono  ne'mss.,  dì  affatto  ignota  etimologia.  Il  Bembo  disse 
pure  negli  Àsolani  2,  127:  la  eonttfmimU  schiena  dt' ma- 
rini liti. 


334 


CRONICHE 


Bavaro  avendo  le  dette  novelle,  matò  consiglio  del 
venire  verso  Firenze  per  la  via  d^  Arezzo ,  e  par- 
tissi da  Todi  a  dì  31  d'  agosto  col  suo  antipapa  e 
fatta  taa  corte  e  gente,  e  venne  a  Viterbo,  e  là 
lasciò  il  detto  antipapa  e  la  'mperadrìce  e  V  altra 
gente,  e  con  ottocento  cavalieri  andò  a  Cometo  a 
don  Piero  ;  e  là  scendendo  qae'  signori  in  terra,  stet- 
tono  in  parlamento  alquanti  giorni  con  grandi  con- 
trasti e  riprensioni,  perchè  V  armata  non  era  venata 
al  tempo  promesso,  e  domandava  il  Bavaro  i  da- 
nari promessi  per  gli  patti.  Don  Piero  e  sao  consi- 
glio il  rìchiedea  che  venisse  sopra  le  terre  del  re 
Ruberto,  e  egli  verrebbe  coir  armata  per  mare  e  da- 
rebbegli  la  moneta  promesso,  ch^erano  ventimila  once 
d^oro.  In  questo  contrasto  ebbono  novelle  e  amba- 
sciadori  da^  Pisani,  come  la  gente  di  Castmccio  a- 
veano  corsa  la  città  di  Pisa  e  cacciatane  la  signo- 
ria del  Bavaro,  e  d^  altra  parte  il  detto  Bavaro  non 
si  sentia  in  podere,  nò  in  disposizione  la  sua  gente 
di  volere  andare  nel  Regno,  sentendo  i  passi  guer- 
niti,  e  la  carestia  di  vittuaglia  grande  in  tutte  par- 
ti :  sì  prese  consiglio  di  venire  verso  Pisa  colla  don- 
na sua  e  con  tutta  sua  gente  per  terra,  e  V  armata 
per  mare.  E  così  fa  fatto;  che  a  dì  10  di  settem- 
bre si  partirono  di  Cometo,  e  vegnendo,  morì  a 
Montalto  il  perfido  eretico  e  maestro  e  condacitòre 
del  Bavaro  maestro  Marsilio  di  Padova  ;  e  giunse  il 
Bavaro  e  Toste  sua  a  Grosseto  a  dì  15  di  settem- 
bre ;  e  r  armata  di  don  Piero  presono  Talamone  e 
guastarlo,  e  scesono  a  Grosseto,  e  col  Bavaro  in- 
sieme vi  puosono  r  oste  a  petizione  degli  usciti  di 
Crenova  e  de^  conti  da  Santaflore  per  torre  il  porto 
e  M  passo  della  mercatanzia  a"  Fiorentini  e  a^  Senesi 
e  agli  altri  Toscani,  che  per  ischifare  Pisa  faceano 
quella  via  ;  e  stettonvi  quattro  dì  ali*  assedio  dan- 
dovi grandi  battaglie  co'  balestrieri  eh'  erano  in  su 
r  armata,  e  salirono  più  volte  in  su  le  mora  dì  Gros- 
seto, e  fnronne  cacciati  per  forza,  e  rimasonvene 
morti  più  di  quattrocento  de'  migliori  ;  ma  per  soper- 
chia gente  e  battaglie  non  si  potea  la  terra  guari  te- 
nere. Ma  in  questa  stanza  venne  noveUa  e  ambascia- 
dori  di  certi  imperiali  di  Pisa  al  Bavaro,  come  Ca- 
struccio  signore  di  Lucca  era  morto,  e  eh'  e' figliuoli 
con  loro  masnade  aveano  corsa  la  terra,  e  che  per 
Dio  si  studiasse  d'  andare  a  Pisa,  se  non  che  temea- 
DO  che  no#  dessono  la  terra  a' Fiorentini.  Per  la  qual 
cosa  il  Bavaro  si  partì  da  Grosseto  a  dì  18  di  set- 
tembre, e  con  sollecito  cavalcare  entrò  in  Pisa  a  dì  21 
di  settembre ,  e  da'  Pisani  fu  ricevuto  con  grande 
allegrezza  per  essere  fuori  della  signorìa  de*  figliuoli 
di  Castmccio  e  de'  Lucchesi  ;  i  quali  sentendo  la  sua 
venuta,  si  partirono  di  Pisa  e  rìtomarono  a  Lucca, 
e  il  Bavaro  riformò  la  terra  di  Pisa  e  sua  signorìa, 
e  fece  suo  vicarìo  Tarlatino  de*  Tarlati  d' Arezzo,  il 
quale  fece  cavaliere,  e  diede  il  gonfalone  del  popo- 
lo, onde  i  Pisani  furono  molto  contenti,  e  parve  loro 
tomare  in  loro  libertade  per  la  signorìa  tirannesca 
avuta  da  Castmccio  e  da*  figliuoli.  E  ciò  fatto,  don 
Piero  di  Cicilia,  avuti  molti  parlamenti  col  Bavaro  e 
coir  altra  lega  de*  ghibellini,  si  partì  di  Pisa  colU 
Boa  armata  a  dì  28  di  settembre,  e  simile  feciono 
gli  usciti  di  Genova.  Ma  a  don  Piero  male  avvenne, 


che  essendo  col  suo  navilio  già  presso  ali*  isola  di 
Cicilia,  fortuna  gli  venne  alla  'ncontra,  e  tatto  ano 
navilio  sciarrò  '  in  più  parti  alle  piagge  di  terra  di 
Roma  e  di  Maremma,  onde  furono  in  grande  perì- 
colo e  condizione  dì  scampare;  e  perirono  in  mare 
da  quindici  delle  sae  galee  colla  gente  che  v'era 
suso,  e  molte  altre  mppono  e  straccarono  ^  in  diver- 
se parti  ;  e  don  Piero  con  grande  perìcolo  arrivò  a 
Messina  con  quattro  galee  solamente;  il  rìmanente 
dell*  altre  arrivarono  in  diversi  porti  di  Cicilia  sce- 
mati di  gente  e  d' arnesi,  onde  i  Ciciliani  rìcevetto- 
no  ana  grande  sconfitta.  Lasceremo  alquanto  di  que- 
sta materia,  e  torneremo  a'  fatti  di  Firenze  e  del- 
r  altra  Italia. 

CAPITOLO  CIY. 

Come  messer  Cane  della  Scala  ebbe  la  signoria 
della  città  di  Padova, 

Nel  detto  anno  1328,  essendo  la  città  di  Pa- 
dova molto  afflitta  e  annullata  di  podere  e  di  sigao- 
rìa  e  di  gente,  e  perduto  la  maggior  parte  di  sao 
contado  per  la  discordia  di  grandi  cittadini,  e  per 
la  persecuzione  della  guerra  avuta  con  messer  Cane 
della  Scala  signore  di  Verona,  quegli  della  casa  da 
Carrara  di  Padova,  cacciati  i  loro  vicini,  e  guasta  lo- 
ro parte  guelfa  per  volere  essere  signorì  e  tiran- 
nare,  quasi  per  necessità  non  potendo  bene  tenere 
la  terra,  s'  accordarono  con  messer  Cane,  e  impa- 
rentarsi con  lui,  e  diedongli  ta  signorìa  di  PadoTa 
a  dì  8  del  mese  di  settembre,  la  quale  si  Imi^- 
mente  avea  bramata  ;  e  a  dì  10  del  mese  v'  entrò 
con  grande  trionfo  e  signorìa.  E  come  fu  in  Pado- 
va, 1*  ordinò  e  compuose  in  assai  giusto  e  convene- 
vole stato  secondo  la  terra  eh'  era  guuta,  sanxa  fiar 
vendetta  di  ninno,  e  rimettendo  nella  città  chiunque 
volle  tornare  sotto  la  sua  signorìa.  E  bene  a'  adem- 
pio la  profezia  dì  maestro  Michele  Scotto  de*  Calli 
di  Padova,  ove  disse  molto  tempo  dinanzi:  Paduas 
magnatum  plorabuni  filii  ttecem  diram  et  horrendam 
daiam  Caiuloque  Veronae. 

CAPITOLO  CV. 

Come  i  Fiorentini  presono  il  castello  di  Carmignamo 

per  for%a. 

Nel  detto  tempo,  sentendo  messer  Filippo  dì 
Sangineto  con  gli  altrì  capitani  della  guerra  di  n- 
renze  e  col  consiglio  de'  priorì ,  che  ci  trovaaaaio 
allora  di  quello  collegio,  sentando  che  *l  casMlo  di 
Carmignano  non  era  ben  fornito,  ed  erano  isbigotlìti 
della  morta  di  Castruccìo,  sì  ordinarono  segreta- 
mente d*  assalirlo  e  di  combattarlo  e  prenderlo  per 
forza  ;  e  così  si  misono  a  seguizione,  ohe  1  detto 
capitano  con  certi  Fiorentini  e  con  parte  della  caval- 
lerìa e  popolo  a  piò  si  partirono  una  notte  ordinata  di 


*  ai  Bciarròf  si  sbandò,  si  dispersa. 

'  Meglio  forse  legge  la  Ginntiiia:  itraeciaromo,  dopo  il 

rappono;  laddove  nel  libro  VH,  o.  civ,  pag.  154,  tfroceor» 

toma  a  cappello.  SetUmdo  che  'l  naviglio  dèi  ré  ^  Fra»* 

eia  era  nd  porto  di  Boic»  e  a$»ai  fceoioto  e  itroemlo,    ék 

I  Vattalio* 


DI  GIOVANNI  YILLANL 


335 


Samminialo  e  dell*  altre  terre  di  Valdamo,  e  fecioDO  la 
TÌa  del  monte,  e  la  mattina  furono  intorno  a    Car- 
migliano  ;  e  per  simile  modo,  e  a  ano  punto,  vi  ven- 
ne la  cavalleria  de^ Fiorentini  ch'era  in  Prato,   co* 
Pratesi  e  gente  a  piò  assai,  sicché  si  trovarono  in- 
tomo a  Carmignano  ottocento  cavalieri  oltramontani, 
e  cinquemila  pedoni.  U  castello  era  assai  forte  di 
sito,  e  parte  morato  per  Castruccio  e  parte  steccato 
e  affossato,  con  torri  e  bertesche  di  legname;  ma 
era  d'uno  grande  giro,  e  porpreso  ^  e  dentro  v'  a- 
tea  cinquanta  cavalieri  e  da  settecento  uomini  a  pie, 
che  bisognava  alla  guardia  due  cotanti  gente.  Mes- 
ser  Filippo,  capitano  de'  Fiorentini,  fece  tutti  i  cava- 
lieri scendere  a  piò,  e  a  ciascuno  conestabile  ag- 
gioose  pedoni  con  pavesi  e  balestra  e  rafQ  e  stipa 
e  fooco,  e  a  ciascuno  diede  la  sua  posta  intorno  al 
castello;   e  da  più  di  venti  parti  a  uno  snono  di 
trombe  e  nacchere  il  fece  assalire  e  combattere;  la 
quale  battaglia  fu  aspra  e  dura,  e  sostenne  dalla  mat- 
tina a  ora  di  nona.  Ma  alla  fine  per  lo  grande  por- 
preso  e  per  la  prodezza  de'  nostri  cavalieri,  in  più 
parti  vinsono  la  battaglia  con  grande  danno  di  que' 
d'entro,  e  entrarono  per  forza  dentro  alla  terra  e 
paosono  le  bandiere.  Gli  altri  della  terra  veggendo 
entrati  i  nimici  dentro,  abbandonarono   le  loro  po- 
ste e  la  terra,  e  fuggirono,  chi  potò,  nel  girone  della 
rocca,  e  l'altra  gente  entrò  poi  nella  torre,  e  cor- 
sonla  e  rubarla   tutta,  e  di  gran  preda  la  spoglia- 
rono :  e  ciò  fu  a  di  16  del  mese  di  settembre  del 
detto  anno.  E  la  rocca  si  tenne  poi  otto  giorni,  a- 
vendovi  ritti  mangani  e  dificii,  i  quali  gli  consuma- 
vano di  e  notte,  ed  eranvi  con  grande  fame  e  di- 
fetto di  vittaaglia  per  la  molta  gente  che   v'  erano 
rifulgiti  de'  terrazzani.  Alla  fine  s' arrendo  la  rocca 
e  'I  girone  a  patti,  salve  le  persone  e  ciò   che  se 
ne  potessono  portare.  Bbbono  i  soldati  che  v'erano 
dentro  per  menda  di  loro  cavalli'milledugento  fiorini 
d' oro.  Questi  patti  cosi  larghi  si  feciono  loro  peroc- 
ché 'I  Bavaro  era  giunto  in  Pisa,  e  di  sua  gente  già 
Tenuta  in  Pistoia,  ond'era  alla  nostra  gente  grande  pe- 
ricolo a  soprastarvi.  Di  questo  acquisto  di  Carmigna- 
no  ebbe  in  Firenze  granda  aUegrezza,  sperando  che 
la  fortuna  prospera  fosse  addirizzata  a'  Fiorentini,  ma 
più  consigli  si  tennono  di  disfare  la  terra  e  la  roc- 
ca per  dubbio  del  Bavaro  o  di  rìtenerla  ;  alla  fine  si 
TÌBse  che  sì  ritenesse  e  si  recasse  a  minor  giro,  e 
■i  murasse  tatta  con  torri  di  pietre  e  calcina,  e  raf- 
forzare la  rocca  e  '1  girone,  e  che  mai  non  si  la- 
nciasse per  gli  Fiorentini,  ma  che  si  confiscasse  a 
perpetuo  al  nostro  contado  ;  e  così  fu  fatto  di  pre- 
■e&te  tutto. 

CAPITOLO  evi. 

Come  il  re  di  Francia  fece  fare  pace  tra  7  conte 
di  Savoia  e  7  Delfino  di  Vienna. 

Nel  detto  anno^  air  uscita  di  settembre,  lo  re 
Filippo  di  Francia  a  preghiera  e  studio  della  reina 
Clementa,  la  quale  era  stata  moglie  del  re  Luis  di 


*  0  per  Ubaglio  cosi  si  trascrisse  in  laogo  di  comprtto^ 
cireiùto,  giro ,  o  è  il  jJOttrprw  de'  firanceai. 


Francia  e  figliuola  di  Carlo  Martello  re  d'  Ungheria, 
e  nipote  del  re  Ruberto,  si  fece  fare  pace  tra  'I  conte 
di  Savoia  e  '1  Delfino  di  Vienna  nipote  della  detta 
reina,  intra'  quali  era  stata  lunga  e  mortale  guerra  ; 
ed  essendo  la  detta  reina  malata  a  morte,  per  darle 
consolazione  lo  re  in  sua  presenza  la  fece  fare,  e 
basciare  in  bocca  i  detti  signori,  la  quale  poco  ap- 
presso passò  di  questa  vita,  onde  fu  grande  dam- 
maggio,  siccome  di  savia  e  valente  donna  e  reina. 

CAPITOLO  cvn. 

Come  il  Bavaro  andò  a  Lucca^  e  dispuose  della 
signoria  i  figliuoli  di  Castruccio. 

Essendo  il  sopraddetto  Bavaro  in  Pisa,  i  figliuoli 
di  Castruccio  gli  furono  molto  abominati  da'  Pisani, 
e  eh'  eglino  e  il  loro  padre  Castruccio  avevano  te- 
nuto trattato  co' Fiorentini  contra  l'onore  della  co- 
rona; e  ciò  fu  in  parte  venta.  Onde  il  Bavaro  era 
molto  indignato  contra  loro,  e  per  Io  correre  eh'  a- 
veano  fatto  in  Pisa,  e  la  sua  gente  non  lasciavano 
entrare  in  Lucca.  Per  la  qual  cosa  la  moglie  che  fu 
di  Castruccio,  per  raumiliarlo  contra  i  figliuoli,  si 
venne  in  Pisa,  e  donógli'  il  valore  di  diecimila  fio- 
rini d' oro,  tra  in  danari  e  gioielli  e  ricchi  destrieri, 
e  rimisesi  in  lui,  lei  e'  figliuoli.  Per  la  qual  cosa,  e 
per  consiglio  de'  Pisani  e  di  certi  Lucchesi,  il  Ba- 
vero andò  a  Lucca  a  di  5  d'  ottobre,  e  fugli  fatto 
grande  onore  ;  ma  per  gli  sombugli  eh'  avea  nella 
città  per  gli  cittadini,  che  non  voleano  eh'  e'  figliuoli 
di  Castruccio  rimanessono  signori,  si  levò  la  città  a 
romore  a  dì  7  d' ottobre,  e  s' asserragliò  e  abbarrò 
da  casa  gli  Onesti  e  in  più  parti.  Alla  fine  fu  corsa 
per  gli  Tedeschi,  e  riformò  la  terra  a  sua  signoria, 
e  lasciò  per  signore  il  Porcaro  suo  barone,  che  tanto 
éa  dire  Porcaro  in  tedesco  come  conte  castellano  ;  ma 
in  nostra  lingua  era  chiamato  Porcaro.  E  impuosQ  a 
Lucca  e  al  contado  centocinquanta  migliaia  di  fiorini 
d'  oro,  tagliandogli  per  uno  anno,  promettendo  di 
lasciargli  franchi.  E  trasse  di  pregione  messer  Ra- 
mondo  di  Cardona  e  '1  figliuolo,  che  fu  capitano  de' 
Fiorentini,  e  pagogli  per  sua  redenzione  quattromila 
fiorini  d'  oro,  e  fecelo  giurare  alla  sua  signoria,  o 
ritennelo  al  suo  soldo  con  cento  cavalieri;  e  ciò  fu 
a  priego  del  re  d' Araona  :  e  tornò  in  Pisa  a  dì  1 5 
d'ottobre,  e  a'  Pisani  impuose  centomila  fiorini  d'o- 
ro; per  le  quali  imposte  in  Pisa  e  in  Lucca  n'  ebbe 
grandi  rammarichìi  e  dolori  per  gli  cittadini  per  la 
soperchia  gravezza,  e  il  loro  male  stato,  e  macerati 
dalle  guerre.  In  questa  stanza  il  Porcaro,  che  '1  Ba- 
vero avea  lasciato  in  Lucca,  s'imparentò  co' figliuoli 
di  Castruccio,  e  rimiseli  in  istato  e  in  signoria,  e  mo- 
strava di  volersi  tenere  con  loro  insieme  la  signorìa 
di  Lucca  e  del  contado  ;  per  la  qual  cagione  per 
certi  Lucchesi  e  Pisani  furono  fatti  sospetti  della  co- 
rona, onde  per  gelosia  della  'mpresa  del  Porcaro  de' 
fatti  di  Lucca  e  de'  Tedeschi  della  bassa  Alamagna 
partiti  da  lui  e  andati  al  Cerruglio,  come  appresso 
faremo  menzione,  il  Bavaro  tornò  a  Lucca  a  À  8  di 


n  testo  Oav.  avviluppandosi  legge:  dandogli. 


336 


CR0N1CRB 


novembre,  e  dispnose  di  signoria  il  detto  Porcaro 
(il  quale  se  n"*  andò  per  disdegno  in  Lombardia,  e 
poi  in  Alamagna)  e  a^  figliuoli  di  Castmccio  tolse 
ogni  titolo  del  ducato,  e  mandò  loro  e  la  madre  a^ 
confini  a  Pontremoli,  e  il  comune  di  Pisa  con  as- 
senso del  Bavaro  condannarono  i  figliuoli  di  Castmc- 
cio, e  Nieri  Saggina  loro  tutore,  e  tutti  gli  usciti  di 
Firenze,  e  chi  furono  caporali  con  loro  a  rompere  il 
popolo  di  Pisa  e  correre  la  terra,  neir  avere  e  nella 
persona,  siccome  traditori. 

CAPITOLO  CVllL 

Come  certi  della  genie  del  Bavaro  si  rubellarono 
da  luiy  e  eennono  in  stU  Cerruglio  di  Vitinaia, 

In  questo  presente  tempo,  i  Tedeschi  deUa  bassa 
Alamagna  i  quali  erano  col  Bavaro,  conceputo  il 
disdegno,  cominciata  la  discordia  tra  M  Bavaro  e  loro 
infino  a  Cistelena  in  Campagna,  siccome  addietro  fa- 
cemmo menzione,  e  istando  in  Pisa,  e  non  potendo 
avere  le  loro  paghe  e  gaggi  dal  Bavaro,  si  feciono 
infra  loro  cospirazione  e  congiura,  e  furono  da  otto- 
cento uomini  a  cavallo,  e  i  piik  de*  migliori  di  sua 
gente,  seguendogli  più  altri  gentili  uomini  rimasi  a 
piò  per  povertà;  e  partirsi  di  Pisa  a  di  29  d'ottobre 
del  detto  anno,  e  credettono  prendere  e  rubellare 
la  città  di  Lucca  e  tenerlasi  per  loro  ;  e  venia  loro 
fatto,  se  non  che  M  Bavaro  sentendo  loro  folle  par- 
tita, per  messaggi  battendo  mandò  a  Lucca,  che  non 
fossono  ricettati  nella  città  ;  e  così  fu  fatto.  Per  la 
qual  cosa  albergando  ne*  borghi  di  Lucca,  gli  ruba- 
rono d*  ogni  sustanza,  e  vennono  in  Yaldinievole,  e 
non  potendo  entrare  in  ninna  fortezza  murata,  sì  si 
misono  in  sul  Cerruglio,  il  quale  ò  in  su  la  monta- 
gna di  Yivinaia  e  di  Montecbiaro,  il  quale  luogo 
Castruccio  avea  afforzato  quando  avea  la  guerra  co* 
Fiorentini,  e  quello  rafforzarono  e  tennono,  faccen- 
dosi  dare  tributo  e  vittuaglia  a  tutte  le  terre  vicine. 
E  in  questa  loro  stanza  più  trattati  feciono  cercare 
co*  Fiorentini,  e  venne  in  Firenze  il  duca  di  Cam- 
benic^  della  casa  di  quegli  di  Sassogna,  e  messer 
Arnaldo  di....  loro  caporali,  ma  poco  effetto  ebbono 
allora  i  loro  trattati,  perchò  voleano  troppo  larghi 
'  putti  e  molta  moneta,  e*  Fiorentini  si  poteano  male 
fidare  di  loro  ;  e  con  questo  tuttora  erano  in  trat- 
tato col  Bavaro  per  riconciliarsi  con  lui,  per  avere 
i  loro  gaggi,  e  parte  n*  ebbono,  più  per  tema  che 
non  s*  accordassono  co*  Fiorentini  che  per  amore. 
Avvenne  che  in  questi  trattati  da  loro  al  Bavoro, 
egli  mandò  a  loro  per  ambasciadore  e  trattatore  mes- 
ser Marco  de*  Visconti  di  Milano,  il  quale  ad  istanzia 
del  Bavaro  fece  loro  certa  impromessa  di  moneta 
per  levargli  del  luogo  e  menargli  in  Lombardia  ;  i 
quali  passato  il  termine,  e  non  fornito  per  lo  Bavaro 
come  avea  promesso,  ritennono  il  detto  messer  Marco 
cortesemente  per  loro  pregione  per  sessantamila  fio- 
rini d*  oro  ;  e  dissesi  che  *l  Bavaro  il  vi  mandò  vi- 
ziatamente per  farlo  ritenere  per  levarlosi  d*intorno, 
non  fidandosi  di  lui  per  quello  eh*  avea  fatto  a  mes- 


'  X^  Oiantina  qui  dìoa:  Bramhenno. 


ser  Galeasso  ano  fratello  di  torgli  la  signorìa  di  Mi- 
lano. Di  questa  compagna  dal  Cerruglio  segnirono 
poi  grandi  novitadi  e  mutazioni  nella  città  di  Lacca, 
come  innanzi  per  gli  tempi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  CIX. 

Come  il  re  Ruberto  e  */  duca  suo  figliuolo  manda" 
rono  in  aiuto  de"  Fiorentini  cinquecento  cavalieri. 

Nel  detto  anno,  il  dì  d*  Ognissanti,  giunse  in 
Firenze  messer  Beltramone  del  Balzo  con  cinque- 
cento cavalieri,  i  quali  il  re  Ruberto  e  *l  duca  sao 
figliuolo  mandò  in  Puglia  al  servigio  de*  Fiorentiai 
e  al  suo  soldo  per  contrastare  al  Bavaro;  e  ciò  fa 
per  sodisfare  in  parte  la  richiesta  che  aveano  fatta 
i  Fiorentini  di  volere  la  persona  del  duca,  siccome 
dovea  venire  a  difendere  la  città  di  Firenze,  dap- 
poichò  prendea  dugentomila  fiorini  d*  oro,  com*  era 
in  patti  :  della  quale  venuta  de*  cavalieri  i  FiorentÌBi 
furono  altrettanto  contenti  come  se  fosse  venuto  il 
duca  in  persona,  percioccbò  già  rincresceva  loro  la 
sua  signorìa,  e  cercavano  modo  di  non  volergli  dare 
r  anno  i  detti  danari,  dappoicbò  non  istava  in  Fi- 
renze personalmente  ;  ma  tosto  si  quetò  la  detta 
questione,  come  diremo  qui  appresso. 

CAPITOLO  ex. 

Come  mori  Carlo  duca  di  Calavra  e  signore 

di  Firenze, 

Nel  detto  anno,  a  dì  9  del  mese  di  novembre, 
come  piacque  a  Dio,  messer  Carlo  figliuolo  del  re 
Ruberto  duca  di  Calavra,  e  signore  de*  Fiorentini, 
passò  di  questa  vita  nella  città  di  Napoli  d*  infermità 
di  febbre  presa  a  uccellare  nel  Gualdo  ;  onde  in  Na- 
poli n*  ebbe  grande  dolore  e  in  tutto  il  regno ,  e 
soppellissi  al  monistero  di  Santa  Chiara  in  Napoli, 
a  dì  14  di  novembre,  a  grande  onor«,  siccome  re; 
e  poi  se  ne  fece  1*  esequio  in  Firenze  a  dk  2  di  di- 
cembre alla  chiesa  de*  frati  minori,  molto  grande  e 
onorevole  di  cera  in  grandissima  quantità,  per  lo 
comune  e  per  la  parte  guelfa  e  per  tutte  1*  arti  ;  e 
furonvi  le  signorie  e  *1  capitano  eh*  era  del  doca, 
e  uomini  e  donne  e  tutta  la  buona  gente  della  città 
di  Firenze,  che  a  pena  poteano  capere  nella  piazza 
di  Santa  Croce  non  che  nella  chiesa.  Di  questo  doca 
non  rimase  reda  nulla  maschio,  ma  due  figliuole  fem- 
mine, una  nata,  e  d*  una  rimase  grossa  la  duchessa; 
onde  allo  re  Ruberto  suo  padre  e  a  tutto  il  regno 
n*  ebbe  gran  dolore ,  perocché  *1  re  Ruberto  non 
avea  altro  figliuolo  maschio.  Questo  duca  Carlo  fa 
nomo  assai  bello  del  corpo,  e  informato  innanzi 
grosso  e  non  troppo  grande  ;  andava  in  capelli  sparti, 
assai  era  grazioso,  di  bella  faccia  rìtonda,  con  piena 
barba  e  nera,  ma  non  fu  di  gran  valore  a  quello 
che  potea  essere,  né  troppo  savio  ;  dilettavasi  in 
dilicatamente  vivere  e  della  donna,  e  più  in  ozio  che 
in  fatica  d*  arme,  con  tutto  che  *l  padre  lo  re  Ru- 
berto il  tenea  molto  corto  per  gelosia  della  sua  per- 
sona, perchè  non  avea  più  figliuoli  ;  assai  In  catto- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


337 


lieo  e  onesto,  e  amava  ginsiÌKÌa.  Della  morte  di  questo 
signore  i  cittadini  di  Firenze  eh*  amavano  parte  guelfa 
ne  furono  crucciosi,  quanto  per  parte  ;  ma  in  genere 
i  cittadini  ne  furono  contenti  per  la  gravezza  della 
spesa  e  moneta  che  traeva  de*  cittadini,  e  per  rima- 
nere liberi  e  franchi,  che  già  cominciava  a  dispia- 
cere forte  a^  cittadini  la  signoria  de^  Pugliesi,  i  quali 
avea  lasciati  suoi  uficiali  e  governatori,  che  a  nulla 
altra  cosa  intendeano  con  ogni  sottigliezza  se  non 
di  fare  venire  danari  in  comune,  e  di  tenere  corti  i 
cittadini  di  loro  onori  e  franchigia,  e  tutto  si  volea- 
no  per  loro  ^  e  di  certo,  se  *1  duca  non  fosse  morto, 
non  potea  guari  durare,  eh'  e*  Fiorentini  avrebbono 
fatta  novità  contra  la  sua  signoria,  e  rubellati  da  lui. 

CAPITOLO  CXI. 

Come  i  FiorenUm  riformarono  la  città  di  signoria 
dopo  la  morte  del  duca, 

Dappoich*eTiorentini  ebbono  novelle  della  mor- 
te del  duca,  ebbono  più  consigli  e  ragionamenti  e 
avvisi  come  dovessono  riformare  la  città  di  reggi- 
mento e  signoria  per  modo  comune,  acciocché  si  le- 
vassono  le  sette  tra* cittadini;  e  come  piacque  a  Dio 
quegli  che  allora  erano  priori,  con  consiglio  d*  uno 
buono  uomo  per  sesto,  dì  concordia  trovarono  que- 
sto modo  nella  elezione  de'  priori  e  gonfalonieri,  cioè 
eh*  e'  priori  con  due  arroti  popolani  facessono  scelta 
e  rapporto  di  tutti  i  cittadini  popolani  guelfi  degni 
deiruficio  del  priorato,  d'età  da  trenta  anni  in  suso; 
e  per  simile  modo  feciono  i  gonfalonieri  delle  com- 
pagnie con  due  popolani  arroti  per  gonfalone  ;  e  si- 
mile recata  facessono  i  capitani  di  parte  guelfa  col 
loro  consiglio;  e  simile  i  cinque  uficiali  della  mer- 
catanzia  col  consiglio  di  sette  capitndini  delle  mag- 
giori arti,  due  consoli  per  arte.  E,  fatte  le  dette  recate 
nella  sala  de'  priori,  si  congregarono  i  priori  e*  gon- 
falonieri all'entrante  del  mese  di  dicembre,  e  con  loro  i 
dodici  buoni  uomini  consiglieri,  e  con  cui  i  priori 
facevano   le  gravi    deliberazioni,  e  con  diciannove 
gonfalonieri  delle  compagnie  e  due  consoli  di  ciascuna 
delle  dodici  arti  maggiori,  e  sei  arroti  fatti  per  gli 
priori  e  per  gli  detti  dodici  consiglieri  per  ciascuno 
sesto,  sicché  in  tutto  furono  in  numero  di  novantotto  ; 
e,  messo  ciascuno  uomo  recato  a  scrutino  segreto  di 
fave  bianche  e  nere,  ricolte  per  due  frati  minori  e  due 
predicatori  e  due  romitani  forestieri  savi  e  discreti, 
e  parte  di  loro  stavano  a  vicenda    nella  camera  a 
rìcogliere  le  fave  e  a  noverarie  ;  e  chiunque  avea  ses- 
santotto voci,  cioè  sessantotto  fave  nere,  era  appro- 
vato per  priore  e  messo  in  segreto  registro  scritto,  il 
quale  rimase  appo  i  frati  predicatori,  e  in  una  pic- 
cola cedola  sottile  iscritto  il  nome  e  soprannome  suo, 
e  messo  in  una  borsa  a  sesto  a  sesto,  come  venia  ; 
e  quelle  borse  messe  in  uno  forziere  serrato  a  tre 
chiavi  e  mandato  nella  sagrestia  de' frati  minori;  e 
r  una  chiave  teneano  i  frati  conversi  di  Settimo,  che 
stavano  alla  camera  deir  arme  de'  priori,  e  1*  altra 
il  capitano  del  popolo,  e  Taltra  il  ministro  de'  frati. 
E  quando  finiva  1  uflcio  de*  priori  di  due  in  due  mesi, 
anzi  loro  uscita,  il  meno  per  tre  dì,  i  vecchi  priori  col 


capitano  sonando  e  raccogliendo  il  consiglio  facevano 
venire  il  detto  forziere,  e  in  presenza  del  consiglio 
6*  apriva,  e  a  sesto  a  sesto  s' aprieno  le  dette  borse> 
mischiando  le  bollette,  e  poi  traendole  in  avventura  ; 
e  quegli  che  era  tratto  era  priore,  osservando  il  di- 
vieto nella  persona  di  quegli  eh*  era  due  anni,  che 
più  non  potea  essere  infra  '1  tempo  ;  e  '1   figliuolo 
padre  o  fratello  di  quegli  avea  divieto  uno  anno  ;  e 
la  casa  ond'era  sei  mesi.  E  quest'ordine  si  fermò 
prima  per  gli  opportuni  consigli,  e  poi  in  pieno  par- 
lamento  nella  piazza  de'  priori  ove  fu  congregato 
molto  popolo,  ov'ebbe  molti  dicitori,  e  lodando  l'or- 
dine e  confermandolo,  a  di  11  di  dicembre  1328, 
sotto  gravi  pene  chi  contro  facesse,  e  che  di  due 
in  due  anni  del  mese  di  gennaio  si  dovesse  rifare 
da  capo  per  simile  modo,  e  chi  vi  si  trovasse  in 
registro  che  non  fosse  uscito  o  tratto  vi  rimanesse  ; 
e  chi  di  nuovo  fosse  approvato  per  lo  detto  squit- 
tino  fosse  rimescolato  con  quegli  che  non  fossono 
tratti  ;  e  quegli  che  tratti  fossono  si  rìmettessono  a 
sesto  a  sesto  in  un'  altra  borsa  infino  che  fossono 
gli  altri  tutti  tratti.  Per  simile  modo  e  squittino  s*  ap- 
provarono i  dodici  buoni  uomini  consiglieri  de'  pri- 
ori; e  chi  era,  durava  il  loro  uficio  quattro  mesi, 
e  qual  era  dell'  uno  collegio,  era  dell*  altro.  I  gon- 
falonieri delle  compagnie  si  feciono  per  simile  modo, 
salvo  che  potea  no  essere  giovani  di  venticinque  anni 
o  da  indi  in  suso;  e  durava  il  loro  uficio  quattro 
mesi,  che  in  prima  durava  sei  mesi.  E  per  simile 
modo  ciascuna  delle  dodici  arti  maggiori  feciono  i 
loro  consoli;  e  riroutossi  il  consiglio  del  Cento^  e  Cre- 
den%a  e  il  Nof>anta  e  generale^  che  solcano  essere 
per  antico  :  e  fecesi  uno  consiglio  di  popolo  di  tre- 
cento uomini  popolani  scelti  e  approvati  sufficienti  e 
guelfi;  e  simile  uno  consiglio  di  comune,  ove  avea 
grandi  uomini  de' casati  e  popolani  di  dugentocin- 
quanta  uomini  approvati,  e  furono  recati  a  termine 
di  quattro  mesi,  ove  solcano  esser  per  sei  mesi,  per 
avvicendare  i   cittadini,  e  dare  parte  degli  ufici.  Per 
questo  modo  fu  riformata  la  città  di  Firenze  de*  suoi 
reggimenti  e  uficiali,  e  poco  tempo  appresso  per  fug- 
gire le  preghiere  si  feciono  per  borse  ovvero  sacchi 
approvati  per  squittino  le  podestadi  forestiere.  Ave- 
mo  cosi  stesamente  fatta  memoria  di  questa  rifor- 
mazione, perchè  fu  con  bello  ordine  e  comune;  e 
seguinne  assai  tranquillo  e  pacifico  stato  al  nostro  co- 
mune  uno  tempo,  perchè  sia  esemplo  a  coloro  che 
sono  a  venire  ;  ma,  com'  è  1*  usanza  de'  Fiorentini  di 
spesso  volere  fare  mutazioni,^  gli  detti  buoni  ordini 
assai  tosto  si  corruppono  e  viziaro  per  le  sette  de' 
malvagi  cittadini,  che  al  tutto  voleano  reggere  sopra 
gli  altri,  mettendo  con  frode  alle  riformazioni  a  loro 
seguaci  non  degni  a'  delti  ufici,  e  lasciare  addietro 
de*  buoni  e  sufficienti  ;  onde  segui  poi  molti  danni 
e  pericoli  alla   nostra   città,   come  innanzi   faremo 
menzione  perchè  sia  esemplo  a  coloro  che  sono  a 
venire. 


I  II  testo  Davunzati  qui  frammette  un  per  la  quale  cosOf 
che  toglie  il  senso. 

82 


sst 


OlOlflCHB 


CAPITOLO  cxn. 

CoMé  tft  Fireiae  fu  fatta  una  impotta  $opra 

ii  ehericato. 

In  qnet li  tempi  si  fece  in  Fireue  per  antorìtà 
d^nnt  Tecchia  lettera  di  papa  nna  imposta  sopra  il 
ehericato  di  dodici  aula  fiorini  d'oro  (bench*  ella 
fesse  ordinata  innanu  per  lo  priorato  eh*  era  stato 
al  tempo  che  *1  Bayaro  dovea  venire  verso  Pireme 
per  la  via  d^  Areno,  e  Castmccio  era  tìyo,  e  doTea 
venire  dalla  parte  di  Pistoia),  acciocché  elli  atassoao 
per  li  loro  beneflcii  la  difoisione  della  città  e  del 
contado  centra  i  mbelli  e  persecatorì  di  Santa  Chiesa, 
della  quale  imposta  il  detto  ehericato  ingrato  e  sco- 
noscente non  volea  pagare,  e  convenne  che  pagM- 
sono  per  fona  ;  per  la  qnal  cosa  appellarono  al  papa, 
e  misono  lo  interdetto  in  Firenze  a  di  18  di  novem- 
bre, e  poi  il  levarono  all^  Epifania,  e  poi  il  rìpao- 
sono  inflno  che  1  vescovo  di  Firenie  ch'era  nella 
Marca  tornò,  e  levollo  con  loro  grande  vergogna, 
perocché  s'ordinava  di  trarre  i  cherici  della  guardia 
del  comone;  e  ciò  fa  a  di  5  di  febbraio  anni  1328. 
Lasceremo  alquanto  de*  fatti  di  Firense,  e  diremo  del- 
r  altre  novità  degli  strani  che  furono  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  cxin. 

Come  tobisiò  per  tremuoti  gran  parte  della  eiilà  di 
Norcia  del  Ducato  con  pie  castella  tei  kUamo. 

Nel  detto  anno  1328,  all'entrante  di  dicembre 
furono  diversi  tremuoti  nella  Marca  nelle  contrade 
di  Norcia,  per  modo  che  quasi  la  maggior  parte 
della  detta  città  di  Norcia  sobissò,  e  oaddono  le 
mura  della  terra  e  le  torri,  case,  e  palaxii,  e  chiesa 
e  della  detta  rovina,  perchè  fu  subita  e  di  notte, 
morirono  più  di  cinquemila  persone.  B  per  simfle 
modo  rovinò  uno  castello  presso  a  Norcia,  che  si 
chiama  le  Precchie,  che  non  vi  rimase  persona  né  a- 
nimale  vivo  ;  e  per  simile  modo  il  castello  di  Monte- 
santo,  e  parte  di  Montesanmartino,  e  di  Cerreto,  e 
del  castello  di  Visse. 

CAPITOLO  CXIV. 

Come  il  Bataro  nella  città  di  Fisa  condannò  papa 
Giovanni,  e  papa  Qiotanni  appo  Atignone  die  sen- 
tenzia contro  al  Bataro. 

Nel  detto  anno,  a  di  13  del  mese  di  diceoibre, 
il  Bavero,  il  quale  si  dicea  essere  imperadore,  sì 
congregò  uno  grande  parlamento,  ove  furono  tutti  i 
suoi  baroni  e  maggiori  di  Pisa  laici  e  cherici  che  te- 
neano  quella  setta,  nel  quale  parlamento  f^te  Miche- 
lino di  Cesena,  il  quale  era  stato  ministro  generale 
de*  frali  minori,  sermonò  in  quello  contro  a  papa 
Giovanni,  opponendogli  per  più  falsi  articoli  e  con 
molle  auloritadi  eh*  egli  era  eretico  e  non  degno 
papa;  e  ciò  fatto,  il  detto  Bavero  a  modo  d* impera- 
dore die  sentenzia  contra  il  detto  papa  Giovanni  di 
prìvaxioae.  B  in  questi  medesimi  tempi  e  mese  di 


dieead»re  per  le  digiune  Quattrolempora,  il 
Giovanni  appo  Avignone  in  concesloro  de* 
dinali  e  de*prelati  di  corte  pubblicò  e 
cessi  eotttrail  detto  Bavero,  siccome 
secutore  di  Santa  Chiesa  e  de*  snoi  Mefi,  e 
tentia  fl  privò  edispuose  d*ogm 
signoria,  e  comause  a  tutti  grinqiisilori 
pravità,  che  procedessoio  contra  a  l«  e  cka  gì 
aiuto  0  conforto  o  (livore. 

CAPITOLO  CXY. 


Come  Vanlipapa  con  suoi 

di  Fisa  e  predicò  contro  m 


Nel  detto  anno,  a  di  3  di 
di  su  detto,  frate  Piat>  di  Corram, 
a  modo  di  papa  con  suoi  sette 
lui,  al  quale  per  Io  Bavero  detto 
gente  e  da*  Pisani  fa  ricevuto 
nere,  andandogli  incontro  fl 
di  Pisa  e*  laici  col  detto  Bavero 
cessione  a  pie  e  a  cavallo, 
che*l  vidono,  dissono  che 
lata  e  non  degna,  e  la  baone 
molto  si  turbarono,  non  parendo 
tenendo  tanta  abomiaanone.  B  p 
mese  di  gennaio,  il  detto 
e  diede  perdono,  come  potea,  A 
chi  rinnegasse  papa  Giovanni,  e 
degno  pepa,  confessandoti  de*  i 
otto  dì,  e  conferaundo  la 
varo  avea  data  contro  a  papa  Gk 
dica  di  frate  Michelino, 


CAPITOLO 

Di  certe  cavalcale  che  la 
Ruberto  colla  genie  de* ,  Fi 

coniado  di 


Nel  detto  anno,  a  i 
il  Bavero  in  Pisa  con  tutta 
mone  del  Balio  capitano 
essendo  in  Samminiato  aSe 
e  con  quella  de*  Fiorentin,  ■ 
vallo  e  gente  a  pie  assai, 
do  di  Pisa  per  la  Yaldera 
e  levarono  grande  preda  di 
arsone  tutto  il  paese  e 
né  però  la  gente  del  Bawa 
per  soccorrere  il  loro 
a*  Pisani ,  se  volessono 
danari  a*  suoi  cavalieri, 
nuto  a  vile  dalla  buona 
di  21  di  febbraio  Odetto 
gente  e  con  quella  de* 
il  contado  di  Pisa»  e 
nui  fin  con  danno  d* 
quali  per  ghiottomia 
lo  paese,  e  alla  ritratta 
de*  presi  più  di 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


330 


CAPITOLO  CXVU. 

ffvmo  cerio  tradimento  che  fu  scoperto  che  ii 
dotea  fare  in  Firenze. 

Nel  detto  anno,  in  meuo  gennaio ,  fa  menato 
uno  trattato  per   Ugolino  di  Tano   degli   Ubaldini 
con  certi  nomini  di  piccolo  affare  di  Firenxe  di  tra- 
dire la  città  di  Firenze  in  questo  modo:  che  dovea 
■lettere  di  segreto  in  Firenze  dagento  de^  snoi  fanti, 
e  quegli  stare  nel  borgo  d'Ognissanti  e  di  San  Paolo, 
e  una  notte  ordinata  fare  mettere  fuoco  in  quattro 
case,  in  diverse  parti  di  Firenze  in  San  Piero  Sche- 
raggio  e  oltrarno,  le  qaali  si  trovarono  allogate  a 
pigione  e  stipate  di  scope;  e  appresi  i  detti  faochi^ 
quando  la  gente  fossono  tratti  al  soccorso  del  fuo- 
co, i  detti  fanti,  onde  dovea  essere  capo  uno  Gio- 
vanni del  Sega  da  Carlona,   oso  fante  e  ardito,  si 
doveano  rannare  in  sul  prato  d' Ognissanti  con  più 
altri  loro  seguaci  e  ghibellini,   gridando:    etra  io 
imperadore  ;  e  imbarrare  le  vie ,  e  fare  tagliare  la 
porta  del  Prato  e  quella  della  Mulina;  e  da  Pistoia, 
per  cenno  di  fuoco  ordinato,  doveano  venire  la  notte 
Biflle  cavalieri  di  quegli  del  Bavaro  con  mille  fanti 
in  groppa  a  guida  del  detto  Ugolino  e  altri  usciti  di 
Firenze,  ed  entrare  in  sul  Prato  e  correre  e  com- 
battere la  terra.  E  da  Pisa  dovea  simigliente  quella 
notte  muovere  il  maliscalco  del  Bavaro  con  molta 
gente  e  venire  a  Firenze.  Ha,  come  piacque  a  Dio, 
il  detto  trattato  si  scoperse  per  certi  compagni  del 
detto  Giovanni  del  Sega,  e  liberò  Iddio  la  città  di 
Firenze  di  tanto  pericolo,  con  tutto  che  per  molti 
cittadini  si  fece  quistione,  se  potesse  essere  venuto 
fornito  il  detto  tradimento,  non  essendo  nella  città 
possenti  uomini  ch'avessono  risposto  al  tradimento, 
die  non  si  trovò  di  vero';  e  in  Firenze  avea  gente 
a  cavallo  assai,  e  a  pie  innumerabile  quantità  alla  di- 
fensioae,  e  la  città  grande,  e  in  molte  parti  ripari 
e  fortezze  da  difendere.  Ma,  s'avessono  proceduto, 
non  .era  senza  grande  rischio  e  pericolo,  essendo  il 
remore  di  notte  e  improvviso ,  onde  i  attadini  sa- 
rebbono  stati  ìabigottifi  e  in  sospetto  V  uno  dell*  al- 
tro per  tema  di  maggiore  ordine  di  tradimento,  sic- 
ché ci  è  il  prò  e  il  contro.  Ma,  come  si  fosse,  il 
detto  Giovanni  fu  menato  in  su  uno  carro  per  tutta 
la  città  attanagliato ,  e  levategli  le  carni  di  dosso 
colle  tanaglie  calde  in  fuoco,  e  poi  piantato  ;  e  tre 
tltri  ch^aveano  cerco  e  sentito  il  trattato,  e  non  re- 
velato, furono  impiccati  in  sul  prato  d'Ognissanti;  e 
Ugolino  di  Tano  e  più  suoi  seguaci  condannati  co- 
me traditori.  E  quegli  che  scopersono  il  trattato  eb- 
boBo  duemila  fiorini  d*oro  dal  comune,  e  privilegiati 
che  potessono  sempre  portare  ogni  arme  da  offen- 
<iere  e  da  difendere  per  guardia  di  loro  persone. 
Va  per  molti  cittadini  e  forestieri  si  disse,  che  la 
detta  cerca  e  trattato  sì  pur  fece,  ma  parendo  al  con- 
siglio del  Bavaro  impossibile  a   poterlo   fornire   e 
f^carlo  a  fine  sansa  loro  gran  pericolo,  sì  il  lasda- 


'  La  Giiiatiiia  ts  qui  sulle  grnede  :  itiptUé  di  teopt  ap* 
Vnm  %  detti  fwockL  Qwmdó  eee. 

L«  QhiBtipm  meglio:  che  H  irovb  di  varo. 


reno,  e  il  detto  Ugolino  degli  Ubaldini  e*  suoi  con- 
sorti a  più  loro  amici  e  parenti  fiorentini  se  ne  scu- 
sarono, che  non  v*  aveano  colpa. 

CAPITOLO  CXVIII. 

Come  PatUipapa  fece  suo  cardénale  messer  Giovan- 
nino Visconti  di  Milano, 

Nel  detto  anno,  a  dì  29  di  gennaio,  Tantipapa 
a  richiesta  del  Bavaro  e  di  messer  Azzo  Visconti  di 
Milano  fece  suo  cardinale  messer  Giovannino  di  mes- 
ser Maffeo  Visconti,  e  mandoUo  in  Lombardia  per 
suo  legato,  e  il  detto  Bavaro  confermò  siccome  im- 
peradore la  signoria  di  Milano  a  messer  Azzo  Vis- 
conti, promettendogli  il  detto  messer  Azzo  in  certe 
paghe  centoventicinque  migliaia  di  fiorini  d*oro  per 
soddisfare  i  suoi  cavalieri,  i  quali  erano  al  Cerru- 
glio  ;  onde  ordinò  loro  capitano  messer  Marco  Vis- 
conti, e  licenziollo  si  tornasse  a  Milano.  U  quale 
messer  Azzo  se  ne  andò  in  Lombardia  con  uno  ba- 
rone del  Bavaro  che  si  chiamava  il  Porcaro,  con  certi 
de'  cavalieri  dal  Cerroglio,  e  giunto  in  Milano  il  detto 
Porcaro,  ebbe  da  messer  Azzo  venticinque  migliaia 
di  fiorini  d'oro;  e  andossene  con  essi  in  Alamagoa 
sanza  risponsione  al  detto  Bavaro  o  a'  cavalieri  dal 
Cerruglio.  La  quel  cosa  saputa  in  Lucca,  il  Bavaro 
si  tenne  male  contento  e  ingannato  dal  Porcaro  e 
da  messer  Azzo  Visconti  ;  e  i  cavalieri  della  compagna 
dal  Cerruglio  ritennono  messer  Marco  Visconti  loro 
capitano  per  pegno  e  come  loro  pregione,  e  per  gli 
loro  gaggi  promessi  per  messer  Azzo.  In  questi  in- 
ganni e  dissimulazioni  vivea  in  Lucca  e  in  Pisa  il 
detto  antipapa  e  quegli  che  si  chiamava  imperadore. 
E  in  questi  dì  quegli  della  città  di  Volterra  e  di  San- 
gimignano  feciono  una  tacita  triegua  col  Bavaro  e 
co'  Pisani,  acciocché  noil  gli  cavalcassono  ;  onde  i 
Fiorentini  furono  molto  crucciosi,  e  mandarvi  loro 
ambasciadori  forte  riprendendogli. 

CAPITOLO  CXIX. 

Come  il  capitano  del  Patrimonio  e  gli  Orbitani  fu- 
reno  sconfitti  in  Viterbo  credendo  aeere  presa  la  terra. 

Nel  detto  anno,  a  dì  2  di  febbraio,  il  capitano 
del  Patrimonio  che  v'era  per  lo  papa,  colla  forza 
degli  Orbitani,  avendo  certo  trattato  con  certi  citta- 
dini di  Viterbo  di  dare  loro  l' entrata  della  terra  sì 
entrarono  in  Viterbo  per  una  porta  con  trecento  ca- 
valieri e  settecento  pedoni,  e  corsone  la  terra  infino 
alla  piazza,  e  per  mala  capitaneria  si  cominciare  a 
spargere  per  la  città  rubando,  credendo  aver  vinta 
la  terra.  Il  signore  di  Viterbo  con  molti  de*  cittadini 
si  cominciarono  a  difendere  e  abbarrare  le  vie;  e 
combattendo,  vinsono  coloro  eh*  erano  rimasi  in  su 
la  piazza,  onde  furono  sconfitti  e  cacciati  ;  e  rima- 
sonvi  tra  morti  e  presi  più  di  cento  a  cavallo,  e  più 
di  dugento  a  pie.  E  in  questi  medesimi  dì  que*  d'Or- 
bivieto  lasciarono  la  signoria  di  Chiusi  a*  signori  di 
Montepulciano,  perocché  di  loro  era  il  vescovo  di 
Chinai,  e  rìmisono  in  Chiusi  ogni  parte  e  usciti. 


340 


CRONICHE 


CAPITOLO  CXX. 

Come  i  Romani  per  carestia  tolsono  la  signoria 
di  Roma  al  re  Ruberto. 

In  questi  tempi,  a  di  4  di  febbraio,  essendo 
in  Roma  sanatore  per  Io  re  Ruberto  messer  Gugliel- 
mo d*Ebolì  suo  barone  con  trecento  cavalieri  alla 
guardia  della  terra,  i  Romani  avendo  grande  carestia 
di  vittuaglia  per  lo  grande  caro  che  generalmente 
era  per  tutta  Italia,  dogliendosi  del  re  Ruberto  che 
non  gli  forniva  del  Regno,  a  romore  si  levò  il  po- 
polo, gridando  :  muoia  muoia  il  sanatore  ;  e  corsonlo 
in  Campidoglio  assalendolo  aspramente,  il  quale  con 
tutta  sua  gente  non  potè  resistere;  si  s"*  arrendè  e 
usci  della  signoria  con  grande  danno  e  vergogna, 
e*  Romani  feciono  loro  sanatori  messer  Stefano  della 
Colonna  e  messer  Poncello  Orsini,  i  quali  del  loro 
grano  e  di  quello  degli  altri  possenti  romani  feciono 
venire  in  piazza,  e  racquetarono  il  popolo. 

CAPITOLO  CXXI. 

Come  il  detto  anno^  e  più  il  seguente^  fu  grande 
caro  di  vittuaglia  in  Firenze  e  quasi  in  tutta  Italia. 

Nel  detto  anno  1328  si  cominciò  e  fu  infino 
nel  1330  grande  caro  di  grano  e  di  vittuaglia  in  Fi- 
renze, che  di  soldi  diciassette  lo  staio  eh*  era  valuto 
di  ricolta,  il  detto  anno  valse  ventotto,  e  subitamente 
in  pochi  dì  montò  in  trenta  soldi  ;  e  poi  entrando 
il  seguente  anno  1329,  ogni  di  venne  montando  si, 
che  per  la  pasqua  del  Risurresso  del  29  valse  soldi 
quarantadue,  e  innanzi  che  fosse  il  novello  per  lo 
contado  in  più  parti  valse  uno  fiorino  d' oro  lo  sta- 
io, e  non  avea  pregio  il  grano,  possendosene  avere 
per  danari  la  gente  ricca  che  n*  avea  bisogno,  onde 
fa  grande  stento  e  dolore  alla  povera  gente.  E  non 
fu  solamente  in  Firenze,  ma  per  tutta  Toscana  e  in 
gran  parte  d*  Italia  ;  e  fu  sì  crudele  la  carestia,  che 
e'  Perugini,  e'  Sanasi,  e*  Lucchesi,'  e'  Pistoiesi,  e  più 
altre  terre  in  Toscana  per  non  potere  sostentare  cac- 
ciarono di  loro  terre  tutti  i  poveri  mendicanti.  11  co- 
mune di  Firenze  con  savio  consiglio  e  buona  prove- 
denza,  riguardando  alla  pietà  di  Dio,  ciò  non  sof- 
ferse, ma  quasi  gran  parte  de*  poveri  di  Toscana 
mendicanti  sostenne,  e  fornì  di  grossa  quantità  di 
moneta  la  Canova  *  ;  mandando  per  grano  in  Cicilia, 
faccendolo  venire  per  mare  a  Talamone  in  Maremma, 
e  poi  condurlo  in  Firenze  con  grande  rischio  e  i- 
spendio;  e  così  di  Romagna  e  del  contado  d'Arezzo, 
e  non  guardando  al  grave  costo,  sempre  ch'era  la 
grave  carestia,  il  tenne  a  mezzo  fiorino  d'oro  lo  staio 
in  piazza,  tuttora  col  quarto  orzo  mescolato.  E  con 
questo  era  sì  grande  rabbia  del  popolo  in  Orto  San 
Michele,  che  convenia  vi  stesse  a  guardia  degli  ufl- 
ciali  le  famiglie  delle  signorìe  armate  col  ceppo  e 
mannaia  per  fare  giustizia,  e  fecionsene  intagliare 
membri.  E  perdevvi  il  comune  di  Firenze  in  quegli 
due  anni  più  di  sessatamila  fiorini  d*  oro  per  sosten- 
tare il  popolo  ;  e  tutto  questo  era  niente  ;  se  non  che 
infine  si  provvide  per  gli  uflciali  del  comune  di  non 


'  MAgUtrato  dell' Abbondauia  in  Fireos«. 


vendere  grano  in  piazza,  ma  di  Care  pane  per  lo  co- 
mune a  tatti  i  forni,  e  poi  ogni  mattina  si  vendea 
in  tre  o  quattro  canove^  per  sesto  di  peso  d'once  sei 
il  pane  mischiato  per  danari  quattro  V  uno.  Questo 
argomento  sostenne  e  contentò  la  furia  del  popolo 
e  della  povera  gente,  eh'  almeno  ciascuno  potea  a- 
vere  pane  per  vivere,  e  tale  avea  danari  otto  o  do- 
dici per  sua  vita  il  dì,  T'ha  non  potea  raunare  i  da- 
nari di  comperare  lo  staio.  E  tutto  ch'io  scrittore 
non  fossi  degno  di  tanto  uflcio,  per  lo  nostro  co- 
mune mi  trovai  uficiale  con  altri  a  questo  amaro  tem- 
po, e   colla  grazia  di  Dio  fummo   de' trovatori  di 
questo  rimedio  e  argomento,  onde  s' appaciò  il  po- 
polo, e  fuggì  la  furia,  e  si  contentò  la  povera  gente 
sanza  ninno  scandalo  o  romore  di  popolo  o  di  città. 
E  con  questo   testimonio  di  verità,   che  anche  io 
ninna  terra  si  fece  per  gli  possenti  e  pietosi  citta- 
dini tante  limosino  a'  poveri,  quanto  in  quella  disor- 
dinata carestia  si  fece  per  gli  buoni  Fiorentini;  on- 
d' io  sanza  fallo  stimo  e  credo,  che  per  le  dette  li- 
mosino e  provedenza  fatta  per  lo  povero  popolo.  Id- 
dio abbia  guardata  e  guarderà  la  nostra  città  di  grandi 
awersitadL  Avemo  fatto  si  lungo  parlare  sopra  que- 
sta materia  per  dare  esemplo  a*  nostri  cittadini,  che 
verranno,  d*  avere  argomento  e  riparo,  quando  in  coti 
pericolosa  carestia  incorresse  la  nostra  città,  accioc- 
ché si  salvi  il  popolo  al  piacere  e  reverenza  di  Dio, 
e  alla  città  non  incorra  in  pericolo  di  furore  o  ru- 
bellazione.  E  nota,  che  sempre  che  la  pianeta  di  Sa- 
turno sarà  nella  fine  del  segno  del  Cancro  e  infino 
al  ventre  del  Leone,  carestia  fla  in  qneato  nostro 
paese  d' Italia,  e  massimamente  nella  nostra  città  di 
Firenze,  perocché  pare  attribuita  a  parte  di  quello 
segno.  Questo  non  diciamo  però  sia  necessitade,  che 
Iddio  può  fare  del  caro  vile,  e  del  vile  caro  secon- 
do sua  volontà,  e  per  grazia  de'  meriti  di  sante  per- 
sone 0  per  punizione  de^  peccati  ;  ma,  naturalmente 
partendo.  Saturno,  secondo  il  detto  de'  poeti  e  astro- 
lagi,  è  lo  Dio  de'  lavoratori,  ma  più  vero  la  sua  in- 
fluenza porta  molto  all'^peraggio  e  semente  delle 
terre;  e  quand'egli  si  tmova  nelle  case  e  segni  suoi 
avversi  e  contrari  come  il  Canoro  e  più  il  Leone, 
adopera  male  le  sue  virtù  nella  terra,  perooch'egli 
è  di  naturale  sterile,  e  il  segno   di  Leone,  sterile; 
sicché  dà  caro  e  sterilità,  e  non  ubertà  e  abbondan- 
za. E  questo  per  isperienza  avemo  veduto  per  gli  tem- 
pi pusati,  e  basti  a  chi  s*  intende  di  queste  ragioni, 
che  così  fu  in  questi  tempi,   il  quel  è  di  trenta  in 
trent'anni,  e  talora  nelle  sue  quarte,  secondo  le  con- 
giunzioni di  buone  o  ree  pianate. 

CAPITOLO  cxxn. 

Come  r  antipapa  del  Somaro  fece  in  Pisa  processi 
contro  a  papa  Qiotanni  e  lo  re  Ruberto  e*Fiorentini* 

Nel  detto  anno  1328,  a  dì  19  di  febbraio,  Tan- 
tipapa  del  Bavero,  il  quale  era  nella  città  di  Pisa, 
in  pieno  parlamento  e  sermone,  ove  fu  il  detto  Ba- 


*  Qai  canova  vale:  Utogo  dove  ai  vénde  il  p€me.  In  ge- 
nere così  cbiAiiiAVAsi  U  sUnsa  delle  graeee,  e  il  oliere 
del  vino,  e  il  deposito  d'ogni  fetta  di  viveri. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


B4i 


Tiro  e  latta  sua  baronia  e  parte  della  buona  gente 
di  Pisa,  fece  processo  e  die  sentenzia  di  scomunica 
contro  a  papa  Giovanni  e  contro  al  re  Ruberto,  e 
contro  al  comune  di  Firenze  e  chi  loro  seguisse, 
opponendo  contro  a^  detti  falsi  articoli.  Avvenne  in  ciò 
grande  maraviglia,  e  visibile  e  aperta  che  raunan- 
dosi  il  detto  parlamento,  subitamente  venne  da  cielo 
la  maggiore  tempesta  di  gragnuola  e  d'acqua  con 
terribile  vento,  che  per  poco  mai  venisse  in  Pisa;  e 
perchè  agli  più  de' Pisani  pareva  mal  fare  andando 
al  detto  sermone,  e  per  Io  forte  tempo  pochi  ve  n'an- 
davano, per  la  qual  cosa  il  Bavaro  mandò  il  suo  ma- 
liscalco  a  cavallo  con  gente  d*arme  e  con  fanti  a 
piede  per  la  città  a  costrignere,  che  la  buona  gente 
andasse  al  detto  parlamento  e  sermone,  e  con  tutta 
la  forza  pochi  ve  n'  andarono.  E  in  quello  cavalcare 
per  la  terra  il  detto  maliscalco,  essendo  la  detta  for- 
tuna, e  tempesta,  prese  freddo  alla  persona,  onde 
per  guarire  la  sera  fece  uno  bagno,  ove  fece  met- 
tere acqua  stillata,  e  in  quello  bagnandosi  vi  s' ap- 
prese fuoco,  e  subitamente  il  detto  maliscalco  nel 
detto  bagno  arse  e  mori  sanza  altro  male  di  persona, 
la  qual  cosa  fu  tenuto  gran  miracolo  di  Dio  e  segno 
contrario*  al  Bavaro  •  allo  antipapa,  eh' e*  loro  in- 
degni processi  non  piacessono  a  Dio.  E  poi  a  dì  23 
di  febbraio  il  detto  Bavaro  palesò  a'  Pisani  di  par- 
tirsi di  Toscana,  e  per  sue  grandi  bisogne  gli  con- 
▼eoia  ire  in  Lombardia,  onde  i  Pisani  per  la  sua  op- 
pressione furono  molto  allegri. 

CAPITOLO  cxxm. 

Come  la  ftarte  ghibellina  della  Marca  pretono  la 
città  di  lefiy  e  fagliarono  il  capo  a  Tono  che  n^era 

signore. 

Nel  detto  anno^  a  di  8  di  marzo,  i  ghibellini 
della  Marea,  ond'  era  capitano  di  guerra  il  conte 
di  Chieramonte  di  Cicilia,  con  gente  del  Bavaro  su- 
bitamente entrarono  ne' borghi  della  città  di  Iesi  col 
favore  e  trattato  di  quegli  della  cittade,  della  quale 
era  capo  e  signore  Tano  da  Iesi,  uno  grande  capi- 
tano di  parte  guelfa  e  molto  ridottato  in  tutta  la  Mar- 
ca, il  quale  tirannescamente  lungo  tempo  l' avea  sog- 
giogata, e  molto  temuto  e  disamato  da' suoi  cittadini, 
e  presi  i  borghi  e  la  terra,  assediarono  i  palazzi  e 
rocca  ov*  era  il  detto  Tano  e  sua  famiglia,  e  quella 
combatterono  ;  e  perchè  il  detto  Tano  era  non  prov- 
veduto né  fornito,  non  potendosi  difendere  s'arrendè; 
al  quale  il  detto  conte  di  Chieramonte  infra  il  terzo 
dì  gli  fece  tagliare  la  testa,  siccome  a  nimico  e  ri- 
bello dello  'mperìo.  E  così  gli  fece  confessare,  e  di- 
tesi che  di  sua  libertà  confessò,  e  si  rendè  colpevole 
non  di  quello  peccato  che  gli  parca  avere  fatto  mercè 
in  servigio  di  Santa  Chiesa  essere  rubello  dello  *m- 
perio,  ma  che  in  quello  tempo,  essendo  eletto  capitano 
di  guerra  de*  Fiorentini,  e  s'apparecchiava  di  venire, 
era  disposto  a  petizione  di  certi  grandi  e  popolani 
di  Firenze,  per  cagione  di  sette,  di  guastare  il  no- 
stro tranquillo  8tato>  e  farvi  nuova  parte,  e  siccome 
tiranno  cacciare  gente  della  nostra  città  di  Firenze. 
Se  questo  s' avesse  potuto  fare  o  no  egli  di  vero  il 


confessò  alla  morte,  onde  per  la  grazia  di  Dio  la  no- 
stra città  fu  libera  del  male  volere  del  tiranno  per 
mano  de'  nostri  nimicinon  provedutamente. 

CAPITOLO  CXXIV. 

Come  gli  Aretini  ebbero  il  borgo  a  Sansepolcro 

per  assedio. 

Nel  detto  anno  avendo  i  signori  da  Pietramala  d'A- 
rezzo impetrato  dal  Bavaro  titolo  della  signoria  d'A- 
rezzo e  della  Città  di  Castello,  le  quali  teneano,  e 
della  terra  del  Borgo  a  Sansepolcro,  la  quale  non 
era  sotto  loro  suggezione,  volendola  signoreggiare 
quegli  del  Borgo,  si  misono  alla  difensione  i  guelfi  e* 
ghibellini  per  essere  liberi  ;  onde  i  detti  Tarlati  si- 
gnori di  Pietramala  colla  forza  degli  Aretini  e  con 
loro  amistà  misono  assedio  con  oste  alla  terra  del 
Borgo  a  Sansepolcro,  la  quale  era  molto  forte  e 
di  mura  e  de'  fossi,  e  intorno  a  quella  stettono  più 
d'  otto  mesi  ad  assedio  con  più  battifolli  non  avendo 
contrasto  ninno.  Ben  mandarono  quo'  del  borgo  loro 
ambasciadori  a'  Fiorentini  per  darsi  loro  liberamente, 
fte  gli  diliberassono  dell'assedio  e  gli  difendessono 
dagli  Aretini.  Per  gli  Fiorentini  si  diliberò  di  non 
fare  quella  impresa  per  t'essere  del  Bavaro,  ch'allo- 
ra era  in  Pisa,  e  perchè  il  Borgo  era  di  lungi  e 
fuori  di  nostre  marce  e  impossibile  a  fornirlo.  Alla 
fine  i  borghigiani  veggendosi  abbandonati  dagli  ami- 
ci guelfi  di  Toscana,  e  certi  de' migliori  della  terra 
presi  dagli  Aretini  in  loro  cavalcate,  s'arrenderono 
agli  Aretini  sotto  certi  patti  all'uscita  del  mese  di 
mar20  ;  rimanendo  la  dominazione  della  terra  a*  detti 
signori  di  Pietramala  d'Arezzo, 

CAPITOLO  CXXV. 

Come  il  Bavaro  andò  a  Lucca^  e  fece  correre  la 
lerra^  e  dispuose  della  signoria  i  figliuoli 

di  Castruccio. 

Nel  detto  anno,  a  dì  1 6  ^  di  marzo,  il  Bavaro 
si  partì  di  Pisa  e  andonne  a  Lucca  per  certa  dis- 
sensione cominciata  in  Lucca  tra  quegli  della  casa 
de'  Pogginghi  con  seguito  di  loro  amici  grandi  e 
popolani  e  quegli  degl' Interminelli  e' figliuoli  di  Ca- 
struccio  e  loro  seguaci,  i  quali  ciascuna  parte  avea 
abbarrata  la  terra,  e  si  combatteano  per  non  avere 
signoria  di  tiranni,  cioè  de' figliuoli  di  Castruccio  e 
li>ro  seguaci,  o  d'  altri  degl*  Interminelli.  Ivi  al  terzo 
di  che  '1  Bavaro  vi  fu  venuto,  fece  correre  la  terra 
al  suo  maliscalco  colla  sua  cavalleria,  ove  fu  gran- 
de pugna  e  battaglia,  e  misesi  fuoco,  ond'  arsone  la 
maggior  parte  delle  case  de'  Pogginghi ,  e  in  tomo 
a  San  Michele,  e  in  Filungo  infino  a  cantone  Bretto, 
nel  migliore  e  più  caro  della  cittade,  con  grandis- 
simo danno  de'  casamenti  e  d*  avere.  Alla  fine  de' 
Pogginghi  e  di  loro  seguaci  molti  furono  cacciati 
fuori  della  terra;  e  ciò  fatto  il  Bavaro  riformò  la  ter- 
ra, e  prese  mezzo,  e  fece  suo  vicario  in  Lucca  Fran- 


'  La  •disioD*  (!•'  Giantì  data:  a    dk  16. 


342 


Croniche 


casco  Caslracane  degl*  Interminelli  per  rentìdae  mi- 
gliaia di  fiorini  d^oro,  ch^ebbe  da  Ini  tra  danari  e 
promesse;  e  dispnose  d'ogni  signorìa  i  figlinoli  di 
Castmccio,  i  quali,  tutto  Tossono  congiunti  del  detto 
messer  Francesco,  s*  astiavano  e  roteano  male  in- 
sieme, percbò  ciascuno  volea  essere  signore.  E  ri- 
formata la  terra,  il  Bayaro  si  tornò  in  Pisa  a  dì  3 
d'aprile,  anno  1329. 

CAPITOLO  CXXVI. 

Come  i  seguaci  de'  figliuoli  di  Caslruccio  con  mes- 

ser  Filippo  Tedici  corsono  la  città  di  Pistoia, 

#  come  ne  furo  cacciati. 

In  quegli  giorni  entrarono  nella  città  di  Pi- 
stoia i  figliuoli  di  messer  Filippo  Tedici  colla  forza 
de'  figlinoli  di  Castruccio  loro  cognati,  e  con  Ser- 
zari  Sagina,  cbe  si  chiamaTa  signore  d' Altopudo, 
e  loro  seguaci  e  masnade  di  loro  amici  tedeschi  a 
cavallo  e  a  piò,  e  corsono  la  terra,  gridando  :  vteo- 
no  i  duchini^  cioò  i  figliuoli  di  Castruccio,  senza 
contrasto  ninno  ;  e  credendosi  avere  vinta  la  terra, 
quegli  della  casa  de'Panciatichi  e  de*  Muli,  Gualfre- 
ducci,  e  Vergellesi,  antichi  ghibellini  e  nimid  de* 
Tedici,  con  loro  amici  e  coli' appoggio  del  vicario 
che  V*  era  per  lo  Bavero,  con  armata  mano  e  con 
seguito  del  popolo  e  di  molti  loro  amid  cittadini  rì- 
corsono  la  terra  la  loro  volta  gridando  :  «iva  lo  'm- 
peradore;  e  ruppono  e  sconfissone  e  cacdarono 
della  terra  i  Tedici  e  '1  signore  d'Altopudo  e  loro 
seguaci,  e  assai  ne  furono  morti  e  presi. 

CAPITOLO  cxxvn. 

Come  la  gente  del  legato  voUono  prendere  Reggio^ 
e  come  Forlì  e  Ravenna  feciono  le  eomandamenta 

del  legato. 

Nel  detto  tempo  e  mese  per  certo  trattato  de- 
vo essere  data  l' entrata  della  terra  di  Reggio  al  le- 
gato del  papa  eh'  era  in  Bologna,  onde  vi  cavalcò 
il  suo  maliscalco  con  più  di  ottocento  cavalieri  e 
gente  a  piede  assai,  e  furono  infino  ne'  borghi  deUa 
terra  ;  ma  vennono  si  tardi,  che  gìk  era  scoperto  il 
tradimento  ;  onde  furono  presi  e  guasti  da  coloro 
che  l'aveano  ordinato,  e  la  gente  della  Chiesa  vi 
ricevettono  danno  e  vergogna,  e  tornarsi  a  Bologna. 
E  nel  detto  mese,  a  di  27  di  marzo,  i  Forlivesi  e 
que*  di  Ravenna  per  certo  ordine  di  pace  vennono 
a'  comandamenti  del  legato  a  Bologna. 

CAPITOLO  cxxvm. 

Come  la  gente  di  messer  Cane  di  Verona  furono 
sconfitti  nel  castello  di  Salò  in  Bresciana. 

Nel  detto  anno,  faccende  messer  Cane  della 
Scala  grande  guerra  a'  Bresdani,  fece  fare  una  gran- 
de armata  di  gazzarre  e  d'altro  navilio,  e  con  molta 
gente  d' arme,  a  dì  24  di  marzo,  fece  assalire  il 
cestello  di  Salò  in  Bresciana,  e  per  gente  della  terra 


eh'  erano  al  tradimento  fu  data  loro  l'entrata,  e  cor- 
sono e  rubarono  la  terra.  Alla  fine  i  Bresdani  av- 
visati di  questa  cavalcata  giunsono  a  Salò,  e  com- 
batterono co'  nemid  e  sconfissongli  e  cacdarono  della 
terrai  e  rimasonne  piiì  di  cinquecento  morti. 

CAPITOLO  CXXOL. 

Come  il  Baearo  si  parti  di  Pisa  e  ofidomie  in  Lom- 
bardia  e  fece  oste  sopra  Milano, 

Nell'anno  1329,  a  dì  11  d' aprile  <  si  partì  di 
Pisa  Lodorico  di  Baviera,  il  quale  si  Iacea  chiamare 
imperadore,  per  andare  in  Lombardia,  per  cagione 
eh*  e'  Visconti  che  teneano  la  signoria  di  Milano  non 
gli  rispondeano,  come  voleva,  per  la  quistione  già 
mossa  centra  a  messer  Marco,  e  perchè  il  Bavaro  mo- 
strava d'abbattere  lo  stato  de'  figliuoli  di  Castruccio, 
i  quali  erano  a  setta  co' detti  Visconti.  E  partendosi  il 
Bavaro  di  Toscana,  diede  speranza  a  suo'  segnad  di 
Pisa  e  di  Lucca  e  dell'  altra  Toscana  di  tosto  ritor- 
nare, con  tutto  che  a' Pisani  paresse  mille  anni  la  sai 
partita  per  le  'ncomportabili  gravezze  ricevute  da  Ini, 
e  con  poco  suo  onore  e  stato  de'  Pisani  o  de'  Lucche- 
si ;  e  lasciò  in  Pisa  suo  vicario  messer  Tarìatino  d'A- 
rezzo con  seicento  cavalieri  tedeschi,  e  in  Lucca  Fran- 
cesco Castracane  degli  Interminelli  con  quattrocento 
cavalieri.  E  giunto  il  detto  Bavaro  in  Lonibardia,  fece 
richiedere  a  parlamento  a  Marcheria  tutti  i  tiranni  e 
grandi  Lombardi,  i  quali  la  maggior  parte  vi  furo- 
no :  ciò  fu  messer  Cane  della  Scala,  e  il  signore  di 
Mantova,  e  quello  di  Como  e  di  Cremona,  salvo  che 
non  vi  furono  i  Visconti  di  Milano.  E  fenato  parla- 
mento infino  a  venerdì  unto,  infino  i  di  26  d'apri- 
le, s'  ordinò  co'  detti  Lombardi  di  fare  oste  sopra 
Milano,  per  cagione  che  messer  Azzo  Visconti  e'snd 
noi  voleano  ubbidire  né  dare  la  signoria  Ubera  dì 
Milano,  e  sentiva  che  teneano  trattato  d' accordo  col 
papa  e  colla  Chiesa.  E  ciò  fatto,  si  tornò  a  Cremo- 
na per  ordinare  la  detta  oste,  e  poco  appresso,  del 
mese  di  maggio,  colla  lega  di  Lombardia  il  detto 
Bavaro  andò  sopra  Milano  con  duemila  cavalieri  e 
puosesi  a  Monda,  e  ivi  e  nel  contado  di  Milano  stette 
più  tempo  guastando  il  paese;  mi  non  v'acquistò 
terra  ninna  del  contado  di  Milano,  nalvo  che  all'  n- 
sdta  del  mese  di  giugno,  per  via  di  trattati,  eoo 
certi  patti  il  Bavaro  ebbe  la  città  di  Pavia,  e  poi 
con  sua  gente  si  tornò  a  Cremona  per  le  novitadi 
già  cominciate  nella  diti  di  Parma  e  di  Reggio  e  dì 
Modena  contro  al  legato  e  la  Chiesa,  come  innanxì 
faremo  menzione. 

CAPITOLO  CUX. 

Come  la  compagfUa  de*  Tedeschi  dal  CerrugUo 
vennono  a  Lucca  e  furono  tignori  detta  terra. 

Nel  detto  anno,  quattro  di  appresso  partito  il 
Bavaro  di  Pisa,  dò  fìi  a  dì  15  d' aprile,  i  suoi  ro- 
bdli  Tedeschi  eh'  erano  in  sul  Cerniglio  in  Valdi- 


ù  CHfiotiiia  d«i«:  adSi  fi. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


343 


nieyole,  come  addietro  facemmo  mendone,  i  quali 
erano  intorno  seicento  nomini  a  cavallo,  molto  a- 
apra  e  buona  gente  d*arme,  con  trattato  di  certi 
Fiorentini,  ond^  era  caporale  e  menatore  messer  Pino 
della  Tosa  e  il  vescovo  di  Firenze,  con  certi  altri 
cittadini  segreti,  infine  che  *1  Bavero  era  in  Fisa,  fac- 
cende loro  grandi  promesse  di  danari  per  lo  comune 
di  Firenze,  e  ancora  con  certo  trattato,  con  certe  ma- 
snade vecchie  di  Tedeschi,  stati  al  servigio  di  Ca- 
struccio,  i  quali  erano  alla  guardia  del  castello  del- 
PAgosta  di  Lucca,  si  feciono  loro  capitano  messer 
Marco  Visconti  di  Milano,  stato  per  loro  gaggi  pro- 
messi loro  pregione.  E  partirsi  di  notte  tempore  di 
Valdinievole  e  vennono  a  Lucca  ;  e  com*  era  ordi- 
nato, fu  data  loro  V  entrata  del  castello  delP  Agosta; 
e  incontanente  mandarono  per  Arrigo  figliuolo  di 
Castruccio  e  per  gli   suoi    fratelli,  i  quali   erano 
per   confini  del  Bavero   al   castello  loro   di  Mon- 
ieggioli  ',  e  loro  giunti,  e  entrati  nel  castello  di  Luc- 
ca, vollono  correre  la  terra.  I  Lucchesi  per  tema 
d^essere  rubati  e  arsi  con  Francesco  Interminelli  in- 
sieme, eh*  era  signore  di  Lucca  per  lo  Bavero,  s'ar- 
renderono, e  diedono  la  signorìa  dell^  altra  terra  a 
messer  Marco  e  a' suoi  segnaci  del  Cermglio  la  do- 
menica appresso.  E  poi  in  questo  stante  corsone  il 
paese  dintorno,  e  chi  non  facea  le  comandamenta 
si  rubavano  e  uccidevano  come  gente  selvaggia  e 
bisognosa  che  viveano  di  ratto.  E  perchè  quegli  della 


e  dammaggio  del  nostro  comune,  come  innanzi  per 
lo  tempo  faremo  menzione. 

CAPITOLO  CXXXI. 

Come  fu  fatta  pace  trJ  Fiorentini  è*  Pistoletu 

Per  la  detta  mutazione  di  Lucca  i  grandi  ghibel- 
lini caporali  che  teneano  la  città  di  Pistoia,  ciò  erano, 
come  dicemmo  addietro,  Panciatichi,  e  Muli,  e  Gual- 
freducci,  e  Vergellesi,  i  quali  erano  contrari  e  ni- 
mici  di  messer  Filippo  Tedici  e  de*  suoi,  e  sospetti 
de*  figliuoli  di  Castruccio  e  loro  seguaci  per  lo  pa- 
rentado di  messer  Filippo,  conoscendo  che  bene  non 
poteano  tenere  la  città  di  Pistoia  senza  grande  pe- 
rìcolo, se  non  si  facessono  amici  de*  Fiorentini,  per 
la  quel  cosa  feciono  cercare  trattato  di  pace  col  co- 
mune di  Firenze,  del  quale  trattato  fu  menatore  e 
fattore  messer  Francesco  di  messer  Pazzino  de*  Paz- 
zi, perocché  avea  parentado  co*  Panciatichi  del  lato 
guelfo,  onde  degli  altrì  Panciatichi  si  fidarono  con 
gli  altri  loro  seguaci  eh* erano  signori  di  Pistoia: 
lo  quale  trattato  ebbe  tosto   buon  compimento,  pe- 
rocché facea  cosi  bene  per  gli  Fiorentini  come  per 
gli  Pistoiesi,  e  dievvisi  fine  a  dì  24  di  maggio  1329, 
in  questo  modo:  che  e*  Pistoiesi  renderono  a* Fioren- 
tini Montemurlo,  pagando  dodici  centinaia  di  fiorini 
d*  oro  alle  masnade  che  v*  erano  dentro,  e  quetaro- 


terra  di  Camaiore  si  contesone ,  furono  arsi  e  m- 1  no  in  perpetuo  a*  Fiorentini  Carmignano  e  Artimino 
bati,  e  arsa  e  guasta  la  terra,  e  morti  più  di  quat- 1  e  VitoUno  e  più  altre  terre  del  monte  di  sotto,  le 


trecento  di  loro  terrazzani^  a  di  6  di  maggio  :  e  poi 
corsone  e  guastarono  intomo  a  Poscia.  E  in  quella 
mutazione  di  Lucca,  il  detto  messer  Marco  e  suoi  segua- 
ci mandarono  a  Firenze  loro  ambasciadorì  frati  Ago- 
stini a  richiedere  i  Fiorentini  ch*attenessono  loro  i  patti 
della  moneta  promessa,  offerendosi  di  dare  la  signoria 
di  Lucca  e*I  castello  libero  a*  Fiorentini,  pagando 
le  masnade  di  loro  gaggi  sostenuti,  ch'era  Testimo  e 
loro  domanda  intorno  di  ottantamÙa  fiorini  d*  oro,  e 
promettendo  di  perdonare  e  di  lasciare  i  figliuoli  di 
Castruccio  in  alcuno  stato  cittadinesco,  e  non  si- 
gnori. Di  ciò  si  tennono  molti  e  più  consigli  in  Fi- 
renze ;  e  come  la  *nvidia  che  guasta  ogni  bene,  ov- 
vero eh.*  ancora   non  fosse  tempo  di  nostro  felice 
stato,  ovvero  che  paresse  loro  ben  fare,  contrasta- 
torì  ebbe  in  Firenze  assai.  Principale  fu  messer  Si- 
mone della  Tosa  con^rio  per  setta,  e  per  lignag- 
gio consorto  di  messer  Pino,  e  più  suoi  seguaci 
grandi  e  popolani,   mostrando  con  belle  ragioni  e 
colorate  la  sconfidenza^  di  messer  Marco  e  de*Tedeschi 
•tati  nostri  contrari  e  nimid,  e  come  non  era  o- 
Dore  del  comune  di  Firenze  a  perdonare  a*  figliuoli 
di  Castruccio  di  tante  offése  ricevute  dai  padre;  e 
così  il  beneficio  trattato  per  lo  comune  di  Firenze 
d*  avere  la  signoria  di  Lucca,  per  invidia  cittadina 
rimase,  e  presesi  il  peggiore  con  grande  interesso^ 


*  U  tetto  Davansati  per  error*  ha:  eoii/Uaiic». 

*  seapitOf  débito,  danno.  Interetie,  diee  il  Voe.,  k  propr. 
rotile  ebe  li  ritrae  dal  denaro  prestato.  Bla  ^ceonie  ehi 
paga  ne  ha  danno,  chi  rìecaote  ntile,  cosi  la  parola  mU- 
ru$t  prttfo  gli  antichi  ha  U  doppio  tonto  di  stile  e  di 
danno. 


quali  aveano  prese  e  teneano  i  Fiorentini  ;  e  promi- 
sono  di  rimettere  tutti  i  guelfi  in  Pistoia  infra  certo 
tempo  salvo  i  Tedici,  e  raccomunare  gli  ufici  co* 
guelfi,  e  d*  avere  gli  amici  per  amici  e*  nimici  per 
nimici  del  comune  di  Firenze.  E  per  pegno  diedo- 
no a*  Fiorentini  la  guardia  della  rocca  di  Tizzano, 
la  quale  rimessa  de*  guelfi  osservarono  in  prima  che  '1 
termine  ordinato  ;  e  vollono  eh*  e*  Fiorentini  aves- 
sono  la  guardia  della  città  di  Pistoia,  e  vi  tenessono 
uno  capitano  popolano  di  Firenze  con  gente  d*arme  ; 
e  cosi  fu  fatto.  E*  Fiorentini  per  più  fermezza  di  pa- 
ce feciono  fare  per  sindaco  di  comune,  che  fu  mes- 
sere Jacopo  Strozzi,  cavalieri  due  de*  Panciatichi,  e 
uno  de*  Muli,  e  uno  de'  Gualfreducci,  e  donarono  lo- 
ro duemila  fiorini  d' oro,  e  feciono  in  Pistoia  trenta- 
sei cavallale  a  soldo  de*  Fiorentini.  E*  detti  ghibel- 
lini di  Pistoia  feciono  ordine,  che  a*  abbattesse  ogni 
insegna  d' aguglia  e  di  Bavero  e  di  Castruccio  e  di 
parte  ghibellina,  e  feciono  per  sopransegna  a  loro 
bandiere  i  nicchi  dell*  oro  e  San  Iacopo.  Di  questa 
pace  si  fece  gran  festa  in  Pistoia  d*  armeggiare  e 
d*  altri  giuochi,  e  ancora  in  Firenze  il  dì  delFAscen- 
sione  appreaso  si  fedono  nella  piazza  di  Santa  Croce 
ricche  e  belle  giostre,  tenendosi  tavola  ferma  per  tre 
dì  per  Bei  cavalieri,  dando  giostfa  ad  ogni  maniera 
di  gente  a  cavallo,  perdere  e  guadagnare,  ov*ebbe 
di  molto  belli  colpi  e  d*  abbattere  di  cavalieri,  e  al 
continuo  v*  era  pieno  di  belle  donne  a*  balconi,  e  di 
molto  buona  gente. 


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CRONICHE 


<;apitolo  CXXXIL 

Come  il  legato  di  Lombardia  fece  fare  oste  sopra 
Parma^  Reggio  e  Modona^  e  come  feciotio   le  sue 

comandamenta. 

Nel  detto  anno,  airnscita  di  maggio,  il  legato 
cardinale  del  papa  di  Lombardia  ch^  era  in  Bologna, 
fece  fare  oste  sopra  la  città  di  Parma,  e  quella  di 
Reggio  di  più  di  duemila  cavalieri  e  popolo  asui, 
perchè  s"  erano  rubellati  alla  Chiesa  e  non  voleano 
ubbidire  il  legato.  Poi  C'On  certo  trattato  in  corte 
col  papa  di  dissimulata  pace,  Parma  e  Reggio  fecio- 
no  le  comandamenta  a  di  25  di  giugno,  mettendovi 
il  legato  suoi  rettori  e  uOciali  con  poca  gente,  sì 
che  la  signoria  e  forsa  delle  dette  terre  si  rimase 
pure  a^  signori  di  quelle.  E  ciò  fatto,  a  dì  5  di  lu- 
glio vegnente  la  detta  oste  della  Chiesa  venne  so- 
pra la  città  di  Hodona,  per  la  qual  cosa,  come  a- 
vea  fallo  Parma  e  Reggio,  e  in  quella  forma,  i  Mo- 
donesi  s^  arrenderono  al  legato. 

CAPITOLO  CXXXUL 

Come  il  legato  di  Toscana  co'' Romani  fece  oste 

sopra  Viterbo. 

In  quello  medesimo  tempo  il  legato  di  Tosca- 
na, il  quale  era  a  Roma,  fece  co^  Romani  e  con  al- 
tro suo  podere  oste  sopra  la  città  di  Viterbo,  per- 
ch*  era  ribella  a'  Romani  e  alla  Chiesa,  e  signoreg- 
giavasi  per  tiranno,  e  quella  guastarono  intomo,  e 
presono  più  castella  delle  loro,  ma  la  città  non  po- 
terono avere. 

CAPITOLO  CXXXIV. 

Come  i  Pisani  cacciarono  di  Pisa  il  eicario  del 
Bavaro  e  le  sue  masnade. 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  giugno,  i  Pisani 
sentendo  che  '1  Bavaro  era  rimaso  in  Lombardia  per 
non  tornare  al  presente  in  Toscana,  e  dispiacendo 
loro  la  sua  signorìa,  e  ancora  per  le  novità  e  muta- 
Eioni  della  città  di  Lucca,  sì  ordinarono  col  conte 
Patio  il  giovane  di  cacciare  il  vicario  del  Bavaro, 
eh*  era  messer  Tarlatino  di  quegli  da  Pietramala  d'A- 
rezto,  e  tutti  i  suoi  ufficiali,  e  feciono  venire  in  Pi- 
sa dalla  città  di  Lucca  messer  Marco  Visconti  con 
certe  masnade  di  cavalieri  della  compagnia  del  Cer- 
ruglio  nimici  del  Bavaro,  e  uno  sabato  sera  feciono 
levare  la  terra  a  romore  e  armare  il  popolo  e^  cava- 
lieri di  messer  Marco,  e  tutti  trassono  a  casa  il 
conte  Fazio,  e  tagliarono  il  ponte  alla  Spina,  e  mi-* 
sono  fuoco  nel  ponte  nuovo,  e  armarono  e  barra- 
rono il  ponte  vecchio  che  ò  sotto  le  case  del  conte, 
acciocché  le  masnade  del  Bavaro,  le  quali  erano  in 
Pisa,  a  petizione  del  suo  vicario  non  potessono  pas- 
sare nò  correre  il  quartiere  di  Chinzica  dov^era 
il  conte  colla  forza  sua  e  del  popolo.  La  dome- 
nica mattina  vegnente,  dì  18  di  giugno,  cresciuta 
la  forza  del  conle  e  del  popolo,  e  volendo  passare 


il  ponte  vecchio  per  assaUre  e  combattere  il  vica- 
rio al  palagio,  egli  veggendosi  mal  parato  a  tanta 
forza,  si  partì  con  sua  famiglia  di  Pisa,  e  fta  rubato 
il  palagio  di  tutti  i  suo'  arnesi  ;  e  poi,  riposato  il 
romore,  riformarono  la  terra  di  loro  podestà»  e  man- 
darne le  masnade  del  Bavaro  gran  parte. 

CAPITOLO  CXXXV. 

Come  messer  Marco  Visconti  tenne  in  Firenze  per 
certi  trattati  e  poi  tornato  in  Milano  fu  morto 

da"  fratelli  e  nipote. 

Rivolto  lo  stato  di  Pisa  per  lo  modo  scritto 
nel  passato  capitolo,  i  Pisani  e  *1  conte  Fazio  prov- 
vidono  messer  Marco  Visconti  riccamente  del  ser- 
vigio ricevuto  da  lui.  Il  detto  messer  Marco  non 
volle  tornare  a  Lucca  perocch*era  in  gaggio  per  lo 
Bavaro  a*  cavalieri  del  Cerruglio  per  loro  soldi,  co- 
me addietro  facemmo  menzione  ;  cercò,  e  mandò  let- 
tere al  comune  di  Firenze  che  volea  venire  e  pas- 
sare per  Firenze  per  andarsene  in  Lombardia  con  in- 
tendimento di  parlare  a'  priori  e  con  coloro  che  reg- 
gevano la  terra,  cose  utili  per  potere  avere  la  città 
di  Lucca.  Fagli  data  licenta  del  venire  sicuramente  ; 
il  qoale  venne  in  Firenze  a  di  30  di  giugno  nel 
detto  anno  con  trenta  a  cavallo  di  sua  famiglia  \  e 
da*  Fiorentini  fu  veduto  graziosamente  e  fattogli  o- 
nore  assai,  ed  egli  da  se,  mentre  che  dimorò  in  Fi- 
renze, al  continuo  mettea  tavola,  convitando  cava- 
lieri e  buona  gente,  e  fece  nel  palagio  de* priori 
Tobbedienza  di  Santa  Chiesa  dinanzi  a  priori  e  dinanzi 
ali*  altre  signorie  e  del  ifescovo  di  Firenze  e  di  quel- 
lo di  Fiesole  e  di  quello  di  Spuleto,  oh*  era  Fioren- 
tino, e  dinanzi  allo  *nquisitore  e  di  certi  legati  che 
erano  in  Firenze  per  lo  papa.  B  promise  d*andare  alla 
misericordia  del  legato  dì  Lombardia  e  poi  al  papa, 
e  d*  essere  sempre  figlinolo  e  difenditore  dì  Santa 
Chiesa.  In  Firenze  tenne  buttato  co*  cavalieri  dal  Cer- 
ruglio che  teneano  il  castello  di  Lucca,  di  dare  al  co^ 
mune  di  Firenze  il  detto  castello  e  tutta  la  città, 
dando  loro  ottantamila  fiorini  d'oro;  e  de' maggiori 
caporali  e  connestabili  vennono  in  Firenze  per  Io 
detto  trattato,  profferendo  di  dare  per  sicurtà  molti 
de*  loro  caporali  per  istadichi  per  osservare  la  pro- 
messa. In  Firenze  si  tennono  più  consigli,  e  gli  più 
s*  accordarono  al  trattato,  e  spezialmente  la  comu- 
ne gente  e  quegli  della  setta  di  messer  Pino  della 
Tosa,  il  quale,  come  dicemmo  addietro,  avea  mena- 
to il  trattato  di  fare  torre  Lucca  a  messer  Marco  e 
a'  cavalieri  dal  Cerruglio.  L*  altra  setta,  ond*  era  ca- 
porale messer  Simone  ddla  Tosa  suo  consorto,  per 
invidia^  o  forse  perchè  per  loro  non  era  mosso  il  detto 
trattato  e  non  aspettavano  1* onore,  o  forse  ntole, 
8*  oppnose  contro,  mostrando  più  dubitazioni  e  pe- 
ricoli, come  si  poteano  perdere  i  danari,  e  la  gente 
si  mettesse  per  gli  Fiorentini  alla  guardia  del  ca- 
steUo  dell*Agosta.  E  così  per  mala  concordia  de* 
nosbri  non  diritti  cittadini  alla  repubblica  rimase  il 
trattato,  e  messer  Marco  si  partì  di  Firenze  a  dì  29 


'  La  edizioB*  da'  Oluotl  legge  :  eompagnia. 


DI  eiOVAimi  VILLANI. 


345 


dì  Inglia,  e  faroDgli  donati  per  lo  cornane  di  Fi- 
reme  mille  fiorini  d^oro  per  aiolo  alle  sue  spese. 
Il  detto  messer  Marco  se  n'  andò  a  Milano,  e  da' 
suoi  cittadini  fu  ricevuto  a  grande  onore,  e  avea  da'* 
Milanesi  grande  seguito,  maggiore  che  neuno  de*suoi 
fratelli,  o  che  messer  Azzo  Visconti  suo  nipote,  ch'e- 
ra signore  di  Milano.  Per  la  qual  cosa  montò  la  in- 
vidia e  la  gelosia,  che  messer  Marco  non  togliesse 
la  signorìa  a  messer  Azzo  per  gli  trattati  fatti  in  Fi- 
renze coi  guelfi,  e  fosse  messer  Marco  per  tornare 
in  grazia  del  papa  ed  essere  signore  di  Milano, 
ohò  '1  potea  e  n"*  avea  per  avventura  la*  intenzione 
guardando  suo  tempo,  avvenne  che  a  dì  4  di  set- 
tenere  nel  detto  anno,  fatto  messer  Azzo  uno  gran- 
de conrito  ove  fu  messer  Marco  e  messer  Luchino 
e  messer  Giovannino  Visconti  suoi  zii,  e  altri  de'  Vi- 
sconti e  più  buona  gente  di  Milano,  compiuto  il  man- 
giare, e  partendosi  messer  Marco  e  V  altra  buona 
gente,  fu  fatto  chiamare  per  parte  dì  messer  Azzo 
che  tornasse  al  palazzo,  che  volea  egli  e*  Catelli  par- 
lare con  lui  al  segreto.  Il  detto  messer  Marco  non 
prendendosi  guardia,  e  non  avendo  arme ,  andò  a 
loro,  e  entrato  con  loro  in  una  camera,  come  i  tra- 
dilprì  cani  aveano  ordinato,  con  loro  masnadierì  ar- 
mati uscirono  addosso  a  messer  Marco,  e  sanza  fedirlo 
il  presono  e  strangolarlo,  sì  che  affogò,  e  morto  il  git- 
tarono  dalle  finestre  del  palazzo  io  terra  K  Di  questa 
disonesta  morte  di  messer  Marco  i  Milanesi  per  co- 
mune ne  furono  molto  turbati,  ma  nullo  n'  osò  parlare 
per  paura.  Questo  messer  Marco  fu  bello  cavaliere  e 
grande  della  persona,  fiero  e  ardito,  e  prode  in  ar- 
me, e  bene  avventuroso  in  battaglia  più  che  niuno 
Lombardo  a'  suoi  dì:  savio  non  fu  troppo,  ma  se 
fosse  vivttto  avrebbe  fatto  di  grandi  novitadi  in  Mi- 
lano e  in  Lombardia. 

CAPITOLO  CXXXVI. 

Carne  le  castella  di  ValditUevole  feciono  pace 
•  accordo  co^  Fiorentina 

Nel  detto  anno,  In  lega  delle  castella  di  Valdi- 
nievole,  come  sono  Montecatini,  Pescia,  Baggiano, 
Uszano,  il  Colle,  il  Cozzile,  Massa,  e  Montesomma- 
no,  e  Moatevettolino,  reggendo  il  male  stato  di  Luc- 
ca, e  come  i  Pistoiesi  s' erano  pacificati  co*  Fioren- 
tini, e  seguivano  loro  utile  e  bene,  e  per  consiglio 
di  loro  amici  ghibeUini  di  Pistoia,  spezialmente  de' 
cavalieri  novelli  fatti  per  lo  comune  di  Firenze,  e 
per  riposarsi  in  pacifico  stato  delle  loro  lunghe  guer- 
re e  pericoli  passati,  cercavano  pace  co'  Fiorentini, 
e  compiessi  a  dì  21  di  giugno  del  detto  anno,  per- 
donando e  dimettendo  il  comune  di  Firenze  ogni 
offesa  ricevuta  da  loro  nella  guerra  castruccina,  ed 
eglino  promisono  a' Fiorentini  d'  avere  gli  amici  loro 
ptf  amici  e'nimici  per  nimici,  e  feciono  lega  co' Fio- 
rentini, e  voUono  un  capitano  di  Firenze. 


'  CSò  fta  a' di  8  aettombr*  deU'ajma  13£9.  D  Verri  stUa 
Storia  di  Milano^  moitra  dabitara  deUa  rerìik  di  qoaito 
asaaMiiiio. 


CAPITOLO  cxxxvn. 

Come  i  Pisani  trattarono  di  comperare  Lucca,  e 
come  la  gente  de*  Fiorentini  cavalcarono  in  su  le 
porte  di  Pisa,  e  come  si  fece  pace  tra*  Fiorentini 

e^  Pisani, 

Nel  detto  anno,  all'entrata  del  mese  di  luglio, 
i  Pisani  sentendo  i  trattati  menati  per  messer  Marco 
Visconti  co' Fiorentini  e' cavalieri  tedeschi  del  Cer- 
ruglio  che  teneano  Lucca,  per  tema  eh'  a'  Fiorenti- 
ni non  crescesse  la  forza  e  '1  podere  avendo  Lucca, 
e  tornarla  a  parte  guelfa,  e  non  fossono  loro  più 
presso  vicini,  sì  s' intraversarono,  e  cercarono  co' 
detti  Tedeschi  il  detto  trattato  d' avere  Lucca  per 
sessantamila  fiorini  d' oro.  E  fatto  il  patto,  diedono 
caparra  tredicimila  fiorini  d'  oro,  i  quali  si  perdero- 
no  per  la  fretta  che  ebbono,  e  non  ne  presono  sta- 
dichi  né  cautela  ;  e  ciò  avvenne  per  le  varie  novità 
e  mutazioni  eh'  awennono  poi  in  Lucca.  Per  la  qual 
cosa  sentendolo  i  Fiorentini,  di  ciò  molto  crucciati 
feciono  cavalcare  sopra  i  Pisani  messer  Beltra- 
roone  del  Balzo  maliscalco  della  gente  del  re  Ru- 
berto, eh'  era  in  Samminiato  colle  masnade  de'  sol- 
dati de'  Fiorentini,  in  quantità  di  più  di  mille  a  ca- 
vallo e  gente  a  piede  assai,  e  corsono  iofino  al  bor- 
go di  San  Marco  di  Pisa,  e  infino  all'antiporto  sanza 
contrasto  niuno,  ardendo  e  guastando,  menandone 
grande  preda  di  pregioni,  di  bestie  e  d'arnesi.  E 
poi  si  volsono  per  Valdera  rubando  e  ardendo  ciò 
che  si  trovarono  innanzi  ;  ed  ebbono  per  forza  com- 
battendo il  castello  di  Pratiglione  e  quello  di  Cam- 
porena  che  '1  tenevano  i  Pisani,  e  fecionlo  disfare. 
I  Pisani  veggendosi  così  oppressati  da'  Fiorentini,  ed 
eransi  rubellati  dal  Bavaro,  ed  essendo  in  assai  male 
stato,  cercarono  pace  co'  Fiorentini.  I  Fiorentini  l'as- 
sentirono per  potere  meglio  fornire  la  guerra  di 
Lucca,  e  compiessi  la  detta  pace  a  Montetopoli  per 
gli  nostri  e  loro  sindachi  e  ambasciadori,  a  dì  12  ^ 
del  mese  d'  agosto  del  detto  anno,  con  patti  e  fran- 
chigie della  pace  vecchia,  e  eh'  eglino  sarebbono  ni- 
mici del  Bavaro  e  di  chiunque  fosse  nimico  de'  Fio- 
rentini. U  settembre  seguente  certi  ghibellini  di  Pisa, 
dispiacendo  loro  la  pace  fatta  co'  Fiorentini,  cercarono 
con  quegli  di  Lucca  di  tradire  Pisa  ;  ma  fu  scoperto 
il  tradimento,  e  certi  ne  furono  presi  e  guasti^  e 
molti  ne  furono  fatti  rubelli  e  isbanditi. 

CAPITOLO  cxxxvm. 

Come  i  Fiorentini  ripresono  il  castello  d'Ampinaius 
che  '/  tenea  il  conte  Ugo. 

Nel  detto  anno,  a  dì  15  di  loglio,  i  Fiorenti- 
ni mandarono  di  loro  masnade  in  Mugello  e  feciono 
riprendere  i  popoli  e  contado  del  castello  che  fu 
d'Ampinana,  il  quale  s'avea  ripreso  il  conte  Ugo 
da  Battifolle  per  lo  modo  detto  addietro  al  tempo 
della  sconfitta  d' Altopascio. 


La  edisione  da'  OiantJ  daU  a*  di  21. 


S46 


CRONICHE 


CAPITOLO  CXXXIX. 

Come  ti  rubellò  ti  castello  di  Montecatini  dalla  lega 

de*  Fiorentini, 

Nel  detto  anno,  a  dì  17  dì  laglio,  gli  amici 
ghibellini  de^  figliuoli  di  Caatraccio,  i  qnali  erano  in 
Montecatini,  coU'  aiuto  delle  masnade  de'Lucchesi  che 
erano  in  Altopaacio,  rubellarono  la  terra  dall^  accordo 
della  lega  de*  Fiorentini,  e  cacciarne  fuori  i  guelfi, 
e  fomisai  per  gli  Lucchesi.  Per  la  qual  cosa  le  ma- 
snade de**  Fiorentini  cavalcarono  in  Yaldinievoie,  e 
presono  e  arsono  il  borgo  di  Montecatini,  e  rimasevi 
per  capitano  messer  Amerigo  Donati  per  gli  Fioren- 
.  tini,  con  gente  d*  arme  a  cavallo  e  a  piede  assai  alla 
guardia  di  Bnggiano  e  dell*  altre  terre  della  lega  di 
Yaldinievoie,  e  per  fare  guerra  a  Montecatini.  B  in 
questa  stanza  da  dodici  caporali  e  grandi  ghibellini  del 
castello  di  Monteveltolino  andarono  segretamente  in 
Montecatini  per  ordinare  di  rubellare  Montevettolino. 
B  ispiandolo  messer  Amerigo,  air  uscita  che  fedone 
del  castello  gli  fece  prendere,  e  per  la  loro  presura 
ebbe  il  castello  di  Montevettolino  in  signorìa  per  lo 
comune  di  Firenze,  che  innanzi  non  vi  lasciavano 
entrare  dentro  le  loro  masnade.  B  infino  allora  si  co- 
minciò r  assedio  dì  Montecatini  per  gli  Fiorentini,  non 
però  stretto,  come  seguirono  poi,  come  innanzi  si 
farà  menzione;  ma  erano  le  loro  guemigìoni  di  gente 
a  cavallo  e  a  piede  nelle  castella  d'intorno,  e  non  vi 
potea  en^re  vittuaglia  se  non  di  furto,  o  con  gros- 
sa scorta. 

CAPITOLO  CXL. 

Come  meuer  Cane  della  Scala  ebbe  la  città  di 
Trevigi  e  incontanente  di  malattia  ti  morì. 

Nel  delto  anno,  a  dk  4  di  luglio,  messer  Cane 
della  Scala  di  Verona  andò  ad  oste  sopra  la  città 
di  Trevigi  con  tutto  suo  podere,  e  furono  più  di  due- 
mila cavalieri  e  popolo  grandissimo,  la  quale  città 
di  Trevigi  era  in  comunità,  ma  il  maggiore  n*  era 
V  avogaro  di  Trevigi  :  al  quale  assedio  stette  quindici 
di,  e  poi  Tebbe  liberamente  a  patti,  salvi  tutti  avere 
e  persone,  ciascuno  in  suo  grado.  E  a  dì  18  '  del 
detto  mese  v*  entrò  messer  Cane  colla  sua  gente  con 
grande  festa  e  trionfo,  e  fu  adempiuta  la  profezia 
di  maestro  Michele  Scotto,  che  disse:  che  *1  Cane 
di  Verona  sarebbe  signore  di  Padova  e  di  tutta  la 
Marca  di  Trevigi.  Ma  come  piacque  a  Dio,  e  le  più 
volte  pare  eh*  awegna  per  lo  piacere  di  Dio  e  per 
mostrare  la  sua  potenzia,  e  perchè  niuno  si  fidi  in 
ninna  felicitade  umana,  che  dopo  la  grande  allegrez- 
za di  messer  Cane,  adempiuti  gli  suoi  intendimenti, 
venne  il  grande  dolore,  che  giunto  lui  in  Trevigi,  e 
mangiato  in  tanta  festa,  incontanente  cadde  malato, 
e  il  dì  della  Maddalena,  dì  22  di  luglio,  morì  in  Ifre- 
vigi,  e  funne  portato  morto  a  soppellire  a  Verona, 
e  dì  lui  non  rimase  nò  figlio  né  figlia  legittimo,  al- 
tro che  due  bastardi,  i  quali  poi  da*  loro  zii  fratelli 


La  «diBiona  da'  Giunti  data  :  a'  tfi  iP. 


di  messer  Cane,  perchè  non  regnassono  fbrono  soae- 
ciati,  e  alcuno  dì  loro  fatto  morire.  B  nota,  che 
questi  fu  il  maggiore  tiranno  e  'I  più  pouente  e  ric- 
co che  fosse  in  Lombardia  da  Assolino  di  Romano 
infino  allora,  e  chi  dice  di  più  ;  e  nella  sua  maggiore 
gloria  venne  meno  della  vita  e  di  sue  rede,  e  risaa- 
sono  signori  appresso  Ini  messer  Alberto  e  messer 
Mutino  suoi  nipoti. 

CAPITOLO  CXLI. 

Come  il  legato  di  Lombardia  ebbe  la  città 
di  Faenza  a  patti. 

Nel  detto  anno  a  dì  6  di  luglio,  il  legato  dì 
Lombardia  da  Bologna  mandò  grande  oste  sopra  la 
città  di  Faenza,  la  qnale  aveva  mbellata  e  tenea  Al- 
berghettino  di  Francesco  Manfredi,  e  stetteri  airas- 
sodio  venticinque  dL  Alla  fine  per  consiglio  del  pa- 
dre e  di  messer  Ricciardo  suo  fratello,  eh*  erano  di 
fuori  col  legato,  s*  arrendè  a  patti  con  grandi  impro* 
messe  al  detto  Alberghettino  T  ultimo  dì  di  loglio,  e 
Alberghettino  ne  venne  a  Bologna  al  legato,  e  le- 
ccio di  sua  famiglia,  e  dandogli  robe  e  gaggi  con 
sua  compagnia,  mostrandogli  grande  onore.  A  dì  25 
del  detto  mese  di  luglio  essendo  1*  oste  della  Chiesa 
sopra  Mattelica  nella  Marea,  da' ghibellini  e  mbellì 
della  Chiesa  furono  sconfitti. 

CAPITOLO  CXLU. 

Come  le  città  di  Parma  e  di  Modona  e  di  Reggio 
ti  rubellarono  al  legato. 

Nel  detto  anno,  a  dì  15  d*  agosto,  avendo  il 
legato  di  Lombardia  fatti  venire  in  Bologna  i  figliuoli 
di  messer  Ghiberto  da  Correggio  e  Orìando  de*Ros8Ì 
sotto  sua  confidanza  (il  quale  Orlando  era  stato  si- 
gnore di  Parma)  per  tema  non  gli  facesse  mbellare 
la  terra,  sotto  pretesto  eh*  egli  non  volea  far  pace 
co*  detti  figliuoli  di  messer  Ghiberto,  il  ritenne  in 
Bologna,  e  fecelo  mettere  in  pregione.  Per  la  qua! 
cosa  i  fratelli  e*  consorti  del  detto  Orlando  col  po- 
polo della  città,  che  T  amava  molto,  rubellarono  al 
legato  e  alla  Chiesa  la  città  di  Parma,  e  presono 
tutti  gli  uficiali  del  legato  e  quanta  di  sua  gente  v*e- 
vea.  B  per  simile  modo  si  rubellò  la  città  di  Reggio 
e  quella  di  Modona,  temendo  di  loro,  e  ispiacendo 
lo  inganno  e  tradimento  fatto  al  detto  Orlando  sotto 
la  detta  confidanza. 

CAPITOLO  CXLUI. 

Ancora  come  i  Tedeschi  cK  erano  in  Lucca  vallone 
tenderla  per  danari  a*  Fiorentini^  e  non  la  seppomo 

prendere. 

Ne*  detti  tempi, .  essendo  la  dttà  di  Lucca  in 
grande  variazione  e  in  male  stato  e  sansa  nullo  or- 
dine di  signore  o  reggimento,  se  non  al  corso  dei 
conestabili  de* Tedeschi  dal  Cermglio  che  se  n'erano 
signori  e  guidavanlasi  come  preda  guadagnata,  i  quali 
Tedeschi  tennono  con  più  genti  e  comuni  e  aignori 
d*  intorno  trattati  per  avere  danari  e  dare  la  signo- 
ria di  Lucca,  vedendo  che  per  loro  non  la  poteano 


DI  fflOYANNI  VILLANL 


847 


bene  tenere,  e  ancora  ne  rìdiieaono  da  capo  il  eo- 
mone  di  Firenze,  il  quale,  come  detto  ò  addietro  nel 
capitolo  del  trattato  che  ne  fece  messer  Marco  Vi- 
sconti di  Milano,  per  le  ^nvidie  de'*cittadini  non  aVb- 
be  ancora  per  gli  rettori  del  cornane  di  Firenze 
di  ciò  concordia.  Ma  certi  valenti  e  ricchi  cittadini 
di  Firenze  la  voUono  comperare  per  lo  comune  ot- 
tantamila fiorini  d*  oro  per  loro  vantaggio,  e  creden- 
done fare  al  comune  di  Firenze  grande  onore  e  gran- 
de loro  guadagno,  e  fornire  le  spese,  rimanendo  in 
loro  mano  le  gabelle  e  V  entrate  di  Lacca  con  certo 
ordine  e  patti.  E  a  ciò  teneano  con  loro  i  merca- 
tanti asciti  di  Lucca,  e  metteanvi  diecimila  fiorini 
d*  oro,  e  voleano  che  U  comune  di  Firenze  vi  met- 
tesse innanzi  solamente  quattordicimila  fiorini  d'*oro, 
e  prendesse  la  guardia  del  castello  dell'  Agosta  con 
venti  de^  maggiori  e  migliori  conestabili  per  istadichi 
per  osservare  i  patti  ^  e  gli  primi  danari  si  ritraes- 
sono  fossono  quegli  del  comune  di  Firenze,  e  tutti 
gli  altri  inaino  cinquantasei  migliaia  di  fiorini  d' oro 
metteano  di  loro  volontà  singulari  cittadini  di  Firen- 
ze. E  di  ciò  potemo  rendere  piena  fede  noi  autore, 
perocché  fummo  di  quegli.  Ma  la  guercia  e  disleale 
sempre  invidia  deVittadini  di  Firenze,  e  massima- 
mente di  coloro  ch'erano  al  governamento  della  città, 
non  voUono  acconsentire,  dando  scusa  di  falsa  ipo- 
crisia, dicendo  come  oppuosono  Feltra  volta  sotto 
colore  d' onestà,  che  fama  correa  per  V  universo 
mondo,  che  i  Fiorentini  per  covidigia  di  guadagno 
di  moneta  hanno  comperata  la  città  di  Lucca.  Ma  al 
nostro  parere,  e  di  più  savi  che  poi  V  hanno  disa- 
minata quistionando,  che  compensando  le  sconfitte 
e'  danni  ricevuti  e  ispendii  fatti  per  lo  comune  di 
Firenze  per  cagione  de'  Lucchesi  per  la  guerra  ca- 
stracdna,  ninna  più  alta  vendetta  si  potea  fare  per 
gli  Fiorentini,  né  maggiore  laude  e  gloriosa  fama 
potea  andare  per  lo  mondo,  che  potersi  dire  :  i  mer- 
catanti e^  singulari  cittadini  di  Firenze  colla  loro  pe- 
eam'a  hanno  comperata  Lucca,  e  gli  suoi  cittadini 
e  contadini,  stati  loro  nimici,  come  servi.  Ma  a  cui 
Dio  vuole  male  gli  toglie  il  senno,  e  non  gli  lascia 
prendere  i  buoni  partiti  ;  o  forse,  o  sanza  forse,  an- 
cora non  erano  purgati  i  peccati,  nò  domata  la  su- 
perbia né  Tosare,  e' malabbiati^  guadagni  de' Fioren- 
tini, per  fare  loro  spendere  e  consumare  in  guerra 
seguendo  la  discordia  co' Lucchjosi,  che  per  ognuno 
danaio  che  Lucca  si  comperava,  cento  o  più,  ma  dire 
potremo  infiniti,  spesi  poi  per  gli  Fiorentini  nella 
detta  guerra,  come  innanzi  leggendo  faremo  per  gli 
tempi  menzione  ;  che  si  potea  colla  sopraddetta  pre- 
stanza di  moneta,  e  non  ispesa  né  perduta,  fare  cosi 
onorata  e  alta  vendetta  de'  Lncchesi,  avendoli  com- 
perati come  servi,  e  sopra  servi  i  loro  beni,  e  alle 
loro  spese,  e  sotto  il  nostro  giogo  rendere  loro  pace 
e  perdonare,  e  fargli  liberi  e  compagni,  come  per 
r  antico  soleano  essere  co' Fiorentini^. 


*  ebe  abbiano  in  m  dal  mala;  «igiutti.  Il  tatto  Day. 
lagge:  maUàbUuL  Noi  andiam  colla  Giuntina. 

*  Questa  onorala  e  aUa  vMdeUa  non  avrebbe  iseosato 
il  deOtto  di  aver  fatto  sahiavo,  un'  ora  sola,  qnel  popolo, 
né  di  araria  comperai»  coma  an  branao  di  bestie. 


CAPITOLO  CXLIV. 

Come  messer  Glèerardino  Spinoli  di  Genof>a  ebbe  poi 
per  danari  la  signoria  della  città  di  Lucca. 

Essendo  rotto  il  detto  trattato  da*  Tedeschi  di 
Lucca  a*  Fiorentini,  perocch*  e'  rettori  del  comune  di 
Firenze  non  lasciarono  ciò  compiere,  come  nel  pas- 
sato capitolo  é  fatta  menzione,  ma  minacciato  chiun- 
que se  ne  travagliasse,  e  alcuno  eh'  avea  menato  il 
trattato  fatto  mettere  in  carcere  ;  messer  Gherardino 
degli  Spinoli  di  Genova  s'accordò  co' detti  Tedeschi, 
e  dando  loro  trentamila  fiorini  d' oro  ;  e  ritenendone 
alquanti  di  loro,  chi  volle  con  lui  rimanere  a*  suoi 
gaggi;  gli  diedono  la  città  di  Lucca  e  feciolne  si- 
gnore, il  quale  vigorosamente  la  prese  :  a  di  2  di 
settembre  del  detto  auno  venne  in  Lucca,  ed  ebbe 
la  signoria  della  città  libera  e  sanza  nullo  contrasto  ; 
e  poi  ordinò  le  sue  masnade,  e  richiese  i  Fiorentini 
di  pace  o  di  triegua,  i  quali  nulla  ne  vollono  inten- 
dere, anzi  feciono  rubellare  il  castello  di  Collodi 
presso  di  Lucca  airentrante  d' ottobre  ;  il  quale  mes- 
ser Gherardino  colla  cavalleria  sua  e  popolo  di  Lacca 
vennono  all'assedio  del  detto  Collodi,  il  quale^  non 
soccorso  a  tempo  da'  Fiorentini,  com'  era  promesso, 
s' arrendè  a  messer  Gherardino  e  al  comune  di  Luc- 
ca, a  dì  20  del  detto  mese  d' ottobre,  con  poco  onore 
de'  Fiorentini.  Onde  in  Firenze  ebbe  molti  ripitii  e 
biasimi  dati  a  coloro  che  non  aveano  lasciato  pren- 
dere l'accordo  co*  Tedeschi,  né  saputo  fare  la  guerra 
e  impresa  cominciata  ;  e  '1  detto  messer  Gherardino 
avuto  il  castello  di  Collodi  con  ogni  sollecitudine 
procacciò  di  raunare  moneta,  e  d' avere  gente  d'arme 
per  levare  i  Fiorentini  dall'  assedio,  il  quale  già  a- 
veano  cominciato,  e  posto  al  castello  di  Montecatini 
in  Valdinievole. 

CAPITOLO  CXIV. 

Come  i  Milanesi  e'  Pisani  si  riconciliarono  col  papa 

e  colla  Chiesa^  e  furono  ricomunicati  per  V  offese 

fatte  per  lo  Bataro  e  antipapa» 

Del  mese  di  settembre  del  detto  anno,  appo  la 
città  di  Avignone  ov'  era  la  corte  di  Roma,  i  Mila- 
nesi e  messer  Azzo  Visconti  che  n'  era  signore  fu- 
rono riconciliati  e  ricomunieali  da  papa  Giovanni,  e 
con  patti  ordinati  co'  loro  ambasciadori  si  rimisono 
dell'  offese  fatte  alla  Chiesa  nel  detto  papa  ;  e  messer 
Giovanni  figliuolo  che  fu  di  messer  Maffeo  Visconti, 
fl  quale  il  Bavero  avea  fatto  fare  cardinale  al  suo 
antipapa,  come  addietro  é  fatta  menzione,  sì  rinunziò 
al  detto  oardinalato;  e  '1  papa  il  fece  vescovo  di 
Noam,  e  levò  lo  'nterdetto  di  Milano  e  del  contado. 
E  per  simile  modo  il  detto  papa  riconciUò  e  assol- 
vette i  Pisani,  perocch' eglino  aveano  tanto  adope- 
rato col  conte  Fazio  da  Doneratioo  loro  grande  cit- 
tadino, il  quale  avea  la  guardia,  come  gli  avea  la- 
sciato segretamente  il  Btvaro  quando  si  partì  di  Pisa, 
il  suo  antipapa  in  uno  suo  castello  in  Maremma,  il 
quale  antipapa  da'  detti  fa  ingannato  e  tradito,  e  poi 
mandato  preso  ad  Avignone  a  papa  Giovanni,  come 


.rk...,,,. 


348 


eRONICHE 


innaDEi  faremo  menKÌone.  E  fatta  per  gli  ambascio- 
dorì  de*  Pisani  eh'  erano  a  corte  la  detta  convegna 
con  grandi  rantaggi  del  detto  conte  Fazio,  che  'i 
papa  gli  donò  il  castello  di  Hontemassi,  eh"  era  del- 
V  arcivescovado,  e  altri  ricchi  doni  e  beneficii  eccle- 
siastici, e  cosi  ad  alcuni  altri  grandi  cittadini  di  Pisa 
che  seguirono  la  ^mpresa,  e  fattine  assai  cavalieri  pa- 
pali con  ricchi  doni.  B  tornati  i  detti  ambasciadori  in 
Pisa,  il  gennaio  appresso  si  pubblicò  in  Pisa  il  trat- 
tato e  raccordo,  e  in  pieno  parlamento,  e  in  mano 
d*  uno  legato  cherico  oltramontano  mondato  per  lo 
papa,  tutti  i  Pisani  giurarono  nella  chiesa  maggiore 
d*  essere  sempre  ubbidienti  e  fedeli  di  Santa  Chiesa 
e  nimici  del  Bavaro,  e  d*  ogni  altro  signore  che  ve- 
nisse in  Italia  sanza  la  volontà  della  Chiesa. 

CAPITOLO  CXLVl. 

Come  ti  legato  di  Toscana  ebbe   Viterbo^  e  mise 
ffi  pace  tutto  U  Patrimonio^  e  simile  la  Marca, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  settembre,  Salvestro 
de*  Gatti  il  quale  tenea  per  tirannia  la  signoria  della 
città  di  Viterbo,  e  contra  la  Chiesa,  fu  a  tradimento 
morto  in  Viterbo  da  nno  figliuolo  del  prefetto,  e 
corse  la  terra  e  ridussela  air  obbedienza  della  Chiesa. 
E  poi  air  entrante  di  novembre  vegnente  messer 
Gianni  Guatani  degli  Orsini  cardinale  e  legato  in  To- 
scana venne  a  Viterbo,  e  fece  riformare  la  città  e 
tutte  la  terre  del  Patrimonio  in  pace  e  in  buono 
stato  sotto  la  signoria  deUa  Chiesa.  E  in  questo 
tempo  medesimo  tutte  le  terre  della  Marca  si  paci- 
ficarono e  tornaro  ali*  ubbidienza  di  Santa  Chiesa, 
rimanendo  le  parti  delle  terre  ciascuna  in  suo  stato. 

CAPITOLO  CXLVU. 

Come  il  Bavaro  ra^nò  sua  gente  in  Parma  creden- 
dosi avere  la  città  di  Bologna^  e  poi  come  si  partì 
(f  Italia  e  andonne  in  Alamagna, 

Nel  detto  anno,  air  entrante  del  mese  d*  otto- 
bre, il  Bavaro  che  si  tenea  imperadore,  il  quale  era 
aUa  città  di  Pavia,  venne  a  Cremona,  e  poi  a  dì  17 
di  novembre  venne  a  Parma,  e  là  si  trovò  con  ca- 
valieri che  gli  mandò  il  vicario  suo  da  Lucca,  con 
pili  di  duemila  cavalieri' oltramontani,  con  intendi- 
mento d*  avere  la  città  di  Bologna,  e  di  torla  al  le- 
gato del  papa  messer  Beltrando  dal  Poggetto  che 
v*era  dentro  per  la  Chiesa.  E  ciò  si  cercava  per 
certo  trattato  fatto  per  certi  Bolognesi  e  altri;  il 
quale  trattato  fu  scoperto,  e  fatta  giustizia  di  certi 
traditori,  come  innanzi  nel  seguente  capitolo  ai  fa- 
rà menzione.  E  vedendo  il  detto  Bavaro  che  *1  suo 
proponimento  non  gli  era  venuto  fatto,  a  di  9  di 
dicembre  seguente  si  parti  di  Parma  con  ambascia- 
dori  de*  maggiori  caporali  di  Parma  e  di  Reggio  e 
di  Modena,  e  andonne  a  Trento  per  parlamentare 
con  certi  baroni  della  Magna  e  co*  tiranni  e  signori 
di  Lombardia,  per  ordinare  al  primo  tempo  d'avere 
nuova  gente  e  forte  braccio  per  venire  sopra  la  città 
di  Bologna,  e  per  torre  il  contado  di  Romagna  alla 


Chiesa.  E  stando  al  detto  parìamento,  ebbe  novelle 
della  Magna,  com*era  morto  il  dogio  d*Osterich,  e- 
letto  che  fu  a  re  della  Magna  e  stato  suo  avversa- 
rio, incontanente  lasciò  tutto  il  suo  esordio  d*  Italia 
e  andonne  in  Alamagna,  e  poi  non  passò  più  di  qua 
da'  monti. 

CAPITOLO  CXLVllL 

Come  la  città  di  Bologna  rotte  essere  tradita  e  tolta 
al  legato  cardinale  per  lo  Bataro. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d*  ottobre,  conspira- 
zione  fu  fatta  nella  città  di  Bologna  per  torta  e  ni- 
bellarla  al  detto  legato  cardinale,  che  dentro  v*  era 
per  la  Chiesa  ;  e  a  dò  era  capo  Ettore  de'  conti  da 
Panigo  con  ordine  de*  Rossi  da  Parma,  perchè  *1 
detto  legato  tenea  in  pregione  Orlando  Rosso,  per 
lo  modo  che  dicemmo  addietro.  E  a  questo  trattato 
teneano  Tarciprete  di  Bologna  della  casa  de*Galln£- 
zi,  e  messer  Guido  Sabatini,  e  più  altri  grandi  e  po- 
polari di  Bologna,  dispiacendo  loro  la  signoria  del 
legato.  E  con  loro  tenea  mano  Alberghettino  dei 
Manfredi,  il  qual  era  per  lo  legato  levato  di  sua  si- 
gnoria di  Faenza,  e  tenealo  in  Bologna  intomo  di 
se  a'  suoi  gaggi.  Ed  era  1*  ordine  che  *l  Bavaro 
detto  imperadore,  il  quale  era  venuto  da  Pavia  a  Par- 
ma colle  sue  forze,  come  nel  capitolo  dinanzi  di- 
cemmo, dovea  venire  a  Modena  e  fare  cavalcare  parie 
di  sua  gente  in  Romagna  ;  per  la  qual  cavalcata  con 
ordine  del  detto  Alberghettino  doveano  fare  rubel- 
lare  Faenza  e  mettervi  la  detta  cavalleria;  e  come 
le  masnade  della  Chiesa  per  la  detta  venuta  del  Ba- 
varo e  cavalcata  di  sua  gente  fossono  uscite  di  Bo- 
logna per  andare  alle  frontiere,  come  per  lo  legato 
era  ordinato,  si  dovea  levare  la  città  di  Bologni 
a  romore  per  quegli  caporali  che  guidavano  il  trat- 
tato, e  loro  seguaci;  e  il  detto  Ettor  da  Panigo  con 
Guidinello  da  Montecuccheri  con  grande  quantità  di 
fanti  e  masnadieri  a  pie  doveano  al  giorno  nomato 
venire  delle  montagne  in  Bologna  con  quegli  citta- 
dini eh*  avevano  fatta  la  congiura,  e  con  loro  segui- 
to, eh*  erano  molti,  cacciarne  il  legato  e  sua  gente, 
e  mettervi  dentro  il  Bavero  colle  sue  genti.  La  quale 
congiurazione  fu  scoperta  segretamente  al  legato  per 
alcuno  seguace  de*  congiurati,  credendosene  valere 
di  meglio  ;  per  la  qual  cosa  il  legato  fece  pigliare 
il  detto  Alberghettino,  e  1*  arciprete  de*  Galluzzi,  e  *1 
detto  messer  Guido,  e  Nanni  de*  Dotti  cognato  d*Et- 
tor  da  Panigo,  e  più  altri  grandi  cittadini  e  popo- 
lani di  Bologna.  Ma  il  detto  Ettor  non  potò  avere, 
perchè  già  era  alla  montagna  a  rannare  suo  isforzo. 
E  disaminata  la  detta  congiura,  e  confessata  per  gli 
detti  traditori,  il  legato  trovò  che  la  congiura  era 
sì  grossa,  e  tanti  e  tali  cittadini  vi  teneano  mano, 
eh*  egli  non  s*  ardia  a  farne  fare  giustizia,  con  tutta 
la  forza  delle  sue  masnade,  dubitando  forte  che  la 
città  di  Bologna  non  si  levasse  a  furore  contra  lui; 
e  bisognavagli  bene,  avendo  cosi  di  presso  il  Bava- 
ro e  le  sue  forze.  Per  la  qual  cosa  il  legato  mandò 
per  aiuto  di  gente  al  comune  di  Firenze  perchè  foi^ 
sono  alla  sua  guardia  ;  onde  i  Fiorentini  gli  nmn^ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


351 


e  tagliate  in  verao  la  parte  di  Locca,  e  volto  in  quelle 
il  finme  della  Peacia  e  della  Borra;  e  tomarai  in 
Lacca  con  poco  onore.  E  poi  a  di  2  di  maggio  ve- 
gnente il  detto  mesaer  Gherardino  rannata  più  gente 
e  avuto  da*  Pisani  aiuto,  come  sono  usati  per  ad- 
dietro, eon  seicento  cavalieri  e  trecento  balestrieri, 
fece  ancora  punga  di  fornire  Montecatini,  e  venne  con 
sue  genti  infine  a*  palizzati  ^  e  oste  de'  Fiorentini,  e 
di  ciò  gli  avvenne  come  air  altra  volta  ;  e  per  simile 
modo,  e  per  le  dette  fosse  e  tagliate,  non  vi  potò 
appressare  nò  quelle  passare,  perchò  nelF  oste  de* 
Fiorentini  avea  più  di  mille  cavalieri  e  popolo  gran- 
dissimo. E  nota,  lettore,  che  dappiò  di  Serravalle 
infino  a  Buggiano  per  gli  Fiorentini  era  affossato  e 
steccato  e  imbertescato  spesso  tutta  la  delta  bastita, 
e  il  campo  e  V  assedio  de'  Fiorentini  con  guardie 
per  tutto,  e  i  detti  fossi  pieni  d*  acqua  e  accozzati 
insieme,  e  messi  in  quegli  il  fiume  della  Nievola  e 
quello  della  Borra  ;  la  quale  bastita  tenea  più  di  sei 
miglia  nel  piano  ;  e  dalla  parte  del  monte  tra  le  ca- 
stelletta  d'intorno  e  altri  battifoUi  per  gli  poggi  e 
tagliate  fatte  e  barre  di  legname  messi,  dove  stavano 
di  dì  e  di  notte  guardie  con  grossa  gente  a  piò, 
erano  più  di  dodici  poste  di  battifolli,  bicchò  di  Mon- 
tecatini non  potea  uscire  nò  entrare  gente  nò  vittua- 
glia,  se  non  queUo  che  si  prendeano  in  preda  nelle 
pendici  e  circustanze  del  poggio.  E  girava  la  detta 
impresa  e  guardia  de*  Fiorentini  da  quattordici  mi- 
glia, che  fu  tenuta  grande  cosa  e  ricca  impresa  a 
chi  la  vide,  che  fummo  noi  di  quelli.  Che  certo 
la  bastita  e  la  cinta  de*  fossi  e  di  steccati  che  si  leg- 
ge fece  Giulio  Cesare  al  castello  d*  Aliso  in  Borgo- 
gna, eh'  ancora  si  vede  il  porpreso,  non  fu  maggiore 
DÒ  cosi  grande,  come  quello  eh*  e'  Fiosentini  feciono 
intorno  a  Montecatini.  Lasceremo  alquanto  de'  fatti 
de*  Fiorentini  e  dell*  assedio  di  Montecatini  per  rac- 
contare altre  novità  state  in  questi  tempi  in  altri 
paesi,  ritornando  poi  assai  tosto  a  nostra  materia, 
come  i  Fiorentini  ebbono  per  fame  il  detto  Monte- 
catini. 

CAPITOLO  QL\. 

dime  il  maliscako  della  Chiesa  e  gente  del  re  Ru- 
berlo  furono  sconfini  presso  alla  città  di  Modona 

da^  Modonesi, 

Nel  detto  anno  1330,  a  di  24  d*  aprile,  tor- 
nando da  Reggio  messer  Beltramone  e  messer  Ra- 
mondo  del  Balzo,  e  messer  Galeasso  fratello  del  re 
Ruberto  bastardo,  ch'erano  in  Lombardia  per  lo  detto 
re  al  servigio  della  Chiesa  e  del  legato,  con  molta 
buona  gente  d' arme  in  quantità  di  seicento  cavalieri, 
i  quali  erano  al  servìgio  del  legato  eh'  era  in  Bolo- 
gna, credendo  avere  la  villa  di  Formigine  presso  a 
Modona  a  sei  miglia,  com'  era  loro  promessa  per 
tradimento,  sentendo  ciò  il  signore  di  Modona,  la 
notte  dinanzi  cavalcò  col  popolo  di  Modona,  e  con 
trecento  cavalieri  alla  detta  terra  di  Formigine.  E  la 
mattina  trovandosi  ingannati  la  detta  gente  della  Chie- 
sa, e  sentendo  la  venuta  di  quegli  di  Modona,  te- 


'  a  JP^ofMKiei  legg«  la  CHuntin», 


mettono  che  non  fosse  aguato  di  più  grossa  gente 
che  non  erano,  e  ridussonsi  schierati  in  su  uno  prato 
assai  presso  della  terra  ;  e  non  s'  awidono  che  *1 
detto  prato  era  affossato  e  irapadnlato  d'intorno. 
Quegli  di  Modona  conoscendo  il  luogo,  uscirono  fuori 
francamente  ;  e  presono  l' entrata  del  detto  prato,  e 
rinchiusono  i  detti  cavalieri,  i  quali  non  poteano 
combattere  nò  si  poteano  partire  per  gli  pantani  e 
fossi  d' intorno  ;  e  quale  si  mise  per  combattere  ri- 
mase morto  da'  pedoni  eh'  erano  in  su  le  ripe  de' 
fossi,  chò  tutti  i  cavalli  scontravano  colle  lance,  e 
meglio  e  più  potea  uno  pedone  che  uno  cavaliere  ; 
e  per  questo  modo  la  detta  gente  furono  la  mag- 
giore parte  presi  e  menati  in  Modona,  che  pochi  ne 
scamparono.  La  quale  fu  tenuta  una  grande  disav- 
ventura, e  fu  grande  isbigottimento  al  legato  cardi- 
nale eh*  era  in  Bologna,  e  a  tutta  la  parte  della  Chiesa 
di  Lombardia  e  di  Toscana. 

CAPITOLO  CLVL 

Come  papa  Giovanni  per  paura  non  lasciò  passare 
in  Proenjia  il  conte  d^Analdo, 

Nel  detto  mese  d' aprile,  vegnendo  il  conte  d'A- 
naldo  alla  corte  del  papa  ad  Avignone  con  sua  gente 
intorno  d*  ottocento  cavalieri  per  avere  la  benedi- 
zione del  papa,  e  per  andare  sopra  i  Saracini  di 
Granata  per  uno  suo  voto  e  pellegrinaggio,  ed  es- 
sendo già  in  Ricordana  ',  papa  Giovanni  prese  di  sua 
venuta  il  maggiore  sospetto  del  mondo,  perchò  '1 
detto  conte  era  suocero  del  Bavaro  detto  impera- 
dore  suo  nimico  ;  e  mandò  per  lo  siniscalco  in  Pro- 
enza  e  per  tutti  i  cavalieri  e  baroni  del  paese  che 
fessone  in  Avignone  con  arme  e  cavalli,  e  tutte  le 
sue  famiglie  e  de'  cardinali  e  prelati  fece  armare,  e 
tutti  i  cortigiani  per  sua  guardia  :  e  trovarsi  i  Fio- 
rentini da  cento  in  arme  a  cavalli  coverti,  molto  bella 
gente,  sanza  i  Fiorentini  a  piò  che  furono  più  di 
trecento  armati.  E  ciò  fatto,  il  papa  mandò  coman- 
dando al  conte  d*  Analdo  che  non  dovesse  venire  in 
Proenza  sotto  pena  di  scomunicazione,  assolvendolo 
del  suo  voto  se  tornasse  addietro,  il  quale  conte  per 
non  disubbidire  il  papa  si  tornò  in  Analdo. 

CAPITOLO  CLVU. 

Come  il  legato  fece  oste  sopra  Modena^  e  tornò  con 

poco  onore. 

All'entrante  del  mese  di  giugno  nel  detto  anno, 
i  Parmigiani  rubelli  del  legato  e  della  Chiesa  ebbono 
il  borgo  a  San  Donnino,  il  quale  tenea  la  gente  del 
legato  :  per  la  qual  cosa ,  e  ancora  per  la  sconfitta,  ^ 
ricevuta  la  sua  gente  da*  Modonesi,  il  detto  legato 
fece  fare  sua  oste  e  cavalcata  sopra  Modona  di 
più  di  millecinquecento  cavalieri,  e  andarono  infino 
presso  alla  terra  guastando  ;  e  poi  tornando  i  Modo- 
nesi, coll'aiuto  de*  Parmigiani  e  Reggiani  cavalcarono 
appresso  l'oste  della  Chiesa  presso  di  Bologna  a 


L«  tdiziont  d«'  Oinati  Ugge:  in'Cordcw. 


352 


CRONICHE 


sei  Buglia,  infloo  in  aal  fosso  della  Mnocia  eon  otto- 
cento cavalieri  e  tremila  pedoni,  e  affrontarsi,  il  detto 
fosso  in  meuo;ma  non  s'ardì  Toste  della  Chiesa  a 
combattere,  che  essendo  tanta  cavalleria  più  di  loro 
nimici,  fu  tenuta  grande  viltade.  Lasceremo  delle  'm- 
prese  del  legato  di  Lombardia,  e  torneremo  a'  fatti 
deir  oste  de*  Fiorentini^  e  com*  ebbono  il  castello  di 
Montecatini. 

CAPITOLO  CLVIll. 

Come  t  Fiorentini  per  lungo  assedio  ebbono  il  forte 
castello  di  Montecatini. 

Nel  detto  anno,  a  di  1 1  di  giugno,  venuto  soc- 
corso da'  Lombardi  a  messer  Gherardino  Spinola 
signore  di  Lucca  di  quattrocencinquanta  cavalieri 
tedeschi  (onde  si  trovò  colle  sue  masnade  e*  Pisani 
e  altri  amici  con  più  di  milletrecento  cavalieri  e  po- 
polo grandissimo),  usci  fuori  a  oste  per  soccorrere 
Montecatini,  il  quale  era  molto  allo  stremo  di  vit- 
tuaglia  per  l'assedio  de^  Fiorentini,  e  puosesi  a  campo 
nel  luogo  deito...  B  come  furono  accampati,  scanda- 
lo nacque  tra  messer  Gherardino  e  messer  Francesco 
Castracani,  e  fu  fedito  messer  Gherardino  da  uno  de- 
grinterminelli,  e  fuggissi  quegli  in  Buggiano,  onde 
fu  preso  messer  Francesco  e'  suoi  seguaci  e  alcuno 
Gonestabile  e  mandati  a  Lucca,  e  alcuno  giustiziato'. 
1  Fiorentini  rinforzata  loro  oste  di  quantità  di  mil- 
lecinquecento cavalieri,  con  loro  amistà  e  popolo  gran- 
dissimo, e' s*s ccamparono  il  grosso  dell'oste  in  sul 
Bruscelo,  quasi  allo  'ncontro  dell*  oste  de'  Lucchesi, 
il  fosso  e  steccato  in  mezzo,  e  nondimeno  fornite 
di  guardie  il  procinto  e  la  pieve  sotto  Montecatini. 
B  dell'oste  de' Fiorentini  era  capitano  messer  Ala- 
manno degli  Obizzi  uscito  di  Lucca,  con  certi  cava- 
lieri di  Firenze  grandi  e  popolani  pur  de' maggiori 
e  più  savi  e  esperti  in  guerra,  i  nomi  de'  quali  sono 
questi;  messer  Biagio  Tornaquinci,  messer  Gian- 
nozzo  Cavalcanti,  messer  Francesco  de'  Pazzi,  messer 
Gerozzo  de'  Bardi,  messer  Talento  Bucelli,  e  altri  don- 
zelli, grandi  o  popolani  capitani  delle  masnade  de' 
pedoni.  Messer  Gherardino  e  sua  gente  feciono  più 
assalti  al  fosso  de' Fiorentini  e  in  più  parti;  ma  poco 
poterono  accedere,  che  in  tutte  parti  furono  riparati. 
E  richiesono  i  Fiorentini  di  battaglia,  ma  gli  Fio- 
rentini per  loro  vantaggio  non  la  vollouo  prendere. 
Alla  fine,  a  di  22  di  giugno  anzi  il  giorno,  armata 
r  oste  de*  Lucchesi  e  schierati,  e  mandati  privata- 
mente la  notte  dinanzi  trecencinquanta  cavalieri  e 
cinquecento  pedoni  delle  migliori  masnade  eh'  avesso- 
DO,  ond'  era  capitano  il  Gobbole  Tedesco  molto  mae- 
stro di  guerra,  con  Burazzo  de*  conti  da  Gangalan- 
di,  e  altri  usciti  di  Firenze,  e  con  Luzimborgo  fratel- 
lo di  messer  Gherardino,  e'  cavalcarono  infino  presso 
a  Serravalle  dirimpetto  al  luogo  detto  la  Magione, 
ove  avea  meno  guardia,  e  passarono  per  forza  il  pon- 
te alla  Gora^  sopra  la  Nievole,  e  vennono  alla  Pieve, 


'  o^fiì  giusHMÌaUf   dico  il   testo  de*  Giunti.     Appresso 
invece  di  rÌ9\forzata^  la  Oiantina  legge  it/orxata, 
*  alla  BorrOf  dice  la  edizione  de'  Giunti. 


e  a  quella  combatterono  colla  gnemigione  •  gnirdìe 
di  quella,  che  v'  avea  da  cento  cavalieri  e  popolo 
assai  per  gli  Fiorentini;  e  sconflssongli,  e  presono 
e  menarono  in  Montecatini  messer  Iacopo  de*  Me- 
dici e  messer  Tebaldo  di  Ciastilio  conestabile  fran- 
cesco  e  più  altri.  E  Toste  de*  Lucchesi,  veduto  per  gli 
loro  preso  il  passo,  si  ritrassono  verso  queUa  parte 
schierati  per  rompere  T  oste  de*  Fiorentini  e  fornire 
il  castello.  Ma  ciò  veggendo  Toste  de' Fiorentini,  vi 
mandarono  soccorso  di  cinquecento  cavalieri  e  pe- 
doni assai,  i  quali  vi  furono  vigorosamente  e  si  pre- 
sti, che  non  lasciarono  passare  più  della  gente  de* 
Lucchesi,  e  quegli  eh*  erano  passati  non  poterono  ri- 
tornare addietro  sanza  perìcolo  di  loro,  onde  si  ri- 
colsono  al  poggio  di  Montecatini,  e  lassù  istando, 
feciono  molti  assalti  alT  oste  e  alle  bastite  de*  Fio- 
rentini di  di  e  di  notte;  e  dalTaltra  parte  facea  il  si- 
mile messer  Gherardino  col  rimanente  dell'  oste  de* 
Lucchesi  dalla  parte  di  fuorì.  E  ciò  veggendo  i  Fio- 
rentini e  capitani  di  Firenze,  e  considerando  il  gran- 
de porprcso  che  la  loro  oste  aveano  a  guardare,  ai 
rifornirono  Toste  di  molte  genti  a  piò,  cittadini  di  vo- 
lontà, e  per  l'ordine  di  tutte  Tarti  che  vi  mandaro- 
no, e  la  parte  guelfa  e  altri  possenti  singularì,  e  il  co- 
mune le  masnade  di  forestieri  al  soldo;  onde  si  rad- 
doppiò Toste  di  gente  a  piò  ;  e  mandowisi  la  podestà 
e  altri  cittadini,  perchò  '1  capitano  delT  oste  era  ma- 
lato. E  stato  messer  Gherardino  alla  punga  per  for- 
nire il  castello,  o  per  rìcoverare  quegli  eh*  erano  di 
là  passati  per  ispazio  d' otto  giorni,  e  veggendo  ohe 
la  sua  potenzia  non  potea  resistere  a  quella  de'  Fio- 
rentini, e  la  sua  oste  era  diminuita  per  quegli  ch'e- 
rano inchiusi  in  Montecatini,  e  col  rimanente  di 
sua  oste  stavc^  a  grande  rischio,  si  parti  del  campo, 
e  ritrassesi  con  sua  oste  parte  a  Poscia  e  parte  a  Vi- 
vinaia  ;  e  poi  si  tornò  in  Lucca  con  poco  onore  e 
con  grande  sospetto,  abbandonando  al  tutto  Monte- 
catini. I  Fiorentini  appresso  strinsono  T  usedio,  po- 
nendo uno  battifolle  al  luogo  detto  le  Quarantole  si 
presso  al  castello,  che  tolsono  le  fontane  di  fuorì 
per  modo,  che  que'  d' entro  non  avendo  più  di  che 
vivere  di  viltuaglia,  e  male  acque  per  bere,  patteg- 
giarono di  rendere  il  costello  liberamente  al  comune 
di  Firenze,  salve  le  loro  persone  e  arme  e  cavalli. 
E  ciò  fu  a  di  19  di  luglio  del  detto  anno:  e  cosi  fu 
fatto,  e  uscitine  le  masnade  a  pie  e  a  cavallo  de*Lac- 
chesi,  i  Fiorentini  v'  entrarono  con  grande  allegres- 
za,  che  v'  erano  stati  ad  assedio  per  più  di  ondici 
mesi,  e  non  vi  si  trovò  dentro  viltuaglia  per  tre  dì. 

CAPITOLO   CLIX. 

Come  in  Firenze  ebbe  grande  quistione  di  disfare 

Montecatini. 

Per  la  detta  punga  e  presa  di  Montecatini,  fu 
grande  abbassamento  dello  stato  di  messer  Gherardi- 
no signore  di  Lucca  e  de'  Lucchesi,  e  esaltazione  e 
grandezza  de'  Fiorentini,  siccome  d' una  grande  vit- 
torìa.  E  preso  Montecatini,  in  Firenze  n'  ebbe  grande 
quistione,  e  più  consigli  se  ne  tennono  di  disfarlo  al 
tutto  0  di  lasciarlo  in  piede.  A  molti  parea  di  disfarlo 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


353 


per  iscemare  spesa  di  guardia  e  di  guerra  al  comu- 
ne, e  perpetuo  segno  e  memoria  di  vendetta  per  la 
sconfitta  eh'  e*  Fiorentini  v^  ebbono  a  piede  per  ca- 
gione di  quello,  V  anno  1315,  da  Uguccione  da 
Faggiuola  e  Pisani  e  Lucchesi,  come  addietro  fa- 
cemmo menzione.  Altri  consigliarono  che  non  si  dis- 
facesse^ perocché  i  Montecatinesi  erano  naturalmente 
guelfi  e  amatori  del  comune  di  Firenze,  e  per  no- 
vello e  per  antico  :  ricordandosi  che  al  tempo  che 
gli  usciti  guelfi  di  Firenze  furono  cacciati  di  Lucca 
per  la  forza  del  re  Manfredi  e  de'  ghibellini  di  To- 
scana, come  in  questa  cronica  al  detto  tempo  si 
fece  menzione,  nulla  terra  di  Toscana,  città,  o  ca- 
si elio  gli  volle  ritenere,  altro  che  quegli  di  Monte- 
catini, eh'  al  tutto  a  loro  si  profTersono  e  si  vollo- 
no  dare,  per  la  qual  cosa  mai  non  fufono  amici  de' 
Lucchesi,  ma  gli  perseguirono  infino  che  gli  ebbo- 
no messi  per  forza  sotto  loro  soggezione,  che  pri- 
ma erano  esenti,  e  comunità  per  loro.  Per  questa 
cagione,  e  ancora  perchè  non  era  finita  la  guerra  de' 
Fiorentini  a'  Lucchesi,  e  Monìecatini  è  una  forte  terra 
e  grande  di  frontiera,  e  quasi  in  corpo  del  contado  di 
Lucca,  per  potere  fare  guerra  a  Lucca  si  diliberò  di 
lasciarlo  in  piede,  e  rlmisonvisi  i  guelfi  usciti,  e  giu- 
rarono la  fedeltà  perpetua  del  comune  di  Firenze,  e 
promisono  le  fazioni  reali  e  personali  siccome  pro- 
pia  terra  del  contado  dì  Firenze,  e  sempre  per  la 
festa  di  Santo  Giovanni  di  giugno  offerere  in  Firen- 
se  alla  sua  chiesa  uno  ricco  cero  colla  figura  del 
detto  castello  ;  e'  Fiorentini  gli  presono  a  loro  guar- 
dia e  libertà  e  difensione,  come  loro  amati  sudditi. 
E  nota,  che  '1  detto  nome  di  Montecatino  si  è  Mon- 
tecatellino,  perocché  Catellina  uscito  di  Roma  di  pri- 
ma il  puose  per  sua  fortezza,  e  là  si  ridusse  quan- 
do usci  di  Fiesole,  iunanzi  che  da'  Romani  fosse 
sconfitto  nel  piano  di  Piceno,  detto  òggi  Piteccio, 
assai  ivi  di  presso  vicino.  E  questo  troviamo  per  au- 
tentica cronica  ;  ma  per  lo  scorso  e  corrotto  volgare 
è  mutato  il  nome  di  Catellino  in  Catino  ;  e  non  ò  da 
maravigliare  se  quello  sito  ha  avute  molte  mutazioni 
e  battaglie,  perocché  di  certo  è  delle  reliquie  di 
Catellina. 

Capitolo  clx. 

Come  in  questi  tempi  scurò  il  sole  e  la  Iw^. 

Nel  detto  anno,  a  di  16  del  mese  di  luglio, 
alquanto  dopo  1'  ora  di  vespro,  iscurò  il  sole  quasi 
la  metade  nella  fine  del  segno  del  Cancro,  e  Top- 
posizione  andata  dinanzi  della  luna  e  del  sole,  scurò 
la  luna  nel  Sagittario.  E  poi  ad)  26  di  dicembre 
vegnente  scurò  tutta  la  luna  nel  segno  del  Cancro  ; 
per  la  qual  cosa  per  certi  savi  astrolagi  si  disse  di- 
nanzi, intra  l'altre  cose,  significava,  che  con  ciò  sia 
cosa  che  'I  segno  del  Cancro  sia  attribuito  per  1'  a- 
Bcendente  della  città  di  Lucca,  ch'eglino  doveano  ave- 
re molte  dilrazioai  e  abbassamento,  come  ebbono  per 
Io  innanzi  eh'  a  loro  avvenne  per  l' assedio  eh'  e' 
Fiorentini  fecìono  alla  città  di  Lucca,  e  altre  muta- 
zioni e  avversità  eh' ebbono  poi,  come  appresso  fa- 
remo menzione.  Lasceremo  alquanto  de'  fatti  e  guer- 
ra de'  Fiorentini  a'  Lucchesi,  e  diremo  d' altre  novità 
state  ne'  detti  tempi  per  altri  paesi. 


CAPITOLO  CLXI. 

Come  il  re  Filippo  di  Francia  i^enne  ad  Avignone 
ai  papa  a  parlamentare  con  lui. 

Nel  detto  anno,  all'entrante  del  mese  di  luglio, 
il  re  Filippo  di  Francia  venne  in  Proenza  sotto  ti- 
tolo di  pellegrinaggio  a  Santa  Maria  di  Valverde  e 
a  Marsilia  a  vicitare  il  corpo  di  Santo  Lodovico  ve- 
scovo che  fu  di  Tolosa,  e  figliuolo  che  fu  del  re 
Carlo  secondo,  e  venne  con  poca  compagnia,  se  non 
con  sua  privata  famiglia.  E  fornito  il  suo  pellegri-  « 
naggio  venne  ad  Avignone,  e  con  papa  Giovanni  stette 
piti  d' otto  di  a  segreto  consiglio  da  lui  al  papa  san- 
za  altra  persona,  ragionando  di  più  cose  e  trattati, 
che  non  si  potè  sapere.  Dissesi  sopra  il  passaggio 
per  lui  ordinato  oltremare  e  altre  mene^  d' Italia,  che 
poi  per  le  esecuzioni  si  scopersono,  come  innanzi 
faremo  menzione.  E  ciò  fatto,  sanza  soggiorno  il  re 
si  tornò  in  Francia. 

CAPITOLO  CLXIL 
Di  certe  osti  che  furono  in  Lombardia. 

Nel  detto  anno  e  mese  di  luglio,  i  signori 
della  Scala  di  Verona  feciono  oste  sopra  la  città  di 
Brr)scia,  e  tolsono  loro  più  castella  in  Bresciana  ;  e 
il  legato  di  Lombardia  fece  fare  oste  sopra  la  città 
di  Modona  infino  a'  borghi,  e  guastarla  intomo  in- 
torno, e  tornarsi  a  Bologna* 

CAPITOLO  CLXDI. 

Di  certo  tradimento  ordinato  in  Pisa^  e  come  i  Pi^ 
sani  mandarono  preso  V  antipapa  a  papa  Giovanni 

ad  Avignone, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  luglio,  nella  città  di 
Pisa  era  ordinata  cospirazione,  ond'era  capo  messer 
Gherardo  del  Pellaio  de'  Lanfranchi,  per  cagione  che 
a  lui  e  alla  sua  setta  parca  che  quegli  che  reggea- 
no  la  terra  fossono  contra  porte  imperiale,  e  tenes- 
sono  troppo  colla  Chiesa  e  co'  Fiorentini,  ovvero  per 
invidia  della  signoria.  La  quale  congiura  scoperta,  il 
detto  messer  Gherardo  e  più  suoi  seguaci  si  parti- 
rono di  Pisa,  e  furono  condannati  per  rubelli,  e 
quattro  popolani  che  ne  furono  presi,  come  traditori 
furono  impiccati.  E  ciò  fatto,  a  di  4  d'agosto  ve- 
gnente, il  comune  di  Pisa  in  accordo  col  conte  Fa- 
zio mandarono  l'antipapa  preso  ad  Avignone  in  su 
due  galee  provenzali  armate  con  certo  ordine  e  patti 
trattati  per  loro  ambasciadori  col  papa.  Il  quale  an- 
tipapa giunse  ad  Avignone  a  di  24  d'  agosto,  e  poi 
il  dì  seguente  in  pubblico  concestoro  dinanzi  al  pa- 
pa e*  cardinali  e  tutti  i  prelati  di  corte  il  detto  an- 
tipapa col  capestro  in  collo  si  gittò  a'  pie  del  papa 
cheggendo  misericordia;  e  con  bello  sermone  e  au- 
torità si  confessò  peccatore  ed  eretico  col  Bavero 
insieme  che  fatto  l'avea,  mettendosi  alla  mercè  del 


*  affari,  faccende. 


23 


354 


CROMCUB 


papa  e  della  Chiesa.  Per  la  qnal  cosa  il  papa  rìspo- 
•to  al  suo  sermone  saviamente,  con  lagrime,  più  per 
soperchia  allegrezza,  si  disse,  che  per  altra  pietade, 
il  levò  colle  sue  mani  di  terra  e  basciollo  in  bocca 
e  perdonogli,  e  fecegli  dare  ana  camera  sotto  la  sua 
tesorerìa  e  libri  da  leggere  e  studiare  ;  e  vivea  della 
vivanda  del  papa,  faccendolo  tenere  sotto  cortese 
guardia,  non  lasciandogli  parlare  ad  alcuna  persona. 
B  in  questo  modo  vivette  poi  tre  anni  e  uno  mese  ;  e 
lui  morto,  fu  soppellito  onorevolemente  alla  chiesa 
de**  frati  minori  in  Avignone  in  abito  di  frate.  Di  que- 
sto inganno  e  tradimento  fatto  per  gli  Pisani  deir  an- 
tipapa, il  comune  di  Pisa  e  1  conte  Fazio  ne  furono 
in  grande  grazia  di  papa  Giovanni,  e  ciò  che  vo- 
leano  aveano  in  sua  corte,  e  mandò  in  Pisa  da  venti 
robe  da  cavalieri  ;  onde  i  Fiorentini  e  gli  altri  comuni 
di  Toscana  istati  sempre  fedeli  e  amatori  di  Santa 
Chiesa  molto  ne  sdegnarono. 

CAPITOLO  CLXIV. 
Come  il  re  di  Spagna  icanfUee  i  iaracim  di  Granaia, 

Nel  detto  anno,  del  mese  d'agosto,  il  re  di 
Castella  e  di  Spagna  essendo  ad  assedio  d*uno  ca- 
stello del  re  di  Granata,  Toste  de^  saracini  di  Grana- 
la vegnendolo  per  soccorrere  furono  sconfitti  e  morti 
e  presi  più  di  quindicimila  saracini,  e  lo  re  di  Spa- 
gna ebbe  la  terra. 

CAPITOLO  CLXV. 

D^una  nuota  e  betta  /tmottna  che  «no  noilro  citta- 
dino  laido  a*  poteri  di  Cristo. 

Del  mese  di  settembre  del  detto  anno,  mori  in 
Firenze  uno  nostro  cittadino  di  piccolo  affare,  che 
non  avea  figliuolo  nò  figliuola,  e  ciò  ch^  avoa  luciò 
per  Dio  per  ordinato  testamento;  e  intra  gli  altri 
legati  che  fece,  lasciò  eh*  a  tutti  i  poveri  di  Firenze, 
i  quali  andassono  per  limosine,  fossono  dati  danari 
sei  per  uno.  E  per  gli  suoi  esecutori  fu  ordinato  per 
bando  che  in  ciascuno  sesto,  nelle  maggiori  chiese 
di  quegli  sefrti,  in  una  mattina  si  rauousono  tutti  i 
poveri,  e  in  quelle  rinchiusi,  perchè  non  andassono 
dairuna  chiesa  air  altra;  e  dando  a  ciascuno  pove- 
ro, come  n*  usciva,  danari  sei,  si  trovò  che  montò 
libbre  quattrocentotreota  di  piccioli,  che  furono  per 
numero  più  di  diciassette  migliaia  di  persone  tra  ma- 
schi e  femmine  piccioli  e  grandi,  sanza  i  poveri  ver- 
gognosi e  quegli  degli  spedali  e  pregioni  e  religiosi 
mendicanti,  che  disparte  ebbono  la  loro  limosina  a 
danari  dodici  l'uno,  che  furono  più  di  quattromila. 
La  quale  cosa  fu  tenuto  gran  fatto,  e  grandissimo 
numero  di  poveri  ;  ma  di  ciò  non  è  da  maravigliare, 
perocché  non  solamente  furono  di  Firenze,  ma  per 
le  limosine  che  vi  si  fanno,  traggono  di  tutta  To- 
scana e  più  di  lungi  a  Firenze.  Per  lo  gran  fatto  che 
allora  fu  tenuto  n*  avemo  fatta  memoria,  e  per  dare 
buono  esemplo  a  chi  per  T  anima  sua  vorrà  fare  li- 
mosina a*  poveri  di  Cristo. 


CAPITOLO  CLXVI. 

Di  certe  notitadi  ck*  ebbe  in  Lucca  e  come  per 
tradimento  riebbono  il  casteUo  di  Buggiano» 

Nel  detto  anno,  a  di  10  di  settembre,  aven- 
do messer  Gherardino  Spinoli  signore  di  Lucca  ri- 
messi in  Lucca  per  accordo  quegli  della  casa  de* 
Quartigiani ,  e*  Pogginghi,  egli  Avogadi,  e  altri 
quando  prese  la  signoria,  che  per  Castruccio  e  gli 
suoi  n*  erano  stati  cacciati,  come  addietro  facemmo 
menzione,  il  detto  messer  Gherardino  per  gelosia 
cono  la  terra  con  sua  cavalleria,  e  fece  prendere 
messer  Pagano  Quartigiani  e  uno  suo  nipote  e  altri, 
opponendo  loro  che  trattavano  col  signore  d*Altopa- 
scio  e  co*  Fiorentini  di  dare  loro  la  terra.  B  dì  vero, 
vi  si  mandaro  bandiere  a*  detti  per  gli  Fiorentini^  e 
certo  trattato  era  :  per  la  qual  cosa  fece  loro  taglia- 
re le  teste.  B  poi,  a  di  19  di  settembre,  per  trattato 
e  tradimento  quegli  del  castello  di  sopra  di  Bug- 
giano  si  rnbellarono  a*  Fiorentini,  e  presono  la  loro 
podestÀ  eh*  era  Tegghia  di  messer  Bindo  Bondel- 
monti,  e  renderlo  a'  Lucchesi;  e  venutavi  la  caval- 
leria di  Lucca  a  due  di  appresso,  combatterono  Ì 
borghi  di  Buggiano,  ne*  quali  erano  le  guernigioni 
delle  munade  de*  Fiorentini  ;  i  quali  Lucchesi  vi  ri- 
oevettono  grande  danno,  che  le  dette  masnade  u- 
scirono  fuori  e  combatterongli  e  ruppono  e  ripin- 
songli  nel  castello.  Per  la  qual  rubeliazione  i  Fio- 
rentini molto  turbati,  ordinarono  di  fare  oste  a  Lucca 
per  Io  modo  che  seguirà  appresso,  onde  assai  ne 
cresce  materia. 

CAPITOLO  CLXYU. 

Come  i  Piorentim  puoiono  oste  e  assedio 
alla  città  di  Lucca. 

Come  I  Fiorentini  ebbono  perduto  il  cutello  di 
Buggiano,  si  ordinarono  d'andare  a  oste  sopra  la 
città  di  Lucca,  sentendola  molto  affievolita  ;  e  par- 
tite le  munade  di  Pistoia  e  di  Yaldinieyole,  salirono 
in  sul  poggio  del  Cemiglio  di  notte,  «  quello,  da- 
tovi assalto  di  battaglia,  ebbono  a  patti  a  di  5  di 
ottobre  del  detto  anno.  B  per  simile  modo  ebbono 
il  castello  di  Vivinaia,  e  Montechiaro,  o  San  Martino 
in  Colle,  e  Porcari.  B  poi  a  di  8  d*  ottobre  scesono 
al  piano  e  accamperai  a  Lunata;  e  a  di  10  d*otto- 
bre  si  ristrinsono  alFassedio  della  città  a  mezzo  mi- 
glio, prendendo  il  campo  dalla  strada  che  va  a  Pi- 
stoia, a  quella  che  va  ad  Altopascio  ;  e  quello  campo 
affosserò  e  steccaro  con  bertesche  e  porte,  e  fao- 
cendovi  molte  case  d*  usi  e  coperte  di  lutre  e  te- 
goli per  potervi  vernare.  B  della  detta  oste,  al  co- 
minciamento,  fu  capitano  meuer  Alamanno  degli 
Obizzi  uscito  di  Lucca  con  consiglio  di  sei  cavalieri 
di  Firenze,  ed  avevavi  al  soldo  de*  *Fiorentini  undici 
cenlinaia  di  soldati  a  cavallo  al  cominciamento  del- 
Poste;  e  in  Lucca  non  ne  avea  die  cinquecento  ca- 
valieri, e  poi  vennono  nell*óste  de*  Fiorentini  della 
gente  del  re  Ruberto  e  di  Siena  e  di  Perugia  da 
quattrocento  cavalieri   e  popolo  grandissimo.    B  a 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


355 


dì  12  d'ottobre  ì  Fiorentiiù  yì  feciono  correre  tre 
palli  per  vendetta  di  quelli  che  fece  correre  Castruc- 
do  a  Firenze  ;  il  primo  di  quelli  da  cavallo  fu  una 
melagranata  fitta  in  una  lancia,  e  iv*  entro  fitti  venti- 
cinque fiorini  d'oro  nuovi  ;  e  Faltro  fu  di  panno  san- 
guigno, che  U  corsono  i  fanti  a  piò;  e  T altro  di 
baracane  bambagino  ^ ,  che  1  corsone  le  meretrìci 
dell*  oste.  E  gli  detti  pali!  si  feciono  tenere  presso 
alla  porta  di  Lucca  quanto  potea  trarre  uno  balestro, 
armata  tutta  Toste;  e  mandarono  bando,  che  chi  di 
Lucca  volesse  uscire  a  correre,  o  vedere  correre 
detti  palii,  potesse  venire  e  tornare  salvamente;  on- 
de molti  n'uscirono  a  vedere  la  festa.  Intra  gli  altri 
n'  uscirono  dugento  cavalieri  tedeschi  armati,  ì  quali 
erano  usciti  di  llontecatini  quando  fu  assediato,  che 
per  trattato  fatto  per  gli  Fiorentini  si  rimasene  nel 
campo  al  soldo  de'  Fiorentini,  ond'era  capo  il  Gob- 
bole  Tedesco,  il  quale  poi  fece  molta  guerra  a'Luc- 
chesi.  Della  quale  uscita  de*  detti  dugento  cavalieri 
grande  isbigottimento  ne  presono  i  Lucchesi,  e  grande 
favore  V  oste  de'  Fiorentini.  Ma  la  peggiore  capita- 
nerìa che  nella  detta  oste  fosse  adoperata  di  guerra 
per  gli  Fiorentini,  si  fu,  che  '1  capitano  col  suo  con- 
siglio non  lasciarono  fare  guasto  nullo,  ma  lascia- 
rono seminare  il  piano  delle  sti  miglia  d' intomo  a 
Lucca,  sotto  cagione  di  dare  esemplo  a' Lucchesi  di 
bene  trattargli,  acdocchò  si  rendessono  a' Fiorentini. 
Ma  il  capitano  e  gli  altri  usciti  di  Lucca,  n'  arricchi- 
rono per  le  dette  difensioni,  faccende  ricomperare  i 
contadini  di  Lucca  ^,  e  per  lo  detto  modo  corrup- 
pono  e  guastarono  la  detta  oste.  E  per  questa  ca- 
gione i  Fiorentini  elessono  per  loro  capitano  Can- 
tuccio di  messer  Bino  de'  Gabbrielli  d'Agobbio,  la 
quale  eletione  fu  fatta  più  per  ispezialltà  di  setta, 
che  ragionevole,  a  fare  capitano  uno  scudiere  non 
uso  di  guerra  a  guidare  tanti  gentili  uomini  e  ca- 
valieri e  baroni,  onde  male  n'avvenne,  che  se  di- 
fetto fu  nella  detta  oste  nella  capitaneria  di  messer 
Alamanno  degli  Obizzi,  maggiore  avvenne  per  quella 
del  detto  Cantuccio  ;  ma  fu  per  altra  forma  e  caso  più 
pericoloso,  come  innanzi  faremo  menzione.  Lasce- 
remo alquanto  dei  detto  assedio  di  Lucca,  che  vi 
dimorare  più  mesi,  per  raccontare  d' altre  cose  che 
furono  ne'  detti  tempi;  e  poi  ritorneremo  a  nostra 
materia  a  raccontare  del  fine  della  detta  oste. 

CAPITOLO  CLXVm. 

Come  le  coiiella  di  FuceccMo  e  di  Santacroce  e 
Castelfranco  di  Valdamo  si  diedono  liberi  al  co^ 

mane  di  Firenze, 

Nel  detto  anno  e  mese  d'ottobre,  osteggiando 
i  Fiorentini  la  città  di  Lucca,  il  castello  di  Fucecchio, 
e  di  Castelfranco,  e  di  Santacroce,  i  quali  erano  al- 
la guardia  del  comune  di  Firenze  istati,  dappoi  si 
rivolse  lo  stato  di  parte  guelfa  in  Lucca,  dì  loro  li- 


'  Sorte  di  panno  o  stoffa  per  lo  più  di  pelo  di  capra. 
Il  T,  Day.  ha  haneeamef  ma  parmi  comudone  della  Toce 
comune  baracane.  La  Giuntina  legge:  bucheranu,  ohe  è 
aorta  di  panno  a  trama  di  lana  e  col  ripieno  di  cànapa. 

'  La  Giuntina  legge:  i  ciHadini. 


bera  volontà  e  a  loro  stanza  e  mossa,  si  diedono  e 
sottomisono  al  comune  di  Firenze,  siccome  loro  di- 
strittuali  e  contadini  con  mero  e  misto  imperio,  es- 
sendo eglino  trattati  in  Firenze  come  contadini  e  po- 
polani; e  faccende  ogni  fazione  di  comune  reale  e 
personale,  con  giusto  estimo  ordinato  di  libbra,  e  dan- 
do ciascuna  delle  dette  terre  uno  cero  grande  colla 
figura  di  quello  castello  alla  festa  del  beato,  santo 
Giovanni  Battista  di  giugno  ;  e  gli  detti  patti  si  com- 
pierono e  fermarono  e  accettarono  in  Firenze  a  dì  4 
di  dicembre  anni  1330. 

CAPITOLO  CLXIX. 

Come  di  pritna  il  re  Giovanni  di  Boemia  passò  in 
Italia  ed  ebbe  la  città  di  Brescia  e  quella  di  Bergamo. 

Nel  detto  anno,  essendo  il  re  Giovanni  di  Boe- 
mia, figliuolo  che  fu  dello  'mperadore  Arrigo  di  Lu- 
zimborgo,  venuto  in  Chiarentana  per  certe  bisogne 
che  avea  a  fare  col  duca  di  Chiarentana  suo  cogna- 
to, e  quegli  della  città  di  Brescia  in  Lombardia  es- 
sendo in  male  stato,  e  molto  oppremuti  da  loro  usciti 
e  dal  signore  di  Milano  e  da  quegli  di  Verona  ;  e  dal 
re  Ruberto,  a  cui  i  Bresciani  s' erano  dati,  non  erano 
soccorsi  nò  stati  (e  male  il  potea  fare  per  la  forza 
de'  ghibellini  di  Lombardia),  sì  mandarono  loro  se- 
greti ambasciadori  con  pieno  sindacato  al  detto  re 
Giovanni,  e  diedonglisi  liberamente.  U  Boemino,  po- 
vero di  moneta  e  cupido  di  signorìa,  accettò  e  pre- 
se la  detta  signorìa,  e  sanza  altro  consiglio,  e  co*  det- 
ti ambasciadorì  vi  mandò  trecento  cavalieri,  e  poi  in- 
contanente appresso  si  mise  al  cammino,  e  giunse 
in  Brescia  con  quattrocento  cavalierì  a  dì  31  d'ot- 
tobre 1330,  e  da' Bresciani  fu  rìcevuto  a  grande  o- 
nore  come  loro  signore.  E  poco  stante  lui  in  Brescia, 
la  città  di  Bergamo  era  in  grande  divisione,  e  com- 
battiensi  insieme  i  cittadini;  una  delle  parti  che  si 
chiamavano  i  CoUioni,  mandò  al  detto  re  Giovanni 
eh'  egli  mandasse  per  la  terra,  il  quale  vi  mandò  il 
suo  maliscalco  con  trecento  cavalierì,  e  fugli  data 
V  entrata  della  terra,  e  caccionne  la  parte  di....,  e  ri- 
mase al  re  Giovanni  la  signorìa.  La  quale  venuta  in 
Italia  del  detto  re  Giovanni  fece  grande  mutazione 
e  rivoluzione,  come  per  innanzi  leggendo  di  suoi 
processi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  CLXX. 

D'  uno  grande  diluvio  d'  acqua  che  fu  in  Cipri  e 

in  Ispagna. 

Nel  detto  anno  1330,  del  mese  di  novembre, 
nell'Isola  di  Cipri  piovve  quasi  al  continuo  ventotto 
dì  e  le  notti  ;  la  quel  cosa  stata  disusata  e  isforma^ 
ta,  nò  mai  ricordata  in  quello  paese,  per  1*  abbondanza 
di  quella  piova  crebbono  sì  le  riviere  scendendo  dal- 
le montagne,  che  giunte  alla  città  di  Nicosia  e  a  quel- 
la di  Limisa,  tutto  che  di  loro  natura  siano  di  poca 
acqua,  crebbono  tanto  die  quelle  città  tutte  allagarono 
diversamente,  e  molte  case  di  quelle  rovinarono,  e 
tra  in  quelle  due  città  e  castella  e  masserìe  dell'  iso- 


356 


CRONICHE 


la  vi  morirono  per  la  sommersione  del  diluvio  più  di 
ottomila  persone.  Nel  detto  anno  per  simile  modo 
fu  disordinato  diluvio  nelle  parti  di  Spagna,  e  creb- 
be sì  diversamente  il  fiume  della  grande  città  di  Si- 
vìlia,  che  quasi  pareggiò  d' altezza  le  mura  della  det- 
ta citla  ;  se  il  riparo  delle  dette  mura  non  fosse  8ta« 
to,  la  città  profondava  tutta;  e  di  fuori  delia  terra 
fece  iunumerabile  danno  di  casali  profondare,  e  di 
genti  annegare  in  grande  quantità.  Nel  detto  anno,  a 
dì  1 6  di  gennaio,  fu  morto  Matteo  de^ ...  tiranno  e  si- 
gnore di  Corneto  con  pii^  suoi  seguaci  ghibellini  da' 
guelfi  di  quella  terra  a  romore  di  popolo,  e' guelfi 
ne  rimasono  signori. 

CAPITOLO  CLXXI. 
Come  si  trovò  il  corpo  di  Santo  Zenobio, 

A  mezzo  il  detto  mese  di  gennaio  f  arcivescovo 
di  Pisa  fiorentino,  il  vescovo  di  Firenze,  e  quello 
di  Fiesole,  e  quello  di  Spuleto  fiorentino,  coi  calo- 
naci  di  Firenze  e  molti  cherici  e  prelati,  feciono 
scoprire  V  altare  di  Santo  Zenobio  di  sotto  alle  volte 
di  Sant9  Reparata  per  trovare  il  corpo  del  beato  Ze- 
nobio, e  convenne  fare  cavare  sotterra  per  dieci 
braccia  anzi  ohe  si  trovasse  ;  e  trovatolo  in  una 
cassa  commessa  in  una  arca  di  marmo,  di  quello  le- 
vato alquanto  del  suo  teschio  del  capo,  nobilemente 
il  feciono  legare  in  una  lesta  d*  argento  a  similitu- 
dine del  viso  e  testa  detto  Santo,  per  poterlo  an- 
nualmente per  la  sua  festa  con  grande  solennità  mo- 
strare al  popolo;  e  1* altro  corpo  rimisono  in  suo 
luogo  con  grande  devozione  d^  orazione  e  canti,  e 
sonando  le  campane  del  duomo  di  dì  e  di  notte  per 
dieci  dì  quasi  al  continao,  dando  per  gli  vescovi  per- 
dono al  popolo  che  1  vicitasse.  Per  la  qual  trasla- 
zione e  indulgenzia  quasi  tutto  il  popolo  e  persone 
di  Firenze,  devote,  uomini  e  donne,  piccoli  e  gran- 
di, v^  andarono  a  vicitarlo  con  grande  devozione  e 
offerta. 

CAPITOLO  CLXXn. 

Come  si  letò  V  oste  de^  Fiorentini  da  Lucca^  e  come 
i  Lucchesi  si  diedono  al  re  Giovanni  di  Boemia, 

Tornando  a  nostra  materia  dell*  assedio  della 
città  di  Lucca  per  gli  Fiorentini,  come  lasciammo 
nel  quinto  capitolo  scritto  addietro,  per  la  partita  dei 
eavalieri  tedeschi  ohe  n'uscirono,  e  della  venuta  della 
gente  del  re  Ruberto  e  de'  Senesi  e  de'  Perugini  e  al- 
tre amistà,  che  mandarono  aiuto  a*  Fiorentini,  la  detta 
oste  crebbe  assai  di  gente  d*  arme  a  pie  e  a  cavallo, 
e  quegli  di  Lucca  scemando  isbigottirono  molto.  Per 
la  qual  cosa  i  Fiorentini  ordinarono  eh'  al  tutto  To- 
ste accircondasse  la  terra  intomo  intorno,  acciocché 
vittuaglia  nò  altro  aiuto  non  vi  potesse  entrare;  che 
al  continuo  per  gli  Pisani  nascosamente  era  fornita 
di  gente  d'arme  per  la  guardia  della  terra  e  di  vit- 
tuaglia centra'  patti  della  pace.  E  ciò  fu  fallo,  a  dì 
19  del  mese  di  dicembre,  che  una  parte  dell*  oste 
Valicarono  gli  Oscri  cli<^  vanno  do  Pontetetto,  e  fe- 


cionvi  la  più  ponti  e  vali.: hi,  e  puosonsi  alla  villa  di 
Cattaiuola  ^  alquanto  di  là  dal  detto  Pontetetto,  verso 
la  parte  di  Pisa,  ove  avea  ricchi  e  belli  casamenti  e 
giardini  fatti  per  Castruccio;  e  *1  sopraddetto  Gob- 
bole  Tedesco  con  sue  masnade  e  con  molti  briganti 
a  piò  e  fanti  di  volontà  si  puosono  nel  borgo  del 
ponte  a  San  Piero,  e  in  capo  del  prato  in  su  la  stra- 
da che  va  a  Rip&fratta,  feciono  una  bastila,  ovvero 
battifolle  guemito  di  gente  d*  arme,  per  lo  quale 
circuito  d'assedio  i  Lucchesi  d'entro  furono  molto 
ristretti  e  afflitti,  e  cominciò  loro  a  manc^ire  la  vit- 
tuaglia e  vino  e  molte  altre  cose  necessarie;  e  con- 
venne loro  ogni  vittuaglia  e  vino  raccomunare  e  fare 
taverne  di  vino  inacquato  per  lo  comune,  e  dame  ^ 
poveramente;  e  simile  canova  di  pane,  dandolo  per 
peso  alle  masnade  e  alle  faaiiglie.  Per  la  quale  stre- 
mila, quegli  che  reggeano  Lucca,  per  loro  feciono 
cercare  accordo  co'  Fiorentini,  mandando  uno  di  loro 
maggiori  più  segreto  in  Firenze  sotto  salvocondotlo 
e  segretamente  con  certi  patti  d'  arrendere  la  terra 
(e  fu  r  opera  assai  di  presso  all'  accordo  per  diversi 
patti  e  modi,  partendosi  messer  Gherardino  della  si- 
gnorìa) e  dargli  danarì  disfaccendosi  il  castello  del- 
r  Agosta,  rìmanendo  i  ghibellini  in  Lucca  co'gueli 
insieme,  e  raccomunando  gli  nfici  alla  guardia  e  si- 
gnorìa de*  Fiorentini,  e  facendo  certi  gentili  uobùbì 
ghibellini  in  numero  di  ventiquattro  de' più  caporali 
cavalieri  per  lo  comune  e  popolo  di  Firenze  per  loro 
sicurtà,  al  modo  di  que*di  Pistoia,  donabdo  a  cia- 
scuno cinquecento  fiorini  d'oro  de' danarì  del  co- 
mune di  Firenze,  rimanendo  le  gabelle  e  V  entrate 
del  oomune  di  Lucca  al  comune  di  Firenze  per  fornire 
la  spesa  della  guardia  di  Lucca,  e  '1  rìmanenle  scon- 
tare del  dono  die  si  facesse  a' detti  cavalierì;  e  oltre 
a  ciò  in  termine  di  cinque  anni  soddisfare  lutti  i  di- 
ladini  di  Firenze  che  furono  presi  da  Caslracdo  di 
dò  che  si  ricomperarono  da  lui,  che  montavano  fio- 
rìni  centomila  d'oro  e  più.  E  di  certo  sarebbe  venuto 
fatto  ;  ma  per  l' invidia  e  avarìzia,  le  quali  guastano 
ogni  bene,  parte  di  quegli  Fiorentini  che  sentivano 
e  guidavano  il  detto  trattato  co' caporali  cittadini  di 
Lucca,  per  voleme  Tenore  e  *1  prefitto  tutto  a  loro 
proprìeià,  lo  scoperaono  a  messer  Gherardino,  e  con 
lui  lennono  nuovo  trattato,  e  andaronne  chiusamente 
in  Lucca  a  parlargli  certi  di  loro  ;  per  la  qual  ca- 
gione si  guastò  r  uno  trattato  per  V  altro,  rimanen- 
do in  grande  sospetto  i  dttadini  di  Lucca  con  mes- 
ser Gherardino.  E  io  autore,  con  lutto  non  fossi  de- 
gno di  sì  grandi  cose  menare,  posso  essere  vero  te- 
stimonio perocché  fui  di  quello  numero  con  pochi 
diputato  per  lo  nostro  comune  a  menare  il  prìmo 
trattato,  il  quale  fu  guasto  per  lo  modo  detto.  Ma 
la  giustizia  divina,  la  quale  non  perdona  alla  punizio- 
ne degl*  inormi  peccati,  come  a  Dio  piacque,  loslo 
vi  mise  penitenza,  che  con  vergogna  del  nostro  co- 
mune per  gli  modi  duplioati  e  improvvisi  e  non  pen- 
sati, che  diremo  qui  appresso:  in  prima,  ohe  mu- 
tando i  Fiorentini  il  capitano  delfoste  Cantuccio  dei 
Gabbrielli  d*Agobbio,  di  cui  dinanzi  facemmo  men- 


'  lattaiuola  dice  la  edisione  de*  Giunti. 

'  '  carne  dice  men  b«»ne  la  edizione  de'Olantl. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


357 


zione,  gioiise  neirosle  eoa  sua  compagnia  di  cin- 
quanta cavalieri  e  cento  sergenti  a  piò  a  di  15  di 
gennaio  ;  e  come  nomo  poco  iscorto  e  uso  a  guidare 
pi  fatta  oste,  che  v^  avea  trecento  gentili  uomini  più 
grandi  e  più  maestri  e  degni  di  lui,  avvenne  eh*  al- 
cono  Borgognone  di  piccolo  affare  fece  alcuna  fol- 
lia; e  la  famiglia  di  Cantuccio  prendendolo,  e  alla 
guisa  come  fosse  podestà  in  Firenze,  il  volesse  giu- 
stiziare, i  Borgognoni,  per  isdegno  che  n'  avea  nel- 
r  oste,  più  di  seicento  a  cavallo  al  soldo  de'  Fioren- 
tini, fiera  gente  e  aspra,  s^  armarono,  e  tolgono  il 
malfattore  alla  famìglia  del  capitano,  e  fedirgli  e  uc- 
cìsonne;  e  a  furore  corsono  alla  casa  e  loggia  del 
capitano,  e  rubarono  tutto,  e  uccisono  cui  poterono 
di  sua  famiglia,  e  misono  fuoco  nell'  albergo,  e  però 
arse  il  quarto^  del  campo  con  grande  danno  e  peri- 
colo ;  onde  il  campo  e  oste  de'  Fiorentini  fu  a  grande 
rischio,  se  non  fosse  per  gli  savi  capitani  consiglieri 
che  v'  erano  di  Firenze,  che  attutarono  il  furore  col- 
V  aiuto  de*  cavalieri  tedeschi,  che  gli  ubbidirono  e 
seguirono,  e  nascosono  il  capitano  e  cui  poterono  di 
sua  famiglia,  e  rimase  a  loro  al  tutto  la  guardia  del- 
r  oste  ;  e  se  non  fosse  la  fievolezza  di  queMi  Lucca, 
r  oste  de^  Fiorentini  stava  in  grande  pericolo  per  la 
detta  novità  e  discordia.  In  questo  stante  messer 
Gherardino  riconfortatosi  della  discordia  delfoste  dei 
Fiorentini  lasciò  il  trattato  con  loro,  e  mandò  incon- 
tanente suoi  ambasciadori  con  sindachi  di  pieno  man- 
dato in  Lombardia  al  re  Giovanni,  e  diedongli  la  si- 
gnoria di  Lucca  con  certi  patti,  ed  egli  \^  promise 
di  difendere  ;  e  a  di  1 2  di  febbraio  mandò  in  Firen- 
ze il  detto  re  tre  suoi  ambasciadori,  i  quali  con  belle 
parole  e  promesse  di  pace  e  d'amore  richiesono  per 
sua  parte  i  Fiorentini,  pregandogli  si  dovessono  par- 
tire dair  assedio  di  Lucca,  siccome  di  sua  terra,  e 
fare  trìegue  con  lui;  e  loro  in  pieno  consiglio  fu 
risposto  :  com*  era  la  detta  oste  sopra  Lucca  a  peti- 
zione della  Chiesa  e  del  re  Ruberto,  e  che  però  non 
Bì  leverebbe.  Partirsi  i  detti  ambasciadori,  e  andarne 
a  Pisa.  Pochi  dì  appresso  avuta  la  detta  risposta,  il 
re  Giovanni  mandò  il  suo  maliscalco  in  Parma  con 
ottocento  cavalieri  per  soccorrere  Lucca  ;  e  ciò  sen- 
tendo i  Fiorentini,  presono  al  loro  soldo  messer 
Beltramone  del  Balzo,  che  tornava  di  pregione  di 
Lombardia,  iscambiato  per  Io  legato  con  Orlando  Ros- 
so di  Parma,  e  fecionlo  capitano  di  guerra;  cito  lui 
nelf  oste  da  Lucca,  parendogli  folle  la  stanza  per  le 
novità  state  jnella  detta  oste,  che  molto  V  avea  scom- 
pigliata, e  di  pochi  giorni  dinanzi  uno  messere  Ar- 
noldo tedesco  conestabile  de'  Fiorentini,  si  partì  del 
campo  con  cento  cavalieri,  e  entrò  in  Lucca,  e  per 
lo  maliscalco  del  re  Giovanni  che  venia  a  Lucca,  gli 
parve  il  migliore  di  levare  V  oste.  E  cosi  fece  a  di 
25  del  detto  mese  di  febbraio  1330;  e  ricolsonsi 
sani  e  salvi  in  sul  poggio  di  Vivinaia,  e  di  quello 
partendosi,  rubarono  la  terra  e  misonvì  fuoco.  B  cosi 
tornò  in  vano  la  'mpresa  dell'oste  de* Fiorentini,  che 
nel  cominciamento  e  poi  fu  così  prospera,  e  Lucca 
cosi  affinità.  B  però  non  si  dee  nullo  disperare  né 
d'alcuna  impresa  fare  gloria,  né  avere  troppa  spe- 


*  alquanto  dice  la  Giuntina  citata. 


ranza,  se  prima  non  si  vede  la  fine,  che  sovente  rie- 
scono r  imprese  ad  altro  segno  che  non  sono  co- 
minciate, per  lo  piacere  di  Dio.  E  poi  il  primo  di 
marzo,  appresso  il  maliscalco  del  re  Giovanni  venne 
di  Lombardia,  e  entrò  in  Lucca  con  ottocento  ca- 
valieri tedeschi,  e  prese  la  signoria  della  terra  per 
lo  re,  e  partissene  messer  Gherardino  male  contento 
dal  re  Giovanni  e  da'Lucchesi,  e  con  suo  dammaggio 
di  più  di  trentamila  fiorini  d'oro  messi  de^suoi  danari 
nella  detta  signorìa  e  guerra  de'  Lucchesi,  e  non  gli 
potè  riavere.  E  dogliendosene  il  detto  messer  Ghe- 
rardino al  re  Giovanni,  gli  fu  rimprocciato  ch'egli  era 
stato  traditore,  ch'egli  avea  tenuto  trattato  co'  Fio- 
rentini di  dare  loro  Lucca;  e  mostrata  gli  fu  innani^i 
al  re  Giovanni  una  lettera  del  comune  di  Firenze, 
la  quale  messer  Gherardino  s'avea  fatta  fare  a  sua 
cautela  del  trattato. 

CAPITOLO  CLXXIII. 

Come  la  gente  del  re  Giovanni  cavalcarono  in  su 
il  contado  di  Firenze  nella  contrada  di  Greti. 

Per  la  detta  venuta  della  gente  del  re  Giovanni 
in  Lucca  i  Fiorentini  abbandonarono  il  borgo  di  Bug- 
giano  che  teneano,  e  misonvi  fuoco  ;  e  simile  lascia- 
rono il  castelletto  del  Cozzile  e  quello  della  Costa 
sopra  Buggiano,  a  di  19  di  marzo  del  detto  anno; 
e  poi  a  di  15  del  detto  mese  di  marzo,  il  soprad- 
detto maliscalco  del  re  Giovanni  eh'  era  in  Lucca 
con  mille  cavalieri  e  duemila  pedoni  si  partirono  di 
Buggiano  e  passarono  sotto  Montevettolino,  ispia- 
nando  le  tagliate,  entrarono  in  Greti  in  sul  contado 
di  Firenze  sanza  contrasto  ninno,  e  presono  e  ar- 
sono  il  borgo  di  Cerreto  Guidi,  e  combatterono  il 
castello;  e  presono  e  arsone  Collegonzi  e  Agliana, 
e  corsono  il  paese  per  tre  dì,  e  menarne  preda  di 
cento  pregioni  e  quattrocento  bestie  grosse  e  due- 
mila minute  ;  e  feciono  danno  assai  con  grande  ver- 
gogna de'  Fiorentini,  eh'  aveano  altrettanti  cavalieri  e 
più  al  loro  soldo,  che  per  loro  non  fu  fatto  contra- 
sto ninno.  Che  se  pure  dugento  cavalieri  avessono 
difesa  la  tagliata  da  Montevettolino  alla  Guisciana, 
eh'  assai  era  leggiere  a  difendere,  non  ne  tornava  mai 
ninno  addietro,  che  tutti  rimaneano  o  presi  o  morti; 
perocché  la  cavalcata,  tutto  fosse  per  loro  ardita  e 
franca,  sì  fu  folle  e  con  mala  provvedenza  di  non. la- 
sciare guardila  al  passo.  Ma  djssesi  che  certi  cone- 
stabili  de'  Fiorentini,  eh'  erano  alla  guardia  delle  ca- 
stella di  Valdinievole,  seppono  la  cavalcata,  e  stet- 
tona  al  tradimento,  e  lasciarono  valicare  i  nimici 
sanza  volergli  co^rastgre,  i  quali  ciò  saputo,  furono 
accomiatati  da' Fiorentini  e  cassi  di  loro  soldi. 

CAPITOLO  CLXXIV. 

Come  al  re  Giovanni  fu  data  la  signoria  di  Parma^ 
di  Reggio^  e  di  Modona. 

Nel  detto  anno,  a  di  2  di  marzo,  Giovanni  re 
di  Boemia  entrò  nella  città  di  Parma  in  Lombardia 
con  grande  onore,  la  quale  gli  fu  data  per  Orlando 


359 


CRONICflB 


Rosso  e  quegli  della  tua  easa  de'Rofti,  per  eoBlra- 
rio  del  legato  cardinale  eh*  era  in  Bologna  per  la 
Chiesa  loro  contrario.  E  per  simile  modo  si  diede 
poco  appresso  al  detto  re  la  città  di  Reggio  e  quella 
di  Modona  per  certi  patti,  per  non  tornare  alla  si- 
gnoria deUa  Chiesa  e  de^snoi  legati  e  nflciali  Caor- 
sini  ;  per  la  qual  cosa  il  papa  si  mostrò  molto  tur- 
bato, e  mandò  sue  lettere  bollate  in  Firense,  le  quali 
coram  populo  si  lessono,  e  pubblicaro,  come  di  suo 
Tolere  nò  della  Chiesa  il  re  Gioranni  non  era  pas- 
sato in  Italia,  nò  presa  la  signorìa  di  Lucca  e  delle 
sopraddette  terre  di  Lombardia,  ma  tutto  fu  dissi- 
mulazione del  papa  e  del  legato,  come  per  lo  in- 
nanii  per  loro  processi  si  potrà  comprendere. 

CAPITOLO  CLXXV. 

Carne  si  cominciò  grande  guerra  m  mare  tra^  Cata^ 

Ioni  e*  Genoteii, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  marzo,  si  cominciò 
la  guerra  da^  Catalani  a*  Genovesi  e^  Viniiiani  molto 
aspra  e  dura,  per  cagione  di  più  ruberìe  fatte  in  mare 
per  gli  Genoresi  andando  in  corso  sopra^  Catalani 
e^  Viniziani.  E  per  cagione  di  ciò  i  Genovesi  cociore 
usciti  e  qneMi  Saona  feciono  trìegua,  onde  poi  nac- 
que pace  tra  loro,  come  per  innanzi  faremo  men- 
zione. I  Viniziani  per  loro  viltà  e  tema  de^  Genovesi 
feciono  pace  assai  tosto  con  loro,  per  piccola  am- 
menda di  meno  di  diecimila  florìni  d^oro;  chò  il  va- 
lore di  più  di  cento  mila  florìni  d^  oro  aveano  per- 
duti, senza  più  buona  gente  di  Vinegia  morti  da'Ge- 
novesi  in  mare.  B  quella  guerra  de"  Catalani  durò  poi 
più  tempo  con  grande  uccisione  e  dammaggio  del- 
l' una  parte  e  deiraltra,  come  per  gli  tempi  si  troverà. 

CAPITOLO  CLXXVI, 

Come  il  popolo  di  Colle  di  Valdeia  ueciiono  il 
loro  capitano  e  signore^  e  diedonti  alla  guardia 

de*  Fiorentim, 

Nel*  detto  anno,  a  di  10  di  marzo,  essendo  si- 
gnore di  Colle  di  Valdese  messer  Albizzo  eh*  era 
arciprete  di  Colle,  che  s'era  fatto  capitano  di  po- 
polo, co'  suoi  fratelli  messer  Desso  e  Agnolo  della 
casa  de'  Tancredi,  che  teneano  la  terra  a  modo  di  ti- 
ranni, soppressando  ^  disordinatamente  il  popolo  e 
chiunque  avea  podere  nella  terra;  per  la  qual  cosa 
il  popolo  di  Colle,  dispiacendo  loro  si  fitta  signorìa 
e  tirannia,  con  ordine  di  tradimento  eolPaltfto  di 
quegli  da  Montegabrì  e  da  Ticohiena,  de'  detti  si- 
gnorì  loro  cugini  e  parenti,  in  su  la  piazza  di  Colle, 
usciti  coloro  da  mangiare,  uccisono  il  detto  capitano 
arciprete  e  Agnolo  suo  fratello  ;  e  messer  Desso  si  di- 
feib  gran  pezza  francamente,  ma  alla  fine  per  Io  soper- 
chio de'  nimici  fu  fedito,  e  poi  preso  per  tradimento 
da  Agnolino  Granelli  de'ToIomei,  e  poi  inpregio- 
ne  lo  strangolare;  e  uno  fanciullo  di  quello  Agnolo 
d'  età  di  dieci  anni  presono,  e  per  paura  il  tennono 


'  Lm  OiimtiDa  semplieemente  dica  :  icprattamdo. 


pregione  e  tengono  anc4>ra,  acciecchò  nullo  di  queUa 
progenie  scampasse,  con  tutto  eh'  un  altro  suo  fra- 
tello era  a  Firenze*  B  ciò  fatto,  per  tema  di  loro  pa- 
renti, eh*  erano  i  Rossi  *  di  Firenze  e  altrì  possenti 
grandi  di  Firenze,  faeiono  popolo,  e  diedono  poi  la 
guardia  della  torre  di  Colle  al  comune  e  popolo  di 
Firenze  per  più  anni,  chiamando  podestà  e  capitano 
fiorentino.  Della  qual  cosa  i  Fiorentini  furono  con- 
tenti, perocchò  '1  detto  capitano  tiranneggiava  in  Fi- 
renze eon  certi  grandi,  e  al  tempo  del  caro  fu  mo- 
lesto al  popolo  di  Firenze  di  fare  divieto  e  non  la- 
sciare venire  vittuaglia  a  Firenze,  oh'  era  amico  di 
Cutruccio  tutto  si  tenesse  guelfo. 

CAPITOLO  CLXXVU. 

Quando  ti  cominciarotM  le  porle  del  metallo  di 
Santo  Gio9anniy  e  $i  compiè  il  campante  della 

badia  di  Fireme, 

Nel  detto  anno  1330  si  cominciarono  a  fare 
le  porte  del  metallo  di  Santo  Giovanni  molto  belle  e 
di  meravigliosa  opera  e  costo,  e  furono  formate  in 
cera  ',  e  poi  pulire  e  dorare  le  figure  per  uno  mae- 
stro Andrea  Pisano,  e  gittate  furono  a  fuoco  di  for- 
nello per  maestrì  viniziani^  E  noi  autore  per  l'arie 
de'meroatanti  di  Calimela,  guardiani  dell'  Opera  di 
San  Giovanni,  fui  ufficiale  a  far  fare  il  detto  lavorìo. 
E  il  detto  anno  s' alzò  e  compio  il  campanile  della 
badia  di  Firenze,  e  per  noi  fu  fatto  fare  a  prìego  e 
a  istanzia  di  messer  Giovanni  degli  Orsini  di  Roma, 
cardinale  e  legato  in  Toscana  e  signore  della  detta 
badia,  e  della  sua  entrata  di  quella  badia. 

CAPITOLO  CLXXVm. 

Di  certi  miracoli  che  furono  in  Firenze, 

L'anno  1331  morirono  in  Firenze  due  buoni 
e  giusti  uomini  e  di  santa  vita  e  conversazione  e  di 
grandi  limosino,  tutto  che  fossono  laici.  L'uno  ebbe 
nome  Barducdo  e  seppellissi  in  Santo  Spirìto  al  luo- 
go de'  frati  romitani  ;  e  l'altro  ^bbe  nome  Giovanni 
da  Vispignano,  e  seppellissi  a  San  Piero  maggiore.  B 
per  ciascuno  mostrò  Iddio  aperti  miracoli  di  sanare 
infermi  e  attratti  e  di  più  diverse  maniere,  e  per 
ciascuno  fu  fatta  solenne  sepoltura  ;  e  poste  più  im- 
magini di  cera  per  voti  fatti. 

CAPITOLO  CLXXDL 

Vuno  parlamento  che  fk  (aito  intra  7  re  Oiovanm 
e  '/  legato  di  Lombardia. 

Nel  detto  anno,  a  di  16  d*  aprìle^  fu  fatto  uno 
parlamento  segreto  in  sul  fiume  della  Scoltenna  tra 
Bologna  e  Modona  intra  '1  re  Giovanni  di  Boemia, 


*  éh/t  trono  moni  di  FirmMé^  dice  la  OluntiiuL 

*  Più  probabilmente  dice  U  Qiantìna:  mi  terra, 

*  Giorgio  VeMtri  dice  ebe  la  porta  verio  il  Bigallo,  o- 
pera  di  Andrea  PìMno»  fìi  fatta  ani  modello  di  Giotto.  La 
gittò  maeatro  Leonardo  di  Avanxo  da  Venesia  campanaio. 
Lippo  Dini  e  Piero  Iacopo  orafi  aiatarono  Andrea  in  quello 
stupendo  lavoro. 

*  La  Ginntina  dato:  a  di  26  d'aprile. 


DI  GIOVANIH  VILLANI. 


8§9 


llgKaolo  che  fa  dello  'mperadore  Arrigo,  e  M  legato 
di  Lombardia  cardinale,  che  dimorava  per  la  Chiesa 
io  Bologna;  e  furono  in  accordo  insieme,  e  al  di- 
partire si  basdarono  in  bocca  ;  e  poi  il  di  segoente 
con  grande  festa  mangiarono  insieme  al  castello  di 
Piumaccio.  Per  la  qnal  cosa  tatti  signori  e  tiranni 
di  Lombardia  e  ancora  il  comune  di  Firenze,  il  quale 
si  tenea  nimico  del  detto  re  Gioranni  per  la  nimi- 
stà antica  d*  Arrigo  imperadore  sno  padre,  e  per  la 
sua  impresa  di  Lucca  e  di  Brescia,  presono  grande 
sospetto  e  isdegno  contro  il  cardinale  legato,  pa- 
rendo loro  che  dissimulatamente  egli  e  la  Chiesa 
aressono  fatto  venire  il  detto  re  Giovanni  in  Ita- 
lia; e  che  colla  forza  del  detto  re  e  per  trattato 
del  papa  Giovanni  e  del  re  di  Francia  e  col  loro  fa- 
vore volesse  occupare  la  signorìa  di  Lombardia  e  di 
Toscana  ;  onde  a  riparare  ciò  si  trattò  di  fare  com- 
pagnia e  lega  e  giura  col  re  Ruberto  insieme  contro 
al  detto  re  Giovanni  e  contra  chiunque  gli  desse  aiuto 
o  fiivore  ;  e  della  detta  lega  il  papa  dissimulando  co* 
Fiorentini,  per  sue  lettere  che  mandò  loro,  si  mostrò 
contento;  onde  poi  seguì  1* abbassamento  del  detto 
re  e  del  legato,  come  innanzi  faremo  menzione. 

CAPITOLO  CLXXX. 
Come  sì  divisa  e  partì  la  oa$a  de*  MalaiesH  da  Rimino, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  maggio,  essendo 
la  casa  de*  Malatesti  da  Rimino  in  Romagna  nel  mag- 
giore stato  e  colmo  che  fessone  stati  mai,  e  di  loro 
fatti  poco  tempo  dinanzi  ad  un*  ora  sei  cavalieri  con 
grande  onore,  e  trionfavano  non  solamente  la  città  di 
Rimino,  ma  quasi  tutta  la  Romagna;  ma  per  la  cupidigia 
della  tirannica  signorìa  messer  Halatesta  il  giovine  fi- 
gliuolo di  messer  Pandolfo  a  tradimento  cacciò  di  Ri- 
mano tutti  i  suoi  consorti,  e  loro  perseguendo  con  ar- 
me per  uccidergli,  e  alquanti  ne  prese,  e  morìrono  poi 
iD  pregione,  opponendo  loro  che  volevano  cacciare 
lui,  per  la  qua!  cosa  fu  guasta  la  detta  casa,  e  com- 
mossraene  quasi  tutta  la  Romagna.  E  pare  una  ma- 
ladizione  in  quello  paese,  e  ancora  di  quella  casa  e 
pessima  usanza  de*  Romagnuoli,  che  volontierì  sono 
traditori  tra  loro.  E  nota,  che  pare  eh*  avvenga  nelle 
signorìe  e  istato  delle  dignità  mondane,  che  come 
sono  in  maggiore  colmo,  hanno  di  presente  la  loro 
discesa  e  rovina,  e  non  senza  provvidenza  del  divino 
giudicio  per  punire  le  peccata,  e  perchè  ninno  si  con- 
fidi della  fallace  prospera  ventura. 

CAPITOLO  CLXXXI. 
Come  la  città  di  Piretue  fu  lungamente  interdetta. 

Nel  detto  anno,  a  dì  10  di  maggio  1331,  il 
legato  di  Toscana  mise  lo  interdetto  alla  città  di 
Firenze  per  cagione  eh'  egli  avea  impetrata  dal  papa 
a  sua  mensa  la  pieve  di  Santa  Harìa  in  Pineta  che 
vacava,  al  modo  eh*  avea  fatta  la  badia  di  Firenze, 
della  quale  pieve  erano  padroni  la  casa  de*Bondel- 
monti,  e  a  loro  istanza,  e  perchè  pareva  a*  cittadini 
che  *l  detto  legato  volesse  occupare  tutti  i  buoni  be- 


nefici di  Firenze,  e  ancora  quello  beneficio  preso  a 
inganno  contro  a*  Bondelmonti,  per  la  qual  cosa  non 
gU  lasciarono  avere  la  rendita  uè  i  frutti  di  quella 
pieve;  e  innanzi  ne  sostennono  lo  *nterdetto  dician- 
nove mesi,  con  grande  sconcio  e  fatica  de*  cittadini 
in  ogni  atto  spirituale,  tanto  che  i  detti  Bondelmonti 
s'accordarono  col  legato,  per  la  qual  cosa  i  detti 
Bondelmonti  molto  furono  obbligati  al  popolo  di  Fi- 
renze. 

CAPITOLO  CLXXXIL 

Come  il  re  Giovanni  ii  partì  di  Lombardia^  e 
andonne  oltremonti. 

Nel  detto  anno,  avendo  il  re  Giovanni  ordinato 
col  legato  insieme  una  dissimulata  pace  e  trattato  di 
rimettere  gli  usciti  guelfi  in  Lucca,  alquanti  ve  ne 
tornarono  contra  volere  de*  Fiorentini.  E  intra  gli 
altri  ohe  cercò  *l  detto  trattato  fu  messer  Manno  do- 
gli Obizzi  :  per  la  qual  cosa  molto  venne  in  disgra- 
zia de*  Fiorentini  ;  e  poi  quegli  guelfi  eh*  erano  tor- 
nati in  Lucca,  per  la  mala  signoria  se  ne  partirono.  Poi 
il  detto  re  Giovanni  riformata  Lucca  e  Parma  e  Modena  e 
Reggio  alla  sua  signoria,  vi  lasciò  Carlo  suo  figliuolo 
con  ottocento  cavalieri  ;  ed  egli  si  partì  di  Parma  a 
dì  2  di  giugno  per  andare  a  corte  e  in  Francia  e  in 
Alamagna,  per  ordinare  maggiori  cose  col  papa  e  eoi 
re  di  Francia  per  sottomettere  la  libertà  degritaliani, 
come  innanzi  farà  menzione. 

CAPITOLO  CLXXXIU. 

Come  delle  masnade  de*  Fiorentini  furono  sconfitti 

a  Buggiano, 

Nel  detto  anno  messer  Simone  Filippi  di  Pi- 
stoia vicario  in  Lucca  del  re  Giovanni  fece  porre 
oste  e  battifolli  al  castello  di  Barge  in  Garfagnaoa 
che  si  tenea  per  gli  Fiorentini,  sentendo  ch>ra  male 
fornito;  per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  feciono  caval- 
care messer  Amerigo  de*  Donati  capitano  di  Valdì- 
nievole  con  quattrocento  cavalieri  sopra  Buggiano 
per  fare  levare  il  detto  assedio  da  Barge.  Ma  le  ma- 
snade di  Lucca  di  notte  vennono  a  Buggiano  da  cin- 
quecento cavalieri.  Messer  Amerìgo  e  sua  gente  is- 
provveduti  di  tale  avvenimento,  e  non  prendendosi 
guardia,  furono  assaliti  subitamente  in  sul  Brusceto 
sotto  Montecatini,  e  rotti  e  sconfitti  a  dì  6  di  giu- 
gno, e  rimasonne  da  cento  a  cavallo  tra  morti  e 
presi,  e  messer  Amerigo  e  gli  altri  fuggirò  in  Mon- 
tecatini; e  il  luglio  appresso  si  perde  lizzano  per 
tradimento,  che  *i  teneano  i  Fiorentini. 

CAPITOLO  CLXXXIV. 


•  ^* 


Come  papa  Giovanni  ricomunicò  i  Milanesi  è 

Marchigiani. 

Nel  detto  anno,  a  dì  4  di  giugno,  papa  Giovanni 
appo  Avignone  ricomunicò  i  Milanesi  e*  Marchigiani, 
i  quali  erano  stati  sì  lungamente  iscomunicati  e  in 
contumacia  di  Santa  Chiesa  per  molti  falli  fatti  con- 


860 


CaOMCHB 


tro  alla  Chiefa,  come  addietro  è  fatta  mensione;  e 
ciò  fece  il  papa  a  petizione  del  legato  di  Lombardia, 
V  ona  per  rompere  la  lega  già  cominciata  tra"*  Lom- 
bardi, e  r  altra  percbè  i  Marchigiani  fossono  riverenti 
al  legato,  che  1  n*  avea  latto  marchese  e  signore. 

CAPITOLO  CLXXXV. 

De*  fuochi  eh'  s^  appresone  nella  cillà  di  Firenze 

in  questo  anno. 

Nel  detto  anno,  a  dì  23  di  giugno,  la  notte  della 
vigilia  di  Santo  Giovanni  s^apprese  fuoco  in  snl  Ponte 
vecchio  dal  lato  di  là,  e  arsono  tutte  le  botteghe,  che 
v'  erano  da  venti,  con  grande  danno  di  molti  arte- 
fici, e  morirvi  due  garzoni,  e  in  parte  arsono  delle 
case  di  Santo  Sepolcro  della  magione  dello  spedale.  E 
poi  a  di  12  di  settembre  la  notte  vegnente  s'  apprese 
fuoco  a  casa  Soldanierì  da  Santa  Trinità  in  certe  case 
basse  di  legnaiuoli  e  di  maliscalco,  le  quali  case  e- 
rano  air  incontro  della  via  di  Porta  rossa,  e  morirvi 
sei  persone,  che  per  lo  impetuoso  fuoco  del  molto 
legname  e  stalle  non  poterono  scampare.  E  poi  a  dì 
28  di  febbraio  la  notte  vegnente  s' aprese  fuoco  nel 
palagio  del  comune  ove  abita  la  podestà,  e  arse  tutto 
il  tetto  del  vecchio  palazzo^  e  le  due  parti  del  nuovo 
dplle  prime  volte  in  sa.  Per  la  qual  cosa  s*  ordinò 
per  lo  comune  che  si  rifacesse  tutto  in  volte  inflno 
a*  tetti.  E  poi  a  dì  16  di  luglio  vegnente  s' apprese 
nel  palazzo  dell'arte  della  lana  d'Orto  San  Michele, 
e  arse  tntto  dalla  prima  volta  in  su,  e  moriwi  uno 
pregione,  che  *1  vi  mise  credendo  scampare,  e  la 
sua  guardia;  poi  per  l'arte  della  lana  si  rifece  piti 
nobile  e  tutto  in  volte  infino  al  tetto. 

CAPITOLO  CLXXXVI. 
Come  in  Firenze  nacquono  due  leoncelli. 

Nel  detto  anno,  a  dì  25  di  luglio,  il  dì  di  Santo 
Iacopo,  nacquono  in  Firenze  due  leoncini  del  leone 
e  leonessa  del  comune,  che  stavano  in  istìa  incontro 
a  San  Pietro  Scheraggio;  e  vivettono,  e  fecionsi  gran- 
di poi  :  e' nacquono  vìvi  e  non  morti  come  dicono  gli 
autori  ne*  libri  della  natura  delle  bestie,  e  noi  ne 
rendiamo  testimonianza,  che  con  più  altri  cittadini 
gli  vidi  nascere,  e  incontanente  andare  e  poppare  la 
leonessa,  e  fu  tenuta  grande  maraviglia,  che  di  qua 
da  mare  nucessono  leoni  che  vivessono,  e  non  si 
ricorda  a'  nostri  tempi.  Bene  ne  nacquono  a  Vinegia 
due,  ma  di  presente  morirono.  Dissesi  per  molti 
eh'  era  segno  di  buona  fortuna  e  prospera  per  lo 
comune  di  Firenze. 

CAPITOLO  CLXXXVU. 

Come  i  Fiorentini  presono  la  signoria  di  Pistoia, 

Nel  detto  anno,  il  dì  seguente  la  festa  di  San 
Iacopo,  essendo  in  Pistoia  in  grande  sospetto  e  ge- 
losia della  signoria  della  terra,  che  parte  de'  cittadini 


*  La  Giantina  :  tuUo  il  dtUo  palagio  vuckio. 


ch'amavano  di  ben  vivere,  voieano  la  signoria  de'Fio* 
rentini,  a  parte  voieano  rimanere  liberi  ;  i  Fiorentini 
avendo  ciò  sentito,  di  que'  dì  per  lo  detto  sospetto 
mandata  di  loro  genie  in  Pistoia,  in  quantità  di  ^  cin- 
quecento cavalieri  e  millecinquecento  pedoni,  e'  fe- 
ciono  correre  la  terra  gridando  Titano  i  Fiorentina^ 
senza  fare  nulla  ruberia  nò  altro  maliflcio.  Per  la 
qual  cosa  i  Pistoiesi  per  solenne  consiglio,  non  poten- 
do altro,  diedono  la  signorìa  al  comune  e  popolo  di 
Firenze  per  uno  anno  \  e  riformata  la  terra  ne  man- 
darono fuori  più  di  cento  confinati,  e  gran  parte  de' 
guelfi  ritornarono  in  Pistoia,  eh'  e'  più  erano  contrarii 
alla  signorìa  de'  Fiorentini,  per  volere  tiranneggiare 
la  terra  e  torre  lo  stato  a'  cavalieri  de'  Panciatichi  e 
Muli  e  Gualfreducci  ghibellini,  fatti  cavalieri  per  lo 
popolo  di  Firenze,  e  a'  loro  seguaci,  parendo  loro 
che  i  Fiorentini  gli  mantenessero  in  maggiore  stato 
per  le  promesse  fatte,  che  non  parca  agl'ingrati 
guelfi  rìmessi  in  Pistoia  per  gli  Fiorentini.  E  poi  ap- 
presso, innanzi  che  fosse  mezzo  l' anno,  parendo  a^ 
Pistoiesi  ch'e'  Fiorentini  gli  trattassono  benignamente 
e  manteneangli  in  pacifico  stato  e  senza  gravezze,  dì 
loro  buona  volontà  feciono  sindachi  due  di  loro  priori 
anziani,  e  mandargli  a  Firenze  a  dare  la  guardia  e  si- 
gnorìa della  terra  liberamente  a'  Fiorentini  per  duo 
anni,  oltre  alla  prìma  dazione  ;  e'  Fiorentini  la  pre- 
sono e  solennemente  l'ordinarono,  eleggendo  loro  le 
podestadi  forestiere  di  sei  in  sei  mesi,  e  uno  capi- 
tano della  guardia  grande  popolano  di  Firenze  di  tre 
in  tre  mesi,  con  sei  cavalli  e  cinquanta  fanti,  e  uno 
conservadore  di  pace  forestiere  con  dieci  cavalli  e 
cento  fanti  e  la  podestà  di  Serravalle  e  due  castel- 
lani delle  rocche  Fiorentini.  E  in  Firenze  elessono 
dodici  buoni  popolani  di  tre  in  tre  mesi,  a  cui  die- 
dono piena  balìa  della  governazione  di  Pistoia,  e 
delle  rìformagìoni  delle  signorie  co'  prìori  di  Fi- 
renze insieme,  ciò  fu  in  mezzo  gennaio  ;  e  poi  al- 
l' uscita  del  febbraio  seguente  i  Fiorentini  vi  feciono 
cominciare  uno  bello  e  forte  castello  dalla  parte 
della  terra  di  verso  Firenze,  per  più  sicurtà  della  terra; 
il  quale  si  compio,  e  misonvi  guardie  e  castellano 
con  cento  fanti  alle  spese  de'  Pistoiesi  ;  e  oltre  a  ciò 
trecento  fanti  alla  guardia  della  terra. 

CAPITOLO  CLXXXVIIL 

Come  i  Sanesi  osteggiarono  e  sconfissono  i  conti 
da  Santafiorej  e*  Pisani  ebbono  Massa, 

Nella  detta  state  i  Sanesi  feciono  oste  sopra 
i  conti  da  Santafiore,  e  gli  Orbitani  sopra  quegli  da 
Baschja  in  Maremma,  e  feciono  loro  grande  danno. 
Ed  essendo  i  detti  Sanesi  all'  usedio  d' Aroidosso,  i 
conti  da  Santafiore  con  dugenlo  cavalierì  tedeschi 
avuti  da  Lucca,  e  con  tutto  loro  isforzo,  vennono 
per  soccorrere  il  detto  castello,  e  furono  aconfitti 
da'  detti  Sanesi,  e  poi  ebbono  il  detto  castello  i  Sa- 
nesi. E  in  questo  stante  dell'  oste  de'  Sanesi,  i  Mas- 
setani  si  rubellarono  dalla  loro  signoria,  e  cacciarono 
di  Massa  la  podestà  di  Siena,  e  la  casa  de' Ghiozzi 
e  loro  seguaci  e  parte,  e  dieronsi  a' Pisani 


La  QiontÌBa:  in  Pistoia  da  cinquecento  eee. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


dGi 


CAPITOLa  CLXXXDC. 

Come  i    Catalani  con  loro  armata  vennono  sopra 
Genova^  per  la  guai  cosa  i  Genovesi  co^  loro  usciti 

feciono  pace. 

Nel  detto  anno  air  entrante  d' agosto,  i  Catalani 
con  armata  di  quarantadue  galee  e  trenta  legni  ar- 
mati Yennono  nella  Riviera  di  Genova  e  di  Saona, 
e  arsono  più  castelli  e  ville  e  manieri,  e  feciono 
grande  danno  ;  né  però  i  Genovesi  né  que^  di  Sa- 
ona  non  s*  ardirono  di  contrastargli,  per  cagione 
ch^  erano  male  in  ordine  e  peggio  in  accordo  i  guelfl 
d"*  entro  co**  ghibellini  di  fuori,-  ch^  erano  in  Saona. 
B  fatto  per  gli  Catalani  la  detta  vergogna  e  dam- 
maggio  a' Genovesi  e  a*  loro  usciti,  se  n'andarono 
sani  e  salvi  in  Sardigna.  Per  la  detta  venuta  de' Ca- 
talani i  Genovesi  d' entro  e  que*  di  fuori  parendo  loro 
avere  di  ciò  grande  vergogna,  cercarono  di  fare 
pace  tra  loro;  e  Tuna  parte  e  P  altra  mandarono 
grande  e  ricca  ambasceria  a  Napoli  al  re  Ruberto, 
commettendogli  le  loro  quistioni,  e  pregandolo  gli 
padflcasse  insieme  ;  il  quale  re  Ruberto  diede  la  fine 
alla  detta  pace  a  dì  8  di  settembre  1331,  con  patti 
che  gli  usciti  tornerebbono  tutti  in  Genova,  e  rende- 
rebbono  tutte  le  fortezze  di  Saona  e  della  Riviera  che 
leneano  al  comune  ;  e  feciono  loro  signore  il  detto 
re  Ruberto  di  concordia  di  tutti  que'  dentro  e  que^ 
di  fuori  oltre  al  termine  eh'  egli  V  avea  in  signoria 
dai  guelfi  d'entro  per  tre  anni,  e  dandogli  alle  spese 
del  comune  trecento  cavalieri  e  cinquecento  ser- 
genti alla  guardia  della  terra  e  del  suo  vicario, 
e  '1  castello  di  Peraldo  sopra  Genov  a,  e  promisono 
d'essere  contro  al  Bavaro  e  contro  al  re  Giovanni, 
e  contro  a  ogni  altro  signore  che  passasse  in  Ita- 
lia contra  il  volere  del  papa  e  della  Chiesa  e  del  re 
Ruberto,  rimanendo  liberi  Orii  e  Spinoli  della  guerra 
del  re  Ruberto  a  don  Federigo  che  tenea  Cicilia, 
à*  aoperarne  a  loro  volontà  d' atare  d'  una  parte  e 
l'altra,  come  a  loro  piacesse;  perocché  uno  d'Oria 
era  ammiraglio  di  quello  di  Cicilia,  e  uno  Spinola 
del  re  Ruberto.  E  i  Fiorentini  mise  il  re  Ruberto 
nella  detta  pace,  che  gli  usciti  si  teneano  per  nimici  de' 
Fiorentini,  per  l'aiuto  ch^eglino  aveano  fatto  al  detto 
re  contra  loro ,  quand'  erano  allo  assedio  di  Genova. 
La  quale  pace  poco  piacque  al  re  Ruberto,  dubitando 
forte  della  potenzia  de'  ghibellini  tornando  nella  città, 
e  assai  il  mostrò  a' guelfi;  ma  eglino  pur  la  vollono.  E 
poi  di  gennaio  1333  prolungarono  la  signorìa  di 
Genova  al  re  Ruberto  per  cinque  anni,  la  qual  pace 
e  signorìa  per  lo  re  poco  tempo  durò,  eh*  a*  ghibel- 
lini la  ruppono,  e  cacciarne  fuori  i  guelfi  e  la  signo- 
rìa del  re,  come  innanzi  per  gli  tempi  si  farà  menzione. 

CAPITOLO  CXC. 

Come  il  legato  di  Lombardia  fece  assediare  la  città 
di  Forlì  e  smarrendo  a  lui. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d' agosto ,  il  legato 
del  papa  eh*  era  in  Bologna  fece  fare  oste  alla  città 
di  Forlì  in  Romagna,  la  quale  oste  fece  con  forza 
di  flullednquecanto  cavalieri  e  popolo  grandissimo  ; 


e  fecevi  porre  baltifolii,  perchè  non  faceano  le  sue 
comandamenta,  e  aveano  cacciato  il  suo  vicario  e 
tesorìere.  E'  Fiorentini  con  tutto  fossono  indegnati 
contro  al  legato  per  1'  amistà  e  compagnia  eh*  avea 
presa  col  re  Giovanni,  si  pur  mandarono  in  aiuto 
della  Chiesa  nella  detta  oste  cento  cavalieri,  e  istet- 
tevi  la  detta  oste  infino  all'uscita  d'ottobre.  E  poi 
partita  l'oste  per  patti  s* arrenderono  al  legato  a  di 
21  di  novembre  sotto  certi  patti  e  convenzioni, 
cioè  di  torre  suo  vicario  e  tesoriere,  e  pagare  il 
censo  solamente;  ma  le  masnade  de' loro  cavalieri 
alla  guardia  della  terra  vollono  eleggere  que'  della 
terra  di  Forlì  a  loro  volontà,  giurando  l' ubbedienza 
del  detto  legato* 

CAPITOLO  CXCl. 

Come  il  duca  d' Atene  passò  in  Romania  con  gente 
d'' arme  e  non  potè  acquistare  niente. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d'agosto  all'  uscita, 
il  duca  d^  Atene  cioè  conte  di  Brenna,  si  parti  da 
Brandizio,  e  passò  in  Romania  con  ottocento  cava- 
lieri franceschi  menati  di  Francia  gentili  uomini,  e 
cinquecento  pedoni  toscani  a  soldo  vestiti  insieme, 
la  quale  fu  molta  buona  e  bella  gente  d'arme,  per 
racquistare  sua  terra  che  gli  occupavano  que*  della 
compagna.  E  co'  detti  cavalieri  il  seguirono  molta 
gente  del  regno  di  Puglia.  E  come  fu  di  là,  prese  la 
terra  dell*  Arta,  e  molto  del  paese,  casali  e  ville  ; 
e  se  i  suoi  nimici  fossono  venuti  a  battaglia  di  campo 
con  lui,  di  certo  avrebbe  racquistato  suo  paese  e 
avuta  vittoria,  eh'  egli  avea  seco  molta  buona  cavala 
leria  da  tenere  campo  a  tutti  -quegli  di  quella  Romania, 
Latini  e  Greci.  Ma  que*  della  compagna  maestrevole- 
mente  si  tennono  alla  guardia  delle  fortezze,  e  non 
vollono  uscire  a  battaglia.  Per  la  qual  cosa  la  caval- 
leria e  gente  del  duca  usi  a  grandi  spese  per  lo  bi- 
stento e  lungo  dimoro  non  potendo  avere  battaglia, 
sbarrarono  ^  e  non  poterono  durare  ;  e  tornò  in  vano 
la  'mpresa  del  duca,  che  gli  era  costata  grande  te- 
soro, e  per  necessità  si  partirono  tutti  del  paese  col 
duca  insieme.  Dissesi  per  gli  savi  iofino  che  si  mos- 
se, che  se  vi  fosse  ito  con  meno  gente  e  di  meno 
costo  tegnendosi  a  guerra  guerriata  e  rinfrescata 
gente,  vincea  suo  paese  e  avea  onore  della  'mpresa. 

CAPITOLO  CXCIL 

D^  avvenimenti  di  guerra  da  noi  a  que*  di  Lucca^ 
onde  morì  messer  Filippo  Tedici  di  Pistoia, 

Nel  detto  anno,  a  di  14  di  settembre,  essen- 
do quegli  di  Buggiano  a  fare  loro  vendemmie  con 
guardia  di  settanta  cavalieri  di  que*  di  Lucca,  la  no- 
stra gente  di  Valdinievole,  intorno  di  centocinquanta 
cavalieri  e  pedoni  assai,  uscirono  loro  addosso  e 
sconfissongli  e  cacciarono  infino  al  borgo  di  Bug- 
giano.  In  questa  caccia,  com'  era  ordinato,  vennono 
da  dugento  de'  loro  cavalieri  da  Pescia,  e  trovando 


'  §traeear<mo   diee  la  edizione  de*  Giunti. 


862 


CRONICHE 


i  nostri  sparti  e  segaendo  i  nimici,  percossone  loro 
addosso  e  sconfissongU,  e  rimasono  de*  nostri  presi 
cinque  conestabili,  e  da  cinquanta  e  più  caTalierì.  B 
poi  a  dì  21  del  detto  mese,  partendosi  di  Locca 
dn^nto  cavalieri  e  mille  pedoni  alla  condotta  di 
messer  Filippo  de*  Tedici  di  Pistoia  per  pigliare  il 
castello  di  Popiglio  della  montagna  di  Pistoia,  cbe 
doTea  loro  essere  dato,  e  scesi  i  cavalieri  a  pie, 
perch^era  stretto  luogo,  entrarono  nel  castello  la- 
sciando di  fàori  i  cavalli.  Quegli  del  castello  che 
non  sentirono  il  trattato  francamente  gli  rispinsono 
fuori;  quei  del  paese  d^ intomo  trassono  a"*  valichi 
e  a*  forti  passi  delle  montagne ,  e  presono  i  lo- 
ro cavalli  e  misongli  in  isconiltta;  e  fuvri  morto 
da* villani,  compera  degno,  il  detto  messer  Filippo 
traditore  di  Pistoia  e  più  altra  buona  gente,  e  pre- 
si più  di  cento  cavalli.  E  poi  il  marzo  vegnente  que* 
di  Lucca  eh'  erano  in  Bnggiano  misono  aguato  per 
pigliare  Massa  in  Valdinievole.  Per  la  gente  de*  Fio- 
rentini eh*  erano  in  Montecatini,  senUto,  uscirono  lo- 
ro addosso  e  sconflssongli,  e  rimasono  di  loro  assai 
presi  e  morti,  e  quattro  bandiere  da  cavallo  ne  ven- 
nono  prese  a  Firenze.  E  eosì  va  di  guerra  guerria- 
ta,  che  talora  neU*uno  laogo  si  perde  e  nell*  altro 
si  guadagna. 

CAPITOLO  cxcni. 

Come  il  marchete  di  Monferrato  tolse  Tortona 

aire  Ruberto, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  settembre,  il  mar- 
chese di  Monferrato  con  sua  fona  entrò  ne*  borghi 
e  terra  di  Tortona  in  Piemonte,  la  quale  gli  fu  data 
da*  cittadini  ;  e  la  gente  che  v*  era  dentro  per  lo  re 
Ruberto,  ond*  era  capitano  messer  Galeasso  fratello 
bastardo  del  detto  re,  e*  si  ridussono  nella  città  e 
rocca  di  sopra,  e  poi  non  potendo  tenere  la  città 
di  sopra,  che  non  era  bene  fornita,  sì  1*  abbando- 
narono con  loro  vergogna,  e  rimase  alla  signoria  del 
marchese. 

CAPITOLO  CXCIV. 

Come  il  fiume  del  Po  ruppe  gli  argini 
dei  Mantovani. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d*  ottobre  crebbe  il 
fiume  del  Po  in  Lombardia  si  diversamente,  ohe 
ruppe  in  più  parti  degli  argini  di  Mantova  e  di  Fer- 
rarese, e  guastò  molto  paese,  e  morirvi  annegando 
diecimila  persone  tra  piccoli  e  grandi. 

CAPITOLO  CXCV. 

Quando  si  ricominciò  a  latorare  la  chiesa  di  Santa 
Reparata  di  Firenze^  e  fu  grande  dovvUa 

quello  anno. 

Nel  detto  anno  e  mese  d*  ottobre,  essendo  la 
città  di  Firenze  in  assai  tranquillo  e  buono  stato,  si 
ricominciò  a  lavorare  la  chiesa  maggiore  di  Santa 
Reparsta  di  Firenze,  eh*  era  stata  lungo  tempo  vacua 
e  senza  nalla  operazione  per  le  varie  e  diverse  guer- 
re e  ispese  avute  la  nostra  città,   come  addietro  è 


fatta  menzione,  e  diessi  in  guardia  per  lo  comune 
la  detta  opera  ali*  arte  della  lana,  acdocchò  più  Fa- 
vanzassono,  e  istanziowi  il  comune  gabella  di  da- 
nari due  per  libbra  d*  ogni  danaro  eh*  uscisse  di  ca- 
mera del  comune,  come  anticamente  ert  usato,  e 
oltre  a  ciò  ordinarono  una  gabella  di  danari  quattro 
per  libbra  sopra  ogni  gabelliere  della  somma  che 
comperasse  gabella  dal  comune,  le  quali  due  ga- 
belle montavano  V  anno  libbre  dodicimila  di  piodolL 
E*  lanaiuoli  ordinarono,  eh*  ogni  fondaco  e  bottega 
di  tutti  gli  artefici  di  Firenze  tenessono  una  oasset- 
tina  ove  si  mettessono  il  danaro  di  Dio,  di  ciò  ehe 
si  vendesse  o^comperasse  ;  e  montava  1*  anno  al  oo- 
minciamento  libbre  duemila.  E  di  queste  entrate  si 
forniva  la  detta  opera.  E  in  questo  anno  fa  in  Fi- 
renze grande  dovizia  e  ubertà  di  vittuaglia;  e  valse 
lo  staio  del  grano  colmo  soldi  otto  di  piccioli  di 
lire  tre  il  fiorino  d*  oro,  che  fu  tenuto  gran  mara- 
viglia alla  disordinata  carestia  stata  1*  anno  1320  e 
1330,  come  dicemmo  addietro.  E  in  questi  tempi  si 
feciono  in  Firenze  molti  buoni  ordini  e  addirizza-^ 
mento  sopra  ogni  vittuaglia,  e  ogni  carne  e  pesce  si 
dovesse  vendere  a  peso,  e  ogni  volatio  cerio  pregio 
convenevole  ;  e  sopra  ciò  vi  feciono  ufidale,  e  mi- 
sono pene  chi  non  1*  osservasse. 

CAPITOLO  CXCVL 

Di  guerra  che  fu  mossa  in  Boemia  al  re  GiovanmL 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  novembre,  essen- 
do il  re  Giovanni  andato  in  Boemia,  ranno  suo  isfor- 
zo  coli*  aiuto  dell*  arcivescovo  di  Trievi  suo  zio  e 
del  dogio  di  Chiarentana  suo  cognato,  e  trovossi 
con  più  di  cinquemila  cavalieri,  per  cagione  che  1 
re  di  PoUonia  e  lo  re  d*  Ungheria  e*l  dogio  d*0- 
sterich  suoi  nimici,  e  ancora  con  ordine  del  Bave- 
ro, che  per  le  *mprese  sue  d*  Italia  gli  voleva  male, 
e  *1  re  d*  Ungheria  a  petizione  del  re  Ruberto  e  suo 
zio,  e  genero  del  re  di  Pollonia,  aveano  raunato 
grande  esercito  di  più  di  quindicimila  cavalieri  tra 
Tedeschi  e  Ungherì  per  cavalcare  in  sul  reame  di 
Boemia  e  guastarlo.  Le  quali  osti  stettono  affron- 
tati più  giorni  sopra  la  riviera  di...  dascuno  dalla 
sua  parte  ;  e  poi  per  le  *mprese  del  re  Giovanni  gli 
convenne  partire  per  andare  in  Francia.  Per  la  qual 
cosa  il  re  Giovanni  da*  savi  fu  tenuto  folle  di  cer- 
care nuove  imprese  in  Italia  per  lasciare  in  periglio 
il  suo  reame.  Ma  tutto  dò  facea  a  petizione  del 
re  di  Francia  per  certi  grandi  intendimenti,  come 
per  lo  innanzi  leggendo  si  potrà  comprendere.  B 
partito  lui  di  Boemia,  i  suoi  nimici  valicarono  in  suo 
reame,  e  per  due  volte  sconfissone  la  gente  del  detto 
re  Giovanni  con  grande  guastamento  di  suo  paese; 
e  più  r  avrebbono  guasto,  se  non  fosse  la  forte  ver- 
nata che  gli  fece  partire. 

CAPITOLO  cxcvn. 

Come  il  re  di  Francia  promise  di  fare  il  passaggio 

oltremare. 

Nel  detto  anno  per  la  pasqua  della  Natività  di 
Cristo  il  re  Filippo  di  Frauda  pubblicò  in  Parigi  di- 


DI  eiOYANia  YILLAin. 


863 


lUBsi  a*  suoi  baroni  e  prelati,  com'  egli  imprendea 
di  fare  il  passaggio  d' oltremare  per  racqaistare  la 
Terra  Santa  dal  marzo  vegnente  a  dae  anni,  doman- 
dando a^  prelati  e  comunanze  di  sao  reame  aiuto  e 
sussidio  di  moneta,  e  richiese  i  duchi  e'  conti  e' 
baroni  che  s*  ordinassono  d*  andare  con  lui  ;  e  man- 
dò suoi  ambuciadori  ad  Avignone  a  papa  Giovanni 
a  notificare  a  lui  e  a'  suoi  cardinali  la  sua  impresa, 
ricbieggendo  la  Chiesa  per  ventisette  capitoli  grandi 
sussidi  e  grazie  e  vantaggi,  in  tra'  quali  ebbe  di 
molti  sconvenienti  e  oltraggiosi.  Intra  gli  altri  vo- 
lea  tutto  il  tesoro  della  Chiesa  e  le  decime  di  tutta 
cristianità  per  sei  anni,  pagando  in  tre,  e  in  suo 
reame  le  investiture  e  permutazioni  d'ogni  benefi- 
cio ecclesiutico  ;  e  domandava  titolo  del  reame  d'Arli 
e  di  Vienna  per  lo  figliuolo;  e  che  d'Italia  volea 
la  signorìa  per  messer  Carlotto  suo  fratello.  Perchè 
il  papa  né  i  suoi  cardinali  la  maggiore  parte  non  gli 
voUono  accettare,  rispondendo  che  passati  erano 
quaranta  anni,  che  i  suoi  antecessori  aveano  ricevute 
le  decime  del  reame  per  lo  passaggio,  e  consuma- 
tele in  altre  guerre  contra  i  cristiani,  ma  che  il  re 
seguisse  sua  impresa,  e  alla  sua  mossa  la  Chiesa  gli 
darebbe  ogni  aiuto  che  si  convenisse  temporale  e 
spirituale  al  sussidio  del  santo  passaggio  ;  per  le  quali 
domande  e  risposte  si  cominciò  alcuno  isdegno  tra 
la  Chiesa  e  M  re  di  Francia. 

CAPITOLO  cxcvm. 

Come  gli  Aretini  vollono  prendere  Cortona. 

Nel  detto  anno,  air  uscita  di  gennaio,  messer 
Piero  Saccone  de*  Tarlati  signore  d*  Arezzo  per  ave- 
re la  dttà  di  Cortona,  certo  trattato  e  tradimento 
ordinò  con  messer  Guccio  fratello  di  messer  Rinieri 
di ...  che  n*  era  signore,  promettendogli  piò  vantag- 
gi; e  il  detto  per  discordia  eh*  avea  col  fratello, 
perchè  noi  trattava  come  volea,  acconsenti  al  detto 
tradimento.  B  cavalcarvi  gli  Aretini  di  notte,  ma  dis- 
coperto il  tradimento,  il  detto  messer  Guccio  dal 
fratello  fu  preso,  e  de*  suoi  seguaci  cittadini  che  con 
lui  intendeano  al  tradimento,  in  quantità  di  più  di 
trenta,  furono  impiccati  armarli  delle  mura  della 
ferra  al  di  fuori,  e  il  detto  messer  Cuccio  fu  messo 
in  oscura  pregione,  nella  quale  con  grande  stento, 
com'  era  degno,  finì  sua  rita. 

CAPITOLO  CXCIX. 

Come  gli  uicUi  di  Pisa  vennono  sopra  Pisa^  e  come 
%  Fiorentini  mandarono  loro  soccorso. 

Nel  detto  anno,  a  di  9  di  gennaio,  avendo  gli 
usciti  ^  Pisa,  ond'  era  capo  il  vescovo  che  fu  d*EI- 
lera  in  Corsica,  fatta  lega  co'  Parmigiani  e  con  certi 
ghibellini  di  Genova,  ond'  era  capo  Manfredi  de'  Vi- 
valdi, che  tenue  il  castello  di  Lerici,  e  ancora  con 
gente  di  Lucca,  i  quali  furono  io  quantità  di  cin- 
quecento cavalieri  e  popolo  assai,  presono  più  terre 
de*  Pisani  di  là  dal  fiume  della  Magra,  e  corsono  so- 
pra SerreszaoOy   e  poi  venuono  iscorrendo  infino 


presso  di  Pisa.  Onde  i  Pisani  furono  in  grande  ge- 
losia e  paura  di  loro  cittadini  dentro,  amici  e  pa- 
renti di  loro  usciti  ;  e  dì  e  notte  stavano  sotto  Tar- 
me, e  chiuse  le  porte,  dubitando  di  perdere  la  ter- 
ra. Mandarono  per  più  ambasciadori  Tuno  appresso 
l'altro  al  comune  di  Firenze  pregando,  che  per  Dio 
gli  soccorressono,  e  mandassono  di  loro  cavalieri 
alla  guardia  della  terra,  promettendo  d'essere  sem- 
pre fratelli  e  amici  del  comune  di  Firenze.  Per  la 
qual  cosa  i  Fiorentini  mandarono  loro  dugento  ca- 
valieri, e  a  Montetopoli,  e  all'  altre  castella  di  Val- 
damo  de'  Fiorentini  ne  mandarono  più  di  cinque- 
cente,  che  a  richiesta  de'  Pisani  andassono  a  Pisa  o 
dove  a  loro  bisognasse  ;  e  giunti  in  Pisa  i  detti  ca- 
valieri, i  loro  usciti  si  ritrassono,  e' Pisani  manda- 
rono fuori  certi  confinati,  di  cui  dubitavano,  e  la 
città  rimase  in  pace  e  sanza  sospetto.  Il  quale  ser- 
vigio de'  Fiorentini  venne  a'  que'  che  reggeano  Pi- 
sa a  grande  bisogno;  che  se  ciò  non  fosse  stato, 
di  certe  si  rubellava  loro  la  terra,  e  mutava  stato. 

CAPITOLO  ce. 

Come  i  Bolognesi  si  diedono  liberamente  alla  Chiesa^ 
e  come  il  legato  fece  uno  castello  in  Bologna. 

Nel  detto  anno,  a  dì  10  di  gennaio,  per  pro- 
caccio e  sagacità  del  legato  di  Lombardia  che  dimo- 
rava in  Bologna,  fece  tanto,  che  i  Bolognesi  si  die- 
dono per  loro  solenni  consigli  a  perpetuo  privile- 
giati e  liberi  sanza  alcuno  patto  o  salvo,  al  papa  e 
alla  Chiesa  di  Roma,  promettendo  loro,  e  con  simu- 
late lettere  di  papa  Giovanni,  che  infra  uno  anno  il 
papa  colla  corte  verrebbe  a  stare  in  Bologna;  e 
sotto  questo  inganno  cominciò  a  far  fare  uno  forte 
e  magno  castello  in  Bologna  alla  fine  del  loro  prato 
in  su  le  mura,  dicendo  che  ciò  facea  per  l' abituro 
del  papa,  ordinandolo  a  ogni  atto  d' abituro  nobile- 
mente  a  ciò.  E  per  se  fece  fare  quasi  un  altro  com- 
preso di  castello  più  infra  la  terra,  pigliando  più 
case  di  cittadini,  dicendo  1*  abiterebbe  egli,  venuto 
il  papa.  E  fece  segnare  tette  le  livree  dove  doves*< 
sono  abitare  tetti  gli  altri  cardinali.  E  tutto  ciò  fu  fatto 
ad  arte  e  simulatamente  per  fare  la  detta  fortezza 
per  meglio  dominare  i  Bolognesi.  I  Bolognesi  per 
lo  vantaggio  che  s' aspettavano  veguendo  in  Bologna 
la  corte,  che  tetti  speravano  di  essere  ricchi,  si  la- 
sciarono ingannare,  e  assentirono  che  si  facessono 
la  detta  fortezza  e  castello  in  Bologna,  e  mandaro- 
no ^loro  solenni  ambasciadori  de'  maggiori  cittadini 
e  sindachi  appo  Avignone  al  papa,  dandogli  per  so- 
lenne obbligazione  liberamente  la  signoria,  e  pre- 
gandolo da  parte  del  loro  comune  l' avacciamente 
della  sua  venuta  alla  sua  città  di  Bologna.  I  quali 
ambasciadori  e  sindachi  del  papa  furono  ricevuti 
graziosamente,  e  accettata  per  la  Chiesa  la  loro  ob- 
bligazione, promettendo  loro  più  volte  il  papa  in 
pubblici  concesteri  di  venire  infra  l' anno  a  Bologna 
fermamente.  La  quale  promessa  fu  dissimulata  e  in- 
finta, e  non  s' attenne  per  lo  papa,  onde  fu  ripreso 
da  tutti  i  cristiani  che  *1  seppono,  che  già  promessa 
di  papa  non  dee  essere  mendace   sanza  necessaria 


364 


CRONICHE 


ca^'one,  la  quale  non  fa  in  luì.  Ha  la  divina  prov- 
videnza non  dimette  la  giustizia  della  sua  pulizio- 
ne  a  chi  manca  di  fede  e  con  frode  e  inganno; 
chò  poco  tempo  appresso  il  sopraddetto  legato  com- 
piuto il  detto  castello ,  e  quando  piii  gloriava  e 
trionfava,  la  sua  oste  fu  sconfitta  a  Ferrara,  e  i  Bo- 
lognesi si  rubellarono  dalla  Chiesa,  e  lui  cacciaro- 
no di  Bologna  e  M  detto  castello  tutto  disfeciono  e 
abbatterono,  come  innanzi  faremo  menzione. 

• 
CAPITOLO  CCl. 

Come  il  legato  fu  fallo  conte  di  Romagna  ed  ebbe 

libera  la  città  di  Forlì, 

Nell'anno  1332,  papa  Giovanni  fece  conte  di 
Romagna  il  legato,  e  que'  di  Forlì  gli  diedono  libe- 
ramente la  signoria  della  terra,  e  entrovvi  dentro 
il  detto  legato  con  più  di  millecinquecento  cava- 
lieri di  sua  gente  a  grande  trionfo  e  onore,  con  in- 
tenzione di  vicitare  tutte  le  terre  di  Romagna,  e  poi 
andare  nella  Marca  ;  ma  rimase  dubitando  di  Bolo- 
gna per  certe  novità  eh'  apparvono  in  Lombardia, 
come  poco  appresso  faremo  menzione. 

CAPITOLO  CCU. 

Come  il  comune  di  Firenze  ordinò  di  fare  la  terra 
di  Firenzuola  oltre  Alpe, 

Nel  detto  anno,  avendo  i  signori  Ubaldini  grande 
dissensione  e  guerra  insieme,  ciascuna  parte  a  gara 
mandan  lo  al  comune  di  Firenze  di  volere  tornare 
air  ubbidienza  e  alla  signorìa  del  comune,  traendo- 
gli  di  bando,  per  gli  Fiorentini  fu  accettato  ;  ma  ri- 
cordandosi che  per  molte  volte  s' erano  riconciliati 
per  simile  modo  col  comune  di  Firenze,  e  poi  ru- 
bellatisi  a  loro  posta  e  vantaggio,  come  si  può  tro- 
vare per  addietro,  si  provvide  per  lo  detto  comune 
di  fare  una  grossa  e  forte  terra  di  là  dal  giogo 
dell'Alpe  in  sul  fiume  del  Santerno,  acciocché  i  detti 
Ubaldini  più  non  si  potessono  rubellare ,  e*  distrìt- 
tuali  contadini  di  Firenze  d'oltre  TAlpe  fossono  li- 
beri e  franchi,  eh'  erano  servi  e  fedeli  de'  detti  U- 
baldini;  e  chiamarono  a  far  fare  la  detta  terra  sei 
grandi  popolani  di  Firenze  con  grande  balia  intor- 
no a  ciò.  Ed  essendo  i  detti  uficiali  in  sul  palazzo 
del  popolo  co'  signori  prìori  insieme  in  grande  con- 
trasto, come  si  dovesse  nominare  la  detta  terra,  e 
chi  dicea  uno  nome  e  chi  un  altro,  noi  autore  di 
questa  opera  trovandomi  tra  loro,  dissi  :  Io  vi  dirò 
uno  nome  molto  bello  e  utile,  e  che  si  confà  al- 
la 'mpresa.  Ferocchò  questa  fia  terra  nuova  e  nel  cuore 
dell'Alpe,  e  nella  forza  degli  Ubaldini  e  presso  alle 
confini  di  Bologna  e  di  Romagna;  e  s'ella  non  ha 
uno  nome  che  al  comune  di  Firenze  ne  caglia  e  ab- 
biala cara,  attempi  avversi  di  guerra  che  possono 
avvenire,  ella  fia  tolta  e  rubellata  spesso  ;  ma  se  le 
porrete  il  nome  eh'  io  vi  dirò,  il  comune  ne  sarà 
più  geloso  e  più  sollecito  alla  guardia  :  perch'  io  la 
nominerei,  quando  a  voi  piacesse,  Firenzuola,  A 
questo  nome  tutti  in  accordo  sanza  alcuno  contrasto 


furono  contenti,  e  il  confermarono,  e  per  più  ali- 
mentare e  favorare  il  suo  stato  e  potenza  le  die- 
dono per  insegna  e  gonfalone  mezza  l'arme  del  co- 
mune, e  mezza  quella  del  popolo  di  Firenze  ;  e  or- 
dinarono, che  la  maggiore  chiesa  di  quella  terra, 
conseguendo  al  nome,  si  chiamasse  San  Firenze  :  e 
feciono  franco  chi  1'  abitasse  dieci  anni,  recando 
tutte  le  genti  vicine  e  ville  d'intorno  ad  abitarla,  e 
traendogli  d'ogni  bando  di  comune;  e  ordinarvi 
mercato  uno  di  della  semmana.  B  cominciossi  a  fon- 
dare al  nome  di  Dio  a  dì  8  d'  aprìle  del  detto  an- 
no quasi  alle  otto  ore  del  dì,  provvedutamente  per 
istrolagi,  essendo  ascendente  il  segno  del  Leone, 
acciocché  la  sua  edificazione  fosse  più  ferma  e  forte, 
stabile  e  potente.  Ma  il  seppero  procedere,  come  si 
troverà  non  guari  tempo  appresso. 

CAPITOLO  cera. 

Come  i  Turchi  per  mare  guastarono  gran  parte 

di  Grecia, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  maggio  e  di  giu- 
gno, i  Turchi  armarono  trecentottanta  '  tra  barche 
grosse  e  legni  con  più  di  quarantamila  Turchi,  e 
vennono  per  mare  sopra  Costantinopoli,  e  combat- 
teronlo,  e  avrebbonlo  avuto,  se  non  fosse  l' aioto 
de' Latini  e  Genovesi  e  Viniziani.  E  poi  guastarono 
più  isole  d'  Arcipelago,  e  menarne  in  servaggio  piil 
di  diecimila  Greci  ;  e  que'  di  Negroponte  per  panra 
si  feciono  tributarìi,  onde  venne  in  ponente  grande 
clamore  al  papa  e  al  re  di  Francia  e  agli  altri  si- 
gnori de'crìstiani;perla  qual  cosa  s' ordinò  per  loro, 
che  r  anno  seguente  si  facesse  armata  sopra  i  Tor- 
chi, e  così  si  fece. 

CAPITOLO  CCIV. 

Come  que*  della  Scala  tolsono  al  re  Giovanni  la  città 
di  Brescia  e  di  Bergamo^  e  come  s' ordinò  lega  da 

noi  a"*  Lombardi, 

Nel  detto  anno,  parendo  a'  guelfi  della  città  di 
Brescia  male  stare  sotto  la  signoria  del  re  Giovanni, 
per  r  antica  nimistà  avuta  coli'  imperadore  Arrigo 
suo  padre,  e  per  dispetto  d' uno  forte  castello  che 
egli  avea  fatto  fare  al  disopra  della  terra  per  te- 
nergli più  suggetti,  si  trattarono  cospirazione  e  di 
dare  la  terra  a'  signori  della  Scala  da  Verona,  pro- 
mettendo loro  di  mantenergli  in  loro  stato,  e  di  cac- 
ciarne la  parte  ghibellina,  che  teneano  col  re  Gio- 
vanni,  e  così  asseguiro  :  che  a  dì  1 4  del  mese  di 
giugno  cavalcato  là  messer  Mastino  della  Scala  con 
quattordici  centinaia  di  cavalieri  e  popolo  grandis- 
simo, e  i  guelfi  della  terra  cominciarono  fl  romore 
con  armata  mano,  gridando  :  muoiano  i  ghibellini  e 
il  re  Giovanni,,  e  vivano  i  signori  della  Scala;  e 
combattendo  contra  loro,  apersono  alcuna  porta  della 
terra,  eh'  era  in  loro  podere,  e  per  quella  vi  misono 
messer  Mastino  e  sua  gente,  e  cacciarne  i  ghibelHni 


*  La  Giuntina:  dugentoUanta  tra  ecc. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


365 


6  la  gente  del  re  Giovanni;  e  assai  ne  furono  presi 
e  morti,  salvo  qnelH  che  scamparono  nel  castello,  o 
si  faggirono  della  terra.  Al  quale  castello  si  puose 
r  assedio,  e  fu  tutto  affossato  e.  steccato  intorno,  e 
tennesi  per  la  gente  del  re  Giovanni  infino  a  dì  4 
del  mese  di  luglio,  di'*  aspettavano  soccorso  dal  ii- 
gUuolo  del  re  Giovanni  eh'  era  a  Parma,  il  quale 
non  s^  ardì  di  venire  sentendo  la  potenza  di  messer 
Mastino,  e  eh"  egli  avea  la  terra  ;  per  la  qnal  cQ^a 
s^  arrenderono,  salve  le  persone.  E  poi  il  detto  mes- 
ser Mastino,  il  settembre  vegnente,  per  simile  modo 
tolse  la  città  di  Bergamo  alla  gente  del  re  Giovan- 
ni, e  fecesi  la  lega  eh'  era  trattata  da'*  detti  signori 
della  Scala,  e  quello  di  Milano,  e  quello  di  Mantova, 
e^  marchesi  da  Ferrara  col  re  Ruberto,  e  col  comu- 
ne di  Firenze  contra  al  Bavaro  e  al  re  Giovanni,  o 
chi  gli  desse  aiuto  o  favore;  e  avere  gli  amici  per 
amici,  e*  nimici  di  ciascuno  per  nimici,  non  traendo- 
ne imperio  né  Chiesa.  La  quale  lega  fu  ordinata  di 
tremila  cavalieri  ;  seicento  al  re  Ruberto,  e  seicento 
cavalieri  al  comune  di  Firenze,  e  ottocento  cava- 
lieri a^  signori  della  Scala,  e  seicento  cavalieri  al  si- 
gnore di  Milano,  e  dugento  cavalieri  al  signore  di 
Mantova,  e  dugento  cavalieri  a'  Marchesi  da  Ferrara, 
e  confermossi  per  ambasciadori  e  sindachi  con  so- 
lenni contratti  e  saramenti.  E  fu  in  patti  che  la  le- 
ga aterebbe  conquistare  a  messer  Azzo  di  Milano  la 
città  di  Cremona  e  M  borgo  a  San  Donnino,  e  a 
qae^  della  Scala  la  città  di  Parma,  e  al  signore  di 
Mantova  la  città  di  Reggio,  e  a*  marchesi  di  Ferrara 
la  città  di  Modona,  e  a'  Fiorentini  la  città  di  Lucca. 
E  nota,  lettore,  nuova  mutazione  di  secolo,  che  il  re 
Roberto  capo  di  parte  di  Chiesa  e  de'  guelfi,  e  si- 
mile il  comune  di  Firenze,  allegarsi  in  compagnia 
co^  maggiori  tiranni  e  ghibellini  d'Italia,  e  spezial- 
mente con  messer  Azzo  Visconti  di  Milano,  il  quale 
fa  al  servigio  di  Castracelo  a  sconfiggere  i  Fioren- 
tini ad  Altopascio,  e  poi  venire  a  oste  infino  alla 
città  di  Firenze,  come  addietro  facemmo  menzione: 
ma  a  ciò  condusse  il  re  Ruberto  e'  Fiorentini  la  du- 
bitazione del  Bavaro  e  del  re  Giovanni,  e  lo  sdegno 
preso  col  legato  per  la  compagnia  fatta  col  re  Gio- 
vanni. La  quale  lega  da  cui  fu  lodata  e  da  cui  bia- 
simata, ma  a  certo  ella  fu  allora  lo  scampo  della 
città  di  Firenze  e  la  confusione  del  re  Giovanni  e 
del  legato,  come  innanzi  leggendo  si  troverà. 

CAPITOLO  CCV. 

D*  una  grande  punga  fatta  sopra  Barga^  e  come 
%  Fiorentini  la  perderò. 

Nel  detto  anno,  essendo  i  Lucchesi  colla  gente 
del  re  Giovanni  all'  assedio  di  Barga  in  Garfagnana, 
la  quale  si  tenea  per  gli  Fiorentini,  e  aveavi  intorno 
più  battifolli  e  baslite  con  quantità  di  ottocento  ca- 
valieri e  popolo  grandissimo,  i  Fiorentini  sentendo 
eh*  a  quelli  della  terra  falliva  la  vittuaglia,  fecionvi 
cavalcare  il  loro  capitano  della  guerra  con  tutta  la 
loro  cavalleria  ;  e  partirsi  di  Pistoia  a  dì  7  di  luglio, 
e  cavalcarono  per  la  via  della  montagna  ;  e  giunti 


sopra  Barga  in  nulla  guisa  poterono  fornire  la  terra 
per  le  tagliate  e  fortezze  che  v'  aveano  fatte  intomo 
i  Lucchesi,  e  tornarsene  addietro  con  poco  onore. 
Ma  poi  i  Fiorentini  volendo  vìncere  la  punga  feciono 
compagnia  con  Spinetta  marchese,  tutto  fosse  ghi- 
bellino, ma  nimico  era  di  que'  di  Lucca,  e  feciongli 
grandi  vantaggi  di  moneta,  e  mandargli  dugento  ca- 
valieri, ed  egli  ne  menò  di  Lombardia  de*  signori 
della  Scala  e  di  3Iantova  altri  dugento,  sicchò  con 
quattrocento  cavalieri  e  popolo  assai  giunse  in  Gar- 
fagnana sopra  Barga  a  dì  1 2  di  settembre,  promet- 
tendo a'  Fiorentini  di  fornirla  per  forza.  I  Fiorentini 
d'altra  parte  si  mossono  di  Pistoia  a  dì  7  di  set- 
tembre in  quantità  di  ottocento  cavalieri  e  popolo 
assai,  e  presono  il  Cerruglio,  e  Vivinaia,  e  Monte- 
chiaro  eoo  intendimento  eh"  e'  Lucchesi  si  levassono 
da  Barga;  e  se  a  quegli  fossono  rimasi,  e  afforza- 
tigli e  forniti,  a  certo  aveano  vinta  la  guerra  di  Luc- 
ca, perocché  sono  sì  sopra  a  Lucca  che  ogni  dì  gli 
poteano  correre  infino  alle  porte.  Ma  veggendo  che 
e'  Lucchesi  non  si  partivano  dall'  assedio,  anzi  quello 
rinforzaro,  e  cavalcatovi  messer  Simone  Filippi  vicario 
del  re  Giovanni  con  tutta  la  forza  rimasa  in  Lucca, 
e  fatto  venire  cavalieri  da  Parma,  i  Fiorentini  ab- 
bandonarono il  Cerruglio  e  queir  altre  fortezze  di 
sopra  Lucca,  e  cavalcarono  in  Garfagnana  al  soc- 
corso di  Barga,  e  a  quello  pugnarono  dall'  una  parte 
e  Spinetta  dall'altra  con  ogni  forza  e  ingegno;  e 
richieggendo  di  battaglia  messer  Simone  Filippi  il 
quale  colla  sua  gente  era  sì  afforzato,  che  i  Fioren- 
tini né  Spinetta  si  poteano  loro  appressare  ;  e  veg- 
gendo che  la  terra  non  si  potea  più  tenere,  non  volle 
combattere  ;  onde  i  Fiorentini  perderono  la  punga,  e 
partirsi  e  tornarsi  in  Pistoia,  e  Spinetta  nelle  sue 
terre,  e  Barga  s"  arrendè  a"  Lucchesi  salve  le  perso- 
ne, a  dì  15  d'ottobre.  Di  questa  impresa  i  Lucchesi 
montarono  assai  nella  guerra,  e' Fiorentini  ne  cala- 
rono ;  e  grande  ripitio  n'  ebbe  in  Firenze  contro  a 
coloro  che  reggeano  la  terra  ;  V  una  che  la  'mpresa 
fu  folle  a  tenere  terra  così  di  lungi  e  come  poco 
utile,  e  spiacque  infino  al  cominciamento  a'  più  dei 
Fiorentini,  e  al  principio  si  poteva  fornire  per  ispesa 
di  trecento  fiorini  d'oro,  e  quegli  ch'allora  erano  al 
priorato  noi  seppono  fare,  e  poi  costò  al  comune  di 
Firenze  più  di  centomila  fiorini  d' oro  sanza  la  ver- 
gogna. E  nota,  che  sempre  "è  riuscito  male  al  co- 
mune di  Firenze  a  fare  l' imprese  isformate  e  da 
lungi;  e  leggendo  questa  per  addietro  si  troverà 
manifesto. 

CAPITOLO  COVI. 

Come  i  Genovesi  con  loro  armata  corsono 

la  Catalogna. 

Nel  detto  anno,  a  dì  20  d'agosto,  si  partirono  di 
Genova  cinquanta  galee  armate  e  sei  legni  di  Geno- 
vesi per  andare  sopra  i  Catalani,  per  fare  vendetta 
della  venuta  che  feciono  l'anno  dinanzi  sopra  la  Ri- 
viera di  Genova;  e  giunti  in  Catalogna  la  corsono 
tutta  e  le  loro  riviere,  e  simile  l' isola  di  Maiolica  e 
di  Minorìca,  e  feciono  grandi  guasti  e  ruberie  in  più 


369 


CROMICHE 


parti  sansa  nullo  contrasto^  e  presono  cinque  galee 
di  Catalani,  le  quali  per  paura  pcrcorsono  la  terra, 
e  gran  parte  della  gente  scamparono,  e  le  galee  ar- 
sono,  e  tornarono  a  Genova  sani  e  salvi,  a  di  15 
d*  ottobre  1332,  con  grande  onore. 

CAPITOLO  CCVU. 

Carne  e  perchè  il  comune  di  FircMe  condannò 
il  comune  di  Sangùnignano. 

Nel  detto  anno,  a  dì  10  di  settembre,  avendo 
la  podestà  di  Sangimignano  con  pib  gente  della  terra 
a  bandiere  levate  corso  sopra  i  loro  usciti  alla  villa 
di  campo  Urbiano  del  contado  di  Firenxe,  e  quella 
villa  combatterono  e  arsono,  percbò  riteneano  i  loro 
usciti,  per  la  qual  cosa  indegnato  il  comune  di  Fi- 
renxe feciono  citare  la  detta  podestà,  ovvero  capi- 
tano, con  pib  terraxsani  di  Sangimignano  che  furono 
nella  detta  cavalcata  :  non  comparirono;  onde  fu  con- 
dannato in  Firenxe  il  comune  di  Sangimignano  in 
libbre  cinquantamila,  e  la  detta  podesti,  eh*  era  di 
Siena,  e  centoquarantasette  uomini  di  Sangimignano 
a  essere  arsi.  B  volendo  il  comune  di  Firenxe  far 
fare  V  eseguixione  alle  loro  masnade,  il  comune  di 
Sangimignano  chiesono  misericordia  e  perdono,  ri- 
mettendosi alla  mercè  del  popolo  e  comune  di  Fi- 
renze liberamente;  per  la  qual  cosa  fu  loro  fatta 
grazia  e  perdono  a  di  10  d^  ottobre,  ribandendo  i 
loro  usciti,  e  rendendo  i  loro  beni,  e  ammendando 
a  que*  di  campo  Urbiano  ogni  loro  dammaggio  a 
loro  stimo  e  degli  ambasciadori  di  Firenxe,  eh*  an- 
darono a  vedere  il  guasto  ;  e  cosi  fu  fatto. 

CAPITOLO  CCVUL 

Come  U  capitano  di  Milano  ricominciò  guerra 
al  legato  di  Lombardia  e  al  re  Giovanni. 

Nel  detto  anno,  del  mese  d*  ottobre,  messer 
Axzo  di  Milano  avendo  trattato  d*  avere  la  città  di 
Crema,  che  si  tenea  per  la  Chiesa,  e  cavalcatavi  sua 
gente,  ed  entratine  parte  dentro  alla  terra  per  una 
porta  eh*  a  loro  fu  data  per  gli  traditori,  per  forza 
combattendo,  dalle  masnade  della  Chiesa  che  v**  era- 
no ne  furono  cacciati  fuori,  e  rimasono  presi  e  morti. 
E  poi  per  questa  cagione  messer  Axzo  col  signore 
di  Mantova  con  più  di  mille  cinquecento  cavalieri 
venne  sopra  la  città  di  Modena,  e  stettevi  intomo 
per  venti  di  guastandola  d*  intorno.  Per  la  qual  cosa 
in  Bologna  ebbe  gran  paura  e  sospetto,  e  il  legato 
eh*  era  in  Romagna  per  andare  nella  Marca  tornò 
con  sua  gente  a  Bologna  in  grande  fretta,  e  con 
grande  gelosia  e  paura  di  perdere  Bologna. 

CAPITOLO  CCIX. 
Di  più  fuochi  appresi  nella  città  di  Firenze, 

Nel  detto  anno,  a  di  13  di  novembre,  s*  ap- 
prese fuoco  a  San  Martino  nella  via  che  va  in  Orto 
San  Michele,  e  arsono  tre  case  e  la  torre  ovvero  pa- 


lazzo de  Giugni  con  grande  danno  de*  laMinoli,  che 
in  quelle  aveano  loro  botteghe,  e  morirvi  quattro 
tra  uomini  e  garzoni  E  la  sera  appresso  s*  apprese 
oltrarno  da  casa  i  Bardi,  e  arsono  due  case.  E  quella 
medesima  sera  s*  apprese  al  canto  di  borgo  San  Lo- 
renzo, ma  poco  arse.  E  poi  a  di  19  di  novembre  si 
apprese  al  borgo  al  Ciriegio,  e  arse  una  cau.  E  a 
di  26  di  gennaio  di  mezzodì  s*  apprese  fuoco  cen- 
tra il  campanile  vecchio  di  Santa  Reparata  dalla  via 
di  Balla,  e  arse  una  casa.  B  nota,  ohe  bene  si  mo- 
stra in  Firenze  V  influenza  del  pianeto  di  Marte,  ohe 
in  quella  ha  potenza,  che  essendo  nel  segno  del  Leo- 
ne sua  Irìplicitade,  è  segno  di  fuoco,  che  in  poco 
più  d*  uno  anno  tanti  fuochi  s*  accesono  nella  nostra 
cittade,  come  appare  qui,  e  poco  addietro  e  innansi; 
ovvero  che  s*  appresono  per  mala  prowedenxa  e 
guardia  ;  e  a  questo  si  dee  dare  più  fede.  E  non  vi 
maravigliate  perchè  in  questo  nostro  trattato  focda- 
mo  ricordo  d*  ogni  fuoco  appreso  nella  città  di  Fi- 
renze,  che  ali*  altre  novità  paiono  piccolo  fatto  ;  bui 
ninna  volta  vi  s*  apprende  fuoco,  che  tutta  la  città 
non  si  commuova,  e  tutta  gente  sia  sotto  1*  arme  e 
in  grande  guardia. 

CAPITOLO  CCX. 

Come  Voste  de'*  marchesi  da  Ferrara  fu  sconfUta 
dal  figliuolo  del  re  Giovanni  a  San  Felice. 

Nel  detto  anno,  essendo  a  oste  la  gente  dei 
marchesi  da  Ferrara  coli*  aiuto  della  lega  di  Looi'- 
bardia  in  quantità  di  miUecento  cavalieri  e  popolo 
assai  sopra  il  castello  di  San  Felioe  nel  contado  di 
Modona,  della  quale  oste  era  capitano  messer  Gio- 
vanni da  Camposampiero  di  Padova,  e  ayendo  il  detto 
castello  molto  stretto  con  battifolli,  Carlo  flgUuolo 
del  re  Giovanni  si  parti  di  Parma  con  sua  gente,  e 
venne  a  Modona  per  soccorrere  il  detto  castello,  e  il 
legato  di  Bologna  mandò  la  sua  cavalleria  intorno 
di  ottocento  cavalieri  alle  frontiere  di  Modona,  co- 
mandando loro  che  a  richiesta  del  detto  Carlo  fos- 
sono  contra  i  marchesi.  Il  detto  Carlo  avendo  no- 
velle come  r  oste  de*  marchesi  era  molto  sparta  e 
male  ordinata,  come  franco  duca,  ganza  attendere 
1*  aiuto  dalla  gente  del  legalo,  ma  tutt*ora  glieae 
crebbe  vigore  e  baldanza,  usci  di  Modona  con  otto- 
cento cavalieri  molto  buona  cavalleria  e  tutto  il  po- 
polo di  Modona;  e  giunto  ali*  oste  de*nimioi  subi- 
tamente gli  assali,  e  durò  la  battaglia  dall'ora  di 
nona  inOno  passato  vespro  molto  ritenuta.  Alla  Une 
la  gente  del  re  Giovanni  ebbono  la  vittoria,  e  di 
que*  della  lega  de'  Lombardi  vi  rimasono  tra  morti  e 
presi  più  di  cinquecento  cavalieri  e  popolo  assai  ;  e 
rìmasevi  preso  il  detto  messer  Giovanni  e  molti  oo- 
nestabili;  e  ciò  fu  a  di  25  di  novembre  del  detto 
anno  ;  onde  montò  molto  la  grandezza  del  re  Giovanni, 
e  ancora  il  legato  ne  prese  vigore  ;  e  perchè  disa- 
mava i  marchesi,  perchè  liberamente  non  gli  aveano 
voluto  dare  la  signorìa  di  Ferrara,  e  incontanente 
fece  loro  muovere  guerra,  e  ardere  la  villa  di  Con- 
sandoli;  e' marchesi  tutto  fossero  sconfitti  oorsono 
in  sul  bolognese,  e  arsono  la  villa  di  Cerreto. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


36T' 


CAPITOLO  CCXI. 

Come  messer  AtM  Visconti  tolse  la  città  di  Patia 

al  re  Giovanni, 

Nel  detto  anno,  air  uscita  di  novembre,  messer 
Alzo  Visconti  capitano  di  Milano  prese  la  città  di 
Pavia,  che  gli  fu  data  da  certa  parte  de^  cittadini,  la 
qnale  tenea  la  gente  del  re  Giovanni,  e  corsa  la  terra 
combattendo,  le  masnade  del  re  Giovanni  non  po- 
tendo resistere  per  la  grande  potenxa  di  que*  di  Mi- 
lano, si  ridnssono  nel  forte  castello  il  qaale  avea 
fatto  fiure  Messer  Maffeo  Visconti  anticamente  quando 
signoreggiava  Pavia,  e  quello  tennono  francamente 
più  di  quattro  mesi,  attendendo  soccorso  da  Pia- 
censa  e  da  Parma  dal  figlinolo  del  re  Giovanni  e 
dalla  gente  della  Cbiesa,  e  ancora  la  venuta  del  re 
Giovanni  in  Lombardia,  come  avaa  promesso.  Ma  il 
detto  castello  era  tutto  affossato  e  steccato  al  di  fuori 
per  qae^  di  Milano,  e  con  forti  battifolli  e  bastie  for- 
nite di  grande  cavallerìa  e  grandissimo  popolo.  Ma 
▼ennto  il  re  Giovanni  in  Lombardia  con  grande  po- 
lensa  di  cavallerìa,  come  innanxi  faremo  menzione, 
venne  all'entrata  di  mano  con  pib  di  millecinque- 
cento cavalierì  al  soccorso  del  detto  castello,  e  per 
forsa  d*arme  ruppe  alcuno  battifolle  e  isteccato,  ma 
per  la  fona  del  luogo  pochissima  quantità  di  vit- 
tnagUa  vi  potè  mettere  dentro.  E  lui  partito,  poco 
tempo  appresso  falli  a  quegli  del  castello  la  vivanda; 
per  la  qual  cosa  uno  conte  tedesco  che  v*  era  den- 
tro per  lo  re  Giovanni  b*  arrendo  possendosi  partire 
con  sua  gente  sano  e  salvo  ;  e  cosi  fece.  Della  detta 
pnnga  molto  esaltò  il  capitano  di  Milano,  e  "1  re 
Giovanni  n^  abbassò. 

CAPITOLO  CCXU. 

Come  il  re  Giovanni  andò  ad  Avignone  a  papa 

Giovanni, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  novembre,  il  re 
Giovanni  venne  di  Francia  ad  Avignone  in  Proenza 
per  parlamentare  con  papa  Giovanni,  e  in  sua  com- 
pagnia menò  più  baroni  e  signori  di  Valdirodano  per 
farsi  lare  salvo  condotto,  perchò  dubitava  di  venire 
nelle  terre  del  re  Ruberto;  e  bisognavagU  bene, 
che  per  contrastare  la  sua  venuta  il  maliscalco  di 
Proenia  messer  Filippo  di  Sangineto  ranno  in  Avi- 
gnone pia  di  sei  cento  cavalieri  gentili  uomini  di 
Proenza,  e  que'  di  Avignone  erano  apparecchiati  in 
arme  a  suo  comandamento,  ma  il  papa  a  prìego  de' 
detti  signorì  gli  die  licenza  del  venire  sicuro,  e  co- 
mandò al  siniscalco  che  non  gli  dovesse  offendere. 
E  venuto  il  re  Giovanni  in  Avignone  dinanzi  al  papa, 
il  papa  gli  fece  grande  assalto  di  parole  e  minac- 
ee,  rìprendendolo  delle  sue  imprese  delle  terre  di 
Lombardia  e  di  Lucca,  eh*  appaVteneano  alla  Chiesa; 
■a  lutto  fu  opera  dissimulata,  perocché  tutte  sue 
imprese  erano  con  ordine  del  re  di  Francia  e  del 
legato  di  Bologna  per  abbattere  i  tiranni  di  Lom- 
bardia, e  perchò  il  re  di  Francia  per  se,  ovvero  per 
messer  Carlotto  suo  fratello,  il  quale  era  sanza  reame, 
cercavano  segretamente  col  papa  d'  essere  V  uno  di 


loro  re  d'Italia.  Il  re  Giovanni  con  infinite  scuse  si 
rimise  alla  mercè  del  papa  e  riconcilioUo  il  papa 
con  seco  com'  era  ordinato,  e  rìstette  in  corte  più  di 
quindici  di,  ciascuno  giorno  a  consiglio  segreto  col 
papa;  ove  ordinarono  più  cose  segrete,  che  poco 
tempo  appresso  partorirono,  e  le  congiure^  ordinate 
furono  palesi,  come  innanzi  leggendo  faremo  men- 
zione. E  partitosi  il  re  Giovanni  di  corte  se  n'andò 
in  Francia  per  seguire  la  traccia.  Lasceremo  alquanto 
degli  andamenti  del  re  Giovanni  per  dire  d' altre  no- 
vità di  Toscana,  ma  tosto  torneremo  a  sua  materìa, 
eh'  assai  ne  cresce  tra  mano. 

CAPITOLO  CCXIIL 

Come  i  Sanesi  sconfissono  i  Pisani^  e  poi  i  Pisani 
cavalcarono  infino  presso  a-  Siena, 

Nel  detto  anno,  avendo  i  Pisani  tolta  la  signo- 
rìa di  Massa  in  Maremma,  come  addietro  facemmo 
menzione,  i  Sanesi  con  loro  capitano,  in  quantità  di 
trecento  cavalieri  e  popolo  assai,  cavalcarono  al  soc- 
corso d*uno  castello  eh' e' Pisani  co' Masselani  avea- 
no  assediato,  ond'  era  capitano  messer  Dino  della 
Rocca  di  Maremma  con  dugento  cavalieri  e  mille^  pe- 
doni. Trovandoli  i  Sanesi  male  ordinati,  si  gli  scon- 
fissono a  di  1 6  di  dicembre  nel  detto  anno  con  loro 
grande  danno,  e  furonne  assai  presi  e  morti,  e  fu 
preso  il  detto  capitano.  E  poi  i  Sanesi  corsone  la 
Valdera  infine  a  Folcole  con  grande  danno  de'  Pi- 
sani. Per  la  quale  sconfitta  i  Pisani  adirati  mandarono 
per  soccorso  a  Lucca  e  a  Parma,  e  soldarono  quanta 
gente  poterono  avere,  onde  in  poco  tempo  ebbono 
ottocento  buoni  cavalierì  oltramontani,  e  feciono  loro 
capitano  di  guerra  Ciapo  degli  Scolarì  uscito  di  Fi- 
renze, il  quale  del  mese  di  febbraio  vegnente  ca- 
valcò in  sul  contado  di  Siena  infino  al  piano  di  Fi- 
letta, guastando  e  ardendo  quanto  innanzi  si  trova- 
rono sanza  nullo  contrasto,  e  arsone  il  bagno  a 
Macereto,  e  poi  tornarono  in  Valledistrova  e  alla 
badia  a  Spugnole,  e  in  quelle  contrade  feciono  il 
simigliante,  e  gli  scorridori  corsone  infino  a  Campo- 
santo presso  a  due  miglia  a  Siena,  levando  grandi 
prede  e  faccende  danno  assai  ;  e  più  avrebbono  fatto, 
se  non  che  i  Fiorentini  mandarono  delle  loro  ma- 
snade dugento  cavalieri  alla  guardia  del  castello  di 
Colle,  onde  i  Pisani  dubitando  ai  ritrassono,  e  tor- 
narsi a  Pisa  con  grande  onore.  I  Sanesi  richiesono 
i  Fiorentini  d*  aiuto,  e  eh'  eglino  mandassono  a  Siena 
le  loro  masnade  per  volere  combattere  co'  Pisani 
quand'erano  sopra  loro.  1  Fiorentini  noi  vollono 
loro  dare* per  non  rompere  pace  a'  Pisani,  e  per 
dubbio  de'  Fiorentini  e  di  loro  mercatanzie  ch'erano 
in  Pisa  ;  onde  i  Sanesi  presono  grande  isdegno  cen- 
tra i  Fiorentini,  e  tutta  l'onta  e  vergogna  e  danno 
rìcevuto  da*  Pisani  si  riputarono  avere  ricevuto  da' 
Fiorentini,  perchè  non  gli  aveano  soccorsL 


'  La  Giontina  meglio:  le  convenne;  ma  forse  men  chla- 
ramente  dispone  la  sentenza:  die  poco  tempo  appreeao  par- 
torirono le  eonvegne  ordinate^  e  furono  palen^  eco. 

'  dnmUa^  dÌo«  U  ediuone  de'  Giunti. 


36S 


CRONICHE 


CAPITOLO  CCXIV. 

Come  il  figliuolo  del  re  Giovanni  venne  a  Lucea^ 
e  come  il  dello  re  Giovanni  tornò  in  Lombardia. 

Nel  detto  anno,  in  calen  di  gennaio,  Carlo  fi- 
glinolo del  re  Giovanni  venne  di  Parma  a  Lucca,  e 
da*  Lucchesi  gli  fu  fatto  grande  onore  siccome  a  re 
e  a  loro  signore,  ma  poco  vi  dimorò  in  Lucca  :  ma 
innanzi  eh*  egli  si  partisse  volle  da*  Lucchesi  quaran- 
tamila fiorini  d'oro,  ma  alla  fine  con  grande  fatica  e 
tensione  de*  cittadini  n*  ebbe  venticinque  mila  ;  sic- 
ché la  festa  eh*  e*  Lucchesi  feciono  della  sua  venuta 
tornò  loro  in  amarore  e  danno.  E  ciò  fatto  il  detto, 
Carlo  si  tornò  in  Lombardia  per  vedere  il  re  Gio- 
vanni suo  padre,  il  quale  tornava  di  Francia,  ed  era 
venuto  a  Torino  air  uscita  di  gennaio  col  conesta-^ 
bile  del  re  di  Francia,  e  col  conte  d' Armignacca,  e 
con  quello  di  Forese,  e  col  maliscalco  di  Mirapesce, 
e  più  altri  signori  e  baroni,  e  con  un  fioretto  di  ot- 
tocento cavalieri  eletti  di  Francia  e  di  Borgogna  e 
di  Yaldirodano.  E  dissesi,  oh*avea  avuto  dal  re  di 
Francia  o  in  dono  ovvero  in  presto  centomila  fiorini 
d*oro.  E  giunse  in  Parma  a  di  26  di  febbraio,  e  là 
si  trovò  col  figliuolo  con  più  di  duemila  buoni  cava- 
lieri, sanza  cinquecento  che  di  sua  gente  avea  nella 
città  di  Lucca.  E  per  soccorrere  il  castello  di  Pavia 
e  ricoverare  la  terra,  si  partì  di  Parma  a  di  10  di 
marzo  con  millecinquecento  cavalieri,  e  fece  la  pun- 
ga a  Pavia  per  lo  modo  che  dicemmo  addietro  nel 
capitolo  della  perdita  che  egli  fece  della  città  di  Pa- 
via. E  non  potendo  fornire  suo  intendimento  cavalcò 
in  sul  contado  di  Milano,  e  poi  in  su  quello  di  Ber- 
gamo, faccendo  grande  dammaggio  ;  ma  però  il  ca- 
pitano di  Milano  non  si  volle  partire  da  oste  dal 
castello  di  Pavia,  né  affrontarsi  a  battaglia  col  re 
Giovanni,  il  quale  non  potendo  avere  battaglia  si 
tornò  a  Parma  a  di  27  di  marzo. 

CAPITOLO  CCXV. 

Come  il  legato  mandò  a*  Fiorentini  che  si  pctrtissono 
dalla  lega  de^  Lombardi. 

Nel  detto  anno,  di  primo  di  febbraio,  vennono 
in  Firenze  ambasciadori  del  legalo,  pregando  il  no- 
stro comune  che  si  dovessono  partire  dalla  lega  de* 
signori  di  Lombardia,  dicendo,  ch*erano  tiranni  e  suoi 
nimici  e  di  Santa  Chiesa,  e  allegando  molte  autorità 
e  ragioni,  che  la  nostra  città  non  era  con  loro  con- 
venevole nò  bella  compagnia;  e  ch*elli  erano  stati 
co*  nostri  nimici  a  sconfiggerne.  Fu  loro  risposto,  che 
ciò  non  poteva  essere  che  la  lega  rimanesse,  peroc- 
ché elicerà  fatta  con  assentimento  di  papa  Giovanni 
e  del  re  Ruberto,  e  contro  al  Bavaro  e  contro  al 
re  Giovanni  nostri  nimici  e  di  Santa  Chiesa  ;  e  che 
il  legato  non  facea  bene  a  tenere  lega  o  conversa- 
zione col  re  Giovanni.  E  per  la  detta  richiesta  del 
legato  maggiormente  si  confermò  la  detta  lega  per 
Tavvenimento  del  re  Giovanni,  e  di  tanta  forza  di  ca- 
valleria quanta  menava  d*  oltramonti,  avendo  di  lui 
e  del  legato  grande  sospetto  ;  e  videsi  per  opera,  co- 
me per  gli  seguenti  capitoli  seguirà.   E  di  certo,  se 


la  detta  lega  non  fosse  fatta  e  mantenata,  la  nostra 
città  portava  grande  pericolo,  perocché  il  legato  col 
re  Giovanni  avea  ordinato  di  cominciarne  guerra  da 
più  parli  per  sottomettere  a  loro  la  nostra  repub- 
blica, eh*  a  certo  la  maggiore  volontà  che  *1  legato 
avesse,  era  eh*  e*  Fiorentini  gli  si  dessono  come  i 
Bolognesi,  e  ciò  eh*  egli  adoperava  col  ro  Giovanni 
era  a  questo  fine  ;  e  ciò  si  trovò  veramente  per  let- 
tere trovate,  e  per  gli  loro  esordi  e  trattati  ;  e  però 
non  fu  follia  s' e*  Fiorentini  s' allegarono  col  minore 
nimico,  per  contrastare  al  maggiore  e  più  possente. 

CAPITOLO  CCXVl. 

Come  r  oste  del  legalo  sconfissone  i  Marchesi  a 

Consandoli,  e  poi  puosono  V  oste  a  Ferrara^  e  i 

Fiorentini  vi  mandarono  soccorso. 

Nel  detto  anno,  a  di  6  di  febbraio,  la  cavalle- 
ria e  gente  del  legato  ch*era  in  Argenta  subitamente 
cavalcarono  a  Consandoli,  ov*  era  la  gente  de^  Mar-' 
chesi,  e  coloro  virilmente  assalirono  e  sconflssono, 
e  presono  la  villa  e  il  porto  e  tutto  il  loro  navib'o  ; 
e  fu  preso  Niccolò  Marchese  con  quaranta  buoni  no- 
mini caporali  con  grande  dammaggio  e  perdita  de* 
Marchesi.    Per  la  quale  sconfitta  molto  abbassò  lo 
stato  de*  Marchesi,  e  montò  la  signoria  e  potenzia 
del  legato  in  tale  modo,  che  di  presente  sanza  in- 
dugio, per  comandamento  del  legato,  la  saa  ^aval*- 
leria  in  quantità  di  millecinquecento  cavalieri  e  po- 
polo e  navilio  grandissimo,  si  puose  ad  oste  sopra 
la  città  di  Ferrara.  E  di  presente  presono  il  borgo 
di  contro  ali*  isola  di  San  Gioso,  e  poi  di  giorno  in 
giorno  crebbe  l*  oste ,  e  mando vvi  il  legato  tutti  i 
caporali  di  Romagna,  a  al  continovo  erano  nella  delta 
oste  i  due  quartieri  del  popolo  di  Bologna  e  tutta 
la  loro  cavalleria  ;  e  aveano  compresa  e  quasi  chiusa 
la  città  di  Ferrara  e  di  qua  e  di  là  da  Po,  sicché 
sanza  grande  pericolo  non  vi  potea  entrare  né  uscire 
persona.   Onde  a*  Marchesi  e  a  qne*  della  terra  di 
Ferrara  parca  male  stare,  e  molto  isbigottirono  per 
lo  subito  ed  improvviso  assedio,  che  non  sperano  for- 
niti e  non  si  credeano  avere  guerra  dal  legato,  e  per 
la  sconfitta  ricevuta  a  San  Felice  erano  molto  aflie- 
voliti.   Ed  era  per  perdersi  la  terra  certamente,  se 
non  che  mandarono  per  soccorso  a*  signori  di  Lom- 
bardia eh*  erano  tenuti  alla  lega,  e  al  comune  di  Fi- 
renze.  Per  la  qual  cosa  i  Fiorentini  vi  mandarono 
quattrocento  cavalieri  della  migliore  cavalleria  ch*elli 
avessono,  onde  feciono  capitano  messer  Francesco 
degli  Strozzi,  e  Ugo  degli  Scali,  colla  *nsegna  del 
comune  di  Firenze,  il  campo  bianco  e  M  giglio  ver- 
miglio, e  di  sopra  Tarme  del  re  Ruberto  ;  e  parti- 
rono di  Firenze  a  di  2  di  marzo,  e  convenne  che 
facessono  per  necessità,  non  potendo  andare  né  da 
Parma,  né  da  Bologna,  né  per  Romagna,  la  via  per 
mare  a  Genova  con  grande  fatica  e  ispendio,  e  poi 
da  Genova  a  Milano,  e  poi  a  Verona;  e  là  furono 
ricevuti  da  que'  signori  a  grande  onore.  E  la  parte 
de*  cavalieri  che  toccavano  della  taglia  al  re  Ruberto, 
per  non  andare  incontro  alle  *nsegne  della  Chiesa  e 
del  legato,  per  grazia  nmasono  alle  frontiere  da  noi 
a  Lucca. 


DI  GIOVANMl  VILLANI. 


860 


CAPITOLO  CCXVIL 
Come  il  re  Giatanni  venne  in  Bologna  al  legato. 

NeU'aono  1333,  a  di  3  d'aprìle,  il  re  Giovanni 
venne  in  Bologna  al  legato,  e  pasqnò  con  lai  con 
grande  festa;  della  quale  venata  in  Bologna  del  re 
Giovanni  molto  si  turbarono  i  Bolognesi,  e  male  ne 
parve  loro  ;  ma  ciò  non  poterono  riparare  contro  la 
volontà  del  legato,  anzi  convenne  loro  pagare  per 
comandamento  del  legato  al  detto  re  Giovanni  con- 
tro al  loro  volere  quindicimila  fiorini  d*oro.  E  pro- 
mise al  legato  d'andare  con  sua  cavalleria  nelfoste 
di  Ferrara,  sentendo  che  la  lega  venia  al  soccorso, 
e  mando wi  innanzi  il  conte  d' Armignacca  con  tre- 
cento de*  suoi  cavalieri  e  le  sue  insegne,  e  poi  tornò 
a  Parma  per  ordinare  sua  mossa.  I  Fiorentini  vieggen- 
do  scopertamente  la  lega  fatta  tra  '1  re  Giovanni  e 
il  legato,  mandarono  segretamente  a^  loro  cavalieri, 
che  non  si  guardasse  per  loro  reverenza  del  legato, 
che  Taveaoo  per  loro  nimico,  dappoich'  era  venuto 
il  re  Giovanni  in  Bologna,  e  presi  gaggi  da  lui,  e 
mandata  sua  gente  e  sue  insegne  neir  oste  a  Ferrara. 

.  CAPITOLO  ccxvm. 

Come  foMte  del  legato  càmera  aWatsedio  di  Ferrara 

fu  sconfitta. 

Essendo  Toste  del  legato  intorno  a  Ferrara 
molto  ingrossata,  e  più  era  per  essere  giungendovi 
il  re  Giovanni  colle  sue  forze  come  dovea,  quegli 
della  lega  di  Lombardia  dubitando  che  la  terra  non 
si  perdesse  per  lo  loro  indugio  del  soccorso,  dili- 
berarono di  soccorrerla  innanzi  che  vi  venisse  il  re 
Giovanni;  e  mandarvi  subitamente  diciassette  centi- 
naia di  cavalieri  y  seicento  de^  signori  della  Scala, 
cinquecento  cavalieri  di  que'  di  Milano,  dugento  ca- 
valieri del  signore  di  Mantova,  e  venticinque  gaz- 
firre  armate  in  Po,  e  quattrocento  cavalieri  del  co- 
rnane di  Firenze.  E  venuta  la  detta  cavalleria  in  Fer- 
rara quasi  segreta  a  que' dell*  oste,  subitamente  pre- 
Bono  consiglio  d'assalire  Toste;  ma  quella  essendo 
molto  afforzata  di  fossi  e  di  palizzi,  ciascuna  masna- 
da rifiatava  d' assalire  da  quella  parte,  e  in  ciò  ebbe 
^  loro  grande  contesa.  Alla  fine  i  capitani^ che 
v'erano  per  gli  Fiorentini  francamente  promisono  di 
^e  la  'mpresa  colT  avogaro  di  Trevigi,  e  Spinetta 
marchese,  insieme  con  uno  fioretto  di  centocinquanta 
cavalieri  delle  masnade  de'  Signori  della  Scala,  in- 
tra'quali  avea  più  di  quaranta  usciti  di  Firenze  gen- 
W  uomini,  i  quali  tutti  di  grande  e  buòno  volere 
sotto  la  bandiera  del  nostro  comune  si  ridnssono, 
0  non  lasciando,  perchè  in  quella  fosse  al  disopra  il 
rastrello  e  T  arme  del  re  Ruberto.  E  uscirono  per  la 
porta  che  va  a  Francolino,  per  assalire  T  oste  dalla 
parte  ov'era  più  forte  di  fossi  e  di  steccati.  Tutta  Tal- 
^  gente  della  terra  a  cavallo  e  a  piò  uscirono  per 
le  porta  del  Leone,  a  uno  cenno  di  campana,  e  si- 
nùle  il  navilio  per  Po  per  assalire  il  ponte  da  San 
Gioso.  L' assalto  fu  forte  e  subito,  ma  niente  appro- 
dava per  le  barre  e  tagliato  e  fosse  eh'  erano  tra  la 


terra  e  T  oste,  se  non  che  la  gente  de'  Fiorentini  con 
gli  altri  detti  di  sopra  assalirono  al  di  dietro  del- 
T  oste  e  per  la  forza  li  spianatori  feciono  uno  stretto 
valico  al  fosso  e  ruppono  alquanto  dello  steccato; 
il  quale  per  lo  subito  e  improvviso  assalto  da  tante 
parti  con  grida  e  suono  di  campane  e  di  stromenti 
e  quasi  come  isbalorditi  qoe*  dell' oste,  male  fu  di- 
feso sicchò  con  grande  affanno  quasi  uno  anzi  T  al- 
tro salirono  in  su  lo  spianato  del  campo,  i  quali 
schierati  in  sul  detto  campo  trovarono  ivi  presso  il 
conto  d' Armignacca,  con  quasi  tutta  la  cavalleria  di 
Linguadoca  e  colle  insegne  del  re  Giovanni  in  quan- 
tità di  seicento  cavalieri,  i  quali  francamente  i  no- 
stri gli  assalirono  ;  e  '1  conte  e  sua  gente  si  dife- 
sono  e  sostennono  vigorosamente  con  ritenuta  ba^ 
taglia  più  di  spazio  d'  una  ora,  non  sapendo  qual 
parte  a'  avesse  il  migliore  ;  e  in  tutta  la  detta  oste 
non  ebbe  altra  gente  che  punto  reggesse  o  combat- 
tesse. Alla  fine  per  la  nostra  buona  gente  e  buoni 
capitani,  i  quali  ciascuno  fece  il  di  maraviglia  in  ar- 
me, ebbono  la  vittoria,  e  que'  dell'  oste  della  schiera 
del  conte  furono  sconfitti  e  rotti.  E  ciò  fatto  tutta 
T  altra  oste  si  mise  in  volta  e  in  fuga  ;  ma  poco  valse 
il  fuggire  che  per  lo  fiume  del  Po,  e  per  le  gazzarre 
e  legni  armati  che  v'  erano  all'  assalto  quasi  non  no 
scamparono  se  non  pochi  che  si  misono  a  nuoto, 
che  tutti  furono  o  presi  o  morti  o  annegati  in  Po; 
e  cadde  il  ponte  di  San  Gioso  per  lo  carico  grande 
della  gente  che  fuggia,  onde  molti  n*  annegarono,  e 
rimasevi  preso  il  conte  d' Armignacca,  e  T  abate  di 
Granselva,  e  tutti  i  baroni  di  Linguadoca  e'  signori 
di  Romagna»  e  la  cavallerìa  di  Bologna,  che  non  fu- 
rono morti  alla  battaglia.  La  detta  dolorosa  sconfitta 
fu  a  di  14  d'  aprile  1333,  per  la  qual  sconfitta  mol- 
to abbassò  la  potenzia  e  signorìa  del  legato,  e  lo 
stato  del  re  Giovanni  molto  n*  afifiebolio.  I  signori  di 
Ferrara  e  le  masnade  della  lega  tutti  furono  ricchi 
di  pregioni  e  di  preda.  Ma  pochi  dì  appresso  i  Mar- 
chesi per  avere  Tamore  dd' Bolognesi  lasciarono  tutti 
i  popolani  di  Bologna,  e  poco  appresso  la  cavalle- 
rìa e'  signori  di  Romagna  per  recarglisi  ad  amici  e 
torgli  al  legato. 

CAPITOLO  CCXIX. 
Di  fuochi  e  altre  novità  state  nella  città  di  Firenne, 

Nel  detto  anno  1 333  s' apprese  fuoco  in  Fi- 
renze di  19  d'aprile  di  notte  dalla  porta  delT alloro 
da  Santa  Maria  Maggiore,  e  arsevi  una  casa.  E  poi 
a  di  17  di  luglio  s'apprese  in  Parione  e  arsene 
nn' altra.  E  in  questo  anno  si  cominciò  a  fondare 
la  grande  porta  da  San  Priano  ovvero  da  Yerzaia,  e 
fu  molto  isformata  a  comparazione  delT  altre  della 
citta  ;  e  furonne  assai  ripresi  gli  uficiali  che  la  fecio- 
no cominciare.  E  in  questo  anno,  uno  mese  innanzi 
la  festa  di  San  Giovanni,  si  feciono  in  Firenze  ddb 
brigato  d'artefici,  Tuna  nella  via  ghibellina,  tutti 
vestiti  a  giallo  e  furono  bene  trecento.  E  nel  corso 
de'  Tintori  dal  ponte  Rubaconte  fa  T  altra  brigata 
vestiti  a  bianco,  e  furono  da  cinquecento;  e  durò 


3^6 


CMsicìià 


da  ODO  mese  contipao  giaochi  e  sollazzi  per  la  cit- 
tà, andando  a  due  a  dae  per  la  terra  con  trombe  e 
più  stromenti,  e  colle  ghirlande  in  capo  danzando^ 
col  loro  re  molto  onorevolemente  coronato  e  con 
drappo  ad  oro  sopra  capo»  e  alla  loro  corte  faccendo 
al  continuo  e  cene  e  de8^larì  con  grandi  e  belle 
spese.  Ma  la  detta  allegrezza  poco  tempo  appres- 
so tornò  in  pianto  e  dolore,  spezialmente  in  quelle 
contrade,  per  cagione  del  diluvio  che  venne  in  Firen- 
ze, e  più  gravò  là  che  in  altra  parte  della  città,  come 
innanzi  faremo  menzione  -,  e  parve  segno  per  contra- 
rio della  futura  avversità,  sfccome  le  più  volte  av- 
viene delle  false  e  fallaci  feUcifà  temporali,  che  do- 
po la  soperchia  allegrezza  segua  soperchio  amarore. 
B  ciò  è  bene  da  notare  per  esempio  di  noi  e  di  chi 
appresso  di  noi  verrà. 

CAPITOLO  CCXX. 

.  *. 

Di  certi  andamefiti  del  re  Giovanni  a  Bologna 
a  richiesta  del  legato. 

Nel  detto  an«o,"ii  di  15  di  maggio,  dopo  la 
detta  scpnfitta,  da  Ferrara,  il  legato  dubitando  di  suo 
stato  mandò  per  lo  re  Giovanni»  il  quale  venne  di 
Parma  a  Bologna  a  parlamentare  cpi)  lui  con  poca 
compagnia,  e  tosto  si  parti  pon  moneta  che  ebbe  dal 
legato.  Ma  poi  a  di  8  di  giugno  ritornò  a  Bologna 
con  duemila  cavalieri  per  andare  in  Romagna,  e  bre 
soccorrer^  il  catello  di  Merca^Uo  in  Massa  Tra- 
bara eh*  era  usediata  dagli  Aretini.  Della  quale  ve- 
nuta i  Bolognesi  ebbono  grande  paura  e  jsospetto, 
che  1  re  Giovanni  non  gli  volesse  signoreggiare  e  ri- 
mettervi i  ghibellini.  Ma  dimorando,  lui  in  Bologna, 
gli  Aretini  riebbono  per  patti  il  detto  castello  per 
r  indugio  del  soccorso  del  re  Giovanni.  Dissesi  pa- 
lese, che  "1  re  Giovanni  siceome  amico,  degli  Are- 
tini, e  a  loro  preghiera  e  per  animo  di  parte  ghi- 
bellina, indugiò  il  soccorso.  Per  la  qualcosa  il, legato 
s*  indegnò  con  lui,  e. partissi  da  Bolpgna  S4DZf  suo 
congio'  a  di  15  di  giugno»  e  tornoss^  a  Paripa.  E  poi 
a  di  16  di  luglio  il  detto  re  Giovanni  venne  alla 
città  di  Lucca,  e  fecevi  fare  a*  Lucchesi  una  imposta  di 
fiorini  quindicimila  d*  oro  per  pagare  sua  gente;  e 
quella  ricolta  a  di  1 3  d*  agosto,  si  parti  di  Lueca  e- 
gli  e  '1  figlinolo,  e  andonno  a  Parma. 

CAPITOLO  CCXXL  . 

Come  furono  morti  il  conte  deW  Anqui^lara 
e  Bertoldo  degli  Orsini  da"  Colonnesi, 

*  * 

Nel  detto  aniu),  a  di  6  di  maggio,  essendo  stata 
luogamente  brigi^  tra'  Coloufiesi,  e  gli  Orsini  di  Ro- 
ma, essendo  il  conte  ^eir  Anguillara  con  Bertoldo 
degli  Orsini  suo  cognato^  vegnei^do  per  cer^)  trat- 
tato d'  accordo  per  accozzarsi  ,cop  messe^  l^tefano 
della  Colonna  e  con  gli  aUri^  l^tefanuccio  di  Scian;a 
della  Colonna  con  sua  compagnia  di  gente  d' arme 


!  #ongedO|  vott  d«  lasciare  tra  le  sferre  vecchie. 


a  cavallo  mise  uno  aguato  fuori  del  casteOo  di  Ca- 
saro, e  improvviso  assalirono  i  delti  Bertoldo  Orsini 
e  il  detto  conte,  i  quali  di  ciò  non  si  gaardafano 
ed  erano  meno  gente  di  loro.  Veggendosi  assalire 
si  difesono  vigorosamente»  ma  per  lo  soperchio  fii- 
rono  rotti,  e**  detti  Bertoldo  e  il  conte  morti,  il  qisle 
Bertoldo  era  il  più  ridottato  uomo  di  Roou  e  il  pia 
valente  ;  e  di  lui  tvL  grande  danno  e  molto  ne  furo- 
no ripresi  i  Colonnesi  ;  si  per  lo  tradimento,  e  an- 
cora perchè  quante  guerre  erano  state  tra  gli  Or- 
sini, e*  Colonnesi,  insieme,  mai  in  loro  persone  non 
8*  en(no^  nò  morti  nò  fediti,  e  questo  fa  coadacia- 
mento  di  molto  male»  e  però  n**  avemo  fatta  menzione. 

CAPITOLO  CCXXIL 

Come  i  saracmi  presono  il  forte  castello 
di  Giubeltaro  in  Ispagna, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  giugno»  i  saradoi 
di  Marrocco  e  quegli  di  Granata,  sentendo  che  "l  forte 
castello  di  Giubeltaro  in  Ispagna^  che  anticamente 
fu  loro,  era  male  fornito  di  vittuaglia  per  la  care- 
stia eh*  era  al  paese,  e  per  certo  trattato  subitamente 
con  grande  navilio  e  esercito  di  genie  a  cavallo  e 
a  piò  vi  vennono  per  mare  e  per  terra»  e  qnello  ia 
pochi  giorni  per  tradimento  del  castellano  ebbono  a 
patti  per  molti  danari  gli  diedono  \  e  tutto  fosse  mal 
fornito»  si  potea  tenere  tanto  che  foss^  soccorso. 
Come  il  re  di  Spagna  il  seppe»  incontanente  v'andò 
a  oste  con  tutto  suo  podere»  e  avrebbelo  riavuto 
assai  tosto,  perchè  ancora  non  era  ben  fornito  per 
lo  subito  soccorso  del  re  di  Spagna;  se  non  che, 
come  piacque  a  Dio»  per  fortuna  di  mare  il  navilio 
del  re  di  Spagna»  partito  di  Sivilia  col  foraggio  e  for- 
nimento deiros'.e»  soprastette  più  giorni,  onde  To- 
ste de*  cristiani  ebbono  grande  soffratta  di  vittua- 
glia, e  per  necessità  gli  convenne  partire;  •  st  i 
saracini  di  Granata  1*  avessono  sapQto,  non  ne  can- 
nava uomo»  che  non  fosse  morto  o  preso.  E  partiU 
la  detta  oste»  tre  di  appresso  vi  giuns^  il  detto  na- 
viUo  coq  fornimento»  ma  il  soccorso  fii  invano.  B 
cQsl  avviene  sovente  de*  casi  della  guerra,  come  dis- 
pone Iddio  per  le  peccata. 

CAPITOLO  ccxxm. 

Come  il  re  Adoardo  il  giovane  sconfUse 
gli  Scotti  a  Vetvicche, 

.  ,  ,Nel.dettp  anno,  a  di  18^  di  làglio^  essendo  il 
re  Adoardo  il  giovane  d*  Inghilterra  con  grande.gente 
jd'Inghilesi  e  d*  altra  gente  a  oste  sopra  la  città, po- 
vero terra  diyervicchi^  eh' è  a*  confini  ira  1*  Inghil- 
terra e  \ik  Scozia,  gli  Scotti  per  soccorrere  li\  terra 
vi  vennono  col  loro  re»  eh*  aveva  nome  Davit»  fi- 
glinolo che  fu  diel  valente  Ruber^)  di  Bms  re  ii 
Scozia,  onde  a4dietro  ò  fatta  menzione,  e  con  tatto 
loro  isforzo  degli  Scotti»  i  quali  sanza  indugio  s*af- 
frontarono  a  battaglia  con  gì"  Inghilesi.  E  per  la  buQ- 


Intendi:  per  molto  dnitaro  eh»  gU  àie^oné. 


DI  GIOVANMl  VILLANI. 


871 


na  cavalleria  che  avea  il  re  d*  Inghilterra,  e  di  Pìbd- 
dra  e  di  Brabanle  e  d^Analdo^  onde  fu  capitano 
inesser  Amerigo  di  Bielmonte,  mise  gli  Scotti  in 
isconfitta  ;  e  rimasonvi  tra  morti  e  presi  più  di  ven- 
iicinquemila  uomini',  eh*  erano  quasi  lutti  a  pie.  E 
avuta  il  re  d^  Inghilterra  la  delta  vittoria,  pochi  dì 
appresso  gli  s**  arrendo  la  terra  di  Venicche  libera- 
mente. La  detta  guerra  ricominciò  in  questo  modo, 
come  facemmo  menzione  al  tempo  del  buono  Ado- 
ardo  il  vecchio,  avolo  di  questo  giovane  Adoardo: 
grandi  guerre  e  battaglie  furono  intra  lui  e  '1  re  Ru- 
berto di  firus,  onde  poi  fu  pace  ;  e  morto  il  re  Ru- 
berto di  Brus  rimase  suo  figliuolo  il  detto  Davit  pic- 
colo fanciullo  ;  e  lui  cresciuto  in  età,  il  detto  Ado- 
ardo il  giovane  gli  diede  per  moglie  la  scrocchia,  e 
coronollo  del  reame  di  Scozia  Geiccendolo  ugnere  re, 
che  mai  più  ninno  in  Iscozia  fu  unto  e  sagrato,  ri- 
conoscendo da  lui  il  reame  con  certo  omaggio.  Il 
detto  Davit  per  sodduzione  di  Filippo  di  Valois  re 
dì  Francia  si  rubellò  dal  re  d*  Inghilterra,  e  colla 
moglie  passò  in  Francia  ;  per  la  qual  cosa  si  rinno- 
vello  Tantica  guerra  tra  gl'Inghilesi  e  gli  Scotti  ;  onde  il 
re  d'Inghilterra  cassò  il  detto  Davit  del  reame  di  Sco- 
zia, e  fecelo  suo  ribello,  ed  elesse  e  coronò  per  re 
di  Scozia  Ruberto  di  Bagliuolo  consorto  per  nazione 
di  Ruberto  di  Brus,  e  imprese  la  dotta  guerra,  onde 
^cque  la  detta  sconfitta.  E  tutto  che  '1  re  d' Inghil- 
terra avesse  la  vittoria  nella  dotta  guerra,  morirono 
il  conte  d'  Eriforte  e  due  altii  suoi  cugini  e  più  altri 
^andi  baroni  d*  Inghilterra.  Avemo  steso  la  detta 
ricominciata  guerra,  perchè  ne  surse  e  nacque  poi  la 
grande  guerra  tra  *1  re  di  Francia  e  quello  d*  Inghil- 
terra, come  innanzi  farà  ipenzione. 

CAPITOLO  CCXXIV. 

Come  il  Delfino  di  Vienna  fu  morto  dalla  gente 

del  conte  di  Satooia, 

Nel  detto  anno,  air  uscita  del  mese  di  luglio, 
essendo  il  Delfino  di  Vienna  ad  assedio  della  Forie- 
ra, castello  del  conte  di  Savoia,  con  millecinquecento 
cavalieri  .tra  di  sua  gente  e  d'  amici,  volendo  il  detto 
Delfino  fare  dare  battaglia  ai  detto  castello,  e  an- 
dando in  persona  disarmato  proweggendo  intomo 
a  qaello,  gli  venne  uno  quadrello  di  balestro  grosse 
per  tale  modo,  che  lui  recato  al  padiglione  e  afer- 
rato, passò  di  questa  vita.  E  però  è  follia  a'pren- 
cipi  di  mettersi  a  si  fatte  cerohe  disarmati,  che  met- 
lonQ  a  pericolo  loro  e  tutta  loro  oste.  Ma  por  la 
morte  del .  Delfino  i  suoi  baroni  e  cavalieri  non  ab- 

^bandonarono  V  assedio,  ma  come  franchi  e  valenti, 

lauto  vi  stettono  eh*  ebbono  il  castelletto  per  forza, 
e  quanti  dentro  vi  trovarono  tutti  gli  manganarono 

[Inori  delle  mura  ;  e  poi  corsone  il  paese  e  terre  di 
Savoia  aanza  contrasto  ninno.  Appresso  lui  fu  fatto 
Delfino  mosser  Uberto  suo  fratello,  il  quale  era  a 
Napoli  col  re  Ruberto  ano  zio,  il  quale  venuto  in 
ano  paese  per  consiglio  di  papa  Giovanni  e  del  re 

'Roberto,  per  cagione  che  H  re  di  Francia  domandava 


'  La  «disionc  d«*  Oianli  ha;  k-mtaoin^umUla. 


al  papa  di  volere  il  reame  di  Vienna  e  d' Arli,  si  si 
pacificò  col  conte  di  Savoia,  perchò  il  re  di  Francia 
non  gli  signoreggiasse. 

CAPITOLO  CCXXV. 

Come  il  re  (f  Ungheria  tenne  a  Napoli^  e  il  figliuolo 
isposò  la  figlia  del  duca  di  Calavra, 

Nel  detto  anno,  Tultimo  di  di  luglio,  Carlo  Um- 
berto re  d' Ungheria  con  Andreasso  suo  secondo  fi- 
gliuolo con  molta  baronia  arrivarono  alla  terra  di 
Bastia  di  Puglia,  e  loro  venuti  a  Manfredonia,  da 
messer  Gianni  duca  di  Durazzo  e  fratello  del  re  Ru- 
berto con  molta  baronia  furono  ricevuti  a  grande 
onore,  e  conviati  infino  a  Napoli  ;  e  là  vegnendo,  il 
re  Ruberto  gli  si  fece  incontro  infino  a'  prati  di  No- 
la, basciandosi  in  bocca  con  grandi  accoglienze,  e 
ordinossi  e  focosi  fare  per  lo  re  una  chiesa  a  onore 
di  Nostra  Donna  per  perpetua  memoria  di  loro  con- 
giunzione. -E  poi  giunti  in  Napoli,  si  cominciò  la 
festa  grande,  e  fu  molto  onorato  il  re  d*  Ungheria 
dal  re  Ruberto,  il  quale  era  suo  nipote,  figliuolo 
che  fu  di  Carlo  Martello  primogenito  del  re  Carlo 
secondo,  il  quale  per  molti  si  dicea  eh' a  lui  succo- 
dea  il  reame  di  Cicilia  e  di  Puglia;  a  per  questa 
cagione  parendone  al  re  Ruberto  avere  coscienza,  e 
ancora  perch'  era  morto  il  duca  di  Calavra  figliuolo 
del  re  Ruberto  ;  e  non  era  rimase  di  lui  altro  che 
due  figliuole  femmine,  né  il  ra  Ruberto  non  aveva 
altro  figliuolo  maschio,  innanzi  che  M  reame  tornasse 
ad  altro  lignaggio  si  volle  il  re  Ruberto  phe  dopo 
lui  succedesse  il  reame  al  figlinolo  del  detto  re  d'Un- 
gheria suo  nipote.  E  per  dispensagione  e  volontà  di 
papa  Giovanni  e  de'  suoi  cardinali  si  fece  sposare  al 
detto  Andreasso,  eh'  era  d' età  di  sette  anni,  la  fi- 
glinola maggiore  che  fu  del  duoa  di  Calavra  eh'  era 
d' età  di  cinque  anni,  e  Ini  fece  duca  di  Calavra  a 
dì  26  di  settembre  dal  daùo  anno  con  grande  fe- 
sta, alla  quale  il  comune  di  Firenze  mandò  otto  am- 
basciadori  de' maggiori  cavalieri  e  popolani  di  Fi- 
renze, con  cinquanta  familiari  vestiti  tutti  d'una  as- 
sisa per  fare  onore  a'  detti  re,  i  quali  molto  gradirò. 
E  compiuta  la  detta  festa,  poco  appresso  si  parli  il 
re  d' Ungheria  e  tornò  in  suo  paese,  e  lasciò  a  Na- 
poli il  figliuolo  colla  moglie  alla  guardia  del  re  Ru- 
berto con  ricca  compagnia. 

CAPITOLO   CCXXVI. 
Come  fu  fatta  pace  tra' Pisani  e'Sanesi. 

Nel  detto  anno,  a  di  2  di  settembre,  essendo 
stato  longo  trattato  d' accordo  da'  Pisani  a'  Sanasi 
della  guerra  avuta  insieme  per  cagione  della  città 
di  Massa,  menato  per  lo  comune  e  vescovo  di  Fi- 
renze, i  quali  in  ciò  molto  s' adopererò,  vi  ai  die 
compimento  nella  città  di  Firenze,  ov'  era  grande  am- 
basceria delPuno  comune  e  dell'altro,  in  questa 
modo  :  che  Massa  rimanesse  libera  rimettendo  dentro 
ogni  parte  che  n'era  fuori,  e  non  v'avessono  af- 
fare né  i  Pisani,  né  i  Sanasi,  ma  ehe  il  detto  ve- 


373 


CRONICHE 


scovo  di  Pirenee  vi  mettesse  la  signorit  per  tre  sodì 
a  saa  volontA,  il  quale  al  coDtinno  vi  mettea  signo- 
ria di  Firenze.  Di  questa  pace  furono  mallevadori 
per  r  uno  comune  e  per  V  altro  il  comune  di  Firenze, 
con  pena  di  diecimila  marchi  d*  argento  a  pagare  per 
la  parte  che  la  pace  rompesse  air  altra.  La  quale  pa- 

.  ce  poco  tempo  settenne  per  gli  Sanesi,  come  in- 

'  nanzi  farà  menzione. 

CAPITOLO  ccxxvn. 

Come  la  città  di  Forlì  e  quella  (T  Arimino  e  di 
Cesena  in  Romagna  si  rubeUarono  al  legato. 

Nel  detto  anno  1333,  domenica  a  di  19  di 
settembre,  Francesco  di  Sinibaldo  Ordilaffl,  il  quale 
era  cacciato  di  Forlì  per  Io  legato,  entrò  in  Porli 
nascosamente  in  uno  carro  di  fieno  ;  e  come  fa  nella 
città  mandò  per  tutti  i  suoi  amici,  caporali  della  ter- 
ra, da*  quali  molto  era  amato  per  gli  suoi  antichi;  e 
saputa  la  sua  venuta,  furono  molto  allegri,  perchè 
parea  loro  male  stare  alla  signoria  de*  Caorsini  e  di 
Linguadoca.  E  incontanente  feciono  armare  tutto  il 
popolo,  e  corsono  alla  piazza  gridando  :  viva  Fran- 
cesco^ e  muoia  il  legato^  e  chi  è  di  Linguadoca^  e 
corsono  la  terra,  e  rubarono  gli  nficiali  del  legi^, 
e  alquanti  ne  furono  morti,  e  gli  altri  che  scampa^ 
rono  si  fuggirono  a  Faenza.  E  poi  il  mercoledì  ap- 
presso, a  di  22  di  settembre,  messer  Halatesta  d*A- 
rimino  con  suoi  seguaci  entrò  in  Rimino  con  dn- 
gento  cavalieri  e  pedoni  assai  per  una  porta  che  gli 
fu  data  da  que*  della  terra,  e  corsono  la  terra,  e  ru- 
barono è  uccisono  e  presono  quanta  gente  y*  era 
dentro  del  legato,  eh*  erano  più  di  cinquecento  tra  a 
cavallo  e  a  piò,  che  non  ne  potè  fuggire  ninno.  E 
simile  in  que*  di  si  rubellò  la  città  di  Cesena  per  gli 
cittadini  medesimi,  salvo  il  castello  eh*  era  molto 
forte;  in  quello  si  ridussono  le  masnade  del  legato, 
ma  quello  assediato  d*  entro  e  di  fuori  per  que*  di 
Cesena  e  per  gli  altri  Romagnuoli,  affossandolo  e  stec- 
candolo d*  intomo,  il  quale  non  evendo  soccorso  dal 
legato,  s*  arrenderò  poi  ali*  entrante  di  gennaio  salve 
le  persone.  E  nota,  che  non  fn  senza  cagione  la  detta 
rubellazione.  Intra  l*  altre  maggiori  fu,  perchè  tutti 
i  signori  e  caporali  di  Romagna  furono  presi  alla 
aconfltta  di  Ferrara  in  servigio  della  Chiesa  e  del  le- 
gato, e  convennonsi  ricomperare,  per  loro  reden- 
Eìonc,  e  il  legato  come  ingrato  signore  non  gli  volle 
sovvenire  di  niente,  né  solamente  prestare  loro  di 
sua  moneta. 

CAPITOLO  ccxxvra. 

Come  i  figliuoli  che  fiirono  di  Castruceio  tallono 

torre  Lucca  al  re  Gtoeatnt,  e  com*  egli  si  partì 

d*  Italia^  e  lasciò  Lucca  a*  Rossi  di  Parma. 

Nel  detto  anno  avendo  il  re  Giovanni  di  Boe- 
mia intendimento  di  partirsi  d* Italia,  veggendo  che 
le  sue  imprese  non  gli  riuscivano  prospere  com*e- 
gli  s'avvisava,  essendo  in  Parma  cercò  per  piii  trat- 
tati di  vendere  la  civk  di  Lncca,  e  co*  Fiorentini  e 


co*  Pisani  e  con  altri.  Ha  alla  fine   parendogli  ver- 
gogna di  ciò  fare,  non  vi  die  compimento.  Sentea- 
do  questo  i  figliuoli  che  furono  di  Cutmccio,  dn- 
bitando  di  non  perdere  loro  stato,  i  quali  il  re  Gio- 
vanni tenea  seco  istadichi  in  Parma  per  sospetto  di 
loro,  nascosamente  si  partirono  di  Parma  e^vennooo 
in  Garfagnana;  e  con  loro  segnaci  di  Lucca  e  di 
fuori  ordinarono  di  torre  e  di  nibellare  la  città  di 
Lucca  al  re  Giovanni.  E  a  di  25  di  settembre  del 
detto  anno  la  notte  entrarono  in  Lucca  con  grande 
seguito    di  gente  a  cavallo  e   a  pie,  e  ^corsone  la 
terra,  e  furonne  signori  quello  dì  e  1*  altro  seguente, 
salvo  del  castello  dell*  Agosta,  nel  quale  si  ridusso- 
no le  masnade  del  re  Giovanni  eh*  erano  in  Lucca. 
Sentendo  il  re  Giovanni  la  partita  de'  figliuoli  di  Ca- 
struceio e  la  detta  cospirazione,  subitamente  si  partt 
di  Parma  con  parte  di  sua  gente,  e  in  meno  di  dne 
dì  fu  venuto  in  Lucca  :  ciò  fu  lunedì  sera  a  dì  27 
di  settembre  ;  e  per  lo  subito  avvenimento  di  lai, 
che  appena  si  potea  credere  per  gli  Lucchesi  se  non 
quando  il  vidono,  e  giunto  in  Lucca,  la  sua  gente 
corsono  la  terra;  e  la  notte  medesima  i  figliuoli  di 
Castmccio  con  loro  seguaci  si  partirono  di  Lucca  e 
andarne  in  -Garfagnana,'  i  quali  il  re  Giovanni  fece 
sbandire  come  traditori.  E  alquanti  giorni  appresso 
dimorò  in  Lucca;  ma  innanzi  che  si  partisse  trasse 
da*  Lucchesi  quanta  moneta  potè  avere,  e  poi  lasciò 
a' Rossi  di  Parma  la  guardia  e  la  signoria  della  città 
di  Lucca,  e  impegnolla  loro  per  trentacinquemila  fio- 
rini d*  oro,  eh*  ebbe  da  loro  contanti,  e  tornati  io 
Parma,  incontanente  si  partì  col  figliuolo  e  con  certi 
caporali  di  sna  gente  a  dì  15  d*  ottobre  del  detto 
anno,  e  andossene  in  Alamagna  lasciando  Parma  e 
Lucca  alla  signorìa  de*  Rossi,  e  Reggio  alla  signoria 
di  quegli  da  Fogliano,   e  Modena  alla  signoria  di 
que*  di  casa  i  Pii,  e  da  ciascuno  ebbe    moneta  assai 
Tale  e  così  onorevole  fu  la  partita  di  Lombardia  s 
di  Toscana  del  re  Giovanni,  che  al  comindamento 
eh*  egli  venne  in  Italia  ebbe  dalla  fallace  fortuna  tanta 
prosperità  con  poca  fatica,  avendo  ferma  speranza 
d'  essere  in  poco  tempo  al  tutto  re  e  signore  d*  Ita- 
lia coir  aiuto  della  Chiesa  e  del  suo  legato,  e  col 
favore  del  re  di  Francia,  la  quale  a   lutto  gli  tornò 
invano. 

CAPITOLO  CCXXIX. 

D*  una  grande  quistione  che  mosse  papa  Giotanm^ 
che  P  anime  beate  non  poteano  vedere  Iddio  per- 
fettamente infino  al  dk  del  giudicio. 

Nel  detto  anno  1333,  si  pubblicò  per  papa 
Giovanni  appo  Avignone,  con  tutto  che  più  di  due 
anni  dinanzi  1* avesse  conceputo  e  trovato,  l'opinio- 
ne della  visione  dell'anime  quando  sono  passate  di 
questa  vita,  cioè  eh'  egli  sermone  in  pubblico  con- 
costoro  per  più  volte  dinanzi  a'  suoi  cardinali  e  pre- 
lati di  corte,  che  ninno  santo,  eziandio  Santa  Ma* 
ria,  non  può  perfettamente  vedere  la  beata  speme, 
cioè  Iddio  in  trìnitade,  la  quale  è  la  vera  deitade» 
ma  dicea,  che  solo  possono  vedere  l'umanità  di  Cri- 
sto Ift  quale  prese  della  vergine  Morìa  ;  e  la  detta 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


à73 


Tisìone  dicea  che  durerebbe  ioftoo  al  chiamare  del- 
V  angelica  tromba,  ciò  fla  quando  il  figliuolo  d^  Iddio 
Terrà  a  giudicare  i  vivi  e*  morii,  dicendo  a* beati: 
Venite  benedicli  palris  meiy  percepite  regnum  :  e  a* 
dannali  :  Ite  nuUedicti  in  ignem  aetemum  ;  d*  allora 
innanzi  per  gli  beati  perfettamente  sarà  in  loro  la 
visione  chiara  della  vera  e  infinita  deità,  e  così  sarà 
Il  contrario  della  pene  de'  dannati,  che  siccome  per 
lo  mento  del  bene  fare  inftno  al  detto  giorno  la 
loro  beatitudine  fia  imperfetta  e  non  compiuta  :  cosi, 
dicea,  s*  intendea  del  male  avere  fatto  la  punizione,  e 
la  pena  e  ^Isupplicio  essere  imperfetti.  Onde  nota, 
che  non  mostrava  per  la  sua  opinione  che  inferno 
sia  infino  al  dire  della  parola,  he  maledicti  etc. 
Questa  sua  opinione  provava  e  argomentava  per 
molte  autorità  e  detti  di  santi;  la  quale  quistione 
dispiaceva  alla  maggior  parte  de*  cardinali;  nondi- 
meno e*  comandò  loro  e  a  tutti  i  maestri  e  prelati 
di  corte  sotto  pena  di  scomunicazione,  che  ciascuno 
Btodiasse  sopra  la  detta  quistione  della  visione  de" 
santi,  e  facessene  a  lui  relazione  secondo  che  cia- 
scano  sentisse  o  del  prò  o  del  contro,  tutt'  ora  pro- 
testando, che  inaino  allora  non  avea  determinato  ad 
alcuna  delle  parti,  ma  ciò,  che  ne  dicea  e  propo- 
nea ,  era  per  via  di  disputazione  e  d^  esercizio  di 
trovare  il  vero.  Ma  con  tutte  le  sue  protestagioni 
di  certo  si  dices  e  vedea  per  opera,  eh*  egli  senti- 
va e  credevs  alla  detta  sua  opinione  ;  perocché  qua- 
lunque maestro  o  prelato  gli  recava  alcuna  autorità 
o  detto  di  santi,  che  in  alcuna  parte  favorasse  la 
detta  sua  opinione  ',  il  vedea  volentieri,  e  gli  faceva 
grazia  d'alcuno  beneficio.  La  quale  opinione  ser- 
monandolo  a  Parigi  il  ministro  generale  de'  frati 
minori,  il  quale  era  del  paese  del  papa  e  sua  cria- 
tara,  fu  riprovata  per  tutti  i  maestri  di  divinità  di 
Parigi,  e  per  gli  frati  predicatori  e  romitani  e  car- 
meliti,  e  per  lo  re  Filippo  di  Francia  il  detto  mini- 
alro  fu  forte  ripreso  dicendogli,  eh*  egli  era  eretico, 
e  che  a*  egli  non  si  riconoscesse  del  detto  errore, 
il  farebbe  morire  come  paterino,  perocché  '1  suo  rea- 
me non  sostenea  nulla  resia  ;  ed  eziandio  se  'I  papa 
medesimo  eh'  avea  mosso  la  detta  falsa  opinione,  il 
volesse  sostenere,  il  riproverebbe  per  eretico,  dicen- 
do laicamente  come  fedele  cristiano,  che  invano  si 
pregherebbono  i  santi,  o  avrebbesi  speranza  di  sa- 


lute per  gli  loro  meriti,  se  Nostra  Donna  Santa  Bla- 
ria  e  Santo  Giovanni  e  Santo  Piero  e  Paolo,  e  gli 
altri  santi  non  potessono  vedere  la  deità  infino  al 
di  del  giudicio,  e  avere  perfetta  beatitudine  in  vita 
etema  ;  e  che  per  quella  opinione  ogni  indulgenza 
e  perdonanza  data  per  antico  per  Santa  Chiesa,  o  che 
si  desse,  era  vana  ;  la  qual  cosa  sarebbe  grande  er- 
rore e  guastamento  della  fede  cattolica.  E  convenne 
che  innanzi  si  partisse  il  detto  ministro  sermonasse 
il  contrario,  dicendo,  che  ciò  eh' avea  detto  era  in 
quistionando,  ma  la  sua  credenza  era  quella  che  Santa 
Chiesa  era  consueta  di  credere  e  predicare.  E  sopra 
ciò  il  re  di  Francia  e  lo  re  Ruberto  ne  scrìssono  a 
papa  Giovanni  riprendendolo  cortesemente,  che  con 
tutto  che  la  detta  opinione  sostenesse  in  quistionan- 
do per  trovare  il  vero,  non  si  convenia  a  papa  di 
muovere  le  quistioni  sospette  centra  la  fede  cattoli- 
ca, ma  chi  le  movesse  dicidere  e  istirpare.  Della  qual 
cosa  molto  furono  contenti  la  maggiore  parte  de^ 
cardinali,  i  quali  ripugnavano  la  detta  opinione.  E 
per  questa  cagione  il  re  di  Francia  prese  grande 
audacia  sopra  papa  Giovanni,  e  non  lo  richiedea  di 
quella  grazia  o  cosa  ch'egli  domandasse,  ch'egli  osasse 
disdire.  E  fu  grande  cagione  perché  papa  Giovanni 
condiscese  al  re  di  Francia  in  dargli  intendimen- 
to della  BÌgnoria  d'Italia  e  dello  imperio  di  Roma 
per  gli  trattati  mossi  per  lo  re  Giovanni,  come  in  al- 
cuna parte  avemo  fatta  menzione,  e  faremo  per  lo 
innanzi.  La  sopraddetta  opinione  si  quistionò  in  cor- 
te, mentre  che  papa  Giovanni  vivette,  e  poi  per  più 
d*  uno  anno  ;  alla  fine  si  dichiarò  e  fu  riprovata,  co- 
me innanzi  leggendo  ai  potrà  trovare.  Lasceremo  della 
detta  quistione,  eh*  assai  n*  avemo  detto,  e  tornerò  - 
mo  a  nostra  materia  de*  fatti  della  nostra  città  di  Fi- 
renze, per  contare  d'  una  grande  avversità  e  pericolo 
di  diluvio  d'  acqua,  che  venne  in  quegli  tempi  in 
quella,  la  quale  é  bene  da  farne  distesa  memoria,  che 
fu  delle  maggiori  novità  e  perìcolo  che  mai  ricevesse 
la  città  di  Firenze  dappoi  ch'ella  fu  rifatta.  E  però 
cominceremo  in  raccontando  quello  diluvio  l'andeci- 
mo  libro,  perocché  ne  pare  che  si  convenga,  peroc- 
ché fu  quasi  uno  rìmutamento  di  secolo  della  nostra 
città,  e  faremo  nuovo  volume  per  lo  innanzi  e  di 
questo  Referemus  gratiam  Christo.  Amen. 


LIBRO  UNDECIMO 


CAPITOLO  ì. 

pcM  comincia  il  libro  undecimo,  Nel  iuo  comincia- 

mento  faremo  memoria  d'uno  grande  diluvio  d'acqua 

che  tenne  in  Fireme  e  quasi  in  tutta  Toscana. 

Negli  anni  di  Crìsto  1333,  il  di  di  calen  di  no- 
vembre, essendo  la  città  di  Firenze  in  grande  po- 
tenzia, e  in  felice  e  buono  stato,  più  eh*  ella  foase 


'  ti  detto  tuo  oppinioMy  dice  qui  ed  in  parecchi  altri  luoghi 
il  T.  D.  €Hi  antichi  usarono  talora  oppimont  in  g.  nu 


stata  dagli  anni  1300  in  qua,  piacque  a  Dio,  come 
disse  per  la  bocca  di  Crìato  nel  ano  Evangelio,  Ki- 
gUate^  che  non  sapete  il  dì  né  l'ora  del  giudicio 
di  Dio^  il  quale  volle  mandare  sopra  la  nostra  città  ; 
onde  quel  di  della  Tussanti  cominciò  a  piovere  di- 
versamente in  Firenze  ed  intomo  al  paese  e  nell'Al- 
pi e  montagne,  e  così  seguì  al  continuo  quattro  di 
e  quattro  notti,  crescendo  la  piova  isformatamente  e 
oltre  al  modo  usato,  che  pareano  aperte  la  cateratte 
del  cielo,  e  colla  detta  pioggia  oontinnando   9pes.*>i 


8T4 


CRONlCm 


e  grandi  e  aptreiiteToli  laoni  e  baleni,  e  oaggendo 
folgori  assai  ;  onde  tnlta  gente  vivea  in  grande  panra, 
sonando  al  continao  per  la  citU  tatte  le  caropane  delle 
chiese  infino  che  non  alxò  V  acqua  ;  e  in  ciascuna  casa 
bacini  o  paiuolf,  con  grandi  strida  gridandosi  a  Dio 
misericordia  misericordia  per  le  genti  eh*  erano  in 
pericolo;  fuggendo  le  genti  di  casa  in  casa  e  di  tetto  in 
tetto,  faccendo  ponti  da  casa  a  casa,  ond*  era  s\  gran- 
de il  remore  e  "1  tumulto,  eh*  appena  si  potea  nnire 
il  suono  del  tuono.  Per  la  detta  pioggia  il  fiume 
d'Arno  crebbe  in  tanta  abbondanza  d*acqna,  che  pri- 
ma onde  si  muoTe  scendendo  delPAlpi  con  grande 
rovina  ed  empito,  sicché  sommerse  molto  del  piano 
di  Casentino,  e  poi  tutto  il  piano  d'Arcuo,  e  del 
Valdamo  di  sopra  per  modo,  che  tutto  il  coperse  e 
scorse  d*  acqua,  e  consumò  ogni  sementa  fatta,  ab- 
battendo e  divellendo  gli  alberi,  e  mettendosi  in- 
nanzi e  menandone  ogni  molino  e  gualchiere  ch'erano 
in  Arno,  e  ogni  edificio  e  casa  appresso  alFAmo 
che  fosse  non  forte  ;  onde  perirono  molte  genti.  E 
poi  scendendo  nel  nostro  piano  presso  a  Firense, 
accozzandosi  il  fiume  della  Sieve  coirAmo,  la  quale 
era  per  simile  modo  sformata  e  grandissima,  e  SYea 
allagato  tutto  il  plano  di  Mugello,  non  pertanto  che 
ogni  fossato  che  mettea  in  Amo  parca  nno  fiume, 
per  la  quale  cosa  il  gioTcdì  a  nona  a  dì  4  di  novem- 
bre r  Arno  giunse  si  grosso  ella  città  di  Firenie, 
eh*  egli  coperse  tutto  il  piano  di  San  Salvi  e  di  Bi- 
samo  fuori  di  suo  corso,  in  altezza  in  più  parti  so- 
pra i  campi  ove  braccia  sei  e  dove  otto  e  dove  pia 
di  dieci  braccia;  e  fu  sì  grande  Tempito  delPacqua, 
non  potendola  lo  spazio  ove  corre  ì*  Arno  per  la 
città  ricevere,  o  per  cagione  di  difetto  di  molte  pe- 
scaie ftitte  infira  la  città  per  le  moline,  onde  TAmo 
per  le  dette  pescaie  era  alzato  oltre  1*  antico  letto 
di  pih  di  braocia  sette  ;  e  però  sali  V  altezza  delFae- 
qua  alla  porta  della  Croce  a  gorgo  e  a  quella  del 
Renaio  per  altezza  di  braccia  aei  e  più  ;  e  ruppe  e 
teiise  in  terra  l'antiporto  della  detta  porta,  e  ciascu- 
na delle  dette  porte  per  forza  ruppe  e  mise  iuiterra. 
E  nel  primo  sonno  di  quella  notte  ruppe  il  muro 
del  comune  di  sopra  al  òorso  de*  Tintori  incontro 
alla  fronte  del  dormentorio  de*  frati  minori  per  ispa- 
zio  di  braccia  centotrenta  ;  per  la, quale  rottura  ven- 
ne TArno  più  a  pieno  nella  città,  e  addusse  tanta 
abbondanza  d*  acqua,  che  prima  ruppe  e  guastò  il 
luogo  de'  frati  minori,  e  poi  tutta  la  città  di  qua 
dall'Arno  ;  generalmente  le  rughe  coperse  molto,  e 
allagò,  ove  più  e  ove  meno;  ma  più  nel  sesto  di 
San  Fiero  Scheraggio  e  porta  San  Piero  e  porta  del 
Duomo,  per  lo  modo  che  chi  leggerà  per  lo  tempo 
avvenire,  potrà  comprendere  i  termini  fermi  e  no- 
tabili onde  faremo  menzione  appresso.  Nella  chiesa  e 
Duomo  di  San  Giovanni  salì  V  acqua  infino  al  piano 
di  sopra  dell'  altare,  più  alto  che  mezze  le  colonne 
del  profferito  dinanzi  alla  porta.  E  in  Santa  Reparata 
infino  air  arcora  lielle  volte  vecchie  di  sotto  al  co- 
ro, e  abbattè  in  terra  la  colonna  eolia  croce  del  se- 
gno di  San  Zanobi  eh*  era  nella  piazza.  E  al  pala- 
gio del  popolo  ove  stanno  i  priori  salì  il  primo 
grado  della  aoala  ove  a' entra,  incontro  alla  via  di 
Vacchereeeia,  eh*  è  quasi  il  più  alto  luogo  di  Firen- 


ze. B  al  palagio  del  comune  ove  sta  la  podeitl  ii& 
nella  corte  di  sotto  dove  si  tiene  la  ragione  braccia 
sei.  Alla  badia  di  Firenze,  infino  a  pie  deli'altire 
maggiore,  e  simile  salì  a  Santa  Croce  al  luogo  de' 
frati  minori  infino  a  pie  dell'  aitar  maggiore  ;  e  io 
Orto  San  Michele  e  in  Mercato  nuovo  salì  bracdi 
due  ;  e  in  Mercato  vecchio  braccia  due,  e  per  latti 
la  terra.  E  salio  oltrarno  nelle  rughe  lungo  rAmo 
in  grande  altezza,  e  spezialmente  da  San  Niccolò,  e 
In  borgo  Pidiglioso,  e  in  borgo   San  Frìano,  e  di 
Cai^aldoli,  con  grande  disertamento  delle  povere  e 
minute  genti  eh* abitavano  in  terreni.  In  piaua  infi- 
no  alla  via  traversa,  e  in  via  Maggio  infine  presto  i 
San  Felice.  E  il  detto  giovedì  nell*  ora  del  vespro  li 
forza  ed  empito  dqll*  acqua  del  corso  d*  Amo  ruppe 
la  pescaia  d'  Ognissanti  e  gran  parte  del  moro  del 
comune,  eh'  è  allo  'ncontro  e  dietro  al  borgo  a  Sin 
Friano,  Tn  due  parti,  per  lapazio  di  braccia  pib  di 
cinquecento.  E  la  torre  della  guardia,  eh*  era  in  ca- 
po del  detto  muro,  per  due  folgori  fu  quasi  tatti 
abbattuta.  E  rotta  la  detta  pescaia  d*  Ognissanti  in- 
contanente rovinò  e  cadde  il  ponte  alla  C«arraia,  lal- 
vo  due  archi  dal  lato  di  qua  ^  E  incontanente  ap- 
presso per  simile  modo  cadde  il  ponte  da  Santa  Tri- 
nità, salvo  una  pila  e  uno  arco  verso  la  detta  chie- 
sa, e  poi  il  ponte  vecchio  stipato  per  la  preda  del- 
PAmo  di  molto  legname,  sicché  per  istrettezza  del  cor- 
so dell* Amo,  che  v'è,  salì  e  valicò  Parcora  del  peate, 
e  per  le  case  e  botteghe  che  v'  erano  suso,  e  per  io- 
perchio  dell'acqua  l'abbattè  e  rovinò  tutto,  che  noa 
vi  rimase  che  due  pile  di  mezzo.  E  al  ponte  Roba- 
conte  1*  Amo  valicò  farcora  dal  lato,  e  roppe  le  spon- 
de in  parte,  e  intamolò^  In  più  Inogora  ;  e  ruppe  e 
mise  in  terra  il  palagio  del  castello  Altafronte,  e  gran 
parte  delle  case  del  comune   sopr'Arno  dal  detto 
castello  al  ponte  Vecchio.  E  cadde  in  Amo  la  sta- 
tua di  Marte,  eh*  era  in  sul  pilastro  •  pie  del  detto 
ponte  Vecchio  di  qua.  E  nota  di  Marte,  che  gli  anti' 
chi  diceano  e  lasciarono  in  iscritto,  ohe  quando  la 
statua  di  Marte  cadesse  o  fosse  mossa,  la  città  di 
Firenze  avebbe   gran  pericolo  o  mutazione.  B  noa 
aanza  cagione  fu  detto,  che  per  isperienza  s'  è  pro- 
vato, come  in  questa  cronica  farà  menzione.  E  ca- 
duto Marte,  e  quante   case  avea  dal  ponte  Vecchio 
a  quello  della  Carraia,  e  infino  alla  gom  lungo  l'Ar- 
no rovinato,  e  in  borgo   San  Iacopo,  eziandio  tutte 
le  vie  lung*  Amo  di  qua  e  di  là  rovinaro,  che  a  ri- 
guardare le  dette  rovine  parca  quasi  uno  caos;  e 
simile  rovinarono  molte  case  mal  fondate  per  la  città 
in  più  parti.  E  se  non  fosse  che  la  notte  vegnente 
rovinò  del  muro  del  comune  dal  prato  d'  Ognissanti 
da  braccia  quattrocencinquanta   per  la  forza  delFao- 
qua,  la  quale  rottura  sfogò  Tabbondanza  della  rac- 
colta acqua,  onde  la  città  era  piena  e  tuttora  cre- 
scea,  di  certo  la  città  era  in  grande  pericolo,  e  per 
montare  Tacque  in  tutte  parti  della  città  il  doppio 
che  non  fece;  ma  rotto  il  dettai  muro,  tutta  l'acqua 
ch'era  nella  città  ricorae  con  grande  foga  all'Ano, 
e  fa  venuta  quasi  meno  e  nella  città  fuori  del  corso 


'  La  GitmUna  r«ca  :  talvo  due  pile  del  mesMO, 

*  ptnetròy  «ntrè  :  voe%  da  lasciare  tra  le  aatioeflie. 


I 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


875 


d*  Arno  fl  renerdl  ad  ora  di  nona,  lasciando  la  città 
é  fotte  le  ne  e  case  e  botteghe  terrene  e  volte  sol- 
terra,  cbe  molte  n*  area  a  Firenze,  piene  d*  acqua  e 
di  pnziolente  mota,  che  non  si  sgombrò  io  sei  me- 
si; e  quasi  tolti  i  poui  di  Pirense  guastò,  e  si 
convennero  rifondare  per  lo  calo  del  letto  d^Amo. 
B  seguendo  il  detto  diluvio  appresso  la  città  verso 
ponente,  tutto  il  piano  di  Legnaia»  e  d'  Ognano,  e  di 
Settimo,  d'Ormannoro,  Campi,  Brozzi,  Sammoro,  Pé- 
retola,  e  Micciole  infino  a  Signa,  e  del  contado  di 
Prato  coperse  V  Amo  diversamente  in  grande  altez- 
za, guastando  i  campi  e  vigne,  menandone  masserì- 
zie, e  le  case  e  mulina  e  molte  genti  -e  quasi  tutte 
le  bestie;  e  poi  passato  Montelupo  e  Capraia,  e  per  la 
giunta  di  più  fiumi  che  di  sottd  a  Firenze  mettono 
in  Amo,  i  quali  ciascuno  venne  rabbiosamente  ro- 
vinando tutti  i  loro  ponti.  Per  simile  modo  e  mag- 
giormente coperse  PArno  e  guastò  il  Valdarno  di 
aolto,  e  Pontormo  e  Empoli  e  Santa  Croce  e  Csstel- 
firanco,  e  gran  parte  delle  mura  di  quelle  terre  ro- 
vinerò, e  lotto  il  piano  di  Samminialo  e  di  Pucecchio 
e  Montetopoli  e  di  Marti  al  Pontadera.  E  giungendo 
a  Pisa  sarebbe  tutta  sommersa,  se  non  che  TArno 
sboccò  dal  fosso  Arnonico  e  dal  borgo  alle  Capan- 
ne nello  stagno;  il  qual  stagno  poi  fece  un  grande 
e  profondo  canale  infioo  in  mare,  che  pìrima  non 
V*  era;  e  d'altro  lato  di  Pisa  isgorgò  negli  Osoli  e 
mise  nel  fiume  del  Serchio;  ma  coi  lutto  ciò  molto 
allagò  di  Pfsa,  e  fecevi  gran  danno,  e  guastò  lutto 
il  piano  di  Valdiserchio  e  intomo  a  Pisa,  ma  poi  vi 
iasctò  tanto  terreno^  che  alzò  in  più  parti  due  brac- 
cia con  grande  utile  del  paese.  Questo  diluvio  fece 
alla  città  e  contado  di  Firenze  infioito  danno.  Di  per- 
sone intorno  di  trecento,  tra  maschi  e  femmine,  pic- 
cioli e  grandi,  eh'  ni  principio,  si  credea  più  di  tre- 
mila, e  di  bestiame  grande  quantità,  di  rovina  di 
ponti  e  di  case  e  molina  e  gualchiere  in  grande 
non^ero,  che  nel  contado  non  rìmase  ponte  sopra 
nullo  fiume  o  fossato  che  non  'rovinasse  ;  di  perdita 
di  mercatanzie,  panni  lani  di  lanaiuòli  per  lo  con- 
tado, e  d'arnesi,  e  di  masserìzie,  e  del  vino,  che 
ne  menò  le  botti  piene,  assai  ne  guastò  ;  e  simile  di 
grano  e  biade  ch^  erano  per  le  ca|e,  sanza  Iti  per- 
dita di  quello  eh'  era  seminato,  e  il  guastrmento 
e  rovina  delle  terre  e  de"*  cnmpi  ;  che  se  li  piani 
r  acqua  coperse  e  guastò,  i  monti  e  le  piaggia  mp- 
pe  e  dilaniò,  e  menò  via  tutta  la  buona  terra.  Sic- 
ché a  stimare  a  valuta  di  moneta  il  danno  de'  Fio- 
rentini, io  che  vidi  queste  eose  per  nullo  nome- 
rò le  potrei  nò  saprei  adequare,  né  porreivi  som- 
ma di  stima  ;  ma  solo  il  comune  di  Firenze  si  peg- 
giorò di  rovina  di  ponti  è  mura  di  comune  e  tie, 
che  più  di  centocinquanta  migliaia  di  flòrìni  d"  oro 
costarono  a  rìfare.  E  qtaeslo  perìcolo  non  fu  sola- 
mente in  Firenze  e  nel  distretto,  con  tutto  che  l'Ar- 
no per  la  sua  disordinata  abbondanza  d'acqua  in 
qoella  peggio  facesse,  ma  dovunque  ha  fiumi  o  fes- 
sali in  Toscana  e  in  Romagna,  crebbono  per  modo, 
che  lutti  i  loro  ponti  ne  menerò  e  uscirò  di  loro 
termini,  e  nussimamente  il  fiume  del  Tevero,  e  co- 
persono  le  loro  pianure  d'intorno  con  grandissimo 
dammaggio  del  contado  del  borgo  a  San  Sepolcro, 


e  di  Castello,  di  Peragia,  di  Todi,  d' Orbivieto,  e  di 
Roma;  e  ^  contado  di  Sfena  e  d'Arezfco  v  la  Marem- 
ma gravò  molto.  E  nota,  che  ne'  dì  che  fu  il  detto 
diluvio  e  più  di  appresso  in  Firenze  ebbe  grande 
difetto  di  farìna  e  di  pane  per  lo  guasto  delle  moli- 
na e  de'  fomi;  ma  i  Pistoiesi,  Pratesi,  Colle,  e  Pog- 
gibonizzi,  e  l'altre  terre  del  contado  e  d'intorno, 
soccorsone  con  grande  abbondanza  di  pane  e  di  fa- 
rìna la  città  di  Firenze,  che  venne  a  grande  biso- 
gno. Fecesi  questione  per  gli  savi  Fiorentini  antichi, 
che  allora  viveano  in  buona  memoria,  qual  era  stato 
maggior  diluvio,  o  questo,  o  quello  che  fu  gli  anni 
Domini  1 269.  I  più  dissono,  che  V  antico  non  fu 
quasi  molto  meno  acqua,  ma  per  1*  alzamento  fatto 
del  letto  d'Amo,  per  la  mala  provvedenza  del  co- 
mune di  lasciare  alzare  le  pescaie  a  coloro  ch'avea- 
no  le  molina  in  Amo,  ch'era  montato  più  di  sette 
braccia  dall'  antico  oorao,  la  città  fu  più  allagala  e 
con  [maggior  dammaggio  che  per  l' antico  diluvio  ; 
ma  a  cui  Iddio  vuole  male  gli  toglie  il  senno.  Per  lo 
quale  difetto  avvenuto  delle  pescaie,  incontanente  fu 
fatto  dicroto  por  lo  comune  dì  Firenze,  che  infra' 
ponti  nulla  pescaia  né  molino  fosse,  nò  di  sopra  a 
Rnbaconte  per  ispazio  di  duemila  braccia ,  nò  di 
sotto  a  quello  della  Carraia  per  ispazio  di  quattro- 
mila braccia,  sotto  gravi  pene;  e  dato  ordine,  e 
chiamati  uficiali  a  fare  rìfare  i  ponti  e  le  mura  ca- 
dute. Ha  tornando  al  proposito  alla  quistione  di  so- 
pra, crediamo  che  questo  diluvio  fosse  troppo  mag- 
^om  che  V  antico,  che  solamente  non  fu  tanto  il 
cresci  mento  per  piova,  come  fu  per  terremuoto.  Di 
certo  che  1'  acqua  chiara  surgea  d'abisso  con  gran- 
di zampilli  sopra  più  terreni  ;  e  questo  vedemmo  in 
più  parti,  e  eziandio  in  sulle  montagne;  e  però  più 
a  pieno  avemo  messo  in  nota  in  questa  cronica  di 
questo  disordinato  diluvio  a  perpetna  memorìa,  pe^- 
ch'  é  stata  grande  novità  da  notare,  che  dappoiché 
la  città  di  Firenze  fu  distmtta  per  Totile  flagellum 
Deiy  non  ebbe  sì  grande  avversità  e  dammaggio  co- 
me fu  questo. 

CAPITOLO  II. 

D' una  grande  questione  fatta  in  Firenze^  se  '/  detto 
dilwno  venne  per  giudicio  di  Dio  o  per  corso 

naturale» 

In  Firenze  ebbe  del  detto  diluvio  grande  am- 
mirazione e  tremore  per  tutte  genti,  dubitando  non 
fosse  giudicio  di  Dio  per  le  nostre  peccala,  che  poi- 
ché basso  il  diluvio  più  dì  appresso  non  flnava  di 
piovere  con  conliriui<  tuoni  e  baleni  molta  spaven- 
tevoli ;  per  la  qnial  cosa  le  più  delle  genti  di  Firenze 
rìcòrtono  alla  ^nitenkia  e  comuntcasione,  e  fu  bene 
fatto  per  appaciartf  V  ira  di  Dio.  E  di  ciò  fa  fatta 
quistione  a'  sàvi  religiosi  e  maestri  in  teologia,  e 
simile  a'  filosofi  in  natura  e  ad  astrolaghi,  se  'I  detto 
dihivìo  foése  venuto  per  corso  di  natura  o  per  giu- 
dido  di  Dio.  Per  gli  astrolaghi  naturali  fa  risposto, 
ponendo  inoaozi  la  volontà  di  Dio,  che  gran  parte 
della  cagione  fu  per  lo  corso  celeste  e  forti  congiun- 
zioni Ai  pfanete,  assegri^ndone  più  rsgionf,  le  quali 


07(5 


cnoNicne 


in  parte  racconteremo  in  brfeve  e  al  g^rosso,  per  me- 
glio fare  intendere,  in  questo  modo,  cioè:  ohe  ■  di 
14  del  maggio  passato  fn  eclissi,  o  vnogli  oscura- 
zione di  grande  parte  del  sole  nel  segno  della  fine 
del  Tauro  casa  di   Venus  con  caput  DraconiSy  per 
la  quale  scurazione  infine  allora  per  savi  religiosi  e 
per  mostramento  d*  astrolaghi  fu  sermonato  in  per- 
gamo in  Firenze,  il  quale  noi  udimmo,  che  ciò  si- 
gnificava grande  secco  nella  presente  state  vegnente, 
e  poi  nell*  opposizione  di  quello  eclissi  grande  so- 
perchio d*  acque,  e  tremuoti  e  grandi  perìcoli  e  mor- 
talitade  di  genti  e  di  bestie  ;  ammonendo  le  genti  a 
penitenzia.  E  poi  appresso  air  entrante  di  luglio  fa 
congiunzione  a  grado  di  Saturno  con  Marte  alla  fine 
del  segno  della  Vergine,  casa  di  Mercurìo  ;  il  quale 
significa  soperchio  d*  acque  e  sommersione  per  gli 
due  detti  pianeti  infortuni  '.  Ma  quello  che  dissono 
che  gravò  più,  seguendo  Tuna  congiunzione  P  altra, 
si  fa,  che  il  di  del  diluvio  il  sole  si  trovò  nell*  oppo- 
sizione del  suo  eclissi  a  gradi  diciannove  dello  Scor- 
pione in  congiunzione  con  cauda  Draconis  e  colla 
stella  che  si  chiama  cuore  dello  Scorpione,  che  sem- 
pre SODO  infortune  e  fanno  grandi  perìcoli  in  mare 
e  in  terra  ;  e  Venus  pianeta  acquosa,  si  trovò  nella 
fine  del  detto  Scorpione,  e  per  aggiunta  il  sole  in 
tal  congiunzione  si  trovò  assediato  intra  le  due  in- 
fortunate, cioè.  Saturno  e  Marte,  congiunte  insieme 
per  sestile  aspetto  ;  Saturno  nella  Libra  in  sua  esal- 
tazione congiunta  con  lui  la  Luna,  la  qual*  è  porta- 
trice del  tempo  futuro;  e  a  lui  venne  con  segni  e 
ascendenti  acquatici  stata  nella  sua  congiunzione  di- 
nanzi, cioè  nella  Libra  medesima  con  Saturno  e  con 
Venus  e  Mercurio  pianeti  acquatici;  e  T ascendente 
della  sua  congiunzione  fu  Tauro  sua  esaltazione  e 
xasa  di  Venus  ov*  era  stato  V  ecliasi  del  sole,  e  nella 
sua  opposizione  di  quello  lunare  dinanzi  al  diluvio 
fu  il  suo  ascendente  il  Cancro  sua  casa,  che  signi- 
fica abbondanza  d' acqua  ;  e  i  detti  pianeti  acquatici, 
Venus  e  Mercurìo,  erano  in  Isoorpione,  segno  acqua- 
tico e  casa  di  Marte,  con  cauda  Draconis.  E  nel 
cominciamento  e  grande  parte  di  quello  lunare  di- 
nanzi al  diluvio  furono  grandi  piogge  in  Firenze  e 
in  molte  parti,  e  questo  fu  segno  del  futuro  diluvio. 
E  dair  altra  parte  la  pianeta  di  Marte  alia  venuta 
del  diluvio  si  trovò  nel  segno  del  Sagittario  in  sua 
proprietà  caldo  e  secco,  e  che  volentieri  saetta,  in- 
vilappato  nel  detto  segno  con  Mercurio  pianeta  con- 
vertivole^  e  reo  co'  rei,  freddo  e  umido  e  acquatico, 
e  contra  la  complessione  di  Marte  e  del  detto  se- 
gno ;  il  quale  Marte  combattendosi  co^  raggi  di  Sa- 
lumi, mandarono  in  terra  le  loro  influenze,  cioè, 
soperchi  di  tuoni  e  di  piove,  e  baleni  con  folgori, 
e  sommersioni  e  tremuoti.  E  per  aggiunta  al  fitto, 
la  pianeta  di  Giove,  la  quaP  è  fortunata,  dolce  e  buona, 
in  quell'ora  si  trovò  nel  segno  dell*  Acquario  casa  di 
Saturno  e  con  Satomo  congiunta  in  trino  aspetto, 
e  con  Marte  in  sestile  aspetto,  sicché  la  sua  virtù 
fu  vinta  dagli  delti  due  infortuni,  e  con  neente  di 


'  infortanati,  che  reclino  iofortunio,  mAlaugarati. 
'  che  converte,   mata   ioflosBi    secondo  gli  altri  pianeti 
con  cui  bI  viene  costellando. 


podere  ;  ma  convenne  eh'  aggiugnesse  ella  infortoas 
de'  rei  per  lo  segno  d'Acquario  ov>re.  E  nota,  let- 
tore, e  raccogli,  se   neente  intenderai  della  detta 
scienza,  tu  troverai  al  punto  e  giorno  che  venne  il 
diluvio  congiunte  quasi  tutte  e  sette  le  pianete  del 
cielo  insieme  corporalmente,  o  per  diversi  aspetti  e 
in  case  e  termini  di  segni,  da  commuovere  V  aria  e' 
cieli  e  gli  elementi  a  darne  le  sopraddette  infiuenie* 
Domandati  ancora  i  detti  astrolaghi,  perchè  il  detto 
diluvio  avvenne  più  a  Firenze  che  a  Pisa,  eh'  era  ia 
sull'  Arno  medesimo,  e  laggiù  dovea  essere  e  In  più 
grosso,  0  ad  altre  terre  di  Toscana,  fu  risposto,  ohe 
prima  ci  fu  la   cagione  della  mala  prowedenza  de' 
Fiorantini,  come  detto  è,  per  l' altezze  delle  pescaie; 
r  altra  secondo  istorlomia,  Suturno,  il  quale  dà  in- 
fortuna, e  sommersione,  e  mine,  e  diluvio  nella  sua 
opposizione,  era  nel  segno  della  Libra,  in  ana  esal- 
tazione ;  la  quale  Libra  s' attribuisce  dia  città  di  Piss, 
e  all'  opposito  del  segno  dell'  Ariete,  il  quale  Ariete 
pare  s'attribuisca  alla  città  di  Firenze,  e  T ascendente 
dell'  entrare  del  sole  nell'  Ariete   nello  detto  anno 
fu  signore  ;  la  Libra  e  1'  Ariete  si  trovò  nella  .  .  . 
di  ponente  col  sole  in  cadimento;  il  quale  (di  eoi 
l'Ariete  è  esaltazione)  si  trovò  congiunto  e  asse- 
diato al  tempo  del  diluvio  in  mala  parte  e  infortuni, 
come  detto  è.  E  Marte,  il  quale  è  signore  del  segno 
dell'  Ariete,  si  trovò  congiunto  con  Saturno  e  vinto 
da  lui  per  lo  modo  che  di  sopra  è  fatta  menzione. 
E  queste  contrarietà  e  oonginnzioni  paiono  cagioat 
del  soperchio  diluvio  e  dammaggio  alla  città  di  Fi- 
renze più  che  a  Pisa.  E  basti  quello  che  in  questo 
avemo  raccolto  di  più  lunghe  disposizioni  degli  utro- 
laghi  sopra  questa  questione.  Sopra  la  detta  que- 
stione i  savi  religiosi  e  maestri  di  teologia  rispno- 
sono  santamente  e  ragionevolmente,  dicendo,  che  le 
ragioni  dette  dagli  astrolaghi  poteano  in  parte  es- 
sere vere,  ma  non  di  necessità,  se  non  in  qijanto 
piacesse  a  Dio  ;  peroochè  Iddio  è  sopra  ogni  corso 
celeste,  e  egli  il  fa  muovere  e  regge  e  goveraa;  e 
il  corao  di  natura  è  appo  Dio,  quasi  conie  al  fabbro 
è  il  martello,  che  con  esso  può  foggiare  diverse  spe- 
zie di  cose,  come  aveva  immaginato  nella  sua  mente. 
Per  simile  modo  e  maggiormente  il  corao  di  nators 
e  degli  elementi,  e  eziandio  le  demonia,  per  lo  co- 
mandamento di  Dio  sono  flagella  e  martella  a'  popoli 
per  punire  le  peccata  ;  e  alla  nostra   fragile  natort 
non  è  possibile  d'antivedere  T abisso  e  eterao  con- 
siglio del  predestino  e  prescienza  dell*  Altissimo,  b* 
eziandio  male  si  conoscono  per  noi  l' opere  sue  fatte 
e  a  noi  visibUi.  E  acciocché  di  questa  questione  utile 
si  tragga  per  gH  lettori,  diciamo  che  Iddio  ba  si- 
gnoria di  mandare  e  permettere  i  suoi  giudicii  si 
mondo,  e  secondo  corao  di  natura,  e  quando  a  Im 
piace  sopra  natura,  e  ancora  contra  natura,  siccome 
onnipotente  signore  dell'universo;  e  fallo  a  due  fiUf 
0  per  graziosa  misericordia,   o  per  seguizione  di 
giustizia.  Ed  acciocché  per  chi  leggerà  sia  più  chi^ 
e  aperto  ad  intendere,  di  molte  e  lunghe  ragioni  e 
sottili  allegagioni  de'  detti  savi,  ritrarremo  al  gfOMO, 
e  ricoglieremo  dicendo  alquanti  veri  e  chiarì  esempli 
e  miracoli  delle  Sacra  Scrittura  sopra  la  detta  o<- 
teria  ;  e  cominceremo  dal  principio  del  Genesi,  ove 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


I7T 


dice:  In  prineipio  creò  Iddio  il  cigh  e  la  terra; 
étdisiiy  et  facta  ntnt  eie.  Questo  fu  gracit  e  sopra 
natura  a  fare  per  la  sua  infinita  potenzia  il  corso  del 
delp  e  di  natura  per  una  sola  parola,  che  prima  era 
niente;  e  chi  ha  podere  di  faro  la  cosa,  pur  mate- 
rialmente parlando,  la  può  mutare  e  disfare;  mag- 
giormente Iddio  fnò  tutto  fare,  e  alterare,  mutare, 
e  disfare.  Appresso  fn  quello  medesimo  Genesi,  ca- 
pitolo ottavo,  disse  Iddio  a  Noè:  fa^  Parca,  ch'aio 
voglio  mandare  il  dilutio  deWacque  sopra  terra, 
perchè  muoiano  tutte  creature  per  le  peccata  delle 
genti  ecc.  E  questo  fu  per  la  sua  giustizia.  Appresso 
si  legge  nel  yentesimo  terzo  capitolo  del  detto  Ge- 
nesi degli  angeli  che  vennero  ad  Abraam  e  a  Lot, 
i  qnali  per  lo  peccato  contra  natura  distrnssono  le 
cinque  città  di  Sodoma  e  Gomorra  e  V  altre,  e  que- 
sto fu  eseguizione  di  giustizia,  e  sopra  corso  di  na- 
tara.  E  se  pur  dieci  uomini  giusti  e  sansa  il  detto 
peccato  si    fossono  trovati,  disse  Iddio  ad  Abraam, 
eh*  avrebbe  perdonato  agli  altrì  \  tanta  è  la  sua  cle- 
Bienza  e  misericordia  infinita.   E  nel  ventesimo  ca- 
pitolo del  Genesi  Iddio  annunziò  ad  Abraam,  eh'  a- 
Tea  cento  anni,  e  a  Sara  sua  moglie,  eh*  avea  anni 
QOTanta  ed  era  stenle,  eh"  ella  conceperebbe  Isaao 
padre  d*  larael,  e  cosi  fu  ;  e  ancora  questo  fu  sopra 
natura,  e  per  grazia  di  Dio,  acciocché  di  quello  na- 
scesse il  suo  popolo  e  il  suo  unigenito  figliuolo  Gesù 
Cristo.  B  che  leggiamo  ancora  nel  libro  dell*  Esodo 
cominciando  al  decimo  capitolo,  delle  pestilen^ie  che 
Iddio  mandò  sopra  Faraone   e  il  suo  popolo  d'E- 
gitto per  gli  prieghi  di  Moisè  e  d'Aronne,  e  per  la 
cradeltà  che  faceano  al  popolo  di  Dio?  e  alla  fine 
per  grazia  al  popolo  d*  Israel  aperse  il  mare,   ove 
passarono  salvi,  e  Faraone  colla  cavalleria  e  popo- 
lo suo  in  quello  mare  lo  sommerse.  E  la  detta  gra- 
tin del  popolo  d'Israel,  e  le  dette  pestilenzie  sopra 
Faraone,  furo  per  operazioni  e  giudicio  divino  e  so- 
pra natura,  e  non  per  corso  di  stelle.  Ancora  al  det- 
to suo  popolo  per  grazia  e  sopra  natura,  e  contra 
natura.  Iddio  gli  nutricò  quaranta  anni  nel  deserto 
di  manna,  e  colla  guida  della  colonna  della  nuvola 
e  del  fuoco.  E  parte  di  quello  popolo  per  lo  peccato 
della  infedelità  gli  consumò  per  ferro;  e  parte  per  lo 
peccato  della  golosità  gli  perseguitò  colle  trafitte  de* 
serpenti  ;  e  parte  di  loro  per  superbia  e  ribellazione 
gì* inghiotti  la  terra;  ciò  fu  Abiron  e  Datan  e  loro 
segnaci;   e  parte  di  loro  per  lo  peccato  di  usare 
il  fare  io  sacrificio  indegnamente,  per  fuoco  gli  punì 
e  distrusse;  e  tutte  queste  pestilenzie  furo  sopra 
natora  e  per  giudicio  di  Dio  per  le  peccata  del  po- 
polo. La  grande  città  di  Ninive  era  giudicata  da  Dio 
a  pericolare  per  gli  loro  peccati,  e  per  gli  sermoni 
di  Giona  profeta  mandato    da  Dio  si  corressono  e 
tornare  a  penitenzia,  e  ebbene  grazia  e  misericordia 
da  Dio,  onde  si  rasnifesta  chiaramente,    che  Iddio 
rimuove  per  gli  prieghi,  e  penitenzia  i  suoi  giudicii 
e  però  maggiormente  può  e  dee  seguire  il  corso  di 
natura  il  volere  di  Dio,  e  adoperare  sopra  natura 
come  a  lui  piace,  perocché  la  fece,  com*  é  detto  di- 
nanzi. Che  diremo  della  grazia  e  miracolo  che  Iddio 
fece  sopra  natura  e  centra  *1  corso   di  natura  per 
gli  prieghi  di  Giosuè  suo  servo,  e  capitano  e  re  del 


suo  popolo,   di    fiire  tornare   il   sole  braccia  dieci 
addietro  del  suo  corso  ?  e*  libri  de'  Re  intra  gli  altri 
miracoli,  per  lo  peccato  della  vanagloria  che  com- 
mise David  a  fare  numerare  il  suo  popolo,  molto  del 
popolo  di  Dio  per  pestilenzie  morire   contra  corso 
di  loro  natura.  E  quante  diverse  persecuzioni  di  bat- 
taglie si  leggono  in  quelli  libri  de*  Re,  e  negli  altri 
libri,  che  Iddio  permise  quando  in  prò  e  quando  in- 
contro al  suo  popolo  per  gli  loro  peccati  o  meriti? 
Che  Nabucodònosor  distrusse  la  prima  volta  la  città 
di  Gerusalem,  e  tulli  i  Giudei  menò  in  servaggio, 
quelli  che  scampare  di   morte  ;  e  poi  Nabucodòno- 
sor per  gli  suoi  peccati  d*  uomo  fu  bestia  per  sette 
anni,  e  poi  per  simile  modo  distrusse  la  seconda 
volta  Gerusalem  Antioco  re  ;  e  tutto  fu  per  gli  pec- 
cati dei  figliuoli  d*  Israel  e  per  le  loro  abominazioni. 
E  quando  si  riconobbono  a  Dio,  con  piccolo  pode- 
re e  cominciamento.  Giuda  Maccabeo  il  padre  e*  fra- 
telli feciono  la  vendetta,  e  distrussono  il  regno  d'An- 
tioco, e  tutti  i  detti  giudicii  di  Dio  furono  per  gli 
peccati,   e   sopra  a  ogni    corso  dì  natura.  E  parò 
disse  Iddio  al  suo  popolo  :  io  sono  lo  Iddio  Sabaoth 
cioè  a  dire  in  latino,  lo    Iddio  dell'oste    e   delle 
battaglie;  e  do  tinto  e  perduto  a  cui  mi  piace,  ac- 
cendo i  meriti  e  peccati,  e  la  rittoria  delle  batta- 
glie è  nella  mia  destra.  E  tutto  questo  è  per  la 
divina  potenzia  e  sopra  '1  corso  d'  ogni  natura.  As- 
sai è  detto  sopra  i  miracoli  che  sono  'sopra  natura 
e  contro  natura  che  Iddio  fece  nel  vecchio  Testa- 
mento. Del  nuovo   alquanto   diremo.  Può  essere,  o 
fu  mai,  0  sarà  maggiore  grazia,  che  la  divina  po- 
tenzia degnò  d' incarnare  nella  graziosa  vergine  Ma- 
ria, ed  essere  Iddio  e  uomo  nato  di  vergine,  e  sof- 
ferìre  passione  e  morte  ?  e  nella  passione  scurò  tutto 
il  sole  nel  mezzodì,  ed  era  la  luna  in  suo  opposito, 
che  secondo  corso  di  natura  non  petea  scurare  ;  ma 
fu  sopra  natura,  perché  il   fattore  della  natura  sof- 
feria  pena.  E  cosi  grande  e  sì  fatto  misterio  fu  so- 
pra ogni  potenzia  naturale,   e  ciò    piacque  ali* Al- 
tissimo per  osservare  giustizia  per   lo  peccato  del 
primo  uomo,  e  per  fare  grazia  e  misericordia  per 
ricomperare   l'umana  generazione;  e   nullo  verbo  é 
impossibile  a  Dio.  I  miracoli  che  fece  Gesù  Cristo 
vangelizzando  in  terra,  e  poi  i  suo*  apostoli  e  gli  al- 
tri Santi  e  martiri  e  vergini  per  lo  suo  nome,  sono 
ancora  tutto  di  ;  i  quali    sono  sopra    ogfni  natura  e 
corso  celeste  ;  sopra  le  quali  dette  vere  ragioni  e  ar- 
gomenti principalmente  la  soluzione  della  nostra  que- 
stione è  molto  chiara.  Che  diremo  della  rovina  della 
città  di  Gerusalem  la  terza  volta,  e  per  la  persecu- 
zione e  sciarramento  de'  Giudei  fatto  per  Tito  e  per 
Vespasiano  imperadorì  di  Roma,  per  la  vendetta  del 
peccato  commesso  della  giusta  e  non  giusta  morte 
di  Cristo   figUuolo  di  Die?   Certo  questo  fu  chiaro 
ed  evidente  giudicio  di  Dio,  e  non  per  corso  di  na- 
tura, che  mai  poi  non  ebbero  i  Giudei  stato  né  ri- 
cetto di  loro  signoris,  e  sono  passati  più  di  mille- 
trecento anni  che  è  durato  dì  loro  esìlio.  Dell*  altre 
molte  persecuzioni,  rovine,  pestilenzie,  diluvi,  e  bat- 
taglie, e   naufragi,   av>'enute  al  tempo  de*  Romani  e 
de*  pagani  per  giudicio  di  Dio  e  punimento  de*  pec- 
cati oltre  al  corso  di  natura,  prima  e  poi  che  venne 


5T8 


CRONICHE 


Cristo,  a  raccontarle  sarebbero  iaflnite  e  confiisione 
del  nostro  trattato;  e  sinule  poi  al  tempo  de^ cri- 
stiani per  la  venata  de'  Goti,  e  Vandali,  e  Saracini,  e 
de*  Longobardi,  degli  Ungari,  de' Teutonici,  Spagnuoli, 
e  Catalani,  e  Franceschi,  e  Guaschi,  che  sono  ve- 
nuti in  Italia,  e  tutto  d)  vengono  ;  delle  quali  pesti- 
lenxie  assai  chiaramente  da'  buoni  intenditori  si  pos- 
sono comprendere  per  questa  cronica,  e  per  altri 
libri  che  di  ciò  fanno  menzione,  le  quali  tutte  sono 
state  e  sono  per  Io  giudicio  di' Dio  per  punire  gli 
peccati.  B  però  tornando  al  proposito  della  nostra 
questione  e  a  sentenzia,  e  raccogliendo  i  sopraddetti 
esempli  veri  e  chiari,  tutte  le  peslilenzie  e  battaglie, 
mine  e  diluvi,  arsioni  e  persecuzioni,  naufragi  e  e- 
sili ,  avvengono  al  mondo  per  permissione  della  di- 
vina giustizia  per  punire  i  peccati,  e  quando  per 
corso  di  natura,  e  quando  sopra  natura,  come  pia- 
ce e  dispone  la  divina  potenzia.  E  nota  ancora,  let- 
tore, che  la  notte  che  cominciò  il  detto  diluvio,  uno 
santo  eremita,  eh'  era  nel  suo  solitario  romitorio  di 
sopra  alla  badia  di  Vallombrosa,  stando  in  orazione 
senti,  e  visibilemente  udì  un  fracasso  di  demonia  di 
sembianza  di  schiere  di  cavalieri  armati,  che  caval- 
cassero a  furore.  E  ciò  sentendo  il  detto  romito, 
fecesi  il  segno  della  croce,  e  si  fece  al  suo  spor- 
tello, e  vide  la  moltitudine  de'  detti  cavalieri  ter- 
rìbili e  neri;  e  scongiurando  alcuno  dalla  parte  di 
Dio  che  gli  dicesse  che  ciò  significava,  egli  disse: 
Noi  andiamo  a  sommergere  la  città  di  Firenze  per 
gli  loro  peccati^  se  Iddio  il  concederà,  E  questo  io 
autore  per  saperne  il  vero  ebbi  dalPabate  di  Vallom- 
brosa, uomo  religioso  e  degno  di  fede,  che  disami- 
nando l'ebbe  dal  detto  ano  romito.  E  però  non  cre- 
deano  i  Fiorentini  che  la  presente  pestilenzia  ond*  è 
fatta  questione,  sia  loro  avvenuta  altro  che  per  giu- 
dicio di  Dio,  bene  che  in  parte  il  corso  del  sole 
s'accordasse  a  ciò  per  punire  i  noilri  peccati,  i  quali 
sono  soperchi  e  dispiacevoli  a  Dio,  sì  di  superbia 
l'uno  vicino  coir  altro  in  volere  signoreggiare  e 
tiranneggiare  e  rapire  ;  e  per  la  infinita  avarizia  e  mali 
guadagni  di  comune,  di  fare  frodolenti  mercatanzie 
e  usure,  recati  da  tutte  parti  dalla  ardente  invidia 
Tuno  fratello  e  vicino  colPaltro;  sì  della  vanagloria 
delle  donne  e  di  disordinate  spese  e  ornamenti  ;  sì 
della  golosità  nostra  di  mangiare'  e  bere  disordina- 
to, chò  più  vino  si  logorerà  oggi  in  uno  popolo  di 
Firenze  a  taverne,  che  non  soleano  logorare  li  no- 
stri antichi  in  tutta  la  ci!ti  ;  sì  per  le  disordinate 
lussurie  degli  uomini  e  delle  donne  ;  e  sì  per  lo  pes- 
simo peccato  della  ingratitudine  di  non  conoscere  da 
Dio  i  nostri  grandi  beneftcii  e  il  nostro  potente  sta- 
to, soperchiando  i  vicini  d' intorno.  Ma  è  grande  ma- 
raviglia come  Dio  ci  sostiene  (e  forse  parrà  a  molti 
ch'io  dica  troppo,  e  a  me  peccatore  non  sia  lecito 
di  .dire),  ma  se  non  ci  volemo  ingannare  noi  Fio- 
rentini)  tutto  è  il  vero;  di  quante  battiture  e  disci- 
pline ci  ha  date  Iddio  al  nostro  presente  tempo,  pur 
dagli  anni  1 300  in  qua,  santa  le  passate,  che  scrit- 
te sono  in  questa  cronica  ;  prima  la  nostra  divisione 
di  parte  nera  e  bianca  ;  poi  la  venuta  di  messer  Cario 
di  Francia,  e  *1  cacciamento  che  fece  di  parte  bianca 
e  le  sequele  e  rovina  che  furono  per  quella;  poi  il 


giudicio  e  pericolo  del  grande  fàoco  òhe  fa  nel  iS04, 
e  poi  di  piik  altri  appresso  stati  nella  città  di  Firen- 
ze per  gli  tempi  con  grande  dammaggio  di  nolti 
cittadini;  appresso  della  venuta  d'Arrigo  di  Luzim-' 
borgo  imperadore  nel  1312,  e  il  suo  assedio  a  Fi- 
renze e  gnastamento  del  nostro  contado,  e  eonse- 
guentc  la  mortalità  e  corruzione  che  poi  fu  in  dt- 
tade  e  in  contado  ;  appresso  la  sconfitta  da  Monte- 
catini nel  1 3 1 5  ;  appresso  la  persecuzione  e  gnerrm 
castniccina,  e  la  sconfitta  l'Allopascio  nel  1325 
e  la  sequela  della  sua  rovina,  e  la  sformata  spesa 
fatta  per  lo  comune  di  Firenze  per  le  dette  gaerre 
fornire;  appresso  il  caro  e  la  fame  l'anno  1329,  e 
la  venuta  del  Bavaro  che  si  dicea  imperadore  ;  ap- 
presso la  venuta  del  re  Giovanni  di  Boemia,  e  poi 
il  presente  diluvio;  ond'  è  nata  la  questione,  che 
raccogliendo  tutte  F  altre  dette  awersitadi  in  nna, 
non  furono  m<»ggiori  di  questa.  E  però  istimate,  Fio- 
rentini, che  queste  tante  minacce  di  Dio  e  battitore, 
non  sono  senza  cagione  di  soperchi  peccati,  e  paio- 
no alle  awersitadi  i  detti  gindicii,  pih  che  di  nostri 
antichi.  Ed  io  autore  sono  di  questa  sentenzia  so- 
pra ques'o  diluvio,  che  per  gli  oltraggiosi  nostri  pec- 
cati Iddio  mandò  questo  giudicio  mediante  il  eorto 
del  cielo,  e  appresso  la  sua  misericordia,  perocché 
poco  durò  la  rovina  per  non  lasciarne  al  lutto  pe- 
rire per  gli  prieghi  delle  Sante  persone  e  religioae 
abitanti  nella  nostra  città  e  d'intorno  e  per  le  grandi 
limosine  che  si  fanno  in  Firenze.  E  però,  carissini 
fratelli,  e  cittadini,  che  al  presente  sono  e  ohe  sa- 
ranno chi  leggerà  e  intenderà,  dee  avere  assai  gran 
materia  di  correggersi  e  lasciare  i  vili  e^  peccati  per 
lo  tremore  e  minacce  della  ginstizia  di  Dio,  per  lo 
presente  e  perle  tempo  a  venire;  e  acciocché  l'ira 
d' Iddio  più  non  si  spanda  sopra  noi,  e  che  pazien- 
temente e  con  forte  animo  sostegnamo  l'  avver- 
sità riconoscendo  Iddio  onipotente,  e  ciò  faccende, 
e  con  virtù  bene  adoperando  meritiamo  misericordia 
e  grazia  da  lui,  la  quale  fia  duplicata,  ed  esaHazìone 
e  magnificenza  della  nostra  città.  Di  questo  dOnvio 
e  subito  avvenimento  alla  nosta  città  di  Firenae  cor- 
se la  fama  e  novella  tra  tutti  i  cristiani,  e  ancora  più 
grave  e  pericolosa  che  non  fa,  con  tutto  fosse  quasi 
inestimabile.  E  vegnendo  al  cospetto  della  maestà  del 
re  Ruberto,  amico,  e  per  fede  e  devosione  di  noi  si- 
gnore nostro,  si  dolse  di  noi  di  tutto  suo  cuore,  e 
come  il  padre  fa  al  figliuolo,  per  suo  sermone  per 
lui  dittato  ci  mandò  ammonendo  o  confortando,  e  il 
suo  podere  profferendo  per  la  forma  e  modo  che 
conterà  il  detto  suo  Sermone,  ovvero  pistola;  la 
quale  in  questa  nostra  opera  ci  pare  degna  di  met- 
tere in  nota  verbo  a  verbo  a  perpetua  memoria,  ac- 
ciocché i  nostri  successori  cittadini  che  verranno  e 
leggeranno  quella,  sia  manifesta  la  sua  clemenza  e 
sincero  amore  che  1  detto  re  portava  al  nostro  co- 
mune, e  di  ciò  possano  trarre  utilità  di  bnoni  e  santi 
esempli  e  ammonizioni  e  conforto,  perocché  tutta  è 
piena  d^autoritadi  della  divina  Scrittura,  siccome  que- 
gli eh*  era  sommo  filosofo  e  maestro,  pih  che  re  che 
portasse  corona  già  fa  mille  e  più  anni  ;  e  con  tatto 
che  in  latino,  come  la  mandò,  foise  più  nobile  e 
di  più  alti  verbi  e  intendimenti  per  li  belli  latini  di 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


STO 


quella,  ci  parve  di  farla  volgarizzare,  acciocché  se- 
gnisse  la  Doatra  materia  volgare  e  fosse  utile  a^  laici 
come  agli  alletterati. 

CAPITOLO  IIL 

Questa  è  la  lettera  e  sermone  che  il  re  Ruberto  mandò 
a*  Fiorentini  per  cagione  del  detto  diluvio. 

*^  Alli  nobili  e  savi  uomini  priori  delParti,  e  gon- 
^  falonierì  di  giustizia,  consiglio  e  comune  della  città 
^  di  Firenze,  amici  diletti  e  devoti  suoi,  Ruberto  per 
*^  la  grazia  di  Dio  di  Gerusalem  e  di  Cicilia  re,  sa- 
^  Iute  e  amore  sincero.  —  Intendemmo  con  amaritudi- 
^  ne  di  tutto  il  cnore,  e  con  piena  compassione  d*a- 
^  nimo,  lo  piangevole  caso  e  avvenimento  di  molta 
^tristizia,  cioè  il  dissavveduto,  e  subito  accidente, 
^  e  molto  dannoso  cadimento,  il  quale  per  soprab- 
^bondanza  di  piene  d'acque,  per  divino  consenti- 
**  mento  in  parte  aperte  le  cateratte  del  cielo,  venne 
^  nella  vostra  cittade;  i  quali  casi  né  a  noi  convie- 
"  ne  altrimenti  isporli,  nò  da  voi  altrimenti  impu- 
^  tarli,  se  non  come  la  Scrittura  divina  dice,  aotali 
^cose  a  caso  avvenire.   Non  si  conviene  a  noi,  il 

*  quale  per  la  reale  condizione  la  veritade  ha  a  con- 

*  servare,  d*  essere  amico  lusinghiere,  né  di  ripren- 

*  dere  la  giustizia  di  Dio,  dicendo  che  voi  siate  in- 
*^nocenti.   La  dottrina  dell'Apostolo  dice:  5^  noi 

*  diremo  che  noi  non  abbiamo  peccato^  noi  ingan- 
**"  niamo  noi  medesimi^  e  non  fia  in  noi  teritade. 
^  Adnnqne  i  nostri  peccati  richieggiono  che  non  so- 
^  lamento  noi  incorriamo  in  questi  pericoli,  ma  e- 
^ziandio  in  maggiori.  Noi  dovemo  appropriare  il 
^singolare  diluvio  a**  particolari  peccati,  siccome  lo 
^  universale  diluvio  fu  mandato  da  Dio  per  gli  uni- 
^  versali  peccati,  per  i  quali  ogni  carne  avea  abbre- 
^  vieta  la  via  sua  deirumana  generazione.  Noi  cono- 
*^ sciamo  r ordine  di  queste  pestilenze  perla  scrittura 
^  del  Vangelio,  perocché  poi  la  verità  di  Dio  anti- 

*  ause  le  sconfitte  date  da"  nimici,  soggiunse  li  diinvi 
^  e  le  tempeste,  per  le  quali  parla  San  Gregorio  di- 
^  cendo  così  sopra  il  Vangelio,  dov*  é  scritto  :  5a- 

*  ransu)  segni  nel  sole  e  nella  luna.  Noi  sortene- 
'^  suo,  dice  San  Gregorio,  pestilenzie  santa  cessa- 
^  neritOy  avvegnaché  prima  che  Italia  fosse  conceduta 
^  ad  esser  fedita  dal  coltello  de"*  pagani^  io  vidi  in 
^  cielo  schiere  di  fuoco^  e  vidi  colui  medesimo  splen- 
^  diente  di  splendori  al  modo  del  balenare^  il  quelle 
^poi  isparse  il  sangue  umano.  La  confusione  del 
^  mare  e  delle  tempeste  non  è  solamente  nuova  le- 
^  vatOj  nta  con  ciò  sia  cosa  che  molti  pericoli  già 
*^  asMuniiati  e  compiuti  sieno^  non  è  dubbio^  che 
*^  non  seguitino  eziandio  pochi ,  t  quali  restano  a 
^  colale  imputazione^  di  passare  a  nostra  correzio- 
^  ne,  non  a  stravolgimento  di  disperazione.  E  noi 
^  crediamo  intra  queste  cose  non  solamente  la  giu- 
^  atizia  di  Dio  essere  nutrice  di  costoro,  ma  credia- 
^  mo  la  bontà  divina  essere  siccome  madre  pietosa- 
^  mente  correggente  e  in  meglio  commutante,  di- 
*^  eeate  Santo  Agostino  nel  sermone  delPabbassamento 
^  della  città  di  Roma  :    Iddio  anzi  il  giudicio  opera 

*  disciplina  molte  volte  non  eleggendo  colui  cui  egli 


^  batta^  non  volendo  trovare,  cui  egli  condanni.  ^ 
^  egli  medesimo  dice  sopra  quello  verso  del  salmo  : 
**  Siccome  viene  meno  il  fumo^  vengano  meno  egli- 
^  no  y  tutto  ciò  che  di  tribulazioni  noi  patiamo  in 
^  questa  vita^  è  battitura  di  Dio^  il  quale  ne  vuole 

*  correggere^  acciocché  nella  fine  non  ne  condanni, 
^Imperciò  Santo  Agostino  medesimo  nel  predetto 
^  sermone  delle  tribolazioni  e  pressure  del  qnondo 
^  dice  :  Quante  volte  alcuna  cosa  di  tribulazioni  di 
^pressure  noi  sofferiamo.,  le  tribulazioni  sono  in- 
^  siememente  nostre  correzioni.  Ma  in  queste  cose 
^  con  molto  studio  é  da  guardarci,  che  noi  alcuna 
^  cosa  notabilmente  non  meritiamo  de^  nostri  meriti, 
*^  e  che  noi  non  ci  maravigliamo,  quasi  s' elle  non 
*^  fossono  cagioni  di  queste  tribulazioni  quelle  cose 
^  che  noi  dicemmo  ;  perocché  Agostino  medesimo 
^  dice  nel  sermone  dell*  abbassamento  di  Roma  :  Ma- 
^  ravigliansi  gli  uomini;  or  si  maravigliassono  e- 
^  glino  solamente  e  non  bestemmiassero.  Ancora  è 
'  da  schifare  per  queste  cose  il  mormorare  contro 

*  Dio,  siccome  la  nostra  ioiquitade  biasimasse  la  di- 
'  vina  dirittura,  %  siccome  se  le  nostre  innumerabili 
^  e  grandissime  colpe  riprendessono  la  somma  giu- 
**  stizia  ;  siccome  n'ammonisce  Agostino  nel  predetto 
^  sermone  delle  tribulazioni  del  mondo,  dicendo  :  0 
^  fratelli^  non  é  da  mormorare^  siccome  alcuni  di 
^coloro  mormorano:  e  l'Apostolo  dice:  E  furono 

*  vasi  di  serpenti.  Or  che  cosa  disusata  sostiene  ora 
**  V  umana  generazione,  la  quel  non  patissono  i  no- 
'stri padri?  Ancora  e* é un'altra  cosa:  poco  sarebbe 
^  riconoscere  i  peccati,  se  quello  non  si  propone  a 
**  schifare  per  innanzi  quelli.   In  quello  caso  non  è 

*  da  dubitare,  che  colui  che  pregherà  per  perdonan- 

*  za,  quella  con  orazioni  impetri,  e  così  acquisti  la 
^  divina  grazia,  e  schiferà  la  rigidezza  del  giudizio, 
^siccome  per  lo  savio  Salamone  si  dice:  Figliuolo^ 
■  tu  peccasti,  or  non  vi  arrogere  più  ;  ma  priega 
^  de*  passati  peccati,  eh*  elli  ti  sieno  dimessi.  Noi 
^  leggiamo  d'altre  cittadi,  le  quali  per  i  loro  gravi 
^  peccali  con  ampia  vendetta  doveano  essere  disfatte, 

*  essere  riserbate,  e  rivocata  la  sentenzia  per  peni- 
^  tenzia  e  per  orazioni.  Al  tempo  d'Arcadio  impera- 
^  dorè  volendo  Iddio  fare  paura  alla  città  di  Costan- 
'^  tinopoli,  e  spaurendola  per  ammendarla,  revelò  a 
^  uno  fedele  uomo  che  quella  città  dovea  perire  per 
^  fuoco  da  cielo.  Costui  lo  manifestò  al  vescovo  e  '1 
^  vescovo  il  predicò  al  popolo.  La  città  si  convertì 
^  in  pianto  di  penitenzia ,  siccome  già  fece  V  antica 
^  Ninive.  Venne  il  di  che  Iddio  avea  minacciato,  ed 
^  ecco  di  verso  levante  una  nuvola  con  puzzo  di  zolfo 
^  e  stette  sopra  la  cittade,  acciocché  gli  nomini  non 
^  pensassono,  che  colui  eh'  avea  così  detto,  fosse  per 
^  falsitade  ingannato  ;  e  fuggendo  gli  uomini  alla 
^  Chiesa,  la  nuvola  cominciò  a  scemare,  e  a  poco  a 
^  poco  si  disfece,  e  il  popolo  fu  fatto  sicuro.  Siccome 
^  Agostino  nel  detto  sermone  introduce  :  Secondo 
^  questo  Iddio  per  bocca  di  profeta  avea  avanti  detto, 
^  che  la  smisurata  città  di  Ninive  si  dovea  disfare  ; 
"e  troviamo,  che  essa  fu  diliberata  per  asprezza 
^  di  penitenzia,  e  per  grido  d'orazione,  né  dalla 
^penitenzia  e  da  adorare  non  siano'* dilungi  le  li- 
"  mosine  loro  salutevoli  compagne,  secondo  il  con- 


S80 


CRONICHE 


*  iiglio  di  Daniello  dato  a  Nabucodonoior  re,  che 
•*  con  elemosine  ricomperasse  le  sue  peccata^  e  rat^ 
**  temperasse  la  sentenzia  di  Dio  contro  a  lui  pro^ 

*  nuMiata.  Gaardiaroo  insieme  dooque  lo  spavente- 
^  Tole  gindicio,  e  pensiamo  di  cercare  il  rimedio,  ma 
^  schifiamo  il  rimanente  che  è  da  temere  ;  per  le  quali 

*  coso  non  le  nostre  parole,  ma  quelle  del  Salvatore, 

*  proferiamo  in  mezzo  -,  e  egli  disse  :  Or  pensate  rot , 

*  che  quelli  diciotto^  sopra  i  quafi  cadde  la  torre 
**  in  Siloe  e  ucciseliy  f assono  colpevoli  sania  tutti 
"  gli  altri  abitanti  in  Gerusalemme  ?  Noy  io  dico  a 
**  roi  ;  ma  se  coi  non  farete  peniteniia,  somigliane 
"temente  perirete.   Dove   Tito  dice:    Una  torre  è 

*  agguagliata  alla  cittade^  acciocché  la  parte  spa» 
^ tenti  il  tutto;  quasi  dica  tutta  la  cittade  poco 
"/loi  /la  occupata  y  se  gli  abitanti  persetereranno 

*  nella  infedelitade.  La  qaol  cosa  mostra  Beda,  di- 
^cendo:  Peroceh"  ellino  non  fecero  penitenzia^  nel 
"  quarantesimo  anno  della  passione  di  Cristo^  i  Ro- 
^mnitt,  cominciando  da  Galilea  ond'era  cominciata 

*  la  predicanone  del  Signore,  Vempia  gente  infino 
^  alle  radici  distrussero.   Ma  accbcchò  per  quelle 

*  parole  eh'  avemo  dette  di  sopra,  non  siamo  giudi- 
^  cato  grave  amico,  e  acciocché  noi  non  ingannia- 
**  mo  i  meriti  delle  vostre  virtudi,  le  quali  ci  confl- 
^  diamo,  essere  accette  nella  benignitade  di  Dio,  at- 
^  tendendo  alla  divina  Scrittura,  la  quale  non  pur  ri- 
^  prende  li  presontnosi  per  ammaestrargli,  ma  ad- 
**  dolcisce  gli  afflitti,  acciocché  per  rimedio  di  con- 
**  solazione  gli  conforti  ispesse  volte  in  suoi  luoghi  ; 
**  queste  colali  passioni  e  pressure  confessiamo  che 
"vengono  per  provarci;  perocché  in  quello  che  Id- 

*  dio  esamina,  si  loda  la  virtude  della  pazienza  in 
**  noi.  L^ Apostolo  testimoniò  :  La  sua  pietosa  pro^ 
**  Teden%a  non  ci  lascia  tentare  oltre  la  nostra  pos- 
**  «£r,  ma  colla  tentazione  fa  frutto.  Quale  utilitade 
^cerchiamo  noi  fedeli  maggiore,  che  colali  miserie 
**noi  prendiamo  efllcace  argomento  dell'amore  di 
**  Dio  che  ne  approva,  perché  al  proponimento  a  voi 
**  santo  e  religioso  cherico  ludit  femmina  per  esem- 
*plo  dirizza  e  manda  la  seguente  parola:  E  ora  o 

*  fratelli^  perocché  voi  che  siete  preti  nel  popolo 
^  di  Dio^  d4^  voi  dipende  V  anima  di  coloro  al  ro- 
**  stro  parlare^  dirizzate  i  cuori  lorOy  sicché  si  ri- 

*  cordina  coloro  che  sono  tentati^  che  i  nostri  pa- 
^dri  furono  tentati^  acciocché  fossono  prorati  se 
"  eglino  adorarono  veramente  Iddio  suo  :  ricordare 

*  SI  debbono  come  il  padre  nostro  Abraam  fu  ten- 
**  tato^  e  provato  per  molte  tribulazioni  fatto  é  ami-^ 
"co  di  Dio;  così  fu  Isaac ^  così  fu  lacob^  così 
^  Moiséy  e  tutti  quelli  che  piacquero  a  Dio^  per 
"  molte  tribulazioni  passarono  fedeli.  Onde  a  Tobia 
"  disse  r  Angelo  :  Perocché  tu  eri  caro  a  Dio^  fu 
**  necessario  che  la  tentazione  ti  provasse.  Or  cre- 
^  diamo  noi  e  voi  essere  migliori  e  più  innocenti 
^  che  i  nostri  padri  patriarchi,  i  quali  per  Unte  mi- 

*  serie  di  battiture  o  mandate  o  concedute  da  Dio 
^trapassaro  in  santi?  0  disdegnamo,  o  maggior- 

*  mente  indegnamo  noi  indegni  membri  di  patire 
**  quelle  cose,  le  quali  non  ischifarono  gli  Apostoli, 
"  nostro  corpo  la  Chiesa,  nostro   capo  Cristo,  cioè 

*  il  fuoco,  il  ferro,  i  martirii  villani,   noi  quasi  di-  ; 


*  schiattati,  e  come  non  appartenessimo  loro,  e 
**  come  non  parleflci  di  loro  fortuna,  o  forse  piti  santi, 
^  con  impazienza  portiamo  cotali  cose  ?  Ma  se  per 
**  impazienza,  ch^  è  in  noi,  egli  ci  pare  troppo  mal- 

*  agevole  seguitare  i  padri  di  ciascuno  testamento, 
**  almeno  non  disdegnamo  per  pazienza  di  virtudi 
^prendere  esempli  dagr  infedeli  principi  e  fUosoS, 
^  i  quali  furono  ;  come  scrive  Seneca  libro  primo  del- 
^  r  ira,  di  Fabio,  che  prima  vinse  V  ira  sua,  che  An- 
"  nibale  ;  e  Giulio  Cesare  nel  libro  della  vita  de*Ce- 
*aari;  e  d'Ottaviano  Augusto  nel  Policrato  libro 
^  terzo,  capitolo  decimoquarto  ;  di  Domiziano,  sioeo- 
*me  testimonia  il  .bello  parìatore  Licinio-,  e  AnUgo- 
'no  re,  secondo  Seneca,  libro  terzo  delP  ira;  e  dellt 

*  pazienza  de'  Alosofl,  cioè  di  Socrate  libro  terzo  di 
^  Seneca  dell'  ira,  e  di  Diogene  libro  terzo  delP  ira, 
^anzi  il  fine,  acciocché  non  passi  il  manifesto  od 
^  occulto  lamentamento  d*  alcuno  o  d*  alcuni,  sicco- 
*^  me  é  contrario.   Ancora  per  i  mormoramenti  degli 

*  credenti,  che  dicono,  che  questi  tempi  sono  peg- 
"  giori  che  gli  antichi  tempi,  e  che  Iddio  ha  riserbato 
**  la  indignazione  dell'  ira  sua  infino  ad  ora,  e  chVgU 
^ha  serbati  i  presenti  di  a  spandere  quella.  Legga- 
**  no  ovvero  odano  i  leggenti  da  Adamo  fatiche  e 
*^  sudore,  spine  e  triboli,  diluvio,  dicadimeato  ;  tra- 
^  passarono  tempi  pieni  di  fatica,  di  fama  e  di  guer- 

*  re,  e  però  sono  scritte,  acciocché  noi  non  mormo- 
<*  riamo  del  presente  tempo  contra  Dio.  Passò  quel 
^  tempo  appo  gli  padri  nostri,  remotissimi  molto  da' 
^  nostri  temporali,  quando  il  capo  deir  asino  morto 
^sivendeo  altrettanto  auro;  quando  lo  sterco  co- 
^  lombino  si  comperò  non  poco  argento  ;   quando  le 
^  femmine  patteggiarono  insieme  di  manicare  i  loro 
^fkntolini.  Or  non  sveno  noi  in  orrore  adire  quelle 
^cose?  Tutte  quelle  cose  leggintele  spaventiamoce- 
^  ne  sì,  che  noi  avemo  maggiormente  onde  d  alle- 
^  grare,  che  onde  mormorare  delli  noatri  tempi.  Quan- 
^  do  fu  dunque  bene  all'  umana  generazione  ?  qnaa- 
^  do  non  paura?  quando  non  dolore?  quando  eerta 
^  felicitade?  quando  non  vera  felicitade  ?  dove  fla  la 
^  vita  sicura  ?  Or  non  è  questa  terra  quasi  una  gran- 
^  de  nave   portante  uomini  tempestanti,  pencolanti , 
^  soggiacenti  a  tanti  marosi,  a  tante  tempeste,  tementi 
^  il  pericolare,  sospiranti  il  porto,  e  di   compensare 
^  la  conoscente  e  grata  ragione  della  nostra  censi- 
^  derazione,  e  il  pensamento  della  diritta   bilancia, 
**  quanto  in  ricchezze  in  morbidezze  io  potenzia,  e, 
<*  cittadini.  Iddio  la  vostra  cittade  nobilitò,  scampò, 
^  e  sopra  tutte  le  vicine,   anzi   remole  citladi,  saa- 
^  za  comparazione  esaltò,  8Ìoch*ella  paote  essere  as- 
^  somigliata  ad  adornato  arbore  fronzuto  e  fiorito  di- 
**  latente  i  rami  suoi  infine  a*  termini  del  mondo.  Per 
^  tanti  e  si  grsndi  benefici  temporali,  non  vi  divieti 
^  V  avversitade   di   dire  le  vostre  Ungane  col    santo 
^  Giob  :  Se  noi  riceviamo  i  beni  dalla  mano  del  Si' 
"  gnor  è  y  perché  non  sosteniamo  i  mali  ?  Ancora  que- 
^ste  afflizioni  alcuna  volta  salutevolmente  ne  sono 
^  mandate,  e  awegnonci  a  spirituale  profitto,  peroc- 
^  che  se  alcuna  volta  non  ne  fossono  mandate  o  per- 
^  messe  da  Dio,  noi  ci  crederemmo  qui  avere  citta- 
^  di  stabili  e  dimoranti,  e  poco  cureremmo   il  cer- 
^care  dell'eterna,  con  San  Piero   dicendo:    Buono 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


381 


*^  è  a  noi  esser  qui.  Ma  i  mali  che  più  ne  premono 
^  ci  fanno  pensare  al  cielo,  e  intendere  alla  fatora 
^  gloria.  E  se  per  avventura  alcuno  svergognato  o 
^  arrogante  presumesse  di  storcersi  contro  all^opera 
^deir  eterno   artefice,  intenda  rispondere   a  lui  la 

*  boutade  delle  creature,  la  quale  il  fabbricatore  di 
^  tutte  le  cose  dal  principio  riguardò  nelle  sue  crea- 
^  ture.  Se  il  fiume,  il  quale  amministrò  tanti  dilet- 
^  tamenti  e  tante  grandi  utilitadi  dal  cominciamento 
"  della  tua  cittade,  perchò  gravemente  porti  se  una 
^  volta  con  disusato  allagare  ti  fece  alcuni  danni  ? 
^  Ma  dirà  un  altro  calunniatore,  perocché  noi  dicem- 
"mo  dinanzi  che  le  tribolazioni  ne  sono  ammoni- 
*^  menti  e  correzioni,  dicono,  acciocché  io  diventi 
'^  migliore  sono  puniti  quelli,  perchò  io  viva  quelli 
^  muoiono,  perch'  io  sia  serbato  quelli  sono  perduti. 
^  Non  perciò^  dice  Santo  Giovanni  Grisostomo,  ma 
^  sono  puniti  per  li  lero  peccati  propi,  ma  fossi  di 
^  questo  a  quelli  che  veggono  materia  di  salvarsi, 
^  Or  forse  si  leveranno  contro  invidiosi,  giudicando 
'  voi  per  lo  partimento  del  detto  cadimento  essere  in 
^  ma^ilR  peccati  intigrati  di  loro,  e  per  questo  essere 

*  piii  odiosi  a  Dio?  anzi  si  crederanno  essere  piìi  giù- 
^  sti  di  voi,  e  meno  colpevoli  e  più  graziosi  al  giusto 
"  giudice?  Questi  di  vero  per  quello  medesimo  errore 

*  antimetteranno  per  suoi  meriti  il  re  Salomone  certa- 
^  mente  pacifico,  a  cui  fu  riserbato  lo  edificare  del  tem- 
**  pio,  e  nei  cui  tempi  sottorise  la  tranquillitade  della  pa- 
*^  ce,  e  il  cui  regno  non  conobbe  guerra,  al  suo  padre  Da- 
^  vid  santissimo,  a  cui  fu  interdetto  Tedificare  di  quello 
^  medesimo  tempio,  lo  qnale  fn  nominato  da  Dio  no- 
**mo  spanditore  di  sangue,  il  qnale  sotto  essere 
^  provocato  da  continui  pericoli  di  guerre,  due  volte 
**  da  Dio  manifestamente  e  pubblicamente  fu  corretto. 
**  In  quello  medesimo  modo,  coloro  che  non  sanno 
^  i  santi  libri,  diranno  che  gli  amici  di  Giob  fossono 
"  più  innocenti  di  lui,  antimetteranno  loro  nel  ri- 
^  guiderdonamento  ;  imperciocchò  noi  non  leggia- 
"  mo  eh*  elli  fossono  esaminati  da  Dio  nelle  pesti- 
'lenzie   siccome  Giob,  perocché  di   vero  elli  non 

*  erano  auro  0  argento  da  provare  nella  fornace  del 
**  fuoco,  né  da  riporre  nel  tesauro  del  sommo  re, 
^  ma  erano  maggiormente  paglia  o  letame,  le  quali 
**  messe  in  sul  fuoco  gettano  puzzo  spiacente  a  Dio 
^  e  abominevole  agli  uomini.  Or  giudicheremo  noi 
*per  simile  cechitade  che  li  marinari  fossono  mi- 

*  gliorì  che  Giona  il  profeta,  per  Io  quale  si  prova 

*  che  si  levò  la   tempesta,  e  però  fu  sommerso  in 

*  mare  e  tranghioltito  dal  pesce,  il  quale  fu  messag- 

*  gio  di  Dio  banditore  di  penitenzia,  e  figura  di  Cri- 
^  sto  passuro,  e  i  marinari  furono  pagani  e  adora- 

*  tori  d*  idoli  f  Non  maraviglia,  se  le  grazie  e  prero- 

*  gative  di  virtudi,  che  noi  dicemmo.  Iddio  riguardò 

*  in  voi,  li  quali  egli  esamini  ;  e  provati,  guiderdo- 

*  ni  e  coroni  voi,  i  quali  siete  conosciuti  sempre  es- 
*sere  stati  in  Italia  chiaro  braccio  della  Chiesa  t 

*  nobile  fondamento  di  tutta  la  fede.  Non  si  mara- 
"  viglino  dunque  i  rimproveranti  invidiosi,  se  un  poco 
'^  innanzi  colie  premesse  sentenzio  della  Santa  Scrit- 

*  turi  noi  mostriamo  per  la  prova  delle  vostre  vir- 
'^lodi  voi  essere  accetti  a  Dio,  approvati  al  suo  he* 
*^  neplaci mento.  Se  intanto  voi  vi  riconoscerete  u* 


^  milemente  che  per  i  vostri  peccati  voi  incorreste  ne* 
^  predetti  danni,  e  comportateli  con  virtù  di  pazienza, 
*^con  pagamenti  per  ciò  di  divote  voci  rendete 
*^  grazie.  Dice  il  sapientissimo  re  :  Figliuolo  into, 
"  non  gittare  la  disciplina  del  Signore^  e  non  fallare 

*  quando  da  lui  se^  corretto  ;  colui  cui  il  Signore^ 
^  ama^  sì  7  gastiga  e  come  padre  in  figliuolo  si  com^ 
^  piace.  La  quale  sentenzia  non  isdegna  d*  allegare 
"  TApostolo  nelle  sue  pistole,  dicendo  :  Figliuol  mto, 
^  non  mettere  in  non  calere  la  disciplina  del  Si* 
^  gnore^  né  ti  sia  fatica^  quando  da  lui  sarai  ri" 
'^  preso  :  colui  cui  il  Signore  ama  si  7  gastiga;  e- 
^  gli  batte  chiunque  egli  riceve  in  figliuolo.  Ecco 
^  adunque  per  le  soprascrìtte  cose  avete  chiaramente 
^  che  per  le  pressure  delle  predette  passioni  si  di« 
^  mostrano  in  voi  essere  virtudi  e  meriti,  che  non 
^  solamente  voi  siete  rix^vuti  in  amici  da  Dio,  ma 
^spezialmente  siete  da  lui  in  figliuoli  adottati.  A* 
^  figliuoli  a*  quali  si  pone  la  disciplina  non  solamen- 
"  te  remunerazione  si  promette,  ma  si  serba  loro 
^  certa  ereditade.  Appare  dunque  per  la  veritade 
^  della  Santa  Scrittura,  che  le  virtudi  e  i  meriti  so- 
tf  no  remunerati  dal  giustissimo  re  de'  re,  eziandio 
^  in  alcuni  di  vero,  ne'  quali  pibblicamente,  e  mani- 
^  festamente  eziandio  rilucono  temporalmente,  ad  e- 
^semplo  del  mutamento  de' buoni,  siccome  é  scrit- 
^  to  del  beato  Giob,  al  quale  furono  restituiti  dupli- 
^  ceti  per  li  perduti  beni  ;  ma  negli  altri  più  pre- 
^  ziòsi,  e  migliorì  senza  comparazione,  si  serba  il 
^merìtamento  nella  futura  gloria.  I  predetti  ammo- 
^  nimenti,  i  quali  noi  stimiamo  non  essere  alla  vo* 
^  atra  prudenzia  tanto  soperchi  quanto  necessari,  prov- 
^vedemmo  di  mandare  per  debito  di  caritade  alla 
^  vostra  dilezione,  e  ancora  le  compassioni  alle 
^  quali  ci  condogliamo  con  tutte  le  interiora  dell'a- 
^  mistade,  e  le  consolazioni  dei  veri  librì  vi  sog- 
^  giugnemmo,  alle  quali  noi  di  abbondante  offeriamo 
^  d' aggiugnere  quelle  consolazioni  di  fatto  che  noi 
"  fare  possiamo,  altre  volte  off^erte  *,  ma  la  promessa 
^  nostra  lettera,  pochi  di  poiché  a  noi  fu  manifesto 
*il  vostro  sopraddetto  caso,  ordinammo  di  mandar- 
^  vi,  ma  perocché  il  presente  ridicimento  di  più  per- 
^  sono  contenea  molto  meno,  rìtenoe  quella  più  to- 

*  stamente  essere  venuta,  e  il  mandare  d' essa  sos* 

*  pendemmo.   Ma  ora  più  deliberatamente   prowe- 

*  dendo  e  estimando,  in  ogni  caso  che  si  apparte- 
''nea  a  vostra  informazione  e  a  vostra  cautela,  vi 
^  mandiamo  ;  né  alla  vostra  amistà  rìncresca  di  bene 

*  leggere  la  lunghezza  della  presente  lettera,  la  qua- 
^  le  non  rincrebbe  a  noi  di  compilare  intra  tante  e 
''si  faticose  sollecitudini.  Data  a  Napoli  sotto  il 
''nostro  segreto  anello,  dì  2  di  dicembre^  seconda 
^  indizione,  anni  1333^. 

CAPITOLO  IV. 

Ancora  di  certe  noviiadi  che  furono  in  Firen%e  per 

cagione  del  diluvio. 

Il  dì  appresso  che  fu  cessato  il  diluvio,  essendo 
rotti  i  sopraddetti  tre  ponti  in  Firenze,   e  tutta  la 


*  a  di  iJ  dì  dicembre f  dice  la  Gioutiua. 


e  cbJnia  luogo  il  Bone  d' Arao,  certi 
reme  cercare  Hi  fare  aovitk  contro  a' 
riuodoai  di  poterlo  fare,  perocchi  sv- 
noa  avea  che  uno  ponte,  e  quello  era  in 
odi,  e  la  città  icompiglìats  e  tutta  chima, 
tte  sbigottite.  Onde  uno  di  casa  ì  Dowi 
Hagli  loro  vicino,  per  la  qnal  coia  tut~ 

I  fu  sotto  r  arme,  e  più  d)  si  fece  grande 

II  e  di  notte  in  Fireose,  e  alla  Bae  i 
■senti  ricchi,  che  aveano  a  perdere,  non 
no  alla  follia  de'  malvagi,  e  ancora  il 
no  preso  vigore  e  for»  ;  onde  non  a'ar- 
iociare  novità  ;  e  ancora  se  TaTeuono 
r  avrebboDO  avnlo  il  peggiore.  E  per- 
no la  cittì,  e  quello  de'  Roasiche  fece 
n  condannalo;  e  fecesi  fare  iocontanente 
le  certi  ponticelli  di  If  goame  sopra  l'Ar- 
raade  sopra  piatte  e  nevi  incatenate.  Ha 
nento,  innanti  che  i  detti  ponti  fossono 
leva  l'Arno  per  navi.  E  avvenne  poi,  a  di 
ire,  essendo  vennta  una  grande  piena  in 
lise  una  nave  ove  svea  da  trentadne  no- 
ali  anoegsro  quindici  uomini  ctitadini,  e 

l'aiuto  di  Dio  scamperò.  Lsacercmo  al- 
■ttì  di  Firesie  e  del  diluvio,  che  esaai 
;to,  e  diremo  alquanto  de' fatti  dì  Lom- 
I  Dosira  lega.  Ha  non  è  da  lasciare  di  di- 
ido  il  legato,  eh*  era  a  Bologna,  seppe 
eh'  era  avvenuta  a'  Fiorentini ,  ne  fece 
gretta,  dicendo  che  ciò  ara  loro  avve- 
erano  itali  contro  ■  lui  e  contro  ■  Santa 
irrara  ;  •  forse  in  parla  disse  il  vero  ; 
idicBva  aa  de'anoi  difetti  e  futuro  arva- 

eredea  che  il  ano  giodicio  e  aenlantia 
Mao  cosi  d' apprwso,  coma  tosto  leg gei- 

Irovaro. 

CAPITOLO  V. 

ire  te   ftw^ue,  e  ricomÌNcioMi  gtietra 
tga  al  legato,  e  le  Urre  eh»  tenta 
il  T»  Gìomum. 

ìUo  anno  1333,  per  calco  di  gennaio, 
trìcgne  della  gente  del  re  Giovanni  e  del 
noitn  lega,  si  fece  per  i  collegati  nno 
I  Lerìci,  per  consigliare  ae  fosse  da  se- 
igae  o  ricomiociare  la  gnerra.  Accorda- 
>gali  a  prolungare  le  trìegue,  aalvo  mes- 

•  'I  comune  di  Firenxe;  e  questo  si  fece 
liore  per  non  lasciare  prendere  fona  al 
re  Giovanni  ;  e  ordinato  ai  ricominciasse 
)  confenaarono  io  quello  parlamenta  li 
DBqnisto  per  lo  modo  detto,  cioè,  che  *l 
Ijlano  avease  Cremona,  e  messer  Hasti- 
I  qoe'da  Hanlova  Reggio,  e'Iirdieti  Ho- 
rentini  Lacca.  Per  la  qnal  cosa  quo' da 
caro  «opra  la  città  di  Piaccnia  ;  e  quelli 
I  di  Mantova  sopra  Parma  e  Reggio  ;  e' 
Ferrara  sopra  Hodona;  e  la  noatra  gente 

Valdinìevole,  corsono  sopra  Baggiano. 
8  di  gennaio  quelli  di  Lnoca  ooraono  to- 


pra  Facecchio  e  Senta  Croce,  e  leraro  grande  predi 
di  bestie  grosse,  e  ricominciossi  la  guerra.  B  poi  i 
di  23  del  mese  di  febbraio  appresso,  essendo  caval- 
cali quatlrocenlo  cavalieri  di  quelli  della  lega  di  Lon- 
bardia  sopra  Parma  e  Reggio  furono  sconfitti  presso 
al  castella  di  Correggio  da  quelli  di  Parma  e  dilla 
gente  del  legalo,  e  rimasevi  preso  Eltor  de' costì 
da  Panago  e  piii  altri  con  està  bili. 

CAPITOLO   VL 

Come  il  legalo  perdio  Argenta;  e  poco  appretto  {» 
caccialo  di  Bologna. 

Nel  dello  anno,  a  di  7  di  mano,  eueado  i 
Herehesi  da  Ferrara  con  loro  oste  siati  all'  assedio 
della  terra  d'  Argenta  piti  mesi,  nella  quale  en  la 
genie  della  Chiesa  e  del  legito,  l'arcivescovo  d'Om- 
bruoo  maodato  per  lo  papa  in  Lombardia,  volle  es- 
sere a  parlameoto  co'  collegali  di  Lombardia  a  Pe- 
schiera, e  in  quello  richieae  per  lo  pap^frv*^*^ 
Che  lega  pih  non  fosse,  (ironiettendo  pace  onorevoli 
per  i  collegati.  La  secooda,  che  si  levasse  l' oste 
d'Argenta.  La  terei,  eh' e'Harchesi  dovesaono  li- 
berare il  conte  d'Armigoscca  e  gli  altri  pregioni  san- 
ta costo.  Fa  riapoito  per  snesscr  Hastino  per  bocca 
d' uno  degli  ambaiciadorì  di  Pìrenie,  che  la  lega  non 
ai  potea  partire;  ma  io  caso  che  Panna  rimanesse 
libera  alla  Chiesa,  si  cesserebbe  l'oste  ordinata.  Qnillt 
d'Argenta  e  de'pregioni,  fu  risposto  peri  detti  im- 
basciadori  di  Firente,  che  in  quanto  Ferrara  rìBt- 
neise  a'  Marchesi  per  lo  censo  ussto,  e  Argenta  per 
uno  piccolo  censo  s'aocordarebbono  col  legato  car- 
dinale. L'arcivescovo  presa  Iwmiae  di  rispondere,  e 
partissi  e  vanne  ■  Bologna  al  legalo.  In  qaesta  staaia 
Argenta  essendo  fotta  stretta  dall'  assedio,  o  bob 
poueado  essere  aocooni,  fallendo  loro  la  viUnaglia, 
a'  arrenderò;  perocché,  dappoiché  la  genia  della  Chie- 
sa furo  aconfitii  a  Ferrara,  non  ardirò  di  tenete  cas- 
po  coatra  la  gente  della  lega,  onde  molto  abbassò 
la  poteotia  dal  legalo.  E  avuU  i  Uarchen  la  vitlotii 
d'Argenta,  pochi  di  appresso  cavalcaro  in  sul  con- 
lado  di  Bologna  col  loro  sfono.  Il  legato  del  papa 
cardinale  ch'era  in  Bologna  mandò  al  riparo  qasfi 
latta  sua  cavalleria,  e  volea  mandare  fuori  nella  detta 
cavalcala  ì  due  quarlicti  del  popolo  di  Bologna;  a 
già  erano  armati  in  anlla  piatta,  eoa  luUo  che  mil 
volentieri  andavano,  e  male  paiea  loro  essere  ttsl- 
tati.  Onde  avvenne,  come  piacque  ■  Dio,  a  di  veto 
santa  ordine  ptoyveduta,  nno  messer  Brandaligi  de' 
Goggiadini  con...  de' Becca  delti,  ooaiu  poveri  al  hi- 
sogno  del  loto  stato  e  vaghi  di  mntuioai  e  di  no- 
vitadi,  parendo  loro  male  state  sotto  la  sìgsoria  del 
legato,  e  veggendo  abbassalo  lo  slato  ano  per  la  scon- 
fitta di  Ferrara  e  per  la  perdila  d'Argenta,  «asendo  sa- 
lili in  sulla  ringhiera  del  palauo  di  Bologan  colle  apode 
ignude  io  nano,  sì  oonùncìato  a  gridare;  pofolo  popola 
e  «woM  ti  legalo,  e  chi  è  di  LimgmmdoiM.  Alle  qatf 
grida  e  romore  il  popolo  aivato  ta  aoomBOsao  segne*- 
do  il  romore  cominciato,  e  si  partirò  .di  sa  la  piaiM 
scorrendo  per  la  lem:  e  ooaUMttero  H  palagio  del  gn^ 
no  •  il  vesoondo,  dora  slavans  ti  aaaliscalee  a  gli 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


887 


del  TMf^  di  Crìtio,  dicetdo  a' suoi  discepoli:  // 
90$tro  tesoro  $im  in  delo^  e  non  tesaurizzate' in 
terra;  né  del  letoro  ohe*  Piero  e  gli  aliri  apostoli 
chiesero  a  Mattia,  quando  rassortirono  in  loro  col- 
lega in  luogo  di  Giada  Scariotto.  E  q9/eaio  basti,  e 
forse  è  detto  più  oh*  a  noi  non  si  conviene,  peroc- 
ché 1  detto  tesoro,  diceva  papa  Giovanni,  rannava 
per  fornire  il  santo  passaggio  d' oltremare  ;  e  forse 
•vea  qoella  intenzione.  Mollo  tesoro  consamò  in  Lom- 
bardia per  abbattere  i  tiranni,  e  mantenere  grande  il 
•no  nipote,  ovvero  figlinolo,  legato  di  Lombardia, 
come  addietro  è  fatta  meosione,  e  talora  coatro  ai 
Tnrchi.  AUegravasi  oltre  modo  d'  accisione  e  morte 
de^ nemici;  molto  amò  il  nostro  comune  di  Firenze 
BMtre  fnmmo  favorevoli  e  aiutatori  del  detto  sao 
legato  ;  e  più  grazie  al  comune  e  ai  singolari  citta- 
dini fece,  che  dieci  vescovadi  diede  al  suo  tempo 
«'Fiorentini  e  molti  altri  benefizi  ecclesiastici;  ma 
poiché  1  nostro  comune  fue  contro  al  detto  legato, 
ne  fa  nimico,  e  cercava  ogni  nostro  abbassamento. 
Modesto  fu  e  sobrio  in  suo  vivere,  e  più  amava  vi- 
Tande  grosse  che  dilicate,  e  in  se  proprio  poco 
fpendea;  quasi  ogni  netto  si  levava  a  dire  T  ufficio 
e  studiare;  e  le  più  mattine  dicea  la  messa,  e  assai 
era  latino  di  dare  udienza,  e  tosto  spediva.  Piccolo 
fa  di  persona,  prosperoso  e  collerico,  e  tosto  si 
raovea  a  ira.  Savio  in  iscienz»,  e  d*un  acuto  spirito, 
e  magnanimo  fu  alle  grandi  cose.  Assai  fece  grandi 
e  ricchi  i  suoi  parenti,  e  vivette  da  novant'anni,  e 
seppellito  fu  in  Avignone;  ma  poiì  suoi  parenti  ne 
porterò  o  totto  o  parte  del  suo  corpo  a  Caorsa  :  e 
nel  papato  regnò  anni  diciotto  e  mesi.  Lasciamo 
ornai  di  questa  materia,  ch'assai  avemo  detto,  e 
de' f«oi  anodi  e  costunù,  e  diremo  della  elezione  di 
pepa  Benedetto  che  succedctto  appresso  lui. 

CAPITOLO  XXL 
iMh  elezione  di  papa  Benedetto  decimoseeondo. 

Dopo  la  morto  e  sepoltura  di  papa  Giovanni,  i 
eerdtnali,  eh*  erano  allora  ventiquattro,  e  tolti  ri- 
tfovandosi  hi  Avignone,  per  lo  siniscalco  di  Proenza 
éé\  re  Rnberto  furono  messi  nel  conciare  per  bene 
guardali  e  distretti,  aedocchò  tosto  faeessono  ele- 
zione di  papa.  B  avendo  tra  loro  tira  e  discordia 
delto  elezione,  perchè  delfona  maggiore  setta,  della 
quale  era  capo  il  cardinale  di  Pelagorgo,  dò 
era  frateHo  del  conto  di  Pelagorgo,  con  segnilo 
grande  di  cardtBali  caorsini  e  franceschi,  e  '1  car- 
dinale della  Colonna,  si  tratterò  d'eleggere  papa 
il  cardinale  fratoHo  del  eonte  di  Comiogio,  nono 
•ivio  e  valoroso  e  di  bnona  vita.  Cosi  furono  a  Ini, 
e  pfoffersongli  le  loro  voci,  con  patto  eh'  egU  pro- 
■elleese  loro  di  non  venir  «  Roma;  la  qual  cosa 
BOn  tolto  proBseltere,  dicendo  che  imMnsi  riamile- 
rebbo  fl  endinalato  ch'egli  avea  certo,  ohe  'I  papato 
ch'era  n  avventora.  Per  la  qoal  cosa  rinMcotala  la 
divisione  della  elezione  tre'  eollegt  qoasi  per  gara, 
sot  credendo  Tenkse  fatto,  misono  a  sqaininio  qne** 
gH  di  loro  collegio  ch'ere  tonuto  il  più  minimo  de' 
(Wtdkill^  ciò  fa  li  oerdinale  Bianco  di  piccola  na- 


zione di  Tdosana,  il  quale  era  stato  monaco  e  poi 
ahato  di  Cestolla,  però  uomo  di  buona  vita.  Senza 
osservazione  d'ordinato  squittioio,  parve  opera  di- 
vina, che  ciascuna  setta  di  cardinali  a  gara  gli 
diedono  le  loro  voci,  e  così  fu  eletto  papa  la  vigilia 
di  Santo  Tommè  apostolo  dopo  vespero,  a  dì  20 
di  dicembre  1334.  E  eletto  pepa,  ciascuno  s'  am- 
mirò, ed  egli  medesimo  eh'  era  presente,  disse  : 
Aeete  eletto  un  asino  ,  o  per  grande  umiltà  non  co- 
noscendosi degno,  0  profetizzando  il  suo  stato,  pe- 
rocché fu  uomo  di  grosso  intollelto  quanto  nella  pra- 
tica cortigiana,  ma  sofficiento  assai  in  iscritlura.  E 
poi  si  coronò  papa  a  di  3  di  gennaio  al  luogo  dei 
frati  predicatori  ad  Avignone,  e  chiamossi  papa  Bene- 
detto dodicesimo,  fi  come  fu  eletto,  levò  le  com- 
mende a  tulli  i  prelati  ^  salvo  a'  cardinali,  e  donò  al 
collegio  de' cardinali  della  camera  centomila  fiorini 
d'oro  per  ispese. 

CAPITOLO  XXIL 

Di  certo  dilmio  d'acque  che  fu  in  Firenze 

e  in  Fiandra. 

Nel  delto  anno,  a  dì  5  di  dicembre,  fu  tanta 
piova,  obe  il  fiume  d'Arno  crebbe  isformatamente 
per  modo,  che  se  le  pescaie  ch'erano  nel  fiume  innanzi 
al  gran  diluvio  fessone  stato  in  piede,  gran  parto 
della  città  sarebbe  allagata;  ma  per  lo  diluvio  il  letto 
d'Arno  era  abbassato  più  di  sei  braccia;  ma  pur 
cosi  ruppe  e  ne  menò  uno  ponto  di  legname  fatto 
a  grossi  pali,  il  quale  era  fatto  tra  '1  ponto  vecchio  e 
quello  di  Santa  Trinila,  e  uno  ponto  di  piatto  grosse 
incatonatOy  eh'  era  fallo  tra  '1  ponto  a  Santa  Tri- 
nila e  quello  della  Carraia,  con  danno  assai.  In 
Fiandra  e  in  Olanda  e  Isilanda  in  questo  tompo  furo 
tanto  soperchio  piove,  e  gonfiamento  del  flotto  del 
mare,  che  tutte  case  e  torre  di  quelle  marine  si 
disertarono. 

CAPITOLO  xxin. 

Come  uno  frate  Venturino  da  Bergamo  commosse 
molti  Lombardi  e  Toscani  a  penitenza. 

Nel  delto  anno,  per  le  feste  della  Natività  di 
Cristo,  uno  frate  Venturino  da  Bergamo  dell'ordine 
de'  predicatori  d' età  di  trentacinque  anni,  di  plcciola 
nazione,  per  sue  prediche  recò  a  penitenzia  molti 
peccatori  micidiali  e  rubatori,  ed  altri  cattivi  uomini 
della  sua  dttà  e  di  Lombardia.  E  per  le  sue  efli- 
caci  prediche  commosse  ad  andare  alla  quarantina  a 
Roma  e  al  perdono  più  di  diecimila  Lombardi  gen- 
tili nomini  ed  altri,  i  quali  tulli  vestili  quasi  del- 
l'abito di  S.  Domenico,  eioé  con  cotta  bianca  e  man- 
tello citostro  o  perso,  e  in  snl  mantollo  una  colom- 
ba bianca  intagliata  con  tre  foglie  d'ulivo  in  becco  ; 
e  venieno  per  le  città  di  Lombardia  e  di  Toscana 
a  schiere  di  venticinque  o  trenta ,    e  ogni  brigata 


*  La  Giantui»  qui  avarìa   d'  assai  :    E  come  Jm  iUtto 
piacqtte  a  tutti  i  prelati  ecc. 

« 


388 


CBONICHB 


coD  Mia  croca  iiinaiui  grìdaido  paee  •  misericordia; 
e  gittiff^ndo  utile  citudi  ti  rassefiiavaBO  prieia  alk 
oMeM  de*  frati  predicatori,  e  in  quella  dinaoti  al- 
l' altare  si  spogliavano  dalla  cintola  in  su,  e  si  bat- 
teano  nn  passo  nmilmenle.  B  nella  nostra  città  di 
Firenze  fn  loro  fatte  grandi  elemosine,  che  per  le 
dÌTOte  genti  nomini  e  donne  ogni  di  erano  messe 
tarole,  e  piena  tutta  la  piasse  vecchia  di  Santa  Ma- 
ria Novella,  ove  ne  mangiavano  per  volta  cini|ne- 
cento  0  pia  ben  serviti;  e  cosi  darò  quindici  di 
cotttinm,  come  passavano  a  Roma.  Infra  M  detto 
tempo  ia  ia  Firenze  il  detto  frate  Yenturioo,  e 
predicò  piii  volte  ;  e  alle  sue  prediche  traeva  tutto 
il  popolo  di  Firenze  quasi  come  a  uno  profeta.  Le 
dette  sue  prediche  non  erano  però  di  sottili  ser- 
moni né  di  profonda  sdenza,  ma  erano  molto  effi- 
caci e  d^una  buona  loquela  e  di  sante  parole,  di- 
cendole molto  dubbiose  e  accentive'  a  commuovere 
genti,  quasi  affermando  e  dicendo*  Quello  eh'  io  vi 
dioo  sarà,  e  non  altro;  che  Iddio  così  vuole.  An- 
donne  a  Roma  co*  detti  pellegrini,  e  con  molti  altri 
di  Tosodna  che  '1  seguirò,  che  fii  innumerabile  po- 
polo con  molta  onestà  e  pazienza.  B  poi  da  Roma 
andò  a  Avignone  al  papa  il  detto  frate  Venturino 
per  impetrare  grazia  di  perdono  a  chi  Tavea  seguito. 
In  corte,  o  per  invidia  o  per  alhra  sua  presunzione, 
fn  accusato  al  papa,  e  appostigli  più  articoli  di 
peccati  e  di  resia,  dei  quali  fu  disaminato,  e  fatta 
inquisizione,  e  fu  trovato  buono  cristiano  e  di  santa 
vita  ;  ma  per  la  ina  presunzione,  e  perchè  diceva 
che  non  era  niuno  degno  papa  se  non  istesse  a 
Roma  alla  sedia  di  San  Piero,  e  per  tema  eh'  ebbe 
il  papa  che  per  le  sue  prediche  non  commovesse  il 
popolo  cristiano,  si  gli  die  i  confini  a  dimorare  a 
Frisacca,  una  terra  nelle  montagne  di  Ricordane,  e 
comandogli  che  non  confessuse  persona,  né  pre- 
dicasse a  popolo.  B  questi  sono  i  buoni  sMriti 
e' hanno  le  sante  portone  da*  prelati  di  Santa  Chie- 
sa ;  ovvero  ohe  fn  giusto  per  temperare  la  soper- 
chia ambizione  del  frate,  tatto  eh*  adoperasse  con 
buona  intensione. 

CAPITOLO  XXIV. 

Com$  i  gUbelUiU  di  Qmuhm  ne  cacciaro  i  guelfi  e 
la  iigmoria  dei  re  Ruberie. 

Nel  detto  anno,  essendo  nella  dita  di  Genova 
tornali  per  pace  fatta  per  lo  Ruberto  tutti  i  ghibel- 
lini di  Genova,  come  addietro  in  alcnna  parte  fa- 
cemmo menzione,  e  mandando  a  Genova  il  re  uno 
messer  Boigro  da  Tolentino  suo  officiale  per  ordi- 
nare la  guardia  della  terra,  e  che  *1  termine  della 
signoria  del  re  §i  prolungasse,  e  essendovi  per  po- 
destà per  lo  re  messer  Giannouo  Cavalcanti  di  Fi«» 
ronzo,  sombugUo  e  commozione  nacque  in  Genova 
Ira*  gnelA  e*  ghibellini  ;  perchè  alla  maggior  parte 
de* Genovesi  eh*  erano  d*aninu>  imperile,  e  naln- 
ralmente  sono  altieri  e  disdegnosi,  rincrescea  la  si- 


'  La  GiaathMt  eMUUvoUf  oioà  aeeonoe.  Altre  stampe 
hanno  I  fitftiarfitMnW 

•■^^■■■•^  •    ^^^^^eee^wwwW9$ 


gnoria  del  re,  e  non  volendo  prolungare  più  la  si- 
gnoria al  re;  per  la  quale  dissensione  eomìndaro 
tra  loro  battaglia  cittadios,  e  asserrsgUaro  tutta  la 
terra  e  imbarraro.  Alla  prisM  abbono  il  migliore  i 
guelfi,  ma  poi  si  partirò  tra  loro;  che  i  Salvatichi 
per  cagione  che  ad  uno  di  loro  per  lo  sopraddetto 
messer  Boigro,  quando  fu  podestà  di  Genova,  per 
mandato  del  re  Ruberto*  fece  tagliare  il  capo  a  uno 
de*  maggiori  della  casa,  perchè  era  gian  pirata  e 
rubatore  in  mare,  per  lo  quale  sdegno  s' accordare 
co*  ghibellini  e  co'  loro  seguaci  a  torre  la  signorìa 
al  re,  accordati  a  ciò  fare  con  gli  Crii  e  Spinoli.  B 
avuto  gran  soccorso  di  genti  da  Saona,  e  dalla  Ri- 
viera per  terra  e  per  mare  cresciuto  loro  podere  e 
forza,  per  battaglia  ne  cacciarono  i  guelfi  e  le  ri- 
gnorie  del  re  Ruberto,  a  di  28  di  febbraio  del 
detto  anno,  con  gran  vergogna  del  re  Ruberto;  e 
funne  data  colpa  alla  podestà  di  trof^  negligenza. 
E  cecciati  i  guelfi  di  Genova  andarsene  a  Monaco,  e 
poi  eoi  Savore  del  re  Ruberto  armarono  galee,  e 
furono  signori  del  mare,  rubando  chi  meno  potea 
di  loro,  e  tenendo  la  città  di  Genova  molto  stretta. 
I  ghibellini  ohe  rimasono  signori  in  Genova  feoio- 
no  due  capitani,  uno  di  casa  d*  Oria  e  uno  di  casa 
Spinola.  Per  questa  mutazione  mollo  si  sconciò  fi 
buono  stato  di  Genova  e  di  mercatanzia,  e  male  vi 
si  lenea  ragione,  onde  mollo  abbassò  il  podere  de* 
Genovesi  ;  e'  guelfi  medesimi  che  tennero  co*  ghi- 
bellini furono  poi  cacciati  di  Genova. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  commeiò  V  abhasiomento  de'  TarlaH  d^Àreue^ 
e  come  fu  tolto  loro  il  borgo  a  Sansepolcro. 

Nell*anno  di  Cristo  1335,  essendo  messer  Pie- 
ro Sacconi  de*  Tarlati  d' Arezzo,  fìratello  che  fii  del 
valente  vescovo  d'Arezzo^  di  coi  addietro  in  più 
Inogora  avemo  fatta  menzione,  co*  suoi  fìratelli  e  con- 
sorti signori  al  tutto  d*  Arezzo  e  della  città  di  Ca- 
stello, e  del  borgo  a  Sansepokro,  e  di  tutte  loro 
eulella,  e  di  quello  di  Massa  Trihara,  dominando 
come  tiranni  infino  nella  Marca,  e  avendo  disertato 
Nieri  d*Ugnocione  da  Faggiuola,  e  i  conti  da  Moa- 
tefialtro,  e  quelli  da  Montedoglio,  e  U  casa  degli 
UbMtini,  e  *1  vescovo  d*  Arezzo  degli  Ubertini,  e  i 
figlinoli  di  Tane  da  Castello,  e  pih  altri  haroncelli 
del  paese,  ghibellini  e  guelfi,  per  signoreggiare  tutte; 
e  per  loro  presunzione,  presa  U  città  di  Cagli,  sella 
quìde  i  Perugini  cusavnno  alenna  ragiono,  e  perchè 
contro  a*  Perugia  leneano  la  città  di  Castello,  i  Pe- 
rugini co*  detti  ghibellini  segretamento  fociono  le- 
ga e  compagnia  con  messer  Guglielmo  signore  di 
Cortona,  e  dando  a  Nieri  da  Faggiuola  di  loro  genti, 
e  per  trattato  fatto  con  Ribaldo  da  Montedoglio  co- 
gnato de*Tarlati,*che  per  loro  leoea  il  borgo  a  Sanse- 
polcro, entrò  il  detto  Nieri  nel  detto  borgo  con  dogento 
cnvalicd  ooinquecento  pedoni  a  di  8  d*  aprile  del 
detto  anno,  e  prese  la  terra,  sslvo  la  rocca,  che  si 
tenne  inino  a  di  20  d'aprile,  nella  quale  era  messer 
Uberto  di  Maso  de*Tariàti«  e  venendo  gU  Aretini 
ooa  loro  atono  per  ioceonorlai  i  Perugini  oca  lotte 


DI  GIOVANNI  VILLANA 


S89 


loro  lega  e  forza  vi  foro  più  groisi  e  possenli, 
sicché  al  lutto  rìnttsoDO  signori  delia  te^ra  e  della 
rocca,  la  quale  s*  arrendo  loro,  salve  le  persone.  B 
questo  fu  il  comìnoiamento  delia  loro  rovina  e  ab- 
bassamento. 

CAPITOLO  XXVI. 

P^tfftd  rovina  che  fece  parie  della  tnoniagna 

di  Falterona. 

Nel  detto  anno,  a  15  di  magfgio,  ona  falda  della 
montagna  di  Palterona  dalla  parte  che  discender  verso 
il  Dicomano  in  Mugello,  per  tremuoto  e  rovina  sco- 
scese più  di  quattro  miglia  infino  alla  villa  che  si 
chiama  il  Castagno,  e  quella  con  tutte  le  case  e 
persone  e  bestie  selvatiche  e  dimestiche   e  alberi 
subissò,  e  assai  di  terreno  intorno,  gitlando  abboo- 
danza  d*  acqua  ritenuta,  oltre  alf  usato  modo  torbida 
come  acqua  di  lavatura  di  cenere;  e  gittò  infinita 
quantità  di  serpi,  e  due  serpenti  con  quattro  'piedi 
grandi  come  uno  cane,  li  quali  V  uno  vivo  e  V  altro 
morto    fhron  presi  a  Dicomano.  La  quale  torbida 
acqua  discese  nel  Dicomano,  e  tinse  il  fiume    della 
Sieve;  e  la  Sieve  tinse  Tacque  del  fiume  d^Amo 
inflno  a  Pisa  ;  e  durò  così  torbido   per  più  di  due 
mesi  per  modo,  che  dall^ acqua  d^Amo   a  neuno 
buono  servigio*  si  poteva  operare,  né  i  cavalli  ne 
*Toleano  bere;  e  fu  ora  eh*  e*  Fiorentini  dubitare  forte 
di  non  poterla  mai  guarire^  né  poterne  lavare  o  pur- 
gare panni  lini  o  lani,  e  che  però  f  arte  della  lana 
non  se  ne  perdesse  in  Firenze,  poi  a  poco  a  poco 
venne  rischiarando^  e  tornando  in  suo  stato. 

CAPITOLO  XXVIL 

Di  certi  $contra%%i  che  furo  ira  la  nosira  gente 

e  quella  di  Lucca. 

Nel  detto  anno  a  di  6  di  giugno,  avendo  il  capi- 
tano della  guerra  de*  Fiorentini,  messer  Beltramone 
dal  Balzo,  posto  un  battifolle,  ovvero  bastila  tra  Uz- 
Eano  e  Buggiano  in  Vvldinievole  per  guerreggiare 
Baggiano  e  Pésda,  tornando  da  quelle  la  nostra 
gente  in  quantità  di  centocinquanta  cavalieri,  certi 
de*  nemici  per  ordine  d*  aguato  uscirono  loro  ad- 
dosso e  combatterono,  e  furon  rotti  i  nemici  e  pre- 
sine ventidue  cavalieri,  e  uno  conestabile  morto. 
Intanto,  com'era  ordinato  per  li  nemici,  vennero  da 
Poscia  a  Buggiano  dugento  cavalieri  di  quelli  di  Lue- 
oa  e  assalirono  i  nostri,  che  si  credeano  aver  vinto, 
e  misongli  in  isconfltta,  e  rimasonvi  de*  nostri  quat- 
tro conestabili  presi  e  uno  morto,  con  più  cavalieri 
presi  e  morti. 

CAPITOLO  xxvm. 

Come  i  Perugini  furono  iconfUii  dagli  Aretini. 

Ne!  detto  anno,  a  dì  8  di  giugno,  avendo  i  Pe- 
ragitti  e  i  loro  collegati  presa  grande  baldanza  sopra 
gli  Aretini  per  la  rubellasione  del  borgo  a  Sanse- 


polcro,  col  signore  di  Cortona  in  quantità  di  otto- 
cento cavalieri  e  cinquemila  pedoni  erano  partiti  di 
Cortona  e  entrati  in  sul  contado  d'Arezzo  guastando 
la   contrada  di  Valdichiana.    Messer  Piero  Sacconi 
signore  d*  Arezzo  uscito  di  Castiglione  aretino  con 
cinquecento  cavalieri  di  sue  masnade  e  pedoni  as- 
sai, venne  arditamente   contro  a*  Perugini,  i  quali 
veggendo  gli  Aretini,   si  cominciarono  a  ricoglie- 
re verso  Cortona  male  ordinati  e  peggio  capitana- 
ti.   Gli  Aretini,  intra*  quali  avea  di  buoni  capitani  di 
guerra,  veggendo  il  loro  male  reggimento,  assalirò 
vigorosamente  i  cavalieri  di  Perugia  ch*erano  schierati 
in  sulla  strada  alla  guardia  de*  guastatori,  e  dopo  la 
prima  affrontata  alquanto  ritenuta,  i  cavalieri  perugini 
furono  rotti  e  sconfitti,  e  rimaservi  de'  cavalieri  pur 
de*  migliori  cittadini  e  forestieri  da  cento  tra  presi  e 
morti,  e  più  di  dugento  pedoni,  e  seguendo  la  cac- 
cia infine  alle  porte  di  Cortona  ;  e  se  non  fosse  il 
refngio  della  terra,  pochi  ne  sarebbono  scampati.  B 
ciò  fatto,  gli  Aretini  cavalcare  guastando  e  arden- 
do in  sul  contado  di  Perugia,  per  cinque  dì,  e  fu- 
rono infino  alle  forche  di  Perugia  presso  alla  città 
per  due  miglia  ;  e  per  diligione  de' Perugini  v'  im- 
piccarono de*  Perugini  presi  colla  gatta  e  vero  mu- 
scia^  al  lato,  colle  lasche'  del  lago  infilzate  pendenti 
dal  braghiere  degl*  impiccati.  Per  la  qual  cosa  i  Pe- 
rugini molto  aQutati,  non  feciono  come  gente  isbi- 
gottiti  nò  sconfitti  ;  ma  subitamente  raunaro  danari,  e 
mandare  in  Lombardia  per  mille  cavalieri  tedeschi, 
i  quali  erano  stati  delle  masnade  del  re  Giovanni, 
inolto  buona  gente,  i  quali  erano  di  poco  partiti  di 
Palina,  quando  si  rendè  a  messer  Alberto  e  a  messer 
Mastino,  e  ehiamavansi  i  cavalieri  della  colomba; 
perocchò  s*  erano  ridotti  alla  badia  della  Colomba  in 
Lombardia  e  nella  contrada,  \ivendo  di  ratto  e  senza 
soldo.  E  quelli  soldati  vennero  a  Perugia,  co'  quali, 
co' Perugini,  e  celi*  aiuto  de' Fiorentini,  che  incon- 
tanente saputa  la  sconfitta  mandarono  a  Perugia  cen- 
tocinquanta cavalieri  colla 'nsegna  del  comune  di  Fi- 
renze, feciono  appresso  di  gran  cose  contro  gli  Are- 
tini, come  per  lo  innanzi  leggendo  si  potrà  trova- 
re. E  in  questo  tempo,  a  di  15  di  giugno,  passando 
per  Firenze  da  centocinquanta   balestrieri  genovesi, 
i  quali  andavano  ad  Arezzo  in  servigio  di  messer 
Piero  Sacconi,  che  gli  mandavano  i  parenti  della 
moglie  ch'era  degli  Spinoli  di  Genova,  andando  al 
dilungo  '  per  la  terra  con  bandiere  levate,  e  colle 
sopransegne  imperiali  e  ghibelline,  i  fanciulli  e' gar- 
zoni e  popolo  minato  di  Firenze  a  grido  gli  segui- 
rono fuori  dalla  porta,  e  tutti  gli  rubare  e  preso- 
no e  fedire,  sicché   non  poterò  andare  al  servigio 
degli  Aretini,  e  tornarsi  a  Genova  ;  e  convenne  die 
i  mercatanti  di  Firenze   che  aveano  a  fare  in  Ge- 
nova, mondassero  loro  il  danno  ricevuto.  Della  qual 
cosa,  e  de*  cavalieri  eh'  e'  Fiorentini  mandarono  lo- 
ro subitamente  senza  richiesta,  i  Perugini  ebbono 
molto  a  grado  da' Fiorentini,  che  per  lo  subito  av- 
venimento della  sconfitta  erano  molto  sbigottiti;  e 


^  Una  Bpede  di  rete  da  pesca. 

'  Specie  di  pesce  d'acqua  dolee. 

'  tirando  di  lungo  per  la  terra  ^  sema  fermarsi. 


390 


CRONICIIB 


per  questo  piccolo  soccorso  presono  vigore  e  con- 
forto por  lo  modo  detto  di  sopra,  e  H  consiglio  de* 
Perugini  ordinò  di  trovare  moneta  per  via  di  ga- 
belle al  modo  di  Firenze,  onde  soldaro  i  detti  mille 
cavalieri. 

CAPITOLO  XXQU 

D*una  armala^  che  7  re  Ruberto  fece  sopra 

Cicilia, 

Nel  detto  anno,  a  di  13  di  giagno,  si  partì 
del  porto  della  città  di  Nupoli  una  armata  di  ses- 
santa galee  e  più  altri  legni,  che  il  re  Ruberto  man- 
dò sopra  r  isola  di  Cicilia  con  mille  cavalieri,  onde 
fu  capitano  il  conte  Curiliano  di  Calavra  e  M  conte 
di  Chiermonte  rubello  di  quello  di  Cicilia.  E  i  Fio- 
rentini gli  mandaro  aiuto  al  re  per  quella  armata 
cento  cavalieri  ;  di  più  non  poterò  servire  il  re  per 
k  gente  de*  Fiorentini  ch^  era  in  Lombardia  in  ser- 
vigio della  lega,  e  sopra  la  città  di  Lucca  e  al  ser- 
vigio de^  Perugini,  come  addietro  ò  detto.  La  detta 
armata  stettono  iu  suir  isola  di  Cicilia  il  luglio  e 
l'agosto  faccende  grande  danno,  ma  nulla  terra  mu- 
rata V*  acquistarono  V  perocché  e^  parenti  e  fedeli  del 
conte,  di  Chiermonte  non  gli  rispuosono  come  avea- 
no  promesso;  e  chi  disse  che  ì  detto  conte  non 
volle,  perchè  il  re  non  gli  fece  quello  onore  quan- 
do venne  a  lui,  come  si  credette,  e  per  animo  im- 
periale; e  a  ciò  diamo  fede,  che  tornata  la  detta 
armata  a  Napoli,  il  detto  conte  si  parU  dal  re  e  an- 
donne  in  Alamagna  al  Bavero,  e  poi  tornò  al  ser- 
vigio di  messer  Mastino  della  Scala ,  onde  s*  era 
mosso. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  le  città  di  Parma  e  di  Reggio  s*  arrenderò 
iC  signori  della  Scala^  e  quello  che  di  ciò  seguitò. 

Nel  detto  anno,  avendo  la  lega  di  Lombardia 
co' cavalieri  di  Firenze  (che  al  continuo  n*avea  al 
loro  servigio  quattrocentocinquanta)  molto  afflitta  la 
citti  di  Parma,  dappoi  oh*  abbono  il  castello  di  Co- 
lornio,  come  addietro  facemmo  meniione,  Orlando 
e  messer  Marsilio  de*  Rossi  di  Parma,  che  teneano 
la  signoria  della  terra,  trattato  feoiono  con  messer 
Azzo  Visconti  di  Milano  di  dargli  Parma  e  Lucca  ; 
per  la  qual  cosa  messer  Mastino  e  gli  altri  signori 
della  lega  e*  Fiorentini  si  turberò  molto,  e  ordinare 
parlamento  a ....,  e  lutti  vi  furo,  e  messer  Azze  a  Sol- 
dno,  e  molto  isdegno  si  scoperse  allora  tra  messer 
Azzo  e  messer  Mastino,  che  messer  Azze  pur  volea 
seguire  la  'mpresa.  I  Fiorentini  temendo  di  Lucca, 
ohe  non  venisse  alle  mani  di  messer  Azzo,  e  con- 
fidandosi più  di  messer  Mastino  per  le  impromesse 
fatte  a  loro  di  render  loro  Lucca,  antipuosono  con 
ogni  opera  e  eoli'  aiuto  degli  altri  allegali  di  levare 
messer  Azzo  dal  suo  proponimento,  e  di  paciarlo 
con  messer  Mastino,  e  dopo  molti  trattati  s'accoz- 
zare insieme  «in  sul  fUme  del  Loglio^  e  rimisesi  la 
questione  negli  ambasciadorì  di  Firenze,  i  qnali  ac- 


cordaro  che  Parma  fosse  di  messer  Mastino,  e  la 
lega  atasse  a  messer  Azzo  acquistare  Piacenza  e  il 
borgo  a  San  Donnino.  E  ciò  fatto,  e  confermato  per 
solenni  strumenti,  i  Rossi  di  Parma,  non  aspeltaodo 
soccorso  dal  re   Giovanni,  trattare   concordia  con 
messer  Mastino  e  colla  lega,  mosso  primarii  trattato 
per  Ispinetta  marchese,  e  poi  seguito  e  tratto  a  fine 
per  mano  di  messer  Marsilio  da  Carrara  di  Padova 
loro  zio;  e  in  tutto  si  rimisono  in  lui,  e  renderò  la 
città  di  Parma   a  messer  Mastino  e   a  messer  Al- 
berto della  Scala  con  promesse  di  larghi  e  grandi 
patti,  lasciando  loro  Pontremoli  è  più  castella  in  Par- 
migiana, e  promissione  di  lasciarli  i  maggiori  citta- 
dini di  Parma,  e  che  avcssono  dal  comune  annual- 
mente per  loro  provvisione  grande  quantità  di  mo- 
neta, in  quantità  di  cinqaan limila  fiorini  d'oro.  B 
eglino  premisene  a  messer  Mastino  d' aoperare  con 
effetto  con  messer  Piero  Rosso  loro  fratello,  il  quale 
tenea  la  città  di  Lucca  per  lo  re  Giovanni,  di  fargliele 
rendere  ;  accordandosene  per  certa  quantità  di  moneta 
col  detto  re.  B  questi  patti  di  Lucca,  dicea  messer  Ma- 
stino, facea  a  petizione  del  comune  di  Firenze,  per 
osservare  i  patti  della  lega,  e  così  ne  scrisse  al  detto 
comune  di  Firenze,  e  continuo  dicea  agli  ambascii- 
dori  de'  Fiorentini  eh'  erano  intorno  di  lui  a  Vero- 
na, che  quando  di  ciò  mancasse  messer  Pieroi^Rosso, 
sarebbono  di  sua  gente  al  servigio  de'  Fiorentini  ad 
stare  acquistare  Lucca  cinquecento  cavalieri;  e  tutte 
queste  promesse  erano  inganno.  Ebbene  la  posses- 
sione della  città   di  Parma  i  signori   della  Scala  di 
Verona  a  di  21   di  giugno  il  detto  anno   1335,  e 
entrovvi  messere  Alberto   della   Scala  con  seicento 
cavalieri;  perocché  messer  Mastino  per  alcuno  disa- 
gio di  sua  persona  preso  a  Colornio  se  n'  era  ito 
a  Verona;  e  al  cominciamento  quelli  della  Scala  os- 
servare largamente  i  patti  a*  Rossi  di  Parma  infino 
eh*  ebbene  la  possessione  di  Lucca.  Essendo  rondata 
la  città  di  Parma  a  messer  Mastino,  poco  appresso 
i  signori  da  Fogliano,  che  teneano  la  città  di  Reg- 
gio, per  non  avere  addosso  l'oste  della  lega,  cer- 
carono trattato  con   messer  Mastino,    e   con  certi 
patti  renderono  la  città  di  Reggio  a  di  4  dì  loglio 
del  detto  anno  a  messer  Mastino,  il  quale  inconta- 
nente la  rinvestì  e  diede  a  quelli  da  Gonzaga  signori 
di  Mantova,  com'era  in  patti  della  leg^,  riconoscen- 
dola da  lui  per   omaggio,   dandogliene   ogni  anno 
uno   falcone  pellegrino,  il  quale  gli  doveano  man- 
dare a  Verona. 

CAPITOLO  XXXI. 

Come  messer  A%zo  signore  di  Milano  ebbe  a  patti 
la  città  di  Piacenza  e  di  Lodi,  e'  Marchesi  Modena* 

E  poi  per  simile  modo,  a  dì  27  di  loglio  del 
detto  anno,  si  rendè  la  città  di  Piacenza  a  messer 
Azzo  signore  di  Milano  ;  ma  poi  gli  Scotti  di  Pia- 
cenza la  rubellarono  con  certi  altri  a  messer  Azzo  ; 
e  per  più  tempo  stettono  in  trattato  col  re  Ruberto 
di  dargli  la  terra.  Il  re  per  sua  lunghezza,  ovvero 
per  tema  di  far  sì  grande  impresa  centra  messer 
Azzo,  non  gli  soccorse  ;  per  la  qual  cosa  sotto  certi 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


391 


patti  f  amnderoDO  a  metser  Auo  a  di  15  di  di- 
cembre 13i5.  E  poi  air  entrante  di  aettembre  1335, 
s'arrendo  la  città  di  Lodi  al  detto  messer  Azzo;  e 
coli  fa  a  daacano  de'  collegati  della  lega  di  Lom- 
bardia os8er?ato  i  piatti  del  conquisto  fatto,  cbe  a' 
marcbesi  da  Ferrara,  dopo  molto  atento  avutasi  la 
città  di  Hodaoa  per  messer  Mastino,  la  diede  loro  a 
di  8  di  maggio  1336,  salvo  che  al  comune  di  Fi- 
renze non  furo  attenute  le  convenenze  della  città  di 
Lucca,  onde  poi  tra  ì  comune  di  Firenze  e  messer 
Mastino  ne  seguirò  grandi  novità,  siccome  appresso 
per  gli  tempi  faremo  menzione.  Lasceremo  alquanto 
de'  fatti  di  Lombardia,  e  diremo  di  quelli  di  Firenze 
e  d'  altre  parti  ch^  furono  in  que'  tempi. 

CAPITOLO  XXXIL 

Come  i  Fiorenlini  presono  in  guardia  il  castello  di 
Pietrasanla^  e  con  vergogna  il  lasciaro. 

Nel  detto  anno,  a  di  9  di  luglio,  tenendosi  il 
castello  di  Pietrasanta  del  contado  di  Lucca  per  Nic- 
coiaio  de**  Poggingbi,  che  Tavea  avuto  in  pegno  dal 
conestabile  di  Francia,  al  tempo  che  venne  in  Lucca 
col  re  Giovanni,  per  diecimila  fiorini  d'oro  che  gli 
uvea  prestati,  non  potendo  il  suo  podere  guardare  la 
terra,  la  diede  in  guardia  al  comune  di  Firenze,  sal- 
vo si  ritenne  la  rocca  ;  i  quali  vi  maodaro  cento  ca- 
valieri e  trecento  pedoni,  capitano  messer  Gerozzo 
de'  Bardi.  Per  la  qual  folle  baldanza  due  di  appres- 
so cèrti  usciti  di  Lucca,  in  quantità  di  dugento  pe- 
doni, presono  il  poggio  della  Pedona  eh'  è  tra  Pie- 
trasanta e  Camaiore,  e  quello  intendeano  d'afforza- 
re :  incontanente  vi  cavalcò  messer  Fiero  Rosso  colle 
masnade  di  Lucca  a  cavallo  e  a  piede,  e  quello  pog- 
gio assediare^  e  non  essendo  forniti  di  vittuaglia 
né  soccorsi ,  s' arrenderò ,  e  furo  menati  a  Lucca 
presi;  de' quali  caporali  ne  furo  impiccati  diciotto,  in 
tra'  quali  ebbe  due  de'  Poggioghi.  Ma  poi  V  aprile 
vegnente  il  detto  Niccolaio  de'  Pogginghi  rendo  Pie- 
trasanta a  messer  Mastino  della  Scala,  che  tenea  già 
Lucca,  per  undicimila  fiorini  d'oro,  mandandone  fuo- 
ri le  masnade  de' Fiorentini;  ma  non  compio  Tanno 
appresso,  che  messer  Mastino  fece  pigliare  il  detto 
Niccolaio  io  Lucca,  opponendogli  che  trattava  co'Fio- 
rentini,  e  tolsegli  i  detti  danari  e  più  ;  e  cosi  il  tra- 
ditore dal  traditore  fu  tradito  giustamente. 

CAPITOLO  xxxni. 

Di  grande  corrutione  di  taiuoló  che  fu 

in  Firen^te, 

Nel  detto  anno  e  istate,  fu  in  Firenze  una  gran- 
de corruzione  di  male  di  vainolo,  che  tutti  i  fan- 
ciolli  di  Firenze  e  del  contado  ne  furo  maculati  di- 
versamente ;  per  la  qual  malattia  più  di  duemila  ne  fal- 
lirò per  morte  in  Firenze  tra  maschi  e  femmine.  Dis- 
tesi per  alcuni  strolagi  e  naturali,  che  la  congiunzione 
di  Marte  e  di  Saturno  nel  segno  della  Libra,  e  il  Giove 
n  foro  opposizione  nell'Ariete,  ne  fu  cagione. 


CAPITOLO  XXXIV. 

Come  8i  fuhellò  Grosseto  à^Saneti,  e  poi  il 
riehbono  per  danari. 

Nel  detto  anno,  a  di  28  di  luglio,  essendo 
Batino  signore  di  Grosseto,  per  tirannia,  siccome  il 
più  possente  cittadino  di  quella,  stato  più  tempo  in 
Siena  a'  confini  e  quasi  in  cortese  pregione  (perocché 
i  Senesi  gli  aveano  tolto  Grosseto  tortevolemente  e 
a  inganno,  e  in  Siena  il  teneano  per  paura)  il  detto 
Batino  si  parti  colatamente  di  Siena,  e  rubellò  Gros- 
seto. Per  la  qual  cosa  a' Sanasi  surse  assai  guerra 
in  picciol  tempo,  che  incontanente  feciono  oste  a 
Grosseto  con  molto  dispendio  e  mortalità  di  loro  gente 
per  lo  peslilenzioso  luogo.  Ed  essendo  ad  oste  infi- 
no a  di  8  di  novembre,  per  certo  falso  trattato  di 
qoe'  d' entro,  fu  data  a'  Sanasi  una  porta  della  città, 
e  rotto  alquanto  del  muro^  e  entrato  dentro  il  conte 
Marcovaldo  de'  conti  Guidi  loro  capitano  di  guerra 
con  più  di  trecento  uomini,  com'era  ordinato,  furo 
rinchiusi  6  quasi  tutti  presi  ;  e  di  grande  avventura 
scampò  il  conte.  B  rafforzata  f  oste  de' Sanasi,  Batino 
essendo  andato  a  Pisa  per  soccorso,  da'  Pisani  ebbe 
aiuto  di  cavalieri,  e  ancora  per  suoi  danari  soldo 
cavalieri,  sicché  menò  in  Maremma  cinquecento  ca- 
valieri, e  francamente  levò  da  oste  i  Sanasi  e  vil- 
lanamente, che  lasciaro  tutto  il  loro  campo  e  arnesi, 
e  misonsi  in  fuga.  E  poi  co'  detti  cavalieri  corse  Bati- 
no tutte  le  terre  de'  Sanasi  di  Maremma  infino  al  ba- 
gno a  Petriuolo,  levando  grandi  prède;  e  ciò  fu  a  di 
26  di  novembre  del  detto  anno.  Ma  poi  i  Sanasi  trat- 
tarono accordo  col  detto  Batino,  e  promisongli  dieci- 
mila fiorini  d'oro  \  ed  egli  rendesse  loro  Grosseto  ; 
a  di  26  di  luglio  1336  lasciò  la  signorìa,  ma  rup- 
pongli  dislealmente  la  impromessa,  che  non  gli  pa- 
gare che  la  prìma  paga  di  cinquemila  florìni  d' oro  ; 
e  cosi  fu  ingannato  il  tiranno  tirannescamente. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  i  Sanesi  per  inganno  presono  la  città  di 
Massa^  e  ruppono  pace  a*  Pisani. 

Ancora  nel  detto  anno  tegnendo  i  Korontini 
la  città  di  Massa  in  Maremma  per  l' accordo  fatto  da' 
Pisani  a'Sanesi  per  lo  vescovo  di  Firenze,  come  ad- 
dietro facemmo  menzione  l'anno  1333,  ed  essen- 
dovi per  podestà  Tegghia  di  messer  Bindo  de'  Bon- 
delmonti  e  per  capitano  Zanpaglione  de'  Tomaquin- 
d,  la  setta  de'  cittadini  ch'amavano  i  Sanesi,  e  per 
loro  trattato,  cominciarono  il  rpmore  e  battaglia  nella 
città,  e  abbarrarsi  nella  terra  ;  e  la  parie  de'  Sanesi 
s'accosterò  col  detto  Zampagliene  loro  capitano,  e 
dbsesi  per  corruzione  di  moneta.  Incontanente  vi 
cavalcaro  i  Sanesi  popolo  e  cavalieri,  e  entrerò  nella 
terra  dalla  parte  di  sopra  ov'  era  la  forza  della  loro 
setta.  I  Fiorentini  vi  mandarono  allora  il  loro  vesco- 
vo e  altri  ambasciadorì  per  racquetare  la  terra,  ma 
niente  v'  adopererò  per  la  forza  de'  Sanesi  eh'  atea- 


*  QtfiTKticY  mila  dice  la  edìslone  de*  GiuDtì. 


892 


CROia(»B 


no  presa  gran  parte  deUe  forleue  della  dttà;  e  eon- 
venne  per  forza  ch^al  lotto  Tossono  lifnori  della 
terra^  e  cacciarne  ì  caporali  amici  de*  Pisani  ;  e  ciò 
fa  a  di  24  d'agosto  del  detto  anno.  Per  la  qaal  co- 
sa ì  Pisani  si  turberò  molto  contro  a*  Senesi,  perchò 
aveano  loro  rotta  pace;  e  però  diedono  il  loro  soc- 
corso di  cavalieri  a  Batino  di  Grosseto  contro  a'Sanesi, 
come  detto  avemo.  Ma  piii  si  dolsono  de'  Fiorentini, 
perchè  B*  erano  fidati  di  loro,  e  data  in  guardia  la 
città  di  Massa,  ed  erano  mallevadori  della  pace  sotto 
pena  di  diecimila  marchi  d*  argento,  con  tatto  che 
noi  sapemmo  di  vero,  eh*  e'  Fiorentini  non  ci  osaro- 
no frode  né  inganno  contro  a' Pisani,  ma  fallirono 
in  negltgensa  di  non  mandare  la  fona  de'  loro  ca- 
valieri al  soccorso  della  podestà  di  Massa,  e  non 
pulirò  il  capitano  loro  cittadino,  il  quale  si  disse  che 
fu  colpevole  della  rivolusione  della  città. 

CAPITOLO  XXXVL 
Di  cerH  fuochi  appresi  in  Firewte. 

Nel  detto  anno,  a  di  25  d' agosto  S  a' apprese 
fuoco  in  Firenze  da  San  Gilio,  e  arse  nna  casa  de' 
tintori.  E  poi  a  di  7  di  settembre  s'apprese  nella 
piazza  di  San  Giovanni  verso  il  corso  degli  Adimari, 
e  arsone  cinque  case. 


CAPITOLO  xxxvn. 

Come  i  Perugini  e'  loro  collegati  ebbono  la  dita 

di  Castello. 

Nel  detto  anno,  sabato  notte  ultimo  di  settem- 
bre, il  marchese  di  Yalliana  avendo  tenuto  segreto 
trattato  con  tre  fratelli  di  Monterchi  anticamente  suoi 
fedeli,  i  quali  erano  alla  guardia  della  città  di  Ca- 
stello sopra  una  porta,  per  rapporto  d' una  loro  ma- 
dre, subitamente  e  di  notte  si  parti  dal  Monte  Sante 
Marie  e  cavalcò  co'  figliuoli  di  Tane  da  Castello,  e 
con  Nieri  da  Faggiuola,  e  con  messer  Branca  da  Ca- 
stello, con  cinquecento  cavalieri  de' Pisani,  e  pedoni 
assai  ;  e  anzi  di  giunsono  alle  porte  di  Castello,  e  a 
quella  che  dovea  essere  loro  data  per  li  detti  tra- 
ditori: fu  loro  risposto.  B  quando  messer  Ridolfo 
Tarlati,  ch'era  in  Castello  signore  con  cento  cavalieri, 
sentt  i  nemid,  fu  all'arme  per  difendere  la  terra;  e 
vegnendo  alla  porta  ov'erano  i  traditori,  gli  fu  gittato 
da  loro  della  torre  d'entro:  incontanente  sbigottito 
abbarrò  la  via  dinanzi  per  difensione;  ma  il  marchese 
e' suoi  compagni  e'  maestri  di  guerra  inoontanente 
feciono  aggirare  la  loro  gente  dall'altra  parte  della 
terra,  faccendo  vista  con  grande  tumulto  di  grida  e 
di  suono  di  trombe  e  di  nacchere  d' aesalire  altra  por- 
ta, e  il  marchese  rimue  con  pochi  a  tagliare  la  detta 
porta.  Quo'  d' entro  slorditi  per  lo  subito  assalto,  e  male 
provveduti,  corsone  per  la  terra  per  paura  all'altre 
porte.  Intanto  fu  tagliata  e  aperta  quella  ov'  erano  i 
traditori  ;  e  tagliato  il  ponte,  e  entraH  dentro,  grandi 
battaglie  ebbono  alle  sbarre  della  via,  e  per  forza  le 


viasono,  perocché  measer  Ridoliò  o'IlglMoli  vadei- 
do  i  nemid  dentro  si  fuggirò  con  parte  di  tua  genie 
nella  rocca;  che  se  fosse  stato  feroM)  dia  difasa, 
non  perdea  la  terra.  E  la  dttà  per  i  Tedeadii  Ut  tatla 
corsa  e  rubata,  e  '1  cutello  deUa  rocca  assediato  den- 
tro e  di  fuori  ;  e  per  la  troppa  gente  io  qteUa  ri- 
fuggiti, non  essendo  fornita  al  bisogno  éi  vittnagik, 
s'arrenderò  pregioni  a  di  5  d'ottobre»  E  aesaerRi* 
dolfo  con  due  suoi  figliuoli  e  gli  altri  della  rocca 
n' andare  presi  a  Perugia.  E  poco  appreso  i  Penn 
gini  ebbono  il  forte  castello  di  Citeraa,  e  pia  aUri 
della  contrada.  Avemo  detto  si  distesa  qnesla  presa 
di  Castello  perchò  fu  d'awentoroso  avveBÌaento,e 
con  bello  accorgimento  e  prodezza  di  guerra.  E  not% 
che  se  questa  vittoria  non  fosse  avvenula  a'Perugini, 
olii  erano  per  disertarsi  della  guerra  con  gli  Aretini; 
perocché  già  cominciava  loro  a  rincrescere  la  grossa 
spesa  de' cavalieri  soldati,  siccome  popolo  e  dtta» 
dini  male  provveduti  a  guerra,  e  poco  mobolati'  di 
moneta  comunemente. 

CAPITOLO  xxxvm. 

Come  il  re  d"  Inghilierra  sconfisse  gli  ScoUi, 

Nel  detto  anno,  la  state  1335,  il  giovane  A- 
doardo  re  d' Inghilterra  con  sua  baronia  ancora  pas- 
sò in  Iscozia  con  Ruberto  di  Ballinolo,  il  quale  n'a- 
vea  fatto  nuovo  re,  e  centra  Davit  re  nato  di  Ruber- 
to di  Brus,  e  combatté  con  lui  e  con  gli  Scotti  e 
sconflsseglL  Ben  vi  rimue  morto  il  conte  di  Como- 
vaglia  per  soperchio  affanno,  firatdlo  eamale  dd  re 
d'InghOterra;  e  prese  il  re  Adoardo  quad  Intto  il 
paese  di  Scozia,  salvo  le  fortezze  delle  montagne,  e 
de'  boschi  e  marosi.  E  il  detto  re  Davil  di  Bnis  si 
tornò  in  Francia  al  re  Filippo  di  Valois  wo  colle- 
gato, avendo  quad  perduto  il  reame.  Lasceremo  d- 
quanto  degli  atrani,  e  torneremo  a  nostra  nutterìi 
de' fatti  di  Firenze  e  delle  pertinenze. 

CAPITOLO  XXXIX. 


Come  %  Fiorentini  crearono  di  nmo^a  Vufim  dd 
consertadare  e  quello  ne  segu^. 

Nel  detto  anno,  per  eden  di  novembre,  i  Fio- 
rentini che  reggeano  la  città  fedone  nn  nuovo  reg- 
gimento di  signoria,  il  qude  chiamarono  il  capitane 
della  guardia  e  conservadore  di  pace  e  di  stalo  deUs 
dttà.  E  il  primo  fu  messer  Iacopo  Gabbridh  d'A- 
gobbio  ;  e  il  detto  di  entrò  in  signoria  con  cinquan- 
ta cavalieri  e  cento  fanti  a  pie,  con  adario  di  die- 
dmila  fiorini  d' oro  l' anno  con  grande  arbitrio  e 
balia  sopra  gli  sbanditi  ;  e  sotto  il  suo  titolo  ddla 
guardia,  stendea  il  suo  nficio  di  ragione  e  di  fotte 
a  modo  di  bargello  e  sopra  ogni  dira  signorit,  e 
£iccendo  giustizia  di  sangue  come  jiltì.  piaeea,  sanai 
ordine  di  statoli.  E  tornò  a  stare  ne'pdagi  che  fa« 


Quindiei  di  agosto  dice  le  edidone  de*  QiuntL 


*  forniti,  provreduti,  d*  mohdUf  che  vale  meXtUtj  ft- 
eoltà.    Al  eap.  L  trovend   mobolatOt  luiito  sssohttuMnte 
I  per  rioeo  di  molfUé^  ricco. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


393 


ro  da'  flgliiioli  Petrì  diotro  e  di  costa  alla  chiesa  di 
San  Piero  Scheraggio,  i  qaali  in  quelli  tempi  si  com- 
perarlo per  lo  cornane  di  Firenze  da*  creditori  delta 
compagnia  degli  Scali  fiorini  settemila  d'oro.  E  qae- 
sto  nfleia  feciono  e  crearono  quegli  cittadini  popo- 
lari che  reggeaoo  la  terra,  per  fortificare  loro  stato 
e  per  panra  fK  non  perderlo  quasi  al  modo  dciran- 
no  dinansi,  che  aveano  fatti  i  sette  bargellini,  come 
addietro  facemmo  menzione.  11  detto  messer  Iacopo 
stette  in  signoria  nno  anno  faccendo  aspro  nficio, 
faccendosi  motto  temere  a*  cittadini  grandi  e  popo- 
lari; e  gli  sbanditi  si  cessarono  quasi  tutti  di  città 
e  di  contado;  perocché  prese  Rosso  figliuolo  di  Ghe- 
rardnodo  de*  Bondelmonti,   il  quale  avea  bando  di 
contumace  delia  testa  per  certa  riformagione,  e  non 
per  iMaluto  né  micidio  per  lai  fatto,  ma  per  una  ca- 
valcata eh'  egli  con  certi  avea  fatta  a  Montalcioo  io 
servìgio    do*Tolomei    di   Siena;  e  fecegli  tagliare 
il  capo  contro  al  volere  della  maggiore  parte  de'  Fio- 
rentini, perocché  non  avea  fatta  offensione  a  nullo 
cittadino  né  in  nostro  distretto,  ma  per  farsi  teme- 
re: perocché  chi  a  uno  offende  molti  minaccia.  B  poi 
più  altri  per  simile  modo  giudicò  a  morte,  e  con- 
dannò qnasi  tutti  i  comuni  e  popoli  di  contado  per 
cagione  di  ritenere  sbanditi  a  diritto  e  a  torto,  co- 
ma gli  piacqna.    E  così  menando  rìgido  e  crudo  il 
ano  oflcio,  molte  cose  illicite  e  di  fatto  fece  in  Fi- 
renze, a  petiziode  di  coloro  che  1*  aveano  chiamato 
a  ragrgeano  la  città,  e  ancora  per  non  licito  guada- 
gno. Poi  compiuto  Tanno  se  n*andò  ad  Agobbio 
ricco  di  molti  danari.  E  in  suo  luogo  ci  venne  io  ca- 
len  di  novembre  1336,  par  uno  anno  appresso,  mes- 
ser Aooorrimbono  da  Tolentino,  uomo  d'età  di  più 
di  sattantaciaqna  anni,  il  quale  altra  volta  stato  in 
Firansa  per  podestà  fu  buono  rettore.  Al  comincia- 
manlo  di  ano  nfido  cominciò  bene  ;  ma  poco  appres- 
so dilatando  ano  nficio,  che  Tavea  di  fatto,  infino 
a' piati  minati  intese  per  guadagnerìa  di  se  e  di  sua 
corta.  E  infra T  suo  tempo,  a  dì  13  di  hglio  1337, 
essendo  a  sindicato  uno  messer  Nicoola  della  Serra 
d' Agobbio  stato  podestà  di  Firenze,  e  trovandosi  in 
difetto,  e  per  lo  esecutore  degli  ordinamenti  della 
gfnalizia  suo  parente,  il  quale  era  del  contado  d'A- 
gobbio,  col  hyoTt  del  dettò  messer  Accorrìmbono 
a  dalla  nuova  podestà,  eh'  era  nipote  del  detto  mes- 
ser Accorrìmbono,  non  lasciando  a' sindachi  in  ciò 
fare  loro  nflcio,  gante  minuta  si  commosse,  e  fu  in 
parlo  la  città  a  romora  in  in  le  piazze  delle  signorìe, 
parahé  non  si  fooea  giustizia  della  podestà  e  di  sua 
faarìgHa;  a  oo' sassi  cacciati  f^ro  e  fediti,  e  alquanti 
morii  dalla  famiglia  delle  dette  signorìe  a  loro  gran- 
de difatto,  spasìalmente   quella  del  dettò  messere 
Aacorrimbono,  onda  tutta  la  città  si  commosse.  B 
volendo  il  detto  messere  Accorrìmbono  fare  giusti- 
sin  in  persone  di  certi  oh'  avea  presi  per  lo  detto 
romora,  par  paura  dal  popolo  minuto  non  ebbe  T  ar- 
dire, e  non  l'avrebbe  potuto  fare  par  la  furìa  del 
popolo;  a' convenne  fosse  condannata  la  podestà  vec- 
chia, a  certi  de*  detti,  che  feciono  il  remora,  in  pe- 
eonia.  Per  la  quale  cosa  e  cagioni  si  fece  decreto, 
che  in  fra  dieci  anni  nullo  rettore  di  Firenze  potesse 
oiier  d' Agobbio  o  del  contado.  Consegnendo  l'uno 


errore  sopra  l'altro,  il  detto  messer  Accorrìmbono, 
a  petizione  di  certi  caporali  che  reggeano  la  città, 
per  cagione  di  setta  fece  una  inquisizione  del  me- 
se di  settembre  centra  messer  Pino  della  Tosa  cVe- 
ra  morto  il  giugno  dinanzi,  eh'  egli  a  Feo  di  mes- 
ser Odaldo  della  Tosa  e  Maghinardo  degli  Ubaldini 
aveano  tenuto  trattato  con  messer  Hastino  della  Scala 
di  tradire  Firenze;  e  funne  costretto  e' martoriato  il 
figliuolo  di  messer  Pino  per  farlo  confessare  ciò,  ed 
altri  gentili  uomini  di  Firenze  amici  di  messer  Pino, 
per  disfare  la  sua  memoria  e  distruggere  i  suoi 
amici;  e  ciò  fu  fatto  per  invidia,  e  chi  disse  per 
operazione  d'alcuno  consorto  del  detto  messer  Pino. 
La  qual  cosa  non  fu  né  si  trovò  vero  ;  e  il  detto 
Maghinardo  se  ne  venne  personalmente  a  scusare. 
Ben  fu  vero  che  messer  Pino  per  mandato  del  re  Bu- 
berto,  da  cui  tenea  la  terra,  cercò  con  messer  Ma- 
stino concordia  con  lui  e  col  nostro  comune,  dan- 
done la  città  di  Lucca  libera.  E  per  la  detta  cagiona 
parendo  al  detto  messer  Accorrimbono  avere  male 
impreso,  per  sua  ricoperta  condannò  parte  della  casa 
di  messer  Pino  a  disfare,  perché  cominciò  il  trattato 
senza  parola  de'  priori  ;  e  '1  detto  Feo  per  contuma- 
cia ;  la  qual  cosa  fu  molto  biasimata  da  più  cittadini, 
perocché  messer  Pino  era  stato  il  più  sufficiente  e 
valoroso  cavaliere  di  Firenze,  e  il  più  leale  a  par- 
te guelfa  popolo  e  comune.  Ben  fu  un  grande  im- 
prenditore di  gran  cose  per  avanzarsi  ;  per  la  qual 
cosa  il  detto  nflcio  di  capitano  di  guardia  e  conser- 
vatore venne  si  in  orrore  de'  cittadini  di  Firenze,  che 
per  nullo  modo  o  procaccio  di  certi  caporali  che 
reggeano  la  città,  non  poterò  avere  balia  di  raffer- 
mare il  detto  messere  Accorrimbono  né  altri  in  suo 
luogo  ;  e  venne  meno  il  detto  nficio,  il  quale  era  ar- 
bitrario e  di  fatto,  senza  ordine^  l^gfo  o  statuto 
osservare,  per  potere  per  lo  detto  uficio  disfare  a 
cacciare  di  Firenze  cui  fosse  piaciuto  a  certi  che 
reggeano  la  città,  che  aveano  creato  il  detto  ufi- 
cio, e  per  tenere  in  tremore  i  cittadini.  Averne  sì 
lungo  fatta  memoria  di  questo  uficio  e  dei  suoi  pro- 
cessi per  lasciarne  esemplo  a'  cittadini  che  saranno, 
acciocché  per  bene  della  nostra  città  non  siano  mai 
vaghi  di  fare  uficiali  arbitrari,  che  perché  si  creino 
sotto  colore  e  titolo  di  bene  di  comune,  sempre  mai 
fanno  dolorosa  uscita  ^  per  le  cittadi,  e  nascena  ti- 
rannica signoria. 

CAPITOLO  XL. 

Come  meuer  Mastino  iella  Sedia  ebbe  la  ciilà 

di  Lucca. 

m 

Nel  detto  anno  1335,  in  calen  di  novembre, 
dopo  molti  trattati  fatti  per  Orlando  Rosso  con  mes- 
ser Mastino  de'  fatti  di  Locca,  sempre  con  parole  e 
promesse  di  farlo  ad  istanza  de'  Fiorentini,  tanto  si 
menò  il  trattato,  che  messer  Piero  Rosso,  il  quale 
n'avea  la  possessione,  non  si  poteo  più  difendere 
da*  fratelli,  e  mal  volentieri  andò  a  Verona,  e  ac- 
consentì éi  dare  a  measer  Mastino  la  signoria  di 


'  esitOi  riascita. 


394 


CROMICHE 


LQcca«  B  coti  eMe  metter  Mastue  della  Stek  la 
potaetdone  e  la  tigooria  della  cMà  di  Loooà  e  del 
coBtido  per  mano  d^  Orlando  e  di  metter  Piero  de' 
Rotti  di  Parma,  oom'  erano  ttale  falle  le  conveaenae^ 
quando  renderono  Parma,  come  dicemmo  addieiro. 
B  partitti  metter  Piero  Rotto  a  di  20  di  dicembre 
del  detto  anno  della  citii  di  Locca,  e  andoatene  a 
Pontremoli,  che  di  palli  rimate  a*  Rotti  con  pid  al- 
tre cattella  in  Parmigiana  per  lo  modo  dello;  e  in 
Lucca  poi  rimate  vicario  per  metter  •  Mattino  met- 
ter Giliberto  Tedetco  con  cinquecento  cavalieri,  e 
tempre  dando  metter  Matltao  falta  tperanxa  a'Fio- 
rentini  per  tue  lettere,  e  dicendolo  e  prooMllendolo 
e  giorandolo  a'  loro  ambatciadori,  eh*  al  continuo  il 
tegnivano  per  cagione  di  ciò,  di  rendere  al  comune 
di  Firenze  la  cillà  e  contado  di  Lncca  com'erano  i 
patti  della  lega,  quando  avette  riformala  la  terra  in 
buono  alato  ;  della  qual  prometta  falli  tiecome  fel- 
lone e  traditore,  e  i  Rotti  di  Parma  tradì  e  diter- 
tò,  come  innanii  faremo  menzione,  ticoome  falto  e 
ditleale  tiranno,  che  t' avea  concepulo  con  ditordi- 
naia  e  folle  covìdigia  e  malvagio  contiglio  che  per 
la  città  di  Lucca  e  per  la  tua  forui  avere  la  tignoria 
di  tutta  Totcana,  come  innanti  per  gli  tuoi  etordi  e 
precetti  ti  potrà  trovare  *,  per  lo  qual  tradimento  nac- 
quero diverte  e  maravigliote  novità  e  mutaiioni  in 
Lombardia  e  in  Totcana  ordinale  per  gli  Fiorentini. 

CAPITOLO  XLL 

Come  te  ierte  del  vUcontado  in  Valdambra 
si  diedono  ai  comune  di  Firenze. 

Nel  detto  anno,  cttendo  già  la  tignoria  de'  Tar- 
lati d'Arezzo  mollo  abbattala  per  la  perdila  del 
Borgo  a  Santepolcro  e  per  quella  della  città  di  Ca- 
ttello,  come  dicemmo  addietro,  e  per  la  forza  de' 
Perugini  eh'  era  col  loro  ordine  montata  con  l'aiuto 
de'  Piorentini,*che  tpetto  colle  loro  matnade  correa- 
no  intino  in  tu  le  porte  d'  Arezzo,  e  aveano  ri- 
potle  il  monte  Santavino,  e  di  quello  i  Perugini  fa- 
ceano  guerra  al  oontinno,  e  più  volte  vi  toouflttono 
di  loro  matBtde;  per  la  qual  cota  quelli  del  vi- 
toontado,  cioè  il  catteUo  del  Bucino  io  Valdambra, 
e  quello  di  Genina,  Galalrone,  Rondine,  e  la  Torri- 
cella,  i  quali  teneano  i  Tarlati,  e  di  gran  parte  v'a- 
veano  tu  ragione  per  certe  compere  per  loro  falle 
da  certi  de'  conti  Gnidi,  temendo  della  guerra,  e  co- 
notcendo  che  gli  Aretini  non  gli  poteano  difendere 
né  aoccorrere,  ti  diedono  al  comune  di .  Firenze  a 
di  2  di  novembre,  faoeendogli  franchi  per  cinque 
anni,  dando  i  detti  catlelli  uno  cero  alla  fetta  di  San 
Giovanni  ciatcuno  anno,  n  quale  fu  un  bello  acqui- 
eto a'  Fiorentini ,  e  un  grande  aliargameale  e  ac- 
concio di  loro  contado  per  quello  ohe  ne  teguio 
appreato. 


'  la  oonveniioni,  come  legge  qualche  stampa. 


CAPITOLO  XLIL 

Come  nella  dita  di  Pisa  ebbe  battaglia^  e  furonne 

cacciati  certa  parte. 

Nel  detto  anno  e  tempo,  ettendo  la  città  di 
Pita  in  grande  tetta  e  dlvitione,  che  1'  una  parte  era 
il  conte  Fazio  colla  maggior  parte  de'  popolani  che 
reggeano  gli  uBci  della  città,  V  altra  tetta  erano  i 
non  reggenti;  ond'  erano  capo  metter  Benedetto  e 
metter  Geo  Maccaioni  de'  Gualandi,  e  certi  de'Lan- 
franchi  e  più  altri  grandi,  e  Cola  di  Piero  Boncooti 
e  più  altri  popolani,  i  quali  ordinarono  cospirazione 
in  Pita  per  abbattere  il  conte  e  i  reggenti  tuoi  te- 
guaci,  con  trattato  di  metter  Mattino  della  Scala, 
che  gli  aveano  prometta  la  tignoria  di  Pita,  ed  e- 
gli  dovea  loro  mandare  le  tue  forze  de*  cavalieri  da 
Lucca.  La  quale  cotpirazione  partorì  remore  e  bat- 
taglia cittadina,  che  a  di  1 1  di  novembre  del  detto 
anno  i  detti  de'  Gualandi  e  loro  teguaci  con  armata 
mano  attalirono  la  podestà  di  Pita  e  cacciarlo  di  Pisi 
e  rubarlo,  e  artono  tutti  gli  atti  e  tcrilture  di  co- 
mune, e  ruppono  le  pregioni  e  liberare  i  preti.  E 
poi  nella  piazza  di  San  Siati  tutto  il  di  combatterò 
gli  anziani  e  il  conte  e  il  popolo  di  Pita,  ch'erano 
raunati  armali  in  tu  la  piazza  degli  anziani.  E  non 
potendo  retittere  al  popolo  ti  riduttero  la  aera  al 
capo  del  ponte  alla  Spina  alla  porta  delle  Piagge,  a 
quivi  t'afforzare  con  barre  e  terragli  atpeltando  il 
loro  teccorto  da  Lucca  da  metter  Piero  Rotto,  il 
quale  mandava  loro  quattrocento  cavalieri  e  popolo 
attai;  e  già  erano  pretto  del  catlello  d'Atciaoo; 
tenlendolo  il  conte  e  il  popolo  dubitando  di  loro  ve- 
nuta aOrettaro  la  battaglia  la  notte  con  fuoco  met- 
tendo e  con  molto  taeltamento,  e  promettendo  ai 
loro  aoldali  tedetchi  e  italiani  paga  doppia;  i  quali 
gran  parte  aceti  de' cavalli  manetcamenle  combat- 
terò, e  per  forza  d'  arme  la  notte  medetina  cac- 
ciarono i  rubelli  della  città  ;  che  a'  avetsero  in- 
dugiato il  remore,  e  aottenulo  la  notte  infino  alla 
mattina  che  il  loro  aoccorto  da  Lucca  foue  giunto  a 
Pita,  eglino  avrebbono  vinta  la  città,  e  metter  Ma- 
stino n'  era  tignore.  Sentendoti  la  novella  in  Firen- 
ze, i  Fiorentini  mandare  incontanente  trecento  cava- 
lieri di  loro  matnade  a  Montelopoli  in  tervigio  dal 
conte  e  degli  anziani  di  Pita  per  toccorrerla  :  per 
lo  tubilo  riparo  non  bitognarono,  ringraziandone  per 
loro  ambaaciadori  mollo  i  Fiorentini;  con  tutto  che 
per  la  loro  ingratitudine  poco  tempo  il  tennero  a 
niente  i  Pitani,  come  per  innanzi  leggendo  ti  trove- 
rà. Poi  a  di  15  di  dicembre  i  Pitani  fecero  il  conte 
Fazio  loro  capitano  di  guerra,  e  crebbono  le  n^" 
tnade  de' aoldali  inAno  millecinquecento  a  pie  alla 
guardia  della  terra,  e  itbanditi  per  ribelli  i  loro  ne- 
mici, e  ditfeciono  i  beni  loro,  i  quali  te  n'  andare 
a  Lucca,  e  afforzare  i  Pitani  di  fotti  e  di  steccati 
QuiAzica  e  '1  borgo  di  San  Marco,  e  la  porta  alle 
Piagge  e  il  ponte  alla  Spina  di  ponti  e  catene,  e  ta- 
gliarono le  vie  di  Lucca,  e  fecionvi  bertetcbe  e  ponti 
levatoi  attai. 


j 


DI  GIOVAWNI  VILLANI. 


S9i 


CAPITOLO  XLHL 
Come  ii  marchese  Spinetta  ebbe  Serreib^ano. 

Conseguendo  mesBer  Mastino  della  Scala  il  suo 
proponimento  d^  avere  la  signorìa  di  Pisa  a  suo  po- 
dere, si  ordinò  con  Ispinetta  marchese  fflalespina  e 
col  vescovo  di  Luni  suo  consorto  di  fare  mbellare 
a*  Pisani  la  terra  di  Serreszano  ;  e  cosi  fu  fatto;  che 
a  dì  4  di  dicembre  del  detto  anno  i  detti  vescovo 
e  Spinetta,  essendo  per  certi  terrazzani  di  loro  parte 
data  una  porta  deI2a  terra,  v*  entrarono  con  m\h 
fanti,  e  presero  la  signoria  sanza  nullo  contrasto,  ondo 
i  Pisani  si  tennero  forte  gravati  da  mosser  Mastino 
e  da  Spinetta,  e  entraro  in  grande  sospetto  e  panra 
di  loro  usciti  e  di  loro  seguito,  faccendo  di  dì  e  di 
notte  guardare  la  città  di  Pisa  con  gente  d*  arme  a 
cavallo  e  a  piede. 


CAPITOLO  XLIV. 

Del  tradimento  che  messer  Mastino  della  Scala 
fece  a*  Fiorentini  della  città  ,di  Lucca, 

Nel  detto  anno,  per  oalen  di  dicembre,  parendo 
«^Fiorentini  che  messer  Mastino  e  Alberto  della  Scala 
gli  menassono  per  lunga  di  dare  loro  la  signoria 
della  città  di  Lucca,  com'  era  V  ordine  e  '1  patto  della 
lega,  come  addietro  ò  fatta  menzione  ;  e  tenendo  in 
parole  e  in  vana  speranza  certi  ambasciadori  e  sin- 
dachi del  comune  di  Firenze,  eh"*  al  continuo  gli  se- 
guivano per  la  detta  cagione,  sì  ordinarono  di  man- 
dare a  Verona,  oltre  a  quelli,  una  solenne  e  grande 
ambasceria  da  sei  de*  maggìon  cittadini  grandi  e  po- 
polani di  Firenze  per  sapere  il  fine  di  loro  intendi- 
mento. I  quali  essendo  a  Verona  coMetti  tiranni,  e 
nel  paese  a  piili  parlamenti  con  loro  e  con  gli  altri 
caporali  lombardi,  con  cui  i  Fiorentini  aveano  fatta 
la  lega,  dimandando  la  possessione  di  Lucca  e  che 
fossero  attenuti  i  patti,  i  detti  della  Scala  con  belle 
parole  e  false  promesse  menando  per  lunga  di  gior- 
nata in  giornata  i  detti  nostri  ambasciadori,  alla  fine 
faccendo  trattare  ad  Orlando  Rosso  di  Parma,  doman- 
darono di  Lucca  grossa  quantità  di  moneta,  dicendo 
D*  aveano  speso,  e  convenia  spendere  al  re  Giovanni 
di  Boemia  per  avere  sua  pace  della  presa  di  Lucca. 
I  detti  ambasciadori  scrivendolo  a  Firenze,  1  Fio- 
rentini diliberaro,  che  dappoiché  per  altro  modo  non 
si  potea  avere  Lucca,  non  lasciassono  per  numero  di 
pecunia,  rìmettendola  ne*  detti  ambasciadori.  I  quali 
dopo  lungo  trattato  di  parole  furono  con  dissimu- 
lata concordia  dalla  parte  de*  detti  messer  Mastino  e 
messer  Alberto  di  dame  loro  trecentosessanta  mi- 
gliaia di  fiorini  d*  oro,  parte  contanti  e  parte  a  certi 
termini,  sicurandoli  nella  città  di  Vinegia  a  loro  vo- 
lontà. E  nota,  lettore,  r  errore  e  fallo  de* Fiorentini, 
che  nel  1 329  poterono  avere  Lucca  da*  soldati  del 
Cerruglio  per  ottantamila  florìni  d*oro,  e  poi  nel  1 330 
per  patti  de*  cittadini  e  di  measer  Gherardino  Spi- 
nola per  minore  quantità,  siccome  addietro  facem- 
mo menzione  ;  e  poi  vi  spesono  e  vollono  spendere 


disordinala  somma  di  moneta.  Io  stimo  die  Iddio  noi 
permettesse  per  purgare  i  peccati  e  maU  guadagni 
de*  Fiorentini  e  de*  Lucchesi,  e  eziandio  de*  Lombardi. 
Torniamo  a  nostra  materia  :  che  quando  fa  data  Tor- 
dine,  e  trovati  i  danari  e  fatti  sindachi  per  li  Fio*- 
rentini,  il  disleale  Mastiao  e  traditore  per  malvagio 
consiglio  del  marchese  Spmetta  e  d*  aUrì  ghibellini, 
ed  eziandio  con  sodduzione  dei  signore  di  Milano  e 
de^i  altri  signori  lombardi  per  fìirli  nimici  del  co- 
mune di  Firenze,  perocché  parea  loro  che  measer 
Mastino  fosse  appo  loro  troppo  grande,  mostrandoli 
con  vana  speranza,  che  tenendo  per  se  Lucca,  a- 
vrebbe  di  leggiere  la  città  di  Pisa  per  la  loro  divi- 
sione; e  avea  la  città  d*  Arezzo  a  sua  volontà,  e 
colle  sue  forze  leggiere  gli  era  d*  avere  tosto  la  Ro- 
magna e  Bologna  per  le  divisioni  e  mutazioni  di 
quelle,  per  la  partita  e  cacciata  del  legato  ;  e  ciò  a- 
vuto,  i  Fiorentini  non  potrebbono  resistere  alle  sue 
forze,  ma  avrebbeli  come  circondati  e  assediati;  fac- 
cendogli  vedere,  che  per  le  divisioni  di  Firenie  tra' 
grandi  e*  popolani  e  il  popolo  minuto  per  le  soper- 
chio gravezze,  e  i  non  reggenti  delle  signorie  degli 
ufici  della  città,  agevole  gli  era  d*  avere  la  città  jdi 
Firenze  alla  sua  signoria,  e  poi  tutta  Toscana,  e  più 
a  lungo  ;  il  traditore  Mastino  giovane  d*  età,  e  più 
di  senno  e  fellonia,  e  trascotato  e  ambizioso  per  la 
felicità  dove  1*  avea  messo  la  fallace  fortuna,  fu  de- 
sideroso come  tiranno  d*  acquistare  terra  e  signoria, 
e  di  farsi  re  in  Lombardia  e  in  Toscana,  non  guar- 
dando a  fede  promessa  e  giurata  a*  Fiorentini,  nò 
considerando  che  la  potenzia  di  Dio  è  piJ!i  che  forza 
umana,  mosse  nuova  questione  a*  detti  ambasciadori, 
dicendo  :  noi  non  vogliamo  di  Lucca  danari,  che  n*a- 
vemo  assai  ;  ma  volemo,  eh*  e*  Fiorentini,  se  voglio- 
no Lucca,  colle  loro  forze  ci  aiutino  aeqaistare  la 
città  df  Bologna,  o  almeno  non  ci  fossero  incontro 
volendola  acquistare,  come  ci  promisono  peri  patti 
della  lega,  quando  la  signoreggiava  il  legato.  Sa- 
pendo ciò  i  Fiorentini,  e  avveggendosi  però  tardi 
della  fellonesca  intenzione  del  Mastino  e  della  non 
vera  e  solìstica  dimanda  di  Bologna,  che  colle  loro 
forze  aveano  sconfitta  Poste  del  legato  a  Ferrara, 
per  la  qual  cagione  i  Bolognesi  aveano  cacciato  il 
legato  e  tornati  alla  lega  de*  Fiorentini  e  Lombardi, 
come  è  detto  addietro,  delibererò  che  innanzi  si  la- 
sciasse Lucca,  che  si  fosse  contro  a* Bolognesi;  e 
però  mandsro,  che  i  detti  ambasciadori  protestato  e 
richiesto  di  loro  ragioni  il  Mastino  si  partiiaono  ;  e 
cosi  féciono  :  i  quali  tornarono  in  Firenze  a  di  03 
di  febbraio  del  detto  anno.  B  innanzi  che  fossero 
giunti  In  Firenae,  o  appena  partiti  da  Verona,  par- 
tori  il  Mastino  la  sua  prava  intenzione  ;  dò  fu,  ohe 
a  di  14  di  febbraio  del  detto  anno,  le  ano  masnade 
cVeraao  in  Lucca,  sanza  richiesta  o  isfidamento  al- 
cuno, corsono  Valdinievole  e  *1  Valdamo  di  sotto, 
che  teneano  i  Fiorentini,  e  levando  grandi  prede.  B 
in  quelli  giorni  sim^'gliHntemehte  le  sue  masnade  ch*e- 
rano  in  Modona  corsono  in  sul  contado  di  Bologna. 


S96 


CROlflCRB 


CAPITOLO  XLV. 

DeW  ordine  che  presono  i  Fiorentini  al  riparo 

dei  Mastino, 

I  Fiorentini,  tornati  i  loro  ambasciadorì  da  Ve- 
rona, e  avTodendoai  come  erano  stati  gabbati  e  tra- 
diti villanainente  dal  Mastino,  tatti  di  concordia  or- 
dinaro  sei  de*  maggiori  cittadini  ano  per  sesto,  dne 
de*  grandi  e  quattro   popolani  sopra  la  guerra  col 
Mastino,  e  quattordici  popolani  a  trovare  moneta  con 
grandissima  balla,  ciascuno  nficio  per  termine  d' uno 
anno  ;  il  quale  ordine  fu  allora  lo  scampo  di  Firenze 
per  r  eseguizioni  che  feciono  in  loro  riparo  e  io 
guerreggiare  i  tiranni  della  Scala,  siccome  innanzi 
leggendo  potrete  trovare.  Che  il  Mastino  avea  mi- 
nacciato, che  innanzi  il  mezzo  maggio  prossimo  ver- 
rebbe a  vedere  le  porte  di  Firenze  con  quattromila 
armadnre  a  cavallo,  per  abbattere  V  orgoglio  de'Fio- 
rentini  ;  ed  eragli  possibile,  eh*  egli  era  signore  di 
Verona,  di  Padova,  di  Vicenza,  di  Trevigi,  di  Bre- 
scia, di  Feltro,  di  Civita  Belluno,  di  Parma,  di  Mo- 
dana,  e  di  Lucca;  e  avevano  di  rendita  Panno  di 
gabelle  delle  dette  dieci  cittadi  e  di  loro  castella  più  di 
settecento  migliaia  di  fiorini  d*  oro,  che  non  ha  re 
tra*  cristiani  che  gli  abbia  se  non  il  re  di  Francia  ; 
senza  V  altro  loro  seguito  e  amicizia  de*  ghibellini, 
che  mai  non  furo  tiranni  in  Italia  di  tanta  potenzia  ; 
onde  a*  Fiorentini  parca  avere  forte  partito  alle  ma- 
ni ;  ma  come  franchi  e  virtudiosi,  quasi  ninno  discor- 
dante, recandosi  ciascuno  in  se  la  *ngiurìa  del  tra- 
dimento del  Mastino,  si  diliberaro  di  seguire  magni- 
ficamente la  *mpresa.  Onde  poi  i  Fiorentini,  come 
piacque  a  Dio,  poco  tempo  appresso  osteggiaro  loro 
più  volte  infino  a  Verona  villanamente,  come  innanzi 
leggendo   si  potrà  trovare,  faccendo  di  magnifiche 
imprese  contra  i  detti  tiranni.  B  in  quelli  medesimi 
giorni  per  li  loro  danari  avrebbono  fatto  mbellare  al 
Mastino  la  città  di  Modona,  ed  era  già  fornita  per 
gli  soldati  suoi  eh*  erano  in  Modotfa,  se  non  che  i 
Bolognesi  non  vollono  in  servigio  de"  marchesi  da 
Ferrara  loro  amici,  di  cui  per  i  patti  della  lega  do- 
vea  essere  Modona.  B  poi  i  Fiorentini  per  loro  am- 
basciadorì si  dolsono  a  tutti  gli  altrì  collegati  lom- 
bardi del  tradimento  de*  tiranni  della  Scala,  per  loro 
scusa  richeggendogK  d*  alato,  e  fecero  nuova  lega 
col  re  Ruberto,  co*  Perugini,  Senesi  e  altre  terre  guel- 
fe di  Toscana,  e  coi  Bolognesi  e  co*  guelfi  di  Roma- 
gna, con  grandi  ordini  e  aperti  per  riparare  la  loro 
potenzia.  Lasceremo  alquanto  della   guerra  oomin- 
oiata   eoi  Mastino  per  dire  d*  altre  novità  sUte  in 
questi  tempi,  ritornando  poi  a  quelle;  perocché  in 
ciò  molto  ne  cresce  grande  materia  e  meravigliosa  e 
quasi  incredibile,  come  leggendo  per  innanzi  il  pro- 
cesso della  detta  guerra  si  potrà  trovare. 


CAPITOLO  XLVL 

Come  i  Colligiani  si  diedono  da  capo  alla  guardia 
de^  FiorenUni  e  fecionti  la  rocca. 

Nel  detto  anno  1335,  air  uscita  del  mese  di 
gennaio,  compiuto  o  per  compiere  il  primo  termine  ch*e* 


Colligiani  s*erano  dati  alla  guardia  del  coaraie  di  Fi- 
renze, si  si  diedono  da  capo  per  tre  anni  oltre  al  primo 
termine  e  anoora  con  più  liberi  patti;  per  la  quel  cesa  i 
Fiorentini  per  volontà  de*  ColHgfaoi,  e  per  essere 
più  sicuri  della  guardia  e  con  meno  spesa,  si  ordi- 
nerò e  feciono  fare  in  Colle  alle  apese  de'  Colligiani 
una  forte  rocca  al  disopra  della  terra  in  su  la  piazza 
del  comune  presso  alla  pieve,  con  ali  di  mura  e  en- 
trata per  se,  e  ordinaronvi  uno  castellano  fiorentino 
con  quaranta  fanti  al  continuo  alla  guardia,  de'qoali 
runa  metade  delle  spese  pagavano  i  Fiorentini  e  Fel- 
tra i  Colligiani. 

CAPITOLO  XLVn. 

Come  papa  Benedetto  determinò  T  opinione  di  papa 
Giovanni  suo  anticessore  delta  tiskme  deU^  anime 

beate. 


Nel  detto  anno,  essendo  per  papa  Benedetto 
tenuti  più  consistorì  co*  suoi  cardinali  appo  Avigno- 
ne, e  con  molti  maestri  in  divinità  fatta  per  più  tem- 
po solenne  esaminazione  sopra  T  opinione  di  papa 
Giovanni  nella  visione  dell*  anime  beate,  se  dopo  il 
di  del  giudicio  crescerebbe  loro  beatitudine  o  no, 
onde  in  qua  dietro  in  più  capitoli  è  fatta  per  noi 
memoria  sopra  la  detta  questione,  e  spezialmente  par 
la  dichiarazione  che  ultimamente  avea  fatta  papa  Gio- 
vanni alla  sua  fine;   parendo  al  papa  e  a^i  altri 
maestri,  che  in  quella  parte  ove  conchinse,  che  Ta- 
nime  beate  vedeano  la  divina  essenzia  faccia  a  faoda 
chiaramente  in  quanto  lo  stato  e  la  condizione  del- 
1*  anima  partita  dal  corpo  comporta,  non  fosse  per- 
fettamente dichiarato,  ma  lasciato  ancora  in  nube  il 
detto  opinione,   si  *1  volle  dichiarare.  B  a  di  29  di 
gennaio  per  lo  detto  papa  in  pubblico  oonsistoro  fa 
determinata  e  dato  fine  e  silenzio  santamente  alla 
detta  questione,  cioè:  che  la  gloria  de*  beati ò per- 
fetta, e  come  i  santi  sono  in  vita  eterna  e  veggono 
la  beata  speme  della  Trinità  ;  e  che  dopo  il  giudi- 
dò  la  detta  gloria  sarebbe  istensiva   nell*  anima  e 
nel  corpo,  ma  però  non  crescerebbe  ali*  anima  sen- 
sivamente  più  che  si  fosse  prima  nell*  anime  beate. 
B  sopra   ciò    fece  decreto,  che  chi  altro  credesse 
fosse  eretico.  Lasceremo  della  detta  materia,  ohe  as- 
sai n*ò  detto,  e  torneremo  a*  nostri  fatti  di  Firenze. 

CAPITOLO  XLVin. 

Come  il  comune  di  Firenze  rieomineiò  guerra 
a*  signori  d*  Are%M. 


Negli  annidi  Cristo  1886,  a  di  14  d* aprile, 
sentendo  i  Fiorentini  che  messer  Piero  Saccone  de* 
Tarlati  signore  d*  Arezzo  tenea  trattato  oon  messer 
Mastino  della  Scala  di  fare  con  lui  lega  e  compa- 
gnia, e  di  ricevere  in  Arezzo  la  sua  gente  e  caval- 
leria per  difendersi,  e  fare  guerra  a*  Fiorentini  e  a* 
Perugini,  e  al  continuo  erano  in  Arezzo  suoi  araba-' 
sdadori,  si  si  diliberò  in  Firenze  di  comindare  a- 
perta  guerra  alla  città  d'Arezzo;  e  il  dello  di  si 
sbandirò  le  strade.  Chi  disse  che  i  Fiorentini  rup- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


3&7 


siani  piacque  ;  e  poi  aegreUmeiiU  maodati  a  Vine- 
già  savi  e  discreti  ambaaciadori  per  lo  comoiie  di 
FireoEe,  tì  ai  die  compimento  io  Viaegia  per  la  for- 


CAPITOLO  L 
Lega  ira  7  comune  di  Vinegia  e  di  Firente. 


poso  la  pace  agii  Aretini  fatta  Tanno  1316  per  Io 
re  Roberto  indebitamente,  e  non  ai  convenia  alla 
magmicenaa  del  cornane  di  Firenze  rompere  pace  a- 

gli  Aretini,  se  prima  per  loro  non  fosse  mossa  gner-  j  ma  e  capitoli  specificati  qm  appresso, 
ra  apertamente  ;  e  chi  disse  che  non  era  rompimento 
di  pace  all'offese  fatte  per  loro  a' Fiorentini  in  da- 
re sempre  aiuto  a  Castrnccio  e  agli  altri  nemici  del 
comune  di  Firenie,  e  al  presente  legarsi  con  mes- 
ser  Mastioo  fatto  loro  nemico,  e  datagli  la  signoria 
d*  Arcuo.  Vedendo  gli  Aretini  che  H  comune  di  Fi- 
reoae  volea  cominciare  loro  apertamente  guerra,  per 
levarsi  il  furore  d'addòsso  si  cercarono  per  pia  trattati 
d^avere  concordia  co  'Fiorentini  e  co'  Perugini;  i  quali 
trattati  tornare  tutti  in  vano,  perocch'erano  con  ingan- 
no; che  i  signori  d'Arezzo  al  continuo  attendeano 
grossa  gente  da  messer  Mastino,  e  yennono  infino  a 
Forlì  in  Romagna  più  di  ottocento  cavalieri  ;  per  la 
qnal  cagione  i  Fiorentini  manderò  in  Romagna  di 
loro  masnade  seicento  cavalieri,  e  coli' aiuto  de'Bo- 
lognesi  e  degli  altri  guelfi  romagnuoli  furono  più  di 
dodici  centinaia  di  cavalieri;  e  tutta  la  detta  state 
stettono  in  Romagna  alla  guardia  de'  passi  per  mo- 
do, che  la  gente  di  messer  Mastino  per  nnllo  modo 
poterò  passare  ad  Arezzo.  B  in  fra  questo  tempo  i 
Fiorentini  feciono  cavalcata  sopra  la  città  d' Arezzo 
di  settecento  cavalieri  e  popolo  assai  a  di  3  di  lu- 
glio del  detto  anno.  B  i  Perugini  dall'  altra  parte  col 
loro  sforzo  inflno  alle  porte  d'Arezzo,  accozzandosi 
le  dette  due  osti,  faccendo  grande  guasto  di  biade, 
arsione  di  possessioni  nel  contado  d'Arezzo  e  in- 
torno alla  città,  dimorandovi  ad  oste  senza  alcuno 
contrasto  infino  a  dì  8  d'agosto  con  grande  danno 
degli  Aretini.  B  in  questo  anno,  il  maggio  passato, 
a  petizione  de' Perugini  e  colla  loro  forza,  i  guelfi 
di  Spnleto  caooiaro  i  ghibellini  della  città  di  Spuleto. 


CAPITOLO  XLIX. 

Come  i  Fioreniini  feciono  compagnia  e  lega  col 
coemne  di  Vinegia^  e  r  ordine  di  quella. 

« 

Vedendo  i  savi  nomini  di  Firenze  che  gover- 
navano la  città,  com'erano  entrati  in  grande  impresa 
per  la  guerra  incominciata,  e  che  s'apparecchiava 
maggiore  co'  tiranni  della  Scala  di  Verona  per  lo 
fatto  di  Lucca,  e  considerando  che  per  loro  poco  si 
potea  fare  guerra,  se  non  dalla  parte  di  Lucca,  senza 
ainto  0  compagnia  di  signore  o  d' altro  comune  di 
Lombardia  per  offendere  il  Mastino,  e  cessarsi  la 
gnerra  d'appresso  e  recarla  da  lungi,^  più  trattati 
oercaro  col  signore  di  Milano  e  con  altri  tiranni  e 
grandi  lombardi.  B  sentendo  che  '1  comune  di  Vine- 
gia avea  grande  quistione  e  isdegno  preso  col  Ma- 
stino di  Verona  per  le  saline  da  Chioggia  a  Pado- 
va, che  per  sua  forza  tenea  occupate,  e  più  altri  di- 
vieti di  meroatanzie  e  cose  aveano  fatte  contra  loro 
libertà  in  Padovana  e  in  Trevigiana,  si  fecero  cer- 
care per  trattato  de'  nostri  mercatanti  usanti  a  Vi* 
negia,  di  fare  col  detto  comune  di  Vioegia  lega  e 
compagnia  contro  a'  detti  tiranni  della  Scala.  D  quale 
trattata  con  molte  arti  e  lusinghe  fatte  a'  Viniziani 
ptr  i  Fiorentini  per  indaoerii  a  dò|  addetti  Vini- 


MCCCXXXVI.  Indizione  IV.  a  dì  21  di  giugno» 
la  lega  tra  '1  comune  di  Vinegia  e  di  Firenze  fu  fatta 
a  Vioegia  per  li  sindachi  de'  detti  comuni  in  questi 
patti.  In  prima   fecero  tra  loro  lega,  compagnia  e 
unità,  la  quale  duri  dal  detto  dì  infino  alla  festa  di 
San  Michele  di  settembre  che  viene,  e  dalla  detta 
festa  ad  un  anno;  e  ohe  per  li  detti  comuni  si  sol- 
dino duemihi  cavalieri  e  duemila  pedoni  al  presente, 
i  quali  steano  a  far  guerra  in  Trevigiana  e  Veroneae; 
e  quando  parrà  a'  detti  comuni,  se  ne  soldino  mag- 
giore quantità  :  e  che  tutte  le  mende  de'  cavalli  e 
ogni  spesa  che  occorresse  si  debbiano  pagare  co- 
munemente: e  che  per  la  detta  guerra  fare,  si  deb- 
bia tenere  uno  capitano  di  guerra  a  comuni  speso; 
e  che  per  lo  comune  di  Firenze  si  mandino  uno  o 
due  cittadini  a  stare  a  Vinegia  o  dove  bisognerà,  e 
abbiano  balia  con  quelli  che  si  eleggeranno  per  Io 
comune  di  Vinegia,  di  crescere  e  menomare  i  detti 
soldati  come  a  loro  parrà,  e  a  potere  spendere  per 
fare  rubellare  le  terre  che  si  tengono  sotto  la  ai- 
gnoria  di  quegli  della  Scala:  e  che  sia  lecito  al  co- 
mune di  Firenze  e  di  Vinegia  poter  tenere  per  Duro 
la  detta  guerra  due  cittadini  e  sue  bandiere,  come 
a* detti   comuni  piacerà;  e  abbia  il  capitano   della 
guerra  pieno  arbitrio  :  e  che  per  tempo  di  tre  mesi, 
snzi  la  fine  della  detta  lega,  si  oonvegnano  insieme  am-« 
basciadorì  de'  detti  comuni  a  prolungare  o  non  prò-* 
Inngare  la  lega  predetta  :  e  che  il  comune  di  Firen-» 
ze  faccia  una  guerra  alla  città  di  Lucca  ;  e  s' ella 
s'avesse,   facciano  guerra  a  Parma:  e  ohe  i  detti 
comuni,  o  alcuno  di  quelli,  non  faranno  pace,  trie- 
gua,  0  terranno  alcuno  trattato  oon  quelli  della  Sca'n 
la,  se  non  fosse  di  coscienza  e  di  volontà  di  cia- 
scuno di  detti  comunL  Questi  patti  traemmo  degli  atti 
del  nostro  comune*  E  ferma  la  detta  lega,  fu  pubbli-* 
cata  in  Vinegia  e  in  Firenze  in  uno  medeaimo  di,  15 
di  luglio  deUa  detta  indizione,  in  pieni  parlamenti 
con  grande  festa  e  allegrezza  in  ciascuna  delle  detto 
cittadL  B  nota,  lettore,  che  questa  fu  la  più  alta  im- 
presa che  mai  facesse  o  avesse  fatta  il  comune  di  Fi- 
renze, come  si  potrà  trovare  appresso  ;  e  ancora  che 
ciò  fu  una  grande  maraviglia  per  più  ragioni,  a  le- 
garsi il  comune  di  Vinegia  con  quello  di  Firenze:  prima, 
che  non  si  truova  che  '1  comine  di  Vinegia  s'allegas- 
se mai  oon  ninno  comune  o  signore,  per  la  loro  gran- 
de eccellenza  e  signoria,  se  non  V  antico  conquisto  di 
Costantinopoli  e  di  Romania,  e  dairaltra  parte  i  Vinizia- 
ni sono  stati  naturalmoite d'animo  imperiale  e  ghibellini, 
é'Fiorentini  d'animo  di  Santa  Chiesa  e  guelfi.  Ancora, 
stati  i  Fiorentini  contro  a*  Viniziani  In  servigio  della 
Chiesa,  quando  faro  sconfitti  a  Ferrara,  com*  è  fitto 
menzione  addietro»  l'anno  1808.  Onde spertamente 
si  aanifesta»  ohe  ciò  fte  pormiasione  divina  per  ah-. 


898 


CROfilOUe 


balterjD  la  superbia  e  llraDiiia  di  quelli  éella  Scala, 
i  qmli  erano  i  più  trascotenli  due  frateili,  Al  berlo  e 
Mastino,  feìH  e  dileggiali  eon  ogni  abominetole  vi- 
zio, che  Tossono  in  latta  Italia  ;  montali  per  la  fìal- 
lace  e  ingannevole  felicità  mondana  in  poco  tempo 
in  sì  alto  soglio,  e  in  sì  alto  stato  e  signoria,  non 
degna  a  loro  né  per  senno  né  per  meriti  ;  onde  s*  ad- 
empiè in  loro  le  parole  del  Santo  Vangelo  dette 
per  lo  Santo  Spirito  per  la  bocca  e  in  persona  di 
Nostra  Donna  :  Fedi  poientiam  in  brachio  suo,  di^ 
spersU  superbos  mente  cordis  sui,  Deposuit  poten^ 
tes  de  sede^  et  exaltavit  hnmiles:  e  per  certo  così 
avvenne,  come  leggendo  si  potrà  trovare.  E  pubblicata 
la  detta  lega,  i  Vioiziani  fecero  loro  ordini  sopra  la 
della  gaerra,  come  parve  loro  si  convenisse  ;  eTio- 
rentini  elessono  dieci  savi  cittadini  mercatanti,  e  delle 
maggiori  compagnie  di  Firenze,  con  piena  balia  a 
trovare  moneta  e  fornire  la  detta  guerra;  e  asse- 
gnarono loro  trecentomila  fiorini  d' oro  V  anno  so- 
pra certe  gabelle,  raddoppiandole  gran  parte.  E  per 
cagione  che*  M  nostro  comune  in  questo  tempo,  per 
te  guerre  e  spese  fatte  per  addietro,  si  trovò  inde- 
bitate le  gabelle  e  1  entrate  del  comune  per  lo  tem- 
po a  venire  in  più  di  fiorini  centomila  d*oro,  e  da- 
nari bisognavano  maneschi  per  fornire  la  detta  im- 
presa; i  delti  dieci  oficiali  sopra  i  fatti  di  Vinegia, 
col  consiglio  d*  altri  mercatanti  savi  e  sottili  a  ciò 
fare,  e  in  Ira*  quali  noi  fummo  di  quelli,  si  trovò 
modo,  che  le  compagnie  e*  mercatanti  di  Firenze 
prendessono  sopra  loro  lo  ^ncarìco  di  fornire  di  mo- 
neta per  la  detta  impresa,  infino  a  guerra  finita,  in 
questo  modo  :  eh*  eglino  ordinarono  fra  loro  una  la- 
glia  di  centomila  fiorini  d'oro,  il  terzo  prestare  le 
dette  compagnie  a  comune,  e  le  due  parti  distribuiti 
Ira  altre  ricchezze  e  cittadini  a  prestare  sopra  le 
dette  gabelle  assegnate  a  certi  termini  innanzi,  quali 
d*  uno  anno,  e  quali  in  più,  come  veniano  i  paga- 
menti delle  dette  gabelle;  e  chiunque  prestasse  so- 
pr^  esse  al  comune,  avesse  di  guiderdone  libero  e 
sanza  lenimento  di  restituzione  a  ragione  di  quin- 
dici per  cento  V  anno  ;  e  chi  non  volesse  credere  al 
comune  sopra  le  dette  gabelle,  prendesse  la  sicurtà 
e  scritta  libera  delle  dette  compagfiie  e  mercatanti, 
e  avesse  di  guiderdone  a  ragione  di  otto  per  cento 
r  anno  ;  e  quelli  che  faceano  la  sicurtà  per  lo  co- 
mune sopra  loro  aveano  de]?a  detta  scritta  e  pro- 
messa cinque  per  cento  V  anno  ;  e  qual  uomo  avea 
della  detta  prestanza  e  non  era  mobolato,  sicché  non 
potea  prestare  né  al  comune  né  alla  scritta  delle 
compagnie,  trovava  chi  prcndea  il  debito  sopra  se, 
avendo  a  rogione  di  venti  per  cento  ;  e  così  si  d- 
vìa  ciascuno:  per  lo  detto  modo  si  fornì  le  spesa 
onoratamente  per  lo  nostro  comune.  B  quando  furo 
spesi  i  detti  centomila  fiorini  d*  oro  della  prima  la- 
tria, si  ricominciavano  da  capo  per  simile  modo^ 
mandando  a  Vinegia  ciascuno  mese,  come  bisognava 
per  K  soldi  de*  cavalieri  e  pedoni  che  foroiano  la 
guerra.  E  a  Vinegia  dimoravano  al  continuo  due  savi 
e  discreti  cittadini  a  fornire  le  dette  paghe,  e  prov- 
vedere le  condotte  de* soldati;  e  simile  per  lo  co- 
msne  di  Vinegia  ;  e  due  altri  ambudadorì,  uno  ca- 
valiere e  uno  giudice,  a  stare  continui  io  Vinegia  col 


dogio  e  col  suo  consiglio  a  dare  ordine  alla  faen* 
ra  ;  e  due  altri  cavalieri  militanti  alare  per  oiaseano 
de*  detti  comuni  nelfoste,  col  eonsif^odel  capitano 
della  guerra.  Questo  in  somma  fu  1*  ordine  del  fé^* 
aire  della  guerra  ordinata  per  la  detta  lega,  e  altre 
modo  non  d  avea.  E  questo  per  li  savi  fa  motto 
commendato.  E  di  presente,  'pinvieabi  la  lega,  v*ai« 
darò  di  Firenze  mille  pedoni  tutti  soprasaegnali  <M 
soprasberga  bianca  col  segno  di  San  Marco  e  del 
giglio  vermiglio  ;  e  di  Boaiagna  v*  aadò  la  aosln 
cavalleria,  che  v*  era  stata  alla  guardia  del  passo 
com*  è  detto  addietro,  che  furo  da  adcento  cavalieri 
ond*  era  capitano  messer  Pino  ddbt  Tosa,  e  messer 
Gerozzo  de* Bardi:  e  in  Vinegia  se  ne  soldaro  di 
presente  per  li  detti  comuni  millecinquecento  tra 
Tedeschi  e  altri  oltramontani,  e  pedoni  assai,  e  mi- 
segli  in  •  sulla  Trevigiana  a  cominciare  la  guerra.  E 
di  quelli  giorni  si  rubellò  a  quelli  della  Scala  per 
quelli  da  Cornino  il  castello  d*  Ovreggio,  non  essao- 
dovi  ancora  la  nostra  gente,  né  avendovi  ordine 
d*oste  0  di  capitano  di  guerra.  Messer  Alberto  della 
Scala  di  subito  vi  cavalcò  da  Trevigi  con  mille  cava- 
lieri, e  combattendo  il  racqnistò  con  grande  danno 
di  coloro  che  1*  aveano  rubellato.  Lasceremo  alquanto 
della  guerra  cominciala  in  Trevigiana,  e  diremo  de* 
fatti  di  Toscana  conseguenti  per  la  delta  gnerra. 

CAPITOLO  LL 

Come  le  niasnade  di   messer  Mutino  eh*  erano  in 
Lucca  cavalcar 0  in  sul  contado  di  Firenze. 

Nel  detto  anno,  a  dì  25  di  luglio,  le  masude 
di  messer  Mastino  eh*  erano  in  Lucca,  in  quantità 
di  quattrocento  cavalieri  e  popolo  assai,  uscirono  di 
notte  da  Baggiano  e  vennero  subitamente  a  Cetre- 
toguidi  in  Greli,  e  quello  sprovveduto,  combattere 
il  borgo  ed  ebberlo,  e  feciono  grande  danno  di 
preda  e  d*  arsione  di  case  e  di  biade  senza  alcol 
contrasto;  perocciiò*l  capitano  e  cavalleria  de* Fio- 
rentini erano  gran  parte  in  Pistoia  per  cagione  detta 
festa  di  Santo  Iacopo.  E  poi  a  dì  5  d*  agosto  se- 
guente la  gente  di  messer  Mastino,  in  quantità  di  ot- 
tocento cavalieri  e  molti  pedoni,  onde  fu  capitano 
e  conducilore  Ciupo  degli  Scolari  rubello  di  Firen- 
ze, uscì  di  Lucca  e  guadò  Arno  e  guastò  il  borfO 
a  Santafiore  e  altre  villate  di  Samminialo,  e  alberga- 
ro  due  notti  alla  villa  di  Martignano  sotto  Sanisi- 
nialo.  La  gente  de  Porentini  eh*  erano  in  Empoli  a 
nelle  castella  del  Valdirno  e  di  Valdinievole,  g^  H^ 
gniro  francamente  ;  per  la  qual  cosa  i  nemid  ttnei-' 
do  la  stanza  d*  essere  sorpresi,  perché  non  eraie 
venuti  provveduti  di  vittuaglia,  si  partirò  a  di  7  d*  a« 
goslo  con  isconda  levata,  e  passando  per  lo  borgo 
di  Santagonda  per  paura  de*"  Samminiatesi,  soesi  per 
comune  a*  balzi  e  alle  tagtìater  e  sbarre  falle,  aon 
ardirò  di  mettervi  fuoco;  e  molli  ve  oo  rimasoaoo 
gli  altri  fuggendo  senza  ordine  in  più  parti  si  riool** 
sono,  alquanti  passando  Guiseiana,  ma  i  più  per  k)  eo»- 
tado  di  Pisa  straccati,  e  molti  per  sete  spasioaro 
e  annegaro  in  Guisciana.  E  se  la  nostra  eavallem 
avesse  più  studiato  il  cavalcare,  non  ne  campava  atP 
mo  per  la  mala  condotte.  E  per  le  détte  «arriort» 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


399 


tenne  la  città  éì  Lnoca  ^mA  ma|^giorBiente  ricordAB- 
don  i  Fiorentioi  deU'  antice  amistà  di  messer  Ugo- 
lino Rosso  stalo  nostro  podestà,  e  coli' oste  del  no- 
stro  coniane  alla  battaglia  a  Certomondo  contro  agli 
Aretini.  Perla  qual  cosa  il  detto  messer  Piero  per- 
sonalmente venne  in  PìrenEO  a  dì  23  d*  agosto  del 
detto  anno,  il  qaaie  da' Fiorentini  fu  veduto  e  ri* 
cavato  onoratamente,  e  di  presente  fatto  pe'  Fioren- 
tini loro  capitano  di  guerra.  Il  quale,  come  valente 
cavaliere,  con  quantità  di  ottocento  cavalieri  e  con 
certi  masnadieri  a  pie  de' Fiorentini,  a  di  30  del  detto 
mese  d*agosto  bene  awenturalameote  cavalcò  sopra 
alla  città  di  Lucca  per  guastare  le  vigne,  e  per  fare 
levare  V  assedio  da  Pontremoli.  11  primo  di  si  puose 
a  Capannole  guastando  d' intorno  alle  sei  miglia,  e 
poi  valicò  Lucca  e  puosesi  al  ponte  a  San  Quirico. 
In  quello  luogo  stette  per  tre  di,  correndo  senza 
alcun  riparo  ciascuno  giorno  infino  alle  porte  di  Luc- 
ca. Le  masnade  di  Lucca  in  quantità  di  seicento  ca- 
valieri e  popolo  assai,  ond'  era  capitano  il  marescalco 
di  messer  Mastino,  per  savia  maestria  di  guerra  tutti 
uscirono  di  Lucca,  e  ridussersi  in  sul  Cerruglio  per 
impedire  la  vittaaglia  e  la  rendita  alla  nostra  gente* 
Messer  Piero  per  non  esser  sorpreso  tornò  addietro 
schieralo  ordinatamente,  e  guastando  fu  preuo  al 
re,  perocché  per  cagione  di  nimico  spesso  si  fa  ami- 1  Cerruglio  ^  al  luogo  dov*  era  il  fosso,  eh'  avea  fatto 
co,  e  dell'amico  nimico.  Prima  avemo  detto  di  messer  messer  Ramondo  di  Gardena,  quando  con  la  nostra 


il  paese  dì  Valdanro  e  di  Greti  le  terre  non  murate 
stavano  in  grande  tremore  ;  per  la  qual  cosa  il  co- 
rnane di  Firenze  ordinò  che  subitamente  fossero  ri- 
fatte le  mura  d*  Bmpoli  e  di  Pontormo,  ohe  alquanto 
n'  erano  cadute  per  cagione  del  grande  diluvio,  e 
ordinarono  che  'l  borgo  di  Montelupo  si  compiesse 
di  «arare  in  sulla  riva  d' Amo  e  del  fiume  di  Pesa  ; 
e  die  fosse  rifatto  e  murato  il  borgo  di  Cerreto- 
gnidi  ;  e  cosi  fu  fatto  in  poco  di  tempo,  faocendo 
loro  alcuna  franchigia  e  immunità.  E  ordinossi  di  fa- 
re in  Firenze  grossa  cavalcata  a  Lucca  per  vendetta 
di  quella,  per  esservare  la  promessa  fatta  per  la  lega 
de'  Viniziani,  come  faremo  menzione  nel  seguente 
capitolo. 

CAPITOLO  LU. 

* 

Come  i  Rossi  di  Parma  tornarono  amici  de*  Fio- 
reuiiniy  e  come  messer  Pietro  Rosso  sconfisse  il 
maliscako  di  messer  Mastino  della  Scala  sotto  il 
Cerruglio, 

Come  dinanzi  promettemmo  di  dire  di  meravi- 
gliosi avvenimenti  e  cosi  improvvisi,  ch'avvennero 
per  la  guerra,  intendiamo  appresso  di  narrare  e  segui- 


Mastino,  che  essendo  grandeemico  del  nostro  comune, 
e  fatto  perverso  nimico  per  li  suoi  vizi  e  falli  e  tradi- 
menti fatti  al  nostro  comune  della  città  di  Lucca,  come 
addietro  abbiamo  fatta  menzione,  e  cosi  per  converso 
diremo  de'  Rossi  da  Parma,  i  quali  in  questi  presenti 
tempi  sono  stati  grandi  aweraori  e  nemici  nostri, 
come  addietro  è  fatta  menzione,  in  piccol  tempo  sono 
divenuti  amici  e  confidentissimi,  perocché  nelle  cose 
del  secolo,  spezialmente  ne'  casi  della  guerra,  non 
si  dee  avere  ninna  stabile  confidenza,  perocché  per 
gU  ol^ggi  ricevuti  si  fa  spesso  dell'  amico  nimico, 
e  cosi  per  converso,  o  per  bisogno  o  per  servizio 
ricevuto,  o  per  speranza  di  riceverne,  si  fa  del 
■emico  amico.  Onde  essendo  in  Pontremoli  messer 
Piero  e  messer  Marsiglio  e  Orlando  de' Rossi  da 
Poraia  e  loro  consorti,  i  quali  tanti  onori  e  benefici 
Calti  aveano  a  messer  Mastino  di  dargli  la  città  di 
Forma  e  quella  di  Lucca,  il  detto  messer  Mastino  a 
petistone  di  quelli  della  casa  di  Correggio  da  Par- 
■sa  enei  cugini,  stati  nemici  e  avversari  de'  detti 
Roioì,  ma  maggiormente^  siccome  fanno  sovente  i 
tirenU)  che  promesse  che  facciano  non  le  osserva- 
ne oe  non  a  loro  vantaggio,  cosi  a'  detti  Rossi 
aneesar  Mastino  gli  tradì  e  ingannò,  e  in  picciol 
tempo  tolse  e  fece  torre  loro  tutte  le  fortezze  e 
poaeesstoni  eh' aveano  in  Lombardia,  e  fecegli  asse- 
diare nel  detto  cestello  di  Pontremoli,  ov*  erano  ri- 
detti eoo  tutte  loro  domse  e  famiglia.  I  quali  Rossi 
¥eggeBdoii  cosi  trattoti  do  mesaer  Mastko,  e  dalle 
me  forze  mole  si  poteono  rìporore  sonca  l'aUrai 
oiale,  feeiono  trattato  ee^  eomnee.  di  Firenze  d' es- 
aere di  loro  parte  e  lego,  i  quali  dal  nostro  coms- 
0^5  aiceeme  mare  eh*  ogni  fiume  riceve,  furon  rice- 
vati e  accettati  graziosamente,  dimettendo  ogni  in-  .  j^  GìuaUnat  S  gmndo  Mono  pre$$o  di  sotto  al  Oer^ 
giuria  fioevnta  da  messer  Piero  de' Rossi,  mentre  che  I  rugOo, 


gente  fa  sconfitto  ad  Altopascio,  come  addietro  fa- 
cemmo menzione.  Quello  per  i  nemici  alquanto  ri- 
mosso, e  posti  in  su  quello  alla  guardia  otto  ban- 
diere di  cavalieri  di  messer  Mastino  con  certo  po- 
polo per  contrastare  il  passo  a  messer  Piero,  i  no- 
stri scorridori  e  feditori,  in  quantità  di  centocinquanta 
cavalieri,  il  detto  passo  combatterono,  e  per  forza 
d' arme  vinsero  e  sconfissero  i .  nimici,  cacciandogli 
infine  al  castello  del  Cerruglio,  credendosi  avere  il 
castello  centra  la  volontà  di  messer  Piero,  eh'  al  con** 
tinuo  facea  gridare  e  sonare  alla  ritratta  per  tema 
d*  aguato.  Ma  i  nostri  volonterosi  di  vincere,  più  che 
accorti  di  guerra,  in  tra  gli  altri  messer  Gherardo 
da  Verimbergo.  tedesco  eh'  avea  il  pennone  de'  fe- 
ditori del  nostro  comune,  follemente  entrò  combat- 
tendo dentro  alla  porta  del  Cerruglio,  perché  da'ne- 
mici,  i  quali  erano  provveduti  e  riposti  d'agnato  den- 
tro e  di  fuori,  fu  abbattuto  e  morto,  e  tutti  i  no- 
stri che  con  lui  erano  dentro  saliti  al  Cerruglio  fu- 
rono morti  e  sconfitti,  e  presi  quattro  conestabili  e 
altri  assai.  U  marescalco  di  messer  Mastino,   avuto 
la  vittoria,  con  grande  audacia  con  tutta  sua  gen- 
te venne  discendendo  il  poggio^  tuttora  cacciando  i 
oo|(tri.   Messer  Piero  come  savio  e  franco  capita- 
no, e  niente    sbigottito  per  la  rotta  de'snoi,  fece 
schiera   e  capo   grosso  di  sua    gente,  confortan- 
do i  suoi  e  attendendo  a' nemici  vigorosamente,  i 
quali  per  T  avvantaggio  della  scesa  e  per  la  vittoria 
ovato,  con  grande  impeto  percossono  i  nostri  e  assai 
gli  ripinsono  addietro  ;  ma  per  buono  copitanerìa  di 
messer  Piero,  e  per  lo  franca  gente  eh'  ero  con  lui, 
sostennono  combattendo  ^golosamente  per  modo, 


400 


CROraCHB 


che  in  poco  d*  ora  la  geaie  di  nesser  Ifastino  fa  mei- 
sa  in  isconfitta,  e  rimasono  assai  morti,  e  presi  tre- 
dici conestabiii  e  caTaliari  assai.  U  aiarescalco  di  mes- 
ser  Mastino  con  la  saa  insegna  e  con  più  altri  ven- 
nero a  Firense;  e  la  detta  sconfitta  fa  a  di  5  di 
settembre  1336.  E  ciò  fatto,  messer  Piero  raccolse 
sua  gente;  infino  a  notte  trombando  dimorò  con  i 
torchi  accesi  in  sol  campo,  e  la  notte  albwgò  a  Gal- 
liena,  e  poi  V  altro  di  con  grande  onore  tornò  a 
Facecchio.  Avemo  si  disteso  questo  capitolo,  per- 
chè in  sì  poco  di  tempo  d'una  giornata,  di  tanta 
gente  furono  tre  si  fatti  avvenimenti  di  battaglie  e 
di  guerre  recate  a  onorevole  fine  di  vittoria  per  la 
valentria  di  messer  Piero  Rosso.  E  poi  poco  ap- 
presso messer  Piero  partito  da  Fucecchio,  ne  ven- 
ne, a  Firenze  con  poca  gente  subitamente  san- 
sa volere  alcuno  trionfo  da'  Fiorentini.  Per  richie- 
sta e  mandata  da'  Yenetiani  convenne  eh'  andasse  a 
Venetia  per  essere  capitano  e  duca  dell'  oste  della 
lega  eh'  era  in  Trevigiana  ;  e  cosi  n'  andò  a  Vinegia 
all'  uscita  di  settembre,  e  di  là  fece  di  magnifiche  co- 
se di  guerra  contra  messer  Mastino,  come  innanzi  leg- 
gendo sì  potrà  trovare.  E  Orlando  Rosso  suo  fra- 
tello rimase  in  Firenze  per  capitano  di  guerra  de' 
Fiorentini 

CAPITOLO  LllL 

Di  nofpiià  di  Fireme^  e  come  i  Fiorentini  iolsono 

a*  conU  Guidi  certe  terre  di  VMamo  e  di  Chianti, 

e  feciono  costei  Santa  Maria. 

Nel  detto  anno,  a  di  1 5  d'agosto,  la  notte  ve- 
gnente s*  apprese  il  fuoco  a  casa  de'  Toschi  in  Mer- 
cato vecchio  in  sul  canto  incontro  alla  chiesa  di  San 
Fiero  buon  consiglio,  e  arsonvi  quattro  cue  con  gran 
danno  di  certi  pizzicagnoli  eh'  abitavano  in  quelle.  E 
in  calende  di  settembre  nel  detto  anno  fu  riposto  e 
afforzato  il  castello  di  Uterina  per  contrario  degli 
Aretini,  e  incontanente  vi  tornerò  ad  abitare  la  gente 
di  quel  castello,  ch'erano  dentro  a'  borghi  recati  al 
piano  di  sotto,  il  quale  avea  fatto  disfare  il  vescovo 
d' Arezzo  de' Tarlati,  come  addietro  avemo  fatta  men- 
zione. E  air  entrata  d'ottobre  si  rubellò  al  conte  Gui- 
do figliuolo  che  fa  del  conte  Ugo  da  Battifolle,  il 
castello  del  Terraio,  e  tutti  i  borghi  di  Ganghereto, 
e  le  Conio,  e  le  Cave,  e  Barbischio,  e  Moncione  del 
Viscontado  in  Chianti,  per  male  reggimento  che'l 
giovane  focea  a'anoi  fedeli  d'opera  di  femmine,  e  an- 
cora per  sodducimento  e  conforto  di  certi  grandi 
popolari  di  Firenze  reggenti  e  nemici  de' conti.  £  per 
simile  modo  si  rubellò  Viesca  in  Valdarno  affiglinoli 
che  furono  del  conte  Ruggeri  di  Doadola:  e  volen- 
dosi dase  le  dette  terre  al  comune  di  Firanze,  le 
quali  prese  poi  a  certo  tempo  appresso  per  certe  ra* 
gleni  ohe  vi  cusava  suso  il  comune,  come  facemmo 
menzione  in  questa  addietro,  ove  trattammo  di  dò. 
Intanto  i  detti  conti  avendo  col  loro  isforzo  voluto 
racquistare  le  dette  terre,  non  ebbono  il  podere; 
perocché  tutte  le  terre  del  Valdarno  per  mandato 
del  nostro  comune  v*  andarono  a  soccorrere,  fatto 
pe' rettori  di  Firense  tacitamente;  onde  non  poten* 


do  a  ciò  contradire,  bì  compromisono  in  sei  popo- 
lani di  Firenze,  i  quali  elessono  i  priori,  e  diwo 
loro  la  rocca  di  Ganghereto  in  guardia  del  oomoie 
di  Firenze  ;  i  quali  sentenziarono  a  di  ji2  di  novesi- 
bre,  che  le  dette  terre  fossono  del  eonwae  dìFiran- 
ze,  dando  al  sopraddetto  Guido  delle  sue  ragioni  fio- 
rini ottomila  d' oro  ;  e  penogli  ad  avere  gran  tempo, 
e  poi  non  gli  ebbe  interamente.  E  ciò  fti  grande  in- 
gratitndine,  che  fu  fatta  del  popolo  di  Firenze  e  poco 
si  ricordarono  de' servigi  fatti  per  loro  anticessorì 
al  comune  e  popolo  di  Firenze  e  a  parte  gneUii;  che 
secondo  giusto  prezzo,  alle  ragioni .  che  moveano  i 
conti,  valeano  più  di  fiorini  ventimila  d'oro,  con  tutto 
che  fossooo  terre  di  giuridizione  d' imperio,  6kt  aule 
si  poteano  vendere  o  comperare.  Come  che  ai  fosse 
i  detti  conti  e  i  loro  consorti  ne  rimasono  mal  con  • 
tenti.  Ma  ciò  fece  il  popolo  di  Firenze,  ricordandosi 
di  quello. che  il  conte  Ugo  avea  adoperato  i  ano 
torto  contro  al  comune  di  Firenze,  quando  fu  la  scon- 
fitta d*  Altopaacio,  in  prandere  le  ville  d'Ampinaaa 
in  Mugello  Tanno  1325.  E  poi  appresso,  in  calca  di 
settembre  1337,  il  comunei  di  Firenze  ordinò  e  feee 
cominciara  in  Valdarno  in  fra  quelle  terre  nel  piane 
di  Giuffrena  in  luogo  proprio  del  comune  di  Firenze 
nna  terra,  e  puosele  nome  Castel  Santa  Maria,  fao- 
cendovi  tornare  dentro  uomini  di  tutte  le  ville  e  ter* 
re  d' intorno  con  certa  franchigia  e  immunità  per  tor^ 
re  in  perpetuo  ogni  giuridizione  e  fedeltà  addetti 
conti.  E  poi,  in  calende  di  novembre  1336,  quegli 
della  detta  Santa  Maria  andarono  e  presono  la  roc- 
ca di  Ganghereto,  eh'  era  data  per  gli  conti  a  guar- 
dia del  comune  di  Firenze,  ed  eranvi  aUa  guardia 
quegli  da  Montevacchi,  e  per  inganno  al  loro  con- 
trario quella  misono  in  puntelli  e  fedonla  rovinare. 
Credettesi  che  fosse  di  consentimento  di  certi  reiteri 
di  Firenze,  onde  ne  fu  fatta  accasa  per  quelli  da 
Montevarchi,  e  fu  condannato  il  comune  della  nao- 
va  terra,  e  pagarono  a'conti  fiorini  ottomila  d' oro 
per  lo  forfattoS  rimanendo  a  loro  la  proprietà  dalli 
terra  de'  conti  di  queir  acquisto,  ohe  Talea  da  fioriai 
quattromila  d*oro  e  più.  Lasceremo  alquanto  de'fatti 
di  Firenze,  e  diremo  di  quelli  della  nostra  lega  e 
de*  Veneziani,  come  operarono  centra  '1  Mutino. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  r Oite  de' Venemani  e  de* Fiorentini  onderà 

capitano  messer  Piero  Rosso,  si  puosono  a  BoeO' 

lento  sopra  la  dttà  di  Padova. 

Nel  detto  anno  1336,  all'entrata  d* ottobre  i 
conti  da  Celiato  in  Trevigiana  ai  rubellarono  con- 
tro a  quegli  della  Scala,  e  dierono  la  Motta  e  al- 
tre loro  castella  al  comune  di  Vinegia  ;  e  alla  Mot- 
ta fece  rannata  e  capo  la  gente  della  nostra  legi 
e  de' Veneziani.  E  in  quegli  giorni,  a  di  15  d'ot- 
tobre, credendosi  i  Veneziani  avere  per  trattato  4i 
moneta  il  castello  di  Mostri,  furono  ingannati  e  tra- 
diti dal  castellano  che  v'  era  per  messer  MastiaOy 
credendo  prendere  de*maggiori  di  Venezia  ohev'an- 


Alcuni  eodlel  a  atampatl  leggono  :  psr  hr  fiils^ 


DI  fflOVANNI  VOLANI. 


401 


^tifano;  BM  nea  ri  giaBsono  al  termioe  dato;  ma 
di  loro  masnade  a  piedi  yi  limaiono  preii  più  di 
4«feiil06ÌBqiaikia;  onde  i  Venedam  rìmaaono  molto 
aoBtati.  Poi  a  di  20  d'  ottobre  ai  partirono  dalla 
Molta  mesaer  Piero  e  measer  Marsiglio  de*  Rossi  ca- 
ddb  gente  della  lega  eon  millednqaecento 
ri  e  tremila  pedoni,  vegnendo  francamente  per 
fiana  ardendo  e  goastindo  il  paese:  e  senaa 
■leoB  contrasto  Vennero  infine  alle  porte  di  Trevigi, 
«  di  là  rennono  a  Mastri  e  arsone  tntti  i  borghi, 
«  poi  si  BÙsond  a  gran  perìcolo  vegnendo  in  Pado- 
vana per  le  molte  fiomane  e  canali,  che  aveano  a 
pnasaro,  onde  n'erano  tagliati  i  ponti; per  le  quali 
cagioBi  ai  arisono  a  grandi  affanni  e  rischio  ;  e  ab- 
ÌMuidoBaBdoii  alla  fortuna,  come  ardita  e  valente 
gesta*  come  piacque  a  Dio  giunsono  alla  pieve  di 
(Bacco  in  calen  di  novembre,  la  qual  cosa  appena  si 
potet  credere.  Messer  Alberto  e  messer  Mastino  della 
Beala  eh*  erano  in  Padova  con  quattromila  cavalieri, 
o  piti,  i  quali  uscirono  fuori  insino  al  ponte,  e  se  fos- 
•aoBO  cavalcati  innanzi,  della  nostra  gente  non  rima- 
aoa  nomo  che  non  fosse  morto  o  preso,  in  tal  luo- 
go È*  erano  eondotti,  che  innanzi  non  poteano  an« 
4are  né  indietro  tornare;  ma  il  senno  e  l'argomento 
4i  messer  Marsiglio  Rosso  colla  grazia  di  Dio  gli 
«campò,  che  incontanente  mandò  lettere  e  messaggi 
■al  campo  di  quelli  della  Scala  a  messer  Mastino  e 
a  più  baronie  e  conestabili  richeggendoli  di  Volere 
battaglia.  Messer  Mastino,  che  di  natura  era  vile  di 
mettersi  a  fortuna  di  battaglia,  e  ancora  dubitando 
do*  auoi  medesimi  per  le  moke  lettere  nel  campo  ve- 
nute, credendosi  senza  metterai  a  battaglia  sorprèn- 
dergli tatti  per  forza  d*  assedio,  tagliare  loro  i  ponti 
innanzi  e  dietro  per  torre  loro  la  vittuaglia  ;  e  ciò 
latto  ai  tornò  in  Padova  con  tutta  sua  cavallerìa.  Ma 
eoi  Iddio  vuole  male,  gli  toglie  il  senno  e  li  prò- 
vedenza,  e  al  suo  nimico  dà  il  senno  e  provedimen- 
lo  e  argomento.  Cosi  avvenne  alla  nostra  bene  av- 
venturosa oste,  che  senza  indugio  spogliarono  d*  o« 
gni  sustanza  le  ville  di  Pieve  di  Sacco  e  d'intorno; 
B  di  là  ai  partirono  con  grande  affanno,  faccende 
fare  più  ponti  di  gratisce,  e  dove  di  legname,  so- 
pra più  riviere  e  canali  salvamento  passarono.  B  a 
di  5  novembre  arrivarono  alla  terra  e  villata  di  Bo- 
Tolento  presso  di  Padova  a  sette  miglia,  infino  al 
grande  canale  del  fiume  dell'Adige  che  va  a  Ghioggia, 
por  avere  da'  Veneziani  e  da  Chioggia  continuo  vit- 
toaglia  e  libero  cammino  e  andamento,  e  quello  Bo- 
volente  chiusone  e  afforzarono  di  fossi  e  di  steccati, 
e  fecionvi  molte  case  di  legname  per  potervi  vernare. 
La  qnale  bastia  e  terra  di  Bovolento  fu  cagione 
ddl'  abbassamento  di  quelli  della  Scala,  e  la  loro 
perdita  della  città  di  Padova,  come  innanzi  leggmido 
ai  potrà  trovare.  Lasceremo  alquanto  di  questa  no- 
stra guerra  di  Lombardia,  e  diremo  d'una  grande 
guerra  cha  si  cominciò  tra  '1  re  di  Francia  e  quel 
d'Inghilterra. 


CAPITOLO  LV. 

lì^tma  gnmde  guerra  che  $i  comindè  m  tra  U  re 
di  Francia  e  qaetto  d' tngkiUerra. 

Nel  detto  anno  1336,  si  cominciò  gran  gner-> 
ra  intra  Filippo  di  Valois  re  di  Francia  e  Adoardo 
il  terzo  re  d' Inghilterra,  é  le  cagioni,  tutto  fossono 
assai  di  casi  vecchi  di  loro  padri  e  antecessori,  e 
infra  gli  altri  ib  che  il  detto  Adoardo  il  giovane  re 
d'Inghilterra  raddomandò  al  re  di  Francia  la  contea 
di  Ginese  in  Guascogna,  la*  quale  messer  Carlo  di 
Valois,  padre  del  detto  re  Filippo  e  ijratello  del  re 
Filippo  il  Bello,  avean  tolto  per  forza  e  a  inganno 
ad  Adoardo  secondo,  padre  dal  detto  Adoardo  il 
giovane,  opponendo  ch'era  caduta  per  ammenda  al 
re  di  Francia  per  fallimenti  d' omaggi,  ch'il  re  d'In- 
ghilterra dovea  fare  al  re  di  Francia  per  la  Guasco- 
gna. Ma  maggiormente  per  la  cupidigia  della  casa 
di  Francia  per  volere  occupare  e  sottomettere  la  du- 
chea di  Guascogna  e  torla  alla  casa  d'Inghilterra, 
la  quel  contea  di  Ginese  infine  al  tempo  di  Cario  il 
giovane  re  di  Francia  avea  promesso  di  renderla  a 
quello  d'Inghilterra.  E  poi  non  potendola  riavere,. 
s' acconciava  Adoardo  il  giovane  di  lasciarla  ip  dote 
alla  serocchia,  maritandola  al  figliuolo  del  detto  re 
Filippo  di  Valoia,  il  quale  a  ciò  non  volle  assentire, 
ma  diegli  per  moglie  la  figliuola  del  re  Giovanni  di 
Boemia,  onde  crebbe  lo  sdegno.  B  maggiormente 
perchè  il  detto  re  di  Francia  avea  ricevuto  Davit  in 
qua  addietro  re  di  Scozia  suo  rubello,  e  datogli  a- 
iuto  e  favore  di  gente  e  di  moneta  alla  guerra  di 
Scozia  contro  al  detto  Adoardo,  per  la  qual  cosa  il 
detto  re  Adoardo  ritenne  poi  messer  Ruberto  d'Ar- 
tese  della  casa  di  Francia  rubello  e  nimico  del  detto 
Filippo.  Onde  al  re  di  Francia  maggiormente  montò 
lo  sdegno  diponendo  il  suo  saramento  e  impromes- 
sa del  santo  passaggio  d' oltra  mare,  come  addie- 
tro facemmo  menzione.  Cominciò  il  re  di  Francia  al 
detto  .re  d'Inghilterra  gran  guerra  in  Guascogna;  e 
facendogli  ricominciare  guerra  in  Scozia  e  in  mare, 
foccendo  venire  galee  di  Genovesi  a  suo  soldo,  ru- 
bando ogni  highilese  e  Guascone,  e  ogni  maufera  di 
gente  che  andasse  o  venisse  d' Inghilterra.  Della  quale 
cosa  molto  fu  ripreso  e  biasimato  il  re  di  Francia 
dn  tutti  i  cristiani  e  dal  papa  e  dalla  Chiesa  di  Roma, 
lasciando  |s  grande  e  alta  impresa  e  promessa,  com'e- 
ra il  santo  passaggio,  per  cominciare  guerra  a  suo 
tetto  a'  suoi  vicini  e  subietti  cristianL  Per  la  qual 
cosa  il  papa  rivocò  e  gli  levò  tutto  il  sussidio  delle 
decime  di  cristianità  a  lui  concedute,  saWo  quelle  del 
reame  di  Francia,  le  quali  avea  in  sua  balia.  11  valente 
Adoardo  per  dò  non  iabigottì,  ma  francamente  prese 
sua  difesa,  allegandosi  col  re  della  Magna  detto  Bava- 
re,  il  quale  in  questi  tempi  avea  mandato  suoi  amba- 
sdadorì  al  papa  per  venire  a  misericordia  e  ammenda 
della  Chiesa  per  avere  sua  pace;  e  già  era  otriata  ^ 


'  concesas,  donata;  dal  verbo  antico  otriaré^  che  secon- 
do la  Giuntina  avremmo  incontrato  anche  al  capitolo  CL 
del  lib.  *VII  aUe  parole  :  dai  prtfiMé  fi^  oiriato^  nella  cai 
vaca  laggemmo  meglio  ool  T.  Dftvanaatit  oceatMIo. 

20 


400 


CRONICUB 


per  la  CfaleM,  andando  al  cMquisto  oltre  mare,  e 
qideUodo  le  terre  della  Chiesa,  cioè  Cioilur,  U  Pa- 
trìBMmfo,  il  Datato,  e  la  Marca,  e  la  Rosagna,  e 
di  fi^raiia  Fireaie  e  lotto  il  ano  distretto*  Il  re  di 
Francia  per  sua  lèttera  e  and>asciata  mandò  al  papa 
e  a'  cardinali,  e  slorkò  V  accordo,  perohè  volea  per 
lo  fratello  il  reame  d*  Arli  e  di  Vienna  ;  per  la  qaal 
cosa  il  Bavero  indegnato  s' allegò  col  re  d'Inghilter- 
ra contro  al  re  di  Francia,  e  col  daca  di  Brabante 
ano  pngino,  e  col  conte  d* Annido^  e  con  messer  Gian- 
ni d*  Annido  signore  di  Belmonte  e  sio  del  conte, 
e  eoi  duca  di  Ghellerì'e  col  marchese  di  Ginlieri 
snoi  cognati,  e  col  siri  di  Falcamonte,  e  con  più 
altri  bttroni  della  Magna,  domandando  ancora  Ado'ar- 
do  a  Filippo  di  Valoìs  il  reame  di  Francia,  il  qaale 
dicera  dovea  snccedere  a  Ini  per  ragione  di  retag- 
gio per  la  madre  d'Adoardo,  che  fa  figlinola  del  re 
Filippo  il  Bello  re  di  Francia,  di  coi  non  rimase  al- 
ira  reda  per  linea  reale.  E  co^  doTca  egli  succe- 
dere al  reame,  com*  egli  gindioò  la  contea  d'Artese 
alla  contessa  figlinola  del  conte  d'Artese,  perchè 
anecedesse  alla  corona  di  Francia  per  retaggio  delle 
figlinole  deQa  detta  contessa  maritate  a*  reali,  e  toN 
sala  al  detto  messer  Roberto,  che  fa  figlinolo  del 
figlinolo  del  conte  d*  Artese,  ciò  fti  messer  Filippo 
d*  Artese,  il  qaale  era  fratello  della  detta  contessa; 
perchè  mori  prima  che  '1  eonte  ano  padre,  e  il  re 
ne  disertò  messer  Roberto  detto  soo  figlinolo.  Della 
qroale  richiesta  il  re  di  Francia  forte  dispettoso  creb- 
be lo  sdegno  e  la  gnerra.  Ma  il  re  Adoardo  conùn- 
dò  poi  appresso  per  mare  e  per  terra  con  snoi  col- 
legati aspra  guerra  al  re  di  Francia,  come  innansi 
leggendo  si  potrà  trovare.  Lasceremo  alquanto  di 
fatti  d*  oltremare,  e  torneremo  a*  processi  della  no- 
stra guerra  col  Mastino  di  Verona. 

CAPITOLO  LVL 

Come  messer  Martino  tolse  il  castello  di  Pontremoli 

a"  Rossi  da  Parma, 

Nel  dello  anno,  essendo  il  castello  di  Pontre- 
moli, che  teneano  i  Rossi  da  Parma,  molto  stretto 
di  assedio  da  quelli  di  Lucca  e  da^  marchesi  Mali- 
spini  colla  fona  di  messer  Mastino,  Orlando  Rosso 
eolla  cavalleria  e  masnade  de'  Fiorentini,  in  quantità 
di  milletrecento  cavalieri  e  di  tremila  pedoni  de*  quali 
era  capilano,  si  partì  di  Firenze  a  di  1 7  di  novem- 
bre, e  cavaléaro  sopra  Lucca  per  soccorrere  Pon- 
tremoli e  levare  il  detta  assedio  ;  ma  fu  tardi,  che 
quelli  eh*  erano  in  Pontremoli  s*  arrenderono  a  patti, 
salve  le  peraone  e  le  loro  cose,  per  molti  Sfotti 
che  pativano,  e  cosi  tornò  la  detta  cavalcata  a  Fu- 
ceochio  a  dì  25  di  novembre,  avendo  fatto  poco  dan- 
no a  Lucca.  E  le  famiglie  e  donne  dovetti  Rossi, 
che  osdrono  di  Pontremoli,  vennero  lutti  a  Firenze; 
i  quali  foro  ricevuti  grasiosamente. 

CAPITOLO  LVn. 

Come  i  Vettestiam  ioUono  le  saline  di  Padova 
a  messer  Mastino  deUa  Scala, 

In  questo  anno,  essendo  la  nostra  oste  e  de* 
Venesiani,  eh'  era  accampata  alla  bastila  iraova  dia 


terra  di  Bovolenlo,  cresciuta  in  quantità  di  treodla^ 
doqnecenlo  cavalieri,  quasi  lotti  Tedeschi  al  soldo 
de^  delti  dne  comuni,  e  piò  di  dnqaenttla  pedoni,  i 
Venesiani  mandarono  loro  oste  con  grande  navilio 
e  barche  imborbottate  e  molti  dificii  da  battagtia, 
da  Chioggia  alle  aaline  di  Padova,  le  quali  tenen 
messer  Mastino,  e  aveavi  fatte  anso  diie  fortetse, 
ovvero  due  bastie,  quasi  come  due  cutela  di  le- 
goame  con  molto  goernimenlo  e  gente  d' arme  sM 
difesa.  Sentendo  ciò  messer  Mastino  e  messer  Al* 
berlo  eh*  erano  in  Padova  con  pih  di  treaula  can** 
lieri  e  popolo  grandiasimo,  uscirono  di  Padova  )per 
venire  alla  difesa  delle  dette  saHne;  measer  fiere 
Rosso  con  lotta  la  nostra  gente  e  de*  Veneziaai  gli 
si  fece  incontra  schierato,  per .  combattere,  e  ere- 
dettesi  che  si  combattesse,  e  per  tre  dì  se  db  fece 
in  Firenze  e  in  Vinegia  solenne  processione  con 
grandi  orazioni  e  prieghi  a  Dio,  che  ci  desse  k 
vittoria,  n  Mastino  non  si  volle  recare  alla  battaglia; 
onde  i  Veneziani  a  cui  toccava  la  detta  causa  dette 
saline,  ed  era  la  prindpal  cagione  della  detta  ìmr 
présa,  vigorosamente  combatterono  le  dcHe  bastie, 
e  per  forza  T  abbono  a  di  23  di  novembre  del  detto 
anno  ^  onde  abbassò  molto  V  orgoglio  di  messer  Ma- 
stino e  de*  SUOL  E  poi  a  dì  17  di  dicembre  ve- 
gnente quattrocenlo  cavalieri  di  quelli  di  messer  la- 
stino  eh*  andavano  a  Monseliee,  furono  rotti  e  scon- 
fitti da*  nostri  eh*  erano  usciti  di  Bovolenlo,  efeeeni 
loro  incontro. 

CAPITOLO  LVffl. 

Ancora  della  guerra  da"  Fiorentini  e*  VinUiam 

a  messer  Mastino. 

Nel  detto  anno,  a  dì  29  di  gennaio,  meiier 
Piero  Rosso  si  partì  da  Bovolenlo  con  duemila  ca- 
valieri e  gente  a  pie  assai,  e  andò  a  Padova,  e  as- 
salì la  porta  del  borgo  a  Ognissanti,  eh*  era  in  trct- 
tato  d'avere  U  detto  borgo  per  tenervi  Toste,  e  a^ 
focarono  la  porta  per  entrare  dentro,  e  parte  di  wn 
gente  ve  n*  entrarono.  La  gente  di  messer  Alb^t^'f 
eh*  erano  in  Padova,  furono  accorti,  e  misono  taotù 
nel  borgo;  per  hi  qnal  cosa  veggendo  messer  P^ 
che  noi  poteva  acquistare,  si  partì  e  tornò  a  Bo^ 
volente.  Ma  poco  appresso,  a  dì  1 7  di  febbraio,  ^ 
detto  messer  Piero  si  partì  di  notte  dal  canpo  ^ 
Bovolenlo  con  trecento  cavalieri  scelti  e  con  alqoa^^ 
pedoni,  e  ordinò  che  milledogenlo  cavalieri  ridiiesl> 
il  seguissono  appresso,  e  giunse  di  notte  al  borgo 
di  San  Marco  di  Padova;  e  quello,  come  ordiaato 
era,  gli  fu  dato,  e  dentro  v*  entrò  colla  soa  gente. 
I  miUedogento  cavalieri  e  pedoni  ohe  veniaao  ap" 
presso  fallirono  la. notte  il  cammino,  e  per  soperchia 
freddare  e  fiumi  e  canali  eh*  aveano  a  passare  bob 
poterono  giongere  a  Padova;  ma  poi  che  forono 
molto  ravvolti,  si  tornarono  a  Bovolenlo:  alcaao 
disse,  che  per  inganno  furono  traviati.  Messer  ^^^ 
essendo  nel  detto  borgo  infino  ali*  ora  di  nona,  0 
non  giongendo  la  saa  gente,  dubitò  della  stanca; 
bisognava  che  messer  Alberto  e  la  sua  gente  s:f^ 
sono  sapttto  il  vero,  ohe  messer  Piero  e  ttìtta  itf« 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


408 


compugnia  erano  morti  e  presi,  perocché  in  Pado- 
va avea  più  di  duemila  cavalieri  e  popolo  ^andia- 
aimo.  11  Talenle  meaaer  Piero  veggendoai  a  tal  par- 
tito, cornea  savio  e  avveduto  capitano,  con  tatla  sna 
gente  annata  fece  sembianza  d^  assalire  la  porta  della 
città  e  ^aella  combattere,  faccendo  vista  d'  avere 
presso  il  sno  soccorso  della  sna  gente  che  gli  era 
fallita.  Mess^r  Alberto  temendo  della  città  fece  chiu- 
dere le  porte  .e  levare  i  ponti i.messer  Pi^ro  e  sua 
gente  si  ritrasse,  e  uscirò  de*  borgi,  faccendo  al  fine 
in  quelli  mettere  fuoco,  acciocché  i  nemici  per  quello 
non  gli  pò  tessono  seguire,  e  con  tutta  sua  gente  si 
ritrasse  la  sera  medesima  sano  e  salvo  air  oste  di 
Bovolento.  E  nota,  che  messer  Piero  andava  sì  spes- 
so a  Padova,  perocché  al  continuo  era  in  trattato 
con  messer  Marsilio  da  Carrara  suo  aio  e  co'  suoi 
consorti,  i  quali,  come  dicemmo  addietro  più  tempo 
passato,  per  gara  de*  loro  vicini  e  cittadini  aveano 
data  la  signoria  di  Padova  a  messer  Cane  della  Sca- 
la; e  messer  Alberto  e  Mastino  gli  trattavano  male, 
maggiormente  per  lo  'nganno  e  tradimento  fatti  a^ 
detti  Rossi  da  Parma  loro  nipoti  sotto  la  oonftdan- 
sa,  quando  fecero  rendere  Parma;  come  addietro 
facemmo  menzione.  Poi  a  di  20  di  febbraio  essendo 
partiti  del  campo  da  Bovolento  da  ciaquecentocin- 
quanta  cavalieri,  e  cavalcati  ia  sul  Padovano,  le- 
vata gran  pi'eda,  que*  di  Padova  in  quantità  di  otto- 
cento cavalieri  si  pararono  loro  dinanzi,  e  combat- 
terongli  a  uno  passo,  e* nostri  furono  sconfitti,  e 
rimasonvi  tra  morti  e  presi  intorno  di  cento,  e  pia 
che  mezza  la  preda.  Per  questa  cagione,  a  di  23  di 
febbraio,  messer  Piero  cavalcò  con  millecinquecento 
cavaUeri  fino  alle  porte  di  Padova,  e  prese  il  borgo 
e  misevi  fuoco,  e  arsevi  piii  di  quattrocento  case. 
In  questa  cavalcata  di  messer  Piero,  messer  Masti- 
no, ordinò  co*  ribaldi,  e  fece  mettere  fuoco  nel  cam- 
po di  Bovolento,  e  arse,  bene  il  quarto,  e  tutta  la 
camera  dell*  oste.  E  se  non  fosse  il  buon  soccorso 
di  quelli  che  v*  erano  rimasi  a  guardare,  ardeva 
tutto;  e  cosi  vanno  i  casi  della  guerra  per  punire 
i  peccati  de*  popoli.  Tornato  messer  Piero  al  campo, 
in  pochi  dì  fu  ristorato  e  rifatto  il  campo  dell' ar- 
sione, che  i  Veneziani  di  presente  vi  mandarono 
ogni  guernimento  che  bisognava  per  acconciare  la 
bastia.  E  pochi  dì  appresso  ali*  entrare  di  marzo  si 
rnbellarono  a  messer  Mastino  tre  ville,  ciò  furono 
Collegrano  in  Trevigiana,  e  Cittadella  e  campo  San 
Fiero  in  Padovana.  Lasceremo  alquanto  della  guerra 
del  Mastino,  e  torneremo  a*  nostri  fatti  di  Toscana 
0  d*  altre  parti. 

CAPITOLO  UX. 

Come  ioilo  trattato  <r  accordo  con  gli  Aretini 
vollono  i  Perugini  pigliare  Arei%o, 

Nel  detto  anno,  ali*  entrata  del  mese  di  feb- 
braio, non  lasciando  il  nostro  comune  per  la  grande 
impresa  di  Lombardia  di  guerreggiare  la  città  di 
Lucca  e  quella  d'Arezzo,  essendo  la  città  d'Arezzo 
molto  afflitta  da*  Perugini  e  da*  Fiorentini,  perocché 
da  messer  Mastino  non  aveano  potuto  aver  soccorso 
perch*  egli  era  assediato  nella  città  di  Padova,  co- 


m*é  detto  dinanzi.;  né  d*  altra  parie  da  nenno  ghi« 
bellino  d'Italia  non  poteano  avere  aoceorao,  e  per 
loro  male  si  poteano  difendere  da*  detti  dne  comuni  ^ 
più  trattati  di  pace  furono  da  loro  a*  detti  due  co- 
muni, ma  più  co*  Perugini,  perché  gli  teneano  più 
stretti,  e  aveano  di  loro  pregioni.  Alla  fine  i  Pe- 
rugini voleano  sì  larghi  patti  e  vantaggi,  e  di  ca- 
stella e  della  signorìa  della  città  di  Arezzo,  che  i 
Tarlati  che  n'erano  signori  in  nulla  guisa  si  volea- 
no accordare  né  fidare  de'  Perugini,  perocché  in  que* 
dì,  stando  nel  detto  trattato  d*  accordo  co*  Perugi- 
ni, i  detti  Perugini  di  notte  con  grande  forza  di 
gente  a  cavallo  e  a  piedi  vennono  fino  alle  mura 
d'Arezzo.  E  per  alcuno  della  terra  fu  loro  insegnato 
d*  entrare  per  la  fossa  ov' erano  la  cateratte  della 
gora  delle  mulina  jDhe  corre  per  Arezzo;  e  alcuni 
di  loro  V*  entrarono.  Ma  ciò  sentito  nella  terra,  cor- 
sono  al  riparo.  I  Perugini  la  mattina  si  partirono  e 
tomaronsi  a  Cortona;  e  per  questa  cagione  ai  rup- 
pe il  trattato  tra  gli  Aretini  e' Perugini.  Ma  de*  Fio- 
rentini si  voleano  ben  fidare  i  Tarlati  d*  Arezzo,  e 
dar  loro  la  guàrdia  della  terra,  perocché  messer 
Piero  Saccone  e  messer  Tarlato  erano  nati  per  ma- 
dre della  casa  de'  Frescobaldi  di  Firenze,  e  aveanvi 
più  sìngulari  amici  e  parenti,  e  da*  Fiorentini  si  te- 
neano meno  gravati  che  da*  Perugini.  B  cosi  per  la 
detta  cagione  de*  Perugini  si  ruppe  il  trattato,  e  si 
ricominciò  guerra  centra  gli  Aretini,  con  tutto  che 
nel  segreto  ancora  rimasono  gli  Aretini  in  trattato 
d*  accordo  co*  Fiorentini.  E  rotto  il  detto  trattato  co* 
Perugini,  quelli  di  Lucignano  d'Arezzo  ch'erano 
molto  oppressati  da*  Perugini  per  le  loro  masnade 
che  stavano  al  monte  a  San  Savino,  si  mandarono 
a  Firenze  loro  ambasciadorì  e  sindachi  con  pieno 
mandato  per  darsi  al  comune  di  Firenze.  I  Fioren- 
tini non  gli  vollono  prendere  per  non  dispiacere  a* 
Perugini,  né  rompere  i  patti  della  lega  ;  che  intra 
gli  altri  patti  era,  che  ogni  conquisto  di  terra  o  di 
castella  che  si  facesse  sopra  *I  comune  d*  Arezzo, 
fosse  a  comune  de'  detti  due  comuni.  E  ancora  v*era 
lo  *nfrascritto  patto  che  i  collegati  della  lega  du- 
rante la  detta  lega,  per  se  o  per  altrui  non  possa- 
no fare  pace  o  triegua  o  altra  composizione  ovvero 
trattato,  né  tenere  con  neuno  nimico  de*  detti  al- 
legati sansa  .espressa  volontà  e  consentimento  de' 
detti  collegati  insieme,  che  allora  era  già  spirato  il 
termine  della  detta  lega;  per  la  qua!  cosa  così  i 
detti  sindachi  e  ambasciadorì  di  Ludgnano  se  n*an- 
darono  poi  a  Perugia,  e  dieronai  liberì  a  loro  ;  e* 
Perugini  li  presono  senza  fame  nulla  richiesta  al  co- 
mune di  Firenze.  Per  simile  modo  il  vescovo  d*  A- 
rezzo,  eh*  era  de' detti  collegati,  prese  Montefocap- 
pio,  uno  forte  castello  degli  Aretini.  Onde  i  Fio- 
rentini sdegnarono  molto,  e  seguirono  appresso  il 
trattato  segreto  co*  Tarlati  d* Arezzo,  e  misero  a  se- 
guizione,  come  diremo  appresso  nel  seguente  capitolo. 

CAPITOLO  LX. 

Come  i  Fiorentini  ebbono  per  patti  la  città  ^Are%%o 

e  il  suo  contado. 

Nel  detto  anno,  a  dì  7  di  marzo  1336,  ai  com- 
piè il  trattato  e  accordo  dal  oomuno  di  Firenze  a* 


4«4 


CBONICHB 


signori  Tarlati  d^Arexio  in  qnaato  modo,  doè,  ok^  ol- 
ii  ebboao  dal  comono  di  Flrenio  Tontidnqoo  mi- 
gliaia di  ttoriaì  d*  Oro  por  la  dasiono  doUa  forra  e 
rìnunciagiono  della  aignorìa  di  qooUa  ;  e  quattordici 
migliaia  di  0orini  d*oro  per  la  loro  ragione  e  par- 
te, che  i  detti  meiaer  Piero  e  measer  Tarlato  arca- 
no nel  visoontado  comperato  per  lo  veacovo  d*A- 
rezto  loro  fratello  da*  conti  Gnidi,  fl  qnale,  come 
dicemmo  addietro,  a^era  rendnto  prima  al  cornane 
di  Firenie,  e  fiorini  tremilaottocento  d*  oro  n^  ebbe 
per  patti  Goido  Alberti  conte  per  la  ana  quarta  parte 
del   detto  Tiacontado,  e  Tonderonla  colla  aolennità 
che  si   convenia  al  eomone   di  Firense;  e  fn  al 
comune  di  Firenxe,  uno  nobile  e  bello  acquisto, 
tutto  che  fosse  terra  d^  imperio.  B  oltre  a  ciò  il  co- 
mune d'Arcuo  ebbe  in  preatito  dal  comune  di  Fi- 
rense diciotto  migliaia  di  fiorini  d*  oro  per  pagare 
le  loro  masnade  a  cavallo  e  a  piede;  eh*  erano  a 
pagare  per  presso  a  sei  mesi  ;  ed  eglino  dierono 
con  solenni  sindadii  d*  accordo  quasi  tutti  gli  Are- 
lini  eh'  erano  ad  Arcuo,  la  aignorìa  e  guardia  della 
città  d'Arcuo  e  del  contado  al  copmne  e  popolo 
di  Firenze  per  tempo  e  termine  di  dieci  anni  a  ve- 
nire,  con  mero  e  misto  imperio,  rimanendo  a' Tar- 
lati tutte  loro  possessioni  e.  castella,  e  lasciando  loro 
ogni  signoria,  rimanendo  aempre  cittadini  d'Arcuo 
alla  guardia  del  comune  di  Firenie,   ficcendogU  i 
Fiorentini  cittadini  e  popolani  di  Firenze,  e  altri 
Tentagli  per  guardia  de'  detti  TarlatL  B  a  di  10  del 
detto  meae  di  marzo  a  ora  di  nona  i  Fiorentini  eh- 
bone  la  possessione  della  città  d' Arezzo  per  lo  mo- 
do che  diremo  appreaso.  Che  v'andarono  a  pren- 
derla dodici  de*  maggiori  cittadini  grandi  e  popola- 
ni di  Firenze  con  sindacato  e  pieno  mandato,  con 
cinquecento  caralieri  e  pili  di  tremila  pedoni  del  Val- 
damo  di  sopra,  tutti  armati  v'andarono  con  loro 
compagnia.  A'  quali,  gli  Aretini,  uomini  e  donne,  pic- 
cioli e  grandi,  con  solenne  processione  e  grande 
allegreua  e  buona  voglia  con  rami  d'ulive  in  mano 
gridando,  pace  pdce^  e  etea  U  comune  e  popolo  di 
Fòrenie^  vennero  incontro  presso  a  due  miglia;  e 
giunti  alla  cit(à,  con  grande  onore  e  magnificenza  fu- 
rono ricevuti  nella  città  d'Arezzo,  e  per  measer  Piero 
Saccone,  che  n'era  stato  aignore,  fu  dato  gonfinone  del 
popolo,  e  al  sindaco  del  comune  di  Firenze  le  chiavi 
delle  porte  con  nobile  diceria  e  grandi  autorità,  magni- 
ficando il  popolo  e  comune  di  Firenze  K  I  detti  noatri 
cittadini  riformarono  la  città  di  podeatà  per  i  patti  pro- 
messi, ciò  fu  mesaer  Currado  de'  Pancialichi  da  Pistoia 
dal  lato  gnellé,  e  gli  altri  aegueati  aei.meai  measer 
Giovanni  Pandatichi  auo  fratello.  Dall'anno  innanzi 
doveano  esser  podestà  fiorentini  alla  elezione  del 
comune  di  Firenze;  e  per  simile  modo  riformarono 
la  città  d'Arezzo  di  nuovi  anziani  cittadini  d'Arez- 
zo di  guelfi  e  di  ghibellini,  quegli  che  a  loro  piac- 
que, B  capitano  jdi  guardia  e  conservadore  di  pace 
fu  Bonifuio  de'  Peruzzi  di  Firenze  grande  popolano, 
e  fu  il  primo  per  termine  di  sei  mesi  con  venticinque 
cavalieri  e  cento  fanti;  e  poi  conseguendo  di  sei  mesi 
in  sei  mesi,  uno  popolano  guelfo  di  Firenze  alla  elezio- 


*  He  nAèsraiato  qnssla  guaste  pirledo  aeUa  QhuHba. 


ne  del  detto  coarano  di  Firenze;  e  rifociono  popolo 
in  Arezzo,  e  dierono  i  gonfaloni  dello  oompagnie  del 
popolo.  Bd  abbono  gli  Aretini  por  lo  coaiuae  di  Fi- 
roBse  perpetua  pace,  diaMttendo  e  perdonando  egri 
ingiuria,  interessi,  e  danni  ricevuti  ira  uno  cotta- 
ne e  1*  altro,  rimettendo  i  guelfi  in  Arezzo,  e  opi 
altro  uscito  che  vi  volesse  tornare,  cancellando  ogai 
bando,  e  levando  ogni  rappreaaglia  e  dirielo  dil» 
l'uno  coasune  all'altro,  e  aingulari  persone  e  loro 
segnaci.  É  poi  a  di   10  d'aprile  vegnente  measer 
Piero  Sacconi  venne  in  Firenze  con  eerti  de'aooi 
conaortt  e  altri  buoni  cittadini  d'Arezzo,  con  pia  di 
cento  a  cavallo:  da' Fiorentini  fu  ricevuto  onorevole- 
mente  come  gran  signoro,  e  dimorò  in  Firenze  lei 
di;  alla  fine  ricevuti  più  corrodi  dati  da* dttadiBi, 
e  dati  continui  deainarì  e  cene,  alla  sua  partita  gli 
feciotto  uno  corredo  in  Santa  Croco  molto  nobile, 
ov'  ebbe  nulle  e  più  cittadini  aDa  prima  mensa  de' 
migliori,  eon  cinque  messe  di  pesce,  molto  onora- 
tamente aerviti  da  donzelli  di  Firenze,  fornendo  latta 
la  corte  di  capoletti  franceschi  molto  nobili  ^  B  ia 
questa  stanu,  a  di  16  d'aprile,  i  avurcheai  del  monte 
Santa  Maria  e  cutellani  col  favore  e  masnade  de' 
Perogijii  per  tradimento  presono  il  caatello  diMonter- 
ohi,  aalvo  la  rocca,  che  v'era  dentro  uno  de'  Tariatl 
Per  la  quel  coca  measer  Piero  e  sua  gente  si  parti  di 
Firenze  subito;  ma  il  capitano  della  guardia  d'Arca- 
to senu  attesa,  avuta  la  novella  subito  cavalcò  co* 
cavalieri  ch'erano  in  Arcuo,  e  eon  popolo  assai 
di  volontà   colle  'naogne  del  comune  «fi  Firenze,  e 
venuto  a  Monterchi  il  di  di  venera  santo,  trova- 
rono i  nendci  accampati  di  fuori  dal  caatello  e  par- 
te dentro  :  pia  prieghi  foron  fatti  a'  detti  aaarchesi  e 
a'  castellani  e  a  quelli  conestabiU  che  v'  erano  per 
lo  comune  di  Perugia,  che  per  amore  del  cornine 
di  Firenze  si  dovessono  partire  e  lasciare  il  cu  tetto 
eh'  era  alla  loro  guardia  ;  dopo  molto  parole  escà- 
aandoai  che  non  fiaccano  contro  al  comune  di  Fi- 
renze, ma  contro  a'  Tarlati  loro  nimici,  e  dilatando 
per  parole,  attendendo  la  gente  de' Perugini  che  ve- 
nivano al  aoccorao,  quelli  che  v'erano  per  lo  co- 
mune di  Firenze  ciò  sentendo  per  loro  spie,  assdi- 
rono  il  campo  de' cutellani  e  de'marcheai  ch'era- 
no isceverati^,  e  forte  oombatterono  con  loro,  e  la 
poco  d' ora  gti  aconfissono  ;  e  poi  combattendo  ea- 
traro  nella  terra,  e  per  foru  d' arme  la  racquista- 
rono  con  gran  danno  de' cutellani  e  de' loro  se- 
guaci; e  pih  ne  aarebbono  stati  morti,  ae  non  foiie 
la  devozione  del  santo  di  eh'  era.  Di  questo  racqoi- 
ato  di  Monterchi  i  Tarlati  e  tutti  gli  Aretini  si  teo- 
nero molto  contenti  de' Fiorentini,  e  presono  di  lo- 
ro maggiore  confidanu.  B  poco  appresso  i  Fioren- 
tini ordinarono  in  Firenze  dodici  consiglieri  popo- 
lani due  per  sesto  di  tre  in  tre  mesi,  con  grande 
balia  co' priori  insieme  a  provvedere  continuo  sopra 
al  pacifico  atato  e  guardia  d'Arezzo.  B  di  presente 
per  dò  seguire  ordinarono  e  fedono  coaiindare  e 


'  I  capdhui  erano  drappi  o  pand  imbottiti  a  hieofd- 
ciati,  che  a*  appiccavano  propriaménte  a  capo  del  Ietto. 

*  eohieratl  in  anne,  secondo  la  Giuntina  :  ma  per  qafl- 
lo  che  qui  ai  dice,  il  T.  Dav.  legge  meglio  iai^i^èi,  M 
disgiottti,  sfllatii 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


405 


oonpiere  uno  gran  castello  e  molto  forte  al  di  so- 
pra della  piasza  di  Perei  della  oittà  d^Areuo,  il 
quale  costò  più  di  dodicimila  fiorini  d^  oro  pagati 
per  li  Fiorentiiii  ;  e  ordinaronvi  due  castellaiii  con 
cento  fonti  alla  guardia,  e  fornito  per  sei  mesi  di 
fittoaglia  e  d*  arme  e  di  goernimento  grandissimo  ; 
e  al  oentinuo  si  tenea  in  Arezso  per  ii  Fiorentini 
il  meno  trecento  cavalieri  di  loro  masnade  alla  guar- 
dia, e  più  come  bisognava.  Di  questo  castello  parte 
degli  Af etini  ne  furono  contenti,  spezialmente  i 
Tariati  e  i  loro-  àegnaci,  per  sicurtà  di  loro>  che 
disposti  loro  della  signorìa  quasi  tutto  il  popolo 
gli  odiavano,  e  massimamente  i  guelfi,  perch'erano 
loro  nimici,  e  i  ghibellini  perchè  erano  mal  con- 
tenti perchè  gli  aveano  data  la  terra  ;  ma  nel  vero 
i  più  degli  Aretini  ne  furono  mal  contenti.  Poi  vi 
feoiono  fare  i  Fiorentini  in  Arezzo  un  altro  piccolo 
castello  aopra  la  porta  del  piano  che  va  a  Laterina, 
per  più  sicurtà  ed  entrata,  con  corridoio  di  fuori  tra' 4 
muro  grande  e  '1  parapetto  per  i  cavalieri,  e  su  per 
le  mura  per  i  pedoni  per  correre  dairnno  castello 
air  altro.  In  somma  i  Fiorentini  misono  in  Arez- 
so in  un  anno  tra  di  presto  e  di  dono  più  di  cento- 
mila fiorini  f  oro ,  sanza  quello  che  vi  spesono 
poi,  che  fu  uno  gran  fatto,  compensando  la  spesa  di 
Lombardia  e  V  altre  spese  faceva  il  comune  di  Fi- 
renze a  mantenere  la  guerra  del  continuo  centra 
Lucca.  Del  detto  acquisto  della  città  d'Arezzo,  tutto 
che  costasse  a'  Fiorentini  danari  <  SMai,  n*  aggran- 
dì e  montò  molto  la  magnificenza  del  comune  di  Fi- 
renze, e  da  lungi  di  gran  fama  per  tutti  i  cristiani 
che  ^1  sentirono,  e  dJ  appresso  più  onorati  e  ridot- 
tati dalle  comuni  vicinanze.  Il  detto  acquisto,  tutto- 
ché fosso  mediante  costo  di  moneta,  è  d*ÌAdustria 
di  certi  nostri  Fiorentini  che  "1  trattarono,  che  non 
ne  valsono  di  peggio  al  modo  usato  di  corrotti  cit-. 
tadioi;  naa  ^  certo  se  non  fosse  stato  la  nobile  e 
alta  inpresa  di  Lombardia,  e  resistenza  fatta  contra 
messer  Mastino  per  lo  comune  di  Firenze  e  per  quello 
di  Vinegia,  non  venia  fatto,  che  i  signori  Tarlati 
non  v^  avrebbono  mai  acconsentito  ;  ma  fecionlo  per 
le  cagioni  dette  per  non  perdere  l' altro  rimanente, 
perduta  ogni  speranza  di  soccorso.  E  nota,  che  più 
di  sessanta  anni  era  stata  retta  la  città  d'Arezzo  per 
parte  ghibellina  e  imperiale,  e  quasi  in  guerra  cól 
comune  di  Firenze. 

CAPITOLO  LXI. 

Ancora  delie  sequele  de*  faiii  d^  Àre%%o 
da'  FioreniM  a*  Perugini, 

Dappoiché  i  Fiorentini  ebbono  la  città  d'Arez- 
zo per  lo  modo  detto  nel  passsto  capitolo,  i  Peru- 
gini sdegnerò  forte  contra  i  Fiorentini,  tenendosi  da 
loro  ingannati  e  traditi  per  li  patti  che  aveano  a- 
vttli  insieme  della  lega  fatta  tra  loro  col  re  Ruberto 
e  co'  Bolognesi,  e  mandarono  in  Firenze  loro  am- 
basciadori  a  dolersi  di  ciò  in  pubblico  consiglio, 
ove  fa  loro  risposto  saviamente  a  tutti  i  loro  ca- 
pitoli, come  per  ragione  e  secondo  i  patti  eh'  erano 
tra  loro  non  s'erano  falliti  in  neuno  articolo^  pe- 
rocché la  lega  non  conteneva  niente,  che  dandosi  la 


dttà  d'Arezzo  ad  alcuno  de' detti  comuni,  l'uno  al- 
r altro  fosse  tenuto,  o  si  rompesse  lega;* e  già  era  il 
termine  della  lega  spirato  ;  mostrando  ancora  aTe- 
rugini,  come  gli  Aretini  in  nulla  guisa  si  volevano 
accordare  o  fidare  de' detti  Perugini  per  cagione  de' 
loro  collegati  ghibellini,  e  il  vescovo  d'Arezzo,  Pazzi 
del  Valdarno,  libertini,  conti  daMontefeltro,  Nieri  da 
Faggiuola,  conti  da  Montedoglio,  i  figliuoli  di  Tane 
da  Castello,  e  i  signori  di  Cortona^,  e  tutti  i  loro 
usciti  i  quali  erano  nimici  caporali  a' Tarlati.  E  se 
i  Fiorentini  non  avessòno  preso  Arezzo  sanza  indu- 
gio, come  fedono,  di  certo  poteano  uscire  in  mal 
luogo  per  parte  guelfa,  e  per  l'uno  comnne  e  per 
l'altro.  Ancora  allegando,  come  prima  aveano  fallito 
i  Perugini  e  rotti  i  patti  a'  Fiorentini,  quando  pre- 
sono Lucignano  d'Arezzo  per  lo  modo  detto  per  noi 
nel  ierzo  capitolo  innanzi  a  questo.  Ma  secondo  buo- 
na e  caritatevole  compagnia  non  era  però  licito  di  fa- 
re ciò  per  li  Fiorentini,* che  come  dice  il  Proven- 
zale in  suo  vocabolo  ^  :  Vuomo  saggio  non  dee  fallire 
per  Palirui  fallire.  E  bene  dice  la  legge  in  alcuna 
parte:  frangenti  fidem^  fldes  frangaiur  eidem;  ma 
ciò  non  basta  alla  magnificenza  del  nostro  comune. 
Ma  come  si  fosse,  o  ragione  q  torto  dell'uno  co- 
mune o  dell'altro,  o  d'amendui,  i  Perugini  rimaso- 
no  malcontenti.  Alla  fine  dibattuta  la  questione  per 
ambaaciadori  dell'uno  comune  e  dell'  altro,  s|  trovò 
un  mezzo  d'accordo,  che  i  Perugini  avessòno  in  A- 
rezzo'  un  giudice  d' appellagione  in  termine  di  cin- 
que anni  sotto  titolo  di  conservadore  di  pace  con 
salario  di  cinquecento  fiorini  d'oro  in  sei  mesi  con 
sua  famiglia.  Questo  uficio  fu  in  nome  più  che  in 
fatto,  perocché  al  tutto  erano  gli  ufici  e  la  signoria 
d'Arezzo  de'  Fiorentini.  E  dopo  il  termine  di  cinque 
anni  dovesse  rimanere  a' Perugini  il  castello  d*An- 
ghiari,  e  Foiano,  e  Lu<^'gnano,  e  il  monte  a  Sausa- 
vino,  eh'  essi  avevano  presi  e  teneangU  in  pace  ; 
faccendo  che  i  Perugini  lasciarono  messer  Ridolfo 
Tarlati  e'  figliuoli  e  più  altri  pregioni  d'Arezzo  che 
gli  aveano  in  pregione  i  Perugini,  presi  nella  città 
di  Castello  quando  l'ebbono,  come  contammo  addie- 
tro. Lascieremo  alquanto  de'  fatti  di  Firenze  e  d'A- 
rezzo e  de' Perugini,  eh'  assai  n'é  detto,  e  tome- 
remo  a  nostra  materia  a  seguire  il  processo  della 
guerra  di  Lombardia  con  messer  Mastino. 

CAPITOLO  LXn. 

Come  per  ordine  di  messer  UasUno  volle  essere 
morto  meuer  Fiero  Rosso  a  Boeoienio  per  rom^ 
pere  l*  oste  della  lega. 

Air  uscita  del  mese  di  marzo,  cominciando  l'an- 
no 1337,  essendo  messer  Piero  Rosso  capitano  del- 


'  U  èlgnoT  di  Cortona^  dice  la  Giuntina. 

^  Dice  U  Giontina:  sua  gobota:  V'wmo  saggio  non  d§e 
faglia,  parM  altri  faglia.  La  Oobola^  o  Oohola  è  una  f p«* 
eie  di  breve  componimento  lirico  di  Tersi  per  lo  più  ot- 
tonari e  settenari  accoppiati  per  rima  a  dae  a  due.  Questo 
nome  ci  venne  dal  provenzale  cohicu,  che  significa  appunto 
coppia.  Francesco  da  Barberino  ne  scrisse  di  molto  graziose. 
L'antico  poeta  francese  Gaglielmo  de  Lotia  scrisse  in  tal 
I  metro  tatto  il  suo  SomoMso  della  Rosa* 


406 


CRONICHE 


Toste  de^ FioreAtini  e  de^VeneziaDi  aU^ assedio  di 
Padova  a  Bovolento,  per  trattato  di  mesa er  Mastino 
e  di  certi  conestabiU  tedeschi  ch^  erano  neiroste, 
con  seguito  di  mille'  cavalieri,  volle  esser  tradito  e 
morto  messer  Piero  Rosso,  ma,  come  piacque  a  Dio, 
si  scoperse  il  trattato,  e  non  venendo  loro  fatto,  si 
partirono  e  misono  fuoco  nel  campo,  e  arsene  pran 
parte,  per  la  qual  novità  fu  grande  scompiglio  alla 
noBtm  oste.  Ma  il  valente  messer  Piero  per  Tacci- 
dente  occorso,  poco  ismosso  dagli  agnati  della  fortu- 
na, non  dubitando  punto,  a  dì  5  d*aprile  appresso, 
con  tremila  cavalieri  cavalcò  subitamente  infiào  alle 
porte  di  Xrevigi,  e  fece  loro  gran  danno  di  preda  e  di 
pregìoni,  lasciando  a  guardia  del  campo  a  Bovolento 
mille  cavalierL  E  nota,  che  in  quei  tempi  all^  assedio 
di  Padova  aveva  al  soldo  de^  Fiorentini  e  de*  Vene* 
ziant  cinquemila  uomini  a  cavallo  con  barbute^,  san- 
sa quegli  a  piedi  eh*  erano  grande  quantità,  sansa 
r  oste  che  in  quei  tempi  if  comune  di  Firenze  fece 
aopra  la  città  di  Lucca,  come  faremo  menzione  nel 
seguente  capitolo  ;  ohe  considerato  lo  stato  d*  Italia, 
la  città  di  Firenze  mostrò  con  effetti  gran  potenzia 
in  questi  tempi  E  a  dì  14  di  maggio  si  rifermò  la 
lega  tra  noi  e*  Veneziani  e  gli  altri  Lombardi  contro 
a  messer  Mastino  ;  e  V  avogaro  di  Trevìgi  per  so- 
perchi ricevuti  si  mbellò  da  messer  Mastino  col  suo 
forte  Castelnuovo,  e  v^nne  in  persona  a  Vinegia  per 
legarsi  con  gli  altri  collegati. 

CAPITOLO  LXni. 

Come  i  Fiorenlmi  fedono  oste  soprQ  la  citià 

di  Lucca. 

A  dì  16  di  maggio,  del  detto  anno  1337,  mes- 
•er  Azzo  da  Correggio,  sentendosi  in  Lombardia  cho 
i  Fiorentini  voleano  fare  oste  sopra  la  città  di  Lucca, 
venne  per  vicario  di  messer  Mastino  a  Lucca  con 
trecento  cavalieri  alla  guardia  della  città.  I  Fiorentini 
per  hi  sua  venuta,  e  per  osservare  i  patti  della  lega 
avendo  ordinato  oste  sopra  Lucca,  e  la  lega  di  Lom- 
bardia sopra  a  Verona,  a  dì  30  di  maggio  si  die- 
rono  le  *nsegne,  e  mosse  Toste,  e  furono  i  Fioren- 
tini con  loro  soldati  800  cavalieri,  e  popolo  gran- 
dissimo, onde  fu  capitano  Orlando  de' Rossi  uomo 
grosso  e  materiale,  ma  per  amore  di  messer  Piero 
e  di  messer  Marsilio  de'  Rossi  da  Parma,  eh'  erano 
in  Lombardia  al  servigio  de*  Fiorentini  e  de'  Vene- 
ziani gli  feciono  quello  onore.  E  di  Bologna  furono 
al  servigio  de'  Fiorentini  centocinquanta  cavalieri,  e 
da  messer  Malatesta  d*  Arimino  cento  cavalieri,  e  da 
Ravenna  trenta,  e  da  Perugia  cento  cavalieri,  e  d'A- 
rezzo da  messer  Piero  Saccone  quaranta  cavalieri 
e  cento  fanti,  del  comune  d*  Arezzo  trecento  fanti, 
d'  Orbivieto  quaranta  cavalieri,  dal  re  Ruberto  cen- 
tottanta  cavalieri,  dalla  città  di  Castello  trentaciuque 
cavalieri,  e  da  Cortona  cento  fanti  ;  da  Siena  cento 
cavalieri,  ma  non  voUono  andare  in  su  quello  di 
Lucca,  ma  stettono  alla  guardia  di  Sammioiato,  pe- 
rocchò  non  vollono  essere  alla  lega.  E  poi,  partita 
Toste,  soldarono  i  Fiorentini  treeentocinquanta  ca- 


I  eoa  dmo  ;  onde  si  dicevano  anche  eavalieri  a  cimo» 


valieri  di  quelli  della  compagna  della  Colomba,  ch'e- 
rano atatl  co' Perugini,  e  mandargli  nella  detta  oste: 
sicch'ella  fu  di  presso  di  duenuìa  cavalieri  e  popolo 
assai  ;  e  guastarono  Poscia,  Ruggiano,  e  T  altre  ca- 
stella di  Valdinievole,  e  andarono  infino  a  Lucca  e 
di  là  dal  Sarchio  sanza  contrasto  alcuno,  faccende 
gran  guasto.  Tornò  T  oste  in  Firenze  a  dì  30  dì 
luglio  male  ordinata,  perocché  fu  sanza  ordine  e  mal 
capitanata. 

CAPITOLO  LXIV. 

Come  foste  della  lega  cavalcarono  sopra  la  città 
di  Verona  e  partirsene  con  poco  onore. 

Tornando  alla  nostra   materia  della  guerra  di 
noi  a  messer  Mastino,  com'  era  dato  T  ordine  delli 
lega,  essendo  la  nostra  propria  oste  sopra   la  dtlà 
di  Lucca,  come  detto  averne,  messer  Marsilio  de'Rossi, 
uomo   d^  grande  senno  e  valore,  si  partì  deU'  oste 
di  Bovolento  a  di  9  di  giugno  del  detto  anno  eoa 
duemilaqualtrocento  cavalieri  de'  nostri  e  de'Venezii- 
ni,  rimanendo  al  campo  di  Bovolento   messer  Piero 
Rosso  con  milleseicento  cavalieri  e  popolo  assai-,  e 
andonne  a  Mantova  mussar  Marsilio   per  cavalcare 
sopra  Verona,  e  a  dì  20  di  giugno  detto  giunse  ìb 
Mantova  messer  Luchino  Visconti  di  Milano  con  gfi 
altri  collegati  di  Lombardia,  e  co'  marchesi  da  Etti, 
e  con  quelli  da  Gonzaga  di  Mantova,  e  furono  in 
somma  co'  nostri  cavalieri  e  co' Veneziani  più  di  quat- 
tromila, onde  fu  fatto  capitano  generale  il  detto  mes- 
ser Luchino;  e  di  presente  cavalcaro   inftno  presso 
alla  città  di  Verona.  E  messer  Carlo  figliuolo  del  re 
Giovanni^  ch'era  alla  lega  nostra  di  Lombardia  coa- 
tra  messer  Mastino,  venne  di  Chiarentana  con  ano 
sforzo.  E  in  quei  giorni  che  venne  ebbe  la  città  di 
Belluno  e  poi  quella  di  Feltro,    che  si  teneano  per 
messer  Mastino.  Il  tiranno  messer  Mastino  veggendosi 
così  accanato  dalla  forza  della  lega  da  tutte  parti, 
come  disperato,  noa  però  francamente,  osci  di  Verona 
con  tremila  cavalieri  e  popolo  grande,  e  richiese  di 
battaglia  messer  Luchino  e  gli  altri  collegati  lesser 
Luchino,  che  che  si  fosse  la  cagione,  o  per  sua  vitti, 
che  così  si  disse,  ovvero  per  tema  di  se,  ovvero 
che  T  uno  tiranno  al  tutto  non  vuole  abbattere  l'altro, 
ma  qual  che  si  fosse  la  cagione,  veggendo  che  mes- 
ser  Mastino   colle  sue  forze  veniva  al  campo  per 
combattere,  la  notte  a  dì  27  di  giugno  si  sbaragliò 
T  oste  della  nostra  lega,  e  villanamente  si  partirono 
chi  da  una  parte    e  chi  da  un'altra,  onde  messer 
Luchino  fu  molto  spregiato.  Messer  Mastino  avendo 
vinta  quella  pugna  prese  vigore,  e   lasciata  fornita 
Verona,  si  partì  con  duemilacinquecento  cavalieri,  e 
vennene  presso  a  Mantova  a  aette  miglia  sanza  alcaao 
contrasto.  E  poi  sentendo  che  i  Padovani  teneano  trat- 
tato come  messer  Piero  e  messer  Marsilio  Rosso 
colla  loro  cavallerìa  non  potessoao  tornare  al  campo 
di  Bovolento,  subitamente  si  mosse  il  primo  di  di 
luglio,  e  in  due  giorni  fu  posto  in  sul  canale  tra 
Bovolento  e  Chioggia,  acciocché  vittusglia  né  altro 
fornimento  non  potesse  venire  da  Vinegia  né  da 
Chioggia  all'  oste  di  Bovolento,  per  impedire  die 
messer  Marsilio  ch'era  ivi  presso  a  dnqoe  miglu 
colla  sua  cavalleria  e  gente,  per  la  subita  venuta  di 


J 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


407 


meoser  Mastino  oon  potessono  andare  più  innanzi 
aanza  grande  pericolo  di  lui  e  di  aua  gente.  E  ve- 
nii)  fatto  a  messer  Mastino  di  rompere  tntta  questa 
oste,  se  non  fosse  la  provedenza  di  messer  Piero 
Rossi  eh*  era  al  canipo  di  Bovolento,  e  sappiendo 
che  messer  Mastino  era  in  parte  che  non  potea  aver 
acqua  per  la  sua  oste,  se  non  di  quella  del  canale, 
ordinò  che  tutta  Tprdnra  ^  dell^oste  di  Bovolento  al 
continuo  si  gittassenel  canale;  e  oltre  a  ciò  in 
quella  contrada  ha  molta  erba  che  si  chiama  cicuta, 
delk  quale  del  sugo  si  fa  veneno,  «  fecola  cogliere 
a*  ribaldi  ch^  erano  nelPoste,  e  tagliarla  e  pestarla 
e  gettarla  per  lo  canale;  per  la  qual  cosa  T acqua 
del  canale  venne  ai  corrotta  air  oste  di  messer  Ma- 
stino, che  V*  era  presso  a  tre  miglia,  che  uè  nomini 
né  bestie  non  ne  poterono  né  ardivano  di  bere,  e 
quale  uomo  o  bestia  ne  beveano  era  a  pericolo 
di  morte.  Per  la  qual  cosa  convenne  che  messer 
Mastino  colla  sua  oste  si  levasse  e  partisse,  e  tor- 
nossi  a  Verona  a  di  13  di  luglio.  Il  dì  appresso 
messer  Marsilio  Rosso  passò  colla  sua  cavalleria.  E 
nota,  lettore,  isventurate  vicende  e  casi  che  fa  la  for- 
tuna del  secolo,  e  spezialmente  nelle  guerre,  che  in 
pochi  di  la  guerra  da  noi  a  messer  Mastino  fu  in 
stretti  partiti  d' esser  vinta  e  perduta  da  ciascuna  par- 
te, come  n^  abbiamo  fatta  menzione. 

CAPITOLO  LXV. 

Come  la  cUlà  di  Padova  s*  arrendè  a  messer  Piero 
RossOj  e  fu  preso  messer  Alberto  della  Scala. 

Partitosi  messer  Mastino  e  perduta  la  pugna  della 
sua  impresa  e  messer  Marsilio  Rosso  colla  nostra  ca- 
valleria tornato  al  campo  di  Bovolento  nell'oste  come 
detto  è,  e  la  nostra  oste  molto  rinvigorita,  inconta- 
nente messer  Piero  Rosso  con  tutta  Toste  si  parti  dal 
campo  di  Bovolento,  ove  tanto  era  dimorato,  e  puo- 
sesi  presso  alle  mura  di  Padova  :  e  a  di  ^2  del  me- 
se di  luglio  del  detto  anno,  i  Padovani  a'  quali  pa- 
reva male  stare  per  la  tirannia  di  quegli  della  Scala, 
e  spezialmente  a  messer  Ubertino  da  Carrara  e  a'  suoi 
consorti  ch^aveano  data  la  terra  a  messer  Mastino, 
ed  egli  gli  trattava  come  servi  e  come  schiavi,  spezial- 
mente il  matto  e  scellerato  messer  Alberto  della  Sca- 
la ch'era  alla  guardia  di  Padova,  e  sentendo  quegli  da 
Carrara  partito  messer  Mastino  colle  sue  forze,  e 
sentendo  Poste  nostra  e de'Veneziani  così  possente 
e  di  costa  alla  città  di  Padova,  dond^  erano  capitani 
messer  Piero  e  messer  Marsilio  Rosso'  loro  parenti, 
ordinarono  di  tradire  e  di  pigliare  messer  Alberto 
della  Scala  con  tutti  i  suoi  consiglieri  e  caporali  e 
conestabili  cìi^  erano  in  Padova  ;  e  così  venne  loro 
fatto,  e  levata  la  città  a  remore,  quelli  del  campo  con 
ordine  fatto  assalirono  la  terra  da  più  parti:  quelli 
da  Carrara  col  popolo,  e  con  ordine  a  furore  cor- 
sone alla  piazza  e  presono  messer  Alberto  e  tutti 
i  suoi  seguaci,  e  apersono  la  porta  verso  il  campo 
e  misono  nella  città  messer  Piero  e  messer  Marsilio 
de'  Rossi  con  tutta  la  cavalleria  ;  i  quali  entrarono 
nella  città  con  più  di  quattromila  cavalieri,  senza  i 


'  V.  A.  lo  stesso  che  lordura,  sporcizia. 


pedoni;  e  a  di  3  di  agosto  1337  corsonola  città  senza 
fare  nullo  male  o  ruberia,  i^  non  assoldati  eh'  erano 
con  messer  Alberto  della  Scala.  Il  detto  messer  Al- 
berto coi  caporali  ch'eran  con  lui  furono  mandati 
presi  a  Vinegia  :  e  messer  Ubertino  da  Carrara  fu 
fatto  signore  di  Padova,  e  messo  alla  lega  con  ta- 
glia di  quattrocènto  cavalieri.  DelT  acquisto  di  Padova 
si  fece  grande  allegrezza  in  Vineggia  e  in  Firenze  e 
in  tutte  le  terre  guelfe  di  Toscana. 

CAPITOLO  LXVI. 

Come  morì  il  valente  capitano  messer  Piero.  Bosso^ 
e  poca  appresso  mori  messer  Marsilio  s^  fratello. 

Per  la  perdita  di  Padova  e  presura  di  messer 
Alberto  della  Scala  e  de'  suoi  seguaci  e  consiglieri 
molto  abbassò  la  potenzia  e  Io  stato  di  messer  Ma- 
stino e  de>uoi,  e  cosi  ne  montò  la  grandezza  deTio- 
rentini  e  de'Veneziani  e  degli  altri  collegati  di  Lom- 
bardia, e  massimamente  de' Rossi  da  Parma^  avendo 
fatta  sì  alta  vendetta  di  messer  Mastino  e  di  messer 
Alberto  della  Scala,  colla  speranza  della  loro  vitto- 
ria e  stato  di  racquistare  la  signoria  della  loro  città 
di  Parma;  e  sarebbe  loro  venuto  fatto  assai  tosto 
coir  aiuto  e  potenza  de' Fiorentini  e  de' Veneziani  e 
degli  altri  della  lega.  Ma  la  fortuna  fallace  delle  co- 
se mondane  le  più  volte,  dopo  la  grande  allegrezza 
e  vana  facilità  per  lei  dimostrata,  si  volge  tosto  a 
mutamenti  miseri  e  dolorosi;  così  avvenne  molto 
poco  appresso,  che  tenendosi  per  messer  Mastino  il 
forte  e  bello  castello  di  Monselice  ben  guemito,  di 
presente  avnto  Padova,  messer  Piero  vi  cavalcò  con 
sua  oste  a  cavallo  e  a  piedi,  e  faocendo  dare  conti- 
novi e  solleciti  assalti  e  battaglie  da  più  parti  a' 
borghi  di  sotto,  quasi  vinti  per  lui  parte  de'  fossi 
e  degli  steccati,  e  per  avere  piuttosto  i  borghi  per 
forza,  messer  Piero  per  dare  più  vigore  di  combat- 
tere alle  sue  genti,  ismontò  da  cavallo  con  più  al- 
tri cavalieri,  la  quale  capitaneria  già  non  fu  lodata, 
ma  ripresa.  E  combattendo  dunque  messer  Piero 
rantfporto,  gU  fu  lanciata  una  corta  lancia  manesca 
la  quale  il  percosse  alla  giuntura  della  corazza  e 
ficcoglisi  per  lo  fianco.  Il  valènte  capitano  però  non 
essendo  ismagato  di  niente  ^  si  trasse  il  troncone  del 
fianco,  e  giltòsi  nel  foSso  di  costa  all'  antiporto  per 
passare  alla  terra,  credendola  avere  vinta.  Per  la 
qual  cosa  1'  acqua  gli  entrò  per  la  ferita,  e  [qnelta 
incrudelita,  e  per  aver  perduto  molto  sangue,  il  no- 
bile e  valoroso  duca  spasimò,  e  per  li  suoi  tratto 
del  fosso  fu  portato  per  lo  canale  in  burchio  così 
(èdito  a  Padova,  il  quale  passò  di  questa  vita  a  ti  7 
d*agosto  1337  :  della  cui  morte  fu  grandissimo  danno 
a  tutta  quanta  la  lega,  imperocché  egli  era  il  più 
sofficiente  e  il  più  savio  capitano  di  guerra  e  ardito 
di  sua  persona  che  ninno  altro  eh'  al  suo  tempo 
fosse  non  che  in  Lombardia,  ma  in  tutta  Italia.  Fu 
seppellito  alla  chiesa  di  San  Francesco  in  Padova 
con  grande  corrotto,  e  il  suo  corpo  fu  onorato  co- 
me a  gran  signore  si  convenfa;  e  in  Firenze  e  in 
Vinegia  avuta  la  novella  se  ne  mostrò  gran  dolore. 


'  per  nulla  smarrito,  ni  caduto  d'animo. 


408 


GBONIGHB 


E  poi  fatto  per  la  aoa  anima  grande  eieqmo  oon  grta« 
de  aolenoità,  mesa er  Maraitio  ano  iratollQ  per  lo  ao- 
perchio  aAnno  per  loi  dorato  neir  aapre  caTalcato, 
come  ni  è  detto  addietro,  innanzi  cho  meaaor  Piero 
fosae  morto,  era  caduto  in  infermità,  ed  era  amma- 
lato in  Padova,  e  colla  giunta  del  dolore  della  morte 
di  measer  Piero  a^  aceord  duramente  neir  animo  e 
come  piacque  a  Dio,  paaaò  di  queata  vita  a  dì  17 
d' agoato  del  detto  anno,  o  fu  aoppellito  di  coata  al 
fratello  a  grande  onore.  Queato  measer  Marsilio  era 
de^  più  aavi  e  valenti  cavalieri  di  Lombardia,  e  di 
migliore  consiglio.  E  così  in  pochi  ti  fu  quasi  an- 
nullata quasi  tutta  la  casa  de^  Rossi  da  Parma,  quan* 
d^  erano  ^r  ricoverare  loro  stato.  Lasceremo  al- 
quanto deWatti  di  Lombardia»  e  diremo  d'altre  novità 
fatte  in  que' tempi. 

CAPITOLO  LXYU. 

IH  novità  fatte  in  questi  tempi  m  Fireme^  e  di  grtmde 
doÙM  che  vi  fu  di  vittuagUa. 

Ritornando  alquanto  addietro  por  seguire  T  or- 
dine del  nostro  trattato,  all'  oacita  di  giugno  del 
detto  anno  1337  nacquero  in  Firenze  aei  leoncini 
della  leonessa  vecchia  e  delle. duo  giovani  aue  fi- 
gliuole, la  qual  coaa,  aecondo  Tauguro  degli  antichi 
pagani,  fu  segno  di  grande  magnificenza  della  noatra 
città  di  Firenze.  E  certo  in  queato  tempo  e  poco  ap- 
preaso  fu  in  grande  colmo  e  potenzia,  come  leggendo 
ai  potrà  Icovare»  De'  detti  piccoli  leoni  alquanto  cre- 
aciuti  il  comune  di  Firenze  ne  fece  presenti  a  più 
comuni  e  signori  loro  amicL  E  nel  detto  anno  a  dì 
29  di  luglio  si  cominciò  a  fondare  i  pilaatri  della 
loggia  del  palagio  d'Orto  S.  Michele  di  pietre  conce, 
grosse,  e  ben  formate,  eh' erano, prima  sottili  e  di 
mattoni,  e  mal  fondati.  E  furono  a  ciò  i  priori  e  il 
podestà  e  capitano  con  tutti  gli  ordini  delle  signorie 
di  Firenze  con  grande  solennità;  e  ordinarono  ohe  di 
aopra  fosse  uno  magnifico  e  gran  palagio  con  due 
volte»  ove  si  governasse  e  guardaaae  la  provvisione 
del  grano  per  lo  popolo.  E  la  detta  opera  e  fabbri- 
ca fu  data  in  guardia  all'  arte  di  porta  Santa  Maria, 
e  deputossi  al  lavoro  la  gabella  della  piazza  e  il 
mercato  del  grano  e  altre  gabelle  di  piccole  entrate 
a  tale  impresa,  a  volerla  toato  compiere.  E  ordi- 
Doaai,  che  ciascuna  arte  di  Firenze  prendeaae  il  ano 
pilastro,  e  in  quello   faceaae  fare  la  figura  di  quel 
aanto,  in  cui  l'arte  ha  reverenzia;  e  ogni  anno  per  la 
feata  del  detto  aanto  i  oonaoli  della  detta  arte  co' 
suoi  artefici  facessono  ofiTerta,  e  quella  foase  della 
compagnia  di  madonna  Santa  Maria  d' Orto  San  Mi- 
chele per  dispensare  a* poveri  di  Dio;  che  fu  bello 
ordine  e  divoto  e  onorevole  a  tutta  la  città.  In  quel 
tempo,  la  notte  del  dì  30  di  luglio,  che  il  dì  era 
tornata  Y  oste  da  Lucca,  a'  appreae  il  fuooo  oltrarno 
in  via  quattro  leoni,  e  arsevi  tre  caae  oon  gran  dan- 
no. E  la  notte  medesima  a'  apprese  il  fuooo  nel  mo- 
nistero  delle  donne  della  Trinità  in  campo  Corbolini 
e  arae  il  loro  dormitorio.  In  queat*  nana  in  Firenze 
e  d' intorno  in  Toscana  fu  grande  dovizia  e  abbon- 
danza, e  in  Firenze  valae  lo  ataio  del  grano  colmo 


addi  otto  a  ragione  di  lire  tre,  aoldi  ine,  il  i 
dell'  oro  \  ohe  fo  diaordinata  dovizia  al  coaao 
e  a  intereaae  di  coloro  eh'  avenno  le  poaaeaaioni,ed 
eziandio  de*  lavoratori  di  quelle:  ma  poco  teaipe 
appreaao  ne  fo  vendetta  di  grande  carealini  oosite  ia* 
nanzi  faremone  menzione. 

CAPITOLO  LXVni. 

Chmé  in  questo  mmo  appatvero  in  oielo  dm  steUs 

comete. 

Nel  detto,  anno  all'  entrata  del  bmoo  di  gtigaa 
apparve  in  cielo  la  atella  cometa,  cktaaaata  Aaeonai 
con  gran  chioma,  cominciandosi  la  vieta  aotte  la 
Tramontana  quaai  nella  regione  del  segno  del  Taa* 
ro,  durando  più  di  quattro  meai  e  attraveraando  IV 
miaperìo  infino  al  mezzogiomo,  e  là  ebbe  fine.  E  pei 
appreaao,  innanzi  ch'ella  venisse  manco  n^apparre 
un'altra  nella  regione  del  aegno  del  Conerò  chiamati 
Roaaia,  e  durò  due  mesL  Queste  atollo  eoiMte  aoa 
aono  ateUè  fisse,  benché  stelle  paiono  co'  raggi  a 
chiome,  o  nebulose;  ma  dicono  i  filosofi  ehe  ciò  sona 
vapori  secchi,  e  talora  mieti,  che  ai  creano  entro 
r  aria  del  fuooo  aotto  il  cielo  della  lana  per  graeda 
corruzione  di  cprpi  celesti,  ciò  aono  i  panati;  • 
sono  di  nove  maniere,  quella  per  la  potenza  di  Salar- 
ne, e  quella  per  la  potenza  di  Giove  o  di  Marte,  e 
così  degli  sltri  pianeti,  e  tali  miete  di  due  pianeta 
0  di  più.  Ma  quali  che  si  sieno,  ciaacnna  è  segao 
di  futura  novità  al  aecolo  il  più  delle  volte  in  mala, 
e  talora  è  aegno  di  morte  e  grandi  aignori,  o  tra- 
motazione  di  regni  o  di  genti,  e  maaaimamenla  aal 
dimato  del  pianeta  che  V  ha  criata,  e  dove  atenda  sai 
aignoria  aignifica  più  mali,  cioò  fame,  mortalità,  aavi- 
tà,  e  altre  gran  coae,  come  leggendo  poco  apprano 
ài  potrà  vedere  per  buono  e  diaoreto  intenditore. 

CAPITOLO  LXDL 
Di  hnttagUe  che  furono  in  mare  ira'  Genovesi  i 


• 

Nel  detto  anno  e  meae  di  giugno,  dieci  gain 
degli  naciti  guelfi  di  Genova  armato  a  Monaco  tre» 
vandoai  in  Ronunia  in  corso  si  oombaHerono  iasi^ 
me  con  dieci  galee  de'  Viniziani,  e  le  Yiniziana  fin 
reno  aconfitte  e  preae  la  nmggior  parte  oon  fpmè» 
loro  danno  d' avere  e  di  peraone;  ma  però  i  Vm^ 
liani  non  a*  ardirono  di  oominciare  gnerra  sisof^M 
co'  Genovesi  eh'  eran  dentro  o  eon  quelli  di  feaii 

CAPITOLO  LXX. 

Come  la  città  di  Bologna  venne  alla  signoria  ^ 
messer  Taddeo  dé'FeppoìL 

Nel  detto  anno  a  dì  7  di  luglio  easendo  i  B^ 
logneai  in  male  ordine  e  peggiore  diapoaisieBe  di 
aette  e  di  parti,  dappoi  che  nacirono  della  tàisoi» 


»  La  Giuntina:  Soldi  8  di  soldi  62,  U  fi^rif^  ^^' 
ths  eco. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


409 


•delk  Chiesa  t  del  legato,  volendo  dascnna  casa  di 
qoelle  die  il  eacciarono  essere  signori,  i  Peppoli  con 
loro  seguile  di  popolo,  forono  ad  amo,  é  oacdsrono 
di  Bologna  nesser  Brandaligo  Gozaadini,  quegli  pro- 
prio elM  fa  principale  a  cacciare  il  legato  co*  suoi 
ooDorii  e  seguaci.  B  poi  appresso  a  di  28  d*  ago- 
sto nesser  Taddeo  figliuolo  che  fu  di  Romeo  de' 
Peppoli  coir  aiuto  de*  marchesi  da  Ferrara  suoi  pa- 
renti si  fece  fare  capitano  di  popolo  e  signore  di 
Bologna.  B  poi  a  di  2  di  gennaio  seguente  il  papa 
presso  ad  Avignone  fece  aspri  processi  centra  messer 
Taddeo  e  centra  il  comune  di  Bologna,  perchè  ndn 
▼oleano  ubbidire  alla  Chiesa,  né  ammendare  il  danno 
Catto  al  legato,  quando  il  cacciarono  di  Bologna.  B 
poi  appresso  air  uscita  del  mese  di  marzo  si  sco- 
perse uno  tradimento  d' una  congiura  nella  quale  a- 
▼eano  ordinato  d'ui^cidere  il  capitano  e  togliere  la 
ngnoria  :  e  di  dò  era  caporale  Macerello  de*  conti  da 
Panigo  segretale^  e  stretto  parente  del  detto  capitano, 
di  cui  pia. d  fidava,  con*  suo  seguito  e  con  dcnno 
d«*  Ghisolieri  e  dtrf  Bolognesi.  II  quale  trattato  sco- 
perto, alcuno  ne  fu  preso  e  tagliatogli  la  testa.  Ma 
^ello  Macerello  con  più  usdrono  di  Bologna  e  fìi- 
rono  rubelli.  E  messer  Taddeo  al  tutto  rimase  sìgno- 
rOt  e  fortificossi  di  stato  e  di  gente  d'arme,  tenen- 
do ottocento  cavalierì  alle  spese  del  comune  di  Bo- 
logna, e  collegossi  co*  Fiorentini.  E  nota,  lettore,  se 
la  cometa,  onde  dinand  facemmo,  menzione,  che  ap- 
parì nel  segno  del  Tauro,  il  ^uale  troviamo  in  itti 
V  dtre  dttà  e  paesi  esser  attribuito  alla  dtt&  di  Bo- 
logna, mostrò  assai  tosto  le  sue  influenze  di  tanta 
nautadone  di  dgnoria  alla  città  di  Bologna.  Come 
più  addietro  facemmo  menzione,  quando  il  legato 
cardinale  ne  fu  cacdato,  e  poco  dinanzi  iscurò  la  lu- 
na nd  segno  del  Tauro,  a  per  alquanti  intendenti  dì 
quella  scienza  fu  pronosticato  dinand  la  mutazione 
deQa  citte  di  Bologna  contro  il  legato  ;  e  noi  fummo 
di  quelli  che  lo  intendemmo,  con  tutto  che  Topera- 
sioai  di  Im  e  di  sua  gente  e  ufldali  assd  apparec- 
chiare r  opera  e  hi  materia  e  costelladone,  onde  si 
aperava  quella  rìnsdU.  Assai  avemo  detto  de' fatti 
di  Bologna,  ma  ènne  parato  necessità,  come  di  ter- 
ra vidaa  e  amica  della  dttà  di  Firenze,  considerando 
r  antica  ndone  e  libertà  e  stato  e  potenzia  del  buono 
popolo  di  Bologna,  tornato  a'  nostri  tempi  per  loro 
diaoordie  a  signorìa  tirannica  di  singolari  cittadid, 
per  dare  esemplo  alla  nostra  dttà  e  popolo  di  Fi- 
COMO  a  sapere  i  nostri  cittadim  guardare  la  re- 
pabblica  e  libertà  della  noatra  città  di  Firenze,  per 
noo  cadere  a  tirannia  di  signore  per  le  discordie  e 
Bsd  reggimento  de*  nostri  dttadini  :  e  questo  basti 
a^booni  intenditori. 

CAPITOLO  LXXI. 


DMa  morte  dd  te  Federigo 

che  rimasono  e  seguirono  neW  isola  di  Cicilia. 

Nd  detto  anno,  a.  di  24  di  giugno,  morì  di 
ina  morte  don  Federigo  re,  che  tenea  risola  di  Ci- 
cilia, e  lasdò^iù  figliuoli;  ma  il  suo  maggiorei  don 


Fiero,  cui  egli  aveva  a  sua  vita  coronato  re,  come 
addietro  in  alcuno  capitolo  si  fece  menzione,  era  quad 
uno  mentecatto  ;  per  la  qual  cosa  dopo  la  morte  del 
padre  ebbe  molte  mutazioni  neir isola:  che  *ì  conte 
Francesco  di  Ventimiglìa,  de*  maggiori  baroni  del- 
r  isola,  per  soperchio  ricevuto  dd  detto  Federigo, 
prendendo  parte  contra  Igi  per  lo  conte  di  Chiar- 
monte  suo  cognato,  si  rubellò  da  Im  con  tutte  le  sue 
cMtella,  e  cercò  trattato  col  re  Buberto  di  Puglia,  di 
cm  di  ragione  era  V  isola,  e  mandò  a  Napoli  uno. 
suo  figliuolo.  Ma  per  suo  poco  senno  aspettandosi 
troppo  innanzi  che  cavasse  soccorso  del  Begno, 
male  gli  ne  venne  ;  che  cavdcando  Toste  del  re  Piero, 
subitamente  per  iscontrazzi  presono  due  sudi  figliuoli, 
e  per  simile  modo  presono  lui  con  uno  dtro  suo  fi- 
gliuolo scontrandosi  co*  nimici,  e  combattendo  furono 
morti.  E  cod  fu  quasi  distrutto  quello  lignaggio, 
e  perderono  tutte  loro  castella  che  n*  aveano  assd, 
e  forti;  ma  però  risola  rimase  in  grande  tribola- 
zione e  sospetto  come  innand  faremo  mendone.  La- 
sceremo di  dò,  e  diremo  dqusnto  della  guerra  dd 
re  di  Francia  a  quello  d*  Inghilterra. 

CAPITOLO  LXXU. 

Come  U  re  di  Francia  fece  prendere  ^tii  gV  Ita- 
liani eh*  erano  in  suo  paese^  e  peggiorò  la  sua 
moneta;  e  come  F  armata  del  re  d' Inghilterra 
venne -in  Fiandra, 

Nel  detto  anno  1337,  Filippo  di  Valois  re  di 
Francia,  lasciando  il  suo  buono  propodmento  e  giu- 
ramento del  santo  passaggio  d*  oltremare  come  ad- 
dietro facemmo  menzione,  per  seguire  la  guerra  co- 
mindata  col  re  d'Inghilterra,  per  la  sua  avarizia  co- 
mindò  a  seguire  male  sopra  male  :  che  in  una  gior- 
nata, a  di  10  d'aprile  per  tutto  suo  reame  subita- 
mente fece  prendere  tutti  gì*  Italiani,  cod  merca- 
tanti e  le  compagnie  di  Firenze  e  d'altre  parti,  co- 
me i  prefttatori  a  usura ,  e  tutti  gli  fece  rimedire, 
ponendo  a  ciascuno  certa  grave  taglia  di  moneta,  e 
convennela  a  ciascuno  pagare.  E  fece  fare  nuova  mo- 
neta d'oro,  che  si  chiamavano  scudi  d*  oro,  peggio- 
rando la  legi^  della  buona  moneta  venticinque  per 
centindo,  e  la  moneta  d'argento  al^awenante^  E  poi 
fece  un*  altra  moneta  d*oro,  che  chiamava  leoni,  e 
poi  un'altra  che  chiamava  padiglioni  peggiorandola 
ciascuna  di  lega  e  di  corso  per  modo,  che  dove  il 
nostro  fiorino,  eh*  è  ferma  e  legai  moneta  e  di  fino 
oro,  valeva  alla  buona  moneta  eh'  era  prima  in  Fran- 
cia soldi  dieci  di  parigini,  innand  che  fessone  gli 
and  1339,  valse  il  fiorino  dell*  oro  in  Frauda  sol- 
di ventiquattro  danari  sei  di  parigini;  il  quarto  più 
a  torned  picdoli.  E  poi  Tanno  1340  fece  nn*altra  nuo- 
va moneta  d*oro  chiamata  angeli,  e  peggioroUa  tanto, 
e  cosi  quella  delTargento,  e  i  piccioli,  che  *1  nostro 
fiorino  valse  a  quella  moneta  soldi  trenta  di  parigini. 
Lasceremo  alquanto  della  corrotta  moneta  del  re  di 
Francia,  e  seguiremo  a  nostra  materia  delTordine  della 
guerra,  cioè  :  che  poi  del  mese  di  luglio,  vegnente 


1  confidente^  intimo  segretario. 


'  a  proporzione. 


410 


CRONICHE 


la  fetta  di  Saata  Maria  Maddalena,  com'era  onUnato  per 
la  lega  e  eoa^ora  fatta  contro  al  re  di  Francia,  il  Bave- 
ro, il  quale  ai  facea  chiamare  imperadore  venne  a  Co^ 
Ionia,  che  vi  dovea  essere  il  re  d'Inghilterra,  il  quale 
per  molto  affare  deiriaola  e  per  la  guerra  ch^  avea  di 
GuMOOgna  falli  la  giornata.  Fuwi  il  duca  di  Brabante, 
qnello  .di  Ghellerì  e  quella  di  Ginlierì,  e  il  conte  d'A- 
naldo,  e  altri  aignorì  allegati,  e  gli  ambasciadori 
del  re  d' Inghiltarra,  e  a  quella  assemblea  ai  rifermò 
la  lega,  e  gli  ambaaciadorì  del  re  d'Inghilterra  pro- 
misono  per  lo  loro  re  gaggi  e  soldi  agli  Alamanni  e 
agli  altri  allegati,  e  la  venuta  del  re  in  persona  alla 
aettambm^  Per  la  qnal  cosa  il  detto  Bavaro  e  gli  altri 
allegati  Vandarono  disfidando  il  re  di  Francia,  di- 
cendo di  venirlo  a  vedere  infino  alla  città  di  Cam- 
bragio  alla  frontiera  del  reame  di  Francia  e  tenerne 
campo  in  Bvl  reame,  e  combattere  con  lui  ;  del  quale 
isfldamento  il  re  di  Francia,  prese  grande  sdegno 
e  onta,  e  provvidesi  il  presenta  di  tesoro  e  d'  or- 
dine di  cavalieri  e  di  gente  d' arme.  E  poi  conse- 
guentaoMnta  non  potando  il  re  d' laghillerra  passa- 
re di  qua  da  mare,  come  promesso,  avea  agli  allegati 
per  molti  affari  di  là,  e  perchè  venia  il  verno,  vo- 
lendo fornire  la  promessa  de*  gaggi,  mandò  trecento 
cocche  e  centoventi  batti  a  remi  armati;  in  sulla  quale 
armata  fu  il  vescovo  di  Niocola,  il  conta  di  Monta- 
gnto  e  quello  di  Sofoleo,  é  messer  Gianni  d'Area,  ai- 
gnorì di  gran  valore  ;  e  con  molta  altra  buona  gente 
d'arme  e  con  danari  assai,  e  con  dodicìmUa  aacca 
di  lana  del  re,  istimandosi  tra  moneta  e  le  lane  cir- 
ca seicento  migliaia  di  fiorini  d'oro  o  più;   e  an- 
doane  aUa  Summa  in  Fiandra  ali*  entrare  di  novem- 
bre, e  puoaeai  all'isola  di  Gaggianta  alla  bocca  del 
porto  delta  Summa  detto  le  Schiuse^  e  in  sull*  isola 
asceaono  parta  di  loro  gente,  e  combatterono  co' 
Fiamminghi  che  v*  erano  per  lo  conte  di  Fiandra, 
i  quali  ubbidivano  .il  re  di  Francia  ;  e  al  principio 
furono  morti  degl' Inghileai  ch'erano  aceti  isprovve- 
duti  in  sull'isola  del  Gaggiante,  ed  oravi  il  fratello 
battardo  del  contadi  Fiandra  con  ((ente  dUrme  alla 
difesa.  Sentendo  ciò  la  gente  dello  atuolo,  scorsono 
in  grande  abbondanza,  e  quanti  Ftamminghi  vi  tro- 
varono messere  a  morte  ;  e  presono  il  fratello  del 
conte,  e  tutta  l' isola  misono  a  fuoco  e  a  fiamma.  B 
poi  la  detta  armata  non  potendo  porre  alle  Schiuse, 
perchè  i  Fiamminghi    ubbidivano  il  conte  e  il  re  di 
Francia,  ae  n'andarono  a  Pordette  in  Qlanda,  e  le 
scaricarono,  e  vennero  in  Brabante,  e  tennero  par- 
lamento co'  collegati,  e  diedono  ordine  alla  guerra. 
Sentendo  papa  Benedetto  e'anoi  cardinali  l' impresa 
della  sopraddetta  guerra,  mandò  ine  legati  cardinali 
in  Francia  al  re^  per  Battere  accordo  tra  lui  e  *1  re 
d' Inghilterra  ;  e  pariamentate  con  lui  assai  a  Parigi 
andarono  verso  Inghilterra,  e  passarono  il  mare  a  di 
27  di  novembre;  ma  niente  v'adopererò.  Lasceremo 
alquanto  di  dire  di  questa  guerra,  che  assai  toato  ee 
ne  converrà  dire  maggiori  cose,  e  torneremo  a  dire 
delta  noatra  guerra  col  Mastino  di  Lombardia. 


CAPITOLO  LXXUI. 

Come  la  eitlà  éi  Brescia  ii,rubeUà  a  me$$er  Ma- 
stino^ e  diessi  alia  uoslra  lega  con  olire  cesUUe, 

Nel  detto  anno,  all'  entrata  di  settembre,  s'ar- 
rendè alla  qostra  lega  il  castello  di  Mostri  e  qaello 
degli  Orci  e  quello  di  Canneto  in  Bresciana.  E  poi 
a  di  8  d*  ottobre  per  trattato  delta  detta  lega  1  Bre- 
sciani eh'  erano  sotto  ta  tirannia  di  messer  Mastino,  e 
parendo  loro  male  stare,  reggendo  che  messer  Ma- 
slino  era  molto  abbusato  dr  suo  stato  e  di  podere 
e  perdute  le  dette  castella,  levarono  ta  città  a  remore 
e  mbellarono  parte  della  citta  vecchta  di  Brescia,  la 
Brescia  era  capitano  per  measer  Mastino  uno  messer 
Benedetto...  con  teicento  cavalieri  tedeachi,  il  qtule 
si  ridusse  in  parte  della  città  nuova  di  verso  Yeroat, 
e   mandò  per  soccorso  a  messer  Mastino.  E  certi 
cittadini  di  Brescta  gentili  nomini  e  de' pia  posseati, 
i  quali  erano  cortesemente  ttadichi  a  Verona,  a  qoel 
medesimo  di  che  quegli  di  Brescia  levarono  la  città 
a  romore,  con  ordine  fatto,  e  tubitamenta  se  ne 
partirono  per  diverte  rie,  e  vennonsene  a  Brescia. 
Per  la  quel  cosa  i  Bresciani  veggendosi  a  quel  partito 
e   temendo  della  fona  di  messer  Mastino,  si  mu- 
darono per  la  nostra  gente  della  lega;  e  di  preseate 
vi  ginnsono  da  millecinquecento  cavalieri,  compe- 
ra ordinatoi  e  fu  data  loro  la  porta  di  San  GiovataL 
Ed.  entrati   nella  città,  di   preaente   mitono  fuoco 
nella  porta  di  San  Giustino  per  assalire  nella  dtti 
nuova  ta  gente  di  messer  Maatino.  Messer  Benedetto 
e  sua  gente  veggendosi  al  pericolo,  dubitando  d'ef- 
ser  soppresi  per  la  forza  della  nostra  cavalleria  ch'e- 
rano nella  citta,  si  parti  di  Brescia  per  porta  Tor- 
ralta  e  andosséne  a  Verona.  E  poi  quelli  della  lega 
colla  volonta  e  procaccio  de*  Fiorentini  ciechi,  die 
sé  ne  feoiono  capo,  diedono  ta  signoria  di  Breacu 
a  meaaer  Azio  Visconti  signore  di  Milano,  che  a'eri 
gran  quistione  tra'  Lombardi,  che  ciascuno  di  qoelb' 
aignori  la  voleva.  E  certo  i  Fiorentini  f  aveaao  a 
procacciar  quella  graria  a  messer  Azso,  perdoccbé 
con  Castruccio  ci  fu  a  sconfiggere  ad  Altopasdo,  e 
poi  alle  porto  di  Firenze.  Messer  Maatino  veggeadofi 
perduta  la  citta  di  Padova  e  preso  il  fratello,  e  poi 
quella  di  Brescia  e  piii  altre  terre  eh'  egli  tenea,  co- 
me per  noi  è  fatta  menzione,  e  fallitogli  e  veaoto 
meno  suo  tesoro,  isbigotti  molto,  e  mandò  suoi  am- 
basciadori a  Vinegia  per  trattato  di  messer  Alberto 
eh'  era  pregione,  del  meae  di  dicembre  ;  e  cercaroao 
co'  Viniziani  certo  accordò  santa  aaputa  della  lefa- 
Onde  i.  Fiorentini  e  gli  altri  collegati  preaono  granile 
sospetto.  I  Viniziani  si  scusarono  che  ciò  che  faceva- 
no era  a  onore  della  lega,  e  però  i  Viniziani  addo- 
mandarono  e  voleano  taU  patti  e  si  larghi»  ch«  mes- 
ser Maatino  non  li  volle  otaervare  ;  e  ricoauaciai»! 
ta  guerra  più  aspra  che  prima.  K  appresto  alf  entrare 
di  oaarso  ta  nostra  gente  cavalcò  in  sul  Veroneae 
senza  trovare  alcuno  contrasto,  e  passarono  0  ^^^ 
dell'Adige,  e  guastarono  sedici  grosse  ville  con  gran- 
de danno  del  paese. 


'  alla  sattambreoda,  alla  settambreaca^  maniere  antiche 
ohe  valgono  aWautimno. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


411 


CAPITOLO  LXXIV. 

Di  certe  notila  fatte  netta  città  di  Firenze 
in  questi  tempi. 

Nel  4pUo  anno  1337,  essendosi  pacificati  insie- 
me la  casa  de^  Halatesti    d*  Arìmino,  i  Fiorentini 
elessono  per  loro  capitano  di  guerra  messer  Malate- 
sta  0  giovane,  uomo  assai  valoroso,  e  venne  in  Fi- 
renze molto  onorevolemente  a  di  13  d^ottobre,  te- 
gnendo  molto  onorata  vita,  sanza  prendere  setta  al- 
cona  nella  citte,  o  forai  bargello,  perocché  ci  amava 
per  cornane:  né  al  suo  tempo  non   si  fece  né  oste 
né  cavalcata  sopra  la  città  di  Lucca,  perocché  al  con- 
tinuo i  Fiorehtini  stavano  nella  speranza  d'avefla 
per  trattato,   ch^  e'  Veneziani  tenevano  per  accordo 
con  messèr  Alberto  e  con  messer  Mastino  ;  la  quale 
riuscì  vana  speranza  per  lo  disleale  tradimento  de* 
Vinìziani,  come  innanzi  faremo  menzione.  In  questo 
anno,  a  dì  7  di  gennaio,  messer  Benedetto  Macca- 
ione  de*  Lanfranchi  ribello  di  Pisa  avendo  segreta- 
mente soldato  in  Firenze  trecento  cavalieri  subita- 
mente cavalcò  in  Maremma  il  dì  e  la  notte  che  gli 
dovea  essere  dato  Castiglione  della  Pescaia,  e  fugli 
data  una  porta;  ma  la  gente  della  terra  subitamente 
furono  alle  difese,  e  cacciaronlo  fuori.  Della  detta 
cavalcata  si  dolsono  molto  i  Pisani  de'  Fiorentini,  ed 
ebbono  gran  paura  di  perdere  Castiglione  e  Piom- 
bino. Il  vero  fu,  ch^alcuno   de^  reggenti   di  Firenze 
seppono  il  detto  trattato,  ma  i  priori  non  ne  sep- 
pono  nulla  ;  ma  per  tema  di  peggio  i  Pisani  furono 
più  cortesi  contro  a^  Fiorentini,  che  prima  tutto  dì 
cercavano  cavillazioni  in  Pisa  contro  a^  nostri  mer- 
catanti per  abbattere  la  nostra  franchigia  per  indi- 
rette sofSstiche  ^.  E  in  fra  questo  tempo,  alPentrata 
di  febbraio,  i  Fiorentini  ebbono  in  guardia  dal  ve- 
fcovo  d'Arezzo  eh'  era  degli  Ubertini,  la  fbrte  roc- 
ca del  castello  di  Civitella  e  Castiglione  degli  liber- 
tini in  Valdambra,  e  pacificarono  il  vescovo  e'  suoi 
consorti  colla  famiglia  de'  Tarlati,  per  fortificamento 
dèlia  signorìa  presa  per  li  Fiorentini  della  città  d'A- 
rezzo, e  fecesi  legge  e  decreto  in  Firenze  a  dì  14 
di   marzo,  che  nullo  cittadino   comperasse   castello 
alcuno  alle  frontiere  del  distretto  di  Firenze.  E  ciò 
si  fece,  perché  quelli  della  casa  de'  Bardi,  per  loro 
grande  potenzia  e  ricchezza,  aveano  in  quelli  tempi 
comperato  il  castello  di  Vemia  e  quello  di  Mangona 
da  messer  Benuccio  de'  Salimbeni  da  Siena,  e  quello 
del  pozzo  da  Dicomano  da'  Conti,  dubitando  il  po- 
polo di  Firenze,   che  non  montassono  eglino  e  gli 
altri  grandi  in  potenzia  e  in  snperbia  per  abbattere 
il  popolo,  come  feciono  appresso  non  é  gran  tem- 
po, come  si  farà  menzione.  In  quei  giorni  s'  appre- 
le  il  fuoco  nel  popolo  di  San  Procolo  nella  ^casa 
allato  de*  Riccomanni  presso  alla  Badia,  e  arse  tstla 
di  mezzogiorno  di  sopra  alla  volta,  non  potendo  es- 
aere difesa.  E  dopo  I'  ufficio  di  messer  Malatesta, 
e  lui  partito,  quelli  che  reggevano  Firenze  feeiono 
venire  sotto  titolo  di  capitano  di  guerra,  ovvero  per 
bargello,  messer  Iacopo  de*  Gabbrlelli    d*Agobbio, 


'  soffiflterie,  sofBstidierie. 


il  quale  entrò  in  uficio  in  calende  di  febbraio  1338, 
e  stette  due  anni  con  grande  balia:  il  quale  per  la 
sua  asprezza  fece  in  Firenze  e  nel  contado  di  sconce 
cose  arbitrarie  sanza  ordine  di  ragione,  onde  nac- 
qi^  novità  e  sconcio  della  città  come  innanzi  fare- 
mo menzione. 

CAPITOLO  LXXV. 

Come   la   città  d'Orlndeto  fece  popolo^  e  simile 

quella  di  Fabriano, 

Alla  fine  del  detto  anno  1337,  a  dì  24  del  me- 
se di  marzo,  la  città  d'Orbi  vieto  si  levò  a  remore 
e  in  arme  per  soperchio  di  quelli  della  casa  de'Mo- 
naldeschi,  che  tirannescamente  la  signoreggiavano; 
e  feciono  popolo  e  cacciaronne  i  detti  Monaldeschi 
e  loro  seguaci.  Per  simile  modo  si  fece  in  quo'  di 
popolo  nella  terra  di  Fabriano  nella  Marca,  e  caccia- 
rono i  loro  tiranni  e  potenti  che  signoreggiavano  la 
terra. 

4 

CAPITOLO  LXXVL 

Cerne  certa  gente  di  Lucca  fu  sconfitta  da* 
Marchesi  Malespini  guelfi. 

Negli  anni  di  Cristo  1338,  a  dì  27  di  marzo 
essendo  cavalcati  dugento  soldati  a  cavallo  della  cit- 
tà di  Lucca  e  popolo  a  piedi  assai  nelle  contrade 
di  Lunigiana  addosso  a'  marchesi  Malespini  da  Vil- 
lafhinca,  da*  detti  marchesi  e  di  loro  gente  furono 
sconfitti  e  ricevettono  grande  danno  di  pregioni  e 
di  morti,  e  le  gente  di  messer  Mastino,  secondo  la 
quantità,  pochi  ne  tornarono  in  Lucca.  Lasceremo 
alquanto  delle  novità  di  Firenze  e  di  Toscana  e  d*  al- 
tre parti,  e  torneremo  a  dire  della  guerra  da  noi 
a  messer  Mastino,  ohe  ne  cresce  materia. 

CAPITOLO  LXXVU. 

Come  la  nostra  oste  di  Lombardia  flndò  infino  atte 
porte  di  Verona^  e   corsonti  il   palio^  ed  ebbono 

Montecchio. 

Nel  detto  anno,  rotto  ogni  trattato  d'accordo 
da  noi  e  da'  Viniziani^  con  messer  Mastino,  la  no- 
stra gente  intorno  di  tremila  cavalieri  cavalcaro  so- 
pra la  città  di  Verona  a  dì  18  d'aprile,  e  per  forza 
combatterono  ed  ebbono  la  terra  di  Soave  presso  a 
Verona,  ch'era  gnernita  per  messer  Mastino,  e  mo- 
rivvi  di  sua  gente  più  di  quattrocento  uomini.  E  poi 
a  dì  21  d'aprile  si  strinsono  presso  alle  porte  di 
Verona  al  trarre  d' uno  balestro,  e  i  nostri  capitani 
deH*oste,  che  tuttora  ve  n*  avea  uno  cavaliere  de'no- 
bili  e  uno  popolano  de' maggiori  di  Firenze,  e  si- 
mile di  Vinegia  due  gentiluomini,  per  dispetto  e 
vergogna  di  messer  Mastino  feciono  correre  uno  palio 
di  sciamito  dinanzi  alle  porte  di  Verona,  e  mandarono 


^  da  wÀ  a*  Vvmimn  ton  eco.  dice  f  tortamente  la  Gian* 
tiniu 


412 


CRONICHE 


ODO  bando  che  oiu cobo  di  Verona  che  voleste  Teniro 
poteise  sioortmente  yenire  a  vedere  il  giooco  e  cor- 
rere il  palio,  ma  poclii  ve  ne  vennero  ;  e  partiisi  Toite 
della  lega  da  Verona.  E  a  di  3  di  maggio  si  rendo 
a  loro  il  grande  e  forte  castello  di  Montecchio,  il 
qoale  è  la  chiave  tra  Verona  e  Vicensa  ;  e  quello 
fornito  di  vittoaglia  e  di  gente  d'arme,  la  detta  oste 
si  tornò  al  cutello  di  Longara,  il  qnale  era  a  quelle 
frontiere  ben  disposto  a  far  guerra  al  Mastino.  E 
nota,  lettore,  come  adopera  la  fortuna  nel  secolo,  e 
maggiormente  ne^processi  della  guerra,  che  poco 
tempo  dinanzi  messer  Mastino,  era  in  tanto  stato 
e  signoria  che  signoreggiava  Verona,  Padova,  Tre- 
vigi,  Vicenaa,  Parma,  Lncoa,  e  la  città  di  Feltro,  e  la 
città  di  Belluno,  e  la  città  di  Brescia,  e  molte  altre 
grandi  e  forti  cutella,  e  avea  molto  grande  tesoro 
raonato,  e  assai  gaggi,  e  al  continovo  tenea  più  di 
cinquemila  cavalieri  alle  speie  delle  dette  nove  cit- 
tadi  ;  ed  era  uno  possente  e  gran  tiranno,  il  maggio- 
re di  tutta  Italia,  e  che  fosse  stato  infra  cento  anni; 
e  pochi  di  dinanzi  avea  minacciato  i  Fiorentini  di 
venirli  a  vedere  inUno  alle  porte  di  Firense  con 
cinquemila  nomini  a  cavallo  armati  di  barbute  di  fer- 
ro, e  fatta  fare  una  ricca  corona  di  pietre  preziose 
per  farsi  coronare  re  di  Toscana  e  di  Lombardia;  e 
poi  intendere  ad  andare  nel  regno  di  Puglia  e  torlo 
per  forza  d*  arme  al  re  Ruberto  ;  e  sarebbegli  venuto 
fatto,  se  non  fosse  il  giudicio  di  Dio  per  aumiliare 
«  la  sua  superbia,  e  la  potenzia  del  comune  di  Firenze 
e  di  quello  di  Vinegia,  che  ripugnarono  «  reoaronlo 
a  poca  potenza  e  a  basso  stato  con  loro  operazioni 
e  danari,  per  lo  modo  che  leggendo  avete  inteso,  e 
ancora  come  intenderete;  e  recaronlo  a  si  grande 
•tremità,  che  convenne  che  ingaggiasse  ^  a  usura  la 
sua  corona  e  tutti  i  suoi  gioielli  per  avere  danari 
per  resistere  alla  guerra  ;  perocchò  per  guardare  le 
sue  terre  e  fortezze  gli  convenia  a  ciascuna  mettere 
grossamente,  salvo  che  di  Lucca  e  di  Verona,  tiran- 
neggiandole con  grandi  storsioni  ne  traeva  alcuna 
cosa.  B  però  nullo  signore  o  tiranno  o  comune  Si 
può  fidare  nella  sua  potenza,  imperocché  nulla  po- 
tenzia umana  non  ha  fermezza,  ed  è  vana  e  fallace. 
E  r  onnipotente*  Iddio  Sabaot  dà  vinto  e  perduto  a 
chi  gli  piace  secondo  i  meriti  e  i  peccati  suoL  La- 
sceremo alquanto  della  guerra  della  lega  e  di  mes- 
ser  Mastino  per  dire  d' altre  novità  occorse  in  Italia 
e  oltramonti  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  LXXVIU. 

Come  il  duca  di  BrobanU  co"  wuoi  colUgaH  feeio^ 
no  grondo  o$U  sopra  U  oo$coeo  di  Legge,  e  poi 

fecUmo  pace» 

Nel  detto  anno  1338,  a  di  9  d* aprile,  il  du- 
ca di  Brabante  cogli  altri  allegati  e  giurati  contro 
al  re  di  Francia,  e  col  figliuolo  del  figliuolo  del  Ba- 
vero, con  ottocento^  cavalieri  e  piii  di  sessantamila 
pedoni  brabanzoni'  e  d' intorno  al  paese,^quasi  tutti 


armati  a  corazze,  e  a  barbute  come  cavalieri,  Bada- 
rono sopra  il  vescovo  di  Legge  per  la  questiona 
che  '1  duoa  avea  con  lui  per  la  ierira  ^  di  lelGna;  a 
maggiormente  perchè  il  detto  vescovo  era  collegato 
col  re  di  Francia,  e  per  levarlo  di  mezzo  al  loro  pae- 
se, acciocché  U  re  di  Francia  non  avease  podere 
nò  potesse  fare  resistenza  ali*  impresa  della  guerra 
incominciata  fra  loro.  11  vescovo  veggendosi  sobito 
Msalire  da  tanta  potenzia,  ed  egli  mal  prowedoto  al 
riparo  della  detta  oste,  e  del  re  di  Francia  non  a? oto 
nò  aiuto  né  soccorso,  s*  accordò  col  duca  e  con  gli 
altri  collegali,  come  seppono  dimandare*  giurando 
loro  di  non  esser  più  degli  allef^ati  del  re  di  Francia. 

CAPITOLO  LXXIX. 

D'una  grande  armata  che  il  re  Ruberto  maadò 
sopra  t  isola  di  Cicilia,  con  poco  acquisto. 

Nel  detto  anno,  sentendo  il  re  Ruberto,  che 
risola  di  Cicilia  era  in  mala  disposixione  per  lo  onoro 
re  Piero,  e  per  la  ribellione  del  conte  Francesco  da 
Ventimìglia  e  de*  suoi  seguaci,  ^ordinò  una  grande 
arsaata  per  passare  in  Cicilia,  e  partissi  la  detta  ér- 
saata  da  Napoli  a  dì  5  di  maggio  con  settanta  tn 
galee  e  uscieri,  con  milledugento  cavalieri,  e  di  là 
arrivarono  a  ti  7  di  maggio  uella  contrada  di  Tremo- 
lo, ed  ebbono  di  presente  tre  castella  ivi  d'intono, 
e  pnosonsi  ad  assedio  a  Tremolo.  E  poi  a  di  10  di 
giugno  si  parti  da  Napoli  la  seconda  armata  con  mag- 
gior navilio,  e  con  grande  gente  de'  baroni  del  regao 
e  Provenuli,  onde  fu  capitano  Carlo  duca  di  Dorai- 
zo  nipote  del  re  e  figliuolo  d'uno  suo  fratello,  e 
con  lui  messer  Gianni,  e  il  conte  novello  di  quegli 
del  Balzo  ;  e  puosonsi  al  detto  assedio  di  Tremola, 
ed  ebbonla  a  patti  all'  uscita  d' agosto,  salvo  che  U 
rocca.  Dopo  molte  battaglie  e  fracasso  di  dificìi, 
arsono  tutta  la  terra,  e  poi  si  rubellò  al  re  Piero  il 
conte  Buggeri  da  Lentino  con  tutte  le  sue  castella, 
che  era  uno  de*  maggiori  baroni  dell*  isola  e  de'di- 
scendenti  de*  bsroni,  che  furono  principali  a  rubellare 
r  isola  al  re  Carlo  primo  ;  e  così  si  volge  il  mondo. 
La  detta  armata  per  infermità  si  partì  e  tornò  a  Na- 
poli con  poco  acquisto  e  onore  ;  ohe  essendo  più  di 
duemilacinquecento  cavalieri,  potevano  cavalcare  tut- 
ta r  isola  sauM  contruto  ninno,  ed  "eglino  non  ai 
mossono  mai  da  Tremolo,  onde  infracidò  l' oste,  a 
corrotta,  ingenerò  pestilenzia  d'infermità  •  di  mortaliti. 

CAPITOLO  LXXX. 

Come  molte  dttà  del  regno  di  Puglia  ebbono 
discordie  e  divisioni  tra  loro  eiiiadim. 

Nel  detto  anno  1338  si  cominciò  nel  regao  di 
Puglia,  che  signoreggiava  il  re  Buberto,  nna  grande 
dicordia  e  maledizione,  cioè  nella  città  di  Sermosa, 
e  in  quella  dell'Aquila,  e  in  Gaeta,  e  in  Salerno,  e 
in  Barletta,  che  in  ciascuna  delle  dette  terre  ai  criò 


'  che  deaat  In  pegno  a  oanra  la  corona. 

t  ^^29^  ^^  ^  edialone  citata  dalla  (^ruaea. 


'  del  Brabaate. 


'  U  T.  Davanaati  ha  qui:  ptr  U  UtUrSf   gnaatando  U 
atnao. 
>  divisars,  dice  (forae  meglio)  la  Giuntina. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


413 


parte  e  divifiooe,  t  eombatteaiisi  insieme;  e  l*ana  parte 
cacciò  Taltra,  e  guastarsi  quasi  le  dette  terre,  e  d'in- 
forno a  quelle;  e  il  paese  per  cagione  delle  dette 
discordie  tatto  s'empiè  di  malandrini  e  di  ladroni, 
mbando  per  tntto  ;  e  a  queste  discordie  tenevano  ma- 
no molti  baroni  del  Regno,  chi  coli*  una  parte  e  chi 
coli' altra.  E  la  maggiore  fu  quella  di  Barletta,  e  du- 
rò più  con  maggiore  battaglia.  Deir  una  parte  era 
capo  casa  di  Marra,  e  con  loro  il  conte  di  Sanseve- 
rino  e  tutti  i  suoi  seguaci  ;  dair  altra  parte  casa  de' 
Gatti  e  con  loro  il  conte  di  Minerbino  chiamato  il 
Paladino,  e  tutti  i  suoi  seguaci,  i  quali  feciono  molto 
di  male,  •  e  guastarono  la  ferra  di  Barletta  e  tutto  il 
paese  d'intorno.  Delle  quali  dfsoordie  il  re  ne  fu 
molto  ripreso,  e  doveane  èssere  ragionevolmente  a 
tanto  signore  com'  egli  era,  di  senno  naturale  e  di 
raenza;  che  per  propria  avarizia  delle  pene  e  com- 
posizioni de' misfatti  de*  suoi  sudditi  sofferiva  il  gea- 
itamento  del  suo  regno,  possendolo  correggere-  e 
ialvare  con  alquanta  giustizia.  E  di  niente  si  ricor- 
dava delle  parole  del  santo  re  Salomone,  Diiigiie 
fustUiam^  qui  jndicaHi  terram.  Poiché  le  dette 
terre  fàrono  ben  guaste,  il  re  vi  mandò  le  sue  forze 
tasediando  .Minerbino  e  ti  conte  e  le  sue  terre  ;  e  i 
tuoi  CratelU  vennono  a  Napoli  alla  misericordia  del 
re,  e  tutti  i  loro  beni  pubblicati  alla  corona,  e  ven- 
dati e  barattati,  ed  eglino  pregioni  a  Napoli  ;  e  faro-* 
oo  diserti  con  mala  fine  e  disfialti.  Questi  conti  di  Mi- 
fterbino  furono  stratti  di  vile  condizione,  che-  furono 
igKaoli  d'  uno  figliuolo  di  messer  Giovanni  Pipino, 
il  quale  fa  nato  d'uno  piccolo  e  vile  notaiado  di  Bar- 
letta ;  ma  per  sua  industria  fu  molto  grande  al  tempo 
del  re  Carlo  aecondo,  e  guidava  tutto  il  regno  e 
goadagnava  d'ogni  cosa  e  arricchì  per  modo  che 
Itadò  i  suoi  figliuoli  conti;  i  quali  poi  per  loro  su- 
perbia e  straootanza,  come  ò  detto,  vennono  tosto  a 
mal  ibe.  E  nota,  die  molte  volte  i  subiti  avveni- 
menti di  grandi  stati  hanno  tosto  dolorosa  fine,  e 
il  male  acquisto  non  passa  le  pia  voKe  terza  redo  ; 
e  così  avvenne  di  costoro*  Lasceremo  alquanto  del 
regno  di  Cicilia,  e  diremo  alquanto  de'  fatti  di  Firen- 
Ét  stati  nel  detto  anno. 

CAPITOLÒ  LXXXL 

Come  il  comune  di  Colie  si  diedono  al  comune  di 
Fwetae;  e  di  notila  che  furono  in  Faenze  nel 
detto  anno. 

Nel  detto  anno  1838,  il  dì  di  San  Giovanni 
di  giugno,  cavalcando  quattro  bandiere  di  gente  di 
arme  a  eavaVo  da  cento  de'  nostri  soldati,  verso  Bugr 
giano  per  levare  preda,  messo  loro  agnato,  furono 
fconfitta,  e  presi  dae  conestabili  e  la  maggior  parte 
di  loro  gente.  Nel  detto  anno,  a  dì  12  di  luglio,  es- 
aendo  i  CoUigiani  in  grande  divisione  tra  loro  e  per 
goastarsi  la  terra  e  cacdame  parte,  di  concordia  die- 
dono la.  signoria  nella  terra  e  loro  distretto  alla  guar- 
da del  comune  di  Firenze  per  quindid  anni,  chia- 
mando al  continovo  podestà  e  capitano  cittadini  di 
Finttze,  a  la  guardia  della  rocca  alle  loro  apese;  e 
eotì  a*  acquetare  le  loro  disoordie  sotto  il  beatone 


del  comune  e  popolo  di  Firenze,  rimanendo  in  pace 
e  in  buono  stato.  E  nel  detto  anno,  a  dì  1 5  di  dicem- 
bre s*  apprese  il  fuoco  oltrarno  in  via  Quattro  pa- 
goni,  e  arsevi  due  case.  E  poi  a  dì  7  di  febbraio 
s' apprese  il  fuoco  alle  case  de'  Cerretani  alla  porta 
del  vescoxo,  e  arse  il  loro  palagio  con  più  di  dieci 
case  dall'  una  via  all'  altra  con  grande  dammaggio, 
aanza  potervisi  riparare  o  difendere.  E  nota,  che  ap- 
punto in  cinquanta  anni  s'  apprese  un'  altra  volta  il 
fuoco  e  arse  il  detto  palagio  de'  Cerretani,  come  in 
questo  addietro  si  troverà,  che  fu  grande  mdadizione 
a  quella  schiatta  non  sanza  cagione. 

CAPITOLO  LXXXU. 

Ancora  della  guerra  della  lega  a  messer  Mastino 

della  Scala. 

9el  detto  anno,  tornando  l' oste  nostra  e  de' 
Veneziani  al  castdlo  di  Lungara,  come  addietro  fa-* 
cemmo  menzione,  messer  Mastino  con  suo  sforzo  ven- 
ne ad  oste  sopra  al  castello  di  Montecchio  per  rac- 
quistarìo,  non  sentendolo  bene  fornito  per  la  su- 
bita rubellazione,  e  perchè  dubitava,  teaendod  Mon- 
tecchio per  la  nostra  gente  ch'era  a  Lungara,  di 
non  perdere  la  città  di  Vicenza.  La  nostra  gente  per 
soccorrere  Montecchio  e  fornirlo  si  partirono  da  Lun- 
gara, duemila  cavalieri  e  popolo  e  fornimento  assai, 
a  dì  1 5  di  giugno,  giugaendo  colle  schiere  fatte  per 
combattere  con  messer  Mastino  e  sua  gente,  ch'e- 
rano milledugento  cavalieri:  messer  Mastino  non 
attese  la  nostra  gente,  e  non  volle  venire  dia  bàt-> 
taglia,  ma  si  levò  da  campo  ,con  danno  e  vergo- 
gna che  gli  fu  fatta  da  qudli  del  castello;  e  per  la 
subita  levata,  innanzi  che  la  nostra  gente  vi  a' ap- 
pressasse, lasciò  tutto  il  campo  fornito  ;  e  giungen- 
dovi poi  la  nostra  gente,  fornirò  Montecchio  ricca- 
mente. Come  messer  Mastino  si  partì  con  sua  gente 
da  Montecchio,  se  ne  venne  diritto  a  Lungara  a  di 
17  di  giugno,  credendola  avere  per  battaglia,  aven- 
dosi avvisato  ch'ella  fosse  gnemita  per  la  cavalcata 
fatta  a  Montecchio  per  li  nostri.  Va  dentro  v'erano 
rimasi  alla  guadia  cinquecento  cavalieri  de' nostri  e 
de'  Venedani,  i  quali  difesono  la  terra  con  danno 
d' alquanti  di  quelli  di  messer  Mastino.  E  partito  da 
Lungara,  e  Im  fornaio  a  Verona  con  poco  onore,  ri- 
mandò parte  della  cavalleria  che  gli  era  rimase  dia 
guardia  e  guerdgione  delle  sue  terre,  e  con  poca 
gente  a  cavallo  d  ritenne  a  Verona.  E  poi  trecento 
cavalieri  de' nostri  da  Lungara  cavdcarono  a  Vero- 
na infino  alle  porte  aanza  aleono  contrasto,  si  era  as- 
sottigliata la  potenza  dd  Mastino.  E  in  questi  tempi, 
a  dì  1 9  d' agosto,  d  rendè  a'  Padovani  il  castello  di 
Monsdice,  salvo  la  rocca,  la  qude  poi  per  difetto  di 
vittuaglia  s'arrendè  a  dì  25  di  novembre  appresso, 
salve  le  persone.  E  a  dì  26  >  di  aettembre  nd  detto 
anno,  avendo  messer  Mastino  uno  falso  trattato  d'ea- 
sergli  dato  il  castdlo  di  Montagnana,  menato  per 
Ispinetta  marchese  e  per  due  suoi  famigliari,  ch*e- 
rano  al  soldo  della  lega,  fu  scoperto  a  messer  Uberr 


I  U  adidone  da*  (Huntl  data  a'  10. 


414 


CRONICHE 


ti90  da  CaiTtn,  ed  egli  notificandolo  alla  nof  tra  oaU 
da  Langara  che  stessono  apparecchiati  al  soccorso  di 
Montagnana,  messer  Mastino  seguendo  il  suo  trat- 
tato vi  fece  cavalcare  Spinetta  marchese  con  cin- 
quecento cavalieri  e  con  mille  cinquecento  pedoni. 
La  nostra  gente,  eh*  aveano  ordinato  lo  *nganno  del 
trattato,  in  quantità  di  cinqeecento  cavalieri  si  par- 
tirono dal  nosU'O  campo  di  Lungara,  e  andaronne  di 
furto  a  Montagnana,  a  simile  v^andò  dngento  cava- 
lieri di  quelli  di  Padova.  Vegnendo  la  gente  di  mes- 
ser Mastino  a  Montagnana,  per  uno  aguato  messo, 
gli  assalirono  i  nostri  e  misongli  in  {sconfitta;  e  ri- 
masonne  tra  annegati  e  morti  ben  trecento  tra  a  ca- 
vallo e  a  piedi,  e  presi  ventidue  conestabili  tra  a 
cavallo  e  a  piedi,  de^  migliori  Italiani  che  messer  Ma- 
stino avesse  a  suo  soldo,  e  da  dodici  di  quelli  da 
Correggio,  e  di  quelli  da  Fogliano,  e  altri  Lom- 
bardi gentili  uomini,  onde  fu  grande  rotta  allo  stato 
di  messer  Mastino,  e  nel  suo  dechinamento.  Lasce- 
remo alquanto  della  guerra  da  noi  al  Mastino,  che 
tosto  vi  torneremo  a  darvi  fine,  e  torneremo  al- 
quanto addietro  a  dire  della  'mpresa  e  della  guerra 
del  re  di  Frauda  e  del  re  d'Inghilterra,  e  dei  suoi 
allegati,  e  Fiamminghi. 

CAPITOLO  LXXXIIL 

CoMé  •  Fiamminghi  cacciarono  il  loro  conte,  e 
TMÒellaromi  dal  retU  Frameia. 

Basendo  la  contea  di  Fiandra  in  grande  trava- 
gHamenlo^  per  la  guerra  cominciata  tra  '1  re  di  Fran- 
oia  e  U  re  di  Inghilterra,  il  duca  di  Brabante  e  gli 
altri  allegati,  con  parte  de'  Fiamminghi,  sarebbono 
stati  contenti  di  rubellarsi  al  conte  di  Fiandra  e  al 
re  di  Francia,  e  parte  ne  tenevano  col  conte,  per 
la  qnal  cosa  più  discordie  ebbono  col  conte  loro 
signore  perchè  teneva  col  re  di  Francia,  e  cacciaronlo 
di  Fiandra  alcuna  volta  alla  cortese  a  modo  di  confine, 
e  poi  rimandarono  per  lui,  come  popolo  eh'  erano  in 
sale  bilance  %  e  non  aveano  fermo  stato.  Alla  fine  si 
levò  in  Canto  uno  di  picciola  nazione,  e  di  vile  me- 
stiere, che  faceva  e  vendeva  il  melichino,  cioè  cer- 
vogia fatta  con  mele,  eh*  avea  nome  Giacomo  Dar- 
tivello,  e  fecesi  maestro  della  comunania  di  Ganto. 
E  questo  fu  Tanno  1337;  e  per  suo  bel  parlare  e 
firancheua  montò  in  brìeve  tempo  in  tanto  stato  e 
signorìa  col  favore  del  comune  di  Ganto,  che  cacciò 
di  Ganto  al  tutto  il  conte  e  tutti  i  suoi  seguaci,  e 
come  di  Ganto  cosi  di  Bruggia  e  d' Ipro  e  d*altre 
ville  di  Fiandra  cavarono  il  conte,  e  presono  qua- 
lunque facevano  resistenza.  B  si  partirono  di  Ganto 
con  aeieento  nomini  e  piii,  e  vennono  centra  que- 
gli degli  altri  comuni  che  teneano  col  conte,  e  bat- 
terongli  e  cacciarongU  ;  e  cosi  in  poco  di  tempo  fu 
al  tutto  signore  di  Fiandra.  Ben  si  disse  di  vero,  che  ì 
vescovo  di  Niccola,  ch^era  in  Brabante  per  lo  re  d'In- 
ghilterra, col  favore  e  consiglio  de*Brabansoni  ispes< 


*  hoUinunto  si  legge  nella  Giuntina. 
'  c^  era  in  vadUare^  dice  la  Giuntina,  ma  con  minor 
bellessa  ed  efficacia  di  eapreasione. 


molti  danari  di  quelli  del  re  d*  Inghillerra  nel  paeie 
di  Fiandra,  e  fece  tutto  questo  rivolgimento;  «ade 
poi  appresso  segui  grande  favore  al  re  d*  In^bite- 
ra,  come  innanai  seguendo  si  troverà. 

CAPITOLO  LXXXIV. 
Come  il  re  d"  Inghilterra  passò  in  Brabante. 

Essendo  Fiandra  quasi  rubellata  al  re  di  Fra- 
eia,  come  detto  averne,  il  buono  re  Adoardo  il  gio** 
vane  andò  ad  Anversa  in  Brabante  con  più  di  tre- 
cento navi  e  con  molta  baronia  e  gente  d'arme  di 
suo  paese,  e  con  molta  lana  e  danari  colla  moglie, 
e  con  due  sue  figliuole  :  ciò  fu  a  di  22  di  loglio 
gli  anni  1338,  e  in  Anversa  fece  sua  stanza  ferma 
infine  all'uscita  di  settembre  ;  benché  in  questa  slaaii 
con  gli  allegati  fu  a  più  parlamenti  a  più  ville  dal 
paese,  e  infra  le  altre  neUa  contea  di  Los  a'  con- 
fini della  Magna  con  gli  ambasciadori  del  Bavaro.  E 
in  quello  parlamento  si  pubblicò  con  privilegi  impe- 
riali essere  il  re  d'Inghilterra  vicario  dello  *mp«ra- 
dorè,  salvo  che  in  Italia  ;  e  poi  ne  venne  a  Borsella, 
e  là  fermò  parentado  col  duca  di  Brabantq;  ciò  fa  la 
figlinola  del  duca  al  figliuolo  maggiore  del  re  d' In- 
ghilterra. E  allora  il  duca  da  capo  giurò  lega  e  pro- 
missione d' essere  contra  '1  re  di  Francia,  e  mandogli 
rinunziando  ogni  omaggio  '  che  teneva  da  lui  nel 
reame  di  Francia,  mandandolo  sfidando  infino  a  Parigi 
per  uno  franco  e  ardito  cavaliere;  e  ben  parlò  t 
forni  bene  la  bisogna. 

CAPITOLO  LXXXV, 

Come  il  re  d'Inghilterra  e' suoi  collegati  tenMUO 
ad  oste  in  su  7  reame  di  Francia. 

E  ciò  fatto,  si  mosse  il  re  d'Inghilterra  e  il  da- 
ca  di  Brabante  da  Borsella  con  loro  oste,  e  udt- 
ronne  a  Valenza^  in  Analdo;  e  ivi  come  vicario  del- 
r  imperio  fece  richiedere  il  vescovo  di  Cambngio 
che  dovesse  rendere  la  città  di  Cambragio  eh*  era  dello 
imperio,  il  quale  non  vi  comparì.  Per  la  quel  cosi 
a  di  20  di  settembre  si  nuosse  di  Valenza  innaoii 
messer  Gianni  d* Analdo  zio  del  conte  con  duemila 
cavalieri  tra  d' Analdo  e  dalla  Magna  soldati,  e  il  siri 
di  Falcamonte  con  cinquecento  cavalieri,  e  pnosoan 
dinanzi  alla  città  di  Cambragio  a  pie  della  villa  d*Apre. 
E  benché  Cambragio  sia  terra  d^  imperio  e  tenesselt 
r  arcivescovo,  il  re  di  Francia  1*  avea  guemita  di  sai 
gente,  che  v*era  dentro  il  conestabile  di  Francia 
con  tremila  arnudure.  Il  re  d'Inghilterra  venne  alla 
detta  città  con  sua  oste  con  duemilacinquecento  ca- 
valieri tra  Inghilesi  e  altri  suoi  amicL  II  duca  di  Bra- 
bante con  quattromila  cavalieri,  tra  di  Brabante  e  di 
Legge  e  Alanuinni  al  soldo,  e  il  popolo  di  Brabante  e 
d' Analdo  per  comune,  grandissima  quantità;  e  ven- 
nevi  il  conte  ovvero  duca  di  Ghellerì  per  aimil^  mode 
con  duemila  cavalieri,  e  quello  di  Ginlieri  con  nùllecin- 


*  onorificenza;  non  tributo j  come  Interpretano-  alcBsf. 
^  Yalenzina^  dice  la  Giuntina  e  cosi  più  innanzi. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


4i3 


purte  e  divisione,  e  combalteansi  insieme;  e  Tnna  parte 
cacciò  Taltra,  e  guastarsi  quasi  le  dette  terre,  e  din- 
tórno a  quelle;  e  il  paese  per  cagione  delle  dette 
discordie  tatto  scempie  di  malandrini  e  di  ladroni, 
rubando  per  tutto  ;  e  a  queste  discordie  tenevano  ma- 
no molti  baroni  del  Regno,  chi  coli'  una  parte  e  chi 
coU^  altra.  E  la  maggiore  fu  quella  di  Barletta,  e  du- 
rò più  con  maggiore  battaglia.  Dell*  una  parte  era 
capo  casa  di  Marra,  e  con  loro  il  conte  di  Sanseve- 
rino  e  tutu  i  suoi  seguaci;  dalf  altra  parte  casa  de* 
Gatti  e  con  loro  11  conte  di  Minerbino  chiamato  il 
Paladino,  e  tutU  i  suoi  seguaci,  i  quali  feciono  molto 
di  male,  e  guastarono  la  terra  di  Barletta  e  tutto  il 
paese  d'intorno.  Delle  quali  dikoordie  il  re  ne  fu 
molto  ripreso,  e  doveane  èssere  ragionevolmente  a 
tanto  signore  com'  egli  era,  di  senno  naturale ,  e  di 
scienza  ;  che  per  propria  avarizia  delle  pene  e  com- 
posizioni de' misfatti  de' suoi  sudditi  sofferiva  il  gua- 
stamento  del  suo  regno,  possendolo  correggere-  e 
salvare  con  alquanta  giustizia.  E  di  niente  si  ricor- 
dava delle  parole  del  santo  re  Salomone,  Diligiie 
JìisHHttm^  qui  judicaHs  lerram.  Poiché  le  dette 
terre  furono  ben  guaste,  il  re  vi  mandò  le  sue  forze 
assediando  Jlinerbino  e  H  conte  e  le  sue  terre  ;  e  i 
suoi  fratelli  vennono  a  Napoli  alla  misericordia  del 
re,  e  tutti  i  loro  beni  pubblicati  alla  corona,  e  ven- 
duti e  barattati,  ed  eglino  pregioni  a  Napoli  ;  e  furo- 
no diserti  con  mala  fine  e  disfatti.  Questi  conti  di  Mi- 
nerbino furono  stratti  di  vile  condizione,  che-  furono 
figliuoli  d*  uno  figliuolo  di  messer  Giovanni  Pipino, 
il  quale  fu  nato  d*nno  piccolo  e  vile  notaiuolo  di  Bar- 
letta ;  ma  per  sua  industria  fu  molto  grande  al  tempo 
del  re  Carlo  secondo,  e  guidava  tutto  il  regno  e 
guadagnava  d'ogni  cosa  e  arricchì  per  modo  che 
luciò  i  suoi  figliuoli  conti;  i  quali  poi  per  loro  su- 
perbia e  straootanza,  come  è  detto,  vennono  tosto  a 
mal  fine.  E  nota,  che  molte  volte,  i  subiti  avveni- 
menti di  grandi  stati  hanno  tosto  dolorosa  fine,  e 
it  male  acquisto  non  passa  le  pia  volte  terza  rade  ; 
e  cosi  avvenne  di  costoro.  Lasceremo  alquanto  del 
regno  di  Cicilia,  e  diremo  alquanto  de'  fatti  di  Firen- 
ze stati  nel  detto  anno. 

CAPITOLÒ  LXXXL 

CofM  U  comune  di  Colle  $i  diedano  al  comune  di 
Ferente;  e  di  notila  che  fìsrono  in  Firensie  nel 
dello  anno. 

Nel  detto  anno  1338,  il  di  di  San  Giovanni 
di  giugno,  cavalcando  quattro  bandiere  di  gente  di 
arme  a  cavallo  da  cento  de'  nostri  soldati,  verso  Bogr 
giano  per  levare  preda,  messo  loro  aguato,  furono 
aoonfitti,  e  presi  due  conestabili  e  la  maggior  parte 
di  loro  gente.  Nel  detto  anno,  a  dì  12  di  luglio,  es- 
gendo  i  Colligiani  in  grande  divisione  tra  loro  e  per 
gaMtani  la  terra  e  caodame  parte,  di  concordia  de- 
dono hu  signorìa  nella  terra  e  loro  distretto  alla  guar- 
dia del  comune  di  Firenze  per  quindici  anni,  chia- 
mando al  continovo  podestà  e  capitano  cittadini  di 
Firenze,  e  la  guardia  della  rocca  alle  loro  speae;  e 
oosl  a'  acqueterò  le  loro  discordie  sotto  il  butone 


del  comune  e  popolo  di  Firenze,  rimanendo  in  pace 
e  in  buono  stato.  E  nel  detto  anno,  a  dì  1 5  di  dicem- 
bre s' apprese  il  fuoco  oltrarno  in  via  Quattro  pa- 
goni,  e  arsevi  due  case.  E  poi  a  di  7  di  febbraio 
s^  apprese  il  fuoco  alle  case  de'  Cerretani  alla  porta 
del  vescovo,  e  arse  il  loro  palagio  con  più  di  dieci 
case  dair  una  via  alP  altra  con  grande  dammaggio, 
sanza  potervisi  riparare  o  difendere.  E  nota,  che  ap- 
punto in  cinquanta  anni  s*  apprese  un'altra  volta  il 
fuoco  e  arse  il  detto  palagio  de'  Cerretani,  come  in 
questo  addietro  si  troverà,  che  fu  grande  maledizione 
a  quella  schiatta  non  sanza  cagione. 

CAPITOLO  LXXXU. 

Ancora  della  guerra  deUa  lega  a  meuer  Maslino 

della  Scala. 

9el  detto  anno,  tornando  l' oste  nostra  e  de' 
Veneziani  al  castello  di  Lungara,  come  addietro  fa- 
cemmo menzione,  messer  Mastino  con  suo  sforzo  ven- 
ne ad  oste  sopra  al  castello  di  Montecchio  per  rac- 
quistarlo,  non  sentendolo  bene  fornito  per  la  su- 
bita rubellazione,  e  perchè  dubitava,  tenendosi  Mon- 
tecchio per  la  nostra  gente  ch'era  a  Lungara,  di 
non  perdere  la  città  di  Vicenza.  La  nostra  gente  per 
soccorrere  Montecchio  e  fornirlo  si  partirono  da  Lun- 
gara, duemila  cavalieri  e  popolo  e  fornimento  assai, 
a  di  15  di  giugno,  giugnendo  colle  schiere  fatte  per 
combattere  con  messer  Mastino  e  sua  gente,  ch'e- 
rano milledugento  cavalieri:  messer  Mastino  non 
attese  la  nostra  gente,  e  non  volle  venire  alla  bàt'* 
taglia,  ma  si  levò  da  campo  .con  danno  e  vergo- 
gna che  gli  fu  fatta  da  quelli  del  castello;  e  per  la 
sabita  levata,  innanzi  c^e  la  nostra  gente  vi  s' ap- 
pressasse, lasciò  tutto  il  campo  fornito  ;  e  giungen- 
dovi poi  la  nostra  gente,  fornirò  Montecchio  ricca- 
mente. Come  messer  Mastino  si  parti  con  sua  genie 
da  Montecchio,  se  ne  venne  diritto  a  Lungara  a  dì 
1 7  di  giugno,  credendola  avere  per  battaglia,  aven- 
dosi avvisato  ch'ella  fosse  guemita  per  la  cavalcata 
fatta  a  Montecchio  per  li  nostri.  Va  dentro  v'erano 
rimasi  alla  guadia  cinquecento  cavalieri  de' nostri  e 
de'  Veneziani,  i  quali  difesono  la  terra  con  danno 
d' alquanti  di  quelli  di  messer  Mastino.  E  partito  da 
Lungara,  e  lui  tornato  a  Verona  con  poco  onore,  ri- 
mandò parte  della  cavalleria  che  gli  era  rimase  alla 
guardia  e  guernigione  delle  sue  terre,  e  con  poca 
gente  a  cavallo  si  ritenne  a  Verona.  E  poi  trecento 
cavalieri  de' nostri  da  Lungara  cavalcarono  a  Vero- 
na infino  aUe  porte  sanza  aleono  contrasto,  si  era  as- 
sottigliata la  potenza  del  Mastino.  E  in  questi  tempi, 
a  di  1 9  d' agosto,  si  rendè  a'  Padovani  il  castello  di 
Monselice,  salvo  la  rocca,  la  quale  poi  per  difetto  di 
vittuaglia  s'arrendè  a  dì  25  di  novembre  appresso, 
salve  le  persone.  E  a  dì  26  '  di  settembre  nel  detto 
anno,  avendo  messer  Mastino  uno  falso  trattato  d'es- 
sergli dato  il  castello  di  Montagnana,  menato  per 
Ispinetta  marchese  e  per  due  suoi  famigliari,  ch'e- 
rano al  soldo  della  lega,  fu  scoperto  a  messer  Uberr 


I  La  adiaiona  da*  Ghmti  daU  a'  89. 


416 


CRONICHE 


••sai  tosto  ci  ooDTorrè  raccontare  come  feciono  altreil 
grande  asaembraniento  e  maggiore,  e  torneremo  a 
Doatra  materia  |t  dire  degli  avvenimenti  e  fine  deUa 
nostra  gaerra  col  Mastino,  e  dell'  altre  novità  di  Fi- 
rente  e  d' Italia  e  d' altri  paesi  avvenute  in  questi 
tempi. 

CAPITOLO  Lxxxvrn. 

Del  nuUe  siato  cK"  ebbono  la  compagnia  da' Bardi  € 
quella  de*  Penaci  per  la  della  guerra,  e  Mia  la 

dtlà  di  Firenze, 

Nel  tempo  ch'era  la  detta  gaerra  dal   re  di 
Francia  a  quello  d*  IngbOterra   si  erano  mercatanti 
del  re  d' Inghilterra  la  compagnia  de'  Bardi  e  la  com- 
pagnia de'  Pemui  di  Firenze,  e  per  le  loro  mani 
vernano  tutte  le  rendite,  e  lane  e  cose  del  re  din- 
ghllterra;  ed  eglino  fornivano  tutte  sue  spese,  gaggi  e 
bisogni  i  quali  oocorreyano,  e  soprammontarono  tanto 
le  spese  e'  bisogni  al  detto  re,  oltre  le  rendite  e 
cose  ricevute  di  suo,  che  i  Bardi  si  trovarono,  tor- 
nato il  re  dell'  oste,  ad  avere  da  lui  tra  di  capitale 
e  di  provvisione  e  riguardi  fatti  loro  più  di  centot- 
tanta   migliaia  di  marchi  di  sterlini:  e  i  PeruKU  più 
di  centotrentacinque  migliaia  di  marchi  di  sterlini, 
ch'ogni  marco  valea  più  di  fiorini  quattro  e  terzo ^ 
d'oro,  che  montava  più  d?  uno  milione  e  trecento- 
sessantacinque  migliaia  di  fiorini  d'oro,  che  valea 
uno  reame.  Bene  aveva  in  queata  somma  assai  quan- 
tità di  provvisioni  fatte  a  loro  per  lo  detto  re  per  li 
tempi  passati  ;  ma  come  che  si  fòsse,  fu  a  loro  grande 
follia  e  cupidigia  di  guadagno  a  acquistare  follemen- 
te, mettere  e  prestare  così  in  grosso  il  loro  e  l'al- 
trui in  uno  signore.  B  nota,  che  i  detti  danari  erano 
la  maggior  parte  di  gente  che  gli   aveano  dati  loro 
in  accomandigia  e  in  deposito,  e  di  più  cittadini  e 
forestieri.  E  di  ciò  fu  grande  pericolo  a  loro  e  alla 
Bosta  città,  come  poco  appresso  leggendo  si  potrà 
trovare.  Perchè  n*  avvenne,  che  per  cagione  di  ciò 
non  potendo  eglino  rispondere  a  chi  dovea  avere  da 
loro  in  Inghilterra,  in  Firenae,  e  in  altre  parti  ove 
doveano  dare,  del  tutto  perderono  la  credenaa,   e 
lalliroBO  di  pagare,  e  apezialmente  i  Perusii,  con 
tutto,  che  non  si  cessassono  per  le  loro  grandi  pos- 
sessioni eh' aveano  in  Firenze  e  nel  contado,  e  per  la 
loro  grande  potenza  e  stato  eh' aveano  in  oomune. 
Ma  per  queata  diffalta  e  per  le  grandi  spese  del 
oomune  per  la  guerra  di  Londmrdia,  molto  mancò 
la  potenza  e  stato  de' montanti  di  Firenze  e  però  di 
tutto  il  comune,  e  la  mercatanzia  e  ogni  arte  n'ab- 
bassò, e  venne  in  pessimo  stato,   come  innanzi  si 
firà  menzione*,  peroediè  fallite  le  dette  due  compa- 
gne, eh'  erano  due  colonne,  e  per  la  loro  potenzia 
quando  erano  in  buono  atato,  condivano  con  i  loro 
traffichi  grande   parte  della  mercatanzia  e' traffichi 
de'  cristiani,  ed  eran  quasi  alimento  di  tutto  il  mondo, 
ogn'  altro  mercatante  ne  lìi  sospetto  e  mal  creduto. 
E  per  le  dette  cagioni  e  per  altre,  come  ai  dirà  to- 
ato  la  nostra  dttà  di  Firenze  ricevette  grande  crollo. 


I  flnofOf  ha  U  ediiione  da'  Giunti 


i 


e  nude  stato  universale  e  awersitadi  non  guarì  tempo 
appresso.  E  per  aggiunta  del  male  atato  delle  delta 
compagnie,  il  re  di  Francia  fece  |Hgliare  in  Parigi  e 
per  tutto  il  reame  i  loro  compagni  e  cose  e  merca- 
tanzfe,  e  più  Fiorentini  per  la  detta  cagione,  e  per  li 
molti  danari  che  'I  comune  uvea  preai  per  fona  ia 
presto  da  cittadini,  e  spesi  nella  'mpresa  di  Lombaràii 
e  di  Lucca,  onde  poi  del  rimbalzo  e  del  maacameato 
della  credenza  più  altre  minori  compagnie  di  Fireaie 
poco  tempo  appresso  ne  fallirono,  come  innanzi  ne 
faremo  menzione.  Luceremo  di  questa  materia,  e 
torneremo  a  aeguire  il  trattato  della  guerra  eoa 
messer  Mastino  della  Scala. 

CAmOLO  LXXXIX. 

Come   la  moslra  genie  e  de*  Venemani  enlrar(m 

no'  òor^^Ai  di  Ktceiiza. 

Tornando  a  noatra  materia,  e  della  guerra  di 
.noi  a  messer  Mastino,  le  cui  forze  erano  molto  ia- 
flevolite,  avvenne  chea  dì  16  d'ottobre  1S38,  sen- 
tendo messer  Mastino  che  la  città  di  Vicenu  en 
molto  stretta  e  stava  male,  mandò  per  loro  soeccff- 
fo  e  conforto  centocinquanta  cavalieri  e  coofartagli 
aasai,  i. quali  paaaando,  dalla  nostra  gente  ch'erano 
in  Montecchìo  furono  usaliti  e  sconfitti,  e  preti 
cinque  conestabili,  e  la  maggior  parte  di  quelle  sm- 
snade.  E  di  presente,  com'  era  stato  trattato,  la  no- 
atra oate  a'  cavallo  entrò  ne'  tre  borghi  di  Yieeasi 
a  di  18  d' ottobre  nel  detto  anno,  e  quaai  tutta  li 
terra  aveano,  se  JK)n  la  parte  ch'era  col  castello;  e 
questa  poco  tempo  si  sarebbe  potuta  tenere,  avendo 
perduta  ogni  speranza  di  soeoono.     • 

CAPITOLO  XC. 

Come  i  VeneMUèi  tradirono  i  FiorenUni^  e  fecùmo 
pace  con  messer  Mastino^  e  coneenmela  fare  al  eo- 

Siro  tomwM. 

Messer  Mastino  veggendo  eh'  egli  ora  per  pe^- 
dere  la  città  di  Vicenza,  e  se  quella  fosse  pardon 
era  assediato  in  Verona,  di  presente  fece  segreti- 
mente  trattare  sua  pace  co'  Viniziani  aanza  aapota 
de' Fiorentini,  e  apese  per  li  sui»  ambnsciadori  amai 
moneta  in  Vinegia  a  certi  cittadini  nwggiorenti,  cbV 
veano  stato  e  podere  in  comune,  e  rimisesi  libera- 
mente in  loro,  pregandoli  che  noi  volosaono^  tutte 
disfore  ;  che  ciò  faccendo,  gnaatavano  e  abbattevaaa 
parte  d'imperio  e  ghibeUina  in  ItaUa,  e  i  Viniaiaoi 
sono  per  antico  naturalmente  di  parto  imperiale,  fi 
per  prendere  loro  vantaggio,  col  confòrto  di  quei  cit- 
tadini che  ne  guadagnavano,  e  ancora  per  prìegfai 
de'  Pisani  e  di  quelli  ghibellini  che  4oBeano  Lucca» 
per  loro  ambasciadori  segreti  e  lettere  eoa  grande 
Istanzia  pregarono  i  Veneziani  per  Dio  e  per  asMre 
di  parte,  che  non  assentissono  che  i  Fiorentini  avas- 
sono  la  città  di  Lacca,  e  che  si  accordaasono  eoa 
messer  Maatino»  Per  la  qual  cosa  i  Venezianf  ingaa- 
nareno  e  tradirono  i  Fiorentini  e  gli  altri  allegati, 
che  aveano  giurato  e  promesso  di  non  far  mai  ninno 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


41T 


aeeordo  mdm  voloDià  di  tatU  gli  allegati,  se  i  Fio- 
rentiiii  ooi  avessono  prima  liberamente  la  città  di 
Lacca  e  il  suo  distretto  ;  ma  ciò  non  osservarono, 
ma  fedono  V  accordo  a  loro  volontà,  e  vollono  ed 
ebbono  la  città  di  Trevigi  a  dì  2  di  dicembre  del 
detto  anno,  e  Castelfranco  e  Basciano,  e  ciò  cb^era 
acquistato  per  la  nostra  gente  e  per  la  loro.  E  ciò 
fatto,  mandarono  loro  ambasciadori  a  Firenze  a  dì 
18  di  dicembre,  e'dierono  il  partito  a' Fiorentini  in 
pieno  consiglio,  che  se  noi  volessimo  pace  eh*  e- 
glioo  aveano  fatta  con  messer  Mastino,  eh*  eglino  ci 
farebbono  confermare  a  messer  Mastino  e  al  comune 
di  Lacca  le  terre  e  castella  che  noi  tenevamo  del 
cornane  di  Lacca;  e  ciò  erano  Facecchio,  Castel- 
firanco,  Santa  Croce,  Santa  Maria  a  Monte,  e  Mon- 
tetopoli  in  Valdamo,  e  Montecatini,  e  Montesommano, 
e  Montevettolino,  e  la  Massa  e  '1  Tozzile,  e  lizzano 
in  Valdinievole,  e  Avellano,  e  Barano  e  Sorana,  e  Ca- 
stelvecchio  in  Valdilana ,  arrogendo  loro  per  la  detta 
pace  il  castello  di  Pescia  e  quello  di  Baggiano  e  loro 
tenitorio,  e  Altopascio,  faccendo  la  pace.  B  se  ciò  non 
volessono  prendere,  eglino  aveano  fatta  la  loro  pace, 
e  qnella  osserverebbono,  prendessono  i  Fiorentini 
il  partito  o  no  con  messer  Mastino.  A'  Fiorentini  del 
detto  partito  parve  loro  troppo  male  ;  perocché  si 
stimavano  d^  avere  a  fare  co'  Veneziani,  come  con 
loro  medesimi,  e  che  per  loro  fosse  osservata  leale 
compagnia,  perocché  fermamente  si  credeano  i  Fio- 
rentini avere  la  città  di  Lucca  secondo  i  patti  gin- 
rati  per  li  Viniziani,  e  gli  altri  Lombardi  della  lega 
doreano  aver  Parma.  Per  lo  detto  partito  più  con- 
sigli segreti  si  tennono  in  Firenze,  o  di  prendere  o 
di  lasciare  la  detta  pace  ;  e  fuvvi  il  prò  e  il  contro: 
che  molti  cittadini  per  lo  disdegno  e  tradimento  de" 
Veneziani  allegavano  ch'era  pericolo  deHa  città  fare 
pace  col  nimico  tiranno,  rimanendo  vicino  colla,  forza 
e  riparo  di  Locca,  e  per  paura  e  dottanza  de*  suoi 
tradimenti  non  s^accordavano  alla  detta  pace  ;  e  ch*era 
meglio  a  rimanere  con  lui  in  iscoperta  guerra,  e  piii 
sicuro  partito.  Altri  consigliavano,  che  considerando 
i  molti  danari  spesi  per  lo  comune  nella  detta  guerra, 
onde  il  comune  era  in  debito  a'  suoi  cittadini  ben 
di  qmttrocentodnquanta  migliaia  di  fiorini  d*  oro  e 
più  sopra  le  gabelle  ed  entrate  del  comune,  che 
ben  di  più  di  sei  anni  a  venire  erano  assegnate,  pre- 
sesi per  lo  meno  reo  partito  che  si  mandusono  so- 
lenni ambasciadori  a  Vinegia  a  pregare  quel  comune, 
die  ci  osservasse  i  patti  della  lega  giurati,  o  miglio- 
msono  i  patti  proiferti  a  loro  potere;  e  se  meglio 
■€m  potessoao,fa  commesso  loro  ohe  non  si  partis- 
BOttO  dal  mercato  per  lo  migliore  del  comune  nostro 
(e  qnesto  fu  segreto),  acciocché  per  lo  detto  accordo 
il  eoBMne  prendesse  lena  e  uscisse  di  debito,  e  a- 
TUixestesi  le  detta  castella,  che  sono  nel  cuore  di 
Vace^y  da  potersi  difendere,  e  guerreggiare  il  tiranno 
0e  bisognasse.  Qoosto  partito  §*  ottenne*  a  di  1 1  di 
^•osisio.  B  andarono  a  Vinegia  metser  Franeesco 
di  sMtser  Pazshio  ed"  Paizl,  e  messer  Alesso  RiMed 
^i«4li€6,  •  Iacopo  degli  Alberti,  e  il  sindaco  eoa 
piemo  saldato.  B  ia  Vinegia  atetlono  alquanti  di  per 


prendere  vantaggio  co*  Veneziani.  Ma  i  perfidi,  estratti 
del  sangue  d*  Antenore  traditore  della  sua  patria  di 
Troia,  seguendo  il  loro  pertinace  proponimento,  non 
si  vollono  ismuovere  ;  se  non  eh*  arresone  '  Acciano  e 
il  Colle  die  era  sopra  Buggiano,  i  quali,  avendo  noi 
Buggiano,  non  poteano  tenere.  B  cosi  si  fermò  la 
sforzata  e  non  volontaria  pace  in  Vinegia  con  gli 
ambasciadori  di  Firenze  e  di  messer  Mastino,  a  di 
24  di  gennaio  1338.  E  usci  di  pregione  messer  Al- 
berto della  Scala  e  gli  altri  eh*  erano  presi  con  lui 
in  Vinegia.  B  fa  la  pena  di  centomila  fiorini  d*oro 
per  osservare  la  detta  pace  sansa  altra  malleveria, 
potendo  i  guelfi  ribelli  di  Lucca  ritornare  in  Lucca  e 
riavere  i  beni  loro,  salvo   trenta  caporali  doveano 
stare  a*  confini.  Per  la  qual  pace  pochi  guelfi  a*  as- 
sicurarono di  tornare  in  Lucca.  E  poi  tornati  i  no- 
stri ambasciadori  in  Firenze,  a  di  7  di  febbraio  del 
detto  anno  furono  date  le  dette  castella  a'  Fiorentini. 
B  poi  a  dì  11  di  febbraio  si  bandi  la  pace,  ma  però 
che  nullo  andasse  a  Lucca  aanza  licenza.  B  notate, 
e  siavi  a  perpetua  memoria  *  ohi  qnesto  leggerà,  il 
villano  tradimento  fatto  al  nostro  comune  per  li  Ve- 
neziani, essendo  per  noi  cotanto  adoperato  e  con 
tanto   ispendio,  il    quale  troviamo  che  fu  in  mesi 
trentuno  e  mezzo  più  di  seicento  migliaia  di  fiorini 
d*oro,  sempre  adoperandosi  per  lo  nostro  comune 
con  fede  e  fervore  per  fargli   grandi,  e  abbassa- 
re la  superbia  del  loro  vicino  nemico  e  tiranno  ;  e 
oltre  a  ciò  per  aggiunta  al  loro  fallire,  avendo  egli- 
no ad  avere  intomo  di  venticinque  migliaia  di  fio- 
rini d*oro,  e  meno,   faccendo  ragione,  per  residui 
delle  paghe   de*  cavalieri  nostri  e  d*  arnesi  mandati 
neir  oste  prestati  per  loro,  perché  talora  indugiava 
alquanto  d'andare  la  moneta  a  Vinegia  per  le  nostro 
paghe,  i  Veneziani  ne  domandavano  trentasei  migliaia 
di  fiorini  d*oro,  avendo  avanzato  il  quarto  danaio  di 
tutta  la  apesa  fatta  per  loro  nella  detta  guerra  aopra 
i  nostri  e*  loro  cavalieri  e  pedoni  per  gabelle  e  gag- 
gi e  imposte  fatte  per  loro   sopra  ciò    a  chi  an- 
dava neiroste;  e  non  volendo  isbattere  la  parte  no- 
stra del  conquisto  di  Mostri  e  del  ponte  di  Praga, 
ch'erano  e  sono  di  grande  entrata  di  passaggi;   e 
volendo  il  nostro  comune  contare  con  loro  e  pa- 
gargli di  ciò  che  restavano  a  avere,  e  però  vi  man- 
darono ambasciadori,  ma  non  ne  vollono  mostrare 
ragione,  né  commetterla  in  amici  comuni  fuori   di 
Vinegia,  se  non  ego  volo^  ego  jubeOy  cioè  cosi  vuole 
messer  lo  doge  e  il  comune  di  Vinegia.  B  sopra  ciò 
fèciono  rappresaglia  sopra  i  Fiorentini  con  forti  e 
aspre  leggi,  onde  tutti  i  Fiorentini  se  ne  partirono 
air  uscita   di  gennaio   1339.    E  simili  leggi   e  più 
forti  furono  fatte  per  li  Fiorentini  sopra  i  Venezia- 
ni, e  sopra  a  qual  Fiorentino   vi  stesse  o  v*  avesse 
affare.  Cotale  fu  la  partita  della  dialealtà  del  comune 
di  Vinegia  oontro  al  nostro  comune  di  Firenze. 


>  SI  wmàèf  ha  la  adlaloae  olttata. 


'  aggiunterò;  dall'aottco  verbo  difettivo  arrogen, 
*  d  «ai  Fitìrmimi  §k$  giMsla  Ugg0r§i0.  Sd.  G. 

17 


418 


CRONICHE 


CAPITOLO  XCI. 

D0(  poUre  e  emirata  ch^atsa  il  comune  di  Firemne 

in  questi  tempi. 

AcdoccVe^nostrìdifcendenti  possano  compren- 
dere io  stato  eh'  avea  il  nostro  comune  di  Firenxe 
in  questi  tempi,  e  come  si  fornì  la  spesa  della  detta 
guerra  del  Mastino,  la  quale  valeva  il  mese  più  di  * 
ventioinquemila  fiorini  d^oro  ch'andavano  a  Vinegia, 
sansa  le  spese  opportune  che  bisognavano  di  qua  al 
nostro  comune,  che  le  piik  volte  sansa  quelli  di  Lom- 
bardia avevano  al  soldo  più  di  mille  cavalieri,  sansa 
quelli  ch'erano  alla  guardia  delle  terre  e  castella  che 
si  tenevano  per  lo  nostro  comune,  in  brieve  narreremo 
appresso  del  podere  del  nostro  comune  Tentrata  e  co- 
si rusdta  e  messione*  dall'anno  1336  al  1338^  che 
durò  la  guerra  da  noi  a  messer  Mastino,  n  comune 
di  Firenze  in  questi  tempi  signoreggiava  la  città  d'A- 
reszo  e'I  suo  contado,  Pistoia  e1  suo  contado,  Colle 
di  Yaldelsa  e  la  sua  corte,  e  in  ciascuna  di  queste 
terre  avea  fatto  fare  uno  castello»  e  teneva  diciotto^ 
eutella  munte  del  distretto  e  contadi  di  Lucca,  e  del 
nostro  contado  e  distretto  quarantMei  castella  forti  e 
murate,  sansa  quelli  di  propri  cittadini,  e  più  terre 
e  ville  sansa  mura,  che  erano  in  grandissima  quantità. 

CAPITOLO  XCU. 

EiUrata  ck'  atea  il  comune  di  Firenze 
m  questi  tempi. 

Il  comune  di  Firense  di  sue  rendite  assise^  ha 
piccola  entrata,  come  si  potrà  vedere,  ma  reggevasi 
in  questi  tempi  per  gabelle;  e  quando  bisognava, 
come  dicemmo  addietro,  al  cominciamento  della  guer- 
ra di  messer  Mastino,  si  reggeva  per  prestanze  e 
imposte  sopra  le  rìochesse  de' mercatanti  e  d'altri 
singulari  cittadini  con  guiderdoni  sopra  le  gabelle. 
B  in  questi  tempi  queste  infrascritte  gabelle  erano 
levate  per  noi  diligentemente  de'  registri  del  comu- 
ne, e,  come  potrete  vedere,  montarono  l' anno  circa 
a  trecento  mila  fiorini  d'oro,  talora  più,  e  talora 
meno,  secondo  i  tempi,  che  sarebbe  gran  cosa  a 
uno  reame.  E  nota  pure,  il  re  Ruberto  non  ha  d' en- 
trata tanti,  uè  tanti  d'assai  quello  di  Cicilia,  nò  quello 
d' Arsone,  vendendosi  Tanno  le  gabelle  delle  porte  di 
mercatansia  e  vittuaglia  e  cose  eh'  entravano  e  usci- 
vano della  dttà,  fiorini  novantamiladugento  d'oro  ;  la 
gabella  del  vino  a  minuto  ^  fiorini  cinquantottomila- 
trecento  d'oro;  l'eatimo  del  contado,  pagando  l'anno 
soldi  dieci  per  libbra,  fiorini  trentamila  cento  d'oro; 
la  gabella  del  sale,  vendendo  a*  cittadini,  soldi  quaran- 
ta^ lo  staio  di  piccioli,  e  a'  contadini  soldi  venti  lo 


■  U  «IMO,  dice  le  editione  dtata  in  luogo  di  pia  di 

*  tM$9Ìon€  è  voce  antioe  che  significA  dò  eh$  nmania, 
e  qui  UurghtMaa^  Ub«raìkà,  Il  T.  Davan.  ne  nuuioa. 

'  Leggi  diciannove  eolla  ediaione   de'  Giunti,  la  quale 
nel  resto  del  perìodo  à  monca  e  sformata. 

*  in  babelli,  in  Imposlxioni.  Aaiso,  qui  usato  come  ag- 
giunto, manca  al  Vocabolario. 

*  n  vmdia  a  mmtUo  pagando  U  terto  fiorini  ecc.  dice 
la  editione  de'  Qionti. 

*  trenta^  ha  la  citata  ediaione*  | 


staio  di  piccioli,  montava  fiorini  quattordidiiilaquit- 
trocentodnquanta  d' oro.  Questa  quattro  gabelle  era- 
no diputata  alla  spesa  della  guerra  di  Lombirdis.  I 
beni  de'  rubelli  sbanditi  e  condannati  valeano  l' anso 
fiorini  settamila  d'oro.  La  gabella  sopra  i  prestttorì 
e  usurieri  fiorini  tremfla  d' oro.  I  nobili  del  conttdo 
pagavano  l'anno  fiorini  duemOa  d*  oro.  La  gabella  de' 
contratti  valeva  l'anno  fiorini  ventimila*  d'oro.  La  ga- 
bella delle  bestie  e  del  macello  della  citta  valeva  l'anao 
fiorini  quindicimila  d'oro;  quella  del  macello  del  eoa- 
tado  quattromilaquattrocento  d'oro;  quella  delle  pi- 
gioni valeva  l'anno  fiorini  quattromilacentacinquaata 
d'oro.  La  gabella  della  farina  e  macinatura  valeva  l'aa- 
no  fiorini  quattromiladugentodnquanta  d'oro.  La  ga- 
bella de'cittadini  che  vanno  di  fuori  in  signoria,  valeva 
l'anno  fiorini  tremfladnquecento  d'oro.  La  gabelli 
dell'accuse  e  scuse  fiorini  millequattrocento  d'oro. 
n  guadagno  delle  moneto  dell'  oro,   fatta  le  spese, 
valeva  l' anno  fiorini  duemilatrecento  d' oro  ;  il  goi- 
dagno  della  moneta  de' quattrini  e  piccioli,  pagato 
r  ovraggio,  valeva  l' anno  fiorini  millecinqueceoto 
d' oro.  I  beni  propri  del  comune  e  passaggi  valeva- 
no l'anno  fiorini  nuUeseicento  d'oro.  I  mercati  della 
citta  delle  bestie  vive  valevano  fiorini  duemila  d'o- 
ro. La  gabella  di  segnare  pesi,  misure,  e  paci  e  beai 
in  pagamento  valeva  l'anno  fiorini  seicento  d'oro. 
La  gabella  della  spassatura  d'  Orto  San  Michele  e 
prestare   bigonce  fiorini  settacentocinquanta  d'oro. 
La  gabella  delle  pigioni  del  contado  valeva  l'aana 
fiorini  cinquecentocinquanta  d'oro.  La  gabella  de'ner- 
cati  del  contado  valeva  l'anno  fiorini  duemila  d'oro.  Le 
condannagioni  che  si  riscuotono,  si  ragiona,  vagliono 
r  anno  fiorini  ventimila  d' oro,  e  li  più  anni  montano 
troppo  più.  L'entrata  de' difetti  de' soldati  da  cavallo 
e  da  piò,  non  contando  quelli  ch'erano  in  Lombar- 
dia, valeva  l'anno  fiorini  settemila  d'  oro.  La  ga- 
bella degli   sporti  delle  case  valeva  V  anno  fiorini 
settamila  d'oro*.  La  gabella  delle  trecche  e  trecconi 
fiorini  quattrocentocinquanta  d'oro.  La  gabella  del 
sodamente'  di  portare  l'arme  valeva  Tanno  fiorini 
milletrecento  d'oro,  e  soldi  venti  di  piccioli  per  uno. 
L\ entrata  delle  prigioni  fiorini  mille  d'oro.  La  ga- 
bella de'  messi  fiorini  cento  d' oro  valeva  l' anno.  Li 
gabella  de'  foderi  del  legname  che  viene  per  Amo 
valeva   l'anno  fiorini   cinquanta   d'oro.  La  gabelli 
degli  approvatari  de'  sodamenti  che  si  fanno  valen 
l'anno  fiorini  dugentocinquanta  d'oro.  La  gabella  de' 
richiami  a'  consoli  dell'  arti,  la  parta  del  comune  si 
fa  l'anno  valere  fiorini  trecento  d'oro.  La  gabelli 
sopra  le  possessioni  del  contado  fiorini....  d'oro.  La 
gabella  delle  suffe  a  mani  vota  si  fa  Tanno  fiorini..^ 
d'oro.  La  gabella  da  Firenzuola  fiorini.,  d'oro.  La 
gabella  di  coloro  che  non  hanno  cue  in  Firense,  e 
vale  il  loro  da  fiorini  mille  in  su,  fiorini....  d' oro 
T  anno.    La  gabella  delle  mulina,  entrata  e  pescaie 
fiorini....  d'oro.  Somma  da  trecentomigliaia  di  fio- 
rini d*  oro,  e  più.  0  signori  Fiorentini,  che  mais  prò- 


*  undici  mitOf  legge  V  ediaione  della  Crusca. 
'  cinquemila  cinquecento  cinquanta,  ha  la  citata  ediaione. 
'  concessione,  mallevato:  in  questo  senso  manoberebbe 
alla  Crusca. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


419 


redeaza  e  ria  accrescere  V  entrata  del  comune  della 
lastaoza  e  povertà  de*  cittadini  colle  sforzate  gabelle 
per  fornire  le  folli  imprese  1  Or  non  sapete  voi,  che 
come  è  grande  il  mare  è  grande  la  tempesta,  come 
cresce  T entrata  è  apparecchiata  la  mala  spesa?  Tem- 
perate, carissimi,  i  disordinati  desideri,  e  piacerete  a 
Dio,  e  non  graverete  il  popolo  innocente. 

CAPITOLO  XCIII. 

Della  spesa  eh"  atea  il  comune  di  FireMe 
in  quegli  tempi. 

Le  spese  ferme  del  oomnne  di  Firenze  e  di  ne-* 
cessità  per  anno  ;  e  valeva  Uro  tre  e  soldi  due  il  fio- 
rino delforo.  Il  salario  del  podestà  e  di  sua  fami- 
glia r  anno  lire  quindicimila  dagentoquaranta  di  pic- 
cioli. Il  salario  del  capitano  del  popolo  e  di  sua 
famiglia  lire  cinquemilaottocentottanta  piccioU.  Il  sa- 
lario deir  eseguitore  degli  ordini  della  giustizia  con- 
tro a*  grandi  colla  sua  famiglia  lire  quattromilanove- 
cento  di  piccioli.  Il  salario  del  conservadore  del 
popolo  e  sopra  gli  sbanditi  con  dnquanta  cavalieri 
e  cento  fanti  fiorini  ottomilaquattrocento  d'oro  Tan- 
no :  questo  uficio  non  è  stanziale,  se  non  come  De- 
corrono i  tempi  di  bisogno.  Il  giudice  dell*  appella- 
gioni  sopra  le  ragioni  del  comune  lire  millecento  di 
piccioli.  V  oficiale  sopra  gli  ornamenti  delle  donne 
e  altri  divieti  lire  mille  di  piccioli.  L*  uficiale  sopra 
la  piazza  d^Orto  San  Michele  e  della  biada  ^  lire 
milletrecento  di  piccioli.  L*  uficiale  sopra  la  con- 
dotta de^  soldati,  notai  e  loro  messi  lire  mille  di 
piccioli.  Gli  uflciali  e  notai  e  messi  sopra  i  difetti 
de' soldati  lire  dugentocinquanla  di  piccioli.  I  ca- 
marlinghi della  camera  del  comune,  e  loro  uflciali 
e  massari  e  loro'  notai  e  frati  che  guardano  gli  atti 
del  comune,  lire  millequattrocento  di  piccioli.  Gli  u- 
ficiali  sopra  le  rendite  proprie  del  comune  lire  du- 
gento  di  piccioli.  I  soprastanti  e  guardie  delle  pri- 
gioni lire  ottocento  di  piccioli.  Le  spese  del  man- 
giare e  bere  de'  signori  priori  e  di  loro  famiglia  co- 
sta r  anno  lire  tremilasecento  di  piccioli.  I  salari  dei 
donzelli  e  servidori  del  comune  e  campanai  delle  due 
torri,  doò  quella  de'  priori  e  quella  del  podestà,  lire 
oinquecentocinquanta.  U  capitano  con  sessanta,  fanti  ^ 
che  stanno  al  servigio  e  guardia  de'signori  priori  lire 
cinquemiladugento  di  piccioli.  Il  notaio  forestiere  so- 
pra le  riformagioni  e  il  suo  compagno  lire  quattro- 
centocinquanta di  piccioli.  Il  cancelliere  del  comune^ 
e  il  suo  compagno  lire  quattrocentocinqnanta  di  pic- 
cioli l'anno.  Per  lo  pasto  de'lioni,  torchi,  e  can- 
dele, e  panelli  per  lire  duemilaquattrocento  di  pic- 
cioli, n  notaio  che  registra  nel  palagio  de' priori  i 
fatti  del  comone,  lire  cento  di  piccioli.  I  messi  che 
servono  tutte  le  signorie,  per  loro  salario  V  anno 
lire  millecinquecento  di  piccioli.  I  trombatori,  sei 
banditori  del  comune,  naccherini,  sveglia,  cornamu- 
sa, cennamelle  e  trombette,  in  tutto  dieci,  con  trombe 


.    '  B<idia  dice,  non  so  quanto  bene,  il  Testo  Davanzati. 

*  herrovieriy  dice  la  Giuntina;  ciò  sono  donxéUif  birri  e 
almilS  ministri  della  giustizia. 

'  H  cmcéUiere  e  diUaicre  détte  UtUre  Ure  ecc.  Ed.  O. 


e  trombette  d'argento,  per  loro  salario  Tanno  Kre 
mille  di  piccioli.  Per  limosino  a' religiosi  e  spedali 
l'anno  lire  duemila  di  piccioli.  Di  poi  seicento  guardie, 
che  guardavano  di  notte  alle  poste  della  città  lire  die* 
cimilaottocento  di  piccioli.  Il  palio  di  sciamito  che 
si  corre  1'  anno  per  San  Giovanni,  e  quelli  di  panno 
per  San  Barnaba  e  per  Santa  Reparata  costano  l'an- 
no fiorini  cento  d'oro.  Per  ispese  in  spie  e  messi 
che  vanno  fuori  per  lo  comune,  l' anno  lire  mìUedu- 
cento  di  piccioli.  Per  ambasciadori  che  vanno  per  lo 
comune,  stimati  1'  anno  fiorini  cinquemila  d'oro  e  più. 
Per  castellani  e  guardie  di  rocche  si  tengono  per  lo 
comune  di  Firenze  fiorini  quattromila  d'oro.  Per  for- 
nire la  camera  dell'  arme  di  balestra,  sagittamento  e 
palvesi,  fiorini  millecinquecento  d' oro.  Somma  l'op- 
portune spese  senza  i  soldati  a  cavallo  e  a  piedi, 
fiorini  quarantamila  d' oro  o  più  l' anno.  A*  Soldati  a 
cavallo  e  a  piedi  non  ci  ha  regola  nò  numero  fer- 
mo, ch'erano  talora  più  e  talora  meno  secondo  i  bi- 
sogni che  occorrevano  al  comune;  ma  al  continuo  si 
può  ragionare,  sansa  quelli  della  guerra  di  Lombar- 
dia, non  faccende  oste,  da  settecento  in  mille  cava- 
lieri, e  altrettanti  pedoni  continuamente.  Non  fac- 
ciamo conto  delle  spese  delle  mura  e  de'  ponti,  e  di 
Santa  Reparata,  e  di  più  altri  lavori  di  comune,  che 
non  si  possono  mettere  in  numero  ordinario. 

CAPITOLO  XCIV. 

4 

Ancora  della  grandena  e  siato  e  magnifUenta 
del  comune  di  Ferente. 

Dappoich'  avemo  detto  dell'  entrate  e  spese  del 
comune  di  Firenze  in  questi  tempi,  mi  pare  si  con- 
venga di  fare  menzione  di  quello  e  dell'altre  grandi 
cose  della  nostra  città  :  che  i  nostri  successori  che 
verranno  per  li  tempi,  s' avveggano  del  montare  e 
abbassare  dello  stato  e  potenzia  che  facesse  la  nor 
atra  città,  acciocchò  per  lì  savi  e  valenti  cittadini, 
che  per  li  tempi  saranno  al  governo  di  quella,  per 
lo  nostro  ricordo  e  esemplo  di  questa  cronica,  pro- 
curino d'avanzarla  in  istato  e  in  maggiore  potere. 
Troviamo  diligentemente  che  in  questi  tempi  avea  in 
Firenze  circa  venticinquemila  uomini  da  portare  ar- 
me da'  quindici  anni  infino  in  settanta,  tutti  cittadini, 
intra' quali  avea  millecinquecento  cittadini  nobili  e 
potenti  che  sodavano  ^  per  grandi  al  comune.  Aveva 
allora  in  Firenze  da  settantacinque  cavalieri  di  cor- 
redo. Bene  troviamo  che  innanzi  che  fosse  fatto  il 
secondo  popolo,  che  regge  al  presente,  erano  i  ca- 
valieri più  di  dagentocinquanta,  che  poichò  '1  popolo 
fu,  i  grandi  non  ebbono  stato  nò  signoria  come  pri- 
ma, e  però  pochi  si  facevano  cavalieri.  Stimavasi  di 
avere  in  Firenze  da  novantamila  bocche  tra  uomini 
e  femmine  e  fanciulli,  per  l' avviso  del  pane  che  bi- 
sognava al  continuo  alla  città,  come  si  potrà  com- 
prendere ;  ragionavasi  avere  continui  nella  città  da 
millecinquecento  uomini  foreatieri  e  viandanti  e  sol- 


*  davano  sigurtà.  Grandi  si  dicevan  nella  repubblica  di 
Firenze,  coloro  cbe  per  nobiltà  e  ricchezze  eccedevano  gli 
altri,  e  perciò  (vedi  ragionata  giustizia  !)  erano  privi  per  lo 
più  de'  magistrati. 


490 


CRONICHE 


dati  ;  non  contando  nella  somma  de^  cittadini  relif  ioai, 
0  frati  e  monache  rinchiusi,  onde  faremo  menxione 
appresso.  Ragionavasi  avere  in  qnestf  tempi  nel  con- 
tado e  distretto  di  Firenze  da  ottantamila  nomini. 
Troviamo  dal  piovano  che  'battezzava  i  fanciulli  (im- 
perocché ogni  maschio  che  si  battezzava  in  San  Gio- 
vanni, per  averne  il  novero  metteva  una  fava  nera, 
e  per  ogni  femmina  una  fava  bianca)  che  erano  Tan- 
no in  questi  tempi  dalle  cinquantacinque  alle  ses- 
santa *centinaia,  avanzando  più  il  sesso  mucnlino 
che  "ì  femminino  da  trecento  in  cinquecento  per  an- 
no. Troviamo,  eh*  e'  fanciulli  e  fanciulle  che  stanno 
a  leggere,  da  otto  a  dieci  mila.  I  fanciulli  che  stanno 
ad  imparare  F  abbaco  e  algorìsmo  in  sei  scuole,  da 
mille  in  milledugento.  E  quegli  che  stanno  ad  ap- 
prendere la  grammatica  e  loica  in  quattro  grandi 
scuole,  tfa  cinquecentodnquanta  in  seicento.  Le  chie- 
se eh*  erano  allora  in  Firenze  e  ne*  borghi,  contando 
le  badie  e  le  chiese  de*  frati  religiosi,  troviamo  che 
sono  centodieci,  tra  le  quali  sono  cinquantasette  par- 
roochie  con  popolo,  cinque  badie  con  due  priori  con 
da  ottanta  monaci,  ventiquattro  monisterì  di  mona- 
che con  da  cinquecento  donne,  dieci  regole  di  frati, 
trenta  spedali  con  più  di  mila  letta  ad  allogare  i 
poveri  e  infermi,  e  da  dugentocinquanta  in  trecento 
cappellani  preti.  Le  botteghe  dell*  arte  della  lana  e- 
rano  dngento  o  più,  e  facevano  da  settanta  in  ot- 
tantamila panni,  che  valevano  da  uno  milione  e  du- 
gento  migliaia  di  fiorini  d^oro;  che  bene  il  terzo 
più  rimaneva  nella  terra  per  ovraggio,  senza  il  gua- 
dagno de*  lanaiuoli  del  detto  ovraggio,  e  viveanne 
più  di  trentamila  persone.  Ren  troviamo,  che  da  trenta 
anni  addietro  erano  trecento  botteghe  o  circa,  e  fa- 
cevano per  anno  più  di  cento  migliaia  di  panni;  ma 
erano  più  grossi  e  della  metà  valuta,  perocché  al- 
lora non  ci  entrava  e  non  sapeano  lavorare  lana  d'In- 
ghilterra, come  hanno  fatto  poi.  I  fondachi  dell'  ar- 
te di  Calimela  de*  panni  fìranceschi  e  oltramontani 
erano  da  venti,  che  faceano  venire  per  anno  più  di 
diecimila  panni  di  valuta  di  trecento  migliaia  di  fio- 
rini d*oro,  che  tutti  si  vendeano  in  Firenze  senza 
quelli  che  mandavano  fuori  di  Firenze.  I  banchi  dei 
cambiatori  erano  da  ottanta.  La  moneta  delPoro  che 
si  batteva  era  da  trecentocinquanta  migliaia  di  fiorini 
d' oro  e  talora  quattroeentomila  ;  e  di  danari  da  quat- 
tro piccioli  Tuno  si  batteva  Tanno  circa  ventimila 
libbre,  n  collegio  de*  giudici  era  da  ottanta.  I  notai 
da  seicento;  medici  fisici  e  cerusichi  da  sessanta; 
botteghe  di  speziali  erano  da  cento.  Mercatanti  e 
merdai  erano  grande  numero;  da  non  potere  sti- 
mare le  botteghe  de'  calzolai,  pianellai  e  zoccolai  ; 
erano  da  trecento  e  più  quegli  eh*  andavano  fuori  di 
Firenze  a  negoziare,  e  molti  altri  maestri  di  più  me- 
stieri, e  maestri  di  pietra  e  di  legname.  Aveva  al- 
lora in  Firenze  centoquarantasd  forni,  e  troviamo 
per  la  gabella  della  macinatura  e  per  li  fornai,  che 
ogni  di  bisognava  alla  dttà  dentro  centoquaranta  mog- 
gia di  grano,  onde  si  può  estimare  quello  ohe  biso- 
gnava Tanno;  non  contando,  ohe  la  maggior  parte 
de*  ricchi  e  nobili  e  agiati  dttadini  con  loro  fami- 
glie stavano  quattro  mesi  V  anno  in  contado,  e  tali 
t^^  Trotiamo,  MH^aiM  IMO,  eli*««  fai  oiM  IìIb» 


lice  e  buono  stato,  che  volea  la  settimana  da  otte- 
oento  BM>ggia.  Troviamo  per  la  gabella  ddle  porte 
ohe  e* entrava  Tanno  in  Firenze  da  einquantaeinqne 
migliaia  di  cogna  di  vino,  e  quando  n*  era  abhen** 
danza  droa  diedmUa  eogna  più.  Rioogtava  Y  anno 
netta  dttà  tra  buoi  e  vitelle  droa  quattromila;  ca- 
stroni e  pecore  sessantamila;  capre  e  becchi  venti- 
mila; porci  trentamila.  Entrava  dd  mene  di  lagtte 
per  la  porta  San  Friano  quattromila  some  di  popo- 
ni, che  tutti  si  distribuivano  ndla  eittà.  In  questi 
tempi  avea  in  Firenze  le  infrascritte  signorie  fore- 
stieri, che  ciascuno  teneva  ragione,  e  avea  colla  da 
!  tormentare,  doé  il  podeatà,  capitano,  e  '1  difensore 
del  popolo  e  delT  arti;  T esecutore  degli  ordinameati 
della  ginatizia,  il  capitano  della  guardia  ovvero  eoo- 
servadore  dd  popolo,  il  quale  avea*  più  balia  che 
gli  altri  ;  tutte  queste  quattro  dgnorie  aveano  arbi- 
trio di  punire  personalmente  il  giudice  ddla  ragieae 
e  dell*appdlagione;i(  giudice  sopra  le  gabelle,  To- 


fidale  aopra  gli  ornamenti  ddle  donne;  Tufidale 
ddla  mercatanzia  ;  T  nfidale  dell*  arte  de)la  lana;  gli 
ufidali  eedesiastichi  ;  la  corte  del  vescovo  di  Firen- 
ze ;  la  eorte  del  vescovo  di  Fiesole  ;  Tinquisitore  dd- 
T  eretica  pravità,  e  altre  dignità  e  magiifloenze  deUs 
nostra  dttà  di  Firenze  non  sono  da  lasdare  di  metterla 
in  memoria  per  dare  avviso  a  qudli  che  verranno  die- 
tro a  noi.  BIT  era  dentro  bene  situata  e  albergata 
di  molte  belle  case,  e  al  eontinovo  in  questi  teaipi 
8*  edificava  migliorando  i  lavorii  di  fargli  agiati  e 
ricchi,  recando  di  fuori  belli  esempi  d*  ogni  miglio- 
ramento. Chiese  cattedrali  e  di  firati  d*  ogni  tegola, 
e  magnifichi  monasteri  ;  e  oltre  a  dò  non  v*era  cit- 
tadino popolano  0  grande  che  non  avesse  edificato  e 
che  non  edificasse  in .  contado  grande  e  ricca  pes- 
sessione,  e  abitura  ^  molto  ricca,  e  con  begli  edifloii 
e  molto  meglio  che  in  città:  e  in  questo  daacoao 
d  peccava,  e  per  le  disordinate  spese  erano  tesali 
matti.  E  at  magnifica  cosa  era  a  vedere,  che  i  fore- 
sUeri  non  usati  a  Firenze  venendo  di  fuore,  i  pia 
credevano  per  li  ricchi  edifidi  e  belli  palagi  di*  ara- 
no di  laorì  alla  dttà  d*  intomo  a  tre  migUa,  eha 
tutti  foasono  ddla  dttà  a  oMdo  di  Roma,  sanu  i 
ricchi  palagi,  torri,  cortili,  e  giardini  murati  più  di 
lungi  dia  dttà,  che  in  altre  contrade  sarebbono  chia- 
mate castdla.  In  aomma  d  stimava,  ohe  intorno  sUi 
dttà  a  sei  miglia  aveva  tanti  ricchi  e  nobili  abitari 
che  due  Firanze  non  avrebbono  tanti:  buta  assti 
avere  detto  de*  fatti  di  Firenze. 

cAprroLO  xcv. 

Di  che  progema  furono  qnsiii  detta  Scoia 

di  Verona»  . 

Ancora  pare  che  d  oonvengn,  dappoiché  ossii 
sverno  detto  de' fatti  di  Firanze,  Cara  menzione  del 
eonunctaoMBlo  di  quelli  detta  Soela  di  Verona,  ohe 
tanto  hanno  Catta  risonara  Lombardia  e  Toscana  ài 
loro  guerre  o  tirannie,  come  addietro  é  fatta  meo- 
done«  Che  para  ohe  Dio  permetta  sovente  di  Ove  na- 


i^sea  fuori  d  «ae  par  osiiaMaai^ 


/ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


421 


•oere  ^  ino«eUi  profeaia  tiraoDi  poMoiti  per  ab- 
iMttere  V  orf  oglio  a  aaperbia  de'  popoli  e  de'  nobili 
per  li  loro  peooatL  Troviamo  die  al  tempo  del  grande 
tiruBO  Assolino  da  Romano,  onde  addietro  facem- 
mo neniiooe,  il  qaale  diiertò  tjDtCi  i  nobili  della 
Marca  Trevigiana,  e  di  Padova  e  di  Verona,  e  intor- 
no di  novanta  anni,  che  in  Verona  avea  uno  vile 
oemo  chiamato  Iacopo  Pico  ;  che  si  dice  faceva  acale 
e  reodevalev  e  da  questo  principio  presono  Tarme, 
e  ehi  dice  fa  mercatante  di  montagna;  costui  ebbe 
doe  flgMnoli,  Alberta  e  Mutino.  Questo  Mastino  era 
grande  e  forte  della  persona  e  assnffatore  e  giuo- 
calore,  ed  era  prò*,  valoroso  e  savio  nel  suo  me- 
stiere. B  alla  prima  fu  capitano  di  ribaldi,  seguendo 
Aaxolino  a  piedi  nelle  sue  cavalcate.  Poi  per  Io  suo 
firanco  adoperare  piacendo  al  tiranno,  il  fece  capi- 
tano delle  stM  masnade  a  piò;  poi  gli  venne  in  tanta 
grafia,  che  '1  fece  quasi  provveditore  e  dispensatore 
di  latte  le  soe  masnade^  da  cavallo  e  da  piede.  B 
qoaado  Assolino  fu  morto,  trovandosi  in  quello  nfi- 
cto  con  seguito  di  soldati  si  fece  fare  capitano  di 
Verona,  e  poi  fece  fare  cavaliere  se  e  Alberto  suo 
fratello,  il  quale  fu  aavio,  e  valoroso,  e  da  bene;  e 
ooil  li  fortuna  gli  montò  in  istato,  che  il  Mastino 
era  signor  di  Verona,  e  messer  Alberto  podestà  di 
Mantova,  e  il  figliuolo  del  signore  di  Mantova  mes- 
ser Botticello  era  podestà  di  Verona.  Avvenne  ohe 
certi  gentili  uomini  rimasi  in  Verona  avendo  incre- 
pore  e  invidia  del  signore  tiranno  messer  Mutino, 
essendo  di  vife  condisione  e  nascimento,  e  per  fona 
dì  tirannia  fatto  loro  signore,  feciono  loro  congiara 
d** acciderlo,  e  furono  venticinque;  e  ducano  pro- 
luse e  giurò  di  brìo.  B  così  seguirono,  che  ve- 
g^endo  uno  giorno  al  palagio  del  comune  sans'  ar- 
ane a  modo  di  signore  che  non  si  prendes  guardia, 
e  giagnendo  in  sulla  piasse,  tutti  i  detti  collegati 
r  aualirono,  e  ciascuno  colle  coltella  in  mano  il  fe- 
dirono saosa  contruto  ninno,  e  nn^p  fu  ardito  di  le- 
varlo di  terra.  Il  podestà,  cioè  messer  Botticello,  di 
presente  il  fece  sentire  a  messer  Alberto  suo  fratello 
a  Mantova,  il  quale  tutta  la  notte  appruso  che  Teb- 
be  saputo  cavalcò  segretamente  e  venne  in  Verona, 
e  entrò  iiel  palagio,  luciando  tutta  la  sua  cavalle- 
ria di  Mantova  che  '1  seguisse  appresso;  e  cosi  il 
aegoirono.  B  il  podutà  la  mattina  vegnente  fece  ri- 
diiedere  tutti  i  buoni  uomini  di  Verona  a  consiglio, 
e  quegli  medesimi,  che  avean  morto  messer  Masti- 
no, promettendo  che  voleva  che  la  terra  si  rìfor- 
muse  a  reggimento  comune.  Baunato  il  consiglio, 
messer  Alberto  usd  della  camera  disarmato  e  venne 
nel  consiglio,  e  sali  nella  ringhiera,  donde  tutti  quelli 
del  consiglio  si  maravigliarono.  Messer  Alberto  con 
allegro  viso  comindò  dissimulatamente  le  tirannie  e 
rie  opere  di  suo  fratello  a  biasimare,  e  lodava  ciò 
ohe  di  lui  era  fatto,  onde  il  consiglio  era  lutto  con- 
tento, ma  come  seppe  eh'  erano  venute  le  masnade 
da  Mantova,  com*  era  ordinato  il  tradimento  per  lui 
e  per  lo  podestà,  fece  serrare  il  palagio  e  uscire 
tmori  ì  fanti  armati,  e  ncdsono  lutti  coloro  eh'  a- 
veaao  morto  meuer  Mulino,  e  gitlatigli  morti  dalle 
fiaeaire  del  palagio,  meuer  Alberto  corse  la  terra 
o  fecesene  sigaore  ;  e  persegnitò  lolle  le  sdiiatte  di 


coloro  cfa^aveano  morto  musar  Mutino^  e  caeoio- 
gli  di  Verona.  Questa  fu  la  morte  e  vendetta  del  pri- 
mo muser  Mastino.  Il  detto  muser  Alberto  ebbe 
più  figliuoli,  i  quali  fece  tutti  cavalieri  essendo  quasi 
garsoni.  Bimue  dopo  la  morte  ài  muser  Alberto  in 
vita  tre  suoi  figliuoli:  messer  Bartolommeo,  questi 
regnò  signore  ^  Verona  appresso  la  morte  del  pa- 
dre e  non  lasciò  figliuoli;  il  secondo  fu  messer 
Checchino,  che  reguò  appruso  ;  il  terzo  fu  messer 
Cane,  che  fu  valente  tiranno  e  signore  dabbene,  di 
coi  addietro  facemmo  menzione,  e  fu  amico  del  no- 
stro comune;  di  costui  non  rimue  ninno  figliuolo 
madornale.  Dopo  lui  regnarono  i  nipoti  e' figliuoli  di 
muser  Checchino,  ciò  furono  messer  Alberto  e  mu- 
ser Mutino,  di  cui  lungamente  avemo  fatta  menzio- 
ne. B  assai  sia  detto  di  quelli  della  Scala,  tornando 
a  nostra  materia. 

CAPITOLO  XCVL 

Come  i  Romani  feciono  pace  ira  loro^  grandi  e  il 
popolo  e  mandarono  a  Firenze  per  avere  leggi 

e  statuti» 

Nel  detto  anno  1338,  incalen  di  novembre,  i 
Romani  per  certa  revelazione  di  sante  persone,  e  fa 
quui  ispirazione  divina,  si  convertirono  a  generale 
pace  insieme  i  nobili  co' popolani,  dimettendo  per 
1*  amore  d' Iddio  1*  uno  ali*  altro  ogni  offesa,  che  fu 
una  mirabile  cosa.  B  poi  1*  agosto  vegnente  feciono 
popolo,  e  mandare  loro  ambudadori  a  Firenze  a 
pregare  U  nostro  comune,  che  mandasse  loro  gli  or- 
dini della  giustizia,  che  sono  contrs  i  grandi  e  po- 
tenti in  difensione  de' popolani  e  meno  possenti,  e 
altri  buoni  ordini  che  noi  avevamo.  Il  comune  di  Fi- 
reoze  mandò  a  Roma  suoi  ambudadori  co'  detti  or- 
dini, i  quali  da'  Bomani  furono  onorevolmente  rice- 
vuti e  graditi.  B  nota,  come  si  mutano  le  condi- 
zioni e  gli  stati  de'  secoli,  che  i  Romani  anticamente 
feciono  la  città  di  Firenze  e  dierono  loro  legge,  e 
in  quuti  nostri  tempi  mandare  per  le  leggi  a' Fio- 
rentini. . 

CAPITOLO  XCVIL 

Di  più  battaglie  e  sconfitte  che  furono  uno  giorno 
in  sul  contado  di  Milano^  e  per  che  modo  elleno 

riuscirono. 

Nel  detto  anno,  usendo  rimui  ne'  borghi  di  Vi- 
cenza gran  parte  delle  munade  a  cavallo  state  in  Lom- 
bardia al  noatro  servigio  e  de*  Veneziani,  come  detto 
avemo  addietro,  dappoiché  fu  fatta  la  pace  con  messer 
Mutino,  e  pagati  cortuemente  per  la  nostra  lega, 
eglino  fedone  una  compagna,  e  furono  bene  due- 
milacinquecento  cavalieri;  e  non  si  vollono  partire 
da  Viceasa,  se  non  avusono  moneta  ds  muser  Ms- 
stino.  Messer  Loderìgo  Visconti,  consorto  e  rubello 
di  messer  Azze  Visconti  di  Milano,  andò  a  Vioensa 
con  SUB  moneta,  e  col  favore  e  moneta  di  muser 
Mestino,  il  qosle  per  levare  dalle  sue  terre  Is  detta 
gente  stati  suoi  avversari,  e  per  mandargli  addosso 


423 


CRONICHE 


a  meiser  Ano  tao  nimico,  foco  oondacere  al  detto 
messer  Lodarìgo  la  detta  compaia.  E  all^entrare  del 
moie  di  febbraio  gli  condosse  in  sol  Milanese  paa- 
Band»  il  flnme  dell*  Adda  ;  e  aopra  quello  di  Milano 
stette  dodici  di  faccendo  gran  danno  di  ruberie,  ma 
non  d*  arsione.  Alla  fine  s^  accamparono  alla  villa  di 
Lignano  presso  alla  città  di  Milano  dieci  miglia.  Sa- 
pendosi la  novella  in  Milano  n!"  abbono  grande  tur- 
bauone,  e  uscirono  di  Milano  popolo  e  cavalieri  a 
di  15  di  febbraio  con  ordine  di  loro  astrolago,  pro- 
mettendo loro  di  vincere  i  nimici,  ma  male  provvid- 
de,  che  prowidde  la  dolorosa  vittoria  che  a  loro 
ne  seguì;  della  quale  oste  ne  fu  capitano  messer  Lu- 
chino Visconti  lio  di  messer  Auo,  ed  era  gravato 
di  gotte,  e  furono  tremila  cavalieri  e  bene  diecimila 
pedoni.  Ed  essendo  una  parte  della  gente  di  Milano 
da  mille  cavalieri  e  da  tremila  pedoni  nella  villa  d'A- 
rò, e  di  quella  poi  andaro  alla  vilU  di  Parabico,  la 
acliiera,  ond'  era  capitano  Giovannello  Visconti  e 
messer  Giovanni  dal  Fiasco,  e  più  di  venti  gentili 
nomini  di  Brescia;  e  il  maliscalco  dell* oste,  ch^era 
Tedesco,  e  messer  Luchino  coU^altra  gente  s^  accam- 
pò nella  villa  d*Arreriva.  Sentendo  ciò  messer  Lo- 
derigo,  uno  sabato  notte  a  di  19  di  febbraio  in  au 
r  ora  del  mattutino  cavalcò  alla  detta  villa  di  Para- 
bico,  e  di  notte  usali  i  nimici,  i  quali  accampati 
di  fresco,  e  non  provveduti  per  lo  subito  assalto 
della  notte,  alla  detta  villa  di  Parabico  furono  scon- 
fitti in  poco  d*ora,  e  mortine  grande  quantità  spe- 
zialmente di  pedoni  per  lo  scuro  della  notte,  e  mo- 
riwi  messer  Giovanni  dal  Fiasco  di  Genova  capitano 
di  quella  gente,  e  piik  altri  Lombardi  e  Tedeschi.  La 
domenica  mattina,  a  ^  20  del  mese  di  febbraio^  a- 
vendo  messer  Loderigo  avuta  la  detta  vittoria  mandò 
settecento  cavalieri  verso  Milano  al  passo  d*uno  fiu- 
me per  torlo  a^  Milanesi,  i  quali  feciono  uno  grande 
danno  al  popolo  di  Milano  che  foggia  in  Milano  per 
la  detta  sconfitta;  e  lasciò  a  Parabico  quattrocento  ca- 
valieri co*  prigioni  e  colla  preda,  e  poi  col  rimanente 
di  sua  oste,  eh*  erano  millecinquecento  cavalieri,  si 
tenne  schierato  al  campo  di  fuori  della  villa  uno  miglio. 
Messer  Luchino  sentendo  la  novella  delPassalto  fatto 
la  notte  alla  ava  gente  a  Parabico  osci  di  Milano  e 
fece  due  schiere,  ed  egli  con  millecinquecento  cavalieri 
ledesohi,  ed  Ettore  da  Panigo  con  settecento  cavalieri 
italiani,  infra*  quali  aveva  dugento  cavjlieri  del  co- 
mune di  Bologna  al  servigio  di  quelli  di  Milano,  e 
veniva  per  soccorrere  la  sua  gente,  e  trovolli  scon- 
fitti. Ettore  entrò  in  Parabico  ove  aveva  quattrocento 
oavab'erì  di  messer  Loderigo  che  guardavano  la  preda, 
e  quegli  assalirono,  e  dopo  lunga  battaglia  Ettore 
gli  sconfisse.  Messer  Luchino  s*  aSrontò  con  messer 
Loderigo  la  domenica  in  su  1*  ora  di  terza,  e  fu  tra 
loro  aspra  battaglia  che  durò  infino  pusata  nona. 
Alla  fine  fu  scavallato  e  fedito  e  preso  messer  Lu- 
chino, e  rotta  la  sua  gente  e  messa  in  cacda.  In 
questo  sopravvenne  Ettore  da  Panigo  alla  detta  bat- 
taglia co*  suoi  Italiani,  di*aveano  sconfitto  quelli  quat- 
trocento cavalieri  che  messer  Loderigo  avea  lasciati 
a  Parabico,  e  percossono  aopra  la  gente  di  meaaer 
Loderigo,  i  quali .  credendosi  avere  vinto  il  ^mpo 
erano  aciarrali  cacciando  gli  aconfitti;  per  la  qnal 


cosa  fàrono  di  presente  rotti  e  sconfitti,  e  riscosso 
messer  Luchino  e  gli  altri  presi;  di  prima  fu  preso 
messer  Loderigo  e  la  maggiore  parte  di  sua  gente, 
e  menato  a  Milano.  E  cosi  furono  morti  e  presi  quui 
tutta  la  detta  infortunata  compagna  ;  e  tornando  nei- 
ser  Luchino  verso  Milano,  per  la  via  al  sopraddetto 
passo  vi  fu  sconfitto  Malerba  Tedeaco  capitano  de* 
detti  settecento  cavalieri  che  messer  Loderigo  avea 
mandati  al  passo  verso  Milano.  Ma  le  dette  vittorie 
del  signore  di  Milano  furono  con  grande  dammaggio 
di  sua  gente,  che  vi  morirono  pib  di  cinquecento 
uomini  a  cavallo^  e  più  di  tremila  uomini  a  piede 
del  popolo  di  Milano.  Avemo  fatto  si  lungo  conto 
per  le  svariate  battaglie  e  rotte  che  furono  tra  le 
dette  genti;  che  in  uno  giorno  furono  date  cinqae 
sconfitte  tra  dell"  una  parte  e  dell*  altra,  che  non  av- 
venne mai  più  in  Italia  sì  fatta  cosa.  Di  questo  sa- 
pemmo il  vero  da  più  genti  degne  di  fede  che  ti 
furono  presenti.  Lasceremo  di  questa  materia  e  tor^ 
neremo  a  nostro  proposito. 

CAPITOLO  XCVllL 

Come  nusser  Massino  della  Scala  renne  atta  tiUà 

di  Lucca. 

L*anno  1339,  fatta  la  pace  da  noi  a  messer 
Mastino,  come  addietro  è  fatta  menzione,  mesier 
Mastino  venne  a  Parma,  e  riformò  la  terra,  e  fo- 
cene signori  i  suoi  cugini  figliuoli  di  messer  Auo 
da  Correggio,  volendone  essere  tuttavia  sovrano;  mi 
poco  appresso  la  tolsono  tutta  a  Ini,  come  innaan 
assai  tosto  si  farà  menzione.  Poi  a  di  1 1  d*  aprile 
messer  Mastino  venne  a  Lucca,  e  foce  a*  Lucchesi  oaa 
imposta  di  ventimila  fiorini  d*oro,  che  n*avea  gru 
bisogno.  E  poco  stette  in  Lucca,  che  come  Tebbe 
riformata,  vi  lasdò  per  suo  vicario  Guglielmo  Sca- 
nacci  degli  Scannabecchi  di  Bologna,  antico  ghibel- 
lino e  uscito  di  Bologna  per  parte;  e  tomossi  poi 
a  Verona.  E  nella  sua  stanza  di  Lucca,  in  Pisa  e  is 
Firenze  n'  ebbe  grandi  sospetti  per  li  suoi  trattati  e 
tradimenti,  e  fecési  gran  guardia  in  Firenze  e  nella 
castella  delle  frontiere.  Lasceremo  alquanto  de' no- 
stri fatti  d*  Italia,  e  diremo  come  il  re  di  Spagai 
sconfisse  una  grande  oste  di  saracini. 

CAPITOLO  XCIX. 

Come  i  Saracini  furono  sconfiUi  dal  re  di  Spegne 

in  Granala, 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  giugno,  il  flgUoo- 
lo  del  re  di  Marocco  Saracino  passò  in  Granata  eoo 
molti  navUii,  e  con  innumerabile  gente  di  Mori  detti 
saracini  per  andare  sopra  il  reame  di  Spagna.  Sea- 
tendo  ciò  il  re  di  Spagna  fece  armare  trenta  galee 
e  dodici  legni  di  corso  e  venti  navi  ovvero  cocche 
per  contrastare  il  detto  passaggio  ;  ma  fu  tardi,  che 
i  Mori  del  Garbo,  che  sono  vicini  alla  *ncontra  di 
Granata,  presono  tempo  fatto,  e  passarono  sanu 
contrasto  neuno  innanzi  che  venisse  f  armata  del  re 
di  Spagna.  Poi  venuto  il  re  di  Spagna  isoese  in 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


423 


lem  •  paosesi  ad  assedio  alla  città  di  linda.  I  aa- 
radni  vennono  per  cornane  alla  ^ocontra  de^  cristiani 
per  guarentire  la  terra.  Allora  il  re  di  Spagna  per  mae- 
strìa di  guerra  e  per  sottrarre  isaracini  si  levò  dalfas- 
sedio  a  di  21  di  loglio,  faccende  sembianza  di  dubitare 
.e  di  fuggire;  e  prima  mise  in  agnato  della  migliore 
gente  a  cavallo  e  a  piedi  cb^egli  avesse  nella  sna  oste. 
I  saracini  veggendo  che  i  cristiani  quasi  si  partiva- 
no a  modo  di  gente  rotta,  gli  seguirono  sanza  ve- 
runo ordine  in  grandissima  moltitudine;  e  passati 
gli  agnati,  i  cristiani  corsono^  sopra  loro,  e  in  poco 
d^ora  gli  misono  in  isconfitta,  nella  quale  rimasono 
de*  Morì  tra  morti  e  presi  più  di  ventimila.  E  nota, 
come  noi  cristiani  solevamo  tenere  la  Terra  Santa  in 
Sorìa,  che  chi  andava  o  mandava  o  dava  sussidio 
avea  grande  perdonanza  da  Santa  Chiesa,  cosi  i  sa- 
racini dell'universo  infino  in  Arabia  mantengono  il 
reame  di  Granata  in  Ispagna,  e  al  continuo  mandano 
gente  '  e  moneta,  e  talora  fanno  generali  e  grandi 
passaggi  a  oltraggio  '  della  Chiesa  di  Roma  e  del  re 
di  Francia  e  degli  altri  cristiani,  avendo  il  reame  di 
Granata  intomeggiato  tra  le  terre  de'cristiani,  ed  es- 
sendo si  presso  dov*  è  oggi  la  sedia  apostolica,  san- 
za avere  a  passare  mare,  a  grande  vergona  dei  cri- 
stiani ;  ma  intendesi  solo  a  tesaurizzare  sanza  vo- 
lerlo spendere  in  servigio  della  cristianità,  ma  sos- 
tenere e  nutricare  le  guerre  dall'uno  re  de' cristiani 
contro  r  altro  ;  ma  tal  peccato  non  passerà  guari 
impunito. 

CAPITOLO  C. 

Di  certi  segni  cìC  appartono  tu  Firen*e  e  altrove^ 
onde  poco  appresso  ne  seguì  assai  di  male. 

Nel  detto  anno  1339,  a  di  7  di  luglio,  tra  la 
nona  e  il  vespro  scurò  il  sole  nel  segno  del  cancro 
più  chele  due  parti;  ma  perchè  fu  dopo  il  merig- 
gio al  declinare  del  sole,  non  si  mostrò  la  scurità 
come  se  fosse  notte,  ma  pure  si  vide  assai  tene- 
broso. E  nota,  secondo  che  scrivono  gli  antichi 
dottori  di  strologia,  che  ogni  scorazione  del  sole  nel 
segno  del  cancro,  die  viene  quasi  di  cento  anni  u- 
na  volta,  dimostra  grande  significazione  di  male  do-* 
▼ere  avvenire  al  secolo;  imperocché  '1  cancro  è 
ascendente  del  mondo,  e  più  significa  dove  è  in  quella 
parte  deiremisperio  dove  fa  tenebra,  cioè  essendo 
il  sole  al  meriggio,  che  noi  volgarmente  diciamo  o- 
ra  di  nona  ;  ma  pure  all'  ora  che  venne  significò  in 
Firenze  e  d'intorno  fame  e  mortalità,  come  innanzi 
leggendo  si  troverà.  E  aggiunto  a  questo  venne  in 
Firenze  il  primo  dì  d' agosto  seguente  grandi  e  dis- 
ordinati tuoni  e  baleni,  gittando  più  folgori  nella 
città  e  nel  contado  di  Firenze  ;  intra  l' altre  una  ne 
cadde  in  sulla  torre  della  città  di  contro  a  San  Gallo, 
e  abbattè  parte  d'uno  merlo,  e  poi  percosse  nella 
porta,  e  arse  dell'uscio  e  uccise  tre  uomini.  E  poi 
a  dì  4  di  settembre  simUemente  furono  tuoni  e  fol- 
gori diversi,    e  uno  ne  cadde  in  sulla  torre  del  pa- 


lagio del  popolo,  e  abbattè  parte  d' nno  merlo,  e 
tutti  furono  segno  di  futuri  mali  alla  nostra  città, 
come  tosto  appresso  seguirono  ;  che  nel  detto  anno 
in  sulla  ricolta  valse  lo  staio  del  grano  soldi  ven- 
tuno, e  poi  montò  in  soldi  cinquanta  innanzi  che 
fosse  l'altra  ricolta;  e  se  non  fosse  la  provedenza 
del  comune  di  farne  venire  per  mare,  il  popolo  mo* 
riva  di  fame,  che  costò  al  comune  lo  'nteresso  più 
di  cinquantamila  fiorini  d'oro,  tutto  che  certi  ufi- 
ciali  cittadini  ne  feciono  baratteria  assai  con  mes- 
ser  Iacopo  Gabbrìeili  d'Agobbio  insieme,  ch'era 
capitano  della  guardia  del  popolo,  ovvero  tiranno 
de' popolani  reggenti,  e  condannò  gl'innocenti  in-r 
giustamente,  perch'aveano  grano  per  loro  vivere  e 
per  loro  famìglie,  e  lasciando  i  possenti  colle  grandi 
endiche^,  onde  seguì  assai  di  male  appresso.  E  si- 
milemente  fu  il  detto  anno  grande  caro  di  vino,  che 
di  vendemmia  valse  il  cogno  di  comunale  vino  fio- 
rini sei  d'oro,  e  ciascuna  arte  di  Firenze  fu  in  male 
stato  per  guadagnare. 

CAPITOLO  CL 

Come  morì  messer  A%%o  Visconti  signore  di  Milano^ 
e  fìi  fatto  signore  messer  Luchino  Visconti  suo  aio. 

Neb detto  anno  1339,  a  di  16  d'agosto^  morì 
messer  Azzo  Visconti  signore  di  Milano,  e  '1  di  ap- 
presso furono  fatti  signori  il  vescovo  di  Noara  mes- 
ser Giovanni  che  fu  cardinale  dell'  antipapa,  e  mes- 
ser Luchino  suo  fratello  figliuoli  di  messer  Maffeo 
Visconti;  ma  a  messer  Luchino  rimase  la  signoria. 
E  poi  a  di  21  del  mese  appresso  s'accordò  con  pa- 
pa Benedetto  e  colla  Chiesa,  per  lo  misfatto  d'essere 
stato  cardinale  dell'  antipapa  e  favorito  il  Bavero  per 
procaccio  di  cinquantamila  fiorini  d' oro  contantL  E 
poi  ogni  anno  fiorini  diecimila  d'  oro  per  censo.  E 
per  simile  modo  s' accordò  messer  Mastino  della  Scala 
colla  Chiesa  per  cinquemUa  fiorini  d' oro  per  anno.  0 
Chiesa  pecuniosa  e  vendereccia^  come  1  tuoi  pastori 
t'hanno  sviata  dal  tuo  buono  e  umile  e  povero  stato^ 
e  cominciamento  di  Cristo? 

CAPITOLO  CU. 

Come  la  città  di  Genova  e  quella  di  Saona  feciono 
popolo  e  chiamarono  nuovo  dogio. 

Nel  detto  anno  1339,  a  di  24  ^  di  settembre, 
quegli  della  città  di  Saona  feciono  popolo;  e  tol- 
sono  le  due  castella  eh*  erano  nella  terra  a  quegli 
di  casa  Doria  e  di  casa  Spinoli  di  Genova,  che  te- 
neano  le  dette  castella,  e  gli  ne  cacciarono  fuori.  E 
poi  tre  di  appresso  i  cittadini  di  Genova  si  levarono 
a  romore  e  dispuosono  i  capitani,  ch'era  l'uno  de- 
gli Spinoli  e  l'altro  Doria,  e  cacciarono  della  terra 
loro  e  loro  consorti  e  altri  possenti;  e  feciono  po- 
polo, e  chiamarono  dogio  al  modo  de'Veneziani  uno 


'  jMrcoMOfK),  leggo  U  ediiiona  da'  Oionti. 
*  a  Mfohriof  sta  ntlU  suddetta  ediiione. 


^  magaaitni,  o  meglio,  grandi  ammaaii  di   grano  in- 
oettato. 

^  a  d\  19,  dice  la  Qinntiiia. 


486 


CRONICHE 


Bruggk  filisi  segmlo  di  nenici;  e  li  notte  per  pia- 
ri  si  faggirono  Terso  Cissella,  e  lasdarono  tatto  il 
loro  cunpo,  e  ciò  fo  i  A  28  di  loglio. 

CAPITOLO  cxn. 

Come  U  re  d'Inghilterra  co* suoi  coliegaH  ti  puoso- 

no  ad  assedio  alia  città  di  Tornai^  e  poi  fu  triegua 

da  loro  al  re  di  Francia, 

Lo  re  Adoardo  avata  la  detta  vittoria  di  mare, 
come  dicemmo  addietro,  non  stette  ozioso  ;  Ina  in» 
Gontanente  scese  in  terra  con  soa  gente,  e  venne  a 
Broggia  e  poi  a  Ganto,  e  da'  Fiamminghi  gli  fa  fatto 
onore,  come  a  loro  signore,  faccendogli  omaggio 
come  al  re  di  Francia.  E  là  fece  parlamento,  die 
vi  fa  il  dnca  di  Brabante  e  '1  conte  d' Annido  e  tatti 
i  collegati  e  qoivi  ordinarono  generale  oste  sopra 
la  città  di  Tomai;  e  sanza  indugio  vi  cavalcarono 
e  accampirsi  intorno  il  detto  re  d' Inghilterra,  e  il 
dnca  di  Brabante,  e.  il  conte  d^Analdo,  e  il  duci  di 
Gialieri,  e  qaello  di  Ghelleri,  e  il  conte  di  Los,  e 
il  sire  di  Falcamonte,  con  più  baroni  di  Yaldireno 
della  Magna  in  quantità  di  più  di  ottomila  pavalie- 
ri;  e  le  ville  di  Fiandra,  e  di  Brabante  e  d' Analdo 
per  cornane  con  più  di  ottantamila  nomini  bene  ar- 
mati i  più  a  coraue  e  barbate,  e  fecionvi  quattro 
campi  ;  né  già  per  quella  piccola  rotta  avuta  a  Santo 
Mieri  non  lasciarono,  ma  vigorosamente  seguirono 
Toste  del  re  d*  Inghilterra.  I  due  campi  furono  di 
qua  dal  fiume  dello  Scelto,  e  i  due  dì  là  dal  fiume, 
faccende  grandi  ponti  in  sulla  riviera  per  passera 
dell*  una  oste  all'altra  per  potere  avere  spedita  la 
vittuaglia  e  guernigione  dell' oste.  In  Tornai  era  il 
oonestabile  di  Frauda  con  bene  quittromili  cava- 
lieri e  diedmila  sergenti  a  pie  sansa  i  dttadini, 
eh*  erano  più  di  quindicimila  ;  e  tra  quegli  d*  entro 
e  quei  di  fuori  ebbe  molti  assalti  e  punghe  e  ba- 
dalucchi a  cavallo  e  a  piedi;  e  per  la  moltitudine 
eh*  era  nella  città  di  bestie,  non  provveduta  di  vit- 
tuaglia a  soffieiensa,  n'  avea  assai  difetti.  Onde  i  dt- 
tadini  si  comindarono  a  dolora  al  conestabile,  che 
levuse  loro  1*  assèdio,  o  eglino  cercherebbono  loro 
accordo,  lì  conestabile  mandò  per  soccorso  al  re  di 
Frauda,  mostrandogli  che  la  terra  era  per  perder- 
si, n  re  Filippo  di  Valois  vi  venne  al  soccorao  in 
peraoii  con  più  di  diecimila  cavalieri  e  popolo  gran- 
dissimo, e  accampossi  presso  alla  dttà  a  una  lega. 
Hi  pere  Toste  del  re  d'Inghilterra  e  degli  nitri  col- 
legati non  si  mosse,  che  erano  molto  afforaati  i  loro 
eampi,  ed  erano  signori  di  combattere  o  di  schifare 
li  battaglia  a  loro  piaceVe.  Il  re  di  Francia  non  po- 
tendo combattere  co'nimid,  nò  impedire  la  vittua- 
glia a' loro  oampi,  nò  foraire  Tomd  sansa  grande  pe- 
ricolo, dubitò  forte  di  perdere  la  terra.  E  incontanente 
incominciò  a  cercare  trattato  d'accordo  per  mano  del 
daoa  di  Brabante  con  grosso  spendio  a'  caporali  delle 
comuni  di  Brabante,  che  non  erano  cosi  costritti  ^ 
illi  guerra  come  i  Fiamminghi  e  gli  Anoierì.  U  re 
d' Inghilterra  non  volea  intendere  i  trattato,  cono- 


scendo che  li  terra  non  si  potea  difendere  nò  te- 
nere per  difetto  di  vittuaglia  ;  e  avendo  egli  le  dttà 
di  Toraii,  che  ò  si  forte  e  possente  e  nccostata  a 
Fiandra  e  ad  Analdo  e  al  Brabante  e  aU^iltre  terre 
deU*  imperio,  ed  ò  li  chiive  dd  reame  di  Francia, 
ivei  per  vinti  li  guerra  ;  che  *1  re  di  Frendi  non 
ivrebbe  tenuta  terra  da  Compiegne  in  là.  Va  i  Bra- 
bansoni  sentendo  il  trattato  che  menavi  il  loro  da- 
ci,  e  per  li  corrasione  delle  monete  del  re  di  Fruì- 
da,  come  dicemmo  innensi,  fedone  panie  falsi  \  e 
subitemente  d  levereno  da  campo  e  tornarono  in 
loro  paese.  U  re  d*  Inghilterra  *e  gli  altri  illegati 
reggendosi  ingannati  e  falliti  da  Brabansoni,^e  al  ra 
falliva  la  moneta,  che  i  suoi  ufidali  di  là  ne  1  te- 
neano  a  dieta  e  scerso,  si  compio  il  trattito  il  me- 
glio che  potò,  fiocendo  triegue  infino  nlli  feste  di 
San  Giovanni  avvenire,  rìmetlendod  deOe  pioe  nd 
pepi  e  nella  Chiesa  di  Robm.  E  se  infra  *1  ternane 
non  fosse  fitto  Ticoordo,  si  dovei  riporre  li  dttà 
di  Torau  nello  steto  eh'  elT  era,  che  non  vi  d  tro- 
vò di  vivere  per  otto  giorni.  B  cosi  si  ginriroio 
le  triegue  per  i.doe  re  e  gli  nitrì  eoUegili,  e  le- 
vironsi  di  oste  e  di  26  di  settembre  1340.  Hi  lo 
re  di  Fraudi  non  tenne  fede,  me  com'  egli  ebbe  li- 
bero Toraai,  il  fece  foraire  per  due  unni;  e  pd 
andò  di  trìegua  in  trìegue,  e  altre  natadoni  di 
guerra,  come  innansi  per  li  tempi  faremo  mendone. 
Lo  re  d' Inghilterra  stette  in  Fiandra  infino  a  messo 
novembre,  e  poi  si  pertl  dalle  Schiase  e  andonae 
in  Inghilterra.  E  incontanente  fece  pigliare  i  suoi  te- 
sorìerì  e  ufidali,  ohe  nonno  Tavea  ben  fornito  di 
moneta,  e  tolse  loro  di  molti  danarL 

CAPITOLO  CXQl. 

Come  tarmata  del  re  di  Spagna  quasi  perì 

per  fortuna. 

Nel  detto  anno  1340,  del  mese  d^aprfle,  man- 
dò il  re  di  Spagna  sua  armata  di  ottanti  gilee  sopra 
i  saracini  di  Granata  che  teneano  il  monte  Giobelta- 
ro,  acciocchò  i  saracini  di  Setta  non  polessono  ve- 
nire a  forairlo  :  ma  gran  fortuna  di  mare  gli  soprap- 
prese, ch'eglino  percossone  a  terra,  e  rappono 
ventiquattro  gdee  con  grande  danno  de'  cristiani.  Li- 
sceremo dquanto  de*  fatti  de'  cristiani  d'oltremare, 
e  toraeremo  alquanto  addietro  a  raccontare  delle  no- 
vita  in  questi  tempi  occorse  dia  nostra  dttà  di  ri- 
rense,  e  per  T  altra  Italia. 

CAPITOLO  CXIV. 

Di  grande  mortalità  e  carestia  che  fu  in  Firm^ 
e  d*  intomo j  è  d  una  cometa  che  apparve  in  cielo* 

Nel  detto  anno,  alT  usciU  di  mano,  appenre 
in  aere  una  stella  cometa  in  verso  il  levante  nd  fino 
dd  segno  di  Vergine  e  comindamento  della  Libra,  i 
quali  sono  segni  umani,  e  mostrano  i  segni  '  sopri  i 


oostretti. 


*  Fàar  pmUa  /aita  à  termine  mUltere  antioo  e  vde:  ht 
I  falsa  schiera,  maacira  nella  sdiiera,  ratrooedere  ImproTvuo- 
I     *  t  òeiii,  dice  la  edidone  de'  Gionti  apropofitendo. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


42T 


corpi  umani  di  grande  distrazione  e  morte,  come  di- 
remo appresso  ;  e  darò  la  detta  cometa  poco,  ma  i 
mali  assai,  che  ne  segnirono  di  male  significanze 
sopra  le  genti  e  spezialmente  alla  nostra  città  di 
Firenze.  Che  incontanente  incominciò  gran  mortali- 
tàf^che  qnale  si  poneva  ammalato  quasi  neano  ne 
campava  ;  e  morinne  più  che  '1  sesto  de*  cittadini 
poro  de'  migliori  e  i  più  cari,  maschi  e  femmine, 
che  non  rimase  famiglia  eh'  alcuno  non  ne  mo- 
risse, o  dove  due  o  tre  o  più;  e  dorò  qnesta  pe- 
stilenzia  infino  al  verno  vegnente.  E  più  di  quindici- 
mila corpi  tra  maschi  e  femmine  e  fanciulli  se  ne 
seppellirono  pure  nella  città,  onde  la  città  era  tutta 
piena  di  pianto  e  di  dolore,  e  non  s' intendea  appe- 
na ad  altro  che  a  seppellire  morti.  E  però  si  fece 
ordine,  che  come  il  morto  fosse  recato  alla  chiesa  la 
gente  si  partisse  ;  che  prima  stavan  tanto  che  si  fa- 
cesse r  esequie,  e  a  tali  la  predica  con  solenni  ufici 
a*  maggiorenti  :  e  ordinossi  che  non  andasse  bandi- 
tore di  morti.  In  contado  non  fa  si  grande  la  morta- 
lità, ma  pure  ve  ne  morirono  assai,  e  con  questa  pe- 
stilenza ne  segui  la  fame  e  il  caro,  aggiunta  con 
qnello  dell'  anno  passato;  che  con  tutto  lo  scemo  de' 
morti  valse  lo  staio  del  grano  più  di  soldi  trenta,  e 
più  sarebbe  assai  valuto,  se  non  che  '1  comune  ne 
fece  prowedenza  di  farne  venire  di  pelago.  Ancora 
apparve  un  altro  nuovo  segno  ;.  che  a  di  1 6  di  mag- 
gio nel  detto  anno,  di  mezzo  giorno,  cadde  in  Fi- 
renze e  d"*  intorno  una  gragnuola  grossa  e  spessa, 
che  coperse  le  tetterà  e  la  terra  e  le  vie,-ed  era  alta 
come  grande  neve,  e  guastò  quasi  tutti  i  frutti.  Per 
quésta  mortalità,  a  di  18  di  giugno,  per  consiglio 
del  vescovo  co'  religiosi'  si  fece  in  Firenze  grande 
processione,  ove  furono  quasi  tutti  i  cittadini  maschi 
e  femmine  colla  reliquia  del  corpo  di  Cristo  che  sta 
a  Santo  Ambrogio,  e  andossi  con  essa  per  tutta  la 
terra  infino  a  ora  di  nona,  con  più  di  centocinquanta 
torchi  accesi.  E  poi  appresso  s'aggiunsono  i  mali 
segni,  che  la  mattina  di  San  Giovanni  essendo  ano 
.grande  e  ricco  cero  in  su  uno  grande  e  ricco  carro 
fatto  per  i  signori  della  moneta  per  offerirlo  a  San 
Giovanni,  sì  si  stravolse  sprovvedutamente  con  tutto 
il  carro,  e  cadde  in  su'  gradini  della  porta  de' prio- 
ri, e  tutto  si  spezzò  ;  e  ben  fu  sjBgno  che  dovea  ca- 
dere la  moneta  de'  Fiorentini  e  rompere  quelle  com- 
pagnie^, come  segui  appresso  poco  tempo  con  grande 
danno  de'  Fiorentini;  e  in  quella  mattina  in  San  Gio- 
vanni cadde  un  palchetto  che  v'era  fatto  di  costa  al 
coro,  ohe  v'  erano  suso  tutti  i  cantatori  cherici  che 
oficiavaDO  alla  festa,  e  molti  se  ne  magagnarono  della 
persona.  E  poi  s'aggiunse  male  sopra  male,  che  a 
di  20  di  luglio  e  appresso  la  notte  seguente  s'ap- 
prese uno  grande  fooco  in  Fanone,  e  valicò  nella 
grande  ruga  di  San  Brancazio,  ove  si  faceva  l'arte 
della  lana,  infino  presso  alla  chiesa,  ove  arsone  qua- 
rantaquattro case  con  grande  danno  di  mercatanzie, 
di  panni,  lane  e  masserizie,  e  di  case  e  palazzi.  I 
Fiorentini  sbigottiti  e  impauriti  perii  detti  segni  e. 
danni  all'arti  e  alle  mercatanzie,  non  stettono  mai 


peggio  per  guadagnare;  quelli  che  reggeano  il  co- 
mune, per  conforto  de'  religiosi  per  mostrare  alonna 
pietà,  ordinarono  che  si  traesse  certi  sbanditi  di  ban- 
do, pagando  al  comune  una  certa  gabella,  e  che  i 
beni  de  rubelli,  di'  erano  in  comune,  fessone  renduti 
alle  vedove  e  a'  pupilli,  a  cui  succedeano  ;  ma  non  fd 
perfetta  la  grazia  e  la  misericordia  che  dovesse  pia- 
cere a  Dio,  perocché  si  doveano  restituire  il  prez- 
zo che  prima  gli  aveano,  per  certi  ordini,  fatti  ri- 
comperare dal  comune  alle  dette  vedove  e  pupilli,  e 
non  si  fece;  onde  non  ristettono  a  tanto  le  nostre 
pestilenze,  che  per  lo  nostro  peccato  ne  seguirono 
assai  appresso,  come  innanzi  leggendo  si  troveranno, 
che  avvenne  poi  più  casi,  che  i  vivi  ebbono  astio 
de' morti  per  le  soperchio  tribulazioni  occorse  alla 
nostra  città.  Laseieremo  alquanto  de'  fatti  di  Firenze, 
e  diremo  d'  altre  novità  d' intorno,  tornando  assai 
tosto  a  seguire  delle  avversità  ch'awennono  alla  no- 
stra città  di  Firenze. 

CAPITOLO  CXV. 

Come  gli  Spuletini  levarono  da  oste  in  iiconfUla 

quelli  di  BieH, 

Nel  detto  anno  1340,  all'uscita  di  giugno,  il 
conte  di  Triventi  del  reame  di  Puglia,  essendo  per 
lo  re  Ruberto  vicario  nella  città  di  Rieti,  ed  essen- 
do posto  ad  oste  sopra  il  castello  di  Luco  co'  cit- 
tadini di  Rieti  insieme  con  lui,  gli  Spuletini  con  loro 
amistà  vennero  al  soccorso  di  quello,  e  sconfissero 
il  detto  conte  con  quegli  di  Rieti,  con  grande  dam- 
maggio  di  presi  e  di  morti. 

'     CAPITOLO  CXVI. 

Come  messer  Otiaf^kmo  de^  Bel  forti  si  fece  signore 

di  Volterra. 

Nel  detto  anno,  a  di  8  di  settembre,  nella  città 
di  Volterra  si  levò  romqre;  e  fu  ad  arme  e  a  batta- 
glia cittadinesca.  Dell'una  parte  era  capo  messer  Ot- 
taviano di  Belforte,  che  se  ne  voleva  fare  signore, 
e  dall'altra  parte  il  vescovo  ch'era  suo  nipote  nato 
per  femmina,  con  certi  popolani  che  volevano  vive- 
re in  libertà  ;  ma  la  tirannia  colla  forza  de'  forestieri 
invitati  per  messere  Ottaviano  furono  vincitori,  e  cac- 
ciarono il  vescovo  e  suoi  seguaci,  i  quali  si  ridus- 
sono  in  Berignone  suo  castello,  e  messer  Ottaviano 
si  fece  signore  della  città,  e  poi  seguitandoli,  onde 
sego!  assai  di  male  ;  e  fece  il  detto  messer  Ottavia- 
no uccidere  due  fratelli  del  vescovo  a  tradimento, 
avendoli  sicurati^,  costringendoli  per  avere  il  detto 
castello  di  Berignone  ch'egli  avea  assediato;  il  ve- 
scovo che  v'era  dentro  sofferse  innanzi  di  vederli 
morire  che  di  rendere  il  castello. 


'  e  rompere  queUi  che  la  ffuidavanOf   dice  meglio  la 
Giuntina. 


*  affidati  di  sionreiia  ;   avsndo  loro   data  promassa  di 
salvezaa. 


4S8 


CRONICHE 


CAPITOLO  CXVU. 

Com4  certe  g9le9  de'  Genoven  iconfUiono  i  Turchi 

in  nutre. 

Nel  dello  tono  dodici  galee  di  Genovesi  chV 
riDO  ite  in  Romanie  per  loro  mercatanzia ,  rìlro- 
?andoii  nel  mare  Maggiore  di  là  da  Costantinopoli  con 
centocinquanta  legni  o  più  Ira  grossi  e  piccoli  ar- 
mati di  Turchi  saracini,  i  Genovesi  francamente  gli 
assalirono  e  misongli  in  isconfttla,  raccendo  di  loro 
grande  moleetia  d'aocidergli  e  dVonegargli  in  mare 
dove  ne  rimasono  morti  più  di  seimila,  e  guadagna- 
rono i  Genovesi  molta  roba  e  danari.  In  qaest*anno 
aei  altre  galee  di  Genovesi  eh'  andavano  in  Fiandra, 
forono  prese  dall'  armata  degriogbilesi  a  Sanmari  in 
Brettagna,  e  perderonvi  il  valore  di  dugento  mi- 
gliaia di  fiorini  d' oro  ;  e  così  va  la  fortuna  della 
gaerra  di  mare. 

CAPITOLO  CXVIIL 

Come  in  Fireme  fu  fatta  una  grande  conyiura*iO' 
,ne^  e  la  città  fu  tutta  a  romore  e  ad  arme,  • 

Tornando  a  nostra  materia  a  raccontare  Tav- 
veriitadi  occorse  alla  nostra  città  di  Firenze  in  que- 
sti tempi  per  lo  suo  mal  reggimento,  mi  fa  molto 
turbare  la  mente  sperando  peggio  per  Tavvenire.  Con- 
siderando che  per  li  segni  del  cielo,  né  per  pestilenzia 
di  diluvio,  né  per  mortalità,  né  per  fame,  i  cittadini 
non  pare  che  temano  Iddio,  nò  che  si  riconoscano 
di  loro  difetti  e  peccati;  ma  al  tutto  hanno  abban- 
donata la  santa  carità  umana  e  civile,  e  solo  a  baratteria 
e  tirannia  con  grande  avarizia  reggono  la  repubblica. 
Onde  mi  fa  temere  forte  del  giudicio  d' Iddio.  B  ac- 
ciocché meglio  si  possano  intendere  le  motive  delle 
dissensioni  e  delle  novità  occorse,  e  perché  sia  e- 
semplo  a  quegli  che  sono  a  veiire  acciocché  eglino 
mettano  riparo  e  piglino  esemplo  a  simili  casi,  si 
narreremo  brievemente  il  difetto  del  male  reggimen- 
to ch'allora  era  in  Firenze,  e  quello  che  he  segui 
di  male,  benché  non  sia'  però  scusa  de' mali  opera- 
tori centra  il  comune.  Per  difetto  de'  mali  uftciali  e 
reggenti,  la  città  di  Firenze  si  reggea  allora  e  poi 
un  tempo  per  due  e  per  sesto  de' maggiori  e  più 
possenti  popolani  grassi.  Questi  non  voleano  a  reg- 
gimento pari  né  compagnia,  né  all'uficio  del  prio- 
ralico  né  agli  altri  conseguenti  ufid  mettere  se  non 
ohi  a  loro  piaceva,  e  che  facessono  loro  volontà, 
sdudendone  molto  più  degni  di  loro  per  senno  e 
per  virtù,  non  dando  parte  a'  grandi  né  a'  mezzani 
né  a' minori,  come  »i  convenia  a  buono  reggimento 
di  comune.  B  oltre  a  questo  non  butando  loro  la 
alguoria  del  podestà,  e  quella  del  capitano  del  popolo 
e  quella  dell'esecutore  degli  ordinamenti  della  giusti- 
zia eontro  i  grandi  e  possenti,  ch'erano  ancora  di  so- 
perchio al  buono  reggimento  comune,  sì  crearono  l'u- 
fioio  del  capitano  della  guardia  ;  cioè  elessono  e  fe- 
oiono  ritornare  in  Firenze  messer  Iacopo  de'Gab- 
brielii  d' Agobbio,  uomo  subito  e  crudele  e  carne- 
flooi  oon  cento  uomini  a  cavallo  e  dugento  a  piedi 
al  soldo  del  comune,  ed  egli  con  grosso  salario,  ac- 
ciocché facesse  a  senno  de' detti  reggenti.  Il  quale 


a  guisa  di  tiranno,  o  come  eiecutore  di  tiranno,  prò- 
cedea  di  fatto  in  civile  e  in  criminale  a  sua  volontà, 
come  gli  era  posto  in  mano  per  gli  detti  reggenti, 
sansa  seguire  leggi  o  statuti,  onde  molti  innocenti 
condannò  in  avere  e  in  persona,  e  teneva  i  dttadiai 
grandi  e  picdoli  in  grande  tremore,  salvo  che  i  suoi 
reggenti  che  col  suo  bastone  facevano  le  loro  ven- 
dette e  talora  l' offese  e  le  baratterìe  ;  non  ricordan- 
doci noi  Fiorentini  dechi,  ovvero  insegnandoci  egli 
di  rìcordare  di  quello  male  eh'  avea  operalo  fl  detto 
messer  Iacopo  in  dmile  uftcio  nell'anno  1335,  e 
poi  messer  Accorrìmbono  :  onde  per  loro  difetto  era 
fatto  divieto  dieci  aAni,  e  non  l'osservarono.  Di  que- 
sto iniquo  ufido  e  reggimento  erano  mal  contenti  i 
più  de'dttadini,  e  massimamente  i  grandi  e  possenti; 
e  però  certi  grandi  cercarono  cospirazioni  nella  dtlà 
per  abattere  il  detto  messer  Iacopo,  e  il  suo  nfldo  e 
i  suoi  seguad  reggenti.  E  più  tosto,  gli  fece  muo- 
vere che  in  que'  tempi  fu  condannato  per  lo  detto 
messer  Iacopo  messer  Piero  de*  Bardi  in  lire  sd- 
mila,  perch'  avea  offeso  un  suo  fedele  da  Vemio, 
non  istrettuale  di  Firenze,  onde  gli  parve  ricevere 
torto.  E  messer  Andrea  de'  Bardi  era  costretlo  £ 
rendere  al  comune  il  suo  castello  di  Mangona,  ch'egli 
l'avea  comperato.  Questi  Bardi  erano  de'  più  possenti 
cittadini  di  Firenze  d' avere  e  di  persone,  e  di  loro 
danari  aveano  comperato  dalla  figliuola  d'  Alberto 
conte,  Yemia  e  Mangona,  e  il  castello  del  Pouo 
da'  conti  da  Perdano,  onde  il  popolo  di  Firenze  n'era 
mal  contento,  perocché  il  comune  vi  cusava  sua  ra- 
gione, come  in  addietro  in  alcuna  parte  facemmo 
menzione.  Per  lo  detto  sdegno  e  superbia  de'  Bar- 
di e  simile  de''  Frescobaldi,  per  una  condannagione 
fatta  a  messer  Baldo  de'  Frescobaldi  di  lire  'tremila- 
settecento per  la  pieve  di  San  Vincenzo,  dicevano 
che  fu  fatto  a  torto,  e  però  fu  capo  della  detta  con- 
giura e  cospirazione,  con  tutto  eh'  assai  dinanzi  fosse 
conceputa  per  lo  male  reggimento,  come  detto  é  ad- 
dietro. Co'  detti  Bardi  teneano  parte  de'  Frescobaldi 
e  de'  Rossi,  e  di  più  case  di  grandi,  e  d'  alcuna  pos- 
sente di  popolani  di  qua  d'Arno;  erispondea  loro  fl 
conte  Marcovaldo,  e  più  suoi  consorti  da'  conti  Gd- 
di,  i  Tarlati  d'Arezzo,  Pazzi  di  Valdarno,  Ubertim, 
Dbald'mi,  Guazzatiti  da  Prato,  Bdforti  di  Volterra  e 
più  altri,  e  ciascuno  dovea  venire  con  gente  a  ca- 
vallo e  a  piedi  in  grande  quantità,  e. mandare  la  notte 
di  tutti  i  Santi  le  dette  brìgate  ;  e  la  mattina  vegnen- 
te, come  le  genti  fessone  all'  esequie  de'  morti,  do- 
vevano levare  il  romore  e  correre  la  dtlà,  e  ucddore 
messer  Iacopo  Gabbrìeili  e  i  caporali  de'  reggenti,  e 
abbattere  l'uficio  de'  priori  e  rifare  in  Firenze  nuove 
stato,  e  chi  disse  ohe  voleano.  disfare  il  popolo.  B  sa- 
rebbe loro  venuto  fatto  certamente  per  la  loro  for- 
za e  seguito,  se  non  fosse  il  sopraddetto  messer  An* 
drea  de'  Bardi,  o  che  gli  paresse  mal  fare,  o  per  *^' 
tra  cagione  o  quistione  eh'  egli  avesse  co'  suoi  con- 
sorti, egli  manifestò  la  detU  congiura  a  Iacopo  de- 
gU  Alberti  ch'era  de'caporaU  reggenti.  IneonUnente  U 
detto  Iacopo  il  rivelò  a' priori  e  agli  altri  suoi  compagd 
reggenti,  e  subito  si  guarentirono  d'arme  e  di  go'l^ 
essendo  la  dita  in  grande  paura  e  sospetto,  e  «^"J 
parte  temeva  di  cominciare.  Ma  acdocché,  a*  oongw*" 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


4S9 


non  giungeflga  loroiaforzo,  il  di  d^Ognissaoti  1340, 
in  sa  r  ora  del  vespro,  i  caporali  de^  reggenti  sali- 
rono in  sai  palagio  dt*  priori,  e  qaasi  per  forza  fe- 
ciono  sonare  a  stormo  la  campana  del  popolo;  e 
alenai  de*  priori  amici  de*  Bardi  la  contesono,  e  ciò 
fa  messer  Francesco  Salviati  e  Taldo  Valori,  Tuno  era 
priore  e  Taltro  gonfaloniere  di  giustizia  per  il  sesto  di 
porta  S|in  Piero;  onde  molto  furono  ripresi  di  presun- 
zione, e  che  sentirono  il  trattato.  Come  la  campana 
oooodnciò  a .  sonare,  tutta  la  città  fu  commossa  ad 
arme,  e  lutti  i  cittadini  a  cavallo  e  a  piedi  furono  in 
sn  la  piazza  de' priori  co'  gonfaloni  delle  compagnie 
gridando  viva  il  popolo  e  muoiano  i  traditori,  E 
incontanente  feciooo  serrare  le  porte  della  città,  ac- 
ciocché gli  amici  e  il  soccorso  de*  congiurati  non 
potessono  entrare  nella  città,  i  quali  erano  in  via 
prezzo  alla  terra  per  entrare  la  notte  con  grande  is- 
forzo  di  gente.  I  congiurati  veggendo  scoperto  il 
trattato  e  fallito  il  loro  soccorso,  che  quasi  nullo  di 
loro  congiurati  di  qua  dair  Arno  rìfpaose  loro  né  si 
SGopersono  per  paura  del  popolo,  e  il  popolo  com- 
mosso a  furore  contro  a'  congiurati  si  tennero  per 
morti,  e  intesone  solo  al  loro  scampo  e  riparo,  guar-, 
dando  tutti  i  detti  casati  d*  Oltrarno  i  capi  de'  ponti 
saettando  e  uccidendo  chi  gli  volesse  passare  :  e  mi- 
sono  fuoco  a  capo  de'  due  ponti  di  legname,  eh*  al- 
lora era  Tono  contro  alle  case  de*  Canigiani  e  Taltro 
de*  Preseobaldi,  acciocché  il  popolo  non  gli  assalis- 
se, credendosi  tenere  il  sesto  d'Oltrarno  tanto  che  il 
soccorso  venisse.  Ma  ciò  venne  loro  fallito,  che  i  po- 
polani d*  Oltrarno  francamente  gli  ripugnarono,  e  tol- 
sono  loro  i  pooti  coli*  aiuto  de' popolani  de*  cinque 
sesti',  ch'andarono  in  loro  aiuto  per  lo  ponte  alla 
Carraia.  Messer  Iacopo  Gabbrielli  capitano  si  stava 
armato  in  sulla  piazza  eolla  cavalleria,  con  grande 
paura  e  sospetto,  sanza  usare  alcuno  argomento  o 
ripare  di  savio  e  valente  capitano,  e  stette  infine  alla 
notte  come  quasi  stupefatto^  onde,  molto  ne  fu  bia- 
simato. Ma  il  valente  cavaliere  messer  Maffeo  da  ponte 
Caredi,  allora  podestà  di  Firenze,  francamente  con  sua 
compagnia  armato  a  cavallo  passò  il  ponte  Rubaconte 
con  grande  pericolo  e  rischio  di  sua  persona,  e  par- 
lò a*  congiurati  con  savie  parole,  e  con  cortesi  mi- 
nacce gli  condusse  la  notte  sotto  la  sua  sicurtà  e 
guardia  a  partirsi,  e  andaron  fuori  della  città  per  la 
porta  a  San  Giorgio,  quasi  sanza  remore  d*  uomini 
0  spargimento  di  sangue,  o  incendi  o  ruberie,  onde 
molto  ne  fu  commendato,  ch'ogni  altro  modo  era  con 
grande  pericolo  alla  città.  E  come  furono  partiti,  il 
popolo  s'acchetò,  e  1*  altro  di  appresso  fatta  di  loro 
oondannagione  si  disarmarono  i  popolani,  e  ciascuno 
fece  i  saoi  fatti  come  prima.  E  per  si  fatto  modo 
guarenti  Dio  la  nostra  città  di  grande  pericolo  non 
guardando  a'  nostri  peccati  e  al  male  reggimento  del 
comune;  ma  per  non  essere  di  tanto  beneficio  grati 
a  Dio,  la  detta  congiilra  gittò  a  presso  tanto  di  ma- 
le '  a  danno  della  nostra  città,  come  innanzi  si  farà 
meazione. 


*  dtf  popòtoHi  éU  qua  ddtAmOf  dioa   più  chiaramente 
laOtatlaa. 

'  flUa  ttMMiiA  éà  nata  MOttiZtf  a  ^mmia  ma.  Bd.  Ck 


CAPITOLO  CXIX« 
Chi  furono  i  congiuraH.  che  fìsróno  condannati. 

Partiti  i  detti  congiurati,  il  di  appresso  si  tenne 
consiglio  come  si  dovesse  procedere  centra  loro} 
per  lo  migliore  del  comune  si  prese  di  non  fare 
grande  fàscio  ',  perché  a  troppi  cittadini  sarebbe  toc-* 
co,  che  sentendo  della  detta  congiura  s*  apparec^ 
chiavano  con  armi  e  con  cavalli,  ma  non  si  mostra*-* 
rono;  ma  solamente  si  procedesse  centra  quelli  che 
si  mostrarono  e  furono  in  arme,  i  quali  furono  cit-> 
tadini,  e  richiesti  non  comparirono  e  subitamente  fu- 
rono condannati  nell'  avere  e  nelle  persone,  siccome 
ribelli  e  traditori  di  loro  comune,  l  quali  furono  la 
prima  volta  questi  eh*  appresso  diremo  :  messer  Pie- 
ro di  messer  Gualterotto  de'  Bardi,  Aginolfo  suo 
fratello,  Andrea  e  Francesco  e  Gualterotto  di  FiUp- 
puzzo  de'  Bardi,  Binde  d' Andrea  di  messer  Gualte- 
rotto, messer  N^po  e  Piero  di  Ciampi  suo  ni- 
pote, messer  Gerozzo  di  messer  Francesco,  Barto- 
lommeo  a  Angiolo  suoi  fratelli,  messer  Iacopo  di 
messer  Guido  Accolti  de'  Bardi,  messer  Simone  di 
Gerozzo,  ma  non  ebbe  colpa  di  certo;  Simone  e 
Cipriano  di  Geri,  Binde  di  Benghi  tutti  della  ca- 
sa de*  Bardi;  messer  Iacopo  priore  di  San  Iacopo, 
messer  Albano,  messer  Agnolo  Giramento  e  Lapo 
suo  nipote,  messer  Baldo  di  Lamberto,  Niccolò  e 
Frescobaldo  di  Guido,  Giovanni  e  Bartolo  di  messer 
Fresco  Rosrà  di  Guido,  Iacopo  di  Binde  e  Geri  di 
Bonagaida,  Mangeri  di  messer  Lapo,  tutti  della  casa 
de' Frescobaldi  ;  Andrea  e  Ubertino  e  Giovanni  de* 
Nefli^  ser  Tomagno  degli  Angiolieri,  cappellano  del 
detto  priore  di  san  Iacopo,  Salvestrino  e  Ruberto  di 
messer  Barone  de*  Rossi,  e  non  più  de'  loro  consorti 
che  non  si  mostrarono;  di  qua  dall* acqua  non  se 
ne  scoperse  neuno.  I  loro  palazzi  e  beni  in  città  e 
in  contado  a  furore  furono  messi  in  puntelli^,  e  disfatti 
e  guasti  infino  a'  fondamenti.  E  ordinossi  che  in  tutte 
le  terre  vicine  guelfe  e  quelle  della  lega  di  Lombar- 
dia, che^  non  ritenessono  i  nuovi  ribelli  sopraddetti. 
E  di  ciò  feciono  il  peggiore,  per  la  qual  cosa  i  pia 
de*  sopraddetti  n'  andarono  a  Pisa,  e  il  priore  di  San 
Iacopo  n'  andò  a  corte  di  papa  a  procurare  quanto 
potò  in  detto,  e  in  fatto  contro  al  comune  di  Firenze. 
Per  la  detta  liberazione  e  pericolo  della  nostra  città 
per  lo  comune  a  di  26  di  novembre  si  fece  un  gran- 
de processione  e  offerta  a  San  Giovanni,  e  per  tutte 
1*  arti  si  ordinò  che  ogni  anno  per  1*  Ognissanti  ai 
facesse  la  detta  offerta  ;  e  ordinossi  di  trarre  di 
bando  gli  sbanditi  pagando  certa  gabella  per  fortifi- 
care il  popolo  ;  che  fu  grande  male  a  recpre  in  città 
molti  rei  uomini  e  malfattori.  Ma  altro  rimedio  ci  vo- 
leta  per  appacificarci  con  Dio  che  a  lui  rendere  le 
gratitudini,  e  usare  carità  tra*prossifflani  cittadini^; 
ma  ad  altro  a^  intende;  e  ordinesai  ohe  ogni  popolano 


'  oarìoo  di  acouse:  maaca  queato  senio   dalla  parola 
fiucio  al  Vocabolftrìo. 

'  aealaatì  e  affossati  d'intorno  per  atterrargli. 

'  par  ^npeoort  lidio^  a  M  tu  grOtUméUm  #  fra  piSMl 
ali  viUaiùU  U  varità^  ma  tae« 


4ao 


CRONICHE 


ohe  potesM  fosse  armato  di  coraua  e  di  barbata 
alla  flammiiiga,  e  impaosesene  seimila  e  molte  bale- 
stra per  forUfloare  il  popolo.  B  del  mese  di  gennaio 
segoente  il  oomane  comperò  Hangona  da  messer 
Andrea  de*  Bardi  seUemilaseUecento  fiorini  d*  oro, 
iscontaadone  millesetteoento  che  *r  comune  v*  area 
spesi  in  racconciarlo  ionanrì  che.  si  rendesse  a  mes- 
ser Bemicciò  Salimbeni  marito  della  contessa  di  Man- 
gona.  B  il  castello  di  Yemia  s^  arrendè  al  comone 
di  Firense  pagandone  a  messer  Piero  de'  Bardi  che 
Y^  era  dentrcT  assediato  fiorini  quattronnlanovecento- 
*  sessanta  d*  oro.  B  fecesi  decreto  per  lo  comune,  che 
nollo  dttadinò  potesse  acquistare  o  tenere  cutello 
di  fuori  dal  nostro  contado  o  distretto  il  meno  di 
lungi  venti  miglia.  Del  detto  mese  di  gennaio  furono 
condannati  nove  de*  conti  Guidi  eh*  aToano  tenuta 
mano  alla  sopraddetta  congiura  e  furono  quasi  tutti  i 
loro  caporali,  salvo  il  conte  Simone  e  Guido  suo  ni- 
pote da  Battifolle  che  non  assentirono  alla  detta  con- 
giura. Di  ciò  furono  ripresi  molti  da*  savi  quelli  che 
governavano  la  città,  di  condannare  i  nostri  possenti 
vicini  conti  Guidi,  a  recarglisi  a  scoperti  nimici,  e  di 
questo  peccato  non  condannare  i  nostri  cittadini  che 
erano  colpevoli,  come  con  loro  alla  detta  congiura  ; 
ma  bene  s*  apparecchiarono  in  arme  co*  loro  fedeli 
per  venire  a  Firenze.  E  poi  a  piii  d*uno  anno  appresso 
fu  scoperto  un  altro  trattato  che  i  detti  ribelli  face- 
vano, onde  fu  preso  Schiatta  di  Frescobaldo  de*Fre- 
scobaldi,  il  quale  menava  il  detto  trattato,  e  fngli  ta- 
gliata la  testa  ;  e  fu  condannato  Panicela  ji  Bernardino 
e  Iacopo  de' Frescobaldi,  e  Biordo  di  messer  Vieri 
e  Giovanni  Ricchi  de*  Bardi,  Antonio  degli  Adimari  e 
Binde  de*  P«ftsl,  tutti  come  rubelU.  Lasceremo  alquanto- 
de*  nostri  fatti  di  Fireoxe,  eh*  assai  ce  n*  è  convenuto 
dire  a  questa  volta,  faccende  inci4enxia  per  dire  al- 
quanto d*  altre  novità  state  in  questi  tempi  per  P  uni- 
verso :  ma  tosto  vi  torneremo,  ch*assai  ci  cresce  ma- 
teria a*  nostri  fatti. 

CAPITOLO  CXX« 

Come  il  re  di  Spagna  seonfiste  i  Saracini 

in  Granata, 

Nel  detto  anno  1340,  in  calen  di  novembre, 
furono  sconfitti  i  saracini  di  Setta  e  delPaltro  paga- 
nesimo, e  quegli  di  Barberìa  e  di  Levante  che  erano 
passati  di  qua  da  mare,  iqnumerabile  quantità,  al  soc- 
corse di  quelli  di  Granata,  per  lo  buono  re  di  Spa- 
gna j  e  rimasene  tra  morti  e  presi  più  di  ventimila, 
con  molto  tesoro  e  arnesi  di  saracini. 

CAPITOLO  CXXI. 

Come  arse  Portovenerù 

Nel  detto  ano,  il  di  di  calende  di  gennaio, 
s'apprese  il  fuoco  in  Portoveneri  nella  Riviera  di  Ge- 
nova, e  fu  sì  impetuoso,  che  non  vi  rimase  ad  ardere 
casa  né  piccola  né  grande,  salvo  che  due  castella 
ovvero  rocche  che  v*  aveano  i  Genovesi,  con  infinito 
danno  d*  avere  e  di  persone  ;  e  non  sansa  giudicio 
di  Dio,  che  quelli  di  Portoveneri  erano  tutti  corsali, 
e  pirati  di  mare  e  ritenitori  di  corsali. 


CAPITOLO  cxxn. 

Come  la  casa  de*  Pugliesi  e  i  loro  se§ft0ei  furono 

cacciati  di  Brolo. 

Nel  detto  anno,  del  mese  di  febbraio,  i  Gaai- 
zalotti  da  Prato  col  caldo  e  favore  di  certi  Fioren- 
tini, levarono  a  rumore  la  terra  di  Prato  per  sospetto 
de*  Pugliesi,  e  de*  Rinaldesdii  loro  vicini,  ovvero  per 
rimanere  signori,  e  nella  terra  ebbe  bait^igiia,  e  mo- 
rirvi alquanti  dell* una  parte  e  dall* altra;  alla  fine  i 
detti  Pugliesi  e  Rinaldesohi  co*  loro  aeraci  furono 
cacciati  della  terra,  e  molti  altri  fatti  oonRnare. 

CAPITOLO  cxxm. 


Come  in  Firenze  si  fedone  due  capitassi  di 


Nel  detto  anno,  in  calen  di  febbraio,  si  partì 
di  Firenze  il  tiranno,  cioè  messer  Iacopo  de*6ab- 
brielli  d*  Agobbio,  ricco  del  sangue   de*  Fiorentioi 
dechi,  che  più  di  trentamila  fiorini  d^  oro  si  ^sst 
che  ne  portò  contanti.  Vero  è  che  per  la  sua  partita  i 
savi  rettori  di  Firenze  corressono  il  loro  errore  del 
suo  tirannico  uficio,  e  scemarono  le  spese  del  co- 
mune ovvero  le  raddoppiarono,  che  là  dove  n*  aveva 
prima  uno  bargello  per  resecuxione  ne  elee  sono  due, 
1*  uno  a  petizione  del  detto  messer  Iacopo  e  suo  pa- 
rente (ciò  fu  messer  Currado  della  Branca,  capitano 
della  guardia  in  città  per  arricchire  la  povertà  de*Mar- 
chigiani)  ;  1*  altro  alla  guardia  del  contado  sopra  gli 
sbanditi  messer  Maffeo  da  ponte  Caradi  da  Brescia 
stato  nostro  podestà  :  questi  n*  era  più  degno  per  le 
sue  virtudi  e  operasioni  ;  ma  1*  uno  e  1*  altro  nfido 
era  di  oltraggio  e  di  grande  spesa  e  danno  del  co- 
mune. Ha  i  reggenti  cittadini  per  mantenere  il  comu- 
ne, ovvero  la  loie  tirannia,  e  tali  di  loro  baratterìe, 
come  dicemmo  addietro,  li  sosteneano  a  tanto  danno 
del  comune  e  gravessa  de*  cittadini  per  essere  te- 
muti e  farsi  grandi.  Ma  poco  appresso  Iddio  ne  mo- 
strò giudicio  assai  aperto  per  le  loro  prave  opera- 
zioni a  gran  danno  e  vergogna  e  abbasaamento  del 
nostro  comune,  come  innanzi  faremo  menzione.  Ma 
gravami  che  non  fu  sopra  le  loro  persone,  comV 
rane  degni  i  mali  operatori,  tome  che  toccò  ad  al- 
quanti di  loro.  Ma  Iddio  si  riserva  e  non  lascia  nullo 
male  impunito,  benché  non  sia   a*  tempi  e  al  pia- 
cere de*  disideranti  ;  e  spesso  punisce  il  popolo  per 
li  peccati  de*  rettori,  e  non  senza  giusto  giudicio, 
perocchò  *1  popolo  6  bene  colpevole  a  sostenere  le 
male  operazioni  deMoro  reggenti;  e  questo  bsisli^ 
tanto. 

CAPITOLO  CXXIV. 

Come  la  città  di  Lucca  eolle  essere  lolla 
a  messer  Mastino  della  Scala, 

Nel  detto  anno  e  mese  di  febbraio  messer 
Francecco  Castracani  degl*  Interminelli  di  Lucca  or- 
dinò eoi  favore  de*  Pisani  di  torre  la  città  di  Lacca  a 
messer  Msstino  con  alcuno  trattato  d*entro^vegneO'- 
do  di  foore  con  gente  assai  a  cavallo  e  a  piedi.  Go' 


DI  GIOVANNI  VILLANI 


431 


glielmo  Camioci,  vicario  in  Lucca  per  mesacr  Maitino, 
•ooperlo  il  trattato  prese  il  Ritrilia  degli  liberti  e 
tredici  cittadini,  che  tatti  teneano  mano  al  trattato, 
e  «orae  e  gnarentl  là  terra,  come  piacque  a  Dio  per 
riservarla  a' Fiorentini  per  loro  grande  danno  e  ver- 
gogna, come  in  poco^mpo  appresso  si  potrà  tro- 
rare.  B  poi  il  detto  Guglielmo  fece  oste  in  Gar- 
fagnana,  e  tolse  più  terre  che  tenea  il  detto  mes- 
sor  Francesco  Castracani. 

CAPITOLO  CXXV. 

Come  il  castello  di  San  Bavello  smarrendo  al  comune 

di  Firenze. 

Nell^anno  1341,  a  di  15  d*  aprile,  i  Fioren- 
tini avendo  fatto  porre  V  oste  al  castello  di  San  Ba- 
yello,  ch^  era  di  Guido  do*  conti  Guidi  che  fu  con- 
dannato con  gli  altri  conti,  come  dicemmo  poco  ad^ 
dietro,  per  cominciare  V  esecuzioni  delle  loro  con- 
dannagioni,  essendo  molto  stretto,  e  non  attendendo 
ioccorso,  smarrendo  al  comune  di  Firenze  salve  le 
persone.  H  quale  fedono  tutto  abbattere  e  diroccare 
per  ricordo  e  vendetta  contro  al  detto  Guido:  che 
più  tempo  dinanzi  avea  il  comune  di  Firenze  per 
ine  lettere  richiesto  e  citato  il  detto  Guido,  per  al- 
cuna cagioue,  e  il  detto  Guido,  essendo  nel  detto 
castello  di  Bavelle,  per  dispetto  del  comune  di  Fi- 
rense  dinanzi  a^  suoi  piedi  fece  manicare  al  messo 
del  comune  la  Uttera  con  tutto  il  suggello,  e  poi 
accommiatoUo  villanamente,  dicendo  per  dispetto  del 
comune  di  Firenze,  che  se  più  vi  tornasse,  o  egli 
o  altri,  gli  farebbe  impiccare  per  la  gola  ;  onde  sen- 
tendosi in  Firenze,  grande  sdegno  ne  venne  quasi  a 
tutti  i  cittadini. 

CAPITOLO  CXXVL 
Di  uno  grande  fuoco  che  si  apprese  in  Firenze, 

Nel  detto  anno,  la  notte  seguente  di  calen  di 
maggio,  a*  apprese  il  fuoco  in  Terma  in  una  casa  che 
abitava  Francesco  di  messer  Rinieri  de*Buondelmonti, 
e  arsonvi  quattro  suoi  figliuoli  maschi  con  ciò  che 
egli  V  avea  dentro,  non  potendone  scampare  niente; 
onde  fu  una  grande  pietade;  e  non  fu  senza  giu- 
dicio  di  Dio,  che  il  detto  Francesco  aveva  occupata  la 
detta  casa  e  toltala  a  una  donna  vedova  di  cui  ella  era, 
ma  la  pietade'  fu  degP  innocenti  figliuoli,  che  portare 
la  pena  ne*  loro  corpi  della  colpa  e  peccato  del  padre. 

CAPITOLO  CXXVIL 

Come  messer  Azzo  da  Correggio  rubellò  e  tolse 
Parma  a  messer  Mastino. 


Nel  detto  anno,  tornando  da  Napoli  dal  re  Ru- 
berto messer  Asso  da  Correggio  da  Parma,  avendo 
trattato  col  re  e  con  gli  ambasciadori  di  messer  Lu- 
chino Visconte  eh*  erano  a  Napoli,  fedone  legi(  e 


compagnia  di  rubellare  Parma  a  messer  Mastino.  Va- 
licò per  Firenze  chiusamente,  che  non  volle  essere 
cooosduto,  e  poi  ristette  allr  Scarperia  in  Mugello 
per  spazio  di  otto  giorni,  attendendo  e  tenendo  trat- 
tato e  ragionamento  con  certi  nostri  cittadini  reg- 
genti, di  torre  e  rubellare  Parma  a  messer  Mastino 
suo  nipote  e  benefattore  per  esserne  al  tutto  signore  : 
che  messer  Mastino  V  avea  tolta  a'  Rossi  e  a  Gianni 
Onirico,  e  rimesso  quello  da  Correggio  suo  zio  in  Par- 
ma, ma  al  tutto  ne  volle  egli  esser  signore  e  sovrano.  I 
Fiorentini  intesone  al  trattato  e  favoreggiaronlo,  spe- 
rando, come  Parma  fosse  tolta  a  messer  Mastino,  di 
potere  avere  agevolmente  la  città  di  Lucca  ;  il  detto 
messer  Azze  ci  tradì  e  ingannò,  come  ai  vedrà  per  i 
suoi  processi.  E  com'  egli  fu  in  Lombardia  diede  com- 
pimento air  opera  coli*  aiuto  e  forza  di  quelli  da  Gon- 
zaga signori  di  Mantova  e  di  Reggio,  e  fatti  inimici 
di  quegli  della  Scala.  B  a  di  22  di  maggio  datagli 
r entrata  da^quegli  della  sua  parte  ch'erano  dentro 
corse  la  terra,  e  (ìon  tradimento  ne  cacdò  la  gente 
di  messer  Mastino  che  di  lui  non  si  prendeano  guar^ 
dia,  e  feces.ene  signore.  Per  la  quale  mutazione  di 
Parma  si  può  dire  fosse  assediata  la  città  di  Lucca 
e  quasi  perduta  per  messer  Mastino,  che  non  la  po- 
teva fornire  senza  grande   costo;  onde  i  Fiorentini 
si  mostrarono  molto  allegri  :  ma  non  sapeano  il  fa- 
turo  che  ne  dovea  a  loro  avvenire.  Messer  Mastino 
veggendosi  tolta  Parma,  la  quale  a  lui  era  la  chiave 
da  potere   entrare  a  sua  posta  in  Toscana,  e  per 
quella  forma  manteneva  la  città  di  Lucca,  veggendo 
che  non  la  potea  tenere  senza  grande  costo  e  peri- 
cole,  incontanente  con  savi  e  sagaci  patti  cercò  di 
venderla  o  a'  Pisani  e  a' Fiorentini,  che  a  gara  da- 
scuno  ne  voleva  essere  'signore,  e  con  ciascuno  ne 
teneva  trattato.  I  Pisani  per  paura  di  non  volere  i 
Fiorentini  per  vicini,  né  cosi  di  presso  colla  forza 
di  Lucca,  temeano  di  loro  stato,  e  cercarono  prima 
di  torla  a  mezzo  co'  Fiorentini  ;  ma  tutto  era  con 
frode  e  con  vizio.  Ancora  sentendo  questo  ragiona- 
mento messer  Luchino  Visconti  signore  di  Milano, 
che  si  facea  nimico  di  messer  Mastino,  proferse  ai 
Fiorentini,  s'eglino  volessono  assediare  la  città  di 
Lucca  e  lorla  a  messer  Mastino,  di  dare  aiuto  alFas- 
sedio  mille  cavalieri  di  sua  gente,  e  volerne  da  loro 
certa  somma  di  moneta;  ed  era  il  meglio  à  farlo 
per  vendicarsi  del  tradimento  del  Mastino  ;  e  venia 
tosto  fatto  con  poco  affanno  e  piccola  spesa,  a  com- 
paracione  di  quello  che  ne  segui  poi.  Ma  i  Fioren- 
tini non  fidandosi  di  lui  perchè  era  antico  nimico, 
non  si  vollono  accordare  con  lui,  ovvero  noi  permise 
il  destino  o  la  divina  provvidenza.  Ma  i  Fiorentini 
come  grandi  e  larghi  e  sicuri  mercatanti,  e  più  pra 
tichi  d' altra  mercatanzia  che  di  gueira,  vollono  fare 
a  loro  senno,  e  i  Pisani  il  somigliante,  onde  ne  se- 
guì molto  di  male  per  Tuno  comune  e  per  l'altro, 
ma  più  per  i  Fiorentini  in  questo  anno  medesimo  e 
appresso,  come  assai  tosto  faremo  menzione,  spedite 
prima  di  raccontare  altre  novità  state  d*  intomo  in 
questi  tempL 


'  ti  p^ecalo^  dice  con  dubbio  senso  la  Qiontina. 


I 


43d 


CRONICHB 


CAPITOLO  cxxvni. 

Come  il  re  Ruberto  ebbe  per  assedio  Melalo 

in  Cicilia, 

Nel  detto  tempo,  avendo  il  re  Ruberto  presa 
r  isola  di  Lipari  in  Cicilia,  come  addietro  facemmo 
meosione,  e  veggendo  che  per  lo  detto  acquisto  as- 
sai gli  era  possibile  d' avere  Mebsio  che  v^  è  al- 
lo 'scontro,  e  quello  avuto,  potore  più  strìgnere  Kes^ 
Sina  ;  e*  fece  armare  a  Napoli  quarantacinque  tra  ga- 
lee e  Qscieri,  e  più  altri  navìgli  grossi  e  minati  da 
portare  foraggio  e  altro  fornimento  da  gaerra,  con 
seicento  cavalieri  e  mille  pedoni  oltre  a'  marinai  Col 
suo  ammiraglio  partì  da  Napoli  la  detta  armata  a  di 
1 1  di  giugno  del  detto  anno,  e  per  terra  mandò  il  re 
in  Calavra  messer  Roggeri  da  San  Severino  con  gente 
d^  arme  a  cavallo  e  a  piò  per  rinfrescare  V  armata, 
come  avessono  presa  torre.  La  quale  armata  giunse  in 
Cicilia  a  di  15  di  giugno,  e  bene  avventurosamento 
ai  puosono  alPassedio  alla  terra  di  Melassp  per  torre 
e  per  mare,  chiudendola  dal  lato  fra  torre  ove  si 
rìooglie  quasi  come  una  isola  per  spasio  d' un  mi- 
glio, con  grande  fosso  e  stoccato  e  con  molto  ber- 
tesche ;  e  simile  feciono  verso  la  terra  di  Melazzo  con 
grande  fosso  e  stoccato,  sicchò  non  ne  potea  uscire 
nò  entrare  persona,  se  non  per  furto,  sansa  grande 
perìcolo.  B  il  navilio  era  d'intorno  alla  guardia  del 
porto  e  della  piaggia.  Melasso  era  ben  fornito  di 
gento  dUrme  e  di  vittuaglia per  più  d'uno  anno,  e 
poco  curavano  l'assedio;  ma  lo  re  Ruberto  Tusediò 
Gontinuamento  con  molto  affanno  e  con  ispendio,  è  fe- 
ce cominciare  a  far  fare  uno  grosso  muro  dentro  al 
fosso  e  lo  steccato  detto  dinanzi,  sicchò  il  campo  era 
molto  forto.  B  veggendo  don  Pietro  signore  delPisola 
che  Tassedio  pure  continuava,  e  a  quegli  di  Melazzo 
venia  mancando  la  vittuaglia,  tre  volte  vi  venne  con 
tutto  lo  sforzo  di  Cicilia  e  assalì  il  campo,  e  simile 
feciono  que*  della  torre  dal  lato  d' entro  ;  ma  invano 
furo  gli  ussiti  e  con  gran  danno  de'  Ciciliani,  per 
la  forza  del  campo  e  rinfrescamento  che  facea  fare 
al  continuo  il  re  Ruberto  all'osto.  Fallendo  la  vittua- 
glia alla  torre  per  lo  lungo  assedio  e  per  l'affanno  del 
detto  ostoggisre,  don  Pietro,  che  si  facea  re  di  Ci- 
glia, ammalò  e  morì.  Per  la  qual  cosa  Melazzo  ai 
rei|dò  all'  ammiraglio  del  re  Ruberto  a  di  1 5  di  set- 
tembre 1341  \  salvo  l' avere  e  le  persone,  e  di  tor- 
razzani  e  di  forestieri.  11  quale  fu  uno  bello  acqui- 
sto al  re  Ruberto,  tutto  che  gli  costasse  più  di  cin- 
quantamila once  d'oro,  e  fece  lasciare  gueruita  la 
tÌBrra  di  gente  d'arme  e  di  vittuaglia. 

CAPITOLO  CXXIX. 

Come  messer  AUferto  della  Scala  andò  sopra 
Mmttùta  §  tornò  m  isconfUta, 

Nel  detto  anno  1341,adllldi  giugno,  mes- 
ser Alberto  della  Scala  venne  ad  osto  sopra  il  Blan- 
tovano  con  mille  cavalieri  e  con  millecinqueoento  pe- 
doni di  munade  senza  i  paesani,  per  V  aiuto  che 


La  Qtantlaa  ha  sMsmihrs  iUi. 


quelli  da  Gonzaga  signori  di  Mantova  avesao  dato 
a  messer  Azzo  da  Correggio,  quando  mbellò  Parma 
a  messer  Mastino,  mandato  loro  soccorso.  I  datti 
signori  di  Mantova,  coli'  aioto  di  quelli  di  Milano,  fo- 
rono  loro  alla  'ncontra  con  ottocento  cavalieri  e 
popolo  assai,  e  iogaggiaroo^i  di  combattere.  Alla 
fine,  messer  Alberto  rifiutò  la  battaglia,  e  partissi 
quasi  in  isconfitta,  lascisndo  ciò  eh'  avea  nel  campo 
suo  con  grsn  danno  e  vergogna. 

CAPITOLO  CXXX. 

Come  i  Fiorentini  patteggiarono  di  comperare  Lucca 
da  messer  Mastino^  e  mandarono  loro  staékki 

a  Ferrara. 

Tornando  j  nostra  matoria,  mi  conviene  rac- 
contare della  folle  impresa  fatta  per  lo  nostro  co* 
mune  di  Firenze  della  città  di  Lucca,  come  comia- 
ciammo  nel  fine  del  terzo  capitolo  scrìtto  addietro. 
Avendo  i  caporali  rettorì  di  Firenze  a  mano  il  trat- 
tato con  messer  Mastino  della  Scala  di  comperare  da 
lui  la  città  di  Lucca  e  *ì  suo  distretto,  eh'  egli  te- 
neva libera  e  spedita,  la  quale,  come  dicemmo  ad- 
dietro, tenea  bargagnando  ^  co'  Pisani  e  col  nostro  co- 
mune di  darla  a  chi  più  gliene  desse,  si  si  crìò  in 
Firenze,  del  mese  di  luglio  1341,  uno  uficio  di  venti 
cittadini  popolani  a  seguire  il  detto  trattato  con  pie- 
na bajia  di  ciò  fare,  e  di  far  venire  danari  in  comu- 
ne per  ogni  via  e  modo  che  a  loro  paresse,  e  di  fire 
guerra,  e  osto,  e  pace,  oaviiloat»,  e  lega,  e  compagnia, 
come  e  con  «ni  a  loro  paresse  e  piacesse;  e  dorò 
il  loro  uficio  per  tonnine  d' uno  anno,  non  possendo 
essere  sindacati  di  cosa  che  facessono.  La  qual  cosa 
fu  confusione  e  pericolo  del  nostro  comune,  come  si 
mostrerà  appreisso  per  i  loro  processi.  1  nomi  dei  detti 
venti  non  gli  registreremo  in  questa,  imperciocché  non 
sono  degni  di  memorìa  di  loro  virtù  o  buone  ope- 
razioni per  lo  nostro  comune  fatte  per  loro,  ma  del 
contrarìo,  come  per  innanzi  per  le  loro  operazioni 
si  farà  menzione  e  si  potrà  vedere,  acciocché  i  no- 
strì  successori  si  guardino  di  dare  le  grandi  balie  a' 
nostrì  cittadini  per  lunghi  tompi.  Le  quali  per  ispe- 
rìenza  si  manifestano  per  antico  e  per  novello  es- 
sere la  morto  e  abbassamento  del  nostro  cornane 
perocché  nulla  fede  o  carìtà  era  rìmasa  ne' cittadini,  e 
specialmento  ne* reggenti,  a  conservare  la  repubblica; 
ma  ciascheduno  alla  sua  singularìtà  e  de'  suoi  amici 
parecchi  per  diversi  studi  e  modi  intendea.  B  però  co- 
minciò a  andare  al  dichino  il  nostro  comune  al  mo- 
do de' Romani,  quando  intesono  alle  loro  singularìtà 
e  lasciarono  il  bene  comune.  B  non  senza  csgione, 
quando  dei  maggiori  e  de*  più  possenti  popolani  di 
Firenze  dii>otati  al  detto  uficio  ne  furono  capi  ed 
esecutori  Bene  ve  n*  ebbe  alcuno  tra  loro  innocente, 
secondo  che  si  disse.  Confermato  il  deflo  uficio  per 
consigli,  inconUnento  seguirono  il  trattato  con  mes- 
ser Mutino,  e  per  ingannwe  i  Pisani,  ovvero  '  fv^ 


'  trattindo,  stando  In  pratica,  o  maglio,  tlU  dura,  sai 
tirato.  La  edisloaa  de'  Qliniti  ha  herg9gnù,  V.  A.  ehaval* 
appunto  pratiosi  trattato. 

^ofvaro  nei  «sdattms  U  ti  premieme  eoo»  Ed.  Q* 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


433 


a  loro  il  f iai^ftle,  fi  promifono  e  fomaro  eo^iooi 
procirttori  di  dar«  dufentocinqiHnliflula  fiorini  d*o- 
ro  m  cerio  paghe;  avendo  il  nostro  oomnne debito 
e  a   dare  a*  cittadini  per  la  goerra  del  Maalino  più 
di  qnattroeentomila  llorioi  d^  oro  ;  e  potendo  avere 
Lecce. da' Tedeschi  dal  Cerrof lio  T  anno  1329,  come 
dieeaaaio  addietro,  per  ottantamila  fiorini  d'oro,  che 
Al  savio  provvedimento,  of  vero  molto  folle  per  lo  no- 
stro cornane; e  più  ancora,  essendo  in  qnistionee  in 
bargafBO  co'  Pisani,  e  quasi  come  tutta  guasta  e  as- 
sediate. E  per  osservare  i  patti  a  messcr  Mutino  a 
di  9  d'agoato  1341   mandarono  a  Ferrara  sotto  la 
guardia  de*  marchesi^  aicconM  ad  amici  e  messani  del 
nostro  comune,  a  measer  Mastino  cinquanta  cittadini 
per  istadichi,  fra'  quali  n'  andò  due  del  detto  ufido 
de' venti,  o  diciotlo  figliuoli  o  fratelli  o  nipoti  degli 
altri  venti,  e  trenta  altri  cittadini;  de'qnair  dnqnanta 
slsdichi  v**  ebbe  sette  cavalieri  e  died  donselli  delle 
maggiori  ceae  di  Fireaxe,  e  gli  altri  de'  maggiori  e 
de*  più  ricchi  popolani  e  mercatanti  ddla  nostra  città. 
B  noi  antore  di  questa  opera,  tutto  eh' a  noi  non 
n  convenisse*  e  U>t§^  contro  a  nostra  volontà,  fum- 
mo del  detto  oollegio  e  numero  per  lo  sesto  di  Porta 
San  Piero,  e  etemmo  in  Ferrara  due  bmsì  e  messo  con 
più  di  centocinquanta  cavaUi  i^  continuo,  e  daseono 
con  fsnugli  vestati  d' assise,  con  grandi  e  onorate  ape- 
se, sperando  d'avere  gran  vittoria  della  detta  impresa, 
e  ricevendo  grande  onore  da*dgnori  marcheu  di  eon- 
titi  al  cofttlnao.  B  messer  Mastino  vi  mandò  uno  suo 
Igfiaolo  bastardo  con  sessanta  atadichi  gentili  nomini 
di  Vwonn  e  di  Vicenaa  e  del  ano  distretto,  o  i  loro 
figliuolL  Ma  mon  comparivano  in  Ferrara  d'assai  di 
aobiltà  e    d*  orrevoleua   appo  i  FiorentinL  I  detti 
TMli,  fatta    Isi  detta  impresa,  ledono   al  continuo 
■dto  disordinate  spese  e  gravane  a'  singulsri  cit- 
todiai  di  prentnnse  e  d^impoàtm  per  essere  fomiti 
di  moneta,  veggendosi  venire  In  aspra  guerra  eo'Pi- 
uni  per  la  detta  compera  di  Lucca,  e  aoldarono  di 
BBOta  gente  d*  arsM  da  cavallo  e  da  pie  in  grande 
qualità,  e  apendeano  ogni  mese  più  di  trentaaula 
fiorid  d' oro.  E  richiesono  d'ainto  i  vidd  e  gli  a- 
«cL  E  nota,  lettore,  se  messer  Masino  seppe  fare 
stmmente  vendetta  della  guerra  e  ingiuria  ricevuta 
da'  Fiorentini  della  san  Innata  di  Lacca,  veadeadok 
loro  per  ingordo  pregio,  e  enei  loto,  la  lasciò  eoa 
qsasla  adone,  cioè  che  la  diede  assediata,  e  aMSsn 
ia  guerra  co'*Piaani  e  con  gli  altri  laro  vidai,  e 
oo'Lombardi  saoi  alaud,  eoa»  appresso  hremo 
nonci  tornando  alfunato  addine. 


CAPITOLO  GiXXL 


Cornei  Piionisi  fmwmo  ma 


non  istettono  i  Pisani  odosi,  ma  innand  che  t  Fio- 
rentini compieasono  la  folle  compera  di  Lucca,  di 
più  med  d  provviddono,  e  IncontaDente  soldarono 
gente,  di  che  da  loro  feciono  milledugento  cavalieri 
e  trecento  cavallate  di  dttadini.B  dò  poteano  bene 
fare,  che  il  loro  comune  avea  di  mobile  ragunati 
più  di  centodnquintamila  fiorini  d'oro,  e  mandarono 
ambasciadori  a  Milano,  e-fedono  lega  e  compagda 
con  mescer  Luchino  Visconti  signore  di  Milano  e 
fatto  nimico  di  measer  Mastino.  B  non  è  da  dimen- 
ticare di  mettere  in  nota  uno  crudele  tradimento  com- 
messo per  li  Pisani  per  recarai  ad  amico  meseer  Lu- 
chino. Uno  messer  Francesco  da  Postierla  de' nobili 
di  Milano,  cm  messer  Luchino  n'avea  cacciato,  il 
quale  essendosene  gito  a  corte  a  lamentarsene  al 
papa,  e  volendo  tornare  in  Toacana,  essendo  amico 
a  auo  parere  de'  Pissni,  arando  a  loro  per  navilio,  e 
che  '1  levasaono  di  Marailia,  e  per  advoeondotto  per 
sicurtà  di  lui  il  eomune  di  Pisa  gli  mandò  una  loro 
galea  armata  passeggiera,  e  lettere  di  aalvocondotlo, 
in  au  che  d  ricolse  e  arrivò  a  Piaa.  Com'  era  ordi- 
nato il  tradimento, con  messer  Luchiao,  iacontanente 
i  Pisani  preaono  il  detto  messer  Francesco,  nomo 
di  grande  autorità  e  valore,  eoa  due  suoi  figliuoli, 
quando  scese  in  Porto  pisano,  e  feoiottgli  venire  ia 
Pisa,  e  misongli  nella  torre  diella  fame  in  prigione, 
e  ivi  tenutigli  più  di  pred,  d  li  mandarono  legati  a 
Milano  ;  a  ed  messer  LachiaO  fece  tsgliare  le  teste. 
B  per  tde  vittima  si  fedone  lega  e  compagnia  i  Pi- 
sani con  BMaser  Lachiao,  e  poco  appresso  fis  aperta 
veadetta  fatta  contro  a'  Fissili,  come  d  troverà  leg- 
gendo. Ma  il  detto  messer  LaeUao  oltre  a  dò  volle 
promisdone  da'Pisam  di  cinquantamila  fiorini  d*oro 
in  certo  termine,  e  diwongli  dodid  atadichi  de*  fi- 
gliuoli de'  loro  conti  e  de*  nngliori  e  più  ceri  dttn- 
did  di  Pisa  per  osservare  i  patti;  e  messer  Luchiao 
amadò  loro  aùlle  cavalieri  colle  ano  iasegae  a  aoldo 
de*  Fissai,  e  fanne  cepttsao  messer  IKevaaai 
sao  aipole.  E'sigaori  di  Maalova  e  di  Seggio 
darò  loro  dngento  cavalieri,  e  qaelli  da  Correggio 
da  Parma  mandarono  loro  eeatodaqaaatn  cavalieri; 
e  messer  Uhertiao  da  Cmrara  sigaore  di  Padova  da- 
geato  cavalierì  per  coatrario  di  messer  Mastiao;  e 
Tecioao  lega  eoa  tatti  i  coati  Gaidi,  ssho  col  eoato 
SiaM>ae  e  col  aipote,  e  eoa  gli  Ubaldiai,  e  col  ai- 
gaore  di  Forlì,  e  eoa  gli  altri  gUbelliai  di  Beam 
gaa,  e  col  do|^  di  Geaova,  ^a  latti  diedoao  sialo 
di  cavalieri  e  di  helestrìeri;  e  tali  calle  loro  farsa 
meaaoao  guerra  e  rappaao  la  jtrade  a'  Fiotealiai,  a 
dò  fa  per  procaccio  e  trattato  da*  anatri  aaovi  ri* 
b^L  1  Pisaai  cosm  seppoao  che  i  Fioreattai 


alia  duà 


I  Pisau  sentendo  d  conlinaa  il  tsattata  diV 
^raatid  Icaeane  eoa  amaser  MMliao  d'avere  b 
«Uà  di  Laccs,  ed  egliao  aaa  paUmded  aceafdsfa 
«<«  Basser  Mastiao,  riserhaado  U  lartaaa  a*  Fio- 
mtìdla  mala  derrata  di  Uecn  cotte  san  seqade. 


I  •; 


«  mi^iCMN  ha  U  Olanfia^ 


f cnai  i  palli  eoa  messer  Mastiao,  a  maadafi  gli 
dicÉd  a  fanan^  ék  praaeato  a  di  13  d'egasto  ca- 
li rMldls  del  Cetraglio  aqadlo  di  Moateddsro 
«aite  lodai  d'ara,  che  aa  spsaaae  a'mnaaa- 
dierì  che  F  aveaao  ia  gaerdia  per  maaaar  Mnstiaa  ;  a 
gaerairoagli  di  lare  gaais,  per  impedire  gM  aada- 
meati  de' Fioraalìai  d  saccarso  di  Lacca.  E  dò  isMa, 
eoa  latta  la  lare  aavalkiia  e  popolo  per  comaae  sa- 
a  di  22  d'ngoato  dd  dello  aaao  vca- 
alla  dllè  di  Lacca, e  paosoad  1* assedia  dia- 

r 


20 


434 


CROmC»B 


•tocoaroM  ooa  bertoiclie  daihi  Gwniiaatlii,  cIm  yt 
a  ponto  Tello,  iniao  d  ftane  del  SereUo,  cIm  fa 
per  iapano  éi  pHi  di  aei  adfUa.  B  aiaùle  lewioio  il 
proeialo  della  Gniaeìaaolla  inlloo  al  SeroUo  gnernito 
di  sopra  di fortesse  e  di  geall,  oblerà  aUreal  grande 
apauo  o  pia.  B  poi  appreaao  alla  due  feciono  nn 
aUro  fòaao  con  isleeoalo,  che  fa  una  maraYiglioaa 
cosa  falla  in  poco  iMipo,-  per  modo  ohe  nnllo  pe- 
lea enlrare  né  aaoire  di  Lacca  aann  grande  perico- 
lo; e  al  conlinoTO  y^  erano  per  coaone  doe  qoar- 
IÌMÌ  di  Pila  e  acambiaTanii  a  mola,  e  talora  Ire 
quartieri,  e  cod  di  loro  molti  conladini  e  balealrìerì 
genoTCii;  e  hiaognava  bene,  il  era  longo  il  procinto. 
B  in  meno  dei  delti  doe  procinti  era  accampata  roete 
de' Pisani  e  de'Loadiardi  in  Ire  campi  apianati  dal- 
r  ano  campo  all'allro.  E  ciò  potarono  fare  libera- 
menta  e  aama  conlraalo,  perdocdiè  i  Fiorentini  per 
improvvisa  impresa  e  assalta  de' Pisani  non  erano 
ancora  apparecchiati  al  contrasta,  e  in  Locca  non  a- 
vea  altro  che  centacinqaanta  cavalieri  di  measer  Ma- 
atino  e  dnqnecenta  pedoni  di  aoldo,  onde  erano 
capitani  Goglielmo  Scannacd,  e  ^ngnano  da  ^tuo^ 
e  Ciapo  degli  Scolari,  e  nmaser  Benedetta  Tedesco, 
eh'  aveano  aasai  aiwe  di  gnardare  la  città.  Ma  il 
delta  Gaglidmo  Scannacd  al  oontinoo  procacciava 
Locca  per  li  Pisani  B  partissi  di  Lucca  e  andò  però 
a  messer  Mutino,  e  laaciò  la  guardia  a  gli  altri  Ire 
eapilanL  Lasceremo  alquanta  de' Pisani  e  del  loro 
assedio,  e  diremo  qneUo  che  i  Fiorentini  feciono 
per  la  delta  guerra  di  Lucca  mossa  per  i  Pisani. 

CAPITOLO  CXXXU. 

Come  ì  Fior§nimi  $i  fomiromo  eisendo  i  Pi$am  nl- 
r  assedio  di  Lmeoy  e  e&vokaromp  soprm  queUo  di 


Sostando  i  Fiorentini  l' apparecchiamenta  del- 
l'osta  che  ficeano  i  Pisani,  innanzi  che  penessono 
r  assedio  alla  città  di  Lucca  incontanenta  crebbo- 
no  la  loro  cavalleria,  aicohè  eglino  aveano  due  mila' 
cavalieri  al  soldo  loro,  e  mandarono  per  le  ami- 
stà loro,  per  essere  apparecchiati,  se  i  Pisani  mo- 
vessono  a  loro  guerra.  I  Sanasi  mandarono  loro 
dugenta  cavalieri,  cioè  il  comune  conta  cavalieri,  e 
le  case  guelfe  di  Siena,  e  gli  altri,  conta  e  dugenta 
balestrieri,  e  i  Perugini  centodnquanta  cavalieri, 
quegli  d'Agobbio  con  measer  tacopo  Gabbrielli  dn- 
quanta  cavalieri,  il  signore  di  Bologna  trecento  ca- 
valieri, il  marcheae  da  Ferrara  dugento  cavalieri, 
messer  Mastino  della  Scala  trecento  cavalieri,  e  dalle 
torre  guelfe  di  Roaugna  centocinquanta  cavalieri, 
dal  Mgaore  di  Volterra  il  figliaolo  con  cinquanta 
cavalieri  e  dugento  pedoni,  messer  Tarlato  d*Arai- 
10  con  cinquanta  cavalieri  e  dugenta  pedonL  Prato 
venticinque  cavalieri  e  centocinquanta  pedoni,  Sam- 
miniato  trecento  pedoni,  Sangimignano  e  Gotte  da- 
acuno  con  centodnquanta  pedoni.  Come  i  Fioren- 
tini ebbono  rannata  loro  genta  e  amistà  elessono 
per  loro  capitano  di  guerra  messer  Maffeo  da  Ponta 


Corradi  di  Breada,  ch'era  loro  capitano  di  guirdìi 
in  contado.  B  qneata  fa  il  secondo  grande  (allo  de' 
Fiorentini  appreaao  d  prisM»  della  folle  cosq^en  di 
Lucca,  che  con  lutto  che  meaaer  Maffeo  fosse  valsnta 
e  buono  cavaUere,  non  era  suOdento  duca  a  gd- 
dare  d  grande  esordio.  Che  nella  noaira  canl- 
leria  aveva  cinquanta  e  più  conestabili  di  nMggioi» 
aliare  di  Id;  ma  l'  aad»iuone  ddl'nffdo  de'  vanii 
della  balia  reggenti,  ebbono  a  achifo  il  aavio  con- 
siglio del  re  Ruberto,  che  d  tatto  biasimava  Tian 
presa  di  Lucca.  B  però  non-vottono  per  capHaao 
mono  de'  regali  anot  nipoti,  né  altri  grandi  baraai, 
per  guidare  l'iaqireaa  più  a  loro  senno.  B  dò  latto 
ledono  cavdoare  il  loro  capitano  con  tutta  la  cavalleria 
e  popolo  grandisdma  a  Fuoeechio  e  alTdtre  terre 
dd  Vddamo.  B  mandarono  loro  ambasdadorì  a  Pìm 
a  richiedere  e  prolealare  a'Pisani,  che  non  d  In- 
vagliaasono  dell' iaipresa  di  Lucca,  com'era  ne*  patti 
della  paco  espressamenta  tra  Ipro.  I  Pisani  diedono 
loro  inllmta  e  false  scuse,  e  di  presenta  presono  fl 
Cerruglio  e  Monlechiaro,  e  puoaono  V  assedio  ooa 
tolta  loro  osta  alla  dttà  di  Lucca.  B,  come  diceoBO 
od  passata  capitalo,  i  Florentim  avveggendod  detta 
impresa  e  tradimenta  de'  Pisani,  inoontaneoto  focio- 
tto  cavalcare  il  loro  i^tXity  eh*  era  nd  Valdamo  di 
sotta  in  ad  contado  di  Pisa,  e  furono  tremila  m- 
conta  cavalieri  e  pih  di  diednùla  pedoni  di  aoMo.  B 
di  presenta  presono  il  Pontadera  e  il  foaao  Amodoo, 
e  guastarono  e  arsone  tolto  il  borgo  di  Caadaa,  o 
la  villa  di  Sandonnino  e  quella  di  Sancnaciano,  e  in- 
fino al  borgo  delle  Capanne'  presso  a  Pisa  a  dae  mi- 
glia. B  poi  d  rivolsono  per  la  via  cbe  va  in  Yddora, 
e  andare  lino  a  Ponto  di  Sacco,  levando  grande  pre- 
de e  faccende  grandi  ardoni  sansa  coBtrasto  ninao, 
istando  aopra  il  contado  di  Pisa  più  di  j  e  più  m- 
rebbono  alati,  ae  non  che  gran  fortuna  di  pioggia  li 
aoppreae;  onde  avendo  arse  e  guasta  le  ville  non  n 
poterono  dimorare  nà  andare  pia  innanu,  e  toraa- 
rond  addietro  a  Fuceochio  e  noli*  diro  castella  del 
Vddamo  di  aolta.  B  nota,  che  queato  è  il  terso 
gran  fallo  dell' impreaa  di  Lucca  e  mala  capilaaerii, 
e  dò  non  ai  riprende  dopo  il  fallo.  Ch'  aaad  d  vi-* 
de  chiaro,  e  si  disse  dinand  per  li  savi  e  ialendeati 
cavalieri  di  guerra,  che  a  levare  l'aModio  da  Locca 
e  disertare  i  Pisad  l'oata  de'  Fiorenlim  .d  dovea  porro 
d  fosso  Amonico  ch'era  bene  albergato,  e  quatto 
aflòrsaré  verso  Pisa  di  foad  e  ateccati  e  afforsare  Poa- 
tadera,  e  fare  uno  picdolo  battifoUe  a  piò  di  Marti  ia 
ad  Cutallo  di  Bosco  e  in  quegli  kaciare  guardia 
e  guemigione  di  genta  d' arme  per  avere  ^spedito 
il  cammino  e  la  vitluaglia.  B  pd  d  continuo  ftfo 
grosse  cavdcata  in  Vddera,  e  in  Yaldicaprese,  e  ia 
Vada,  e  a  Porta  pisano,  e  a  Livorno,  e  alle  porte 
di  Pisa  intorno  in  tomo,  e  poteano  fam  ponti  di  le*^ 
gnome  aopra  l'Amo,  e  cavdcare  di  là  co' loro  pea- 
nom^  o  paasam  in  Yddiserdiio,  e  impedire  la  vil- 
tnaglii  ohe  andava  da  Piaa  ali*  oato  di  Lucca  ;  ee^ 
convenin  che  per  neceaaità  ai  tavasse  Toata  da  Lac- 


^  dM^entomOd,  dice  U  T.  Davansatt  abdoatrando. 


'  campane,  ha  1*  Olniitiiia  ditta. 
*  9opra  VAmo^  petétmo  di  MiKànio  ca9dear«i7lof0i^ 
monte  e  VàldiierchiOj  e  in^ptdire  oce.    Sd.  G. 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


435 


et.  B  dò  sentinmo  poi  da*  deUi  Pìfani,  che  di  que- 
sto alinriiio  in  grande  e  oontinoa  paora,  e  oonve- 
m  per  fona  TeniMono  a  battaglia  oo*PiorentÌBÌ,  e  la 
balliflia  era  alTeleiioae  e  con  Tantaggio  de^Fioren- 
tini.  Ma  il  dea^o  ordinato  da  Dio  per  ponire  le  peo- 
cata  non  paò  preterire,  ohe  aedeea  Famoio  de*  po- 
poli e  decloro  dadii  e  rettori  a  non  laidare  pren- 
dwo  il  nugliore  partito.  B  oosì  afrenne  al  noatro 
cornane. 

CAPITOLO  cxxxin. 


Cifme  i  FiùrmUim  eonekinio  U  mercato  delia  città 

di  Lucca  con  me$$er  Moitino^  prciono  lapoiSèaUh' 

ne  essendo  assediata  dai  Pisani. 

Intra  la  detta  stanza  measer  Mutino  non  dor- 
mita, mm  sagacemente  prese  suo  tempo  e  mandò  snoi 
ambasciadori  a  Pirense,e  ridiiesono  e  protestarono 
al  cornane  che  prendesse  la  possessione  della  città 
di  Lacca  e  delle  castella  ch>gli  teneva;  e  se  ciò 
BOB  facesse  il  detto  comune,  s*  accorderebbono  co* 
Pisani  e  darebbonla  loro.  B  per  aUare  lé  saa  mer* 
cataniia  e  ftire  la  saa  Tcndetta  centra  i  Fiorentini, 
come  dicemmo  addietro,  al  continoo  stsTa  in  bar- 
baglio co*  Pisani  per  trattato  di  Guglielmo  Scannac- 
cì,  rubello  di  Bologoa,  stato  suo  capitano  in  Lucca. 
Sopra  ciò  si  tennono  in  Fircnie  più  consigli,  e  per 
li  pie  safi  si  consigliava  per  lo  migliore  che  V  im- 
presa si  lasciasse,  e  che  si  guerreggiasse  sopra  il 
contado  di  Pisa,  e  com*  era  grande  fallo  a  prender 
la  possessione  di  una  terra  assediata;  e  che  molto 
pericolo  e  spesa  ne  potea  avvenire,  e  poteasi  lasciare 
ragìonevolemente  coironore  del  comune,  perocché  il 
primaio  patto  era  per  lo  presso  detto  di  dugento- 
cinqoanta  migliaia  di  fiorini  d^oro,  messer  Mastino 
dovea  dare  la  città  e  le  castella  libere  e  spedite.  Ma 
r  ambizione  delP  ufficio  de*  venti  e  dcMoro  seguaci, 
eh*  aveauo  fatta  l' impresa,  vinse  il  savio  e  buono  con- 
sigfio,  e  deliberarono  pure  di  voleria,  dicendo  che  a 
ksdarìa  era  troppo  grande  vergogna  e  abbassamento 
dei  comune  di  Pirense:  e  questo  fb  il  quarto  grande 
fSillo  sopra  fallo  fatto  per  1*  nflcio  de*  venti.  E  incon- 
tanento  mandarono  due  altri  di  loro  compagni  e  altri 
ambasciadori  insieme  con  quelli  di  messer  Mastino  al 
Btarchese  di  Ferrera ,  eh*  era  mezzano  a  trattare  i 
patti.  B  giunti  a  Ferrara  tosto  s"  accordò  la  bisogna, 
scemando  deUa  prima  somma  settantamila  fiorini  d*oro 
per  Taasedio  di  Lucca  e  per  la  perdita  del  Cerru- 
glio  e  di  Montechiaro,  sicché  rimue  il  prezzo  del 
patio  a  centoftantamila  fiorini  d*  oro.  I  centomila  si 
dovesno  pagare  infra  termine  d*  uno  anno,  avendo 
ventisette  nuovi  stadichi  per  sicurtà  di  ciò,  e  gli  ot- 
taataadla  fiorini  d*oro  in  cinque  anni  appresso  \  de* 
qmli  si  dovea  pagare  ogni  anno  sedicimila  fiorini  d'o- 
ro; e  di  ciò  fe  mallevadore  il  marchese  da  Ferrara  e*l 
signoro  di  Bologna  ;  o  dovea  tenere  messer  Mastino 


'  Pi&  ridso  è  U  dettato  della  Giimtiiia:  in  eingue  anni 
appruÉOf  ogm  wme  sedici  mUa  fimm  i^arOf  maitteifadori 
di  db  U  narehu§  £*l  iignore  di  Bologna^  e  ieners  messer 
Mastino  al  suo  sotdo  ece. 


al  ano  soldo  cinquecento  cavaKerì  infine  ^e  foaso 
levato  r  aasedio  da  Lucca.  Innami  che  messer  Me- 
stino si  fosso  partilo  dal  mercato  ai  aarebbe  accor- 
dato per  fiorini  centomila  d'oro,  sìccohm  possessio- 
ne  diserta  e  che  Tavea  per  perdu^ta,  e  ai  Pinni  in 
nulla  guisa  la  volea  dare,  tutto  che  né  facesse  il  sem- 
biante, e  questo  era  per  dispetto  di  messer  Luchi- 
no, che  con  loro  insieme  Taveva  assediata  in  aua  ver- 
gogna ;  e  questo  sapemmo  di  certo,  perocché  eravamo 
presenti  al  trattato  del  numero  degli  atadichi.  Ma  la 
fretta  e  la  troppa  volontà  di  chi  1*  avea  a  fare,  o  al- 
tra privata  cagione,  e  bene  si  disse  per  molti  citta- 
dini che  baratteria  era  stata  commessa  per  i  tratta- 
tori  del  primo  mercato  dell*  una  parte  e  dell*  altra,  e 
noi  ne  aentimmo  tanto  in  Ferrara,  quando  si  recò  il 
mercato  a  centottantamila  fioriid  d*oro,  che  quelli 
che  V*  erano  per  messer  Mutino  dissono,  eh*  eglino 
non  avean  mai  sentito  che  la  prima  somma  fosse  pift 
di  dugentomila  fiorini  d*  oro.  B  così,  se  fero  In,  i 
nostri  cittadini  savi  ingannerò  Toste  ovvero  il  no- 
stro comune  cieco;  e  fermato  il  aecondo  patto,  in- 
contanente tornarono  da  Ferrara  i  nostri  ambascia- 
dori  co*  sindachi  di  messer  Maatino.  B  di  presente 
fecioBO  i  nostri  rettori  moovera  1*  oste  ch'era  in 
Valdarno  col  capitano,  e  agginnsono  al  consiglio  del 
capitano  della  guerra  due  cittadini  per  sesto;  e  an- 
darono in  arme  con  nobile  compagnia  a  gaggio  del 
comune,  e  andarono  in  sul  contado  di  Lucca,  parte 
per  la  via  d*Altopa8cio  e  parte  dell*  oste  n*andò  per 
Yaldinievole;  e  accampossi  tutta  la  nostra  oste  al 
Colle  delle  Donne  a  di  1 5  di  settembre  ;  e  poi  eb- 
bono  la  possessione  di  Pietnsanta  e  di  Barge  da'pro- 
curatori  di  messer  Mastino.  Come  Toste  de* Fioren- 
tini fu  accampata,  incontanente  Toste  de* Pisani  che 
aveano  fatti  tre  campi,  si  recarono  a  uno  :  tegnen- 
dosi  ancora  per  quelli  di  Lucca  la  fortezza  di  Pon- 
tetetto,  che  impedia  molto  la  scorta  de*  Pisani,  e  pe- 
rò v'andò  grande  parte  delToste  de*  Pisani  e  stettonvi 
più  di  ad  assedio,  e  per  forza  combattendola  Tebbo- 
no.  In  quella  dimoranza  la  gente  di  messer  Mastino 
co*  suoi  sindachi  e  co*  nostri,  e  colla  gente  che  si 
volea  mettere  in  Locca,  che  fàron  trecento  cavalieri 
e  cinquecento  pedoni,  con  diecimila  fiorini  d*oro  per 
pagare  le  masnade  che  n*  uscivano,  e  poi  con  loro 
Ciupo  degli  Scolari  e  tutti  i  ghibellini,  che  v*  erano 
in  Lacca  per  messer  Mastino^  e  con  cenni  di  fuoco 
ordinati,  quelli  di  Lucca  a  una  Ora  usarono  fuori  e 
i  noitri  V*  andarono  e  ruppero  parte  delio  steccato 
a  ano. luogo  ordinato,  e  appianerò  i  fossi,  e  sani 
e  salvi  sansa  contrasto  entrarono  in  Lucca.  B  di  ve- 
ro, ae  grossa  gente  fosse  cavalcata  con  loro,  era 
rotta  la  gente  de*  Pissni,  che  in  quel  punto  non  cren 
riausi  alla  guardia  del  campo  più  che  cinquecento 
cavalieri.  Entrata  la  gente  in  Lucca  v*  ebbe  grande 
allegrezza  e  i  nostri  sindachi,  cioè  Giovanni  di  Ber- 
nardino de*Medici,  e  Naddo  éi  Cenni  degli  Oricellai, 
e  Rosso  di  Ricciardo  de*  Ricci,  riceventi  per  lo  co- 
mune di  Pireoie,  presono  la  possessione  e  la  tenuta 
della  città  di  Lucca  del  castello  dcH*  Agosto  dal  sin- 
daco di  messer  Mastino,  eh*  era  Arriguccio  Pegolotti 
nostro  antico  cittadino  di  Firenze  ghibellino,  a  dì 
21  di  settembre.  E  il  detto  Giovanni  di  Bernardino 


436 


CRONICHE 


de^  Medici,  diserà  ordio^to  ohe  ae  Cmm  oepiluo»  il  Bostro  oapilioo  metter  Maffeo  eoa  qne* Fierwtiii 
ti  fece  Our»  oevtUere,  e  N«ddo  e  Rotto  rimatooo  ce-  '  che  y"  erano,  con  teelta  delle  ■ìgliorì  matntde  che 
merlingbi  per  lo  oomiiBe  della  moaela  che  vi  ti  naa-  '  fottoao  ael  canpo  noelro,  e  co*  Seaoti  e  eoa  piii  dot- 
diva  per  ptgtre  le  oAttnade  a  cavallo  e  a  piedi,  tetti  che  v'eraao  delle  categaelfo  di  Sieaa,  efeee- 
e  foraìre  l'ordine  della  vitiuagUa.  E  fecionlo  ti  be-  '  viti  de^ cavalieri,  eporlaronti  fraactaieatai  E  in  quella 
ne  ciatcono  de^  deUi  come  innaaii  ti  (roveri  legf  cado.  '  tohiera  fa  tMtter  Ghiberto  da  Fogliaao,  e  Frìgoaao  dn 

Setto,  e  ano  conte  d*  Alaauigaa»  e  metter  Beoedello 
CAPITOLO  CXXXIV.  Tedetco  eh*  era  colla  ffcnle  di  metter  Mattine,  che 

in  qaella  fiomata  fecioao  con  gli  altri  intieaM  cote 
maravifliote  odi  grandi' prodetxe  d*arme,  ettendo 
fttciati  di  cotta  con  trecento  halettrieri.  Lt  tchien 
grotta  con  tatta  Feltra  cavallerìa  e  popolo  é  colk 
Ettendo  la  detta  nottrt  otte  in  tal  Colle  delle  '  talmerìa  cerca,  che  fa  foUia,  goidavano  gli  altri 
Donne  e  in  tu  quello  di  Grignano,  più  tcaramacci  capìtmii.  E  metter  Giovanni  della  Vellina  di  Borgo- 


Come  r  osi§  de*  Fiorentini  fu  tconfUta  ia  quelia 

de' 


abbono  la  nottra  gente  con  quelle  de*  nemici,  ch'e- 
rano a  San  Gremigno  e  a  San  Gennaio,  quando  a 
danno  dell*  una  parte  e  qoando  dell'  altra  ;  e  for- 
nendo Lacca  di  contiono  di  moneta,  che  altro  non 
bitogntva  loro,  perocché  per  danari  i  Tedetchi  del- 
l'otte  de' Pittai  di  di  e  di  notte  fornivtno  Lucca  di 
ciò  che  hitogaava.  Ma  la  ingannevole  fortuna,  om 
più  la  mala  provvedente  dell'  uficio  de*  venti  della  ba- 
lia e  del  loro  contiglio  de'  reggenti  eh'  erano  in  Fi- 
rente,  che  a  cittchedunq  per  la  loro  ambizione  pa- 
rca attere  il  buono  Altrdo  di  Velieri,  o  il  conte 
Guido  da  Montefeltro  mattrì  di  guerra,  ti  dilibera- 
rono ohe  la  detta  nottra  otte  itcendette  al  piano 
inverto  Lucca,  e  prandettela  battaglia  oo*PitanL  E 
quatto  mtndarono,  upramente  comandando  al  ca- 
pitano dell*  oate.  E  quetto  fu  il  quinto  fallo,  e  tan- 
ta rimedio,  perocché  Lucca  era  fornita  ancora  per  più 
d*otto  moti;  e  ciò  tspeauno  di  certo,  e  tutto  di  ti 
fornivt  per  lo  modo  detto  ;  perocché  tttndo  a  bada 
co*  Pittai  e  fermi,  gli  ttracctvtno  e  contnmavano  di 
tpeto  in  poco  di  tempo.  E  di  vero  ti  tenti,  che  indu^ 
giaodoti  poro  quindici  di  di  non  combattere,  metter 
Oiovtnni  Yitconti  ti  partiva  con  tutta  la  cavallerìa  del 
aignore  di  Milano,  perché  i  Fitani  non  gli  otterva- 
vano  i  patti  promeati,  e  ciò  ti  ditte  in  Firante  poi, 
quando  vi  fu.prìgione,  paletemente.  L* altro  grande 
fallo  e  patiia  fu  ad  andare  a  combattere  a  poata  e 
a  vantaggio  de'  nimici,  eh'  erano  dentro  alla  fortei- 
ta  del  fotto  e  dello  tteccato  di  loro  campo,  e  pò- 
teano  prendere  e  latciare  la  battaglia,  e  rinfretcarai 
a  loro  potta  e  a  loro  vantaggio  ;  e  oltre  a  ciò  non 
erano  meno,  ma  molta  più  gente  de*  noatri  a  cavallo 
e  a  piedi;  ma  al  fallo  della  guerra  ne  tegul  incon- 
ttnente  la  ditcipUna.  1  capitani  dell'  otte  obbeden- 
do il  comandamento  che  venne  da  Firente,  ovvero 
per  punire  i  nottri  peccati,  il  dettino  di  Dio  ve  li 
condtttte.  Il  di  di  ctlende  d'ottobre  tcetono  al  pia- 
no di  Lucca,  e  accamparonti  la  notte  al  luogo  detto 
la  Ghiaia  al  greto  del  Serchio,  pretto  al  campo 
de*  nimici  a  meao  d*  nao  miglio,  e  V  una  parte  e 
1*  altra  feciono  la  tpianata;  p  quelli  del  campo  di  Pita 
abbatterò  verto  la  tpianata  una  parte  dello  ttecca- 
to, e  rìchietono  i  nottri  dibattagha;  i  nottrì  1*  ac- 
cettarono per  lo  giorno  appretto.  E  coti  il  martedì, 
a  di  3  d*ottobre  1341,  le  due  otti  t' affironlarono. 
1  nottri  ch'erano  rinmti  daemilaottooento  cavaUerìe 
popolo  grandittimo  feciono  due  tohiere ,  1*  una  di 
milledogento  cavalieri  per  feditorii  la  qoal  coadaeeva 


'  gne  avea  l' iategna  reale,  che  per  bontà  de*  nottrì 
cittadini  non  vi. fa  neuno  che  chiedeate  volerla  por- 
tare. I  Piaani  eh*  erano  tremila  cavalieri  feciono  tre 
tchiere  ;  l' una  di  feditori  da  ottocento   cavalierì,  e 
conducevala  il  conte  Nolfo  da  Montefeltro  loro  a- 
pitano,  fuciata  con  molti  halettneri  genoveti  e  pi- 
taai,  che  n'avevano  più  di  noi  e  aiigliorì.  L'altra 
grotta  tchien    co*  cavalieri  del  aignore  di  Milano 
guidava  metter  Giovanni  Yitconti  da  MHaao  coli*  in- 
tegaa  della  vipera.  Uà*  altra  tchiera  di  quattroceato 
cavalierì  era  potta  addietro  pretto  alla  bocca  de' lo- 
ro ttecetti   alla  guardia  di  quella,  perché  i  aottrì 
di  Lucca  eh'  erano  otciti  delle  città  non  attalittoDO 
il  ctmpo.  Quella  torta  tchiera  de'  Pitani  guidava  met- 
ter Ciupo  degli  Scolari  aottro   cittadino,  ghibellioo 
e  rubeUo,  e  il  di  ti  fece  cavaliere,  e  metter  Fraa- 
cetoo  Cattraoani.  Fatte  le  dette  tchiere,  le  due  otti 
a'  affrontarono  iatieme  in  ta   1'  ora  della  tene;  e 
prima  t'affrontarono  ifeditorì  daU'uaa  parte  e  dal- 
l' altra.  La  battaglia  fu  atpra  e  forte,  perocché  da 
ciatcont  parte  de*  feditori  era  il  fiore  della  caTalle- 
rìa  dell'  otte^  e  per  la  forte  percotta  de'  feditori 
de'  Pittai,  tutto  che  fotte  meno  geato  che  la  no- 
stra, fece  cipignere  addietro  la  tchiera  de'  nottrì  fé- 
ditorì  ;  ma  poco  appretto  i  (editorì  de^  Pitani  foro- 
no  rotti  e  tconfitti;  e  fuggendo  parte  te  ^le  tonò 
addietro  agli  ttecetti  e  parte  all'altra  achiera  grotta, 
I  nottrì  feditori  avendo  avuta  la  vittorin  contra  i  fé- 
ditori   de'  Pitani,    francamente   attaliroao   lt  loro 
tchiera  grotta;  e  quella  fo  aaa  ritenuta  e  atpra  bat- 
taglia, e  durò  iafino  dopo  ooaa,  e  fecoviai  di  gran- 
di mipraviglie  di  cavalieri^  e  foroovi  abbattati  di  molti 
cavalieri^  per  i  molli  halettrieri  che  v*  erano  dairoat 
parte  e  dall'altra,  e  fu  abbattuta  riat^^oe  di  mei- 
ter  Luchino,  e  proto  metter  Giovanni  Yitconti  ca- 
pitano della  tua  gente,  e  Arrigo  di  Cutruccio,  e 
metter  Baldo  de*  Fretcohaldi,  e  altri  nottri  citudiai 
otciti,  e  più  altri  de*  migliori  Pitoni  che  vi  futtero 
a  cavallo  ;  i  quali,  rotta  e  abaragliata  la  dette  tchieia, 
con  tutto  che  rilevattono  un'altra  iategna  delle  vipen 
di  Milano,  parte  di  loro  n'andarono  '  nella  tchiera  di 
metter  Ciupo  degli  Scolari,  ohe  ttava  feratt.  E  con 
tutto  che  i  nottri  feditori  combattettono  e  cacciattono 
i  nimici,  la  aottra  achiera  grotta  non  ti  motte 


'  dopo  nono,  t  gr am  morttUùà  v*  ébU  di  eovaUi  •  M^ 
(Hto  di  tOMUirì  ptr  fco. 
*  $i  rennoderma  colto  K^ìare  teo*  laggtal  aaUa  QiaaiiBai 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


439 


mttdò  a  Fìrai>e  del  mete  di  novembre  una  grande 
a^bafciata,  eie  fa  il  Teeoovo  di  Grufo  grande  naeitro, 
e  moMer  Gianni  Barile  de*  maggiori  di  Napoli,  e 
Nioeola  degU  Acoiainoli  con  grande  compagnia,  e 
feee  per  quelli  domandare  in  ano  grande  consiglio 
la  peiaeaaiotte  e  aignoria  della  città  di  Lacca,  come 
ana  e  di  aoa  giarìdiiione,  eon  tatto  che  gli  fosse 
tolta  da  Ugnecione  della  Faggiuola  e  dal  comune  di 
Pisa,  come  aaaai  addietro  facenuio  meniione.  B  se 
dò  ai  facesse  per  gli  Fiorentini  prometterà  tutte  le 
SM  forse  per  mare  e  per  terra  centra^  Pisani>  a  fare 
tutte  le  nostre  vendette  e  levare  V  oste  loro  da  Lucca, 
aliaundosi  di  certo,  che  i  Fiorentini  per  la  loro  al- 
teteiaa  cosi  grande  costo  e  danno  e  vergogne,  come 
e^no  n^  aveano  ricevuta  per  V  impresa  di  Lucca, 
negasaono  la  sua  dimanda  e  richiesta,  e  dò  faccende 
aRrea  giusta  eausa  di  negare  T  aiuto  addiautndato  per 
lo  nostro  comune,  l  Fiorentini  sopra  ciò  saviamente 
aernsati  e  eon  buono  consiglio  liberamente  rispuosono 
agU  amhaseiadori,  e  in  loro  presenxa  rifermarono  in 
qoello  joonslglio  di  dare  al  re,  o  a  loro  riceventi 
per  Ini,  libera  la  possessione  di  Lucca  \  e  feciono 
sindachi  a  ciò  fare,  e  andarono  per  iscorta  con  loro 
in  Lucca,  e  dierono  loro  la  possessione  e  "1  dominio 
eolie  carte  bollate.  B  ciò  fatto  i  detti  ambasciadori 
del  re  Ruberto  andarono  a  Pisa,  e  rìohiesono  i  Pi- 
sani per  parte  del  re  con  solenni  protestsgioni  che 
ai  levaasono  dalP  assedio  della  sua  città  di  Lucca.  I 
Pisani  parendo  loro  che  la  detta  richiesta  fosse  opera 
dìssimolata  apposta  de*  Fiorentini,  la  qual  cosa  nel 
vero  non  era,  ma  come  che  si  fosse,  a*  Pisani  ne 
pnrcfva  avere  mal  partito  alla  mano  a  recarsi  il.  re 
Ruberto  contro,  e  d*  altra  parte  non  voleano  levare 
I*  assedio  da  Lucca,  e  dissimulatamente  dissono  di 
rispondere  al  re  per  loro  ambasciadori  ^  e.cosl  feciono 
dilatando  e  menando  il  re  per  parole,  e  non  vollono 
in  fine  fame  niente  ;  ma  rafforzando  di  continuo  Tu- 
sodio  di  Lucca  colla  forza  di  messer  Luchino  Visconti 
•  degli  altri  tiranni  di  Lombardia  di  parte  Imperiale; 
ed  era  a*  Pisani  assai  agevole,  essendo  ti  presso  a 
Lacca,  a  rafforzare  V  assedio. 

CAPITOLO  cxxxvin. 

Com$  i  Fioremiini  mandarono  al  r§  Ruherio  per 
amia  a  non  Vebbono^  a  ciò  che  ne  uguì. 

I  Fiorentini  veggendosi  cosi  menare  mandarono 
loro  ambasciadori  a  Napoli  a  richiedere  il  re  Ru- 
berto d*  aiuto,  e  che  mandasse  uno  de*  nipoti  per 
loro  capitano,  e  che  osservuse  i  patti  che  aveano 
promesso  i  suoi  ambasciadori  quando  gli  fu  renduta 
la  possessione  di  Lucca,  come  detto  avemo  addie- 
tro ;  i  quali  ambasciadori  con  grande  istanzia  e  con 
grande  studio  seguirono;  ma  poco  valse,  che  di  nulla 
si  BBOSse  il  re,  bargagoando  di  mandare  il  duca 
d*  Atene  con  seicento  cavalieri  al  soldo,  pagando  il 
cornane  di  Firenze  la  metà  ed  egli  1*  altra  metà,  e 
nncora,  non  potendo  meglio  ottenere,  fu  accettato 
per  lo  nostro  comune,  ma  il  re  non  lo  volse  osser- 
vare. 0  avarizia,  nimica  della  resle  virtù  e  di  ma- 
gnanimità, come  guasti  ogni  bene,  e  ogni  onorata 


impresa!  Che  se  il  re  Ruberto  ci  aveue  osservata 
la  promessa  ch'avea  fatta  fare  al  nostro  comune  per 
i  suoi  ambasciadori,  e  mandato  uno  de*  nipoti  con 
mille  cavalieri  (pagando  noi  il  mezzo  soldo)  ali*  o- 
ste  de*  Fiorentini,  e  dodici  galee  armate  sopra  i  Pi- 
sani a  tor  loro  l*  entrata  del  porto,  che  assai  gli  era 
leggieri  a  fornire  questo,  di  certo  colla  forza  e  rau- 
nata  de*  Fiorentini  i  Pisani  con  tutto  1*  aluto  di  mes- 
ser Luchino  di  Milano  e  degli  altri  Lombardi  non 
avrebbono  avuto  podere  di  tener  campo  né  assedio 
alla  città  di  Lucca.  Per  lo  quale  difetto  del  re  Ru- 
berto qacquono  molti  inconvenienti  e^ pericoli  eden-, 
ni  con  sua  vergogna  e  del  nostro  comune,  come  ap- 
presso si  potrà  comprendere;  che  i  Fiorentini  si  con- 
dussono  a  fare  oste  per  loro,  e  di  soccorrere  Lucca 
con  più  di  quattromila  cavalieri  e  popolo  infinito, 
come  nel  seguente  espitelo  si  farà  menzione,  con 
poco  onore  e  grande  spendio.  Ma  qjoello  che  più  por- 
tò di  rischio  e  di  grande  pericolo,  non  solamente  al, 
nostro  comune,  ma  a  tutta  parte  guelfa  e  della  Chie- 
sa, e  a  tutta  Italia,  ed  eziandio  al  re  Ruberto  e  a 
tutto  il  suo  regno,  si  fu,  che  per  lo  sopraddetto 
isdegno  preso  col  re  Ruberto  per  suo  grande  di- 
fetto, certi  reggenti  del  nostro  comune  per  soddu- 
cimento  di  messer  Mastino  della  Scala  mandare  se- 
gretamente due  popolani  de*  maggiori  reggenti  di 
Firenze  ambasciadori  con  quelli  di  messer  Mestino 
a  Trento  ali*  entrare  della  Magna,  dov*  era  venuto  il 
Bavero,  che  si  facce  chiamare  imperadore,  per  altro 
suo  bisogno  ;  eglino  attentarono  per  tal  modo,  ohe 
egli  mandò  a  Firenze  e  poi  alla  nostra  oste  più  de* 
suoi  baroni  con  da  cinquanta  cavalieri  la  maggiore 
parte  di  corredo;  infra  gli  altri  caporali  vi  fu  il 
duca  di  Tocchi  e  il  suo  Luvomastro^  col  suo  grande 
suggello,  e  il  Porcaro  conte,  promettendo,  se  il  no- 
stro comune  voleva  ricevere  il  duca  di  Tocchi  per 
suo  vicario  con  larghi  patti,  che  farebbe  partire  tut- 
t*  i  Tedeschi  del  oampo  de*  Pisani,  incontanente  che 
vedessono  quel  suggello,  e  romperebbono  Toste  de' 
Pisani,  e  tornerebbono  tutti  dal  lato  nostro.  Di  certo 
veniva  fatto;  ma  sopra  ciò  avuto  i  nostri  reggenti 
segreto  consiglio  con  certi  cittadini,  savi  e  amatori 
di  parte  guelfa  e  della  Chiesa,  a  cui  toccava  lo  stalo 
e  più  parte  di  esso  che  a  coloro  ch*avean  menato 
il  detto  trattato,  s*awiddono  che  ciò  faccende  era 
pericolo  di  far  tornare  il  reggimento  di  Firenze  e 
di  tutta  Toscana  assai  tosto  a  parte  ghibellina  e 
d* imperio,  e  consigliarono  che  non  si  seguisse  il 
detto  trattato  per  lo  migliore^  e  che  l* impresa  si 
seguisse  da  noi  a*  Pisani  ;  e  cosi  rimase ,  i  detti 
baroni  si  tornarono  nella  Magna.  Ma  per  la  detta 
loro  venuta  il  re  Ruberto  entrò  in  tanta  gelosia, 
che  non  sapea  che  si  fare,  temendo  forte  che  i 
Fiorentini  non  prendessono  rivoltura  di  parte  impe- 
riale e  ghibellina.  B  molti  suoi  baroni  e  prelati  e  al- 
tri del  regno  ricchi  nomini ,  eh*  aveano  depositati 
loro  dsnsri  alle  compsgnie  e  mercatanti  di  Firenze, 
per  la  detta  cagione  entrarono  in  tanto  sospetto. 


>  Lmjfómoitro  dice  la  Qiuntina,  td  agli  era  nn  gran 
•inisoaloo  o  altro  ministro  prineipala  nella  Corti,  col  si  dà 
per  ordinarlo  U  titolo  di  grande. 


440 


ORORIOHB 


che  oiaieanp  ToUe  MMre  pagato,  e  faU  ia  Rraa* 
se  la  oradansa»  a  in  tutta  parti  dova  araaso  a  hn^ 
par  modo  cha  poao  tampo  appraaaq  par  aafiooa  di 
dò,  a  par  la  fravana  dal  eomaa  a  par  la  par- 
dita  di  Lvoaa,  appraaso  molta  bsoaa  oonpagoia  di 
Firaose  aa  fallirono,  la  qoali  foroao  qaaata:  qaal- 
la  da*  Parani^  gli  Acoiaiaoli,  tatto  cka  non  tm^ 
aaffloao  allora  par  loro  graada  potaua  oh'  araaao 
io  conoae,  ma  poco  tempo  appraaso  liHiroBO,  i 
Bardi  abbono  nno  grande  cralto,  e  non  pagavaiio  a 
coi  dovevano  dare,  e  poi  por  feUirono  ;  i  Bonaooor- 
ai,  i  Coccia,  gli  Anteìleai,  qnelli  da  Uuano,  i  Cor- 
sini, i  CastaHani,  i  PerondoU,  e  più  altri  aingniarì 
mercatanti  e  più  altri  artefici  di  pieoole  compagnie, 
e  fa  grande  danno  e  roma  de'  mercatanti  di  Fìren- 
le,  e  unir eraalmante  de*  detti  dltadmi  ne  tega!  mag- 
giore danno  al  eomane  cke  della  aconltta  e  per- 
diU  di  Locca.  B  0ota,  per  gli  detti  fallimenti  delle 
compagnie  mancarono  i  denari  contanti  in  Firente, 
die  appena  se  ne  trovavano.  E  le  poasesdoni  ch'e- 
rano in  città,  a  volerle  vendere  si  davano  le  dne 
derrate  per  uno  danaio,  e  non  ai  trovava  il  com- 
pratore, e  in  contado  il  terso  meno  a  vaiata,  e  as- 
sai più  calarono.  Lssceremo  di  dire  della  detta  ma- 
teria, e  diremo  della  grande  oste  che  i  Fiorentini 
feciotto  per  liberare  Lacca  dall*  assedio  de'  Piaani,  e 
non  venne  loro  fatto. 

CAPITOLO  CXXXDL 

Vuns  gronde  emobik  oiie  che  i  FiareiUmi  fa- 
ciono  poi  per  levare  i  PUani  ieW  aueiio   deUa 

ciiià  4i  Lueem. 

Volendo  i  Fiorentini  aegaire  la  loro  folle  isi- 
praaa  di  fare  oate  per  levare  i  Fisani  dall'  assedio 
di  Lacca,  e  sentendo  che  falliva  a  «fneHi  d'entro 
assai  tosto  la  vittnaglia,  abbono  più  di  daeaule  ca- 
valieri oltramontani  assai  baona  gente  al  loro  aci- 
do*, e  dttadini  a  cavallo  ve  n'ebbe  qaaranta  con  aei 
condglieri  del  capitano  che  In  nuda  prowedensa  ;  e 
non  si  ricordavano  i  rettori  di  Firenze  di  qncUo  che 
scrìve  Locano  di  Cesare  qaando  ficea  le  ane  osti, 
non  dieea  alla  sne  milisie:  anda/a,  ma  eantle;  e  dò 
faccendo  aveano  sempre  vittoria  i  Romani  E  eoal 
avviene  il  contrario  a*  signori  e  rettori  de'  comuni, 
qaando  peraonalmenle  non  aono  a  guidare  i  loro 
eserdti,  lasdand|o  la  cara  e  prowedenza  a'  soldati 
strani  :  e  qaeato  beati,  che  la  aperiensa  approva  il 
fitto.  Alla  nostra  oste  oundò  in  aiuto  nraaser  la- 
atino  cinquecento  cavalieri;  il  signore  di  Bologna 
dnqueeento  cavalieri  ;  il  marcheae  da  Ferrara  quat- 
trocento cavalieri;  le  terre  guelfe  di  Romagna  du- 
gento  cavalieri  ;  i  Sanesi  trecento  cavalieri  ;  da'  Fa* 
rogini  centocinquanta  cavalieri;  d* altre  terre  d' in- 
torno e  da'  conti  Mdi  gnell  diedmifai  tra  pedoni 
e  balestrieri  ^  munade  aanii  i  dttadini  e  distret- 
tuali: a  dieronsi  l'insegne  domenica  d'ulivo  a  di 
24  di  mano,  e  il  di  di  Nostra  Donna  appresso,  1342, 
si  mosse  1'  oste  e  andonne  in  Valdinievole.  E  qae- 
ato fu  il  sesto  errore  e  grande  fallo  de'  venti  della 
balia  che  gtddavano  la  gnerm  e  'I  reggimento  detta 


dttà.  Che  e%  ancora  foaaono  iti  a  porre  oata  a  Kaa 
e  aaaediarla,  era  vinta  hi  goarra,  e  levato  raasadia 
di  Locca  ;  ma  non  lo  permiae  IdAo  por  i  nostri  di- 
fetti e  peccati,  per  arrogere  alle  noatre  discipline  a 
ispendio  e  abbaaaamento  deUa  noaCra  dttft ,  e  can 
nostra  vergogna  avendo  rannata  si  grande  potan- 
Kia  e  si  nobile  oste,  che  sarebbe  stato  aiSdente  a 
uno  reame.  Bene  fu  gran  colpa  di  questo  difetto  de' 
nostri  dttadini  ch'ermio  caporali  in  Lnaea,  oh'al  can- 
tinuo  acriveano  in  Firense:  eoewrrHe^  eoeeerrete^ 
che  la  terra  non  è  férwUa  per  un  mem:  ed  ars 
fornita  per  più  di  tre.  E  tutto  fu  dd  fhUo  doHn  guer- 
ra veduto  dinanai  per  U  aavi  Paititnm  In  dotta  osta 
da  Feada  e  di  Val<&nievole  n  di  t7  di  mano,  d 
pnoaono  e  aecamparonu  in  ao  1  poggio  di  €rigaa 
no  e  in  au  M  Colle  delle  Donne^  ove  fu  Taltra  vol- 
ta; e  in  quo' luoghi  tanno  0  nostro  co|étano,  dai 
meaaer  Malateata  d' Arimino,  «i  aieao  e  meno  h 
noatra  genta  atando  in  vani  trattati  di  ooffoaiH'era  i 
soldati  dell'osta  de'  Pisani,  non  faccendo  provn  o  n^ 
lenda  alcuna,  come  poteva  e  doveva  avanèo  tanta 
buona  genta  a  eavaUo  e  a  piedi;  hm  meaaer  Mala- 
testa  trovò  il  rocco  a  petta  al  cavaMere,  die  il  ca- 
pitano ddl'  oata  de'  Fisani,  ara  Nolfo  flglinota  dd 
conta  Federigo  da  Montefollro  ano  parente,  che  aa- 
pea  dette  volta  romagnnole  lenendoto  ni- trottato  va- 
no altred  beae  come  Im  ;  e  molti  dltadW  ne  pre- 
aono  aospetto  d'inganno  e  tradimento  per  la  lunga 
starna,  perdendo  tanto  tempo  beUo  e  itile,  onde  la 
ripreao  messer  Mdateata,  e  lundato  gli  Ai  a  dira 
da  Firense  riprendendolo  forta  che  awveaaa  V  osta 
conira  i  ninud,  che  che'nwenire  ae  no  doveaaa.  b 
questa  stanne  i  Fisani  e  i  loro  collegati  non  dormi- 
vano, e  diaaeai  che  i  Tarlati  d' Aronao  trattavano  di 
rnhdlaro  Arenao  al  nostro  comune.  B  àogliefaBW  de- 
gli Altoviti,  ch'era  capitano  di  gntfdin  in  Araaaa, 
fece  pigliare  meaaer  Fiero  Saccone  e  aMcaor  Bidelli 
e  meaaer  Lnno  e  Guido  tatti  de'  Tarlati,  e  manda- 
gli preu  a  Firense;  e  nel  pdagie  do'  priori  di  ao- 
pra atettono  in  pregione  più  tempo,  e  chi  gti  Imr* 
va  colpevoli  e  chi  no;  ma  per  quello  che  aagd 
appreaao,  nM>atrò  che  foaaono  colpevoli;  e  più  volta 
si  tenne  consiglio  di  gindioarli  n  aiorta,  ma  non  d 
ottenne,  e  fu  il  peggio  per  gli  corrotti  dlta^aL  B 
fa  fatto  prendere  in  Lucca  messer  Tariato  e  Isnata 
sotto  cortese  guardia,  il  quale  poco  appresso  ascan» 
do  fmoii  di  Lucca  a  diporto  con  meaaer  Giovaad 
de'  Medid  d  fuggi  nd  campo  de'  Piaa».  E  pd  par 
gli  altri  Tariati  d  rabellarono  molta  teifo  e  aastdli 
di  loio  e  dd  contado  d'Areaio  agli  Aretini.  Gli  0- 
balani  d  mbdlarono  al  nostro  oomune  colla  Ambi 
de'  ghibellini  di  Romagna,  e  con  corta  bandiara  di 
getto  a  cavallo  di  meaaer  Loehino  di  liBano«  a  as- 
sediarono la  terra  di  Firenauola,  e  andandovi  di  aa- 
stra  gento  di  Magnilo  per  aoocoirorla  male  oidi* 
nati,  dalla  qnda  era  gridatore  nno  do'Modid,  Ava- 
nò  por  agnato  aopprosi  e  rotti  a  Rifiredo;  e  paobi 
di  appreaao  abbono  Firemuola  per  trn£sMata  d'a^ 
cono  loro  fedele  che  v'abitava  dentro,  e  tatia  Par* 
sono  e  disfedono,  e  ripuosono  di  sopra  MoatMola- 
reto,  e  afforsaronlo;  e  per  tn£mento  ebboao  il  M« 
atollo  di  Tirli  che  non  ora  fornito,  che  U  gn*'* 


M  GIOVANNI  VILLANI. 


441 


vergogim  dd  ftostro  cornane.  B  gli  in)ertim  e  i 
FttEd  di  Valdfeno  robellaroiio  Castiglione  loro  et- 
■lello,  6  Campogiallo  e  la  Treggiaia,  siooliè  intorno 
d  nostro  contado  avea  grande  bollore  stando  la  no- 
stra oste  in  sQ  quello  di  incea. 

CAPITOLO  CXL. 

Come  r  OMte  dé*FiorenHni  si  sirinse  a  Lucca  per 
famMa^  e  non  potendo  fornirla  Lucca  smarrendo 

a*  Pisani, 

Partissi  «esser  MalatesCa  colla  nostra  oste  a 
dì  9  di  maggio  <ia  Grignano;  e  i  Tedeschi  delle  no- 
stre masnade  per  essere  male  ordinati  rubarono 
tatto  il  nosM  campo,  e  scesono  al  piano  e  accam- 
paronsi  a  San  Piero  in  Campo  di  costa  al  flnme  del 
Serchio^  presso  ■'  nimici  intomo  di  doe  guglia  ;  e 
quel  di  giunse  aeiroste  nostra  il  duca  di  Tecchi  e  U 
Lnvomastro  e  il  Porcaro  conte,  per  la  via  di  Bolo- 
gne e  di  Kstoia  con  baroni  del  BaTaro,  e  con  cin- 
qvnnta  arandure  e  con  venticinque  cavalieri  a  spe- 
roni d*  oro  9  ciascono  con  grandi  destrieri  e  molto 
nobile  gente,  col  trattato  ordinato  a  Trento  ali*  en- 
trare della  Magna  col  Bavero  e  co*  nostri  amba- 
sciadorì,  come  sddietro  facemmo  mensione.  U  det- 
to di  giunse  alla  nostra  oste  il  duca  d* Atene,  e 
venne  da  Firense  con  messer  (Jgoccione  de*  Bondel- 
monti  e  con  messer  Manno  de^  Donati  con  certi  ca- 
valierì  franoesehi  a'  nostri  gaggi,  e  con  sua  bandiera. 
B  adi  10  di  maggio  la  mattina  per  tempo  si  mosse 
r  ot^  da  San  Piero  in  Campo  cavalcando  schierati 
da  ano  ouglio  e  messo  verso  i  nimici  richeggendoli 
fi  battaglia;  e*  non  vollono  uscire  fteori  deMoro  steo«- 
coli,  e  di  ciò  féciono  saviamente.  La  nostra  oste,  non 
potando  avere  la  battaglia,  passarono  due  rami  del 
ftme  del  Beroàio;  e  il  terzo  ramo  era  sì  iogrossato 
per  oeqaa  ritenuta- per  gl'inimici  e  per  pioggia  in- 
ooounuata,  che  la  sera  non  poterono  passare,  e 
quella  notte  con  grande  dingio  e  soflìratta^  di  vittua- 
^a  e  di  tutte  cose,  e  assaliti  da' nemici  stettono  in 
sv  qneir  isola,  fhocendo  quella  notte  iìire  uno  gran- 
de ponte  di  legname  per  pusare  sopra  quello  ramo 
del  Serehio.  B  il  di  appresso  passò  tutta  V  oste  di 
le  alqoanto  sopra  il  colle  di  San  Quirieo,  dove  era 
mo  fèrie  battifolle  guernito  per  gK  Pisani  alla  gnar- 
dk  del  poggio  e  del  ponte  a  San  Onirico.  Veggen- 
éo  i  Pteara  che  i  nostri  aveono  passato  il  fiume,  te- 
nendo di  perdere  la  fòrtessa  di  San  Ooinoo  al  vi 
mandarono  pie  gente  alla  difesa,  ed  ebbe  tra  la  no- 
stra gente  e  la  loro  più  badalucchi  a  danno  de*Pi- 
oani.  B  fi  oerto  si  disse,  se  *1  capitano  nostro  aves- 
se fktto  pugnare'  la  nostra  oste  verso  la  fortessa,  i 
Pisani  r abbandonavano  ed  era  vinto  il  passo;  che 
non  v'  era  comparasione  dalla  (orsa  de*  nemici  alla 
nostra  gente,  ohe  solo  i  ribaldi  e  i  ragaid  deiroste 
nostra  evrebbono  vinto  colle  pietre  il  battifolle  e  '1 
poeta.  B  fi  dò  fu  ripreso  forte  messer  Molotesta, 
il  quale  eolia  nostra  oste  valicò  oltre,  e  eocampossi 


'  V.  A.  mmteammto,  earettìa;  quasi  dioease  sojferimento* 
'  Notevole  è  questo  :  pugnare  pm'io  Im  /ort$ma. 


in  su  uno  poggio  incontra  al  prato  fi  Lucca ,  lascian- 
do addietro  la  fortesza  e  la  bastia  fi  San  Onirico*  B 
se  '1  capitano  fosse  almeno  soèso  al  piano  fi  centra  al 
prato  fi  Lucca,  sì  si  forma  la  terra  per  forza,  e  parti- 
vasi  Toste  de'  Pisani  in  rotta;  perocché  non  era  an- 
cora per  i  Pisani  fatta  chiusa  nò  fortezza  alcuna  al  prato 
di  Lucca  da  quella  parte.  B  oltre  a  ciò,  i  nostri  ch*era- 
no  in  Lucca,  uomini  e  femmine  e  fanciulli,  veggendo 
la  potenza  della  nostra  oste  armati  e  disarmati  usciro- 
no al  piano  sanza  contrasto  de*  nimlcL  II  capitano 
nostro  pure  volle  che  Toste  s'accampasse  al  poggio 
quel  di,  e  là  notte  cominciò  grande  pioggia,  ma  però 
i  Pisani  non  restarono  d' affbrzare  il   battifolle  di 
San  Onirico,  e  afforzarono  e  steccarono  il  prato  pras- 
so  al  Serehio,  sicché  i  nostri  non  potessono  valica- 
re. I  Pisani  ridussono  in  sul  prato  tutta  la  loro  po- 
tenzia dell*  oste  appetto  alla  nostra,  e  qoiri  dimorò 
la  nostra  oste  quattro  giorni  sanse  fare  alcuna  cosa 
con  grande  soffratta  fi  vittuaglia  per  lo  mal  tem- 
po, e  fu  talora  che  vi  valse  il  pane  solfi  tre  1*  noe 
o  più  ;  e  poi  a  fi  1 5  di  maggio  si  racconciò  il  tem- 
po. Uno  messera  Bruschino  Tedesco  con  sua  ban- 
diera e  compagnia  valicò  H'  Sarchio  insù  Tora  fi 
vespro,  e  cominciò  uno  badalucco  co*  nimici,  e  se- 
guillo  il  duca  d'Atene  con  sua  gente  e  ingrossò  si 
il  badalucco  che  più  di  millecinquecento  cavalieri  e 
più  pedoni  de* nostri  valicarono  il  Sarchio,   e  per 
forza  ruppono  gli  steccati  e  misono  in  fuga  i  nimi- 
ci ;  e  se  fessone  stati  seguiti  da*  nostri,  e  bastato 
più  il  giorno,  e  rimasi  in  su  *1  prato,  i  nostri  avea- 
no  la  vittoria;  ma  la  notte  fece  fare  la  ritratta.  In 
quella  medesima  notte  i  Pisani  con  molto  affanno  e 
sollecitudine  rifeciono  i  fossi  e  gli  steccati  più  forti 
che  prima,  e  ricominciò  la  pioggia  e  il  Serehio    a 
crescere,  sicché  non  si  potea  passare  né  guadare  da 
quello  luogo,  tante  furono  le  traverao  e  le  fiffalte  della 
aostra  oste  per  la  mala  condotta.  Veggendo  il  no- 
stro ospitano  afforaato  il  campo  doTiseni  e  non  potere 
fornire  Lucca  con  sua  grande  vergogna  e  del  noatro 
comune  e  de*  nostri  amici,  si  parU  con  I*  oste  do- 
menica a   dì   19  di  maggio,  e  tomossi  di  qua  dal 
Sarchio,  d*  ond*  era  venuta  ;  e  ripassarono  il  Ser- 
ehio per  la  via  d*  Altopascio ,  e  pnosonsi  in  su  *1 
Cerruglio  a  dì  21  éi  maggio,  e  a  quello  dterono 
la  battaglia  e  non  T  ebbene;   e  poi  ai  partirono  e 
tornarono  in  Valdarno  con  grande  vergogna  e  gran- 
de dispendio  de*  Fiorentini.  E  da  Fucecchio  si  par- 
tirono a  dì  9  di  giugno  duemila  cavalieri  con  molti 
pedoni,  e  cavalcarono  ih  su  1  contado  fi  Pisa  fac- 
cende danno  assai  ;  e  centocinquanta  cavalieri  de*  Pi- 
sani che  venirano  a  Marti  furono  presi  da*  nostri. 
Ma  poco  valse  la  buona  provvisione  a  venire  sopra 
al  contado  di  Pisa.  Quelli  ch'erano  in  Luca  veg- 
gendosi  abbandonati  del  soccorso  e  da  tanta  poten- 
zia cercarono  loro  accordo  co*  Pisani,  e  renderò  lo- 
ro la  città  di  Lucca  salve  le  persone  con  ciò  die 
ne  volessono  trarre  :  e  questo  fu  a  fi  6  fi  loglio 
nel  1342.  B  nota,  ohe  al  principio  che  1*  oste  no- 
stra era  a  Grignano  i  Pisani  vollono  di  patto,  fac- 
oendo  pace,  dura  di  Lucca  al  nostro  comune  een- 
tottantamila  fiorini  d*  oro  in  sei  anni,  per  quelli  che 
|aveano  promessi  a  messer  Mastino;  o  oltre  a  ciò 


44d 


CRONICHS 


TolloDO  ogii  tano  p«r  la  fefta  di  San  CSioTtnii  da- 
re al  ■oilro  ooBuue  per  oaufgto  in  perpetoo  ftorìii 
dieoMiila  d' oro,  e  ano  palio  e  nao  carallo  ooTerlo  di 
searlatto  di  vaiata  di  dageolo  ftorìii  d'oro.  I  più  de* 
Fioreotiiii  yì  s^aocordiTano  per  fuggire  iapesa  e  guerra. 
Ma  Ceani  di  Naddo  degli  Oricellai,  che  allora  era  de' 
priori  e  il  figlinolo  era  in  Lacca,  nomo  proaontaoao, 
non  raaaenll,  Ma  egUasaentt  il  contrario  con  sua  setta, 
e  preaesi  0  peggiore,  cooie  noi  aiamo  naati.  Onde  per 
qnello  che  n'aTrenne  abbaaaò  nM>lto  lo  stato  de* 
Fiorentini,  avendo  pik  di  qnattroaula  buoni  cavalieri 
e  popolo  aasai  e  infinito,  a  perdere  al  latta  gara  e 
impresa  per  i  nuli  eonaigli  e  nuda  condotta  e  per 
nMdn  capitanerìa;  ovvero  pinttosto  per  gindicio  di 
Dio,  per  abbassare  la  anperbia  e  avara  ingratitudine 
de*  Fiorentini  e  decloro  rettori.  Luceremo  alquanto 
de*  nostri  fatti,  obe  asssi  n*  abbiamo  detto  per  que- 
sta volta,  e  direaM  d*  altre  cose  cbe  furono  in  al- 
tre parti  in  questi  tesapL  Ma  non  volemo  lasciare  di 
lue  memoria  della  profesia,  ovvero  predestinaaione, 
che  ci  mandò  da  Parigi  il  savio  e  valente  maestro 
Dionigio  dal  Borgo  della  noatra  impresa  di  Locca, 
come  facenuBO  uMnsione  addietro  nel  capitolo  che 
tratta  della  morte  di  Cutruccio,  che  tutto  fu  vero  ; 
che  quegli  per  cui  mano  avemmo  la  tenuta  della  ai- 
gnoria  di  Lucca,  e  cbe  era  sindaco  di  messer  Ma- 
atino,  fu  Gugliebno  Scannacci  degli  Soannabeccbi  di 
Bologna,  eh*  avea  V  arme  com*  egli  disse  nera  e  roa- 
na, ciò  era  Tarme  rossa  e  uno  becco  nero.  E  come 
fu  con  grande  aflhnno  e  iapendio  e  vergogna  del  no- 
stro eofluine,  assai  chiaro  si  mostrò  a  chi  bene  com- 
prese Tavventore  cbe  di  ciò  occorsono,  siccome  per 
noi  è  latta  uMnaione  col  vero  addietro  ad  etema 


CAPITOLO  CXU. 

Coma  tu  MsMìna  m  BrabtmU  i'apprme  U  fkoco  a 
orsa  !e  due  parti  della  terra. 

All'entrare  di  giugno  1342,  disswedutamente 
apprese  il  fuoco  nella  terra  di  Mellina  di  Brabante 
e  Ài  si  impetuqso  e  sansa  avere  rimedio  di  soccorso, 
che  V*  arsono  più  di  cinquemila  caae,  e  andando  Tn- 
no  parente  a  soccorrere  Taltro,  in  poeo  d*ora  avea 
novello  che  la  casa  sua  ardeva.  B  arse  la  grande 
chiesa  e  il  palagio  della  lana  con  più  di  quattordici 
augliaia  di  peue  di  panni  che  v'erano  dentro,  e  mo- 
rirvi molte  persone  uomini  e  femmine  e  fanciulli,  con 
infinito  danno  e  masserìsie  e  arnesi  e  altre  mercatan- 
aie,  che  fa  ano  grande  gindicio  di  Dio. 

CAPITOLO  CXLIL 

Co$ae  ii  popolo  d*  Ancona  corse  a  remore  e  cacciò 

tutti  i  loro  grandL 

Nel  detto  anno  1343,  ali*  entrare  del  mese  di 
gingnOi  per  ingiurie  rìoevnte  da  eerti  grandi  si  levò 


in  furia  il  popolo  minuto  d'Ancona  e  fece  rsaora, 
e  assaUrono  i  nobili  e* grandi  della  loro  àtti;eBntt 
ne  ucdaono  e  fedirono,  e  cucciarono  daÓa  tana 
e  rubarono  le  loro  case  ;  e  fh  grande  e  erodale  oye- 
raaioae,  che  cosi  necisono  qneHi  che  non  araw 
colpevoli,  e  che  non  aveano  fatto  male,  come  i  col- 
pevoli e  tntt*i  nobili  e  innocenti  e  eoA  aspnmmle 
fàron  paniti  sansa  miaericordia  alcuna. 

CAmOLO  CXLQL 
Come wtori  U  dmca di  BreUagnaj  e  la  foenadmu 

Nel  detto  anno  1342  mori  il  daca  di  Bratta- 
gaa  di  sua  aulattia  e  sansa  roda  amacnliaa.  Qaaita 
era   per  lo  ano  aigaoraggio  il  BMggioro  baroae  di 
Francia,  e  de'  dodici  peri,  e  rimane  di  Ini  una  figlinoli 
la  qaale  era  au»glie  del  siri  di  Voglieri  e  visconti 
di  Limoggin;  e  questa  donnn  aveva  onn  figliuola  U 
quale  il  re  Filippo  di  Valoia  re  di  Francia,  iMcto  il 
detto  duca,  la  auritò  a  Cario  di  Broa  ano  fipate  fi- 
glinolo deUi  seroochis,  e  fecelo  duca  di  Brettagna,  on- 
de i  Brettoni  fbrono  bmI  contenti,  e  qoaai  la  auggiera 
parte  si  rufiellarono  e  fedono  duca  ii  conte  di  Moa- 
forte,  figlinolo  che  fu  del  fratello  carnale  del  soprad- 
detto duca,  a  cui  succedea  il  retaggio  per  linea  ma- 
scnUna  ;  onde  il  re  di  Francia  ne  fu  moHo  ripnao 
di  mancamento  di  ginatiua,  molando    l'ordine  e 
le  consuetudini  de*  baroni  di  Francia  per  lo  nipote, 
e  fece  contro  nlla  ann  eleaione  uNdeaimn  del  reame, 
eoBM  è  detto  per  noi  in  altra  parte,  soeeedeado  il 
reame  di  Fraacia  per  feaunina,  e  al  re  Adoardo  la 
d*Iaghilterra,  che  gli  succedeva  il  reauM  di  Frauda 
per  la  madre;  ma  i  aignorifanno  e  diafaano  le  leg- 
gi a  loro  vantaggio.  Onde  ne  nacque  grande  gaecm 
che  ii  detto  conte  cof  parte  di  Brettoni  ai  collage 
eoi  re  d*  leghilterra,  e  colle  loro  fono  feoieno  molti 
guerra  al  re  di  Francia  come  seguirà  per  innsasi. 
Del  detto  torto  Catto  al  conte  di  Moaforte  per  Fi- 
lippo re  di  Francia  toato  ne  fece  Iddio  vendetta  cen- 
tra il  detto  re  e  contm  Carlo  di  Bros,  come  si  tro- 
verà innsnsi  nell'anno  1340,  e  l'unno  1347;  pe- 
rocché niuna  giuata  vendetta  non  rimane  impuniti 
benché  ella  s*indugi;e  questo  beati  alla  preaente  ma- 
teria. Lssceremo  ni  presente  de' fatti  d'oUmnionti,  e 
tomerenvi  quando  fin  tempo  e  luogo;  e  comincere- 
nM>  il  duodecimo  libro,  con»  i  Fiorentini  per  loro 
male  stato  elessono  per  loro  signore  il  duca  d' A- 
tene,  e  conte  di  Brenna  di  Francia,  onde  ne  segni  alla 
noatra  città  di  Firense  grandi  e  grandiaaimi  muta- 
BMnti  e  sovversioni,  e  pericolo  e  disCMimento  deUa 
nostra  città  per  la  tirannia,  cobm  per  innanai  leg- 
gendo si  potrà  chiaramente  trovare. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


4U 


LIBRO  DUODECIMO 


CAPITOLO  PRIMO. 

Qm  cùtmmcia  il  duodecimo  liltro;  come  U  duca  (T  À^ 
iene  e  conio  di  Brenna  di  Francia  occupò  la  tt- 
gnoria  di  Pirente^  e  quello  che  ne  seguì. 

CoDTieae  cominoitre  il  daodecimo  libro,  che 
rìoliiede  lo  siile  del  noitro  Imitato;  perch'è  nooTa 
materia,  e  grandi  matamenti  e  diverse  .rìyolasioiii 
arrennero  io  qoesti  tempi  aUa  Dostra  città  di  Piren- 
se  per  le  nostre  discordie  tra*  cittadini,  e  per  lo  male 
regfimenlo  de>enti  della  balia,  come  addietro  aye- 
BO  fatta  mansione;  e  fieno  si  diverse,  che  io  ante- 
re, che  Ini  presente,  mi  fa  dnbitare  che  per  gli  no- 
stri successori  fieno  appena  credute  di  vero  ;  e  fu- 
rono pare  così,  come  diremo  appresso.  Tornando  la 
detta  nobile  e  grande  oste  e  malawentarata  da  Loc- 
ca, e  rendotui  Locca  a*  Pisani,  i  Fiorentini  parendo 
loro  male  stare,  e  feggendo  che  messer  Malatesta 
nostro  capitano  non  s'era  ben  portato  nella  detta 
goerra,  e  per  tema  del  trattato  tenuto  col  Bavaro, 
come  addietro  toccammo,  e  per  stare  piik  sicuri,  e- 
lessono  per  capitano  e  conservadoredel  popolo  mes- 
ser Gnaltieri  duca  d'Atene  e  conte  di  Brenna  di  Fran- 
cia, all'entrante  di  giugno  1342,  con  salare  e  ca- 
valieri e  pedoni  ch'avea  messer  Malatesta,  per  ter- 
aaine  d' uno  anno.  B  volle  il  detto  duca,  o  per  suo 
•giamento,  o  per  sua  sagacità,  o  per  quello  che  ne 
aegid  appresso,  tornare  a  Santa  Croce  al  luogo  de* 
firati  minori,  e  la  gente  sua  alloggiò  d'intorno.  B  poi 
in  calen  d*  agosto  appresso,  finito  il  tempo  di  mes- 
ser Malatesta,  gli  fu  aggiunta  la  capitaneria  gene- 
rale della  guerra,  e  che  potesse  fare  giustizia  per- 
sonale in  città  e  di  fuori  della  città.  Il  gentiluomo 
Tcggendo  la  città  in  divisione,  ed  essendo  cupido  di 
moneta,  che  n^avea  bisogno  come  viandante  e  pelle- 
grino, e  bench'  egli  avesse  il  titolo  del  ducato  d'A- 
tene non  lo  possedeva,  avvenne  che  per  sodduzione 
di  certi  grandi  di  Firenxe,  che  al  continuo  vi  cerca- 
Tano  di  rompere  gli  ordini  del  popolo,  con  certi 
grandi  popolam',  per  essere  signori  e  per  non  ren- 
dere il  debito  loro  a  cui  doveano  dare,  e  senlendo 
le  loro  compagnie  essere  in  male  stato  (de'  quali  per 
innansi  al  luogo  e  tempo  ci  converrà  fare  menzio- 
ne) al  eontinovo  a  Santa  Croce  P  andavano  a  censi- 
glbre,  e  di  di  e  di  notte  il  confortavano  che  si 
recasse  al  tutto  la  signoria  libera  della  città  in  mano. 
D  quale  duca  per  le  cagioni  dette,  e  vago  di  signo- 
ria, cominciò  a  seguire  il  malvagio  consiglio,  e  a 
diventar  crudele  e  tiranno,  per  lo  modo  che  nel  se- 
guente capitolo  faremo  mansione,  sotto  titolo  di  fare 
gfustisia,  e  per  easere  temuto,  e  al  tutto  farsi  si- 
gnore di  Firenze. 


CAPITOLO  IL 

Di  cerio  giusOUe  che  7  duca  fece  in  Firenze  per 

esterne  signore. 

Avvenne  che  il  dì  di  San  Jacopo  di  luglio, 
negli  anni  1342,  essendo  molti  Pratesi  iti  alla  fe- 
sta a  Pistoia,  Ridolfo  di  messer  Tegghiaio  de'  Pu- 
gliesi venne  per  entrare  in  Prato,  che  n'  era  ribello, 
con  forza  degli  Ubaldini  e  del  conte  Niccolò  da  Cer- 
baia,  e  con  eerti  suoi  fedeli,  nimid  de^  Guazsalotti, 
e  con  eerti  nostri  contadini  sbanditi  in  quantità  di 
quaranta  a  cavallo  e  da  trecento  fanti  a  piedi,  pe- 
rocché gli  doveva  essere  data  l'entrata  della  terra, 
e  per  sua  disavventura  non  gli  venne  fatto,  ma  fa 
preso  con  venti  nostri  sbanditi  andandosene  per  Mu- 
gello agli  Ubaldini,  e  menatone  in  Firenze  preso  con 
gli  altri  insieme  :  il  duca  lasciò  i  nostri  sbanditi  so- 
pra i  quali  avea  la  giaridizione,  e  al  detto  Ridolfo, 
che  non  gli  era  suddito  né  sbandito  del  comune  di 
Firenze,  a  torto  fece  tagliare  la  testa  ;  e  questa  fu 
la  prima  giustizia  ch^  egli  fece  in  Firenze,  onde  molto 
ne  fa  biasimato  da' savi  uomini  di  Firenze  di  cru- 
deltà, e  dissesi  che  n^ebbe  moneta  da'  Guazzalotti  di 
Prato,  eh'  erano  suoi  nimici,  ovvero  il  fece  come  dice 
il  proverbio  de*  tiranni,  che  dice,  chi  uno  offende 
moia  minaccia.  Appressò  all'  entrare  d'agosto  il  do- 
ca  fece  pigliare  messer  Giovanni  di  Bernardino  de' 
Medici  stato  per  lo  nostro  comune  capitano  di  Luc- 
ca, e  fecegli  tagliare  la  testa,  apponendogli  (e  fe- 
cegli  confessare)  che  per  danari  avea  luciato  fug- 
gire di  Lucca  e  ire  nel  campo  de'  Pisani  messer 
Tariato  d'Arezzo,  il  quale  aveva  in  aua  guardia;  e 
i  più  dissono  ch^gli  non  ne  avea  colpa,  se  non  di 
mala  guardia.  Appresso  del  detto  mese  d'agoato  fece 
pigliare  Guglielmo  degli  Alleviti  stato  per  lo  nostro 
comune  capitano  d'Arezzo,  e  fecegli  tagliare  la  te- 
sta, trovando  per  sua  confessione  per  lui  fatte  molte 
baratterie,  e  alcuno  disse  che  fu  procaccio  e  spen- 
dio de^  Tarlati  d*  Arezzo,  i  quali  egli  avea  mandati 
presi  a  Firenze,  come  detto  avemo  addietro;  e  a  ciò 
diamo  in  parte  fede  ;  e  condannò  uno  nipote  di  que- 
sto Guglielmo  e  Matteo  di  Borgo  Rinaldi  stati  ufi- 
ciali  in  Arezzo  e  in  Castiglione  Aretino,  ciascuno 
in  cinquecento  fiorini  d^oro,  per  avere  commesse 
baratterie.  Ancora  fece  pigliare  Naddo  di  Cenni  dagli 
Oricellai  grande  popolano,  il  quale  era  stato  in-  Lucca 
uficiale  sopra  le  masnade  de' soldati,  e  fecegli  rimet- 
tere nella  camera  del  comune  quattromila  fiorini  d'o- 
ro, i  quali  si  disse  eh'  egli  avea  avuti  da'  Pisani  sotto 
falso  trattato  tenuto  con  loro,  e  giurato  sopra  Cor-^ 
pus  Doptim  di  fare  loro  compiere  l' accordo  di  Luc- 
ca, quando  Cenni  di  Naddo  suo  padre  era  de'priori 
di  Firenze,  come  toccammo  nel  quinto  capitolo  ad- 
dietro. B  oltre  a  ciò  fece  rimettere  fiorini  duemila- 


444 


CRONICHE 


oinqneoento  d*  oro,  i  qatli  eoafoMò  avaro  gatdt- 
gaati  in  Lucca  nalle  paghe  de'  soldati  e  della  fiUoa- 
glia  ;  e  per  grazia  e  per  prìeghi  di  molli  popolaai 
gli  perdonò  la  vita,  e  prese  da  lai  mallevadorìa  di 
florìai  dieoiaiila  d' oro,  e  diegli  i  confini  a  Pemgia.  B 
pei' simile  modo  fece  rìmeUere  in  camera'  a  Rosso  di 
Ricciardo  de'  Ricci,  compagno  del  dello  Nad^o  e  ca- 
marlingo in  Locca,  fiorìni  tremilaoltocenlo  d'oro  con- 
fessali che  avea  avuti  in  sua  parte,  e  guadagnali  in 
Lucca  sopra  i  soldati  e  sopra  la  vittuaglia  ;  e  per  si- 
mile modo  a  grandi  prìeghi  gli  perdonò  la  vita,  e 
miselo  in  prigione  per  V  avere  e  per  la  persona. 

CAPITOLO  III. 

Come  il  duca  (T  Atene  ingannò  e  prese  e  frodi  i 
priori^  e  fece$i  signore  di  Firenze  ovvero  tiranno. 

Per  le  dette  giustizie  fatte  in  avere  e  in  per- 
sona di  quattro  popolani  i  maggiori  di  Firenze  e 
delle  maggiori  case,  Medici,  Alloviti,  Ricci  e  Oricel- 
lai,  il  duca  fu  mollo  temuto  e  ridottato  da  tutti  I 
cittadini,  e  i  grandi  ne  presono  grande  baldanza,  e 
il  popolo  minuto  ne  fece  grande  allegrezza,  perchè 
avea  messo  mano  nel  reggimento;  e  quando  il  duca 
cavalcava  per  la  città,  andavano  gridando  viva  il  tt- 
gnore^  e  quasi  in  ogni  canto  e  palagio  di  Firenze 
era  dipinta  Tarme  sua  per  gli  cittadini,  per  avere  la 
sua  benivolenza,  e  chi  per  paura.  In  questo  tempo 
spirò  Tuficio  de' venti  della  balia  sUli  rettori  ovvero 
guastatori  della  repubblica  di  Firenze,  tra  per  le  ca- 
gioni dette  nelli  loro  processi  addietro,  e  lasciando 
il  comune  in  debito  di  più  di  quarantamila  fiorini 
d' oro  co' cittadini,  sanza  il  debito  promesso  a  messer 
Hastino.  Per  le  dette  cagioni  il  duca  ne  montò  in 
grande  pompa,  e  crebbegli  la  speranza  del  suo  pro- 
ponimento d' essere  al  tutto  signore  di  Firenze  col 
favore  de' grandi  e  del  popolo  minuto,  e  così  gli 
venne  fatto,  e  per  consiglio  di  certi  grandi  ne  ri- 
chiese i  priori,  eh'  allora  erano  nel!'  uficio.  I  delti 
priori  con  gli  altri  ordini  cioè,  i  dodici  buoni  no- 
mini e  i  gonfalonferi  delle  compagnie,  e  con  altri 
consiglieri,  in  nulla  guisa  vollooo  acconsentire  di  sot- 
tomettere la  libertà  della  repubblica  di  Firenze  sotto 
giogo  di  signoria  a  vita  di  neuno,  il  quale  ^  non  fu 
mai  acconsentito  né  sofferto  per  gli  nostri  padri  an- 
tichi, né  all'  imperadore,  né  al  re  Carlo,  né  a  neuno 
suo  discendente,  che  tanto  fossero  amici  o  confi- 
denti in  parte  guelfa  o  parte  ghibellina,  né  per  iscon- 
fitte  0  male  stato  eh'  avesse  mai  il  nostro  comune.  Il 
detto  duca  per  sodducimento  e  conforto  qussi  di  tutti 
i  grandi  di  Firenze,  spezialmente  principali,  di  quegli 
della  possente  casa  de' Bardi,  e  Rossi,  e  Frescobaldi,  e 
Cavalcanti,  Bondelmonti,  Adimari,  Caviccinli,  Donati, 
Gianfigliazzi,  Tomaqoinci  e  Pazzi,  per  rompere  gli 
ordini  della  giustizia  eh'  erano  sopra  i  grandi,  e  così 
promise  il  duca  di  fare:  de' popolani  fàrono  questi: 
Pemszi,  Acciainoli,  Bonaccorsi,  Antellesi  e  loro  se- 


'  conflfcare,  aasegBAra  al  tesero  pubblico.  La  parola  ea- 
nera  è  una  giunta  deUa  Giontina. 

'  Questo  U  gikUe,  vale  U  À^^  la  qualcoio^  pare  a  me. 
Innansl  ad  esso  la  Giuntina  fa  punto. 


guad,  per  cagione  del  male  stalo  defle  loro  coaipa- 
gnie,  perchè  il  duca  gli  sostenesse  in  istato,  non 
lasdaiìdogli  rompere,  uè  stringere  a  pagare  i  loro 
creditori.  B  gli  artefici  minuti,  a  cui  era  spiaciulo  il 
reggimento  stato  de*  venti  popolani  grassi  della  balia, 
tutti  se  gli  proffersono  in  aiuto  e  in  arme.  Il  duca,  il 
qual  era  sagace  e  nutrito  in  Grecia  e  in  Puglia  più  che 
in  Francia,  veggendosi  tanto  favore  e  seguito,  la  vi- 
gilia di  Nostra  Donna  di  settembre  fece  ire  uno  bando 
per  la  città,  che  volea  fare  parlamento  la  mattina 
vegnente  in  sulla  piazza  di  Santa  Croce  per  bene  del 
comunel  I  priori  e  gli  altri  reggenti  sentendo  la  tra- 
ma del  duca  e  del  suo  mal  consiglio,  e  non  senten- 
dosi forti  né  provveduti,  e  temendo  che  fsccendosi 
il  detto  psrlamento  non  fosse  discordia  o  remore, 
0  commutazione  di  città,  sì  v'  andarono  parte  dei 
priori  e  de' loro  oolleghi  la  sera  a  Santa  Croce  a 
trattare  accordo  col  duca;  e  dopo  mollo,  tirata  e 
dibattuta  la  querela,  essendo  molto  di  notte  rina- 
sono  in  questa  concordia  col  duca,  cioè  :  che  0  co- 
mune di  Firenze  gli  darebbe  la  signoria   della  cittii 
e  del  contado  per  uno  anno,  oltre  al  tempo  ch'egli 
r  aveva,  con  quella  giuridizione  e  patii  e  gaggi  che 
ebbe  messer  Carlo  duca  di  Calavra  e  figlinolo  del  re 
Ruberto  gli  anni  di  Cristo  1326;  e  questo  accordo 
si  fermò  per  vallati  e  pubblici  istmmenti  e  carte  per 
più  notai  dell*  una  parte  e  dall'  altra,  e  aaramentò  in 
sul  messale  che  conserverebbe  in  sua  libertà  il  po- 
polo e  r  uficio  de' priori  e  gli  ordini  della  ginstisia, 
rfducendosi  il  detto  ordinato  parlamento  la  mattina 
in  sulla  piazza  de' priori  per  osservare  i  patti  so- 
praddetti. La  mattina  di  Nostra  Donna,  a  dì  8  di  set- 
tembre 1342,  il  duca  fece  armare  la  sua  gente  in- 
tomo di  centoventi  uomini  a  cavallo,  e  avea  in  Fio- 
renza da  trecento  de'  suoi  fanti,  e  quasi  tutti  i  grsadi 
di  Firenze  erano  dal  suo  lato  :  messer  Giovanni  della 
Tosa  e  i  suoi  consorti  furono  con  lui  a  eavallo  in- 
sieme con  gli  altri  grandi  e  popolani  suoi  amici  con 
l'armi  coperte,  e  accompagnaronlo  da  Santa  Croce 
alla  piazza  de'  priori  presso  all'  ora  di  terza.  I  priori 
insieme  con  gli  altri  ordini  del  conuine  scesono  del 
palagio,  e  assettati  a  sedere  col  duca  in  su  la  rin- 
ghiera, fatta  la  proposta,  messer  Francesco  Rustichelti 
giudice  eh*  era  allora  priore,  si  levò  suso  ad  arringare 
sopra  ciò  ;  ma  com*  era  ordinato  il  tradimento,  non  h 
lasciato  troppo  dire,  ma  a  grida  di  popolo  per  certi 
scardassieri  '  e  popolazzo  minuto,  e  certi  munadieii 
di  certi  grandi  uomini,  cominciarono  a  gridare  dicen- 
do :  Sia  la  signoria  del  duca  a  vitay  sia  il  duca  nostro 
signore.  E  preso  per  gli  grandi  pesolone^  il  porterò* 
no  in  sul  palagio,  e  perchè  il  palagio  era  serrato  gri- 
darono alle  scure  ;  sicché  convenne  che  s^  aprisse  tra 
per  forza  e  per  inganno  il  palagio,  e  misonlo  in  pa- 
lagio e  in  signorìa  ;  e  i  prìorì  furono  messi  di  sotto 
nella  camera  dell'arme  del  detto  palagio  vilmeale.  8 
fu  tolto  per  certi  grandi  il  gonfalone  e  il  libro  degh* 


'  Quegli  che  raffinarono  la  lana  cogli  soardaasi,  obe  so- 
no stromenti  a  denti  di  fll  ferro  uncinati 

'  PerutoUme,  pèndente^  spiega  la  Crusca,  ma  lo  eredo  A- 
gniflobi  di  jMfo,  tutto  di  p€$Of  alto  UwUo.  U  rocabolo  |M- 
sdtoìM  è  una  giunta  della  Giuntina. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


44& 


ordini  della  gioitizia  sopra  ì  grandi,  e  poste  le  ban- 
diere del  duca  in  sn  la  torre,  e  sonate  le  campane 
a  Dio  landamo.  B  feee  1^  mattina  air  entrare  del  pa- 
lagio in  su  la  porta  doe  cavalieri,  messer  Cerret- 
fiieri  de*  Visdomini  ok*  era  ano  scudiere  e  famigliare, 
e  Rinieri  di  Giotto  da  San  Gimignano  stato  capitano 
dei  fanti  de*  priori,  il  qnale  acconsenti  al  tradimento 
d*  aprire  e  di  dargli  il  palagio  del  popolo,  che  a- 
gevole  gli  era  a  difenderlo,  cornagli  era  tenuto  e 
doTea  fare  per  suo  onore.  Assenti  al  detto  tradimento 
messer  Guglielmo  d*Asciesi  allora  capitano  del  po- 
polo, il  quale  rimase  poi  con  lui  per  suo  bargello  e 
carnefice,  dilettandosi  di  fare  crude  giustiue  deno- 
mini. Messer  Keliaduso  d*Ascoli,  allora  podestà  di 
Firenze,  non  volle  asseotire  al  detto  tradimento,  anzi 
volle  rinunziare  1*  uficio  .della  podesteria  ;  benché  si 
disse  per  alcuno  che  tutto  il  fece  a  frodo  e  ingaono, 
perocché  poi  rimase  pure  suo  uficiale.  Il  duca  e  i  grandi 
feciono  grande  festa  d' armeggiare,  e  la  sera  grandi 
kuninarie  e  falò:  e  ivi  a  due  di  appresso  si  fece  il 
dnca  confermare  signore  a  vita  per  gli  opportuni  con- 
sigli, e  mise  i  priori  nel  palagio  de'  Figliuoli  Petri 
dietro  a  S.  Piero  Scheraggio  con  venti  fanti  solamente, 
che  ne  solevano  prima  avere  cento,  levando  loro  o- 
gni  uficio  e  signoria  ;  e  levò  V  arme  a  tutti  i  citta- 
dini privilegiati,  e  di  che  stato  si  fossono,  e  poi 
all'ottava  di  Nostra  Donna  fece  il  duca  grande  festa 
e  solennità  a  Santa  Croce  per  la   sua  signoria,  e 
fece  offerire  più  di  centocinqoauta  prigioni  ;  e  il  no- 
stro vescovo  sermonando  molto  il  lodò  di  magnifi- 
cenza al  popolo.  In  questo  modo  con  tradimento  il 
dnca  d'Atene  usurpò  la  libertà  della  nostra  città  e 
annullò  il  popolo  di  Firenze  che  era  durato  intorno 
di  cinquanf'anni  in  grande  libertà  e  stato  e  signoria.  B 
noti  chi  questo  leggerà,  come  Iddio  per  gli  nostri 
peccali  in  poco  tempo  diede  e  permise  alla  nostra 
città  tanti  flagelli,  come  fu  diluvio,  carestia,  fame, 
mortalità,  sconfitte,  vergogne  d*  imprese,  perdimento 
di  sustanze  e  di  moneta,  fallimenti  di  mercatanti,  e 
danni  di  credenza,  e  ultimamente  di  libertà  ha  re- 
cati a  tirannesca  signoria  e  servaggio.  B  però,  per 
Dio,  carissimi  cittadini  presenti  e  futuri,  correggia- 
mo i  nostri  difetti,  e  abbiamo  tra  noi  amore  e  ca- 
rità, acciocché  noi  piacciamo  all'  altissimo  Iddio,  e  non 
GÌ  rechiamo  ali*  ultimo  del  giudicio  della  sua  ira,  come 
usai  ci  mostra  chiaro  e  aperto  per  le  sue  visibili  mi* 
nacce:  e  questo  basti  a*  buoni  intenditori,  tornando 
a  noatra  materia  de^  processi  del  duca.  Poi  appresso 
eh*  egli  ebbe  la  signoria  di  Firenze,  a  di  24  di  set- 
tembre ebbe  la  signoria  d*  Arezzo,  e  quella  di  Pi- 
stoia, dove  avea  già  suoi  vicari  il  duca  per  lo  co- 
mune di  Firenze,  gli  si  dierono  a  vita  ;  e  poco  ap- 
presso per  simile  modo  si  dierono  Colle  di  Valdelsa 
e  San  Gimignano  e  poi  la  città  di  Volterra,  onde 


Albergò  il  esl  le  pelerin^  tnai$  il  y  a  mauvaii  ostel^ 
il  quale  fu  uno  proverbio  molto  di  vera  sentenzia  e 
profezia,  come  poco  tempo  appresso  gli  avvenne.  An- 
cora non  è  da  dimenticare  di  mettere  in  nota  una 
breve  lettera  d'ammonizione  e  di  grande  sentenza, 
che  si  trovò  in  uno  suo  forziere  quando  e*  fu  cac- 
ciato di  Firenze,  la  quale  gli  avea  mandata  il  re  Ru- 
berto quando  seppe  eh*  egli  avea  presa  la  signoria 
di  Firenze  senza  sua  saputa  o  consiglio,  la  quale  di 
latino  facemmo  recare  in  volgare  per  seguire  il  no- 
stro stile,  la  quale  dicea  così: 

CAPITOLO  IV. 

La  copia  della  lettera  che  il  re  Ruberto  mandò  al 

duca  d^  Atene  quando  seppe  cfC  egli  avea  presa  la 

signoria  della  città  di  FirenM. 

^  Non  senno,  non  virti!i,  non  lunga  amistà,  non 
"  servigi  a  meritare,  non  vendicatogli  delle  loro  on- 
^te,  t'ha  fatto  signore  de* Fiorentini,  ma  la  loro 
*  grande  discordia  e  il  loro  grave  stato,  di  ohe  se* 
^loro  più  tenuto,  considerando  1*  amore  eh* eglino 
^  t*  hanno  mostrato,    credendosi  riposare  nelle  tue 
^  braccia.  U  modo  e**  hai  a  tener  volendoli  bene  go- 
^  vernare  si  è  questo.  Che  tu  ti  ritenga  col  popolo 
^  che  prima  reggeva,  e  reggiti  per  lo  loro  e  nel  loro 
^  consiglio  non  loro  per  lo  tuo,  per  la  tua  fortificazio- 
^  ne,  e  osserva  giustizia  e  i  loro  ordini;  e  com* eglino 
^  si  governavano  per  sette,  fa  che  tu  ti  governi  per 
^  dieci,  eh'  è  numero  comune,  che  lega  in  se  tutti  i 
^  singulari  numeri,  ciò  vuol  dire  non  gli  reggere  per 
**  sette  né  divisi,  ma  a  comune.  Abbiamo  inteso  che 
^  traesti  quelli  rettori  della  casa  della  loro  abitazio- 
^  ne,  ciò  vuol  dire  de*  priori,  del  palagio  del  po- 
*polo  fatto  per  loro,  rimettivigli  a  contentamento 
^del  popolo,  e  tu  abita  nel  palagio  ove  stava  no- 
^stro  figliuolo,  cioè  nel  palagio  ove  stava  il  loro 
«  podestà,  ove  abitava  il  duca  di  Calavra,  quando  fu 
^signore  di  Firenze.  B  se  questo  non  fai,  non  ci 
^  pare  che  tuo  stato  ai  possa  sostenere'  innanzi  per 
^  ispazio  di  molto  tempo.  Robertus  rex  Jerusalem 
^  et  Siciliae.   Dai.  Neapóli  die  XXIL   Septembris 
^  MCCCXLII.  octava  indilione^»  E  non  é  da  lasciare 
di  fare  memoria  della  sformata  mutazione  d*  abito, 
che  ci  recarono  di  nuovo  i  Franceschi,  quando  venne 
il  duca  in  Firenze,  che  colà  dove  anticamente  il  loro 
vestire  e  abito  era  il  più  bello  e  nobile  e  oneato  che  di 
ninna  altra  nazione,  a- modo  di  togati  Romani;  si  si 
vestivano  i  giovani  una  cotta  ovvero  gonnella  corta  e 
stretta,  che  non  si  poteano  vestire  sansa  1*  aiuto  al- 
trui, e  una  correggia  come  cigna  di  cavallo  con  isfpg- 
giata  fibbia  e  puntale,  con  isfoggiata  scarsella  alla 
tedesca  sopra  il  pettignone,  e  il  cappuccio  vestito 


molto  si  crebbe  lo  stato  suo  e  signoria,  e  ricolse  a  a  modo  di  scoccobrino  col  batolo'  infino  alla  cintola 


e  più,  eh*  era  cappuccio  e  mantello,  con  molti  fregi 
e  intagli  ;  e  il  becchetto  del  cappuccio  lungo  infioo 
in  terra  per  avvolgerlo  al   capo  per  lo   freddo,  e 


se  tutti  i  Franceschi  e  Borgognoni  eh*  erano  al  soldo 

io  Italia,  di  ohe  tosto  ne  ebbe  più  di  ottocento,  sanza 

gi* Italiani,  e  molti  suoi  parenti  vennero  a  lui  infine 

di  Francia  per  le  novelle  ile  di  là  di  lui,  e  della  sua 

signoria  e  gloria.  B  quando  ciò  fu  rapportato  al  re       ,    .    ^       »  *     • .   j • •  va  n 

«?.  j.  w        .      •  i.a         .     j.         %        '  che  tua  mute  •»  vetta  ttendere  timaiMi  ecc.    Ed.  O. 

Fibppo  di  Francia  suo  sovrano,  subitamente  disse  a*       a  ^j  giocolare,  di  mattaduo  col  batoìo  o  hatah,  dea  eolia 

suol  baroni  che  gli  ersno  d*  intomo  in  sua  lingua  tlfiaa»  dal  eappucofo  Inftno  alla  cintola. 


446 


CRCmGHB 


eoHe  barbe  loBffce  per  mostrarsi  pia  ieri  io  ante. 
B  i  oaralieri  yeitili  d*aio  soroolto^  orrero  goamac- 
ca  atreUa  ciiitaYi  aiiflo  *,  e  le  ponte  4é*  naoiceltoli 
loof he  infloo  a  t^ra  foderali  di  vaio  e  ennellini 
Questa  straDiaosa  d*  abito  noo  bello  oè  ooesto,  Ul  di 
preseote  preso  per  gli  giovani  di  Fireaxe,*e  per  le 
donne  gioTaoi  eoo  &ordioati  manioottoli,  eome  per 
natora  siamo  disposti  ooi  yani  cittadini  delle  aola- 
sioni  de^nooTi  abiti,  e  i  strani  oontraffure  oltre  al 
■odo  d*ogni  altra  naiione,  sempre  traendo  al  dis- 
onesto e  a  Tanitade  ;  oiò  U  segno  di  fetora  mota- 
sione  di  stato.  LuoereuM  di  ciò,  e  diremo  d^  altre 
novità  di  Inori  di  noi  che  furono  ne' detti  tempi. 

CAPITOLO  V, 

Cow^  i  ghikeUM  iT  ArezJiO  e$Uranmo  per  fitrio 
nelia  terra,  e  furono  eacdaii  poL 

Nel  detto  anno  1342,  a  di  7  di  giugno,  non 
essendo  ancora  il  duca  al  totto  signore  di  Fìrense, 
ma  era  capitano  della  goardia  della  terra  e  come 
genMvIe  della  goerra,  i  Tarlati  rimasi  foori  d*  Arex- 
so  coU^ttoto  del  capitano  di  Farli,  e  di  quello  di 
Cortona,  e  di  qoegli  da  Faggioola,  e  Passi  di  Val- 
damo  e  Uberlini,  in  quantità  di  trecento  cavalieri  e 
tremila  pedoni,  la  mattina  per  tempo,  per  trattate 
di  certi  ghibellini  oh^  erano  dentro,  forono  intorno 
ad  Aresxo,  e  lo  data  loro  porta  Baia,  e  qaeHa  ta- 
gliata e  aperta,  boona  parte  n'  entrarono  dentro  per 
correre  la  terra.  La  masnada  del  doca  e  del  comane 
di  Ftrense  eh*  era  in  Aresso  a  cavallo  e  a  piedi  con 
gli  nitrì  cittadini  goelfi  che  v*  erano  frahcamente  com- 
battendo difesono  Is  terra,  e  cacdarono  fuori  per 
fòran  i  ninùci  con  grande  danno  di  morti  e  di  pre- 
si. B  poi  cacciarono  d*  Arezso  molti  ghibellini  chi 
per  ribelli  e  chi  per  confini,  i  qaaU  poi  eoo  molte 
castella  de*  Tarlati ,  M  eglino  rnbeUarono ,  fedone 
grande  gnerra  ad  Aresso.  Poi  a  di  29  di  loglio  mes- 
ser  Tariate  d*  Aresso  con  quattrocento  cavalieri  e  pe- 
doni assai  valicò  V  Ambra,  e  venne  di  qaa  da  Mon- 
tevarchi, guastando  quello  che  vi  trovò  di  fuori,  sansa 
ninno  contrasto.  In  quegli  tempi  Francesco  di  Guido 
Molle  degli  libertini,  fratello  del  vescovo  d' Aresso, 
mbcDò  al  comune  di  Firense  Castiglione  per  tndi- 
BMnto  di  certi  terrasxani,  salvo  la  torre  eh*  era  in 
sn  la  porta,  che  v*  era  il  castellano  per  lo  duca  ;  il 
quale  Francesco  di  Guido  malproweduto,  per  lo  soc- 
corso tostano  delle  nostro  masnade  a  cavallo  e  a 
piedi  che  erano  in  Montevarchi,  con  gli  altri  Va- 
dameni,  si  ricoverarono  il  castello,  e  fo  preso  il 
detto  Firancesco  di  Guido  e  menato  a  Firenze  al  du- 
ca, ed  egli  gli  fece  tagliare  la  testa  ;  e  poi  il  detto 
Cutiglione  degli  Ubertini  prima  fa  totto  robato ,  e 
poi  arso  e  diroccato  e  disfiitto. 


*  quasi  topracootU,  B<^>ravvMfta  pia  stretta  a  più  eorta 
dalle  ordinarie,  che  ai  portaT»  aopra  l' arme  da'  eavalteri. 
'  ivi  iu^cinta,  dice  la  edizione  de' Giunti 


CAPITOLO  VL 
Quando  mori  Cario  Umberto  re  tf*  Ungheria. 

Nel  detto  anno  1342,  del  mese  d*  sgosto,  BMrt 
Cario  Umberto  re  d^Ungherìa  e  nipole  del  re  Ro- 
berto e  figlinolo  che  fa  di  Carlo  Martello;  del  qn^s 
fo  grande  danno,  perchè  era  signore  di  grande  va* 
loro  e  prodeisa.  RinmsOne  di  fcn  tre  figlinoli,  Lo» 
dorico,  Stefano,  e  Andrensso;  fl  qnide  Lodorico 
primogenito  lo  coronalo  re  del  reame  d*  Ungheria, 
il  secondo,  ovvero  il  terso,  lo  coronato  del  reame 
d^  AppoUonìa,  e  poco  tempo  appresso  In  reim  d*UB- 
gheria,  sMglie  che  fa  del  detto  Cario  Uflri>erlo  e 
figUoola  del  re  d*Appollohia,  valente  e  snvia  deant, 
sspnta  la  morte  del  re  Roberto,  ohe  BM>ri  il  gennaio 
vegnente,  cobm  sppresso  si  fsrà  mimikmQ,  si  pa»> 
so  in  Puglia  e  a  Nap<di  con  Taltro  ano  figlinoio  A»? 
drensso,  n  onì  soceedevn  il  renme  di  Cicilia  e  di 
Puglie,  con  nuilti  grandi  baroni  angari  por  dare  Ih 
VOTO  e  consiglio  al  detto  Andreasso,  oh*  era  sK>lte 
giovane;  e  all'altro  flglioolo  rinmne il rensM  d^Ap^ 
pollonia  per  retaggio  della  madre. 

CAPITOLO  VIL 

Come  papa  Clemente  sesto  fece  pia  cardinali^  in- 
/rn*  quali  fece  cardinale  meuer  Andrea  Gkim  di 

vescovo  di  TomaL 


Nel  detto  anno,  per  le  digiune  di  settesibre 
pape  Clemente  sesto  appo  Vignone,  ov*  era  la  corte, 
fece  dieci  cardinali,  i  nove  oltramontani,  e  T  altro 
messer  Andrea  Ghini  Malpigli  antico  dttndino  di  Fi-* 
rense  d' Orto  San  Michele,  il  quale  era  vescovo  di 
Tornsi,  e  molto  asrico  dd  ra  di  Ffnncia,  e  a  sua 
preghiera  fu  fatto  cardinale.  Ma,  come  piacque  a  Die, 
mori  fra  r  anno  andando  in  Ispagnn  per  legato,  on- 
de ne  fu  grande  danno,  eh*  era  savio  e  valente,  e  se 
fosse  rivuto  avrebbe  fatto  onore  e  prò  alla  nostra  rit- 
ta. Aveaue  fatta  memoria,  perchè  pochi  cardinali  e 
papi  sono  stati  di  tanta  città  com'è  Firense,  perle 
poco  studio  che  i  Fiorentini  fanno  fare  alloro  flgUaoi 
per  essere  cherici,  che  di  piti  non  si  ricorda  che  vo- 
nisse  a  tanta  dignità,  se  non  il  cardinale  Ottariano 
degli  Ubaldini ;  e  dioesi,  ma  non  1*  affermo,  die  fanno 
papa  fiorentino  di  casa  i  Papeschi,  e  uno  cardiaale 
de'Bellagi  di  porU  San  Piwo  al  tempo  d'Arrigo tef^ 
so  imperadore.  Lasceremo  alquanto  dette  novità  d'in- 
torno, e  seguiremo  i  proces»  dd  duca  d'AIssat 
che  asssi  ne  cresce  materia. 

CAPITOLO  vm. 

Quello  che  il  duca  d*  Atene  fece  in  Firenze  meiUrs 
che  ne  fu  signore^  ovvero  tiranno. 

Come  il  duca  d'Atene  fii  fitto  n  vitn  rignore,e 
avuta  la  signoria  di  Firense  per  lo  modo  detto,  par  a^ 
vero  meno  a  contendere  di  f^ìorì,  crodendod  fortifl«tf* 
dentro  il  suo  stato  e  signoria,  d  foco  di  presente  pas« 
e  accordo  co*  Pisani  e  con  tutti  i  loro  aeguaoi^  i^ 


1      '  àtteffnti  dice  la  Giuntina  in  hiogo  di  seguaci. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


447 


gnirdtndo  •  onte  o  vergogoe  del  oomane  di  Fìreose, 
ore  i  Fiorenlini  spertrano  ch^egli  facesse  ogni  loro 
Tendetla  ;  e  ■  di  14  >  d*  ottobre  si  pnbblioò  e  btndì  in 
questo  modo,  cioè:  che  la  città  dì  Lncca  rimanesse 
a*  Pisani  per  quindici  anni,  e  poi  rimanesse  in  ista- 
€o  comune,  rimetleadori  al  presente  gli  usciti  guelfi 
di  Lucca  che  tornare  vi  volessono,  rendendo  loro  i 
loro  beai,  e  mettendo  i  Lucchesi  in  Lucca  per  po- 
destà cui  eglino  yolessono,  il  detto  tempo  rimanen- 
do a' Pisani  la  guardia' del  castello  dell' Agosto  eh' è 
in  Lacca,  e  tutta  la  guardia  e  dominasione  della  terra. 
D  podestà  di  Lucca  non  arerà  altro  che  il  salario 
e  *1  nome,  che  altra  signoria  poco  potea  fare  più  che 
piacesse  a*  Pisani,  ma  pure  era  una  possessione  per 
lo  nostro  comune,  e  freno  a*  Pisani  mentre  che  il 
duca  dominare  Firenze,  dando  i  Pisani  al  duca  ogni 
anno  ottoadla  fiorini  d^oro;  e  i  detti  danari  daran 
per  censo  il  di  di  Saa  Gioraani  ia  una  coppa  d'ar- 
gento dorata:  faccende  franchi  i  Fiorentini  in  Fisa 
per  cinque  anni,  dorè  prima  erano  franchi  per  sem- 
pre per  gli  patti  antichi,  rimanendo  d*  accordo  a'Fio- 
teatiai  totte  le  castella  di  Valdarao  e  di  Valdiaierole, 
ohe  egliao  si  tenerano,  e  Barge  e  Pietrasanta;  e  che 
i  Fiorentini  doressono  rimettere  in  Firenze  e  trarre 
di  bando  tetti  i  loro  rubelli  nuori  e  rocchi,  stati  al 
aerrigio  e  lega  co'  Pisani,  e  perdonare  agli  Ubaldini 
e  a' Pazzi  di  Valdamo  e  agli  libertini,  e  trarre  di 
pregione  i  Tarlati  d'Arezzo  rendendo  loro  pace,  e 
trarre  di  pregione  messer  Giovanni  Visconti  di  Mi- 
lano; e  cosi  fu  fatto  di  presente;  il  quale  messer 
Gioranni  Vuconti  il  duca  resU  nobilemente,  e  forni 
di  carelli  e  di  danari,  e  fecelo  accompagnare  infino 
a  Pisa.  U  detto  messer  Giovanni  domandò  a'  Pisani 
l'aaimeada  de' suoi  danni  e  interessi  avuti  per  loro; 
gì'  ingrati  Pisani  noi  voUoao  udire,  ma  appuQsongli 
che  egli  era  venuto  in  Piiia  per  trattare  cospirazione 
per  lo  duca  e  comune  di  Firenze  nella  terra,  e  cosi 
ai  parti  rillanamente;  della  quale  cosa  messer  Luchino 
signore  di  Milano  prese  molto  sdegno  centra'  Pisani, 
oome  si  potrà  trovare  leggendo.  Per  lo  detto  ac- 
cordo dal  duca  a'  Pisani  tornare  i  Bardi  e  i  Fre- 
acobaldi  e  i  loro  seguaci  ia  Firenze,  com'  era  di  pat- 
to, e  i  Pisani  lasciarono  ogni  prigione  fiorentino,  e 
i  loro  collegati  eh*  erano  presi  in  Pisa  e  in  Lucca. 
A  dì  15  d'ottobre  il  duca  fece  in  Firenze  nuovi 
priori,  i  più  artefici  minuti,  e  mischiati  di  quegli  che 
i  loro  antichi  erano  stati  ghibellini;  e  diede  loro  uno 
foafaloae  di  giustizia  cosi  fatto  di  tre  insegne,  ciò  fu 
di  eosta  all'asta  l'arme  del  comune,  il  campo  bianco  e 
il  giglio  vermiglio  ;  e  appresso  in  mezzo  la  sua,  il 
campo  azzurro  e  bilottato^  un  leone  ad  oro,  e  al  collo 
del  leone  uno  scudo  coU'arme  del  popolo  ;  appresso 
Tarme  del  popolo  il  campo  bianco  e  la  croce  vermi- 
glia, e  di  sopra  il  rastrello  dell'arme  del  re;  e  mise  i 
priori  nel  patagietto  dove  prima  stava  V  esecutore  in 
auDa  piasse  eoa  poco  uficio  e  miaore  balla,  con  poco 
onore,  sansa  sonare  campana  o  congregare  il  popolo, 
compera  nsansa.  Del  detto  nuovo  e  dissimulato  goata- 
loaOy  i  graadi  che  aveaao  fatto  signore  il  duca,  cre- 


*  a  di  13  data  U  edUione  de'  Giunti. 

*  hUiotato,  asperso  di  macchie  a  guisa  di  gocciole. 


dendosi  ohe  al  tetto  egli  annullasse  il  popolo  in  detto 
e  in  fatto,  come  avea  promesso  loro,  si  si  turbarono 
forte,  e  massimamente  perchè  in  que'dl  fece  condan- 
nare subitamente  uno  delta  casa  de' Bardi  in  cinque- 
cento fiorini  d' oro  a  condizione  della  mano,  perchè 
avea  stretta  la  gola  a  uno  suo  vicino  popolano  perchè 
gli  diceva  villania.  B  cosi  puttaneggiando  dissimulava 
il  duca  co' cittadini,  togliendo  ogni  baldanza  a' grandi 
che  Taveano  fatto  signore,  togliendo  la  libertà  e  ogni 
balia  e  uficio,  e  altro  che  il  nome  de' priori  e  popolo 
non  rimase  loro  ;  e  cassò  Toficio  de' gonfalonieri  delta 
compagnie  del  popolo,  e  toUe  loro  i  gontaloni,  e  ogni 
altro  uficio  e  ordine  del  popolo  che  fosse  levò  vta, 
se  non  a  suo  beneplacito  reggendosi  co' beccai,  vinat- 
tieri,  e  scardassieri  e  artefici  minuti,  dando  loro  consoli 
e  rettori  al  loro  volere,  dimembrando  loro  gli  ordini 
antichi  dell'arti  a  chi  erano  aottoposti  per  volere  mag- 
giore salario  di  loro  lavorìi.  Per  le  sopraddetto  cagioni 
e  altre  fatte  per  lui,  come  si  troverà  leggendo  assai 
poco  appresso,  si  formò  cospirazione  contro  il  duca 
per  i  grandi  e  popolani  medesimi  che  Taveano  fatto 
signore,  tosto  si  potrà  trovare.  E  fece  tutto  le  balestra 
grosse  a'  cittadini,  e  fece  fare  l'antiporto  diaaazi  al 
palagio  del  popolo,  e  ferrare  le  finestre  delta  seta  di 
sotto  ove  si  facea  il  coasiglio  per  gelosia  e  aospetto 
de'cittadiai,  e  fece  comprendere  tutto  il  circuito  dal 
detto  palagio  a  quegli  che  furono  de'  Figliuoli  Petri, 
e  le  tofri  e  case  de'  Manieri,  e  de^  Mancini,  e  del  Bel- 
lo Alberti,  comprendendo  tutto  V  antico  gardingo^  a 
entrando  in  sulla  piazza.  U  detto  compreso  fece  co- 
minciare e  fondare  di  grosse  mura  e  torri  e  barba- 
cani per  fare  col  palagio  insieme  uno  grande  a  forto 
castello,  lasciando  il  tavorio  d'edificare  il  Ponte  vec- 
chio, ch'era  di  tanta  necessita  al  comune  di  Firen- 
ze, togliendo  di  quello  pietre  conce  e  legname.  Fe- 
ce disfare  le  case  di  santo  Romolo  per  fare  piazza 
fino  alle  case  del  Garbo.  B  mandò  a  certe  al  papa 
per  licenza  di  potere  disfare  San  Piero  Scheraggio, 
Santa  Cicilia,  e  santo  Romolo,  ma  non  gli  fu  assen- 
tito per  la  Chiesa  di  Roma.  Fece  torre  a'oittadiai 
certi  palagi  e  fortezze  e  belle  case  ch^eraao  neUa 
circumstanza  del  patagio,  e  miseri  dentro  suoi  ba- 
roni e  sua  gente  sanza  pagare  alcuna  pigione.  Fe- 
ce fare  alle  porte  nuovi  antiporti  di  costa  a' vecchi 
per  più  fortezza^  e  rimurare  le  porte.  Di  donne  e  di 
donzelle  de'  cittadini  per  se  e  per  sue  genti  si  eo- 
mindarono  a  fare  di  forze  e  di  violenze  e  di  laide 
cose;  e  infra  T altre  per  cagione  di  donne  tolse  San 
Sebbio  a'  pprerì  di  Cristo,  eh'  era  alta  guardta  del- 
l' arte  di  Calimata,  e  diello  altrui  illicitamente.  B  per 
amore  di  donna  rendè  gli  ornamenti  alle  donne  di 
Firenze,  e  fece  fare  il  loco  comune  delle  femmine 
mondane,  onde  il  suo  maliscalco  traeva  molti  danari. 
Fece  fare  le  paci  tra'  cittadini  e'  contadini,  a  questo 
fu  il  meglio  che  tacesse,  ms  bene  ne  guadagnò  egli 
e'  suoi  uficiali  grossamente  da  coloro  che  le  chie- 
devano. Levò  gli  assegnamenti  a'  cittadini  sopra  le 


*  rocca,  ohe  dioosl  anche  guardingo^  voce  antica,  donde 
si  originò  V  add.  guardingo^  nsatisiimo  per  diligmU  a  guoT' 
dare  clMeàcttiay  o  cAs  8i  guarda  e  $ta  attento  a  non  sif€r 
colto  €  off$$o» 


44a 


CROMICUB 


gabelle^  de^  danari  ooovenatl  prestare  loro  per  forza 
al  oommie  di  Rrense  per  la  guerra  di  Lombardia  e 
quella  di  Laoca,  come  addietro  facemmo  meozione, 
oh*  erano  più  di  trecentodoqnaota  migliaia  di  fiorini 
d^  oro,  assegnati  in  piii  anni  con  alcuno  guiderdone. 
E  questo  fu  grande  male,  onde  i  cittadini  più  si  gra- 
Tarono,  e  fu  rompimento  di  fede  al  comune  per  molti 
cittadini  che  doyeano  avere  grossamente  dal  comune, 
e  ne  furono  diserti  ;  e  recò  a  se  tutte  le  gabelle,  che 
montavano  più  di  dugentomila  fiorini  d*oro  l'anno 
sania  V  altre  entrate  e  gravezze.  Pece  fare  l' estimo 
in  città  e  in  contado  e  fecelo  pagare,  che  montò  più 
di  ottantamila  fiorini  d'oro,  onde  i  grandi  e' popo- 
lani e*  contadini,  che  viveano  di  loro  rendite,  se  ne 
leneano  forte  gravati.  E  quando  fece  fare  V  estimo, 
promise  e  giurò  di  non  fare  di  nuovo  altre  gravezze 
0  imposte  0  prestanze,  ma  non  T  osservò,  ma  al  con- 
tinno  gravò  i  cittadini  di  prestanze,  e  fece  criare  e 
orescere  nuove  e  isformate  gabelle  per  uno  Ber  Ar- 
rigo Pei,  a  cui  egli  era  amico,  che  sapeva  trovare 
modo  d*  avere  danari,  onde  che  si  venissero.  Sicché 
in  dieci  mesi  e  diciotto  di  eh'  egli  regnò  signore, 
gli  vennono  alle  mani  di  gabella,  e  d*  estimo,  e  di 
prestanze,  e  di  condaonagioui,  e  d*  altre  entrate  pres- 
so che  quattrocentomila  fiorini  d' oro  solo  di  Piren- 
ze,  senza  quelli  ohe  traeva  dell'  altre  terre  vicine  eh'  e- 
gli  signoreggiava,  de'  quali  rimandò  tra  in  Prenda  e 
in  Puglia  più  di  fiorini  dugentomila  d' oro,  perocché 
non  teneva  fra  tutte  le  terre  eh'  egli  signoreggiava 
ottocento  cavalieri,  e  quegli  pagava  male,  e  al  biso- 
gno della  sua  mina  se  n'avvide  con  suo  danno  e 
vergogna.  Gli  ordini  de' suoi  uficiali  e  consiglieri  e- 
rano  in  qneato  modo.  1  priori,  come  noi  avemo  det- 
to, erano  in  nome,  ma  non  in  fatto,  eh'  erano  san- 
sa alcuna  balia.  Era  il  podestà  messer  Bsglione 
de'Baglioni  da  Perugia,  che  guadagnava  volentieri  ^ 
e  messer  Guglielmo  d'Asciesi  chiaoiato  conserva- 
dorè,  ovvero  assassino  di  lui,  e  bargello,  e  stava 
ne'  palagi  de'  Cerchi  Bianchi  nel  Garbo.  Aveva  il  du- 
ca tre  giudici  ordinari,  che  si  chiamavano  delle  som- 
male \  che  teneano  corte  nelle  nostre  cue  e  cortili 
e  logge  de'  figtiuoli  VUlani  da  San  Brooolo  :  e  questi 
giudici  rendeano  ragione  di  fatto  con  molte  barat- 
terie. Bravi  uno  messer  Simone  da  Norcia  giudice 
sopra  di  rivedere  le  ragioni  del  comune,  ed  era  più 
barattiere  di  coloro  che  condannava  per  baratteria,  e 
abitava  ne'  palagi  che  fnron  de  Cerchi  da  san  Bro- 
eolo.  Di  suo  consiglio  era  il  giudice*  della  Leccia  di 
sua  terra  di  Poglia  ;  e  suo  cancelliere  era  Prancesco 
il  vescovo  d' Aadesi  fratello  del  conservadore  :  il  ve- 
scovo d'Arezzo  degli  libertini,  e  messer  Tarlato  da 
Pietnimala,  e  il  vescovo  d;  Pistoia  e  quello  di  Vol- 
terra, e  messer  OtUviano  de'Belforti  di  Volterra: 
questi  tenea  per  sioortà  di  loro  terre,  e  i  vescovi 
per  una  coperta  ipocrisia.  Co'  cittadini  aveva  di  ra- 
do oonsiglio,  e  poco  gli  prezzava  e  meno  gli  serviva, 
ristrignendosi  solo  ni  consiglio  di  messer  Bsglione, 
e  del  conservadore,  e  di  messer  Cerrettieri  de'  Vìb-- 
domini,  uomini  corrotti  in  ogni  vizio  a  sua  maniera. 


■  soaMMTii,  ha  la  Gtoitìna. 

*  f«eav9|  ha  la  edizione  de'  Oinntl  t  non  ^mmUos. 


Faceva  i  suoi  decreti  di  fatto  e  sotto  a«o  mffeDo, 
il  quale  il  suo  cancelliere  si  faceva  bene  vaiare*  Si- 
gnore era  di  piccola  fermezza  e  di  meno  fede  di  cose 
che  promettesse,  cupido  e  avaro  e  male  grazioso^ 
piccoletto  di  persona,  e  brutto  e  barbncinOf  e  pa- 
rca meglio  Greco  che  Francesco,  sagace  e  malizioso 
molto.  E  fece  al  suo  conservadore  impiconre  meaaar 
Piero  da  Piacenza  uficiale  della  mercataniin  opponen* 
dogli  baratterìa,  e   ohe  mandava   lettere  a   messer 
Luchino  da  Milano,  e  chi  disse  in  parte  ^  fé*  torto. 
Pece  costrìgnere  i  mallevadorì  di  Naddo  di  Cenni  de- 
gli Orìcellai,  ch'era  a'confioi  a  Perugia,  e  fncelo  tor- 
nare con  sua  sicurtà,  ed  egli  tornò  a  di  1 1  di  ge- 
naio,  e  non  osservandogli  fede,  il  fece'impiocare  con 
una  catena  in  collo,  acciocché  non  potesse  essere 
ispiccato,  e  tolse  a' suoi  mallevadori  cinqueoulacia- 
quecentoquindici  fiorini  d'oro,  opponendo  eh'  egli  gli 
avea  frodati  al  comune  in  Lucca,  oltre  agli  altri  ehV 
gG  avea  tolti  prima,  levandogli  prima  tutti  i  suoi 
beni  e  confiscati  a  se,  opponendogli  eh' 041!  avea 
trattato  col  comune  di  Siena  e  di  Perugia  fXMitra  lui,  i 
quali  non  amavano  la  vidnanza  e  signorìa  del  duca; 
e  forse  io  parte  fu  vero.  Questo  Naddo  fa  aagaoe  e 
sottile  uomo ,  e  molto  grande  e  presuntuoso  nomo  in 
popolo  e  in  comune,  e  bene  guadagnava  volentierì.  H 
padre  Cenni  di  Naddo,  stato  molto  grande  in  comune, 
per  dolore  del  figliuolo  e  per  temenza  del  dnca  si 
fece  frate  di  Santa  Maria  Novella,  cioè  di  San  Do- 
menico, e  fece  bene  dell'  anima  sua,  se  '1  fece  con 
buona  intenzione,  per  fare  penitenzia  delle  colpe  com- 
messe in  comuoe,  spezialmente  in  sturbare  V  aceordo 
co'  Pisani,  il  quale  si  potea  avere  auai  onorevolemente 
per  lo  nostro  comune,  come  toccammo  addietro.  In 
questi  tempi,  del  mese  di  marzo,  fece  il  duca  lega 
e  compagnia  co*  Pisani,  e  taglia  di  duemila  cavalieri 
centra  ogni  loro  a  weraario.  I  Pisani  teneano  ottocen- 
to cavalieri  e  il  duca  milledugento  cavalieri  ;  la  quale 
compagnia  molto  dispiacque  a'  Fiorentini  e  a  totti  i 
Toscani  guelfi,  e  poco  s'osservò,  perché  non  era 
piacevole  mischiato,  nò  buona  compagnia.  Del  mete 
di  marzo  detto  il  dnca  fece  nel  contado  di  ^enxa 
sei  podestà,  uno  per  sesto,  con  grande  balia  di  po- 
tere fare  giustizia  reale  e  personale  e  con  grandi 
salarii,  e  i  più  furono  delle  case  de'  grandi,  e  di  qaeOi 
che  di  nuovo  erano  stati  rubelli,  e  rimessi  in  Fireaze 
di  poco.   La  qual  nuova  signoria  molto  dispiscqaa 
a'  dttadini,  e  più  a'  contadini,  che  portavano  la  spesa 
e  la  gravezza.  Pece  pigliare  uno  Matteo  di  Moroszo, 
e  in  su  uno  carro  il  fece  attanagliare,  e  levargli  le 
carni  co'  rasoi  d'addosso,  e  poi  dalla  piazza  alle  for- 
che istrascinare  sanza  asse,  e  poi  il  fece  impiccerà, 
perch'svea  rivelato  uno  trattato  de' Medici  e  d'altri 
che  doveano  offeodere  il  dnca  :  egli  noi  volle  cre- 
dere, che  venia  a  suo  pericolo  e  danno  di  quello 
ohe  gli  avvenne.  L'ultimo  di  di  marzo  fece  impic- 
care in  su  '1  monte  Rinaldo  Lamberto  degli  Abati,  ti 
quale  era  auto  valente  uomo  nell'oste  nostra  a  Locca 
oh'  era  colle  masnade  di  messer  Mastino,  perchè  gli 
uvea  rivelato  uno   trattato  che  certi  grandi  di  Fi- 
renze teneano  contro  il  duca  con  messer  Guido  Rie- 
d  da  Fogliano  capitano  della  gente  di  measer  Masti- 
n0|  opponendogli  il  oontrarioi  eh*  egli  lenen  trattato 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


449 


cott  mesier  MastiDO  di  torgli  la  signorìa.  La  qual  cosa 
non  fa  Toro,  ma  fii  vero  quello  che  il  detto  Lamberto 
gKaTearìTelato;  na  per  le  sue  opere  viveva  in  gran- 
de iospetto  e  gelosia,  e  chiunque  gli  rivelava  trattato 
0  da  beffa  o  da  dovero,  o  parlava  contra  Ini,  il  faceva 
morire,  onde  più  altri  di  piccolo  affare  fece  a  torto  mo- 
rire di  cmdeli  tormenti  di  mano  defsno  carnefice  con- 
servadore  di  male  opere.  Per  la  Pasqua  della  Resnrre- 
sione,  Tanno  1343,  il  dnca  tenne  grande  festa  a*  citta- 
dini e  a^snoi  baroni  e  conestabili  e  soldati  con  grandi 
corredi,  ma  con  mala  volontà  de*  cittadini,  e  fece  te- 
nere giostre  neHe  piazza  di  Santa  Croce  per  più  gior- 
ni, ma  pochi  cittadini  vi  giostrarono,  che  già  a*  gran- 
di e  a*  popolani  cominciavano  a  dispiacere  i  suoi  pro- 
cessi. All' uscita  d'aprile  del  detto  anno  ordinò  e  co- 
minciò ad  afforzare  e  chiudere  San  Casciano  per  ri- 
dueervi  dentro  le  villate  d'intorno,  e  che  si  chiamas- 
se Castelducale ,  ma  poco  andò  innanzi.  Pecesi  in 
Firenze  sei  brigate  per  fare  festa,  di  ^ente  di  popolo 
mmuto  vestiti  insieme  ciascuna  brigata  per  se,  e 
danzando  per  la  terra.  La  maggiore  fa  nella  Città 
rossa,  e  il  loro  signore  fu  chiamato  lo  Impéradore. 
L' altra  a  San  Giorgio,  e  chiamavasì  quella  del  Pa- 
glialoeo  ;  e  ebbono  zuffa  queste  due  brigate  insieme. 
L'altra  fu  a  San  Friano,  e  una  nel  borgo  d'Ognis- 
santi. L'  altra  da  San  Paolo.  L' altra  nella  via  Larga 
degli  spadai  ;  e  fu  movitura  e  consentimento  del  du- 
ca per  recarsi  l' amore  del  popolo  minuto,  per  quella 
isforzata  vanità;  ma  poco  gli  valse  al  bisogno.  Per 
la  festa  di  San  Giovanni  la  fece  fare  all'  arti  al  mo- 
do antico  senza  i  gonfaloni,  e  la  mattina  della  festa 
oltre  a' ceri  osati  delle  castella  del  comune,  eh'  erano 
da  venti,  ebbe  da  venticinque  drappi  ovvero  pali!  ad 
oro,  e  bracchetti,  e  sparvieri,  e  astori  per  omaggio 
d' Arezzo,  Pistoia,  Volterra  ;  e  da  San  Gimignano,  e 
df  Colle,  e  da  tutti  i  conti  Guidi  e  da  Mangona  e 
da  Cerbaia,  e  da  Monte  Carelli,  e  da  Pontormo,  e 
digli  Ubertini  e  da'  Pazzi  di  Valdamo,  e  da  ogni 
baroBcello  e  conticello  d*  attorno  e  dagli  Ubaldini, 
che  coli'  offerta  de'  ceri  fu  una  nobile  cosa  e  festa  ; 
e  nvaaronsi  lutti  i  ceri  e  palii  e  gli  altri  tributi  tutti 
illa  ptasu  di  Santa  Croce,  e  poi  l'uno  appresso  l'al- 
tro andaro  al  palagio  dov'  era  il  duca,  e  poi  gli  of- 
fersono  a  San  Giovanni.  Pece  aggiognere  al  palio 
deHo  sciamito  chermisi  da  rovescio  una  fodera  di 
viio  isgrigiato  quanV  era  lunga  l' asta,  eh'  era  mol- 
to rioco  a  vedere.  B  fece  molto  ricca  festa  e  nobile,  e 
il  la  prima  e  la  sezzaia  ch'egli  dovea  fare  in  Firenze 
psrlesue  ree  operazioni.  All'uscita  di  giugno  fece  fa- 
re tma  sconcia  giustizia,  che  uno  Battone  Cini  da  Cam- 
pi) de'  menatori  de'  buoi  dell'  antico  carroccio,  il  qua- 
le di  poco  il  duca  l' avea  fatto  de' priori  per  la  dl- 
Nlà  del  carrocde,  o  vestitolo  di  scarlatto,  poich'  e- 
fH  osci  dell'  uficio,  ai  dolse  e  disse  alcuna  parola 
<^osa  per  una  imposta  che  gli  era  stata  fatta,  il  duca 
|ii  fece  eavare  la  lingua  inflno  alla  strozza,  e  con 
<nislls  innanzi  in  au  una  lancia  per  dilegione  il  man- 
^^  P«r  tutta  la  terra,  e  poi  il  mandò  a'  confini  a  ?t^ 
>tro,  e  per  quella  tagliatura  della  lingua  mori  Di 
questa  giustizia  si  turbarono  molto  i  cittadini,  e  cia- 
ccone la  riputava  in  ae  di  non  potere  parlare,  o  do- 
lerti de' torti  e  oltraggi  che  gli  fossero  fatti  ;  ma  la 


persona  di  Bottone  era  degna  di  quello  e  di  peggio, 
eh'  egli  era  pubblicano  e  villano  gabelliere,  e  eolia 
peggiore  lingua  che  uomo  di  Firenze,  sicché  mori 
nel  peccato  suo.  A  di  2  di  luglio  il  duca  fermò  lega 
e  taglia  con  messer  Mastino  della  Scala,  e  co'  marchesi 
da  Bsti,  e  col  signore  di  Bologna,  e  con  lui  con- 
trasse parentado,  ma  più  gli  era  utile  la  compagnia 
e  beoivolenza  4^*  buoni  cittadini  di  Firenze,  la  quale 
al  tutto  s'aveva  levata  e  tolta,  e  quella  che  fece  con 
quelli  aignori  poco  o  niente  gli  valse  al  suo  bisogno, 
e  poco  durò.  Assai  sverno  detto  sopra  i  processi  e 
opere  del  ^uca  d'Atene  fatte  in  Firenze  mentre  ne 
fu  signore,  e  non  si  potea  fare  di  meno,  acciocchò 
sieno  manifeste  le  cagioni  perchò  i  Fiorentini  ai  ru- 
bellarono  dalla  sua  signoria,  e  perchò  prendano  e- 
sempio  per  lo  innanzi  quelli  che  sono  a  venire  di  non 
volere  signore  perpetuo  nò  a  vita.  Lasceremo  alquanto 
di  questa  materia,  faccendo  incidenza,  per  raccontare 
altre  novitadi  che  furono  altrove  in  questi  tempi,  tor- 
nando assai  tosto  a  contare  la  fine  ch'ebbe  in  Firen- 
ze la  Bua  signoria.  Ma  di  tanto  volemmo  fare  prima 
memoria,  e  questo  sentimmo  e  sapemmo  di  vero.  Il  dì 
e  r  ora  che  prese  la  signoria,  per  gli  aavi  astrolaghi 
fu  preso  l'ascendente,  che  fu  gradi  ventidue  del  segno 
della  Libra,  segno  mobile  e  opposito  del  segno  d'A- 
riete significatore  di  Firenze,  e  in  termine  di  Marte  v  e 
•Marte  nostro  significatore  era  nel  detto  segno  della 
Libra  contrario  alla  sua  casa,  e  il  suo  signore  Venus 
nel  Leone  gradi  otto  faccia  di  Saturno  e  contrario 
alla  sua  triplicità.  Per  la  quale  costellazione  dissono 
d' accordo  i  detti  astrolaghi,  che  la  sua  signoria  non 
dovea  compire  Tanno,  e  come,  l'uscita  saa  doveva 
essere  vituperevole  e  con  molti  tradimenti  e  remore  con 
armi,  ma  con  pochi  omicidii.  Ma  più  credo  che  fosse 
la  cagione  il  suo  male  reggimento  e  le  aue  ree  ope- 
re per  lo  suo  pravo  e  libero  arbitrio,  usandolo  male. 

CAPnOLO  IX. 

Ifuna  compagna  di  gente  (T  arme  che  feeiono 
i  soldati  de*  Pisani, 

Come  fu  fatta  la  pace  tra  il  duca  e  i  Pisani, 
come  dicemmo  addietro,  quasi  tutti  i  soldati  ch'e- 
rano co' Pisani  intomo  di  millecinquecento  tedeschi 
a  cavallo,  e  più  di  duemila  pedoni  di  masnade  ghi- 
bellini, si  partirono  da  Pisa  e  fedono  una  compagna 
con  alcuno  piccolo  soldo  per  levarglisi  d' addosso,  e 
far  fare  danno  a  decloro  vicini.  Vennobo  per  quello 
di  Samminiato,  e  di  Sangimignano;  e  di  Colie  senza 
fare  danno  alcuno,  e  non  toccarono  di  nostro  contado, 
perchò  era  alla  signoria  del  duca;  toccarono  il  borgo 
di  Staggia  e  poi  stettono  più  di  a  Fonte  Boccia,  tanto 
che  i  Sanasi  si  ricomperarono  quattromila  fiorini  d'o- 
ro ;  e  però  non  lasciarono  di  rubare  e  ardere  più  loro 
ville  in  Valdambra,  e  simile  fedono  in  Valdichiana  so- 
pra quello  di  Perugia  e  d' Asdesi,  e  dò  fu  ordine 
del  duca  d'Atene  co' Pisani;  e  anche  vi  mise  danari 
per  fare  danno  a^  Sanasi  e  a' Perugini,  peroceh' avea- 
no  rifiutata  sua  signoria  e  compagnia,  che  voleano 
vivere  liberi  e  franchi.  B  poi  cresduta  la  detta  com- 
pagna valicarono  in  Romagna  sopra  Armino  per  fa- 
re vergogna  a  messer  Malatesta  stato  nostro  capi- 
tano di  guerra ,   e  fedono  danno  assai  :   e  poi  si 

«9 


4M 


CRONICHE 


Aelro.  I  prineipali  ftarono  tre  ietto  e  oonfivaflion  ; 
dellt  prima  fi  eepo  il  DOttro  TeaeoYù  degli  Aecbì- 
uoK  finite  prediettere,  cèe  il  eoniBdine&to  delle  ioe 
prediche  tasto  il  nafUifloata  e  gl^yriara,  e  con  lui 
teneaao  i  Bardi  ;  eiò  fàroBO  i  principali  :  meai er  Fiero  e 
meaaer  Glerosso  e  meaier  Jacopo  di  meaaer  Guido,  e 
Andrea  di  Pilippozio  e  Simone  di  Gerì,  tutti  della  ca- 
sa de^  Bardi,  e  rìmesai  in  Firenae  per  lo  dnca;  e  de' 
Bossi,  Saltestrìno  e  messer  fino,  e  pifc  loro  consorti. 
E  de*  Frescobaldi  de^  caporali  il  priore  di  San  Jacopo 
messer  Agnolo  e  Giramonte  anche  rìmesai  in  Firense 
per  lo  dnca,  e  Ugo  di  Vieri  degli  Scali,  e  più  altri 
grandi  e  popolani,  Altoriti,  Magalotti,  Strosii  e  Man- 
cini. Della  seconda  congiura  era  capo  messer  Manno 
Donati  e  Corso  di  messer  Amerigo  Donati,  e  Biado 
e  Beltramo  e  Mari  de*  Paul,  e  Niccolò  di  messere 
Alamanno,  e  Tile  di  Guido  Benii  degli  Adimari  *  e 
certi  degù  Albliri.  Dell'altra  teru  setta  e  conginra 
era  capo  Antonio  di  Baldinacdo  degli  Adimari,  e 
Medici,  e  Bordoni,  e  Oricellii,  e  Luigi  di  Lippe  AldO- 
bran^ai,  e  più  altri  popolani  e  mediani  E  treriamo 
che  in  più  modi  cercavano  di  togBerii  la  signoria  e 
chi  la  Yita,  chi  ttttttata  co*  Pisani,  e  chi  co*  Saneai  e 
Peragiai  e  co'eonti  Chiidi,  e  alcuno  d'assalirlo  in  pala- 
gio andando  al  consiglio;  ma  per  soa  gelosia,  di  ciò 
ai  prorride,  che  dve  Tolte  mntò  i  sergenti  e  famigliari 
che  gnardavano  fi  palagio,  e  per  aospetto  fece  ferrare 
le  flineatre  del  palagio;  e  alcuno  disse  di  saettarlo 
quando  andava  per  la  tenra.  L'  altra  setta  ordinò 
d'aasaliilo  in  casa  gli  ABiBti  fl  di  di  San  Giovanm, 
ohe  Ti  dorea  andare  a  Todere  correre  il  palio,  e  an- 
che per  aospetto  non  Vendè.  La  tersa  setta  aTora 
-ordinato,  fanperoech*  egli  caTalcaTa  soTcate  per  a- 
more  di  donna,  da  casa  i  Bordoni  aHa  Croce  al  Tlrab- 
bio.  OtteaK  t'  aUogarono  due  case  una  da  ciascuno 
capo  d^a  ria,  e  qneOe  guemirono  d*arme  e  di  ba- 
lestra e  di  sbarre  per  asserragliare  la  Tia  dalT  uno 
oapo  e  daU*  altro  per  fincUuderìo  in  messo,  e  ordi- 
nato arcano  da  cinquanta  masnadieri  arditi  e  franchi, 
^e  '1  dOToano  aasaHre  con  eerti  caporali  gioTani  e 
grandi  e  popohm  a  cui  se  calcTa,  e  aTcanne  Togtta 
di  farlo,  e  asaalito  il  duca,  lerare  la  terra  a  remore. 
I  caporali  di  fhori  doTeano  essere  in  arme  a  ca- 
Tallo  e  a  pie  al  soccorso  per  attetrare  M  e  la  sua 
compagnia,  perocché  al  principio  egli  caralcaTa  con 
Tcnticinque  in  frenta  oompagni  di  sua  gente  disar- 
mati, con  alquanti  cittadini  grandi  e  popolani,  di  co- 
loro medesimi  eh*  erano  congiurati  contro  a  lui  Ma 
tanto  gli  fh  measo  sospetto,  che  poi  menare  a  sua 
guardia  due  mainade  di  cinquanta  suoi  esTalieri  e  da 
cenìo  fanti  armati,  e  ismontato  da  caTallo  restsTano 
armati  in  sulla  piana  del  palagio  a  sua  guardia  :  ma 
poco  gli  TaloTano  al  suo  riparo  per  1*  ordine  preso 
per  le  detta  congiure  alla  sua  mina;  perocdiè  quasi 
tutti  i  cittadini  erano  commossi  centra  lui  p«  le  sue 
ree  opere.  Ma  come  piacque  a  Dio,  per  lo  meno 
male,  la  tene  setta  e  congiura,  la  qual  era  più  pron- 
ta a  dò  fare,  fu  iscoperta  per  ano  masnadiere  sanese, 
che  doTcaeasere  a  ciò  fhre,e  rìreloHaà  meaaer  Fran- 
cesco Brunelleschi,  non  per  tradimento,  ma  per  con- 


M  CknkMit  Bggluan  l'sdlsieaa  di^Qhmtf. 


sìglio  ooBM  a  suo  m'gnore,  credendo  eh*  egli  fl  sapesse 
e  tenesse  suno  alla  congiura:  tt  quale  caTaMere^  per 
paura  di  non  n*  essere  incolpato,  OTrero  per  aule 
de*  suoi  nimici,  che  di  tali  erano  caporali  aHa  dette 
congiura,  il  manifeatò  al  duca,  e  menogli  il  dette 
fute  sotto  Sdaosa,  il  quale  ritenne  segreto  e  disa- 
minollo,  e  seppe  d*  slcuno  eh*  era  de*  detti  oongiarali 
e  caporale  de*  masnsdieri.  Di  presente  fece  pigliare 
Pegole  di  Francesco  del  Mameea  orrerole  pepolsne 
di  porta  San  Piero,  tutto  che  féaae  brigante,  e  une 
Simone  da  MonterappoU  a  di  18  di  luglio,  e  questi 
confessarono  e  annifeatarono,  come  Antonio  di  Bai- 
dinacdo  degli  Adinmri  era  loro  capo  con  pib  altri  ; 
il  quale  Antonio  richiesto,  per  sicurtà  di  sua  graades- 
sa  compari.  H  duca  il  fece  ritener  nel  palagio;  e,  lai 
preso,  tutti  gli  altri  principali  d*ogn  aetta  chi  si  perii 
della  cittì,  e  dii  ai  nàaooae  per  tema  di  loro,  caie 
tutu  la  dttl  fìt  in  geloaia  e  in  grande  sosp«tto  e  ia 
tremore.  Il  duca  troTando  la  congiura  eoQfro  a  lai  si 
grande,  e  che  tanti  grandi  e  poaseili  dttadiBi  ri  le- 
neano  mano,  non  ardi  di  fere  giuatisia  do*  delti  preri; 
che  se  subito  TaTesse  Ihtia,  e  corea  la  tenra  colla  saa 
gente  e  col  popohisso  minuto  che  *l  aegurrano»  rism- 
noTa  signore;  ma  il  suo  peccato  raceìeeò,  e  gli  mise 
tsnU  TBtè  e  paura  ueH*  animo,  che  non  aapea  che 
si  Aire  :  e  mandò  d*  intorno  alle  terre  e  castella  per 
la  sua  gente,  e  al  aignore  di  Bologna  per  aiuto,  O 
quale  gK  mandò  trecento  caTalieri.  E  ai  pensò  di  k- 
re  una  grande  Tcndetta  e  crudele  di  molti  dttadiBi 
con  grande  tradimento.  Che  perchè  sabato  maMiBa, 
a  di  26  d  lugKo,  era  il  di  di  Sant'Ansa,  fl  A  di- 
nanii  fece  richiedere  molti  dttadini  dio  farono  pia 
ed  trecento  de' maggiori  di  Firense,  grandi  e  popo- 
lani d' ogni  Ihndgtia  e  casato,  eh*  eglino  Ycaisaeae 
dinansi  a  lui  in  palagio  per  condgliafe  queHo  oh*a- 
Tease  a  fhre  de'presi,  con  intensione  (e  questo  pel 
fo  ftaori  di  Firense  manifesto)  ohe  eomo  fessone 
rauoati  nella  sala  del  palagio,  che  airoTa  le  Ine^ 
atre  ferrale,  come  detto  aTcmo,  di  fare  aertare  le 
sete,  e  quanti  dealro  to  n*aTeaae  di  fergli  ueei*' 
dorè  e  tagliare,  e  correre  la  terra  a  modo  che  fece 
1*  empissimo  Telila  fhgMm  Dei  quando  dialrosee 
Firense.  Ma  Iddio,  che  sempre  guarda  U  mene  mde 
e  fl  bisogno  della  noatra  dttà,  per  le  lemosiBa  e 
p«  gli  meriti  delle  sante  persone  religion  e  Ud 
che  ri  aoao  innocenti,  la  guardò  di  tanto  mde  e 
pericolo;  che  prima  meaae  aospetto  in  onore  a  tatti 
i  richieati  di  non  andare  in  palagio  d  dello  consigBef 
intra*  quali  to  n*  areano  molti  de' congiurati,  e  poi  fl 
di  mededmo  quad  tutt'i  dttadini  di  grande  aeoerdo 
insieme^  dlponendo  tra  loro  ogni  ingiuria  e  maiale* 
gliensa,  acoprendod  Fune  setta  ali* altra,  di  lereei^ 
dine  e  trattati  lutti  s*  armarono  per  rabeUarm  dahd, 
come  diremo  appreaao  nd  aeguenle  capitolo.  Di  quo- 
to macello  che  fl  duca  doToa  fhre  fu  ssanifeatato  a 
noi,  poiché  fl  duca  fta  uadto  fuori  deUa  dttà. 

CAPITOLO  XVIL 


Còme  U  ciuà  di  FwmoB  si  beò  a  rùmort^  e  M^ 
dò  U  dmca  t  Atene  che  n*  era  tignore. 

Essendo  la  dì^  di  Firense  in  tasto  hoUora,  • 
sospetto  e  gdosia,  d  per  lo  duca  et  ondo  scoperte 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


453 


le  coDgiorazioiii  fette  per  tasti  oittadiai  ooiitra  lui, 
e  feUttegU  il  800  proponimeBU)  di  non  potere  rac- 
cogliere i  nobili  e  poaaeeti  cittadini  al  falso  e  dis- 
leale consiglio  ;  e  da  altra  parte  i  cittadini  e  i  più 
possenti  sentendosi  in  colpa  delle  congiare  fatte  con- 
tri lui,-  e  acntendo  il  mal  volere  del  dnca,  e  che  già 
netta  terra  avea  più  di  seicento  cavalieri  di  sue  ma- 
snade,  e  ogni  di  ne  giugnevano;  e  la  gente  del  si- 
gnore di  Bologna  e  certi  altri  Romagnuoli  che  vernano 
in  suo  ainto,  e  aveano  già  valicate  1*  Alpi,  dubitaro- 
no che  lo  indugio  non  fosse  a  loro  perìcolo,  ricor- 
dandosi del  verso  di  Lucano  che  dice: 

TdUe  morai;  gmypér  noeuU  d\ferr$  pairati$, 

ffli  Adimarì,  Medici,  e  Donati  principali,  sabato,  so- 
nata nona,  usciti  i  lavoranti  delle  botteghe,  a  di  26 
di  loglio,  il  di  di  madonna  Sant^Anna,  1343,  ordi- 
narono che  in  Mercato  vecchio  e  in  porta  San  Piero, 
certi  rìbildi  e  fenti  fittisiamente  si  aazuffassono  in- 
sieme, e  gridassono:  alT  arme^  altarmey  e  cosi  fe- 
cioiio.  La  terra  era  insoluta*  e  in  paura  ;  incontanente 
tott^  i  cittadini  corsone  a  sgomberare  i  cari  luoghi 
e  di  presente,  com*  era  ordinato,  tutti  i  cittadini  fu- 
rono armati  ciascuno  a  cavallo  e  a  piedi,  e  ciascuno 
alla  sua  contrada  e .  vidnania  traeva,  traendo  fuorì 
bandiere  dell'armi  del  popolo  e  del  comune,  comV 
ra  ordinato,  gridando  ;  Jftfota  U  duca  e  %  suoi  seguaci^ 
e  rtea  il  popolo  e  U  comune  di  Ferente  e  libertà.  B  di 
presente  fu  sbarrata  la  città  a  ogni  capo  di  via  e  di 
contrade.  Quegli  del  sesto  d'oltrarno  grandi  e  po- 
polani ai  giurarono  insieme  e  si  baciarono  in  bocca 
e  abarrarono  i  capi  de'  ponti  con  intensione  che,  se 
lotta  l'altra  terra  di  qua  dalP acqua  si  perdesse,  di 
tenersi  firancameiite  di  là.  B  mandarono  il  dì  dinanzi 
da  parte  del  coniane  segretamente  per  soccorso  e 
ainto  a'Sanesi;  e  certi  de' Bardi  e  de'Frescobaldi 
stati  in  Pisa  e  tornati  di  nuovo  in  Firenze  manda- 
rono per  loro  ispecialità  per  aiuto  a*  Pisani.  La  qual 
cosa  quando  si  seppe  per  lo  comune  e  per  gli  al- 
tri cittadini,  forte  se  ne  turbarono.  La  gente  del  duca 
sentendo  il  remore  si  s' armò  e  montò  a  cavallo,  e 
ehi  potè  di  loro  al  cominciamento  corsono  alla  piaz- 
nn  del  popolo  ^  in  quantità  di  trecento  a  cavaDoi 
gli  altri,  dii  fu  preso,  e  chi  rubato  per  gli  alberghi, 
e  chi  per  le  vie  fediti,  morti  e  scavallati,  e  per  gli  ser- 
ragli erano  impacciati,  e  rubati  i  cavalli  e  V  arme.  B 
al  coaundameato  del  rumore  trassono  al  soccorso 
del  duca  in  sulla  piazza  de' priori  certi  cittadini  a- 
mid  del  duca,  cui  egli  avea  servito,  che  non  sapevimo 
if  segreto  delle  congiure  :  dò  furono  dei  principali; 
Biesaer  Ugucdone  Bondelmonti  con  alquanti  suoi  con- 
sorti e  con  gli  Acdaiuoli,  e  messer  Giannozzo  Ca^ 
valcanti  e  de*  suoi  consorti,  Peruzzi,  Antellesi,  e  certi 
soardassieri  e  alcuno  beccaio,  gridando  :  Viiea  il  #•- 
finora  lo  duca.  Come  eglino  s'avvidooo  che  quasi 
tatti  i  dttadini  erano  sommossi  a  furore  di  centra 
Ini,,  n  tornarono  a  cua',  e  seguirono  il  popolo,  sal- 
vo messer  Ugucdone,  cui  il  duca  ritenne  seco  in  pa- 
lagio e  i  priori  delTarli  per  sicurtà  di  sua  persona. 


*  iadMta  ha  la  Giuntina,  ma  per  orrore  di  stampa. 
Dtl  significato  del  partìc.  vmÌMUo  vedi  pag.  86,  eoi.  II,  n.  1. 
^  piogio  e  non  popolo  leggi  eolia  Óiontina. 


i  quali  erano  rifuggiti  in  palagio.  Bd  essendo  levato 
il  detto  remore  e  tutta  gente  ad  arme,  quelli  dei 
dnque  sesti,   ond'  erano  capo  gli  Adimari,  per  i- 
scampare  Antonio   di  Baldinacdo  loro  consorto  e 
gli  altri  presi  per  lo  duca,  i  Medici,  Alteriti,  Ric- 
ci, Oricellai,  e  gli  altri  offesi  da  lui,  come  è  detto 
addietro,  presono  le  bocche  delle  vie  che  vanno  in 
sulla  piazza  del  palagio  de'  priori  eh'  erano  più  di 
dodid  rie,  e  quelle  sbarrarono  e  afforzarono  si  che 
nullo  vi  polca  venire  né  entrare  uè  uscire  dal  pa- 
lagio alla  piazza,  e  di  di  e  di  notCb  si  combatterono 
colla  gente  del  duca,  eh'  erano  in  palagio  e  'n  su 
la  piazza,  ov'ebbe  alquanti  morti,  ma  molti  fediti  de' 
dttadini  per  lo  molto  saettamento  e  pietre  che  ve- 
nivano del  palagio.  Ma  alla  per  fine  la  gente  del  duca 
eh'  era  in  su  la  piazza,  la  sera  medesima,  non  pos- 
sendo  durare  e  non  avendo  da  rivere  lasdarono  i 
loro  cavalli,  e  i  più  di  loro  bì  fuggirono  nel  com- 
preso del  palagio  dov'  era  il  duca  e'  suoi  baroni,  e 
alfuanti  §ì  guarentirono  tra'  nostri  lasciando  L'armi 
e' cavalli,  e  chi  preso  e  chi  fedito.  Come  si  comindò 
il  detto  remore,  Corso  di  messer  Amerigo  Donati  co' 
suoi  fratelli  e  consorti  e  altri  segnad  eh'  aveano  loro 
amici  e  parenti  in  prigione,  assalirono  e  combatte- 
rono le  carceri  delle  Stinche  mettendo  faoco  nello 
sportello  e  bertesche  ch'erano  di  legname  e  coU'aiuto 
de'  pregioni  d'entro  ruppono  le  dette  carceri  e  usci- 
rono tutti  i  detti  pregioni,  e  con  quello  impeto,  cre- 
scendo loro  seguito  di  messer  Manno  Donati,  e  dì  Nic- 
colò di  messer  Alamanno  e  di  Tile  di  Guido  Benzi 
de'  Cavicduli,  e  degli  altri  consorti  e  fratelli  d'An- 
tonio di  Baldinaccio  degli  Adimari,  e  di  Beltramo 
de'  Pazzi  e  di  più  altri,  ch'avevano  loro  amid  in 
bando  e  presi  in  palazzo,  assalirono  e  combatterono 
il  palagio  dd  podestà,  ov*era  messer  Baglione  da 
Perugia  podestà  per  lo  duca,  il  quale  né  egli  né  sua 
famiglia  si  misono  a  resistenza,  ou  con  grande  pau- 
ra e  pericolo  si  fuggi  e  guarenti  in  casa  gli  Albizzi 
che  '1  ricolsono;  e  chi  di  sua  famiglia  fuggi  a  Santa 
Croce;  e  rubato  il  palagio  d'ogni  loro  arnese  in  fino 
alle  finestre  e  panche  del  comune;  e  ogni  atto  e 
scritture  n  furono  prese  e  arse,  e  rotta  la  carcere 
ddla  Yolognana,  e  acapolati  i  pregioni;  e  poi  rup- 
pero la  camera  del  comune,  e  di  quella  tratti  tutti  i 
libri  ov'  erano  acritti  tutti  gli  sbanditi  e  rubelli  e  con- 
dannati del  comune,  e  arsi  tutti  ;  e  simile  rubati  tutti 
gli  atti  dell' ufidale  della  mercatanzia  sansa  contrasto 
niuno.  Altra  ruberia  ed  offensione  corporale  non  fu 
fatta  in  tanto  scioglimento  di  dttà,  se  non  centra  alla 
gente  del  duca,  che  fu  grande  cosa,  e  tutto  avvenne 
per  l'unità  in  che  si  trovarono  i  cittadini  a  ricove- 
rare la  loro  libertà  e  quella  della  repubblica.  B  dò 
fatto,  il  detto  sabato,  quelli  d'Oltrarno  apersono  l'en- 
trata dei  ponti,  e  valicarono  di  qua  a  cavallo  e  a 
pie  in  arme,  e  con  gli  altri  dttadini  de^  dnque  sesti 
fedone  levare  le  sbarre  e  serragli  delle  rughe  mae- 
stre, e  colle  insegne  del  comune  e  dd  popolo  ca- 
valcarono per  la  città,  gridando  :  Viva  il  popolo  e 
il  comune  e  sua  liberlày  e  muoia  il  duca  e'^suoi:  e 
trovarn  i  cittadini  più  di  mille  a  cavallo  bene  ar- 
mati in  arme  tra  di  loro  cavalli  e  di  quelli  tolti  alla 
gente  del  duca,  e  più  di  diecimila  dttadini  armati  a 


454 


CRONICHE 


corazze  e  a  barbute  come  cavalieri,  sanza  T  altro  po- 
polo minato  tutto  in  arme,  aanza  alcano  foreatiero 
o  contadino  ;  il  quale  popolo  fu  molto  nobile  a  vedere 
e  pofsente,  e  unito.  Il  duca  e  sua  gente  veggendoai 
cosi  fieramente  assaliti  e  assediati  dal  popolo  nel  pa- 
lagio (ed  era  con  piìi  di  quattrocento  uomini,  e  non 
Y*era  quasi  altro  che  biscotto  e  aceto  e  acqua),  ma  cre- 
dendosi guarentire  dal  furioso  popolo  la  domenica 
mattina  fece  cavaliere  Antonio  di  Baldinaccio  degli 
Adimari,  il  quale  iion  ai  volea  fare  di  sua  mano  ;  ma  i 
priori  ch^  erano  rinchiusi  in  palagio,  vollono  ch^  egli  ai 
facesse  a  onore  del  popolo  di  Firenze,  e  cosi  fece  ;  e 
poi  lasciò  lui  e  gli  altri  cV  egli  avea  presi  in  palagio 
e  puose  in  sul  palagio  bandiere  del  popolo,  ma  però 
non  cessò  V  assedio  e  furia  del  popolo.  La  domeni- 
ca di  notte  giunse  il  soccorso  de^  Sanesi,  trecento 
cavalieri  e  quattromila  balestrieri  molto  bella  gente 
e  con  loro  sei  grandi  popolani  cittadiui  di  Siena 
ambasciadorì.  E  i  Samminiatesi  mandarono  al  servigio 
del  liostro  comune  dugento  pedoni  bene  armati,  e"* 
Pratesi  cinquecento  fanti.  E  vennevi  di  presente  il 
conte  Simone  da  Battifolle,  e  Guido  suo  nipote  con 
quattrocento  fanti.  E  di  nostri  contadini  armati  il 
seguente  di  vennono  in  grandissima  quantità  al  co- 
mune e  a^  singulari  cittadini,  onde  la  città  fu  piena 
d' innumerabili  cittadini  e  contadini  in  arme.  I  Pisani 
mandarono  alla  richiesta  di  loro  amici,  come  toccam- 
mo addietro,  aanza  assento  del  comune  cinquecento 
cavalieri  i  quali  vennono  infino  al  borgo  della  Laatra 
di  là  da  Settimo.  Sentendosi  in  Firenze,  se  n^ebbe 
grande  gelosia  e  mormorio  contro  a  que'  grandi  a 
cui  richiesta  venivano  ;  e  per  lo  comune  a  loro  fu 
mandato  contro  che  non  venissono,  e  cosi  fecciono  ; 
ma  tornandosi  addietro  da  quegli  da  Montelupo  e  di 
Capraia  e  d*  Empoli  e  di  Pontormo  furono  assaliti, 
e  morti  e  presi  più  di  cento  pure  de^  migliori  ;  e  per- 
derono  più  di  cento  ^  cavalli  tra  morti  e  presi. 

Arezzo  sentendo  come  il  duca  era  al  di  sotto 
assediato  da'  cittadini  di  Firenze  nel  palagio,  incon- 
tanente si  rubellarono  alla  gente  e  uficiali  del  duca 
per  gli  guelfi,  E  il  castello  d' entro  fatto  per  gli  Fio- 
rentini fu  assediato,  che  v*  era  Guelfo  di  messer  Binde 
Bondelmonti  per  castellano,  il  quale  di  subito  rendè 
agli  Aretini,  sanza  alcuna  difensione.  E  in  Castiglio- 
nearetino  era  Andrea  di  Tingo  de'  Bardi,  e  Iacopo 
di  Laino  de'  Pulci  per  castellani,  e  sanza  alcuno  con- 
trasto renderono  a'  Tarlati  d'Arezzo.  E  ciò  veduto  i 
Pistoiesi,  si  rubellarono,  e  ridussonsi  a  loro  libertà 
e  a  popolo  guelfo,  e  disfeciono  il  caatello  fatto  per  gli 
Fiorentini  e  ripresono  Serravalle.  E  rubcUossi  Santa 
Maria  a  Monte  e  Montetopoli  tenendosi  per  loro;  m- 
bellosai  Volterra,  e  tornossi  alla  signoria  di  messere 
Ottaviano  de'  Belforti,  che  prima  la  signoreggiava  ; 
e  Colle  e  San  Gimignano  si  rubellarono  dalla  signoria 
del  duca,  e  disfeciono  le  castella,  e  rimasono  in  loro 
libertà:  e  tale  fu  la  mina  della  aignorìa  del  duca  in  Fi- 
renze e  in  intorno.  E  in  pochi  giorni  venuti  in  Firen- 
ze i  Sanesi  e  l'altra  amistà,  il  vescovo  con  certi  altri 
buoni  cittadini  grandi  e  popolani  feciono  richiedere  a 
bocca,  tutta  buona  gente  rannata,  e  sonare  la  campana 


del  palagio  del  podestà  ^  e  bandire  parlamento  per  ri- 
formare lo  stato  e  signoria  di  Firenze.  E  congregati 
tutti  in  Santa  Reparata  in  arme  il  lunedi  appresso, 
di  grande  accordo  elessono  gì*  infrascritti  cittadini, 
ciò  furono  quattordici,  aette  grandi  e  sette  popoli- 
ni ;  con  grande  balia  di  riformare  la  città  e  fare  ufi- 
ciali, e  leggi  e  statuti,  per  tempo  e  termine  inaino 
a  calen  d'ottobre  vegnente  ;  ciò  furono  del  sesto  d'Ol- 
trarno messer  Ridolfo  de'  Bardi,  messer  Pino  de*  Ros- 
si, e  Sandro  di  Cenni  do'  Biliotti;  e  di  San  Piero 
Scheraggio  messer  Giannozzo  Cavalcanti,  messer  Si- 
mone Peruzzi,  e  Filippo  Magalotti;  e  per  lo  sesto 
di  Borgo  messer  Giovanni  Gianflgliazzi,  e  Binde  Al- 
toviti;  per  lo   aesto  di  San  Brancazio  messer  Testi 
Tornaquind,  e  Marco  degli  Strozzi  ;  per  lo  sesto  di 
porta  del  Duomo  messer  Biodo  della  Tosa,  e  messer 
Francesco  de'  Medici  ;  per  lo  sesto  di  porta  San  Piero 
messer  Talano  degli  Adimari,  e  messer  Bartolo  de' 
Ricci.  1  detti  quattordici  elessono  per  podestà  il  conte 
Simone,  e  raunaronsi  nel  vescovado.  Ma  il  detto  conte, 
come  savio,  rinunziò  e  non  volle  essere  giustiziere 
de'  Fiorentini  ;  e  però  chiamarono  messer  Giovanni 
marchese  da  Vallano,  e  infino  che  penasse  a  venire 
elessono  luogotenente  del  podestà  gì'  infrascritti  sei 
cittadini,  uno  per  sesto,  tre  grandi  e  tre  popolani; 
Oltrarno,  messer  Berto  di  messer  Stoldo  Frescebal- 
di;  San  Piero  Scheraggio,  Taddeo  di  Donato  del- 
l' Antella  ;  in  Borgo,  Nepo  degli  Spini  ;  San  Branca- 
zio,  Paiolo  Bordoni  ;  porta  del  Duomo,  messer  Fran- 
cesco Brunelleschi  ;  porta  San  Piero,  Antonio  degli 
Albizzi,  e  stettono  in  Palagio  del  podestà  con  du- 
gento fanti  pratesi,  e  teneano  ragione  sommaria  di 
ruberie  e  forze  e  simili,  sanza  altro  uficio.  In  questa 
stanza  non  cessava  l'assedio  del  duca,  e  di  di  e  di 
notte  combattendo  il  palagio,  e  di  cercare  i  suoi  ufi- 
ciali. Fu  preso,  uno  notaio  del  conservadore  per  gli 
Altoviti  stato  micidiale  e  reo,  e  fu  tutto  tagliato  a 
bocconi.  E  appresso  fu  troVato  measer  Simone  da 
Norcia  stato  uficiale  aopra  le    ragioni  dei  comnne, 
il  quale   molti  cittadini  cui  a  diritto  e  cui  a  torto 
avea  tormentati  crudelmente  e  condannati,  per  si- 
mile modo  a  pezzi  fu  tutto  tagliato.  In  porta  Santa 
Maria  in  su  la  fogna  uno  notaio  napoletano,  ch'era 
stato   capitano  de' sergenti  a  piedi  del  duca,  reo  e 
fellone,  chiamato  Filippo  Terzuoli,  tutto  fu  abboc- 
conato   dal  popolo.  E  uno  ser  Arrigo   Fei,  eh*  era 
sopra  le  gabelle,  fuggendosi  da'  Servi  vestito  coaie 
frate,  fu  conosciuto  da  San  Gallo,  e  fu  morto,  e  poi 
da*  fanciulli  trainato  ignudo  per  tutta  la  città,  e  poi 
in  sulla  piazza  de'  priori  impeso  per  li  piedi,  e  spa- 
rato come  porco  e  sbarrato  :  tale  fine  ebbe  della  sna 
sforzata  industria  di  trovare  nuove   gabelle,  e  gli 
altri  suddetti  della  loro  crudeltà.  I  aignorì  quattor- 
dici col  vescovo,  e  col  conte  Simone  e  con  gli  am' 
basciadori  di  Siena  al  continuo  erano  in  trattato  col 
duca  per  trarlo  di  palagio,   e  sovente  a  vicenda  a 
parte  a  parte  di  loro  entravano  in  palagio  e  usci- 
vano, benché  poco  piacesse  al  popolo.  Alla  fine  nulla 
concordia  asaentio  il  popolo,  se  non  avessooo  dal 
duca'  il  conservadore,  e  il  figlinolo,  e  mesaer  Cer- 


'  duecento  cavoUif  dice  la  edizione  da' Giunti. 


*  n  T.  Davaozati  è  qui  supplito  dalla  Giuntina. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


455 


rettieri  Visdomini  per  fame  giastizia.  Il  duca  in  nnlla 
guisa  rasseoUva,  ma  i  Borgognoni  eh*  erano  assediati 
in  palagio  s'allegarono  insieme,  e  dissero  al  duca 
che  innanzi  che  volessono  morirò  di  fame  e  a  tor- 
mento, darebbono  preso  lui  al  popolo,  non  che  i 
detti  tre,  e  ordinato  Taveano,  e  aveanne  il  podere 
di  farlo,  tanti  ve  n*  erano,  e  sì  v'  erano  forti.  Il  du- 
ca veggendosi  a  tale  partito  acconsenti;  e  il  ve- 
nerdì, il  primo  dì  d*  agosto,  in  su  V  ora  della  cena, 
i  Borgognoni  presono  messer  Guglielmo^  dUseiesi, 
detto  conservadore  della  tirannia  del  duca  d^  Atene, 
e  un  suo  figliuolo  detto  messer  Gabbriello,  d*età  di 
diciotto  anni,  e  di  poco  fatto  cavaliere  per  lo  duca; 
ma  bene  era  reo  e  fellone  a  tormentare  i  cittadini, 
e  pinsonlo  fuori  dell*  antiporto  del  palagio  in  mano 
deir  arrabbiato  popolo,  e  de^  parenti  e  amici  di  cui  il 
padre  avea  giustiziati,  Altoviti,  Medici,  Oricellai,  e 
quegli  di  Bettone  Cini  principali,  e  più  altri.  I  quali  in 
presenza  del  padre  per  più  suo  dolore,  il  suo  figliuo- 
lo pinto  fuori  innanzi  il  tagliarono  e  smembrarono 
a  minuti  pezzi  ;  e  ciò  fatto  pinsero  fuori  il  conser- 
vadore e  feciono  il  simigliante,  e  chi  ne  portava  un 
pezzo  in  su  la  lancia  e  chi  in  su  la  spada  per  tutta 
la  città  ;  ed  ebbonvi  de*  sì  crudeli,  e  con  furia  sì 
bestiale  e  tanto  animosa,  ohe  mangiarono  delle  loro 
carni  crude  e  cotte.  E  cotale  fu  la  fine  del  traditore 
e  perseguitatore  del  popolo  di  Firenze.  E  nota,  chi  è 
crudele  crudelmente  more,  dixii  Dominus,  E  fa^a  la 
detta  furiosa  vendetta  molto  s*  acquetò  e  contentò 
la  rabbia  del  popolo  ;  e  fu  però  scampo  di  messer 
Cerrettieri,  che  dovea  essere  il  terzo,  e  bene  lo  me- 
ritava: ma  saziati  i  loro  avversari  non  lo  addoman- 
darono  ;  e  fuggendosi  poi  la  sera  fu  nascosto  e  por- 
lato  ^  da  certi  di  casa  de^  Bardi,  e  altri  suoi  amici 
e  parenti  il  trassono  di  palagio  e  menaronlo  via.  E 
per  la  detta  furiosa  vendetta  fatta  sopra  il  conser- 
vadore e  il  suo  figliuolo,  che  avea  giudicato  a  mor- 
ie Naddo  di  Cenni  e  Guglielmo  Altoviti  e  gli  altri, 
poco  appresso  si  feciono  cavalieri  due  degli  Ori- 
cellai e  poi  due  degli  Altoviti  ;  la  qual  cosa  fu  po- 
co lodata  da*  cittadini.  Ma  torniamo  a  nostra  mate- 
ria de*  fatti  del  duca.  Che  la  domenica  appresso,  dì 
3  d*  agosto,  il  duca  s*  arrendè  e  diede  il  palagio  al 
vescovo  ;  e  a*  quattordici,  e  a*  Sanesi  e  al  conte  Si- 
mone, salve  le  persone  di  lui  e  dr  sua  gente.  La 
qual  sua  gente  n^uscirono  con  grande  paura  accom- 
pagnati da*  Sanesi  e  da  più  altri  buoni  cittadini.  U 
duca  rinunziò  con  saramento  ogni  signoria  e  ogni 
giuridizione  e  ragione  eh*  avesse  acquistata  sopra  la 
citti  e  contado  e  distretto  di  Firenze,  dimettendo  e 
perdonando  ogni  ingiuria,  e  a  cautela  promettendo 
di  ratificare  ciò,  quando  fosse  fuori  del  contado  e 
distretto  di  Firenze.  E  per  paura  della  furia  del  po- 
polo, con  sua  privata  famiglia  rimase  in  palagio  alla 
guardia  de*  detti  signori  infino  al  mercoledì  notte  dì 
6  d*  agosto;  racquetato  il  popolo,  in  su  *1  mattutino 
usci  fuori  del  palagio  accompagnato  dalia  gente  de* 
Sanesi  e  del  conte  Simone,  e  da  più  nobili  e  pos- 
senti grandi  e  popolani  e  possenti  cittadini,  ordinati 


1  €Huiio,  ba  V  edinone  de'  Gianti 
'  e  poi  traviato  ecc.   leggi  colla  Giuntina ,   cioè  cavato 
di  via,  Qiesso  per  tragetti  ecc. 


per  lo  comune.  E  uscì  per  la  porta  a  San  Niccolò,  e 
passò  r  Arno  al  ponte  a  Rignano  salendo  a  Vallum- 
brosa  e  a  Poppi  ;  e  là  fatta  la  ratificazione  promes- 
sa, passò  per  Romagna  e  a  Bologna,  e  dal  signore 
di  Bologna  fu  bene  veduto  e  ricevuto,  e  donogli 
danari  e  cavalli  ;  e  poi  se  n*  andò  a  Ferrara  e  a  Vi- 
negia.  B  là  fatte  armare  due  galee,  sanza  prendere 
congio  di  più  di  sua  gente  che  gli  erano  iti  dietro, 
lasciandogli  malcontenti  di  loro  gaggi,  privatamente 
di  notte  si  partì  di  Vinegia,  e  andonne  in  Puglia. 
E  cotale  fu  il  fine  della  signoria  del  duca  d*  Atene, 
che  avea  con  inganno  e  tradimento  usurpata  la  li- 
bertà sopra  il  comune  e  popolo  di  Firenze,  per  lo 
suo  tirannesco  reggimento  mentre  che  la  signoreg- 
giò, e  come  egli  tradì  il  comune,  così  da*  cittadini 
fu  tradito.  Il  quale  n*  andò  con  mólta  sua  onta  e 
vergogna,  ma  con  molti  danari  tratti  da  noi  Fioren- 
tini, detti  orbi  per  antico  volgare  e  proverbio  per 
gli  nostri  difetti  e  discordie,  lasciandoci  di  male  se- 
quele. E  partito  il  duca  di  Firenze,  la  città  s*  acque- 
tò e  disarmaronsi  i  cittadini,  e  disfecesi  i  serragli, 
e  partironsi  i  forestieri  e  contadini,  e  apersonsi  le 
botteghe,  e  ciascuno  attese  a  suo  mestiere  e  arte. 
E  i  detti  quattordici  cassarono  ogni  ordine  e  decreto 
che*l  duca  avea  fatto,  salvo  che*  confermarono  le  paci 
tra*  cittadini  fatte  per  lui.  E  nota,  che  come  il  detto 
duca  occupò  con  frode  e  tradimento  la  libertà  della 
repubblica  dì  Firenze  il  dì  di  Nostra  Donna  di  settem- 
bre, non  guardando  sua  reverenza,  quasi  per  vendetta 
divina  così  permise  Iddio,  che  i  franchi  cittadini  con 
armata  mano  la  racquistassono  il  dì  della  sua  madre 
madonna  Santa  Anna,  a  di  26  di  luglio  1343;  per 
la  qual  grazia  s*ordinò  per  lo  comune,  che  la  festa 
di  Santa  Anna  si  guardasse  come  Pasqua  sempre  in 
Firenze,  e  si  celebrasse  solenne  nficio  e  grande  of- 
erta  per  lo  comune  e  per  tutte  1*  arti  di  Firenze. 

CAPITOLO  XVIII. 

Come  la  città  di  Firenze  si  recò  a .  quartieri^  e  si 
raccomunarono  gli  tifici  co"*  grandi^  ma  poco  Arò. 

Riposata  alquanto  la  città  di  Firenze  del  furore 
della  cacciata  del  duca,  i  signori  quattordici  col  ve- 
scovo tennono  più  consigli  -co*  cittadini  di  riformare 
la  terra  coiruflcio  de*  priori  e  collegio  de*  dodici  e* 
gonfalonieri  delle  compagnie  e  degli  altri  nfici.  A* 
grandi  pareva  loro  ragionevole,  siccome  erano  itati 
principali  a  ricoverare  la  libertà  del  comune,  d*avere 
parte  deiruficio  del  priorato  e  di  tutti  gli  altri;  e  certi 
popolani  grassi  ch*erano  usi  di  reggere  sì  vi  si  accor- 
daro  per  tornare  in  istato  con  loro  appoggio  de*grandi, 
co*  quali  aveano  molti  parentadi.  Gli  altri  artefici  e 
popolo  minuto  erano  contenU  di  dare  parte  loro  d'o- 
gni uflcio,  salvo  del  priorato  e  de*  dodici  e*  gonblo- 
nierì  delle  compagnie  del  popolo,  e  a  questo  s'accor- 
darono per  pace  del  popolo  più  al  convenevole.  Ma 
pure  si  vinse  per  lo  vescovo  e  per  Tuficio  de*  quat- 
tordici e  per  consiglio  degli  ambasciadorì  de*  Sanesi, 
che  i  grandi  avessono  parte  de*  loro  nfici  per  più 
unità  di  comune.  E  con  ciò  sia'  cosa  che  quegli  del 
sesto  d' Oltrarno  e  di  San  Piero  Soheraggio  parca 


*  Questo  che  è  aggiunto  dalla  Gionttna. 


n 


456 


CRONICHE 


loro  che  non  fosse  giusto  disverò  uno  priore  per 
sesto,  e  dicevano  eh*  enmo  più  grandi  sesti  che  gli 
altri,  e  portavano  delle  gravexxe  del  comone  più  che 
la  metà,  cioè  il  sesto  d' Oltrarno  della  prestanza  di 
centomila  fiorini  d*  oro  ne  portavano  più  di  ventot- 
to  migliaia,  e  San  Piero  Scheraggio  ne  portava 
più  di  ventitremila,  e  Borgo  dodici  migliaia,  e  San 
Brancasio  tredici  migliaia;  e  porta  del  Duomo  undici 
migliaia,  e  porta  San  Piero  tredici  migliaia;  si  s'ac- 
cordarono di  recare  la  terra  a  quartieri  in  questo 
modo  :  che  Oltrarno  il  primo,  •  chiamassesi  il  quar- 
tiere di  Santo  Spirito  colla  insegna  in  arme,  il 
campo  aszurro,  e  nna  colomba  bianca  co*  raggi 
d*oro  e  in  bocca  un  ramo  d^nlivo.  Il  secondo  quar- 
tiere fu  tutto  il  sesto  di  San  Piero  Scheraggio, 
togliendo  più  che  U  terzo  di  porta  San  Piero,  co- 
minciandosi a  Calimala  fiorentina  al  chiasso  de' 
Rimaldelli  con  tutto  Orto  San  Michele,  e  giù  per  la 
via  di  San  Martino,  e  giù  della  Badia  e  da  San  Bro- 
colo,  rimanendo  le  dette  chiese  e  più  che  mezzi  i 
popoli  loro  nel  detto  quartiere;  e  fu  al  diritto  la 
via  di  San  Brocolo  per  la  città  rossa  infino  di  costa 
alla  porta  guelfa  e  mura  noove,  ricogliendo  del  po- 
polo di  San  Piero  Maggiore  e  di  Santo  Ambrogio 
in  fino  a  mez^  alla  via  Ghibellina,  e  più  quella 
eh* era  di  là  dalla  via  del  detto  popolo;  e  questo  si 
chiamò  il  quartiere  di  Santa  Croce,  coli*  arme  il  cam- 
po azzurro  e  la  croce  ad  oro.  U  terzo  quartiere  fu 
il  sesto  di  Borgo  •  quello  di  San  Brancazio,  e  chia- 
masi quartiere  di  Santa  Maria  Novella,  coli*  arme  il 
campo  azzurro  •  uno  sole  con  raggi  d*  oro.  Il  quarto 
quartiere  fu  porta  del  Duomo  col  rimanente  di  porta 
San  Piero,  e  chiamasi  il  qnartier  di  San  Giovanni, 
coli*  arme  il  campo  azzurro  e  colla  cappella  di  San 
Giovanni  ad  oro,  con  due  chiavi  allato  al  Duomo 
per  contentare  in  parte  quelli  di  porta  San  Piero, 
che  solo  di  cinque  sesti  era  partito  quello  per  lo 
modo  che  ho  detto  ;  che  in  prima  i  gonfaloni  di 
porta  San  Piero  cominciavano  alla  casa  dell*arte  della 
lana  •  tatto  Orto  San  Michele,  dividendo  la  via  che 
viene  da  casa  i  Cerchi  bianchi,  volgendo  nel  Gar- 
bo al  chiasso  che  parte  le  case  de*  Sacchetti  e  le 
case  della  Badia  a  mezzo*  il  palagio  del  podestà,  e 
tutta  quasi  quella  via  dall*  uno  lato  infino  alla  via 
delle  Taverne,  e  poi  mezza  la  via  Ghibellina,  e  poi 
passava  quella  al  Crocicchio  di  sopra  infino  al  Tem- 
pio, e  tutta  quasi  risola  dentro  alle  mura  del  popo- 
lo di  Santo  Ambrogio,  ed  era  del  sesto  di  porta  San 
Piero.  Partita  la  terra  in  quattro,  s*  ordinò  per  lo 
vescovo  e  per  gli  quattordici  lo  squittino  per  fare  i 
priori,  ed  elessono  diciassette  popolani  e  otto  gran-* 
dì  per  quartiere,  e  oon  loro  i  detti  quattordici  e  *1 
vescovo,  sicché  a  numero  furono  centoquindici;  e 
per  lo  oonsiglio  de*  Senesi  e  del  eonte  Simone,  per 
recare  la  città  più  a  comune,  si  ordinarono  d*eleg- 
gere  dodici  priori  per  afide,  tre  per  quartiere,  uno 
grande  e  due  popolani,  e  otto  consideri  a  dilibe- 
nre  le  gravi  cose  co*  priori,  in  luogo  di  dodici  co- 
me soleva  essere,  cioè  qoattro  grandi  e  quattro  po- 
polani, due  per  quartiere,  e  tatti^li  altri  ufioi  fos- 


'  àUi  coM  déUa  Badia  §  mmu  aoc.  legga  la  Gttuntina. 


sono  a  mezzo  co*  grandi.  Compiuto  lo  sqoittiaie  di 
grande  accordo,  fu  messa  una  voce  per  la  terra, 
che  de*  priori  dovea  essere  messer  Manno  Donali  e 
simili  caporali  di  .case  troppo  possenti,  onde  fl  po- 
polo si  turbò  forte,  e  fu  quasi  in  arme  per  con- 
tradiare  infino  a  tanto  che  non  furono  tratti  e  pa- 
lesati i  nuovi  priori  ;  e  ciò  fa  a  di  3  ali*  ascila  di 
agosto,  dovendo  stare  infino  a  Ognissanti  I  noau 
di  quegli  furono  questi:  per  lo  .quartiere  di  Santo 
Spirito,  Zanobi  di  messer  Lapo  de*  Mannelli  de*  grandi, 
Sandro  di  Simone  da  Quarata  e  Niccolò  di  Cioae 
Ridolfi  popolani  ;  nel  quartiere  di  Santa  Croce  bms- 
ser  Ruzzante  de*  Foraboschi  de*  grandi,  Borghino  Tad- 
dei  e  Nastagio  di  Bonaguida  Tolosini  popolani:  per 
lo  quartiere  di  Santa  Maria  Novella,  Ugo  di  Lapo 
degU  Spini  de*  grandi,  messer  Marco  Marchi  giudice 
e  Antonio  d'Orao  Valentini  popolani  ;  nel  quartiere 
di  San  Giovanni,  messer  Francesco  deUa  Trita  degli 
Adimari  de*  grandi,  e  Bellincione  degli  Albizzi  e  Ne- 
ri di  Lippe  popolaci.  E  gli  otto -che  furono  loro  coa- 
aiglieri,  due  per  quartiere,  furono  questi  :  Bartolo  di 
messer  Ridolfo  de*  Bardi,  Adoardo  Belfiredelli,  Dome- 
nico di  messer  Ciampolo  Cavalcanti,  messer  France- 
sco di  messer  Lotto  Salviati  giudice,  Nepo  di  Dotto 
degli  Spini,  Piero   di  ser  Feo  da  Signa,  Beltramo 
de*  Pazzi,  e  Piero  RegalettL  Veggendo  il  popolo  ohe 
erano  convenevoli  e  pacifichi  grandi,  e  non  di  li- 
ranni  gli  eletti,  s*aoquetarono,  ma  non  però  mai  con- 
tenti di  si  fatto  mischiato,  come  appresso  si  nKMtrerà. 
E  messi  i  detti  priori  in  palagio,  i  quattordici  si 
toroarono  a  casa  loro,  riserbandosi  la  loro  balia,  e 
ragunandosi  alcuno  di  della  settimana  in  vescovado 
per  ordinara  1*  altre  bisogne  del  comune. 

CAPITOLO  XIX. 

Come  ilpopoh  di  Firetue  ira$$€  i  gramdi  delpakgiQ 
e  riformarono  la  terra  a  popolare  tiato. 

Ma  il  nimico  deH*  umana  generazieae  e  d*eg&l 
concordia  seminò  la  sua  superbia  e  invidia  neU*anÌBio 
di  certi  malvagi  grandi  e  popolani  Prima  veggendesi 
eerti  rei  de*  grandi  il  favore  della  signoria ,  e  noa 
essendo  rifermi  gli  ordini  della  giustizia;  e  bene  a- 
veano  ordinato  i  quattordici,  che  si  facesse  uoo  libro 
de*  malabbiati,  ove  si  s^vessono  i  maUSOtori  de* 
grandi,  e  quegli  fossono  puniti,  ma  però  non  si  nf* 
frenarono  i  malvagi  grandi,  ma  cominciarono  a  ftfe 
delle  fono  e  de*  micidii  in  città  e  in  contado,  e  di 
false  accuse  contro  a' popolani,  onde  i  popolani  si 
teneano  mal  contenti  della  loro  consorteria  degli  ufi- 
ci,  e  cominciarono  forte  a  dubitare  di  auggiora  pe- 
ricolo, sentendo  che  nelle  bone  dello  squittino  avea 
de*  maggiori  caporali  grandi  di  Firenze.  Onde  il  po- 
polo si  commosse  contro  a*  grandi  coli*  aiuto  e  fa- 
vore di  messer  Giovanni  della  Tosa  e  di  messer  Aa- 
tonio  di  Baldinaccio  degli  Adimari,  e  di  messer 
Geri  de*  Pazzi,  cavalieri  del  popolo,  a'  quali  mollo 
dispiaceva. i  modi  di  tali  loro  consorti  e  degli  allrì 
grandi  contro  al  popolo,  e  non  parca  loro  slsle 
fermo.  Bene  e*  ebbe  ancora  colpa  la  invidia  di  certi 
popolani,  ohe  non  voleano  negli  nfici  volentieri  con- 


^ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


457 


pagnia  di  loro  mag^ori,  e  per  eaaere  più  signori, 
e  per  fare  del  cornane  a  loro  guisa  ;  onde  tegre- 
tamente  trattarono  co*  detti  cavalieri,  e  con  certi  ca- 
porali del  popolo,  e  col  reacovo  degli  Acciainoli,  e 
con  certi  de*  priori  medesimi,  eh*  erano  all^uficio  del 
nomerò  de*  popolani,  di  recare  il  secondo  nficio  che 
nscisM  de*  priori  pnre  agli  otto  popolani,  dne  per 
quartiere,  e  uno  gonfaloniere  di  giustizia,  e  nullo 
de*  grandi  per  lo  meglio  del  comune  e  del  popolo, 
rimanendo  a  comune  co*  grandi  gli  altri  ullci;  ed  era 
ben  fatto  per  acquetare  il  popolo.  Il  vescovo  cre- 
dendo ben  fare,  se  ne  scoperse  ai  compagni  suoi 
quattordici  di*  erano,  oom*è  detto,  sette  de*/grandi 
de*  maggiori,  dicendo,  eh*  era  pure  il  meglio  di  far- 
lo d' amore  e  d*  accordo  co*  grandi  ;  onde  ne  ten- 
nero i  detti  suoi  compagni  insieme  e  con  altri  gran- 
di più  consigli  in  Santa  Felicita  Oltrarno,- ov*  erano 
capi  i  Bardi  e' Rossi  e*  Frescobaldi  e  di  più  altre  case 
di  grandi  di  Firenze,  pregandoli  che  ci  assentissono; 
i  quali  nulla  ne  voUono  udire,  parlando  di  grosso  e 
con  minacce,  dicendo  :  Noi  vedremo  che  ci  torta  la 
parte  nostra  della  stgtwria,  e  chi  ci  vorrà  cacciare 
di  FireuM^  che  la  campammo  dalle  mani  del  duca  ^ 
E  di  ciò  erano  i  più  principali  i  Bardi,  chiamando 
il  vescovo  traditore,  ch*avea  tradito  prima  il  comu- 
ne e  il  popolo,  e  data  la  aignoria  al  duca,  e  poi 
tradito  e  cacciato  lui,  e  ora  vuoi  tradire  noi  ;  e  co- 
minciaronsi  a  fornire  d' arme  e  di  gente,  e  a  man- 
dare per  amici  di  fuorì^  Sentendosi  questo  per  la 
dttà,  tutta  fu  in  gelosia  e  sotto  1*  arme,  col  consi- 
glio e  ordine  de*  detti  tre  cavalieri,  ciò  furono  mes- 
ner  Antonio,  e  messer  Gerì,  e  messer  Giovanni  che 
n*  erano  capi  del  popolo.  Sì  vennero  molti  popolani 
armati  in  su  la  piazza  de* priori  gridando:  Viva  il 
popolOy  e  muoiano  i  grandi  traditori;  e  gridando 
a*  priori  popolani  eh*  erano  in  palagio  :  .Gittate  dalle 
finestre^  gittate  dalle  finestre  %  priori  de"  grandi 
vostri  compagni,  o  noi  vi  arderemo  in  palagio  con 
loro  insieme;  e  recata  la  stipa,  e*misono  fuoco  nel- 
r  antiporto  del  palagio.  I  priori  popolani  scusavano 
i  loro  compagni  de'  grandi,  dicendo  eh*  elli  erano 
diritti  e  leali  e  bene  in  concordia  con  loro,  eon 
tutto  che  i  più  di  loro  lo  dicessono  ali*  infinta,  ed 
era  stato  loro  operazione.  Alla  fine  crescendo  loro 
la  forza  e  la  potenza  e  furore  del  popolo,  conven- 
ne che  lutti  i  priori  rinunciassero  all*uficio,  e  per 
grazia  uscissoao  di  presente  di  palagio  sotto  scorta 
del  popolo,  e  con  grande  paura  accompagnati  a  casa 
loro;  e  ciò  fu  il  lunedi,  a  di  22  di  settembre  1343. 
B  nota,  che  in  cosi  piccolo  tempo  la  città  nostra 
ebbe  tante  novità  e  varie  rivoluzioni,  come  avemo 
fatto  menzione,  e  faremo  nel  seguente  capitolo  e 
nel  terzo.  B  bene  diflnl  il  grande  fth>8ofo  maestro  Mi- 
chele Scotto  quando  fu  domandato  anticamente  della 
disposizione  di  Firenze,  che  si  confà  alla  presente 
materia:  disse  in  brieve  motto  in  latino: 

Kon  diu  itabU  stolida  FlorenHa  jhnim; 
Deeidet  in  faetidum^  di$tmulata  vivtt. 

Cioè  in  volgare:   Non  lungo  tempo  la  sciocca  Fi- 
renze fiorirà:  cadrà  in  luogo  brutto,  e  dissimulando 


'  frimwmM  M  dwa.    Ed.  G. 


vivrà.  Bene  disse  questa  profezia  alquanto  dmanai  la 
sconfitta  di  Montaperti,  ma  poi  pure  asseguito  ciò 
fd  vede  manifesto  per  gli  nostri  processi.  B  *1  no- 
stro poeta  Dante  Allighierì  sclamando  centra  il  vi- 
zio della  incostanza  de*  Fiorentini  nella  sua  Comme- 
dia capitolo  sesto  del  Purgatorio,  disse  infìra  1*  altre 
parole  : 

Atene  e  Lacedemona,  che  fanno 
L'ftntiche  leggi  e  faron  si  civili, 
Pedono  al  viver  bene  nn  piccol  cenno, 

Verso  di  te,  che  fai  tanto  sottili 

Provvedimenti,  eh' a  meszo  novembre 
Non  giugno  quel  che  ta  d'ottobre  fìli. 

B  bene  fu  profezia  e  vera  sentenzia  in  queato  nostro 
fortuito  caso,  e  in  quelli  che  seguiranno  appresso,  per 
le  nostre  dissimulazioni.  Partiti  i  quattro  priori  di  pa- 
lagio de*  grandi,  e  diafatto  1*  uficio  degli  otto  loro 
consiglieri  mischiato  co* grandi,  col  consiglio  delle 
capitudini  delle  ventuna  arti,  i  priori  popolani  ch*e- 
rano  rimasi  ali*  uficio  elessono  dodici  consiglieri  de* 
priori  tutti  popolani,  tre  per  quartiere,  ed  elessono 
i  gonfalonieri  delle  compagnie  del  popolo  ;  e  di  di- 
ciannove gonfaloni  eh*  erano  prima  che  1  duci  re- 
gnasse gli  recarono  a  sedici,  gonfalóni  quattro  per 
quartiere;  e  fecìono  gonfaloniere  di  giustizia  Sandro 
da  Quarata,  eh*  era  de*  priori  ;  e  feciono  il  consiglio 
del  popolo  settantacinque  per  quartiere.  Cosi  for- 
tunò,  e  dissimulando  si  riformlò  la  città  alla  signoria 
del  popolo. 

CAPITOLO  XX. 

Di  quello  trattato  medesimo^  e  d'altre  novitadi  che 
ne  seguirono  in  questi  tempi  alla  città  di  Firenze. 

Tegnendosi  i  grandi  forte  gravati  della  villania 
ed  espulsione  de'  loro  priori,  e  volentieri  a  loro  po- 
dere n*  avrebbono  fatta  vendetta,  e  minacciavano  al 
continuo,  e  d*  altra  parte  temeano  della  forza  e  furia 
delFarrabbiato  e  commosso  popolo,  si  si  guernirono 
d*  arme  e  di  cavalli,  e  mandare  per  gente  di  loro 
amistà.  Il  popolo  non  racquetato,  rifeciono  i  serragli 
per  la  città  più  grandi  e  più  forti  che  quando  fu  cac- 
ciato il  duca,  faccende  grande  guardia  di  di  e  di  notte, 
e  atando  sotto  V  armi,  temendo  che  i  grandi  non  fa- 
cessero novità,  e  rimandarono  pe*  Sanesi  e  per  al- 
tra amistà.  In  questo  bollore  di  città  si  levò  uno 
folle  e  matto  cavaliere  popolano,  messer  Andrea  de- 
gli Strozzi,  centra  il  volere  de*  auoi  oonaorti,  e  mon- 
tò a  cavallo  coverto  armato,  raunando  ribaldi  e  scar- 
dassieri  e  simile  gente  volenterosi  di  rubare,  in  gran- 
de numero  di  parecchie  migliaia,  promettendo  loro  di 
fargli  tutti  ricchi,  e  di  dare  loro  dovizia  di  grano,  e 
fargli  signori,  menandoglisi  tutti  dietro  per  la  città 
il  martedì  appresso  a  di  23  di  settembre,  gridando: 
Viva  il  popolo  minutOy  e  muoiano  le  gabelle  e  *i 
popolo  grasso;  e  cosi  ne  vennero  senza  contrasto 
sulla  piazza  de*  priori  per  assalire  il  pafagio,  dicendo 
di  volervi  mettere  e  fare  signore  del  popolo  messere 
Andrea.  E  fattigli  ammonire  da*  priori  e  da*  consorti  di 
messere  Andrea  ed  altri  buoni  popolani,  e  comanda- 
re al  detto  commosso  popolo  e  a  messere  Andrea 


458 


CBONiaiE 


che  ri  partiMoiio,  non  ebbe  luogo  inriao  cke  àaà 
palagio  non  si  coniodò  a  gittare  pietre  e  a  aaellare 
verrettoni  \  onde  alcmio  ne  fa  morto  e  molti  fediti 
Allora  lo  scomnoato  e  iafrenato  '  popolo  col  loro  pas- 
so caporale  ai  partirono,  e  vennero  al  palagio  della 
podeatà  per  prenderlo,  ma  per  simile  modo  saettan- 
doti dal  palagio  per  la  gente  del  marchese  da  Valia- 
no  che  n^era  podestà,  e  coiraiato  de' buoni  popo- 
lani vicini,  gli  mandarono  via,  e  cominciaroosi  a  sciar- 
rare  \  e  chi  andare  in  una  parte  e  chi  in  nn^altra  lo 
scomunato  popolo  ;  e  messer  Andrea  bestia,  tornato 
a  casa,  fa  preso  da*  consorti  snoi  e  vicini,  e  mandato  a 
sao  contradio  faori  della  città,  e  fa  poi  condannato 
nelfavere  e  nella  peraona  siccome  ribello,  e  sommovi- 
tore  di  romore  e  di  congiara  contro  alla  repubblica 
e  pacifico  stato  di  Fireose.  E  di  questa  commozione 
del  popolo  minato,  i  grandi,  che  aveaoo  mal  vole- 
re centra  il  popolo,  furono  molto  allegri,  credendo  si 
dividessono  insieme  il  popolo;  e  presono  speranza 
d'  accostarsi  insieme  col  popolo  minato,  gridando 
a*  loro  ridotti  e  serragli  :  Viva  il  popolo  minu- 
to^ e  muoia  il  popolo  grasso  e  le  gabelle^  affor- 
zandosi al  coqtinuo  e  aspettando  gente  in  loro  aiuto. 
E  sentendo  i  grandi,  che  i  Senesi  venivano  a  richie- 
sta e  al  soccorso  del  comune  e  popolo,  mandarono 
alcuno  di  loro,  ciò  fa  messer  Giovanni  Gianfigliaszi, 
e  altri  grandi,  per  ambasciadorì  infino  a  San  Cascia- 
no,  pregandogli  che  non  dovessero  venire  a  Firenze, 
che  la  loro  venuta  poteva  generare  scandalo  tra'cit- 
tadinL  E  credendolo  i  Sanesi,  s*  arrestarono  più  d'uno 
dì. .  Questo,  si  disse,  che  i  grandi  feciono  per  paura 
di  loro,  ma  i  più  dissono  che  il  facevano,  acdoc- 
cbè  il  loro  soccorso  giungesse  prima  che  i  Senesi 
venissono  a  Firenze  per  assalire  il  popolo;  ma  a  buona 
opinione  noi  crediamo,  che  il  guernimento  che  facevano 
i  grandi  era  più  per  paura  di  loro  che  per  assalire  il 
popolo  ;  con  tutto  ci  fosse  la  loro  mala  voglia,  non  ci 
era  il  podere,  se  già  il  popolo  minuto  non  gli  avesse 
seguiti:  onde  pure  n'aveano  alcuna  vana  speranza. 
Ma  i  priori,  ciò  sentendo  de^Sauesi,  vi  mandarono 
per  lo  comune  ambasciadori  popolani  con  lettere, 
pure  che  venissono,  che  a^aveano  gran  bisogno  per 
sicurtà  e  aiuto  del  comune  e  del  popolo,  per  la  com- 
mozione della  città,  e  per  i  malvagi  cittadini  che  la 
voleano  guastare.  I  quali  Sanesi  vennero  incontanen- 
te molto  bella  gente  a  cavallo  e  a  piedi,  altrettanti 
0  più  quanto  quegli  che  vennono  quando  il  duca  fu 
cacciato;  e  i  Perugini  ci  mandarono  centocinquanta 
cavalieri,  e  d' ogni  parte  venia  gente  d*  arme,  chi  in 
servigio  del  popolo  e  chi  de' grandi,  onde  la  città 
era  tutta  in  arme,  e  con  molti  forestieri  e  contadini, 
e  tutta  iscommossa  in  gelosia  e  paura,  il  popolo  de* 
grandi,  e  i  grandi  del  popolo.  Ma  il  comune  e  il 
popolo  si  trovò  più  possente,  che  aveano  il  palagio 
e  la  campana  e  la  dominazione  delle  porte  della  città, 
salvo  di  quella  di  San  Giorgio,  che  teneano  i  Bardi. 
E  avea  il  comune  da  trecento  soldati  a  cavallo  sen- 
za le  amistà,  sicché  là  forza  de*  grandi  non  era  a  com- 


'  Specie  di  freccio  grosse  che  lunciavansi  colla  balestra. 
^  disarmato  popolazzo,  dice  la  Giuntina. 
'  a  dividersi,  a  rompersi|  a  sbarattarai. 


paraiione  di  quella  del  popolo,  ae  ivovo  aoeeoiao 
non  fosse  venuto  da  Pisa  e  di  Lombardia  aggrandì, 
onde  per  lo  popolo  a*  avea  grande  gelosia  ;  e  chi 
avea  cose  care  o  mercatanzie  le  foggia  in  chiese  e 
in  luoghi  religiosi  e  aieorì.  E  tale  era  la  diàpOsiziOBe 
defla  nostra  infortunata  città. 

CAPITOLO  XXL 

Come  il  popolo  di  Firenze  assalirono  e  eombaUero- 
no  i  grandi^  e  rubarono  i  Bardi  e  misono  fuoco  in 

casa  loro. 

Stando  tutti  in  arme  e  in  gelosia,  i  grandi  del 
popolo,  e  *l  popolo  de* grandi,  com'è  detto  addie- 
tro, dicevansi  molte  e  varie  novelle  per  la  terra,  co- 
me i  grandi  avrebbono  molto  grande  aiuto  da'  Coati 
e  dagli  Ubaldini  e  da'  Pisani  e  d*altri  tiranni  di  Lom- 
bardia e  di  Romagna,  e  che  doveano  afforzarsi  01- 
tramo,  e  che  aveano  la  signorìa  di  tutti  i  ponti,  e 
di  qua  fare  cominciare  l' assalto  il  giovedì,  di  25  di 
settembre;  il  popolo  del  quartiere  dì  San  Giovanni, 
onde  si  faceano  capo  i  Medici  e'RondinelK  e  messer 
Ugo  della  Stufa  giudice,  e*  popolani  di  borgo  San 
Lorenzo  co*  beccai  e  altri  artefici,  sanza  ordine  di 
comune,  in  quantità  di  mille  nomini  sanza  altra  com- 
pagnia 0  forza  di  gente  al  comiociamento,  mercoledi 
dopo  desinare,  a  di  24  di  settembre,  per  non  aspet- 
tare il  giovedì  vegnente,  che  si  diceva  che  i  grandi 
doveano  fere  l'assalto  e  correre  la  terra,  con  tre 
di  loro  gonfaloni  delle  compagnie  del  loro  quartiere, 
tutti  armati  e  a  barbute  e  a  corazze,  tutti  a  piedi, 
e  molte  balestra,  assalirono  da  più  parti  quegli  del 
Iato  degli  Adimari  chiamati  i  Caviccioli,  i  quali  con 
grandi  serragli  e  guernimento  di  torri  e  di  palagi 
alle  loro  case  dal  crocicchio  del  Corso  dalla  loggia 
loro  ella  piazza  di  San  Giovanni  s'erano  afforzati 
con  molta  gente  d'  arme.  E  cominciato  per  lo  po- 
polo l'assalto  e  battaglia  manesca  a' serragli,  saet- 
tando e  gittando  pietre  l'uno  ali*  altro,  crescendo  il 
continuo  la  forza  del  popolo;  i  Cavicdoli  veggendo 
che  non  poteano  resitere,  e  non  aveano  aiuto  di  fuo- 
ri d' altri  grandi,  incontanente  s' accordarono,  e  pat- 
teggiati s'arrenderono  al  popolo,  salve  le  loro  per- 
sone e  le  loro  case,  e  disfecionsi  i  serragli,  e  pso- 
sonsi  in  su*  loro  palagi  le  bandiere  dell'arme  del 
popolo.  E  chi  di  loro  andò  in  ni^o  luogo  e  chi  in 
un  altro  a  casa  di  loro  parenti  e  amici  popolani, 
sanza  danno  ninno  se  non  de*  fediti  dell*  una  par- 
te e  dall'  altra,  per  amore  di  loro  consorti  che  te- 
neano col  popolo.  Ed  essendo  vinta  ad  ogni  parte 
la  prima  dletta  pugna  e  assalto  sopra  i  Cavicciuli 
(eh*  erano  i  più  virili  e  arditi  e  possenti  grandi  di 
Firenze  4i  qua  de*  cinque  sesti)  e  disfatti  i  loro  ser- 
ragli e  forza  per  lo  detto  popolo,  ripresono  i  po- 
polani molto  ardire  e  vigore,  e  al  continuo  crescea 
loro  la  massa  del  popolo  e  aiuto  d*  alquanti  soldati 
del  comune  eh*  erano  in  Firenze,  corsono  a  casa  i 
Donati  e  poi  a  casa  i  Cavalcanti.  E  eglino  senten- 
do come  i  Cavicciuli  s'erano  arrendati  al  popolo,  non 
feciono  nulla  resistenza,  ma  per  simile  modo  s*  ar- 
renderono al  popolo.  In  somma,  in  pooo  d*  ora  tut- 
te le  case  de'  grandi  di  qua  d*Arno  feciono  il  «o- 


DI  GIOVANNI  VaiANI. 


459 


migliaiite,  e  disarmaronsi  e  disfedono  loro  gnerni- 
gioni  e  serragli.  Le  ease  de'  grandi  d'Oltrarno,  Bardi, 
e  Rossi,  e  Frescobaldi,  e  Mannelli  e  Nerli  s'erano 
affbnati  molto,  e  prese  le  bocche  de'  ponti.-  Il  detto 
commosso  popolo  volendo  passare  Oltrarno  per  lo 
Ponte  Tecchio,  ch'ancóra  era  di  legname,  non  T'eb- 
be luogo,  perocché  la  forza  de' Bardi  e  de' Rossi  era 
si  grande  e  di  sì  forti  serragli,  e  armata  la  torre 
della  parte  e  'i  palagio  de'  flgliaoli  di  messer  Vieri 
de'  Bardi,  e  le  case  de' Mannelli  di  capo  del  Ponte 
vecchio,  che  '1  popolo  non  vi  potea  accedere  né  pas- 
sare. Ma  combattendo  però  francamente  il  serraglio, 
molli  ve  n*  ebbe  fediti  e  di  sassi  e  di  verrettoni  e 
di  balestra.  Veggendo  il  popolo  che  da  quella  parte 
non  poteano  passare,  e  dal  ponte  Rubaconte  peggio,' 
per  la  forza  de'  palagi  de'  Bardi  di  San  Gregorio,  si 
presono  partito   di  lasciare   alla  guardia  del  Ponte 
vecchio  parte  de'  gonfaloni  del  quartiere  di  Santa  Cro- 
ce e  di  quelli  di  borgo  di  Sant'  Apostolo,  e  parte  ne 
rimasono  alla  guardia  del  ponte  Rubaconte  di  qua  in 
verso  casa  gli  Alberti.   L'altro  popolo  molto  ere- 
scinto  co' soldati  a  cavallo  si  misono  ad  andare  dal 
ponte  alla  Carraia,  il  quale  guardavano  i  Nerli  ;  ma  la 
forza  de'  popolani  di  borgo  San  Priano  e  della  Cu- 
culia e  del  Fondaccio  fu  si  glande,  che  innanzi  che 
passasse  il  popolo  di  qua  dall'Arno  presono  il  capo 
del  ponte  e  le  case  de' Nerli,  e  loro  ne  cacciarono; 
e  preso  per  gli  popolani  d'Oltrarno  il  ponte  alla  Car- 
raia, il  vittorioso  popolo  di  qua  passarono  il  detto  ponte 
incontanente,  e  accozzaronsi  co'  popolani  d'Oltrarno, 
e  furiosamente  assalirono  i  Frescobaldi,  i  quali  pri- 
ma erano  stati  assaliti  e  combattuti  a'  loro  serragli 
da  quegli  di  via  Maggio  e  circostanti  popolani,  ma 
però  non  vinti  :  ma  veggendosi  venire  addosso  la  fu- 
ria del  detto  popolo  di  qua  d'Amo,  ebbono  grande 
paura ,  e   abbandonarono   la  -piazza  loro,  lasciando 
ogni  fortezza  e  guernigione,  e  balestra,  e  pavesi, 
e  iaettamento;  e  fuggendosi  in  casa,  e  faocendo  cro- 
ce delle  braccia,  e  chieggendo  mercè  al  popolo,  il 
quale  gli  ricevette  sanza  fare  loro  alcuno  male.  E  ciò 
fatto,  corsono  alla  piazza  a  ponte  a  casa  Rossi,  i 
qaali,  saputo  come  i  Frescobaldi  s'erano  arrenduti  al 
popolo,  e  tutte  le  case  de'  grandi  di  qua  dall'  acqua, 
sanza  alcuna  resistenza  s' arrenderono  al  popolo.  Que- 
gli di  casa  i  Bardi  veggendosi  abbandonati  da'  Rossi 
e  da'  Frescobaldi  ebbono  grande  paura,  ma  pure  fran- 
camente si  misono  alla  difesa  de'  loro  serragli  com- 
battendo, gittando  e  saettando,  dov'  ebbe  di  morti 
alcuni,  e  di  fediti  assai  dall'una  parte  e  dall'altra, 
perocohò  i  Bardi  erano  molto  forti  e  guemiti  a  ca- 
valla e  a  piedi,  e  con  molti  masnadieri,  sicch'  era 
invano  al  popolo  di  vincere  i  serragli  per  forza  ;  ma 
ordinarono  quegli  del  popolo  con  tre  gonfaloni  d'Ol- 
trarno si  assalissono  al  poggio  di  San  Giorgio  per 
la  via  nuova  del  pozzo  Toscanelli,  e  cosi  feciono, 
e  cominciarono  con  loro  la  battaglia  al  di  dietro.  I 
Bardi  veggendosi  si  aspramente  combattere,  e  assa- 
liti da  tante  parti,  isbigottirono  forte,  e  cominciaro- 
no ad  abbandonare  parte  di  loro  serragU  dalla  piaz- 
za a  ponte,  ch'era  sotto  la  guardia  della  torre  di 
parie  gnéifia  e  del  palagio  de'  figliuoli  di  messer  Vie- 
ri de*  Bardi,  per  difendersi  di  dietro  dal  canneto  di 


San  Giorgio.  Allora  uno  Strozza  tedesco  eonestabile 
con  sua  brigata  si  mise  dentro  al  serraglio  della  piazza 
a  ponte  con  grande  pericolo,  ricevendo  di  molti  sassi 
e  quadrella,  e  corse  in  fino  a  Santa  Maria  sopr'Arno,  e 
il  popolo  francamente  dietro;  a  quelli  corsono  gli  altri 
del  popolo  ch'erano  di  qua  alla  guardia  del  Ponte 
vecchio,  e  valicarono  di  là  al  tutto,  e  con  gli  altri  po- 
polani di'  erano  di  là  ruppono  la  resistenza  e  la  for- 
za de'  Bardi,  i  quali  tutti  si  fuggirono  nel  borgo  di 
San  Niccolò,  raccomandandosi  alla  vicinanza,  onde 
le  loro  persone  furono  guarentite  e  salve  da  quelli 
da  Qnarata  e  da  quelli  da  Panzane  e  dall'  altra  vici- 
nanza, e  dal  gonfalone  della  Scala,  i  quali  per  lo  popolo 
aveano  prima  alquanto,  per  non  essere  corsi  e  ru- 
bati, presi  i  palagi  de'  Bardi  di  San  Gregorio  alla  guar- 
dia del  capo  del  ponte  di  là,  e  incontanente  i  popolani 
che  erano  di  là  alla  guardia  del  capo  del  ponte  Ruba- 
conte da  casa  gli  Alberti  del  quartiere  di  Santa  Croce; 
e  quello  iscaropò  i  Bardi  da  morte,  i  quali  per  la  loro 
buona  vicinanza  di  San  Niccolò  ritennono  il  furioso  po- 
polo con  quella  forza  per  guarentire  la  loro  contrada. 
Ha  tutti  i  palogi  e  case  de'  Bardi  da  Santa  Lucia  alla 
piazza  del  Ponte  vecchio  furono  rubate  dal  minuto 
popolo  d' ogni  sustanza,  e  masserizie  e  arnesi  quel- 
lo dì  e  l'altro,  eziandio  le  case  de' loro  vicini, non 
possendosi  difendere;  dalla  rabbia  del  popolo  rubate 
le  case,  misono  fuoco  in  casa  loro,  e  arsovi  ven- 
tidue tra  palagi  e  case  grandi  e  ricche,  e  stimossi 
il  loro  danno  tra  di  ruberie  e  arsioni  il  valore  di 
più  di  sessantamila  fiorini  d' oro.  E  tale  fu  la  fine  del- 
la resistenza  de'  Bardi  centra  il  popolo  per  la  loro 
grande  superbia  e  maggioranza  per  lo  sfrenato  po- 
polo. Ma  fu  grande  maraviglia  e  grazia  di  Dio,  che 
di  tanta  furia  di  popolo  e  di  tanti  assalti  e  battaglie 
fatte  in  quella  giornata,  come  avemo  raccontato,  non 
mori  in  Firenze  nullo  uomo  di  rinomea,  e  degli  al- 
tri pochi,  ma  fediti  assai.  Per  la  ghiottornia  della  ru- 
beria da  casa  i  Bardi,  che  infino  alle  Uistre  del  tetto 
e  ogni  vile  cosa,  non  che  le  care  ne  fu  portato,  tale 
fu  il  giudicio  contro  a'  Bardi,  che  infine  le  femminelle 
e'  fanciulli,  non  che  gli  uomini,  non  si  poteano  saziare 
nò  raffrenare  di  rubare.  Il  giovedì  medesimo  si  levò 
una  quantità  di  malandrini  di  più  di  mille  a  pie,  e  si 
raunarono  per  combattere  i  Visdomini  e  rubarli,  sotto 
titolo  de'  difetti  di  messer  Cerrettieri  loro  consorto 
fatti  intonto  al  duca,  ma  non  ci  era  intorno  a  dò  pe- 
rò giusta  cagione  ;  che  de'  difetti  e  falli  di  messer 
Cerrettieri  i  Visdomini  erano  stati  crucciosi;  ma  noi 
vollono  fare  se  non  per  rubare  solamente,  e  non  sa- 
rebbono  rimasi  a  tale,  ma  tutta  la  città  corsa  e  ru- 
bata, e'  grandi  e'  popolani;  ma  la  viciuanza  con  molta 
altra  buona  gente  armata,  e  le  signorie  e'  soldati  del 
comune  a  cavallo  e  a  pie  corsono  al  soccorso  e  riparo, 
e  cessarono  tanta  rovina  e  pestilenza  alla  nostra  città, 
andando  per  la  terra  le  signorie  in  più  parti  coU'a- 
iuto  della  gente  de'  Senesi,  e  de'  Perugini,  e  dell'al- 
tre amistadi,  e  degli  altri  buoni  dttadini  a  cavallo  e 
a  piò,  con  ceppi  e  mannaie,  per  tagliare  di  fatto  piedi 
e  mani,  a' malfattori;  e  in  questo  modo  s'attutò  l'ar- 
rabbiato e  furioso  popolo  disposti  a  rubare  e  a  mal- 
fare, e  cominciarsi  ad  aprire  i  fondachi,  e*  le  bot- 
teghe, e  ciasonno  a  fare  i  fatti  suoi. 


460 


CRONICHB 


CAPITOLO   XXIL 

Come  si  fece  nuoeo  squitUno  d^eleM<mede*priorieéU* 
dodicit  e  de  gonfalonieri  tuiH  popolani^  per  più  tempo. 

RipoMta  la  dttè  di  Firense  di  tanta  furia  e  pe- 
ricolo, e  il  popolo  fatta  tutta  la  sua  praova  contro 
a'  grandi^  e  vinto  tatto  le  loro  forte  e  resistonie  in 
ogni  parto,  il  popolo  montò  in  grande  stato  e  bal- 
dania  e  signoria,  apeualmento  i  mediani  e  artofld 
minati,  che  allotta  il  reggimento  della  città  rimase 
alle  ventana  capitadioì  delf  arti.  E  per  riformare  la 
terra  di  naovo  de'  priori^  de^  dodid,  e*  consiglieri  e* 
gonfalonieri  delle  compagnie,  i  priori  e^dodid  col 
consiglio  degli  ambasdsdori  di  Siena  e  di  Perugia 
e  del  conto  Simone,  aodocchò  V  elesione  andasse  più 
.  comune,  diedono  arbitrio  noli*  infrascritto  modo,  e  di 
grande  concordia  segai,  e  celebrarono  in  casa  i  priori 
nuovo  squittino  ;  che  fossono  nove  de'  priori,  dodid 
consiglieri,  sedici  gonfalonieri  delle  compagnie,  cin- 
que della  mercatanda,  cinquantadue  uomini  delle  ven- 
tuua  capitudini  dell' arti,  e  ventotto  arroti  per  quar- 
tiere, popolani,  tatti  artefici,  sicché  in  somma  furon 
dagentosei,  mettendo  allo  squittino  ogni  buono  uomo 
popolano  degno  d' essere  airufldo,  e  vincendosi,  che 
rimanesse  priore  e  gonfaloniere  di  giustixia,  e  ffon- 
faloniere  delle  compagnie  e  de'  dodid  consiglieri  per 
centodied  fave  nere  il  meno;  e  andarono  allo  squittino 
tremilatrecentoquarantasei*  uomini,  ma  non  rìmasono 
il  dedmo,  e  ordinarono  che  fossono  otto  priori,  due 
per  quartiere,  e  uno  gonfaloniere  di  ginstìsia,  ac- 
coppiandosi in  questo  modo,  che  dovessono  essere 
per  prioratico  due  popolani  grassi,  e  tre  dd  OMdiam 
e  tre  artofld  minuti,  e  il  gonfaloniere  della  giustisia 
in  simile  modo,  uno  d'ogni  sorta  detta,  traendosi  a 
vicenda  a  quartiere  a  quartiere  come  venisse,  comin- 
dandosi  a  Santo  Spirito,  e  fosse  gonfatoniere  del 
numero  de' popolani  grassi.  B  il  detto  squttioo  fu 
compiuto  a  dì  20  d'ottobre  1343.  L'ordine  fu  assai 
comune  e  buono,  quando  non  fosse  poi  corrotto.  Ma 
trovossi  poi  per  li  tempi,  quando  si  traevano  i  priori, 
che  degù  artofld  aùnuti  v'  avea  piii  per  rata,  che 
non  fu  r  ordine  dato  ;  e  dò  addivenne,  che  quando 
si  fece  lo  squittino,  furono  più  forti  nelle  voci  gli 
artefici  delle  ventuna  capitodini  e  arroti  e  popolani  mi- 
nuti, che  le  voci  de'  popolani  grasd  e  mediani  ;  e  però 
si  ruppe  fl  buono  ordine  dato  per  gli  ambasciadori 
di  Siena  e  di  Perugia,  e  per  lo  conto  Simone. 

CAPITOLO  XXUL 

Come  ii  rifermarono  gli  ordini  della  giustima  so^ 

pra  i  grandi^  e  8i  ricotresiono  in  alcwia  parte;  e 

più  schiatte  de''  grandi  tutte  e  t»  parte  furono  re^ 

cote  a  essere  del  popolo. 

Riforma^  la  dttà  di  Firenie  a  signoria  del  po- 
polo, come  detto  avemo,  volendo  il  popolo  rifare  gli 
ordini  delta  ginstida  oontra  i  grandi,  i  quali  aveva 
annullati  il  duca,  e  poi  f  ufldo  de'  quattordid,  co- 
m*  è  detto  addietro,  gli  ambasdadorl  di  Siene  e  que- 
gli di  Perugia  e  '1  conto  Simone,  che  a  ogni  nostra 

'  La  Oinnilaa  dice:  qmaiiroemUofuarantaiéL 
'  Ri/ormata  e  sopri  mi  titolo  r^om^areno  ha  la  soprao- 
dtata  Giuntina. 


fortona  e  perìcolo  d  aveano  soooord  e  difen,  e  col 
loro  buono  condgUo  riformata  la  dtU  a  signoria  del 
popolo,  per  amore  e  grada  de*  loro  comuni  e  di  loro 
mededmi,  e  per  bene  e  padflco  stato  dd  popolo  e 
comune,  e  oontontamento  in  alcuna  parto  de'  grandi 
che  voleano  bene  vivere,  addomandarono  al  popolo 
due  petisioni:  V  una,  che  i  oapitolì  degli  ordini  detta 
giustiua,  dov'  era  la  rigida  crudeltà  the  i  buoni  ao- 
mini  grandi  consorti  de'  malfattori  portatsono  la  pena 
dettero  malifidi,  d  correggesse:  l'altra,  che  eerte 
schiatto  di  grandi  meno  possenti  e  non  malefidii  si 
recassono  ad  essere  del  popolo  ^  Le  qusli  petiiiod  fu- 
rono esaudito  in  parto,  come  diremo  appresso,  e 
fermate  per  gli  condgli,  di  25  d'ottobre  1343.  Pri- 
lla dove  diceva  l' ordine  delta  ginstida,  che  dove  fl 
malfattore  de'  grandi  (acesse  middio  contro  ta  per- 
sona d'uno  popolano,  oltre  dia  sua  pena,  latta  la  cau 
e  schiatta  pagasse  d  comune  lire  tremila,  si  corresse, 
che  non  toccuse  se  non  a' suoi  prossimani  propin- 
qui, se  non  infine  nd  torso  grado  per  diritta  linM; 
e  dove  mancuse  fl  tono  grado,  toconsse  d  quarto, 
con  patto  che  dove  e  quando  rendessono  preso  il 
malfattore,  o  Tuoddessono,  rìavessono  dal  comune 
le  lire  tremila,  oh'  avessono  pagato.  Tutti  gli  dtrì  or- 
dini delta  giostixta  rimasono  nel  loro  primo  stato. 
Le  schiatto  de'  nobili  di  dttà  e .  di  contado  che  fu- 
rono recato  ad  essere  dd  numero  de' popolani,  fu- 
rono questo:  i  figliuoli  di  messer  Bernardo  de'Rosii, 
quattro  de'MannelU,  tatti  i  NerU  di  borgo  San  Ia- 
copo, e  due  di  quelli  del  ponto  alta  Carrda,  tutti 
i  Manieri,  tutti  gli  Spini,  tatti  gU  Scali,  tutti  i  Bm- 
neUeschi,  parto  degli  Agli,  tatti  i  Pigli,  tatti  gli  A- 
liotti,  tatti  i  Compiobbed,  tatti  gli  Amieri,  messer 
Giovanni  della  Tosa  e  fratolli  e  nipoti,  e  Nepo  di 
messer  Pagolo^  messere  Antonio  di  Bddinaccio  de- 
gli Adimari  e  fratolli  e  nipoti,  e  deano  altro  loro 
consorto,  tatti  i  Giandonati  e'  Gmdi,  e  dtre  schiatte 
quasi  spento.  De'nobili  dd  contado,  il  conto  da  Certd- 
do  e'  figliuoli  e  nipoti,  il  conto  da  Pontormo  e  figtino- 
li  e  nipoti;  e  con  tutto  ch'avessono  nome  di  conti  era- 
no annullati  si,  ch'erano  al  pari  degli  altri  meno  pos- 
senti gentili  uomini  *,  tatti  quelli  da  Lucardo,  e  quelli  di 
Quona,  e  quelli  da  Monto  Rinddi,  e  quelli  dalla  Torricd- 
la,  e  quelli  da  Sexaata,  e  quelli  da  Muguano,  e  i  Benddi 
Fegghino,  e  quegli  da  Lncolena,  e  quelli  da  Colle  di  Vii- 
damo,  e  quelli  da  Montolungo  della  Berardinga,  e  pri^ 
dtre  schtatte  di  contado  annallato  e  venuti  lavoratori  di 
terra.  In  somma  furono  da  dnquecento  tratti  di  fr*B* 

di  e  recati  a  essere  popolani,  per  fortificare  il  P<^ 
polo  e  affiebolire  e  a  partire  la  potensia  de'gnnai 
con  gr  infrascritti  patti  e  ordini.  Ma  certi  diri  graiidii 
onde  ne  faremo  meodone^  che  s' erano  mesd  n«w 
detta  petaxione,  ohe  s' erano  mesd  a  morto  per  ^^ 
care  il  popolo,  e  francarodo,  per  invidia  non  tnrovo 
accettati  per  lo  ingrato  popolo;  e  tali  sono  I0  P^' 
volto  i  meriti  de' servigi  che  d  fanno  «'P^P®.^' * 
ìspedalmente  e  queUo  di  Firense.  I  patti  e  salvi  lo- 
rono  questi.  Che  i  detti  grandi  e  nobili  recati  ab«- 
fido  d'essere  popolani  non  potessono  essere  de  prio* 


*  fi  reeoifono  a  popolo*    Bd.  O.  .    t 

«  Pino  fqH$Ho  nome  ri  cove  dtUla  Uggt  d^MofT^  * 
timti)f  eoo.   Ed.  O. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


461 


ri,  -aè  de'  dodid,  né  gonfaloyierì  di  compagoiOi  né 
capilaai  di  leghe  del  contado  infra  cinque  anni  ;  o- 
gni  altro  nfteio  potesiono  avere  ^  e  se  alcuno  deMetti 
infra  dieci  anni  appeniatamente  facesse  omicidio  o 
tagliasse  membro,  o  desse  fedita  enorme  ad  alcuno 
popolano,  0  facesse  fare,  o  ingiuriasse  possessione 
di  popolano,  dichiarandosi  per  consiglio  del  popolo, 
dee  essere  a  perpetuo  rimase  de' grandi.  Ma  nota, 
che  parecchie  schiatte  e  case  di  popolani  erano  più 
degni  d'essere  messi  tra* grandi,  che  la  maggior 
parte  di  quelli  che  per  grandi  rimasono,  se  andas- 
SOBO  di  pari  le  bilance  della  giustizia,  per  le  loro 
ree  opere  e  tirannie  ;  e  tutto  questo  è  per  difetto  del 
nostro  male  reggimento.  Fermati  i  detti  ordini,  e 
tratti  del  nuoyo  squittino  i  priori,  e'  dediti,  e'  gonfa- 
lonieri, che  entrarono  in  calen  di  novembre  appres- 
SO)  si  trovarono  i  più  artefici  minuti,  onde  il  po- 
polo fii  contento,  e  acquetossi  la  città  d'ogni  so- 
spetto e  gelosia.  B  nota  ancora,  e  ricogli,  lettore, 
die  quasi  in  poco  più  d^nno  anno  la  nostra  città  ha 
avole  tante  rìvolture,  e  mutati  quattro  stati  di  reg- 
gimento, ciò  sono  :  innanzi  che  fosse  signore  il  duca 
d^  Atene  signoreggiava  il  popolo  grasso,  e  guidKn- 
dosi  male,  come  addietro  arete  inteso,  che  per  loro 
difetto  vennono  alla  tirannesca  signoria  del  duca,  e 
eaocinlo  il  duca  ressono  i  grandi  e'  popolani  insie- 
me, tutto  che  fosse  piccolo  tempo,  e  con  riuscita  di 
grande  fortuna.  Ora  siamo  al  reggimento  degli  ar- 
tefici e  del  popolo  minuto.  Piaccia  a  Dio  che  sia  e- 
saltamento  e  salute  della  nostra  repubblica,  onde  mi 
fa  temere  per  gli  nostri  peccati  e  difetti,  e  perchè  i 
cittadini  sono  vuoti  d*  ogni  amore  e  carità  tra  loro, 
ma  pieni  d^  inganni  e  di  tradimenti  V  nno  cittadino 
contro  all'altro;  ed  è  rimase  questa  maledetta  arte 
in  Firenze  in  quelli  che  ne  sono  rettori,  4i  pro- 
mettere bene,  e  fare  il  contrario  se  non  sono  prov- 
veduti 0  di  grandi  prieghi  o  di  grande  utile;  onde 
nott  ennsa  cagione  permette  Iddio  il  suo  giudicio  a' 
popoli  ;  e  questo  basti  a  dù  se  ne  '  intende. 

CAPITOLO  XXIV. 

Alquanis  eoie  fatte  di  nuoto  in  Firenze  in  questi 

tempi. 

Ne'  detti  tempi  e  mese  di  settembre,  per  ser- 
vigi ricevuti  dal  conte  Simone  da  Battifolle  e  da 
Oddo  ano  nipote  figliuolo  del  conte  Ugo,  il  comune 
gli  reetitui  le  terre  d' Ampinana,  Moncione,  e  Bar- 
hiechio*  B  deliberossi  il  comune  d'Arezzo  dalla  si- 
gnoria del  comune  di  Firenze,  dando  al  servigio  e 
al  bisogno  del  nostro  comune  cento  cavalieri  di  qui 
a  quattro  anni,  rendendo  al  comune  gli  Aretini  per 
anno  fiorÌBÌ..M  d' oro,  che  ve  n'  avea  mesn  il  nostro 
oomnne  dngentomila  fiorini  à"  oro.  B  diessi  il  castello 
di  Pietrasanta  al  vescovo  di  Luni,  acciocché  guer- 
reggiasse i  Pisani  coli' aiuto  di  messer  Luchino  si- 
gnore di  Milano  sno  cognato,  come  assai  tosto  fa- 
remo più  stesa  menzione.  Per  la  rivoltora  del  duca 
si  perde  la  signoria  d'Arezzo  e  di  Pistoia,  e  Ser- 
ravalle,  e  Volterra,  e  San  Giorignano,  e  Colle,  e 
Pietrasanta,  e  Santa  Maria  a  Monte,  e  Montetopoli, 


e  Castiglionearetino,  e  più  altre  castella  e  ter- 
re, por  colpa  dei  più  de'  nostri  rei  e  barattieri  cit- 
tadini e  castellani  di  quelle.  B  così  riescono  i  nostri 
maH  acquisti,  quando  il  comune  è  io  divisione  e  male 
guidato.  Ancora  del  detto  mese  s' apprese  il  fuoco 
in  Firenze  in  più  luoghi  da  Santo  Apostolo,  e  ar- 
sonvi  dodici  case,  e  una  a  San  Giorgio,  e  una  a  San 
Piero  Gattolino,  e  una  nel  Corso  de' tintori,  e  una 
a  San  Piero  Celerò  con  grande  danno;  e  tutto  que- 
sto è  del  giudicio  di  Dio  per  i  nostri  peccati. 

CAPITOLO  XXV. 
Come  i  Fiorentini  feciono  di  nuovo  pace  co^Pisani. 

Riformato  il  nuovo  stato  del  popolo  in  Firenze 
per  lo  modo  ch'avemo  detto,  per  non  avere  guerra  di 
fuori  per  lo  nostro  variato  stato,  si  fece  accordo  co' 
Pisani  per  lo  nostro  comune  con  poco  nostro  onore, 
e  guardando  più  secondo  il  tempo,  con  questi  patti;  che 
Lucca  rimanesa0  libera  a' Pisani  e  a  loro  signoria, 
rimettendo  in  Lucca  i  loro  usciti,  chi  vi  volesse  tor- 
nare, e  i  loro  beni  rendere  alle  loro  famiglie,  e  di 
dare  al  comune  di  Firenze  di  censo  di  Lucca,  per  lo 
debito  obbligato  a' Fiorentini  e  per  quello  di  messer 
Mastino,  fiorini  centomila  d'oro  in  quattordici  anni, 
ogn'anno  come  tocca  per  rata  per  la  festa  di  San 
Giovanni  di  giugno  ;  rimanendo  al  comune  di  Firenze 
tutte  le  castella  e  terre  di  Lucca  che  si  teneano,  e 
franchi  i  Fiorentini  in  Pisa  di  quello  venisse  per  mare 
per  la  valuta  di  dugentomila^  fiorini  d'oro  aOo  stimo 
della  mercatanzia,  che  sono  la  valuta  del  quarto  più,  e 
da  indi  in  su  pagare  danari  due  per  libbra  ;  che  sem- 
pre ab  antiquo  erano  i  Fiorentini  al  tutto  liberi  e 
franchi  in  Pisa,  e  i  Pisani  in  Firenze.  Ma  per  questi 
nuovi  patti  sono  i  Pisani  franchi  in  Firenze  V  anno 
la  valuta  di  fiorini  trentamila  d'oro  di  loro  mercatanzia 
che  venisse  da  Vinegia,  e  se  soprappiù  ve  ne  venisse, 
pagasse  danari  due^  per  libbra.  Tale  fu  la  infinta  pace 
co' Pisani  rimanendo  la  mala  volontà;  e  fu  piuvicata 
e  bandita  a'  di  16  di  novembre  1343.  E  con  tutto 
che  il  duca  la  facesse  co'  Pisani  al  suo  reggimento, 
come  detto  è  addietro,  fu  in  più  casi  più  onorevole 
per  lo  nostro  xomune,  che  non  fu  quella. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  mesier  Luchino  Visconti  di  Milano  si  fece 
nimico  di  nuoto  de'*  Pisani^  e  quello  ne  seguk 

I  Fiorentini,  come  toccammo  addietro,  lascia- 
rono a'  Pisani  una  mala  azione,  quando  diedono  Pie- 
trasanta al  vescovo  di  Luni,  de'  marchési  Malespini, 
il  quale  era  cognato  per  la  scrocchia  eh'  era  moglie 
di  messer  Luchino  Visconti  signore  di  Milano,  il 
quale  era  indegnato  contro  a' Pisani,  perchò  teneano 
Serrezzano,  e  Lavenza,  e  Massa  de' marchesi,  e  altre 
loro  castella  in  Lunigiana,  né  per  suoi  prieghi  non 
le  aveano  voluto  rendere,  né  a  lui  né  alla  promessa 
data  di  molti  danari  che  gli  restavano  a  dare  del 
gran  serfigio  fatto  per  lui  della  forza  di  sua  gente 
contro  al  nostro  comune,  quando  ci  sconfisse  a  Luc- 


'  a  chi  »e»U  e  ecc.  ha  la  Giuntina. 


'  La  Ginntiaa  Ugge:  vnitimih^  e  più  sotto:  «loiierìiffi* 
dici  per  Uhòru, 

*  Qui  noyam€nte  Isggc  undici  la  succitata. 


46t 


CROMCilB 


ca,  e  poi  a  tostenere  V  assedio,  ond^  ebbe  la  città 
di  Lucca  ;  per  la  quale  ingratitudioe  de*  Pisani^  e  per 
la  vergogna  che  feciono  a  messer  Giovanni  Visconti 
stato  loro  capitano,  quando  uscì  della  nostra  pregio- 
ne,  come  toccammo  addietro,  e  perchò  aveano  cac- 
ciati di  Lucca  i  figliuoli  di  Gastruccio  suoi  amici  e 
raccomandati  ;  e  con  coperto  conforto  de*  Fiorentini  e 
col  vescovo  di  Luni  e  colla  scrocchia,  messer  Luchino 
si  fece  nimico  de*  Pisani,  e  messe  in  pregione  dodici 
stadlchi  ch*avea,  figliuoli  de*  maggiori  cittadini  di  Pisa, 
e  mandò  in  aiuto  al  vescovo  di  Luni  milledugento 
de*  suoi  cavalieri,  e  capitano  il  detto  messer  Gio- 
vanni Visconti,  i  quali  con  altri  che  mandò  appresso 
feciono  molta  guerra  a*  Pisani,  faccendo  capo  a  Pie- 
trasanta,  come  tosto  faremo  menzione.  Lasceremo 
alquanto  de*  fatti  di  Firenie  e  di  Pisa,  e  diremo  d^al- 
tre  novità  degli  strani  state  in  questi  tempi  per  se- 
guire il  nostro  stile. 

CAPITOLO  XXVJL  '^ 

Di  grandi  tempeste  che  furono  in  mare^  e  della  rotta 

della  Tana. 

Nel  detto  anno  1343,  del  mese  di  novembre, 
il  di  di  Santa  Caterina,  fu  in  mare  grandissima  tem- 
pesta per  lo  vento  di  scirocco  in  ogni  porto  dove 
ebbe  potere,  e  spezialmente  in  quello  di  Napoli;  che 
quante  galee  e  legni  avea  in  quello  porto  tutti  li 
ruppe  e  gittò  a  terra,  e  quasi  tutte  le  case  della  ma- 
rina ov*  erano  i  magazzini  del  vino  greco  e  delle 
nocelle,  per  lo  crescimento  del  mare  tutte  allagò,  e 
molte  ne  rovinò  e  guastò,  e  menò  via  tutte  le  botti 
del  greco  e  nocelle,  e  ogni  mercatanzia  e  masserizie, 
onde  si  stimò  il  danno  più  di  quarantamila  once  d'oro, 
di  fiorini  d*oro  cinque  1*  oncia.  Questo  fu  segno  di 
grande  novità  e  mutazione,  che  doveva  avvenire  as- 
sai tosto  in  questo  paese.  E  per  simile  modo  avven- 
ne in  porto  di  Pera  in  Romania  incontro  a  Costan- 
tinopoli, con  grande  danno  de*  Genovesi  e  di  chi  vi 
era  alla  terra.  E  in  questi  tempi  essendo  cominciala 
una  grande  zuffa  uno  giorno  alla  città  della  Tana  nel 
mare  maggiore  in  Romania  tra*  Veneziani  e*  Saracini 
della  terra,  avendo  i  Veneziani  nella  detta  zuffa  so- 
prasteti  i  Saracini,  e  morUne  alcuni,  e  fediti  molti 
onde  quegli  della  terra  u  commossono  a  furia  e  rubaro- 
no e  uccisono  quanti  Veneziani  e  Genovesi  e  Fioren- 
tini trovarono,  e  alquanti  altri  cristiani  che  nella  terra 
si  trovarono  alla  zuffa,  e  chi  non  potò  fuggire  alle 
loro  galee  \  e  presono  più  di  sessanta  mercatanti  latini, 
che  al  romore  non  furono  morti,  e  tennergli  in  pri- 
gione da  due  anni,  e  poi  per  danari  e  per  ingegno  si 
faggirono,  e  con  grande  pericolo  scamparono.  E  sti- 
mossi  il  danno  delle  mercatanzie  e  spezierie  rubate 
per  li  Saracini  a'  Genovesi  più  di  trecentocinquanta- 
mila Aorini  d' oro,  e  a*  Veneziani  da  trecentomila  fio- 
rini d*oro,  senza  il  danno  degli  altri  mercatanti  che 
erano  nel  paese.  E  tali  sono  gli  stimoli  e  perìcoli  de* 
mercatanti  per  le  loro  peccatli  e  follie  ;  e  per  que- 
sta cagione  rincarò  in  qaesto  nostro  paese  ogni  spe- 
sìeria,  e  seta,  e  ogni  avere  sottile  di  Levante,  cinquan- 
ta e  più  per  centinaio  subitamente,  e  tale  il  doppio. 


CAPITOLO  XXVnL 

Della  notila  fatta  in  Firenze  per  quelli  cka 
reggetano  la  eiità. 

Nel  detto  anno,  del  mete  di  dicembre^  per  al- 
cuna gelosia  mossa  in  Firenze  per  gli  grandi  e  non 
vera,  furono  dati  i  confini  a  cinque  de**  Bardi,  e  a 
quattro  de^Frescobaldi,  e  a  due  de*  Rossi,  e  a  tre  de* 
Donati  e  a  due  de*  Pazzi,  e  a  nno  de*  CaTÌcciuli,  con 
tutto  che  la  maggior  parte  de*  detti  e  éi  loro  ed  al- 
tri, per  levare  sospetto  al  popolo  e  fuggire  la  furia 
se  n*  andarono  in  contado  agli  loro  laoghl  ad  abi- 
tare, e  lasciarono  la  città.  A  dì  3  di  marso  del  detto 
anno  fu  ferma  e  piovicata  lega  e  compagnia  tra  *1 
comune  di  Firenze  e  quello  di  Perugia  e  di  Siena  e 
d'Arezzo  per  fortificare  il  loro  stato,  e  per  abbattere 
i  Tarlati  d*  Arezzo  e  drogai  altra  tirannia  d*  intorno. 
E  in  questi  tempi  i  Fiorentini  i*accordarono  di  nuovo, 
e  feciono  ragione  con  messer  Mastino  delia  Scala, 
che  gli  restavano  a  dare  per  la  matta  compera  di 
Lucca  fiorini  centottomila  d*  oro,  e  cosi  glieli  asse- 
gnarono sopra  la  gabella  del  macello  e  de*  contratti, 
ogni  mese  duemila  fiorini  d*oro,  tomaodo  i  nostri 
ventisette  stadichi  cari  cittadini  slati  a  Verona  più 
di  due  anni  :  bontà  del  duca  d* Atene,  che  non  ne  cu- 
rava niente,  ma  gli  lasciava  stare  per  abbandonati,  e 
per  la  sua  avarizia  non  gli  dava  danaio,  oè  le  pa- 
ghe promesse,  che  fu  intra  gli  altri  suoi  difetti  questo 
uno  di  quelli  che  molto  gravò  e  dispiacque  a*  citta- 
dini. Handovvisi  poi  dodici  cittadini  a  vicenda  di  quat- 
tro mesi  in  quattro  mesi  a  soldi  cinquanta  '  il  di  p^ 
uno  per  loro  spese,  e  a  fiorini  uno  al  cavaliere. 

CAPITOLO  XXDL 

Ancora  della  guerra  della  genie  di  tnesser  Luchino 

Visconti  co*  Pisani, 

Neil*  anno  1 344,  a  di  5    d*  aprile,    avendo  la 
gente  de*  Pisani  eh*  era  in  Versilia  in  Lunigiana  fatti 
grandi  fossi  con  Isteccati  e  bertesche  dalla  marina 
al  castello  di  Rotaia,  e  poi  inaino  alla  montagna  al 
castello  di  Montegioli  eh*  eglino  teneano,  acotocchè 
la  gente  di  messer  Luchino  che  erano  in  Lunigialia, 
non  gli  potessono  correre  né  danneggiare  aopra  il 
contado  di  Pisa,  e  quelle  fortezze  si  guardavano  di 
di  e  di  notte  con  loro  gente  assai  grossa  a  cavallo 
e   a  pie;  quella  notte  la  gente  di  messer  Luchino 
ruppono  la  fortezza  tra  Rotaia  e  MontegioH,  e  ptf- 
aarono,  e  vigorosamente  assalirono  h  gente  de' Pi- 
sani:  e  dopo  la  grande  battaglia,  la  gente  de*  Pi-^ 
sani  furono  sconfitti,  e  molti  presi  e  morti,  onde  i 
Pisani  molto  isbigottirono.  E  poi  a  dì  2  di  mfggio 
menando  messer  Benedetto  Maccaione  de*  Goalandif 
rubello  di  Pisa,  trecento  cavalieri  di  quegli  di  maa- 
ser  Luchino,  eh*  erano  venuti^  in  Maremma  con  loi  a 
guerreggiare  i  Pisani    e  loro  terre  per  accozzarsi 
colla  gente  grossa  di  messer  Luchino,   che  per  la 

*  quaranta^  dice  l'edisùone  de'  Giunti. 
'  vernati  ha  la  Giuntina ,   cioò  :   fvcrnati^  o  dimor<^^  » 
v^rno  in  Maremma  ecc. 


DI  GlOVArUM  VOLANI. 


463 


vittoria  avuta  a  Rotaia  volieno  passare  il  Serchio,  e 
venire  di  qua  in  sa  quello  di  Pisa,  essendo  il  detto 
Benedetto  e  sua  gente  albergati  a  Santa  Gonda,  prov- 
vedutamente e  a  posta  fatta  furono  presi  da  cinque- 
cento cavalieri  de*  Pisani  e  molti  balestrieri  eh*  erano 
stati  al  Pontadera  per  attendergli  ;  e  rimasonvi  tra 
presi  e  morti  più  di  cento  uomini  a  cavallo,  e  tutti 
erano  tra  presi  e  morti,  se  non  che  si  fuggirono 
alla  spiaggia  di  San  Miniato,  e  quivi  coir  aiuto  de* 
Samminiatesi  quegli  che  scamparono  si  ridussono  a 
salvamento.  Sentendo  questa  novella  messer  Giovanni 
da  Oleggio  de'  Visconti,  capitano  della  gente  di  mes- 
ser Luchino,  si  parti  da  Versilia  con  settanta  bandie- 
re, che  furono  millecinquecento  a  cavallo  e  passa- 
rono il  Serchio  al  ponte  a  Moriano,  e  vennono  per  la 
Cerbaia  e  passarono  la  Guisdana  a  Rosaiuolo ,  e  poi 
guadarono  V  Amo  e  ricoisero  la  loro  gente  a  San- 
ta Gonda,  e  accamparonsi  a  Casteldelbosco  in  sulla 
Cecina,  guerreggiando  il  contado  di  Pisa  per  piik 
tempo  e  prendendo  più  loro  terre  e  castella.  La  gente 
de*  Pisani,  eh*  erano  mille  cavalieri,  s' afforzarono  al 
fosso  Amonico  e  al  Pontadera  per  gnardare  la  fron- 
tiera, senza  avvisarsi  co'nimicl.  E  partiti  dal  Castel- 
delbosco, osteggiarono  per  più  campi  la  Valdera  e 
la  Maremma  infino  ali*  agosto,  e  più  vi  sarebbono 
dimorati,  se  non  fosse  che  per  la  soperchio  caldo 
e  disagio  vi  si  cominciò  una  corruzione,  onde  assai 
ve  n*  ammalarono  e  morirono;  e  fra  gli  altri  ca- 
porali vi  mori  messer  Benedetto  Maccaioni  grande 
nimico  de*  Pisani,  e  Arrigo  di  Castruccio  che  fu 
signore  di  Lucca,  Per  la  mortalità  e  pestilenzia  si 
parti  la  detta  oste  con  quegli  eh*  erano  iscampati, 
e  tornaronsi  in  Versilia  con  grande  loro  dannaggio 
di  gente.  Lasceremo  alquanto  di  questa  guerra,  e 
diremo  d*  altre  novità  occorse  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  quelli  di  Castelfranco  di  Valdamo  presono 
Campogiallo^  e  uccisono  certi  de*  Pa^bii  di  Valdarno, 

Nel  detto  anno,  a  di  29  d*  aprile,  quegli  di  Ca- 
stelfranco di  Valdarno  di  sopra  con  altri  Valdarnesi 
e  masnade  d*  Arezzo  cavalcarono  sopra'  Pazzi  di  Val- 
darno, e  per  tradimento  ebbono  una  porta  del  ca- 
stello di  Campogiallo,  eh*  era  de*  Pazzi,  e  in  quello 
enbrati,  corsono  il  castello  e  uccisono  uomini  e  fem- 
mine senza  nulla  misericordia,  e  uccisonvi  dieci  della 
casa  de*  Pazzi  de*  migliori  di  loro ,  e  rubarono  la 
terra  e  misonvi  fuoco,  onde  caro  costò  a'  Pazzi  la 
guerra  e  oltraggi  fatti  a  quelli  di  Castelfranco  e  agli 
altri  Valdarnesi  del  contado  di  Firenze  per  lo  tempo 
passato. 

CAPITOLO  XXXL 

Come  U  re  di  Spagna  ebbe  per  assedio  la  forte  terra 

di  A%ÌMra  in  Granata, 

Nel  detto  anno,  a  di  25  di  marzo,  s*  arrendè 
al  re  di  Spagna  la  forte  e  grande  città  d' Azizera  in 
Granata  eh*  era  de*  saracini,  alla  quale  era  stato  ad 
assedio  più  di  quattro  anni  per  mare  e  per  terra 


con  grande  aflanno  e  spendio  e  mortalità  di  cristiani  ; 
peroochò  sovente  erano  assaliti  dal  re  di  Granata  e  sua 
gente,  e  guerreggiati  e  per  mare  e  per  terra  da*8a- 
racini  di  Marocco  e  da  quegli  di  Barberia,  che  ogni 
anno  vi  veniano  al  soccorso  più  volte  con  grande 
navilio  e  gente  innumerabile  di  saracini,  ov*  ebbe 
più  battaglie,  e  per  mare  e  per  terra,  quando  a  danno 
de*  cristiani  e  quando  de*  saracini,  che  sarebbe-lunga 
materia  a  raccontare;  peroccbò  i  saracini  aveano  porto 
in  mare  sotto  il  forte  castello  di  Giubeltaro,  il  quale 
i  saraceni  aveano  racquistato  sopra  i  cristiani  per  tra- 
dimento, come  addietro  facemmo  in  alcuna  parte  men- 
zione. Ma  tutto  era  invano  1*  impresa  e  assedio  del  re 
di  Spagna,  perocché  la  città  era  fortissima  di  mura 
e  torri  e  fossi  con  buono  porto  e  forte,  fornita  di 
vittuaglia  per  grande  tempo,  e  di  buona  gente  d*ar- 
me  e  d*  arcieri,  e  di  balestrieri,  e  saracini  ali*  aiuto 
di  fuori,  come  detto  avemmo,  e  se  non  fosse  1*  aiuto 
del  papa  e  della  Chiesa,  che  coli*  aiuto  di  moneta  e 
di  decime  e  é* altri  sussidii  atava  e  forniva  il  redi 
Spagna,  onde  al  soldo  della  Chiesa  egli  mantenea  al 
continuo  in  mare  venti  galee  armate  de*Genovesi,  sen- 
za quelle  de*  Catalani  e  SpagnuoU,  e  diede  il  papa  in- 
dulgenza e  perdono  di  colpa  e  di  pena  a  chi  v*  andasse 
0  mandasse  aiuto.  Per  la  qual  cosa  molti  conti  e  baroni 
e  cavalieri  di  Francia,  e  d' Alamagna,  e  d'Inghilterra, 
e  di  Linguadoca  v*  andarono  alle  loro  spese  al  ser- 
vigio, standovi  ad  osto  chi  quattro  e  chi  sei  mesi; 
e  andovvi  il  conte  d*Analdo  con  cento  cavalieri,  e 
cosi  più  altri  baroni  ;  per  la  qual  cosa  si  continuò  la 
guerra  e  l'assedio  e  fu  si  stretta  la  terra  per  mare 
e  per  terra,  che  nullo  ne  potea  entrare  né  uscire; 
e  dentro  v*  avea  più  di  trentamila  uomini  d' arme  sa- 
racini senza  le  femmine  e  i  fanciulli  ;  sicché  faUi 
loro  la  vittuaglia  per  lo  lungo  assedio,  e  per  fame 
s*  arrenderono  salve  le  persone,  che  se  u*  andarono 
tutti  in  Granata  fra  terra  ;  onde  fu  nobile  acquisto 
al  re  di  Spagna  e  a  tutta  la  cristianità  ;  e  trovossi 
dentro  molto  tesoro,  cose  e  arnesi.  Ora  ha  il  re  di 
Spagna  e  i  cristiani  buono  porto  e  entrata  del  reame 
di  Granata  da  potere  guerreggiare  e  acquistare  il 
paese.  Lasceremo  de*  fatti  de*  saracini,  e  torneremo 
alle  novità  di  Firenze  occorse  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  XXXIL 

Di  certe  novità  state  in  FirenM  in  questi  tempi. 

Nel  detto  anno  1344,  del  mese  di  giugno  e  di 
luglio  signoreggiandosi  il  reggimento  di  Firenze  per 
lo  popolo  ricciuto  cioè  minuto,  come  più  tempo  dinan- 
zi fu  detto  che  dovea  avvenire,  cioè  per  le  capitudini 
delle  ventuna  arti,  come  dicemmo  addietro  nella  rifor- 
magione  della  terra,  cacciato  il  duca  d* Atene,  si  si  cer- 
cò per  certi  uficiali,  e  fecesi  inquisizione  di  tutti  i  dft-- 
tadini,  rettori  e  castellani  stati  per  lo  duca  nella  città 
d* Arezzo  e  nel  castello  fatto  per  gli  Fiorentini  in  quella 
e  di  Castiglionearetino,  e  della  città  di  Pistoia  e  del 
Castello  che  v'  era  dentro,  e  di  Serravalle,  e  di  più 
altre  castella  di  Valdanio  e  di  Valdinievole,  e  delia 
citlà  di  Volterra,  e  di  Colle  di  Valdelsa  e  di  più 
altri,  i  quali  alla  rivoluzione  della  cacciata  del  du- 
ca e  di  sua  signoria,  e  certi  de*  detti  che  v*  erano 


*M 


CRONICHE 


CAPITOLO  XXXVL 


Di  certe  tumià  eMe  nella  dUà  di  Firenze 

ne*  deiH  iemjn. 

Nel  detto  imo  1344,  dèi  mese  di  dicenbre, 
la  campint  del  popolo,  cbe  saooa  per  lo  consiglio, 
là  ore  ella  fti  posta  era  stata  sopra  i  morii  del  pa- 
lagio de*  priori,  sì  si  tirò  e  acconciò  ad  alto  in  sìdla 
torre,  acciocché  sbadisse  meglio  Oltrarno,  e  per  tatto 
la  città:  e  era  di  nobile  snono  della  sna  gnndex- 
aa.  B  nel  luogo  dor*  era  qndla,  fn  posta  la  campa- 
na che  renne  dal  castello  di  Venia,  e  ordinato  fa 
che  aonasse  solamente  qnando  s^  apprendesse  il  fuo- 
co di  notte  netta  città,  acciocchò  al  snono  di  quella 
traessono  i  maestri  e  g^  altri  che  aono  ordinati  a 
apegnere  n  fàoeo.  E  del  mese  di  gennaio  aeguente 
ai  fece  per  lo  comune  di  Firenze  accordo  e  lega  e 
compagnia  col  TescoYO  d*  Arazzo,  oh^era  degli  liber- 
tini, e  con  suoi  consorti,  e  trattigli  d^ogni  bando; 
ed  egli  diede  in  gaggio  le  castella  del  vescoTado 
e  le  fortezze  al  conte  Simone  da  Battifolle  e  a*  auoi 
fedeli  per  died  anni,  riccTente  per  lo  comune  di 
Firanze,  per  fiiffe  guerra  a*  Tarlati  e  a*rabelli  d'A- 
rezzo, e  avere  amici  per  amici  e  niniici  per  nimid. 
Le  castella  principali  furono:  Civitella,  Connina,  e 
il  palagio  di  Castiglione  degli  Ubertini  e  più  altre 
fortezze.  E  ali*  uscita  del  dette  mese  s*  apprese  il 
fuoco  nel  monastero  delle  donne  del  Prato  d^Ognis- 
aanti,  e  fece  loro  danno  assai  E  appresesi  il  pri- 
mo di  febbraio  nella  Cittarossa,  e  arsevi  una  casa 
e  una  femmina  dentro.  E  a  <fi  15  di  febbraio  fu- 
rono condannati  per  processo  fatto  tutti  quelli  deHa 
casa  degli  Ubaldini  nell'avere  e  nella  penona  sic- 
come rubelli  (salvo  il  lato  di  quegli  da  Senno,  che 
non  si  trovarono  colpevoli)  per  la  cagione  della 
cacciata  e  della  battaglia  e  aguato  che  feciono  alla 
nostra  gente  a  Rifiredi,  qnando  andarono  a  soccor- 
rere Firenznota  ed  il  castello  di  Tirii,  e  per  la  presa 
detta  detta  Firenzuola  e  del  castello  di  TirU  atta  cac- 
data  del  duca  d'Atene,  come  in  alcuna  parte  ad- 
dietro facenuno  menzione;  e  tuttM  loro  beni  ch'e- 
rano nel  contado  di  Firenze  furono  messi  in  comu- 
ne ^  Nel  detto  mese  di  febbraio  vennono  in  Firenze 
ambaadadori  del  re  di  Francia  a  petizione  del  duca 
d' Atene  ;  e  dò  fhrono  uno  cavaliere  e  uno  eberi- 
co,  e  In  pieno  consiglio  domandarono  l'ammenda 
del  detto  duca.  E  nel  detto  consiglio  in  loro  pre- 
senza furono  pubbHcate  le  sue  operazioni  e  difetti,  e 
mostrate  le  «uè  quetanze;  e  ordinati  e  mandati  al 
re  di  Francia  ambaadadori  cotta  rispoata  per  lo  no- 
atro  comune,  come  dicemmo  addietro  ;  e  quegli  am- 
baadadori del  re  furono  onorati  e  presentati  per  lo 
comune,  e  fatto  loro  le  spese  e  compagnia  e  onore 
assai,  mentre  che  dimorarono  in  Firenze  e  per  lo 
noatro  contado  ;  onde  n'  andarono  molto  contenti; 
ma  però  non  lasdò  il  re  di  Francia  di  non  proce- 
dere centra  i  Fiorentini  per  lo  duca,  come  innanzi 
ai  farà  menzione.  E  nel  detto  mese  éi  febbraio  per 
lo  comune  si  tech  ordine,  cbe  qualunque  cittadino 
dovease  avere  dai  comune  per  le- prestanao  fatte  al 


'  Vedi  ta  nota  1,  pag.  200,  col.  L 


tempo  de' venti  detta  batta,  come  addietro  facemBO 
menziono,  che  ai  trovarono  più  di  ctnquecentosetUn- 
tamila  fiorini  d'oro,  sansa  fl  debito  di  messer  Mas^ 
detta  Scala,  di'  erano  presso  a  centomtta  (lotim  d*o- 
ro,  che  d  mettessono  in  uno  registro  ordinatanea- 
te  ;  e  dare  il  comune  ogni  anno  di  prowisieac  e 
usufrutto  a  ragione  di  dnque  per  centiamo,  dando 
ogni  mese  la  paga  per  rata  ;  e  dipntosd  a  foroira 
fl  detto  gmderdone  parte  atta  gabella  delle  poiti,  e 
parte  ad  altre  gabette,  che  montava  Tanno  da  ftormi 
venticinquemfla  d'oro,  dov'erano  assegnato  le  paghe 
di  meaaer  llastmo;  e  pagato  lui,  fossonoassignati  atta 
detta  aatiafauone  ;  U  quale  meaaer  HastifiO  fa  pagato 
del  mese  di  dicembre,  per  lo  modo  che  diremo  in- 
nanzi. E  cominciosn  la  paga  della  detta  prowisicae 
del  mese  d*  ottobre  1S45.  Nel  detto  anno,  a  di  14^ 
di  marzo,  passò  di  questa  vita  e  santificò  uno  Jacopo 
figUuolo  che  fu  di  messer  Bono  Giamboni  giudice, 
6he  stava  nel  popolo  di  San  Brocofo,  il  qnal  era 
stato  di  aanta  vita,  e  vergine  di  ano  corpo,  secondo 
che  si  disse,  standosi  in  casa  rinchiuso  pfò  di  ven- 
tìcinque anni,  che  non  usci  mn  se  non  alenna  vetta 
innanzi  giorao  andandoai  a  confessare  o  a  prendere 
fl  corpo  di  Cristo  ;  e  avea  dato  per  Dio  a'  poveri  tetta 
aua  sttstanzia  e  patrimonio,  e  poveramente  in  dlgiu&i  e 
orazioni  vivea,  e  scrìvea  Kbri  a  prezzo^  dittando  da 
se  di  sante  e  buone  cose  ;  e  chi  gtt  mandava  lemo- 
dna  non  la  ricevea,  ae  non  da'  divotì  suoi  amid  ;  e 
il  soperchio  del  suo  guadagno  a  giornata  dava  par 
Dio  a'  poveri.  E  finito  poveramente,  fece  Iddio  n* 
aibiU  e  aperti  miracoli  atta  sua  morte';  e  poi  fa  sep- 
pelUto  a  Santa  Croce  a  guisa  di  aanto.  E  a  aua  vita 
predisse  a  certi  suoi  amid  più  cose  futore  per  la 
virtù  dello  Spirito  Santo,  che  awennono  netta  no- 
stra dttà,  e  detta  signoria  e  cacciata  del  duca  d'Atene. 
Laaceremo  alquanto  de'  fatti    di  Firenze,  che  assai 
n'avemo  detto  a  questa  volta,  e  diremo  degU  stram. 

CAPITOLO  xxxvn. 

Di  not>iià  state  nella  città  di  Genota  in  questi 

tempi. 

Nel  detto  anno  1344,  dl'nsdtadi  decembre,  il 
dogio  del  popolo  di  Genova,  che  avea  nome  Simone  di 
quegtt  di  Boccanegra,  fl  quale  era  regnato  aignora  da 
quattro  anni,  come  addietro  ò  fatta  menzione,  per  sol 
motiva,  e  aentendo  che  quegli  d*  Oria,  e  gli  Spinott, 
e'  Grimddi  e  dtrì  nobiU  con  l<Mt>  sforao  veniano  alli 
terra,  si  rinundò  la  signoria  dinanzi  al  pariamente  dd 
popolo,  e  andossene  a  Pisa  con  tutta  sua  famiglia  e  pa- 
renti, con  più  di  centomila  fiorini  d^oro,  ehe  d  disse 
che  gli  avea  guadagnati,  ovvero  trabaMati'  al  ano  afi- 
de, e  se  gli  portò  seco.  E  il  popolo  di  Genova,  ac- 
docchò  i  grandi  non  prendessono  la  signoria,  di  pre- 
aente  elessono  dogio  dd  popolo  e  misere  in  aigno* 


*  a  dh  12f  data  U  Giuntina. 

*  0*1  woperekio  di  Ho  guadagno^  finito  po9er<mmtfi  «^ 
mcmgiare  d^  giornata^  dava  per  D^  a\  povcrL  .F^cs  144^ 
viaibUe  e  aperti  miracoU  per  lui  aUa  sua  tnorte  ecc.  Ed.  G. 

*  V.  A.  traftigatì.  Dicesi  imcho:  tribaldati.  Vedlapag- 
162,  col.  n,  nota  1.  ' 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


4d7 


n«  uso  GiòViBBi  4«  Moiilereot^  il  quale  cevÌBelò  a 
Ngfare  la  iigaorìa  fraooaneata  par  lo  popolo,  e 
ooBlradire  «'  detti  fraudi  e  potenti,  ohe  veniaDO  eoa- 
ira  al  popolo*  B  poi  per  ordine  e  trattato  del  detto 
4ogio  quegli  della  dite  di  Saona  levarono  la  città 
a  rottore  a  di  8  di  gennaio  aegnente,  e  feoiono  po^ 
polo,  e  eacoiarono  della  terra  i  loro  grandi,  e  a 
quanti  grandi  e  nobili  v^  ayea  di  Genova  tolfono  lo- 
ro le  caateUa  e  ogni  fortesaa  eh'  aveaoo  in  Saona. 
B  poi  il  di  seguente  il  popolo  di  Genova  fece  il 
iimigUante;  e  perchè  gli  Squardafichi  e  i  Salvati- 
ehi,  grandi  di  Genova,  feciono  alcuna  reaiitanu,  fu- 
rono aaaalitì  e  combattuti  dri  popolo,  e  morti  di  lo- 
ro, e  cacciati  dalia  terra.  Vegnendo  in  quo"  dì  Ot- 
tone Dona  e  suoi  seguaci  e  amici  con  settecento 
cavalieri  e  popolo  assai  dentro  de*  borghi  di  Porca, 
il  popolo  di  Genova  usci  deUa  terra,  e  con  armata 
BMBO  gii  assalirono  e  combatterono  e  misongli  in 
{•confitta,  e  rìmasoao  assai  de' morti  e  de'presL  E 
il  febbraio  seguente  il  dogio  e  il  popolo  di  Genova 
feciono  lega  e  compagnia  con  messer  Luchino  Vi- 
sconti signore  di  Milano,  ed  egli  promise  loro  d' a- 
vere  amid  per  amici  e  ninùci  per  nimici,  e  servirgU 
al  loro  bisogno  di  cinquecento  cavalieri.  E  poi  del 
detto  mese,  gente  d'arme  di  Genova^  eh'  erano  iti  a 
cavallo  e  a  piò  a  porto  Morici,  furono  rotti  e  scon- 
fitti daMoro  nimici  uscilL  Ma  poi  T  aprile  vegnente 
quegli  di  Genova  coli*  aiuto  di  messer  Luchino  v'an- 
darono ad  oste  per  mare  e  per  terra,  e  presono  il 
detto  porto  Morìd  e  la  terra.  Ma  poi  all'entrare  di 
loglio  1345  messer  Luchino  Visconti  fece  fare  la 
pace  dal  popolo  di  Genova  a'  loro  usciti. 

CAPITOLO  xxxvm. 

Aucora  della  guerra  di  messer  Luchino   Visconti 

co*  PisanL 

Nel  detto  anno  e  mese  di  febbraio  i  Pisani  fe- 
cero lega  e  compagnia  con  certo  ordine  con  messer 
Mutino  della  Scala,  e  col  signore  di  Bologna,  e  col 
marchese  da  Ferrara,  e  con  certi  Romagnuoti  per 
dispetto  e  contrario  di  messer  Lnchino  Visconti  e 
richiesono  i  Fiorentini  :  ma  non  vi  si  voUooo  accor- 
dare. Per  la  quel  cosa  la  gente  di  messer  Luchino, 
ch'era  a  Versilia,  passarono  il  Serchio  in  quantità  di 
cinquecento  cavalieri.e  popolo  assai,  e  corsone  infine 
presso  alla  città  di  Pisa  per  la  via  di  Valdiserchio  fac- 
oendo  grande  danno  d' arsione  .e  levando  grandi  pre- 
de d' uomini  e  di  bestie  e  d' arnesi,  e  tomaronsi  in 
Versilia  sani  e  salvi,  che  di  Pisa  non  usci  uomo  a 
contradiarglL  fi  poi  del  mese  di  maggio  1345  morto 
il  marchese  Maiispina  cognato  di  messer  Lnchino,  a 
coi  petizione  manteneva  la  detta  guerra  ;  e  poi  a  prego 
del  dogio  e  del  popolo  di  Genova  messer  Luchino  fece 
pace  co*  Pisani,  ed  ebbe  di  menda  centoaula  fiorini 
d'  oro,  rimanendo  a^  Pisani  le  terre  di  Lucca,  che 
allora  si  teneano  per  messer  Luchino,  ed  egli  rendè 
gli  stadichi  a' Pisani.  E  questo  è  il  fiae  de' tiranni  di 
Lombardia,  per  trarre  il  loro  utile  delle  guerre,  e  dis- 
sensioni di  noi  ciechi  Toscani.  Lasceremo  alquanto 
de'  nostri  fatti  di  Firenze,  di  Toscana  e  d' Italia,  e 
diremo  di  certe  novità  d'  oltremare. 


CAPITOLO  XXXIX. 

Cofne  i  erisHani  presono  la  dUà  delle  Smirne 

eopra  a'  Turchi. 

Nel  detto  anno  1344,  essendo  per  Io  re  di  Ci- 
pri e  per  lo  mastro  dello  spedale  e  della  magione, 
che  teneva  l'isola  di  Rodi,  e  per  lo  patriarca  di  Co- 
stantinopoli con  gli  ammiragli  delle  galee  de'  Ge- 
novesi, de'  Catalani  e  de*  Veneziani,  eh'  erano  al  soldo 
della  Chiesa,  ordinarono  sopra  i  Turchi  una  grande 
armata  di  navi  a  cocche  e  galee  con  molta  buona 
gente  d' arme,  per  andare  sopra  i  Turchi,  e  rauna- 
ronsi  sopra  l' isola  di  Negroponte  in  Romania,  ovvero 
in  Greda  ;  e  di  là  si  parti  la  detta  armata  addi...  del 
mese  di  maggio,  e  puosonsi  alla  città  delle  Smirne 
nel  paese  che  oggi  ai  chiama  Turchia,  assai  presso 
dove  anticamente  fu  la  grande  città  di  Troia,  e  in 
quello  golfo  di  mare.  La  qual  dttà  si  te^iea  per  gli 
Turchi,  ed  era  molto  forte  fornita  di  Turchi  e  sara- 
oini.  E  la  detta  armata  di  cristiani  entraron  nel  porto 
d^Ue  Smime,  e  quello  combatteron  con  aspra  bat- 
taglia, e  con  difidi  e  torri  di  legname  fatte  in  sulle 
cocche  e  navi,  e  per  forza  presono  le  torri  del  por- 
to, e  tagliarono  e  gittarono  in  mare  i  Turchi  che  vi 
erano  alla  difesa.  E  vinto  il  porto,  assalirono  la  terra 
da  più  parti,  e  combattendo  per  fona  d' arme  l'eb- 
bono  con  grande  tarlata  e  uoddone  di  saracini  e 
Turchi,  che  non  vi  lasciarono  né  uomo,  nò  femmina, 
uè  fanciullo,  e  che  non  fosse  messo  al  taglio  delle 
spade  chi  non  si  foggi,  i  quali  furono  innumerabile 
gente  ;  e  trovaronla  fornita  di  molte  ricchezze  e  cose 
e  masserizie  e  vittuaglia. .  Sentendo  ciò  il  soldano 
de' Turchi,  ch'uvea  nome  Marbasdano,  eh'  era  in^, 
terra  a'  suoi  castelli,  di  presente  vi  venne  con  tren- 
tamila Turchi  a  cavallo  e  con  genie  a  pie  innomera-, 
bile,  e  puosesi  di  fuori  ad  assedio  alla  detta  terra- 
delie  Smirne  con  più  eampi.  I  oristiam  eh'aveano. 
presa  la  terra,  la  guerniroio  e  afiorzarono  di  loro- 
genti,  e  la  terra  era  fortissima  di  mura  e  torri,  e  so-, 
vento  venivano  fuori  alle  scaramucce  e  a' badalucchi 
contro  a'  Turchi,  quando  a  danno  dell'  una  parte  e- 
quando  dell'altra;  e  il  detto  assedio  divo  parecchi  me- 
si, combattendosi  al  oontiauo  di  di  e  di  notte.  Io  que-. 
sta  stanza  Marbasdano,.  addano  de*  Turchi,  veggendo. 
che  seguendo  l'assedio  perdea  al  continuo  di  sua 
gente,  e  poco  potea  fare  alla  terra,  al  era  forte,  e', 
provvide  maestrevolmente  per  tirare  i  erìstii^ni  fuori 
al  campo,  e  d  ritrasse  colla  maggiore  parte  deUa  sua 
gente  addietro  alquante  màf^xsi  alle  montagne,  e  la- 
nciò addietro  certa  parte  di  sua  oste  a  campo  fuori, 
della  terra.  I  cristiani  ch'erano  nelle  Smime,  veg- 
gendo  eh'  era  assottigliato  il  campo  de'  m'mici  di 
gente,  stimandod  che  fossono  per  assedio  stracchi, 
il  di  di  Santo  Antonio,  adi  17  di  gennaio,  popolo 
e  cavalieri  *u8drono  della  città,  e  assalirono  il  cnmpo 
de'  Turchi  vigorosamente,  e  qudlo  con  poco  contra- 
sto di  battaglia  francamente  misono  in  isconfitta  e 
fuga  oon  grande  mortalità  de^ Turchi;  e  preso  e  ru- 
balo il  campo,  intendendo  certi  alla  caccia  de*  Tur- 
chi ohe  fii^[ìvaBO,  e  eerli  a  spogliare  il  campo,  e  i 
capitani  dell'oste  con  buona  parte  della  migliore  mes- . 
gente  intendendo  a  fare  grande  festa,  e  celebrare 


4eg 


CROmCUB 


•t,  e  Mcriiloare  nel  oampo,  oredendoii  arere  tallo  vhi- 
tOy  e  101  prendendoti  guardia  deU^agoato,  Marbudano 
GO^aaoi  Tarohl,  com^area  ordii|alo  per  certi  aegni, 
diiceae  della  montagna  ^  e  gli  crutiani  oh*  erano  apar- 
ti, e  male  in  ordine  e  peggio  a  guardia,  ohi  armato 
e  chi  diaarmato,  di  presente  asaall,  e  con  poco  affan- 
no gli  ebbe  rolli  e  aconflttì  e  meati  in  Tolta.  B  chi 
fi  faggi  nella  terra;  e  de* migliori  rìmuono  nel  cam- 
po della  battaglia,  la  qnale  dorò  poco,  perocché  i 
crittiani  erano  pochi  alla  eomparauone  de' Torchi; 
e  quegli  ohe  retsono  al  campo  rimasono  tatti  morti. 
Infra  gli  altri  tì  fti  morto  H  patriarca  di  Costanti- 
nopoli, uomo  di  grande  valore  e  antoriti,  e  metter 
Martino  Zaccherìa  ammiraglio  de*  Genoveti,  e  metter 
Piero  Zeno  ammiraglio  de*  Yenesiani,  e  *1  malitcalco 
del  re  di  Cipri,  e  più  frieri  della  magione  dello  tpe- 
dale,  con  pia  di  cinquecento  bnoni  nomini  de*  crì- 
fltiani  che  t*  erano  combattendo  al  campo,  onde  fu 
grande  danneggio;  tatti  gli  altri  crittiani  uggirono 
nella  terra  dèlie  Snune.  B  aTtenne  loro  bene,  che  per  la 
detta  rotta  e  aoonfltla  non  itbigottirono,  ma  Tigoro* 
semente  ealTarono  e  difetono  la  terra  da*Tarchi,  aio- 
ehè  per  battaglie  che  tì  dettono  non  la  poterono 
wrere  né  racqnittare,  i»  fnvTi  morta  molta  di  loro 
gente  per  gli  molti  balettrìeri  che  dentro  v*  erano 
olla  goardia.  Venata  la  detta  noTcUa  in  ponente  e  al 
papa,  lieti  ne  furono  molto  per  lo  acquieto  delle 
Smirne,  e  ornoeioti  della  rotta  e  perdita  di  quella 
buona  gente  ohe  tì  rimatone  mortL  Per  la  quel  cote 
{noontanente  fece  fl  papa  indnlgenaia  di  perdono  di 
colpa  e  di  pena  a  chi  Vendette  o  lundatte  al  toc- 
oorto,  e  andarouTi  di  Pirente  di  loro  Tolontè,  e  che 
d  furono  mandati  alle  apeae  di  chi  Tolle  il  perdono, 
da  quattrocento  nomini  tegnati  di  croce  con  toHe  ar- 
mi con  eopratberghe*  bianche  con  giglio  e  croce  Tcr- 
niglia,  e  per  loro  mededmi  ordinatiti  con  conettabifi 
e  bandiere.  B  di  Siena  Te  n^andarono  bene  trecen- 
todnquanta,  e  coti  di  BMMe  altre  terre  di  Toacana 
6  di  Lombardia,  e  £  qoali  pochi,  e  di  quali  attd  per 
lore  mededmi,  aaiiìi  ordine  di  eomme,  fcccendo  la 
tia  -di  Yinegia,  peroeehè  là  era  ordinalo  il  patto  e 
i  naTflii  alle  apete  della  Chieta,  e  del  papa.  B  fe- 
done capitano  de*crociati  il  Delfino  di  Vienna,  e  con 
eoa  compagnia  fli  gente  d*  arme  al  tolde  della  Chieta 
pattò  per  PireniealTentnre  dd  mene  d*otlobre  1845, 
e  andonne  a  Vinegia  per  teguire  il  detto  Titggio  e 
impreta,  e  più  diri  caTalieri  oltramontani  t*  andarono 
per  aTcre  U  perdono  ;  e  chi  al  flato  *  deUa  Chieta. 
Leaceremo  d  pretente  della  detta  imprete,  e  diremo 
d*  altre  noTità  alale  nd  detto  tempo. 

CAPITOLO  XL 
Com9  fi$  wèorto  il  r§  d"  Emmia. 

ffel  detto  anno  1844,  il  re  d*  Erminia,  il  qude 
iTca  per  moglie  la  figlinola  dd  preme  di  Tanmto  e 
della  Morea,  e  nipote  del  re  ftuberto,  per  amore  della 
moglie,  ti  dOettaTa  oo*  baroni  e  caTalieri  Tatibi,  che 

*  Soprarrotta  da  iodoatare  aopn  V  eabtfgo. 

*  al  feudo,  o  che  i^aga  fio,  tribeto  di  feudo.  In  tal  tea- 
IO  k  -parola  nnoya  alla  Cmsca.  La  adiaiona  de'  Oianti  re- 
ca t^fitdOi  a  vale  dlrettamaate  fmdatarìOf  tribntario  di  Aado» 


più  gH  piaceTU  i  loro  eottumi  dM  qnegli  degli  Br« 
mini,  e  quanta  boona  gente  di  ponente  cepitaTa  ia 
aua  corte  gli  riteneTi  a  tuo  toMo,  chi  e  cardio,  chi 
a  piedi;  per  la  qud  cote  i  baroni  ermini  per  ìutì- 
dia  ordinarono  tradimento,  e  acdcono  9  dello  lore 
re.  B  ancora  d  ebbe,  e  fti  grande  cagione  della  tu 
morte,  che  il  papa  per  auoi  collegati  gU  aTCa  pro- 
metto tutddlo  e  doto  dk  ^fbndone  de*aaracini, 
e  1  re  di  Francia  più  tempo  dinann  prete  la  deca 
e  promite  di  pattare  oltremare  al  conquialo  ddlaTem 
Santa  :  e  datcuno  de*  delti  dgnori  lennono  al  conti- 
nuo in  Tana  aperaue  il  dello  re  d*Brminto  e  i  tud 
baroni,  e  datcuno  gli  iilll,  doè  fl  papa  e  il  rt  di 
Francia,  e*taracini  cortono  Ire  Tolte  TBrminia  con 
grande  danno  dd  paete;  e  però  i  baroni  dd  paete 
ti  tdegnarono  contro  d  dello  re,  e  1*  nodeono.  La- 
tceremo  de*fMli  d*oltremare  e  d'dtre  noTità  dHntor^ 
no,  faccende  digretdone,  raccontando  d*nna  grande 
congiunaione  di  certi  gruTi  pianeti  die  fti  in  quedi 
tempi,  die  tono  di  grandi  dgniflcaiioni  d  aecole. 

CAPITOLO  XU. 

DMa  caugiunmomB  di  Saturno  e  di  Giove  •  di 
Marie  ne/  segno  d*  Aquario. 

Neirknno  1845,  a  di  28  di  marxo,  poco  dopo 
r  ora  di  nona,  tecondo  Padequatione  di  mattro  Pe- 
gole figliuolo  di  ter  Piero,  grande  maettro  in  que- 
tta  tdenxa  d*  attrologia,  fti  la  conginniione  di  Sa- 
turno e  di  GioTc  a  gradi  Tenti  del  tegno  ddPA- 
quarìo  coU*  iofratcritto  atpetlo  degli  diri  pianetL  Ha 
tecondo  1*  almanacco  di  Profkuo  Giudeo  e  delle  Ta- 
Tole  Toletane,  doTca  attere  la  detta  congiundone  a 
di  20  del  detto  mete  di  mano  ;  e  *1  pianato  di  Marti 
era  con  loro  nd  dello  tegno  d*  Aquario  a  gradi  Tcn- 
titette;  e  la  Luna  otcurata  tutta  a  di  18  di  mano 
detto  nd  aegno  della  Libra  gradi  tette,  aH*  enChtfe 
che  fece  il  tele  nd  tegno  dell'Ariele.  A  di  f  1  di 
mano  f\i  Saturno  in  tuli*  ateendente  nel  tegno  d*A- 
quarìo  gradi  didotto  e  efgnore  ddPanno  ;  e  Sere 
nel  detto  Aquario  gradi  aedid;  e  Marte  nel  detiò 
Aquario  gradi  Tcntidne.  Ma  tegnendo  Pequadone 
dd  detto  mattro  Pegole,  oh*  è  de*  maetlri  moder- 
ni, e*  ditte  che  co*  tuoi  itiromenti  Titibilemente 
Tide  la  congiundone  a  di  28  di  manto,  ettendo  la 
detta  congiundone  ndf  articolo^  angolo  di  ponente; 
il  Bole  era  quoti  a  meazo  0  ddo  un  poco  dedineoie 
dl*anÌcofo,  a  gradi  nedid  dell*  Ariete  in  tua  uér 
tadone.;  e  fl  Leone,  tua  cete,  era  in  adi*  ateendente 
gradi  Iredid,  e  Marte  era  già  nel  Petce  gradi  tette; 
Venut  nel  Tauro  gradi  quattordid,  tua  cata,  in  meato 
fl  ddo  ;  Mercurio  in  Tauro  in  primo  grado,  e  la  Luna 
in  Aquario  gradi  quattro.  Oaetla  congiundone  eo*tuoi 
atpetti  e  degli  altri  pianeti  e  aegm,  aecondo  fl  detto  e 
acrilto  degli  altri  ne*libri  degli  antichi  e  grandi  maettri 
di  ttrelogia,  tignifica.  Iddio  contendente,  grandi  cote 
d  mondo,  doè  battaglie,  omiddi,  e  grandi  commn- 
tadoni  de*  regni  e  de*  popoli,  e  morte  di  re,  e  tratta- 
dono  di  cignone  e  dì  tette,  e  apparimenlo  d*dcu- 


'  La  parola  artìeolo  maoea  alla  Gidntina,  ed  in  qaetto 
•ignifieato  attronoideo  anche  alle  Crotca. 


DI  6I0VANNI  YILLAN!. 


469 


no  profeta  e  di  duotì  errori  di  fede,  e  nuove  reonta 
di  lignorì  e  pesaemento  di  gente,  e  oareatia  e  mor- 
talità appreaao  in  ifoelli  climati,  regni,  e  paeai  e  cit- 
tadi.  In  cni  inflaenia  aMetti  aegni  e  pianeti  è  at- 
tribuita; e  talora  la  nascere  in  aere  alcuna  stella  co- 
anta,  o  altri  segni  di  diluvi  o  di  soperchie  piove, 
peroock*  eli*  è  grande  congiunaione  per  la  propin- 
quità di  Marte,  e  al  per  V  eolisai  prooedente  dalla 
Lune,  o  al  per  la  figura  annuale  a  ciò  concordevole, 
e  sì  ancora  perchè  poco  tempo  appreuo  retrogra- 
dando Saturno  e  Giove  a*  appressarono  a  gradi  uno, 
nunuti  trentnoinque,  tanto  che  si  possono  un*  altra 
volta  congiunti  riputare;  bene  darà  più  tardeaan  alli 
effetti  per  la  ritrogradagione.  Questo  non  diciamo 
ehe  aia  di  necessità,  nui  fla  il  più  e  il  meno  al  p\a- 
eera  di  Dio  di  provvedere  a*  detti  corpi  celestiali  me- 
diante k  sua  giustisia  e  misericordia,  e  secondo  i 
meriti  e  peccati  delle  genti  e  de* regni  e  de*  popoli 
per  punire  e  remunerare;  e  diacci  la  libertà  del  li- 
bero arbitrio  delfuomo,  quando  il  voglia  adoperare  ; 
la  quel  cosa  è  in  pochi  per  lo  difetto  del  visio  la- 
adbile,  e  la  poca  ooatania  delle  virtù,  onde  per  gli 
più  si  vive  al  corso  di  fortuna.  B  nota  anoora  e 
troverai,  che  il  pianato  di  Marte  entrò  nel  segno  del 
Cancro  a  di  12  del  mese  di  settembre  nell^anno 
1345,  e  atette  nel  detto  segno  tra  diretto  e  retro* 
grado  infino  a  di  16  di  febbraio,  e  ritornò  poi  in 
Cancro  ',  e  stette  poi  in  quello  infino  a  di  2  di  mag- 
gio 1346,  sicché  mostra  sia  atato  in  Cancro  da  mesi 
sei  e  meuo  tra  due  volte,  che  secondo  il  suo  usato 
corso  non  sta  nel  segno  più  che  cinquanta  di.  Onde 
per  molti  maestri  si  disse  che  il  reame  di  Francia 
avrebbe  molte  avversità  e  mutasioni,  perchè  il  segno 
del  Cancro  è  eaaltasione  del  pianato  di  Giove  dolce 
e  pacifico,  e  dà  riocheaze  e  nobiltà.  U  quale  aegno 
del  Cancro  è  attribuito  al  reame  di  Francia.  Ancora 
il  pianato  df  Giove  fu  sopraatato  da  Saturno  e  da 
Marte,  il  quale  pianato  di  Giove  a' attribuisce  alla 
Chiesa  e  al  re  di  Francia.  Ancora  nota,  che,  partito 
Giove  dalla  congiunaione  di  Saturno  e  di  Marte,  ed 
entrato  nel  segno  del  Pesce  sua  caaa,  al  continuo  fu 
eongiunto  in  quello  colla  cauda  draeonisy  eh*  ancora 
egli  fa  detraaione  nel  paeae  ov*  è  attribuita  la  aua 
influensa.  Ora  potrà  dire  chi  queato  capitolo  leggerà, 
che  utile  porta  di  aapere  queata  strologia  al  presente 
trattato?  Rispondiamo  a  chi  fla  discreto  e  provveduto, 
e  vorrà  investigare  delle  mutaaioni  ehe  sono  state  per 
gli  tempi  addietro  in  queato  noafro  paese  e  altrove, 
leggendo  le  croniche  aaaai  potrà  comprendere  per 
ooaqparaaione  delle  cose  che  sono  passate  a  pronosti- 
care delle  future,  acconsentiende  cbe  questa  coogiun- 
lione  in  questa  triplicità  de*  segni  deiraere  fu  e  cornin- 
olo a  queati  nostri  presenti  tempi  gli  anni  1305  nel 
aegno  della  Libra;  e  poi  gli  anni  1325  nel  segno  di 
Gemmi.  A  ciascuno  fu  ed  è  assai  manifeato  le  novità 
atate  nella  nostra  città  e  altrove,  che  aaaai  sono  fresche 
dalPuna  congiunaione  airaltra,  ohe  sono  state  quasi  di 
venti  anni  in  venti  anni  poco  mei^o  ;  che  la  più  leg- 


■  Ij^edlilont  da'  Qionli  laf^a:  ^/laa  a  éR  10  di  piii- 
naiOf  ehi  r$trogradando  ritornò  im  Gmmi^  eco.;  •  apprM* 
90  :  91  a  maggio. 


giara,  e  in  aeaaanta  anni  intorno,  ch*è  più  grave  e 
muta  triplicità.  E  ancora  ai  possono  leggiermente  ri- 
trovare le  novità  che  furono  e  la  discordia  e  guerra 
dalla  Chiesa  allo  *mperio,  e  Talfre  novità  dell*  an- 
tico popolo  di  Firenze,  e  della  traslazione  della  si- 
gnorìa del  re  Manfredi  al  re  Csrlo,  in  dugentoqua- 
ranta  ovvero  in  dugentotrentotto  1*  avrà  fatta  dodici 
volte  in  dodici  aegni,  le  novità  che  furono  in  quegli 
tempi  addietro  ;  il  passaggio  d^oltremare  e  altre  gran- 
di cose,  la  mutazione  del  regno  di  Cicilia  al  re  Ru- 
berto Guiscardo  B  in  novecentosessanta,  ovvero  in 
novecentocinquantatrèanni  fomite  le  quarantotto  con- 
giunzioni ;  e  tornando  alla  prima,  eh*  è  la  più  po- 
derosa di  tutte,  chi  cercherà  indietro  troverà  il  co- 
minciamento  del  calo  della  potenzia  del  romano  im* 
perio  alla  venuta  de*  Goti  e  de^Vandali  in  Italia,  e 
molte  turbazioni  a  Santa  Chiesa,  el  caetera.  B  que- 
sto basti  alla  preaente  materia,  e  direuK)  d*  altro* 

CAPITOLO  XUL 

Quando  morì  mei  ter  VberHmo  da  Carrara  iignoro 
dt  Padota^  e  quello  che  teg^^  della  iua  morte. 

Nel  detto  anno  1345,  all*uaolta  del  mese  di 
marzo  morì  messer  Ubertino*  da  Carrara  aignore  fi 
Padova,  il  quale  i  Fiorentini  e*  Veneziani  al  conqui- 
sto della  città  di  Padova  da  messer  Mastino,  come 
dicemmo  addietro,  ne  feciono  aignore;  e  melane  fu 
conoscente  come  fanno  gli  altri  tiranni  Bgli  morì, 
e  Issciò  in  suo  luogo  messer  Marailio  suo  consorto 
eh* era  assai  valente  e  dabbene;  ma  1* invidia,  che 
aempre  ditrae  ogni  beneficio,  eommoase  Iacopo  da 
Carrara  ano  conaortq,  nipote  carnale  del  aopraddetto 
meaaer  Ubertino,  e  con  ano  aeguito,  poco  appreaao 
per  tradimento  di  notte  tempo  ucciaono  il  detto  mea- 
aer Marailio,  e  coree  la  terra,  e  come  tiranno  ae  ne 
fece  aignore. 

CAPITOLO  XLIU. 

* 

B*  una  atpra  le§fe  che  fece  U  eemume  dk  Fkmma 

conerò  a*  cèertei. 

Nel  detto  anno  1345,  a  di  4  d'aprile  i  reg- 
genti e  maestri  del  popolo  di  Firenze  uomini  e  col- 
leghi della  qualità  che  detto  avemmo  addietro,  fecio- 
no una  aspra  e  crudele  legge  aopra  i  oberici  contra 
ogni  ordine  e  dicroti  di  Santa  Chieaa,  con  molti  capi- 
toli contro  a  libertà  di  Santa  Chieaa.  Intra  Taltre  coae, 
che  qualunque  cherica  offendease  alcuno  laico  d*alou- 
no  maleficio  criminale,  foaae  fuori  della  guardia  del  co- 
mune e  poteaae  eaaere  punito  peraonalmente  dalle  si- 
gnorie secolari  in  avere  e  in  peraona,  non  riaerbandpgU 
dignità  ;  e  quale  cherico  o  laico  impetraaae  in  corto 
di  papa,  o  appo  altro  legalo  lettera  o  privilegio  di 
giudice  delegato  in  sua  oauaa  o  queatione,  ohe  da  ninna 
signoria  di  comune  non  foaae  udito  né  ammeaso  ;  ma 
che  i  propinqui  e  parenti  di  quegli  che  aveaaono  faKa 
la  impetrazione,  fessone  costretti  in  avere  e  in  perao- 
na, tanto  ohe  Csoeaaono  rinunziare  la  aua  impetragio- 


ÀSbetfme  a  àSbwlò  lagfa  la  Giuntina. 


470 


CRONlCnE 


ne.  Di  qaesla  leggd,  e  altri  membri  che  si  cootengfono 
nella  detta  riformagioDe,  fu  la  motiva*  che  certi  che- 
rici  rei  di  grandi  e  di  possenti  popolani  pare  feciono 
sotto  titolo  della  franchigia  di  loro  chericato  di  scon- 
cie cose  a*  secolari  impotenti  E  per  cessare  1^  op- 
posizione de^  contratti  nsorarì,  e  per  cagione  di  molte 
compagnie,  che  in  questi  tempi  e  dinanzi  erano  fal- 
lite, levarono  che  non  si  potessono  impetrare  privi- 
legi di  giudice  delegato.  Tatto  che  queste  fossono  le 
cagioni,  e  abbiano  alcuno  colore  di  giustisia,  da^ 
savi  uomini  fu  molto  biasimata  la  detta  legge  e  rì- 
formagione,  e  benchò  il  comune  la  potesse  fare  non 
era  lecito  di  farla  contro  la  libertà  di  Santa  Chiesa, 
DÒ  mai  più  fu  fatta  in  Firenze  ;  e  chi  vi  diede  a- 
iuto  0  consiglio  0  favore,  issofatto  fu  iscomunicato. 
E  se  in  Firenze  fosse  stato  in  quello  tempo  uno  va- 
lente vescovo  non  cittadino,  come  fu  il  vescovo  Fran- 
cesco da  Cingoli  antecessore  del  presente,  non  sa- 
rebbe stato  sofferto;  ma  U  presente  vescovo,  no- 
stro dttadino  e  della  casa  degli  Acciainoli,  invilito 
per  lo  cessare  e  fallimento  de*  suoi  consorti,  non  ebbe 
ardire  a  fame  riparo  della  iniqua  legge  e  ingiustizia. 
La  quale  saputa  in  corte,  ne  fa  fatta  grande  querimo- 
nia* al  papa  e  a*  cardinali  ;  e  poi  Ira  per  quegli  e  per 
altri  processi  fatti  per  lo  comune  di  Rrenze  cen- 
tra a^  cherìci,  nacque  scandalo  dalla  Chiesa  a*  Fioren- 
tini, come  innanzi  faremo  menzione.  E  nota,  che  fa 
il  reggimento  delle  citte,  essendone  signori  artefici 
e  gente  manovali  e  idioti,  perocchò  i  più  delle  ventu- 
na  capitudini  dell*  arti,  per  le  quali  allora  si  reggeva 
il  comune,  erano  artefici  minuti  venutici^  di  contado  o 
forestieri,  a  cui  poco  dee  calere  della  repubblica,  e 
peggio  saperla  guidare;  perocché  volenterosamente 
fanno  le  leggi  alla  straboccata^#anza  fondamento  di 
ragione,  e  male  si  ricordano  quegli  che  danno  le  si- 
gnorie delle  città  a  così  fatta  gente,  quello  che  n'am- 
maestra Aristotile  nella  sua  Politica^  cioò  che  i  rettori 
delle  cittadi  sieno  i  più  savi  e  i  più  discreti  che  si 
possano  trovare.  E  il  savio  Salomone  disse  :  Beato  è 
quello  regno  cK è' retto  per  gli  iati  signori.  E  questo 
basti  aver  detto  sopra  la  presente  materia  con  tutto 
che  per  i  grandi  falli  de*  nostri  cittadini  e  per  li  uostri 
peccati  male  fassimo  retti  per  gli  grandi  e  peggio  per  li 
popolani,  come  poco  addietro  avemo  fatta  menzione: 
è  da  dubitare  del  reggimento^  ora  di  questi  artefici 
minuti  e  idioti  e  ignoranti  e  senza  discrezione,  i  quali 
si  reggono  a  volontà^  Piaccia  a  Dio,  che  sia  con  buo- 
na riuscita  la  loro  signoria,  che  me  ne  fa  dubitare. 

CAPITOLO  XLIV. 

Come  il  popolo  di  Firenze  tolse  certe  possessioni 

e  beni  a  certi  grandi  gentili  uomini  donati  loro 

per  lo  comune  di  Firenze. 

*  E  poi  del  mese  di  maggio  del  detto  anno,  per 
gli  detti  reggenti  e  maestrati  del  popolo  di  Firenze 


'  V.  À.  cagione  I  origine;  da  muovere 

^  cUmun-By  hA  il  T.  de'  Giunti. 

'  vmiiieeif  leggi  U  OiimtiBa  ;  dò  è  avunUicdy  iopraggiunii. 

^  aìfvolontatammte  fanno  U  leggi  strahoeaUe,    Ed.  0. 

^  Senxa  senso  il  T.  DAvansatì  :  è  ora  abboTwtantc  di  ecc. 

*  e  awdcntaUf  ha  il  Testo  deUa  Giuntina. 


fhr  tolti  di  subito',  e  centra  ogni  debito  di  ragione, 
a*  più  nobili  de* beni  donati*  per  lo  eomune  per  anti- 
co e  per  loro  meriti  e  de*  loro  antieessori,  o  per  ra- 
gioni fatte  per  lo  comune,  come  diremo  appresso;  intra 
gli  altri  a  quelli  della  casa  de*  Pazzi,  le  possessieni 
e  beni  che  il  popolo  e  comune  di  Firenze  atea  dai 
e  donati  a*  loro  antecessori  con  ogni  sdlennità  che 
fare  si  potesse,  dagli  anni  19fl^  quando  il  po^ 
polo  di  Firenze  fece  cavalieri  e  difbndilori  del  po^ 
polo  quattro  di  loro,  cioè  due  figliuoli  di  messer  Paz- 
zino  e  due  suoi  cugini,  per  la  morte  del  detto  messelr 
Pazzino,  stato  morto  in  servigio  del  popolo  ;  e  h»  vi- 
vendo, era  capo  e  difenditore  del  popolo  co*  suoi 
consorti  centra  ogni  grande,  che  eontn  al  popolo  fa- 
cessono  o  operassono,  come  addietro  in  questi  tempi 
facemmo  nìenzione  ;  e  il  suo  padre  messer  Iacopo  del 
Nera  ^  morto  a  Montaperti,  caporale  e  gonfaloniere 
del  popolo;  e  gli  altri  suoi  consorti  le  grandi  ope- 
razioni fatte  per  lo  comune  e  popolo  di  Firenze  a 
Colle  di  Valdehra,  come  addietro  è  fatta  menzione;  e 
per  tanti  benefidi  fatti  per  lo  comune  e  popolo  di 
Firenze  antichi  e  moderni,  non  volloDO  essere  uditi 
in  ninna  loro  ragione^  né  commetterla  in  qualunque 
giudice  che  fosse  in  Firenze  o  in  Bologna,  che  al  co- 
mune piacesse.  Ma  il  meglio  era  non  dare  il  dono 
che  la  cosa  donata  villanamente  ritorre  centra  ra- 
gione. E  per  simile  modo  tolsono  i  beni  a^figliaeli 
di  messer  Pioo  e  di  messer  Simone  della  Tosa,  do- 
nati per  lo  comune  e  popolo  di  Firenze,  quando  gli 
feciono  cavalieri  del  popolo,  che  tanto  per  lo  popo- 
lo adoperarono,  come  in  questa  è  fatta  menmone.  E 
per  simile  modo  tolsono  a*  figliuoli  di  messer  Giovanm 
Pino  de*  Rossi,  il  quale  mori  ad  Avignone  in  Proensa 
essendo  ambasdadore  del  comune  al  papa  Giovanni 
per  grandi  cose.  E  montarono  le  dette  possessioni 
più  di  fiorini  quindicimila  d*  oro  e  convertironsi  a 
rifacimento  de*  ponti,  ma  non  tornarono  al  oomoBe 
in  danari  la  metà  di  quello  che  valeano.  Di  questo 
torto  fatto  per  li  reggenti  del  popolo  a*  sopraddetti 
gentili  uomini,  con  lo  inzigamento  degli  altri  grandi 
per  invidia,  avemo  fatta  menzione  per  dare  esempio  a 
quegli  che  verranno,  come  riescono  i  servigi  fstti  allo 
ingrato  popolo  di  Firenze  ;  e  non  è  pure  avvenuto  a* 
detti.  Ma  se  noi  ricogliamo  le  ricordanze  antiche  pare 
di  questa  nostra  cronica,  intra  gli  altri  notabili  no- 
mini che  feciono  per  lo  comune  si  fa  messer  Fari- 
nata degli  liberti,  che  guarentì  Firenze  che  non  fòsse 
disfatta  ;  e  messer  Giovanni  Soldanieri,  che  fu  capo  atti 
difensione  del  popolo  centra  al  conte  Guido I^oveBo^ 
agli  altri  ghibellini  ;  e  Giano  della  Bella,  che  fu  co- 
minciatore  e  fattore  del  secondo  e  presente  popolo; 
e  messer  Vieri  de*  Cerchi,  e  Dante  Alighieri,  e  altri 
cari  cittadini  e  guelfi,  caporali  e  sostenitori  di  que- 
sto popolo.  I  meriti  e  guiderdoni  ricevuti  i  detti  e 
loro  discendenti  dal  popolo,  assai  sono  manifesti,  che 
pieni  di  grandissimo  vizio  e  ingratitudine,  e  con  gran- 
de oflfensione  a  loro  e  ai  loro  descendenti,  si  d*e- 


'  di  fatto,  ha  lo  stesso  T.  de"  Giunti. 

'  nobvUindoUati  dal  oomme,  senza  senso  legge  la  Gioflt. 

>  La  Giuntina  ha:  i312, 

*  dtUa  Nocca,    Ed.  G. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


47t 


bìUo  e  disliBiioD0  de*  loto  beni,  e  d^tllri  danai  fatti 
loro  per  lo  ingrato  popolo  maligno,  che  discese  de* 
Romani  e  de*  Fiesolani  ab  antiquo^  ancora,  se  leggìa^ 
mo  V  antiche  storie  de*  nostri  padri  romani,  non  veg- 
giamo  tralignare.  Intra  l'altre  notevoli  ingratitudini 
fatte  per  io  detto  popolo  romano,  assai  sono  mani- 
feste ;  come  il  merito  che  ricevette  il  buono  Cammillo 
che  difese  Roma  e  deliberoUa  da*  Gallici  :  per  certo 
fa  sama  colpa  cacciato  e  isbandito  in  esilio.  Che  di- 
remo del  buono  Scipione  AITricano,  che  deliberò  la 
città  di  Roma  e  ^1  suo  imperio  d*  Annibale,  e  vinse 
e  sottomise  Cartagine  e  tutta  la  provincia  d'Affrica  al 
comune  di  Roma  e  per  simile  modo  dallo  ingrato  popolo 
fu  mandato  in  esilio  per  invidia  a  grande  torto  ?  Che  di- 
remo ancora  del  valente  e  nobile  Giulio  Cesare?  Quante 
nobili  cose  e  grandi  fece  per  lo  comune  e  popolo  di  Ro- 
ma in  Italia  e  poi  in  Francia,  in  Inghilterra  e  nella  Ma- 
gna, e  sottomisele  con  tanto  affanno  al  popolo  di  Ro- 
ma, e  per  invidia  del  senato  e  rettori  del  popolo  fu 
rifiutato  da*  cittadini,  e  poi,  lui,  imperadore,  da*  rettori 
del  senato  e  suoi  propinqui,  esso,  loro  benefattore,  fu 
morto  !  Certo  questi  antichi  e  moderni  esempli  danno 
materia  che  nullo  virtuoso  cittadino  s*  intrametta  ne* 
beneficii  della  repubblica  e  de*  popoli;  ch*ò  grande 
male  appo  Dio  e  al  mondo,  che  col  vizio  della  *nvi- 
dia,  e  della  superbia,  e  ingratitudine  s*abbatta  le  no- 
bili virtudi  della  magnanimità  e  della  grata  libera- 
lità, fontana  di  beneficii.  Ha  non  senza  giusto  giudi- 
ciò  di  Dio  sono  le  punizioni  de' popoli  e  de*  regni 
soventi  per  li  detti  falli  e  difetti  :  pognamo  che  Iddio 
non  punisca  di  presente  commesso  il  fallo,  ma  quando 
il  dispone  la  sua  potenzia.  Se  nella  presente  materia 
avessimo  detto  di  soperchio,  il  soperchio  del  maledetto 
vizio  e  disordinato  dell*  ingratitudine  ce  ne  scusi,  per 
le  opere  degli  straboccati  vizi  de*  nostri  rettori. 

CAPITOLO  XLV. 

Come  volle  essere  tolto  il  castello  di  Fucecckio 
al  comune  di  Firewbe, 

Nel  detto  anno  1345,  a  di  27  d*  aprile,  quelli 
della  volta  di  Fucecchio  nobili  e  de*  più  possenti  della 
terra,  coiraiuto  de*  loro  amici  di  Samminiato  e  di  gente 
del  contado  di  Lucca,  corsone  la  terra  di  Fucecchio 
per  mbellarla  e  torla  al  comune  di  Firenze  sotto  ti- 
tolo di  cacciarne  quegli  di  messer  Simonetto,  nn*al- 
tra  casa  de*  maggiori  di  Fucecchio,  loro  nimici.  E 
sarebbe  loro  venuto  fatto,  se  non  fosse  il  subito  soc- 
corso delle  masnade  de*  Fiorentini  eh*  erano  nelle 
castella  di  Valdamo  e  di  Valdinievole,  che  vi  tras- 
aono  di  presente  ;  e  combattendo,  per  forza  d*  arme 
quegli  della  Volta  e  i  loro  seguaci  furono  sconfitti 
e  rotti  e  cacciati  della  terra,  ov*  ebbe  assai  di  morti 
«  di  fediti  e  presi,  e  impiccati  per  la  gola.  E  poi  la 
state  appresso,  da  cinquecento  fanti  de*  Pisani  eh*  e- 
rano  alla  guardia  del  Cerruglio  e  di  Vivinaia  e  di 
Montechiaro,  di  notte  tempo  scesono  in  Cerbaia,  e 
parte  ne  passarono  la  Guisciana  per  trattato  d*aver 
Fucecchio;  per  la  buona  guardia  si  guarenti;  onde  i 
Fiorentini  si  dolsono  forte  a*  Pisani  per  loro  amba- 
sciadorì,  onde  èglino  si  scusarono  molto,  ehe  ìion  e- 


ra  loro  fattura  ;  ma  come  sempre  hanno  nsato,  il  vi- 
zio pisano  d*  inganni  e  tradimenti  fu  questo,  peroc- 
chò  non  ne  fecero  ammenda  e  punizione  ;  e  se  l*aves- 
sono  preso,  se  lo  averebbono  tenuto  a  onta  e  dis- 
petto de*  Fiorentini.  B  per  la  detta  novità  di  Fucec- 
chio, onde  i  Malpigli  e  Mangiadori  di  Samminiato 
furono  adoperatori  e  cagione,  il  lugUo  appresso  ebbe 
zuffa  e  battaglia  tra  loro  in  Samminiato,  cioè  tra* 
Mangiadori  e  Malpigli  e  i  loro  seguaci  \  ma  i  Fioren- 
tini vi  mandarono  e  messonvi  accordo,  perchè  non 
si  guastasse  quella  terra.  Ancora  poi  ali*  entrare  di 
marzo  nel  detto  anno  volle  essere  tradito  Fucecchio. 
e  più  terrazzani  di  ciò  colpevoli  ne  furono  morti  e 
giustiziati  E  nel  detto  anno,  ali*  entrare  di  giugno, 
fu  fatta  pace  e  accordo  dal  comune  d'Arezzo  e  ì 
Tarlati  e  gli  altri  loro  usciti  ghibellini  per  mano  ' 
de*  Perugini  e  de*  Fiorentini. 

CAPITOLO  XLVI. 

Di  certi  lavori  e  altre  cose  fatte  per  lo   comune 
di  Firenze  in  questi  tempi. 

Nel  detto  anno  1345,  a  dì  18  di  luglio,  ai  com- 
piè di  volgere  e  di  serrare  il  nuovo  ponte  rifatto  so- 
pra 1*  Arno  ove  anticamente  era  stato  il  Ponte  vec- 
chio, con  due  pile  e  tre  archi,  molto  bello  e  ricco, 
e  costò  bene  fiorini.  .  .  d*  oro  ;  e  fu  bene  fondato 
e  largo  braccia  trentadue,  colla  via  che  vi  rimase  lar- 
ga braccia  sedici,  che  fu  troppo  grande  al  nostro  pa- 
rere, e  basse  Tarcora  braccia  due;  e  le  botteghe  dal- 
Tuno  lato  e  dall*  altro  larghe  braccia  otto,  e  lunghe 
braccia  otto,  e  furono  fatte  in  sul  sodo  dell*  arcora 
con  volte  di  sopra  e  di  sotto,  e  furono  quarantatre  ^ 
botteghe,  onde  il  comune  n*  ebbe  1*  anno  di  rendita 
di  pigione  da  ottanta  fiorini  d*oro  o  più,  eh*  anti- 
camente erano  di  legname  sportate  sopra  1*  Amo,  e*l 
ponte  stretto  braccia  dodici  in  tutto.  E  nel  detto  an- 
no si  cominciò  a  rifondare  con  nuove  pile  il  ponte 
a  Santa  Trinità,  e  compiessi  Tanno  1346  a  dì  4  d*  ot- 
tobre, e  fu  molto  bello  e  forte,  e  costò  ventimila  fio- 
rini d*  oro.  E  il  palagio  antico,  ove  sta  il  podestà 
dietro  alla  badia  e  a  Sant* Apollinare,  si  merlò  con  bec- 
catelli^, e  misesi  in  volta  il  tetto  di  sopra  perchè  non 
potesse  ardere,  come  fece  altre  volte.  E  nel  detto 
anno  si  cominciò  a  rivolgere  e  rinnovare  la  coperta 
del  marmo  del  duomo  di  San  Giovanni,  e  la  cornice 
d*  intorno  troppo  più  bella  che  non  era  prima,  perocché 
per  lungo  tempo  la  coperta  de*  marmi  in  prima  in  al- 
cuna parte  era  rotta  e  guasta  e  faceva  acqua  e  guasta- 
va le  dipinture  d*entro  e  le  storie  del  musaico.  Lasce- 
remo alquanto  delle  noyità  di  Firenze  e  d*  intomo,  e 
diremo  di  novità  fatte  per  lo  re  d*  Inghilterra  e  sna 
gente  nel  reame  di  Francia,  e  in  Fiandra  e  Brettagna 
e  in  Guascogna,  ch*assai  furono  maravigliose  cose. 


*  per  mezzo,  per  consiglio  e  persuasione. 

'  quarantaqwUtro  ba  la  Giantlna,  e  appresso  ottocento 
Invece  di  ottanta^  e  più  sotto  hreeeia  mtUei  ptr  dodieL 

'  mensole  o  peddeei  ohe,  fitti  nel  muro,  sostengono  i 
capi  delle  travi  o  gli  sporti  sotto  terrazzini,  volte,  corri- 
doi eco. 


47S 


CROMCIIB 


CAPITOLO  xtvn. 

Come  U  ré  Adomrào  in%o  d"  InghSU&nta  e«Ma  m 

Fiandra^  0  mandò  fuo  o$ié  m  Gua$cogna  0  tu  Br$i' 

iagna  conira  il  ré  di  Francia, 

Nel  detto  aino,  Adoardo  teno  re  d*  Inghilterra 
fece  UDO  grande  appvwokiamento  di  naviglio  e  di 
gente  d^  arme,  per  panare  di  qoa  dal  mare  nel  reame 
di  Francia,  oh*  erano  fallite  le  triegne  del  meae  di 
giugno;  e  mandò  il  conte  d^Orbi  *  ano  aio,  cugino 
della  oaaa  reale,  in  Guascogna  con  dogento  nari  ca- 
riche di  cavalieri  e  d*  arcieri.  B  mandò  il  conte  di 
Monforte  in  Brettagna,  a  cui  la  duchea  di  quella  a 
ragione  aucoedea,  come  dicemmo  addietro,  con  altre 
dugento  navi  con  gente  d*  arme  assai  a  cavallo  e  a 
pie;  e  quello  ohe  i  detti  due  aignori  colle  dette  ar- 
mate adoperarono  in  Brettagna  e  in  Guucogna  di- 
remo ordinatamente  nel  presente  capitolo.  Lo  re  Ado- 
ardo in  persona  col  figliuolo  e  con  altre  dugento 
navi,  ovvero  cocche,  con  gente  d*  arme  assai,  arrivò 
alle  Schiuse  in  Fiandra  a  dì  6  di  luglio,  con  inten- 
lione  e  con  ardire  e  con  trattato  di  fare,  con  or- 
dini deHe  comuni  di  Fiandra,  conte  di  Fiandra  fl  fi- 
gliuolo duca  di  Brabante  :  dall'  altra  parto  avea  trat- 
tato con  Luigi  conte  di  Fiandra  di  lega  e  compagnia^ 
e  fatto  matrimonio  e  parentado  con  lui,  e  dava  al 
suo  figliuolo  la  figliuola  del  duca  per  moglie,  e  do- 
vealo  rimettere  ecrfle  sue  fono  e  de'  Brabanioni  nella 
signoria  e  contea  di  Fiandra.  B  stando  il  re  Adoardo 
alle  Schiuse  sopra  i  detti  trattati,  ed  essendo  andati 
al  re  d*  Inghilterra  Giacomo  Artivello  di  Ganto,  ca- 
porale e  maestre  di  tutta  la  comune  di  Fiandra,  con 
altri  ambasdadori  dì  Ganto  e  deir  altre  ville  di  Fian- 
dra, e  dopo  molti  parìamenti,  i  detti  ambasdadori 
ai  partirono  in  accordo  ool  re,  e  Giacomo  d' Artivello 
rimase  col  re  alquanti  di  a  trattare,  secondo  ai  dis- 
se, sue  ispexialità,  onde  grande  sospetto  generò  nelle 
oomuni  di  Fiandra;  e  lui  poi  tornato  a  Ganto,  facea 
oome  signore  sgombrare  certi  palagi  e  case  de*  bor- 
ghesi di  Ganto,  e  lire  V  apparecchiamento  per  lo  re 
d* Inghilterra,  che  vi  dovea  venire;  e  per  quello  so- 
spetto preso,  0  per  V  arregania  del  detto  Giacomo, 
0  per  operazione  del  duca  di  Brabante,  certi  ddla 
comune  di  Ganto  levareno  la  terra  a  remore,  e  cor- 
sono  e  combattereno  e  assalirono  afle  case  il  detto 
Giacomo  d*Artirello,  appellandolo  per  traditore;  ed 
egli  co' suoi  seguadai  difendea,  e  uccisa  due  della 
comune,  e  molti  fediti.  Alla  fine  non  potendo  durare 
aU'eserdto  del  popolo,  fu  morto  egli  e  il  fratello  e 
il  nipote  con  bene  settanta  suoi  amid  e  iimigUari,  e 
disfatte  le  ano  possessioni.  E  dò  fu  a  di  19  di  lugtfo. 
B  fecesi  capo  della  comune  di  Ganto  uno  eh'  avea 
nome....  B  come  addietro  dicemmo  in  altro  capitolo 
de'  fatti  di  Firense,  tali  sono  le  fini  degli  uomini 
troppo  prosuntuod,  e  che  d  fanno  caporali  decloro 
comuni;  e  questo  basti  a  tanto.  Lo  re  Adoardo  sen- 
tendo la  detta  novdla,  e  non  veggendo  ^*e*  si  fòr- 
niNo  in  Fiandra  il  ano  trattato,  al  d  partt  col  ano 
navilio  dalle  Schiuse,  e  tornosd  in  Inghilterra;  e 


■  Virvieh,  diot  la  Giuntina;  t  tod  più  ianand. 


feoe  dhielo,  eira  lane,  né  vittoaglia,  né  ano  uaviMo, 
né  altro  che  partisse  di  suo  paese,  non  crrivasse 
in  Fiandra  0  in  Brabante,  onde  i  Fiamminghi  rima- 
nono  molto  confusi.  Bene  ai  raocondarono  poi,  co- 
me ai  dirà  in  altro  capitolo  innansi.  U  conte  dXMi 
arrivò  in  Guascogna,  e  d  puoae  ad  assedio  atta  dttl 
di  Bdchirago  che  teneano  i  Franceschi,  eh^en  dd 
siri  di  Lebrette;  e  del  sMse  d*agoato  del  detto  an- 
no, il  ainiscilco  di  Guascogna  per  lo  re  di  Flran- 
da  e  il  conte  di  Pelagorga  con  cinquecento  cava- 
lieri e  diedmila  pedoni  vennono  in  una  notte  per 
aocoorrere  la  detta  terra,  credendod  biprowiso  avere 
Borpreso  il  conte  d' Orbi  e  sua  oste;  il  qude  stando  di 
dì  e  di  notte  in  buona  goardi)i,  d  difese  firaneamente 
dal  detto  assalto,  e  mise  in  isconfitta  In  genie  ed  te 
di  Francia,  ove  ne  rimasono  molti  morii  e  preiL  B 
poi  il  conte  d*Orbi  con  sua  gente  combattè  la  la^- 
ra,  a  per  fona  ebbela,  ove  ta  grande  ncddoae  e 
nÀeria.  B  soggiornando  il  detto  conta  alla  dilla 
dttà  di  Bdchirago  co*  suoi  Inghilesi  a  Guuconi  di 
sua  parte,  l' oste  dd  re  di  Francia,  in  quantità  di 
tremila  caralieri  con  innumerabile  genia  a  piedi,  k 
maggior  parte  Guasconi  e  di  Unguadoca,  eaaendo  a1- 
r  asseto  d*  Albarocda  in  Guaaeogna,  che  leaeano  |U 
Inghileai,  meaaer  Gianni  figliuolo  del  re  di  Frauda 
con  più  di  dnquemila  cavalieri,  e  con  gran  baronia 
di  Frauda,  era  presso  a  died  leghe  ad  Albarocda;  e 
perdio  egli  prese  isdegno  dogi' Inghilesi,  avendoli 
per  niente,  non  volle  easere  al  detto  assedio.  Gli  as- 
sediati sentendod  essere  molto  stretti,  mandarono 
al  conte  d*Orbi  per  soccono,  0  a  loro  convenia  ren- 
dere la  terra.  Il  quale  conte  d'Orbi,  come  vdeala 
dgnore,  non  temendo  di  tanta  cavdleria  e  poteniia 
del  re  ài  Francia,  eh*  avea  al  detto  assedio  e  nel  pae- 
se con  messer  Gianni  di  Frauda,  d  d  partt  da  Bd- 
chirago con  quanta  gante  potè  oon  seco  menare;  e 
quando  s*  appresaò  a'  nimid,  quelli  eh*  erano  a  ca- 
vallo, iscesono  tutti  a  piedi,  laadando  i  cavdH  ad- 
dietro agli  loro  paggi,  eh*  erano  da  mffledugento  ca- 
valieri e  arcieri  e  gente  a  pie  innumerabfle,  e  ced 
a  piedi  aasalirono  la  delta  oata  una  matlinB  alla  punta 
del  giano,  a  dì  21  d*  ottobre  del  detto  anno,  Ofc 
fii  upra  e  dura  battaglia,  e  grande  uccisione  dalTn- 
na  parte  e  dall'altra,  e  durò  infino  al  meuogiono, 
che  non  d  sapea  chi  aveaaa  il  migliore.  Alla  fine 
essendo  malmenala  la  gente  del  re  di  Francia  d'uo- 
eisione  di  gente  e  di  loro  cavalli,  gTInghiled  e'Gai- 
sconi  di  loro  parte,  i  cavalieri  rimontarono  firesohi  bi 
su  i  loro  cavalli,  e  per  fona  misono  in  volta  tutta 
la  gente  dd  re  di  Frauda,  ov'ebbe  moHi  morti  e 
presL  Infhi  gli  altri  signori  pred  Anrono  messer  Lui- 
gi di  Pittieri,  e  fl  conte  di  Valentino  >,  e  il  conte  ddli 
Ula,  e  il  visconte  di  Nerbona,  e  oSriaconle  di  Vf- 
Intrico,  e  il  visconte  di  Caramtgna,  e  messer  Ri- 
naldo d'Ori'  nipote  che  fa  di  papa  Clemente  sesto',  • 
messere  Ugotto  del  Batoo,  e  il  siniscalco  di  ToIom, 
e  più  altri  dgnorì  e  baroni  quad  tutti  di  Lingoadoca; 
i  quali  ai  ricomperarono  per  loro  redendone  pia  di 
libbre  dnquemila  *  di  sterlini.  Messer  Gianni  di  FrtD- 


<  Tuìmtinm     Ed.  O. 
*  QitmmtU  pml9.  Ed.  O. 


*  UoaL    Ed.  a 
4  — * ^ — jt"    1^  w> 


DI  fflOVANia  VILLANI. 


4T8 


«il,  che  in  pnao  collt  ìoa  barenfadi  PriBoi«i  oome 
diti»  «raBO,  BOB  tbdbb  ti  fOMono,  né  tenae  cam- 
po. Bit  li  Umtbò  addietro;  OBde  fti fa  mciio  ia  frau- 
da Titta,  a  prato  gnuida  totpatto  par  quelli  di  Iìb« 
fiiadoca  che  teaeaio  col  re  di  FraBcìa.  B  par  la 
delta  daa  vittoriei  ti  coate  d^  Orbi  e  tot  geate  t*ar- 
leadaroBO  tra  ia  Goatcogaa  a  ia  Tolotaaa  più  di  tea- 
lo  tra  dite,  terra  a  oattella  iMurate.  la  qaetti  tempi 
i  Nonaaadi,    eh*  eraao  tolto  al  re  di  Plraacia,  fe- 
ciOBO  tra  loro  eomnae  al  modo  de^Fiamaiioghi,  bob 
ahbideado  gli  aficiali  del  re  di  Fraada  e  Irattaado 
eoi  loro  aaporali  ootpiraiioBe  eoi  re  d'Iaghillerra, 
te  qaale  poco  tempo  appretto  partorì  fraadi  cote. 
flealaBdo  le  dette  Boyelle  il  papa  e^cardiaali  di  taa- 
la  aomiMiTiitOBe  del  rotaie  di  Fraacia  per  la  detta 
gVBnBi  TÌ  buumIò  di  preteate  doe  legati  cardiaali  per 
mattare  pace  o  Iriegaa  tra*  detti  tigaori,  ma  aieate 
ae  potaroao  fare;  perocché  il  papa  teaea  troppo  la 
parta  ia  totteaere  le  rtgioai  del  re  di  Fraacia,  più 
che  quelle  del  re  d' laghilterra,  oade  poi  ae  crebbe 
aM>llo  male,  coaie  iaaaaii  ae  fareaio  aioBiioae.  B  toUo 
i  papa  procedere  coatra  d  re  di  laghilterra,  a»  di 
ciò  BOB  ebbe  coacordia,  che  graade  parte  de*  tuoi 
cardiaali  bob  coatei^iroao,  e  però  rimate.  Btteado 
Itila  ia  Oaitcogai  le  topraddelte  battaglie  a  daaao 
de*  Fhiacetchi,  metter  CKiaai  di  Pnacii  eoa  latta 
taa  geala,  eh*  art  graadittiBm,  i  cavillo  a  i  pie, 
paota  ittadio  ti  forte  cutello  d*Agaglioae,e  giurò 
di  BOB  partirteae  ami  che  Tafrabbe;  e  deatro  Vera 
haoaa  brigata  di  geate  d^anae  Gaatcoai  e  laghileti  ; 
a  tpatto  metter  Gioviaai  ficea  combattere  il  catleb- 
lo,  e  qae*  deatro  torcale  Tcaitao  fuori  a  tcaraaiaa- 
ciira  a  itttlira  il  campo.  ATTcaae,  che  a  di  16  di 
giagao  TCgacado  da  Tolota  per  le  floaiaBe  ali*  otte 
de*  Praaoetchi  doe  grotte  aavi  cariche  di  Tcttoaglia 
e  d*araeti  da  coaibaltara,  qaegli  d*Agaglioae  otci- 
roBO  fuori  per  terra  e  per  acqua,  a  per  fona  oom- 
balteodo  pretoao  le  dette  atti  e  aiiterle  ael  cutello 
eoa  graade  daaao  dei  aiaiici,  e  aadaado  eoa  gnade 
aadacia  iafra  l' otte  de*  Praacetohi  predaadogli  e  ae- 
ddeadogli,  oade  tatto  il  caaipo  de*  Praacetchi  fu  a 
roBiora,  ch*era  iaaumerabile  genia  e  per  la  loro  molli- 
tadiaa  topnppretoao  ilqaaali  di  loro  aimid  eh*  eraao 
udii  d*Agaglioae  all*attillo  dell*  otte,  e  iaaiaii  che 
tatti  ti  potettOBO  ricogliere  al  cutello,  to  ae  rlBNH 
tOBO  uÌmì  morti  e  preti  GÌ*  iafcitcritti  ciponli  pre- 
ti, metter  Alutiadro  di  Cimoate,  Gioliiao  '  di  Po- 
lveri, il  daitcìlco  di  Bordello,  il  tigaore  di  Laa- 
drot,  Ugo  il  fritello  del  tiaitcìlco  di  Stverago',  Giaa- 
ai  Colombo  di  Bordello,  i  qaali  i  più  n  cambiaroao  eoa 
parla  da*  prui  dalli  addietro,  ed  eraao  tutti  Guatoa- 
bL  U  ooate  d*  Orbi  eoa  tai  otte  Taaae  Torto  Aga- 
gMoae,  e  riforai  il  cutello  di  geate  e  di  Tiltuigtii. 
Luceremo  alquato  di  quuit  auiterìi  e  diremo  d*  al- 
tre BOTitè,  mi  itttt  lotto  d  toraereaio,  perocché  la 
della  guerra  dal  re  di  Fraada  d  re  d*  laghiltaira 
crebbe  diTorumeate,  come  iaBaaii  fareaio  BMadoac. 


.  CAPITOLO  nvm. 

Comr  U  re  d'Ungheria  venne  in  hekiavenin^ 
e  come  fn  morto  U  re  di  PoUomtk 

Nel  detto  anao  1345,  del  mete  di  logb'o,  il  re 
LodoTieo  d*  Uagheria  eoa  grande  uereilo  a  caTallo 
e  a  pie  Tcnae  la  Itchiavooia  par  racquittarla,  ch*era 
di  ritorto  del  tuo  reame,  onde  ti  rubellò  i*Veacufl- 
ai  li  dtlà  di  Giara,  eh*  egliao  CTcano  tenuta  lungo 
tempo,  e  arreadetti  d  detto  re  d*  Uogherìt,  li  qutle 
i  Veaeniai  teaieno,  per  foru  e  polenzii  eh*  itm- 
ao  per  mare,  tiranaetoameate  con  toperohie  griTca- 
le;  oade  a*  Giaratiai  parca  loro  male  tiare,  ch'aera 
uaa  gruta  terra  e  buoao  comuae,  od  di  tiare  ia  loro 
libertà,  nWo  di  piccolo  ritorto^  ritpoodetao  per  lo- 
tico al  re  d'  Ungheria,  e  qauta  fu  la  cagioaè  della 
loro  robdluiooe.  Per  dmile  modo  ai  rubelltroBO  a* 
Veaeziaai  più  attre  terre;  e  lotta  la  SohiaTOoia  era 
per  raoquititre  il  re  d'Ungherìt,  te  bob  che  per  to- 
perchio  di  tui  gente  gli  foUl  li  Tittutglit,  ticché 
per  aeceuità  gli  coaTcaae  addietro  rìtoraare.  Aa- 
cora  ia  quatti  ttiau  ebbe  botcUi,  che  *1  re  di  Pol- 
loaii  fratello  delle  amdre,  iToado  coaibatlulo  la  cam- 
po eoa  Cario  figlinolo  del  re  GioTaaai  di  Boeada, 
era  alalo  tcoafltio  e  morto,  tenia  kradare  alcuno  fi- 
gliuolo. Per  la  quel  coti  d  tonò  ia  Ungherie,  e  poi 
indo  ia  Polloaii,  e  iacoroaò  del  detto  reame  Stefa- 
ao  ano  tecoado  flratello,  a  cui  tuccedea  per  retag- 
gio della  madre.  Laaceremo  di  dira  alquaalo  de*firtli 
degli  atnai,  e  loraeremo  a  dire  de*  filiti  di  Plrease. 

CAPITOLO  XLIX. 

Carne  i  Fioreniim  t*  accordarono  con  meeeer  Ma- 

iOno  delia  Scaia  de*  danari  gH  restavano  a  dare 
per  la  compra  di  Lucca. 

Nd  deHo  aaao  1845,  del  mwe  d*  agotlo,  u- 
teado  metter  Matliao  della  Beate  ia  ditcordii  co* 
FioreaUai  per  gli  diatri  che  tuIiti  id  irere  del  co- 
mune di  Pireaie  per  te  bmIIi  e  fòlla  impreti  di  ooah- 
prara  da  hii  la  dita  di  Lucca  mediala,  come  ad- 
dietro é  fatta  meadone,  domaadaado  meuer  MuIIbo 
tra  di  retto  e  d*ammcada  più  di  ceatotrealamila  Bo- 
riai d*  oro,  i  FioreatÌBÌ  aaTtemeala  fedoao  ordiao  e 
decreto,  che  più  tladichi  aoa  gH  d  maadattoao, 
deche  ilio  tctariiiira,  doT*  eraao  dodiei,  a*  iTCtte 
Tcatiquallro  tra  Tecohi  e  buotI,  ibbiodonando  quegli 
che  V'erano,  e  che  aullo  PiorealiBO  ttette  io  tue 
terre,  ee  bob  a  loro  ritchio;  oade  meuer  Maatiao 
eruedalo,  riochiute  ia  oorlue  pregtooe  i  dodid  tla- 
dichi che  «rea,  e  fece  preadere  quanti  Piorealiai  a- 
Tca  ia  Verooa  e  ia  Vieeaia.  B  aota,  lettore,  a  che 
fiae  riueoBo  le  compagda  e  imprwe  da*  oomuai  a* 
linad,  e  te  metter  llatliao  d  teppe  Tcadicare  eoa 
daaao  e  Torgogaa  dd  aoatro  comuae  delle  iagiurio 
e  guerra  fatU  eoBira  hd  co*  VeBedaai  iuieme,  co- 
rno loagameota  addietro  flMeaimo  aMadoae.  Attcb- 


>  Omglidme.    Ed.  O. 

*  mpwn  a  aìgnaco  laggc  te  CHmtfiic  •  «ggteaft  :   il 
fiMOnH  dì  Tmum  frwUBo  dd  dgetin  di  denrmoe. 


>  y.  A.  tnbuU>.  E  dtrore  andit  forraniM,  djwiiifo.  Ve- 
di eap.  LUX  di  qnMlc  sudaiimc  Hbio. 


474 


CRONICHE 


ne  poi,  die  per  bisogno  ehe  metter  Mattino  ebbe 
di  moneta  per  la  ^mpreta  fatta  fare  al  nuirchete  da 
Ferrara  dell'otte  di  Reggio  contra  quelli  da  Gon- 
zaga tignorl  di  Mantova,  e  per  proeaeeio  del  mar- 
chese da  Ferrara  ch^  era  ttato  meisano  del  soprad- 
detto mercato  della  compera  di  Lacca  da^Fioreatini  a 
messer  Mastino,  mandò  al  comune  di  Firenze  cbe 
voice  acconciare  la  qiiittione,  i  quali  vi  mandarono 
ditcreti  ambisciadorì.  E  venne  metter  Mattino  in  per- 
tona  a  Ferrara,  e  là  ti  difftn)  il  detto  accordo  per 
tctsantacinqaemila  fiorini  d*oro,  qnitando  tatto  al- 
l' uscita  del  mese  di  settembre,  promettendo  di  pa- 
gare infra  due  mesL  La  quale  dvansa^  del  detto  pa- 
gamento si  trovò  in  Firense  di  presente  per  uno  or- 
dine ch'allora  si  fece  per  lo  comune;  cbe  a  qualun- 
.que  cittadino  dovesse  aver  dal  comune  danari  per  gli 
impresti  vecchi,  prestando  altrettanti  contanti,  affos- 
serò loro  assegnati  sopra  le  gabelle  ordinate  a  mes- 
ser Mastino,  e  ohe  infra  due  anni  dovesse  riavere  i 
vecchi  e  nuovi  prestati  ;  e  trovossi  la  dvansa  di  pre- 
sente, che  fu  bella  cosa  ;  e  messer  Mastino  fa  pa- 
gato, e  fini  il  comune,  e  tornarono  gli  stadichi. 

CAPITOLO  L. 

Di  più  no9iià  fatte  e  occorse  m  Fire$èM 
in  questo  amno. 

Nel  detto  anno,  a  di  26  d' agosto,  si  diede  al 
comune  di  Firenze  il  castello  delle  Foci  in  sutrAm- 
bra  di  là  dal  Badno,  ch*era  delle  terre  del  visconta- 
do,  e  avienvi  su  ragione  i  conti  da  Porciano.  Ma  '1 
comune  compensò  per  quello  doveva  dare  al  comune 
di  condannagioni  Guido  Alberti  conte  di  quelli,  e  per 
offese  fatte  al  comune,  che  fu  uno  bello  acquisto 
coir  altre  terre  del  viscoatado  detto  eh'  avea  il  co- 
mune, tutto  siano  di  giuridizione  d' imperio;  ma  dal 
fiume  d'Ambra  in  qua  tutto  ò  oggi  del  comune  di 
Firease.  In  questi  tempi  eerti  da  San  Gimignano  cor- 
sero la  villa  di  Campourbiano  con  grande  ruberia 
.  e  arsioni  e  micidii,  opponendo  riteneano  loro  sban- 
diti; per  la  qua!  cosa  si  turbò  forte  il  comune  e  po- 
.  polo  di  Firenze,  perch'  altra  volta,  come  addietro  fa- 
cemnu)  menzione,  havieno  Catto  il  simigliante,  e  però 
ne  fu  condannato  il  comuno  di  San  Gimignano  in 
diedmila  fiorini  d*oro,  e  i  terrazzani  nell'avere  e 
nella  persona.  Ma  poi  del  mese  di  novembre  per  ri- 
chiesta de'  Saned,  e  Volterrani  e  Collegiani  e  per 
cessare  scandalo,  e  per  grazia,  fu  fatta  composizione 
con  loro,  e  pagarono  per  menda  fiorini  cinquemila 
d'oro,  e  rimasono  in  bando  solamente  qudli  quattro 
de'  caporali  della  detta  cavalcata,  e  non  più.  In  questo 
anno,  a  di  12  di  settembre,  e  poi  a  di  22  di  di- 
cembre, di  notte,  furono  grandi  tremnoti,  ma  dura- 
rono poco.  In  questo  anno  furon  molte  piogge  in  Fi- 
renze e  io  questi  paed  d' intomo,  che  da  ir  usdta 
del  mese  di  luglio  fino  a  di  6  di  novembre  non  fini 
.  di  piovere  qnau  al  continuo  ;  onde  fu  molto  scon- 
cio di  rìcolte,  e  guastò  molto  grano  e  biade  ne'  cam- 


pì e  UToneHe  vigne,  enonfa  Udetto  anno  il  lino  oè 
digetto  nènalnrale,  e  le  terre  u  potarono  ayde  ÌKto^ 
rara  e  «eminare.  Per  le  qnali  soparchie  piagge  TAno 
per  due  volte  aférnuitanente  di  ottobre  a  di  novaaa- 
bre  crebbe  per  modo,  che  oopene  tolta  la  piazaa  di 
Santa  Croce,  e  allagò  gvan  parte  del  detto  quar- 
tiere, e  venne  l' acqua  infiao  al  palagio  del  padaaU. 
E  la  Tersolla  crebbe  al  sfbnaatamante,  cIm  valicò  il 
ponte  a  Rifradi  e  quello  dal  BorghettOt  e  raìnò  casa 
e  mura  con  gran  dtanno  e  perdimento  di  «osa  a  §aa- 
stameata  di  tarrenL  E  simile  diinviò  il  Mogaoae  a  'I 
Rimaggio  a  tutti  i  fossati  d' intorno  eoa  gcanda  daar- 
no  delle  contrade,  ed  abbati  grande  paura  in  Firan- 
ze  di  generale  diluyio.  E  la  congiunzione  passala 
comindò  a  mostrare  le  sue  influenae^  e  fa  aagio  a 
cagione  che  avvenne  il  segnante  anno  di  mala  ri- 
colta e  oareatia  di  vittuaglia,  ooom  innanzi  faremo 
menzione.  Lasceremo  alquanto  de*  noatrì  (atti  di  Fi- 
renze, e  lacoonteremo  d'  uno  screpio^  a  scellerata 
peccato  e  tradioMato  eoaunasto  per  la  rada  a  con- 
giunti del  re  Ruberto  tra  loro,  coma  diraau»  nei 
tegnente  capitolo. 

CAPITOLO  LI. 

CiHae  e  perchè  modo  fu  morto  Andreasso^  che  do^ 
rea  essere  re  di  Gerusalemme,  di  Ciciiia  e  di  Puglia. 

In  quetti  tempi  e  anno  1345,  regnando  nel 
ragno  di  Puglia  Andreaato  figliuolo  di  Carlo  Um- 
berto re  d*  Ungherìa,  il  quale  avea  per  moglie  Gio- 
vanna figliuola  prima  e  roda  di  Carlo  duca  di  Ca- 
lavra  e  figliuolo  del  re  Ruberto,  a  cui  dovaa  tacca- 
dere  il  reame,  per  lo  modo  e  ardine,  come  addietro 
in  alcuno  capitolo  facemmo  menzione  ;  il  re  Rober- 
to eoa  ditpentagione  del  papa  e  della  Chieta,  avea 
diliberato  che  Andreaato  fotte  re  dopo  la  tua  mor- 
te. E  aspettavasi  di  presente  d' esser  coronato  del 
reame  di  Cidlia  e  di  Puglia,  e  ordinato  era  in  corta 
per  lo  papa  uno  legato  cardinale  che  '1  vanisse  a  co- 
ronare. Invidia  e  avarìzia  de' suoi  cugini  a  consorti 
reali,  i  quali  vizi  guastano  ogni  bene,  collo  scellerato 
vizio  della  disordinata  lussuria  della  moglie,  che  par 
leaemente  si  dioeva  che  stava  in  adulterio  con  mes- 
ser Luigi  figlinolo  del  prense  di  Taranto  suo  cugi- 
no, e  col  figlinolo  di  Carlo  d'Artese,  e  con  master 
Iacopo  Capano,  e  collo  scellerato  ^  consiglio,  ti  dis- 
se, della  zia,  scrocchia  della  madre,  e  figliuola  che 
fu  di  messer  Carlo  di  Valois  di  Frauda,  cl^e  si  fa- 
oea  chiamare  imperadrìce  di  Costantinopoli,  che  anche 
di  suo  corpo  non  avea  buona  fama;  e  per  consi- 
gilio  del  suo  figliuolo  messer  Luigi  di  Taranto,  co- 
gioo  carnale  della  reina  per  madre,  e  d'Audraasso 
secondo  cugino,  il  quale  d  diceva  eh'  avea  affare  di 
lei,  ed  era  in  trattato  di  iorla  per  moglie  eoa  di- 
spensagione  della  Chiesa  per  succedere  ed  essera  re 


'  empitale,  aomma  d'avanzo,  di  aoprapptù,  par  il  detto 
pagamento. 


*  È  comuione  forse  di  screzio  e  vale  discordia  ^ 
ozia.  Taluno  £a  dì  questa  parola  un  aggettivo  antico  del 
volgo  fiorentino  col  significato  di  wihtperosù*  La  adiaione 
de'  Giunti  Veneiia  1559  e  la  citata  del  15S7,  leggono 
pure  icrepio  voce  mancante  al  Vocabolario. 

*  atsento  a,  ha  la  GiontiBa»  doè  :  aaenso. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


47S 


dopo  Andreatso;  e  diisesl  ancora,  chel  duca  di 
Dnrazzo  suo  fraleno  1*  assenU,  ch^avea  per  moglie 
la  scrocchia  della  detta  Giovanna,  acciocché  ella  mo- 
risse sansa  reda,  perchè  in  lui  sarebbe  succeduto  il 
reame ^;  per  questi  suoi  consorti  e  cugini  della  casa 
reale,  si  disse  che  con  ordine  della  moglie  e  sog- 
giunto* degi*  infrascritti  traditori,  se  Tero  fa  come 
ne  corse  la  fiima  pubbUeamente,  ordinarono  di  fare  mo- 
rire il  detto  giovane  e  innocente  re  Andreasso.  Ed 
essendo  il  detto  re  Andreasso  ad  Aversa  colla  mo- 
glie ni  giardino  de*  frati  del  Marrone  a  diletto,  e 
neHa  camera  con  la  moglie  nel  letto,  di  notte  tem- 
po, «  dì  18*  di  settembre,  con  ordine  e  tradimento 
de*snoi  damberlani,  e  alcuna  cameriera  della  moglie, 
a  petìsione  degI*  infrascritti  traditori,  il  feciono  chia- 
mare òhe  si  levasse  per  grandi  novelle  venate  da 
Napel!.  Per  conforto  della  moglie  si  levò,  e  usci  fuo- 
ri della  camera;  e  di  presente  per  la  cameriera  della 
faina  sna  moglie  gli  fu  richiusa  la  camera  dietro; 
ed  essendo  nella  sala  Carlo  d'Artese  e  il  figlinolo, 
e*l  eonte  di  Tralizzo,  e  certi  de*  conti  delh  Leo- 
nessa e  di  quelli  di  Stella,  e  messer  Iacopo  Capano 
grande  maliscalco,  il  quale  si  dicea  palese  ch^avea 
affare  coDa  reina,  e  due  figlinoli  di  messer  Pace  da 
Tnrpia,  e  Niccola  da  Mirizzano  suoi  ciamberlani,  fu 
preso  il  detto  re  Andreasso  le  messogli  uno  capresto 
alla  gola,  e  poi  spenzolato  dallo  sporto  della  detta  sala 
sopra  il  giardino,  essendo  per  parte  di  quegli  traditori 
preso  e  di  sotto  tirato  per  gli  piedi  tanto  che  lo  stran- 
golarono, credendo  sotterrarlo  nel  detto  giardino,  e 
eh*  altri  noi  sapesse.  Avvenne  eh*  una  sua  cameriera 
nngara  il  sentì,  e  vide,  e  cominciò  a  gridare,  onde  i 
traditori  si  fuggirono,  e  lasciarono  il  corpo  morto 
nel  giardino.  Tale  fu  la  repente  morte  del  giovane  e 
innocente  re,  che  non  avea  più  che  diciannove  anni, 
per  li  fÌEilsi  traditori.  Fu  recato  il  corpo  a  Napoli  e 
seppellito  co*  reali,  e  la  moglie  ne  fece  piccolo  lamen- 
to, a  quello  oh^elladoveafare;  e  quando  egli  fe  mor- 
to, BOB  ne  fece  clamore  né  pianto  come  quella,  che 
il  disse  palese^,  e  corse  la  foma,  ch*ella  il  fece  Care. 
B  une  messer  Niccola  Ungaro,  balio  del  dettò  re  An- 
dreasso, passando  per  Firenze,  che  n*  andava  in  Un- 
gheria, il  disse  al  nostro  fìratello  suo  grande  acconto^ 
e  dimestico  a  Napoli,  per  la  forma  per  noi  iscritta 
di  sopra,  il  qual  era  uomo  degno  di  fede  e  di  grande 
aotoritè  :  onde  ne  seguirono  molto  cose  come  per  in- 
ssmì  si  farà  menzione.  Ma  la  reina  pur  rimase  grossa 
d*ano  fanciullo  di  sei  mesi,  o  là  intomo  ;  e  di  cui  si 
fòsse  ingenerato,  diceva  ella  ch*era  del  re  Andreasso. 

CAPITOLO  LU. 

Di  quello  che  seguì  poi  della  morte  di  Andreasso, 

Della  detto  morto  scellerata  e  crudele  del  gio- 
vane re  Andreasso  fu  molto  parlato  e  biasimato  per 


'  ae  la  prima  morisse  senza  reda^  a  lui  succedesse  il 
reame.     Ed.  G. 

'  è  seguito  legg«  la  cii  GioDtina.  Soggiàento  h  voce  man- 
cante al  Vocabolario,  e  vaio  oooperazions^  soggiugnkntnU). 

'  a  dì  28,     Ed.  G. 

*  palesemente. 

^  accontato,  confidente,  IntrinsMo. 


tutti  gli  cristiani,  e  per  tuHi  coloro  che  Todirono.  B 
venuta  la  novella  in  eorto,  molto  se  ne  torbò  il  papa 
e  tutto  il  collegio  de*  cardinali,  dogliendosi  il  papa 
in  pubblico  concistoro,  eh*  eglino  erano  cagione  deOa 
sua  morte  per  avere  tonto  indugiata  la  sua  incoro- 
nazione ;  e  scomunicò  e  privò  d'ogni  beneficio  spi- 
rituale e  tomporale  chiunque  avesse  operaio,  o  dato 
consiglio  0  aiuto  o  favore  alla  morto  del  re  Andreasso. 
6  commise  nel  duca'  d'Andri,  detto  conto  Novello  di 
quelli  del  Balzo,  che  andasse  nel  Regno,  e  facesse  gin- 
stizis  di  chinnque  di  ciò  fosse  colpevole,  in  persona  e 
in  beni,  cosi  in  eedesiastichi  come  in  secolari  ;  e  non 
risparmiasse  neuno  per  nonna  dignità  che  fosse  in  ini. 
Egli  andò  a  Napoli;  ma  prima  per  la  università  di 
Napoli  isbarrata  la  torre,  a  rumore  di  popolo  fu  preso 
messer  Ramondo  di  Catania,  eh'  andava  per  Napoli  co- 
mandando per  parto  della  reina  e  sommovendo,  e  come 
traditore  fu  preso,  e  di  presente  anche  fu  preso  il  fi- 
gliuolo di  messer  Pace  stato  ciamberlano  del  re  An- 
dreasso: e  disaminato,  chi  ebbe  colpa  dell*  omicidio,  ^ 
confessatolo,  gli  misono  ano  amo  nella  lingua,  perchè 
non  potesse  parìare;  e  menato  in  sul  carro,  e  levato- 
gli le  vive  carni  da  dosso,  fu  impeso  e  fatto  morire; 
e  poi  il  conte  Novello  fece  inquisizione,  e  più  ba- 
roni e  altri  fece  mettere  in  prigione;  e  due  femmi- 
ne, la  maestra  della  regina  e  donna  Ciancia  Capa- 
ne, che  apparia  che  sentissono  il  tradimento;  i.  quali 
traditori  e  le  dette  donne  la  regina  difendea  a  suo 
podere,  di  non  lasciare  fare  giustizia.  Ma  poi,  a  di 
2  d*agosto  vegnento  1346,  il  detto  conte  Novello 
fece  morire  il  conto  di  TraKxzi,  che  fn  di  quegli  d*A- 
lardo  Franceschi^,  e  il  conto  d*  Bboli  grande  siniscal- 
co, quegli,  si  diceva,  che  giaceva  colla  reina;  man- 
dogli  in  su  dne  carri,  dalle  genti  furono  lapidati,  e 
poi  arsi.  E  poi,  a  dì  7  d*agosto,  per  simile  modo 
fece  giustiziare  messer  Ramondo  di  Catania,  e  *l  no- 
taio Cola  da  Nurazzano,  e  riserbandosene  degli  al- 
tri a  giustiziare.  Per  la  morto  del  detto  re  Andreas- 
so si  scompigliò  tutto  il  regno  di  Puglia;  chi  tene- 
va colla  regina,  ch*avea  tutta  la  signoria  e  il  castel- 
lo in  Napoli  e  tolto  il  toserò  del  re  Ruberto,  ciò  era 
messer  Luigi  fratello  del  prenze  di  Taranto,  soldan- 
do  gento  d*  arme  per  la  regina,  e  per  forza  voleva 
entrare  in  Napoli  con  cinquecento  cavalieri;  ma  il 
firatello  del  duca  di  Duraszo  e  gli  altri  baroni  e  il 
popolo  di  Napoli  il  contrastarono.  E  cosi  chi  teneva 
colla  regina  e  con  messer  Luigi  di  Taranto,  e  ehi 
col  prenze  di  Taranto,  e  chi  col  duca  di  Dnrazzo  ;  e 
ciascuno  soldo  gento  assai  a  cavallo  per  sua  guardia, 
e  chi  per  paura  dal  re  d' Ungheria  fhitollo  del  re  An- 
dreasso, eh*  era  venuto  a  Giara  in  Schiavonia,  come 
innanzi  faremo  menzione,  e  minacciava  eolle  sue  forse 
venire  nel  Regno  per  essere  re,  e  per  fare  vendetta 
di  quegli  reali  e  della  regina,  che  si  diceva  che  a- 
veano  fatto  moi^e  il  fratollOi  Per  la  qnal  cosa  tetto 
il  regno  slava  sciolto  e  scomnnato  e  ìà  tremore,  n- 
bandosi  I  comuni  sanza  ninno  ordine  di  giustizia  ;  e  i 
detti  reali  male  in  accordo  insieme,  o  da  dovMO,  oper 


^  eofUe,     Ed.  G. 

'  del  Boiardo  FreoMseOy   ha  il  T.  citato  de'  Giunti ,    e 
pi&  sotto  Cóla  da  Miratzano, 


480 


CROnCHB 


ou,  proeaccìò  d*  etiere  eletto  imperadore  per  coBtre- 
stare  al  BaTaro,  perooohò  fl  re  di  Francia  avea  di  lai 
pia  stalo  e  latore,  perocch^  era  suo  lipote,  e  yenne 
al  re  di  Francia  bene  al  bii ogno,  come  ai  troTerà; 
e  a?rebbono  bene  procurata  la  detta  eleuone  per  lo 
re  GioTanni  di  Boemia  ano  padre,  se  non  obe  per 
ana  malattia  era  qnasi  perdnto  della  vista  degli  oc- 
cbi.  Ma  il  dello  Carlo  era  pro^  e  savio  e  sentito  si- 
gnore, e  d^  età  d*  anni  IrentueL  Per  cagione  della 
detta  eleaione,  grande  dissensione  ebbe  nel  collegio 
de' cardinali  Ira  per  la  morte  del  re  Andreaaso,  e 
percbè  gli  ambasdadori  del  re  d*f7ngberia  non  era- 
no esauditi  dal  papa.  Ed  erano  in  dae  sette  partili 
i  cardinali,  obe  dall' nna  parte  era  capo  il  cardinale 
flratello  del  conte  di  Pelsgorga,  e  qoesli  volea  Te- 
lesione  del  detto  messer  Carlo,  e  cantradiava  ti  re 
d' Ungheria  e  teneva  co*  cardinali  lìranceacbi,  ed  e- 
rane  capo  in  favore  del  re  di  Francia  ;  dell^  altra  setta 
era  capo  il  cardinale  fratello  del  conte  di  Comingia 
eo*  cardinali  gnasconi  e  loro  segnaci,  cbe  voleano  il 
contrario  :  e  dasenna  era  di  grande  poteniia  e  se- 
gnilo ;  e  finrono  a  tanto,  cbe  in  pubblico  condstoro 
dinanii  al  papa  n  dissono  onta  e  villania  insieme, 
risiproverando  quello  di  Conungia  e  quello  di  Pela- 
gorga  eh*  egli  era  stato  di  quelli  cb'  avea  ordinato  e 
fallo  morire  il  re  Andreasso,  e  chiamando  V  uno  T  al- 
tro traditore  di  Santa  Chiesa,  levandosi  dascnno  da 
sedere  per  offendersi  insieiM,  e  fatto  Tavrebbono, 
che  daschedano  era  gnemito  d*  arme  da  offendere 
privatamente,  se  non  Tossono  qaegli  che  entrarono  in 
messo,  onde  lotta  la  corte  ne  fu  scompiglista  e  in 
aroM.  Onde  tutti  gli  altri  cardinali  e  le  faaiiglie  loro 
e  i  sopraddetti  due  cardinali  abarrarono  le  loro  case, 
e  dascnno  stette  armato  in  guardia  buona  peisa  ;  se 
non  che  il  papa  con  gli  altri  cardinali  gli  ricond- 
liarono  indeme,  rimanendo  ducono  con  mala  vo- 
glia :  e  a  tale  stalo  venne  il  collegio  dell*  apostolica 
nostra  Santa  Chiesa  di  Roma,  per  le  disaendoni  dei 
snoi  cardinali.  Di  dò  è  grande  cagione  e  colpa  de' 
papi  ch'hanno  eletti  cardinali  come  sono  i  detti  due 
grandi  e  possenti  Galli  e  dmiglianti  a  queati,  e  que- 
sti sono  gli  esempli  che  d  danno  a  noi  Idd,  e  se- 
guono bene  fl  contrario  de'  Santi  Apostoli  e  deil'n- 
Bultà  di  Oristo,  fl  ed  ordine  eglino  rappresentano. 
Iddio  gli  addriid  nella  sua  aanla  via  d'nmUtà,  i  riposo 
e  stalo  di  Santa  Chiesa.  Per  la  delta  dissendone  non 
badò  però  fl  papa  di  prooedere  e  di  fare  nuovi  pro- 
oesd  centra  U  Bavero  e  fl  figliuolo,  e  chi  loro  desse 
mulo  0  favore,  privandogli  d*ogni  titolo  d'imperio, 
con  BMlli  altri  artiooU  ;  e  la  delta  sentenxia  fece  pub- 
blicare in  corte,  e  poi  mandare  per  lutto  fl  crisHa- 
nesisM),  per  potere  meglio  fornire  la  sua  inlenuone. 
B  questo  fu  ben  folto,  per^è  fl  Bavero  era  perse- 
guitalore  di  Santa  Chiesa ,  come  a  dietro  ne*  suoi 
proéesd  facenno  mansione;  e  poi  di  far  fare  col 
ano  fsvore  la  elesione  deUo  'mperio  nella  persona 
dd  dello  messer  Cario.  Perchè  rardvescovo  di  Ma- 
gama,  eh^nra  uno  degli  elettori,  non  gli  volea  dare 
la  sua  voce,  si  1  dispuose  fl  papa,  ed  dessene  un 
diro  a  sua  pelixione,  e  questo  fo  di  rinforsata  ^  E 


*  per  riafonorn*  il  proprio  «rbitrìo. 


partito  fl  detto  messer  Cario  di  corte  eofla  bcnedi- 
mone  dd  pepa  e  cofla  sua  diymsssione,  dM  non 
ostante  che  la  ledono  d  dovesse  per  consuete  kn 
a  Norimbergo^  nella  Magna,  e  la  prima  corona  pren- 
dere ad  Asia  la  Cappella  colle  solennità  usate,  chV 
gli  le  potesse  fere  ove  gli  piacesse,  perchè  fl  Eavaro 
uè  i  snoi  dglinoli  colla  potensa  degli  Alamaani,  cbe 
i  più  0  quasi  tutti  lenoano  con  loro,  noi  potesse 
conlrutare.  E  giunto  Ini  nel  suo  paese,  a  di  12  di 
luglio  1346  (ù  detto  fl  detto  Carlo  a  re  de'  Roaisd 
per  r  ardvescovo  di  Cologna  e  per  quello  di  Trieri 
suoi  congiunti  per  parentado,  e  per  lo  nuovo  detto 
per  lo  papa  arcivescovo  di  Magante,  e  per  lo  dnoa 
di  Sassogna,  e  confermato  per  lo  re  di  Boemia  soo 
padre,  e  figliuolo  deUo  'mperadore  Arrigo  di  Lnun- 
borgo  :  fdligli  la  voce  del  duca  di  Baviera  e  quefla 
del  figlinolo  marchese  di  Brandimborgo  ;  nm  per  di- 
spetto della  delta  eledone,  per  gli  più  d  chiaauva 
lo  'mperadore  de'  preti  Lasceremo  di  questa  dedoae 
e  di  quello  che  ne  aegul,  e  torneremo  a  dire  defla 
guerre  di  Guascogna  e  della  venula  del  re  d' laghO- 
lerra  in  Normandia,  eh*asssi  ne  cresce  grande  e  bm- 
ravigliosa  materia. 

CAPITOLO  LXL 

Di eerU rotta  che  la gmUé del  redi Fraoieia rketeUe 
dalla  gente  del  re  df  Imgkilterra  in  Guaecogna. 

Tornando  a  raccontare  della  guerra  di  Guasco- 
gns,  essendo  messer  Gianni  figliuolo  del  re  di  Frsn* 
da  intomo  d  castdlo  d'Aguglione,  e  per  lo  pae- 
se, per  conlrutare  al  conte  d*  Orbi  e  a'snoi  Isghi- 
led  che  non  ascendessono  in  verso  Tolosa  (fl  detto 
messer  Gianni  era  in  Guascogna  con  bene  sdails 
cavdieri  e  dnquantamila  pedoni  Ira  Franeeachi  e  di 
Linguadoca,  Genoved  e  LosAbardi)  del  detto  campo 
d  parti  fl  siniscdco  di  Gieniche  con  ottocento  ca* 
velieri  e  con  quatiromfla  pedoni,  per  prendere  uno 
cesleUo  dd  nipote  dd  esrdiaale  della  Motta  presse 
ed  Aguglione  a  dodid  leghe.  Sentendo  dò  l' ard* 
veacovo  d'Unforlo  che  teneva  fl  detto  castdlo,  sa* 
dò  aUa  Roda  dov*era  fl  conte  d' Orbi  eoUa  bua  osta 
per  genie,  per  soccorrere  U  detto  cesleUo;  onde  I 
conte  gli  diede  gente  assd  a  cevaUo  e  ardori  ia- 
ghfleai  a  pie,  e  cevdcarono  tutta  la  notte,  e  giaa- 
sono  d  detto  cesleUo  la  mattina  per  tempo,  a  di  81 
di  luglio  1346;  e  trovando  che  la  gente  dd  re  di 
Frauda  v'  ere  giunta  fl  di  dinansi,  e  forte  combat- 
teano  fl  cesleUo,  la  gente  del  re  d*  loghfllerre  sansa 
piùallendere,snbitemente  asssUrono  i  Franeeachi,  deve 
ebbe  aspra  e  dura  battaglia.  Alla  fine  fbrono  isconfittii 
Franeesohi,  e  rimueri  preso  fl  dello  ainiscdco  di  Gied- 
che  con  molti  diri  gentili  nomini,  che  furono  tra  morti 
e  pred  da  quattrocento  cavalieri  e  da  duemfla  a  piedi 
Tornati  al  campo  quegli  di  meaaer  Gianni,  i  quali  i- 
acamparono  della  detta  battaglia,  meaaer  Gienni  ebbe 
suo  consiglio,  e  dfliberarono  di  combattere  fl  ca- 
stello d' Aguglione.  Tra  per  la  detta  aconfltta,  e  per- 
chè avea  novelle  del  re  d' Inghfllerra  eh*  ere  erri- 


>  a  Midétbwrgo,  ha  il  T.  de*  Oiontl. 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


479 


re  mia  bandiera  la  quale  sempre  si  mandata  in- 
tiamf,  cioè  il  campo  nero,  e  lo  re  Andreasso  den- 
tro dipinto  e  impiccato,  di'  era  nna  orribile  cosa  a 
Tederò.  Per  fare  la  detta  vendetta  si  proffèrse  loro 
il  Bavaro  re  della  Magna,  e  il  figlinolo  marchese  di 
Brandimborgo,  e  '1  dogio  d' Osterich,  e  più  altri  si- 
gnori della  Magna  con  tutto  il  loro  podere  per  Tol- 
traggio  enonne  a  loro  fatto,  i  quali  per  loro  s**  ac- 
cettarono, e  giurarono  a  dò  fare  lega  e  compagnia.  Il 
re  d' Ungheria  mandò  a  corle  al  papa  grande  amba- 
scerìa richeggendolo  che  yolea  essere  coronato  del 
reame  di  Cicilia  e  di  Puglia,  che  a  lui  succedea  ;  e 
che  Tendetta  fosse  della  morte  del  re  Andreasso  così  in 
cherìci  come  in  laid,  dandone  colpa  al  cardinale  di 
Pelagorga  tio^  del  duca  di  Duraszo,  che  TaTea  sen- 
tito e  ordinato.  Acquali  ambasdadorì  non  fu  dato 
coucestoro  pubblico  per  la  detta  cagione,  opponen- 
dosi per  lo  papa,  che  1  re  d^  Ungheria  avea  fatta 
lega  e  compagnia  col  dannato  Bavaro.  Onde  il  re 
d' Ungheria  e  tutti  gli  Alamanni  si  tennero  mal  con- 
tenti del  papa  e  della  Chiesa  ;  ma  però  non  lascia- 
rono di  fare  loro  impresa  per  passare  in  Puglia  e 
per  soccorrere  la  sua  città  di  Giara,  come  diremo 
appresso.  Essendo  la  città  ^ii  Giara  in  Schiavonia  ru- 
bellata  a'  Veneziani,  come  addietro  facemmo  men- 
sione,  e  partito  di  Schiavonia  il  re  d*  Ungheria  con 
suo  eserdto  fanno  passato  1345,  i  Venesiani  v'an- 
darono incontanente  ad  oste  con  grande  potenza,  e 
assediarla  per  terra  e  per  mare,  mandandovi^  soldati 
a  cavallo  e  a  piede  di  Lombardia  e  di  Romagna  e  di 
Toscana  con  grande  soldo  ;  onde  di  Firenze  v'  an- 
darono per  ingordigia  del  detto  soldo  tre  di  casa  i 
fiondelmonti  con  trecento  masnadieri,  i  qnaK  Fioren- 
tini al  continuo  dalle  mura  erano  rimbrottati  da'Gia- 
ratini,  che  si  partissono  dal  loro  assedio,  ch'erano 
loro  amid,  e  andassono  a  farsi  sconfiggere  a  Lucca, 
e  servissono  i  Veneziani  che  gli  avieno  traditi  alla 
guerra  di  messer  Mastino.  E  cosi  vi  continuò  Toste 
dal  mese  d'agosto  1345  al  maggio  1346,  dando 
alla  terra  continue  battaglie  e  assalti,  e  quei  d'entro 
al  continuo  uscirono  fuori  a  badalucchi  e  scaramucce, 
e  francamente  assalivano  il  campo.  Ma  quegli  di  Gia- 
ra dubitando  che  per  lo  lungo  assedio  non  manoasae 
loro  la  vittuaglia,  rimandarono  per  lo  re  d' Unghe- 
ria; il  quale  sentendo  ciò  per  gli  messaggierì  di 
quegli  di  Giara,  e  per  seguire  la  sua  impresa  di  ve- 
nire in  Puglia,  ritornò  in  Ischiavonia  con  più  di  tren- 
tamila tra  Ungari  e  Tedeschi,  a  cavallo  la  maggior 
parte,  che  bene  t  ventimila  erano  arcieri,  e  gli  altri 
buoni  cavalieri.  Sentendo  i  Veneziani  la  sua  venuta 
ringrossarono  loro  oste  di  gente  e  di  navili,  e  per 
non  aspettare  in  campo  la  sua  venuta,  vollono  prov- 
vedere^ innanzi  d'avere  hi  città  per  forza.  A  dì  16^ 
di  maggio  1346  ordinarono  di  dare  alla  terra  una 
grande  battaglia  per  mare  con  quattro  navi  grosse 
Incastellate,  e  con  ponti  da  gittare  in  sulle  mura,  e 
con  venti  piatte  imborbottate,  e  con  difidi,  e  con  qua- 


'  conflato,  legge  la  Giootifia. 
'  menandovi,  ha  la  8accitAta.1 
'  ^ovare^  reca  il  T.  anzìcitato. 
*  a  dì  26.    Ed,  O.  cit. 


ranta  gfaiaueruole*  e  trentadue  galee  armate  con  moM 
balesU^eri  ;  e  per  terra  eon  tutto  l'eserdto  dell'oste, 
i  quali  fdrono  tra  per  mare  e  per  terra  più  di  di- 
daasettemila  nomini  in  arme,  tra*  quali  avea  di  quat- 
tromila balestrieri.  La  battaglia  fu  aspra  e  dura;  e 
continovò  dalla  mattina  alla  sera,  saoza  potere  ac- 
quistare niente  ;  perocché  la  dttà  era  forte  di  torri 
e  di  mura  e  fossi,  dall'  altra  parte  il  porto  forte  alla 
marina  ;  e  perchè  quegli  di  Gl^ra  erano  buona  gente 
d' arme,  si  difesono  valentemente  ;  e  verso  la  sera, 
quando  ì  Veneziani  si  ricoglievano,  apersono  nna 
porta  della  terra  seguendogli,  vigorosamente  combat* 
tendo,  e  moriwi  della  gente  de'  Veneziani  più  di  cin- 
quecento, e  fediti  gran  quantità.  Veggendo  i  Vene- 
ziani, eh'  e'  non  poteano  avere  la  dttà  per  battaglia, 
e  sentendo  che  il  re  d' Ungheria  con  suo  esercito  era 
presso  a  Giara  a  trenta  miglia,  e  ogni  di  s' appres- 
sava, i  Veneziani  si  levarono  da  campo  dov*  erano 
di  costa,  e  quasi  intomo  alla  dttà,  e  ritrassonsi  In- 
sieme in  su  uno  forte  colletto  di  lungi  da  Giara  uno 
mezzo  miglio  sopra  alla  marina,  e  quello  come  bastia 
afforzarono  con  fossi  e  steccati  e  torri  di  legname. 
Come  il  re  d' Ungheria  s'appressò  alla  terra  con  sua 
oste,  mandò  parte  di  sua  gente  d'  arme  a  richiedere 
i  Veneziani  di  battaglia,  ma  non  ebbe  luogo  che  la 
volessono  accettare,  ma  si  stavano  rinchiusi  neHa  loro 
bastìa  con  grande  paura  e  soffratta  di  vittuaglia,  per 
più  di.  11  re  d' Ungheria  fece  fbmire  Giara  di  vit- 
tuaglia perocché  n'avea  bisogno,  e  alcuno  disse  che 
v'  entrò  in  persona  sconosciuto,  per  dare  a'  Giaratini 
vigore.  1  Veneziani  con  loro  ambasdadori  stavano 
in  continui  trattati  col  re,  promettendogli  di  dare  loro 
navile  in  aiuto  a  passare  in  Puglia,  ma  voleano  Giara 
alla  loro  signorìa  con  dare  a  lui  uno  piccolo  censo 
di  risorto  ;  il  quale  trattato  non  piacque  al  re,  e  non 
ebbe  luogo.  E  però  i  Veneziani  co'  loro  danari  cor- 
ruppono  certi  de'  suoi  baroni  ungheri,  e  consiglia- 
rono dislealmente  il  loro  signore  che  si  tornasse  in 
Ungheria,  perchè  quello  anno  era  caro  di  vittuaglia 
nel  paese  d'Italia,  a  tanto  eserdto,  e  in  parte  era  ve- 
ro, e  non  avea  ordinato  il  naviglio  da  potere  passa- 
re in  Puglia  ;  e  però  si  tornò  in  Ungheria,  lasciando 
fornita  Giara.  La  bastia  de'  Veneziani  rimase  la  detta 
state  con  grande  spendio  loro,  rinnovandosi  spesso 
di  gente;  e  bisognava  bene,  perocché  erano  assa- 
liti sovente  da  quegli  della  terra.  E  per  disagi  vi  si  co- 
minciò grande  infermeria  e  mortalità,  e  moriwi  molta 
gente,  intra  gli  altri  i  sopraddetti  nostri  tre  cittadini 
de'  Bonddmonti  con  più  de*  loro  masnadieri,  che  non 
ne  tornò  il  quarto.  Lasceremo  di  parlare  di  questa  ma- 
teria, e  torneremo  a  dire  deHa  elozione  del  nuovo  im- 
peradore  che  venne  Cario  figliuolo  del  re  di  Boemia. 

CAPITOLO  LX. 

Come  Carlo  figliuolo  di  Giwtmni  re  di  Boemia  fn 

elello  re  de' Romam, 

V  anno  1 346,  del  mese  d' aprilo,  venuto  in  corte 
dì  papa  Carlo  figliuolo  del  re  Giovanni  di  Boemia,  e 
sommosso  dal  papa  per  sodducimento  del  re  di  Fk^n- 


'  Specie  di  nave  antica.  Il  Testo  Dav.  ha  propriamcnfe 
zazgentoH^  voco  mancante  alla  Crmsea. 


482 


CROraCHB 


couibttteDdo,  iiooMif  m  fl  detto  eonettabBe  e  tu  ^ente 
•IquMto  fuori  della  terra.  ATVta  la  TÌttoria  del  detto 
eoneatabile  e  di  fna  feste,  neoilaaeBte  ebbe  preaala 
terra  dì  Caano,  ebe  non  era  guarì  forte  ae  aoo  il  eaatel- 
lo.  B  preae  alla  detta  battaglia  il  detto  eoneatabile, 
e  r  araveacofo  di  Terrana,  e  il  oaaMrliago  di  Mollù, 
e  più  altri  eaTalieri  e  baroai  in  quantità  di  ottanta- 
cinque,  e  morifri  aaaai  gente  in  qoantità  di  cinque- 
mila; e  mbata  la  terra,  obe  bene  quarantamila  panni 
ebbe  tra  di  Camo  e  dell'  altre  terre  e  rille  dette,  <e  fece 
metter  fuoco  in  Camo,  percb'avea  fatta.reaiitenaa,e  ar- 
sene assai;  e*  prigioni  né  mandò  presi  in  logbilterra 
eolla  preda,  E  così  cominciò  la  fortuna  del  franco 
re  Àdoardo  d'Inghilterra;  e  driuò  sua  oste  verso 
Rueme  crescendoli  ogni  dì  gente  d'Inghilterra,  che 
tutto  ^  Ti  passavano  di  volontà  per  guadagnare,  e 
aeguendolo  molti  Normandi  gentili  uomini  e  altri  cbe 
non  amavano  la  signoria  de' Franceschi  ;  sicché  si 
trovò  con  quattromila  cavalieri  di  buona  gente,  e 
più  di  cinquanta  migliaia  di  gente'  a  pie  co'  Norman- 
di,  cbe  i  trentamila  erano  arcieri  inghilesL' 

CAPITOLO  LXIV.   • 

CofM  U  r0  d*  IngKUterra  si  partì  di  Normandia  e 
9mim9  freno  a  Parigi^  ardendo  e  guattando  ii  paese. 


Sentendo  il  re  di  Francia  come  il  re  d' Inghil- 
terra era  arrivato  in  Normandia,  e  prese  le  soprad- 
dette terre  e  1  auo  eoneatabile  e  di  sua  gente,  in- 
contanentie  si  partt  da  Parigi  con  quanta  gente  potè 
raunare  a  cavallo  e  a  piò,  per  andare  a  soccorrere 
Rueme  in  Normandia  che  non  si  rubellasse,  sentendo 
che  certi  baroni  del  paese,  ribelli  del  re  di  Francia 
ne  teneano  trattato  col  re  d*  Inghilterra  e  con  al- 
quanti della  città  di  Rueme  ;  e  puosesi  a  campo  il 
re  di  Francia  al  ponte  ad  Arce  sopra  il  fiume  della 
Senna,  e  quello  fece  tagliare,  e  tutti  gli  altri  ponti 
ch'erano  fopra  Senna,  acdocchò'l  re  d'Inghilterra 
nò  sua  gente  non  potesse  di  qua  passare  ;  e  fornì 
Rueme  di  sua  gente  a  cavallo  e  a  pie;  e  lasciò, 
quando  si  partì  di  Parigi,  al  suo  proposto  di  Parigi 
che  facesse  disfare  le  oue  eh'  erano  di  fuori  e  dentro 
di  costa  le  mura  di  Parigi,  per  afforsare  la  città.  Per 
la  quel  cosa  i  cittadini  di  cui  erano  le  cue  comin- 
ciarono a  levare  remore,  onde  la  terra  fu  tutta  acom- 
^  pigliata  e  sotto  V  arme,  e  a  pericolo  di  rubellarsi  al 
re,  se  non  fosse  che  in  quegli  giorni  giunse  a  Parigi 
il  re  Giovanni  £  Boemia  e  meuer  Carlo  suo  figliuolo 
eletto  re  de' Romani  con  cinquecento  cavalieri  rimasi 
loro  della  rotta  del  vescovo  di  Uegge,  come  dicemmo 
addietro.  Costoro  rinfrancarono  Parigi,  e  feciono  ac- 
quetare il  remore,  e  rimanere  la  detta  disluione 
delle  case  per  contentare  i  borghesi  di  Parigi  Lo 
re  d'Inghilterra  era  accampato  con  sua  oste  di  là 
da  Rueme  a  tre  le^e  ;  e  là  venuti  due  cardinali  le* 
gati  del  papa,  messer  Annibaldo  da  Ceceano  e  mes* 
ser  Piero  di  Chiermonte,  i  quali  cardinali  mandava 
H  papa  per  fare  accordo  tra  lui  e  '1  re  di  Franoia, 
volendo  che  si  rimettesse  nel  papa  ogni  quistione;  il  re 


Adoardo  d* Inghilterra  non  fidandosi  del pi^,  scali 
volle  udire  dell'accordo,  e  per  più  fiate  si  ruppe  dal 
trattato  de*  detti  legati^  ptfch'  a  lai  pareva  che'l  pipa 
iivoreggiaase  troppo  la  parte  del  re  di  Frucia;  aui 
furono  d' alquante  loro  cose  rubati  dagl'  Inghilesi; 
ma  il  re  Adoardo  gli  fece  ristitaire,  dando  loro  del 
suo  assai  per  amoMuda,  e  cosà  si  tornarono  vano 
Parigi  Lo  re  Adoardo  perduta  la  aperansa  d' tvere 
la  città  di  Rueaae,  end'  era  in  alcuno  trattato,  pe- 
rocché v'  era  giunto  al  soccorso  il  re  di  Francia  con 
grande  oste  di  oavalieri  e  popolo^  si  mise  ad  andare 
verso  Psrigi  di  là  dal  fiume  di  Senna,  ardendo  e 
guutando  .il  paeae  con  molte  prede  e  pregioni,  pe- 
rocché il  paese  era  molto  popolato  e  ricco.  B  la  vi- 
gilia di  Nostra  Donna  d' agosto  s' accampò  a  Pusd 
e  a  San  Germano  dell'  Aia,  e  la  eoa  gente  acoese 
inaino  presso  a  Parigi  a  due  leghe,  e  arsone  la.riUa 
di  Sanerò  e  quella  di  Luvieri,  e  più  altre  ville  grandi 
e  piccole,  prima  rubate,  e  poi  arse,  eh'  era  il  più 
bello  paeae  e  '1  più  caro  del  mondo  del  tanto^,  stato 
più  di  cinquecento  anni  in  riposo  e  tranquillità  sana 
guerra,  onde  fu  gran  danneggio.  0  maledetta  guerra, 
quanti  mali  fai  a  disertamento  di  reami  e  di  popoli, 
per  puoiaione  de' peccati  delle  gentil  Lo  re  di  Fraacia 
aentendo  che  il  re  d' Inghilterra  con  aua  oste  era  ve- 
nuto presso  a  Parigi,  ai  partì  dal  ponte  d*  Arce,  e 
venne  costeggiando  la  riviera  di  Senna,  eh'  era  in 
mezzo  dall'una  oste  all'altra;   e  giunto  a  Parigi, 
mandò  a  messer  Cerio  Grimaldo  e  Ottone'  Doria  di 
Genova  anuniragli  delle  trentatré  galee  eh'  erano  a 
Rifiore  in  Normandia,  che  disarmassono,  e  con  tutte 
le  ciurme  delle  galee  venissono  a  Parigi,  e  così  fe- 
done ;  e  lo  re  di  Francia  a'  accampò  fuori  di  Parigi 
messa  lega  a  San  Germano  de'  Pnti,  e  là  fece  ine 
mostre,  e  trovossi  più  di  ottomila  buoni  cavaUerì  e 
più  di  aessantamila  sergenti  a  pie,  che  più  di  seiadla 
ve  n'avea  di  Genovesi  a  baleatra,  tra  delle  galee  e 
venuti  da  Genova  per  terra  al  soldo  del  re;  intra  1 
quale  esercito  avea,  aansa  il  ro  di  Francia^  cinque  re 
di  corona;  ciò  era  il  re  di  Navarra  suo  cagino,  il  re  di 
Maiolica,  e  il  re  di  Boemia,  e  '1  suo  figliuolo  eletto 
re  de'  Romani,  e  il  re  di  Seoaia  ;  ciò  fu  David  figliuolo 
di  Ruberto  di  Brus  rubello  del  re  d' Inghiltemu 

CAPITOLO  LXV. 

Come  U  re  d  tngkiUerra  si  pariì  di  Pasci  per  aa* 
dare  in  Piccardiaper  accodarsi  co"  Fiammàngii 


di  smrgmH  ha  la  edisione  de'  Giunti 


Come  il  re  d*  Inghilterra  seppe  la  vennta  del 
re  di  Francia  a  Parigi,  e  avea  guasto  le  ville  tra  '1 
fiume  dell'  Bra  e  quello  delia  Senna,  fallendo  la  vit- 
tuaglia  all'oste,  per  non  essere  soppreso,  come  or- 
dinava il  re  di  Francia,  sì  ordinò  e  foco  fare  ano 
ponte  di  legname  e  barche  a  Pasci  in  sulla.  Senaa» 
bene  ohe  fosse  contrastato  dalla  gente  del  re  di  Fran- 
cia ch'era  dall'altra  riva:  per  forse  d'arme  e  di 
auoi  aroeri  gli  sconfisso,  e  fece  compiere  il  ponte;  o 
levarono  il  campo  da  Puscì  e  da  San  Germano  del- 


'  in  proporskme,  propondonstamenta. 
'  AttioniOf  legge  la  edia.  city  e  cosi  più 


DI  GIOTAHKI  VILLANL 


483 


V  Ala,  iM*  quali  fece  meUere  fttoeo,  e  con  ina  oate 
passò  il  fiame  di  Senna  a  ^  26  d' agosto,  e  yenne 
a  Pontosa,  e  là  trovò  resistenza  di  gente  ohe  v'avea 
ttandata  il  re  di  Franofa  a  oaTallo  e  a  pie,  e  fornito 
fi  eaitello;  onde  combattè  la  terra  per  dae  di;  alla 
fine  la  vinse  per  forca,  salvo  il  castollo  ;  e  quanta 
gente  vi  trovò  mise  a  morte,  salvo  le  femmine  e  i 
fiueialli,  a^  qnali  diede  licenza  che  si  partissono  con 
tiò  die  ne  potessono  portare,  e  gaastò  la  terra,  salvo 
i  monisteri  e  le  chiese.  E  poi  segni  suo  cammino  per 
andare  ad  Albavilla  in  Ponti  per  ritrovarsi  co^  Fiam- 
BÙngla  ch^  erano  usciti  fuori  con  piik  di  ventimila  in 
arme,  ed  erano  stati  a  Bottone,  e  poi  presso  ad  Arras 
a  quattro  leghe  guastando  il  paese,  e  poi  à*  erano  ri- 
dotti a  Scosierì^  in  Artese  per  accozzarsi  col  re  d^ln- 
ghiltorra,  compera  dato  T ordine  tra  loro.  E  messer 
Ugo  d'Astighe,  parento  e  barone  d«l  re  d'Inghilterra, 
venne  a  A  1 6  di  luglio  in  Fiandra  con  venti  navi  e 
seicento  arcieri,  per  soUedtare  i  Fiamminghi  a  ciò 
fare,  i  quali  erano  ritornati  all'  assedio  di  Bottone, 
o  a  quello  diedono  più  battaglie  con  loro  danno  di 
morti  e  di  fediti.  Lasciamo  alquanto  di  dire  de'  Fiam- 
nùnghi,  e  torneremo  a  dire  degli  andamenti  del  re  di 
Francia,  che  seguiva  il  re  d*  Inghilterra. 

CAPITOLO  LXVL 

Come  U  re  di  Francia  con  sua  oste  seguiva  U  re 

<f  Inghilterra, 

Come  il  re  di  Francia  seppe  la  partita  del  re 
d^Inghiltorra,  si  partì  da  Pontosa  e  da  San  Germano 
de*  Prati,  e  andonne  con  sua  gente  a  San  Dionigi  per 
seguire  il  re  d'Inghilterra,  per  cosdbattore  con  lui  in 
campo,  acciocché  non  distruggesse  il  paese,  e  in- 
nanzi che  s' accozzasse'  co'  Fiamminghi  suoi  ribelli; 
o  lasciò  a  Parigi  a  guardia  della  torre  e  della  reina 
sua  moglie  e  di  più  figlinoli  eh'  egli  avea,  i  borgesi 
possènti  di  Parigi,  con  alcuna  altra  gento  d'arme 
de^suoi  ostieri  e  ilimfglia  :  furono  milledugento  cava- 
lieri. E  mandò  di  sua  gento  innanzi  in  Piccardia,  ohe 
togfiesserò  i  passi  e  gli  andamenti  al  re  d'Inghilterra  e 
la  vittaaglia,  e  tagliassono  i  ponti  alle  riviere  ;  e  fece 
stare  sue  genti  d'arme  a  guardare  i  detti  passi  e  rivie- 
re; e  il  re  di  Francia  con  suo  esercito  n'andò  ad  Alba- 
villa  in  Ponti,  e  cosi  fu  fatto.  Per  la  quel  cosa  il  re 
d' Inghilterra  fu  a  grande  perìcolo  coUa  sua  osto,  e 
a  grande  soffìratta  di  vittoagtia,  che  otto  di  stottono, 
che  non  abbono  se  non  poco  pane  e  non  punto  di 
vino,  e  vivettono  di  carne  di  loro  bestiame,  che  n'a- 
vevano assai,  o  mangiando  alcuna  frutta  e  bevendo 
aoqua,  ed  ebbono  grande  difetto  di  calzamento  ;  e  non 
poterono  andare  ad  Albavilla  per  gli  passi  che  erano 
tolti  e  tagliati  innanzi.  Il  re  d*  Inghilterra  caprese  par-^ 
lito  d' andare  verso  Fiandra;  ma  i  Franceschi  e'Pic- 
oardi  gli  furono  a  petto  alla  riviera  di  Somma^,  che 
egli  avea  a  passare.  Ma  per  sólUcitadine  di  certi^  an- 
dò a  un  rita'O  passo  in  un  altro  luogo,  dove  la  ri- 
viera faceva  uno  grande  marese  ohe  iettava,  ma  avea 


'  Semsierif  ha  la  OiontiDa. 

^  f  aecoHasu,  leggiamo  nella  ediskme  citata. 

*  Smma,  ha  la  soodtata  edia.^  e  ooaà  più  InaaikaL 


uno  saldo  fondo,  che  gli  fh  insegnato,  d»ve  mai  non 
era  slato  veduto  passare  a  cavallo;  e  là  alla  ritratta 
del  fiotto  passò  ma  notte  con  tutta  sua  gento  sal- 
vamento, lasciando  parto  delle  ano  tonde  e  fuochi  ac- 
cesi ove  era  stato  accampato,  per  mosbare  la  netto 
a'  nimici  che  ancora  il  campo  vi  fosse  la  netto,  e 
che  vi  fosse  accampato.  B  come  fa  passato,  la  mat- 
tina per  tompo  andò  ad  assalire  parto  de'  suoi  ni- 
mici che  gli  aveano  contrastato  il  passo,  che  v'era- 
no assai  presso  accampati,  e  non  si  prendeano  guar- 
dia, ohe  credeano  eh'  eglino  non  avessono  potuto 
passare  la  riviera  di  Somma,  e  misegli  in  isconfitta, 
che  furono  totti  morti  e  presi  ;  che  furono  tra  a  ca- 
vallo e  a  pie  parecchie  migliaia.  Appresso  seguirono 
loro  cammino  affamati  e  con  grandi  disagi,  e  anda- 
rono il  venerdì  a  <tt  25  d'agosto  ba  '1  dì  eia  notte 
bene  dodici  leghe  piccarde,  sanza  riposarsi,  con  gran- 
de afianno  e  fame,  e  arrivarono  presso  ad  Amiensa 
a  sei  leghe  a  uno  luogo  e  borgo  di  costa  a  uno  bo- 
sco, che  si  chiama  Greci.  E  avendo  a  passare  una 
piccola  riviera  ch'era  profonda,  convenne  che  ^as- 
sassono  a  uno  e  a  due  insieme,  tanto  che  uscirono  del 
passo,  che  non  aveano  contrasto  :  e  sentendo  che  *1  re 
di  Francia  gli  seguiva,  sì  s'accamparono  in  quello  luogo 
fuori  della  villa  di  Croci  in  su  uno  colletto  tra  Greci 
e  Albavilla  in  Ponti:  e  per  afforzarsi,  sentondosi 
troppo  meno  gento  che  i  Franceschi,  e  per  loro  si- 
curtà, cinsono  l'osto  e  il  campo  di  carri,  che  n'a- 
veano  assai  di  loro  e  del  paese,  lasciandori  un'  en- 
trata, eon  intonzione,  che  non  potondo  schifare  la 
battaglia,  disposti  di  combattere  e  di  volere  anzi 
morire  in  battaglia  che  morire  di  fame,  che  la  fuga 
non  avea  luogo.  E  ordinò  il  re  d'InghUtorra  i  suoi 
arceri,  che  n'  avea  grande  quantità  su  per  le  carra, 
e  tali  di  sotto  con  bombarde  che  saettano  paUotto  di 
ferro  con  fuoco,  per  impaurire  e  disertare  i  cavalli 
de'  Franceschi.  E  della  sua  cavalleria  il  dì  appresso 
fece  dentro  del  canino^  tre  schiere;* della  prima  fece 
capitano  il  figliuolo,  della  seconda  U  conto  di  Hon- 
dello,  della  terza  se  medesimo  re  d' Inghilterra  ;  e 
chi  era  a  cavallo  iscese  a  piò  co' eavalli  a  destro 
par  prender  lena  e  confortarsi  di  mangiare  e  bere. 

CAPITOLO  LXVIL 

D'una  grande  e  sventurata  sconfitta  ch'ebbe  il  re 

Filippo  di  Francia  con  sua  gente  da  Adoardo  temo 

re  dP  Inghilterra  a  Crecì  in  Piccardia» 

Lo  re  Fflippo  di  Valois  re  di  Francia,  il  quale, 
col  suo  eawcito  seguiva  il  re  d'InghiHma  e  sua 
gento,  sentendo  come  s'era  accampato  presso  di  Greci 
e  aspettava  la  battaglia,  si  andò  verso  di  lui  firan- 
eamento  crédendolo  avere  soppreso,  come  straccato 
e  vinto  per  la  disagio  e  fame  sofferta  in  cammino. 
E  sentendosi  avere  più  de'  tre  tanti  di  buona  gente 
d' arme  a  cavallo,  perocché  '1  re  di  Francia  avealiene 
da  dodicimila  cavalieri,  e  sergenti  a  pie  quasi  in- 
nnmerabili,  ove  il  re  d' Inghilterra  non  avea  che  quat- 
tromila cavalieri,  e  da  trentamila  arceri  inghilesi  e 

*  Trincea  o  riparo  fatto  alla  riofasa  colle  carra:  dieeai 
anche  carreggio. 


484 


CRONICUB 


gttileii,  t  alquanti  oon  dulondacche'  e  lance  corte; 
e  veoQto  presso  al  campo  defrioghilesi  quanto  uno 
balestro'  potesse  trarre,  ano  sabato  dopo  nona,  a  dì 
26  d'agosto  1346,  U  re  di  Prsncia  fece  fkre  alla 
sua  gente  tre  schiere  a  loro  guisa,  dette  battaglie; 
nella  prìnta  avea  bene  sei  mila  balestrieri  genoYesi 
e  altri  Italiani,  la  quale  guidava  messer  Carlo  Gri- 
maldi e  Ottone  Dona,  e  co*  detti  balestrieri  era  il  re 
Giovanni  di  Boemia,  e  messer  Carlo  ano  figliuolo  e- 
letto  re  de^  Romani,  con  più  altri  baroni  e  cavalieri 
in  quantità  di  trecento'  a  cavallo.  L'altra  schiera  gui- 
dava Carlo  conte  di  Laniona  fratello  del  re  di  Fran- 
cia con  più  conti  e  baroni  in  quantità  di  quattro- 
mila cavalieri  e  sergenti  a  pie  assai.  La  tersa  schiera 
guidava  il  re  di  Francia,  e  in  sua  compagnia  gli  altri 
re  nomati,  e  conti,  e  baroni,  con  tutto  il  rimanente 
del  suo  esercito,  ch'erano  innumerabiJe  gente  a  ca- 
vallo e  a  pie.  Innanzi  che  la  battaglia  si  cominciasse, 
apparvero  aopra  le  dette  osti  due  grandi  corbi  gri- 
dando e  gracchiando;  e  poi  piovve  una  piccola  ac- 
qua: e  ristata,  incominciò   la  battaglia.  La  prima 
schiera  de'  balestrieri  de'  Genovesi  con  gli  altri  a 
cavallo  si  strinsono  al  carrino  del  re  d' Inghilterra  e 
cominciarono  a  aaettare  con  loro  verrettoni  ;  ma  fu- 
rono ben  tosto  rimbeccati,  che  in  su'  carri  e  sotto  i 
carri  alla  coverta  di  sargane^  e  di  drappi  che  gli  gua- 
rentivano da*quadrelli\  e  nelle  battaglio  del  re  d'In- 
ghilterra, ch'erano  dentro  al  carrino  nelle  achiere 
ordinate  tra'  cavalieri,  avea  da  tremila  arceri,  come 
detto  è  addietro,  tra  Inghilesi  e  Gualcai,  che  quando 
i  Genovesi  saettavano  und  quadrello  di  balestro,  que- 
gli saettavano  tre  saette  d' arco,  che  parca  in  aera 
una  nuvola  e  non  cadevano  invano  sansa  fedire  genti 
o  cavalli,  aanu  i  colpi  delle  bombarde,  che  facieno 
ai  grande  tremuoto  ^  e  remore,  che  parca  che  Iddio 
lonMse,  con  grande  uccisione  di  gente  e  sfonda- 
mento di  cavalli.  Ma  quello  che  peggio  faceva  all'o- 
ste de'  Franceschi  si  fu,  che  essendo  il  luogo  stretto 
da  combattere  quant'era  l'aperta  de' carri  del  re  d'In- 
ghilterra, e  percuotendo  e  pignendo  la  seconda  bat- 
taglia ovvero  achiera  del  conte  di  Lansona,  strinsono 
si  i  balestrieri  genovesi  a'  carri,  che  non  si  potevano 
reggere,  né  saettare  colle  loro  balestra,  essendo  al 
continuo  al  di  aotto  da  quelli  che  erano  in  su'  carri 
fediti  di  aaatte  dagli  arceri  e  dalle  bombarde,  onde 
molti  ne  furono  fediti  e  morti.  Per  la  quel  cosa  i 
detti  balestrieri  non  potendo  sostenere,  essendo  dai 
soldati  stretti  e  da' loro  cavalli  al  carrino  per  mo- 
do, che  si  misono  in  volta,  i  cavalieri  franceschi  e 
loro  sergenti  veggendoli  fuggire,  credettono  gli  a- 
vessono  traditi,  ed  eglino  medesimi  gli  uecidevano, 
ohe  pochi  ne  aeamparono.  Veggendo  Adoardp  fi^artó 
figlinolo  del  re  d*  Inghilterra  e  prenze  di  Gualca  che 
guidava  la  priaui  schiera  de*auoi  cavalieri,  ch'erano 


'  liane»  qnoata  voce  alla  Cruaca.  Erano  arme  taglienti 
slmili  alle  scuri.  E  appunto  la  Giuntina  legge:  aeutU 
guaUti. 

'  im  9or9ò  di  emfoUOf  dice  la  edis.  dt. 

'  «re  flMÌla,  abbiamo  nella  Giuntina. 

*  Specie  di  panno  da  coverte  di  carri,  muli  e  simili. 
'  Preeeie  o  altri  ferri  di  punta  quadrangolari. 

*  kmuUùt  liggMl  naU'adlBloaa  citala. 


da  mille  e  da  seimila  arceri  gualcai,  mettere  in  volta 
la  prima  achiera  de'baleatrìeri  del  re  di  Francia,  mon- 
tarono a  cavallo  e  uscirono  del  carrino;  e  asulirono 
la  cavalleria  del  re  di  Francia,  dov'era  il  re  di  Boe- 
mia e  '1  figliuolo  colla  prima  schiera,  e  il  conte  di 
Lansona  fratello  del  re  di  Francia,  e  il  conte  di  Fian- 
dra, e  il  conte  di  Brois,  e  il  conte  d*Aliccrte,  e 
messer  Gianni  d' Annido  e  più  altri  conti  e  grandi 
baroni,  e  quivi  fu  la  battaglia  aapra  e  dura;  peroc- 
ché appreaso  lui  il  segui  la  accenda  baUagtia  ovvero 
schiera  del  re  d' Inghilterra,  la  quale  guidava  il  conte 
di  Rondello,  e  al  tutto  miaono  in  volta  la  prirn  e 
seconda  bsttaglla  de'  Franceschi,  e  maasiaMmcnte  per 
la  fuggita  de'  Genovesi.  In  quella  battaglia  rimasono 
morti  il  re  Giovanni  di  Boemia,  e  '1  conte  Carlo  di 
Lansona  fratello  del  re  di  Francia,  con  più  conti  e 
baroni  e  cavalieri  e  aergenti  molti.  B  lo  re  di  Fran- 
cia veggendo  volgere  sua  gente,  coUa  aun  lena  bat- 
taglia e  con  tutto  il  rimanente  di  aua  gente  percosse 
alle  achiere  degl'  IngUleai,  e  di  aua  persona  fece 
maraviglie  in  araM,  tanto  che  fece  ritrarre  gì' laghi- 
lesi  al  carrino;  e  sarebbono  atati  rotti,  ae  non  fosse 
il  ritegno  del  re  Adoardo  colla  sua  lena  achiere 
eh'  usci  fuori  del  carrino  per  un'  altra  aperta  ohe  fece 
fare  al  carreggio  per  uscire  fuori  addosso  a'nimioi 
al  di  dietro,  e  per  essere  al  soccorso  de' suoi,  fran- 
camente assalendo  i  nimici,  e  fedendo  per  costa  coi 
Buoi  Gualcai  e  Inghilesi  a  pie  coli'  arcora  e  lance  gua- 
lcai, intendendo  solo  a  sventrare  i  cavalli.  Ma  quello 
che  più  confuse  i  Franceschi  fto,  che  per  la  moltitu- 
dine della  loro  gente,  che  erano  tanti  a  cavallo  e  a  più, 
e  non  attendeano  se  non  a  pignere  e  a  urtare  co'  loro 
cavalli,  credendo  rompere  gì' Inghilesi,  eglino  SMde- 
simi  s' affollavano  V  uno  sopra  V  altro  al  modo  che 
avvenne  loro  a  Coltrai  co'  Fiamminghi,  e  speaìalmenle 
gì' impedirono  i  Genovesi  morti,  che  n'era  4)operta 
la  terra  per  la  prima  rotta  battaglia,  e  i  cavalli  dei 
aoldati  morti  e  cadati,  che  lutto  il  campo  n'  era  co- 
perto, e  de'  fediti  delle  bombarde  e  aaelle,  che  non 
v'ebbe  cavallo  de' Franceschi  che  non  fosse  fedito, 
e  innumerabili  morti.  La  dolorosa  battaglia  darò  da 
ianansi  vespro  a  due  ore  infra  la  notte.  Alla  fine  non 
potendo  più  durara  i  Francea^  si  misono  in  fuga,^ 
e  il  re  di  Francia  si  fuggi  la  notte  ad  Amienaa  fedi- 
to, coli*  arcivescovo  di  Rems,  e  eoi  vescovo  d' A- 
miensa,  e  col  conte  d'Alsurro,  e  col  figlinolo  del  can- 
celliere di  Francia  con  da  aessanta  a  cavallo  aotto  il 
pennone  del  Delfino  di  Vienna;  perocché  tatto  le  sue 
bandiera  e  pennoni  reali  erano  rimaai  ai  campo  ab- 
battuti* E  fuggendo  la  brigala  la  noUe  a  covrilo  e 
a   pie,  da'  paeaani  del  loro  paese  medesiaM  erano 
rubati  e  morti  ;  e  per  queato  modo  ne  perirono  assai 
sansa  l'altra  caccia.  La  domenica  mattina  aegnente, 
essendo  della  gente  del  ra  di  Francia  foggiti  la  notte, 
e  ridottiar  ivi  preaao  ov'era  alata  la  battaglia  in  an 
uno  poggetlo  preaao  al  boaco  in  quantità  di  otto- 
cento^ a  cavallo  e  a  pie,  intra  gli  altri  v'era  messer 
Cario  eletto  imperadora  aoampalo  dalla  prìaM  rotta, 
e  ili  alfirontatosi,  non  sappiendo  ove  fuggire,  il  ra 
d*  Inghilterra  vi  mandò  il  conte  d'Orbi  e  quello  di  Chia- 


1  Abbiam  naU'sdlsIona  dlatot  aOa  mila. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


48^ 


ranUiDa^  h>b  gente  t  cafallo  e  a  pie  asMi\  e  aifalen- 
éo  quegli,  come  genie  leonttlUi,  poeo  reseono,  e  fug- 
gendo, assai  ne  furono  presi  e  morti,  e  1  detto  mea- 
sor  Carlo  dì  Boemia  con  Ire  fedite  si  faggi  alla  htt^ 
dia  di  Riscasipo,  ov*  erano  i  cardinaU.  E  la  domedoa 
mattina  medesima  gionse  il  duca  del  Loreno  nipote 
del  re  di  Francia  in  sol  campo,  ohe  Tenia  in  aiuto 
con  tremila  oatalieri  e  quattromila  pedoni  dì  sno  pae- 
ae,  essendo  ignorante  della  battaglia  e  sconfitta  della 
notte,  e  non  sapeva  chi  sbavasse  Tinto;  veggendo 
quella  gente  del  re  di  Francia  die  detto  avemo,  che 
per  paura  ai  teneano  schierati  al  poggetto,'egli  si  die- 
de e  percosse  sgl'  Inghilesi  ;  ma   toato  fu  rotto,  e 
rimaseri  morto  il  duta  con  da  cento  de^suoì  cavalieri, 
ma  la  maggior  parte  di  quegli  a  piò  rìmasono  morti, 
e  gli  altri  sì  ftiggìrono.  Nella  delta  doloroaa  e  sventu- 
rata sconMa  del  re  di  Francia,  si  disse  per  gli  più  che 
Ti  furono  presenti  quasi  in  accordo,  che  bene  ven- 
timila nomini  tra  a  cavallo  e  a  pie  vi  rimaaono  morti, 
e  cavalli  innumerabile  quautiti,  e  più  di  milleseicento 
Ira  conti  e  baroni  e  cavalieri  di  pareggio^  asma  gH 
scudieri  a  cavallo,  che  furono  più  di  quattromila,  e 
presi  altrettanti,  e  tutti  i  foggiti  erano  fediti  di  saette. 
Intra  gli  altri  notabili  signori  vi  rimase  morto  il  re 
Oiovanni  di  Boemia  con  cinque  conti  della  Magna  che 
erano  in  sua  compagnia,  e  il  re  di  Maiolica,  e  il 
conte  di  Lansona  fratello  del  re  di  Francia,  e  il  conte 
di  Fiandra,  e  il  conte  di  Brois,  e  il  duca  del  Lore- 
no, e  il  conte  di  Sansurro,  e  il  conte  d*  AUioorte,  e 
il  conte  d*  Albamala,  e  il  figliuolo  del  eonte  di  Sa- 
lerani  eh'  era  col  re  di  Boemia,  e  messer  Carlo  Gri- 
maldi e  Ottone  Doria  genoveai,  e  molti  altri  signori 
che  non  si  sanno  per  noi.  11  re  Adoardo  rimue  in 
ani  campo  due  di,  e  fecevi  cantera  solennemente  la 
meeaa  del  Santo  Spirito,  ringraziando  Iddio  della  sua 
vittoria,  e  la  measa  e  1*  uAiio  de'  morti,  e  consagrare 
il  luogo,  e  dare  sepoltura  ammorti  cosi  a'nimici  co- 
me a^i  asrici,  e  trarre  i  fediti  tra*  morti  e  fargli  me- 
dicare, e  alla  minuta  gente  fece  dare  loro  danari,  e 
mandogU  via.  I  signori  nobili  ch'erano  morti,  rilro- 
Tati  che  furono,  fece  nobilmente  soppellire  ivi  presso 
n  una  badia,  e  tra  gli  altri  molto  grande  onore  ed 
osequìo  fece  al  corpo  del  ra  Giovanni  di  Boemia, 
aicoome  a  corpo  di  re,  e  per  ano  amore,  piangen- 
dosi di  sua  morte,  egli  e  ognuno  de*  suoi  bnoni  si 
vestirono  a  nero,  e  rimandò  il  suo  corpo  molto  o- 
noravolemente  a  messer  Carlo  suo  figliuolo  eh*  era 
alla  badia  di  Riaeampo,  e  di  là  ne  lo  portò  il  figliuolo 
a  Luiifflborgo  nella  Magna.  E  dò  fatto,  il  detto  ra 
Adoardo  colla  sua  benawenturosa  vittoria,  che  poca 
di  sua  gente  vi  mori  a  comparasione  de*  Franceschi, 
ai  parti  da  Cred  il  terzo  di,  e  andonne  a  Mosle- 
raolo.  0  sanctus,  sanctus^  sanehss  Dotnktus  Deus 
Saba0ik,  doè  a  dire  in  latino,  santo  de*  santi  no** 
atro  aignora  Iddio  dell*  osto,  quant*  è  la  potenza  tua 
in  delo  e  in  terra,  e  spezialmente  nelle  battaglie  I 
che  talora  brae  aovente  fa,  che  meno  gente  e  po- 
tenzia vincono  gli  grandi  eserciti,  per  mostrara  la 


*  Narentana,  ba  la  edizione  de' Giunti. 
'  capaliere  di  paraggio^  uomo  di  paraggio   è  quanto  ea- 
PùUer  di  famiglia  nobikj  uom  nobiU, 


eoa  potenzia,  e  abbattere  le  aoperbie  e  gli  orgogli, 
e  punire  le  peccata  de*  re  e  de' signori  e  de' popoli. 
In  questa  sconfitta  ben  si  mostrò  la  sua  poteaiia,  che 
i  Franceschi  erano  tra  cotanti  che  gì*  Inghilesi.  Ma 
non  fu  sansa  giusta  cagione,  e  non  avvenne  questo 
pericolo  al  re  di  Francia,  che  in  tra  gli  altri  pec- 
cati, lasciamo  stare  il  torto  fatto  al  re  d*  Inghilterra 
e  sgU  altri  suoi  baroni  d*occupara  loro  retaggi  e 
signorie,  ma  più  di  dieci  anni  dinanzi  avea  giurato 
a  papa  Giovanni  e  presa  la  croce,  promettendo  in- 
fra due  anni  d'andare  oltremare  a  racquietare  la 
Terra  Santa,  e  prese  le  decime  e'snssidiii  di  tutto 
sno  reame,  faccendone  guerra  contro  i  signori  cri- 
stiani ingiustamente  ;  per  la  cui  cagione  morirono  e 
furono  schiavi  de'saracini  d'oltremare  ed  Erminied 
altri  centomila  criatiani,  che  per  sua  speranza  aveano 
comindata  guerra  a'saracinidi  Seria:  e  questo  ba- 
sti a  tanto. 

CAPITOLO  LXVIII. 

Quello  che  il  re  d'Inghilterra  cen  sua  oste  fece  do^ 
pò  la  detta  vittoria  wouta  a  Greci, 

Partito  il  re  Adoardo  dal  campo  di  CrecI  ove 
avea  avuta  la  detta  vittoria,  ed  easendo  con  sua  oste 
a  Mosteraolo,  credendolosi  avere,  eh*  era  della  con- 
tea e  dote  della  madra,  la  terra  era  bene  guernita 
per  lo  re  di  Frauda  de'  molti  Franceschi  rifuggiti  della 
aoonfitta  ;  si  si  difesono,  e  non  la  potò  avara  ;  gua- 
stolla  intono,  e  poi  n'  andò  a  Bologna  in  su  lo  mare 
e  fece  il  somigliante.  Poi  ne  venne  a  Guizzante,  e 
perchè  non  era  murato,  il  rubò  tutto,  e  poi  vi  mise 
fuoco,  e  tutta  la  villa  guastarono.  E  poi  ne  vennono 
a  Calese,  e  quello  era  murato  e  aObrzato,  e  dieronvi 
battaglia  più  volte  e  noi  poterono  avere;  e  ivi  si 
puosono  ad  assedio  per  terra  e  per  mare,  e  fecevi 
una  bastia  di  fuori  d*  intorno  com*una  buona  terra 
afforzata  e  acconcia  da  vernarvi,  e  ivi  con  sua  oste 
stette  all'  assedio  bmgamente,  come  innanzi  faremo 
menzione  ;  e  in  dò  mise  ogni  suo  podera  per  ac- 
quistare e  per  avere  porto  forte  e  ridotto  di  qua  da 
mara  in  sul  reame  di  Francia.  E  in  questa  stanza  ven- 
ne al  re  d'  loghillerra  la  madra  e  la  moglie  e  due 
serocchie  e  la  figliuola,  e  poi  il  conte  d'  Orbi  con 
mollo  naviglio  e  gente  d'arme  e  rinfirescamento  di 
vittuagHa  ed  ogni  guenimento  da  oste.  In  queata  atan- 
za  i  due  legati  cardinali  con  altri  baroni  di  Francia 
e  d' Inghilterra  furano  più  volte  prasso  di  Calesse  a 
parlamentare  di  pace,  ma  non  vi  potè  avere  accordo. 
Ancora  stando  il  ra  d' Inghilterra  al  detto  assedio  di 
Caleae,  e  avendo  d'accordo  promeaaa  la  figliuola 
per  moglie  al  giovane  conte  di  Fiandra,  e'doveasi 
allegare  con  lui  ;  ma  per  soddudmento^e  trattato  del 
re  di  Francia  e  per  onta,  rimprocciandogli  che  il 
padre  era  stato  morto  essendo  col  ra  di  Francia  alla 
battaglia  di  CrecI,  come  addietro  facemmo  menzione, 
si  si  parti  dal  ra  d' Inghilterra  di  nascoso,  e  venne- 
ne  al  re  di  Francia,  e  tolse  per  moglie  la  figliuola 
del  duca  di  Brabante  ;  e  '1  detto  duca  ai  parti  dalla 
lega  del  re  d' Inghilterra,  e  allegossi  col  re  di  Fran- 
cia e  imparentossi  con  lui:  e  diede  il  duca  al  suo 


486 


CRONICHE 


mBggìOTt  figUoolo  li  flgtiaoh  di  mesfer  dkaiii  fi-' 
glioolo  del  re  di  Franda,  e  ali*  altro  k  figlioola  del 
duca  di  Borbone  d^a  cua  di  Franeia;  e  il  detlo 
duca  di  Brabante  diede  per  moglie  la  sua  ieoonda 
figlinola  al  duca  di  GheDeri  nipoto  del  re  d'Inghil- 
terra figliuolo  della  aerocchia,  aTondo  prima  tolta  e 
sposata  la  figlinola  del  marchese  di  Ginllieri.  Tutte 
queste  rivoltnre  e  leghe  fece  fare  fl  re  di  Francia 
contro  al  re  d^InghQterra  per  danari,  onde  il  deca  di 
Brabante  ne  fn  molto  ripreso:  ma  però  il  re  d*  In- 
ghilterra non  lasciò  sua  impresa  alP  assedio  di  Ca- 
lese.  B  messer  Gianni,  figlinolo  del  re  di  Francia,  col 
duca  d*  Atene  e  con  altri  baroni  e  grande  cayalieria 
e  sergenti  a  piedi  in  grande  quantità,  stava  in  Bolo- 
gna in  su  lo  mare  e  d*  intorno  a  ftire  al  continuo 
guerra  guerrìata  al  re  d'Inghilterra  e  a  sua  oste  per 
terra  e  per  mare  con  galee  e  altri  nariiii,  per  fornire 
Calese  ;  oy^ebbe  piti  assalti  e  badalucchi  e  scontrassi, 
quando  a  danno  dell'  una  parte  e  quando  dell'  altra, 
che  lunga  storia  sarebbe  a  raccontare.  E  dair  altra 
parte  fece  il  re  di  Francia  un*  altra  oste,  e  fece  porre 
Tassedio  a  Casselhi  di  Fiandra,  acciocché  i  Fiammin- 
ghi non  potessono  venire  in  aiuto  nò  aocoszarsi  a  Ca- 
lese coli' oste  del  re  d'Inghilterra,  onde  i  Fiamminghi 
per  comune,  fatto  con  ordine  del  re  d'Inghilterra  loro 
capitano  e  guidatore  il  marchese  di  Ginllieri,  vennono 
verso  Cassella  per  combattere  co'  Franceschi,  i  quali 
rifiutarono  la  battaglia,  e  partironsi  dall'assedio  di  Cas- 
sella, e  andaronsene  a  Santo  Hieri.  Lasceremo  alquanto 
de*  processi  della  detta  guerra  de'  due  re  infino  che 
avrà  altra  riuscita,  e  diremo  de'  nostri  fatti  di  Firenze 
e  d' altre  norità  che  furono  ne'  sopraddetti  tempi. 

CAPITOLO  LXIX. 

Come  Luigi  U  gioeane^  che  Hene  la  CieiHùy  riebbe 
Mela%%o  e  iraitò  di  fare  parentado  e  lega  col  re 

if  Ungheria, 


A  di  5  d'agosto  V  anno  1346,  Luigi  il  gio- 
vane figliuolo  che  fu  di  don  Piero  figliuolo  di  don 
Federico,  che  possiede  l' isola  di  Cicilia,  sentendosi 
per  lo  suo  balio  e  aio  don  Guglielmo,  valente  uomo 
d'arme,  e  per  gli  Ciciliani,  la  discordia  ^'era  nel  regno 
di  Puglia  tra  reali  e  le  redo  del  re  Cario  e  Ruberto 
per  la  morte  del  giovane  re  Andreasso,  onde  addietro 
è  fatta  mansione,  si  puose  ad  assedio  alla  terra  di 
Melaszo  in  Cicilia,  che  si  tenea  per  gli  detti  reali, 
per  mare  e  per  terra,  e  atettonvi  più  tempo  all'  as- 
sedio, perocdi'  eli'  era  molto  fòrte  e  bene  guemita  di 
gente  e  di  vittuaglia.  Ma  i  capitani  che  v'erano  alla 
guardia,  per  le  dette  discordie  de' reali  del  Regno  non 
potendo  avere  le  loro  paghe  per  loro  e  per  la  gente 
che  v'erano  alla  guardia,  e  veggendo  non  potere  a- 
vere  né  soccorso  nò  rinfrescamento  del  Regno,  cer- 
carono loro  accordo  co' Ciciliani,  e  per  danari  che 
n'  abbono  renderono  la  terra  il  detto  di.  E  nel  det- 
to mese  essendo  venuti  in  Cicilia  ambasciadori  del  re 
d'Ungheria  per  contradire  a'detti  reali  del  Regno  per 
trattare  lega  e  compagnia  col  detto  Lm'gi  il  gio- 
vane che  tenea  la  Cicilia,  addomandarono  trenta  ga- 
lee al  soldo  al  detto  re  d' Ungheria  al  suo  passaggio 


nel  regno.  Guglielmo  aio  del  detto  giovatte  Ldgi 
che  si  faoea  chiamare  duca  d' Atene  ed  era  balio  M 
detto  Luigi  e  governatore  dell'isola  di  Cicilia,  sì  trat- 
tò e  ragionò  di  fare  parentado  col  detto  Luigi,  eh'egfi 
terrebbe  per  mo^e  la  seroochia  del  re  d'Ungheria, 
e  promise  di  dargli  aiuto,  quando  volesse  paasare  nel 
Regno,  dì  quaranta  galee  armate  al  soldo  del  detto 
Luigi  ;  e  mandò  in  Ungheria  suoi  ambaaciadorì  in  su 
una  galea  armata  per  confermare  la  detta  lega  e  su- 
trimoniò.  Ma  venuti  in  Ungheria  gli  ambasciadori  di 
quello  di  Cidlta,  dimandarono  di  rimanere  libero  le 
di  Cicilia,  e  dnandavano  Reggio  in  Calavm  ed  al(M 
terre  che  teneva  l' avolo  suo  don  Federigo  ;  la  qnal 
domanda  il  re  d' Ungheria  non  aeoettò,  bmi  anrebbe 
condisceso  al  lasciargli  l'isola  riapondendogU  cerio 
censo,  e  rimanendo  a  qodlo  d'Ungheria  il  risorto  e 


l'appello,  come  sovrano,  e  il  titolo  del  rennae^  A  eie 
non  s'accordarono  quegli  di  Cicilia,  e  riasafle  fl  trair 
tato,  e  poi  il  tennero  co' reali  di  Puglia.  U  ine  a  che 
ne  vennero  si  dirà  dinansi  a  tempo  e  Inoge,  qeando 
saremo  sopra  alla  detta  UMteria. 

CAPITOLO  LXX. 

Come  certe  galee  de'*  Genovesi  panarono  nel  wtare 
Maggiore^  e  pre$ono  Sinopoli  e  Pisola  di  Sde. 

Nel  detto  anno  e  tempo  §ì  partirono  quaranta 
galee  armate  da  Genova  in  Romania  per  fare  vendetta 
del  Cerabl  signore  de'  Torchi  del  mare  Maggiore, 
per  lo  tradimento  e  danno  ch'egli  avea  fatto  a' Ge- 
novesi, come  in  alcuna  parte  addietro  faeenuno  man- 
sione ;  e  presono  la  terra  di  Sinopoli,  e  quella  ru- 
barono e  guaatarono,  e  corsone  il  paeae,  e  re^roBO 
molta  roba  émercatanaia  de'  Turchi;  e  rimile  fecio- 
no  all'  isola  di  Scio  in  Arcipelsgo  di  Romania,  e 
quella  presono  e  fnronne  signori,  e  tolsonla  a'Greci, 
ove  nasce  la  mastica,  la  quale  è  di  gran  frutto  e  ren- 
dita. Lasceremo  di  dire  delle  norità  degli  strani,  e 
torneremo  a  dire  de'  noatri  fatti  di  Firense  e  d'aUn 
parti  d' Italia. 

CAPITOLO  LXXI. 

Di  certe  notila  che  fkrono  in  questi  tempi  nel 

regno  di  Puglia. 

Nel  detto  anno  1346,  a  di  8  d'ottobre,  passò 
per  Firense  il  cardinale  d' Ombruno  legato  del  papa,- 
che  andava  nel  regno  di  Puglia  per  reearlori  ia  0M 
guardia  per  la  Chiesa,  per  le  discordie  de*  reali  p« 
la  morte  del  re  Andreasso,  e  da'  Fiorentini  gii  ^ 
iHto  grande  onore.  Andato  luinel Regno,  male  ri  fii 
veduto  da  quo'  reali  e  per  la  reina,  e  peggio  ^  ^ 
ubbidito,  e  M  paese  qnari  tutto  scommosso  in  ribel- 
lione; e  rubellossi  l'Aquila  per  uno  aer  Lalli  ^^' 
dine  di  quella  col  suo  seguito,  e  coli' aiuto  e  fovore 
di  messer  Ugolino  de'  Trinci  signore  di  Fnligno,  e  pia 
altre  terre  d'Abruszi  a  petizione  del  re  d'Uogheritf^ 
il  paese  tutto  corrotto  a  rubare  i  cammini,  e  chi  piì^ 
pelea.  U  legato  colla  reina  fedone  più  signori  p«f 
giustizieri,  ma  poco  furono  ubbiditi  e  temuti.  Il  1^ 


DI  GIOVANfn  VILLANL 


467 


gaio  veggMido  coti  oorrollo  n  pMi e,  se  n^  «adò  a 
diflK>ffaro  a  BeneveBto,  e  poco  ara  tettato  a  capitale. 

CAPITOLO  LXXU. 

Di  eerH  ordini  che  si  feciono  in  Firenzey  che  ninno 

forestiere  potesse  avere  ufki  di  comune^  e  come  si 

compiè  il  ponte  a  Santa  Trinità. 

Nel  detto  anno,  a  di  18  d*  ottobre,  si  fece  or- 
dine e  dicroto  ii  Firease  che  nioBo  forestiere  fatto 
«ttadino,  il  ^ude  il  padre  e  V  avolo  ed  egli  non  fos- 
MBO  nati  in  Firense  o  nel  contado,  non  potesse  a- 
vere  alcano  nfieio,  non  ostante  ohe  fosse  eletto  [o 
insaccato  S  sotto  certa  grande  pena.  E  questo  si  fece 
per  molti  arleftd  minoti  venuti^  delle  terre  d*  attorno, 
mUo  titolo  de'  reggenti  delle  ventane  capitndini  del- 
r  arti  ed  erano  insaccati  fra  i  priori  e  altri  assai  a- 
ftd.  Ed  era  il  loro  ano  grande  fastidio,  che  con  mag- 
fiore  aodacia  e  presanxione  osavano  il  loro  maestrato 
e  signorìa,  che  non  faceano  gli  antichi  e  orìginali 
cittadini.  Bene  fa  questo  motivo  e  opera  de'  capi- 
Uni  di  parte  guelfa  e  del  loro  consiglio,  che  pareia 
loro  vi  si  mischiassono  de'  ghibeUini,  e  per  afficbo- 
lire  il  reggimento  delle  ventane  capitudini  deirarti  che 
reggevano  la  città  ^  e  fu  quasi  ano  cominciamento  di 
rivolgimento  di  stalo  per  le  sequele  che  ne  segui- 
rono appresso,  comò  indanzi  faremo  menzione.  Nói 
detto  anno  a  di  4  d' ottobre,  si  serrò  V  arco  di  mez- 
so  del  ponte  da  Banta  Trinità  con  tre  pile  e  quattro 
wohi  ;  molto  bene  fondato  e  rìcco  lavorìo  rìuscl,  e 
costò  da  ventimila  florìni  d' oro,  e  fecevisi  in  su  una 
pila  ona  molto  bella  cappella  di  San  Michele  Angelo. 

CAPITOLO  LXXIIL 

IT  una  grande  carestia  che  fu  in  Firenze  e  d^  in- 
tomo in  più  parti. 

Nel  detto  anno  1346,  cominciandosi  la  cagio- 
ne del  mese  d' ottobre  e  di  novembre  1345,  al  tem- 
po della  sementa  furono  soperchie  piove,  sicché  cor- 
rnppono  la  sementa,  e  poi  l'aprile  e  il  maggio  e 
il  giugno  vegnente  1346  non  fino  di  piovere,  e  tal- 
ora tempeste,  onde  per  simile  modo  si  perde  la 
sementa  delle  biade  minate,  e  le  seminate  si  gua- 
starono ;  e  dò  avvenne  in  più  parti  di  Toscana  e 
d' Italia,  e  in  Proenza,  e  in  Borgogna,  e  in  Fran- 
cia, onde  nacque  grande  fame  e  caro  nei  detti  paesi, 
e  a  Genova  e  ad  Avignone  in  Proenza,  ov'era  il  papa 
eolia  corte  di  Roma.  E  ciò  avvenne,  secondo  disso- 
no gli  astrolagi  e  maestri  di  natura,  per  la  congiun- 
BÌone  pusata  di  Saturno  e  di  Giove  e  di  Marte  nel 
segno  d'Acquano,  come  addietro  ò  per  noi  fatta  men- 
sione.  Onde  avvenne,  che  già  cento  anni  passati 
non  fu  si  pessima  ricolta  in  questo  paese  di  grano 
e  di  biada  e  di  vino  e  d'  olio,  e  di  tutte  cose,  co- 
me fa  in  questo  anno.  E  il  vino  valse  di  vendem- 
mia il  comunale  da  fiorini  sei  in  fiorini  otto  il  co- 


'  Dft  tniaceof  e,  più  comanemente  »m&or«ar0;  e  vale  :  met- 
tere Q  nome  altrui  nel  sacchetto,  o  borse,  onde  si  eetrae- 
▼ano  gli  nffldali  di  un  governo  qualunque. 

'  Aneb*  qui  U  Giuntina  ha  :  vemtieci.  Tedi  pag.  470, 
eoi.  I,  n.  2. 


gno  ;  e  quasi  non  rimasono  colombi  e  poUi  per  difetto 
d*  esca,  e  valse  il  paio  de*  capponi  fiorini  uno  d*oro 
e  lire  quattro,  e  non  se  ne  trovavano  ;  e*  pollastri 
per  Pasqua  soldi  dodici  il  paio,  e^pippioni  soldi  die- 
ci, e  Tuova  danari  quattro  o  cinque  Tuno,  e  non 
se  ne  trovavano  ;  e  V  olio  montò  in  lire  otto  Tor- 
do.  Per  difetto  di  dò  la  carne  di  castrone  e  di  bue 
grosso  e  di  porco  montò  da  danari  venti  in  soldi 
undid  la  libbra,  e  la  vitella  da  soldi  due  e  mezzo 
in  soldi  tredid*  la  libbra,  e  fu  grande  caro  di  frutta 
e  di  camangiare;  e  tutto  ciò  fa  la  cagione  soprad- 
detta. Per  la  qual  cosa,  avvegna  che  per  gli  tempi 
passati  alcuno  enne  fosse  caro,  pure  si  trovava  della 
vittnaglia  in  alcona  contrada  ;  ma  in  queato  anno 
quasi  non  se  ne  trovava,  imperciocché  le  terre  non 
rispuosono  al  quarto,  né  tali  al  sesto  del  dovuto  e 
usato  tempo.  E  valse  di  ricolta  lo  staio  del  grano 
presso  a  soldi  treota,  montando  ogni  di;  e  innanzi 
che  fòsse  1* altra  ricolta,  a  calendimaggio  1347, 
montò  a  fiorini  uno  d^oro  lo  staio  ;  e  lo  stdo  del- 
y  orso  e  delle  fave  montò  a  soidi  dnquanta  lo  stdo, 
e  r  altre  biade  ali*  avvenente  ;  e  la  crusca  a  soldi 
undid  lo  staio  e  più,  che  non  se  ne  trovava  per 
danari;  e  sarebbe  il  popolo  morto  di  fame,  se  non 
fosse  la  larga  e  buona  provedenza  fatta  per  lo  co- 
mune, come  diremo  appresso.  E  fu  si  grande  la  ne- 
cesutà,  che  le  più  delle  famiglie  de*  contadini  ab- 
bandonavano i  poderi,  e  rubavano  per  la  fame  Tuno 
all*dtro  ciò  che  trovavano,  e  molti  ne  vennono 
mendicando  in  Firenze,  e  cosi  de*forestieri  d^intor- 
no,  eh*  era  una  pietà  a  vedere  e  udire,  e  non  si  po- 
teano  lavorare  le  terre  uè  seminare  ;  se  non  che  co- 
loro di  cui  erano  le  terre,  se  volevano  che  '1  pode- 
re si  lavorasse,  convenia,  e  convenne,  die  pasces- 
sono  quegli  che  lavoravano,  e  fornire  di  seme  con 
grande  necessità  e  costo.  E  con  tutto  che  f  anno 
1329  e  del  1340  fosse  grande  caro,  come  addie- 
tro in  quegli  tempi  facemmo  menzione,  pure  del 
grano  e  della  biada  si  Covava  in  città  e  in  contado; 
ma  in  questo  anno  non  si  trovava  né  grano  né  biada, 
e  specialmente  in  contado  a  più  de*lavoratori  e  con- 
tadini. 11  comune  si  provvidde  e  comperonne  e  fece 
mercato  con  caparra  di  moneta  con  certi  merca- 
tanti genovesi,  e  fiorentini  e  dtri,  di  quarantamila 
moggia  di  grano  e  di  Pelago,  di  Cicilia,  di  Sardi- 
gna,  di  Tunisi,  di  Barberia  e  di  Calavra,  e  di  quattro- 
mila moggia  d*  orzo,  ma  non  se  ne  potè  condurre 
per  la  via  di  Pisa  in  tutto  più  che  moggia  ventidue- 
mila di  grano,  e  moggia  millesettecento  d' orzo,  il 
quale  venne  costato,  posto  in  Firenze,  fiorini  unaid 
d*  oro  il  moggio  del  grano,  e  fiorini  sette  il  mòggio 
dell*  orzo.  Ma  perchè  non  avemmo  tutto  quello  che 
per  lo  nostro  comune  fu  comperato,  fu  la  cagione 
che  i  Pisani  aveano  caristia  grande  e  aimile  i  Geno- 
vesi, che  per  forza  si  prendevano  il  grano  della  no- 
stra compera  giunto  in  Porto  pisano,  tanto  che  ai 
fornivano  innanzi  a  noi;  è  questo  d  diede  grande  di- 
fetto, e  più  volte  grande  stretta  e  paura,  e  non  ce 
ne  potevamo  alare.  Il  cornane  ne  fece  venire  di  Ro- 
magna e  di  Maremma  quello  che  potè  avere  di  gra- 


'  frf,  leggiamo  nel  T.  de'  Giunti. 


494 


CROMCHB 


a  certo  lermiiie;  e  i  nobili  e*frudi  aveano  mandalo 
loro  ambnf  dadorì  al  dello  che  gfiek  voleaio  dare  U-* 
bera  la  signorìa,  lenendosi  male  conlenti  del  reggi- 
mento del  doge  e  del  popolo;  onde  meiter  Lnehi- 
no  idegnò  eonira  il  popolo  non  volendogli  dare 
libera  la  signorìa.  Per  la  qnal  cosa  tornali  a  Ge- 
nora  i  detti  ambasoiadorì,  ai  levò  il  popolo  a  remo- 
re ed  arme,  e  corsone  sopra  i  grandi,  e  presono  da 
oinqnanta  di  loro,  pure  de"  migliori,  e  impnosono  lo- 
ro di  pena  lire  centomila  di  genovini,  e  convenne  che 
gli  pagassono  al  comune  ;  e  racchelossi  il  remore  nella 
citli,  rìmanendo  il  doge  e  il  popolo  signorì  della  città; 
e  de*  caporali  delle  case  de*  grandi  il  doge  mandò  a* 
eonflni  in  diverse  parti  ;  ma  i  più  mppono  i  contni  e 
fedonsi  mbelti,  e  poi,  come  diremo  innansi,  vennono 
sopra  Genova.  B  in  questo  mese  d*  aprìle  essendo 
arrivate  in  Porlo  pisano  due  galee  carcbe  di  grano 
che  veniano  di  Cicilia,  comperato  per  gli  nfidali  del 
oomnne  di  Firenze  ed  essendo  in  Genova  grande  caro, 
mandarono  loro  galee  in  Porto  pisano,  e  combatte- 
rono le  dette  galee,  e  per  fona  le  menarono  a  Ge- 
nova, pagandone  poi  con  mali  pagamenti  i  mercatanti 
che  aveano  il  carco,  dandone  loro  qnel  che  a  loro 
piacque.  Per  la  quale  ingiurìa  e  tirannia  Citta  per  li 
Genovesi  al  comune  di  Firenze,  subitamente  montò 
il  grano,  e  valse  in  Firenxe  soldi  quarantacinque 
lo  staio,  e  poi  salì  tosto  a  fiorini  uno  d'oro,  e  più.  B 
per  questa  cagione  e  oltraggio  de'  Genovesi,  ebbe  in 
Firenze  grande  gelosia  e  paura  che  non  mancasse  la 
vitlnaglia  e  mandarono  in  Romagna  a  fame  venire  con 
gran  costo  e  interesso  del  nostro  comune,  come  ad- 
dietro facemmo  menzione  nel  capitolo  della  carestia. 

CAPITOLO  LXXXIX. 

Come  r Aquila  e  Poltre  terre  d^Ahruvki  si  rubellarono 
a'  reali  di  Puglia^  a  petizione  del  re  <r  Ungheria. 

Nel  detto  anno,  essendo  quasi  rubellata  TA- 
qnila  alla  reina  di  Puglia  e  agli^allrì  reali  rode  del  re  Ru- 
berto, per  uno  sor  Larì  dell'Aquila,  che  se  n*era 
fono  signore  per  lo  re  d'Ungheria,  gtunsono  nella 
dita  deir  Aquila  del  mese  di  maggio  per  lo  detto 
re  Tardvescovo  d*Ungherìa  e  messer  Niccola  Un- 
gerò, il  quale  messer  Niccola  era  stato  nel  Regno 
baMo  del  re  Andreasso,  ed  oravi  quando  fu  morto. 
I  delti  erano  venuti  all'Aqiili  con  grande  quantità 
di  moneta  per  mantenere  quegli  dell*  Aquila,  e  per 
soldare  gente  d*  arme  a  cavallo  e  a  pie  per  lo  dello 
re  d' Ungheria,  sicché  tosto  ebbene  mille  cavalieri,  e 
più.  B  del  mese  di  giugno  scorsone  il  paese,  e  più 
terre  d*  Abruzzi  si  mbellarono  alla  regina  e  a*  reali, 
lenendon  per  lo  re  d*  Ungheria.  Ciò  ta  Civita  di 
Chicli,  e  Civita  d*Abbruzzi',  e  Popoli,  e  Laudano, 
e  la  Guardia  e  altre  terre  e  castella  ;  e  puosono  oste 
alla  dita  di  Sermone^.  Sentendosi  dò  in  Napoli  per 
i  detti  reali,  assai  tosto  fedone,  tra  di  baroni  del 
regno  e  soldati,  più  di  duemilaoinquecento  cavalieri  e 
gente  d'arme  a  pie  assai,  e  fedone  capitano  dell*oste 
il  duca  di  Dorazzo  figliuolo  che  fu  di  messer  Gianni,  e 
nipote  del  re  Ruberto,  e  vennero  a  soccorso  di  Ser- 


*  Civita  di  Penna.    Ed.  G.        '  Suhnona,    Ed.  G. 


mona.  Sentendo  dò  quegli  dell*  Aquila,  che  v*  erano 
a  oste,  si  se  ne  levarono  con  atenno  dminoi,  e  ri- 
dussonsi  neU'Aqdla  a  guardia  della  tarm,  e  qneila 
affusarono  e  guemirono  di  villaaglia.  Il  énon  di  D«- 
razzo  colla  sua  oste,  (eh*  ogni  di  gli  creaea  genU), 
si  pnose  ail'aasedio  deUa  dita  d*  Aquila,  dwogai 
di  d  credevano  averla,  e  quivi  stettono  fino  tU'  u- 
sdla  d'agosto  gnaalando  d'intorno;  ed  ebbevipiù 
soontrszzi  e  badalucchi,  quando  a  danno  dell'una 
parie,  e  quando  éeU' altra.  In  questa  etnann  arrivò 
in  Italia  il  vescovo  delle  Cinquechiese,  ovvero  da' 
Cinquevesoovadi,  fratello  bastardo  del  re  d*  Uaf^e- 
ria  (si  diceva  savio  signore  e  valente  in  arme)  eoa 
dngenlo  gentili  uoidni  d' Ungheria  e  della  Magna  a 
cavallo  e  in  arme,  e  con  danari  assai,  e  aoggiemò 
a  Forlì  in  Romagna,  e  aasai  prima  rioevnto  grano- 
samente da  messer  Mastino  della  Scala  al  suo  vsh- 
care,  e  poi  da  tulli  i  dgnori  di  Romagna,  o  ivi  Mldò 
quanta  gente  potè  avere  a  cavallo,  e  arrivò  a  Fdi- 
gno;  sicché  colta  gente  ch'egli  aveva,  e  eoa  quegli 
che  soldo,  si  ^vò  a  Foligno  che  d  tallo  n  teneva 
daUa  parta  del  re  d*  Ungheria,  end'  era  capo  HMSser 
Ugolino  de'  Trinci,  vi  si  b'ovò  con  più  di  mille  a- 
vaiieri,  e  ndl*Aqttita  e  d'intorno  al  paese  n'avea 
bene  da  altri  mille  al  soldo  dd  re  d'  Ungheria.  Sea- 
lendo  dò  quelli  eh* erano  all'assedio  dell* Aquila, ed 
essendo  già  fornito  il  servigio  de*  Ire  mesi,  ch*e'ba- 
reni  devono  servire  la  corona,  e  non  avendo  soldo 
delta  cortei   d  conundarono  a  partire;   e  *i  primo 
ohe  d  parti  fu  il  conto  di  San  Severino,  ohe  d  disse 
eh*  aamva  più  ta  signoria  del  re  d' Ungheria  che  quella 
de'reali  ;  e  parlilo  lui,  tutti  gli  altri  d  partirono  scoa- 
damento  e  sdarrati,  e  certi  ricevetlono  aleano  danno 
daUa  genta  ch'era  nell'Aqnita.  E  giunti  ndl'Aqdla, 
ta  gento  eh'  era  a  Fuligno  dd  re  d' Ungheria,  cor- 
sone il  paese,  e  presono  il  castello  delta  Leonessa, 
e  qudlo  arsone.  Lasceremo  alquanto  di  questa  im- 
presa dd  re  d'Ungherta,  e  diremo  d'nna  grands 
novita  che  fu  in  Roma  di  mntaaone  di  popolo  e  di 
nuova  signoria. 

CAPITOLO  XC. 

Di  grandi  notila  che  furono  tu  ilonia,  e  come 
i  Romani  feciono  tribuno  del  popolo. 

Nd  dello  anno  1347,  a  di  20  di  ma^io,  fl 
dì  delta  Pen^costo,  easendo  tornalo  a  Roma  aao 
Niccotaio  di  Renzo,  ch'era  ilo  a  corte  di  papa  per 
lo  popolo  di  Roma  a  richiederlo  che  venisse  a  di- 
morare alla  sedia  di  San  Piero,  cobm  dovea,  ooUa 
sua  corto;  e  avendogli  di  dò  il  papa  data  buons, 
ma  vana  speranza,  si  ragonò  parlamento  ta  Roma, 
dove  d  congregò  molto  popolo,  e  m  queUo  ispesta 
sua  ambasctata  con  savie  e  ornate  parole,  come  qaeg^ 
che  era  di  reltorica  ordtaato  maestro,  e  cott*eg^ 
avea  ordinato  con  certi  caporali  dd  popota  auaato, 
a  grida  di  popolo  fa  litto  tribuno,  e  messo  in  Ce*- 
pidoglio  in  dgnoria.  B  di  presento  che  ta.  l*tto 
signore  tolse  ogni  signorìa  e  stato  a'  nobili  di  Ho- 
mo, e  fecene  prendere   de'capordi,  che  mantene- 
ano  le  ruberìe  in  Roma  e  d' intorno,  h  fece  i^^ 
aspre  giustizie,  e  mandò  a' confini  certi  degli  Or- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


489 


0«r  LneluDO,  6  male  poteàno  avere  aoccorsso  da  mea- 
aer  Haatino  né  da  altri  loro  aonìoi  né  da  Ferrara 
aaoM  grande  loro  perìcolo  ;  sì  cercarono  loro  ac- 
cordo con  mesaer  Luchino,  al  qoale  ^  ai  diede  com- 
pimento airoioita  del  mese  di  settembre  1346,  e  si 
feciono  compari  di  messer  Luchino  d'uno  suo  fi- 
gUttolOy  e  rederongli  Parma,  ed  abbono  da  lui  ses- 
saetaflula  fiorni  d' oro  ;  e  riebbouo  per  patti  il  loro 
caitello  di  San  Felice  e  i  loro  pregioni  che  tenea- 
BO  quegli  da  Gonzaga,  e  con  grande  festa  n^  anda- 
rono con  measer  Luclifaio  a  Milano  a  fare  il  suo  fi- 
gliiH^  cristiano,  e  fermarono  lega  e  compagnia  in- 
aieme*  E  nota,  alagli  ha  tra' cristiani  nullo  re,  se 
non  fosse  quello  di  Francia  e  quello  d' Inghilterra 
e  d'Ungherìa,  di  tanto  podere  com'è  messer  Lu- 
cliifio  ;  che  teneva  al  continuo  più  di  tremila  cava- 
liori  a  itto  soldo,  e  talora  quattro  in  cinquemila  e 
pìhj  che  non  è  re  tra'cHsttam  che  gli  tenea.  E  si- 
gnoreggiava le  *nfirascrìtte  dicfiMette  città  colle  loro 
castella  e  contadi,  ciò  sono  :  Milano,  Como,  Bergamo, 
Brescia,  Lodi,  Mencia,  Piacenza,  Pavia,  Cremona, 
Crema,  Asti,  Tortons^  Alessandria,  Noara,  Vercelli, 
Tonno,  e  ora  Parma.  Ma  guardisi  del  proverbio  che 
disse  Marco  Lombardo  al  conte  Ugolino  di  Pisa, 
quand'  egli  era  nella  sua  maggiore  felicità  e  stato  ; 
come  dicemmo  nel  ano  capitolo,  ch^egli  era  meglio  di- 
aposto  a  ricevere  la  mala  meccianza,  e  così  gli 
avvenne.  E  messer  Mastino  aignore  di  undici  città 
le  perde  tutte,  se  non  se  Verona  e  Vicenu,  e  in 
quelle  fu  osteggiato.  B  però  non  si  dee  ninno  glo- 
riare troppo  della  felicità  mondana,  e  spezialmente 
i  turanni;  perocché  la  fallace  fortuna  come  dà  loro 
oon  larga  mano,  così  la  ritoglie;  e  queato  basti  a 
tasto,  che  ae  ne  vedrà  il  fine,  che  non  fia  lungo. 

CAPITOLO  LXXV. 

C&me  il  conte  di  Fondi  sconfisse  la  genie  della 
reina  moglie  che  fu  del  re  Àndreasso, 

In  questi  tempi  il  conte  di  Fondi,  nipote  che 
fd  di  papa  Bonifazio  a  petizione  del  re  d' Ungheria 
prese  Terradna  e  '1  castello  d'Uri  presso  a  Gaeta 
per  cominciare  guerra  da  quella  parte  alla  regina  e 
a*  reali  di  Napoli,  i  quali  vi  mandarono  da  seicento 
cavalieri  e  pedoni  assai  del  Regno,  per  aasediare  il 
detto  CMteRo  d'Itri.  Il  conte  fece  ano  isforzo  di 
gente  di  campagna,  e  con  dngento  cavalieri  tede- 
schi eh*avea,  e  furono  quattrocento  a  cavallo  e  gente 
a  pie  asssl,  e  con  questa  gente  assalì  la  detta  oste 
a  misegliin  isoonfitta:  ed  ebbevi  assai  di  presiedi 
morti  ;  e  la  eiltà  di  Gaeta  quasi  si  ribellò,  tenen- 
dosi per  loro  medesimi  senza  rispondere  Marcali  o 
alla  regina  di  NapolL  In  queati  tempi,  air  entrala 
d*  ottobre,  meri  a  Napoli  quella  che  si  facea  chia- 
mare imperadrice  di  Coatantinopoli,  figliuola  che  fu 
di  meeser  Carlo  di  Valoia  di  Francia,  e  moglie  ohe 
fu  del  prenze  di  Taranto.  Di  costei  si  disse,  ch'or- 
dinò colla  moglie  del  re  Àndreasso  sua  nipote  la 
morte  del  detto  re,  e  con  più  altri  signori  e  baroni. 


'  loteodi:  tU  quale  accordo. 


come  raccontammo  nel  capitolo  addietro  della  morte 
del  re  Àndreasso,  per  darla  per  moglie  a  messer 
Luigi  di  Taranto  suo  figliuolo,  come  fece  poi,  come 
diremo  alquanto  innanzi.  Ed  ella  dopo  la  morte  del 
prenze  suo  marito  portò  mal  nome  di  sua  persona^ 
se  vero  fu  che  palese  si  dicea,  che  infra  gli  altri 
suoi  amadori  tenea  messer  Nicola  Acciainoli  nostro 
cittadino  per  suo  amico,  ed  ella  il  fece  cavaliere  e 
fecelo  molto  ricco  e  grande.  Lasceremo  alquanto 
de7atti  del  Regno,  e  torneremo  a'  fatti  del  re  d'In- 
ghilterra. 

CAPITOLO  LXXVI. 

Come  fu  sconfitto  il  re  David  di  Scoria  dagli 

Inghilcsif  e  preso» 

Essendo  il  re  Adoardo  d'Inghilterra  rimase  di  qua 
da  mare  all'  assedio  di  Calese,  come  lasciammo  ad- 
dietro, il  re  di  Francia  dopo  la  sua  aconfltta  tornò  a 
Parigi,  e  sommosse  tutto  il  suo  reame  ed  i  suoi  a- 
mici  per  ragunaré  gente  maggiore  che  di  prima,  per 
vendicarsi  del  re  d"  loghilterra,  e  levarlo  dall'  asse- 
dio di  Calese.  E  oltre  a  ciò  rimandò  in  Scozia  David 
di  Bruco  re  di  Scozia,  che  fu  con  lui  alla  battaglia 
di  Croci,  e  diegli  molti  danari  e  gente  d*  arme,  ac- 
ciocché di  Scozia  venisse  con  sua  oste  in  Inghilterra. 
11  quale  giunto  in  Scozia,  e  ssppiendo  cheM  re  d'In- 
ghilterra era  colla  sua  oste  degl'  Inghilesi  a  Calese, 
raunò  aua  oste  di  bene  cinquantamila  uomini  tra  a 
cavallo  e  a  pie  di  suoi  Scotti,  e  la  gente  che  gli  a- 
vea  data  il  re  di  Francia,  e  passò  in  Inghilterra  inaino 
alla  città  di  Durem,  faccende  grande  danno  al  paese 
di  ruberia  e  d'arsioni.  Certi  baroni  ch'erano  rima- 
si in  loghilterra  alla  guardia  del  reame,  onde  fu  ca- 
po ..  .  non  isbigottiti  perché  non  vi  fosse  il  loro 
re,  raunarono  bene  sedicimila  uomini  di  buona  gen- 
te d' arme  tra  a  cavallo  e  a  pie  la  più  grande  par- 
te Inghileai  e  Gnalesi,  e  francamente  vennono  contro 
al  re  di  Scozia  e  sua  oste,  eh'  erano  tre  tanti  di 
loro,  e  nei  valico  della  riviera  dell'Ombro  gli  as- 
salirono vigorosamente.  Gli  Scotti  del  subito  assalto 
dubitandosi  che  T  Inghilesi  non  fossono  in  maggior 
quantità  di  gente,  ai  misero  in  volta  e  furono  acon- 
fitti e  molti  Scotti  vi  rimasene  presi  e  morti ,  e 
fuvvi  preso  il  loro  re  David  e  il  figliuolo,  e  menati 
presi  a  Londra;  e  ciò  fu  a  dì  16  d' ottobre  1346.  B 
nota,  che  ancora  é,  e  fia  esemplo  ',  che  'i  nostro  Iddio 
Sabaoth  fa  vincere  e  perdere  le  battaglie  a  cui  gli 
piace,  non  guardando  a  numero  o  forza  di  gente, 
secondo  i  suoi  giudioii  per  gli  peccati  de'  re  e  de'  po- 
poli. 

CAPITOLO  LXXVn. 

Ancora  della  guerra  di  Guascogna  dalla  gente  del 
conte  if  Orbi  a'  Franceschi, 

Dopo  la  sconfitta  eh'  ebbe  il  re  di  Francia  dal 
re  d' Inghilterra  a  Greci,  siccome  addietro  facemmo 
menzione,  il  conte  d' Orbi,  eh'  era  per  lo  re  d' In- 


semjtref  ha  la  edizìono  de*  Giunti. 


4^4 


CIZ^K 


ii  ««inMIali 


ddte 


•pfr««ati  ptt  fa  ^rwn  • 

m  €n\hUtm9tuumimt  à  étx 
tesdMÌ  per  fli  cAfiteBi  £  perle  f9e^'«,  fe  fns  e 
■M»#M  b  lem  p«r  aod^,  che  !•  pnnt  4citt  kfxe,  f«iU 
0  d)  30  éi  fcasup,  fi  conferma.  «  forUi<u  pia  (ersi 
#  CMi  BSfipon  pcas,  cottCra  •<  T*krt  éeJa  saf- 
gl'ore  parte  del  detto  aicio  de'  priori  ck*tÌ!ora  era 
g  Imm  diate  il  proprio  fl  ■arrtr»  licWlo  Seodo 
^*  bui  di  Fircate,  cko  étssimulmmém  aere  err.  Lo- 
octirowo  alqMolo  delie  oocita  di  Fìrcuo,  toolo  càe 
ovrgno  doUo  pia  freacèe  ;  o  loroercso  a  diro  de 
d*  oMreaeeli,  e  deila  fverra  dal  re  di  Fraecta  al 
d^lagyUem»  ch'ai  cooCìooto  m  creaco  BaUrio. 

CAPITOLO  XaiL 

Cooie  «ester  C^rìo  di  Brois  fm  kcom^lo 

mBreiisgns. 

Hel  detto  «bbo,  a  di  -22  del  neee  di  fiegeo, 
^0§§er  Carlo  di  Broli,  che  ti  focera  chianart  doca 
di  Brelltfiui  per  retaggio  della  moglie  figliaola  della 
igUsolt  che  fii  del  dact  di  Brettagaa,  come  eoo- 
I^Bflia  addietro  nal  capitolo  dc^  morte  del  duca, 
^gg0^o  im  Brettagoa  eoa  grande  otte  al  cattello  di 
H^^^^  tf  ÀriariS  che  gli  t'era  rabellato,  il  conte  di 
H^l^yrto  Igliaolo  del  fratello  caraale  che  lo  del  doca 
di  Br#i<*f**9  >  ^  <^ì  ragione  tacccdea  il  detto  do- 
«at»  por  lisM  mateolioa,  tenteado  che  il  re  di  Fran- 
ca lo  oootraddicoTa,  e  toltogliele,  Tavea  dato  al 

Carlo  di  Broit  tao  nipote,  come  di- 
aleaaa  parte  addietro,  aentendo  la  detta 

ordinata,  ti  raaaò  tao  itforso  di  qnegli 

Efettow  ch'eraao  di  tot  paHe  coli'  aiate  eh'  arca  de- 
fflnghOcti  e  Gaaleai  dil  re  d' laghillerra,  e  bene 
(^^^slsrooaaeate  attalirono  la  detta  otte,  e  mison- 
fli  in  itcoafilla,  ore  rimatoao  morti  e  preti  molta 
genio  del  re  di  Fraacia,  trainali  W  rimatOBO 
^  preti  BM>1U  caporali  ék  rinoaMa,  Cra'qaiU  ri 
i  §àn  deUa  V»Ue,  e  me*ser  Bottello  e  meater 
^^^^^    _    fratelli,  o  il  Titconle  di  Darea^  e  il 

I»  ^  1  Mnore  di  Bog ««•,  •  U  tignore  di  Malotiretto,  e 
i  mmmn  *  CuaHiinifét  o  i  aignore  di  Bitta,  e 
ps  àM  tmnmn  e  ncBiecn,  rèe  non  tappiatM  i 
S  à  éeoo  Hiaaif  Cario  di  Broat  con  molti  -^ 


tre 

e  cottioatore  i  dello  deca  £  Brabnmin.  K  fm|^i 
Liegra  atcifaao  tori  a  battaglia,  poynla  e  laidìa 
ri  col  loro  aiolo  o  fbru  d'aauci  e  loro  aBipÉ; 
netti  qui  baCtigfia  qaegli  di  Liegge  fonmo  laraaMt 
e  grande  qeanlità  awrti  e  preaL  B    il  4otto  èan  t 
Tcoco^o,  arsU  la  dotta  rittortA,  aUN>BO  la  ctt  i 
Liegge  taaia  coairatlo  anno,  o  la    tarra  éi  Dn$  • 
qa^  di  Vinnnle,  che  tono  della  periineaan  £  Uf- 
f  e,  grotte  terre  e  ricche  e  bene  popolato.  E  prett  k 
dette  terre  e  patte,  eoa  roloatà  del  resooro,  ildaci 
di  Brabaalo  te  nt  fece  tigaore,   eoa    lotto   tà'  eTt 
foatoao  terre  ch^tpparteaeraao  alla    Cluoaa  di  B«- 
au.  B  aota,  che  Liegge  è  aaa  aohila  cUtn  o  di  ric- 
chi borgheti,  e  anticameate  fa  ediicmta  por  gli  1a- 
BMaì,  imperocché  ia  quello  laogo,  eh*  è  Ira  Frana 
e  Alaamgaa,  e*  tenerano  le  loro  logiomi,  qfansdo  de- 
adnarano  qaelle  proviade,  e  da  qaoUo  obbe  e  £inì 
il  proprio  nome  Liegge  da  legia,  iegiomi, 

CAPITOLO  XCV. 

Come  ii  natiUo  che  U  f  éi  Frmuim   mamàfmm  per 
fornire  C^dete^  fu  tcomfmo  dsiUgmU  dei  red'h- 

ghilitrra. 


C4.»rT:tO  \CVf 


Nel  detto  tnao  ali*  atciU  di  gìatso*  arando  S 
.e  di  Fraacia  fotte  apparoochiare  al  porto  ài  Btf«t 
in  Normandia  aettanta  nari,  orrero  coocbe  armMU  « 
fomite  e  cariche  di  aK>lta  ritlaaglio,  e    «T  anw  e 
d'altri  ametl  da  gaerra  per  fornire  la  latra  di  rif- 
letè, ch'era  attediata  dal  re  d'IngUUerrs,  o  la  com- 
pagnia del  detto  narilio  erano  do£cì  ^nioo  nrmalf 
di  GeoOTCti;  e  paatando  il  detto  nnrifio  di  oonira  i 
Dovere  in  Inghilterra,  ore  aTon  da  daigrmio  cocche 
inatte  del  re  d'Inghilterra,  le  qnall  H  ntoToe  appa- 
recchiate per  fornire  V  otto  di  Calete  eoi  re  d' U- 
ghilterrt,  con  piene  Tele  e  Botto  o  nanrta  Tcnaoat 
iddosto   al  detto  aanUo  del   re  di  Framcia;  e  ciò 
reggeado  V  ammiraglto  detto  galee  dd  ra  4c  Ava- 
ria e  delle  galee  de'  Genorati   i  noporvhào  aariht 
de'  aimid  bob  rettoao,  am  per  lem  éi  nmimò- 
Irattoao  addietro,  e  abbini  e  narona  lo  4cOo  nnri,  1« 
quali  farono  tatto  prete  con  Inttn  la  laam  xiÈm^ 
o  farri  morta  b  maggior  parte  éeOa  gtmlo  étl  atfi- 
lio  del  re  di  Franda ;  e  k  riBaofisi  cte  Vara  taio 
^ilea  diaari  astai  cètfii  panda  laatuta  ni  io  /b- 
gkiltem  a  alla  tna  aale  e  gnmdo  tpaa^ma  d'ait'* 
lotto  11  terra  di  Cakoo;  e  agli  aaaaAali  4»  C^iitt  ae  6 

frtndc  dolom,  a  ninno  e  ditparaannw  dk  Im  wit^ 

CàPtTv^O  XCVL 


DI  GHOVAimi  VILLANI. 


497 


^  f  Jwn 


?  '.-,B  I 


'A,t 


-  •3£t.saoi  baroni  che  s' apparecchiassono  ia  arme  per  se- 

*  a:^  gulrlo  come  avea  ordinato  nel  ano  parlamento,  come 
y^  -^  dicemmo  addietro,  e  cosi  fu  fatto.  E  ai  parti  da  Pa- 
.  .    rìgi  del  mese  di  loglio  con  sna  oste,  i  t|aali  erano 

•  .  ^  più  di  diecimila  nomini  »  cavallo,  quasi  tutti  gentili 
,  ^^  nomini  e  buona  gente  d^arme,  e  con  trentamila  pe- 

,.^  doni,  ove  aveva  buona  parte  di  Genovesi  a  balestra 
.^    '  e  altri  Lombardi  e  Toscani  al  soldo.  E  venuto  lui  io 
Artese,  s'accampò  presso  air  oste  del  re  d'Inghil- 
terra a  mezza  lega,  a  di  27  di  luglio.  Il  re  d'Inghil- 
terra con  sua  oste  era  accampato  intomo  a  Calese 
'  con  più  di  quattromila  gentili  uomini  a  cavallo,  e  con 
'"'^  ^  più  di  trentamila  arceri  guaìesi  e  inghilesi,  ed  era  con 
rr^oiLk  1^1  II  Q|3|.|.||^g0  ^1  Giulieri  capitano  de' Fiamminghi, 
rrMf ..  £^  ^Q  p*^  ^2  ventimila  Fiamminghi  armati  a  piedi.  Il  re 
.-..■iMr*  d'Inghilterra  avea  affossato  e  ateccato  Calese  tutto 
^  ^  ^  intomo  dal  lato  di  terra,  e  simile  abbaìrato  per  mare 
'^    di  fuori  con  pali  e  con  traverse  di  legname,  e  con  suo 
ii  'f>  *   navilio  alla  guardia,  sicchò  né  per  mare  né  per  terra 
non  vi  si  potea  entrare  nò  uscire  persona.  E  di  fuori 
IO  III       avea  tre  campi,  quello  del  re,  quello  de'  Fiamminghi, 
e  quello  del  eonte  d' Orbi  con  parte  della  cavalleria  e 
à  f^"'    co'  Gualesi  a  piò  :  tutti  i  detti  tre  campi  erano  affossati 
.  .'  ^     e  steccati  intorno  ;  e  dentro  alle  liccio^  si  potea  andare 
-i  dall'  uno  campo  all'altro,  ed  erano  signori  di  prendere 

e  di  schifare  la  battaglia  a  loro  posta.  In  questa  stan- 
•  :  :s     za  venne  nell'  oste  messer  Ànnibaldo  da  Ceccano  car- 
f  1  :'      dinaie,  e  '1  cardinale  di  Chiaramonte  legati  mandati 

-  .  per  io  papa^  andando  dall'  una  oale  all'altra  per  ra- 
^ .  gionare  e  trattare  accordo  di  pace  dall'  uno  re  al- 
.'  :  r  altro  e  con  loro  a' acc9zzaTono,  con  ordine  del- 
l' uno  re  e  dell'  altro,  nel  mezzo  de'  due  campi  cin- 
que baroni  da  ciascuna  parte.  E  dopo  tre  di  atati  ne' 
detti  trattati,  non  vi  potò  avere  accordo,  da  cui  che 
si  rimanesse.  Dissesi  che  cimaneva  dal  re  d'Inghilterra, 
perché  il  re  di  Francia  non  gli  accettava  le  sue  ragioni 
e  addimande,  e  non  volea  recare  il  giuoco  vinto  a 
partito,  aspettandosi  d'ora  in  ora  d'avere  Calese,  che 
più  non  si  potea  tenere.  Yeggendo  il  re  di  Francia, 
che  non  potea  avere  nò  pace  nò  triegua,  fece  spia- 
nare tra'  due  campi,  e  richiese  il  re  d' Inghilterra  di 
battaglia  ;  e  a  di  2  d' agosto  usci  fuori  del  suo  campo 
cosi  ordinato  e  schierato,  faccendo  della  sua  gente  sei 
battaglie  a  loro  guisa,  cioè  sei  schiere.  La  prima  era  di 
mille  uomini  e  più  cavalieri.  Alamanni  e  Annoieri  al 
soldo,  la  quale  condnceva  messer  Gianni  d' Analdo  e 
il  conte  di  Namurro  suo  genero.  La  seconda  fu  di  più 
d'  altri  mille- cavalieri  del  fiore  de'  Franceschi,  la 
quale  guidava  il  maliscalco  di  Francia.  La  terza  era 
di  presso  a  quattromila  cavalieri  con  tntti  i  pedoni  del 
paese  e  bidaU  ^  di  Navarra  e  Linguadoca  e  di  nostro 
paese,  e  questa  era  la  sua  schiera  grossa,  la  quale 
guidava  messer  Gianni  duca  di  Normandia,  figlinolo  del 
re  di  Francia.  La  quarta  era  di  mille  cavalieri  di  Lin- 
guadoca e  Savoini,  la  quale  conduceva  il  conte  d' Ar- 
mignacca,  e  'i  figliuolo  del  conte  dell'  Ula.  La  quinta 
era  di  presso  a  duemila  cavalieri,  la  quale  condnceva 
il  conte  di  Sansuro.  La  sesta,  ov'  era  più  di  duemila 


*  Lo  atesto  ohe  Zicfé  .*  ripari  o  trinceei  detti  altrove  ciìecAi, 
modemamento  dighe, 

>  Soldati  osati  nella  GallU,  pedestri  e  vestiti  alla  leggera. 


cavalieri  e'  damberlani  del  re,  eonduceva  il  re  di 
Francia,  ed  era  schierata  alla  deretana  guardia.  Lo  re 
d'Inghilterra  fece  armélre  e  sclnerara  sua  genie  den- 
tro al  suo  campo,  ma  non  volle  venir  fuori  alla  bat- 
taglia; e  mandò  a  dire  al  re  di  Francia,  che  volea  pri- 
ma Calese,  e  poi ,  se  volesse  combattere,  passasse  in 
Fiandra,  ed  egli  con  sna  oste  vi  sarebbe  apparec- 
chiato di  combattere.  Il  re  di  Francia  non  volle  ac- 
cettare il  partito  d'andare  a  combattere  in  Fiandra 
tra  la  moltitudine  de' Fiamminghi  suoi  rubelli  e  nimici. 
E  veggendo  che  quiVi  non  potea  avere  battaglia,  nò 
soccorrere  Calese  sanza  suo  gran  pericolo,  si  parti 
con  sua  oste,  e  si  ritornò  addietro  sei  leghe  quello 
primo  di,  e  poi  seguendo  sue  giornate,  si  tornò  verso 
Parigi,  lasciando  di  sua  gente  d'  arme  alla  guardia 
delle  frontiere,  con  poco  suo  onore,  ma  al  contrario 
con  grande  iapendio.  Quo'  di  Calese  veggendo  par- 
tito il  re  di  Francia  e  sua  oste,  si  patteggiarono  col  re 
d'IngWlterra  di  rendergli  la  terra,  salve  le  persone,  e 
uscendone  i  forestieri  in  camiscia  e  scalzi  col  capresto 
in  gola,  e'  terrazzani  alla  sua  misericordia  ;  e  questo 
fu  a  di  4  d'agosto  nel  detto  anno.  11  re  e  sua  gente 
entrò  nella  terra  a  di  5  d' agosto  ;  e  trovarono  cho 
non  v'  era  rimaso  di  che  vivere,  e  che  ogni  vile  a- 
nimale  aveano  mangiato  per  fame,  e  trovò  nella  ter- 
ra molto  tesoro,  si  disse,  delle  ruberie  di  quegli  di 
Calese,  che  tutti  erano  ricchi  di  danari  guadagnati  in 
corso  sopra  ^gl' Inghilesi  e' Fiamminghi  e  altri  navi- 
canti per  quello  mare  ;  perocché  Calese  era  uno  ri- 
cetto di  corsali,  e  spilonca  di  ladroni  e  pirati  di  mare. 
Ancora  v'erano  dentro  tutti  i  danari  delle  paghe  man- 
dati per  lo  re  di  Francia  in  più  tempo  eh'  era  durata 
la  guerra^  eh'  erano  buona  quantità,  e  tutti  ve  gli  la- 
sciarono, e  uscironne  nudi,  come  detto  avemo  ;  e  tor- 
mentarongli  per  farsi  insognare  la  pecunia  nascosa  e 
eh'  aveano  sotterrata.  Volendo  il  re  d' Inghilterra  far 
fare  giustizia  de'  terrazzani,  siccome  di  pirati  di  maro 
e  tutti  impenderli  alle  forche,  i  detti  due  cardinali 
furono  con  molti  preghi  al  re  e  alla  regina,  che  per- 
donasse loro  la  vita  per  V  amore  di  Dio,  e  per  la 
grazia  e  vittoria  che  Iddio  gli  avea  data  '  *,  e  dopo  molti 
preghi  de'  cardinali  e  della  madre  o  della  moglie,  per- 
donò loro  la  vita,  e  tutti  gli  mandò  col  capestro  in 
gola.  E  questa  vittoria  di  Calese  fu  grande  onore  e 
acquisto  al  re  d' Inghilterra.  I  Fiamminghi  dh'erano  con 
lui  neir  oste,  gli  richiesono  che  '1  disfacesse,  ac- 
ciocché non  potesse  far  loro  più  guerra  e  ruberia  al 
loro  paese,  e  'loro  porti  ne  fessone  nugliori.  Lo  re 
noi  volle  disfare,  anzi  fece  crescere  la  terra  verso  la 
marina,  e  afforzare  di  mura  e  torri  e  fossi  e  steccati 
e  popoloUa  di  suoi  Inghilesi,  e  fornilla  di  vittuaglia  o 
d' arme.  E  bene  che  Calese  fosse  piccola  cosa  al  ro 
d' Inghilterra  gli  fu  grande  acquisto,  perché  é  terra 
di  mare  e  di  porto,  e  per  vincere  si  grande  punga 
contro  al  re  di  Francia  e  il  suo  grande  podere  nel  suo 
paese  medesimo.  Ma  le  sopraddette  vittorie  avute,  il 
re  d' Inghilterra  oontro  al  re  di  Francia  si  in  Guasco- 
gna che  in  Brettagna  e  in  Francia,  e  poi  nella  batta- 
glia e  vittoria  avuta  a  Croci,  come  addietro  ordina- 
tamente è  fatta  menzione,  non  Tebbe  in  dono;  che  tor- 


*  gli  aoéa  fàUé*   Bd.  Q. 


B2 


498 


CftONlCUB 


nato  il  detto  re  Adoardo  eoo  sua  Oite  ia  loghUterra,  tra* 
morti  in  battaglia,  e  poi  al  aao ritorno  morti  d'infera 
mità  e  dì  malattie,  ai  trovarono  meno  da  cinquantamila 
Inghileai  ;  e  però  non  ai  dee  neoao  gloriare  delle  pompe 
e  Yittorie  mondane,  che  le  piti  aono  con  mala  rìoacita. 
Lasceremo  alquanto  di  dire  della  sopraddetta  gaerra 
de*  due  re,  ^e  ha  avuto  aloono  fine  di  trìegua  e  tome- 
remo  a  ^re  di  Firenxe  e  del  nostro  paese  dMtalia. 
Ma  innanii  che  lo  re  Adoardo  si  partisse  da  Calese  e 
del  paese,  assai  guerra  e  correrie  fece  la  sua  gente  a 
Santo  Mieri  e  all'  altre  terre  d'  Artese,  con  grandi 
prede  e  dannaggto  del  paese.  In  questo  mexso  i  le- 
gati cardinali  cercarono  accordo  e  triegua  dal  re  di 
Francia  a  quello  d^  Inghilterra  infino  al  San  Giovanni 
a  venire,  mandando  ciascuno  de'  detti  re  suoi  am- 
basciadorì  a  corte  di  papa  a  dare  compimento  d'ac- 
cordo, n  re  d' Inghilterra  vi  s*  accordò  volentieri,  per- 
chè avea  il  migliore  della  guerra,  ed  ^ra  per  la  detta 
guerra  molto  affannato  e  stai|co  egli  e  sua  gente,  e 
eon  grande  spesa.  B  ciò  ordinato,  si  partì  il  detto  re 
Adoardo  del  reame  di  Francia  con  sua  oste  lascian- 
do fornito  Calese  :  passò  il  mare,  e  tornò  in  Inghil- 
terra con  grande  festa  e  allegreaza,  faccendo  gio- 
stre e  torniamenti  e  grandi  gioie. 

CAPITOLO  XCVIL 

Carne  tu  Pken%e  si  fece  nuova  monéia^  peggiorando 

la  prima. 

Del  mese  d'agosto,  del  detto  anno  1347, es- 
sendo in  Firenze  montato  1*  argento  della  lega  d'on- 
ce  undici  e  messa  di  fine  per  libbra  in  lire  dodici 
e  soldi  quindici  a  fiorino,  perocché  i  mercatanti  per 
guadagnare  il  ricoglievano  e  portavanlo  oltremare, 
ov*era  molto  richiesto;  per  la  qualcosa  la  moneta  da 
aoldi  quattro  fatta  in  Firenze  l' anno  1 345  dinanzi  alla 
moneta  di  quattrini,  si  sbolzonava'  e  portavasi  via, 
onde  il  fiorino  dell'  oro  ogni  dì  calava,  ed  era  per 
calare  da  lire  tre  in  giik  ;  onde  i  lanaiuoli,  a  coi  tor- 
nava a  interesso,  perchè  pagavano  i  loro  ovraggi  a 
piccioli,  e  vendeano  i  loro  panni  a  fiorini,  easendo 
possenti  in  comune,  fedono  ordinare  al  detto  comu- 
ne che  si  dovesse  fare  nuova  moneta  d'argento  e 
nuovi  quattrini,  peggiorando  Tuna  e  l'altra  moneta 
per  lo  modo  che  diremo  appresso,  acciocché  '1  fio- 
rino d'oro  montasse,  e  non  abbassasse.  Ordinossi  e 
fecesi  una  moneta  grossa  d'argento,  alla  quale  die- 
dono  il  corso  a  soldi  cinque  l'uno,  e  chiamaronsi 
guelfi,  di  lega  d'once  sei'  e  mezzo  per  libbra,  come 
la  lega  de'  grossi  di  soldi  quattro  l' uno,  faccendone 
aeldi  nove  e  danari  otlo^  per  lira,  e  rendere  la  mo- 
neta del  comune  soldi  nove  e  danari  tre,  e  tre  quinti; 
6  costava  ogni  overaggio  e  calo  soldi  sei  la  lira  di 
picdoU,  sicché  il  comune  ne  guadagnava  settantadne^ 
piccioli  per  lira,  eh'  era  oltraggio  a  mantenere  buo- 
na moneta,  peggiorando  i  quella  di  soldi  quattro  il 
grosso  più  di  undici^  per  centinaio.  E  la  moneta  di 


'  le  ai  gniatavA  il  conio,  quasi  a  colpi  di  hoUone,  che 
era  una  aorta  di  firaccia. 

*  La  (Mnntina  raam  due,      *  nove,  ha  la  citata. 

*  aoMj  aaaUdiiii  legge  la  stessa. 
•das.  BdiCK 


quattrini  si  peggiorò  non  di  lega,  ma  di  peao,  che 
dove  prima  se  ne  faceva  soldi  ventitré  per  libbra,  e1 
comune  ne  rendea  soldi  • .  per  libbra,  ni  fbciono  di 
nuovi  soldi  ventisei  e  danari  sei  per  libbra,  e  ren- 
denne  il  comune  soldi  ventiquattro  e  danari  nove  di 
quattrini  per  lira,  e  coaUva  d*ovraggio  a  calo  da- 
nari sei^  per  libbra;  al  che  a  oomone  a^aranzm 
danari  dodici  piccioli  per  lira;  e,  ehi  aa  di  ragio- 
ne, la  moneta  grossa  peggiorò  ondici*  por  cealiaaio, 
e  quella  di  quattrini ,  da  quindici  per  ceatiMia,  a 
quello  eh'  era  la  moneta  fatta  mesL  .  •  •  dìaaasL  E 
noU,  ohe  bene  disse  il  nostro  poeU  Dante  11  pro- 
prio nella  aua  Commedia,  dove  esclamando  co^ra  i 
Fiorentini,  disse  eomindsndo  :  Godi  FtrMM  ecc.  ;  e 
certe  conseguenti  ancora: 

Del  tempo  che  rimembre 

Legge,  moneta  e  oflcl  e  eoatame, 

Btk*  ta  mutate  e  rinnovate  membre,  eee. 

CAPITOLO  xcvra. 

Come  MI  cielo  apparte  una  cometa. 

Nel  detto  anno,  del  meae  d'agoato,  apparve  ia 
cielo  una  stella  cometa,  che  ai  diiama  Nigra,  nd 
segno  del  Tauro,  a  gradi  sedici  nel  capo  della  figu- 
ra del  segno  del  Gorgone,  e  durò  quindioi  dL  Que- 
sta Nigra  è  della  natura  di  Saturno,  e  per  sua  ia- 
fiuenza  sì  si  creò,  secondo  che  dice  Zael  filosofo  e 
astrolago,  e  più  altri  maestri  della  detU  aciensa,  la 
quale  significa  pure  male  e  morte  di  re  e  di  potenb'  ; 
e  questo  dimostrò  assai  tosto  in  più  re  e  reaU,  cbo 
leggendo  si  mostrerà  assai  tosto,  e  ingenerò  assai 
mortalità  ne'  paesi  ove  il  detto  pianato  e  segno  si- 
gnoreggiava ;  e  bene  lo  dimostrò  in  oriente  e  neOs 
marine  dMntorno,  come  dicemmo  addietro, 

CAPITOLO  XCIX. 

Come  messer  Luigi  preme  di  Taranto  prese  per 
moglie  la  regina  di  Puglia  sua  cugina  carnale. 

m 

Nel  detto  anno  1347,  a  di  20  d* agosto,  mes- 
ser  Luigi  figliuolo  che  fu  del  prenze  di  Taranto  se- 
condogenito, sposò  la  reiaa  Giovanna  figliuola  the 
fu  del  duca  di  Calavra  sua  cugina  oarnale  dal  lato  di 
madre,  e  eh'  era  stata  moglie  del  re  Andreasso  fi- 
gliuolo del  re  d' Ungheria.  B  fa  dispensato  il  detto 
scellerato  parentado  per  Clemente  acato  papa,  e  fatto 
duca  di  Calavra  e  balio  del  Regno.  B  ciò  fa  par 
procaccio  e  opera  del  cardinale  di  Pelagofga  soo 
zio,  onde  fu  ripreso  da  tutti  i  cristiani  che  lo  soa- 
tirono,  e  ciascuno  che  '1  seppe  ne  significò  e  disie 
che  sarebbe  con  mala  riuscita  si  abbominevole  pec- 
cato, con  tutto  che  palese  si  dicesse  che  '1  detto 
messer  Luigi  aveva  a  fare  di  lei  vivendo  il  re  Aa- 
dreuso  suo  marito,  e,  come  contammo  addietro,  «- 
gU  ed  eUa  furono  trattatori  della  viUana  e  sbbofii- 
nevole  morte  del  re  Andreasso,  con  più  altri  che  i 
misono  ad  asseguiaione  ;  onde  seguì  molto  male,  co- 
me innuzi  per  noi  se  ne  farà  menzione.  * 


1  soldi  9€i  di  picckflh  Ed.  a.       ^  d$ie. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


490 


CAPITOLO  C. 

Di  certe  battaglie  che  feciono  i  Genovesi  co*  CatOF- 
lani  in  Sardigna  e  ù»  Corsica. 

Del  mese  d' agosto^  del  detto  anno,  il  vicario 
del  re  di  Araona,  oh'  era  in  Sardigna,  ai  pnose  con 
•na  oste  alla  terra  detta  Allegbiera,  la  quale  terra 
per  laDgki  tempi  aveano  tenuta  quegli  della  casa  Do- 
na di  Genova,  volendola  recare  alla  signoria  del  re. 
I  quali  di  casa  Doria  v'  andarono  con  loro  isforzo, 
e  misono  in  isconfitta  la  detta  oste  de'  Catalani  e 
morivenne  più  di  seicento.  B  poi  coir  aiuto  del  co- 
mune di  Genova,  che  male  erano  contenti  della  vi- 
dnauM  de'  Catalani,  si  puosono  ad  oste  a  Sasseri, 
•  a  quello  vennero  al  soccorso  i  Catalani  con  tre- 
cento cavalieri  e  popolo  assai,  e  levarne  i  Genovesi 
in  isconfitta;  e  cosi  va  di  guerra.  E  nel  detto  mese 
e  anno  i  Genovesi  ebbono  la  signoria  di  tutta  Cor- 
sica con  r  aiuto  ^  di  tutti  i  baroni  e  signori  dell*  isola 
di  Corsica;  e  fu  loro  uno  bello  acquisto  colla  terra 
di  Bonifazio,  eh'  eglino  teneano  ;  so  non  che  fu  con 
mala  riuscita,  che  per  la  mortalità  venuta  di  Levante 
e  dell'  isole  e  marine,  furono  sì  maculati  d' infer- 
mità e  di  morte  le  dette  isole  di  Sardigna  e  di  Cor- 
sica, che  non  vi  rimase  il  terzo  vivi  degli  abitanti 
del  paese  e  de'  Genovesi. 

CAPITOLO  CI. 

(knne  volle  essere  tolto  per  tradimento  il  castello 
di  Laterino  a"*  Piorentmù 

Nel  detto  anno,  in  caien  di  ottobre,  per  trat- 
tato de' Tarlati  usciti  d' Arezzo,  volle  essere  tradito 
e  tolto  a' Fiorentini  il  castello  di  Laterino  per  da- 
nari che  doveano  avere  certi  terrazzani  ghibellini  e 
delle  guardie  .che  v'  erano  per  Io  comune  di  Firen- 
ze. Il  quale  trattato  si  disse  che  menava  uno  frate 
minore  guardiano  de' frati  di  Montevarchi;  il  quale 
tradimento  fu  scoperto,  e  presi  i  traditori,  e  parte 
di  loro  ne  furono  impiccati  ad  Arezzo,  e  parte  a  Fi- 
renze. E  '1  detto  frate  fu  preso  e  menato  a  Firenze 
e  messo  in  istretta  carcere  sotto  la  scala  del  capi^ 
tano,  e  quivi  stette  piii  mesi  con  grande  inopia.  Alla 
fine  non  trovandolo  in  colpa,  e  a  prego  de'  frati, 
fu  liberato.  Lasceremo  alquanto  di  dire  delle  novità 
di  Firenze,  tornando  alquanto  addietro  a  dire  d' una 
grande  e  scellerata  opera  oh'  avvenne  a' reali  di  Tu- 
nisi in  pooo  tempo,  dicendolo  il  più  brieve  che  si 
potrà,  come  l' avemmo  da  uno  nostro  amico  merca- 
tante fiorentino  degno  di  fede,  che  a  tutto  fu  a  Tu- 
nisi presente. 

CAPITOLO  CU. 

Come  i  reali  del  regno  di  Tunisi  in  Barbaria  per 
loro  discordie  5'  uccisono  insieme. 

Regnando  in  Tunisi  e  nel  suo  reame  Mole  Buc- 
chieri  (che  tanto  è  a  dire  Mule  in  saradnesoo,  co- 

'  con  prìontii  quQsi  di  tuUi  i  haronù  Ed.  G. 


me  re  in  nostro  latino),  questi  ia  quello  re,  di  cui 
facemmo  menzione  addietro  nel  capitolo  della  trasla- 
zione del  detto  reame  di  Tunisi;  questi  era  grande 
signore  e  sotto  lui  più  rettni,  e  avea  più  figliuoli  di 
più  mogli  e  amidie,  al  modo  saradneseo,  e  venne  a 
morte  del  mese  d'ottobre  1346.  B  a  loro  costume 
fece  suo  testamento,  e  lasciò  ohe  fosse  re  appresso 
di  lui  uno  suo  figlinolo  chiamato  Calido,  il  quale, 
quando  mori  il  padre,  non  era  in  Tunisi.  Un  altro 
suo  figliuolo  giovane  d'età  di  ventisei  anni,  prò' e 
ardito,  eh'  avea  nome  Amare,  che  alla  morte  del  pa- 
dre si  trovò  in  Tunisi,  e  accordandosi  col  siniscalco 
del  regno,  il  quale  avea  nome  Co  Bretteframo,  ed 
era  appresso  il  re  il  maggiore  uomo  del  reame,  con 
suo  aiuto  allora  si  fece  coronare  re  senza  alcuno  con- 
trasto. Sentendo  ciò  Calido  l'altro  firatello,  cui  il  pa- 
dre avea  lasciato  che  fosse  re,  s'accozzò^  coi  signori 
degli  Arabi,  i  quali  signoreggiavano  le  terre  campe- 
stri e  le  montagne  (e  sempre  stanno  a  campo  con 
loro  tende,  0  non  hanno  nò  città  né  castella  né  ville 
né  case  murate)  e  con  grande  sforzo  d' Arabi  venne 
«  Buggea  con  sua  oste.  Amare  che  s*era  fatto  re, 
col  suo  siniscalco  e  con  sua  oste  uscirono  di  Tu- 
nisi, e  di  lungi  a  dieci  miglia  verso  Buggea  s' ac- 
camparono. Ma  il  vizio  della  ingratitudine  che  re- 
gnava nel  re  Amare,  non  trattava  bene  il  suo  sini- 
scalco, che  gli  avea  data  la  signoria,  ma  tuttodì  il 
minacciava  di  farlo  morire.  Il  quale  per  tema  della 
fellonia  del  re  Amare  si  parti  dell'  oste  da  lui,  e  tor- 
nossi  a  Tunisi  ;  e  di  là  con  sua  gente  se  n'andò  nel 
Garbo,  e  il  re  Amare  con  tutta  sua  oste  se  n\indò 
a  Buggea.  Calido  con  gli  Arabi  venne  a  Tunisi,  e 
senza  contrasto  entrò  nella  terra,  e  di  presente,  si 
si  diede  a' diletti  carnali,  standoti  in  Tunisi  a' giardini 
reali,  che  sono  molto  dilettosi,  soggiornando  in  bagni, 
e  con  sue  femmine  stando  in  vita  dissoluta.  E  avendo 
con  una  buona  provedenza  dato  comiato  agli  Arabi 
che  r  avieno  rimesso  in  signoris,  e  non  proveden- 
dosi della  guerra  del  fratello,  il  re  Amare  venne  a 
Tunisi  con  duemila  cavalieri;  e  giunto  di  fuori  a  Tu- 
nisi fece  sapere  a' soldati  cristiani,  eh'  erano  nella 
terra,  di  sua  venuta  :  i  quali  gli  promisono,  per  da- 
nari che  fece  loro  profferire,  di  seguirlo;  ed  egli  con 
tremila^  uomini  a  cavallo  scalò  in  più  parti  le  mura 
della  terra,  ed  entrò  dentro  ssnza  contrasto.  Lo  re 
Calido    sentendo  ciò,    montò  a   cavallo    disarmato 
con  due  suoi  fratelli,  l' uno  re  di  Susa  e  1*  altro  di 
Saohisi,  i  quali  egli  avea  traiti  di  pregione,  che  ve 
gli  avea  messi  il  re  Amare  loro  fratello,  quando  pre- 
se la  signoria.  E  andando  i  detti  per  la  città  di  Tu- 
nisi gridando  a  loro  genti  che  gli  dovessoao  se- 
guire e  stare,  rìspuosono  die  di  ciò  non  si  trava- 
glierebbono,  che  cosi  aveano  per  loro  signore  l' uno 
fratello  come  l'altro.  E  andando  per  lo  detto  modo  lo 
re  Calido  per  la  terra,  certi  cristiani  rinnegati  Y  as- 
salirono, e  uno  gii  lanciò  nna  lancia,  e  fedillo,  onde 
cadde  a  terra  del  cavallo,  e  incontanente  gli  fu  ta- 
gliata la  testa,  e  presentata  al  re  Amare;  la  qua! 
fece  mettere  in  su  una  lancia,  e  mandare  per  tutta 


*  i^accoHh.   Ed.  G. 

*  trecento.  Ed.  G. 


50# 


CKOMICHB 


la  torri;  e  gii  altri  dae  fratolli  preai,  fece  loro  to- 
gliare  le  marni,  e  poi  infra  tre  dì  gli  fece  morire,  e  di 
più  altri  caporali  degli  Arabi,  ch^aveano  seguito  il  re 
Calido,  lece  il  aimigliante.  E  ciò  fatto  il  re  Amare  ae- 
detto  nella  aedia  reale  come  re,  faccendosi  fare  omag- 
gio e  reverenxa  a  lotto  maniera  di  gento,  e  regnò 
preaio  a  dieci  meai  in  pace,  faccendo  grandi  fasto 
con  dissoluta  vita  per  tatto  suo  reame,  e  con  male 
reggimento.  Brettoframo  e  Bettaro  siniscalchi  che  si 
esano  ribellati  da  lui,  e  iti  al  re  del  Garbo,  detto  Bn- 
lassare*,  come  addietro  facemmo  menzione,  commos- 
sono  il  detto  re  del  Garbo  centra  il  re  Amare  per 
le  sue  scellerato  opere,  e  mossesi  con  grande  osto 
di  trentamila  a  oaTallo,  tra*  quali  avea  duemila  cri- 
atiani  ;  e  Tenne  Terso  Tonisi,  e  per  mare  mandò  un 
suo  ammiraglio  con  noTe  galee  e  con  altri  legni  ;  e 
giunto  il  detto  Bulassare  re  del  Garbo  con  sua  oato 
a  Buggea,  V  ebbe  aenza  contrasto,  e  simile  la  torre 
di  Costantina,  e  trasse  delle  dette  torre  i  reali  e 
possenti,  e  quegli  mandò  nel  Garbo  con  buona  guar- 
dia, e  forni  le  detto  terre  di  sua  gento.  Lo  re  A- 
mare  sentondo  la  Tenota  del  re  del  Garbo,  s^  appa- 
recchiò e  raonò  soa  oate  per  Tenirgli  incontro  infino  a 
Boggea,  e  uscì  di  Tunisi  a  di  11  d*agosto  1347  con 
duemilaainquecènto  suoi  caTalierì,  aspettando  a  cam- 
po il  ano  soccorso,  che  tuttora  gli  Teniva.  lo  que- 
ata  starna  ebbe  noTelle,  che  il  naTÌlio  del  re  del 
Garbo  era  arriTato  nel  porto  di  Tunisi,  onde  tornò 
addietro  per  difendere  la  torre,  e  al  continuo  facea 
badaluccare  con  balestra  e  archi,  aociocchò  quegli  del 
naTigUo  non  poteasono  iamontare  a  torra^  In  questa 
stanaa  il  re  del  Garbo  con  sua  oate,  a  picciolo  gior- 
nata, ne  Tenne  Terso  Tunisi.  Veggendosi  così  assa- 
lire il  re  Amare  per  «torre  e  per  mare,  e  che  ta  sua 
forza  e  seguito  non  era  forto  a  petto  della  fona  del 
suo  nimico',  si  partì  di  Tunisi  con  mille  barbari,  e  i 
soldati  cristiani  noi  Tollono  seguire  per  la  sua  aTa- 
risia,  e  andonne  Terso  il  Caroano  per  andarsene  alla 
citta  di  Snsa.  Allora  T ammiraglio  ch'era  nel  porto 
iscese  alla  terra  con  cinquecento  balestrieri,  e  istrin- 
gendosi  alta  terra,  furono  ricoTUti  in  Tunisi  come 
signori.  E  poi  appresso  tì  renne,  entrando  delta  gento 
del  re  del  Garbo  ;  e*l  re  del  Garbo  sentondo  che  *l  re 
Amare  a*  era  partito  di  Tunisi  per  la  Tia  del  Caro- 
ano,  il  fece  seguire  a  un  suo  ammiraglio  con  tremila^ 
nomini  a  caTallo,  e  coniandogli  che  gli  appresentas- 
ae  la  peraona  del  re  Amare  o  morto  o  tìto  ;  il  quale 
aeguendo  lo  rìtroTarono  da  lungi  a  Tunisi  cento  mi- 
glia con  poca  compagnia  a  una  fontana,  oto  abbe- 
TeraTano  loro  e  i  loro  caTalli  ;  il  quale  assalito  dal 
detto  ammiraglio,  fa  fedito  e  morto,  e  tagliatoli  il 
capo  \  ti*  compagni  che  furono  presi  gli  menò  pre- 
giooi  al  re  del  Garbo,  e  appreaentogli  lo  testa  del 
re  Amare.  Certificato  il  re  del  Garbo  eh*  egli  aTea 
la  aua  toata,  la  mandò  a  Tunisi,  e  là  feceta  seppel- 
lire tra^reaU.  E  lo  re  Bulaasare  con  sua  osto  s*ap- 
pressò  alta  citta  di  Tunisi,  e  la  citta  e  '1  regno  ebbe 
•I  suo  comandamento  sanu  contruto  ninno,  che  gii 


*  Bvlafar,  ha  il  T.  de'  Qiimt!|  e  così  innanzi. 

*  mm  prmdeitùHO  Urrà,  Ed.  G. 

^  non  $ra  fcru  aUa  /anta  éUf  9Uoi  nwUei  Ed.  G. 
^  flMMroaiOa.  Ed.  Q.  oit. 


t'  era  dentro  la  sua  gento  e  per  mare  e  per  terra, 
come  aTemo  detto  dinanii,  e  solo  uno  di  tì  ai  stette; 
e  ciò  fu  del  bmso  di  gennaio  1347.  E  rìforaiata  la 
citta  e  '1  reame  d*  nfidali  e  di  sua  gente,  fece  pren- 
dere tutti  i  regoU,  oTTcro  i  reali,  discendenti  del  re 
Mnlebucbierf  detto  dinansi,  oto  che  foasono  nel  rea- 
me, che  da  quaranta*  erano,  o  più,  e  con  booMt  guar- 
dia gli  mandò  nel  Garbo;  e  doT*egli  era  stato  a 
campo  prèaso  a  Tunisi  a  quattro  miglia,  ordinò  che 
si  facesse  una  terra  a  modo  di  bastia,  e  qnÌTi  sog- 
giornò con  sue  femmine  a  grande  feata.  B  nota,  let^ 
toro,  e  rìcogli  quello  eh*  avemo  detto  nel  presenta 
capitolo,  e  troTcrai,  che  per  li  peccati  della  ao- 
perbia  e  aTarizta  e  Inasuria  principalmenle  oTreauto 
tra  fratolli  e  congiunti,  Tolendo  1*  uno  ali*  altro  torre 
lo  stato  e  signoria,  quanti  omicidi  e  altre  distruzioni 
avTenne  in  poco  tompo  Ira*  figliuoli  e  discendenti  reali 
di  Mulebuchien  di  Tunisi,  onde  il  loro  regno'  fu  di- 
strutto. E  per  simili  modi  in  questi  tompi  nTrenne  tra 
noi  cristiani  del  regno  di  Puglia,  compera  già  co- 
minciato per  la  morto  del  re  Andreasso,  e  segninne 
appresso,  come  aasai  tosto  ne  faremo  meenione.  La- 
aceremo  de*  fatti  de'  barbari  e  del  regno  d'Affrica^ 
che  assai  n*  aTemo  detto,  e  torneremo  a  dire  de*  fatti 
dei  nostri  paesi  d*  Italia,  eh*  assai  ne  creace  materia. 

CAPITOLO  cm. 

Come  la  città  di  Sermotui  e  altre  terre  s*  mrrende" 
rono  alla  gente  del  re  d*  Ungheria, 

Nel  detto  anno  1347,  del  meae  d^ottobre,  es- 
sendo la  gente  del  re  d*  Ungheria  ali*  aaaedio  di  Ser* 
mona,  non  essendo  soccorsi  per  la  reina  né  per  gli 
altri  reali,  si  patteggiarono  di  rendere  ta  terra  a*oo« 
mandamenti  del  re  d*  Ungheria  con  questi  patti,  se 
da*  reali  non  foaaono  soccorsi  infra  quindici  dì  ;  e 
rimanendo  nella  loro  franchigia  e  costumi  comperano 
col  re  Ruberto,  e  che  dentro  delta  torre  non  do- 
Tessono  entrare  aoldati  nò  gento  d^arme  più  cbe 
dieci  per  Tolta,  se  già  non  fossero  colla  peraona  del 
re  d*  Ungheria,  o  suo  fratollo  ;  e  di  ciò  dierono  Teati 
stadichi  de*  migliori  della  torre.  E  aTuta  Sermone, 
non  rimase  persona  in  Abruzzi  che  non  fosse  all'ub- 
bidienza del  re  d*  Ungheria.  E  del  mese  di  noTombre 
appresso,  della  detta  gento  d*arme  del  re  dUngherìt 
che  faceano  lor  capo  ali*  Aquila,  in  qnantita  di  auHe- 
dnqnecento  caTalieri  e  pedoni  assai,  aTuto  Sermooa, 
passarono  la  montagna  di  Cinquemiglia,  e  scesono  in 
Terra  di  LaToro,  e  preaono  Samo,  e  V  antica  città 
di  Venafri  e  Tiano',  che  tonea  il*  figliuolo  del  conta 
NoTello;  e  dierono  alla  detta  gente  il  mercato  e  la 
reddita,  perocché,  come  il  padre,  amaTa  più  ta  ti' 
gnoria  del  re  d*  Ungheria  che  degli  aUri  reali.  E  il 
conto  di  Fondi,  nipoto  che  fu  di  papa  Bonifazio  ot- 
taTO,  entrò  in  San  Germano   colle   nsegne  del  re 
d'Ungheria  e  ta  gente  d*arme  con  lui. 


*  teuanta.  Ed.  6. 

*  lignaggio.  Ed.  O. 

*  Caino.  Ed.  G.  Al  capitolo  CXI  anche  la  Giuntina  ha 
Tiano* 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


éoì 


CAPITOLO  CIV. 

Come  i  reali  di  Puglia  si  rcmnanmo  con  loro 
itfoTMO  alla  ciiià  di  Capota, 

Sapendo  la  reina  e  f  li  altri  reali,  onde  ai  fa- 
cea  capo  mesaer  Luigi  di  Taranto,  cfa^  avea  aposata 
la  detta  reina  che  fa  moglie  del  re  Andreasao,  co- 
me Sermona  e  V  altre  terre  dette  d*  Abniszi  sperano 
arrendnte  air  ubbidienza  del  re  d'  Ungheria,  incon- 
tanente feciono  capo  grosso  alfa  città  di  Capeva,  ac- 
doeehè  la  forza  del  re  d^  Ungheria  non  potesse  pas- 
sare il  fiume  -del  Volturno  per  andare  yerso  Napoli. 
U  prenze  di  Taranto  e  il  duca  di  Durazzo  vennero  a 
Capova  con  più  altri  baroni,  e  con  loro  isforzo  di 
gente  d*arme,  e  ritrovaronsi  con  messer  Luigi  con 
più  di  daemilacinquecento  cavalieri,  bene  e  riccamen- 
te montati  e  bene  in  arme,  e  con  popolo  grandis- 
•imo,  e  quivi  si  raunarono  a  modo  d' una  oste  nella 
terra  e  di  fuori,  e  ogni  dì  cresceva  loro  forza  e  po- 
dere per  modo,  che  se  i  detti  reali  fossono  stati  co- 
stanti e  uniti  insieme,  per  forza  di  gente  che  '1  re 
d*  Ungheria  avesse,  e  eziandio  venisse  in  persona, 
oon  avea  podere  di  passare.  Ma  a  cui  Dio  vuole  per 
le  peccata  giudicare,  toglie  a^  signori  e  a^  popoli  la 
forza  e  la  concordia.  B  così  avvenne  fra  gli  detti 
reali  ;  che  tuttora  con  poca  fermezza  ciancellavano  ^ 
insieme,  e  tali  di  loro  e  degli  altri  baroni  del  Re- 
^0  t^  intendeano  con  lettere  alla  segreta  col  re 
d^  Ungheria.  In  questa  stanza  ebbe  più  scontrazzi 
dalla  gente  de^  reali  a  quella  del  re  d*  Ungheria,  e 
quando  a  danno  delKuna  parte,  e  quando  a  danno 
deir  altra.  Lasceremo  alquanto  di  questa  materia  in- 
ino  alla  venuta  del  re  d'  Ungheria,  e  diremo  d'al- 
tre novità  che  in  quegli  tempi  furono  in  Roma.  La 
regina  e  gli  altri  reali  mandarono  letteie  e  amba- 
Sciadorì  a  mezzo  novembre  al  comune  di  Firenze  per 
aoccorso  di  seicento  cavalieri:  fu  loro  risposto  sa- 
viamente, come  il  nostro  comune  non  era  acconcio 
di  travagliarsi  tra  loro  reali  in  opera  di  guerra,  ma 
di  travagliarsi  tra  loro  d*  opera^  di  pace,  siccome  cari 
amici  e  maggiori. 

CAPITOLO  CV. 

Di  novità  e  battaglie  che  fitrono  in  Roma  :  come  i 

Cohnnesi  furono  sconfitti,  e  poi  come  il  tribuno 

fa  cacciato  della  signoria. 

Nel  detto  anno  1347,  del  mese^  d'ottobre,  am- 
basciadori  del  re  d*  Ungheria  vennero  a  Roma  prof- 
ferendosi al  tribuno  e  al  popolo  di  Roma,  il  quale 
a  grido  dì  popolo  il  detto  re  d'  Ungheria  ricevet- 
te a  lega  e  compagnia  del  popolo  di  Roma.  B  a 
dì  20  di  novembre,  del  detto  anno,  essendo  fatta 
una  congiura  cpoospirazione  per  gli  signori  Colon- 
nesi  e  parte  degli  Orsini  dal  Monte  loro  parenti,  per 


^  TadiUvano,  il  medeaimo  (credo)  che  cancdlavanOj  an- 
tiquata e  brutta  yoce  venutaci  dal  francese. 
'  frammetterti^  ha  la  Giuntina. 
*  all' entrante.   Ed.  O. 


abbattere  la  signoria  del  tribuno,  per  cagione  che  *l 
tribuno  con  tradimento,  essendo  venuti  a*  suoi  co- 
mandamenti il  prefetto,  e  H  conte  Guido,  e  U  fra- 
tello e  due  figliuoli  di  Currado  e  altri  baroni  ve- 
nuti in  loro  compagnia,  e  dato  loro  desinare,  gli 
fece  pigliare  e  incarcerare  con  onta  e  loro  vergogna. 
Per  avere  presi  i  detti,  quegli  di  Viterbo  corsono  la 
terra  e  tagliarono  la  testa  a  dodici  pure  de*  maggiori, 
che  a  quello  tradimento  diedono  opera  col  tribuno.  Gli 
amici  loro  di  Roma,  Colonnesi  e  altri,  raunarono  molto 
di  segreto,  coiraiuto  del  legato  del  papa  ch'era  a  Mon- 
tefiascone,  da  cinquecentocinqoanta  cavalieri  e  pedoni 
assai,  ond*  erano  caporali  messer  Stefono  e  Stefanuc- 
cio  Gianni  Colonna  e  Giordano  di  Marino  ;  e  di  notte 
ginnsono  a  Roma,. e  ruppero  la  porta  che  va  a[San 
Lorenzo  fuori  delle  mura,  per  entrare  dentro.  Sen- 
tendosi in  Roma  la  detta  venuta,  sonando  la  cam- 
pana di  Campidoglio,  il  tribuno  col  popolo  furono  in 
arme  chi  a  cavallo  e  chi  a  pie,  e  coir  aiuto  di  certi 
degli  Orsini  di  Campo  di  Fiore  e  da  Ponte  Sant'Angelo, 
e  di  Giordano  dal  Ifoate,  e  assalirono  vigorosamente 
i  fedltori  di  quegli  della  Colonna,  che  già  per  forza  d'ar- 
me e  con  danno  d' alquanti  del  popolo  di  Roma  s' e- 
rane  pinti  dentro  alla  porta,  i  quali  erano  da  centocin- 
quanta uomini  a  cavallo;  ma  per  lo  soperchio  de'Roma- 
ni  d*entro,  furono  ripinti  di  fuori  dalla  porta  in  iscon- 
fitta;  e  uscendo  fuori  della  terra  la  gente  del  tribuno  e 
del  popolo,  ond*  era  capitano  Cola  Orsini  e  Giordano 
dal  Monte,  per  nimistà  de*  suoi  consorti  e  de*  Colonne- 
ai,  cacciandogli,  isconflssono  quegli  ch'erano  di  fuori, 
perchò  non  ressono,  ma  si  misono  in  fuga  ;  ove  ri- 
masene morti  e  presi  assai,  intra  quali  caporali  fu- 
rono morti  sei  di  casa  i  Colonnesi,  e  ciò  furono  Ste- 
fanuccio  e  Gianni  Colonna  suo  figliuolo,  e  il  pro- 
posto di  Marsilia,  e  Gianni  figlinolo  d*Agabito,  e 
due  altri  loro  bastardi  valenti  in  arme  ;  onde  i  Co- 
lonnesi ne  ricevettono  grande  danno  e  abbassamen- 
to, e  il  tribuno  ne  montò  in  grande  pompa  e  su- 
perbia. B  mandonne  lettere  e  messi  con  olivo  al  no- 
stro comune  significando  la' sua  gran  vittoria,  e  a  quel- 
lo di  Perugia  e  di  Siena  e  ad  altri  comuni  vicini  suoi 
confidenti.  Il  quale  messo  che  venne  in  Firenze,  fa 
riccamente  vestito.  Avuto  il  tribuno  la  detta  vittoria, 
il  secondo  dì  fece  grande  processione  di  tutto  il 
chericato  di  Roma  a  Santa  Maria  Maggiore.  E  poi  a 
dì  23'  di  novembre,  fatta  la  mostra  de* suoi  cava- 
lieri, fece  cavalcare  il  suo  figliuolo  andando  a  San- 
to Lorenzo,  e  fecole  nominare  messer  Lorenzo  della 
Vittoria.  E  poi  poco  appresso  venne  in  Roma  uno 
ricario  del  papa,  e  il  tribuno  il  ricevette  per  com- 
pagno, faccende  uno  grande  parìamento  io  Campi- 
doglio, e  ivi  aringando  propose  1*  autorità  :  Legem 
pone  mtAt,  Domine^  etom  justificationum  tuarum; 
mostrando  al  popolo  di  volere  ubbidire  al  papa,  stan- 
do in  grande  festa  e  pompa.  Ma  poco  durò  al  tri- 
buno la  sua  vanagloria  e  felicità,  come  diremo;  che 
per  le  sue  audaci  e  aspre  giustizie,  avendo  fatto 
citare,  e  poi  non  venendo  al  suo  comandamento,  fi 
conte  Paladino  d*Altemura  di  Puglia,  il  fece  isban- 
dire,  perchè  nelle  parti  di  Terracina  in  Campagna 


*  a  dì  24j  nota  la  Qiuntina. 


soft 


CRONICHE 


usiva,  seeondo  ohe  li  dioeva,  ruberie  e  forse.  U 
perchò  il  detto  conte  Tenne  a  Roma  con  centodn- 
qaanta  cavalieri  coU' aiuto  del  capitano  del   Patri- 
monio, e  per  operazione  del  legato  del  papa.  £  no- 
ta, ohe  la  Chiesa  al  cominciamento  diede  al  tribuno 
favore,  e  poi,  di  cui  fosse  la  cagione,  fece  il  con- 
trario. U  detto  Paladino  si  ridusse  nella  contrada 
de'  Colonnesì  da  Santo  Apostolo,  e  con  certi  de'  Co- 
lonnesi  rimasi  con  loro  vicini  e  amici,  fece  sonare 
a  martello  le  campane  della  detta  chiesa  e  deiraltre 
della  fona  de^  detti  Colonnesi  in  quelle  contrade,  le- 
vò la  terra  a  remore,  e  ragunò  gente  assai  a  ca- 
vallo e  a  piò  amici  de' Colonnesi,  e  ciò  fu  a  di  15 
di  dicembre  del  detto  anno,  gridando  :  Viva  la  ro- 
lonna,  e  muoia  il  tribuno  e*  suoi  seguaci,  A  questo 
remore  le  contrade  di  Roma  si  sbarrarono,  ciascuna 
colle  sue  fono  e  fortexze,  guardando  ciascuna  sua 
contrada.  Il  detto  conte  e  il  popolo  eh*  era  co'  Co- 
lonnesi, vennero  a  Campidoglio,  e  il  tribuno  non  fu 
seguito,  come  dovea,  né  dagli  Orsini  né  dal  popolo. 
Perché  veggendosi  così  abbandonato,  sconosciuto  usd 
di  Campidoglio,  e  vennesene  in  castello  Santo  Agno- 
lo, e  là  segretamente  si  dimorò  infino  alla  venuta 
del  re  d' Ungheria  a  Napoli  ;  e  cui  si  disse  che  andò 
per  mare  sconosciuto  in  su  uno  legno.  Tale  fu  la 
fine  della  signoria  del  tribuno  di  Roma.  E  nota,  let* 
toro,  che  le  più  volte,  ma  quasi  sempre,  avviene  a 
chi  si  fa  signore  o  caporale  de'  popoli  avere  sì  fatta 
riuscita,  perocché  di  veri  segni  della  fortuna  sono, 
che  i  subiti  avvenimenti  di  felicità  e  di  vittoria  e 
signoria  mondana  tosto  vengono  meno.  E  bene  ac- 
cadde al  tribuno  il  adotto  che  disse  in  sua  rima  un 
savio: 

KeMana  tignoiift  mondanA  dura, 
E  la  vana  sptranui  f  ha  seoperto 
n  fine  della  fallace  ventura. 

Lasceremo  alquanto  de*  fatti  di  Roma,  la  quale 
rimase  in  pih  pessimo  stato  in  tutti  i  casi,  che  non 
la  trovò  il  tribuno,  quando  prese  di  quella  la  signo- 
ris,  credendo  per  sua  audacia  correggerla,  essendo 
in  ruina  ;  e  diremo  come  morì  il  Bavero  che  si  chia- 
mava imperadore. 

CAPITOLO  evi. 

Come  morì  Lodotieo  di  Baviera  che  si  chiamava 
imperadore^  e  fu  eletto  imperadore  il  re  Adoardo 

d'Inghilterra. 

Nel  detto  anno  1347,  all'  entrata  d'ottobre,  Lo- 
dovico di  Baviera,  che  si  chiamava  imperadore,  es- 
sendo alla  sua  dttà  di....  e  cavalcando,  gli  cadde 
sotto  il  cavallo,  e  della  detta  caduta  fu  subitamente 
morto,  sansa  peniteosa,  scomunicato  e  dannato  da 
Santa  Chiesa  ;  imperocché  n'  era  perseguitatore  e  ni- 
mico, come  addietro  in  pia  parti  avemo  fatta  men- 
zione. Fu  seppellito  dal  figliuolo  e  da*  suoi  baroni  a 
grande  onore  come  imperadore  nella  sua  terra  di . . . 
Il  figliuolo,  ch'avea  nome . .  • ,  ed  era  marchese  di 
Brsndimborgo,  uomo  prode  e  valoroso,  rimase  nella 
Magna  in  grande  stato  e  signoria  e  ricchezza.  E 
nota,  che  chi  muore  in  contumacia  di  Santa  Chiesa  e 


scomunicato,  sempre  pare  che  faeda  mala  fine;  e 
questo  si  vede  palese  per  antico  e  per  novello.  Mor- 
to il  Bavaro,  parte  degli  elettori  dello  ^napeiio,  dò 
furono  per  contradio  del  papa  e  della  Cldesa,  per- 
ch*  aveano  fatto  eleggere  e  poi  confermare  Cario  di 
Boemia  quasi  per  contrario  di  piò  signori  e  popoli 
d'Alamagna,  vivendo  Lodovico  detto  Bavaro,.  per  ^ 
spetto  e  dilegione  della  Chiesa,  gli  AlamaBni  il  chìa-» 
mavano  lo  'mperadore  de'  preti;  il  perchè  i  detti  det- 
iori  col  seguito  che  aveano  nella  Magna,  elessono 
nuòvo  imperadore,  ciò  fa  Adoardo  terxo  re  d' In- 
ghilterra, al  quale  fu  mandata  la  elezione  con  gran- 
di promesse  di  baroni  e  signori  della  Magna,  per 
aggrandirlo,  e  per  dispetto  del  re  di  Frauda,  pe- 
rocché avea  procacdato  col  papa  1'  dexione  e  eon- 
fermazione  di  Carlo  di  Boemia.  Il  quale  re  Adoardo 
e  il  suo  figliuolo  aveano  deliberato  d'  accettare  hi 
detta  elezione  ;  ma  la  maggiore  parte  de'  baroni  d*In- 
ghilterra  e  i  espi  del  comune  noi  consigliarono  e 
rimue  pertanto  sospesa  la  detta  elezione.  Lasceremo 
alquanto  della  elezione  de'  detti  due  imperadori,  ch'a 
tempo,  quando  seguiranno  i  loro  processi,  tornere- 
mo a  ciò  ;  e  diremo  dell'  avvenimento  in  ItaUa  del 
re  d*  Ungheria,  e  come  ne  seguirono  grandi  cose  e 
novitadi. 

CAPITOLO  cvn. 

Come  il  re  d!'  Ungheria  passò  in  Italia  per  andare 
in  Puglia  à  fare  la  vendetta  del  suo  f^^Ueilo 

Andreasso, 

Lodovico  re  d' Ungheria  non  avendo  dimenti- 
cata la  crudele  e  vituperosa  morte  fatta  in  Aversa 
del  suo  fratello  AndreMSO,  il  quale  succedeva  d'es- 
sere re  di  Cidlia  e  di  PogÙa,  come  istesamente  rac- 
contammo in  un  capitolo  addietro,  e  avendo  da'  suoi 
capitani  e  genti,  i  quali  aveano  per  lui  mbellata  la 
dttà  dell*  Aquila,  e  al  continuo  prosperavano  felice- 
mente, come  in  quegli  processi  addietro  é  fatta  men- 
zione, non  si  volle  più  indugiare  di  venire  a  fare 
vendetta,  parendogli  tempo  accettevole  a  racquistare 
il  regno  di  Puglia,  che  di  ragione  per  retaggio  del 
re  Carlo  Martello  suo  avolo  gli  succedeva.  Bene  av- 
venturosamente si  psrtì  da  Buda  sua  terra  d' Ungheria 
a  dì  3  di  novembre  1347,  sabato  mattina  nn*ora  o  pib 
innansi  che  il  sole  fosse  levato,  con  da  mille  cava- 
lieri  0  piik  eletti  Ungari,  e  con  molti  suoi  baroai, 
e  con  molto  tesoro  e  fiorini  coniati  da  spendere,  i 
qudi  per  abbondanza  d' oro  fece  battere  in  Unghe- 
ria contraffatti  a* nostri  fiorini  d'oro  di  Firenze,  salvo 
dd  nome,  che  diceva  Lodovico  re  d*  Ungheria,  E 
lasciò  in  Ungheria  suo  fratello  re  di  Pollonia  colla 
madre  e  eolla  moghe,  e  ordioò,  oh'  al  contiaao  il 
segulssono  gente  d'arme,  come  sofférisse  il  tempo  S 
per  lo  caro  eh'  era  stato  l' anno  passato  ed  era  an- 
cora e  di  là  da'  monti  e  in  Italia.  E  a  dì  26  di  no- 
vembre giunse  in  Udine  ;  il  quale  dal  patriarca  d*A- 
quilea  fu  ricevuto  graziosamente.  E  là  giuguendo  gii 
ambasdadori  del  comune  di  Vinegia  per  profferir- 


'  U  cammino.   Ed.  G. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


503 


glifi,  qaegli  isdegnò»  e  a  pena  gli  volle  vedere  nò 
adiréy  lenendosi  gravato  dal  cornane  di  Vinegia  della 
presa  fatta  per  loro  di  Giara  contro  al  ano  onore, 
come  contammo  addietro  in  altro  capitolo.  E  en- 
trando in  Italia  il  detto  re  d'Ungheria,  arriva  a  Cit- 
tadella, e  il  signore  di  Padova  gli  mandò  ^  incontro 
a  fargU  onore,  e  proffersegli  cinqnecento  cavalieri, 
ma  però  non  volle  entrare  in  Padova.  E  segoendo 
suo  viaggio -a  di  2  di  dicembre  entrò  in  Verona,  e 
da  messer  Hastino  deUa  Scala  fa  ricevuto  graxiosa- 
mente,  faecendogli  grande  onore;  e  ivi  soggiornò 
alquanti  dl«  E  alla  saa  partita  gli  die  trecento  de' 
suoi  cavalieri  della  migliore  gente  ch'egli  avesse, 
che  gli  feciono  compagnia  infino  a  Napoli.  Partito  il 
re  d' Ungheria,  non  volle  entrare  in  Ferrara,  ma  fece 
la  via  da  Modena,  e  là  giunse  a  dì  10  di  dicembre; 
e  da* marchesi  gli  fa  in  Modena  fitto  grande  onore;  e 
vennevì  messer  Filippino  da  Gonzaga  de'  signori  di 
Mantova  e  di  Reggio  con  centocinquanta  cavalieri,  e 
seguilo  infino  a  Napoli  E  partito  da  Modena,  giunse  in 
Bologna  a  di  11^  di  dicembre,  e  dafaignore  di  Bo- 
logna fa  ricevuto  graxiosamente  e  a  grande  onore, 
non  lasciandogli  spendere  né  a  lui  né  a  sua  gente 
ninno  danaio,  né  in  Bologna,  né  nel  suo  distretto. 
E  partitosi  dì  Bologna,  andò  per  Romagna,  e  il  conte 
che  v'era  per  la  Chiesa  noi  lasciò  entrare  nò  in 
Imola  né  in  Faenza,  ma  ne' borghi  di  fuori  alber- 
gò. E  il  signore  di  Forlì  gli  andò  incontro  fino  in  sul 
contado  di  Bologna  con  dogento  cavalieri  e  mille 
fanti  a  pie  in  arme,  e  con  grande  onore  il  ricevette 
in  Forlì,  a  dì  13  di  dicembre,  fornendogli  le  spese 
a  lui  e  a  tutta  sua  gente,  e  ivi  soggiornò  tre  dì  con 
grande  festa  e  carole  d'uomini  e  di  donne  e  di  donzel- 
le; e  fece  cavalieri  il  signore  di  Forlì  e  doe  suoi  fi- 
gliuoli e  poi  altri  Romagnnoli,  e  messer  Pazzino  Donati 
nòstro  cittadino.  E  partissi  di  Forlì,  e  giunse  a  Rimino 
a  dì  16  di  dicembre,  e  da  messer  Malatesta  fu  ricevuto 
a  grande  onore  al  modo  degli  altri  signori,  e  più 
magnificamente,  e  li  soggiornò  alquanti  dì,  e  di  li  il 
segui  il  signore  di  Forlì  con  trecento  cavalieri  di  sua 
migliore  gente  infino  a  Napoli  onorevolemente.  Par- 
tito il  detto  re  da  Rimino,  faccendo  il  cammino  da 
Urbino,  giunse  in  Fuligno  a  dì  20  di  dicembre,  il 
quale  da  messer  Ugolino  de'  Trinci,  che  n'  era  si- 
gnore, fu  ricevuto  a  grande  onore,  e  soggiornovvi 
da  tre  dL  E  là  venne  a  lui  uno  cardinale  legato  del 
papa,  e  ragionò  con  lui  di  più  cose  delle  bisogne 
del  Regno,  e  ammonì  il  re  non  facesse  crudele  ven- 
detta contro  a' reali  divoti  di  Santa  Chiesa,  e  che 
qaegli  che  furono  colpevoli,  furono  solamente  due, 
a  quegli  furono  giustiziati,  e  tutti  gli  altri  erano  in- 
nocenti. Appresso  l'ammonì,  che  centra  k  signoria 
di  Santa  Chiesa,  di  cui  era  il  Regno,  non  dovesse 
usare  signoria  e  dominazione  sanza  il  consentimento 
del  papa  e  de'  suoi  cardinali,  sotto  pena  di  scomu- 
nicazione ;  bene  che  di  ciò  dicesse,  che  dal  papa 
non  aveva  ispeziale  mandato  e  commissione,  ma  di 
questo  il  consigliava  ed  ammoniva.  Al  quale  il  re  ris- 
puose  saviamente  e  con  altre  parole  e  franche,  di- 
cendo, ohe  di  sua  venuta  non  s'  avea  a  tramettere 


né  egli  nò  la  Chiesa,  e  dove  diceva  ohe  f^ono  due, 
sapeva  ch'elli  erano  dugento;  e  che  il  regno  era 
suo  per  giusta  successione  dell'avolo,  e  che  riaven* 
do  la  signoria,  come  intendea  d' avere  coir  aiuto  di 
Dio,  alla  Chiesa  risponderebbe  quello  che  dovesse 
fare  ragionevolemente.  La  scomunica  a  torto  se  gli 
fosse  fatta,  poco  curava,  perocché  Iddio,  maggioro 
che  '1  papa,  sapea  la  sua  giusta  impresa;  e  questo 
sapemmo  da  alcuni  nostri  ambasciadori,  con  cui  il 
legato  ne  parlò,  uomo  degno  di  fede.  Lasceremo  al- 
quanto della  materia  e  degli  andamenti  del  detto  re, 
quando  o  come  entrò  nel  Regno,  e  de'  suoi  processi, 
che  ne  faremo  assai  tosto  nuovo  capitolo,  e  diremo 
innanzi  d' una  ricca  e  grande  e  nobile  ambasceria 
che  '1  comune  di  Firenze  mandò  al  detto  re,  e  anche 
il  comune  di  Perugia, 

CAPITOLO  CVIII. 

Come  il  comune  di  Firenze  mandò  una  ricca 
ambasciata  al  re  éf  Ungheria, 

Sentendo  i  Fiorentini  la  venuta  del  re  d'Un- 
gheria, e  come  già  era  a  Verona,  ordinarono  di  man- 
dargli una  solenne  ambasciata;  ciò  furono  gl'infra- 
scritti dieci  grandi  popolani,  e   niuno   de'grandl, 
cioè  nobili,  per  gelosia  che  i  grandi  non  lo  infor- 
massono  in  nulla  cosa  contro  lo  stato  del  popolo.  E 
in  questa  parte  i  rettori,  e  quegli  del  loro  consi- 
glio eh'  ebbono  a  provvedere,  da'  savi  ne  furono 
ripresi,  imperocché  diedono  materia  a' grandi  e  a^ 
nobili  di  sdegnare  essendo  isehiusi  degli  onori  del 
comune  in  sì  fatta  cosa,  e  d' avere  piuttosto  riotte 
e  discordie  cittadinesche,  e  al  signore  fare  ammi- 
rare. Ma  più  chiaro  consiglio  e  migliore  era  d'ave- 
re mandato  co'  detti  ambasciadori  almeno  ite  nobili 
buoni  uomini  e  confidenti  al  popolo  ;  ma  quello  che 
pare  all'impeto  del  popolo,  non  si  può  riparare, 
con  tutto  che  il  più  delle  volte  sia  con  mala  riuscita. 
I  detti  ambasciadori  furono  questi:  messer  Antonio 
di  Baldinaccio  degli  Adimari,  tuttoché  fosse  de'  più 
grandi  e  nobili,  per  grazia  e  per  sua  virtù  era  fitto 
popolano  ;  messer  Oddo  di  messer  Binde  degli  Al- 
toviti  giudice,  dìesser  Tommaso  de'  Corsini  giudice, 
messer  Francesco  degli  Strozzi,  messer  Simone  de' 
Peruzzi,  messer  Andrea  degli  Oricellai,  tutti  tre  ca- 
valieri popolani;    Antonio  di  Landò  degli  Albizzi, 
Giovanni  di  Manno  de' Medici,   Gherardo  di   Chele 
de' Borboni,  Pagolo  di  Beccuccio  de' Vittori;  questi 
tre  ultimi  si  feciono  fare  cavalieri  al  detto  re  d^  Un- 
gheria; e  ciascuno  de'  detti  ambasciadori  per  ordine 
del  comune  si  vestirono  di  roba  di  scarlatto  a  tre 
guernimenti  foderati  di  vaio.  E  ciascuno  de'  detti  am- 
basciadori menò  seco  chi  due  e  chi  tre  compagni 
vestiti  d'  on  panno  divisato  molto  apparente.  E  oltre 
a  ciò,  ciascuno  de'  detti  menò  chi  due  e  clu  tre  fami- 
gli vestiti  d' una  assisa  d' una  partita  di  due  colori, 
e  con  loro  due  cavalieri  di  corte  ;  onde  furono  con 
da  cento  cavalli,  e  bestie  colle  some,  che  non  si  ri- 
corda a' nostri  dì  che  uscisse  di  Firenze  sì  ricca  amba- 
aciata  e  onorevole.  E  partironsi  di  Firenze  a  di  1 1  ^ 
di  dicembre  1347,  e  giunsono  il  re  d'Ungheria  in 


andò.  Ed.  G. 


^  a  di  2,   Ed.  Q. 


a  di  2.   Ed.  G. 


504 


CBOHICHE 


Foro,  e  li  gli  feeioio  la  rhrereua,  e  da  In  foroBO 
rìcemtì  Molto  gmiosaHMite,  e  tiaiìlo  molto  onorali 
da.qaegli  fignorì  di  Ronagaa.  B  1  re  volle  a  casto- 
la e  a  nagaificoaza  di  so  oh*  eglino  fl  aegaiaaoao 
inilao  a  Pafigno;  Mh  a  Riadao  gli  ipaosoao  Faa- 
basciata,  la  qoale  aadiasciata  e  risposta  fa  aeUa  for- 
ma eh*  è  ritratta  qai  appresso  per  messer  TomsMao 
Corsini,  che  ne  fa  didiore.  B  poi  ginnti  in  Pofigno, 
pregarono  il  re  i  nostri  aadMSciadorì  che  tre  di 
loro  facesse  catalieri,  il  quale  di  buona  Togtia  fece 
caralierì  di  sna  suno  i  sopraddetti  tre  ambascia- 
dori  con  grande  festa  ;  e  poi  fl  di  appresso  si  parli 
da  PnlignOy  e  andossene  Terso  TAqniia,  e  gli  aadm- 
sciadori  nostri  si  tomsrono  in  Fireue  a  di  11  di 
gennaio^.  Qoi appresso  scrireremo  Tambasciala  isposla 
in  Ariaiino  per  gli  nostri  asd^taciadori  al  re  d*  Unghe- 
ria, e  recitata  nel  cospetto  del  re  per  messer  Tom- 
maso Corsini  in  grammatica  con  molto  siti  o  belli 
latini,  fatti  Tolgarixzare,  per  segnire  fl  nostro  stfle. 

CAPITOLO  COL 

Cerne  fm  impoila  F  ambasciata  al  re  d^  Ungheria  a 
Bkmmo  per  wtesser  Tommaso  Corsimi  dottore  di  legge. 

PnegoU,  che  gli  orecchi  taoi  jtieno  aperti  alla 
mia  orazione,  la  quale  oggi  diaanm  a  te  turò  per 
gli  tuoi  figliuoli  e  di?oti  Fiorentini  Le  parole  dette 
sono  parole  di  Geremia  profeta,  le  quali  si  descriro- 
BO  nel  proeauo  del  libro  suo. 

^  Serenissimo  prìncipe,  fl  quale  a  tutti  gPI- 
^  talisni  siccome  isplendente  e  chiara  stella  gitti  razzi, 
'^  fl  quale  per  la  chiarezza  di  te  ogni  altro  lume  di 
^  splendore  disunuisce,  siccome  sYriene  alla  luna  e 
^  al  sole  in  comparazione  a  Dio,  nel  cospetto  del 
^  quale  la  luna  non  risplende,  le  stelle  non  risplen- 

*  dono  né  rilucono,  e  immonde  sono  :  la  presente 
^  orazione,  la  quale  con  istopore  e  paura  parlerò  per 
^  tanta  presenzia  di  cosi  grande  re,  futura  è  e  di 
^  grande  e  alta  materia,  la  quale  infino  a'  cieli  paa- 

*  seri  Tenore  e  lo  stato  reale  da  ogni  parte  rignar- 
^  dando,  per  la  quale  ancora  dipenderà  lo  atato  de^ 
^  difoti  della  casa  reale,  la  quale  se  sarà  con  soa- 
^  rità  d*  amore  compresa,  dolcissimi  frutti  partorirà, 
^  e  graziosi  aTrenimenti  apparecchierà.  Questa  è  o- 
^  razione,  per  la  quale  i  Fiorentini  vegghieroli  con 
^  animata  divozione  a*  progenitori  luoi  egualmente  e 
'^  a  te,  la  tua  celsitudine  amantissimamente  destano, 
^  acciocché  quella  desta,  tutte  le  nebbie  passino  ria, 
^  e  al  tutto  Tengano  meno.  Sieno  adunque  intomo 
^  alle  parole  promesse  le  orecchie  della  tua  mae- 
^  sta  aperte  aUa  mia  orazione,  acciocché  per  quello, 
^  sì  allo  alalo  reale,  come  aUo  stalo  de*  suoi  diTOli 

*  si  possa  saluteTolmente  proTTodere.  La  presente 

*  orazione,  acdoeché  quelle  cose  che  si  debbono  dire 
^  chiaramente  si  possano  Todere,  si  diride  in  tre  par- 
^  ti  :  la  prima  é  raccomandatorìa  e  offeritoria;  la  se- 
^  eonda  é  narratoria  e  supplicatoria  ;  la  tersa  é  con- 
^  fotatoria.  La  prima  :  i  priori  dell*  arti,  e  gonfalo- 
**  niere  della  giustizia,  fl  popolo  e  *1  comune  di  Fi- 
'  renze  impuosono  a  noi,  che  appiedi  della  tua 


*  €i  di  2  di  gennaio f   ha  U  Qiontiiia,  che  ommette  il 
reato  del  capitolo,  rifaao  nel  titolo  del  aeguenta. 


""  Sia,  loro  e  la  loro  città  e  latti  gli  airi  dh«ll  di' I- 

*  talia  eoa  roTerenzia  a  te  doiniaimn  neaomaBdafe, 
^  e  quo"  Fiorentini  aiceoaae  deTOtisiimi,  •  la  kvo 
^  realissima  città,  aiccomo  aaaro  e  stcocalo  raala, 
^  quella  diTOzione,  con  che  a'  taoi  progeaìtofi, 
^  coaae  a  padri  e  beaeCattori  snoi, 

*  la  pubblica  fama  fl  saanifBala,  a  le 
'  sisao  capo  della  Ina  achialla  pò* 
^  menti  ti  dobbiasao   offerire  quella  eoae, 

*  aUegro  aniaio  rapportiamo,  naniaHi 
^  aao  la  reale  eecelatedine  Ina,  la 
^  e  Tofferta  di  tanti  iooi  dÌTOli  con 
^  degni  d*accettare.  La  seconda:  quale 
^  uomo  ai  può  dire,  per  rirtade  paò 
^  co  della  diTOzione  e  della  benerolenaa  Ira  k  caan 
*^  reale  e*  tuoi  progenitori  e  H  coaìwne  di  Flraaao  da 
^  lunghi  tempi  congiunta,  e  con  graaiori  eielti  o  di- 
^  vera!  aTTenimenti  per  suocessiono  di  laaapi 
^  Tata?  A  te  ancora,  aaMtisaiaao  principe,  ai 
^  ne  di  questa  benoTolenza  de*  taoi  progeattafi,  dola 
^  noatra  diTozione,  almeno  per  udita  o  per 
^  ria  lama,  la  quale  qaealo  neU*  nnÌTerae 
^  da  essere  aaanifesto.  Noi  ancora  detta 
^  zioae  reale,  e  ancora  del  circalalo  de*  carnieri  dì 
^  quella  é  conTenoTole  de*  lor  fatti  rinnovare  aacao- 
^  ria,  acciocché  non  periscano  per  lo  paasata  tempo 
"  quelle  cose  e*  hanno  meritato  in  perpetuo  aTore  vi- 
^  gore.  Se  adunque  con  allento  aniaNi  rivolgerai 
^  le  cose  msgnifiche  falle,  e'  beneici  fatti  detta  pre- 
^  darà  memoria  del  cristianissiBao  prncipe  re  Carlo 
^  trisavolo  tuo,  or  non  i  Fiorentini  guelfi,  detta  città 

*  di  Firenze  cacciati,  colla  sua  poleazia  e  eoa  ar- 
^  mala  mano  in  quella  città  gloriosissimameato  gli 
"  rimise?  Se  del  secoado  re  Carlo  bisavolo  tao  lo 
^  cose  fatte  rivolgerai,  partissi  egli  datt*  opere  dei 
^  padre  suo?  certo  no.  Ma  con  queUo  provedato  e 
^  favorevole  seguire  lui  seguitando,  aaolta  bene  a^Fio- 
"  reatini  fece.  Se  del  sapientissimo  de*  sari  re  Ra- 
^  berlo  tao  zio,  il  quale  fu  specchio  non  eorrollo  di 
^  tolti  i  re  (avvegnaché  per  generazione  Ruberto,  e 
^  per  unzione  re  Ruberto  fosse  nomalo,  per  la  aau- 
^  aurata  e  non  udita  aapienza,  per  tatto  le  goaera- 
^  zioni  deverebbe  essere  appettato  fl  novello  Salo- 
^  mone) seta  riguarderai  i  suoi  fatti,  paiiiaai  egtt  del- 
^  le  yit  de*  suoi  progenitori?  certo  no.  Quando  della 
^  dignità  ducale  usava  ad  ialanza  de'  Fiorentini  n  alri- 
^  gnere  e  rincere  la  città  di  Piatola,  eoa  riapleado- 
^  volo  coaapagnia  di  cavalieri  personalmento  veaae? 
^  Poi  veaulo  a  dignità  r^le  partissi  egli  dallo  eoao 
^  incomindale?  e  innumerevoli  beaeftcii  a  qaelH  Fio- 
'  reatini  fece,  in  tanto  che  in  caso  dd  bisogno  al 
^  suo  unigenito  figlinolo  non  perdonaaae?  Che  oo 
'  rivolgerai  le  cose  Catta  da  messer  Filippo  prindpo 

*  di  Taranto,  che  se  di  messer  Piero  suo  fratello  grandi 

*  taoi  za  ;  che  se  di  messer  Cario  figliuolo  dd  deUo 
^  prindpe  di  Taranto  consubrino  Ino  le  cose  Calta 

*  ripensi;  i  due  ultimi  morirono  nel  piano  di  Montaca- 
'  tini  vincendo  i  nimici  ;  il  loro  sangue  battaglievol- 
^  menta  fa  sparta,  il  quale  saague  ancora  netta  terra 
^  crudelmenta  grida  vendetta?  Qaal lingua  di  qualua- 

*  que  doquenta  tanta  cose  potrà  narrare?  CÒtoagti 
^  é  meglio  sotto  sflenzio  posare,  che  dire  pia  pa- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


505 


^  role,  OOD  ciò  sia  che  per  silenzio  a*  dirittamente 
^  raggnardanti  più  e  maggiori  cose  si  deono  inten- 

*  dere.  Adnnqae  acciocché  i  detti  beneficii  non  pa- 
^  iano  dimenticati,  la  nostra  intendone  ò  questa  e- 
'  siandio,  se  de'  fancinili  infanti  domandi,  i  figlinoli, 
^  le  ricchezze,  la  vita  e  Tessere  riconosciamo  essere 
^  proceduti  da*  detti  tuoi  progeftitorì.  Ma  se  addo- 
^  mandi  quello  che  abbiamo  fatto  a  questi  tuoi  prò- 
^  genitori,  se  lecito  ò  de' fatti  benefici!  raccordare, 
^  che  feciono  i  Fiorentini  centra  lo  scomunicato  re 
^Manfredi?  che  contra  Curradino?  che  centra  allo 
^  imperadore  Arrigo  ?  ohe  contra  al  dannato  Bavero? 

*  a*  quali  i  detti  Fiorentini  contrastanti,  per  conser- 

*  vare  la  casa  reale,  con  gran  potenza  si  feciono  ? 
^  L*  altre  cose  sotto  silenzio  passiamo,  sotto  il  quale 
^  silenzio  la  reale  circuspezione  eziandio  più  e  mag- 
^  giori  cose  comprenderà.  Le  quali  sono  ancora  più 
^  vere  ohe  le  sopraddette,  in  tanto  che  noi  non  sia- 
"  mo  solamente  de*  tuoi  progenitori  e  di  te  figliuoli 
^  d' adozione ,  ma  più  tosto  congiunti  di  vera  na- 
^  tura.  Adunque,  gloriosissimo  re,  chi  potrà  sì  fatta 
^  congiunzione  e  divozione  individua  spartire?  chi  la 
^  potrà  divellere  o  maculare  o  turbare  ?  certo  ninno. 
^  Adunque  per  le  dette  cose  la  preghiera  nostra  ò 
^  questa.  Reverendissima  corona,  noi  ti  preghiamo, 
^  che  gli  occhi  della  tua  eccelsitudine  a  noi  e  a  gli 
^  altri  divoti  d'Italia  benignamente  converta,  accioc- 
^  che  sempre  nel  cuore  reale  sia  legame  indisso- 
^  lubile  di  benivoglienza  e  d' amore,  e  questo  non 
^  abbandoni,  ma  in  te  per  ordine  di  successione  si 
^  palesi  quella  divozione  e  amore  indissolubile  radi- 
^  ceto  ne*  cuori  de' Fiorentini,  a  te  siccome  a  padre 
^  e  benefattore  nostro  pe*  nostri  e  delle  dette  comu- 
^  nità  preghiere  ci  offeriamo,  com*ò  detto.  Terza  e 
^  ultima  :  awegnaddio,  amatissimo  principe,  che  la 
^  maestà  reale  la  circonvenzione  degli  emuli  e  le 
^  sforzate  macchinazioni  a  suo  podere  con  somma 
^  provvedenza  scacci,  nientedimeno  la  faccia  di  detti 
^  invidiatori,  che  con  tante  arti  e  con  tanti  colori 
^  adornati  noi,  provveduti  con  somma  ragione,  cauti 
^  ci  rende,  e  ancora  ci  stringe  la  maestà  reale  di 
^  queste  cose  informare,  e  ancora  più  attentamen- 
^  te  pregare,  acciocché  nelle  vie  de'  tuoi  progenitori 
^  fermamente  perseverante,  li  sforzamenti  di  quelli  e- 
^  muli,  siccome  contagioso  morbo,  con  sottile  inge- 
^  gno  di  lungi  da  te  cacci  e  distrugga.  Per  la  qual 
^  cosa  r  astuzia  de*  detti  emuli  diverrà  vana  e  non 
^  potrà  prevalere,  ma  come  il  fieno  subitamente  si 
^  secchi,  e  l'amore  nostro  e  degli  altri  della  casa  rea- 
^  le  divotì  crescerà  e  sarà  immutabile.  Iddio  altissi- 
^  mo  benedicenti  e  lodanti,  e  senza  fine  dicenti  :  Be^ 
^  nedicius  qui  venU  tu  nomine  Domini  eie. 

CAPITOLO  ex. 

Risposta  fatta  in  presenta  del  re  (T  Ungheria  a^nO" 
stri  ambasciadori  per  lo  venerabile  uomo  mes^ 
ser  Giovanni  ckerico  di  Visprimiense  ^  a  cui  il 
re  la  commise, 

^  L*  ambasciata  del  comune  di  Firenze  così  so- 
^  lennemente   e  ordinatamente  sposta  a  messer  lo 

*  re,  e  volentieri  udita,  e  le  cose  fatte  per  gli  suoi 


^  progenitori,  e  la  benevolenza,  la  quale  al  comune  di 
^  Firenze,  a'  Fiorentini,  e  a  quella  città  i  progeni- 

*  tori  suoi  sempre  hanno  avuto,  e  la  congiunzione 

*  che  sempre  fu  tra  loro  e  il  comune  predetto,  con 
^  grazioso  animo  ha  accettato,  preferendosi  ancora 
^  quella  sempre  essere  presto  a  servare,  e  le  vie  de* 
^  suoi  progenitori  sempre  seguitare  „.  E  mentre  che  '1 
detto  eletto  questa  risposta  faceva,  e  il  re  gli  s' ac- 
costò air  orecchio  manco,  e  in  silenzio  a  lui  parlò, 
il  quale  eletto  incontanente  disse  :  ^  U  nostro  signore 
^  dice,  eh*  egli  intende  i  guelfi  d*  Italia  sempre  a- 

*  vere  per  raccomandati  „.  Poiché  giunti  fummo  a 
Foligno,  e  quivi  furono  gli  onorevoli  ambasciadori 
del  comune  di  Perugia,  e  avuta  tra  noi  e  loro  col- 
locuzione e  diliberazione,  in  prima  con  loro  ci  ap- 
presentammo  dinanzi  al  cospetto  reale,  e  quelle  cose 
in  diversi  sremoni  spartitamente  e  per  loro  e  per 
noi  alla  maestà  reale  furono  recitate,  le  quali  erano 
in  effetto  una  medesima  cosa,  in  comune  sermone 
recate  per  lo  detto  messer  Tommaso,  di  comune  con- 
cordia dell'  uno  comune  e  dell*  altro  furono  isposte  ; 
il  quale  oltre  alle  predette,  Io  stato  e  la  libertà  de*  detti 
comuni  e  degli  altri  di  Toscana  e  di  tutta  Italia  di- 
voti della  casa  reale  e  de*  suoi  progenitori,  alla  cel- 
situdine reale  raccomandò.  Il  re  udite  le  predette 
cose,  tutte  graziosamente  accettò,  e  offersesi  di  fa- 
re tutte  quelle  cose  che  nella  petizione  erano  pie- 
namente enarrate,  e  che  il  comune  di  Firenze,  e  quel- 
lo di  Perugia,  e  quello  di  Siena,  gli  rimandassono 
per  comune  due  o  tre  di  loro  ambasciadori  savi  e 
discreti,  i  quali  voleva  nel  Regno  intorno  a  lui  per 
suo  consiglio  ;  e  a'  detti  ambasciadori  diede  grazioso 
congio  di  tornare  a  Firenze.  I  nostri  ambasciadori 
partiti  di  Foligno,  vennono  a  Perugia,  e  quivi  sog- 
giornarono alquanti  dì  a  parlamentare  col  legato  car- 
dinale, e  co' rettori  di  Perugia  e  con  altri  ambascia- 
dori  de'  comuni  eh*  erano  stati  al  re  d'  Ungheria,  e 
dello  stato  di  Toscana  e  del  paese  intorno  in  be- 
neficio di  parte  guelfa  e  della  Chiesa,  per  la  venu- 
ta del  detto  re  d*  Ungheria  e  dello  imperadore  Carlo 
suo  suocero,  che  pareva  loro,  che  *1  detto  re  aves- 
se presa  troppa  famigliarità  co*  tiranni  e  signori  di 
Lombardia  e  di  Romagna  e  della  Marca  di  parte  ghi- 
bellina. 11  quale  legato  consigliò  i  detti  comuni,  che 
mandassono  loro  ambasciadori  al  papa  a  pregarlo 
ch'egli  si  traponesse  coli'  imperadore  Carlo,  che  non 
passasse,  acciocché  la  parte  imperiale  non  crescesse 
collo  appoggio  e  favore  della  potenza  del  re  d'Un- 
gheria suo  genero,  e  che  piò  piacerebbe  al  papa  e 
a'  cardinali,  e  eh'  egli  ne  sapea  bene  1'  opinione  sua 
segreta,  e  s*  egli  V  avea  creato  e  fatto,  era  per  con- 
trario del  dannato  Bavero,  e  vivendo;  ma  da  poi  ch'e- 
gli era  morto,  non  faceva  per  la  Chiesa  che  la  si- 
gnoria del  detto  Carlo,  colla  potenza  del  re  d*  Un- 
gheria signoreggiando  il  Regno,  crescesse  in  Italia: 
questo  segreto  sapemmo  da  alcuno  de'  nostri  amba- 
sciatori. E  nota,  lettore,  l' esempio  de*  rettori  di  San- 
ta Chiesa,  di  fare  e  di  volere  disfare  la  signoria  del- 
lo *mperio  al  suo  utile  e  beneplacito  ;  e  questo  ba- 
sti per  tanto. 


50« 


CRONICHE 


CAPITOLO  Ca. 

Come  il  re  ^Ungheria  enirò  nel  regno  di  Pkgìia^ 
ed  ebbe  la  signoria  a  cheto  e  sanza  contrasto, 

Soggioraand*  in  Fuligno  il  re  d'Ungheria  dae 
di  con  grande  festa,  e  fatti  cavaUerì  detti  nostri  am- 
basciadori,  come  detto  avemo,  e  fatti  cavalieri  più  al- 
tri di  Perugia  e  di  Foligno  e  della  Marca  e  del  Du- 
cato, poi  si  parti  di  Faligno  a  di  22  di  dicembre,  e 
giunse  air  Aquila  la  vigilia  di  Natale,  e  là  fece  la 
festa,  e  vennevi  air  Aquila  al  re  il  conte  di  Celano,  e 
il  conte  di  Loreto,  e  il  conte  di  San  Valentino,  e 
Napoleone  d^Orso,  e  più  altri  conti  e  baroni  d'Abrus- 
li,  e  fedongU  T omaggio  e  la  fedeltà;  e  poi  si  parti 
dair  Aquila,  fatta  la  festa  di  Natale,  e  andonne  col 
conte  di  Gelano  a  Castelvecohio  sua  terra.  B  a  di  27 
di  diceaibre  entrò  il  re  in  Sermone,  e  da*  Sermonesi  fu 
ricevuto onorevolemente  come  loro  signore;  e  parti- 
to da  Sermone  andò  a  Castello  di  Sanguine,  e  poi 
a  Samo,  e  di  là  n'  andò  a  Bruxuno  ;  e  ivi  presso 
a  tre  miglia  avea  due  castelletta,  dov*  erano  messer 
Niccola  de'  Caraccioli  e  messer  Agnolo  di  Napoli,  i 
quali  feciono  alcuna  resistensa,  onde  furono  combat- 
tuti dalla  gente  del  re,  e  per  forza  vinti  e  tutti  rubati, 
e  poi  arsi  ;  e  i  detti  due  cavalieri  napoletani  presi 
con  più  altri.  E  sappiendo  il  re  che  a  Capova  era 
messer  Luigi  e  gli  altri  reali  con  loro  isforzo  di  gente 
d*arme,  non  si  volle  mettere  al  contrasto  di  quella 
gente  nel  passo  del  fiume  del  Volturno,  ch'era  là  mol- 
to grosso  e  profonda,  e  però  fece  la  via  che  fece  an- 
ticamente il  re  Cario  vecchio  per  la  contea  d*  Alife  e  di 
Morcone  ',  e  poi  arrivò  a  Benevento  a  di  1 1  ^  di  gennaio: 
e  giugnendovi  la  sua  gente,  e  quegli  di  Benevento  per 
tema  di  non  essere  rubati,  ch*assai  danno  avea  sua  gente 
di  ratto  fatto  per  cammino,  però  serrarono  le  porte  ; 
ma  quando  videro  la  persona  del  re  d' Ungheria,  s' as- 
sicurarono, e  T  apersono.  E  venuto  il  re  a  Benevento, 
soggiornovvi  da  sei  di,  e  là  venne  tutta  la  sua  gente 
ch^erano  stati  sli'Aqnila  e  a  Tiano  ;  e  in  quello  paese, 
e  con  suoi  Uogarie  con  Lombardie  Romagnoli,  ch'e- 
rano venuti  al  suo  servigio,  si  trovò  in  Benevento 
con  più  di  seimila  cavalieri  e  popolo  inAnito;  e  là 
vennono  tutti  i  baroni  del  paese  a  farli  riverenza  e 
omaggio.  E  vennevi  una  grande  ambasceria  di  Na- 
poli, e  proffersegli  la  terra  come  a  loro  signore. 
Sentendo  i  reali  e  gli  altri  baroni  ch'erano  a  Ca- 
pova con  messer  Luigi,  che  il  re  era  a  Benevento, 
e  prosperava  felicemente  e  sansa  contrasto,  si  par- 
tirono con  loro  gente,  e  andaronne  a  Napoli,  e  ab- 
bandonando messer  Luigi,  e  lasciandolo  con  poca 
compagnia,  ordinarono  di  venire  al  re  a  fargli  re- 
verenza, come  s*  appressasse  a  Napoli.  Lo  re  si  parti 
da  Benevento  a  di  16  di  gennaio,  e  vennene  a  Ma- 
talona,  e  nella  sua  partita  quegli  di  Benevento  s' ar- 
marono, e  azzuffaroosi  co'  malandrini  che  segnivsno 
r  oste  del  re  e  rubavano  dove  potoano,  ed  ebbevi 
de' morti  assai  da  una  parto  e  dall'altra,  e  fu  arso 
parte  d' un  borgo  di  Benevento.  La  regina  Giovan- 
na, che  s' era  ridotta  e  afforzata  nel  castello  di  Napoli, 
sentendo  che  il  re  veniva  con  tanta  forza  verso  di 


'  Ali/c  da  Marcùne.  Ed.  G.         ^  a  di  2.   Ed.  G. 


NapoH,  nuoosamento  e  di  notte,  ■  di  15  di  gen- 
naioi  si  parti  del  castollo  con  sua  privata  ffuù^e 
con  quello  tesoro  che  potova  trovare  nel  cutello, 
che  poco  ve  n'  era  rimase,  si  n'era  fatta  mala  guar^ 
dia  dopo  la  morto  del  re  Ruberto;  e  per  la  via  di  Pie 
di  grotta  si  ricolse  la  regina  in  su  tre  galee  annata  di 
Provenzali,  ch'ella  avea  fatto  stare  in  concio,  e  feeesi 
porre  a  Nizza  in  Proenza,  a  di  20  di  gennaro  ;  come 
fece  in  Proenza  diremo  poi  assai  tosto  in  altro  capitole. 
Messer  Luigi  sentondo  come  la  regina  s'era  partita  da 
Napoli,  e  il  re  d'Ungheria  prosperava  felicemente,  di 
notte  con  messer  Niccola  Acciainoli  suo  fidato  compa- 
gno e  consigliere,  prendendo  loro  male  stare,  e'  veg- 
gendosi  abbandonati  dagli  altri  reali  e  baroni,  si  parti- 
rono da  Capova,  e  vennero  a  Napoli.  E  non  trovandoti 
galea  armata,  con  grande  fretta  e  paura  si  ricolso- 
no  con  loro  fidata  famiglia  in  su  uno  paB£ano,noa 
potando  avere  galea  di  cui  si  fldassono  ;  e  eoa  qnelr 
lo,  con  grande  pena  e  disagio,  arrivarono  a  Porto 
Ercole  in  Maremma,  e  là  acesero  a  di  20  di  gen- 
naio, e  vennero  a  Siena  a  di  24  di  gennaio  prìva- 
tamento;  e  poi  vennero  nel  contado  di  Firenze,  e  là 
soggiornarono  alquanto,  come  in  altro  capitolo  di- 
remo più  stesamento,  tornando  a  dire  de' processi  del 
re  d' Ungheria,  e  della  morto  del  duca  di  Durano 
e  della  presa  degli  altri  reali. 

CAPITOLO  cxn. 

Come  il  re  d'Ungheria  fece  morire  Uducu  di  Dwrai%o^ 
e  fece  pigliare  gli  altri  reali^  e  come  entrò  in  Napoli, 

Partito  il  re  d' Ungheria  di  Benevento,  fece  la 
via  di  Matalona,  e  giunse  in  A  versa  a  di  17  di  gen- 
naio. Qne*  d'  Aversa  abbono  grande  paura,  perchè 
si  diceva  ohe  '1  re  la  farebbe  distruggere,  perchè  vi 
era  morto  il  re  Andreasso  suo  fratoUo,  e  aseosono 
e  sotterrarono  tutto  loro  taaoro  e  cose  care;  ma  il  re 
ordinò  uno  suo  vicario  chiamato  Framoriale  co*  sooi 
Ungari  in  arme  alla  guardia  della  torre,  e  fare  giu- 
stizia di  rubatori  e  matandrini,  eh'  assai  ne  segai- 
vano  sua  osto.  E  in  Aversa  soggiornò  il  re  da  lei 
di,  dimorando  nel  castollo  reale  d' Averaa.  E  là  vi 
vennero  più  di  mille  gentili  uomini  di  Napoli  a  ve- 
dere il  re,  e  vennevi  il  conto  di  Fondi,  nipoto  che  fii 
di  papa  Bonifazio,  di  Campagna,  con  più  di  cinque- 
cento cavalieri  al  suo  servigio;  e  più  altri  bareai 
del  paese  vi  vennero  a  farli  omaggio.  Vennonvi  i 
reali,  ciò  furono  il  prenze  di  Taranto,  nominato  Ru- 
berto, con  Filippo  suo  minore  fratello,  che  messer 
Luigi,  come  abbiamo  detto,  a'  era  fuggito  di  Napoli. 
E  vennevi  Carlo  duca  di  Durezze,  e  messer  Luigi  e 
Ruberto  suoi  fratolli,  e  figliuoli  che  furono  di  mei- 
ser  Gianni  prenze  della  Morea.  E  vennevi  con  loro 
Giovannone  di  Cantolmo,  e  Gioffredi  conto  di  Squilla 
ammiraglio  del  Regno,  con  molti  altri  baroni  e  cava- 
lieri (avendo  il  re  data  loro  fidanza,  con  patto  che 
non  fossono  stati  colpevoli  della  morto  del  suo  fra- 
tello), e  giunti  al  re  al  castello  d'  Aversa,  gli  fe- 
ciono omaggio,  e  tutti  gli  badò  in  bocca,  e  diede 
loro  desinare;  e  ciò  fu  a  di  24  di  gennaio.  E  dopo 
il  mangiare  il  re  fece  arnure  tetta  ana  gente,  ed 
egli  medesimo  s*  armò,  e  mossesi  per  venire  a  Na- 


DI  -GIOVANNI  VILLANI. 


607 


poli,  eVeali  erano  disarmati  con  lai,  e  altri  baroni  in- 
torno di  Ini  faccendogli  compagnia.  Come  il  re  ta 
montato  a  cavallo,  disse  al  duca  di  Durazzo  :  Menatemi 
ove  fu  morto  Andreasso  mio  fratello.  Il  dnca  ri- 
spnose:  Non  ve  ne  travagliate^  eh^io  non  vi  fui 
mai,  credendo  levarlo  dalP  opinione,  e  già  temeva 
per  li  crudeli  sembianti  del  re.  11  re  disse,  che  pu- 
re vi  voleva  andare  a  vedere  :  e  giunti  al  monistero 
de*  frati  del  Morrone,  smontati  da  cavallo  salirono 
in  sulla  sala,  e  domandando  dov'aera  lo  sporto  sopra  al 
giardino  dove  il  re  Andreasso  fu  gittate  e  strangolato 
e  morto,  allora  gli  fu  mostrato  ;  di  che  il  re  si  volse 
«1  duca  di  Dardzzo,  e  dissegli  :  Tu  fosti  traditore  e 
operatore  della  morte  del  tuo  signore  e  mio  fra- 
iello^  e  operasti  in  corte  col  tuo  %io  cardinale  di 
Pelagorga^  che  a  tua  petizione  s"*  indugiò  e  non  si 
fece,  come  dovea^  per  lo  papa  la  sua  coronazione. 
Lo  quale  indugio  fu  cagione  della  sua  morte,  e  con 
frode  e  con  inganno  ti  facesti  dispensare  al  papa 
di  potere  torre  per  moglie  la  tua  cugina  e  sua  co^ 
gnatay  acciocché  lui  morto  e  la  reina  Giovanna  sua 
moglie,  tu  succedessi  ad  essere  re  ;  e  se'*  stato  in 
arme  contro  alla  nostra  potenza  col  traditore  mes- 
set  Luigi  di  Taranto  tuo  cugino,  e  nostro  ribello  e 
nimico,  il  quale  ha  fatto  come  tu,  con  frode  e  sa- 
crilegio sposando  quella  adultera  e  malvagia  fem- 
mina traditrice  del  suo  signore  e  marito,  e  nostro 
fratello  re  Andreasso.  E  però  e'  conviene  che  tu 
muoia  ove  tu  facesti  morire  lui.  Il  duca  di  Durazzo 
si  voleva  scuserò  non  essendo  colpevole,  e  domandò 
al  re  misericordia.  Lo  re  gli  disse  :  Come  ti  puo^  tu 
scusare  ?*  mostrandogli  lettere  col  suo  suggello  che 
egli  avea  mandate  a  Carlo  d*Artugio  del  trattato 
della  morte  del  re  Andreasso.  E  incontanente,  come  a- 
vea  ordinato,  il  fedi  nel  petto,  che  non  avea  arme,  uno 
messer  Filippo  ungerò,  avendolo  il  re  preso  per  gli 
capelli,  e  tagliogli  la  testa,  non  per  ispicco  il  collo 
affatto,  ma  però  de*  dotti  colpi  mori  di  prosente.  B 
da  certi  Ungari,  che  gli  erano  d' intomo,  fu  proso 
il  corpo  e  gittate  da  quello  verone  nel  giardino  ove 
fu  gittate  Andreasso;  e  comandò  che  non  gli  fusse 
data  sepoltura  senza  sua  licenzia.  B  ciò  fatto,  gli  altri 
quattro  reali  ftirono  presi  e  messi  in  buona  guardia  di 
cavalieri  ungari  nel  castello  d'Aversa  ;  e  di  certo  si 
disse,  e  credessi,  che  scegli  avesse  preso  con  loro 
messer  Luigi  e  la  regina  Giovanna,  tutti  gli  avrebbe 
fatti  morire  con  lui.  £  loro  presi,  tntti  i  loro  ca^ 
valli  e  arnesi  furono  rubati,  e  simile  tutti  i  loro  o- 
stelli  di  Napoli,  salvo  quello  del  preoze  di  Taranto. 
E  la  moglie  del  duca  di  Durazzo  eh'  era  in  Napoli, 
di  notte,  male  vestita  e  peggio  in  arnese,  con  due 
piccole  fanciulle  in  braccio,  si  fuggi  nel  monistero 
di  Santa  Croce,  e  poi  di  là  nascosamente,  vestita  in 
abito  di  frate,  ne  usci  con  poca  compagnia  e  arrivò 
a  Montefiascono  al  legato  del  papa;  e  poi  iscono- 
scittta  se  n*  andò  verso  Francia.  Tale  fa  la  fine  del 
duca  di  Durazzo,  e  la  presura  degli  altri  reali,  e 
scacciamento  di  loro  donne  e  di  loro  famiglie.  Per 
molti  si  fece  qnistione,  opponendo  al  re  tradimento  del 
800  sangue,  avendogli  fidati  e  baciati  in  bocca,  e  ca- 
rìtevoleméole  mangiato  con  loro,  e  poi  fatto  morire 
il  duca  di  Dorazzo,  e  gli  altri  reali  innocenti  presi. 


E  certi  dissono  che  non  era  tradimento  a  tradire  il 
traditore,  se  colpa  v'  ebbe,  come  gli  appose.  Ma  per 
gli  savi  si  giudicò,  che  quella  cmdeltà  e  quello  che 
ne  segni  di  male,,  fu  dispensato  e  operazione  di  Dio, 
per  li  laidi  peccati  commessi  nella  persona  del  re 
Andreasso,  eh*  era  giovane  e  innocente,  ehe  per  lo 
peccato  deir  invidia  e  covidigia  della  signoria  sua 
con  superbia  fu  commesso  tradimento  con  scellerato 
patricida  di  loro  signore",  e  ancora  ci  fu  il  laido  e 
abominevole  peccato  per  cagione  di  avolterio  e  sa- 
crilegio tra  congiunti,  come  n'  avemo  addietro  fatta 
menzione,  che  fu  cagione  della  morte  di  quello  in- 
nocente. B  già  la  vendetta  di  Dio  non  passa  sanza 
penitenzia  e  meriti  di  sì  enormi  peccati.  La  presura 
degli  altri  reali  fece  più  per  sua  sicurtà  che  per  col- 
pa ch^  eglino  avessono  se  non  d*  essere  in  arme  a 
Capua  contro  a  lui  e  alla  sua  signorìa.  Lo  re  d^Un- 
gherìa  in  quello  medesimo  dì,  a  di  24  di  gennaio, 
con  sua  gente  armata  ed  egli  medesimo  armato  con 
la  barbuta  in  testa,  con  una  sopravveste  di  sciamito 
porporino  indosso  ivi  su  i  gigli  di  perle  seminati, 
entrò  in  Napoli,  e  non  volle  pallio  sopra  capo  né  al- 
tra pompa,  com"  era  ordinato  e  apparecchiato  per  lui 
dai  Napoletani  di  fare.  Egli  smontò  a  Castelnuovo, 
e  intese  a  riformare  la  terra  e  il  reame,  faccende 
nuovi  decreti  e  nuove  inquisizioni  della  morte  di  suo 
fratello,  rinnovando  ufici  e  signorìe,  e  togliendogli  a 
cui  trovò  colpevoli,  e  dandoli  a  quegli  cheTaveano 
servito,  che  sarebbe  lunga  mena  a  dire.  1  Napole- 
tani i  più  erano  tristi  e  impauriti,  sì  per  le  grasce 
degli  ufici  del  Regno  e  i  vantaggi  eh*  eglino  aveano 
da'  reali,  e  allora  furono  mutati  e  tolto  assai  per  la 
morte  del  duca,  che,  come  dice  Seneca,  chi  a  uno 
offende  molti  ne  minaccia.  Ivi  a  pochi  di  mandò  il  re 
al  castello  delF  Uovo,  per  lo  fanciullo  che  si  diceva 
essere  rìmaso  del  re  Andreasso,  nominato  Carlo  Hap- 
tello,  e  videlo  graziosamente,  e  fecelo  duca  di  Ca- 
lavrìa.  E  con  buona  compagnia  di  cameriere  e  di  ba- 
lie che  '1  nutrìcavano  e  governavano,  in  una  bara 
cavalchereccia  nobilemente,  a  dì  2  di  febbraio  il 
mandò  *ad  Aversa,  e  di  là,  con  gli  altrì  reali  ohe  vi 
erano  presi,  con  buona  guardia  d*  Ungari  il  mandò 
ad  Ortona,  e  di  là  per  mare  passarono  in  Ischiavo- 
nia,  e  di  là  in  Ungheria.  Avendo  assai  larga  pri- 
gione, con  buona  guardia,  ai  riposarono  con  loro 
vergogna  in  Ungheria,  e  con  poco  avere,  e  meno  da 
spendere.  E  cosi  si  muta  la  fortuna  di  questo  secolo 
in  poco  tempo,  quando  pare  essere  ad  altrui  in  mag- 
giore stato  e  fermezza. 

CAPITOLO  CXUL 

Come  de*  soldati  stati  al  soldo  del  re  d*  Ungheria^ 
e  di  quelli  stati  con  messer  Luigi  di  Taranto,  si 
fece  una  gran  compagnia  per  partirsi  del  Regno, 

Riformata  il  re  d' Ungheria  la  sua  signoria  in 
Napoli,  e  mandati  i  reali  suoi  congiunti  in  Ungheria, 
trovò  che  uno  duca  Guemieri  Tedesco  stato  al  suo 
soldo,  e  capitano  di  saa  gente  alP  Aquila,  il  dovea 
tradire  per  danari  a  petizione  del  re  Luigi  di  Taranto 
e  della  regina  Giovanna  ;  del  quale  tradimento  appel- 
lò, e  vellosi  combattere  in  campo  contro  a  uno  si- 


508 


CRONICHE 


g&ore  ted«MO  ohe  lo  aveva  accusato  ;  ma  il  re  savia- 
mente procedette  di  non  volere  quistione.  Ma  il  detto 
duca  e  gli  altri  soldati  dk»  Taveano  servito  pagò  cor- 
tesemente, e  fece  g ìarare  loro  di  non  prendere  soldo 
dalla  Chiesa  di  Remarne  dalla  regina,  nò  da  messer  Lai- 
gt,  né  da  ninno  suo  nimico  nò  contrario,  nò  da  mes- 
ser Luchino  Visconti  da  Milano,  e  di  non  essere  cen- 
tra Ini  e  suoi  amici,  spesialmente  Fiorentini,  Peru- 
gini e  Senesi;  e  diede  loro'congio  ch^nscissono  del 
paese  e  del  Regno  con  gli  altri  soldati,  eh*  erano 
stati  al  soldo  di  messer  Luigi  di  Taranto  e  della  re- 
gina. E  fedone  una  compagnia,  onde  ne  fu  capo  il 
duca  Guemieri,  e  furono  intomo  di  tremila  cavalieri, 
e  vennonsi  in  Campagna  nelle  contrade  di  Terracina 
vivendo  di  ratto.  Partita  del  Regno  la  detta  com- 
pagnia, se  n'  andò  il  re  in  Puglia  in  pellegrinaggio 
a  Monte  Santo  Agnolo  e  a  San  Niccolò  di  Bari,  e 
per  sagire  i  baroni  e  paese  di  Puglia  alla  sua  si- 
gnoria, e  per  cessare  la  pestilenzia  della  mortalità, 
che  già  era  cominciata  a  Napoli  grandissima.  Innanzi 
che  si  partisse  di  Napoli,  mandò  al  comune  di  FirenEe 
e  a  quello  di  Perugia  e  di  Siena  per  suo  messo  a  ca- 
vallo la  *nfrasoritta  lettera,  la  quale  facemmo  volgarit- 
sare  di  verbo  a  verbo,  eh'  era  in  latino  ;  e  il  messo 
che  mandò,  fu  vestito  nobilemente,  e  donatogli  ca- 
valli e  danari  dal  nostro  comune,  e  dagli  altri. 

CAPITOLO  CXIY. 

La  ietterà  che  mandò  il  re  tT  Ungheria  ai  comune 

di  Firenze, 

^  A'  nobili  e  potenti  signori  priori,  e  consiglio  e 
^  comune  della  città  di  Firenze,  amici  nostri  carissimi 
"  e  diletti,  Lodovico  per  la  Dio  grazia  re  d' Ungheria, 
^di  Gerusalemme,  e  di  Cicilia.  Imperocchò,  favo- 
arandoci  la  divina  potenza  e  grazia,  noi  tegniamo 
'^libero  e  intero  tutto  il  regno  di  Cicilia  di  qua  dal 
^  Faro,  a  noi  già  lungo  tempo  per  debito  di  ragione 
^conceduto,  siccome  la  evidenza  del  fatto  a  tutto 
^il  mondo  fa  manifesto  e  dichiara,  noi  ad  alcuni 
^  soldati  a  cavallo,  e  del  servigio  de'  quali  'noi  al 
^  presente  non  abbisogniamo,  con  soddisfazione  piena 
^  e  intera  prima  a  loro  fatta,  facemmo  dare  licenza, 
^  intra*  quali  il  duca  Guemieri  con  certi  suoi  seguaci 
^ùi  V  uno,  dal  quale  caporale  giuramento  alle  sante 
^  Iddio  evangele  ricevemmo  con  lettere  della  sua  pro- 
^  missione  fatte  alla  nostra  eccellenza,  che  centra 
^  alla  maestà  nostra,  o  centra  alcuni  diletti  nostri  o 
^  fedeli,  e  spezialmente  e  nominatamente  contro  a  voi, 
^  ovvero  alla  vostra  comunità  o  città  o  distretto  vo- 
^  atro,  in  ninna  cospirazione  fari  lega,  ovvero  com- 
*  pagaia  per  protesto,  ovvero  da  cagione,  della  quale 
^  noi,  o  voi,  0  qualunque  altri  nostri  diletti  o  fe- 
^  deli,  potessimo  essere  danniflcati,  molestati  o  per- 
^  turbati'  in  alcuno  modo.  Ma  imperocchò  ninna  fede 
^  e  ninna  pietade  ò  in  coloro  che  seguitano  le  bat- 
^Uglie,  e  il  detto  duca  Guemieri  ha  altre  volte 
^  molte  pericolose  cose,  sotto  protesto  di  compagnia, 
^  avvisato  di  fare,  e  però  la  dilezione  e  carissima 
^amistà  vostra  con  chiara  affezione  vi  rechiamo  a 
^  memoria,  acciocché  con  diligente  cura  e  solledtudi- 
^  ne  vegghiate,  acctocchò  akuna  malvagia  concezione 


'^  0  rea  affezione  di  quegli  soldati  non  potesse  a  voi 
^  generare  alcuno  nocimento.  E  se  avvenisse,  che  per 
^  r  avversità  de'  detti  soldati  o  d'  altri  nostri  invi- 
^  diatori,  contro  a  voi  o  la  vostra  dttà  in  alcuna  no- 
^  cevole  cosa  volesse  mandare  furioso  veleno,  iafino 
^  ad  ora  siamo  pronti  con  tutto  il  nostro  podere  a 
^  voi  dare  il  nostro  aiuto  e  consiglio  opportuno,  ac- 
^  docchò  la  sincerità  deiramore,  il  quale  tra'  geaitorì 
^  nostri  e  voi  già  lungo  tempo,  e  da  noi  e  voi  fa  ed 
^  ò  indissolubile,  insieme  con  noi  perseveri  e  conli- 
^  nuamente  cresca,  e  gli  rei  de'  suoi  malevoli  proposi- 
^  ti  e  inique  operazioni  confusióne  patiscano,  e  pene 
^  sempiterne.  DaU  in  Napoli  nel  nostro  castello  reale, 
^  a  dì  8   del  mese  di  febbraio ,  prima  Indizione  «. 
E  nota,  lettore,  come  felicemente  e  prospera- 
mente il  re  d' Ungheria  passò  in  Italia  senza  alcàao 
contrario,  ma  fattogli  grande  onore  e  riverensìa,  e 
datogli  aiuto  di  cavalieri  da  tutU  i  signori  e  comoai 
guelfi  e  ghibellini,  che  trovò  per  cammino  ;  che  fa 
tenuta  grande  cos9,  e  quasi  maraviglia,  che  in  ot- 
tanta di  che  egli  si  parti  di  suo  paese,  e'  fece  in  gran 
parte  la  vendetta  del  suo  fratello  Andreasso,  ed  ebbe 
a  questo  il  regno  di  Puglia,  per  piacere  di  Dio,  sansa 
contrasto  o  battaglia  ;  che  per  gli  più  si  stimò,  che 
se  messer  Luigi  di  Taranto  e  gli  altri  baroni  e  reali 
del  Regno  eh'  erano  rannati  a  Capeva,  fessone  stati 
d' accordo  e  messosi  al  contrasto,  mai  non  avea  la 
signoria.  Ma  a  cui  Iddio  vuole  male  per  le  peccata, 
gli  toglie  il  podere  e  la  concordia.  E  1'  Ecdesiastico 
dice  :  //  regno  si  trasporta  di  gente  in  gente  per  le 
ingiustizie  e  ingiurie  e  contumelie  e  diversi  inganni 
ecc.;  e  così  appare  manifestamente,  che  pe^  giudicio 
d' Iddio  avvenisse  a'reali  del  regno  di  Puglia,  e  desse 
prosperità  al  re  d'Ungheria.  Ren  si  disse  per  alcuno  a- 
strolago  che  venne  con  lui  d'Ungheria,  ch'egli  si  parti 
di  sua  terra,  come  dicemmo  addietro,  a  di  3  di  no- 
vembre la  mattina,  e  prese  Tasceu dente  di  sua  mossa, 
onde  fece  la  figura  che  disegniamo  qui  appresso, 

Caput  Draconis  gr.  18,  in  Leone. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


509 


come  81  potrà  vedere,  che  per  gli  detti  segni  appare 
chiaramente  Tossono  tntti  disposti  alla  sna  prosperità  e 
signorìa.  I!  suo  ascendente  pare  che  fosse  il  segno 
dello  Scorpione  a  gradi  nove,  e  Io  suo  signore  pia- 
neta di  Marte,  il  quale  era  nella  decima  casa,  che 
si  dice  casa  reale,  e  nella  faccia  di  Giove  e  termine 
di  Venere  fortunati,  e  nel  segno  del  Leone  sua  trì- 
plicità,  e  attribuito  al  paese  d'Italia,  e  con  caput 
draconis  fortunato  e  forte,  eh*  assai  chiaro  mostrò 
in  parte  quello  che  gli  avvenne  in  suo  avvenimento. 
L*  altre  significazioni  e  suo  fine  giudichi  chi  è  del- 
r  arte  d*  astrologia  maestro.  Ma  noti,  che  quando  il 
re  entrò  nel  Regno,  ciò  fu  a  dì  24^  di  dicembre,  il 
ano  pianelo  Marte  cominciò  a  retrogradare  ;  e  quan- 
do entrò  in  Napoli  ed  ebbe  la  dominazione,  a  di  23 
di  gennaio,  era  retrogradato.  Lasceremo  di  questa 
materia,  che  non  ò  ora  di  necessità  al  nostro  trat- 
tato, ma  per  dare  alcuno  diletto  a  chi  della  scienza 
8**  intende  il  ci  misi.  Ancora  lasceremo  di  procedere 
del  re  d*  Ungheria,  e  diremo  come  la  reina  Giovanna 
e  messer  Luigi  e  la  prenzessa  di  Taranto  arrivarono 
in  Proenza. 

CAPITOLO  CXV. 

Come  messer  Luigi  di  Taranto  e  la  regina  Giovanna 

arrivarono  in  Proen%a. 

Come  in  brieve  dicemmo  addietro,  quella  che 
si  facea  chiamare  la  regina  Giovanna,  moglie  che  fu 
del  re  Andreasso,  arrivò  a  Nizza  in  Provenza  a  dì 
20  dì  gennaio  con  tre  galee,  e  *n  sua  compagnia 
messer  Maruccio  Caraccioli  di  Napoli,  cui  ella  avea 
fatto  conte  camarlingo,  e   di  sua  compagnia  colla 
regina  si  parlava  dMnfamia  e  di  male  e  di  sospetto. 
Come  presono  porto   a   Nizza ,  se  n'  andarono   ad 
Achisi  ;  e  loro  giunti  ad  Achisi,  il  conte  d' Avellino 
de*  signori  del  Balzo  e  il  signore  di  Salto  con  altri 
grandi  signori  di  Provenza  furono  alla  detta  regi- 
na, e  di  presente  feciono  pigliare  il  detto  messer 
Maruccio  con  sei  suoi  compagni,  e  mettere  nella  pre- 
gione  di  Nuova,  e  la  regina  con  cortese  guardia  me- 
narono al  castello  Arnaldo,  e  nullo  le  potea  parlare 
in  segreto,  sanza  la  presenza  da'*  detti  baroni  di  Pro- 
venza ;  imperoccV  erano  entrati  in  sospetto  e  in  ge- 
losia, eh'  eya  non  facesse   cambio  della  contea  di 
Provenza  a  un'  altra  contea  di  Francia  con  messer 
Gianni  figliuolo  di  messer  Filippo  di  Valois  re  di 
Francia  e  suo  cugino,  il  quale  in  quei  giorni  .era 
venuto  al  papa  in  Avignone  col  conte  d'Armignac- 
oa,  e  statone  in  trattato  col  papa,  onde  i  Proven- 
zali se  n*  erano  molto  scandalezzati,   non  volendo 
essere  sottoposti  al  re  di  Francia,  e  quasi  volendo 
fare  rubellazione  di  Provenza  col  Dalfino  di  Vienna 
per  la  detta   cagione,  e  a  petizione  del  re  d'Un- 
gheria; per  la  qnal  cosa  il  papa  temendo  rimandò 
messer  Gianni  in  Francia,  e  contentollo  di  molti  da- 
nari; e  dissesi  che  gli  diede  dugento  migliaia  di  fio- 
rini d'oro  e  le  decime  di  cinque  anni  del  reame  di 
Francia  a  venire  a  pagare  in  dne  anni,  che  sono 
grandissimo  tesoro.  E  così  dispensò  il  tesoro  della 
Chiesa  pel  conquisto  della  Terra  Santa. 


^  a  di  28f  legge  la  Qinntlna» 


Messer  Luigi  di  Taranto  e  messer  Niecola  Ac- 
ciainoli di  Firenze  ano  fidato  compagno  venuti  ■ 
Siena,  messer  Niecola  volendolo  menare  in  Firenze 
(e  già  r  avea  condotto  nel  nostro  contado  in  Val- 
dipesa),  sentendosi  ciò  per  gli  priori  e  per  gli  altri 
rettori  di  Firenze,  e  dubitando  che  la  sua  venuta  non 
generasse  scandalo  tra' cittadini  e  indignazione  del 
re  d'Ungheria,  ritenendolo  in  Firenze,  di  presente 
mandarono  loro  incontro  due  grandi  popolani  per 
ambasciadori,  dinegando  loro  che  non  entrassono 
nella,  città,  ma  seguissono  loro  cammino  ;  0  stando 
con  loro  del  continuo,  acciocché  nullo  altro  cittadi- 
no andasse  loro  a  parlare;  e  così  dimorarono  in 
Valdipesa  a*"  luoghi  degli  Acciainoli  per  dieci  dì,  ohe 
nullo  cittadino  v'  andò,  se  non  il  vescovo  di'  Firen- 
ze, eh'  era  degli  Acciainoli,  che  voleva  andare  con 
loro,  e  andò,  in  corte  di  papa.  Di  questa  venuta  di 
messer  Luigi  ebbe  grande  mormorio  tra'  cittadini, 
che  parto  de' guelfi  ch'amavano  i  reali,  e  ricorda- 
vansi  de'  servigi  ricevuti  dal  prenze  di  Taranto  suo 
padre,  e  come  messer  Carlo  suo  fratello  rimase  morto 
in  serrigio  del  nostro  comune  con  messer  Piero  suo 
zio  insieme  alla  sconfitta  di  Montecatini,  l'avessono 
volentieri  ricevuto  in  Firenze  e  fattogli  grandissimo 
onore.  Ma  i  rettori,  temendo  di  non  dispiacere  al  re 
d' Ungheria,  tennono  il  modo  detto,  e  per  gli  savi 
fu  lodato  per  lo  migliore  del  comune.  1  detti  non 
potendo  venire  in  Firenze,  avendo  mandato  a  Genova 
a  fare  conducère  e  armare  a'  loro  amici  due  galee, 
per  la  via  di  Volterra  n'  andarono,  e  '1  vescovo  con 
loro,  a  Porto  pisano  ;  e  là  si  ricolsono  a  di  1 1  di 
febbraio  nel  1347.  E  giunti  in  Provenza,  sentendo 

10  stato  della  regina  Giovanna,  non  s'ardirono  di 
porre  né  a  Nizza  né  a  Marsilia,  anzi  arrivarono  ad 
Acquamorta,  e  di  là  9  Belcaro  nelle  terre  del  re  di 
Francia,  e  poi  contro  ad  Avignone  di  là  dal  Rodano* 

11  vescovo  e  messer  Niecola  vennono  ad  Avignone  al 
papa,  e  tanto  adoperare  con  lui,  che  la  regina  Gio- 
vanna fu  dilibera  del  castello  Arnaldo,  ed  entrò  in 
Avignone  con  pallio  sopra  capo,  e  tutti  i  cardinali  le 
vennono  incontro  a  cavallo,  ricevendola  graziosa- 
mente a  grande  onore.  E  a  dì  15  di  marzo  messer 
Luigi  ne  venne  al  papa,  e  in  quel  dì  rifermò  il  papa 
il  disonesto  matrimonio  da  messer  Luigi  alla  detta 
regina  Giovanna.  Ancora  di  questo  fu  il  papa  molto 
calunniato  da'  più  cristiani  che  '1  seppero.  E  poi  a 
dì  27  di  marzo  il  papa  diede  la  rosa  deli*  oro  al 
detto  messer  Luigi,  essendo  in  Avignone  il  re  di 
Maiolica  ;  e  poi  cavalcò  per  Avignone  col  pennone 
sopra  capo  a  guisa  di  re,  e  la  regina  con  Ini;  si 
tornarono  poi  di  là  dal  Rodano,  e  '1  papa  diede  loro 
tre  cardinali  a  udire  la  quistione  da  loro  al  re  d'Un- 
gheria, eh*  erano  in  corte  suoi  ambasciadori.  Lasce- 
remo ora  questa  materia,  e  diremo  d'altri  signori  e 
donne  che  in  questi  di  passarono  per  Firenze. 

CAPITOLO  CXVI. 

Di  certi  signori  e  donne  che  passarono 
per  Firenze, 

A  dì  27  di  febbraio,  messer  Filippino  da  6on« 
saga  de'  signori  di  Mantova^  tornando  oon  ina  fon- 


510 


CRONICHE 


le  d*arme  dal  re  d^  Ungheria,  che  V  avea  accompa- 
gnato Ùùù  a  Napoli,  paaaò  per  Firenze,  e  fu  rìce- 
Tnto  a  grande  onore,  e  accompagnato  da'*  rettori  e 
da  più  cittadini.  E  di  ciò  fa  ancora  grande  rumore 
per  li  guelfi  di  Firenze,  dicendo:  /  nostri  rettori 
ricevono  in  Firens^e  e  fanno  onore  a*  tiranni  ghi- 
bellini  che  ci  sono  stati  contro  co*  nostri  nimici^  e 
non  vollono  ricevere  messer  Luigi  di  Taranto^  co- 
me n^  è  detto  di  aopra;  ma  pure  fu  preso  il  mi- 
gliore e  lodato  per  gli  savi,  e  però  n'  avemo  fatta 
memoria  per  esempio  per  V  avvenire.  E  a  di  1 0  di 
marzo  passò  per  Firenze  la  moglie  del  prenze  di  Ta- 
ranto, che  si  facea  nominare  imperadrice  di  Costan- 
tinopoli sanza  lo  ^mperio;  ed  era  figliuola  del  duca 
di  Sorbona,  figliuolo  che  fu  di  Chiaramente  della 
casa  di  Francia;  la  quale,  poiché  il  marito  con  gli 
altri  reali  era  mandato  preso  in  Ungheria,  se  n'an- 
dava in  Francia.  Fulle  in  Firenze  fatto  grande  ono- 
re d' accompagnarìa  da  cavalieri  e  da  donne,  e  al- 
bergò in  casa  i  Peruzzi,  fiiccendo  il  comune  le  spese 
per  lo  cammino,  andando  e  venendo;  e  due  dì  ci 
dioMirò^  E  il  comune  le  fece  lettere  al  papa,  pre- 
gandolo, e  raccomandandogliele,  che  s^  adoperasse 
col  re  d'  Ungheria  della  diliberazione  del  suo  marito 
e  degli  altri  innocenti  reali.  Lasceremo  alquanto  delle 
sequele  occorse  per  Tavveoimento  del  re  dTngheria, 
eh'  assai  n*  avemo  detto,  e  torneremo  a  dire  d'  altre 
novitadi  state  in  Firenze  e  altrove  in  questi  tempi. 

CAPITOLO  CXVU. 

Quando  si  cominciò  a  fondare  il  muro  diS,  Gregorio 
in  Amo^  che  richiude  due  pile  del  ponte  Rubaconte, 

In  questo  anno  1347  si  cominciò  a  fondare 
in  Amo  di  costa  a  San  Gregorio  uno  grosso  muro 
con  pali  ■  castello,  e  presono  due  pile  e  due  arco- 
ra  a  capo  del  ponte  Rubaconte  di  là  dall'Arno  andan- 
do diritto  verso  levante  infino  alla  coacia  del  ponte 
reale,  che  s^  ordinò  di  fare.  E  di  qua  dal  ponte  più 
tempo  dinanzi  s'era  cominciato  similemente  uno  muro, 
prendendo  una  pila  e  arco  del  detto  ponte,  andando 
inaino  al  castello  Altafronte.  Questi  muri  s'ordinarono 
per  conducere  l'Amo  dentro  alla  città  per  diritto  ca- 
nale e  accrescere  terreno  alla  città,  e  spezialmente 
verso  San  Niccolò,  ed  era  la  città  più  forte  e  più 
bella  avendo  riguardo  al  parapetto  del  muro  a  mo- 
do di  pila^,  sicché  l'ordine  e  '1  lavorio  de'  detti  mu- 
ri fa  bene  provveduto,  faccendosi  una  aggiunta,  che 
è  di  necessità,  cioè  di  fare  un  muro  di  qua  dal  fiu- 
me d' Arno  alla  coscia  del  ponte  reale,  e  continuan- 
dolo verso  levante  infino  alle  mulina  di  San  Salvi; 
allargando  la  bocca  e  1'  entrata  del  fiume  d'  Arno, 
acciocché  crescendo  1'  Amo  non  venisse  di  sopra 
a'  fossi  e  mura  di  qua  dalla  porta  alla  Croce  o  più 
oltre,  come  avvenne  l'anno  1333  al  tempo  del  di- 
luvio :  e  aarebbe  la  terra  più  forte  e  più  bella,  e 
racquisterebbesi  terreno,  che  varrebbe  più  che  non 
costerebbe  il  muro,  il  quale  si  farà,  quando  quegli 
reggono  la  città  piacerà  loro. 


CAPITOLO  CXVBL 

Come  i  Boston  furono  cacciati  cT  Àre^zo^ 

e  il  perchè. 

Nel  detto  anno  1347,  all' uscita  d' ottobre,  que- 
gli della  casa  de' Beatoli  a  rumore  di  popolo  fu- 
rono cacciati  d'Arezzo  per  forza  e  tirannie  che  fii- 
ceano  a'  cittadini  popolani  di  quella  città,  e  benché 
in  Arezzo  e'  fossono  capo  di  parte  guelfa,  erano 
isconoscenti  e  ingrati,  spezialmente  conlra  il  comu- 
ne di  Firenze;  che  quando  erano  fuori  d'Arezzo 
con  gli  altri  guelfi,  dal  nostro  comune  erano  soste- 
nuti a  soldi  a  provvisioni,  e  fatta  per  loro  la  guerra 
contro  a' Tarlati,  e  poi  per  lo  noatro  comune  ri- 
messi in  Arezzo  in  grande  stato  e  signoria.  Ed  e- 
glino  per  loro  superbia  peggio  trattavano  i  nostri 
rettori  e  cittadini  che  v'  erano  per  lo  comune  di  Fi- 
renze, del  continuo  puttaneggiando  col  comune  di 
Peragia,  per  diminuire  la  signoria  del  comune  di  Fi- 
renze, e  per  meglio  potere  tiranneggiare  la  città.  Ma 
a  ciò  non  guardò  il  nostro  comune,  perché  erano 
guelfi,  e  fece  loro  rendere  i  beni  loro,  e  ordinogli 
a'conflni  a  loro  castella  e  possessioni  fuori  d'Arez- 
zo ;  ma  male  atettono  contenti  ne'  termini  e  confini 
loro  dati,  che  al  continuo  stavano  in  trattati  con  loro 
amici  d' entro.  E  a  di  1 1  d' aprile  seguente,  la  not- 
te, con  loro  amici  a  cavallo  e  a  pie  vennono  alia 
terra  con  iscale  scalandola  per  entrare  dentro  ;  fu- 
rono sentiti  e  ripinti  per  forza  fuori,  e  presi  di  quelli 
d'entro,  che  rispondevano  loro;  e  di  certi  fu  fatta 
giustizia,  ed  eglino  e  i  loro  seguaci  furono  condan- 
nati per  traditori  e  ribelli. 

CAPITOLO  CXIX. 

Di  certe  novità  che  furono  in  Fitreme  in  questi 

tempi. 


*  facendoU  U  eomttne  U  §pt$e  riecammte,  e  due  di  ci  di- 
morbt  €  ptr  lo  cammino  andando  e  venendo  per  lo  contado 
e  diitretto  di  Firenze.  Ed.  G. 

*  dì  Piw.   Ed.  6. 


All'uscita  di  novembre,  e  all'entrata  di  di- 
cembre del  detto  anno  1347,  aubitamente  montò  il 
grano  in  Firenze,  da  aoldi  ventidue  che  valea  Io 
staio,  in  uno  mezzo  fiorino  d'  oro,  e  inftno  in  sol- 
di trentacinque  lo  staio,  onde  il  popolo  si  maravi- 
gliò, temendo  e  dubitando  forte  che  non*  tornasse  la 
carestia  passata.  E  ciò  avvenne,  perché  la  Roma- 
gna, d'  onde  soleva  venire  il  grano  delle  circustan- 
ze  del  Mugello,  tutto  n'  andava  in  Romagna,  perchè 
in  Vinegia  era  gran  caro  di  grano,  e  per  la  gene- 
rale mortalità  e  infermità  delle  terre  marine,  come 
detto  avemo  addietro,  e  per  la  venuta  del  re  d'  Un- 
gheria in  Puglia,  i  Veneziani  non  poteano  avere 
tratta  di  grano  né  di  Cicilia,  né  di  Puglia  ;  e  anche 
poteano  male  navigare  ;  e  però  vi  si  prowidde  per 
gli  uficiaU  dell'  abbondanza  éi  fare  guardare  i  passi 
a'  confini  del  nostro  contado  e  distretto  verso  Roma- 
gna, e  di  fare  venire  grano  da  Pisa  e  di  Maremma  e 
di  Siena  e  d' Arezzo,  onde  per  la  buona  provvisione 
tosto  tornò  il  grano  in  soldi  ventidue  e  soldi  venti  lo 
staio.  E  a  di  1 1  di  gennaio  ai  fece  riformagione  per 
lo  comune,  e  ordinossi  che  le  signorie,  doè  il  po- 
destà, entrafio  al  suo  ufido  a  calen  di  gennaio  e  io 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


511 


calen  di  loglio,  e  il  capitano  del  popolo  in  oalen  di 
maggio  e  in  calen  di  novembre,  ed  entrasie  V  ese- 
cntore  degli  ordinamenti  della  gioitiaia  in  oalen  d*a- 
prile  e  in  calen  d'ottobre,  come  era  neato  per  gli 
tempi  passati  ;  i  quali  tempi  s' erano  rimossi  per  la 
tirinnia  del  doca  d*  Atene,  che  gli  faceva  a  soo  be- 
neplacito, qnando  signoreggiò  Firenze.  E  ordinossi, 
ehe^  come  fnssono  entrate  le  dette  signorie,  incon- 
tanente infira  qnindid  dì  appresso  i  priori  e  gli  al- 
tri eoUeghi  ch'hanno  ad  eleggere  le  dette  signorie, 
gli  dovessono  eleggere  sotto  certa  pena,  per  cessare 
le  preghiere  de'  rettori,  e  non  avere  cagione  di  raf- 
fermarli; che  fo  buono  e  ottimo  decreto,  quando 
s^  ossetvasse.  Ma  il  nostro  difetto  di  mutare  spesso 
leggi  e  ordini  e  costumi  col  non  isianie  che  si  mette 
nelle  riformagioni  del  comune,  guasta  ogni  buono 
ordine  e  legge,  ed  è  nostro  difetto  e  vizio  naturale, 

Che  a  mezso  novembre 
Non  gingne  quel  ohe  tu  d'ottobre  fili, 

come  disse  Dante. 

CAPITOLO  CXX, 
Come  la  città  di  Pisa  mutò  stato  e  reggmento. 

Nel  detto  anno  1347,  reggendosi  la  città  di 
Pisa  sotto  il  governo  di  messer  Dino  e  di  Tinuccio 
della  Rocca  di  Maremma  loro  distrettuali  sotto  titolo 
di  loro  conti  (eglino  erano  giovani  di  tempo,  e  mor- 
ti i  loro  maggiori),  i  detti  detta  Rocca  con  altri  loro 
seguaci  popolani  V  aveauo  retta  buono  tempo  a  loro 
senno,  e  si  chiamavano  la  setta  de*  Raspanti  ;  ma  as- 
sai bene  reggeano  la  terra,  se  non  che  se  n'  erano 
signori  liberi.  L*  altra  setta,  che  non  reggeva  e  non 
aveva  nficio  in  comune,  e  per  dispetto  gli  chiamavano 
i  Bergolini^  i  quali  erano  Gambacorti  e  AgliaM  e  al- 
tri ricchi  mercatanti  e  popolani,  e  de'  nobili  e  grandi 
Y*  erano  poco  richiesti  e  peggio  trattati  ;  parendo 
a'  detti  nobili  e  popolani  essere  male  trattati  e  schiusi 
degli  ufici,  segretamente  s'accordarono  insieme,  e 
poi  co*  conestabili  delle  masnade  avendo  fatte  di 
grandi  impromesse,  la  vigilia  di  Natale,  •  di  24  di 
dicembre ,  levarono  la  città  a  rumore ,  gridando  : 
Viva  il  popolo  e  libertà^  e  corsono  la  terra,  e  cac- 
ciarono i  conti  e  i  detti  della  Rocca  e  loro  seguaci, 
ganza  fare  altro  male  nelle  persone,  se  non  di  ru- 
bare e  mettere  fuoco  nelle  case  di  quegli  della 
Rocca,  mandando  a' confini  i  conti  e  loro  seguaci  in 
diversi  luoghi  e  paesi  j  e  Andrea  Gambacorti  e  suoi 
segnaci  se  ne  fedono  signori. 

CAPITOLO  CXXI. 

D*uno  grande  miracolo^  chiappane  in  Avignone  in 

Drovenìta. 

Nel  detto  anno,  a  di  30  di  dicembre,  la  mat- 
tina levato  fl  sole,  apparve  in  Avignone  in  Provenza, 
ovverà  la  corte  del  papa,  sopra  i  palagi  del  detto  papa, 
come  una  colonna  di  fuoco,  e  dimorowi  per  ispazio 
d*  un*  ora  ;  la  quale  per  tutti  i  cortigiani  fu  veduta, 
e  fecesene  grande  maraviglia,  e  con  tatto  che  dò 


possa  essere  nainralmente  per  li  raggi  del  sole  a 
modo  dell'  arco,  tuttora  fu  segno  di  futura  e  grande 
novità,  che  avvenne,  come  appresso  si  troverà  leg- 
gendo. 

.   CAPITOLO  cxxn. 

Come  i  guelfi  furono  cacciali  di  Spuleto. 

Nel  detto  anno,  a  di  10  di  gennaio,  messer 
Piero  di  messer  Cello  di  Spuleto,  il  quale  n'  era 
fuori  a*  confini,  a  petizione  degli  altri  grandi  guelfi 
di  Spuleto,  perchè  usava  contro  a  loro  e  gli  altri 
soperchia  maggioranza  cittadina,  il  detto  messer  Pie- 
ro con  suoi  seguaci  e  amici  e  aiuto  del  capitano  del 
Patrimonio  e  del  duca  di  Spuleto  venne  alla  terra  con 
suo  sforzo  di  genti  a  cavallo  e  a  piedi;  e  datogli 
r  entrata  d' una  porta,  entrò  combattendo  nella  terra. 
Sentendo  ciò  i  cittadini  di  Spuleto,  levaronsi  a  ru- 
more, e  presono  l'arme,  onde  si  feciono  caporali  i 
guelfi  della  terra  medesimi,  e  per  forza  .combattendo 
ruppono  messer  Piero  e  i  suoi,  e  con  danno  di  loro 
gli  cacciarono  della  terra.  B  pochi  dì  appaesso  i 
ghibellini  della  terra  avendo  sospetto  de'  guelfi,  con 
tutto  che  fossono  stati  con  loco  a  cacciarne  messer 
Piero  e  i  suoi  seguaci,  come  ingrati  e  sconoscenti 
gli  cacciarono  di  Spuleto;  onde,  tutto  fosse  loro 
fatta  sconcia  cosa,  fu  giusta  vendetta  e  presta,  per- 
chò  n'  aveano  cacciati  i  loro  guelfi  medesimi  ;  e  av- 
venne loro  la  parola  del  Vangelo:  ornne  regnum  in 
se  divisum  desolabitur.  Lasceremo  di  questa  materia 
per  raccontare  uno  grande  giudicio,  e  quasi  incre* 
dibile,  che  a  questi  tempi  avvenne  per  tremoti  nella 
città  di  Pisa,  di  Vinegia  e  di  Padova,  ma  più  in 
Friuli  e  in  Baviera. 

CAPITOLO  CXXIII. 

Di  grandi  tremoti  che  furono  in  Vinegia,  in  Padota, 

Bologna^  e  Pisa. 

Nel  detto  anno,  nel  venerdì  notte,  a  dì  25  di 
gennaio,  furono  diversi  e  grandissimi  tremoti  in  Ita- 
lia nella  città  di  Pisa,  di  Bologna,  di  Padova,  e  mag- 
giormente nella  città  di  Vinegia,  nella  quale  rovi- 
narono infiniti  fumaiuoli,  ovvero  cammini,  che  ve  ne 
avea  assai  e  belli,  e  piii  campanili  di  chiese  e  molte 
case  s'apersono  e  tali  minarono  nelle  dette  città.  E 
significavano  alle  dette  terre  danni  e  pestilenze,  come 
leggendo  innanzi  si  potrà  trovare,  che  furono  grandi 
segni.  Ma  il  pericolo  fu  la  detta  notte  in  Friuli,  in 
Aqnilea,  e  in  parte  dalla  Magna,  e  furono  sì  fatti  e 
per  tale  modo  e  con  danno,  che  dicendolo  o  scri- 
vendolo parrà  incredibile  ;  ma  per  dire  il  vero  e  non 
errare  nel  nostro  trattato,  sì  ci  metteremo  la  copia 
della  lettera  che  di  là  ne  mandarono  certi  nostri 
Fiorentini  mercatanti,  degni  di  fede,  il  tenore  della 
quale  diremo  qui  appresso,  scritta  e  data  in  Udine 
del  mese  di  febbraio  1347. 


512 


CRONICHE  DI  GIOVANNI  VILLANI. 


CAPITOLO  CXXIV. 

Di  grandi  tremoti  che  furono  in  Friuli^  e  in  Ba^ 
vtrra,  e  in  Chiarentana^  e  nella  Magna  e  in  più 

contrade. 

Avrete  adito  dì  diversi  e  pericolosi  tremoti  che 
sono  stati  io  questi  paesi,  i  qaali  hanno  fatto  gran- 
dissimi danni.  Correndo  gli  anni  del  nostro  Signore, 
secondo  il  corso  della  Chiesa  di  Roma  1348  indi- 
zione prima,  ma  secondo  il  nostro  corso  delP  An- 
nnntiatione  della  Nostra  Donna  correvano  gli  anni 
1347,  a  di  35  di  gennaio,  il  di  di  venerdì,  e  il  di 
della  conversione  di  San  Paolo,  a  ora  ottava  e  quarta 
appresso  vespro,  che  Viene  ore  cinque  in  fra  la  notte, 
furono-  grandissimi  tremoti,  e  dorarono  per  ispasio 
di  più  ore,  i  quali  non  si  ricordano  j>er  niooo  oo- 
m«  vivente  simili.  Io  prima  io  Silici^  la  porta  di  verso 
Friuli  tutta  cadde.  In  Udine  parte  del  palagio  di  mes- 
ser  Io  patriarca  cadde,  e  più  altre  case  ;  e  cadde  il 
castello  di  San  Daniello  in  Friuli,  e  morìronvi  più 
nomini  e  femmioe.  Caddono  due  torri  del  castello  di 
Ragogna,  e  iscorsono  ioftno  al  fiume  del  Tagliamento, 
cosi  nomato,  e  morironvi  più  genti.  In  Gelmooa  la 
metà  e  più  delle  case  jono  rovioate  e  cadute,  e  *l  cam- 
panile della  maggiore  chiesa  tutto  si  fesse  e  aperse, 
e  la  figura  di  San  Crìstofano  intagliata  in  pietra  viva 
si  fesse  tutta  per  lo  lungo.  Per  gli  quali  miracoli  e 
paora,  i  prestatori  a  nsura  della  detta  terra  convertiti 
a  penitenzia,  feciono  bandire,  che  ogni  persona  ch^a- 
vesse  loro  dato  merito  e  usura,  andasse  a  loro  per 
essa;  e  più  d^otto  dì  continuarono  di  renderla.  In 
Vincione  il  impanile  della  terra  si  fesse  per  meuo, 
e  più  case  rovinarono;  e  il  castello  di  Tormezzo  e 
quello  d*  Orestaguo  e  quello  di  Destrafitto  caddono 
e  rovinarono  quasi  tutti,  ove  morì  molta  gente.  Il 
cutello  di  Lemborgo,  ch'era  in  montagna,  si  scom- 
mosse; rovinando  fu  trasportato  per  lo  tremoto,  da 
dieci  miglia  dal  luogo  dove  era  in  prima,  tutto  dis-r 
fatto.  Uno  monte  grandissimo,  dov'  era  Itf  via  ch^  an- 
dava al  lago  d^Orestagno,  si  fesse  e  partissi  per  mez- 
zo con  grande  rovina,  rompendo  il  detto  cammino 


Bacile. 


tutto.  E  Ragni  e  Vedrone,  due  castella,  con  più  di 
cinquanta  ville,  che  sono  sotto  il  conte  di  Gorizia, 
intomo  al  fiume  di  Gieglia,  sono  rovinate  e  coperte 
éa  due  monti,  e  qsasi  vi  morirono  tutte  le  genti  di 
quelle  parti,  che  pochi  ne  scamparono.  AUa  città  di 
Villatco  nellenlrare  della  Magna  vi  rovinarono  totle 
le  case,  se  non  una  d' nno  buono  nomo,  giusto  e 
caritevole  per  Dio.  E  poi  nel  contado  del  detto  Vil- 
lacoo  e  d'intorno  vi  subissarono  più  di  settanta'  ca- 
stella e  ville  di  sopra  al  fiane  d' Otri,  e  per  simile 
modo  andarono  sottosopra,  che  vi  b*  aperse  una  non- 
tagna  grandissima  per  mezzo,  e  riempii  tolta  la  valle 
ov' erano  le  dette  ville  e  castella,  e  coperse  beae 
dieci  miglia  dove  correva  il  detto  fiume  d' Otri;  e  ubo 
monistero  d'Orestagno  rovinò  e  sommerse,  e  morìvri 
molta  gente.  EU  detto  llnme  non  avende  sua  uscita 
e  corso  usato,  al  di  sopra  ha  fatto  ono  nuovo  e  grande 
lago.  Nella  detta  città  di  Villacco  molte  maraviglie 
apparvono,  che  la  grande  piazza  di  quella  si  fesse  a 
modo  di  croce,  della  quale  fessora  prima  oad  sangue 
e  poi  acqua  in  grande  quantità.  E  nella  chiesa  di  Su 
Iacopo  di  quella  città  vi  si  trovarono  morte  dnqve- 
cento  persone  che  v^  erano  fuggite,  senza  gli  altri 
morti  della  terra,  che  furono  più  delle  tre  partì  degli 
abitanti.  Gli  altri  scamparono  per  divino  miracolo, 
latini  e  forestieri  e  poveri.  Per  Cernia  più  di  mille- 
cinquecento nomini  femmine  e  fanciulli  sono  trovati 
morti  per  gli  tremoti  ;  e  tutto  le  chiese  e  case  di 
Cernia  sono  cadute,  e  il  monistero  di  Osoaleccha  e 
quello  di  Velchiera^  :  quasi  tutti  morirono,  e  i  rina- 
nenti  tutti  sbigottiti,  e  quasi  fuori  di  loro  senno,  b 
Baviera  la  città  di  Trasburgo,  e  a  Palnzia,  e  alla  Nnda^ 
e  alla  Croce  oltramonti,  la  maggior  parte  delle  case 
sono  cadute,  e  morta  nna  grande  parte  della  geate. 
E  nota,  lettore,  che  le  sopraddette  rovine  e  perìodi 
di  tremoti  sono  grandi  segni  e  giudicii  di  Dio,  e  aoo 
senza  gran  cagione  e  permessione  di  Dio;  e  soio 
di  quelli  miracoli  e  segni,  che  Gesù  Crbto  vaage- 
lizzando  predisse  a' suoi  discepoli,  che  doveano  ap- 
parire alla  fine  del  secolo. 


*  iesaanta,  roca  il  T.  de'  Giunti. 

'  Oigalehe  e  Vercki,  ha  il  citato  Testo. 

'  Fatima  e  Muda,    Ed.  G. 


FINE  DELLA  CRONICA  DI  G.  VILLANI. 


INDICE 

DEL  PRIMO  VOLUME. 


pore  H  noftro  numero  de*  Ciqiholi  non  confronta  con  qn^Ho  della  Giuntina  citata  (Flrense  1587),  notammo  tra  pa- 
reateri  il  nunero  yariante.  Coil  potranno  I  filologi  agevolmente  mettere  a  confronto  col  nostro  Testo  gli  e- 
sempU  allegati  nel  Vocabolario  della  Cmaca. 


Cflttoi  intorno  alla  Tìta  di  GioTaani  Villani. 
Bibliografia  dalle  Croniche  de'  tre  Villani  .' 

LIBRO  PRIMO. 


Pag. 
5 
6 


Cap.  L  Qaeato  libro  fi  chiama  la  noova  ero- 
nioa,  nel  quale  ai  tratta  di  più  cose  paasate, 
e  apeaialmente  deli^  origine  e  eominoiamento 
della  città  di  Firenze,  poi  di  tutte  le  muta- 
sioni  oh*  ha  avute  e  avrà  per  gli  tempi  :  co- 
minciato a  compilare  negli  anni  della  incar- 
naaione  di  Geaù  Criato  1300.  Comincia  il 
prolago,  e  il  primo  libre 7 

Cap.  II.  Come  per  la  confusione  della  torre  di 
Babai  ai  cominciò  ad  abitare  il  mondo  .     •     ivi 

Cap.  ni.  Come  ai  parti  il  mondo  in  tre  parti,  e 
della  prima  detta  Asia 8 

Cap.  IV.  Della  seconda  parte  del  mondo  detta 
Alfirica,  e  de*  suoi  confini ivi 

Cap.  V.  Della  tersa  parte  del  mondo  detta 
Europa,  e  de*  suoi  confini ivi 

Cap.  VL  Come  il  re  Attalante  nato  di  quinto . 
grado  di  Giafet,  figliuolo  di  Noè,  prima  ven- 
ne in  Europa 9 

Cap.  vii.  Come  il  re  Attalante  prima  edificò  la 
città  di  Fiesole ivi 

Cap.  VUL  Come  Attalante  ebbe  tre  figliuoli,  I- 
telo,  e  Dardano  e  Sicano 10 

Cap.  IX.  Come  Italo  e  Dardano  vennero  a  con- 
cordia a  cui  doveaae  rimanere  la  città  di      • 
Fiesole  e  il  regno  d*  Italia ivi 

Cap.  X.  Come  Dardano  arrivò  in  Frigia,  e  e- 
dificò  la  città  di  Dardania,  che  poi  fa  la 
grande  Troia ivi 

Cap.  XI.  Come  Dardano  ebbe  uno  figliuolo  ch*eb- 
be  nome  Trìtamo  che  fii  padre  di  Troie,  per 
lo  quale  la  città  di  Troia  fu  cosi  chiamata   .     ivi 

Cap.  XIL  Dalli  re  che  furono  in  Troia;  e  come 
Troia  fu  la  prima  volta  diatrntta  al  tempo 

del  re  Laomedonte 11 

Cap.  Xni.  Come  il  buono  re  Priamo  reedificò 

la  citU  di  TroU ivi 

Cap.  XIV.  Come  Troia  fu  distrutta  per  li  GrecL     ivi 


Cap.  XV.  Come  i  Greci  che  ai  partirono  dal- 
r  assedio  di  Troia,  quasi  tutti  arrivarono 
male 

Cap.  XVL  Come  Eleno  figliuolo  del  re  Priamo 
co'  figliuoli  d^Ettore*"  si  parti  di  Troia     .     . 

Cap.  XVn.  Come  Antinoro  e  Priamo  il  giova- 
ne, parliti  di  Troia,  edificaro  la  città  di  Vi- 
negìa,  e  quella  di  Padova 

Cap.  XVIII.  Come  Priamo  il  terzo  fu  re  in  A- 
lamagna  e'  suoi  discendenti  re  di  Francia  . 

Cap.  XIX.  Come  Ferramonte  fu  il  primo  re  di 
Francia  e*  suoi  discendenti  appresso      .     . 

Cap.  XX.  Come  il  secondo  Pipino  padre  di 
Carlo  Magno  fu  re  di  Francia     .... 

Cap.  XXI.  Com'  Enea  si  parti  di  Troia  e  ar- 
rivò a  Cartagine  in  Affrica     ..... 

Cap.  XXIL  Come  Enea  arrivò  in  Italia     .     . 

Cap.  XXin.  Come  il  re  Latino  signoreggiava 
Italia,  e  come  Enea  ebbe  la  figliuola  per 
moglie,  e  tutto  il  suo  regno 

Cap.  XXIV.  Come  Giulio  Ascanio  figliuolo  d'E- 
nea fu  re  appresso  lai,  e  gli  re  e  signori 
che  discesone  di  sua  progenia    .... 

Cap.  XXV.  Come  Silvio  secondo  figlinolo  di 
Enea  fu  re  appresso  Ascanio  e  come  da  lui 
diacesono  gli  re  de*  Latini,  d'Albania  e  di 
Roma 

Cap.  XXVI.  Come  Romolo  e  Remo  comincia- 
rono la  città  di  Roma 

Cap.  XXVII.  Come  Noma  Pompilio  fu  re  de'Ro- 
mani  appreaso  la  morte  di  Romolo  .     .     . 

Cap.  XXVni.  Come  furono  in  Roma  sette  re 
l*uno  appresso  Taltro  infino  a  Tarquinio,  e 
come  al  suo  tempo  perderono  la  aignoria  . 

Cap.  XXIX.  Come  Roma  si  resse  luogo  tempo 
per  la  signoria  de*  consoli  e  sanatori,  infi- 
nochè  Giulio  Ceaare  si  fece  imperadore     . 

Cap.  XXX.  Come  in  Roma  fu  fatta  la  congiu- 
rasione  per  Catellina  e  suoi  seguaci .     .     . 

Cap.  XXXI.  Come  Catellina  fece  ribellare  la 
città  di  Fiesole  alla  città  di  Roma     .     .     . 

Cap.  XXXIL  Come  Catellina  e  suoi  seguaci  furo- 
no sconfitti  da*  Romani  nel  piano  di  Piceno  . 

33 


Pag. 


12 


IVI 


IVI 

.  . 

IVI 

13 

•    • 

IVI 

14 

IVI 

15 


IVI 


16 

IVI 

17 


IVI 


IVI 

18 

.  . 
m 


.  « 
ir 


514 


INDICE. 


Gap.  XXXUL  Come  Metello  con  sae  miliue  fe- 
ce gaerrt  a*  Fiesolaiii 19 

Gap.  XXXIV.  Cone  *Heiello  e  FioiÌBO  icoDif- 

fono  i  Fiesolani ìtì 

Cap.  XXXV.   Come  i  Romani   la  prima  volta 

aiiediaro  Fiesole  e  come  morì  Fiorino.     .     ivi 
Cap.  XXXVL  Come  per  la  morte  di  Fiorino  i 

Romani  tomaro  aU'aaaedio  di  Fieaole    .     .     30 
Cap.  XXXVU.  Come  la  città  di  Fieaole  a*  ar- 
rendè a^  Romani  e  fa  diatmtta  e  gnaata  ivi 
Cap.  XXXVin.  Come  di  primo  fa  edificata  la 

città  di  Firenze ivi 

Cap.  XXXDL  Come  Ceiare  ai  parti  di  Firenie 
e  andonne  a  Roma,  e  fu  fatto  consolo  per 

andare  contro  a*  Francesdii 31 

Cap.  XL.  Come  i  Romani  e  gl*imperadori  ab- 
bono insegna,  e  come  da  loro   V  ebbe  la 
città  di  Firenze,  e  altre  dttadi    ....     23 
Cap.  XLL  Come  la  città  di  Firenze  fu  camera 

de*  Romani  e  dello  imperio ivi 

Cap.  XLIL  Come  in  Firenze  fa  fatto  il  tempio  di 
Marti,  il  quale  oggi  si  cbiama  il  Duomo  di 

San  Giovanni ivi 

Cap.  XUII.  Racconta  del  sito  della  provincia 

di  Toscana 23 

Cap.  XUV.  Della  potenzia  e  aìgnoria  ch^avea 
la  provincia  di  Toscana  innanzi  che  Roma 

avesse  stato 24 

Cap.  XLV.  Questi  sono  i  vescovadi  della  città 

di  Firenze ivi 

Cap.  XLVI.  Della  citU  di  Perugia ivi 

Cap.  XLVn.  DeUa  città  d'Arezzo ivi 

Cap.  XLVUL  Della  città  di  Pisa 25 

Cap.  XLIX.  Della  citU  di  Luca ivi 

Cap.  L.  Della  città  di  Luni ivi 

Cap.  LL  DeUa  dttà  di  Viterbo ivi 

Gap.  UL  Della  città  d' Orbivieto      ....     ivi 

Gap.  lui.  Della  città  dS  Cortona ivi 

Gap.  LIV.  DeUa  città  di  Chiusi 26 

Gap.  LV.  Della  città  di  Volterra ivi 

Gap.  LVI.  Della  dttà  di  Siena ivi 

Gap.  LVIL  Toma  k  storia  a'  fatti  della  dtU  di 
Firenze  e  come  Santo  Miniato  vi  fa  marti- 
rizzato per  Decio  imperadore  .....  ivi 
Gap.  LVUL  Come  Santo  Cresd  e'  suoi  compa- 
gni fiffono  martirizzati  nel  contado  di  Fi- 
renze    37 

Gap.  UX.  Di  Gostantuio  imperadore  e  de*  suoi 
discendenti,  e  le  mutazioni  che  ne  furono  in 

Itafia ivi 

Gap.  LX.  Come  la  fede  cristiana  fu  prima  nella 

dtU  di  Firenze 38 

Gap.  LXL  (uu  e  uui.)  Della  venuta  de*  Goti 
e  de*  Vandali  in  Italia,  e  come  distnmso- 
no  il  paese,  e  assediare  la  dttà  di  Firenze 
al  tempo  di  Santo  Zenobio  vescovo  di  Fi- 
renze     ivi 


Pag. 
LIBRO  SECONDO. 

Gap.  I.  Qm  comincia  il  aecondo  libro  :  come  la 
dtU  di  Firenze  fu  distrutta  per  ToUle  Fia- 
geUwm  Dei  re  de*  Goti  e  de*  Vandali  .    .    29 

Gap.  IL  Come  Totile  fece  reediflcare  la  città  di 
Fiesole 30 

Gap.  IU.  Come  Totile  si  parti  di  Fiesole  per 
andare  verao  Roma,  e  distrusse  molte  dt- 
tadi, e  morì  di  mala  morte iri 

Gap.  IV.  Come  i  Goti  rimasono  signori  d*I- 
talia  dopo  la  morte  di  Totile     ....    31 

Gap.  V.  Còme  i  Goti  furono  cacciati  la  prima 
volta  d*  Italia,  e  come  ricoverare  la  signoria 
per  lo  giovane  Teodorico  loro  re   ...     ìtì 

Gap.  VL  Come  i  Goti  al.  tutto  furono  caodati 
d*  Italia  per  Belisario  patrice  de*  Romani    •    SS 

Gap.  VIL  Della  venata  dei  Longobardi  in  Italia,   .iti 

Gap.  VUL  {Qui  manca  alla  Gmntìna^  ma  è  tra 
le  rimesse  a  pag.  932  in  fine  al  volume,') 
Del  cominciamento  della  legge  e  setta  de* 
Saracini  fatta  per  Maometto 88 

Gap.  IX.  (vn.)  De*  successori  di  Jlotario  re  de* 
Longobardi 35 

Cap.  X.  (vili.)   Come  Carlo  Martello  venne  di* 
Frauda  in  Italia  a  richiesta   della  Chiesa 
contro  a*  Longobardi,  e  1*  origine  della  dttà 
di  Siena 36 

Gap.  XI.  (ix.)  Come  Braco  Longobardo  re  di 
Puglia  tornò  all*nbbidienza  di  Santa  Chiesa .    ivi 

Gap.  XIL  (x.)  Com^  Telofre  re  de*  Longobardi 
perseguitò  Santa  Chiesa,  e  come  il  re  Pipino 
a  richiesta  di  papa  Stefano  venne  di  Fran- 
cia e  sconfissolo  e  preselo in 

Gap.  XIIL  (xi.)  Come  Deuderio  figliuolo  di  Te- 
lofire  ricomindò  guerra  a  Santa  Chiesa,  per 
la  quel  cosa  Carlo  Magno  passò  in  Italia  e 
sconfisselo ,  e  prese  e  distrusse  la  signoria 
de*  Longobardi 37 

Gap.  XIV.  (xii.)  Della  Progenia  di  Carlo  Ma- 
gno, e  di  suoi  successori iti 

Gap.  XV.  (xni.)  Come  Carlo  Magno  re  di  Frau- 
da fu  fatto  imperadore  di  Roma  ....    88 

Gap.  XVt.  (xiv.)  Come  appresso  Carlo  Magno 
fu  imperadore  Lodovico  suo  figliuolo      .     •    39 

Gap.  XVIL  (xv.)  Come  i  Saracini  di  Barberia 
passarono  in  Italia  e  furono  sconfitti  e  tutti 
morti ìtì 

(^p.  XVm.  (xvi.)  Ancora  come  i  Saradni  pu- 
sarono  in  Calavra  e  Normandia  in  Francia  .    ivi 

Gap.  XIX.  (xvn.)  Come,  e  in  cui  falli  lo*fflperio 
e  reame  di  Francia  alla  progenia  di  Pipino  •    40 

Gap.  XX.  (xvin.)  Di  quello  medesimo,  e  come 
regnare  appresso  il  lignaggio  d*Ugo  Già* 
petta iri 

Gap..  XXL  (xix.)  Confb  la  la  dttà  di  Firenze 
stette  guasta  e  disfatta  350  anni ....    in 

LIBRO  TERZO. 

Gap.  I.  Come  la  città  dì  Firenze  fa  rediflcala 
colla  potenzia  dì  Carlo  Magno  e  de*  Romani, 
tornando  alquanto  addietro     .....    41 


INDICE. 


515 


Paf. 

Cap.  n.  Della  forma  e  grandeiza,  che  fa  re- 
dificata  la  città  di  Firenze 42 

Gap.  III.  Come  Carlo  Magno  veniie  lo  Firense 
e  brivileggiolla,  e  fece  fare  Santo  Apostolo.    43 

€▲?.  IV.  Come,  e  perchè  lo  *mperio  di  Roma 
tornò  agritaliani      •    • 44 

Gap.  V.  Come  Otto  primo  di  Saiaogna  passò 
in  Italia  a  rìchesta  della  Chiesa,  e  abbattè 
la  signoria  degl'  imperadorì  italici     ...     ivi 

LIBRO  QUARTO. 

Cap.  I.  Come  V  elezione  dello  ^mperio  di  Roma 
Tenne  agli  Alamanni,  e  come  Otto  primo  di 
Sassogna  fa  consegrato  imperadore.     .     .     45 

Cap.  II.  Del  terzo  Otto  imperadore,  e  del  mar- 
chese Ugo  che  fece  la  badia  di  Firenze  46 

Gap.  IIL  (^Continua  il  ii  nella  Giuntina,')  De* 
sette  prìncipi  d^Alamagna  eh*  hanno  a  e- 
leggere  lo'mperadore ivi 

Gap.  IY.  (in.)  Della  progenia  delli  re  di  Francia, 
che  discesono  d'Ugo  Ciapetta     •    .     •     .47 

Gap.  V.  (iv.)  Come  Arrigo  primo  fa  fatto  im- 
peradore     48 

Gap.  vi.  (v.)  Come  al  tempo  del  detto  Anrigo, 
ì  Fiorentini  presono  la  città  di  Fiesole,  e  fe- 
cionla  disfare ivi 

Gap.  vii.  (vu)  Come  molti  Fiesolani  tornarono 
■d  abitare  in  Firenze  e  fecionsi  uno  popolo 
co^  Fiorentini 49 

Gap.  VUL  (vu.)  Come  la  città  di  Firenze  crebbe 
lo  cerchio,  prima  di  fossi  e  steccati,  poi  di 
mora ivi 

Gap.  IX.  (vili.)  Come  Corrado  primo  fa  fatto 
imperadore 50 

Gap.  X.  (ix.)  De*  nobili  eh'  erano  nella  città  di 
Firenze  al  tempo  del  detto  imperadore  C^- 
rado  :  prima  di  quelli  d*  intorno  al  Duomo  .     ivi 

Gap.  XL  (x.)  Delle  case  de*  nobili  del  quartiere 
di  porta  San  Fiero  ..•••...     51 

Gap.  XII.  (xi.)  Di  quelli  del  quartiere  di  porta 
San  Brancazio ivi 

Gap.  XUI.  (xn.)  Di  quelli  del  grande  quartiere 
di  porta  Santa  Maria  e  di  San  Fiero  Sche- 
raggio ivi 


Gap.  XX.  (xix.)  De*  successori  di  Ruberto  Gui- 
scardo che  furono  re  di  Cicilia  e  di  Puglia  . 

Gap.  XXL  (xx.)  Della  contessa  Mattoide     .     . 

Gap.  XXU.  (xxi.)  Ancora  come  Arrigo  terzo  di 
Baviera  rìcomindò  gnerra  centra  la  Chiesa  . 

Gap.  XXUI.  (xxu.)  Ck)me  il  detto  Arrigo  impe- 
radore assediò  la  città  di  Firenze     .     .     . 

Gap.  XXIV.  (xxui.)  Come  in  questi  tempi  fu  il 
gran  passaggio  d*  Oltremare 

Gap.  XXV.  (xxiv.)  Come  i  Fiorentini  comincia- 
rono a  crescere  il  loro  contado   .... 

Gap.  XXVI.  (xxv.)  Come  i  Fiorentini  vinsono  e 
disfeciono  il  castello  di  Prato     •     .     •     • 

Gap  XXVII,  (xxvi.)  Come  fu  eletto  imperadore 
Arrigo  quarto  di  Baviera,  e  come  perseguitò 
la  Chiesa 

Gap.  XXVUL  (xxvii.)  Come  alla  fine  il  detto  Ar- 
rigo quarto  imperadore  tornò  ali*  obbedienza 
di  Santa  Chiesa 

Gap.  XXIX.  (xxviu.)  Come  i  Fiorentini  sconfis- 
sero il  vicarìe  d*  Arrigo  quarto  imperadore 

Gap.  XXX.  (xxix.)  Come  nella  città  di  Firenze 
per  due  volte  s'apprese  il  fuoco,  onde  arse 
quasi  gran  parte  della  città 

Gap.  XXXI.  (xxx.)  Come  i  Pisani  presono  Maioli- 
ca, e*  Fiorentini  guardarono  la  città  di  Pisa  . 

Gap.  XXXII.  (xxxi.)  Come  i  Fiorentini  presero 
e  disfecero  la  rocca  di  Fiesole  .     .     •     • 

Gap.  XXXIII.  (xxxii.)  Ove  si  pigliano  le  misure 
delle  miglia  del  contado  di  Firenze      .     . 

Gap.  XXXIV.  (xxxiu.)  Come  Ruggerì  duca  di 
Paglia  ebbe  guerra  colla  Chiesa  e  poi  si  ri- 
conciliò col  papa,  e  come  poi  furono  in  Ro- 
ma dae  papi  a  uno  tempo 

Gap.  XXXV.  (xxxiv.)  Conta  del  secondo  pas- 
saggio d'oltremare 

Gap.  XXXVL  (xxxy.)  Come  i  Fiorentini  disfe- 
ciono il  castello  di  Hontebuono    .... 

Gap.  XXXVII.  (xxxyl)  C^me  i  Fiorentini  toona 
sconfitti  a  Montedicrooe  da*  conti  Guidi  •     . 

Gap.  XXXVIII.  (xxxvii.)  CJome  i  Pratesi  furono 
sconfitti  da'  Pistoiesi  a  Carmignaio    .    .    • 

LIBRO  QUINTO. 


Pag. 

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57 
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.   . 

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Gap.  XIV.  (xiu.)  Come  in  quelli  tempi  era  poco 

abitato  Oltrarno ivi  [Gap.  L  Qui  comincia  il  quinto  libro:  come  il 

Gap.  XV.  (xiv.)  Come  fu  fatto  imperadore  Ar-  primo  Federigo  detto  di  Stuffo  di  Soave  fa 

rigo  secondo  detto  terzo,  e  le  novità  che  imperadore  di  Roma,  e  de*  suoi  discendenti, 

furono  al  suo  tempo 52       conseguendo  i  fatti  di  Firenze   che  furono 

Gap.  XVL  (xv.)  Come  Arrigo  terzo  fu  fatto  im-  a*  loro  tempi  e  di  tutta  Italia 

peradore,  e  le  novità  d*  Italia  che   furono  Gap.  IL  Come  papa  Alessandro  tornò  di  Francia 

al  suo  tempo,  e  come  la  corte  di  Roma  fu  a  Vinegia,  e  lo  'mperadore  venne  alle  sue 

in  Firenze ivi       comandamenta 

Gap.  XVn.  (xvi.)  Come  santificò  Santo  Giovanni  Gap.  III.  Come  lo  *mperadore  Federigo  Barba- 

Gnalberti  cittadino  di  Firense,  e  padre  del-  rossa  si  riconciliò  colla  Chiesa,  e  passò  ol- 

r  ordine  di  Valembrosa 53       tremare,  e  là  morfo 

Gap.  XVIÌL  {xvii.)  Narrazione  di  pih  cose  che  Gap.  IV.  (iome  il  re  di  Francia  e  quello  d' In- 

furono  a  questi  tempi ivi       ghilterra  andarono  oltremare  al  passaggio  . 

Gap.  XIX.  (xyiiL)  Di  Ruberto  Guiscardo  e  dei  Gap.  V.  Come  i  Fiorentini  sconfissone  gli  Aretini 

suoi  discendenti  i  quali  furono  re  di  Cicilia  Gap.  VL  Come  si  cominciò  la  prima  guerra  da* 

e  ài  doglia    .     .     .  ' .     .     .     .     •     .     .  541     Fiorentini  a'  Sanesi 


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IVI 


516 


INDICE. 


Gap.  vii.  Como  «di  prima  fa  edifioato  fl  nobile 
e  forte  caf  teDo  di  Poggiboniszi,  e  quello  di 
Colle  di  Valdelsa 

Cap.  VUI.  De*  grandi  fuochi  che  furono  nella 
città  di  Firenze 

Cap.  IX.  Come  in  Firenze  ai  cominciò  batta- 
glia cittadina  tn,  gli  liberti  e  la  signoria  de* 
conaoH 

Cap.  X.  Come  i  Fiorentini  presono  il  castello 
di  Montegrossoli 

Cap.  XI.  Come  i  Fiorentini  presono  il  castello 
di  Fogna 

Cap.  XIL  Come  Federigo  primo  imperadore  tolse 
il  contado  alla  città  di  Firenze,  e  a  più  altre 
dttà  di  Toscana 

Cap.  XnL  Come  i  Fiorentini  si  crociaro  e  an- 
darono oltremare  al  conquisto  di  Damista,  e 
però  ne  libererò  il  contado  loro     .     .    . 

Cap.  XIV.  Come  i  Fiorentini  ebbono  il  braccio 
del  beato  apostolo  Santo  Filippo     •     .     • 

Cap.  XV.  Come  il  papa  paciflcò  i  Pisani  e*  Ge- 
novesi per  fornire  il  passaggio  d*  Oltremare  . 

Cap.  XYI.  Come  Arrigo  di  Soavia  fu  fatto  im- 
peradore per  la  Chiesa,  e  datogli  per  mo- 
glie Costanza  reina  di  Cicilia      .... 

Cap.  XYIL  Come  lo  *mperadore  Arrigo  con- 
quistò il  regno  di  Puglia 

Cap.  XYIDL  Come  Arrigo  imperadore  si  ribellò 
dalla  Chiesa  e  funne  persecutore,  e  com*  egli 
morie 

Cap.  XDL  Come  Otto  quarto  di  Sassogna  fu  e- 
letto  imperadore 

Cap.  XX.  Come  iscurò  tutto  il  corpo  del  sole  . 

Gap.  XXI.  Come  i  Samminiatesi  disfecero  la  loro 
terra  per  discordia 

Gap.  XIL  Come  i  Fiorentini  comperarono  Mon- 
tegrossoli        

Gap.  XXIIL  Come  fu  fatto  papa  Innocenzo  terzo. 

Gap.  XXIV.  Come  si  cominciò  V  ordine  de'  frati 
minori 

Cap.*XXV.  Come  si  cominciò  T  ordine  de*  frati 
predicatori 

Gap.  XXVI.  Come  i  Fiorentini  disfeciono  il  ca- 
stello di  Frondigliano 

Gap.  XXVII.  Come  i  Samminiatesi  disfeciono  San- 
gimegio,  e  tornarono  ad  abitare  al  poggio  . 

Gap.  XXVin.  Come  i  Franceschi  e*  Viniziani 
presono  Costantinopoli 

Gap.  XXIX.  Come  i  Tartari  scesono  le  mon- 
tagne di  Gog  e  Hagog 

Gap.  XXX.  Come  i  Fiorentini  disfeciono  il  ca- 
stello di  Simifònti  e  quello  di  Gombiata 

Gap.  XXXI.  Disfacimento  di  Montelupo,  e  come 
i  Fiorentini  ebbono  Montemurlo  .... 

Gap.  XXXII.  Come  i  Fiorentini  elessouo  di  pri- 
ma podestade 

Gap.  XXXIU.  Come  i  Fiorentini  sconfissono  i 
Sanasi  a  Montalto 

Gap.  XXXIV.  Come  i  Ssnesi  richiesono  di  pace 
i  Fiorentini  ed  ebbonla 

Gap.  XXXV,  Come  Otto  quarto  fu  coronato  im- 


P«g. 


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•  • 

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•  • 

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•  • 

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IVI 

.  . 
in 

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peradore:  e  come  si  fece  nimico  e  perse- 
cutore di  Santa  Chiesa 72 

Gap.  XXXVL  Come  vivendo  Otto  fa  eletto  im- 
peradore Federigo  secondo  di  Soaria  a  ri- 
chiesta della  Chiesa  di  Ron»      ....    73 

Gap.  XXXVn.  Come  morì  il  conte  Guido  vec- 
chio, e  di  sua  progenia .ivi 

Gap.  XXXVnL  Come  si  cominciò  parte  guelCi   • 
e  ghibellina  in  Firenze 74 

Gap.  XXXIX.  DeDe  case  e  de*  nobifi  che  di- 
vennero guelfi  e  ghibdlini  in  Firenze  .    •    ivi 

Gap.  XL.  Come  fu  presa  la  città  di  Damiata  per 
i  cristiani,  e  poi  perduta 75 

Gap.  XLI.  Come  i  Fiorentini  fecero  giurare  alla 
città  tutti  i  contadini,  e  si  cominciò  il  ponte 
nuovo  dalla  Carraia ivi 

Gap.  XLIL  Come  i  Fiorentini  presono  Horten- 
nana,  e  compiessi  il  ponte  nuovo  detto  dalia 
Carraia ivi 

LIBRO  SESTO. 

Gap.  I.  Come  Federigo  secondo  fu  consecrato  e 
fatto  imperadore,  e  le  grandi  novitadi  che 
furono 75 

Gap.  II.  La  cagione  perchè  »i  cominciò  la  guerra 
da*  Fiorentini  a*  Pisani 76 

Gap.  IIL  Come  i  Pisani  furono  sconfitti  da*  Fio- 
rentini a  Gasteldelbosoo     ......    77 

Gap.  IV.  Come  i  Fiorentini  andarono  ad  oste 
a  Feggbine,  e  fedone  T  Andsa  .     .     .    .    i^ 

Gap.  V.  Come  i  Fiorentini  fecero  oste  sopra 
Pistoia,  e  guastarla  intomo in 

Gap.  vi.  (vi.  e  vii.)  Come  i  Senesi  ricominciare 
la  guerra  ai  Fiorentini  per  Montepulciano    •     i^ 

Gap.  vii.  (viri.)  D' uno  grande  miracolo  eh*  av- 
venne a  Santo  Ambrogio  in  Firenze  del  corpo 
di  Cristo 78 

Gap.  Vm.  (IX.)  Ancora  della  guerra  da'*  Fio- 
rentini a*  Senesi 

Gap.  IX.  (x.)  Di  novità  di  Firenze    .... 

Gap.  X.  (XI.)  Ancora  della  guerra  di  Siena 

Gap.  XL  (xii.)  Ancora  della  guerra  co*  Sanasi  . 

Gap.  XIL  (xiu.)  Di  novità  di  Firenze    .     .     . 

Gap.  XDL  (xiv.)  Come  fu  fatta  pace  da'*  Fio- 
rentini a*  Sanasi M 

Gap.  XIV.  (xv.)  Come  lo  *mperadore  Federigo 
venne  in  discordia  colla  Chiesa  ....    79 

Gap.  XV.  (xvi.)  Come  fu  fatto  accordo  da  pa- 
pa Gregorio  e  Io  *mperadore  Federigo .     .     ivi 

Gap.  XVL  (xvii.)  Come  la  Chiesa  ordinò  il  pas- 
aaggio  oltremare  ond*era  capitano  lo  *nipe- 
radere  Federigo,  il  quale,  mosso  Io  stuolo, 
si  tornò  addietro 60 

Gap.  XVIL  (xvni.)  Come  lo  'mperadore  Fede- 
rigo passò  oltremare,  e  fece  pace  col  sol- 
dano,  e  riebbe  Gerusalem,  centra  volontà 
della  Chiesa iri 

Gap.  XVm.  (xix.)  Come  lo  'mperadore  tornò 
d' oltremare  perchè  gli  era  rubellato  il  re- 
gno, e  come  ricominciò  la  guerra  colla 
Chiesa Si 


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LNDICB. 


517 


Cap.  XIX.  (xx.)  Come  lo  ^mperadore  Federigo 
fece  ch^  e'  Pisani  presono  in  inare  i  prelati 
della  Chiesa  ohe  venieno  al  concilio     .     .     81 

Cap.  XX.  (xxi.)  Come  i  Milanesi  furono  scon- 
fitti dallo  *mperadore 82 

Cap.  XXf.  (xxu.)  Come  Federigo  imperadore 
assediò  e  prese  la  città  di  Faenza     •     .     •     ivi 

Cap.  xxu.  (xxiri.)  Come  lo  ^mperadore  fece 
pigliare  il  re  Arrigo  suo  figliuolo     ...     83 

Gap,  XXllI.  (xxiv.)  Come  si  cominciò  la  gaerra 
tra  papa  Innocenzio  quarto  e  lo  ^mperado- 
re  Federigo ivi 

Gap.  XXIV.  (xxv.)  Della  sentenzia  che  papa 
Innocenzio  diede  al  concilio  a  Leone  sovra 
Rodano,  sopra  Federigo  imperadore      .     .     ivi 

Gap.  xxv.  (xxyi).  Come  il  papa  e  la  Chiesa  fe- 
eiono  eleggere  naovo  imperio  centra  Fe- 
derigo dispósto  imperadore 84 

Gap.  XXVI.  (xxvii.)  Incidenza;  e  diremo  de* 
fatti  di  Firenze 85 

Gap.  XXVIL  (xxviii.)  Come,  e  quando  scurò 
totto  il  sole ivi 

Gap.  xxviii.  (xxix.)  Della  venuU  de'  Tartari 
nelle  parti  d' Europa  infino  in  Alamagna     •     ivi 

Gap.  XXIX.  (xxx.)  D'  uno  grande  miracolo  di 
tremuoto  ch'avvenne  in  Borgogna     ...     86 

Cap.  xxx.  (xxxi.)  D'uno  grande  miracolo  che 
si  trovò  in  Ispagna ivi 

Cap.  xxxi.  (xxxii.)  Coihe  fu  rifatto,  e  poi 
disfatto  il  borgo  Sanginiegio ivi 

Cap.  xxxii.  (xxxiii.)  Come  i  Tartari  sconfis- 
sone i  Turchi ^ivi 

Cap.  XXXIIL  (xxxiv.)  Come  di  prima  fu  cac- 
ciata la  parto  guelfa  di  Firenze  per  gli  ghi- 
bellini e  la  forza  di  Federigo  imperadore   .     ivi 

Cap.  xxxiv.  (xxxv.)  Come  Toste  di  Federigo 
imperadore  fu  sconfitta  da'  Parmigiani  é  dal 
legato  del  papa 88 

Gap.  xxxv.  (xxxvi.)  Come  i  guelfi  asciti  di 
Firenze  furono  presi  nel  castello  di  Capraia,     ivi 

Gap.  xxxvi.  (xxxyii.)  Come  il  re  Luis  di  Fran- 
cia fu  sconfitto  e  preso  da'  saracini  alla 
Monsura  in  Egitto ivi 

Cap.  XXXVII.  (xxxviii.)  Come  lo  re  Enzo  fi- 
glinolo di  Federigo  imperadore  fu  sconfitto 
e  preso  da'  Bolognesi 89 

Gap.  XXXVin.  (xxxix.)  Come  certi  ghibellini  di 
Firenze  furono  sconfitti  nel  borgo  di  Feg- 
ghine  dagli  asciti  gaelfi ivi 

Cap,  XXXIX.  (xl.)  Come  in  Firenze  si  fece  il 
primo  popolo  con  ordine  e  gonfaloni  per 
riparare  le  forze  e  le  ingiurie  che  facieno 
i  ghibellini.     . ivi 

Gap.  xl  (xu.)  Delle  insegne  per  guerra  ch'a- 
uva  il  comune  di  Firenze 90 

Gap.  XLL  (xui.)  Come  lo  imperadore  Federi- 
go morì  a  Firenzuola  in  Puglia    ....     ivi 

Cap.  XLn.  (xuu.)  Come  il  popolo  di  Firenze 
rimisono  per  pace  i  guelfi  in  Firenze     •     .     91 

Gap.  XLIII.  (xliv.)  Come  al  tempo  del  detto 
popolo  i  Fiorentini  sconfissone  i  Pistoiesi, 


Pag. 
e  poi  cacciarono  certe  case  di  ghibellini  di 
Firenze 91 

Cap.  XLIV.  (xiv.)  Come  lo  re  Corrado  figliuolo 
di  Federigo  imperadore  venne  d*  Alamagna 
in  Puglia,  ed  ebbe  la  signoria  del  reame  di 
Cicilia,  e  come  mori 92 

Cap.  XLV.  (xlvi.)  Come  Manfredi  figliuolo  na- 
turale di  Federigo  prese  la  signoria  del  re- 
gno di  Cicilia  e  di  Puglia,  e  fecesi  coronare,     ivi 

Cap.  xlvi.  (xivn.)  Della  guerra  che  fu  tra  pa- 
pa Alessandro  e  lo  re  Manfredi  ....     93 

Cap.  XLVIL  (xlviu.)  Come  i  Fiorentini  sconfis- 
sone gli  Ubaldini  in  Mugello      ....     ivi 

Cap.  XLVIIL  (xux.)  Come  i  Fiorentini  presono 
Montala,  e  misono  in  isconfitta  le  masnade 
de'  Sanasi  e  de'  Pisani ivi 

Cap.  XLIX.  (l.)  Come  i  Fiorentini  presono 
Tizzano  e  poi  sconfissone  i  Pisani  al  Pon- 
tadera,  avendo  i  Pisani  sconfitti  i  Lucchesi.     94 

Cap.  L.  (li.)  Quando  fu  fatto  il  ponte  a  Santa  Trinità     ivi 

Cap.  li.  (lii.)  Come  i  Fiorentini  presono  il 
castello  di  Fegghine ivi 

Cap.  Ln.  (un.)  Come  i  Sanasi  furono  scon- 
fitti da*  Fiorentini  a  Montalcino     ....      ivi 

Cap.  lui.  (liv,  lv.)  Come  di  prima  si  feciono 
in  Firenze  i  fiorini  dell'oro ivi 

Cap.  liv.  (lvi.)  Come  i  Fiorentini  feciono  o- 
ste  a  Pistoia  ed  ebbonla,  e  poi  la  città  di 
Siena,  e  presono  più  loro  castella.    ...     95 

Cap.  lv.  (lvii.)  Come  i  Fiorentini  feciono  oste 
a  Siena,  e'  Sanasi  feciono  le  comandamenta 
e  fu  pace  tra  loro ivi 

Cap.  lvi.  (lviii.)  Come  i  Fiorentini  ebbene  il  ca- 
stello di  Poggibonizzi,  e  quello  di  Mortennàna     ivi 

Cap.  lvii.  (lix.)  Come  i  Fiorentini  sconfissone 
ì  Volterrani,  e  combattendo  presono  la  città 
di  Volterra ivi 

Cap.  LVin.  (lx.)  Come  i  Fiorentini  andaro  ad 
oste  sopra  Pisa,  e'  Pisani  feciono  le  loro  co- 
mandamenta     96 

Cap.  lix.  (lxi.)  Come  il  grande  cane  de'  Tar- 
tari si  fece  cristiano,  e  mandò  sua  osle  col 
fratello  sopra  i  saracini  in  Seria  •*     .     .     .     ivi 

Cap.  lx.  (lxii.)  Come  si  cominciò  la  prima 
guerra  tra*  Genovesi  e*  Viniziani  ....     ivi 

Cap.  lxi.  (ixni.)  Come  il  conte  Guido  Guerra 
cacciò  la  parte  ghibellina  d'Arezzo,  e  come 
i  Fiorentini  la  vi  rimisono 97 

Cap.  LXIL  (lxiv.)  Còme  i  Pisani  ruppono  la  pa- 
ce; e  come  i  Fiorentini  gli  sconfissone  al 
ponte  al  Sarchio ivi 

Cap.  LXni.  (lxv.)  Come  i  Fiorentini  disfecero 
la  prima  voUa  il  castello  di  Poggibonizzi    .     98 

Cap.  LXIV.  (lxvi.)  Incidenza,  raccontando  uno 
grande  miracolo  del  corpo  di  Cristo  ch'av- 
ventfe  nella  città  di  Parigi ivi 

Cap.  lxv.  (ixvii.)  Come  il  popolo  di  Firenze 
cacciò  la  prima  volta  i  ghibellini  di  Firenze, 
e  la  cagione ivi 

Cap.  LXVL  (lxviii.)  Come  gli  Aretini  presono 
e  disfeciono  Cortona 99 


518 


INDICE. 


Cap.  LXVU.  (uux.)  Come  i  Fiorentioi  presono 
e  disfedono  il  cuiello  di  Gressa .... 

Cap.  LXVm.  (lxx.)  Come  il  popolo  di  FireDKO 
preie  i  caitelli  dì  Vernia,  e  di  Maogont     • 

Cap.  LXIX.  (lxu.)  Incidenza,  de'  fatti  che  ia- 
rono  in  Firenze  al  tempo  del  popolo .     .     . 

Cap.  LXX.  (lxxii.)  Come  il  PagUalooo  impera- 
tore de'  Gred  tolse  Costantinopoli  a*  Fran- 
ceschi e  a'  YinizianL 

Cap.  LXXI.  (lxxiu.)  D'  nna  grandissima  batta- 
glia che  fa  tra  gli  re  d'  Ungheria  e  quello 
di  Boemia 

Cap.  LXXIL  (lxxiv.)  Come  il  grande  tiranno 
Azxolino  da  Romano  fu  sconfitto  da'  Cher- 
monesi,  e  morì  in  pregione 

Cap.  LXXIU.  (lxxv.)  Come  furono  eletti  re  de* 
Romani  il  re  di  Castello  e  Ricdardo  conte 
di  Comovaglia 

Cap.  lxxiv.  (lxxyi.)  Come  gli  usciti  ghibellini 
di  Firenze  mandare  in  Puglia  al  re  Manfredi 
per  «occorso 

Cap.  LXXV.  (lxxtii.)  Come  il  comune  e  popolo 
di  Firenze  fedone  una  grande  oste,  inftno 
alle  porte  di  Siena  col  carrocdo.     .     .     • 

Cap.  LXXVI.  (lxxviu.)  Come  i  Senesi  e  gli  usciti 
ghibellini  di  Firenze  ebbono  dal  re  Manfre- 
di in  loro  aiuto  il  conte  Giordano  con  ot- 
tocento Tedeschi 

Cap.  LXXVn.  (lxxix.)  Come  gli  usciti  ghi- 
bellini di  Firenze  ordinerò  d*  ingannare  e 
fare  tradire  il  comune  e  popolo  di  Firenze 

Cap.  LXXYilI.  (lxxx.)  Come  i  Fiorentini  fe- 
dono  oste  per  fornire  Montaldno,  e  furono 
sconfitti  dal  conte  Giordano  e  da*  Sanasi  a 

Montaperti 

Cap.  LXXIX.  (lxxxi.)  Come  i  guelfi  di  Firenze 
dopo  la  detta  sconfitta  si  partirono  di  Fi- 
renze, e  andarsene  a  Lucca 

Cap.  LXXX.  (lxxxii.)  Come  la  novella  della 
sconfitta  de'  Fiorentini  fu  in  corte  di  papa, 
e  la  profezia  che  ne  disse  il  cardinal  Bianco 

Cap.  lxxxi.  (lxxxui.)  Come  i  ghibellini  di  To- 
scana ordinarono  di  disfare  la  città  di  Fi- 
renze,  e  come  messer  Farinata  degli  liberti 
la  difese 

Cap.  LXXXn.  (lxxxiv.)  Come  il  conte  Guido 
vicario  colla  taglia  de*  ghibellini  di  Tosuna 
andarono  sopra  Lucca,  e  ebbono  Santa  Ma- 
ria a  Monte,  e  più  castella 

Cap.  LXXXIIL  (lxxxy.)  Come  gli  usciti  guelfi 
di  Firenze  mandarono  loro  ambasciadori  in 
Alamagna  per  sommovere  Curradino  centra 
Manfredi 

Cap.  lxxxiv.  (lxxxvi.)  Come  gli  usdti  guelfi 
di  Firenze  presono  Signa,  ma  poco  la  ten- 
nono    • '  .    . 

Cap.  LXXXV.  (lxxxvu.)  Come  il  conte  Guido  vi- 
cario colla  taglia  di  Toscana  e  colla  forza 
de*  Pisani  fedone  oste  sopra  Lucca;  per  la 
qual  cosa  i  Lucchesi  a'  accordare  a  pace,  e 
cacciarono  di  Lucca  gli  usciti  guelfi.    .    . 


P*g. 
99 


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in 


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Pag. 

Cap.  LXXXVI.  (uxxviii.)  Come  gU  usdti  guelfi 
di  Firenze,  e  gli  altri  usdti  di  Toscana  cac- 
darotto  i  ghibellini  di  Modena,  e  poi  di 
Reggio 

Cap.  LXXXVIL  (lxxxix.)  Come  Manfredi  per- 
seguitò papa  Urbano  e  la  Chiesa  co'  suoi 
saradni  di  Nocera,  e  come  fu  predicata  la 
croce  contro  a  loro ,    . 

Cap.  LXXXVUI.  (xc.)  Come  la  Chiesa  di 
Roma  elesse  Carlo  di  Francia  a  essere  re 
di  Cicilia  e  di  Puglia .108 

Cap.  LXXXIX.  (xci.)  Come  Carlo  conte  d'An- 
giò  e  di  Proenza  accettò  la  elezione  fattagli 
di  Puglia  e  di  Cicilia  per  la  Chiesa  di  Roma. 

Cap.  XC.  (xcii.)  Incidenza,  raccontando  del  buo- 
no conte  Raimondo  Berlioghieri  di  Proenza. 

Cap.  XCL  (xchi.)  Come  in  quegli  tempi  appar- 
ve una  grande  stella  comata,  e  le  sue  si- 
gnificazioni    .     • 109 

LIBRO  SBTTIMO. 

Cap.  L  Qui  comincia  il  libro  settimo,  il  quale 
tratta  dell'  avvenimento  del  re  Carlo,  e  di 
molte  mutazioni  e  novitadi  che  ne  seguirono 
appresso 110 

Cap.  Ù.  Come  i  guelfi  usciti  di  Firenze  ebbono 
r  arme  di  papa  Clemente,  e  come  segdrono 
la  gente  francesca  del  conte  Carlo  .     .    •    ìtì 

Cap.  m.  Come  il  conte  Carlo  si  parti  di  Frau- 
da, e  per  mare  si  passò  di  Proenza  a  Roma  .111 

Cap.  IV.  Come  il  conte  Guido  di  Monforte,  colla 
cavalleria  del  conte  Carlo  passò  per  Lom- 
Iwdia ivi 

Cap.  V.  Come  lo  re  Cario  fu  coronato  in  Roma 
re  di  Cidlia,  e  come  incontanente  si  parti 
con  sua  oste  per  andare  incontro  al  re  Man- 
fredi     ua 

Cap.  VL  Come  il  re  Carlo  avuto  il  pauo  di 
Ceppèrano,  ebbe  per  forza  la  terra  di  San 
Germano •     •    .    i^ 

Cap.  vii.  Come  lo  re  Manfredi  andò  a  Beni- 
vento,  e  come  ordinò  sue  schiere  per  com- 
battere col  re  Carlo US 

Cap.  VIU.  Come  il  re  Carlo  ordinò  sue  schiere 
per  combattere  col  re  Manfredi  ...    «     ivi 

Cap.  IX.  Come  la  battaglia  dal  re  Carlo  al  re 
Manfredi  fu,  e  come  il  re  Manfredi  fu  scon- 
fitto e  morto U^ 

Cap.  X.  Come  lo  re  Carlo  ebbe  la  signoria  del 
Regno  e  di  Cicilia,  e  come  don  Arrigo  di  Spa- 
gna venne  a  lui .  115 

Cap.  XL  Come  i  saradni  di  Barberia  passarono 
in  Ispagna,  e  come  vi  furono  sconfitti  •    .11^ 

Cap.  XIL  Come  i  Fiorentini  ghibellini  assedia- 
rono Castelnuovo  in  Valdarno,  e  come  se  ne 
partirono  a  modo  di  sconfitti vn 

Cap.  XUL  Come  in  Firenze  si  fedone  i  trenta- 
sei, e  come  si  diede  ordine  e  gonfaloni  al- 
l'arti    ivi 

Cap.  XIY.  Come  in  Firenze  si  levò  il  secondo 
popolo,  per  la  quale  cagione  il  coaie  Guido 


mDICB. 


519 


Novello  00*  caporali  ghibollkii  mcirono  di  Pi- 
renio 117 

Gap.  XV.  Come  il  popolo  rimifo  i  guelfi  io  Fi- 
rense,  e  come  poi  ne  cacciarono  i  ghibellini.  118 

Cap.  XVI.  (xtii.)  Come  cacciali  i  ghibellioi  di  Fi- 
renze, ti  riformò  la  città  d'ordine  e  di  configli   119 

Cap.  XVIL  (xYi.)  Come  i  guelfi  di  Firense  ordina- 
rono gli  ordini  di  parte ivi 

Cap.  XVlll.  Come  ilsoldano  de^saracini  prese 
Antiocchia      .     .     • ivi 

Cap.  XIX.  Come  i  guelfi  di  Firenze  prei ono  il  ca- 
•tello  di  Santellero  con  molti  ribelli  ghibellini  120 

Cap.  XX.  Come  molte  città  e  terre  di  Toscana 
tornarono  a  parte  guelfe ivi 

Cap.  XXI.  Come  il  maliscaloo  del  re  Carlo  co*Pio- 
rentini  fbciono  oste  ■  Siena,  e  come  il  re 
venne  in  Firenze,  e  prese  Poggibonizzi  .     .    ivi 

Gap.  XIQL  Come  il  re  Carlo  co*  Fiorentini  an-    . 
darono  a  oste  sopra  la  dttà  di  Pisa  ...    ivi 

Gap.  XXHL  Come  il  giovane  Curradino  figliuo- 
lo del  re  Currado,  venne  d*Alamagna  in  Italia 
contro  al  re  Carlo 121 

Cap.  XXIV.  Come  il  maliscalco  del  re  Carlo  fu 
sconfitto  al  ponte  a  Valle  per  la  gente  di  Cur- 
radino   ivi 

Cap.  XXV.  Come  Curradino  entrò  in  Roma,  e 
poi  con  sua  oste  passò  nel  regno  di  Puglia  .  122 

Cap.  XXVI.  Come  1*  oste  di  Curradino  e  quella 
del  re  Carlo  s' affrontarono  per  combattere  a 
Tagliacozzo ivi 

Cap.  XXVU.  Come  Curradino  e  sua  gente  furono 
iconfitti  dal  re  Carlo 123 

Cap.  XXVUL  Della  visione  eh*  avvenne  a  papa 
Clemente  della  sconfitta  di  Curradino   .     •     124 

Cap.  XXIX.  Come  Curradino  con  certi  suoi  ba- 
roni fàrono  presi  dal  re  Carlo,  e  fece  loro 
tagliare  la  testa ivi 

Cap.  XXX»  Come  lo  re  Carlo  racquietò  tutte  le  terre 
di  Cicilia  e  di  Puglia  che  gli  s' erano  rubellate.  125 

ICap.  XXXI.  Come  i  Fiorentini  sconfissone  i  Sa- 
nesi  a.pièi  dlColle.di  Valdelsa  .....     Ivi 

Cap.  XXXII.  Come  i  Fiorentini  presone  il  ca- 
stello d'  Ostina  in  Valdamo 126 

Cap.  XXXIlIv  Come  i  Fiorentini  in  servigio  de* 
Luoohesi  andarono  a  oste  sopra  Pisa   ...     ivi 

Cap.  XXXIV.  Come  fngrande  diluvio  d'acqua,  e 
rovinarono  il  ponte  a  Santa  Trinità  e  quello 
della  Carraia ivi 

Gap.  XXXV.  Come  a  certi  nobili  ribelli  di  Fi- 
renze furono  tagliate  le  teste ivi 

Gap.  XXXVI.  Come  i  Fiorentini  presono  il  ca- 
stello di  Piandimezzo  in  Valdamo  e  come  dis- 
feciono  Poggibonizzi 127 

Cap.^  XXXVII.  (Manca  il  seguente  num.  atta 
Giuni.)  Come  lo  re  Luis  di  Francia  fece  il 
patteggio  a  Tunisi  nel  quale  morie  ...     ivi 

Gap.  XXXVHL  (xxxix.)  Come  il  re  Carlo  patteggiò 
accordo  col  re  di  Tonisi,  e  partissi  Io  stuolo.  128 

Cap.  XXXIX.  (xi.)  Come  fu  fatto  papa  Gregorio 
decimo  a  Viterbo,  e  come  vi  fu  morto  Ar- 
rigo figliuolo  ieL  re  jd*  Inghilterra  .     ...     ivi 


ph. 

Gap.  XL.  (xu.)  Come  i  Tartari  scesono  in  Tur- 
chia, e  come  ne  cacciarono  i    Saraeini  .     .129 

Gap.  xu.  (xlu.)  Come  lo  re  Enzo  figliuolo  dello 
imperadore  Federigo  mori  in  pregione  in.Bo- 
logna ivi 

Gap.  XLIL  (xun.)  Come  papa  Gregorio  colla  cor- 
te venne  in  Firenze,  e  fece  fare  pace  tra* 
guelfi  e*  ghibellini ivi 

Gap.  XLIIL  (xuv.)  Come  papa  Gregorio  fece 
concilio  a  Leone  sopra  Rodano 130 

Gap.  XLIV.  (xlv.)  Come  la  parte  ghibellina  fu 
cacciata  di  Bologna 131 

Cap.  xlv.  (xlvi.)  Come  il  giudice  di  Gallura 
con  certi  guelfi  fu  cacciato  di  Pisa  •    «     •     .     ivi 

Gap.  XLVL  (^Manca  alla  Gfitnt/.)  D' unc^  grande 
miracolo  ch'avvenne  in  Baldacca  e  Mansnl 
oltremare •     ivi 

Gap.  XLVIL  Come  il  conte  Ugolino  con  tutto  il 
rimanente  de*  guelfi  fii  cacciato  di  Pisa  .    .132 

Gap.  XLVIU.  Come  i  Bolognesi  fàrono  sconfitti 
al  ponte  a  San  Brocolo  dal  conte  da  Monte- 
feltro  e  da*Romagnuoli  ..•••..    ivi 

Gap.  XLIX.  Come  i  Pisani  furono  sconfitti  da' 
Lucchesi  al  castello  d'  Asciano  ^    ...     ivi 

Gap.  L.  Della  morte  di  papa  Gregorio,  e  di  tre 
altri  papi  appresso iri 

Gap.  LL  Come  i  Fiorentini  e' Lucchesi  scoifif- 
sono  i  Piuni  al  fosso  Amonioo   .     •    .     .133 

Gap.  LII.  Come  furono  sconfitti  i  signori  deUa 
Torre  di  lUlano m 

Gap.  LIIL  Come  il  re  [Filippo  di  Francia  fece 
pigliare  tutti  i  prestatori  italiani  .     .    •    .134 

Gap.  LIV.  Come  fu  fatto  papa  Niecola  terzo  de- 
gli Orsini,  e  quello  che  fece  al  suo  tempa  •     ivi 

Gap.  LV.  Come  lo  re  Ridolfo  della  Magna  scon- 
fisse e  uccise  il  re  di  Boemia vrì 

Gap.  LVL  Come  il  cardinale  Utino  per  mandato 
del  papa  fece  la  pace  tra  guelfi  e^ghibellim 
di  Firenze  e  tutte  T  altre  paci  della  città  .  135 

Gap.  LVU.  Come  fu  il  trattato  e  tradimento,  ohe 
risola  di  Cicilia  fosse  rubellata  al  re  Cario.  136 

Gap.  LVIU.  Come  morì  papa  Niecola  degli  Orsini, 
e  fu  fatto  papa  Martino  dal  Torso  di  Francia  .  137 

Gap.  LIX.  Come  il  re  Pietro  d' Arsone  giurò  e 
promise  al  Paglialooo  e  a*  Cidliani  di  venire 
in  Cicilia  e  prendere  la  signoria  ....     ivi 

Gap.  LX.  Come  U  detto  re  Piero  d' Araona  s'ap- 
parecchiò di  fare  sua  armata,  e  come  il  papa 
gliele  mandò  difendendo iri 

Gap.  LXL  Come  e  per  che  modo  si  mbellò  Pi- 
sola di  Cicilia  al  re  Cario 138 

Gap.  LXIL  Come  Io  re  Cario  si  compianse  alla 
Chiesa  e  al  re  di  Francia  e  a  tutt*i  suoi  a- 
mici,^e  r aiuto  ch'ebbe  da  loro  ....     ivi 

Gap.  LXni.  Come  quelli  di  Palermo  e  gli  altri 
Cictliani  mandarono  a  papa  Martino  loro  am- 
basciadori 139 

Gap.  LXIV.  Dell*  aiuto  che  '1  comune  di  Firenze 
mandò  al  re  Carlo ivi 

Gap.  LXV.  Come  lo  re  Cario  si  pose  a  osta  a 
Messina  per  mare  e  per  terra ivi 


5sa. 


EnHCfi. 


ph 


Cap.  LXVL  ComB  fai  genio  M  re  ebbene  IMas- 
tOy  e  oome  i  Messinesi  mandarono  per  lo  le- 
gato per  trattare  accordo  col  re  Carlo  •    . 
Gap.  LXVn.  Cono  si  rappe  il  trattalo  dM' ac- 
cordo ch'avea  menato  il  legato  del  re  Carlo 

a  Meesìnesi    «     .    • 

Gap.  LXVUl.  Come  Messina  fo  combatlnta  dalla 

gente  del  re  Carlo,  e  come  si  difosono  .    • 

Cap.  LXIX.  Come  lo  re  Piero  d' Araona  si  partt 

di  Catalogna  e  venne  in  Cicilia,  e  oome  fn 

fatto  e  coronalo  re  da'  Ciciliani   .... 

Cap.  LXX.  Del  parlamento  che  '1  re  d*  Araona 
tenne  in  Palermo  per  soccorrere  la  dttà  di 
Messina 

Cap.  LXXI.  La  lettera  che  *1  re  d*  Araona  mandò 
al  re  Carlo 

Cap.  LXXn.  Come  lo  re  Carlo  tenne  sno  consi- 
glio, e  rispnose  al  re  d'Araona  per  sna  lettera. 

Gap.  LXXIU.  Come  lo  re  Carlo  rispnose  per  sna 
lettera  al  re  d' Araona 

Cap.  LXXIV.  Como  il  re  d' Araona  mandò  il 
sno  ammiraglio  per  prendere  il  naTilio  del  re 
Carlo 

Cap.  LXXV.  Colile  allo  re  Cario  convenne  per 
necessità  partire  dall'  assedio  diMessna,  e 
tomossene  nel  Regno 

Cap.  LXX  vi.  Chi  Ita  il  primo  re  d*  Araona  cri- 
stiano   

Cap.  LXXVIL  Come  i  Lucchesi  arsono  egnasta- 
reno  la  terra  di  Pescia ^     . 

Cap.  LXXVDL  Come  Ridolfo  eletto  imperadore 
mandò  sno  vicario  in  Toscana 

Cap.  LXXIX.  Come  di  prima  si  creò  raflcio  de* 
priori  in^FirenEo 

Cap.  LXXX.  Come  papa  Martino  mandò  messer 
Gianni  de  Pà  conte  in  Romagna,  e  come  prese 
U  città  di  Faeua,  e  assediò  ForU  .... 

Gap.  LXXXL  Come  BMSser  Gianni  de  Pà  conte 
dì  Romagna  fn  sconfitto  a  Fori!  dal  conte 
da  Montefeltro 

Gap.  LXXXn.  Come  ForU  s' arrendè  aUa  Chiesa, 
e  fu  accordo  in  Romagna 

Gap.  LXXXni.  (lxxxu  per  errore  di  stampa.) 
Come  il  re  d*  Brminia  con  grande  gente  di 
Tartari  fd  sconfitto  alla  Cammella  in  Seria 
dal  soldano  d' Bgilto 

Gap.  LXXXIV.  (ulxxiu.)  Come  ai  cominciò  la 
gaerra  de'  Genovesi  a'  Pisani 

Gap.  LXXXV.  (lxxxiv.)  Come  il  prense  figlinolo 
del  re  Carlo  con  hiolta  baronia  di  Francia 
e  di  Proensa  passarono  per  Firenie  per  an- 
dare sopra  i  Ciciliani 

Cap.  LXXXVI.  (lxxiv.)  Come  lo  re  Carlo  e  lo 
re  Piero  d' Araona  s'ingaggiarono  di  com- 
battere insieme  a  Bordella  in  Guascogna  per 
la  iMiaa  di  Cicilia 

Gap.  LXXXVU.  (uulxvi.)  Come  lo  re  Piero  d'A- 
raona  Idll  la  giornata  promessa  a  Bordella, 
onde  per  lo  papa  fii  scomunicato  e  privato. 

Gap.  LXXXVUI.  (uixivii.)  Come  in  Firenie  fu 
diluvio  d' acque,  e  grande  caro  di  vittoaglia. 


140 


ivi 


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ITI 

ivi 

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IVI 


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149 


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iri 


ITi 


P«g. 
Cap.  LXXXDL  (uxxvni.)  Come  neUa  città  di  Fl- 
rense  si  fece  una  nobile  corte  e  fetta,  ve- 
stiti tutti  di  robe  bianche 148 

Gap.  XG.  (lxxxuu)  Come  i  Genovesi  feciono  gran 

danno  a'  Pisani  che  tornavano  di  Sardigna  .    in 
Gap.  XGL  (io.)  Ancora  de'  futi  de*  Pisani  ce' 

Genovesi   ....•••....    iti 
Gap.  XGIL  (xcl)  Come  i  Genovesi  sconfissone 
i  Pisani  alla  Meloria 

Gap.  XCin.  (xcn.)  Come  Cario  prenie  di 
lemo  h  sconfitto  e  preso  in  mare  da  Rug- 
gieri di  Loria  coir  armata  de'  Ciciliani  •    . 

Gap.  XCIV.  (xeni.)  Gobm  il  re  Cario  arrivò  a 
Napoli  colla  sua  armata,  e  poi  s' apparec- 
chiò per  passare  in  (Scilia 

Gap.  XCV.  (xciv.)  Come  lo  buono  re  Cario  passò 
di  questa  vita  alla  città  di  Foggia  in  Puglia. 

Gap.  XGVL  (xcv.)  Come  il  preme  figlinolo  del 
re  Cario  Ai  condannalo  a  norie  da'  Ciciliani, 
e  poi  per  la  reina  Coslanaa  nMndalo  in  Ga- 
talognn  preso •    •    •  151 

Gap.  XCVU.  (xcvl)  Come  in  Firenie  fìi  grasde 
diluvio  d'acqua,  e  rovinò  parte  del  poggio 
de'Magnoli iti 

Gap.  XGVIIl.  (xcvu.)  Come  i  Fiorentini  co'  Ge- 
novesi e  co'  Toscani  feciono  lega  sopra  i 
Pisani,  onde  i  ghibellini  furono  oneeiati  di 
Pisa 

Gap.  XCIX.  (xcvm.)  Come  i  Fiorenliy  eoaùn- 
ciareno  a  fondare  le  porle  per  §ut  le  nuove 
mura  alla  dttade 153 

Gap.  G.  (xcix.)  Delle  grandi  novitadi  che  furo 
tra'  Tartari  dal  Turigi ifi 

Gap.  GL  (c.)  Come  i  saradni  presono  e  distms- 
sono  Margatto  in  Seria 

Gap.  CIL  (ci.)  Ck)me  fl  re  Filippo  di  Francia 
andò  con  grande  esercito  sopra  lo  re  d'A- 
raona   

Gap.  GUL  (cu.)  Come  lo  re  d' Araona  in  scon- 
fitto e  fedito  da' Franceschi,  deUa  quale  fé- 
dita  poi  morie 153 

Gap.  GiV.  (cui.)  Come  lo  re  di  Francia  ebbe 
la  città  di  Girone,  e  come  la  sua  armala  fii 
sconfitta  in  suro 154 

Gap.  GV.  (civ.)  Come  il  re  di  Francia  si  parli 
d' Araona,  e  morì  a  Perpignano       ...     ivi 

Gap.  GYl.  (cv.)  Della  morte  di  papa  Mtftino 
quarto,  e 'come  fta  fatto  papa  Gnorio  de'Ra- 
veUi  di  Roma in 

Gap.  CVn.  (cvl)  Come  oerlo  navilin  de'  Geno- 
vesi furono  presi  da'  Pisani     ......    iti 

Gap.  GYIIL  (cvn.)  (^me  il  conte  Guido  da  Mon- 
tefeltro signore  in  Romagna  s'  arrendè  aOa 
Chiesa  di  Roma 155 

Gap.  GDL  (ovm.)  Come  papa  Onorio  bmIò  IV 
bito  a'  fMi  carmellili 

Gap.  ex.  (cix.)  Come  il  vescovo  d^Aresio  fece 
rubelfaire  il  Poggio  a  Santa  Gidlia  nel  con- 
tado di  Siena,  e  come  si  racquisiò  .    .    • 

Gap.  (^L  (ex.)  Come  in  Italfai  ebbe  grande  ca- 
restia di  vittuaglia ^ 


rn 


in 


ifi 


iti 


mDICB. 


519 


Novello  00*  caporali  ghibollkii  mcirono  di  Pi- 
rense 117 

Cap.  XV.  Come  il  popolo  rìmiie  i  gaelfl  in  Ff- 
renie,  e  come  poi  ne  cacciarono  i  ghibellini.  118 

Cap.  XVL  (xyii.)  Come  cacciati  i  ghibellini  di  Fi- 
renze, si  riformò  la  città  d'ordine  e  di  consigli   119 

Cap.  XVIL  (xvi.)  Come  i  guelfi  di  Firenze  ordina- 
rono gli  ordini  di  parte ivi 

Cap.  XVIU.  Come  ilsoldano  de^saracini  prese 
Antiocchia ivi 

Cap.  XIX.  Come  i  gaelft  di  Firenze  presono  il  ca- 
stello di  Santellero  con  molti  ribelli  ghibellini  120 

Cap.  XX.  Come  molte  città  e  terre  di  Toscana  . 
tornarono  a  parte  gnelftì ivi 

Cap.  XXI.  Come  il  maliscaloo  del  re  Carlo  co*Fio- 
rentini  fbciono  oste  a  Siena,  e  come  il  re 
venne  in  Firenze,  e  prese  Poggibonizzì  .     .     ivi 

Cap.  XXII.  Come  il  re  Cario  co*  Fiorentini  an-    . 
daroBO  a  oste  sopra  la  dita  di  Pisa  ...    ivi 

Cap.  XXHL  Come  il  giovane  Corredino  figliuo- 
lo del  re  Currado,  venne  d*Alamagna  in  Italia 
contro  al  re  Carlo 121 

Cap.  XXIV.  Come  il  maliscalco  del  re  Carlo  fu 
sconfitto  al  ponte  a  Valle  per  la  gente  di  Cur- 
radino ivi 

Cap.  XXV.  Come  Curradino  entrò  in  Roma,  e 
poi  con  sua  oste  passò  nel  regno  di  Puglia  .  122 

Cap.  XXVI.  Come  V  oste  di  Curradino  e  quella 
del  re  Carlo  a*  affrontarono  per  combattere  a 
Tagliacozzo ivi 

Cap.  XXVIL  Come  Curradino  e  sua  gente  furono 
sconfitti  dal  re  Carlo 123 

Cap.  XXVIIL  Della  visione  cb*  avvenne  a  papa 
Clemente  della  sconfitta  di  Curradino   •     •     124 

Cap.  XXIX.  Come  Curradino  con  certi  suoi  ba- 
roni (orono  presi  dal  re  Carlo,  e  fece  loro 
tagliare  la  testa ivi 

Cap.  XXX.  Come  lo  re  Carlo  racquietò  tutte  le  terre 
di  Cicilia  e  di  Puglia  che  gli  a'  erano  rubellate.  125 

IDap.  XXXI.  Come  i  Fiorentini  sconfissone  i  Se- 
nesi a  pia  di  Colle,  di  Valdelsa  .....     ivi 

Cap.  XXXII.  Come  i  Fiorentini  presono  il  oa- 
stello  d*  Ostina  in  Valdamo 126 

Cap.  XXXDL  Come  i  Fiorentini  in  servigio  de* 
Lucchesi  andarono  a  oste  sopra  Pisa   ...     ivi 

Cap.  XXXIV.  Come  fugrande  diluvio  d'acqua,  e 
rovinarono  il  ponte  a  Santa  Trinità  e  quello 
della  Carraia ivi 

Cap.  XXXV.  Come  a  certi  nobili  ribelli  di  Fi- 
renze furono  tagliate  le  teste ivi 

Cap.  XXXVI.  Come  i  Fiorentini  presono  il  ca- 
stello di  Piandimezzo  in  Valdamo  e  come  dis- 
feciono  Poggibonizzi 127 

Cap.  XXXVIL  (Manca  il  seguente  nnm.  alla 
GiuntJ  Come  lo  re  Luis  di  Francia  fece  il 
passaggio  a  Tunisi  nel  quale  morie  ...     ivi 

Cap.  XXXVm  (xxxuc.)  Come  il  re  Carlo  patteggiò 
accordo  col  re  di  Tunisi,  e  partissi  lo  stuolo.  128 

Cap.  XXXIX.  (xl.)  Come  fu  fatto  papa  Gregorio 
decimo  a  Viterbo,  e  come  vi  fu  morto  Ar- 
rigo figliuolo  .del  re  jd' Inghilterra  •     ...     ivi 


ph. 

Cap.  xl.  (xu.)  Come  i  Tartari  scesono  in  Tur- 
chia, e  come  ne  cacciarono  i    Saraeini  .     .129 

Cap.  XLL  (xui.)  Come  lo  re  Bnzo  figliuolo  dello 
imperadore  Federigo  morì  in  pregione  in.Bo- 
logna ivi 

Cap.  XLIL  (xun.)  Come  papa  Gregorio  colla  cor- 
te venne  in  Firenze,  e  fece  fare  pace  tra* 
guelfi   e*  ghibellini ivi 

Cap.  XLin.  (xuv.)  Come  papa  Gregorio  fece 
concilio  a  Leone  sopra  Rodano 130 

Cap.  XLIV.  (xlv.)  Come  la  parte  ghibellina  fu 
cacciala  di  Bologna 131 

Cap.  xlv.  (xlvi.)  Come  il  giudice  di  Gallura 
con  certi  guelfi  fu  cacciato  di  Pisa  .    «     .     •  .  ivi 

Cap.  xlvi.  (^Manca  alla  Giunl.)  D*  unc^  grande 
miracolo  ch'avvenne  in  Baldacca  e  MansnI 
oltremare W 

Cap.  XLVIL  Come  il  conte  Ugolino  con  tnlto  il 
rimanente  de*  guelfi  fh  cacciato  di  Pisa  .    .133 

Cap.  XLVIU.  Come  i  Bolognesi  forono  sconfitti 
al  ponte  a  San  Brocolo  dal  conte  da  Monte- 
feltro  e  da*  Romagnuoli M 

Cap.  XLIX.  Come  i  Pisani  furono  aconfitti  da' 
Lucchesi  al  castello  d*  Asciano  ^     ...     ivi 

Cap.  L.  DeUa  morte  di  papa  Gregorio,  e  di  tre 
altri  papi  appresso ivi 

Cap.  LL  Come  i  Fiorentini  e*  Lucchesi  sconfis- 
sono  i  Pisani  al  fosso  Arnonico   .     •    •     .133 

Cap.  LU.  Come  furono  sconfitti  i  signori  deUa 
Torre  di  Milano ì^i 

Cap.  lui.  Come  il  re  [FiUppo  di  Francia  fece 
pigliare  tutti  i  prestatori  italiani  .    .    •    .134 

Cap.  UV.  Come  fu  fatto  papa  Niecola  terzo  de- 
gli Orsini,  e  quello  che  fece  al  suo  lampa  •     ivi 

Cap.  LV.  Come  lo  re  Ridolfo  della  Magna  scon- 
fisse e  uccise  il  re  di  Boemia ivi 

Cap.  LVL  Come  il  cardinale  Utino  per  mandalo 
del  papa  fece  la  pace  tra  guelfi  e*ghibeUim 
di  Firenze  e  tutte  1*  altre  paci  della  città  .  135 

Cap.  LVIL  Come  fu  il  tratUto  e  tradimento,  che 
risola  di  Cicilia  fosse  rubeUata  al  re  Carlo.  136 

Cap.  LVIU.  Come  morì  papa  Niecola  degU  Orsini, 
e  fu  fatto  papa  Martino  dal  Torso  di  Frauda  .  137 

Cap.  LIX.  Come  il  re  Pietro  d*Araona  giurò  e 
promise  al  Pagiialoco  e  a*  Cidliani  di  renire 
in  Cicilia  e  prendere  la  signoria  .     .     •     •     ivi 

Cap.  LX.  Come  il  detto  re  Piero  d*  Araona  s*ap- 
parecchio  di  fare  sua  armata,  e  come  il  papa 
gliele  mandò  difendendo iri 

Cap.  LXL  Come  e  per  che  modo  si  rnbellò  Pi- 
sola di  Cicilia  al  re  Carlo 138 

Cap.  LXIL  Come  lo  re  Carlo  si  compianse  alla 
Chiesa  e  al  re  di  Francia  e  a  lotl*i  suoi  a- 
niici,^e  1*  aiuto  eh*  ebbe  da  loro  ....     ivi 

Cap.  LXni.  Come  quelli  di  Palermo  e  gli  altri 
Ciciliani  mandarono  a  papa  Martino  loro  am- 
basciadori 139 

Cap.  LXIV.  Dell*  aiuto  che  '1  comune  di  Firenze 
mandò  al  re  Carlo    ....•••.     ivi 

Cap.  LXV.  Come  lo  re  Carlo  si  pose  a  oste  a 
Messina  per  mare  e  per  terra ivi 


5S2 


«DICE. 


Cap.  il  Come  il  popolo  di  Pirenxe  foeiono  paoo 

co*  Pisani,  e  molte  altre  notabili  to$t  .  . 
Gap.  UI.  D*ano  grande  fuoco  che  fa  in  Firenie 

nella  contrada  di  Tordcoda 

Cap,  IV.  Come  si  cominciò  la  foerra  intra  '1 

re  di  Francia  e  quello  d*  Inghilterra  .  .  . 
Gap.  Y.  Come  fu  eletto  e  fatto  papa  Celestino 

quinto,  e  come  riButò  il  papato  .  .  .  . 
Cap.  VI.  Come  fu  eletto  e  fatto  papa  Bonifazio 

ottavo 

Cap.  VIL  Quando  si  cominciò  a  fondare  la  nuo- 
ra Chiesa  di  Santa  Croce  di  Firenze  .     .     • 

Cap.  Vili.  Come  tu  cacciato  di  Firenze  il  gran- 
de popolare  Giano  della  Bella 

Gap.  IX.  Quando  bì  cominciò  a  fondare  la  chie- 
sa maggiore  di  Santa  ReparaU 

Gap.  X.  Come  messer  Gianni  di  Celona  Tenne 
in  Toscana  vicario  dM'mpero 

Gap.  XL  Come  fu  canonizzato  Santo  Luis  re  che 
fu  di  Francia 

Gap.  XII.  Come  i  grandi  di  Firenze  misono  la 
città  a  romore  per  rompere  ed  abbattere  lo 
stato  del  nuovo  popolo 

Gap.  XIII.  Come  lo  re  Carlo  fece  pace  col  re 
Giano  d'Araona 

Gap.  XIV.  Come  la  parte  guelfa  furono  per  forza 
cacciati  di  Genova 

Gap,  XV.  De'faltì  de' Tartari  di  Persia  .     .     . 

Gap,  XVI.  Come  Maghinardo  da  Susinana  scon- 
fisse i  Bolognesi  e  prese  la  città  d*  Imola. 

Gap^  XVII.  Come  il  popolo  di  Firenze  fece  fare 
la  terra  di  castello  Sangiovanni  e  Castelfran- 
co in  Valdamo 

Gap.  XVIIL  Come  lo  re  Giano  d' Araona  venne 
a  Roma,  e  papa  Bonifazio  gli  privilegiò  V  i- 
sola  di  Sardigaa 

Gap.  XIX.  Come  il  conte  dì  Fiandra  e  quello  di 
Bari  si  mbellarono  al  re  di  Francia  .     .     . 

Gap.  XX.  Come  il  conte  d*Artese  sconfisse  i 
Fiamminghi  a  Fomea,  e  come  il  re  d'Inghil- 
terra passò  in  Fiandra 

Gap.  XXI.  Come  papa  Bonifazio  privò  del  car-* 
dinalato  messer  Iacopo  e  messer  Fiero  della 
Colonna 

Gap.  XXII.  Come  Alberto  d*Osterich  sconfisse 
e  ncdae  AtUulfo  re  d'Abmagna,  e  oom'egli 
fu  eletto  re  de'  Romani 

Gap.  XXIII.  Come  i  Golonneai  vennero  alla  mi- 
sericordia del  papa,  e  poi  si  rabellarono  v- 
n'  altra  volta 

Gap.  XXIV.  Come  i  Genovesi  sconflssono  i  Vi- 
niziani  in   mare  •.«...... 

Gap.  XXV.  De*grandi  tremuotì  che  furono  in  cer- 
te città  d'Italia 

Gap.  XXVI.  Quando  si  eoaunoiò  il  palazzo  del 
popolo  di  Firenze  ove  abitano  i  priori  .     . 

Gap.  XXVII.  Come  fu  fatta  pace  tra  *1  comune 
di  Genova  e  quello  di  Vinegia 

Gap.  XXVUI.  Come  fu  latta  pace  In  *1  comune 
di  Bologna  e  '1  marchese  da  Bsti  e  Maghinar- 
do da  Susinana  per  gU  Fiorentini  .... 


P*g- 
170 
171 

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•  • 

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•  • 

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•  • 

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ivi 
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in 


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•  • 

in 

*  . 

IVI 

179 

•  « 


IVI 


Gap.  XXIX.  Coaie  il  re  Giamo  d'  Araona  eeh 

Ruggieri  di  Loria  e  eoH'  armala  del  re  Carle 
sconflssono  i  Ciciliani  a  capo  Orìando   .    . 

Gap.  XXX.  Come  fu  fatU  pace  Ira'  Genoveai  e' 
Pisani 

Gap.  XXXI.  Quando  di  nuovo  si  cominciarono 
le  nuove  mura  della  città  di  Firenze  .     •     . 

Gap.  XXXIL  Come  il  re  di  Francia  ebbe  a  qnelo 
tutta  Fiandra,  e  in  pregione  il  conte,  e*  fi- 
gliuoli   

Gap.  XXXIII.  Come  il  re  di  Francia  a'imparoftlò 
col  re  Alberto  d' Alaougna  ....*.. 

Gap.  XXXIV.  Come  il  prenze  dì  Taranto  fa  scon- 
fitto in  Cicilia •     • 

Gap.  XXXV.  Come  Cassano  signore  de'  Tartari 
sconfisse  il  soldano  de'aaradni,  e  preso  la 
Terra  Santa  in  Scria    .• 

Gap.  XXXVI.  Gobm  papa  Bonifazio  ottavo  die 
perdono  a  tatti  i  cristiani  eh'  andassono  n 
Roma  l'anno  del  giubileo  1300  .     .     .     • 

Gap.  XXXVIL  (¥afiea  aila  GmmtmaO  Como  fl 
conte  Guido  di  Fiandra  con  due  snoi  figUooU 
s' arrendeo  al  re  di*  Francia,  e  come  foroio 
ingannati  e  messi  in  pregione     .... 

Gap.  XXXVOL  (xxxvn.)  Come  si  cominciò  parto 
nera  e  bianca  prin»  nella  città  di  Pistoia   • 

Gap.  XXXUL  (xxxvut.)  Come  la  città  dì  Firenzo 
si  parti  e  ai  sconciò  per  le  dette  parli  bianen 
e  nera 

Gap.  XL  (xxux.)  Come  il  cardinale  d'Aoqnn- 
sparla  venne  per  legato  del  papa  per  raceoo- 
dare  Firenze,  e  non  lo  poteo  faro  .... 

Gap.  XLl.  (u.)  Do'  nuli  e  de*  pericoli  che  lo- 
guirono  alla  nostra  città  appresso    .     •     . 

CAf.  XLIL  (zu.)  Di  quello  medesimo  .     .     . 

Gap.  XLDI.  (xin.)  Come  papa  Bonifiuio  mandò 
in  Francia  per  messer  Cario  di  Valoia  •     • 

Gap.  XUV.  (xuu.)  Come  i  Guelfi  furono  eao- 
ciati  d*Agobbio,  o  poi  come  riooveraro  In 
terra  e  cacciame  i  Ghibellini 

Gap.  XLV.  (xuv.)  Come  la  parte  nera  furono 
cacciati  di  Pistoia 

Gap.  XLVI.  (xlv.)  Come  gì'  Intemunelli  e  loro 
seguaci  furono  cacciali  di  Lucca  .... 

Gap.  XLVlL  (xlvl)  Come  i  guelfi  nseiti  di  Genovn 
per  pace  vi  furono  rimessi 

Gap.  XLVnL  (xiyìl)  Come  apparve  in  cielo  no 
stella  cometa 

Gap.  XLIX.  (xLvni.)  Come  messer  Cario  di  Va- 
lois  di  Francia  venne  a  papa  Bonifiuio,  o 
poi  venne  in  Plrenso  e  caeoiamo  la  parto 
bianca  

Gap.  L  (xux.)  Come  BMsser  Cario  di  Valois  p«a- 
aò  in  GiciUa  per  faro  guerra  per  lo  ro  Cario, 
e  fece  ontosa  pace 

Gap.  LL  (l)  Come  si  cominciò  la  compagna  di 
Romania • 

Gap.  lo.  (u.)  Come  i  Fiorentini  o'  Lncchesi  fo- 
eiono osle  sopra  la  dita  di  Pistoia,  e  oomo 
ebbono  per  assedio  il  castello  di  SerravaHe  . 

Gap.  lui.   (lu.)  Come  i  Fiorontini  ebbono  fl 


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ivi 


ivi 


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IVI 


IVI 


INDICE. 


523 


casMlo  di  Pianlreyigne  e  più  altre  castola 
ch*aveano  nabellate  i  bianchi 189 

Gap.  LIY.  (un.)  Come  V  boia  d' Iscbia  gettò 
maraviglioao  faoco ivi 

Cap.  LV.  (uy.3  Come  il  popolo  minato  di  Brug- 
gia  ai  rabellò  tial  re  di  Francia,  e  oocisono 
i  Franceichi ivi 

Cap.  LVL  (ly.)  Della  grande  e  diiavventorosa 
icofitta  eh'  ebbono  i  Franceichi  a  Coltrai  da* 
Fiamminghi 190 

Gap.  LYII.  ilo  slesso  nella  Giuntina  per  fallo 
ài  stampa.)  Di  .quale  lignaggio  furono  i  pre- 
lenti  conti  e  aignori  di  Fiandra   .     .     .     .193 

Cap.  LVilL  Come  lo  re  di  Francia  rifece  sua 
Dite,  e  con  tutto  suo  podere  venne  iopra  i 
Fiamminghi,  e  tornossi  in  Francia  con  poco 
onore , ivi 

Cap.  LIX.  Come  Folcieri  da  Calvoli  podestà  di 
Firente  fece  tagliare  la  testa  a  certi  cittadini 
di  parte  bianca 194 

Cap.  LX.  Come  la  parte  bianca  e*  ghibellini  usciti 
di  Firenze  vennero  e  Fuliciano  e  partirsene 
in  isconfitta 195 

Cap.  LXI.  Incidenza,  contando  come  messer 
feo  Visconti  fu  cacciato  di  Milano  ....      ivi 

Cap.  LXII.  Come  si  cominciò  la  questione  e  ni- 
mistà Ira  papa  Bonifazio  e  'i  re  Filippo  di 
Francia 196 

Cap.  LXIII.  Come  il  re  di  Francia  fece  [prendere 
papa  Bonifazio  in  Anagna  a  Sciarra  della  co- 
lonna, onde  mori  il  detto  papa  pochi  di  ap- 
presso   ivi 

Cap.  LXIV.  Ancora  diremo  de'  morali  eh'  ebbe 
in  se   papa  Bonifazio :  197 

Cap.  LXV.  Come  i  Fiorentini  ebbono  il  castello 
del  Montale,  e  come  feciono  oste  a  Pistoia 
co' Lucchesi  insieme 198 

Cap.  LXYI.  Come  fu  eletto  papa  Benedetto  on- 
decimo ivi 

Cap.  LXVIl.  Come  il  re  Adoardo  d' Inghilterra 
riebbe   Guascogna,  e  sconBsse  gli  Scotti  .     ivi 

Cap.  LXVIII.  Come  in  Firenze  ebbe  grande 
novità  e  battaglia  cittadina,  per  volere  rive- 
dere le  ragioni  del  comune      .     .     .     .     .     ivi 

Cap.  LXIX.  Come  il  papa  mandò  in  Firenze  per 
legato  il  cardinale  da  Prato  per  far  pace,  e 
come  se  ne  parti  con  onta  e  con  vergogna  .  199 

Cap.  LXX.  Come  cadde  il  ponte  alla  Carraia,  e 
morivvi  molta  gente 200 

Cap.  LXXI.  Come  fu  messo  fuoco  in  Firenze,  e 
arsene  una  buona  parte  della  citlade  .     .     .201 

Cap.  LXXU.  Come  i  bianchi  e  i  ghibellini  ven- 
nero alle  porte  di  Firenze  e  andarne  in  iscon- 
fitta       ivi 

Cap.  LXXIII.  Come  gli  Aretini  ripresono  il  ca- 
stello di  Laterino  che  *1  teneano  i  Fiorentini  .  203 

Cap.  LXXIV.  Ancora  di  certe  novitadi  che  fu- 
rono in  Firenze  ne' detti  tempi    ....     ivi 

Cap.  LXXV.  Coinè  i  Fiorentini  feciono  oste  e  pre- 
sono il  castello  delle  SUnche  a  Montecalvi 
che  '1  teneano  i  bianphi  .......     ivi 


Pag. 

Cap.  LXXVI.  Incidenza;  tornando  alquanto  ad- 
dietro a  raccontare  delle  storie  de'  Fiam- 
minghi   203 

Gap.  LXXYU.  Come  fu  sconfitto  e  preso  in  mare 
messer  Guido  di  Fiandra  colla  sua  armata^  dal- 
l'ammiraglio  del  re  di  Francia 205 

Cap.  LXXVUI.  Come  lo  re  di  Francia  sconfis- 
se i  Fiammiogbi  a  Monsimpeveri  .     .     ...      ìtì 

Cap.  LXXIX.  Come  poco  appresso  la  sconfitta 
di  Monsimpeveri,  i  Fiamminghi  tornarono  per 
combattere  col  re  di  Francia,  e  ebbono  buo- 
na pace      . 207 

Cap.  LXXX.  Come  morì  papa  Benedetto,  e  della 
nuova  elezione  di  papa  Clemente  quinto  .     •     ivi 

Gap.  LXXXI.  Della  coronazione  di  papa  Cle- 
mente quinto,  e  de'cardinali  che  fece  .     .     .  209 

Cap.  LXXXII.  Come  i  Fiorqptini  e  Lucchesi  as- 
sediarono e  vinsono  la  città  di  Pistoia  .     .     ivi 

Gap.  LXXXliL  Come  la  città  di  Modona  e  di 
Reggio  si  rubellarono  al  marchese  da  Esti  e 
come  furono  cacciati  i  bianchi  e*  ghibellini  di 
Bologna 210 

Gap.  LXXXIV.  Come  si  levò  in  Lombardia  un  fra 
Dolcino  con  grande  compagnia  d'  eretici,  e 
furono  arsi 211 

Gap.  LXXXY.  Come  papa  Clemente  fece  legato 
in  Italia  messer  Napoleone  degli  Orsini  car- 
dinale, e  come  fu  male  ricevuto  ....      ivi 

Gap.  LXXXYL  Come  i  Fiorentini  assediaro  ed 
ebbono  il  forte  castello  di  Montaccianico  e 
disfecionlo,  e  feciono  fare  la  Scarperia  .     .     ivi 

Gap.  LXXXYIL  Come  i  Fiorentini  raffortìficaro 
il  popolo,  e  feciono  il  primo  esecutore  de- 
gli ordini  della  giustizia 212 

Gap.  LXXXYIII.  Di  grande  guerra  che  si  comin- 
ciò al  marchese  da  Ferrara,  e  come  morie  .     ivi 

Gap.  LXXXIX.  Come  messer  Napoleone  Orsini 
legato  venne  ad  Arezzo:  e  dell*  oste  eh'  e' 
Fiorentini  feciono  a  Gargosa ivi 

Gap.  XC.  Come  morio  il  buono  re  Adoardo 
d'Inghilterra 213 

Gap.  XCi.  Come  il  re  di  Francia  andò  a  Pitteri 
a  papa  Clemente,  per  fare  condannare  la  me- 
moria di  papa  Bonifazio ivi 

Gap.  XGU.  Come  e  per  che  modo  fu  distrutto 
r  ordine  e  magione  del  tempio  di  Gerusalem, 
per  procaccio  del  re  di  Francia 214 

Gap.  XGUL  Di  novitadi  e  sconfitte  che  furono  in 
Romagna  e  in  Lombardia  .     .     .     ...     .215 

Gap.  XCIY.  Come  fu  morto  il  re  Alberto  d'A- 
lamagna ivi 

Gap.  XCY.  Come  la  podestà  di  Firenze  si  f^ggi 
col  suggello  deirErcole  del  comune  ...     ivi 

Gap.  XCYL  Come  fu  morto  il  nobile  e  grande 
cittadino  di  Firenze  messer  Corso  de' Donati     ivi 

Gap.  XGYII.  Come  arse  la  chiesa  di  Laterano  di 
Roma 217 

Gap.  XCYIII.  Come  i  grandi  di  Samminiato  dis- 
feciono  il  loro  popolo ivi 

Gap.  XGIX.  Come  i  Tarlati  furono  cacciati  d'A- 
rezzo, e  rimessivi  i  guelfi ivi 


524 


INDICE. 


Cap.  C.  Come  gli  Ubaldini  tornarono  a  nbbidion- 
M  del  comune  di  Pirenie 217 

Cap.  ci*  Per  che  modo  fu  eletto  imperadore  di 
Roma  Arrigo  conte  di  Loiimborgo  .     .     .     ìyì 

Cap.  CII.  Come  Arrigo  impendere  fu  confer- 
mato dal  papa 218 

Cap.  Cnt  Come  i  Yiniiiani  preaono  la  città  di 
Ferrara  e  poi  la  perderò ivi 

Cap.  CIV.  Come  il  maestro  dello  spedale  preae 
l'isola  di  Rodi 219 

Cap.  CV.  Come  il  re  d'  Araona  a*  apparecchiò 
di  venire  aopra  Sardigna ivi 

Cap.  CVL  Come  i  gnelfl  furono  cacciati  di  Pra- 
to e  poi  lo  racqniitarono ivi 

Cap.  CVII.  Come  i  Tarlati  tornarono  in  Arezzo 
e  oacciame  i  gnelfl ivi 

Cap.  CVm.  Quando  morì  «il  re  Carlo  secondo 
di  Puglia ivi 

Cap.  CIX.  De*  segni  eh*  apparirono  in  aria  .     .     ivi 

Cap.  ex.  Come  i  Fiorentini  ricominciarono  guer- 
ra ad  Arcuo ivi 

Cap.  CXT.  Come  i  Lucchesi  voUono  disfare  Pi- 
stoia, e*  Fiorentini  furono  contradianti     .     .     ivi 

Cap.  CXll.  Come  il  re  Ruberto  fa  coronato  del 
regno  di  Cicilia  e  di  Puglia 220 

Cap.  CXUI.  Come  gli  Anconitani  furono  scon- 
fitti dal  conte  Fedrìgo ivi 

Cap.  CXIV.  Come  messer  Ubicino  Spinoli  fu  cac- 
ciato di  Genova  e  sconfitto ivi 

Cap.  CXV.  Come  i  Yiniiiani  furono  sconfitti  a 
Ferrara ivi 

Cap.  CXYI.  Della  guerra  de*  Yolterrani  e  queMi 
Sangimignano ivi 

Cap.  CXYU.  Come  gli  Orsini  di  Roma  forono 
sconfitti  da  Colonneai ivi 

Cap.  CXYUl.  Come  gente  d*  Arezzo  furono  sco- 
fittì  dal  maliacalco  de*  Fiorentini  .     .     .     .221 

Cap.  CXIX.  Come  i  Fiorentini  feciono  oste  ad 
Arezzo     •       .     . ivi 

Cap.  CXX.  Come  gli  ambasciadori  d*  Arrigo  re 
de*  Romani  vennero  in  Firenze     ....     ivi 

Cap.  CXXI.  Di  miracolosa  gente  che  a*  anda- 
rono battendo  in  Italia ivi 


LIBRO  NONO. 

Cap.  I.  Come  Arrigo  conte  di  Luzimborgo  fu 

fatto  imperadore 222 

Cap.  II.  Come  parte  guelfa  fu  cacciata  di  Yi- 

negia ivi 

Cap.  ih.  Delle  profezie  di  maeatro  Arnaldo  da 

Yillanuova ivi 

Cap.  IY.  Come  in  Ferrara  si  fece  congiura  per 

ribellare  la  terra  alla  Chieaa ivi 

Cap.  Y.  Come  i  Todini  furono  sconfitti  da*Pe- 

rugini .     ivi 

Cap.  YI.  Come  i  guelfi  furono  cacciati  di  Spu- 

leto ivi 

Cap.  YIL  Come  Arrigo  imperadore  si  parti  della 

Magna  per  passare  in  Italia ivi 


Cap.  Ym.  Come  il  re  Ruberto  venne  in  Firenze 
tornando  dalla  sua  coronazione 

Cap.  IX.  Come  Arrigo  imperadore  entrò  in  Ita- 
lia, e  ebbe  la  città  di  Milano 

Cap.  X.  Come  i  Fiorentini  chiusone  di  fossi  lo 
nuove  cerchie  della  cittade.  ...... 

Cap.  XL  Come  quegli  della  Torre  furono  cac- 
ciati di  Milano 

Cap.  XIL  Come  in  Firenze  ebbe  grande  caro 
e  altre  novitadi 

Cap.  XIII.  Come  in  Firenze  vennono  reliquie  di 
Santo   Barnaba 

Cap.  XIY.  Come  lo  *mperadore  assediò  Cremo- 
na, e  sua  gente  ebbe  Yicenza     .... 

Cap.  XY.  Come  lo  *mperadore  ebbe  la  città  di 
Cremona •     • 

Cap.  XYI.  Come  i  Fiorentini  per  la  venuta  del- 
lo *mperadore  trassono  di  bando  tutti  i  guelfi . 

Cap.  XYII.  Come  i  Fiorentini  con  tutte  le  torre 
guelfe  di  Toscana  feciono  lega  insieme  con- 
tra  lo*mperadore 

Cap.  XYm.  C-ome  il  re  Ruberto  fece  pigliare 
per  inganno  i  ghibellini  di  Romagna     .     . 

Cap,  XIX.  (Jè  conteso  nei  nvmero  aniece- 
dente.')  Come  il  marchese  del  papa  preso 
Fano  e  Pesaro 

Cap.  XX.  (xix.)  Come  lo*mperadore  Arrigo  eb- 
be la  città  di  Brescia  per  assedio  .... 

Cap.  XXL  (xx.)  Come  i  Fiorentini  e'  Lucchesi 
guemirono  le  frontiere  per  la  venuta  dello*m- 
peradore 

Cap.  XXII.  (xxi.)  Come  papa  Clemente  diede 
legati  allo  *mperadore  Arrigo  che  *1  coronas- 
sonó 

Cap.  XXIII.  (xxii.)  Come  papa  Clemente  fece 
concilio  a  Yienna  in  Borgogna  e  oanonizzò 
Santo  Lodovico  figliuolo  del  re  Carlo  .     .     • 

Cap.  XXIY.  (xxiii.)  Come  lo  'mperadore  Arrigo 
venne  nella  città  di  Genova 

Cap.  XXY.  (xxiv.)  Come  in  Arezzo  venne  vica- 
rio d*  imperio 

Cap.  XXYI.  (xxv.)  Come  in  Firenze  vennero  am- 
basciadori dello  *mperadore,  e  fnronne  cac- 
ciati       

Cap.  XXVn.  (xxvi.)  Come  i  Fiorentini  manda- 
rono loro  masnade  in  Lunigiana  per  oon- 
tradiare  i  passi  allo  *mperadore  .... 

Cap.  XXYni.  (xxvii.)  Come  in  Genova  mori  la*m- 
peradrice 

Cap.  XXIX.  (xxvui.)  Come  lo  *mperadore  fece 
suo  processo  centra  i  Fiorentini  .     •     .     . 

Cap.  XXX.  (xxix.J  Di  scandalo  ch'ebbe  in  Fi- 
renze tra*  lanaiuoli 

Cap.  XXXL  (xxx.)  Come  il  re  Ruberto  mandò 
gente  a*  Fiorentini  per  contrastare  lo  'mpe- 
radore   

Cap.  XXXU.  (xxxi.)  Come  la  dtU  di  Breacia  n 
rubellò  allo  *mperadore  ....'... 

Cap.  XXXUL  (xxxu.)  Come  in  Firenze  ebbe  gran- 
de novità  per  la  morte  di  messer  Pazzino  de* 
Pazzi    


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INDICE. 


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Cap.  XXXIV.  (XXX1I1.)  Come  la  città  di  Cre- 
mona ii  rnbellò  dallo  ^mperadore  .... 

Cap.  XXXY.  (xxxiv.)  Come  il  maìiacaico  dello^m- 
peradore  giiuiae  in  Pisa,  e  cominciò  guerra 
a*  Fiorentini 

Cap.  XXXVI.  (xxxv.)  Come  i  Padovani  ai  ru- 
bollarono  dalla  aignorìa  dello  'mperadore  . 

Cap.  XXXVII.  (xxxvi.)  Come  lo'mperadore  Ar- 
rigo venne  nella  città  di  Pisa 

Cap.  XXXVin.  (xxxvii.)  Come  gli  Spuletini  fu- 
rono sconfitti  da' Perugini 

Cap.  XXXIX.  (xxxvin.)  Della  rannata  che  1  re 
Ruberto  e  la  lega  di  Toscana  feciono  a  Roma 
per  contrastare  la  coronazione  d'Arrigo  im- 
peradore . 

Cap.  XL.  (xxxix.  j  Come  lo  'mperadore  Arrigo 
si  partì  di  Pisa  e  andonne  a  Roma    .     .     . 

Cap.  XU.  (xl.)  Come  messer  Galeasso  Vi- 
sconti di  Milano  prese  la  città  di  Piacenza  . 

Cap.  XLn.  (xu.)  Come  i  Fiorentini  levarono  in 
isconfitta  i  Pisani  da  Cerretello  .... 

Cap.  XLin.  (xiii.)  Come  Arrigo  di  Luzimborgo 
fu  coronato  ìmperadore  in  Roma  .    .     .     . 

Cap.  XLIV.  (xun.)  Come  lo  'mperadore  si  parli 
di  Roma  per  venire  in  Toscana  .... 

Cap.  XLV.  (xliv.)  Come  lo  ^mperadore  venne 
alla  dttà  d'Arezzo,  e  poi  come  venne  verso 
la  città  di  Firenze 

Cap.  XLVI.  (xlv.)  Come  i  Fiorentini  furono  quasi 
sconfitti  al  castello  dell'  Ancisa  da  gente  del- 
lo 'mperadore 

Cap.  XLYIL  (xlvi.)  Come  T  imperadore  Arrigo 
si  puose  ad  oste  alla  città  di  Firenze  •     . 

Cap.  XLVIII.  (xlvi|.)  Come  lo 'mperadore  si  parti 
dall'assedio  da  San  Salvi  e  andonne  a  San 
Casciano,  e  poi  a  Poggibonizzi    .... 

Cap.  XLIX.  (xlviii.)  Come  lo  'mperadore  si  parti 
da  Poggibonizzi  e  si  tornò  in  Pisa,  e  fece  molti 
processi  contro  a  Fiorentini 

Cap.  L.  (xlix.)  Come  lo  'mperadore  condannò 
il  re  Ruberto 

Cap.  li.  (l.)  Come  lo  *mperadore  s'apparecchiò 
per  andare  nel  Regno  contro  al  re  Ruberto 
e  si  partì  di  Pisa 

Cap.  LII.  (li.)  Come  lo  'mperadore  Arrigo  mo- 
rio  a  Bonconvento  nel  contado  di  Siena  .     . 

Cap.  LUI.  (ui.)  Conta  come,  morto  lo  'mpera- 
dore, ai  divise  la  sua  oste,  e'  suoi  baroni  ne 
portarono  il  corpo  alla  città  di  Pisa  .     .     . 

Cap.  LIV.  (lui.)  Come  Federigo  detto  re  di  Ci- 
cilia, venne  per  mare  alla* città  di  Pisa  .     . 

Cap.  LV.  (liv.)  Come  il  conte  Filippone  di  Pa- 
via fu  sconfitto  a  Piacenza 

Cap.  LVI.  (lv.)  Come  i  Fiorentini  diedono  la  signo- 
rìa di  Firenze  al  re  Ruberto  per  cinque  anni  . 

Cap.  LVIL  (lvi.)  Come  gli  Spinoli  furono  cac- 
ciati di  Genova 

Cap.  LVin.  (lvii.)  Come  Ugucdone  da  Faggiuola 
signore  in  Pisa  fece  molta  guerra  a'  Lucchesi 
sicché  misono  i  ghibellini  usciti  per  isforzata 
pace  in  Lucca 


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Cap.  LIX.  (lviii.)  Della  morte  di  papa  Cle- 
mente   

Cap.  LX.  (lix.)  Come  Uguccione  da  Faggiuola 
co'  Pisani  presono  la  città  di  Lucca,  e  ruba- 
rono il  tesoro  della  Chiesa 

Gap.  LXI.  (lx.)  Come  messer  Piero  fratello  del 
re  Ruberto  venne  in  Firenze  per  signore  .     . 

Cap.  LXII.  (un.)  Come  il  re  Ruberto  andò  con 
grande  stuolo  sopra  Cicilia,  e  assediò  la 
città  di  Trapali 

Cap.  LXIIL  (lxii.)  Come  i  Padovani  furono  scon- 
fitti a  Vicenza  da  measer  Cane  della  Scala  . 

Cap.  LXIV.  (lxiii.)  Come  i  Fiorentini  feciono  pa- 
ce con  gli  Aretini 

Cap.  LXV.  (lxiv.)  Come  apparve  una  stella  co- 
meta in  cielo .     •     •    • 

Cap.  LXVI.  (lxv.)  Della  morte  di  Filippo  re  di 
Francia  e  de' suoi  figliuoli 

Gap.  LXVU.  (lxvi.)  Della  elezione  che  fu  fatta 
in  Alamagna  di  due  imperadori,  l' uno  il  do- 
gio  di  Baviera,  e  l' altro  quello  d' Osterich. 

Gap.  LXVni.  (lx?ii.)  Come  Uguccione  signore  di 
Pisa  fece  grande  guerra  alle  terre  vicine  . 

Gap.  LXIX.  (lxvui.)  Come  coronato  il  re  Luis  di 
Francia,  andò  a  oste  sopra  i  Fiamminglii,  ma 
niente  v'acquistò 

Gap.  LXX.  (lxix.)  Come  Uguccione  signore  di 
Lucca  e  di  Pisa  fece  porre  l'assedio  al  ca- 
stello di  Montecatini 

Gap.  LXXI.  (lxx.)  Come  il  prenze  di  Taranto 
venuto  in  Firenze,  i  Fiorentini  uscirono  ad 
oste  per  soccorrere  Montecatini  e  furono 
sconfitti  da  Uguccione  della  Faggiuola  .    . 

Gap.  LXXII.  (Compreso  nel  numero  anteced.) 
Ancora  dell»  detta  battaglia  e  sconfitta  de' 
Fiorentini  e  del  prenze.     .     •  ' .     .     •     . 

Gap.  LXXni.  (lxxi.)  Come  Vinci  e  Ceretognidi 
si  rubellarono  a' Fiorentini 

Gap.  LXXIV.  (lxxii.)  Come  ii  re  Ruberto  man- 
dò in  Firenze  per  capitano  il  conte  Novello  . 

Gap.  LXXV.  (lxxiii.)  Come  Uguccione  fece  ta- 
gliare la  testa  a  Banduccio  Bonconti  e  al  fi- 
gliuolo, grandi  cittadini  di  Pisa    .     .     .     • 

Gap.  LXXVL  (lxxiv.)  Come  i  Fiorentini  si  divi- 
sone tra  loro  per  sette,  e  feciono  bargello . 

Gap.  LXXVU.  (lxxv.)  Come  si  murarono  parte 
delle  mura  di  Firenze,  e  fecesi  una  mala  moneta. 

Gap.  LXXVIII.  (lxxvi.)  Come  Uguccione  da 
Faggiuola  fu  cacciato  della  signorìa  di  Pisa 
e  di  Lucca,  e  come  Castmccio  di  prima  ebbe 
la  signorìa  di  Lucca 

Gap.  LXXIX.  (lxxvii.)  Come  il  conte  di  Batti- 
folle  fu  vicario  in  Firenze,  e  caccionne  il 
bargello,  e  mutò  stato  in  Firenze  .... 

Gap.  LXXX.  (lxxviii.)  Conta  di  grande  fame  e 
mortalità  ch'avvenne  oltremonti  .... 

Gap.  LXXXI.  (lxxix.)  Della  elezione  di  papa 
Giovanni  ventiduesimo • 

Gap.  LXXXII.  (lxxx.)  Come  il  re  Ruberto  e'  Fio- 
rentini feciono  pace  co'  Pisani  e' Lucchesi.  . 

Gap.  LXXXin.  (ixxxi.)  Come  i  Fiorentini  dis- 


Pag. 
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mDICB. 


Cat.  C.  Cob6  ^  Ubtldìii  toraaroBO  a  ibbidiea- 
M  del  coMM  di  FIreBM 217 

Gap.  ci.  Per  che  nodo  fu  eletto  inperadore  di 
RiMM  Arrtfo  conte  di  Lesinbor^  ...     iti 

Gap.  CD.  Cobo  Arrigo  inpendore  fa  coafer- 
■ato  dal  papa 218 

Gap.  cai  Gom  i  Yiniaiam  preaoao  la  città  di 
Ferrara  e  poi  la  perderò ìtì 

Gap.  GIV.  Goae  il  Baeatro  dello  spedale  prese 
r  isola  di  Rodi 219 

Gap.  CV.  Goae  il  re  d*  Araona  s*  appareecluò 
di  Teaire  sopra  Sardifaa ivi 

Gap.  GYL  Goae  i  fieli  furono  cacciali  di  Pra- 
to e  poi  lo  racqvistaroBO ìtì 

Gap.  Cyil  Gone  i  Tarìati  toraarono  in  Areno 
e  cacdarse  i  gvelf ivi 

Gap.  GvilL  QiaBdo  mori  «il  re  Carlo  secondo 
di  Paglia tri 

Gap.  gol  De*  segai  ck^  apparirono  in  aria  .     .     iri 

Gap.  GX.  Gobm  i  Korentini  ricoaunciarono  gaer- 
ra  ad  Areno ivi 

Gap.  cu.  Gohm  i  Lacckesi  voUono  disfare  Pi- 
stoia, e*  Fiorentini  fnrono  contradianti     .     .     tri 

Gap.  GXII.  Gobm  il  re  Rab^to  fa  coronalo  del 
regno  di  Gicilia  e  di  PngUa 220 

Gap.  GXUL  GonM  gli  Anconitani  fnrono  scon- 
titi dal  eonte  Fedrìgo ìtì 

Gap.  GXIV.  GoaM  BMSser  UUdno  Spinoli  fa  cac- 
ciato di  GeaoTa  e  seonitlo ÌTÌ 

Gap.  GXV.  Cobo  ì  Vininani  furono  sconitli  a 
Ferrara ìtì 

Gap.  CXYL  DeUa  gnerra  de*  YoHerrani  e  qne^di 
Sogiangnano iri 

Gap.  GXVn.  GoaM  gli  Orsini  di  Rou  fnrono 
seonitti  da  Golonnesi iri 

Gap.  GXVnL  GoaM  geaied* Aresio  fnrono  sco- 
liti dal  HMlìscnIco  de'Fiorentin  ....  221 

Gap.  GXDL  Gohm  i  FlorentÌBi  féciono  oste  ad 
Areno    •  iri 

Gap.  GXX.  Goim  gli  aaibasciadori  d^  Arrigo  re 
de*  RoaMni  Tennero  in  Firensa     ....     ìtì 

Gap.  GXXL  Di  nùraeolosa  gente  che  s*  anda- 
rono battendo  in  Italia iri 


LIRRO  NONO. 

Gap.  L  GoaM  Arrigo  conto  di  Latadiorgo  fn 
fatto  iaperadore 

Gap.  n.  Goaae  parte  gnelfa  fa  cacciata  di  Vi- 
negìa    . 

Gap.  in.  Delk  profesie  di  BMeatro  Arnaldo  da 
YiDannoTa 

Gap.  IV.  GoaM  in  Ferrara  si  fece  conginra  per 
rìbeilare  la  terra  alla  GUesa 

Gap.  V.  GoaM  i  Todini  fnrono  sconMì  daTo- 
rngini 

Gap.  VL  Goom  ì  gnell  fnrono  cacciali  di  Spo- 
leto  

Gap.  Vn.  GoaM  Arrigo  ìnperadore  si  parti  della 
Magna  per  passare  in  Italia 


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Gap.  VDL  Gene  il  re  Roberto  Tenne  m  Pirenu 
tornando  dalla  soa  coronasione 223 

Gap.  DL  Gohm  Arrigo  inperadore  entrò  in  Ba- 
lia, e  ebbe  la  città  di  Milano iri 

Gap.  2L  Gome  i  Fiorentini  cbìnsono  di  lassi  le 
naoTO  cercbie  della  dttade.  ......     iri 

Gap.  XL  GoaM  qoeglì  della  Torre  fvono  cac- 
ciali di  Milaoo 224 

Gap.  XD.  Goom  io  Fireose  ebbe  grande  caro 
e  altre  noritadi iri 

Gap.  Xm.  Goae  in  FireoM  Tonnono  rcBfaie  di 
Santo  Ramaba iri 

Gap.  XIV.  Goaie  lo  ^nperadore  assediò  Gresil 
na,  e  soa  gente  ebbe  Vìcenn     ....     iri 

Gap.  XV.  GonM  lo  *nipcrndore  ebbe  fa  città  di 
GreaMMM .  225 

Gap.  XVL  GoaM  i  Fiorenlìnì  per  fa  Tonata  del- 
lo *Bperadore  traaaono  di  bendo  lotti  ì  goeli .     iri 

Gap. XVn.  Goom  i  Fioreotioi  eoo  lotte  fatano 
goelfe  di  Toscaoa  fedooo  lega  iosieoM  coo- 
tra  lo  *oiperodore ni 

Gap.  XVm.  Goom  fl  re  Roberto  Seco  pìgfiore 
per  iogoono  i  gbibellfai  di  RoMgoo      .     .     iri 

Gap.  XOL  ÌÈ  compreso  mei  mrnwtero 
ieole.)  Gome  il   Barcbese  del   popò 
Faoo  e  Pesaro i^ 

Gap.  XX-  (xix.)  Goom  lo^oipcradore  Arrigo  ek- 
be  fa  città  di  Rreada  per  aaaedio  .     .     .     .    rri 

Gap.  XXL  (xz.)  Gome  i  Fiorentini  e'LoedMaì 
goeroirooo  fa  irootiere  per  fa  Tooota  éeOo'oi- 
peradore ^^^ 

Gap.  XXn.  (xxi.)  Goom  pepo  GIomoIo  diede 
legrà  aflo  'aiperadore  Arrigo  cba  *1  coffonos 
sooó 

Gap.  XXnL  (xxn.)  Gom  pape  GteMato  feco 
coocilio  0  Vieona  fa  Rorgogna  e  cononinò 
Santo  Lodorieo  iglinolo  del  re  Carlo  .     .     . 

Gap.  XXIV.  (xzm.)  Goaae  fa  'aiperadoro  Arrigo 
Tenne  nelfa  città  di  GenoTO 

Gap.  XXV.  (xxit.)  Goaae  fa  Amso  Tenne  tìco- 
rio  d^iaperìo 

Gap.  XXVL  (xxt.)  GonM  fa  Krenso  Tennero  ns- 
bosciadorì  deUo  ^aiperodore,  e  faioooe  coo- 
cfati W 

Gap.  XXVn.  (xxtl)  Goom  ì  Fioreotini 
rono  loro  auanade  fa  f<nigfana  per 
tradiare  ì  passi  aHo  *oiperodore  .... 

Gap.  XXVIIL(xitil)  Goioe  fa  GenoTO  BMri  fa*oi- 
peradrioe 

Gap.  XXDL  (xxyol)  Goom  fa  'aiperadoro  faoo 
soo  prooesso  coolro  i  Fioreotioi  .... 

Gap.  XXX.  (xxn.)  Di  scaodafa  cb'ebbe  io  Fi- 
reose tra*  lanainoli 

Gap.  XXXL  (xxx.)  Goaae  il  re  Roberto 
gente  a*  Florenlioi  per  eootraatoro  fa 
radere ^ 

Gap.  XXXn.  (zxxl)  Gooie  fa  città  di  Rroodo  oi 
robellò  alfa  'oiperodore rri 

Gap.  XXXUL  (xxxn.)  Goom  fa  Pinoso  ebbe  fron- 
de oorità  per  fa  aM»rte  di  oMsser  Panico  de* 
Pani iri 


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INDICE. 


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Cap.  CXXXIV.  (cxxxui.)  Come  Federigo  di  Ci- 
cilia fu  scomanicato,  e  come  fece  coronare 
il  AgUaolo  del  «reame* 253 

Cap.  CXAXV.  (cxxxit.)  Come  i  Fiorentini  man- 
darono in  Frioli  per  cavalieri ivi 

Cap.  CXXXYI.  (cxxxv.)  Come  fa  il  poeta  Dante 
Alighieri  di  Firenze ivi 

Cap.  «CXXXVn.  (cxxzvi.)  Come  i  Fiorentini  rì- 
masono  fuori  della  signoria  del  re  Ruberto 
e  feciono  parte  delle  mura  della  città  •     .  254 

Cap.  CXXXVIIL  (cxzxvu.)  Come  il  re  d' In^ 
ghilterra  fece  uccidere  il  cugino  e  più  iuoi 
baroni,  e  come  gli  Scotti  gli  cominciarono 
guerra ivi 

Cap.  CXXXIX.  (cxxxviu.)  Come  i  Perugini  eb- 
bono  la  città  d'  Ascesi  per  assedio  ...     ivi 

Cap.  CXL.  (cxxxix.)  Come  la  parte  ghibellina 
furono  cacciati  di  Fano ivi 

Cap.  CXLI.  (cxl.)  Come  Federigo  conte  da 
Montefeltro  fu  morto  a  remore  da  quegli 
d*  Urbino ivi 

Cap.  CXLII.  (per  fallo  cxl.)  Come  la  città  d'O- 
simo  si  rendè  alla  Chiesa 255 

Cap.  CXLIII.  (cxu.)  Come  la  città  di  Recanati  si 
rendo  alla  Chiesa,  e  come  il  marchese  la 
fece  disfare ivi 

Cap.  CXUY.  (cxlii.)  Come  i  Visconti  signori 
di  Milano  furono  scomunicati,  e  come  la  Chie- 
sa fece  venire  centra  loro  il  dogio  d'  Oste- 
nti       ivi 

Cap.  CXLY.  (per  fallo  cxuv.)  Come  i  signori 
di  Milano  sotto  trattato  d'accordo  colla  Chie- 
sa corruppono  il  dogio  d*  Osterich,  sicché 
si  tornò  in  Alamagna    • ivi 

Cap.  CXLVI.  (cxlv.)  Come  i  Pistoiesi  fedone 
trìegua  con  Castruccio  centra  '1  volere  de' Fio- 
rentini  256 

Cap.  CXLVII.  (cxlvì.)  Come  in  Siena  ebbe  re- 
more e  novitade ivi 

Cap.  CXLVIIL  (cxivii.)  Come  i  ghibellini  di 
Colle  Tollono  prendere  la  terra  e  furono 
sconfitti ivi 

Cap.  CXLIX.  (cxiviu.)  Come  il  soldano  della  Se- 
ria corse  e  prese  quasi  tutta  V  Erminia  .     .     ivi 

Cap.  CL  -(cxux.)  Come  il  re  Tunisi  cacciato  di 
signoria  la  racqnistò     .     • ivi 

Cap.  CLL  (ci.)  Come  il  vescovo  d'Areizo  co- 
minciò guerra  a*  Conti,  e  prese  Castelfoco- 
gaano ivi 

Cap.  CLn.  (cu.)  Come  Romeo  de'  Feppoli  e  suo 
seguito  vennono  per  prendere  Bologna  e  an- 
darne in  isconfitta 257 

Cap.  CLUI.  (cui.)  De'romori  e  grandi  novità 
eh'  ebbe  nella  città  di  Pisa  per  la  setta  de' 
cittadini ivi 

Cap.  CLIY.  (cuii.)  Come  Castruccio  fece  uno 
grande  cutello  in  Lucca ivi 

Cap.  CLV.  (ouv.)  Come  il  re  di  Tunisi  fu  rì- 
oacciato  della  signoria  •     .     .     .     .     .     .258 

Cap.  CLYI.  (clv.)  Come  morì  messer  Maffeo  Vi- 
sconti capitone  di  Milano ivi 


Cap.  CLVn.  (clvi.)  Come  nella  Chiesa  di  Roma 
nacque  grande  quislione  sopra  la  povertà  di 
Cristo 

Cap.  CLVIII.  (clyii.)  Come  in  Firenze  s*  ordinò 
una  fiera,  e  altre  novitadi 

Cap.  CLIX.  (clviii.)  Di  guerra  che  fu  in  Cicilia 
e  in  Calavria 

Cap.  CLX  (clix.)  Come  messer  Ramondo  di  Car- 
dona  capitano  per  la  Chiesa  fu  sconfitto  al 
ponte  a  Basignano 

Cap.  CLXI.  (cuc.)  Conta  di  grande  guerra  tra 
il  re  d' Inghilterra  e  quello  di  Scozia    .     . 

Cap.  CLXII.  (clxi.)  Come  la  città  d'  Osimo  si 
rubellò  alla  Chiesa   •     .     • 

Cap.  CLXIIL  (cuiii.)  Come  i  Fiorentini  feciono 
una  grande  rannata  di  gente  cred^dosia- 
vere  alcuna  terra  di  Castruccio        .     .     . 

Cap.  CLXIV.  (cxliii.)  Come  ambasciadori  del 
dogio  d' Osterich  feciono  fare  triegua  in 
Lombardia  a  danno  della  Chiesa  .... 

Cap.  CLXV.  (clxiv.)  Come  i  Pisani  in  certa 
parte  ruppono  la  pace  a'  Fiorentini  .     .     . 

Cap.  CLXVI.  (clxv.)  Come  i  Fiorentini  racqui- 
staro  il  castello  di  Caposelvoli     .... 

Cap.  CLXVII.  (clxvi.)  Come  il  signore  di  Man- 
tova e  quello  di  Verona  vennono  a  oste  a 
Reggio 

Cap.  CLXVlll.  (clxvu.)  Come  nella  città  di 
Parma  ebbe  battaglia  tra'  cittadini     .     .     . 

Cap.  CLXIX.  (clxviii.)  Come  i  signori  di  Ra- 
venna s'uccisone  insieme 

Cap.  CLXX.  (clxjx.)  Come  gli  usciti  di  Geno- 
va abbono  Albingano 

Cap.  CLXXI.  (clxx.)  Come  papa  Giovanni  fe- 
ce battere  moneta,  fatta  come  il  fiorino 
d'oro 

Gap.  CLXXH.  (clxxi.)  Come  il  re  di  Francia 
lasciò  la  prima  moglie,  e  prese  la  figliuola 
che  fu  d'Arrigo  imperadore 

Cap.  CLXXIIL  (clxxii.)  Come  il  r6  Ruberto 
voUe  essere  morto  a  Vignone     .... 

Cap.  CLXXIV.  (clxxiu.)  Come  i  Fiorentini  ri- 
feciono  Casaglia,  e  ripresone  le  ville  e  po- 
poli d'Anpinana  in  Mugello 

Cap.  CLXXV.  (clxxiv.)  Come  1'  eletto  d'Oste- 
rich  fu  sconfitto  da  quello  di  Baviera.     .     . 

Gap.  CLXXVI.  (clxxv.)  Come  il  re  d'Unghe- 
ria venne  sopra  il  re  di  Russia   .... 

Cap.  CLXXVIL  (clxxvi.)  Come  gli  Ubaldini  si 
diedono  alla  signoria  de'  Fiorentini    .     .     . 

Gap.  CLXXVUL  (clxxvii.)  Geme  messer  Ver- 
giù  di  Landa  rubellò  Piacenza  a  messer  Ga- 
leasso  Visconti  di  Milano   ...... 

Gap.  CLXXIX.  (clxxviii.)  Di  grande  fortuna  che 
fu  in  mare  e  in  terra 

Gap.  CLXXX.  (clxxix.)  Come  gli  Scotti  scon- 
fissone (^l'Inghilesi 

Gap.  GLXXXI.  (clxxx.)  Come  messer  Calcasse 
Visconti  fu  cacciato  di  Milano 

Gap.  GLXXXII.  (clxxxi.)  Come  Mencia  fu  pre- 
sa e  corsa  per  quegli  di  Milano  •     •     •     « 


Pag. 
258 

•  « 

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263 


5S8 


INDICE. 


Cap.  CLXXXm.  (CLxzxu.)  Cone  certi  deUt  ca- 
sa de'  Tolonei  fedono  grande  gaem  nel 
contado  di  Siena •     •  863 

Cap.  CLXXXIY.  (clxxxiu.)  Come  mesaer  6a- 
leaaso  Visconti  ritornò  in  Milano     •     •     .     ivi 

Cap.  CLXXXY.  (clxxxiv.)  Come  Luis  d'Univer- 
sa fa  fatto  conte  di  Fiandra ivi 

Cap.  CLXXXVI.  (clxxxv.)  Del  grande  freddo 
che  fa  in  Italia  e  carestia ivi 

Cap.  CLXXXVIL  (clxxxvI.)  Come  i  Fiorentini 
mandarono  loro  gente  In  Lombardia  sopra 
Milano .  S64 

Cap.  CLXXXVIII.  (clxxxvo.)  Come  gli  usciti 
di  Genova  furono  sconfitti  e  levati  dall^asse- 
dio  di  Genova ivi 

Cap.  CLXXXIX.  (cuuucvm.)  Come  il  re  di  Tu- 
nisi cacciato  ricoverò  la  signoria.    .    •     .     ivi 

Cap.  CXC.  (clxxjcu.)  Come  la  città  di  Tortona 
s'arrendo  alla  Chiesa  e  al  re  Ruberto.     .     .     ivi 

Cap.  CXCL  (cxc.)  Come  V  oste  di  Milano  fu- 
rono sconfitti  da  quegli  della  Chiesa  in  sul 
fiume  d'Adda ivi 

Cap.  CXCII.  (cxci.)  Come  i  Padovani  si  paci- 
ficaro  insieme  co'  loro  usciti 265 

Cap.  CXCIIL  (cxai.)  Come  Castruccio  riacqui- 
stò certe  castella  di  Garfagnana  che  gli  e- 
rano  fatte  rubellare  per  gli  Fiorentini     •     .     ivi 

Cap.  CXCIY.  (cxciii.)  Come  pace  fu  tra  Te- 
letto  imperadore  di  Baviera  e  quello  d'Osterioh     ivi 

Cap.  CXCV.  (cxciv.)  Come  Alessandria  in  Lom- 
bardia si  rendè  al  legato  del  papa  e  al  re 
Ruberto ivi 

Cap.  CXCVI.  (cxcv.)  Come  il  dogio  di  Baviera 
eletto  imperadore  mandò  al  legato  in  Lom- 
bardia che  non  guerreggiasse  le  terre  del- 
lo ^mperio ivi 

Cap.  CXCVU.  (cxcvi.)  Come  la  città  d'Orbino 
si  rubellò  alla  Chiesa ivi 

Cap.  CXCVm.  (cxcvu.)  Come  giudice  d'Ar- 
borea di  Sardigna  si  rubellò  da'  Pisani  a  pe- 
tizione del  re  d'Araona ivi 

Cap.  CXCIX.  (txcvili.)  Come  messer  Marco 
Visconti  di  Milano  fu  sconfitto  dalla  gente 
della  Chiesa 266 

Cap.  CC.  (cxcix.)  Come  il  conte  di  Gorizia 
mori  per  veleno ivi 

Cap.  CCL  (ce.)  Come  il  conte  Novello  venne 
in  Firenze  per  capitano  di  guerra     •     .    •     ivi 

Cap.  CCn.  (coi.)  Come  grande  scandalo  fu  nel- 
l' oste  della  Chiesa  a  Monda ivi 

Cap.  CCIIL  (ccu.)  Ancora  di  grande  scandalo 
che  fu  in  Piacenza  tra  la  gente  della  Chiesa .     ivi 

Cap.  CCIV.  (ccui.)  Come  i  Fiorentini  per  let- 
tere di  papa  fedono  imposta  al  cherlcato  .     ivi 

Cap.  CCV.  (cciv.  e  ccv.)  Come  gli  Aretini  fe- 
dono oste  sopra  la  terra  d'Ugucdone  da 
Faggiuola 267 

Cap.  CCVI.  Come  lunga  triegna  fu  fatta  dal  re 
d' Inghilterra  e  quello  di  Scozia  »    •     .     .     ivi 

Cap.  CCVll.  Come  i  Perugini  tornarono  all'as- 
sedio di  Spulcio •    •    •     •     ivi 


Pig. 

Cap.  CCVm.  Come  il  capitaM)  de'soMali  frio- 
Uni,  di'  erano  co'  Fiorentini,  se  a'  andò  a 
Cutrucdo •    •    •  267 

Cap.  CCDL  Come  Cutrucdo  fece  oste  aUe  ca- 
stella di  Valdarno  di  ponente ivi 

Cap.  CCX.  ComeNanfus  figliuolo  del  re  d'A- 
raona  andò  con  sua  armata  in  su  l' isola  di 
Sardigna ivi 

Cap.  CCXI.  Come  messer  Ramondo  di  Cardona 
•olla  gente  della  Chiesa  e  della  lega  di  To- 
scana e  Lombardia  paone  oste  alla  città  di 
Milano 368 

Cap.  CCXIL  Cosm  la  dttà  di  MUano  fu  soc- 
corsa, e  come  l'oste  della  Chiesa  se  ne 
parti tri 

Cap.  CCXHL  Come  quegli  di  Milano  assedia- 
ro  l'oste  della  Chiesa  in  Monda,  ma  levar- 
sene in  isconfitta.    .•••••••     ivi 

Cap.  CCXIV.  Come  Cutrucdo  venne  ad  oste  a 
Prato,  e  come  i  Fiorentini  vi  cavalcarono, 
e  le  novità  che  ne  furono  in  Firenze    •    .  269 

Cap.  CCXV.  Come  il  vescovo  .d*  Arezzo  prese 
il  cMtello  di  Rondine 270 

Cap.  CCXVI.  Come  Cutelfranco  d  mbellò  a'Bo- 
lognesi,  e  come  loriebbono  .....     ivi 

Cap.  CCXVU.  Come  died. galee  de'  Genoved 
furono  prese  da'  Turchi  per  tradimento     .     ivi 

Cap.  CCX  Vili.  Come  Santo  Tommaso  d'Aquino 
fu  canonizzato  da  papa  Giovanni  ....     ivi 

Cap.  CCXIX.  Di  grande  novitade  eh'  ebbe  in 
Firenze  per  cagione  degli  sbanditi    •     .    .     ifi 

Cap.  CCXX.  Come  Cutrucdo  guastò  le  cutella 
di  Valdarno  di  sotto 271 

Cap.  CCXXl.  Come  quegli  di  Bruggia  in  Fian- 
dra presono  e  arsone  il  porto  delle  Schiuse,     iti 

Cap.  CCXXII.  D'  uno  vento  putilenzioso  che  fìi 
in  Italia  e  in  Francia    • M 

Cap.  CCXXIU.  Come  quegli  di  Bergamo  furono 
sconfitti  da  gente  della  Chiesa    •     •     .    .     ivi 

Cap.  CCXXIV.  Come  i  mercatanti  viniziani  scon- 
fissono  gì'  Inghilui  in  mare iW 

Cap.  CCXXV.  Come  i  Fiorentini  perdorono  il 
cutello  della  Trappola  con  loro  vergogna  .     M 

Cap.  CCXXVl.  Come  il  vescovo  d'Arezzo  ebbe 
la  dttà  di  Cutello  per  tradimento     •     .    .  272 

Cap.  CCXXVn.  Come  il  papa  scomunicò  Lodo- 
vico di  Baviera  detto  imperadore    ...     ivi 

Cap.  CCXXVIII.  D'una  grande  tempwU  che  fu 
nel  mare  maggiore  • i^ 

Cap.  CCXXDL  Di  novità  che  furono  in  Firenze 
per  cagione  degli  ufid  e  delle  sette      •    .    M 

Cap.  CCXXX.  Come  Cutrucdo  yoUe  pigliare 
Pisa  per  tradimento i^ 

Cap.  CCXXXL  Come  la  gente  della  Chiesa  ab- 
bono danno  a  Carrara  in  Lombardia     .    •  273 

Cap.  CCXXXII.  Come  il  popolo  minuto  di  Fiu- 
dra  si  rubellarono  centra  i  nobili  e  dislrus- 
songli i^ 

Cap.  CCXXXUL  Come  Cutmcdo  prese  Fa- 
cecchio,  e  incontanente  ne  fo  cacdato  in 
isconfitta   . M 


INDICE. 


529 


Pag. 

Cip.  COXXXIV.  D'  ano  grande  miracolo  eh*  ap- 
parve in  Proenza      .*•••••..  273 

Gap.  CCXXXV,  Come  il  vescovo  d*  Arezzo  ebbe 
e  prese  la  rocca  di  Caprese 274 

Cap.  CCXXXVI.  Come  gli  usciti  di  Piacenza  fu- 
rono sconfìiti  dalla  gente  della  Chiesa  .     .     ivi 

Cap.  TCXXXVn.  Come  i  Pisani  furono  sconfitti 
in  Sardigna  dallo  *Dfante  d'Araona    ...     ivi 

Gap.  GCXXXVIIJ.  Come  i  Fiorentini  mandarono 
in  Francia  per  cavalieri ivi 

Gap.  CCXXXIX.  Come  messer  Ramondo  di  Gar- 
dena fa  sconfitto  da  quegli  di  Milano,  e  preso,     ivi 

Gap.  CCXL.  Come  il  vicario  del  re  Roberto  fu 
cacciato  da*  Pistoiesi ivi 

Gap.  CCXLI.  Come  i  Tartari  di  Gazzeria  corso- 
sono  Grecia 275 

Gap.  CCXLU.  Come  papa  Giovanni  ancora  fece 
processo  contra  1'  eletto  di  Baviera  ...     ivi 

Gap.  GCXLIU.  Come  Toste  di  Milano  si  parti 
dair  assedio  di  Mencia  con  loro  danno  •     .     ivi 

Gap.  CCXUV.  Come  i  Perugini  coli*  aiuto  de* 
Toscani  ebbono  la  città  di  Spoleto  .     .     ,     ivi 

Gap.  CCXLV.  Di  certi  ordini  fatti  in  Firenze 
contra  gli  ornamenti  delle  donne,  e  di  trar- 
re di  bando  isbanditi [ivi 

Gap.  CCXLVI.  Come  il  papa  scomunicò  il  ve- 
scovo d*  Arezzo ivi 

Gap.  CCXLVII.  Come  il  conte  Novello  prese 
Carmignano 276 

Gap.  GCXLVIII.  Come  il  re  di  Francia,  venne  in 
Proeoza  per  procacciare  d'essere  imperadore.     ivi 

Gap.  GCXUX.  Come  il  re  Roberto  si  parti  dì 
corte  di  papa  e  andonne  a  Napoli    ...     ivi 

Gap.  CCL.  Come  gente  di  Milano  furono  scon- 
fltli  da  messer  Arrigo  di  Fiandra  ....     ivi 

Gap.  GCLI.  Come  i  Pisani  forono  sconfitti  un* 
altra  volta  in  Sardigoa ivi 

Gap.  CCLIl.  Come  gente  di  Castruccio  ricevet- 
tono  danno  a  Castelfranco ivi 

Gap.  GCLUL  Come  i  Fiorentini  mandarono  a- 
ìuto  a'  Perugini  sopra  la  città  di  Castello    .     i?i 

Gap.  GCLIV.  Come  il  conte  Novello  si  tornò  a 
Napoli 277 

Gap.  CCLY.  Come  il  dogio  d' Osterich  e  quello 
di  Chiarentana  passarono  in  Lombardia  con- 
tro a  messer  Cane ivi 

Gap.  CCLVI.  Della  grandezza  ed  edificazione  della 
città  di  Firenze  alle  nuove  cerchia  e  mora  .     ivi 

Gap.  CCLVII.  (per  fallo  cclviu.^  Ancora  della 
edificazione  delle  mura  d*  ol^rno  ....  278 

Gap.  GCLVUI.  (cclix.)  Come  gente  della  Chiesa 
furono  sconfitti  da  quelli  di  Milano    •     .     .  279 

Gap.  CCUX.  (cclx.)  Come  i  Pisani  fecero  pace 
con  r  infante  d*  Araono  io  Sardigna    •     .     ivi 

Gap.  CCLX.  (cclxi.)  Come  il  legato  ebbe  Castel- 
laqoaro ivi 

Gap.  CCLXL  (cclxh  )  Come  messerFilippo  Tedici 
di  Pistoia  tolse  la  terra  air  abete  da  Facciano 
600  zio ivi 

Gap.  CCLXU.  (cxlxiii.)  Come  il  re  di  Francia 
tolse  por  moglie  la  cogina      .     .    •     •    •     ivi 


Pag. 

Gap.  GCLXHI.  (ccuav.)  Come  ai  cominciò  gaer« 
ra  in  Goascogna  tra  '1  re  '^di  Francia  e  quello 
d'Inghilterra 279 

Gap.  CCLXIV.  (cclxv.)  Come  il  papa  Giovanni 
scomunicò  Lodovico  di  Baviera  eletto  re  dei 
Romani 280 

Gap.  cclxv.  (cclxvi.)  Come  i  Halatosti  da  Ri- 
mine furono  sconfitti  a  Orbino ivi 

Gap.  GCLXVI.  (cclzvu.)  Come  i  ghibeUini  di 
Romagna  vollono  pigliare  Cesena  ....     ivi 

Gap.  GCLXVn.  (ccu^iu.)  Come  il  re  di  Francia 
si  credette  essere  eletto  imperadore  ...     ivi 

Gap.  GCLXVill.  (cclxuc.)  Come  messer  Carlo 
di  Valois  acquistò  parte  di  Gnascogna    .     .     ivi 

Gap.  GCLXIX.  (cclxx.)  Come  i  Pistoiesi  fedo- 
ne triegua  con  Castruccio  contra  '1  volere 
de' Fiorentini •     ivi 

Gap.  cclxx.  (cclxxi.)  Come  il  signore  di  Milano 
riprese  Mencia 281 

Gap.  CCLXXI.  (cclxxii.)  Come  moto  stato  di 
reggimento  in  Firenze  .......     ivi 

Gap.  CCLXXII.  (cclxxiii.)  Come  il  comune  di 
Firenze  acquistò  il  castello  di  Lanciolina  .     .     ivi 

Gap.  cclxxiii.  (cclxxiv.)  Come  in  Mogello  ai 
fece  una  terra ivi 

Gap.  CCLXXIV.  (cclxxv.)  Dell*  appello  ohe  V  e- 
letto  di  Baviera  fece  contro  al  papa  .     .     •     ivi 

Gap.  cclxxv.  (cclxxvi.)  Come  i  marchesi  da 
Esti  tolsono  Argenta  alla  Chiesa     ...     ivi 

Gap.  cclxxvi.  (cclxxvii.)  Della  venuta  de'ca- 
valieri  franceschi   in  Firenze 282 

Gap.  cclxxvii.  (cclxxviii.)  Come  il  legato  car- 
dinale credette  avere  la  città  di  Lodi,  e  furo- 
no sconfitti     « ivi 

Gap.  CCLXXVUL  (cclxxix.)  Come  il  papa  sco- 
municò chi  facesse  contraffare  il  fiorino  d'oro     ivi 

Gap.  cclxxix.  (cclxxx.)  Come  Carmignano  si 
rendè  al  comune  di  Firenze ivi 

Gap.  CCLXXX.  (cclxxxi.)  Come  il  re  Ruberto 
volle  esser  morto  in  Napoli ivi 

Gap.  cclxxxi.  (cclxxxii.)  Come  il  prenze  della 
Morea  passò  in  Romania ivi 

Gap.  CCLXXXII.  (cclxxxiu.)  Come  quelli  della 
terra  di  Bruggia  ai  rubellarono  al  eonte  di 
Fiandra ivi 

Gap.  cclxxxiu.  (cclxxxiv.)  Come  in  Firenze 
ebbe  mutazione  per  cagione  delle  sette  .     .  283 

Gap.  CCLXXXIV.  (cclxxxv.)  Di  motazione  mossa 
nella  città  di  Siena •     *     •      i^i 

Gap.  cclxxxv.  (cclxxxvì.)  Come  Castraccio 
prese  la  Sambuca,  e*  Pistoiesi  s*  accorda- 
rono co' Fiorentini ivi 

Gap.  CCLXXXVL  (cclxxxvii.)  Come  la  taglia  de* 
cavalieri  eh*  erano  a  Castello  cavalcarono  so- 
pra gli  Aretini     .     • ivi 

Gap.  cclxxxvii.  (cclxxxviu.)  Come  si  Iras- 
sono  de*  grandi  certe  schiatte  di  Firenze     .      ivi 

Gap.  cclxxxviu.  Ccclxxxix.)  Come  Azze  Vi- 
sconti di  Milano  prese  il  borgo  San  Donnino  .  284 

Cap.  GCLXXXIX.  (ccxc.)  Come  Castruccio  volle 
fare  uccidere  il  conte  Nieri  di  Pisa  .     .     •     ivi 

34 


5S0 


INDICE. 


Cap.  CCXC.  (cczci.)  Cobo  nuova  moneta  pio- 
dola  fi  foco  in  Firento  ....... 

Gap.  CCXCI.  (ccxcii.)  Di  mirtoolosa  neve  che 
venne  in  Toscana 

Cap.  CCXOIL  (ccxciu.)  Come  Castruccio  ordinò 
tradimento  in   Firenze  ....... 

Cap.  CCXCIIL  (ccxciv.)  Come  aloono  accordo 
fa  tra  gli  eletti  della  k agna 

Cap.  CCXCIV.  (ccxcv.)  Come  Castmceio  tigno- 
re  di  Lacca  ebbe  la  città  di  Piatoia  .     .     . 

Cap.  CCXCV.  (ccxcvi.)  Come  meaaer  Ramondo 
di  Cardona  venne  in  Firenze  per  capitano 
di  gnerra 

Cap.  CCXCVL  (cczcvii.)  Come  il  duca  di  Cala- 
vra  con  grande  armata  andò  aopra  la  Ci- 
cilia  

Cap.  CCXCVH.  (cczoyui.)  Di  segno  eh*  apparve 
in  aria 

Cap.  CCXCVm.  (ccxcu.)  Come  i  Fiorentini  eb- 
bono  il  castello  d*  Arlimino 

Cap.  CCXCIX.  (ecc.)  Come  la  gente  del  marche- 
se della  Marca  fu  sconfitta  ad  Osimo     .     . 

Cap.  ecc.  (ccci.)  L*  apparecchiamento  delP  o- 
ste  de*  Fiorentini 

Cap.  CCCI.  (cccu.)  Come  Toste  de* Fiorentini 
andò  a  Pistoia,  e  come  presono  il  passo  della 
Goisciana 

Cap.  CCCU.  (ceni.)  Come  i  Fiorenliai  ebbono 
Cappiano  e  '1  ponte,  e  poi  Montefalcone 

Gap.  CCCIU.  (ccciv.)  Come  il  castello  d*AUopa- 
scio  s*  arrendè  a*  Fiorentini 

Cap.  CCCIV.  (cccv.)  Come  i  Fiorentini  forono 
sconfitti  ad  Altopascio  da  Castrnccio  .     .     . 

Cap.  CCCV.  (cccv.  È  unito  colV antecedente.') 
Di  quello  medesimo 

Cap.  CCCVI.  (cccv.  £  fino  eo^  due  anteceden- 
ti,) Di  quella  materia  medesima     .... 

Cap.  CCCVU.  (cccvi.)  (k>me  a  Cortona  fu  resti- 
tuito il  vescovado     ........ 

Cap.  CCCYIII.  (cccvii.)  Come  il  legato  del  pa- 
pa fece  fare  oste  al  borgo  a  San  Donnino  . 
'  Cap.  CCCIX.  (cccviii.)  Come  il  re  d*  Araona  ri- 
cominciò guerra  a*  Pisani 

Cap.  CCCX.  (cccix.)  Come  il  conte  di  Fiandra 
fu  sconfitto  e  preso  a  Coltrai  da  quegli  di 
Bruggia 

Cap.  CCGXT.  (cccx.)  De'  fatti  di  Firenze  .     .     . 

Cap.  CCCXII.  (cccxi.)  Come  il  conte  di  Savoia 
fu  scoufilto  dal  Delfino  di  Vienna      .     .     . 

Gap.  CCCXIII.  (cccxii.)  Come  il  conte  Alberto 
da  Mangone  fu  morto,  e  il  suo  contado  rimue 
a*  Fiorentini 

Gap.  CCGXIV.  (cccxui.)  Come  il  Monte  a  San- 
savino  fu  distrutto 

Cap.  GGGXV.  (cccxiv.)  Come  si  compiè  pace 
tra  1  re  di  Francia  e  d*  Inghilterra  per  la 
guerra  di  Guascogna     ....... 

Gap.  GGCXVI.  (cccxv.)  Come  i  due  eletti  d*A- 
iamagna  feciono  accordo  insieme,  e  Federigo 
d*  Osterich  fu  tratto  di  pregione .... 

Gap.  GGCXVil.  (cccxvi.)  Come  Castruccio  con 


Pag. 

284 

.  . 
ivt 

•  • 

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•  . 

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.      . 

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•     • 

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■      • 

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291 


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IVI 


sua  oste  venne  in  sul   contado   di  Firenze 
presso  alla  città,  ardendo  e  guutando  .    . 

Gap.  (XCXVin.  (cccxvi.  jÈ  campre$o  ne^on- 

teeedemte).  Della  materia  medesima   .     .    . 

Gap.  GGGXIX.  (cccxvii.)  Come  Castruccio  con 

Azzo  di  Milano  ritornò  con  loro  oste  alla 

città  di  Firenze    •     .  , 

Gap.  GCGXX.  (cccxvu.  È  legato  eolTanieced,) 
Dello  stato  di  Firenze  medesimo  .     •     .    . 
Gap.  GCGXXL  (cccxvui.)   Come  il  conte  Ugo 
da  Battifolle  ritolse  certo  contado  a*  Fioren- 
tini in  Mugello 

Gap.  GGGXXIL  (cccxa.)  Como  Castruccio  ven- 
ne a  oste  a  Prato 

Gap.  GGCXXIlT.  (cccxx.)  Come  Castruccio  tornò 
in  Lucca  con  grande  trionfo  per  la  aoa  vit- 
toria      

Gap.  GGGXXIV,  (cccxxi.)  Come  i  Fiorentini  es- 
sendo in  male  stato  si  provvidono  di  mo- 
neta e  di  gente 

Gap.  CGGXXV.  (cccxxii.)  Come  i  Bolognesi  fu- 
rono sconfitti  da  messer  Passerino  signore 
di  Mantova  e  di  Modena 

Gap.  GGGXXVI.  (cccxxii.  Sta  coU*anUced.)  Di 
quello  medesimo 

Gap.  GGGXXVU.  (cccxxui.)  Come  messer  Pas- 
serino signore  di  Mantova  e  di  Modona  ven- 
ne a  oste  alla  città  di  Bologna    .... 

Gap.  GGGXXVllI.  (cccxxiv.)  Come  Castruccio 
fece  trattare*falsa  pace  co*  parenti  fiorentini 
de*  suoi  pregioni 

Cap.  CCCXXIX.  (cccxxv.)  Dell*  assedio  e  per- 
dita di  Montemurlo 

Gap.  GGGXXX.  (cccxxvi.)  Di  gente  che  mandò 
il  re  Ruberto  a*  Fiorentioi 

Gap.  CGCXXXI.  (cccxxvu.)  Della  sconfttU  che*e* 
Pisani  ebbono  in  mare  in  Sardigna  dal  re 
d*  Araona,  e  come  feciono  pace  .     .     .    -. 

Gap.  GGGXXXll.  (cccxxviii.)  Come  la  gente  di 
Castruccio  eh*  erano  in  Sigoa  corsone  infi- 
no alla  città  di  Firenze 

Gap.  GGGXXXni.  (cccxxix.)  Come  i  Fiorentioi 
stanziarono  di  dare  la  signoria  della  città  e 
contado  al  duca  di  Calavra  figliuolo  del  re 
Ruberto 

Gap.  GCCXXXIV.  (cccxxx.)  Come  quegli  di 
Bruggia  in  Fiandra  furono  sconfitti,  e  Iras- 
sono  il  loro  conte  di  pregione     .... 

Gap.  GGGXXXV.  (cccxxxi,  cccxxxii.)  Come  lo  *n- 
fante  figliuolo  del  re  d*  Araona  tolse  le  de- 
cime del  papa     

Gap.  GGGXXX  vi.  (cccxxxiii.)  Come  i  Fioren- 
tini feciono  loro  capitano  di  guerra  messer 
Piero  di  Narsi 

Gap.  GGGXXXVIL  (cccxxxiv.)  Come  per  gli  ghi- 
bellini della  Marca  fh  presa  la  Roccacontrada  . 

Gap.  CGGXXXVUI.  (cccxxxv.)  Come  Castmceio 
arse  Saucasciano  e  venne  infino  a  Peretola 
e  poi  arse  e  abbandonò  Signa 

Gap.  CGGXXXIX.  (cccxxxv.  È  compreso  nel^ 
Vantecedente»)  Di  quello  medesimo  .    •    • 


Pif. 

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293 


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Cap.  CCCXL.  (ecciixTi.)  Come  i  Bolognesi  fé- 
ciotto  pece  con  meMer  PaBierino  ....  297 

Cap.  CCCXLL  (ccgxzztil)  Come  certe  nunade 
d^Areuo  furono  sconfitte  da  quelle  deTemgìni     ìtì 

Cap.  CCCXLII.  (cccxxxtui.)  Come  la  gente  della 
Chiesa,  capitano  messer  Vergiù  di  Landa, 
cominciò  guerra  a  Modona , . 

Cap.  CCCXLIII.  (cccxuux.)  Come  il  tcscoto 
d'Arezto  fece  disfare  Laterino 

Cap.  CCCXLIV.  (cccxl.)  Come  i  ghibellini  della 
Marca  corsono  la  città  di  Fermo,  e  ruppono 
la  pace  ordinata  colla  Chiesa  ..... 

Cap.  CCCXLY.  (cccxu.)  Come  Castmccio  con 
sua  gente  caTalcò  in  Creti  e  infine  a  Empoli 

Cap.  CCCXLVI.  (cccxin.)  Come  il  tcscoto  d'A- 
rcuo fa  priTato  dello  spiritaale  per  lo  pape, 
e  come  fu  eletto  legato  per  Tcnire  in  To- 
scana  

Cap.  CCCXL  vii.  (cccxiiii.)  Come  si  ricominciò 
guerra  in  Romsgna 

Cap.  CCCXLVIU.  (cccxut.)  Come  Castracelo 
caTalcò  in  su  quello  di  Prato,  e  fece  fare  u- 
na  fortezza  al  ponte  Agliana 

Cap.  CCCXLDC.  (cccxlt.)  Como  Azzo  Visconti  fe- 
ce guerra  a' Bresciani,  e  tolse  loro  più  castella 

Cap.  CCCL.  (cccxlti.)  Come  messer  Piero  di 
Narsi  capitano  de' Fiorentini  fu  sconfitto  dalla 
gente  di  Castmccio,  e  poi  mozzo  il  capo  . 

Cap.  CCCLL  (cccxiTn.)  Come  il  duca  d'Atene 
Tenne  in  Firenze  Ticarìo  del  duca  di  CalaTra 

Cap.  CCCLIL  (cccxiTin.)  Come  Tarmata  del  re 
Ruberto  andò  in  Cicilia,  e  poi  come  tornò 
in  Maremma  e  nella  RiTiera  di  GenoTa  .     . 

Cap.  CCCUII.  (cccxux.)  Come  il  legato  del 
papa  arriTÒ  in  Toscana  e  Tenne  in  Firenze  . 

Cap.  CCCLIV.  (cccl.)  Come  trecento  caTalieri 
di  quegli  del  signore  di  Milano  furono  scon- 
fitti a  Tortona 

Cap.  CCCLV.  (cccu.)  Come  Tano  da  Iesi  scon- 
fisse la  gente  de*  ghibellini  della  Marca,  e  come 
in  Rimino  fu  fatto  uno  grande  tradimento  . 

Cap.  cccl  vi.  (cccùi.)  Come  il  duca  di  CalaTra 
Tenne  in  Siena,  ed  ebbe  la  signoria  cinque  anni 

LIBRO  DECIMO. 

Cap.  L  Conta  della  Tenuta  in  Firenze  di  Carlo 
duca  di  CalaTra  figliuolo  del  re  Ruberto,  per 
la  cui  Tenuta  fu  cagione,  che  lo  re  eletto 
de'  Romani  Tenne  della  Magna  in  Italia  .     .301 

Cap.  n.  Di  quisUoni  che  *l  duca  mosse  a*  Fio- 
rentini per  istendere  sua  signoria      ...     ìtì 

Cap.  III.  Come  il  cardinale  pubblicò  processo 
con^a  Castmccio  e  *1  tcscoto  d*  Arezzo     .  302 

Cap.  IV.  Del  fallimento  della  compagnia  degli 
Scali  in  Firenze ìtì 

Cap.  V.  Come  si  murò  il  castello  di  Signa  per 
gli  Fiorentini ìtì 

Cap.  VI.  Conta  della  prima  impresa  di  guerra 
cbe^l  duca  di  Calanti  fece  centra  Castmccio.     ìtì 

Cap.  VIL  Come  la  reina  d' Inghilterra  fece  oste 
sopra  il  re  suo  maritOf  e  preselo    •    •    •  303 


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300 


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a     . 

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Cap.  Vni.  (th.)  Di  quello  medesimo      •     .    . 

Cap.  IX.  (tiu.)  Come  ì  Parmigiani  e  poi  ì  Bo- 
lognesi diedono  la  signoria  al  legato  del  papa 

Cap.  X.  (ix.)  Come  il  re  Ruberto  e  '1  duca  mos- 
se ì  primi  patti  a*  Fiorentini 

Cap.  XI.  (X.)  Come  alle  donne  di  Firenze  fu  ren- 
duto  certo  ornamento . 

Cap.  XII.  (xi.)  Come  il  papa  fece  nnoTO  tcscoto 
d'Arezzo •     .     .     .     . 

Cap.  Xin.  (xii.)  Come  Castmócio  Tolle  torre  a' 
Pisani  Vico  loro  castello  ...... 

Cap.  XIV.  (xin.)  Come  più  terre  di  Toscana  si 
diedono  al  duca 

Cap.  XV.  (xit.)  Di  caTalcata  fatta  sopra  Pistoia. 

Cap.  XVI.  (xt.)  De'  fatU  degli  usciti  di  GenoTS . 

Cap.  XVIL  (xvi.)  DelF  estimo  fatto  in  Firenze. 

Cap.  XVIIL  (xtii.)  Come  la  parte  ghibellina  fe- 
ciono  Tcnire  in  Italia  LodoTÌco  duca  di  Ba- 
TÌera  eletto  re  de' Romani 

Cap.  XIX.  (per  fallo  xix.)  Come  l' eletto  di  Ba- 
TÌera  detto  BaTaró  si  fece  coronare  in  Milano 

Cap.  XX.  Di  noTÌtadi  che  fece  il  popolo  di  Ro- 
ma per  r  aTTcnnto  del  BaTaro  che  si  chia- 
maTa  loro  re 

Cap.  XXI.  Come  il  re  Ruberto  mandò  il  prenze 
della  Morea  suo  fratello  con  mille  caTalieri 
nelle  terre  di  Roma 

Cap.  XXn.  Come  al  duca  di  CalaTra  nacque  uno 
figliuolo  in  Firenze 

Cap.  XXIII.  Come  la  città  di  Modona  si  rubellò 
dalla  signoria  di  messere  Passerino  di  MantoTa 

Cap:  XXIV.  Di  noTÌtà  fatte  in  Pisa  per  la  coro- 
nazione del  detto' BaVaro 

Cap.  XXV.  D' uno  trattato  che  '1  duca  ordinò 
per  torre  la  dtlà  di  Lucca  a  Castmccio  e  fa 
discoperto 

Cap.  XXVL  Come  il  legato  cardinale  pubblicò 
in  Firenze  ì  processi  fatti  per  lo  papa  sopra 
il  BaTaro 

Cap.  XXVU.  Della  mbellazione  di  Faenza  in 
Romagna,  il  figliuolo  al  padre     .... 

Cap.  XXVUL  De'  fatti  di  Firenze      .... 

Cap.  XXIX.  Come  il  duca  e'  Fiorentini  feciono 
oste  sopra  Castruccio,  e  presono  per  forza 
il  castello  di  Santa  Maria  a  Monte  .     .     . 

Cap.  XXX.  (per  fallo  xxxi.)  Come  Toste  de'  Fio- 
rentini e  del  duca  abbono  per  forza  il  ca- 
stello d' Artimino 

Cap.  XXXI.  (xxxii.)  Come  il  BaTaro  dispnose 
della  signoria  di  Milano  ì  Visconti  e  misegli 
in  pregione 

Cap.  XXXIL  (xxxiil)  Come  il  BaTaro,  fatto  suo 
parlamento  in  Lombardia,  passò  in  Toscana. 

Cap.  XXXin.  (xxxit.)  Come  il  BaTaro  si  puose 
ad  assediare  la  città  dì  Pisa 

Cap.  XXXIV.  (xxxt.)  Come  il  BaTaro  ebbe  la 
città  di  Fisa 

Cap.  XXXV.  (xxxti.)  Come  quegli  che  fu  tc- 
scoto d'  Arezzo  si  parti  male  in  accordo 
dal  BaTaro  e  tornando  ad  Arezzo  mori  in 
Maremma  .•«••• 


Pag. 
303 

304 

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•      • 

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.      . 

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INDICB. 


Gap.  XXXVI.  (xxxvii.)  Come  il  papa  diede  al- 
cuna fentenzia  coolro  al  Bavaro    .... 

Gap.  XXXVII.  (xxxviii.)  Gome  il  Bavaro  fece 
Caatniccio  duca  di  Lucca  e  d'altre  terre    . 

Gap.  XXXVIII.  (xxm.)  Gome  il  re  di  Scozia 
corte  in  Inghilterra 

Gap.  XXXIX.  (xl.)  Gome  il  popolo  della  città 
d' Imola  fa  sconfitto  dalla  gente  della  Chiesa. 

Gap.  xl.  (xli.)  Gome  in  Firenze  fu  arso  maestro 
Cecco  d*  Ascoli  astrolago,  per  cagione  di 
resia 

Gap.  xli.  (xui.)  Della  morte  del  gran  medieo 
maestro  Dino  di  Firenze 

Gap.  XLIl.  (xuii.)  Gome  messer  Cane  della  Scala 
ricominciò  guerra  a'  Padorani      .... 

Gap.  XLIU.  (xiiv.)  Gome  i  conti  da  Santa  Fiore 
riebbono  Msgliano 

Gap.  XLIV.  (xlv.)  Gome  la  gente  della  Chiesa 
osteggiarono  Faenza 

Gap.  xlv.  (xlyi.)  Quando  morì  il  re  Giamo  d*A- 
raona • 

Gap.  XLVL  (xlvii.)  Gome  il  Bavero  diede  a  Ga- 
struccio  più  castella  de'  Pisani     .... 

Gap.  XLVII.  (xLvin.)  Gome  il  duca  fece  cacciare 
uno  popolono  di  Firenze,  perchò  aringo  con- 
tro a  lui  

Gap.  XLVIIL  (xux.)  Gome  il  Bavero  si  partì 
di  Pisa  per  andare  a  Roma 

Gap.  XLIX.  (l.)  Come  il  duca  di  Galavra  si  partì 
della  città  di  Firenze,  e  andonne  nel  Regno 
per  contrariare  al  Bavaro 

Gap.  L.  (li.)  Gome  il  borgo  a  San  Donnino  s'ar- 
rendo alla  Chiesa 

Gap.  li.  (lii.)  Gome  fu  fatlo  accordo  tra*  Peru- 
gini e  la  Città  di  Castello 

Gap.  lii.  (lui.)  Gome  il  papa  fece  dieci  cardinali. 

Gap.  lui.  (liv.)  Di  certe  novità  che  il  legato  del 
papa  foce  in  Firenze 

Gap.  liv.  (lv.)  Gome  il  Bavaro  si  partì  di  Vi- 
terbo e  andonne  a  Roma 

Gap.  lv.  (lvi.)  Gome  Lodovico  di  Baviera  si 
fece  coronare  per  lo  popolo  di  Roma  per 
loro  re  e  imperadore 

Gap.  lvi.  (lvii.)  Gome  quelli  da  Fabbriano  fu- 
rono sconfitti  dalla  gente  della  Chiesa  .     . 

Gap.  lvii.  (lviii.)  Conta  de*  fatti  di  Firenze    . 

Gap.  LVIIL  (lix.)  Gome  la  città  di  Pistoia  fa 
presa  per  lo  capitano  del  duca  e  de*  Fio- 
rentini   

Gap.  LIX.  (lx.)  Come  Castruccio  si  partì  di  Ro- 
ma dal  Bavaro  sì  tosto  come  seppe  la  per- 
dita di  Pistoia     . 

Gap.  lx.  (lxi.)  Gome  o  quando  morì  Carlo  re 
di  Francia 

Gap.  LXL  (lxii.)  Gome  in  tutta  Italia  fu  cor- 
ruzione di  febbre 

Gap.  LXIL  (lxiii.)  Gome  il  conte  Guglielmo  Spa- 
dalunga  prese  Romena  e  poi  la  lasciò    .     . 

Gap.  LXIIL  (lxiv.)  Come  i  Genovesi  ripresone  il 
castello  di  Volteri 

Gap.  lxiv.  (ixv.)  Come  si  cominciò  guerra  tra* 


Pag. 

313 

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•  • 

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•  • 

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•  • 

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•  . 

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IVI 


Vinisiani  e  gli  asciti  di  Genova  e  que*  di 
Saona S20 

Gap.  LXV.  (lxvi.)  Gome  il  Bavaro  fece  comin- 
ciare guerra  alla  città  d*Orbivieto     .    .    .321 

Gap.  lxvi.  (lxvu.)  Gome  il  Bavero  fece  torre 
la  signoria  di  Viterbo  e  il  suo  tesoro  a  Sal- 
vestro  de*  Gatti  che  n*  era  signore  ...    ivi 

Gap.  LXVH.  (lxviii.)  Gome  il  cancelliere  di  Be- 
rna si  rubellò  al  Bavaro ivi 

Gap.  lxviii.  (lxix.)  Di  certe  leggi  che  fece  in 
Roma  Lodovico  di  Baviera  siccome  impera- 
dore      in 

Gap.  LXIX.  (lxx.)  Sì  come  il  detto  Lodovico 
diede  sentenzia,  e  come  poteo  dispnose  pa- 
pa Giovanni  ventesimosecoodo      .     .     .     .323 

Gap.  lxx.  (lxxi.)  Gome  il  figliuolo  di  messer 
Stefano  della  Colonna  entrò  in  Roma,  e  pub- 
blicò il  processo  del  papa  contro  al  Bavaro .  323 

Gap.  lxxi,  (lxxh.)  Come  il  Bavaro  e  *l  popolo 
di  Roma  feciono  legge  centra  qualunque  pa- 
pa si  partisse  di  Roma ivi 

Gap.  LXXn.  (lxxiii.)  Come  Lodovico  di  Bavie- 
ra col  popolo  di  Roma  elossono  antipapa 
coDtra  al  vero  papa 

Gap.  LXXUI.  (lxxiv.)  Gome  la  città  d*OsUa  fu 
presa  per  le  galee  del  re  Ruberto     .     •    • 

Gap.  lxxiv.  (lxxv.)  Gome  Tantipapa  fece  set- 
te cardinali i^ 

Gap.  lxxv.  (lxxvi.)  Gome  Lodovico  di  Bavie- 
ra si  fece  ricoronare  e  confermare  impera- 
dore al  suo  antipapa 

Gap.  lxxvi.  (lxxvii.)  Come  gente  del  Bavaro 
furono  sconfitti  presso  a  Nami     .... 

Gap.  lxxvii.  (lxxviii.)  Come  il  Bavaro  adoperò 
con  sua  oste  in  Campagna  per  passare  nel 
Regno,  e  come  si  tornò  a  Roma.     ...     ivi 

Gap.  LXXVIIL  (lxxix.)  Gome  papa  Giovanni  a- 
natemizzò  di  scomunica  il  Bavaro  e*  saoi  so- 


lfi 


324 


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325 


guaci 


m 


Gap.  lxxix.  (lxxx.)  Gome  fa  pace  tra  'I  re 
d*  Inghilterra  e  quello  di  Scozia  ....    ivi 

Gap.  lxxx.  (lxxxi.)  Gome  Castruccio  fece  ru- 
bellare  Montemassi  a*  Sanasi ivi 

Gap.  LXXXI.  (lxxxii.)  Gome  fu  preso  e  disfatto 
il  castello  del  Pozzo  sopra  la  Guiscìana.     .    ivi 

Gap.  LXXXII.  (lxxxhi.)  Come  Castruccio  corse 
la  città  di  Pisa  e  fecesene  fare  signore  .     .  326 

Gap.  LXXXIII.  (lxxxiv.)  Gome  i  Fiorentini  ren- 
derono il  castello  di  Mangone  a  messer  Be- 
nuccio  Salimbeni  di  Siena ivi 

Gap.  lxxxiv.  (lxxxv.)  Come  Castruccio  pnose 
Tassodio  alla  città  di  Pistoia ivi 

Gap.  lxxxv.  (lxxxvi.)  Come  i  Fiorentini  fe- 
ciono grande  oste  per  soccorrere  la  città  di 
Pistoia,  e  come  Castruccio  Tebbe  a  patti  .  327 

Gap.  lxxxvi.  (lxxxvh  )  Come  morì  il  duca 
Castruccio  signore  di  Pisa  e  di  Laect  e  di 
Pistoia^  e  messer  Galeasso  de*  Visconti  di 
Milano 328 

Gap.  LXXXVn.  (lxxxviii.)  Gome  Filippo  di  Va- 
iola fu  coronato  re  di  Francia    .  •    .  329 


INDICE. 


533 


Pag. 

Gap.  LXXXVIII.  (lxxxix.)  Come  il  dello  re  di 
Francia  sconfisie  i  Fiammioghi  a  Caisella    .  329 

Gap.  lxxxix.  (xc.)  Cerne  fa  canonizzalo  Sanie 
Fìelro  di  Hurrone  papa  Celeslino     .     .     .330 

Cap.  XC.  (xci.)  Come  gli  uacili  di  Genova  pre- 
80DO  VoUeri  e  U  riperdero ivi 

Cap.  XCI.  (xcii.)  Come  quegli  di  Pavia  ruba- 
rono la  moneta  che  "1  papa  mandava  a^  suoi 
cavalieri ivi 

Cap.  XCn.  (xcin.)  Come  la  genie  del  re  Rn- 
berlo  presono  Alagna 331 

Cap.  xeni,  (xciv.)  Come  i  ghibellini  della  Mar- 
ca furono  cacciali  da  quelli  di  Rimini     .     .     ivi 

Cap.  XCIV.  (xcv.)  Come  nella  citlà  d^Avigno- 
ire  fu  grande  diluvio  d^  acqua ivi 

Cap.  XCV.  (xcvi.)  Come  Alberghellino  di  Faenza 
venne  ad  accordo  col  legalo ivi 

Cap.  XCVL  (xcvii.)  Come  i  Parmigiani  e^  Reg- 
giani ai  rubellarono  dal  legalo  e  dalia  Chie- 
•a  di  Roma ivi 

Gap.  XCVII.  (xcvur.)  Come  il  Bavero,  che  ai  fa- 
cea  chiamare  imperadore,  col  suo  anlipapa 
si  parli  di  Roma  e  venne  a  Viterbo  ...      ivi 

Gap.  XCVIII.  (xcix.)  Come  il  Bavero  andò  a 
osle  a  Boliena  con  Irallalo  d'avere  la  città 
d'Orbivielo 332 

Gap.  XGIX.  (c.)  Come  il  Bavero  essendo  a  Todi 
ordinò  di  venire  sopra  la  città  di  Firenze,  e 
Fapparecchiamenlo  che  feciono  i  Fiorentini,      ivi 

Gap.  G.  (ci.)  Come  fu  morto  il  tiranno  mes- 
•er  Passerino  signore  di  Mantova.     .     .     .333 

Cap.  ci.  (cu.)  Come  quegli  di  Fermo  della  Mar- 
ca presono  Sanlupidio ivi 

Gap.  Cn.  (cui.)  Come  i  Senesi  abbono  Mon- 
temassi  colla  forza  de*  Fiorentini ....      in 

Gap.  chi.  (civ.)  Come  don  Piero  di  Cicilia 
colla  sua  armala  e  di  quegli  di  Saona  ven- 
nono  in  aiuto  del  Bavero,  e  come  arrivaro- 
no a  Pisa  là  dov'  era  il  detto  Bavero    .     .     ivi 

Gap.  GIV.  (cv.)  Come  messer  Cane  della  Scala 
ebbe  la  signorìa  della  città  di  Padova     .     .334 

Gap.  cv.  (evi.)  Come  i  Fiorentini  presono  il 
castello  di  Carmignano  per  forza     ...      ivi 

Gap.  GVI.  (cyii.)  Come  il  re  di  Francia  fece  fa- 
re pace  Ira  *1  conte  di  Savoia  e  '1  Delfino  di 
Vienna 335 

Gap.  CVU.  (cvin.)  Come  il  Bavero  andò  a  Luc- 
ca, e  dispuose  della  signorìa  i  figliuoli  dì 
Castruccio ivi 

Gap.  CVIU.  (cix.)  Come  certi  della  gente  del 
Bavero  si  rubellarono  da  lui,  e  vennono  in 
sol  Cerruglio  di  Vivinaia 336 

Gap.  cix.  (ex.)  Come  il  re  Ruberto  e  1  duca 
suo  figliuolo  mandarono  in  aiuto  de'  Fio- 
rentini cinquecento  cavalierì ivi 

Gap.  ex.  (cxi.)  Come  mori  Carlo  duca  di  Ca- 
lavra  e  signore  di  Firenze ivi 

Gap.  CXI.  (cxii.)  Come  i  Fiorentini  riformarono 
la  città  di  signorìa  dopo  la  morte  del  duca .  337 

Gap.  CXn.  (cxni.)  Come  io  Firenze  fu  fatta  n- 
ne  imposta  sopra  il  cherìcalo 338 


Pag. 

Gap.  CXIII.  (cxiv.)  Come  sobissò  per  tremuoti 
gran  parte  della  città  di  Norcia  del  Ducato 
con  più  castella  ivi  intorno 338 

Gap.  GXIV.  (cxv.)  Come  il  Bavero  nella  città 
di  Pisa  condannò  papa  Giovanni,  e  papa 
Giovanni  appo  Avignone  die  sentenzia  con- 
tro el  Bavero ivi 

Gap.  cxv.  (cxvi.)  Come  T  antipapa  con  suoi 
cardinali  entrò  nella  città  di  Pisa  e  predicò 
contro  a  papa  Giovanni ivi 

Gap.  CXVI.  (cxvii.)  Di  certe  cavalcate  che  la 
gente  del  cepilano  del  re  Ruberto  colla  gente 
de*  Fiorentini  feciono  sopra  il  contado  di 
Pisa iyi 

Gap.  cxvii.  (cxviii.)  D*uno  certo  tradimento 
che  fu  scoperto  che  si  dovea  fare  in  Firenze.  339 

Gap.  CXVIIL  (cxix.)  Come  rantipapa  fece  suo 
cardinale  messer  Giovannino  Visconti  di  Mi- 
lano     . ivi 

Gap.  CXIX.  (cxx.)  Come  il  capitano  del  Patri- 
monio e  gli  Orbilani  furono  sconfitti  in  Vi  • 
lerbo  credendo  avere  presa  la  terra.     .     .      ivi 

Gap.  cxx.  (cxxi.)  Come  i  Romani  per  cerestia 
lolsono  la  signoria  di  Roma  al  re  Ruberto  .  340 

Gap.  CXXl.  (cxxii.)  Come  il  dello  anno,  e  più 
il  seguente,  fu  gronde  caro  di  viltuaglia  in 
Firenze  e  quesi  in  tutta  Italia ivi 

Gap.  CXXll.  (cxxiii  )  Come  rantipapa  del  Ba- 
vero fece  in  Pisa  processi  contro  a  papa  Gio- 
vanni e  lo  re  Ruberto  e*  Fiorentini    ...      ivi 

Gap.  CXXIII.  (cxxiv.)  Come  la  parte  ghibellina 
della  Marca  presono  la  città  di  Iesi,  e  taglia- 
rono il  capo  a  Tano  che  n*era  signore     .  341 

Gap.  cxxiv.  (cxxv.)  Come  gli  Aretini  ebbero 
il  borgo  a  Sansepolcro  per  assedio  .     .     .      ivi 

Gap.  CXXV^  (oxxvi.)  Come  il  Bavero  andò  a 
Lucca,  e  fece  correre  la  terra,  e  dispuose 
delle  signoria  i  figliuoli  di  Castruccio     .     .     ivi 

Gap.  GXXVI.  (cxxvii.)  Come  i  seguaci  de*  fi- 
gliuoli di  Castruccio  con  messer  Filippo  Te- 
dici corsone  le  città  di  Pistoia,  e  come  ne 
foro  cacdati    .         342 

Gap.  GXXVll.  (cxxvui.)  Come  la  gente  del  le- 
galo vollono  prendere  Reggio,  e  come  Forlì 
e  Ravenne  feciono  le  comandamenla  del  le- 
galo      ivi 

Gap.  GXXVIU.  (cxxix.)  Come  la  gente  di  mes- 
ser Cane  di  Verona  furono  sconfitti  nel  ca- 
stello di  Salò  in  Bresciana ivi 

Gap.  GXXIX.  (cxxx.)  Co'me  il  Bavero  si  parti 
di  Pisa  e  andonne  in  Lombardia  e  fece  oste 
sopra  Milano •  ^.     •     .     ivi 

Gap.  cxxx.  (oxxxi.)  Come^  la  compagnia  de* 
Tedeschi  dal  Cerruglio  vennono  a  Lucca  e 
furono  signori  delle  terra ivi 

Gap.  CXXXI.  (cxxxii.)  Come  fu  falU  pace  tra* 
Fiorentini  e*  Pistoiesi 343 

Gap.  CXXXIl.  (cxxxiii.)  Come  il  legalo  di  Lom- 
bardia fece  fere  oste  sopra  Parma,  Reggio  e 
Modena,  e  come  feciono  le  sua  comanda- 
menta  344 


534 


INDICE. 


Cap.  CXXXm.  (cxxxnr.)  Come  il  legato  di  To« 
scana  co*  Romani  fece  oste  aopra  Viterbo  «  344 

Cap.  CXXXIV.  (cxxxv.)  Come  i  Pisani  caccia- 
rono di  Pisa  il  vicario  del  Bavaro  e  le  sae 
masnade ivi 

Cap.  CXXXV.  (cxxxvi.)  Come  messer  Marco 
Visconti  venne  in  Firenze  per  certi  trattati  e 
poi  tornato  ia  Milano  fa  morto  da'  fratelli  e 
nipote 4    ....     .     ivi 

Cap.  CXXXVI.  (cxxxvii.)  Come  le  castella  di 
Valdinievole  feciono  pace  e  accordo  co'  Fio- 
rentini •     .     .     •     , 345 

Cap.  CXXXVn.  (cxxxvui.)  Come  i  Pisani  trat- 
tarono di  comperare  Lucca,  e  come  la  gente 
de'  Fiorentini  cavalcarono  in  su  le  porte  di 
Pisa,  e  come  si  fece  pace  tra'  Fiorentini  e* 
Pisani ìtì 

Cap.  CXXXVm.  (cxxxix.)  Come  i  Fiorentini 
ripresone  il  castello  d'Ampinana  che  '1  te- 
nea  il  conte  Ugo ìyì 

Cap.  CXXXIX.  (cu.)  Come  si  rnbellò  il  castello 
di  Montecatini  dalla  lega  de'  Fiorentini .     .  346 

Cap.  CXL.  (cui.)  Come  messer  Cane  della  Scala 
ebbe  la  città  di  Trevigi  e  incontanente  di 
malattia  vi  mori ivi 

Cap.  CXLI.  (cuu.)  Come  il  legato  di  Lombar- 
dia ebbe  la  città  di  Faenia  a  patti  ...     ivi 

Cap.  CXLII.  (cxliii.)  Como  le  città  di  Parma  e 
di  Modena  e  di  Reggio  si  rnbellarono  al  le- 
gato      ivi 

Cap.  CXLin.  (cxuv.)  Ancora  come  i  Tedeschi 
ch'erano  in  Lacca  voUono  venderla  per  da- 
nari a'  Fiorentini,  e  non  la  seppono  prendere,     ivi 

Cap.  CXLIV.  (cxlv.)  Come  messer  Gherardino 
Spinoli  di  Genova  ebbe  poi  per  danari  la  si- 
gnoria della  città  di  Lacca 347 

Cap.  cxlv.  (cxlvi.)  Come  i  Milanesi  e'  Pisani 
si  riconciliarono  col  papa  e  colla  Chiesa,  e 
furono  ricomunicati  per  l'ofTese  fatte  per  lo 
Bavaro  e  antipapa ivi 

Cap.  CXLVI.  (cxlvu.)  Come  il  legato  di  Tosca- 
na ebbe  Viferbo,  e  mise  in  pace  tatto  il  Pa- 
trimonio, e  simile  la  Marca     .....  348 

Cap.  CXLVn.  (cxLvm.)  Come  il  Bavaro  ranno 
ina  gente  in  Parma  credendosi  avere  la  città 
di  Bologna,  e  poi  come  si  partt  d' Italia  e 
andonne  in  Alamagna ivi 

Cap.  CXLVin.  (cxlix.)  Come  la  citU  di  Bolo- 
gna volle  essere  tradita  e  tolta  al  legato  car- 
dinale per  lo  Bavaro ivi 

Cap.  cxlix.  (ci.)  Come  i  Pistoiesi  diedono  il 
loro  castello  di  Serravalle  in  guirdia  al  co- 
mune di  Firenze 349 

Cap.  CL.  (cu.)  Come  i  figlinoli  di  Castruccio 
volloQO  torre  la  città  di  Lucca  a  messer 
Gherardino  Spinoli ivi 

Cap.  CLI.  (cui.)  Come  i  Turchi  e*  Tartari  ìoob* 
fissone  i  Greci  di  Costantinopoli      ...     ivi 

Cap.  CLIL  (cliii.)  Come  il  re  d'Inghilterra  fece 
tagliare  la  testa  al  conte  di  Cantibiera  suo 
zio  e  al  Mortiffliere. ivi 


P«6. 

Cap.  CLIIL  (cuv.)  Come  i  Fiorentini  per  loro 
ordini  tolsono  tutti  gli  ornamenti  alle  loro 
donne 350 

Cap.  CLIV.  (clv.)  Come  messer  Gherardino  Spi- 
nola signore  di  Locca  cavalcò  con  suo  isfor- 
zo  per  fornire  Montecatini,  e  noi  potè  fornire,     m 

Cap.  clv.  (clvi.)  Come  il  maliscalco  della  Chie- 
si e  gente  del  re  Ruberto  furono  sconfitti 
presso  alla  città  di  Modena  da'  Modenesi    .  351 

Cap.  CLVI.  (clyu.)  Come  papa  Giovanni  per 
paura  non  lasciò  passare  in  Proenza  il  conte 
d'Analdo ifi 

Cap.  CLVIL  (clvui.)  Come  il  legato  fece  oste 
sopra  Modena,  e  tornò  con  poco  onore.     .     ifi 

Cap.  CLVIII.  (cux.)  Come  i  Fiorentini  per  lun- 
go assedio  ebbene  il  forte  castello  di  Mon- 
tecatini  352 

Cap.  CLIX.  (cul)  Come  in  Firenze  ebbe  gran- 
de quistione  di  disfare  Montecatini  .     .     .     irì 

Cap.  CLX.  O^lxi.)  Come  in  questi  tempi  scorò 
il  sole  e  la  luna 353 

Cap.  CLXI.  (clxii.)  Come  il  re  Filippo  di  Francia 
venne  ad  Avignone  al  papa  a  parlamentare 
con  lui ivi 

Cap.  CLXH.  (guuii.)  Di  certe  osti  che  furono 
in  Lombardia vn 

Cap.  CLXIII.  (clxiv.)  Di  certo  tradimento  ordi- 
nato in  Pisa,  e  come  i  Pisani  mandarono  preso 
l'antipapa  a  papa  Giovanni  ad  Avignone  ivi 

Cap.  CLXrV.  (clxv.)  Come  il  re  di  Spagna  scon- 
fisse i  saràcini  di  Granata 854 

Cap.  clxv.  (clxvi.)  D'  una  nuova  e  bella  limo- 
sina che  uno  nostro  cittadino  lasciò  a^  po- 
veri di  Cristo  M 

Cap.  clxvi.  (cuvii.)  Di  certe  no^itadi  ch^  ebbe 
in  Lucca  e  come  per  tradimento  riebbono 
il  castello  di  Buggiano ivi 

Cap.  CLXVII.  (cuiviti.)  Come  i  Fiorentini  puo- 
sono  oste  e  assedio  alla  città  di  Lucca  .     .    iti 

Cap.  CLXVIIL  (clxix.)  (k>me  le  castella  di  Fu- 
cecchio  e  di  Santacroce  e  Castelfranco  di 
Valdarno  si  diedono  liberi  al  comune  di  Fi- 
renze     355 

Cap.  clxix.  (cuix.)  Come  di  prima  il  re  Gio- 
vanni di  Boemia  passò  in  Italia  ed  ebbe  la 
dttà  di  Brescia  e  quella  di  Bergamo      .     .     ivi 

Cap.  CLXX.  (clxxi.)  D*uno  grande  diluvio  d'ac- 
qua che  fu  in  Cipri  e  in  Ispagna  ....     ivi 

Cap.  clxxi.  (clxxik)  (k>me  si  trovò  il  oorpo 
di  Santo  Zenobio 356 

Cap.  CLXXn.  (clxxiu.)  Come  si  levò  l' oste  de* 
Fiorentini  da  Lucca,  e  come  i  Lucchesi  si 
diedono  al  re  Giovanni  di  Boemia    ...     ivi 

Cap.  CLXXin.  (clxxiv.)  Come  la  gente  del  re 
Giovanni  cavalcarono  in  su  il  contado  di 
Firenze  nella  contrada  di  Greti     ....  357 

Cap.  clxxiv.  (cuixv.)  Come  al  re  Giovanni  fo 
data  la  signoria  dì  Parma,  di  Reggio,  e  di 
Modena i^ 

Cap  CLXXV.  (clxxvi.)  Come  si  cominciò  gran- 
de guerra  in  mare  tra'  Catalani  e'  Genovesi  359 


INDICE. 


535 


359 


IVI 


lYl 


IVI 


IVI 


Pag. 
Cap.  CLXXVI.  (cLxxvii.)   Come   il  popolo  di 
Colle  di  Valdelsa  nccijOBO  il  loro  capitano 
e  aigDore,  e  diedonsi  alla  guardia  de'  Fio- 
rentini   358 

Cap.  CLXXVII.  (cLxxvin.)  Quando  •{'comincia- 
rono le  porte  del  metallo  di  Santo  Giovanni, 
e  ai  compiè  il  campanile  della  badia  di  Fi- 
renze     ivi 

Cap.  CLXXVIH.  (clxxix.)  Di  corti  miracoli  che 

furono  in  Firenze ivi 

Cap.  CLXXIX.  (clxxx.)  D*  uno  parlamento  che 
fu  fatto  intra  M  re  Giovanni  e  1  legato  di 

Lombardia ivi 

Gap.  Clxxx.  (clxxxi.)  Come  ai  divise  e  partì 
la  caia  de*  Malatesti  da  Rimino    .     •     •     . 
Cap.  clxxxi.  (clxxxii.)  Come  la  città  di  Fi- 
renze fa  lungamente  interdetta      .... 
Cap.  CLXXXII.  (cixxxni.)  Come  il  re  Giovanni 
•i  partì  di  Lombardia,  'e  andonne  oltremonti 
Cap.  CLXXXni.  (clxxxiv.)  Come  delle  masnade 
de'  Fiorentini  furono  sconfitti  a  Baggiano  . 
Cap.  clxxxiv.  (clxxxv.)  Come  papa  Giovanni 
ricomunicò  i  Milanesi  e'  Marchigiani       .     . 
Cap.  clxxxv.  (clxxxvi.)  De*  fuochi  che  s*ap- 

presono  nella  città  di  Firenze  in  questo  anno  360 
Cap.  clxxxvi.  (clxxxvh.)  Come  in  Firenze  nac- 

quono  due  leoncelli ivi 

Gap.   CLXXXVlI.  (cLxxxvni.)  Come  i  Fiorentini 

presono  la  signorìa  di  Pistoia     ....     ivi 
Cap.  CLXXXVIU.  (clxxxix.)  Come  i  Senesi  o- 
steggiarono  e  sconfissono  i  conti  da  Santa- 

fiore,  e'  Pisani  ebbono  Massa iri 

Cap.  clxxxix.  (cxc.)  Come  i  Catalani  con  loro 

armata  vennono  sopra  Genova,  per  la  qual 

cosa  i  Genovesi  co*  loro  usciti  fecionopace  361 

Cap.  CXC.  (cxci.)  Come  il  legato  di  Lombardia 

fece  assediare  la  città  di  Forlì  e  s*  arrendè 

alni 

Cap.  CXCL  (cxcu.)  Come  il  duca  d* Atene  passò 
in  Romania  con  gente  d*  arme  e  non  potè 

acquistare  niente ivi 

Cap.  CXCn.  (cxcm.)  D*  avvenimenti  di  guerra 
da  noi  a  quo'  di  Lucca,  onde  morì  messer  ' 

FiUppo  Tedici  di  Pistoia ivi 

Cap.  CXCIIL  (cxciv.)  Come  il  marchese  di  Mon- 
ferrato tolse  Tortona  al  re  Ruberto   .     .     .362 
Cap.  CXCIV.  (cxcv.)  Come  il  fiume  del  Po  rup- 
pe gli  argini  dei  Mantovani ivi 

Gap.  cxcv.  (cxcvi  )  Quando  si  ricominciò  a 
lavorare  la  chiesa  di  Saita  Reparata  di  Fi- 
renze, e  fu  grande  dovizia  quello  anno  •     .      ivi 
Cap.  cxcvi.  (cxcvit.)  Di  guerra  che  fu  mossa 

in  Boemia  al  re  Giovanni ivi 

Cap.  CXCVU.  (cxonn.)  Come  il  re  di  Francia 

promise  di  fare  il  passaggio  oltremare  .     .     ivi 
Cap.  CXCVm.  (cxcix.)  Come  gli  Aretini  vollono 

prendere  Cortona 363 

Cap.  CXCIX.  (ce.)  Come  gli  usciti  di  Pisa  ven- 
nono sopra  Pisa,  e  come  i  Fiorentini  man- 
darono loro  soccorso ivi 

Cap.  ce.  (cci.)  Come  i  Bolognesi  si  diedono 


IVI 


liberamente  alla  Chiesa,  e  come  il  legato  fece 
uno  castello  in  Bologna 

Cap.  CCI.  (con.)  Come  il  legato  fu  fatto  conte 
di  Romagna  ed  ebbe  libera  la  città  di  Forlì . 

Cap.  CGIL  (coni.)  Come  il  comune  di  Firenze 
ordinò  di  fare  la  terra  di  Firenzuola  oltre 
Alpe 

Cap.  CCIII.  (cciv.)  Come  i  Turchi  per  mare 
guMtarono  gran  parte  di  Grecia.      .     .     . 

Cap.  CCIV.  (ccv.)  Come  que*  della  Scala  tolso- 
no  al  re  Giovanni  la  città  di  Breada  e  di 
Bergamo,  e  come  s*ordinò  lega  da  noi  a*Lom- 
bardi •     .     •     « 

Cap.  CCV.  (ccvi.)  D*una  grande  pugna  fatta 
sopra  Barge,  e  come  i  Fiorentini  la  perderò 

Cap.  CCVI.  (ccyii.)  Come  i  Genovesi  con  loro 
armata  corsone  la  Catalogna 

Cap.  CCVIL  (ccviu.)  Come  e  perchè  il  eomune  di 
Firenze  condannò  il  comune  di  Sangimignano. 

Gap.  CGVIII.  (ccix.)  Come  il  capitano  di  Mi- 
lano rìcominciò  guerra  al  legato  di  Lom- 
bardia e  al  re  Giovanni 

Gap.  CCIX.  (ccx.)  Di  più  fuochi  appresi  nella 
città  di  Firenze 

Cap.  ccx.  (ccxi.)  Come  Poste  de* marchesi 
da  Ferrara  fu  sconfitta  dal  figliuolo  del  re 
Giovanni  a  San  Felice •     . 

Gap.  CCXL  (ccxii.)  Come  messer  A  zzo  Visconti 
tolse  la  città  di  Pavia  al  re  Giovanni    t 

Gap.  ccxii.  (ccxiii.)  Come  il  re  Giovanni  andò 
ad  Avignone  a  papa  Giovanni     .... 

Gap.  ccxiii.  (ccxiv.)  Come  i  Senesi  sconfisso- 
no i  Pisani,  e  poi  i  Pisani  cavalcarono  in- 
fitto presso  a  Siena 

Cap.  ccxiv.  (ccxv.)  Come  il  figliuolo  del  re 
Giovanni  venne  a  Lucca,  e  come  il  detto  re 
Giovanni  tornò  in  Lombardia 

Gap.  ccxv.  (ccxyi.)  Come  il  legato  mandò  ai 
Fiorentini  che  ai  partissono  dalla  lega  de* 
Lombardi 

Gap.  CCXVI.  (ccxvii.)  Come  1*  oste  del  legato 
sconfinsono  i  Marchesi  a  Consandoli,  e  poi 
puosono  1*  oste  a  Ferrara,  e  i  Fiorentini  vi 
mandarono  soccorso 

Gap.  ccxvii.  (ccxviu.)  Come  il  re  Giovanni  ven- 
ne in  Bologna,  al  legato 

Gap.  CCXVIH.  (ccxix.)  Come  1*  oste  del  legato 
eh*  era  air  assedio  di  Ferrara  fu  sconfitta    . 

Gap.  CCXIX.  (ccxx.)  Di  fuochi  e  altre  novità 
state  nella  città  di  Firenze 

Gap.  ccxx.  (ccxxi.)  Di  certi  andamenti  del  re* 
Giovanni  a  Bologna  a  richiesta  del  legato  . 
Gap.  ccxxi.  (ccxxii.)  Come  furono  morti  il  con- 
te dell*  Anguillara  e  Bertoldo  degli  Orsini  da* 

Colonnesi 

Gap.  CCXXIL  (ccxxiii.)  Come  i  Saracini  presono 

il  forte  castello  di  Giubeltaro  in  Ispagna    . 

Gap.  ccxxiii.  (ccxxiv.)  Come  il  re  Adoardo  il 

giovane  sconfisse  gli  Scotti  a  Vervicche 
Gap.  ccxxiv.  (ccxxv.)  Come  il  delfino  di  Vienna 
fu  morto  dalla  gente  del  conte  di  Savoia     • 


363 
364 


IVI 


IVI 


IVI 


365 

.  . 

IVI 

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IVI 

.  . 

IVI 


IVI 

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IVI 


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368 


IVI 


m 

369 

.  • 

IVI 
IVI 

370 


IVI 


IVI 

•      • 

IVI 

371 


538 


INDIC5E. 


Gap.  CCXXV.  (ccxxn.)  Come  il  re  d' Ungheria 
veone  a  Napoli,  e  il  flgliaolo  iiposò  la  fl- 
gliaola  del  duca  di  Calavra 371 

Cap.  CCXXVI.  (ccxxYn.)  Come  fa  fatta  pace  tra 
Pisani  e'  Sanesi ivi 

Cap.  CCXXVII.  (ccxxnu.)  Come  la  città  di  Forlì 
e  quella  d^  Arinuoo  e  di  Cesena  in  Romagna 
si  robellarono  al  legato 372 

Cap.  CCXXVUL  (ccxxix.)  Come  i  figlinoli  che 
furono  di  Castmccio  ToUono  torre  Lnoca  al 
re  Giovanni,  e  com'  egli  si  partì  d*  Italia,  e 
lasdò  Locca  a*  Rossi  di  Parma     .... 

Cap.  ccxxix.  (ccxxx.)  D*  una  grande  questione 
che  mosse  papa  Giovanni,  die  V  anime  beate 
non  poteano  vedere  Iddio  perfettamente  infl- 
no  al  dì  del  gindicio      .  


IVI 


ivi 


LIBRO  UNDECIMO. 

Cap.  I.  D^  ano  grande  diluvio  d*  acqua  che  venne 
in  Pirenie  e  quasi  in  tutta  Toscana.      .     . 

Cap.  II.  D^una  grande  questione  fotta  in  Fi« 
renze,  se  ^  detto  diluvio  venne  per  giudisio 
di  Dio  0  per  corso  naturale 

Cap.  in.  Lettera  e  sermone  che  il  re  Ruberto 
mandò  a*  Fiorentini  per  cagione  del  detto 
diluvio 

Cap.  IV.  Ancora  di  certe  noritadi  che  furono  in 
Firenze  per  cagione  del  diluvio  .... 

Cap.  Y.  Come  fallirò  le  triegue,  e  rìcominciossi 
guerra  dalla  lega  al  legato,  e  le  terre  che 
tenea  il  re  Giovanni 

Cap.  YL  Come  il  legato  perdéo  Argenta,  e  poco 
appresso  fu  cacciato  di  Bologna 

Cap.  Yn.  Di  novità  ch^  ebbe  in  Bologna  dopo 
la  cacciata  del  legato 

Cap.  Ym.  Come  la  lega  di  Lombardia  ebbe  Cre- 
mona, e  altre  novitadi  ch^  avvennero  per  quel- 
la  in  Lombardia  e  in  Toscana 

Gap.  IX.  Di  certe  sante  reliquie  che  vennero 
in  Firenze 

Cap.  X.  Di  novità  che  furono  nella  città  d^Or- 

• 

bivieto 

Cap.  XI.  Di  certo  fuoco  che  s*  apprese  in  Fi- 
renze  

Cap.  XII.  Quando  si  cominciò  a  fondare  il  cam- 
panile di  Santa  Reparata,  e  M  ponte  alla 
Carraia 

Cap.  XIII.  Come  messer  Mastino  ebbe  il  castello 
di  Colornio  in  Parmigiana 

Cap.  XIY.  Come  i  Fiorentini  riebbono  il  castel- 
lo d' lizzano  in  Yildinievole.    .     •     .     .     . 

Cap.  XY.  Come  il  re  Giovanni  simulatamente 
donò  la  città  di  Lucca  al  re  di  Francia  . 

Cap.  XYI.  Come  i  Fiorentini  per  guardia  della 
terra  fecero  sette  bargellini  in  Firenze  .     . 

Cap.  XYII.  Conta  di  guerra  tra'  Genovesi  e'  Ca- 
talani     

Cap.  XYIII.  Come  i  Turchi  furo  sconfitti  in  ma- 
re da  galee  della  Chiesa  e  del  re  di  Francia  . 


373 

375 

379 
381 

382 

•  • 

IVI 

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•  • 

IVI 

•  • 

IVI 

•  • 

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IVI 

385 

•  • 

IVI 

•  • 

IVI 

.      . 

IVI 

•  • 

IVI 

•  . 

IVI 


ph. 

Cap.  XIX.  Della  morte  di  papa  GioTaini  ven- 
tiduesimo  366 

Cap.  XX.  Del  tesoro  che  si  trovò  la  Chiesa 
dopo  la  morte  di  papa  Giovanni,  e  di  sua 
vita  e  costumi ivi 

Cap.  XXI.  Dalla  elezione  di  papa  Benedetto  de- 
cimosecondo  387 

Cap.  XXIL  Di  certo  diluvio  d'  acqua  che  fu  in 
Firenze  e  in  Fiandra. ivi 

Cap.  XXIII.  Come  uno  frate  Yenturìoo  da  Ber- 
gamo commosse  molti  Lombardi  e  Toscani 
a  penitenza ìyì 

Cap.  XXIY.  Come  i  ghibellini  di  Genova  ne  cac- 
ciare i  guelfi  e  la  signoria  del  re  Ruberto.  388 

Cap.  XXY.  Come  cominciò  V  abbassamento  de' 
Tarlati  d'Arezzo,  e  come  fu  tolto  loro  il 
borgo  a  Sansepolcro ivi 

Cap.  XX YI.  D'una  rovina  che  fece  parte  della 
montagna  di  Falterona 389 

Cap.  XXYIL  Di  certi  scontrazzi  che  furo  ki 
la  nostra  gente  e  quella  dì  Lucca.     .     .     .     ìtì 

Cap.  XXYIII.  Come  i  Perugini  furono  sconfitti 
dagli  Aretini ivi 

Cap.  XXIX.  D' una  armata  che  '1  re  Ruberto  fece 
sopra  Cicilia 390 

Cap.  XXX.  Come  le  città  di  Parma  e  di  Reggio 
s'  arrenderò  a' signori  della  Scala,  e  quello 
che  di  ciò  seguitò ìtì 

Cap.  XXXI.  Come  messer  Azzo  signore  di  Mi- 
lano ebbe  a  patti  la  città  di  Piacenza  e  di 
Lodi,  e' Marchesi  Modona .     ivi 

Cap.  XXXII.  Come  i  Fiorentini  presono  in  guar- 
dia il  castello  di  Pietrasanta,  e  con  vergogna 
il  lasdaro 891 

Cap.  XXXIII.  Di  grande  corruzione  di  vainolo 
che  fu  in  Firenze m 

Cap.  XXXIY.  Come  si  rubellò  Grosseto  a'  Sa- 
nesi, e  poi  il  riebbono  per  danari.     .     .     .     ifi 

Cap.  XXXY.  Come  i  Sanesi  per  inganno  pre- 
sono la  città  di  Massa,  e  ruppono  pace  a* 
PisanL ìtì 

Cap.  XXXYI.  Di  certi  fuochi  appresi  in  Firenze.  W 

Cap.  XXX YIL  Come  i  Perugini  e' loro  collegati 
ebbono  la  città  di  Castello ìtì 

Cap.  XXXYllL  Come  il  re  d'Inghilterra  sconfis- 
se gli  Scotti ivi 

Cap.  XXXIX.  Come  i  Fiorentini  crearono  di  nuovo 
r  uficio  del  conservadore  e  quello  ne  seguì  .     ìtì 

Cap.  XL.  Come  messer  Mastino  della  Scala  eb- 
be la  dttà  di  Lucca 393 

Cap.  XLI.  Come  le  terre  del  Tiscontado  in  Yal- 
dambra  si  diedono  al  comune  di  Firenze.  .  394 

Cap.  XLII.  Come  nella  città  di  Pisa  ebbe  batta- 
glia, e  furonne  cacciati  certa  parte.  .     .     .     irì 

Cap.  XLUI.  Come  il  marchese  Spinetta  ebbe  Ser- 
rezzano 395 

Cap.  XLIY.  Del  tradimento  che  messer  Mastino 
della  Scala  fece  a*  Fiorentini  della  dttà  di 
Lucca • iti 

Cap.  XLY.  Dell'  ordine  che  presono  i  Fioren- 
tini al  riparo  del  Mastino 396 


INDICE. 


539 


441 


442 


•  « 

IVI 


Pag. 

Cap.  CXXXIX.  (cxzmii.)  D^ani  gnnde  e  no- 
bile Olle  che  i  Fiorentlli  feciono  poi  per 
levare  i  Pieeni  idall' asiedio  della  città  di 
Lucca 410 

Cap.  CXL.  (czxziz.)  Come  V  oste  de'  Fiorenti- 
ni si  strinse  a  Lucca  per  fornirla,  e  non 
potendo  fornirla,  Lacca  s'arrendè  a'  Pisani  . 

Cap.  CXLL  (cxl.)  Come  in  Meilina  in  Braban- 
te  s'apprese  il  fuoco  e  arse  le  due  parti  della 
terra     

Cap.  CXLIL  (cxu.)  Come  il  popolo  d'Ancona 
corse  a  remore  e  cacciò  tutti  i  loro  grandi. 

Cap.  CXLin.  (czui.)  Come  mori  il  duca  di  Bret- 
tagna, e  la  guerra  che  ne  seguì  ....     ivi 


LIBRO  DUODECIMO. 

Cap.  I.  Qui  comincia  il  dnodedmo  libro  ;  come 
il  duca  d*  Atene  e  conte  di  Brenna  di  Fran- 
cia occupò  la  signoria  di  Firenze,  e  quello 
che  ne  segui 443 

Cap.  U.  Di  certe  giustizie  che'l  duca  fece  in  Fi- 
reme  per  esserne  signore ivi 

Cap.  IIL  Come  il  duca  d'Atene  ingannò  e  pre- 
se e  tradì  i  priori,  e  feoesi  signore  di  Fi- 
renze ovvero  tiranno 444 

Cap.  IV.  La  copia  della  lettera  che  il  re  Ru- 
berto mandò  al  duca  d'Atene  quando  seppe 
eh'  egli  avea  presa  la  signorìa  della  città  di 
Firenze 445 

Cap.  Y.  Come  i ghibellini  d'Arezzo  entrarono 
per  furto  nella  terra,  e  furono  cacciati  poi     .  446 

Cap.  \L  Quando  mori  Carlo  Uberto  re  d' lun- 
gherìa .     .     .  ' .     ivi 

Cap.  VIL  Come  papa  Clemente  sesto  fece  più 
cardinali,  infra'  quali  fece  cardinale  messer 
Andrea  Chini  di  Firenze  vescovo  di  Tomai,     ivi 

Cap.  VIIL  Quello  che  '1  duca  d'Atene  fece  in 
Firenze  mentre  che  ne  fu  signore,  ovvero  ti- 
ranno    ivi 

Cap.  IX.  Qper  fallo  viu.)  D'una  compagnia  di 
gente  d'  arme  che  feciono  i  soldati  de'  Pi- 
sani        449 

Cap.  X.  (ix.)  Quando  morì  il  re  Ruberto  di  Ci- 
cilia e  re  di  Gerusalem 450 

Cap.  XI.  (x.)  Come  papa  Clemente  sesto  ordi- 
nò il  giubbileo  e  perdono  a  Roma  nel  1350     ivi 

Cap.  XII.  (xi.)  D' uno  grande  fuoco  che  fu  in 
Pietruanta ivi 

Cap.  Xin.  (xii.)  D'alcuna  novità  stata  in  Fi- 
renze in  questo  anno ivi 

Cap.  XIY.  (:pii.)  Come  Messina  si  mbellò  a 
quelli  di  Raona  che  la  signoreggiavano,  e 
come  la  racquistsrono 451 

Cap.  XV.  (xiv.)  Come  il  re  d' Araona  tolse  Ma- 
iolica al  re  di  quella  suo  cugino      ...     ivi 

Cap.  XVI.  (xv.)  Di  certe  congiurazioni  che  fu- 
rono fatte  in  Firenze  contro  al  duca  d'A- 
tene ohe  n'  era  signore,  ovvero  tiranno  .     .     ivi 

Cap.  XVII.  (xvi.)  Come  la  città  di  Firenze  si 


P»g. 
levò  a  remore,  e  cacciò  il  duca  d' Atene  ohe 
n'  era  signore 452 

Cap.  XVIIL  (xvii.)  Come  la  città  di  Firenze  si 
recò  a  quartieri,  e  si  raccomunarono  gli 
oflci  co'  grandi,  ma  poco  durò     .     .     .     .455 

Cap.  XIX.  (xviii.)  Come  il  popolo  di  Firenze 
trasse  i  grandi  del  palagio  e  riformarono  la 
terra  a  popolare  stato 456 

Cap.  XX.  (xix.)  Di  quello  trattato  medesimo  e 
d' altre  novitadi  che  ne  seguirono  in  questi 
tempi  alla  città  di  Firenze 457 

Cap.  XXI.  (xx.)  Come  il  popolo  di  Firenze  as- 
salirono e  combatterono  i  grandi,  e  rubaro- 
no i  Bardi  e  misono  fuoco  in  casa  loro  .     .  458 

Cap.  XXU.  (xxi.)  Come  §ì  fece  nuovo  squittino 
d'elezione  de'  prìorì  e  de'dodici  e  de'  gon- 
falonieri tutti  popolani,  per  più  tempo    .     .  460 

Cap.  XXnL  (xxii.)  Come  si  rifermarono  gli  or- 
dini della  giustizia  sopra  i  grandi,  e  si  ri- 
corressono  in  alcuna  parte;  e  più  schiatte 
de'  grandi  tutte  e  in  parte  furono  recate  a 
essere  del  popolo ivi 

Cap.  XXIV.  (xxui.)  Alquante  cose  fatte  di  nuo- 
vo in  Firenze  in  questi  tempi 461 

Cap.  XXV.  (xxiv.)  Come  i  Fiorentini  feciono  di 
nuovo  pace  co'  Pisani •     ivi 

Cap.  XXVI.  (xxv.)  Come  messer  Luchino  Vi- 
sconti di  Milano  si  fece  nimico  di  nuovo  de' 
Pisani  e  quello  ne  segui ivi 

Cap.  XXVII,  (xxvi.)  Di  grandi  tempeste  che  fu- 
rono in  mare,  e  della  rotta  della  Tana  .     .462 

Cap.  XXVIIL  (xxvu.)  Della  novità  fatta  in  Fi- 
renze per  quelli  che  reggevano  la  città  .     .     ivi 

Cap.  XXIX.  (xxviu.)  Ancora  della  guerra  della 
gente  di  messer  Luchino  Visconti  co'  Pisani  .     ivi 

Cap.  XXX.  (xxix.)  Come  quelli  di  Castelfranco 
di  Valdarno  presono  Campogiallo,  e  ncciso- 
no  certi  de'  Pazzi  di  Valdarno 463 

Cap.  XXXL  (xxx.)  Come  il  re  di  Spagna  ebbe 
per  assedio  la  forte  terra  di  Aziaera  in  Gra- 
nata       • ivi 

Cap.  XXXIL  (xxxi.)  Di  eerte  novità  state  in  Fi- 
renze in  questi  tempi ivi 

Cap.  XXXIIL  (xxxii.)  Come  il  conte  Simone  da 
Battifolle  racquistò  Fronzolo  colla  forza  del 
comune  di  Firenze 464 

Cap.  XXXIV.  (xxxiu.)  Ancora  di  novità  fatta  in 
Firenze  per  gli  rettori  e  governatori  di  quella 
città ivi 

Cap.  XXXV.  (xxxiv.)  Come  il  marchese  da  Fer- 
rara ebbe  la  città  di  Parma 465 

Cap.  XXXVI.  (xxxv.)  Di  certe  novità  state  neUa 
città  di  Firenze  ne' detti  tempi.     .     .     .     .466 

Cap.  XXXVII.  (xxxvi.)  Di  noviU  sUte  nella  città 
di  Genova  in  questi  tempi ivi 

Cap.  XXXVUL  (xxxvn.)  Ancora  della  guerra  di 
messer  Luchino  Visconti  co' Pisani.  .     .     .467 

Cap.  XXXIX.  (xxxviii.)  Come  i  cristiani  preso- 
no la  città  delle  Snurne  sopra  a'  Turchi.      .     ivi 

Cap.  XL.  (xxxix.)  Come  fu  morto  il  re  d'Er- 
minia  468 


538 


INDICE. 


Cap.  LXXXIX.  (LxzxTni  )  Come  la  nostra  gente  • 
de*  Veneuaiii  entrarono  ne*  borghi  di  Vicensa  4 1 G 

Cap.  XC.  (lxjuix.)  Come  i  Veneziani  tradiro- 
no i  Fiorentini,  e  fedono  pace  con  mesier 
Mastino,  e  convennela  fare  al  nostro  comune,     ivi 

Cap.  XCI.  (xc.)  Del  potere  e  entrata  eh'  avea 
il  comune  di  Firenze  in  questi  tempi     .     .418 

Cap.  XCII.  (xci.)  Entrata  ch^  avea  il  comune  di 
Firenze  in  questi  tempi ivi 

Cap.  xeni,  (xcu.)  Della  spesa  eh*  avea  il  co- 
mune di  Firenze  in  quegli  tempi  .     .     •     .419 

Cap.  XCIV.  (xciu.)  Ancora  della  grandezza  e 
stato  e  magnificenza  del  comune  di  Firenze     ivi 

Cap.  XCV.  (xciv.)  Di  che  progenia  furono 
quelli  della  Scala  di  Verona 420 

Cap.  XCVI.  (xcv.)  Come  i  Romani  feciono  pace 
tra  loro,  grandi  e  il  popolo,  e  mandarono  a 
Firenze  per  avere  leggi  e  statuti     .     .     .421 

Cap.  XCVII.  (xcyi.)  Di  più  battaglie  e  scofitte 
che  furono  uno  giorno  in  sul  contado  di 
Milano,  e  per   che  modo  elleno  riuscirono     ivi 

Cap.  XCVUI.  (xcvii  )  Come  messer  Mastino  della 
Scala  venne  alla  città  di  Lucca   .     .     .     .422 

Cap.  XCIX.  (xcviu.)  Come  i  Saracini  furono 
sconfitti  dal  re  di  Spagna  in  Granata     •     .     ivi 

Cap.  C.  (xcix.)  Di  certi  segni  eh*  apparvono  in 
Firenze  e  altrove,  onde  poco  appresso  ne  se- 
guì assai  di  male 423 

Cap.  ci.  (c.)  Come  mori  messer  Azzo  Visconti 
signore  di  Milano,  e  fu  fatto  signore  mes- 
ser Luchino  Visconti  suo  zio ivi 

Cap.  CIL  (ci.)  Come  la  città  di  Genova  e  quella 
di  Saona  feciono  popolo  e  chiamarono  nuovo 
dogio ivi 

Cap.  chi.  (cu.)  Di  discordie  che  furono  in  Ro- 
magna, e  poi  fu  pace  tra  loro     ....  424 

Cap.  CIV.  (cui.)  Come  il  marchese  di  Monfer- 
rato tolse  Asti  al  re  Ruberto     ....     ivi 

Cap.  CV.  (civ.)  D*  accordo  e  lega  fitU  da*  Fio- 
rentini a*  Perugini ivi 

Cap.  evi.  (cv.)  Di  certi  ordini  dell*  elezione 
de*  priori  di  Firenze,  i  quali  furono  corretti 
per  lo  migliore ivi 

Cap.  CVIL  (evi.)  Come  la  oitlà  della  Marca  uc- 
cisono  e  cacciarono  i  loro  tiranni  e  feciono 
popolo ivi 

Cap.  CVIH.  (cvn.)  Come  la  gente  del  re  Ru- 
berto prese  risola  di  Lipari,  e  sconfisse  i 
Messinesi ivi 

Cap.  CIX.  (cviii.)  Come  ricominciò  la  guerra 
dal  re  di  Francia  al  re  d'Inghilterra     •     .  425 

Cap.  ex.  (cix.)  Come  il  re  d*  Inghilterra  scon- 
fisse in  mare  Tarmata  del  re  di  Francia  .     ivi 

Cap.  CXL  (ex.)  Come  parte  de*  Fiamminghi  fu- 
rono sconfitti  a  Santo  Mieri ivi 

Cap.  CXII.  (cxi.)  Come  il  re  d' Inghilterra  co* 
suoi  collegati  si  puosono  ad  assedio  alla 
città  di  Tomai,  e  poi  fu  triegua  da  loro  al 
re  di  Francia 426 

Cap.  CXIIL  (cxii.)  Come  Tarmata  dei  re  di  Spa- 
gna quui  peri  per  fortuna ivi 


Pig. 

Cap.  CXIV.  (cxni.)  Di  grande  norUlità  e  ca- 
restia die  fu  in  Firenze  e  d'intorno,  e  d*una 
cometa  che  apparve  in  cielo 426 

Cap.  CXV.  (cxiv.)  C^me  gli  Spuletini  levarono 
da  oste  in  isconfitta  quelli  di  Rieti  .     .    .427 

Cap.  CXVL  (cxv.)  (k>me  messer  Ottaviano  de* 
Belforti  si  fece  signore  di  Volterra    ...     ivi 

Cap.  CXVIL  (cxvi.)  Come  certe  galee  de*  Geno- 
vesi sconfissone  i  Turchi  in  mare     .     •    .  428 

Cap.  CXVUL  (cxvii.)  Come  in  Firenze  fu  fatU 
una  grande  congiurazione,  e  la  dttà  fta  tutta 
a  remore  e  ad  arme ivi 

Cap.  CXIX.  (cxvni.)  Chi  furono  i  congiurati 
che  furono  condannati 429 

Cap.  CXX.  (cxix.)  Come  il  re  di  Spagna  scon- 
fisse i  Saracini  in  Granata 430 

Cap.  CXXI.  (cxx.)  Come  arse  Portoveneri  .     .     ivi 

Cap.  CXXIL  (cxxi.)  Come  la  casa  de*  Pugliesi 
e  i  loro  seguad  furono  cacdati  di  Prato  ivi 

Cap.  CXXIIL  (cxxii.)  Come  in  Firenze  si  fedo- 
no due  capitani  di  guardia iti 

Cap.  CXXIV.  (cxxiii.)  Come  la  città  di  Lucca 
volle  essere  tolta  a  messer  Mastino  della  Scala     iW 

Cap.  CXXV.  (cxxiv.)  Come  il  castello  di  San 
Bavelle  s'  arrendè  al  comune  di  Firenze     .  431 

Cap.  CXXVI.  (cxxv.)  Di  uno  grande  fuoco  che 
si  apprese  in  Firenze ivi 

Cap.  CXXVII.  (cxxvi.)  Come  messer  Azzo  da 
Correggio  rubellò  e  tolse  Parma  a  messer 
Mastino i^ 

Cap.  CXXVIII.  (cxxvii.)  Come  il  re  Roberto 
ebbe  per  assedio  Melazzo  in  Cicilia    .     .     .  432 

Cap.  CXXIX.  (cxxviu.)  Come  messer  Alberto 
della  Scala  andò  sopra  Mantova  e  tornò  in 
isconfitta i^ 

Cap.  CXXX.  (cxxix.)  Come  i  Fiorentini  patteg- 
giarono di  comperare  Lucca  da  messer  Ma- 
stino, e  mandarono  loro  stadichi  a  Ferrara     in 

Cap.  CXXXL  (cxxx.)  Come  i  Pisani  si  puoso- 
no ad  assedio  alla  città  di  Lucca.     •     .     .  433 

Cap.  CXXXIf.  (cxxxi.)  (k>me  i  Fiorentini  si  for- 
nirono essendo  i  Pisani  ali*  assedio  di  Lue- 
cs,  e  cavalcarono  sopra  quello  di  Pisa.    ..  434 

Cap.  CXXXIU.  (cxxxn.)  Come  i  Fiorentini,  con- 
chiuso il  mercato  della  dttà  di  Lucca  con 
messer  Mastino,  presono  la  possessione  es- 
sendo assediata  dai  Pisani 435 

Cap.  CXXXIV.  (cxxxin.)  Come  V  oste  de'  Fio- 
rentini fu  sconfitta  da  quella  de*  Pisani   .     .  436 

Cap.  CXXXV.  (cxxxiv.)  Digressione  sopra  alla 
detta  sconfitta  ricevuta  per  i  Fiorentini  da* 
Pisani 437 

Cap.  CXXXVI.  (cxxxv.)  Della  sconfitta  mede- 
sima      438 

Cap.  CXXXVIL  (CXXXVI.)  Come  il  re  Ruberto 
domandò  a*  Fiorentini  la  signoria  della  dttà 
di  Lucca  ed  ebbela,  promettendo  d*  atargli 
in  questa  guerra i^ì 

Cap.  CXXXVni.  (cxxxvii.)  Come  i  Fiorentini 
mandarono  al  re  Ruberto  per  aiuto  e  non 
V  ebbene,  e  ciò  che  ne  seguì 439 


INDICE. 


539 


P*g. 


440 


441 


442 


IVI 


IVI 


Caf.  CXXXIX.  (cixxTdi.)  D^ont  grande  e  no- 
bile oste  che  i  Fiorentini  feciono  poi  per 
levare  i  Piieni  idairusedio  della  città  di 
Lacca  

Cap.  CXL.  (cxxxiz.)  Come  V  oste  de'  Fiorenti- 
ni si  strinse  a  Lacca  per  fornirla,  e  non 
potendo  fornirla.  Lacca  s'arrendè  a'  Pisani  . 

Gap.  CXLL  (cxl.)  Coooie  in  Mellina  in  Braban- 
te  s'apprese  il  faoco  e  arse  le  due  parti  della 
terra • 

Gap.  CXLII.  (cxu.)  Come  il  popolo  d'Ancona 
corse  a  romore  e  cacciò  tatti  i  loro  grandi 

Gap.  CXLm.  (cxui.)  Come  morì  il  daca  di  Bret- 
tagna, e  la  guerra  che  ne  segai  .... 

LIBRO  DUODECIMO. 


Gap.  L  Qoi  comincia  il  duodecimo  libro  ;  come 
il  daca  d' Atene  e  conte  di  Brenna  di  Fran- 
cia occupò  la  signoria  di  Firanse,  e  quello 
che  ne  segui 443 

Gap.  il  Di  o^te  giustixie  che'l  duca  fece  in  Fi- 
rense  per  esserne  signore ivi 

Gap.  IIL  Come  il  duca  d*  Atene  ingannò  e  pre- 
se e  tradì  i  priori,  e  fecesi  signore  di  Fi- 
rense  ovvero  tiranno 444 

Gap.  IV.  La  copia  della  lettera  che  il  re  Ru- 
berto mandò  al  duca  d'Atene  quando  seppe 
eh'  egli  avea  presa  la  signorìa  della  città  di 
Firenze 445 

Gap.  V.  Come  i  ghibellini  d'Arauo  entrarono 
per  fhrto  nella  terra,  e  furono  cacciati  poi     .  446 

Gap.  vi.  Quando  morì  Carlo  Uberto  re  d'Un- 
gheria ...  * ivi 

Gap.  VIL  Come  papa  Clemente  sesto  fece  più 
cardinali,  infra'  quali  fece  cardinale  messer 
Andrea  éhiai  di  Firense  vescovo  di  Tomai,     ivi 

Gap.  Vm.  Quello  che  '1  duca  d'AUne  fece  in 
Firanxe  mentre  che  ne  fu  signore,  ovvero  ti- 
ranno    ivi 

Gap.  IX.  Cper  fallo  vni.)  D'una  compagnia  di 
gente  d'  arme  che  feciono  i  soldati  de*  Pi- 
sani        449 

Gap.  X.  (ix.)  Quando  morì  il  re  Ruberto  di  Ci- 
cilia e  re  di  Geruialem 450 

Gap.  XL  (x.)  Come  papa  Clemente  sesto  ordi- 
nò il  giubbileo  e  perdono  a  Ronu  nel  1350     ivi 

Gap.  XII.  (xl)  D'  uno  grande  fuoco  che  fu  in 
Pieirasaata ivi 

Gap.  XID.  (xu.)  D'  aloana  novità  sUU  in  Fi- 
reaie  in  questo  anno ivi 

Gap.  XIV.  (jqn.)  Come  Messina  si  rubellò  a 
quelli  di  Raona  che  la  signoreggiavano,  e 
come  la  racquietarono 451 

Gap.  XV.  (xtv.)  Come  il  re  d' Araona  tolse  Ma- 
ioUea  al  re  di  quella  suo  cugino      ...     ivi 

Gap.  XVL  (xv.)  Di  certe  congiurasioni  che  fu- 
rono latte  in  Firense  contro  al  duca  d'A- 
tene che  n'  era  signore,  ovvero  tiranno  .     .     ivi 

Gap.  XVIL  (xvi.)  Come  la  città  di  Firense  si 


Pag. 
levò  a  romore,  e  cacciò  il  duca  d' Atene  che 
n'  ere  signore 452 

Gap.  XVUL  (xvil)  Come  la  città  di  Firenze  si 
recò  a  quartieri,  e  si  raccomunarono  gli 
uflci  co'  grandi,  ma  poco  durò     .     .     .     .455 

Gap.  XIX.  (xviii.)  Come  il  popolo  di  Firenze 
trasse  i  grandi  del  palagio  e  riformarono  la 
terra  a  popolare  stato 456 

Cap.  XX.  (xix.)  Di  quello  trattato  medesimo  e 
d' altre  novitadi  che  ne  seguirono  in  questi 
tempi  alla  città  di  Firenze 457 

Gap.  XXI.  (xx.)  Come  il  popolo  di  Firenze  as- 
salirono e  combatterono  i  grandi,  e  rubaro- 
no i  Bardi  e  misono  fuoco  in  casa  loro  .     .458 

Cap.  XXII.  (xxi.)  Come  si  fece  nuovo  squittino 
d'elezione  de'  priori  e  de'dodici  e  de'  gon- 
falonieri tutti  popolani,  per  più  tempo    .     .460 

Gap.  XXUL  (xxji.)  Come  si  rifermarono  gli  or- 
dini della  giustizia  sopra  i  grandi,  e  si  ri- 
corressono  io  alcuna  parte;  e  più  schiatte 
de*  grandi  tutte  e  in  parte  furono  recate  a 
essere  del  popolo ivi 

Gap.  XXIV.  (xxui.)  Alquante  cose  fatte  di  nuo- 
vo in  Firenze  in  questi  tempi 461 

Cap.  XXV.  (xxiv.)  Come  i  Fiorentini  feciono  di 
nuovo  pace  co*  Pisani ivi 

Gap.  XXVI.  (xxv.)  Come  messer  Luchino  Vi- 
sconti di  Milano  si  fece  nimico  di  nuovo  de' 
Pisani  e  quello  ne  segui ivi 

Gap.  XXVII.  (xxvi.)  Di  grandi  tempeste  che  fu- 
rono in  mare,  e  della  rotta  della  Tana  .     .  462 

Gap.  XXVIIL  (xxni.)  Della  novità  fatta  in  Fi- 
renze per  quelli  che  reggevano  la  città  .     .     ivi 

Gap.  XXIX.  (xxviu.)  Ancora  della  guerra  della 
gente  di  messer  Luchino  Visconti  co'  Pisani  .     ivi 

Gap.  XXX.  (xxix.)  Come  quelli  di  Castelfranco 
di  Valdarno  presono  Campogiallo,  e  ucciso- 
no  certi  de'  Pazzi  di  Valdarno 463 

Gap.  XXXI.  (xxx.)  Come  il  ra  di  Spagna  ebbe 
per  assedio  la  forte  terra  di  Azizera  in  Gra- 
nata      ivi 

Cap.  XXXIL  (xxxi.)  Di  eerte  novita  state  in  Fi- 
renze in  questi  tempi ivi 

Gap.  XXXIIL  (xxxii.)  Come  il  conte  Simone  da 
Battifolle  racquietò  Fronzolo  colla  forza  del 
comune  di  Firenze 464 

Gap.  XXXIV.  (xxxiu.)  Ancora  di  noviU  fatta  in 
Firenze  per  gli  rettori  e  governatori  di  quella 
città ivi 

Gap.  XXXV.  (xxxiv.)  Come  il  marchese  da  Fer- 
rara ebbe  la  città  di  Parma 465 

Gap.  XXXVI.  (xxxv.)  Di  certe  noviU  state  nella 
città  di  Firenze  ne' detti  tempi 466 

Gap.  XXXVn.  (xxxn.)  Di  novita  state  nelU  città 
di  Genova  in  questi  tampi ivi 

Gap.  XXXVIIL  (xxxf  p.)  Ancora  delta  guerra  di 
messer  Luchino  Visconti  co' Pisani.  .     .     .  467 

Gap.  XXXIX.  (xxxvin.)  Come  i  cristiani  preso- 
no la  città  delle  Smirne  sopra  a'  Turchi.      .     ivi 

Gap.  xl.  (xxxix.)  Come  fa  morto  il  re  d'Er- 
minia.    468 


540 


INDICe. 


Pag. 

Cap.  XLl.  (xi.)  Della  congiaosìone  di  Sttunio 
e  di  GÌ0T6  e  di  Mtrto  nel  segno  d' Aquario.   468 

Gap.  XLIL  (xu.)  Quando  mori  meiser  Ubertino 
da  Carrara  lignore  di  Padova,  e  quello  che 
icguì  della  iua  morte 469 

Gap.  Xmi.  (xLii.)  D^ona  aspra  legge  che  fece 
il  comune  di  Firenze  contro  a^  cherici.     .     .     ivi 

Gap.  XLIY.  (xuii.)  Gome  il  popolo  di  Firenze  tolse 
certe  possessioni  e  beni  a  certi  grandi  gentili 
nomini  donati  loro  per  lo  cornane  di  Firenze.  470 

Gap.  XLV.  (xliv.)  Gome  volle  essere  tolto  il  ca« 
stello  di  Fucecchio  al  comune  di  Firenze.    .  471 

Gap.  XLVI.  (xlv.)  Di  certi  lavori  e  altre  cose 
fatte  per  lo  comune  di  Firenze  in  questi  tempi,     ivi 

Gap.  XLVn.  (xlvi.)  Gome  il  re  Adoardo  terzo 
d*  Inghilterra  venne  in  Fiandra,  e  mandò  sua 
oste  in  Guascogna  e  in  Brettagna  contra  il 
re  di  Francia 472 

Gap.  XLYIII.  (xivii.)  Gome  il  re  d*  Ungheria 
venne  in  Ischiavonia,  e  come  fu  morto  il  re  di 
PoUonia 473 

Gap.  XLIX.  (xlviii.)  Gome  i  Fiorentini  s*  accor- 
darono con  messer  Mastino  della  Scala  de* 
danari  gli  restavano  a  dare  per  la  compra 
di  Lucca ivi 

Gap.  L.  (xux.)  Di  più  novità  fatte  e  occorse  in 
Firenze  in  questo  anno 474 

Gap.  li.  (l.)  Gome  e  percbò  modo  fu  morto  An- 
dreasso,  che  dovea  essere  re  di  Gerusalem- 
me, di  Gicilia  e  di  Puglia ivi 

Gap.  LII.  (li.)  Di  quello  che  segui  poi  della  mor- 
te di  Andreasso 475 

Gap.  lui.  (m.)  Come  in  Firenze  si  fece  nuova 
moneta  d*  argento 476 

Gap.  LIY.  (lui.)  Gome  furono  morti  il  conte  d'A- 
naldo  e  *1  marchese  di  Giullieri  da^  Frosoni  .     ivi 

Gap.  LV.  (liv.)  Del  fallimento  della  grande  e 
possento  compagnia  de^  Bardi  in  Firenze  ivi 

Gap.  LVl.  (lv.)  Di  novità  state  in  Firenze  in 
questi  tempi 477 

Gap.  LVII.  (ivi.)  Gome  il  re  di  Francia  diede 
rappresaglia  sopra  i  Fiorentini  per  tutto  suo 
reame  a  petizione  del  duca  d' Atene  ...     ivi 

Gap.  LVIIL  (lvii.)  D*una  grande  dissensione  che 
fu  in  Firenze  dal  comune  allo  inquisitore  de* 
paterini .     ivi 

Gap.  LIX.  (lviii.)  Gome  il  re  d^  Ungheria  seppe 
la  morte  del  re  Andreasso,  e  venne  in 
Isohiavonia  con  grande  esercito  per  soc- 
correre Giara,  e  passare  in  Puglia  per  fare 
la  sua  vendetta 478 

Gap.  LX.  (lix.)  Gome  Carlo  figliuolo  di  Gio- 
vanni re  di  Boemia  fu  eletto  re  de*  Romani  .479 

Gap.  LXI.  (lx.)  Di  certa  rotta  che  la  gente  del 
re  di  Francia  ricevette  dalla  gente  del  re 
d'Inghilterra  in  Guascogna       .     .     .     ,     .  480 

Gap.  LXII.  (lxi.)  Gome  il  vescovo  di  Liegge  con 
sua  gente  fu  scofitto  da  quelli  di  Liegge     .  48 1 

Gap.  LXIIL  (lxu.)  Gome  il  re  d' Inghilterra 
passò  con  sua  oste  in  Normandia  sopra  il 
re  di  Francia,  e  quello  che  vi  fece    ...     ivi 


P«|. 

Gap.  LXIV.  (ixin.)  Gome  il  re  d' Inghilterra  si 
parti  di  Normandia  e  venne  presso  a  Parigi, 
ardendo  e  guastando  il  paese      ....  489 

Gap.  LXY.  (lxiv.)  Come  il  re  d' Inghilterra  si 
parti  di  Puscl  per  andare  in  Piccardia  per 
accozzarsi  co*  Fiamminghi ìtì 

Gap.  LXVI.  (lxv.)  Gome  il  re  di  Francia  con 
sua  oste  seguiva  il  re  d*  Inghilterra  .     .    .483 

Gap.  LXVII.  (lxvi.)  D'  una  grande  e  sventurata 
sconfitta  eh'  ebbe  il  re  Filippo  di  Franota 
con  sua  gente  da  Adoardo  terzo  re  d' In- 
ghilterra a  Greci  in  Piccardia ivi 

Gap.  LXVin.  (lxvii.)  Quello  che  il  re  d'In- 
ghilterra con  sua  oste  fece  dopo  la  detta 
vittoria  avuta  a  Greci 485 

Gap.  LXIX.  (lxviii.)  Gome  Luigi  il  giovane,  che 
tiene  la  Cicilia,  riebbe  Melazzo  e  trattò  di 
fare  parentado  e  lega  col  re  d'  Ungheria     .  486 

Gap.  LXX.  (uix.)  Gome  certe  galee  de' Geno- 
vesi passarono  nd  mare  Maggiore,  e  preso- 
no SinopoU  e  l' isola  di  Scio ivi 

Gap.  LXXI.  (lxx.)  Di  certe  novità  che  farono  in 
questi  tempi  nd  regno  di  Puglia  ....     in 

Gap.  LXXIL  (uxi.)  Di  certi  ordini  che  ai  fe- 
ciono  in  Firenze,  che  ninno  forestiere  po- 
tesse avere  ufld  di  comune,  e  come  ai  com- 
piè il  ponte  a  Santa  Trìnita 487 

Gap.  LXXIIL  (lxxii.)  D*  una  grande  carestia  che 
fu  in  Firenze  e  d'intorno  in  più  parti  .     .     ivi 

Gap.  LXXIV.  (lxxiii.)  Gome  messer  Luchino  Vi- 
sconti ebbe  la  città  di  Parma 488 

Gap.  LXXV.  (lxxiv.)  Gome  il  conte  di  Fondi 
sconfisse  la  gente  della  reina  moglie  ohe  fu 
del  re  Andreasso 489 

Gap.  LXXVI.  (lxxv.)  Gome  fu  sconfitto  il  re  Da- 
vid di  Scozia  dagli  Inghilesi,  e  preso     .     .     ivi 

Gap.  LXXVIL  (ixxvi.)  Ancora  della  guerra  di 
Guascogna  dalla  gente  del  conte  d' Orbi  a' 
Franceschi ivi 

Gap.  LXXVIII.  (lxxvii.)  Gome  Carlo  re  di  Boe- 
mia fu  confermato  per  lo  papa  e  per  la 
Chiesa  a  essere  imperadore,  e  come  prese  la 
prima  corona 490 

Gap.  LXXIX.  (ixxvin.)  Di  novità  fatte  in  Firen- 
ze per  cagione  degli  ufici  del  comune     .     .     ivi 

Gap.  LXXX.  (lxxix.)Dì  novità  che  furono  io  A- 
rezzo  per  simile  cagione  degli  ufici .     .     .491 

Gap.  LXXXI.  (lxxx.)  Gome  la  città  di  Giara  in 
Ischiavonia  s'  arrendo  a'  Veneziani     ...     ivi 

Gap.  LXXXU.  (lxxxi.)  Di  certe  novità  ohe  fu- 
rono nel  castello  di  Samminiato  del  Tede- 
sco, e  come  si  dierono  alla  signorìa  e  guar- 
dia del  comune  di  Firenze  per  cinque  anni     ivi 

Gap.  LXXXIII.  (uu^u.)  Di  certe  novità  e  ordini 
che  si  feciono  in  Firenze  per  lo  caro  ch*era, 
e  per  la  mortalità  che  fu ivi 

Gap.  LXXXIV.  (lxxxhi.)  Di  grande  mortalità  che 
fu  in  Firenze  io  qaesti  tempi,  ma  piìi  grande 
altrove,  come  diremo  appresso     ....  492 

Gap.  LXXXV.  (lxxxiv.)  Come  Carlo  di  Boemia 
eletto  nuovo  imperadore  venne  in  Chiarentana  493 


INDICB. 


541 


Pag. 

Cap.  LXXXVI.  (lxxxv.)  Di  certo  parlamento  che 
fece  il  re  di  Francia  per  andare  contro  al 
re  d*  Inghilterra 493 

Cap.  LXXXVU.  (lxxxvi.)  Del  parlamento  che 
fece  il  re  d*  Inghilterra  co' Fiamminghi  e  col 
daca  di  Brabante •     .     .      ivi 

Cap.  LXXXVIII.  (lxxxyii.)  Di  novità  e  discor- 
dia che  furono  nella  città  di  Genova      .     •     ivi 

Cap.  LXXXIX.  (lxjcxvui.)  Come  V  Àqoila  e  FaU 
tre  terre  d' Abruzzi  ai  rnbellarono  a'  reali 
di  Puglia,  a  petizione  del  re  d*  Ungheria    •  494 

Cap.  XC.  (lxxxix.)  Di  grandi  novità  che  furo- 
no in  Roma,  e  come  i  Romani  feciono  tri- 
buno del  popolo ivi 

Cap.  XCL  (xc.)  Di  certe  tempeste  e  fuochi  che 
furono  in  Firenze 495 

Cap.  XCII.  (xci.)  Ancora  di  novità  che  furono 
in  Firenze,  e  di  certi  ordini  che  si  feciono 
contro  a*  ghibellini ivi 

Cap.  xeni,  (xcii.)  Come  messer  Carlo  di  Brois 
fu  isconfitto  in  Brettagna 496 

Cap.  XCIV.  (xcui.)  Come  quegli  della  città  di 
Liegge  furono  sconfitti  dal  loro  vescovo  e 
dal  duca  di  Brabante ivi 

Cap.  XGV.  (xciv.)  Come  il  navilio  che  il  re  di 
Francia  mandava  per  fornire  Calese,  fu  scon- 
fitto dalla  gente  del  re  d*  Inghilterra     .     .     ivi 

Cap.  XCVI.  (xcv.)  Come  il  re  di  Francia  s'af- 
frontò con  sua  oste  per  combattere  col  re 
d*  Inghilterra,  e  come  a^  arrendo  Calese  agli 
Inghilesi   . ivi 

Cap.  XCVU.  (xcvi.)  Come  in  Firenze  si  fece 
nuova  moneta,  peggiorando  la  prima     .     .498 

Gap.  XCVIU.  (xcvii.)  Come  in  cielo  apparve 
una  comete ivi 

Cap.  XCIX.  (xcvni.)  Come  messer  Luigi  prenze 
di  Taranto  prese  per  moglie  la  regina  di  Pu- 
glia sna  cugina  carnale •     .     ivi 

Cap.  C.  (xcix.)  Di  certe  battaglie  che  fecio- 
no 1  Genovesi  co'  Catalani  in  Sardigna  e  in 
Corsica 499 

Cap.  CL  (c.)  Come  volle  essere  tolto  per  tra- 
dimento il  castello  di  Laterino  a*  Fiorentini,     ivi 

Cap.  cu.  (ci.)  Come  i  reali  del  regno  di  Tu- 
nisi in  Barbarie  per  loro  discordie  à*  ucciso- 
no  insieme ivi 

Cap.  CHI.  (cu.)  Come  la  città  di  Sermone  e 
altre  terre  à*  arrenderono  alla  gente  del  re 
d'Ungheria 500 

Cap.  CIV.  (cui.)  Come  i  reali  di  Puglia  si  rau- 
narono  con  loro  isforzo  alla  città  di  Capovi.  501 

Cap.  CV.  (civ.)  Di  novità  e  battaglie  che  fu- 
rono in  Roma  :  come  i   Colonnesi  furono 


Pag. 
sconfitti,  e  poi  come  il  tribuno  fa  cacciato 
della  signoria 501 

Cap.  evi.  (cv.)  Come  mori  Lodovico  di  Ba- 
viera che  si  chiamava  imperadore,  e  fu  eletto 
imperadore  il  re  Adoardo  d*  Inghilterra.     .  502 

Gap.  GVII.  (evi.)  Come  il  re  d' Ungheria  passò 
in  Italia  per  andare  in  Puglia  a  fare  la  ven- 
detta del  suo  fratello  Andreasso  ....      ivi 

Cap.  CVIII.  (cvii.)  Come  il  comune  di  Firen- 
ze mandò  una  ricca  ambasciata  al  re  d*  Un- 
gheria   503 

Cap.  CIX.  (cviii.)  Come  fu  imposta  T  amba- 
sciata al  re  d*  Ungheria  a  Rimino  per  mes- 
ser Tommaso  Corsini  dottore  di  legge   .     .  504 

Cap.  ex.  (cix.)  Risposta  fatta  in  presenza  del 
re  d*  Ungheria  a*  nostri  ambasciadori  per  lo 
venerabile  uomo  messer  Giovanni  cherico  di 
Visprimiense,  a  cui  il  re  la  commise .     .     .505 

Cap.  CXI.  (ex.)  Come  il  re  d'  Ungheria  entrò 
nel  regno  di  Puglia,  ed  ebbe  la  signoria  a 
cheto  e  senza  contrasto 506 

Cap.  CXII.  (cxi.)  Come  il  re  d*  Ungheria  fece 
morire  il  duca  di  Durazzo,  e  fece  pigliare 
gli  altri  reali,  e  come  entrò  in  Napoli   .     .     i\i 

Cap.  CXIII.  (cxii.)  Come  de'  soldati  stati  al  sol- 
do del  re  d'  Ungheria,  e  di  quelli  stati  con 
messer  Luigi  di  Taranto,  si  fece  nna  gran 
compagnia  per  partirsi  del  Regno.     .     .     .507 

Cap.  CXIV.  (cxiii.)  La  lettera  che  mandò  il  re 
d'Ungheria  al  comune  di  Firenze.     .     .     .508 

Cap.  CXV.  (cxiv.)  Come  messer  Luigi  di  Ta- 
ranto e  la  regina  Giovanna  arrivarono  in 
Proenza 509 

Cap.  CXVI.  (cxiv.  Sta  nelV antecedente.)  Di  certi 
signori  e  donne  che  passarono  per  Firenze     ivi 

Cap.  CXVII.  (cxv.)  Quando  si  cominciò  a  fon- 
dare il  muro  di  San  Gregorio  in  Arno,  che 
richiude  due  pile  del  ponte  Rubaconte    .     .510 

Gap.  CXVIIL  (cxvi.)  Come  i  Bostoli  furono 
cacciati  d*  Arezzo,  e  il  perchè      ....     ivi 

Gap.  CXIX.  (cxvii.)  Di  certe  novità  che  furono 
in  Firenze  in  questi  tempi ivi 

Gap.  GXX.  (cxviii.)  Come  la  città  di  Pisa  mutò 
stato  e  reggimento 511 

Gap.  GXXL  (cxix.)  D*uno  grande  miracolo  ch'ap- 
parve in  Avignone  in  Provenza    ....     ivi 

Gap.  GXXII.  (cxx.)  Come  i  guelfi  furono  cac- 
ciati di  Spulato ivi 

Gap.  GXXIIL  (cxxi.)  Di  grandi  tremoti  che  fu- 
rono in  Vinegia,  in  Padova,  Bologna,  e  Pisa,      ivi 

Gap.  CXXIV.  (cxxu.)  Di  grandi  tremoti  che  fu- 
rono in  Friuli,  e  in  Baviera,  e  in  Chiarenta- 
na, e  nella  Magna  e  in  più  contrade.     .     .512 


544 


INDICE  DELLA  CRONACA 


Aglionif  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Agnulfo^  antipapa,  IV,  27. 

Agobbinij  aiutano  i  Fiorentini,  IX,  47  e  Ivi,  71  —  fanno 

taj^Ua  con  loro,  ivi,  226  ~  gli  aiutano  ancora,  IX,  302 

e  XI,  132. 
Agohhioy  d*.  V.  OàtyrieUif  Landò, 

—  Davcsoue  d',  vicario  in  Pisa  pel  Bavaro,  preso  dnCa- 
strucclo,  X,  82. 

Agolantif  famìglia  ghibellina  di  Firenze.  V,  39  e  Vly  33. 
Agosta,  città  in  Sicilia,  presa  da  Rinaldo  da  Velli,  VII,  117 
^assediata  e  presa  da  don  Giacomo   di  Aragona,  ivi. 

—  V ,  castello  di  Lucca  ordinato  da  Castruccio,  V,  1  — 
vi  è  data  la  possessione  a' Fiorentini  per  Mastino  della 
Scala,   XI>   1H3    —    ne    rimane    la    guai'dia   a' Pisani, 

xn,  8. 

Agoatino  (S.J^  sue  reliquie,  lì,  9. 

Agostano,  moneta,  che  cosa  fosse,  VI,  21. 

Aguglione,  castello  in  Guascogna,  assediato,  XII,  47  —  si 
lìbera,  ivi,  61. 

Aitoiif  re  d'Armenia,  fa  convertire  Mungo  grande  cane 
de'  Tartari,  e  va  con  Aloon  fratello  di  questo  sopra  i  Sa- 
racinì  in  Soria,  VI,  69  —  torna  a  domandargli  soccor- 
so, ed  è  tradito,  VU,  83  —  torna  con  Cassano  soprai 
Saracini,  Vm,  35. 

—  frate,  signore  del  Coleo  d'Armenia,  suo  libro,  V,29  e 
VUI,  36. 

Alagna,  sede  di  papa  Bonifazio  Vili,  V,  8  — condotta  del 
suo  popolo  nella  presura  di  esso  papa,  VUI,  63. 

Alamagna,  provincia  d' Europa,  I,  5  —  conquistata  da  Clo- 
vis,  I,  18  —  da  Belisario,  II,  6. 

—  re  d'.  V.  Adolfo,  Corrado^  Otto,  Rodolfo. 
Alamanni^  come  riavessero  lo  imperio,  III,  6. 

Alamo  da  Lentino,  parte  che  ha  nella  congiura  di  Gianni 
da  Procìta,  VII,  57. 

Alani.,  ribelli  dell'impero  romano,  soggiogati,  I,  18. 

Alania,  provincia  d'Europa,  I,  6. 

AUurdo  consiglia  il  re  Carlo,  VII,  26. 

Alavagna.  V.  Lavagna. 

Alba  o  Albania,  città  fondata  da  Ascanio,  I,  24  —  presa 
da  Komolo  e  Remo,  I,  26. 

Albamala,  conte  di,  guidatore  di  schiera  francesca  alla  bat- 
taglia di  Coltrai,  Vili,  66  —  altro,  muore  con  suo  fi- 
gliuolo nella  battaglia  di  Crecl,  XII,  67. 

Albaroccta  o  Arbaroccia,  in  Guascogna,  assediata  dal  conte 
d'  Orbi  (\^emch),  XII,  47  —  battaglia  combattutavi,  ivi. 

Albavilla,  XII,  66. 

Alherighij  nobili  antichi  di  Firenze,  IV,  11. 

Alberico f  re  dei  Goti,  passa  in  Italia,  I,  61. 

—  re  in  Lombardia,  li,  9  —  egli  e  i  suoi  discendenti  han- 
no grande  guerra  con  quelli  di  Ravenna,  ivi. 

—  marchese,  come  chiamasse  in  Italia  gli  Ungari.  Ili,  4. 

—  frate  da  Faenza,  X,  27. 

Albertif  conti,  ghibellini  dì  Toscana,  VI,  81  —  popolani 
bianchi  di  Firenze,  Vili,  71. 

—  Donato,  giudice,  di  parte  bianca,  dicollato,  VIU,  60. 

—  Iacopo  degli,  anibasciadore  a  Vìnegia  pei  Fiorentini, 
XI,  90  —  rivela  la  congiurazione  de' Bardi,  XI,  118. 

— >  da  Porcìano,  conte  Guido,  de' conti  Guidi,  sua  parte 
nella  rinuncia  di  Arezzo  a'  Fiorentini,  XI,  60  —  perde 
san  Bavello,  ivi,  1 26  —  e  il  castello  delle  Poci, XII,  50. 

Alb§rtOf  antipapa,  IV,  27. 

—  figliuolo  di  Berengario  terzo,  impera  con  lui  in  Italia, 
III,  5  —  fugge  per  paura  di  Ottone,  e  in  lui  cessa  lo 
imperio  degl'  Italiani,  ivi. 

— -  d'Habsburgo,  duca  d'Austria,  VII,  42  —  manda  Gianni 
di  Celoria  vicario  d'imperio  in  Toscana,  VUI,  10  — 
sconfigge  ed  uccide  Adolfo  re  di  Alemagna,  ed  ò  eletto 
re  de'  Romani,  ivi,  22  —  confermato  dal  papa,  ivi,  63 
—  morto  dal  nipote  per  tradigione,  ivi,  94. 

Albingano,  presa  dagli  asciti  di  Genova  e  dal  marchese 
dal  Finale,  IX,  169. 

Albino,  duca  o  principe  romano,  assedia  Fiesole,  I,  36  — 
ha  pajte  nella  edificazione  di  Firenze,  ivi,  28. 

Albizzi,  popolani  bianchì  di  Firenze,  VUI,  71  —  alcuni 
d'essi  congiurano  contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16  —  al- 
tri ricettano  il  podestà  fuggente,  ivi,  17. 

—  Antonio  di  Landò    degli,    luogotenente    del  podestà  in 


Firenze,  XII,  17  —  ambasciadore  al  re  4* OÉigheria, 
ivi,  108. 

Albizsi,  Bellincione  degli,  priore  di  Firenze^  XII,  18. 

Alcaram  di  Maometto,  li,  8. 

Aldobrandi.  V.  AdUiiari, 

Aldobrandini,  Luigi  di  Lìppo,  congiurato  contro  il  duca 
d'Atene,  XII,  16. 

Alemagna,  città  in  campagna,  presa  dalla  gente  del  re  Bo- 
berto  a  quella  del  Bavaro,  X,  92. 

Aleppo,  presa  da  Aloon  ed  Aiton,  VI,  69. 

Alessandria  delia  Paglia,  sua  origine,  V,  2  —  si  rende  al 
legato  del  papa  e  al  re  Roberto,  IX,  196  —  signoreg- 
giata da  Luchino  Visconti,  XII,  74. 

Alessandro,  santo,  vescovo  di  Fiesole,  sua  morte,  U,  7. 

—  II,  papa,  fa  concilio  a  Mantova,   IV,  16. 

—  lU,  papa,  ha  guerra  con  Federico  Barbarossa,  passa 
in  Francia  e  tiene  il  concilio  di  Tours,  V,  1  —  toma 
di  Francia  a  Vìnegia,  V,  2  —  perdona  a  Federico  Bar- 
barossa, e  si  pacilica  con  lui,  ivi. 

—  IV,  papa,  ha  guerra  con  Manfredi  re  di  Puglia  e  Si- 
cilia, VI,  46  —  muore,  ivi,  87. 

Alfanif  Gianni,  popolano  di  Firenze,  cacciato  dal  duca  di 

Calabria,  X,  47. 
Aìfarante,  conte  di  Fettieri  e  di  Lanzone,  re  di  Francia.  IV,  4. 
Alfonso,  re  dì  Spagna,  eletto  re  de' Romani,  VI,  73. 

—  primogenito  di  Pietro  Ut  re  d' Aragona,  coronato  re  di 
Maiorica,  VII,  102  —  succede  al  padre,  ivi,  103  — 
muore,  VUI,  13. 

—  figliuolo  di  Giacomo  U,  re  d' Aragona,  va  con  sua  ar- 
mata in  su  l'isola  di  Sardegna,  IX,  210  —  sconfigge! 
Pisani,  ha  Villadichiesa,  e  assale  Castellodicastro ,  ivi, 
237  —  li  sconfigge  nuovamente,  ivi,  261  —  fa  pace 
dopo  conquistata  l' isola,  e  parte,  ivi,  269  —  toglie  le 
decime  del  papa,  ivi,  336  —  succeda  al  padre,  X,  45. 

—  conte  di  Barcellona  e  di  Valenaa,  assedia  Carcasciooa, 
V,  36  -»  antico  del  legnaggio  di  Aragona,  VII,  76. 

Algise,  figlio  di  Desiderio  re  de' Lombardi,  XIU,  2. 

Alidogi,  famiglia  d'Imola,  X,  39. 

Allotti,  nobili  Fiorentini,  fatti  popolani,  XH,   23. 

Alleghìera,  terra  in  Sardegna,  combattuta,  XII,  100. 

AUicorte,  conte  d',  muore  nella  battaglia  diCrec),  XII,  67. 

AUighieri,  Dante,  chi  fosse,  IX,  186  —  sue  sentenze  so- 
pra Firenze,  XII,  19,  e  97  —  menziono  diluì,  ivi,  44. 

Aloon,  fratello  di  Mungo  grande  cane  de' Tartari,  prende 
il  calif  e  la  città  dì  Bagdad,  il  soldano  e  la  città  d'A- 
leppo,  e  Damasco  ed  Antiochia,  VI,  69. 

AUemura»  conte  paladino  d',  con  la  forza  de'Colonnesi  cac- 
cia il  tribuno  Kiccola  da  Roma,  XII,  105. 

Altopascio,  assediato  e  preso  da' Fiorentini,  e  loro  amistà, 
IX,  303  —  sconfitta  che  vi  riceve  l'oste  fiorentina  da 
Castruccio,  ivi,  304  —  ripreso  da  Castruccio,  ivi,  306 — 
rimane  a'  Fiorentini  per  pace,  XI,  90. 

Altopascio,  signore  d'.  V.  Sagina, 

Altoviti,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79  —  espi 
di  popolo  in  tMrenze,  Vili,  12  —  congiurati  contro  il 
duca  d'Atene,  Xil,  16  —  lo  cacciano,  ivi,   17  e  seg. 

—  Bindo,  riformatore  in  Firenze,  XU,  17. 

—  Guglielmo  degli,  capitano  dì  guardia  in  Arezso,  XI,  135 
—  giustiziato  dal  duca  d'Atene,  XII,  2. 

—  Oddo,  giudice,  ambasciadore  al  re  d'Ungheria,  XII,  108. 
Alvagna,  conte  d',   o   Luflfo  Mastro,   o    Mastro  Siniscalco, 

valente  barone  di  Arrigo  VII,  IX,  37. 

Alzurro,  conte  d',  muore  nella  battaglia  dì  Mousimpevero, 
Vili,  78  —  altro,  preso  in  battaglia  presso  Trevi  nel 
Viennese,  IX,  312,  V.  anche  Ililes. 

Amare,  reale  di  Tunisi,  muore  per  guerra  civUe,  XU,  102. 

Amasiu,  re  di  Giudea,  I,  25. 

Amidei,  famiglia  ghibellina  di  Firenze,  V,  38  — sono  cac- 
ciati, VI,  66. 

—  Lambertuccio  degli,  ha  parte  nell' assasainio  di  Buon- 
delmonte  de'Buondelmonti,  V,  89. 

Amieri,  famiglia  nobile  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  \1| 
33  —  sono  cacciati,  VI,  65  —  fatti  popolani,  XIl,  23. 

Ammirati,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,   VI,   79. 

Ampinana,  castello  preso  e  disfatto  da'  Fìoreutini,  Vii, 
150  —  no  riprendono  i  popoli  e  contado,  X,  138  — 
reòtituito  »ì  conlc  da  Baltit'ollc,   XII,  2i. 


Il 


DI  OIOVANNI  VILLANI. 


545 


AmitUot  SUtìo,  regnm  in  Alba  cacoUmd*  Namitore  fuo 
maggior  fratello,  I,  25  —  fii  rinehlndero  in  moniatoro 
Bea  ana  nipote,  ivi  —  la  fa  feppellire  Tira,  M  —  è 
ucdfo  da  Romolo  e  Remo,  i?i,  26. 

AnacUto,  antipapa,  IV,  34. 

Analdo,   conte  d*.  V.  CHannif  Bràbante^  daca  di. 

Analdo,  contea  d',  a  chi  passa  per  mancanza  di  erede 
maschio,  XII,  54. 

Anoitoiio,  Corrado  di,  di  Foligno,  capitano  di  parte  ghi- 
l)el]ina,  IX,  6. 

—  IV,  papa,  IV,  35. 

Ancelle,  assediata  da  re  Piero  d'Aragona,  VII,  69. 

AneKumif  famiglia  ghibellina  di  Firenae,  VI,  89. 

Anchiie,  padre  d'Enea,  parte  con  lui  di  Troia,  I,  21  — 
muore  in  Cicilia,  ed  è  seppellito  dove  è  oggi  Trapali,  ivi. 

Ancisa,  T,  castello  posto  da*  Fiorentini,  VI,  4  —  raiTor- 
sato,  X,  99. 

Anco  Karao,  re  di  Roma  appresso  Tallio,  I,  28  —  fa  il 
tempio  di  Qiano,  ivi. 

Ancona  (Marca  di),  provincia  d'Italia,  I,  5. 

Anconitani,  sconfitti  dal  conte  di  Montefeltro  e' ghibellini, 
Vili,  113  —  fanno  popolo,  e  cacciano  dalla  terra  i  lo- 
ro grandi,  XI,  142. 

Andlborgo,  città  corsa  da'  ribelli  di  Bniggia,  Vm,  55  — 
la  assediano,  IX,  282. 

Andreoiio,  del  legnaggio  d' Ungheria,  toglie  gran  parte  di 
qnel  reame  a  Carlo  Martello,  VII,  185. 

-»  figlinolo  di  Carlo  Umberto  re  d'Ungheria,  fatto  duca 
di  Calabria,  X,  225  —  come  fa  morto  per  tradimento 
de'  suoi  consorti  e  della  moglie,  XII,  51  —  di  quello 
che  ne  segui,  ivi,  52. 

Andri,  conte  d'.  V.  NovéUOt  conte. 

iliMlronieo  n,  imperadoredi  Costantinopoli,  fa  lega  co' ghi- 
bellini d'Italia,  IX,  95  e  111  —  ha  discordia  co'  suoi 
figliuoli,  IX,  183. 

—  m,  imperadore  di  Costantinopoli,  riceve  grande  ab- 
bassamento da'  Turchi  e  Tartari,  X,  151. 

Angeli,  moneta  di  Francia,  XI,  72. 

AnghianOf  signori  d',  si  rubellano  ai  Fiorentini,  IX,  73. 

Angieri,  conte  di.  V.  Oddo  od  Ugo,  Roberto, 

Angibj  conte.  V.  Carlo,  Palatino  (conte). 

AngioUerif  Tomagna  degli,  ha  parte  nella  congiura  de'Bar- 
di  in  FIrenae,  XI,  119. 

Angiuliem ,  8.  Giovanni ,  città  presa  dal  conte  d' Orbi 
(Vervich),  XH,  77. 

AnguiUara,  conte  dell',  morto  in  rissa  fra  gli  Orsini  e  i 
Colonnesi,  VUI,  117  —  altro,  morto  da'Colonnesi,  X,  2  2 1. 

Ajmiboldeichij  nemici  de' Colonnesi,  VII,  54.  V.  anche  i?oto. 

Annibalet  dove  passasse  l'Alpi  appennine,  I,  43. 

Annoveri^  fan  lega  contro  al  re  di  Francia,  XI,  109  — as- 
soldati da  lui,  XU,  96. 

Ansaraco,  figlio  di  Troio,  I,  12. 

AtudmOf  conte  di  Bibuamonte,  crociato,  IV,  24. 

Ansione,  vescovo  di,  santo  uomo,  sua  prediaione,  Vm,  64 
e  X,  60. 

AnteUoy  dell',  o  Antellesi,  popolani  bianchi  di  Firenie,XI, 
138  e  XII,  55  —  confortano  il  duca  d'Atene  a  farsi 
tiranno  di  Firenze,  XII,  3  —  hanno  parte  nella  cac- 
ciata di  lui,  ivi,  17. 

—  Taddeo  dell',  luogotenente  del  podestà  inferenze,  Xn,  17. 
AftUnoro,    uno  de' maggiori  signori   di  Troia  e  fratello  di 

Priamo  re,  parte  di  Troia  con  Priamo  il  giovine  figlio 
di  quello,  ed  edifica  Vinegia  e  Padova,  I,  17. 
Antiochia,  presa  dai  crociati,  IV,  24  —  da'  Tartari,  VI,  59 

—  dal  fidano  de'Seracini,  VII,  15. 
Antiochia,  re  d'.  V.  Federigo  bastardo. 

Antìocfda,  Corrado  di,  della  casa  di  Svevia,  barone  del  re 
Manfredi,  VII,  7  —  come  i  suoi  fossero  ricevuti  dal  re 
Roberto,  XII,  14. 

Anziani,  uficio  di  Firenze,  V,  32  e  VI,  39. 

ApolUno,  maestro  e  astrologo  del  re  Attalante,  segue  Dar- 
dano  in  Frigia,  I,  10. 

Aquila  (1'),  città  di  Puglia,  ha  battaglia  dtUdina,  XI,  80 

—  si  rubella  alla  regina  Giovanna,  XU,  71  —  assedia- 
ta dal  duca  di  Durazzo,  ivi,  89. 

AguUa,  Piero  dell',  inquisitore  di  Firenze,  muove  grande 
dissensione  cittadina,  XU,  58. 


AquUea,  assediata  da  Totile,  II,  1.  

—  patriarca  di,  aiuta  i  signori  della  Torre,  Vm,  61  — 
guerreggia  contro  i  Visconti,  IX,  29.  V.  anche  Tom, 
della. 

Aquino,  preso  da  re  Carlo  d'Angiò  e  sua  oste,  VII,  6. 
AquiUmia,  re  d'.  V.  Dodone,  Pipino, 
Aragona,  protincia  d'Europa,  I,  5. 

—  (casa  di),  suo  legnaggio,  VII,  76. 

—  re  d'.  V.  AlfotiiOj  Pietro,  Carlo  di  Vaioli,  Giacomo. 
Arborea,  giudice  d',  signore  d' Arestano,  si  rubella  dai  Pi- 
sani a  petizione  del  re  d'Aragona,  IX,  198. 

Arca,  dell',  nobili  antichi  Fiorentini,  IV,  If, 

Arci,  preso  da  re  Carlo  d'Angiò  e  sua  oste,  VII,  6. 

Arcidosso,  castello,  preso  da'Sanesi,  X,  188. 

ArdingfU,  nobili  antichi  Fiorentini,  IV,  11  —  sono  di  par- 
te guelfa,  ivi,  11. 

Arduino,  principe  della  Morea,  capitano  di  Carlo  d'Angiò 
alla  battsglia  di  Tagliacozzo,  VII,  26. 

Aretini,  come  s'inimicarono  coi  Fiorentini,  IV,  37  —  co- 
me Airone  sconfitti  da  loro,  V,  5  —  prendono  e  disfan- 
no Cortona,  VI,  66  —  tornano  in  briga  co' Fiorentini, 
VII,  115  —  loro  danni,  ivi,  120  —  sconfiggono  lJ3a- 
nesi  alla  pieve  al  Toppo,  ivi — schifano  battaglia  co' Fio- 
rentini; poi  guastano  lor  contrade,  ivi,  124  —  cavalcano 
inaino  a  S.  Donato  in  collhia,  ivi,  127  —  co' ghiballini 
di  Toscana  e  d'altre  parti  sono  sconfitti  da' Fiorentini 
e'  guelfi  a  Certamondo  in  Casentino,  ivi,  131  —  vanno 
co' bianchi  e' ghibellini  sopra  Firenze,  Vm,  72  —  ri- 
prendono il  castello  di  Laterino,  ivi,  73  —  sconfitti 
da' Fiorentini,  ivi,  118  — -  ricevono  Arrigo  VII  impe- 
radore, IX,  44  —  si  partono  dell'  oste  di  lui,  ivi,  53  — 
fanno  oste  sopra  la  terra  d'Ugueeione  da  Faggiuola,  ivi, 
205  —-  nemici  de'Fiorentini,  ivi,  225  —  sconfitti  da'Pe- 
rugini,  ivi,  341  —  tengono  parte  d'imperio,  X,  99  — 
hanno  il  borgo  a  Sansepolcro  per  assedio,  ivi,  124  — 
voglion  prendere  Cortona,  ivi,  148  —  hanno  per  patto 
il  castello  di  Mercatello,  ivi,  220  —  sconfiggono  i  Pe- 
rugini, XI,  28  —  trattano  di  accordo  prima  co' Perugi- 
ni, poi  co' Fiorentini,  ivi,  59  —  aiutano  questi  sopra 
Lucca,  ivi,  63  —  fanno  pace  co' Tarlati,  e  rimettono  i 
ghibellini,  XII,  45. 

Arezzo,  sua  origine,  e  perchè' cosi  nomata,  I,  47  —  come  ' 
ne  fu  cacciata  e  rimessa  la  parte  ghibellina,  VI,  61  — 
come  ne  furono  cacciati  i  guelfi  —  VII,  115  —  è  as- 
sediata da'Fìorentini,  ivi,  182  —  il  legato  Orsini  vi  fa 
rannata  di  ghibellini  e  bianchi.  Vili,  89— ne  sono  cac- 
ciati i  Tarlati  e  rimessivi  i  guelfi,  ivi,  99  —  tomanvi 
i  Tarlati,  ivi,  101  —  come  vi  è  messo  vicario  d'im- 
perio, IX,  25  —  acquistato  da'Fìorentini  col  suo  con- 
tado, XI,  60  —  si  dà  al  duca  d'Atene,  XII,  8  —  se  gli 
rubella,  ivi,  17  —  si  delibera  dalla  signoria  de' Fioren- 
tini, ivi,  24. 

—  vescovo  di.  V.  Pietramala,  UberHm^  Qmdi, 
Argenta,  assediata  da' marchesi  da  Este,  s'arrende,  XI,  6. 
Argon,  figlio  d'Abagà  cane  de' Tartari,  togh'e  regno  e  vita 

a  Tangador  suo  zio,  VII,  100. 
Ariano,  castello  in  Brettagna,  assediato,  XII,  93. 
Aristol^o.  V.  Teolqfire. 
Arlotto,  Gianni  d',  popolano  di  Roma,  fatto  cardinale  da 

Nicolò  V  antipapa,  X,  74. 
Armano,  conte  d',  viene  in  Firenze,  al  seguito   del  duca 

di  Calabria,  X,  1. 
Armeni,  ammazzano  il  loro  re,  XII,  40. 
Armenia.  V.  Erminia, 

—  re  di.  V.  Aiton, 

Armignaeca,  conte  di,  viene  in  Italia  al  seguito  del  re 
Giovanni,  X,  214  —  va  al  soccorso  di  Ferrara,  ivi,  216 

—  è  preso,  ivi,  218  —  sconfigge  i  Fiamminghi,  XI,  111 

—  ha  parte  nell'assedio  di  Calese,  XII,  96. 

Amo,  fiume  msggiore  di  Toscana,  suo  corso,  I,  41  —  sue 
memorie,  ivi,  43  —  trabocca  rovinosissimamente,  XI,  1 
e  seg. 

Arnoldo  o  Arnolfo,  barone  di  Francia,  è  eletto  imperadore 
dai  baroni  dell'imperio,  dopo  Carlo  il  Grosso,  II,  14  e 
20  —  vince  i  Normandi  e  que'  di  Danimarca,  ivi,  20  — 
muore,  e  in  lui  fallisce  lo  imperio  a' Franceschi,  ivi. 

Arriano,  Bernardo  d',  podestà  pel  re  Cerio  in  Firenze,  VII,  85. 

85 -A. 


546 


INDICE  DELLA  CRONACA 


AmgOf  santo,  daca  di  Baviera,  I  come  ixnperadore,  II  come 

re  di  Alemagna,  IV,  4. 
^  li  detto  III,  imperadore  d*  Alemagna  dopo  Corrado,  IV, 

15  —  paasa  in  Itab'a,  vi  fa  eleggere  papa  Clemente  U, 

ivi  —  ha  guerra  e  battaglia  con  papa  Gregorio  VI,  da 

lai  già  dipoBto,  ivi 

—  m  detto  IV,  imperadore  dopo  Arrigo  II,  fa  fare  papa 
Vittorio,  e  a'  incomincia  scisma  e  perdecozione  della 
Chiesa,  IV,  16  —  sae  contese  con  Gregorio  VII,  e 
nuovo  scisma  che  ne  consegne,  ivi,  22  —  come  asse- 
diasse Firenze  senza  niente  acquistare,  Ivi,  23  —  sua 
mala  fine,  ivi 

—  IV,  di  Baviera,  figlio  di  Arrigo  IH,  è  eletto  re  de'  Ro- 
maid,  IV,  27  —  viene  in  Italia  per  la  corona,  ed  è 
confermato  imperadore  da  papa  Pasquale,  ivi  —  sua 
violenza  al  detto  papa,  e  sì  n*è  coronato,  ivi  —  fa 
eleggere  antipapa  Bordino,  ivi  —  toma  a  coscienza,  e 
si  ricomunica  con  papa  Calisto,  ivi,  28  —  muore,  e 
in  lui  finiscono  gì'  imperadori  delle  caso  di  Baviera,  ivi. 

—  conte  di  Lussemburgo,  eletto  e  incoronato  imperadore, 
Vm,  102  —  maoda  ambasciadori  a  Firenze  per  pace, 
ivi,  120  —  passa  in  Italia,  IX,  1  —  attende  a  Lo- 
sanna le  ambascerie  delle  terre  d'Italia,  ivi  —  vie- 
ne a  Milano  per  la  corona  del  ferro,  evi  rimette  i  Vi- 
sconti, ivi,  9  —  assedia  Cremona,  òà  ha  per  forza  Vi- 
cenza, e  per  accordo  Padova,  ivi,  14  —  ha  Cremona, 
ivi,  15  —  va  ad  osto  sopra  Brescia,  ivi,  16  —  le  ha 
per  rese,  ivi,  20  —  viene  a  Genova,  e  n'  ò  ricevuto 
signore,  ivi,  24  —  manda  ambasciadori  a  Firenze,  ivi, 
26  —  fa  processo  oontro  a'  Fiorentini,  ivi,  29  —  sua 
stanza  in  Pisa,  ivi,  37  —  parte  di  Pisa,  e  va  a  Roma, 
ivi,  40  —  vie  coronato  imperadore,  ivi,  43  —  muove 
alla  volta  di  Toscana,  ivi,  44  —  si  pone  ad  oste  alla 
città  di  Firenze,  ivi,  45  —  poi  a  San  Casciano,  poi  a 
Poggiboniazi,  ivi,  48  —  toma  in  Pisa,  e  fa  molti  pro- 
cessi contro  a'  Fiorentini,  ivi,  49  —  condanna  il  re  Ro- 
berto di  Puj^ia,  ivi,  50  —  s'  apparecchia  per  andare 
contro  a  lui,  ivi,  51  —  muore  a  Bonconvento,  ivi,   52 

—  si  divide  la  sua  osto,  ed  i  suoi  baroni  ne  portano  il 
corpo  a  Pisa,  ivi,  53. 

—  duca  di  Svevia,  prende  aua  moglie  Costanza  erede 
del  regno  dì  Sicilia  e  Puglia,  IV,  20,  e  V,  16  —  ò  co- 
ronato imperadore  da  papa  Celestino  ;  ftodolentomento 
prende  e  la  morire  Guglielmo  re  di  quel  regno,  e  tutto 
lo  acquista,  V,^]6,  e  17  —  diviene  nemico  della  Chie- 
sa, e  muore  scomunicato,  V,  18. 

—  Bglio  di  Corrado  I,  regna  dopo  lui  in  Alemagna,  III,  4. 

—  lo  Sciancato,  primogenito  di  Federigo  II,  VI,  1  —  re 
de' Romani,  ivi,  14  — è  fatto  morire  da  suo  padre,  ivi, 
22  —  e  i  suoi  figliuoli  da  Manfredi,  ivi. 

—  I,  figlio  di  Uberto,  regna  in  Francia,  IV,  4. 

—  I,  figlio  di  Guglielmo,  regna  in  Inghilterra,  V,  3  — 
fa  uccidere  il  beato  Tommaso  di  Cantorberì,  ivi,  4. 

—  n,  figUo  di  Stefano,  re  d' Inghilterra,  V,  4. 

—  m,  figlio  di  Riccardo,  re  d' Inghilterra,  V,  4. 

—  re  di  Polonia,  sconfigge  i  Tartari,  VI,  28. 

<—  conto  di  Cornovaglia,  figlio  di  Riccardo  re  d'Inghil- 
terra, come  f^  ucciso  in  Viterbo  da  Guido  conte  di 
Monforte,  VII,  39. 

— >  don  di  Spagna,  cugino  di  Carlo  d'Angiò,  passa  di 
Tunisi  in  PuglU,  ed  è  fatto  senatore  di  Roma,  VU,  10 

—  entrano  in  discordia,  ivi  —  fa  lega  co'  ghibellini 
di  Toscana  per  commuovere  Conradino  a  passare  in  I- 
talia,  VII,  23  ^  lo  accoglie  a  Roma,  ivi,  25  —  passa 
con  lui  nel  regno  contro  a  Carlo,  ivi  —  capitano  degli 
Spagnuoli  nella  battaglia  di  Tagliacozzo,  ivi,  26  —  vi 
è  preso,  ivi,  27  —  condannato  a  perpetuo  carcere,  ivi,  29. 

—  duca  d'  Austria,  fratello  di  Federigo  re  de'  Romani, 
mandato  in  Italia  centra  1  Visconti,  IX,  144  —  lo  cor- 
rompono, ed  ei  si  toma  in  Alemagna,  ivi,  145  —  è 
preso  in  battaglia  da  Lodovico  di  Baviera,  ivi,  175. 

—  flg^o  del  conto  Guido  di  fiandra,  sua  parte  nella 
aeonfitta  di  Monsimpevera,  Vili,  78  —  fa  guerra  a' 
Fiorentini  per  Arrigo  VII  imperadore,  IX,  35  e  seg.  — 
prende  Pietrasanta,  ivi,  50  —  ricusa  la  signoria  di  Pi- 
sa, ivi,  54  —  fatto  capitano  degli  oltramontani  nell'oste 
deUa  Chiesa,  ivi,   195   —  ha  parto  nella  battaglia  di 


Gargazzuola,  ivi,  199  —  è  preso  dai  Visconti,  ma  si 
riscatta,  ivi,  238  —  capitano  dell'  oste  della  Chiesa  a 
Monza,  ivi,  243  —  sconfigge  Vercellino  Visconti,  ivi, 
250. 

Arrigueci,  famiglia  nobile  di  Firenze,  IV,  10  —  è  di  parte 
guelfa,  V,  39  e  VI,  33  —  cacciate,  VI,  79  —  gran  parte 
d'  essi  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  Vm,  39  —  e  gli 
altri  parte  nera,  ivi. 

Arriguccio  Compagno  degli,  consolo  in  Fh*enze,  V,  22  — 
famiglia  guelfa,  ivi,  39. 

ArriOf  origine  della  sua  eresia,  I,  59. 

Artese,  contea  d',  tolte  dal  re  Filippo  al  conte  Ferrante 
di  Fiandra,  V,  35. 

ArUte,  conte  d',  balio  di  CarloT  Martello  e  del  Regno,  mao- 
da armati  in  Sicilia,  e  sono  sconfìtti,  VII,  117  — osteg- 
gia al  castello  di  Catanzaro,  ivi,  134  —  vince  Ruggieri 
di  Loria,  ivi,  —  sconfigge  i  Fiamminghi  a  Fomes,  VIII, 
20  —  ne  riceve  grande  sconfitte  a  Coltrai,  ivi,  56  — 
gitte  nel  fuoco  le  lettere  di  papa  Bonifazio  al  re  Filip- 
po di  Francia,  ivi,  62. 

—  Roberto  conte  d',  va  in  Terra  Sante  e  muore,  VI,  36 

—  altro,  guardiano  e  difenditore  del  regno,  VII,  95. 

—  Uberto  d',  della  casa  di  Fraincia,  rnbello  di  Filippo  di 
Valois,  ritenuto  da  OdoardoIU  re  d'Inghilterra,  XI,  56 

—  sconfitto  in  Fiandra,  ivi,  111. 

ArtiforUy  conte  di,  fatto  dicapitare  daOdoardoII  re  d'In- 
ghilterra, IX,  138. 

Artimio,  castello,  preso  per  forza  dall'  oste  de'  Fiorentini  e 
e  del  duca,  X,  30. 

Artivdlc.  V.  DarHveUo. 

Artàf  re  di  Brettagna,  II,  4. 

Artmgio^  Carlo  d',  di  Provenza,  viene  In  Firenze  al  seguito 
del  duca  di  Calabria,  X,  1. 

ArzeUnto,  villa  della  contessa  Matilde,  IV,  21. 

Aicamio  (Giulio)  figliuolo  di  Enea,  rimane  signore  del  re- 
gno de'  Latini  dopo  la  morte  di  suo  padre,  I,  24  —  la- 
scia a  Lavina  sua  matrigna  ed  al  figlinolo  di  lei  la  si- 
gnoria di  Laurenzia,  ivi  —  edifica  Alba  ovvero  Albania, 
e  quella  fa  capo  del  suo  regno,  ivi. 

Aicui,  V.  Atnrù 

—  Giulio  d',  capitano  del  popolo  in  Firenze,  traditore, 
XII,  3  —  conservadore,  ovvero  assassino  e  bargello  del 
duca  d'Atene,  ivi,  8  —  fatto  a  pezzi  col  figliuolo,  ivi,  17. 

—  vescovo  d',  cancelliere  del  duca  d' Atene  in  Firenze, 
XII,  8. 

Asciano,  castello  de' Senesi,  disfatto  da' Fiorentini,  VI,  11 

—  lo  prendono  per  forza,  VII,  33  —  rimane  a'  Lucche* 
si,  ivi,  49  —  i  Lucchesi  Io  riprendono  a' Pisani,  ivi, 
122  —  preso  e  disfiatto  da'  Pisani,  IX,  68  —  rimane 
a'  Fiorentini  per  pace,  XI,  90. 

AtcoU^  Melandoso  d',  podestà  in  Firenze  al  tempo  dell'u- 
surpazione del  duca  d'Atene,  XH,  8  e  34. 

Asia,  sue  provincie  e  suoi  confini,  I,  8  —  da  chi  fosse  pri- 
mamente abitate,  ivi. 

Asinalunga,  castello,  preso  dai  Tolomei  ribelli  di  Siena,  IX, 
183. 

Assiria,  provincia  d'Asia,  I,  3. 

Assisi,  assediate  da' Saradni  di  Nocera,  VI,  14  —  robel- 
lasi  A'Perugùii,  IX,' 104  —  la  hanno  per  assedio,  ivi, 
139. 

Asti,  rubellata  al  re  Roberto,  XI,  lOi,  —  signoreggiate  da 
Luchino  Visconti,  XII,  74. 

AiHght,  Ugo  d',  barone  d' Inghilterra,  passa  in  Fiandra  per 
la  guerra  centra  Filippo  di  Valois,  XII,  65. 

Astigiani,  ricevono  per  signore  Arrigo  di  Lassemborgo, 
IX,  9. 

Astone,  castello,  si  rende  a  Federico  II,  VI,  18. 

Asturi,  terra  degl' Infìragnipani ,  VII,  29  —  rubellate  al 
Bavaro,  X,  67  —  presa,  ivi,  103. 

AtetUj  Gualtieri  duca  d',  e  conte  di  Brenna,  viene  in  Fi- 
renze vicario  del  duca  di  Calabria,  IX,  351  —  lasciato 
in  Arieti  dal  prence  della  Morea,  X,  21  —  come  passò 
in  Romania  con  gente  d'arme,  e  non  vi  potè  acquista- 
re, ivi,  191  —  eletto  sovrano  capitano  al  servigio  del 
comune  di  Firenze,  XI,  136  —  giunge  all'oste  fioren- 
tina sotto  Lucca,  ivi,  140  —  vi  combatte,  ivi  —  co- 
cupa  la  signoria  di  Firenze,  XII,  1  •»  tiranneggia,  ivi, 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


547 


2  —  ingftDna  e  tradisee  i  priori,  e  usurpa  la  sovranità, 
ivi,  3  —  sue  azioni  in  Firenze  mentre  ne  ta  signore, 
ivi,  8  e  seg.  —  fa  lega  co'  Pisani,  con  Mastino,  co'  mar- 
chesi da  Este  e  col  signore  di  Bologna,  ivi  —  come 
dispiacesse  la  sua  signoria  e  ne  sorgessero  cospirazioni, 
ivi,  16  —  suo  feroce  disegno,  ivi  —  cacciato,  ivi,  17 
e  seg.  ^  gli  è  messa  taglia  da' Fiorentini,  ivi,  34  >- 
vengono  a  Firenze  ambasciadori  a  chiederne  V  ammen- 
da, ivi,  36  —  fa  fare  rappresaglia  sopra  i  Fiorentini, 
ivi,  57  —  combatte  gl'Inglesi  all'assedio  di  Calese, 
ivi,  68. 

AttàUmte,  o  Attalo,  sua  genealogia,  I,  6  —  viene  d' Africa 
in  Italia  con  Elettra  sua  moglie,  e  fonda  Fiesole,  ivi, 
7  —  suoi  figliuoli,  ivi  —  altro  re,  de'  discendenti  di 
Cam,  ivi. 

AuguMto,  Ottaviano,  signoreggia  dopo  Cesare  l' universo 
mondo,  I,  29. 

Àuguttolc,  teutonico,  occupa  lo'mperio  di  Roma  e  d'Italia, 
II,  5  —  è  discacciato  da  Guamor,  e  diventa  monaco,  ivi. 

Austria,  conquistata  da  Ridolfo  di  Habsburgo,  VII,  42. 

—  duca  di,  capitano  di  Corradino  alla  battaglia  di  Taglia- 
cozzo,  TU,  27  —  fugge  con  lui,  ivi  —  è  preso,  e  Carlo 
d' Angiò  gli  fa  tagliare  la  testa,  VII,  29.  V.  anche  AU 

'    herto,  ArrigOy  Otto,  Federigo,  Leopoldo, 

Avellano,  castollo,  rimane  a'  fiorentini  per  pace,   XI,   90. 

Avellino,  conte  d',  de*  signori  del  Balzo,  arresta  la  regina 
Giovanna  in  Provenzs,  XII,  95. 

Averies,  Gianni  d',  come  fosse  stipite  de'  signori  di  Fian- 
dra, Vm,  67. 

Avogadi,  casa  di  Lucca,  rimessavi  da  Gherardino  Spinoli, 
X,  66. 

Avogaro  di  Trevigi,  maggioreggia  nel  comune,  X,  140  — 
sua  parte  nella  sconfitta  data  al  legato  sotto  Ferrara, 
ivi,  218  —  si  ribella  a  Mastino  della  Scala,  e  s'allega 
alla  lega  guelfa  in  Vinegia,  XI,  62. 


Babele  (Torre  di)  ordinata  da  Nembrot,  I,  2  —  come  ri- 
manesse incdmpiuta,  ivi  —  si  tramuta  nelle  mura  di 
Babilonia,  ivi. 

BacherelU,  Rosso,  uno  de'  tre  primi  priori  delle  arti  in 
Firenze,  VU,  79. 

Bachini,  famiglia  fiorentina.  Vili,  71. 

Bacco,  figlio  di  Boccata  cane  de'  Tartari,  sconfigge  il  sol- 
dano  d'Aleppo  e  quello  di  Turchia,  VI,  32. 

Bagdad,  presa  da  Alooo,  VI,  59. 

Baglione  da  Perugia,  podestà  in  Firenze  al  tempo  del  duca 
d'Atene  tiranno,  XÙ,  8  —  ripara  in  casa  agli  Albizzi, 
ivi,  17. 

Bagnesif  famiglia  guelfa  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33  — 
cacciati,  VI,  79  —  tengono  parte  nera,  VIII,  39. 

Bcàdo,  cane  de'  Tartari,  ha  guerra  con  Cassano  suo  nipote 
•  n'è  morto,  VUI,  15. 

Baldischio,  terra  restituita  da'  Fiorentini  al  conte  da  Bat- 
tifolle,  Xn,  24. 

BaldoUo,  prete  e  ruffiano  del  re  Edoardo  II,  preso  dal  conte 
di  Lancastro,  X,  8. 

BcUdowneiti,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Baldovino  conte  di  Fiandra,  eletto  imperadore  di  Costan- 
tinopoli, V,  28  e  Vn,  42  —  cacciato  daPaleologo,  VII,  57. 

—  fratello  di  GotUfredi  di  Buglione,  crociato,  IV,  23. 
BMueei,  Pera,  come  per  lui  ebbero  i  Fiorentini  franchigia 

in  Tunisi,  VI,  53. 
Balliuolo,  città  di  Normandia,  presa  dal  re   d'Inghilterra, 

xn,  63. 
Balzo,  del.  V.  Avellino,  conte  di.  Novello. 

—  Beltramon  del,  come  fu  fatto  conte  d'Avellino  da  re 
Carlo  d' Angiò,  VII,  10  —  conduce  aluto  del  re  Roberto 
e  del  duca  di  Calabria  a' Fiorentini,  X,  109,  —  cavalca 
aopra  quel  di  Pisa,  ivi,  117  e  127  —  sconfitto  da'Mo- 
danesi.  Ivi,  155  —  capitano  de'  Fiorentini  all'  assedio 
di  Lucca,  ivi,  172  —  cavalca  sopra  quel  di  Lucca,  XI, 
8  e  27. 

— >  Ramoado  del,  combatte  per  la  Chiesa,  X,  155. 

—  Ugo  del,  capitano  pel  re  Roberto  in  Piemonte,  scon- 
fitto ed  ncdso  da  Marco  Visconti,  IX,  102. 


BàUo,  Ugotto  dal,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Bandini,  Iacopo  di  Braccio,  guelfo  uscito  di  Pistoia,  tra- 
disce la  patria  a' Fiorentini,  X,  58. 

Banducdar,  soldano  dei  Saradni,  VII,  40. 

Barhadori,  popolani  guelfi  di  Firenze  cacciati,  VI,  79, 

Barbagnano  o  Oarbagnano,  Francesco  da,  uno  de'  dodici 
rettori  di  Milano,  IX,  181  —  morto  alla  Ghiaradabba, 
ivi,  191. 

Barbaniccki,  chi  fossero,  IX,  255. 

Barbavara  da  Portovenere,  gran  console,  ammiraglio  de' 
Genovesi  in  aiuto  del  re  dì  Francia,  XI,  110. 

Barberia,  provincia  d'Africa,  I,  4. 

Barberino,  castello,  preso  da  Arrigo  di  Lussemburgo,  IX,  48. 

Barbischio,  tolto  da'  Fiorentini  a'  conti  Guidi,  Vili,  2  — 
si  rubella,  XI,  53. 

Bardi,  famfglift  guelfa  di  Firenze,  V,  39  —  cacciata,  VI, 
79  —  nemici  de'  Mozzi,  Vm,  1  —  si  pacificano,  ivi, 
12  —  parte  di  loro  tengono  parte  bianca  co' Cerchi,  ivi, 
39  —  e  gli  altri  parte  nera,  ivi  —  crescono  in  poten- 
za, XI,  74  —  ricevono  gran  danno  per  le  guerre  tra  il 
re  d' Inghilterra  e  Filippo  di  Valois,  ivi,  88  —  si  fanno 
capo  di  congiura  in  Firenze,  ivi,  118  — condannati,  ivi, 
119  —  falliscono,  ivi,  138  —  confortano  il  duca  d'A- 
tene a  farsi  tiranno  di  Firenze,  XII,  3  —  tornano  in 
Firenze,  ivi,  8  —  capi  di  congiara  contro  di  lui,  ivi, 
16,  —  lo  cacciano,  ivi,  17  e  seg.  —  resistono  sa  po- 
polo, ivi,  19  e  seg.  —  sono  rubati,  ed  arse  le  case  lo- 
ro, ivi,  21  —  come  fiillisce  la  grande  e  possente  loro 
compagnia,  ivi,  55. 

—  Aghiuolfo  e  Pozzo  di  Piero,  e  Rabecchio  del  Piovano, 
falsari  di  monete  in  Firenze,  Xn,  53. 

—  Andrea  de',  manifesta  la  congiurazione  de'  suoi  consorti 
in  Firenze  XI,  118  —  vende  Mangone  al  comune,  ivi, 
119  —  congiura  contro  il  duca  d'Atene,  ivi,  16. 

—  Bartolo  di  messer  Iacopo  de',  uno  de'  tre  primi  priori 
delle  arti  in  Firenze,  VII,  79. 

—  Bartolo  di  Ridolfo,  consigliere  de'  priori  di  Firenze, 
xn,  18. 

—  Geroazo  de',  ha  parte  nell'  assedio  di  Montecatini,  X, 
158  --  capitano  pe' Fiorentini  in  Pietrasanta,  XI,  32  — 
capitano  della  cavalleria  fiorentina,  ivi,  50  —  condan- 
nato per  congiura,  ivi,  119  —  congiura  contro  il  duca 
d'Atene,  XII,  16. 

—  Gualterotto  de',  arrende  il  castello  di  Laterino  agli  A- 
retini,  VIII,  73. 

—  Piero  de',  condannato  dal  capitano  delle  guardie  in 
Firenze,  XI,  118  —  cede  Vemia  al  comune,  XII,  16  — 
congiura  contro  il  duca  d'Atene,  ivi,  119. 

—  Ridolfo  de',  riformatore  in  Firenze,  XII,  17. 

Bardo,  rocca  assediata  dal  marchese  di  Cavalcabò,  IX,  129. 
Barga,  s'arrende  a' Lucchesi  dopo  grande  sangue,  XI,  133 

—  ceduta  da  Mastino  a'  Fiorentini,  X,  205  —  rimane 
a  loro  per  accordo,  XII,  8. 

Bargellini,  moneta  di  Firenze,  IX,  77  —  disfatta,  ivi,  83. 

Bargello,  quando  fatto  in  Firenze,  IX,  76  -^  cacciato,  ivi, 
79  —  n'è  rinnovato  l'ufdcio,  XI,  16. 

Bari  (conte  di)  e  di  Borgogna,  fa  lega  con  Ottone  IV  im- 
peradore, V,  35  —  ribelle  al  re  di  Francia,   VTII,  19. 

Barili,  Gianni,  ambascladore  del  re  Roberto  a' Fiorentini, 
XI,  137. 

Barlaa,  Gianni  di,  guidatore  di  schiere  alle  battaglie  di 
Coltrai,  Vra,  56. 

Barletta,  ha  gran  battaglia  cittadina,  XI,  80. 

Baronedli,  popolani  bianchi  di  Firenze,  Vm,  71  —  confor- 
tano il  duca  d' Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenze,  XII,  3. 

—  Salvestro  Manetti  de',  sindaco  del  comune  di  Firenze  e 
compare  del  duca  di  Calabria,  X,  22  —  fatto  prender* 
dall'inquisitore  e  riscosso  dal  comune,  XII,  58. 

Barocci,  famiglia  antica  di  Fbrenze,  IV,  10  —  è  di  parte 
ghibellina,  V,  89  e  VI,  33. 

—  Aldobrandino,  consolo  di  Firenze,  V,  30  —  famiglia 
ghibeUioa,  V,  39. 

Baichiera  della  Tosa,  capo  di  lato  della  casa  Tosinghl  fio- 
rentina, tiene  parte  bianca  co' Cerchi,  VUI,  89  —  ha 
parte  nella  prima  zuffa  tra'  bianchi  e  neri,  ivi  —  in  al- 
tra, ivi,  41  —  mandato  ai  confini,  poi  revocalo,  ivi,  il, 

—  esce  di  città,  col  suo  lato  della  casa,  ivi,  49. 


548 


INDICE  DELLA  CRONACA 


BoichUra,  Bindo  del,  de*  Tosinghi,  rìnuse  morto  nelle  bat- 
taglie di  Certoinondo  in  Caeentino,  VII,  181. 

Boichio,  Nicolncoio  da,  condottiere  al  senriùo  del  Bayaro, 
X,  48. 

Stumtino^  siri  di,  assoldato  dai  Fiorentini,  IX,  276. 

Basignano,  assediato  dalle  genti  della  Chiesa,  IX,  160  — 
reso  a  Harco  Visconti,  ivi,  164. 

BoàtaitOy  in  Trevigiana,   dato  da  Mastino  della   Scala  ai 

'    Veneaiani,  XI,  90. 

BaHari,  famiglia  fiorentina,  Vm,  85. 

BatìnOf  tiranno  di  Grosseto,  lo  rabella  a*  Sanesi,  poi  lo 
rende  e  n'è  ingannato,  XI,  84. 

BaU^olUf  conti  da,  de'  conti  Quidi,  entrano  in  guerra  eoi 
rescoYO  d'Areaso,  IX,  151  -^  aiutano  i  Fiorentini  con 
tra  Castruccio,  ivi,  808. 

—  conte  Carlo  da,  muore  colla  sconfitta  di  Montecatini 
IX,  72. 

—  conte  Guido  da,  fatto  vicario  del  ra  Roberto  in  Firen 
se,  IX,  79  —  aiuta  1  Fiorentini  a  cacciare  il  duca  d'A 
tene,  XIT,  17  e  seg. 

—  conte  Simone  da,  viene  in  soccorso  de' Fiorentini  con 
tro  il  duca  d'Atene,  Xn,  17  —  fatto  podestà,  rinunzia 
ma  s'adopera  per  la  liberaaione  dlFirense,  ivi  e  seg.  — 
gli  sono  restituite  alcune   terre,  XII,  24  —  racquista 
Fronsole,  Ivi,  88. 

—  Ugo  figliuolo  del  conte  Guido  da,  ritoglie  a' Fiorentini 
certo  contado  in  Mugello,  e  n'è  condannato,  IX,  821  — 
perde  certe  terre  in  Valdarno  e  in  Chianti  e  n'  ha  danno 
da  Fiorentini,  XI,  58. 

SaUincenniy  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

BwarOj  il.  V.  Lodovico  duca  di  Baviera. 

Bavelle  (sau),  castello,  si  arrende  a'  Fiorentini,  XI,  125. 

Baviera  (Casa  di),  donde  sia  stratta,  n,  16. 

Baviera^  Rodolfo  duca  di,  al  seguito  di  Arrigo  VII  impe- 
radore  in  Pisa,  IX,  87. 

Bathy  re  al  Reno,  I,  19. 

BeeeadeUi^  nobili  di  Bologna,  cacciano  i  Peppoli,  IX,  182 
—  sono  in  parte  cacciati,  XI,  7. 

Beechemtgi,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Beccari  in  Firenze,  ftirono  un  tempo  molto  innanzi  agli 
nffid  della  città,  n,  8. 

Beccheria.  V.  VaUomhroaa, 

Bela,  V.  TùtiU. 

Be(/bHJ,  casa  di  Volterra,  rispondono  alla  congiurazione 
de'Bondi  in  Vlrense,  XI,  118. 

BeVorti,  0  ci»  Bé^orUy  Ottaviano,  ai  fa  signore  di  Volter- 
ra, ]n,  116  —  manda  suo  figlio  in  aiuto  de*  Fiorentini 
centra  i  Pisani,  ivi,  82  —  questi  è  Catto  prigione,  ivi, 
84  •—  tenuto  per  sicurtà  dal  duca  d'Atene  in  Firenze, 
xn,  8  —  toma  signore  di  Volterra,  ivi,  17. 

BéyredelUy  popolani  guelfi  di  Blrenze,  cacciati,  VI,  79. 

—  Odoardo,  consigliere  de' priori  di  Firenze,  XII,  18. 
Bdgiày  sire  di,  preso  in  battaglia,  IX,  812. 
— *  Guglielmo  di,  capitano  in  Aori,  la  difende  vigorosa- 
mente contro  i  Beracini,  VII,  145. 

BiUiariOj  patrizio  de'  Romani,  è  mandato  in  Italia  da  Giu- 
stiniano imperadore,  II,  6  —  vince  e  sconfigge  1  Goti, 
e  li  cacda  tutti  quasi  d'Italia,  ivi. 

BiOa^  della,  nobiU  antichi  Fiorentini,  IV,  11  —  sono  di 
parte  guelfi^  V,  89  —  nella  seconda  cacciata  de' guelfi 
rimangono,  VI,  79. 

—  Gianno  della,  popolano  di  Firenze,  primo  antere  del 
secondo  popolo,  VUI,  1  —  è  cacciato,  ivi,  7  »-  men- 
zione di  lui,  xn,  44. 

Bètktgi^  famiglia  fiorentina,  XII,  7. 
Bellaspera,  castello  di  Castruccio,  X,  58. 
SMneiom^  lato  degli  Adimarì  di  Firenze,  di  parte  bianca, 
esce  quasi  tutto  di  città,  VIU,  49. 

—  degli  Adimarì  Bonaccorso,  ambasdadore  dei  guelfi  di 
Toscana  a  Corradino,  VI,  88» 

BeUuio,  fratello  di  Brenne,  assedia  Romii,  I,  24« 
Bellosguardo,  casteUo  riposto  da  Castmcdo  degl'  Intermi- 

nelli,  IX,  269. 
BéUugOf  Guido,  vescovo  d'Alparro,  barone  del  conte  di 

Monforte,  VÓ,  4. 
Belluno,  si  arrende  a  Carlo  figliuolo  del  re  Giovanni  di 

Boemia  XT,  64  e  XlT,  85 


BdmoiUij  Arrigo,  eonte  di,  muore  nella  batta^  di  To^ 
nes,  vm,  20. 

—  Guglielmo  di,  barone  del  conte  di  Monforte,  VII,4  — 
il  re  Carlo  d'Angiò  lo  manda  al  raoquisto  di  Sieilis, 
ivi,  80. 

—  Piero  di,  barone  del  conte  di  Monforte,  VII,  4. 
BéUdvéj  Guglidmo  di.  V.  Maliscalco  del  re  Carlo. 
Benedetto  V,  papa,  Catto  da' Romani,  muore  in  prigk»e  per 

Ottone  I  imperadore,  IV,  1. 

—  vm,  papa,  censura  imperadore  Corrado  I,  IV,  9. 

—  IX,  papa,  deposto,  IV,  15. 

—  X,  papa,  in  Firenze,  IV,  16  —  è  àspoBìo,  ivL 

—  XI,  papa,  vm,  66  —  manda  il  cardinale  da  Piato  a 
pacificare  Firenze,  ivi  —  muore,  ivi,  80. 

—  xn,  papa,  sua  eleaione,  XI,  91  —  determina  l'opi- 
nione di  papa  Giovanni  XXn  della  visione  delle  anime 
beate,  ivi,  47  »  manda  legati  per  metter  pace  frailie 
d'Inghilterra  e  quello  di  Francia,  ivi,  72  —  rende  sua 
pace  a' Visconti  ed  a  Mastino  della  Scala,  ivi,  111. 

Benevento,  è  data  in  dote  da  Carlomagno  alla  Chiesa  di 
Roma,  n,  18  —  assediata  da  Ottone  secondo,  IV,  1  — 
perchè  la  Chiesa  tengala  per  sua,  V,  8  —  è  presa  da' 
Franceschi  dopo  la  battaglia  della  Qrandella,  die  diea4 
di  Benevento,  VII,  9. 

Beast,  nobili  da  Fegghine  e  da  Lncolena  Catti  popdsai, 
xn,  23. 

Berengario  I,  imperadore  in  Italia  dopo  Luigi,  m,  4. 

—  n,  figlio  del  primo,  imperadore  in  Italia  dopo  suo  pa- 
dre, m,  4. 

—  in,  imperadore  in  Italia  con  Alberto  suo  figlinolo,  dopo 
Lotario,  m,  5  —  sua  tirannide  e  oeme  punita,  ivi  ^  sao 
fine  per  Ottone  re  d'Alemagna,  e  come  in  lui  fiallisce  lo 
imperio  agl'Italiani,  ivi. 

Berg,  città  di  Fiandra,  conquistata  da  rubelli,  Vm,  56. 

Bergamaeckif  sconfitti  da  quelli  della  Chiesa,  IX,  228. 

Bergamo,  si  dà  alla  signoria  del  re  di  Boemia,  X,  169  — 
poi  a  quella  dei  signori  della  Scala,  ivi,  204  —  signo- 
reggiata da  Luchino  Visconti,  Xn,  74. 

Birgamoy  Guglielmo  da,  cardinale  dotto,  Vm,  64. 

Bergeracco  (Bergherago),  in  Guascogna,  assediata  e  presa 
dal  conte  d' Orbi  (Vervich),  Xn,  47. 

BergóU^  chi  fossero  in  Pisa,  Xn,  120. 

Berignone,  castello,  assediato  da  Ottaviano  Belforti,  XI,  116. 

Berlinghierif  conte  Raimondo,  di  Provenaa,  suol  fitti,  VI, 
90. 

Bernardi  di  Porco,  Iacopo,  podestà  in  Firenze,  VI,  65. 

Bemarduecif  Arrigo,  capo  di  setta  in  Lucca,  IX,  68. 

BerrOf  signore  di,  viene  in  Firenze  al  seguito  del  duca  di 
Calabria,  X,  1. 

Bertaldi,  Guglielmo,  rimane  morto  nella  battaglia  di  Cer- 
tomondo  in  Casentino,  Vn,  181. 

Bettrframo  e  BeUairo,  siniscalchi  del  reame  di  Tunisi,  si 
rubellano,  e  commuovono  il  re  del  Garbo  contro  1  reali 
di  Tunisi,  xn,  102. 

Bottone,  città,  lasciata  al  re  di  Francia  per  patti,  IX,  128 
—  assediata  dai  Fiamminghi,  Xn,  65. 

BeiUma^  Roberto  di,  conte  di  Fiandra,  e  barone  del  conte 
di  Monforte,  Vn,  4  —  capitano  d' una  schiera  alla  bat- 
taglia di  Benevento,  ivi,  8  —  uccide,  presMita  re  Carlo 
d'Angiò,  il  giudice  che  condannò  Corradino,  ivi,  29. 

Bianehiy  origine  della  loro  parte,  Vm,  88  — -  sono  ricolti 
a  casa  de' Cerchi  in  Firenze,  ivi,  89  —  quali  fossero 
in  Firenze,  ivi  —  vi  guidano  la  signoria  della  terra, 
ivi,  41  —  ricevono  onta  da'  neri,  ivi  —  quel  di  Lneea 
son  cacciati  da  parte  nera  e'  gu^fi,  ivi,  46  —  que'  di 
Firenze  son  cacciati  da  Carlo  di  Valois,  Ivi,  49  —  de- 
gli nsdti  guerreggiano  co'  ghibellini  In  Valdarno,  ivi, 
58  —  poi  in  Mugello,  ivi,  60  —  slmilmente  Tengono 
alle  porte  della  città,  e  ne  vanno  sconfitti.  Ivi,  72  — 
son  esodati  di  Bologna,  ivi,  88  —  e  di  tutta  Romagna, 
IX,  18. 

Bibiena,  castello  disfatto  da'  Fiorentini,  VU,  181. 

Bidali,  che  cosa  fossero,  Vm,  78. 

Bigkwréaù  V.  Boetu 

Binata  (il),  castellano  del  Pontadera,  fiitto  morire,  vn,  148. 

JB&ott,  Sando  di  Cenni  de',  riformatori  di  IHrenae»  XI!,  82. 

Bigane,  città,  presa  da'  Genovesi  guelfi,  IX,  108. 


> 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


549 


Bi9»nòf  Hinuodo  dm,  ma  parte  in  una  sconfitta  de'Piiani, 
vn,  US. 

Séogdinoè,  figlio  di  Roberto  Qniflcardo,  primo  daca  di  Ta- 
ranto, IV,  19. 

Boceanegra^  Simone  dì,  primo  doge  di  Genova,  XI,  102  — 
rinunzia,  XII,  37. 

Boceatondef  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Boemia,  prorincia  d'Europa,  I,  5. 

—  re  di,  irrita  Federico  Barbarosaa  contro  la  Francia,  V, 
1.  y.  anche  Oiùvamii. 

Bomo  (santo  Severino),  consolo  di  Roma,  patisce  prigio- 
nia per  Teodorico,  ed  ivi  compone  il  libro  della  FUo- 
9ofea  conaoUmUmet  II,  5. 

BogoUiù  V.  ^/afi<». 

Boiffro  da  Tolentino,  sua  parte  nella  cacciata  de'  guelfi  di 
Genova,  XI,  84. 

Bologna,  sta  contro  l'imperadore  Arrigo  VII,  IX,  11,  — 
osteggiata  da  Passerino,  ivi,  327  —  come  volle  essere 
tradita  e  tolta  al  legato  del  papa  per  lo  Bavero,  X,  147 

—  acommosaa  per  la  cacciata  del  legato,  XI,  7  —  viene 
alla  signorìa  di  Taddeo  de'Peppolt,  ivi,  70« 

^   in  sul  mare,  dttà  assalita  da  Odoardo  DI,  XII,  68. 

Bcioffnaf  Taddeo  da,  sommo  fisiciano,  Vili,  65. 

Bolognesi,  sconfiggono  e  prendono  re  Enzo  figlio  di  Fede- 
rigo n,  VI,  87  —  hanno  parte  nella  rotta  ài  Monta- 
pertì,  ivi,  78  —  vanno  ad  oste  sopra  Faenza^  VII,  64 

—  sconfitti  da  Guido  di  Montefeltro,  ivi,  48  —  danno 
aiuto  a  Gianni  de  Pa  per  la  Chiesa,  ivi,  80  —  hanno 
parte  nella  vittoria  di  Certomondo  in  Casentino,  ivi,  131 

—  cavalcano  ad  Imola,  ivi,  144  —  sono  sconfitti  da 
Ifaghinardo  da  Susinana,  VQ,  16  —  fanno  pace  con 
iva  e  col  marchese  d'Este,  ivi,  28  —  si  reggono  a  parte 
bianca,  ivi,  60  —  aiutano  i  ghibellini  e'  bianchi  usciti 
di  Firenze,  ivi,  72  —  fanno  lega  co'  Fiorentini  e'  Luc- 
chesi, e  con  gli  altri  guelfi  di  Toscana,  ivi,  85  —  simil- 
mente contro  Arrigo  VII  imperadore,  IX,  17  —  hanno 
parte  nella  sconfitta  di  Montecatini,  ivi,  71  —  caval- 
cano sopra  Modena,  ivi,  88  —  cacciano  Romeo  de'  Pep- 
poli,  ivi,  132  —  mandano  gente  per  la  Chiesa  sopra 
i  Visconti,  ivi,  187  —  aiutano  i  Fiorentini  centra  Ca- 
■truccio,  ivi,  302  — •  sconfitti  gravemente  da  Passerino 
de'  Bonacosi,  ivi,  315  —  fanno  pace  con  lui,  ivi,  320 

—  mandano  aiuto  al  duca  di  Calabria  in  Firenze,  X, 
1  —  danno  la  signoria  al  legato  del  papa,  ivi,  9  — 
mandano  aiuto  a'FiorentÌDÌ  sotto  Pistoia,  ivi,  85  •—  si 
danno  liberamente  alla  Chiesa,  ivi,  200  —  taglieggiati 
dal  re  Giovanni,  ivi,  217  —  si  rubellano  al  legato,  lo 
cacciano  e  ne  abbattono  il  castello,  XI,  6  —  fanno  le- 
ga co'  Fiorentini  contro  Mastino,  ivi,  45  —  gli  ainta- 
no sopra  Lucca,  ivi,  63. 

Bolsena,  osteggiata  dal  Bavero,  X,  98. 

BonaceorHf  casa  fiorentina,  falliscono,  XII,  55,  e  X],  138. 

Bonmeoiij  case  guelfe  di  liantova,  X,  100. 

—  Passerino  de',  vicario  e  capitano  per  Arrigo  VII  in 
Mantova,  IX,  20  —  signore  di  Mantova,  va  sopra  Reg- 
gio, ivi,  167  —  dà  passo  a'  cavalieri  franceschi  soldati 
da'  fiorentini,  ivi,  276  —  signore  anche  di  Modena, 
manda  aiuto  a  Castruccio  centra  i  Fiorentini,  ivi,  806 
(a  guerra  a'  Bolognesi,  ìyì,  325  —  11  sconfigge,  ivi,  — 
va  ad  oste  alla  città  di  Bologna,  ivi,  327  —  fa  pace 
coi  Bolognesi,  ivi,  340  —  va  al  parlamento  di  Trento, 
X,  18  —  e  di  Uorci,  ivi,  32  —  come  fu  tradito  e 
morto,  ivi,  100. 

BùmaUi,  Guido,  suo  augurio  al  conte  Guido  da  Montefel- 
tro, vn,  8i. 
BimeonH,  Cola  di  Piero,  capo  di   parte  in  Pisa,  XI,  42. 
»*  Vanni  di  Banduccio,  tratta  col  Bavaro  per  dargli  Pisa,  X,  34. 
Bonddmtmti,  V.  Bwmddmontì, 

—  Benghi,  podestà  in  Montepulciano,  VII,  136. 

—  Bondehnonte  de'i  come  fosse  prima  cassone  delle  partì 
guelfa  e  ghibellina  in  Firenze,  V,  38  —  la  sua  casa  è 
capo  di  parte  guelfa,  ivi,  29. 

—  Ceco  de*,  sua  fine,  VI,  85. 

—  Guelfo  di  Bindo,  rende  il  castello  d'Areaso  agli  Are- 
tini, Xn,  17. 

Bimetta^  Manfirc^,  conte  camarlingo  del  re  Manfredi,  che 
nomo  fosse,  VI,  46. 


Bonétto,  tedesco,  capitano  in  Brescia  per  Mastino  della 
Scala,  XI,  73  —  capitano  in  Lucca  per  lo  stesso,  ivi, 
131  —  combatte  co' Fiorentini  contro  i  Pisani,  ed  è 
fatto  prigione,  ivi,  134. 

Bonifazio,  terra  posseduta  da' Genovesi,  XII,  100. 

Bonifano  VIII,  papa,  VI,  8  —  suoi  diportamenti,  ivi  — 
canonizza  santo  Luigi  di  Francia,  VIU,  11  —  accorda  di 
pace  il  re  Carlo  n  d'Angiò  e'  figlinoli  col  re  Giacomo 
d'Aragona,  ivi,  18  —  privilegia  al  re  Giacomo  l'isola 
di  Sardegna  ivi  —  priva  del  cardinalato  Iacopo  e 
Piero  della  Colonna,  ivi,  21  —  iogaona  i  Colonnesi, 
poi  gli  scomunica  e  perseguita  di  nuovo,  ivi,  23  — 
pubblica  il  giubileo  del  1300,  ivi,  36  —  s'intromette 
inutilmente  fra  le  parti  nera  e  bianca  di  Firenze,  ivi,  39 

—  vi  manda  legato  il  cardinale  d' Acqnasparta,  ivi,  40 

—  manda  in  Francia  per  Carlo  di  Vaiola,  ivi,  43  — 
come  s'inimicasse  col  re  Filippo  di  Francia,  ivi,  62  — 
è  fatto  prendere  da  lui,  e  ne   muor  di   dolore,  ivi,  63 

—  de'  morali  eh'  ebbe  in  sé,  ivi,  64  —  sua  memoria 
perseguitata  da  Filippo,  ivi,  91  —  giudicata  nel  con- 
cilio di  Vienna,  ivi,  101. 

BoiwiUé,  Gianni  di,  capitano  di  assoldati  pe'  Fiorentini  al- 
l'aiuto  per  l'assedio  di  Pistoia,  X,  86. 

BordéUo^  siniscalco  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Bordino^  antipapa,  è  preso  da'  Romani  e  maltrattato,  IV, 
27. 

Bordoni,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79  —  po- 
polani principali  di  setta  coi  Donati,  Vm,  96  —  vo- 
gliono più  che  parte  nel  reggimento  IX,  271  —  son 
condannati  e  mandati  a' confini,  ivi,  283  —  coogiura- 
DO  contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16. 

—  Gherardo,  ucciso  da  Boccaccio  Cavicciuli,  vm,  96. 

—  Gherardo  di  Chele,  cavaliere  ed  ambasciadore  al  re 
d'Ungheria,  XIB,  108. 

Borgoy  Matteo  di,  condannato  dal  duca  d'  Atene,  XH,  2. 

Borgogna^  re  di,  morto  in  battaglia,  II,  1. 

Borgognoni^  hanno  parte  nell'assedio  di  Lucca  al  soldo  de* 

Fiorentini,  X,  173. 
Bornio,  di  Borgogna,  maliscalco  di  Raimondo  di  Cardone, 

sua  parte  nella  guerra  de' Fiorentini  contro  Castruccio, 

IX,  300,  e  seg. 

BotHchit  fÌEuniglia  nobile  di  Firenze,  IV,  13  —  tien  parte 
guelfa,  V,  39  e  VI,  33  —  cacciata,  VI,  79  ^  nemici 
de'  Foraboschi,  Vili,  1  —  gran  parte  di  essi  tiene  parte 
bianca  co'  Cerchi,  ivi,  39  —  e  gli  altri  parte  nera, 
ivi. 

BoHoli,  famiglia  guelfa  capo  di  parte  in  Arezzo,  XB,  80 

—  cacciati,  ivi,  118. 

—  Rinaldo  de',  rubello  d'Arezzo,  VII,  115. 
Bottacci,  Giovanni,   podestà  di  Firenze,  VI,  6. 
BoiHceUay  figlio  del  signor  di  Mantova,  podestà  per  Mastino 

I  della  Scala  in  Vei-ona,  XI,  95. 

BovaUiiri,  cacciati  di  Bologna,  XI,  7. 

Bovolento,  bastìta  e  terra  di  Trivigiana,  chiusa  e  afibr- 
zata  dall'  oste  della  lega  guelfa  centra  Mastino,  XI,  54. 

Brahante,  duca  di,  vince  in  battaglia  il  conte  di  Lussem- 
burgo e  conquista  il  ducato  di  Lamburgo,  VII,  133  — 
difende  Guanto  per  suo  zio  Guido  conte  di  Fiandra, 
vm,  19. 

—  duca  di,  e  conte  d'Analdo,  fa  lega  contro  al  re  di 
Francia,  XI,  55  —  va  sopra  il  vescovo  di  Liegi,  e 
s'  accordano,  ivi,  78  —  osteggia  con  la  lega  nel  reame 
di  Francia,  ivi,  83  e  112  —  tratta  con  Filippo  di 
Valois,  ivi,  118  —  si  parte  dalla  lega  per  danari,  e  s'im- 
parenta col  re  di  Francia,  XII,  68  »  è  fìitto  signore  di 
Liegi,  ivi,  94. 

Brabanzoni,  fan  lega  contro  al  re  di  Francia,  XI,  119— - 

vi  mancano,  ivi,  118. 
Bracchia,  provincia  d'Europa,  I,  5. 
BrambennOf  duca  di,  ci^itano  dei  Tedeschi  del  Cermglio, 

X,  108. 

Branca^  Manno  della,  d'Agobbio,  podestà  in  Firenze,  DC, 
219. 

—  Piero  della,  d'Agobbio,  podestà  in  Firenze,  Vm,  96. 
Brandehttrgo  marchese  di,   figliuolo   del    Bavaro,  ra  col 

duca  di  Brabante  sopra  il  vescovo  di  Liegi,  XI,  78  — 
osteggia  con  la  lega  sopra  il  reame  di  Frauda,  ivi;  85  — 


550 


INDICE  DELLA  CRONACA 


va  contra  Carlo  di  Boemia  in  Chiarentana,  XIX,  85.  Y. 
anche  Ugo» 

SniMcOf  don,  d' Aragona,  capitano  di  don  Federico  signore 
di  Sicilia,  Vili,  34  —  contestabile  de'  Fiorentini,  muore 
nella  sconfitta  di  Montecatini  IX,   72. 

Brenna^  conte  di,  e  duca  d'Atene  capitano  del  re  Carlo 
d'Angiò,  prende  Melazzo,  VII,  66  —  è  vinto  in  mare 
da  Roggeri  dell'Oria,  ivi,  117  —  duca  d'Atene,  capitano 
e  signore  della  compagnia  di  Romania,  è  sconfitto  e 
dicoUato  da' suoi,  Vili,  51.  V  anche  AUne,  duca  di. 

—  Gualtieri,  conte  di,  ammazzato,  IV,  20. 
Brenne,  assedia  Roma,  IV,  20. 

Brescia,  è  assediata  e  presa  a  patti  da  Federico  II,  VI,  20 
—  come  i  ghibellini  ne  cacciarono  i  guelfi;  e  questi 
rimessivi  per  Arrigo  imperadore,  ne  cacciarono  i  ghi- 
bellini,  e  a  luì  si  rubellarono,  IX,  11  —  Arrigo  vi  si 
pone  ad  oste,  ivi,  15  —  la  ha  per  resa,  ivi,  20  —  gli 
si  mbella,  ivi,  82  —  come  i  guelfi  ne  cacciarono  i 
ghibellini,  e  diedero  la  terra  a'  signori  della  Scala,  X, 
.  204  —  si  rubella  a  Mastino,  e  si  dà  alla  lega  de'Lom- 
bardi,  XI,  73  —  signoreggiata  da  Luchino  Visconti, 
Xn,  74. 

Bresciani  hanno  guerra  col  marchese  Azzo  da  Este,  Vili 
88  —  sono  sconfitti  dalla  gente  dell' imperadore  Arrigo 
Vn,  IX,  20  •—  difendono  Salò  da  Cane  della  Scala,  X, 
128  —  si  danno  alla  signoria  del  re  di  Boemia,  ivi, 
169. 

Bresigliaf  Gianni  di,  maliscalco  del  conte  Carlo  d'Angiò, 
VII,  4  —  capitano  de' Fiorentini  e  lor  taglia,  ivi,  20  — 
li  conduce  ad  oste  sopra  Siena,  ivi,  21. 

Brettagna,  provincia  d' Europa,  I,  5  ~  da  ehi  nomata, 
ivi,  24  —  è  signoreggiata  dai  Brettoni,  poi  da  diverse 
nazioni,  ivi.  V.  anche  Inghilterra. 

—  eonte  di,  ano  consiglio  al  re  Carlo  d'Angiò,  VII,  72. 

—  duca  di,  muore  senza  redo,  e  ne  segue  guerra,  X,  143. 

V.  anche  MonforU, 

Brettinoro,  castello  assediato  da'  gaelfi  di  Romagna,  Vili, 
93. 

Brettoni,  da  chi  originati,  l,  24  —  come  finisce  il  le- 
gnaggio  e  signoria  loro,  ivi  —  si  rubellano  a  Carlo  di 
Bros,  e  fanno  loro  duca  il  conte  di  Monforte,  XI,  143. 

Brots,  conte  di,  muore  nella   battaglia  di   Croci,  XH,  67. 

Bronci^  Ferraino  de',  avvelenato,  VHI,  41. 

Brezzi,  paese  rubato  da  Castruccio,  IX,  317. 

BruggiOf  tiene  pel  re  di  Francia,  Vili,  20  —  se  gli  ru- 
bella il  popolo  minuto,  e  uccidono  i   Francesi,   ivi,   55 

—  mandano  per  Guglielmo  di  Giulieri,  e  Io  fanno  lor 
signore,  ivi,  56  —  prendono  e  ardono  il  porto  delle 
Schiuse,  IX,  221  —  come  ne  fu  mutato  lo  stato  e  si- 
gnoria, ivi,  232  —  si  rubella  al  conte  di  Fiandra,  ivi, 
282  —  quo*  della  terra  con  qne'  di  Coltrai,  sconfiggono 
e  prendono  il  conte,  poi  sconfiggono  que'  di  Ganto,  ivi, 
310  —  sono  sconfitti  e  traggono  di  prigione  il  conte, 
ivi,  334  —  sono  puniti,  X,  88. 

Bruggia^  signore  di.  V.  Guido. 

Brunelleeehif  famiglia  nobile  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e 

VI,  83  —  tengono  parte  nera,  Vm,  39  —  hanno  parte 
nella  uccisione  di  Pazzino  de'  Pazzi,  IX,  33  —  fatti  po- 
polani, XII,  23. 

—  Bette,  principale  di  parte  nera,  Vili,  71  —  citato  dal 
papa,  ivi,  72  —  capo  di  setta  contro  Corso  de'  Donati, 
ivi,  96  —  sua  superba  risposta  agli  ambasciadori  di  Arri- 
go imperadore,  ivi,  120   —   ucciso  dai  Donati,  IX,  12. 

—  Francesco  preso  nella  battaglia    d' Altopascio,  IX,  305 

—  ed  in  quella  di  Lucca,  XI,  134  ~  scuopre  una  con- 
ginra  contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16  —  fatto  luogotenente 
del  podestà  In  Firenze,  ivi,  17  —  ambascladore  al 
papa,  ivi,  58. 

—  Ottaviano,  capitano  di  cavalieri  nell' oste  fiorentina  con- 
tra Castruccio,  IX,  302. 

BrunelU  de' Razzanti,  Brunellino,  consolo  in  Firenze,  V,  31. 
BrunOf  Gillo  il,  contestabile  di  Francia,  barone  del   conte 

di  Monforte,  VII,  4  —  suo  consiglio  con   Carlo  prima 

della  battagUa  di  Benevento,  ivi,  8  —  capitano  d' una 

schiera  in  quella  battaglia,  ivi,  9. 
Bnuchìnoy  tedesco,  ha  parte  nella  guerra  tra' Fiorentini  e' 

Pisani  sotto  Lucca,  XI,  140. 


Bnuciati,  Tedaldo,  caporale  di  Brescia,  fatto  squartare  da 
Arrigo  vn  imperadore,  IX,  20. 

Bruta,  Corrado  della,  capitano  di  guardia  in  Firenze,  XI, 
123. 

Bruto,  figlio  di  ^Silvio  e  nipote  di  Asciano  cacciando  uc- 
cide disavvedutamente  suo  padre,  I,  24  —  fìigge  eoo 
seguito,  arriva  in  Brettagna  e  le  dà  suo  nome,  ivi,  — 
sua  discendenza,  ivi. 

—  senatore,  primo  consolo  in  Roma  con  Lucio  Tarquinio, 
I.  28. 

Bucelli,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

—  Talento,  ha  parte  nell'assedio  di  Montecatini,  X,  1(8. 
Buechierì  Mulo.  V.  Tunisi. 

Bucino,  castello,  si  dà  a'  Fiorentini,  XI,  41. 
Buggea,  presa  dal  re  del  Garbo,  XII,  102. 

—  redi,  prima  di  Tunisi,  ricupera  suo  signoria,  IX,  105. 
Buggiano,  castello,  fa  pace   e   accordo   co'  Fiorentini,  X, 

136    —   mbellasi  e  toma  co'  Lucchesi,   X,   136  —  ì 

Fiorentini  ne  abbandonano   e  ardono  il  boi^,  ivi,  166 

—  rimane  a  loro  per  pace,  XI,  90. 
Buiamont^  duca  di  Puglia,  ha  parte  nella  crociata  di  6o^ 

tifredo,  IV,  24. 
Buiamonti,  famiglia  fiorentina,  Vm,  71. 
Bulafar,  re  del  Garbo,  s'insignorisce  di  Tunisi,  XII,  101 
Bulgaria,  provincia  d'Europa,  I,  5. 
BuoneontL  V.  Boneonti. 

—  Banduccio,  come  Uguodone  della  Faggiuola  gli  facesse 
tagliare  la  testa  a  lui  e  al  figliuolo,  IX,  75. 

Buonddmonti,  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  13  —  come 
da  essa  sorgessero  le  parti  guelfa  e  ghibellina  in  Fi* 
renze,  ed  ella  si  facesse  capo  di  parte  guelfa,  V,  39  — 
entrano  nella  prima  cacciata  di  guelfi  da  Firenze,  VI, 
33  —  son  ricacciati,  ivi,  89  —  si  rappaciano  cogii 
Uberti,  vn,  56  —  nemici  de' Cavalcanti,  e,  in  parte,  de* 
Giaadonati,  Vili,  1  —  tengono  parte  nera,  ivi,  89  — 
hanno  piato  col  legato  di  Toscana,  X,  181  —  eonfb^ 
tano  il  duca  d'Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenze,  Xn, 8. 

—  Rinieri  Zingano  de',  capitano  de'  guelfi  usciti  la  prima 
volta  di   Firenze,  preso  e  risparmiato  da  Federigo  H} 

VI,  35. 

—  Rosso  di  Gherardncoi  de',  dicapitato  pel  consenradore 
di  Firenze,   XI,  39. 

—-  Tegghia  di  Bindo,  podestà  di  Buggiano,  X,  166— di 
Massa,  XI,  85. 

—  Uguecione  de',  ha  parte  nella  guerra  contro  a'I^sam 
sotto  Lucca,  XI,  140  —  e  nella  cacciata  del  duca  d'A- 
tene, XII,  17  e  seg. 

Buovo,  Gianni,  grande  cittadino  romano,  piglia  la  crociati, 

V,  1. 
Burano,  castello,  rimane  a' Fiorentini  per  paoe,  XI,  90. 
Bufi,  castello  de'  Lucchesi  preso  dalla  gente  di  Arrigo  di 

Lussemburgo,  IX,  37. 
Buttafuoco,  Gianni,  di  Gianville,  muove  al  passaggio  delU 

Liscia,  Vni,  78. 
Butzaecherini,  Benedetto,  ammiraglio  de' Pisani,  VH,  9Ì« 

—  Ugolino,  ammiraglio  de'  Pisani,  sconfigge  l' annata  de' 
Genovesi,  VI,  19. 

Buzzano,  terra  in  Chiarentana,  arsa  da  Cario   di  Boemia, 

xn,  85. 
Buzeecea,  Saracino,  grande  ginocatore  di  acacohi,  VH,  IS* 


Caca  (il)  da  Reggio,  chi  fosse,  VI,  86. 
Cacchiano,  da,   nobili  del  contado  di  Firenze,   fatti  popo- 
lani, xn,  23. 
Cagli,  città  presa  da' Perugini,  XI,  85. 
Caino,  in  Terra  di  Lavoro,  si  arrende  alla  gente  del  re 

d'Ungheria,  XH,  118. 
Caio,  Antonio,  consolo  di  Roma  mandato  contro  Catelfins 

e  sopra  Fiesole,  I,  31. 
Calabria  (Calavra),  provineU  d'Italia,  I,  6  —  guastata  da' 

Saracini,  III,  4. 
OcHabria,  duca  di.  V.  Carlo,  Roberto, 
Calcagni,  Gianni,  di  Vaccherecda,   anziano   del  popolo  di 

Firenze  con  lo  Spedito,  VI,  77« 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


551 


Colei,  laoopo  da,  ambasciRdore  de' Pisani  al  yescovo  d'A- 
rezzo, X,  83  —  preso,  Ivi. 

Caldea,  provincia  d'Asia,  I,  2. 

Calenzano,  castello  preso  e  arso  da  Castracelo,  IX,  318. 

Calese,  assediato  da  Odoardo  III  re  d'Inghilterra,  Xn,  68 
—  b'  arrende,  ivi,  96. 

CoZ/tteet,  nobUi  antichi  di  Firenze,  IV,  11. 

Calido,  reale  di  Tunisi,  muore  per  guerra  civile,  XII,  102. 

Cali/  di  Bagdad,  preso  e  morto  per  V  imperadore  de'  Tar- 
tari, VI,  59. 

CaUsto  n,  papa,  scomunica  Arrigo  IV,  IV,  27  —  si  rico- 
munica con  lui,  ivi. 

—  antipapa,  V,  1. 

Calvmgno,  conte,  suo  consiglio  a  Manfredi,  VII,  7  —  ca- 
pitano de' Tedeschi  alla  battaglia  di  Benevento,  Ivi  — 
capitano  d' una  schiera  d' italiani  per  Corradino  alla  bat- 
taglia di  Tagliacozzo,  ivi,  26  —  fogge  col  re,  ivi,  27  — 
è  preso,  e  Carlo  d'Angiò  gli  fa  tagliare  la  testa,  ivi,  29. 

Calvoli,  assediato  dalla  gente  del  capitano  di  Forlì,  XI,  103. 

Cottoli,  Folcieri  da,  di  Bomagna,  podestà  di  Firenze,  fa  ta- 
gliare la  testa  ad  alcuni  cittadini  di  parte  bianca,  VII!,  59. 

Camaiore,  arsa  e  rubata  da  Marco  Visconti  e' Tedeschi  del 
Cerruglio,  X,  130. 

Cambrai,  osteggiata  dall'oste  della  lega  centra  Filippo  di 
Valois,  XI,  85. 

Camerata,  contrada,  perchè  così  nomata,  I,  36. 

Camerino,  manda  aiuto  a'  Fiorentini  contro  Castmccio, 
IX,  302. 

ComerUngOf  conte,  suo  consiglio  a  Manfredi  dopo  la  presa 
di  san  Germano,  VII,  7  —  lo  tradisce  alla  battaglia  di 
Benevento,  ivi,  9. 

Comertino,  duca  romano  all'assedio  di  Fiesole,  I,  36. 

Camìa,  provincia  d'Asia,  I,  3. 

Camino  o  Cammino,  signori  da,  mbellano  Arrigo  a  quelli 
deUa  Scala,  XI,  50. 

Cammino,  Ricciardo  da,  signore  di  Trevigi,  X,  42. 

Cammone,  conte,  fatto  duca  di  Puglia,  IV,  34. 

Camo  (Carnea),  in  Normandia,  si  rende  a  Guido  di  Fian- 
dra Vm,  56  —  presa,  rubata  ed  arsa  da  Odoardo  ni 
re  d'Inghilterra,  XH,  63.     • 

Camonte,  Alessandro  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Campana,  come  si  trovò  di  prima,  n,  11  —  quale  siala 
maggiore,  VI,  46. 

Campi,  paese  rubato  da  Castrucclo,  IX,  317. 

—  di  Firacchi,  preso  da'  Fiorentini  guelfi,  a'  ghibellini 
usciti,  VII,  19. 

Campiobbeii,  famiglia  nobile  guelfa  di  Firenze,  V,  39  — 
cacciati,  VI,  79  —  fatti  popolani,  XII,  33. 

Campodifiore,  V.  Orsini, 

Campogiallo,  rubellato  a'  Fiorentini,  XI,  139. 

Camporena,  castello,  preso  da'  Fiorentini,  X,  137. 

Composampiero,  Giovanni  da,  capitano  dell'  oste  de'  mar- 
chesi da  Ferrara,  preso  da'  Tedeschi,  X,  210. 

Campo  san  Piero,  villa,  si  rubella  a  Mastino  della  Scala, 
XI,  58. 

CanceUi^,  nobili  di  Pistola  potentissimi,  come  tra  loro  si 
originassero  le  parti  nera  e  bianca,  VOI,  38  —  i  Fio- 
rentini li  traggono  di  Pistoia  e  li  mettono  a  confini  in 
Firenze,  ivi. 

Caneelliai,  Schiatta  de*,  capitano  pel  comune  in  Firenze, 
vm,  49. 

Candazia,  bellissima  figlinola  di  Sicano,  I,  8. 

Cangiut,  fabbro,  come  fa  ftitto  primo  imperadore,  cioè  ca- 
ne de'  Tartari,  V,  29. 

Camigiani,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Canneto,  castello,  si  rende  alla  lega  de'  Lombardi,  XI,  73. 

Canossa,  rocca  fondata  dalla  contessa  Matilde,  IV,  21. 

CanUUmo,  Giacomo  di,  vicario  del  re  Roberto  in  Firenze, 
IX,  56  —  viene  in  Firenze  al  seguito  del  duca  di  Ca- 
labria, X,  1. 

Camiiihiera,  conte  di,  fatto  dicollare  da  Odoardo  ni  re  d' In- 
ghilterra, X,  152. 

Ca€T§a,  Iacopo  di.  V.  Oiovaami  XXII. 

Capacela,  palagio  di  Firenze,  da  che  nomato,  I,  38. 

Capalle,  castello  preso  e  arso  da  Castmccio,  IX,  318. 

Capano,  Cincia,  ginstidata  per  1'  assassinio  di  Andreasso 
dnca  di  Calabria,  XII,  52. 


Capano,  Iacopo,  ha  parte  nell'assassinio  di  Andreasso  dn- 
ca di  Calabria,  XII,  51. 

Capitani  di  parte  in  Firenze,  che  cosa  fossero,  VII,  16. 

Capitano  della  guardia,  uficio  in  Firenze,  XI,  18  —  rad- 
doppiato, ivi,  23. 

—  di  popolo,  come  fosse  primamente  eletto  in  Firenze, 
VI,  39. 

Capitndini  dell'arti,  hanno  il  reggimento  di  Firenze,  XTI,  22. 

Caponèacehi,  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  11  —  è  di 
parte  ghibellina,  V,  39  e  VI,  33  —  sono  cacciati,  VI,  65. 

Caposelvoli  in  Valdambra,  disfatto  da'  Fiorentini,  VI,  6  — 
si  rende  all'  imperadore,  IX,  45  —  racquietato  da'  Fio- 
rentini, IX,  166. 

Cappiano ,  castello  de'  Fiorentini  preso  da  Castmccio  signo- 
re dì  Lucca,  IX,  106  —  da'  Fiorentini,  IX,  301  —  ri- 
preso da  Castmccio,  ivi,  306  —  disfatto  da  lui,  ivi,  301. 

Cappiardi,  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  13  —  tengono 
parte  ghibellina,  V,  39. 

Capponi,  Paolo  di  Boccnccio  de',  cavaliere  ed  ambasoia- 
dore  al  re  d'Ungheria,  XII,  108. 

Capraia,  castello  assediato  da  Federigo  II,  VI,  35. 

Capraia,  conti  da,  s'  oppongono  alla  reedificazione  di  Fi- 
renze, II,  21  —  hanno  guerra  co'  Fiorentini,  V,  31. 

—  Anselmo  da,  nipote  del  conte  Ugolino,  fatto  da  lui  av- 
velenare, VII,  121. 

—  Ridolfo,  conte  da,  capitano  de'  guelfi  usciti  la  prima 
volta  di  Firenze,  è  morto  da  Federigo  II,  VI,  35. 

Caprese,  rocca  presa  dal  vescovo  d'Arezzo,  IX,  235. 
Coprono,  Filippo  da,  preso  da  Castracelo,  X,  82. 

—  Guido  da,  cittadino  di  Pisa,  ucciso  da  Corbinio  de' 
Lanfranchi,  IX,  153. 

Capua,  città,  da  chi  edificata,  I,  25. 

CapuR,  principe  di.  V.  Carlo,  Pandolfo. 

Caracdoli,  Maruccio,  camerlingo  della  regina  Giovanna, 
fogge  con  essa  in  Provenza,  XII,  115  —  imprigiona- 
to, ivi. 

—  Nicola  de',  resiste  al  re  d'Ungheria,  ed  è  preso,  XII, 
111, 

Caramagna,  visconte  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Carcassona,  assediata  dal  conte  [di  Barcellona  e  Valenza, 
V,  35. 

Card,  nobili  fiorentini  guelfi,  cacciati,  VI,  79. 

Cardinale  Mauro.  V.  Porto,  vescovo  di. 

Cardinale  legato.  V.  Orsini,  PoggeUo,  Acquatparla,  OÌU' 
rardo,  Oervatio,  PUestrino  (vescovo  di).  Porto  (vescovo 
di).  Latino,  Ombruno  (arcivescovo  di),  Pétagrà,  Chiaro- 
monte  (Piero  di),  Cieccano  (da). 

Cardinale  ostiense.  V.  Acquaaparta,  ZéoHno,  Pt<Uo  (da),  Pog- 
geUo (dal). 

Cordona,  Raimondo  di  Cardo  di,  d'Aragona,  ammiraglio 
del  re  Roberto  a  Genova,  IX,  113  —capitano  di  guerra 
per  papa  Giovanni  e  re  Roberto,  ivi,  129  —  è  scon- 
fitto al  ponte  a  Basignano,  ivi,  160  —  prende  Tortona, 
e  più  castella  del  contado  di  Pavia,  ivi,  190  —  entra 
in  Alessandria,  ivi,  195  —  è  mandato  capitano  gene- 
rale neir  oste  della  Chiesa  a  Monza,  ivi,  203  —  eolia 
gente  della  Chiesa  e  colla  lega  di  Toscana  e  Lombar- 
dia pone  oste  a  Ifilano,  ivi,  211  —  si  ritira,  ed  è  as- 
sediato in  Monza,  ivi,  213  —  sconfitto  e  preso  da'  Vis- 
conti, ivi,  238  —  scampa,  ivi  —  capitano  di  guerra  in 
Firenze,  ivi,  295  —  sua  parte  nella  guerra  contro  Ca- 
stracelo, ivi,  301  e  seg.  ^  preso  nella  battaglia  d'Al- 
topascio,  ivi,  306  —  tratto  di  prigione  pel  Bavaro,  X, 
107. 

Carignano,  castello  reso  da  fllippo  di  Valois  a  Filippo  di 
Savoia,  IX,  110. 

Carlo  I  il  Calvo,  figlio  di  Luigi  primo  imperadore,  re  di 
Francia,  poi  quinto  imperadore  Franeesco,  II,  14  e  18 
—  caccia  i  Saradni  di  Sicilia,  ivi,  19  —  è  avvelena- 
to, ivi. 

—  n  il  Semplice,  figlio  apostumo  di  Luigi  il  Balbo,  è 
fatto  re  di  Francia  da'  baroni,  II,  14  —  Oddo  gli  muove 
guerra,  ivi  —  sconfigge  e  uccide  Roberto  fratello  di 
Oddo,  ivi  —  è  preso  da  Roberto  conte  di  Vermandois, 
e  muore  in  prigione,  ivi. 

—  in  il  Grosso,  figlio  di  Carlo  il  Calvo,  imperadore  e  re 
di  Francia,  II,  14  e  19  —  vince  i  Normandi,  fa  pace, 


552 


INDICE  DELLA  CRONACA 


•  dà  loro  abitare  la  Laida  Barena,  n,  14  a  SO  —  è  di- 
posto  da*  baroni,  ivi,  14  e  19. 
Coirlo  IV  figUo  di  fllippo  U  Bello,  conte  deUa  Merda,  p<4  re 
di  Francia,  IV,  4  e  IX,  66  —  succede  a  Filippo  ano 
fratello,  IX,  131  —  lascia  la  prima  moglie,  e  prende 
la  figlinola  dell' imperadore  Arrigo,  ivi,  172  — viene  in 
Provenza  per  procacciare  d'essere  imperadore,  ivi,  848 
—  prende  per  moglie  la  cugina,  ivi,  262  —  comincia 
guerra  in  Guascogna  col  re  d' logbilterra,  ivi,  26S  — 
ai  crede  d' essere  eletto  imperadore,  ivi,  267  —  H  pace 
con  Odoardo  re  d'Inghilterra,  ivi,  315  —  muore,  X,  60. 

—  figlinolo  del  re  Giovanni  di  Boemia,  lasciato  da  suo 
padre  in  Italia,  X,  182  —  sconfigge  V  oste  de'  marchesi 
da  Ferrara,  ivi,  210  —  viene  a  Lucca  e  la  taglieggia, 
ivi,  214  —  mena  aiuto  alla  lega  contro  Mastino  della 
Scala,  ed  ha  Belluno  e  Feltro,  XI,  64  —  sconfigge  Q 
re  di  Polonia,  Xlf,  48  —  è  eletto  re  de' Romani,  ivi, 
60  —  detto  imperadore  de' preti,  ivi  —  va  a  Parigi, 
ivi,  64  —  combatte  a  Greci,  ivi,  67  —  confermato  im- 
peradore dal  papa  e  dalla  Chiesa,  prende  la  prima  co- 
rona, ivi,  78  —  viene  in  Chiarentana  e  fa  conquiste, 
ivi,  85. 

—  duca  di  Calabria,  figliuolo  del  re  Roberto,  ha  guerra 
con  Federico  re  di  Sicilia,  IX,  169  —  va  con  grande 
armata  sopra  la  Sicilia,  e  assedia  Palermo,  ivi,  296  — 
accetta  la  signoria  offertagli  did  fiorentini,  ivi,  333  — 
▼iene  in  Siena  ed  ha  la  signoria  per  cinque  anni,  ivi, 
856  —  viene  in  Firenze  con  gran  seguito,  X,  1  — 
muove  quistioni  a'  Fiorentini  per  estendere  sua  signorìa., 
ivif  2  —  sua  prima  impresa  di  guerra  centra  Csstrue- 
cio,  ivi,  6  —  gli  nasce  un  figliuolo  maschio  in  Firenze, 
ivi,  22  —  ordina  trattato  per  torre  Lucca  a  Castmocio, 
e  gli  è  discoperto,  ivi,  25  —  si  parte  di  flrenie,  èva 
nel  regno  per  contradiare  al  Bavero,  ivi,  49  ~  manda 
aiuto  a' Fiorentini,  ivi,  109  —  muore,  ivi,  110. 

—  I,  conto  d'Angiò  e  di  Provenza,  figlio  di  San  Luigi 
re  di  Franeia,  IV,  4  ~  è  dalla  Chiesa  di  Roma  eletto 
re  di  Sicilia  e  di  Puglia,  VI,  88  —  accetta,  e  si  ap- 
parecchia di  passare  in  Italia,  ivi,  89  —  sue  virtù  e 
condiaioni,  VII,  1  —  si  parte  di  Francia,  e  per  mare 
si  passa  di  Provenza  a  Roma,  ivi,  8  —  è  coronato  in 
Roma,  e  di  presente  muove  con  sua  oste  per  andare 
incontro  a  Manfredi,  ed  ha  per  tradimento  il  passo  di 
Cepperano,  ivi,  6  —  indi,  per  forza,  la  terra  di  San 
Germano,  ivi  —  di  là  va  a  Benevento  per  affrontarsi 
col  re  Manfredi,  ivi,  7  —  dispone  le  sue  schiere  contro 
a  quelle  del  nemico,  ivi,  8  —  sua  vittoria,  ivi,  9  —  ha 
la  signorìa  del  regno  e  ^  Sicilia,  Ivi,  10  —  rifiuta 
quella  di  Firenze,  ivi,  15  —  fatto  vicario  generale  di 
Toscana  per  lo  papa  e  la  Chiesa,  va  all'assedio  di  Pog- 
gibonizzi,  ivi,  21  —  indi  co'  Fiorendni  ad  oste  sopra 
Pisa,  ivi  22  —  se  gli  ribellano  molte  terre  a  sommossa 
de' ghibellini  di  Toscana,  ivi,  23  —  parte  di  Toscana  e 
va  in  Puglia,  ivi  —  assedia  Nocera  de'  Saracini,  ivi,  24 
— *  muove  oontro  all'oste  di  Corradino  nel  piano  di  San 
Valentino,  ivi,  25  —  s' affronta,  ivi,  26 —vince  la  bat- 
taglia di  Tagliacoazo,  ivi  —  prende  Corradino  e  certi 
suoi  baroni,  e  fa  loro  tagliare  la  ^ta,  ivi,  29  —  è  ri- 
preso di  tal  sentenza,  ivi  ^  come  racquietò  e  riformò 
tutte  le  terre  di  Sicilia  e  di  Puglia  che  gli  s'erano  ru- 
beliate,  ivi,  30  —  passa  a  Cartagine  in  soccorso  de' 
Cristiani,  ivi,  37  —  patteggia  accordo  col  re  di  Tunisi, 
e  partasi  con  lo  stuolo  ivi,  88  —  seffiro  in  presenza  la 
vendetta  del  conte  Guido  di  Monforte  sopra  Arrigo  di 
Comovaglia,  ivi,  39  —  va  a  Firenze  con  Gregorio  X 
e  Baldovino  imperadore,  ivi,  42  —  come  si  oorruceiasse 
col  papa,  ivi  —  rifiuta  d'imparentarsi  con  Nicola  m, 
ivi,  54  —  dispone  un  grande  passaggio  in  oriente,  e 
ne  viene  sturbato  per  la  eongiura  di  Gianni  da  Procita, 
ivi,  57  •—  ik  eleggere  papa  Martino  IV,  ivi,  58  —  non 
cura  gli  avvertimenti  di  Filippo  re  di  Francia  e  del 
papa,  ivi,  60  —  oome  gli  si  rnbellasse  l' isola  di  Sicilia, 
ivi,  61  —  ai  compiagne  al  re  Filippo  ed  al  papa,  e 
n'ha  aiuto,  ivi,  62  —  ne  ha  pure  da  Firenze,  Lom- 
bardia e  Toscana,  ivi,  64  —  si  pone  ad  oste  a  Mes- 
shia  per  mare  e  per  terra,  ivi,  65  — ricusa  i  patti  de' 
Messinesi,  ivi,  66  —  sua  risposta  al  re  Piero  d' Ara- 


gona, ivi,  78  —  li  parte  con  soa  gante  dall'assedio  di 
Messina  sconfitto,  e  tornasi  a  Napoli  con  gran  dsolo, 
ivi,  75  —  ingaggiasi  a  Roma  col  re  d' Aragona  ^  eom- 
battere  insieme  a  Bordella  in  Gkiascogna  perdiffinh^U 
tenzone  di  Sicilia,  ivi,  86  —  toma  a  NapoU  e  fk  graadi 
apparecchio  per  passare  in  Sicilia,  ivi,  94  —  moore, 

ivi,  95. 
Cirrlo  n  d'Angiò,  prence  di  Salerno,  è  mandato  ambasciadore 
di  suo  padre  Carlo  d' Angiò  al  re  di  Francia,  ivi,  71  — 
toma,  ed  è  ricevuto  in  Firenze,  ivi,  85  —  è  sconfitte 
e  preso  in  mare  da  Buggeri  di  Loria,  ivi,  93  —  1  Si- 
ciliani vogliono  farlo  morire,  ma  Io  ricovera  la  ràia 
moglie  del  re  Piero  d' Aragona,  ivi,  96  —  esce  di  pri- 
gione, ivi,  95  —  soggiorna  in  Firenze,  ed  h  coronato 
in  Rieti  dal  papa  Niccola  IV,  ivi,  130  —  Da  tregua  con 
don  Giacomo  d'Aragona,  ivi,  194  —  s'accorda  conivi 
di  pace,  e  fia  rinunziare  Carlo  di  Valois  al  privU^o 
del  reame  d' Aragona,  Vm,  13  —  soggiorna  a  Fireais, 
ivi  —  va  in  Francia,  ed  ordina  triegua  fra  Filippe  il 
Bello  e  Odoardo  I  ed  il  conte  di  Fiandra,  ivi,  20  — 
muore,  ivi,  108. 

—  figliuolo  di  Carlo  Magno,  rabeUa  Lamagna  a  no  frir 
tallo  Luigi,  n,  19. 

—  Conte  di  Vaiola,  e  secondogenito  di  Filippo  m  re  di 
Francia,  è  privilegiato  del  reame  d' Aragona  da  papa 
Martino  IV,  VII,  87  —  suo  padre  lo  manda  in  Guasco- 
gna, ed  egli  prende  molte  terre  sopra  il  re  d' Inghilter- 
ra, vm,  4  —  Cario  n  d'Angiò  gli  fia  rinunziare  il 
detto  privilegio,  ivi,  13  —  mandato  in  Fiandra  da  suo 
fratello,  gliela  soggetta  tutta,  ivi,  32  —  è  chiamato  in 
Italia  da  papa  Bonifazio  Vili,  ivi,  43  —  viene  al  papa, 
poi  in  Firaize,  e  ne  caocia  parte  bianca,  ivi,  49  — 
paasa  in  Sicilia  per  fare  guerra  per  lo  re  Carlo,  e  b 
ontosa  pace,  ivi,  50  —  è  chiamato  in  Francia  da  Fi- 
lippo ivi,  58  —  sua  parte  nella  battaglia  di  Moosioi- 
povero,  ivi,  78  —  come  gli  fallisce  d'esser  creato  im- 
peradore, ivi,  101  —  mandato  in  Guascogna  da  suo 
nipote  Carlo  re  di  Francia,  centra  il  re  d'Inghilterra, 
IX,  263  —  acquista  parte  di  Guascogna,  ivi,  268. 

—  duca  di  Durazzo,  capitilo  pel  re  Roberto  sopra  Sid- 
Ila,  XI,  79  —  ha  parte,  nell'assassinio  di  Andreasso 
duca  di  Calabria,  XH,  5Ì  —  capo  di  partito  in  Napob', 
ivi,  52  —  capitano  deU'  oste  dei  reaU  di  PugUa  centra 
i  rabeUl  d' Abruzzi,  ivi,  89  —  unito  a  Capna  oon  g& 
altri  reaU  di  Puglia  oontro  Q  re  d' Ungheria,  ivi,  104 
—  tktto  morire  dal  re,  ivi,  112. 

—  prence  ^  Capna,  VII,  1. 

—  figlio  di  Filippo  prence  di  Taranto,  viene  a  combattece 
pe' Fiorentini,  K^  71  —  muore  nella  battaglia  di  Mon- 
tecatini, ivi,  72. 

—  d'Arteae,  ha  parte  con  suo  figlio  nelTassaaiinio  di  An- 
dreasso  duca  di  Calabria,  XII,  51. 

—  di  Brois  (Bros),  nipote  di  FUippo  di  Vaiola,  Catto  doea 
di  Bretagna,  XI,  143  —  sconfitto  e  preso  dal  conte  di 
Monforte  all'  assedio  di  Ariano,  Xli,  93. 

—  di  Valois,  detto  Senzaterra,  figUo  di  FUippo  redlFtas- 
cia,  IV,  4. 

—  il  Grande,  zio  dell'ultimo  Lnigi  re  di  Francia,  ha  guer- 
ra con  Ugo  Capoto,  ma  è  sconfitto  e  morto»  II,  14. 

—  Magno,  figliuolo  di  Pipino,  re  di  Francia  e  imperadert 
di  Roma,  II,  14  —  libera  SanU  Chiesa  da  Deaiderio  re 
de' Lombardi,  e  disperdei],  ivi,  13  —  suoi  discendenti, 
ivi,  20  —  persegue  i  Saradni,  e  colla  forza  da*  palsdim 
distmggeli,  ivi,  13  —  sue  imprese  oltremare,  ivi  — sua 
grande  signoria,  ivi  —  dklamato  da  Leone  in  papa,  Ci 
vendetta  de'rabelU  romani,  lombardi  e  toscanlt  a  rimette 
il  papa  e  la  Chiesa  in  libertà,  onde  k  eletto  iooperadore 
di  RonM,  ivi,  15  —  cede  lo  imperio  ed  il  reame  di 
Francia  a  Luigi  suo  figlio,  dispensa  suo  tesoro  e  muore 
nella  terra  d' Aquisgrana,  ivi  —  oome  fialliaea  H  suo  li- 
gnaggio, n,  20. 

—  Magno,  figlio  di  Luigi  il  Balbo,  regna  in  Francia  con 
Luigi  il  Semplice  suo  fratello,  H,  14. 

—  Martello,  figliuolo  del  primo  Pipino,  oonqoiata  tutta  A- 
lamagna,  Soavia  e  Baviera,  e  Frigia  e  Lotteringia,  e 
recale  sotto  il  reame  di  Francia,  I,  19  —  governa  sotto 
Chilperico,  Federico  ed  Elderigo,  ivi  —  chiamato  dalla 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


553 


Cki«0a  •  d«' Romani,  liberati  dall' occapaaione  dei  Lon- 
gobardi, II,  10  —  perchè  cognominato  Martello,  ivi. 
Carlo  Martello,  figlio  di  Carlo  II  d'Angiò,  VH,  95  -  è  co- 
ronato re  d'  Ungheria,  ivi,  135  —  suo  soggiorno  a  Fi- 
renze, Vni,  18. 

—  Martello,  figlinolo  di  Giovanna  di  Napoli,  XII,  52  — 
fatto  daca  di  Calabria  e  mandato  in  Ungheria,  ivi,  113. 

—  Rimberto  o  Uberto  figlio  di  Carlo  Martello,  re  d' Un- 
gheria, IX,  29  —  manda  aiuto  a  Federigo  d' Àostria, 
ivi,  176  —  va  aopra  il  re  di  Russia,  ivi,  176  —  viene 
a  Napoli,   poi  toma  al  suo  reame,  X,  225  —  muore, 

xn,  6. 

—  d'Amelia,  podestà  di  Firenze,  fugge  col  suggello  del- 
l' Ercole  del  comune,  VOI,  95. 

Carmigoano,  castello,  come  V  ebbero  i  Fiorentini,  VI,  5  — 
preso  dal  conte  Novello,  IX,  247  —  si  rende  al  co- 
mune di  Firenze,  ivi,  279  —  è  abbandonato  a'  Pistoiesi, 
ivi,  317  —  se  ne  arrende  la  rocca  a  Castruccio,  ivi, 
318  —  è  preso  da' Fiorentini  per  forza,  X,  105. 

Caro  di  vittovaglia  in  tutta  Italia,  Vn,  111  —  In  Firen- 
ze, Vm,  59,  68,  82;  IX,  12  —  oltremonti,  in  Roma- 
gna, nel  Casentino  e  in  Mugello,  IX,  80  —  in  Puglia 
e  tutta  Italia,  ivi,  186  —  in  Firenze  e  quasi  in  tutta 
Italia,  X,  121  —  in  Firenze,  XI,  100,  114  —  grande 
in  Italia  e  Francia  e  Borgogna,  XII,  73  —  a  Vinegia 
e  Firenze,  ivi,  119. 

Carrara^  signori  di  Padova,  la  danno  a  Cane  della  Scala, 
X,  104  —  ne  tornano  signori   per  tradimento,  XI,  65. 

—  Albertino  da,  fatto  signore  di  Padova,  entra  nella  lega 
contro  Mastino,  XI,  65  —  manda  soccorso  a'  Pisani  so- 
pra Lucca,  ivi,  131  —  sua  ingratitudine,  ivi,  135  — 
muore,  XII,  42. 

^  Iacopo  da,  uccide  Marsilietto  e  si  £a  signore  di  Pado- 
va, xn,  42  —  accoglie  il  re  d'Ungheria,  ivi,  107. 

—  Marsilio  o  Marsilietto  da,  tratta  per  far  avere  Parma 
a'  signori  della  Scala,  XI,  SO  —  tratta  con  Piero  de' 
Rossi  capitano  della  lega  guelfa  contra  Mastino,  ivi,  58 
—  diviene  signore  di  Padova,  ed  ò  tosto  morto  da  Ia- 
copo suo  consorto,  XII,  42. 

—  Ubertino  da,  scopre  un  tradimento,  XI,  82. 
Carroccio  d'Aragona,  contestabile  de'  Fiorentini,  muore  nella 

aconfitta  di  Montecatini,  IX,  72. 
Carroccio  di  Firenze,  che  cosa  fosse,  VI,  75. 
Cartagine,  edificata  da  Dido,  I,  21. 
Casaglia,  castello,  rifatto  da' Fiorentini,  IX,  174. 
CoMcitnOj  monaco,  traditore,  IX,  292. 
Caaciano  (San),  borgo  presso  Firenze,  assalito  da  Arrigo  VU 

imperadore,  IX,  48  —  arso  da  Castruccio,  ivi,  339. 
Caacina,  borgo  goastato  ed  arso  da' Fiorentini,  XI,  132. 
Casciole,  castello  tolto  da'  Fiorentini  a'  Sanasi,  VI,  75. 
Ca$9rtay  conte  di,  tradisce  Manfredi  al  passo   di  Ceppera- 

no,  VII,  5  —  e  alla  battaglia  di  Benevento,  ivi,  7. 
Casiandra^  figliuola  di  Priamo,  scampa  dalla  mina  di  Troia, 

Cassano,  sconfigge  e  vince  Baldo  suo  zio  cane  de*  Tartari, 
ed  h  fatto  lor  sigùore.  Vili,  15  —  sconfigge  il  soldano 
de'  Saraceni,  e  prende  la  terra  santa  in  Soria,  ivi,  35  — 
manda  ambasoiadori  al  papa,  ivi  —  come  divenisse 
criatiano,  ivi  —  signore   de'  Tartari   in  India,  XII,  84. 

Cassella,  in  Fiandra,  assediata  da' Franceschi,  XII,  68. 

Castélhrialdo,  signore  di,  muore  combattendo  per  Carlo  di 
Brois,  xn,  98. 

Castelfiorentino,  combattuto  da  Arrigo  imperadore,  IX,  52. 

Castelfocognano,  preso  a'  Conti  dal  vescovo  di  Arezzo, 
IX,  151. 

Castelfranco,  si  rubella  da' Bolognesi,  IX,  216. 

—  in  Trivigiana,  dato  da  Mastino  a'  Vinidani,  XI,  90. 

—  di  Valdamo,  castello  fondato  dal  popolo  di  Firenze, 
Vni,  17  —  preso,  IX,  61  —  si  dà  a  Fiorentini,  X, 
168  —  rimane  a  loro  per  pace,  XI,  90. 

Castella,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

—  re  di.  V.  Spagnoy  re  di. 

CastéUani,  casa  fiorentina,  falliscono,  XI,  138. 
CaateUaquaro,  si  arrenda  al  legato  cardinale  e  al  eomune 

di  Piacenza,  IX,  260. 
Castello  (Città  di),  presa  dal  vescovo  di  Arazzo,  IX,  226  — 

guerreggiata  da'  Perugini  e  dalla  taglia  di  Toscana,  ivi. 


253  —  ne  rimane  la  signoria  a' Tarlati  d'Arezzo  e  a' 
figlinoli  di  Tano  degli  Ubildini,  X,  51  —presa  da' Pe- 
rugini e*  loro  collegiiti,  XI,  37  —  mnnda  aiuto  a'  Fio- 
rentini sopra  Lucca,  ivi,  63. 

Castello,  signore  di  Città  di.  V.  Guélfueci. 

Castello  a  mare  in  Sicilia,  preso  dal  re  Roberto,  IX,  62. 

Castellodicastro  in  Sardegna,  assediato  da  Alfonso  infante 
d'Aragona,  IX,  237  —  rimane  a  Pisani,  ivi,  259  — 
lo  cedono  al  re  d'Aragona,  ivi,  331. 

Castello  Imperiale,  fondato  da  Arrigo  imperadore,  IX,  48. 

Castelnuovo  di  Napoli,  come  fosse  fatto,  VII,  10. 

—  in  Valdamo,  assediato  da'  ghibellini  di  Firenze,  VU,  1 2. 
Castelvecchio,  in  Val  diluna,  rimane  a'  Fiorentini  per  pace, 

XI,  90. 
Castiglione,    castello   assediato  e  preso  da'  Parmigiani    e' 
Piacentini,  IX,  288. 

—  Aretino,  preso  da' Fiorentini,  Vn,  132  —  reso  a*  Tar- 
lati, XII,  17  e  24. 

—  degli  Ubertini  o  di  Valdarno,  castello  preso  da'  Fio- 
rentini, VII,  120  —  dato  loro  in  guardia,  XI,  74  — 
mbellato  ivi,  139  e  Xn,  5  —  mbato,  arso,  diroccato  e 
disfatto,  xn,  5. 

—  di  Val  di  S  rchio,  assediato  da'  Fiorentini,  VII,  33  — 
disfatto  da  Pisani,  IX,   68. 

CattigUonef  da,  famiglia  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  VI, 
88  —  sono  cacciati,  VI,  65. 

—  (e  da  Cersina)  Lancia  de'  cattani  da,  capo  de'  ghibellini 
in  Firenze,  VI,  33. 

Castracani  degl'  Interminelli,  Francesco,  vicario  del  Bavaro 
in  Lucca,  X,  25  -^  fa  scandalo  con  Gherard  no  Spi- 
nola, ed  è  preso  e  mandato  a  Lucca,  ivi,  154  —  vuol 
tórre  Lucca  a  Mastino  della  Scala,  e  ne  ha  danno,  XI, 
124  —  capitano  d'una  schiera  de' Pisani  contra  i  Fio- 
rentini, ivi,  134. 

Castro.  V.  Castello. 

Castrone,  capitano  dell'oste  della  Ciiiesa  in  Ghiaradadda, 
IX,  191  —  e  alla  Gargazzuola,  ivi,  199. 

Castracciui,  moneta,  che  cosa  fossero^  XI,  322. 

Castruccio.  V.  Interminelli. 

Catalani,  in  guerra  co' Genovesi,  X,  175  —  vengono  con 
armata  sopra  Genova,  ivi,  189  —  ricevono  gran  donno 
da'  Genovesi,  XI,  17  —  li  sconfiggono  in  Sardigna, 
xn,  100. 

Catalogna,  provincia  d'  Europa,  I,  5. 

Catania,  Pace  di  Raimondo  di,  ciamberlano  del  re  Andreas- 
so,  preso,  XII,  52. 

—  Raimondo  di,  giustiziato  per  1'  assassinio  di  Andreasso 
duca  di  Calabria,  Xn,  52. 

Catanzaro,  castello  rabellatosi  al  re  Carlo  d' Angiò,  vn, 
134. 

Catanzaro,  conte  di,  viene  in  Firenze  al  seguito  del  duca 
di  Calabria,  X,  1. 

CatelUna,  sua  congiurazione  in  Roma,  I,  30  —  Marco 
Tullio  il  fa  partire  della  città,  ivi  —  egli  con  parte 
do' suoi  seguaci  va  in  Toscana  e  fa  ribellare  Fiesole, 
ivi,  31  —  sono  sconfitti  dai  Romani  nel  piano  di  Pice- 
no, ivi,  32. 

CateUini,  nobili  antichi  di  Firenze,  IV,  12. 

Caterina,  figlia  di  Carlo  di  Valois,  sedicente  imperadrice 
di  Costantinopoli,  ha  parte  nell'assassinio  di  Andreassfo 
duca  di  Calabria,  xn,  5 1  —  muore,  ivi,  75. 

Catignano  racquistato  da'  Fiorentini,  Vili,  2. 

Cattania,  guasta  da  Carlo  duca  di  Calabria,  IX,  296. 

Cavalcabb,  marchese ,  colla  lega  di  Toscana,  sconfitto  e 
morto  in  Lombardia,  IX,  129. 

Cavalcanti,  famiglia  guelfa  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33  — 
cacciati  VI,  79  —  nemici  de'Bondelmouti,  VUÌ,  1,  — 
gran  parte  d'  essi  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  VOI, 
39  —  e  gli  altri  parte  nera,  ivi  —  alquanti  n'  escono 
di  città,  ivi,  49  —  fan  setta  con  Corso  Donati,  ivi,  68 

—  dieadono  e  sono  cacciati,  ivi,  71  —  rabellano  due  ca- 
stella   a' Fiorentini,   ivi,  75  —  cacciati   ancora,  IX,  33 

—  confortano  il  duca  d'Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenze, 
xn,  3  —  s'  arrendono  al  popolo  commosso,  ivi,  21. 

—  Domenico  ^  Ciampolo,  consigliere  de' priori  di  Firen- 
ze, xn,  18. 

«-  GiannozEO,  ha  parta  nella  prima  impresa  del  duca  di 

35 -B. 


554 


INDICE  DELLA  CRONACA 


CalabrU  eontm  Castrnceto,  X,  6-~iieirM9ttdio  di  Hon- 
teoatioif  ivi,  108  —  podestà  in  Gtnova  pel  reBoberto, 

XI,  24  —  ha  parte  nella   eaceiata  del  dnoa   d'Atene, 

XII,  17  —  fatto  riformatore,  ivi 

Cavalcatici,  Guido,  ha  parte  in  una  saffa  tra*  neri  e  bianchi 
in  Firense,  VIU,  42  —  mandato  a*  eonfini,  muore,  ivi. 

—  Masino  de',  firentino  di  parte  bianca,  dioollato,  Vili, 
59. 

—  PafGera  de',  uccide  Passino  de'  Passi,  IX,  SS. 
Cavalieri  della  banda,  ivi,  48. 

Cavalieri  del  Cerruglio.  V.  Tedetehi, 

—  della  colomba,  chi  fossero,  XI,  28  —  al  soldo  de'Fio- 
rentini,  ivi,  64. 

Cavo,  le,  castello  de' conti  Guidi,  si  rubella,  XI,  53. 
Cavicciuli,  Baldinacdo   degli  Àdimarì,  mbella  il   castello 

di  Cerretoguidi  ai  Fiorentìol,  e  lo  rende  dopo  tratto  di 

bando,  IX,  73, 

—  Boccaccio,  uccide  Gherardo  Bordoni,  Vili,  96. 

—  Niccolò  di  Alamanno  e  Tile  Benai  dei,  congiurano 
contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16  —  loro  parte  nella cae- 
ciata  di  lui,  ivi,  17. 

CaviccivoU  o  CavieeiuU,  lato  di  casa  Adimari  in  Firense, 
Vili,  39  —  tengono  parte  nera,  ivi  89,71  ~  loropre- 
potensa,  ivi,  71  —  fanno  setta  contro  Corso  Donati, 
ivi,  96  —  confortano  il  duca  d'Atene  a  farsi  tiranno 
di  Firense,  XII,  5  —  hanno  battaglia  contro  il  popolo, 
ivi,  21. 

CucanOy  signori  da,  aiutano  Sciarra  della  Colonna  a  pi- 
gliare il  papa,  Vni,  63.  V.  anche  Cieecano. 

—  Aonibaldo  di  quelli  da,  arcivescovo  di  Napoli,  fatto 
cardinale,  X,  52. 

—  Annibaldo  dia,  cardinale  legato  del  papa  ad  Odoardo  m, 
XU,  64  e  96. 

Cecchin  Baldo,  guelfo  uscito  di  Pistoia,  tradisee  la  patria 
a' Fiorentini,  X,  58. 

Cecco  d'Ascoli,  maestro  astrologo, arso  in  Firense,  X,  40. 

Cecero,  monte,  da  che  nomato,  I,  86. 

Cefalonia,  signoreggiata  da  Gianni  prence  della  Morea, 
IX,  281. 

C^alù,  vescovo  di,  corona  in  Messina  il  re  Piero  d'Ara- 
gona, Vn,  69. 

CdanOf  conte  di,  d'Abrosai.  fa  omaggio  al  re  d'Ungheria, 
XII,  111. 

Cdeitino  II,  papa,  IV,  85. 

—  m,  papa,  corona  imperatore  Arrigo  di  Svevia,  IV,  20 
e  V,  16. 

—  IV,  papa,  VI,  20. 

—  V,  papa,  rifiuta  il  papato,  Vili,  5  —  caoonissato,  X,  89. 
Celoniaf  Gianni    di,   a   sommossa  de' gliibellini ,  viene  in 

Toscana  vicario  d'imperio,  Vili,  10  —  è  mandato  via 
da' guelfi,  ivi. 

Cenina,  castello,  si  dà  a' Fiorentini,  XI,  41. 

Cenni  di  Naddo.  V.  Naddo. 

Cepperano,  passo  del  regno  di  Puglia,  superato  dal  re 
Carlo  d'  Angiò,  VU,  5. 

Cérchi,  famiglia  nobile  di  Firense,  IV,  11  —  è  di  parte 
guelfa,  V,  39  —  ricetu  la  parte  de'  bianchi  di  Pistoia, 
Vni,  88  —  s'incomincia  setta  tra  essa  e  la  easa  de* 
Donati,  facendosi  i  più  de'  Cerchi  capo  di  parte  bianca, 
ivi,  39  —  loro  prepotensa,  ivi  —  s' assuffano  co'  neri, 
ivi,  41  —  co'  Donati,  e  son  mes^  in  prigione,  ivi  — 
co' Giugni,  e  si  difendono,  ivi,  71. 

—  Bonifasio  de',  sbandito  di  Firense,  scopre  una  congiura 
in  Pisa,  IX,  230. 

—  Cerchio  de',  uno  de'  trentasei  del  secondo  popolo  di 
Firense,  VU,  14. 

—  Gentile  de',  ha  parte  In  una  suffa  tra' neri  e'  bianchi 
in  Firense,  VIII,  41  —  mandato  a' eonfini,  ivi,  42. 

—  Carbone  de',  caporale  di  parte  guelfa,  è  mandato  a' 
confini,  Vm,  42. 

—  bianchi,  Niccola  de',  è  morto  da  Simeone  Donati  suo 
nipote,  che  ne  rimane  ferito,  VIII,  49. 

—  Ricoverino  di  Ricovero  de',  ha  il  naso  tagliato  nella 
prima  suffa  tra' neri  e' bianchi  in  Firense,  Vm,  39. 

—  Vieri  de',  capitano  dei  feritori  alla  battaglia  di  Certo* 
mondo  in  Casentino,  sua  prodessa,  VII,  131  —  capitano 
di  parte  in  Firense,  ivi,  148  —  capo  della  sua  casa  e 


di  parte  bianca,  VIIT,  89  —  dolnde  Y  latromtsalofM  A 
papa  Boni&sio  Vili,  ivi  —  sua  saviessa,ivi,  41  -»  li- 
scia entrare  in  Firense  Corso  Donati,  ivi,  49   —  mea- 
sione  di  lui,  XII,  44. 
Cerra^  Ricciardo,  conte  della,  figlio  di  Roberto  Gniseardo, 

IV,  19  —  tradisce  Manfiredi  alla  battaglia  di  Benevento, 
sione  VII,  9. 

Cerretami,  Ciniglia  di  Firense,  VII,  116. 

Cerretello,  castello  assediato  da' Pisani,  IX,  42  e  47. 

Cerretoguidi,  castello  mbelle  ai  Fiorentini,  IX,  73  —  com- 
battuto dalla  gente  del  re  di  Boemia,  X,  178  —  corso 
da  quelli  di  Mastino  della  Scala,  XI,  51. 

CerrMerù  V.  Vitdominù 

Cerruglio,  luogo  occupato  da  cavalieri  Tedeschi  nibelli 
del  Bavaro,  X,  107  —  preso  e  abbandonato  da' Fioren- 
tini, ivi,  205  —  tolto  da'  Pisani  a  Mastino  della  Scala, 
XI,  131  »  combattuto  da' Fiorentini,  ivi,  140. 

Cb-MNo,  da,  famiglia  ghibeUina  di  Firense,  V,  89  e  VI, 
33  ~  è  cacciata,  ivi,  65. 

Certaldo,  racquisUto  da' Fiorentini,  Vili,  2. 

GertoUo,  conti  di,  s'oppongono  alla  reediflcasione  di  Fi- 
rense, II,  21  —  iktti  popolani,  Xll,  22. 

Certomondo,  battaglia  combattutavi  fra  i  Fiorentini  e  gli 
Aretini,  VU,  131. 

Cervia,  è  data   per  tradimento  al  oonte  Gianni   de'  Fa, 

vn,  12. 

Cuore,  Giulio,  vinoe  Pompeo,  leva  l' ufìicio  de'  consoli  e 
dittatori,  e  primo  si  fa  chiamare  imperadore,  I,  29  e 
39  —  va  all'assedio  di  Fiesole,  ivi,  86  —  la  distrugge, 
ivi,  87  —  ila  comineiare  ad  edificare  Firenze,  ivi,  38  ~ 
si  parte  di  Firense  e  va  a  Roma,  ed  è  &tto  consolo 
per  andare  eontro  a*  Franceschi,  ivi,  39. 

Cesena,  roinaU  da  Totile,  II,  8  —  assediata  per  Maghi- 
nardo  da  Susinana,  VII,  149  —  rubellasi  al  legato,  X, 
227. 

Catello,  frate  Michelino  da,  predica  centra  papa  Giovanni 
XXII,  X,  144. 

Chiaramumit^  CkiarmonU  o  ChmmomU^  conte  di,  rubello  di 
Sicilia,  viene  in  Firense  col  duca  di  Calabria,  X,  1  — 
capitano  di  guerra  de' ghibellini  della  Marca,  ivi,  ISS 
^  eapitano  d'armata  del  re  Roberto  sopra  Sicilia,  XI, 
29  —  sconfitto  e  preso  dalla  gente  del  rt  Roberto,  i- 
vi,  108. 

—  Piero  di,  cardinale  legato  del  papa  ad  Odoardo  UI  rt 
d'Inghilterra,  XU,  64  e  96. 

CkiaromonUii,  nobili  antichi  di  Firense,  IV,  11  —  sono 
di  parte  gnelfk,  V,  89. 

Chiarentana,  duoa  di,  signore  di  Padova,  IX,  192  —passa 
in  Lombardia  contro  Cane  della  Scala,  ivi,  255  —  & 
triegua  con  lui,  ed  interviene  al  parlamento  di  Trsolo, 
X,  18. 

Chiaro  GirolamI  (Salvi  del),  uno  de'  ttt  primi  priori  dellt 
arti  in  Firense,  VII,  79. 

Chiavello,  fortessa  degli  Stressi,  presa  da  Castruoeio,  IXt 
829. 

Chiaverì,  guastato  da'ghibeUini  usciti  di  Genova,  IX,  117. 

Chiesa  di  Roma.  Sua  perseeusione  sotto  Teodorioo,  li,  5  — 
oome  Telofre  le  lasoiaase  per  patti  e  privilegii  il  reaois 
di  Puglia  e  di  SicUia  e  il  pa^monio  di  Santo  Piero, 
ivi,  12  —  Carlomxgno  le  oonferma  le  donadoni  di  Pi* 
pino,  e  oltre  a  ciò  la  dota  del  ducato  di  Spoleto  e  Be- 
nevento, ivi,  18  —  come  per  essa  fosse  ristabilito  lo 
imperio.  Ivi,  15  —  come  avesse  a  confermaréi  da  estt 
la  elesione  dello  imperadore  alemanno,  IV,  8  —  inoomio- 
clamento  di  suo  scisma  e  psrsecusione  con  l'imperio, 
ivi,  16  —  come  la  contessa  Matilde  lasciassela  erede  di 
tutto  il  suo  patrimonio,  ivi,  21  —  nuovo  scisma  perle 
contese  tra  Arrigo  ni  impersdore  e  Gregorio  VII  psp«i 
ivi,  22  —  continua  lo  scisma  a  più  riprese  sotto  Ar- 
rigo IV,  ivi,  27  —  si  rinova  sotto  Federigo  Barbaresss, 

V,  1  —  guerra  tra  la  Chiesa  ed  Ottone  di  Sassonis, 
ivi,  35  —  eomindamento  del  grande  sdama  d'Italia 
per  papa  Onorio  IH  e  Federigo  n  Imperadore,  VI,  14  — 
come  la  Chiesa  fosse  Infievolita  per  oostul  e  vacasse, 
ivi,  20  —  persecuzione  che  le  muove  Manfredi,  !▼!« 
87  —  elegge  Carlo  oonte  d' Angiò  re  di  Puglia  e  di 
Sicilia,  ivi,  88  —  per  la  vittoria  di  Benevento  U  vo^ 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


555 


parte  gaelfa  ritoraa  In  signoria,  VII,  20  --  è  afflitta  dal 
conte  Goido  di  Montefeltro,  Ivi,  81  —  scatenata  dal  re 
Roberto,  contrasto  fortemente  in  Italia,  IX,  82  —  vitto- 
ria della  sua  oste  io  Ghiuradadda,  ivi,  191  —  e  alla 
Qargazznob,  ivi,  199  —  scandalo  nella  sua  oste  a  Mon- 
za, ivi  —  è  tradita  nt^ll' assedio  di  Milano,  ivi,  212  - 
la  sua  oste  è  assediata  in  Monsa  da  quelli  di  Milano, 
ivi,  213  —  riceve  danno  da  Marco  Visconti,  ivi,  231  e 
258  —  il  suo  legato  è  sconfitte  a  Lodi,  ivi,  277  — 
nuova  sconfitta  della  sua  oste  ad  Osimo,  ivi,  298  ^ 
come  il  suo  leg«to  fa  fare  oste  al  borgo  a  San  Donni- 
no, ivi,  808  —  la  sua  gente  comincia  guerra  a  Mode- 
na, ivi,  342  —  riceve  danno  e  vergogna  a  Beggìo,  X, 
127  —  è  sconfitta  da' ghibellini  e  suoi  mbellia  Mattel- 
lica,  hrl,  lil  —  da'  Modenesi  a  Formigine,  ivi,  166  — 
vi  comincia  alcuno  sdegno  tra  essa  Chiesa  e  il  re  di 
Franda,  ivi,  197  —  del  tesoro  ch'essa  si  trovò  avere 
alla  morte  di  papa  Giovanni  XXlì,  XI,  20  —  vende  sua 
pace  a'  Visconti  ed  a  Mastino  della  Scala,  ivi,  101  — 
aiuta  il  re  di  Spagna  contro  a'  Saraeini,  XII,  81  ~  solda 
galee  e  mandale  contra  i  Turchi,  poi  ordina  passaggio, 
ivi,  39  —  fa  eleggere  Carlo  figliuolo  del  re  di  Boemia 
in  re  de' Romani,  ivi,  60. 

ChUpgricOf  figliuolo  di  Lottieri  I,  regna  in  Francia  dopo 
di  lui,  I,  19  —  è  fatto  uccidere  dalla  moglie  Frede- 
gonda,  ivi. 

—  figlinolo  di  Lottieri  ÌU,  regna  In  Francia  dopo  di  lui, 
I,  19. 

Chiusi,  sua  antichità  e  potenza,  1, 64  —  n'  è  caeelata  parte 
guelfa,  VII,  115  —  come  v'è  rimesso  ogni  nscito  dagli 
Orbivietani,  X,  119. 

CMusMi,  fan  lega  co'  gblbeUini  d'Jlrezso  contro  a'  Sanesi, 
VII,  115  —  sono  sconfitti  da' loro  guelfi  usciti,  e  li  ri- 
mettono in  città,  ivi,  136. 

CiampoUy  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

CiM$Ulwt  Tebaldo  di,  conestabile  fhtncese,  preso  da' Luc- 
chesi a  Montecatini,  X,  158. 

davignì,  siri  di,  assoldato  dai  Fiorentini,  IX,  276. 

CieeroHt.  V.  TiUlio  Marco, 

CielOf  figliuolo  di  Cres,  e  padre  di  Saturno,  I,  6. 

Cietica,  castello  disfatto  da' Fiorentini,  VII,  140. 

Cigoli,  caitello  preso  da  Uguccione  della  Faggiuola,  IX,  68. 

Cingoli,  Franceseo  da,  vescovo  di  Firenze,  capo  di  parte, 
X,  130  —  capo  di  congiura  contro  al  duca  d'Atene, 
Xn,  16. 

Cult,  Bettone,  da  Campi,  giustiziato  dal  duca  d' Atene, 
XII,  S. 

Clnquechiese  o  Clnquevescovadi,  vescovo  di,  conduce  aiuto 
al  re  d'Ungheria  sopra  la  reina  di  Puglia,  XII,  89. 

Oipriani^    famlgUa  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33. 

—  Lapo  de',  preso  e  dicoUato  da'  Fiorentini,  Vili,  60. 
Cipro,  re  di,  fa  lega  contra  I  Turchi,  XII,  39.    V.  anche 

Ctrlo  cTAnglb, 
Citema,  castello  preso  dai  Perugini,  XI,  37. 
Cittadella,  villa,  si  rubella  a  Mastino  della  Scala,  XI,  58. 
Ciuffagm,  nobUi  antichi  di  Firenze,  IV,  13. 
Civita  BoUuna.  V.  Belluno. 

—  di  Chieti,  al  rubella  a'  reali  di  Puglia  pel  re  d'  Un- 
gheria, XU,89. 

—  di  Tieti,  Giovanni  da,  consigliere  di  Filippo  da  8an- 
gioeto,  X,  49. 

—  Papale,  fondata  da  Bonifazio  VIU,  VIU,  23. 

—  di  Penna,  si  rubella  a'  reali  di  Puglia  per  lo  re  d' Un- 
gheria, XII,  89. 

Civitella,  rocca,  data  io  guardia  a'  Fiorentini,  XI,  79. 
CUmenU  II,  papa,  eletto  per  Arrigo  III,  lo  corona  impe- 
radore,  IV,  15. 

—  Ili,  papa,  chiama  Arrigo  di  Svevia,  e  gli  fa  prendere 
moglie  Costanza  erede  di  Sicilia,  V,  15. 

—  IV,  papa,  VI,  91  — manda  messi  e  legati  a  trattenere 
Corradtno  che  non  passi,  VII,  23  —  ha  ^-isione  della 
sconfitta  di  Corradioo  a  Tsgliacozzo,  ivi,  28. 

—  V,  papa,  come  fosse  eletto.  Vili,  80  —  sua  corona- 
zione a  Leone  sopra  Rodano,  e  novità  che  ne  seguono, 
ivi,  81  ~  s'interpone  tra'  Fiorentini  e'  loro  usciti,  Ivi, 
82  —  fa  legato  In  Italia  Napoleone  degli  Orsini,  ivi, 
85  —  va  in  Avignone,  ivi,   91  —  fa  eleggere  impera- 


dore  Arrigo  di  Lussemburgo,  Vili,  102  —  manda  legati 
a  coronare  lui  e  Carlo  Btmberto  re  d'  Ungheria,  IX, 
22  —  fa  concilio  a  Vienna  in  Borgogna  e  canonizza 
Sun  Lodovico  arcivescovo  di  Tolosa,  ivi,  23  —  muore, 
ivi,  59. 
ClemttiU  VI,  papa,  fa  cardinali,  XII,  7  —  ordina  il  giu- 
bileo e  perdono  a  Roma,  ivi,  11  -»  riconosce  il  ma- 
trimonio della  regina  Giovanna  col  prence  di  Taranto 
suo  cugino,  ivi,  99  e  115. 

—  antipapa,  fatto  eleggere  da  Arrigo  III  Imperadore,  IV,  22. 
Clemenza^  relna  di  Francia,  X,  106. 

CUrmont^  Luigi  di,  guidatore  di  schiera  firancesoa  alla  bat- 
taglia di  Coltrai,  VIII,  56  —  uno  de'  pochissimi  scampa 
da  quella  sconfitta,  ivi. 

ClodiuM  0  Clodovoot  il  Capelluto,  figliuolo  di  Ferramonte, 
regna  in  Francia  dopo  di  lui,  I,  19. 

Clovi$  I,  detto  Cfodoveoj  figliuolo  di  Blderigo,  regna  In 
Francia  dopo  di  lui,  I,  19  —  come  fosse  il  primo  re 
cristiano  di  quel  reame,  e  avanzasse  tutti  1  suoi  ante- 
cessori in  grandezza  e  possanza,  ivi. 

—  II,  figliuolo  di  Godoberto,  regna  In  Francia  dopo  di 
lui,  I,  19 

—  UT,  figliuolo  di  Federigo,  regna  in  Francia  dopo  di 
lui,  I,  19. 

Cooche,  sorta  di  navilio,  quando  si  cominciasse  osare, 
Vili,  77. 

Cocchi,  casa  fiorentina,  fallisoono,  XI,  138  e  XII,  65. 

Coderini  de'  Galigai,  Nuccio,  fiorentino  di  parta  bianca,  di- 
coUato, Vili,  59. 

Co'  di  Fare,  torre  di  Genova  assediata,  IX,  90. 

Cola  di  Renzo.  V.  Nicola, 

Coldaia  (.  .  .  da),  assassino,  IX,  313. 

Coldigrano,  villa,  si  rubella  a  Mastino  della  Scala,  XI,  58. 

CoUaltOi  conti  da,  si  rubellano  a'  signori  della  Scala,  XI,  54. 

Colle,  il,  castello,  fa  pace  e  accordo  co'  Fiorentini,  X, 
136  —  rimane  a  loro  per  pace,  XI,  90. 

— >  di  Valdelsa,  castello,  sua  edificazione,  V,  7  —  si  dà  al 
duca  d'Atene,  XI,  3  —  si  rubella,  ivi,  17  e  24. 

Cotte,  Coscetto  da,  capo  di  popolo  in  Pisa  alla  cacciata 
d' Uguccione,  IX,  78  —  e  de' Lanfiranchi ,  ivi,  86  — 
è  tradito  al  conte  Nieri,  che  il  fa  tagliare  a  pezzi.  Ivi, 
153. 

Colle  di  ValdamOf  da,  nobili,  fatti  popolani,  XII,  23. 

Collecchio,  castello  preso  dalla  gente  del  re  Roberto,  IX,  352. 

Collegonsi,  castello,  preso  ed  arso  dalla  gente  del  re  Gio- 
vanni di  Boemia,  X,  173. 

ColUii  o  Colligiani^  hanno  parte  nella  sconfitta  di  Monta- 
perti,  VI,  78  —  tornano  guelfi,  VII,  20  —  combattono 
co'  Fiorentini  a  pie  del  castello  contro  i  Sanesi,  Ivi, 
31  —  s*  allegano  contro  a'  Pisani,  ivi,  98  —  hanno 
parte  nella  battaglia  di  Certomondo  in  Casentino,  ivi, 
131  —  ed  in  quella  di  Montecatini,  IX,  72  —  cacciano 
i  ghibellini,  ivi,  148  —  aiutano  i  Fiorentini  contra 
Castruccio,  ivi,  802  e  320  —  danno  la  signoria  al  duca 
di  Calabria,  X,  14—  mandano  aiuto  a' Fiorentini  sotto 
Pistoia,  ivi,  85  —  uccidono  il  lor  signore,  e  si  danno 
alla  guardia  de'  Fiorentini,  ivi,  176  —  rinnovano  il 
patto,  XI,  46  0  81  —  mandano  loro  aluto  sopra  i  Pi- 
sani, Ivi,  133. 

OoUihiano,  Simone  da,  signore  di  Vercelli,  preso  dai  Vis- 
conti, IX,  110. 

CoUigiani.  V.  ColUii. 

CoUioni^  famiglia  di  Bergamo,  chiamano  a  signore  il  redi 
Boemia,  X,  169. 

Collodi,  castello,   s'arrende  a  Gherardino  Spinoli,  X,  144. 

Colombo,  Gianni,  di  Bordello,  preso  In  battaglia,   XII,  47. 

Colonna,  della,  o  Col<mnt$i^  casa  di  Roma,  parteggia  per 
Federico  Barbarossa,  IV,  1  —  son  cacciati  dai  Romani, 
i\'i  —  perseguitati  da  Bonifazio  VIU,  papa,  VIU,  21  » 
vengono  alla  sua  misericordia,  poi  si  rubellano  ancora. 
Ivi,  23  —  cacciano  i  guelfi  d'Amelia,  ivi,  112  —  scon- 
figgono gli  Orsini,  ivi,  117  —  tengono  per  l' impera- 
dore a  Roma  contro  i  guelfi  IX,  39  —  tornano  a  rom- 
persi con  gli  Orsini,  X,  221  —  congiurano  contro  Nic- 
cola  tribuno  e  sono  sconfitti,  XU,  105  —  trionfano,  Ivi. 

—  Gianni  di  Stefanuccio,  muore  in  battaglia  cittadina, 
XU,  105. 


556 


INDICE  DEUA  CnONACA 


ColonnOy  Giovanni  di  Sufdno  della,  fatto  cardinale,  X, 
5S  —  capo  di  setta  in  conclave,  XI,  21. 

—  Iacopo  della,  cardinale,  capo  dì  parte,  VII,  151  —  è 
diposto  da  Bonifaaio  VIII,  insieme  con  Piero  della  Co* 
lonna  e  tatti  della  casa  de'  Colonnesi,  VIII,  SI  —  80> 
no'  restituiti  da  ClemcLte  V,  ivi,  8 1 . 

—  Iacopo  di  Stefano  della,  entra  in  Roma  e  pubblica  il 
processo  del  papa  contro  il  Bavaro,  X,  70  —  fatto  ve- 
scovo, ivi. 

—  Sciarra  della,  mandato  da  Filippo  il  Bello  a  prendere 
papa  Bonifawo,  Vili,  63  —  è  cacciato  da  Alagna,  Ivi  — 
aiuta  i  ghibeinni  di  Rieti,  IX,  125  —  capitano  del  po- 
polo in  Roma,  X,  20  e  54  —  corona  il  Bavaro,  ivi,  55 

—  fugge  di  Roma,  ivi,  97. 

—  Stefano  della,  ricoverato  in  Francia  e  lavorato  dal  re, 
\ÌU,  63  —  suo  consii;liere,  ivi  —  mandato  a'  confini 
da'  Romani,  X,  21  —  non  vuole  entrare  aforsain  Roma 
colla  gente  del  re  Roberto,  ivi  —  suo  cavaliere,  ivi  54 

—  fatto  senatore  dal  popolo  di  Roma,  ivi.  97  e  120  — 
caporale  di  sommossa  contro  Cola  di  Ricnao,  XII,  105. 

^  Stefanuccto  figlio  di  Sciarra  della,  assalisca  il  conte 
deirAnguillara  e  Bertoldo  degli  Orsini,  X,  221  —  muo- 
re in  battaglia  cittadina,  XII,  105. 

CvlottnatOy  Guglielmo  da,  ammassato  in  Pisa,  X,  34. 

Coloroio,  castello,  preso  da  Mastino  della  Secala  con  la  le- 
ga de'  Lombardi,  XII,  13. 

Coltrai,  castello  in  Fiandra,  fieramente  combattuto  tra'  Fiam- 
minghi e  Franceschi,  Vili,  56  —  rubeliasi  al  conte  Lui- 
gi, IX,  310. 

Combiati,  castello,  disfatto  da'  Fiorentini,  V,  SO  ~  lo  af- 
Corsane,  IX,  324. 

Comete  apparse,  IV,  24;  VI,  91;  VIII,  48;  IX,  65;  XI, 
6S  e  114;  XII,  98. 

Comingia,  cardinale  di,  capo  di  parte  in  collegio,  XII,  €0. 

Como,  signoreggiata  da  Luchino  Visconti,  XII,  74. 

ComOf  signore  di,  va  al   parìamento  di  Hacheria,  X,  129. 

Compagna,  la,  che  cosa  fosse,  IX,  183. 

Compagnia  della  colomba.  V.   CaoaiUri. 

Concilio  a  Roma,  II,  10  e  15  —  a  Mantova,  IV,  16  — 
a  Chiermonte  in  Alvemia,  ivi,  94  —  al  Torso  o  Tours 
in  Torena,  ivi,  e  V,  1  —  a  Roma,  IV,  34  e  V,  86  — 
a  Lione  sovra  Rodano,  VI,  94  —  a  Viterbo,  VII,  39  — 
a  Vienna  in  Borgogna,  IX,  23. 

Conestabile  del  re  Filippo  VI  di  Francia,  viene  in  lUlia 
col  re  Giovanni  di  Boemia,  X,  214  —  difende  Cam- 
brai,  XI,  85  ~  e  Tomai,  ivi,  112. 

Congfunaione  di  Satomo,  di  Giove  e  di  Marta  nel  segno 
dell'Aquario,  XU,  41. 

Conie,  le,  castello  preso  da' Fiorentini,  VII,  120  —  ai  m- 
bella,  XI,  53. 

Consandoli,  villa  presa  dalla  gente  della  Chiesa,  X,  216. 

Cooservadore,  uficio,  quando  creato  da'  Fiorentini,  XI,  39. 

Consoli  in  Firenze,  lor  signoria  in  Firenxe,  V,  9  ~  come 
fosse  mutata,  ivi,  32. 

Conte  Teatino.  V.  Pandolfc, 

CoreggiOf  da,  signori  di  Parma,  mandano  soccorso  a'  Fi- 
sani  sopra  Lucca,  XI,  131. 

—  Matteo  da,  di  Parma,  podestà  in  Firense,  VI,  63. 
Corego  o  Cweggioy  Azzo  da,  vicario  di  Mastino  a  Lucca, 

XI,  63  ^  gli  rubella  e  toglie  Parma,    ivi,    127  ~  la 
dà  al  marchese  da  Ferrara,  XII,  35. 

—  Ghiberto  da,  signore  di  Panna,  cacciato,  vi  ritorna. 
Vili,  93  —  vicario  a  capitano  per  Arrigo  VII  in  Far- 
mi, IX,  20  —  se  gli  rubella,  ivi,  32  —  la  vende  al 
marchese  da  Ferrara,  Xfl,  35. 

Cornato,  signore  di.  Catto  impiccare  da  Niccola  di  Benao, 
Xn,  90. 

Comovaglici^  conte  di,  muore  in  battaglia,  XI,  38  —  V.  an- 
che Ricciardo, 

Corona  di  ferro,  sua  descrìBlone,  IX,  9. 

Corredino,  figlio  di  Corrado  re  d'Alemagna,  VI,  45  — 
Manfredi  suo  aio  ordina  che  sia  avvelenato,  ma  la  ma- 
dre il  salva,  iri  —  a  sommossa  de*  ghibellini  paaaa  con 
gran  gente  d'Alemagna  in  Italia  per  contrastare  al  re 
Cario,  VII,  23  —  è  ricevuto  in  ItaUa  quasi  come  Im- 
peradore,  ivi  —  non  bada  a'  comandamenti  né  alla 
scomunicaaione  del  papa,  e  vi  siede  In  Pisa,  ivi  —  va 


ad  oste  sopra  Lucca,  VII,  23  —  indi  sopra  Poggiboniaù, 
ivi,  24  —  paaaa  a  Siena,  ivi  —  indi  a  Roma,  ivi,  95  — 

•  muove  contro  a  Cario  nel  Regno,  ivi  —  egli  a  V  oste 
aua  s' affrontano  con  quella  del  re  Carlo  a  Ta^iaeoiao, 
ivi,  26  —  è  sconfitto  In  battaglia,  ivi,  97  —  come 
egU  con  certi  suoi  baroni  furono  presi  dal  re  Carlo,  e 
questi  fece  loro  tagliare  la  testa,  e  così  fini  la  casa  di 
Svevia,  iv{,  29. 

Corrado  di  Sassonia,  primo  re  tedesco  di  Alemagna,  n, 
20  e  m,  4. 

—  I,  di  Svevia,  Imperadore  di  Roma,  sut  geate  In  Italia, 
IV,  9. 

—  n,  di  Sajsonia,  re  de'  Romani,  non  coronato  d«llo  im- 
perio, IV,  84  ~  suo  passaggio  in  Terra  Santa,  ivi,  36. 

^  IV,  secondo  figlio  di  Federigo  II  imperadore,  VI,  1  ~ 
eletto  re  de'  Romani,  ivi,  92  —  ha  guerra  ooa  6n- 
^ielmo  conte  d' Olanda  eletto  imperadore,  e,  morto  lai, 
regna  in  Alemagna,  ivi,  25  —  viene  in  Puglia,  coiKiai- 
sta  il  regno,  poi  si  muore,  ivi,  44. 

—  figlio  di  Federigo  U  e  duca  di  Svevia,  VI,  14. 

—  detto  Caputo  d'Antiochia,  discendente  dell' impcrador 
Federico,  capitano  de'  rubeOi  di  Sicilia  al  re  Cario 
d'Angiò,  è  preso  e  fatto  impiccare,  VII,  SO. 

Correggio.  V.  Coreggia. 

Coreica,  iaola  d' Europa,  I,  5  -  posseduta  da'  Pisani,  VII, 

84  —  da'  Genovesi,  XII,  100. 
Conimi^  easa  fiorentins,  falliscono,  XI,  138  e  XII,  56. 

—  Tommaso  de',  giudice,  ambasciadore  al  re  d' Ungheria, 
XII,  109  —  recita  l' ambasciata,  ivi 

Cortona.  Sua  antichità,  suo  primo  nome,  I,  63  >—  praaa 
e  disfatU  dagli  Aretini,  VI,  66  —  coma  vi  ta  readtaito 
il  vescovado,  IX,  307  —  manda  aiuto  a'  Iloreatini  ao- 
pra Lucca,  XI,  61. 

Cartono,  Guglielmo  signore  di,  U  lega  co'  Perugini,  XI,  96. 

Corvano,  castello  de^i  Aretini  rubeUato,  Vii,  124. 

Corvaray  Pietro  da,  antip^>a  eletto  dal  Bavaro  e  dal  po- 
polo di  Roma.  V.  Nicolb  V. 

CoiCHMay  Arrigo  di,  capitano  d'una  schiera  di  Carlo  d'An< 
giò  nella  battaglia  di  Taglìaeosao,  VII,  27  —  vi  ano- 
re,  ivL 

0^',  fomiglia  antica  di  Firenie,  IV,  11. 

Costa,  U,  castello  abbandonato  da'  Fiorentini,  X,  173. 

CoitamUy  Oùttantino  e  Cbtiaiiao,  figliuolo  di  Coatantino  im- 
peradore, hanno  guerra  fra  loro,  I,  69. 

Costantina,  presa  dal  re  del  Garbo,  XII,  109. 

Costantino,  città  In  Normandia,  si  arrende  al  re  dlnghO- 
terra,  XII,  60. 

Oosteiitùio,  imperadore,  abbatte  il  paganeabno ,  riforma  la 
Chiesa,  ne  ordina  il  temporale,  pone  sede  in  Biaaaslo, 
e  lascia  suoi  patricii  ovvero  censori,  cioè  vicari!,  neDo 
imperio  di  Roma,  I,  60  —  come  dopo  Ini  la  signorìa 
di  Roma  andaase  al  dichino,  ivi 

—  V,  figlio  di  leeone  111,  imperadore  di  Costantinopoli, 
n,  12. 

Costantinopoli,  è  presa  da  alquanti  baroni  di  Francia  co' 
Veneaiani,  V,  98  —  il  Paleologo  imperadore  de'  Greci 
la  toglie  loro,  VI,  70. 

—  patriarca  di,  ai  riconcilia  con  Roma,  VII,  43  —  altro, 
muore  combattendo  1  Turchi  alle  Smime,  XII,  39. 

Costansa,  città  di  Normandia,  si  arrende  al  re  d'Inghil- 
terra, XII,  63. 

OoHmnwOy  fi^  e  reda  ài  Manfredi,  mo|^  di  re  l^cro 
d' Aragona,  VII,  69  ^  aalva  Cario  II  d' Angiò,  prin- 
cipe di  Salerno,  ivi,  96. 

—  sorella  di  Guglielmo  re  di  Puglia  e  Sicilia,  me  ragioni 
aopra  quel  regno,  IV,  90  ^  à  &tta  monaca,  poi  si  ma- 
rita ad  Arrigo  duca  di  Svevia,  ivi  e  V,  16. 

Conile,  il,  castello,  £a  pace  e  aooordo  eo'  Fiorentini,  X, 
136  —  lo  lasciano,  Ivi,  173  ->  rimane  a  loro  per  pa- 
ce, XI,  90. 

Craito  (n)  di  Monreale,  castello  in  Terra  Santa  rìtaanto 
dal  soldaoo,  VI,  17. 

Onri,  Gianni  di,  eapkano  d' nna  tdiiera  di  Carlo  d' An- 
giò  nella  battaglia  di  TsgKacosso,  VH,  96. 

Creei,  gran  battaglia  combattutavi  tra  Q  re  di  Francia  e 
quello  d' Inghilterra,  XII,  67. 

CreioBa,  signoreggiata  da  LÓduno  Visconti,  XU,  74. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


557 


Cremona,  si  nibella  a  Federigo  Barbarossa,  V,  1  —  ad 
Arrigo  di  Lnssembargo,  IX,  11  —  assediata  da  lui,  ivi, 
14  '~  e  presa,  ivi,  15  —  se  gli  nibella,  ivi,  34  — 
assediata  dai  gbibeUini  di  Lombardia,  ivi,  88  —  la  han- 
no per  tradimento,  ivi,  91  —  presa  da  Galeazzo  Vis- 
conti^ ivi,  130  —  signoreggiata  da  Luchino,  XII,  74. 

CVatTumo,  signore  di,  va  al  parlamento  di  Blacheria,  X, 
129  —  patteggia  con  quello  di  Milano,  XI,  8. 

Cremonesi,  sconfiggono  il  tiranno  Ezzelino  da  Romano, 
VI,  72. 

Creif  primo  re  ed  abitatore  dell'isola  di  Creti,  I,  6. 

Ore$eiiudo,  consolo  e  signore  di  Roma,  caccia  Gregorio  V 
del  papato,  IV,  2  —  è  vinto  e  fatto  dicollare  da  Otto- 
ne m,  ivi. 

Crescif  santo,  co*  suoi  compagni  è  martirizzato,  I,  58. 

Creuta,  figliuola  di  Priamo,  scampa  da  Troia,  I,  13. 

CreveUi  o  Craicdlif  Simone  o  Simonino,  uoo  de' dodici  ret- 
tori di  Milano,  IX,  181  —  morto  alla  Ghiaradadda,  i- 
Ti,  191. 

CiveUt,  Danese,  di  Milano,  podestà  di  Firenze,  VI,  67. 

Croce  di  Cristo,  come  racquietata,  II,  1 1  —  Carlo  Magno 
ne  prende  il  legno  dall' imperadore  Michele,  ivi,  13. 

—  (Santa)   V.  Santacroce. 

Crociata.  V.  Passaggio. 

Cumani,  sconfiggono  Baldovino  imperattore  di  Costantino- 
poU,  V,  29. 

Comania,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

Cmtegonda,  santa,  imperadrice,  IV,  5. 

Cuosa,  eastello  disfatto  dn'  Pisani,  IX,  68. 

CurUiano^  conte,  di  Calabria,  capitano  di  armata  del  re 
Roberto  sopra  Sicilia,  XI,  29. 

Cuirif  Gianni  di,  cavaliere  francese  assoldato  dai  Fioren- 
tini, IX,  276. 

C«f,  figliuolo  di  Cam,  e  padre  di  Nembrot,  I,  6. 


Dal  TvTM.  V.  Martino  17, 

Damasco,  città  presa  dai  Tartari,  VI,  59. 

Damiata,  come  fu  presa  per  li  Cristiani,  e  poi  la  perde- 
rono,  V,  40  e  VI,  36. 

Damo,  città  di  Fiandra  corsa  e  rubata.  Vili,  55  —  pre- 
sa da  Roberto  fratello  del  conte  di  Fiandra,  IX,  124. 

J^miiio,  figlio  d'Ansaraco  e  padre  d'Anchise,  I,  21. 

Danesmarche,  provincia  d*  Europa,  I,  5  —  il  suo  re  aiuta 
Federigo  Barbarossa  contro  la  Francia,  V,  1. 

Damgohwio^  figlinolo  di  Federigo,  regna  in  Francia  dopo 
tuo  fratello  Idelberto,  I,  19. 

Dania  o  Danimarca.  V.  DcMetmardu, 

DtmU.  V.  AUigHm. 

DardanOf  primo  cavaliere,  figlio  d' Attalante,  I,  8  —  viene 
ft  concordia  con  Italo,  parte  di  Fiesole,  arriva  in  Frì- 
gia, edifica  Dardania,  che  fu  poi  Troia,  ivi,  10. 

DoTtif  Gianni,  signore  inglese,  pussa  in  Fiandra  con  V  o- 
sta  del  re  Odoardo  III,  XI,  72. 

DartivtUOf  Giacomo,  capo  di  ribellione  in  Ganto,  XI,  83 
—  caporale  e  maestro  di  tutta  la  comune  di  Fiandra, 
tratta  col  re  Odoardo  HI,  ed  è  morto  da'  suoi,  XII,  47. 

Dovfttf,  re  d'Israele,  I,  25. 

Davide,  figliuolo  di  Roberto  di  Brus  re  di  Scozia,  scon- 
fitto dagl'Inglesi,  X,  223  —  toma  al  re  Filippo  di  Fran- 
cia, XI,  38  —  combatte  per  lui  contro  il  re  d'Inghil- 
terra, XII,  64  —  sconfitto  e  preso  dagl'Inglesi  a  Du- 
rem,  ivi,  76. 

I>8ci0,  imperatore,  perseguita  i  Cristiani  in  Firenze,  e  fa 
dicollare  santo  Miniato,  I,  57. 

Decretali,  chi  ne  facesse  il  sesto  libro,  vm,  64. 

Dti,  NofTo,  Jorentino,  sua  parte  nella  distrazione  dell'  or- 
dine e  magione  del  tempio  di  Gerutalemme,  Vili,  92. 

—  Sozzo,  capo  di  sommossa  in  Siena,  cacciato,  IX,  96. 

Detfebo,  figliuolo  di  Priamo,  I,   13. 

Di.lMno  di  Vienna,  sconfigge  il  conte  di  Savoia,  IX,  312 
*-  ha  parte  nc^a  sconfitta  data  ai  Fiamminghi  a  Ce- 
sella, X,  88  ~  è  morto  all'  assedio  della  Perìera,  ivi, 
224  -  aiuto  FiUf^  di  Valois  contro  U  re  d'InghU- 
tarra  e  sua  lega,  XI,  86  —  capitano  de' crociati,  XII, 
39. 


Duiderio,  re  de' Lombardi,  allegasi  con  Costantino  impe- 
radore,  e  persegue  santo  Chiesa,  II,  13  —  è  vinto  e 
preso,  e  fktto  morire  in  prigione  da  Carlomagno,  ivi. 

Diamante,  terra  In  Brabante,  presa  dal  vescovo  di  Liegi, 
XU,  94. 

DidOf  reina  di  Cartagine,  accoglie  Enea,  n'è  presa  d'a- 
more, e  si  uccide  alla  presenza  di  lui,  I,  21. 

Diluvio  d'acqua  in  Italia  e  particolarmente  a  Firenze,  VII, 
34  —  simile  a  Firenze,  con  grande  caro  di  vittova- 
glie,  ivi,  88  —  altro  a  Firenze,  ivi,  97  e  126  —  in 
Avignone,  X,  94  —  in  Cipri  e  in  Ispagna,  ivi,  170- 
grandissimo  in  Firenze  e  quasi  in  tutto  Toscana;  e 
grande  questione  che  ne  nacque,  se  esso  venne  per  giu- 
dizio di  Dio  o  per  corso  naturale  ;  e  lettera  e  sermone 
che  per  cagione  d'  esso  il  re  Roberto  mandò  a'  Fioren- 
tini, XI,  1  —  altro  in  Firenze  e  in  Fiandra,  Olanda  ed 
Islandd,  ivi,  23  —  in  Firenze,  XII,  50. 

DUmigio  dal  Borgo  a  Sansepolcro,  agostiniano,  sua  profe- 
zia, X,  86. 

Dittotori,  uficio  in  Roma,  I,  20. 

Dandola  de' conti  Guidi,  Ruggieri,  capitano  de' Sanesi,  IX, 
183. 

Doagio  0  Doai,  città  in  Fiandra,  si  rende  a  Guido  di 
Fiandra,  VIU,  58  —  lasciato  da' Fiamminghi  al  re  di 
Francia,  IX,  123. 

Dodone,  re  d'Aquitania,  U,  10. 

Dùleino,  frate,  si  leva  in  Lombardia  con  grande  compa- 
gnia d'eretici,  e  sono  arsi.  Vili,  84. 

Domenico,  sauto,  comincia  l'ordine  de' frati  predicatori, 
V,  25. 

Donati,  nobili  antichi  Fiorentini,  IV.  11  —sono  di  parte 
guelfa,  V,  39  e  VI,  33  —  cacciati,  VI,  79  —  tengono 
parte  contro  gli  Adimari,  VII,  56  —  inimicizie  tra  lo- 
ru,  Vili,  1  —  s' incomincia  setta  tra  essi  e  la  casa  dei 
Cerchi,  ivi,  39  —  si  fanno  principali  di  parte  nera, 
ivi  —  s'azzuffano  co' Cerchi,  e  son  messi  in  prigione, 
ivi,  41  —  uccidono  Bette  Bruuelleschi,  IX,  12  —  con- 
furtotso  il  duca  d' Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenze,  XII, 
3  —  hanno  parte  nella  cacciato  di  esso,  ivi,  17  »  si 
arrendono  al  popolo  sommosso,  ivi,  21. 

—  Amerigo,  ha  parto  in  una  cospirazione,  IX,  219  — 
capitone  de' Fiorentini  airaiuto  de' Perugini,  ivi,  253  — 
poi  coli' aiuto  de' Bolognesi,  ivi,  324  —  ha  parte  nella 
prima  impresa  del  duca  di  Calabria*  centra  Castruccio, 
X,  6  —  capitano  de'  Fiorentini  osteggia  Montecatini, 
ivi,  139  —  sconfitto  dalle  masnade  di  Lucca,  ivi,  183. 

Donati,  Corso,  sua  prepotenza  in  Firenze,  VII,  114  — 
podestà  di  Pistoia  e  capitano  nella  battoglia  di  Certo- 
mondo  in  Casentino,  ivi,  131  —  sua  prodezza,  ivi  — 
suo  processo  per  micidio,  e  sconvolgimento  ohe  ne  se- 
gue in  Firenze,  VIII,  8  —  capo  di  sua  casa  e  di  parto 
nera  in  Firenze,  ivi,  39  —  ha  zuffa  co'bianchi,  ivi,  41 
—  è  autore  di  chiamare  per  papa  Bonifazio  i  France- 
schi a  rimettere  parte  guelfa  in  Firenze,  ivi,  42  —  e 
ne  viene  condannato,  ivi  —  sbandito,  viene  in  Firenze 
con  seguito  e  mette  la  città  a  soqquadro,  ivi,  49  —  vi 
muove  battaglia  cittodinesca  per  voler  rivedere  le  ra- 
gioni del  comune,  ivi,  68  —  sta  di  mezzo  fra  bianchi 
e  neri,  ivi  71  —  citato  dal  papa,  ivi,  72  —  come  fti 
combattuto,  cacciato  e  morto,  ivi,  96  —  dissotterrato, 
IX,  12. 

—  Corso  di  Amerigo,  congiura  contro  il  duca  d'Atene, 
Xn,  16  —  sua  parte  nella  cacciata  di  lui,  ivi,  17  — 
condannato,  muore  a  Forlì,  ivi,  32. 

—  Manno  de',  ha  parte  nella  guerra  contro  a  Pisani 
sotto  Lucca,  XI,  140  —  capo  di  congiura  contro  il  du- 
ca d'Atene,  XII,  16  —  sua  parte  nella  cacciato  di  lui, 
ivi,  17. 

—  Pazzino  de',  fatto  caviUiere  del  re  d'  Ungheria,  XII, 
107. 

—  Simone,  ambasdadore  do'  guelfi  di  Toscana  e  Corra- 
diao,  VI,  83. 

—  Simeone  di  Corso,  ammazza  suo  zio  Nicola  de' Cerchi 
bianchi,  e  feritone  muore  appresso,  Vin,  49. 

Doneratieo,  Gherardo,  de'  conti  da,  di  Pisa,  barone  di  Cor- 
radino,  fbgge  con  lui  alla  battaglia  di  Tagliacozzo,  ivi, 
27  —  e  preso  e  fktto  dicollare  da  Carlo  d'Angiò,  ivi,  29. 


558 


INDICB  DELLA  CRONACA 


Donnino  (San),  borgo,  robellasi  alla  Chiesa,  IX,  808  — 
se  le  arrende,  ivi  —  lo  hanno  i  Parmigiani,  X, 
167. 

Doria^  famiglia  di  Genova,  capo  di  parte  ghibellina,  Vm, 
li,  —  cacciata,  vi  rientra  per  forsa,  ivi,  114  <•  pacificata 
eon  gli  Spinoli,  IX,  24  —  torna  a  battaglia  cittadina  e 
rimane  alla  signoria  coi  Grimaldi,  ivi,  67  —  s'accorda- 
no con  gli  Spinoli  ed  escono  della  città,  ivi,  87  — 
fanno  oste  sopra  Attingano  e  travagliano  lo  stato  di 
Genova,  ivi,  90  —  tornano  a  maggioreggiare  in  città, 
XI,  24  —  CHCciati  di  Saona,  ivi,  102  —  difendono  Al- 
leghiora  in  Sardigna  dai  Catalani,  XII,  100. 

—  Antonio,  ammiraglio  di  Genova  al  servigio  del  re  di 
Francia,  XII,  64  —  muore  nella  battaglia  di  Greci, 
ivi,  67. 

—  Corrado,  ammiraglio  de'ghibellini  usciti  di  Genova,  IX, 
99  —  dell'armata  loro  congiunta  a  quella  di  Federigo 
re  di  SidUa,  ivi,  112. 

—  Federico ,  ammhraglio  di  don  Federico  d*  Aragona , 
sconfitto  da  Rugtireri  di  Loria,  Vili,  29. 

—  Guasparri,  ammiraglio  de' Pisani,  sconfitto,  XI,  331. 

—  Lamba,  ammiraglio  ^e'  Genovesi,  sconfigge  i  Veneziani, 
Vili,  24  —  mena  aiuto  all' imperadore,  IX,  61. 

-—  Odoardo,  rubella  Saona  al  comune  di  Genova,  IX,  90. 

—  Ottone,  combatte  col  popolo  di  Cknova,  XII,  87. 

—  Uberto,  ammiraglio  de' Genovesi,  VII,  92. 

DoM»,  Nanni  de',  sua  parte  nella  cospiraiione  di  Bologna 

contro  la  Chiesa,  X,  148. 
Dovara^  Buoso  da,  di  Cremona,  tradisce  Toste  di  Man- 

firedi,  VU,  4. 
Dm,  conte  di,  capitano  di  schiera  francesoa  alla  battaglia 

di  Coltrai,   Vili,  66  —  preso   in    battaglia  dal   re  O- 

doardo  Ul  d' InghUterra,  XII,  63. 
Durante,  Guglielmo,  di  Provenza,    conte  di  Romagna  per 

papa  Onorio  IV,  VII,  108. 
DuroMMOf  duca  di.  V.  Corto,  Oìaimi, 
Durem,  visconte  di,  e  '1  fratello  e  '1  figliuolo  muoiono  com- 
battendo per  Carlo  di  Brois,  XII,  98. 
Duy,  terra  in  Brabante,  presa  dal  vescovo  di  Liegi,  XII, 

94. 


EboU,  Guglielmo  «ente  d',  viene  in  Firenteal  seguito  del 
duca  di  Calabria,  X,  1  -~  entra  in  Roma  con  gente 
del  re  Roberto,  ivi,  97  —  giustisiato  per  l'assassinio 
di  Andreasso  duca  di  Calabria,  XII,  62. 

Eclissi,  V,  20;  VI,  27;  VIU,  116;  IX,  131  e  205  e  261; 
X,  160;  XI,  100. 

Eeuba,  moglie  di  Priamo,  scampa  da  Troia,  I,  16. 

Egitto,  provincia  d'Africa,  I,  3. 

Etarieo  o  Elario^  re  de'  Goti,  conquista  Spagna,  Na^arra, 
Proventa  e  Guascogna,  li,  4  —  è  sconfitto  e  morto  da 
Clovis  nella  battaglia  di  Pettierì,  ivi. 

Elba,  isola  d' Italia,  posseduU  da'  Pisani,  VU,  84. 

EUUàrigo  I,  figliuolo  di  Heroveo,  regna  in  Francia  dopo 
di  lui,  I,  19  ~  pel  suo  mal  reggimento  è  cacciato,  e 
fugge  al  re  Basin,  ivi  —  è  rappellato  da'  Franceschi, 
ivi. 

—  II,  figliuolo  di  Clovis  II,  regna  in  Francia  dopo  suo 
fratello  Federigo,  I,  19. 

—  Ili,  figliuolo  di  Federigo  IV,  regna  in  Francia  dopo 
di  lui,  ma  non  ha  se  non  il  nome  di  re,  e  Carlo  Mar- 
tello la  signoria,  I,  19  —  è  diposto  siccome  uomo 
disutile  al  re»me,  rendesi  monaco,  muore  senza  figliuoli, 
e  In  lui  fallisce  il  primo  lignaggio   de'  re  di  Francia, 

•     • 

IVI. 

EUna,  moglie  di  Menelao,  è  rubato  da  Paride,  I,  13  — 
per  questa  ruberìa  Menelao,  Telamone  ed  Agamennone 
fanno  lega,  e  con  mille  navi  assediano  Troia,  ivi. 

£Zeao,  figliuolo  del  re  Prìamo,  co'  figlinoli  d'Ettore  si 
parte  daUa  diserto  Troia,  arriva  in  Grecia,  e  popoU  la 
Macedonia,  I,  16. 

Elettori  d'Alemagna,  come  istitnìti,  IV,  3  —  quali  fosse- 
ro. Ivi  —  loro  discordie,  ivi,  27  e  IX,  67. 

EUttm,  moglie  del  re  Attalante,  converUto  in  istella,  I,  7. 

EUa,  santo.  V.  Fratì  Carmelitl. 


EUprando,  re  de'  Longobardi,  grande  gigante,  donde  si 
prese  la  misura  delle  terre  detto  pie  d' EUprtuidc,  II, 
10  —  fa  ritrovare  il  corpo  di  S.  Agostino  e  lo  ripone 
in  Pavia,  ivi  —  comincia  guerra  co'  Romani  e  con 
papa  Gregorio  1(1,  ivi  —  Carlo  Martello  ne  libera  Ro- 
ma e  la  Chiesa,  ivi. 

Eluei,  nobili  antichi  di  Firenze,  IV,  11. 

EUera,  vescovo  di,  aiuto  il  Bavero,  X,  64  —  lo  consacra, 
ivi,  66  —  capo  degli  usciti  di  P'sa,  ivi,  199. 

EmmoHuelio  Comneno,  imperadore  di  Costontinopoli,  pa- 
cificato dal  papa  con  Federigo  Barbarossa,  V,  3  —  ub- 
bidiente a  Santo  Chiesa,  ivi,  14. 

Empoli,  parlamento  che  vi  tennero  i  ghibellini  di  Toscana 
per  minare  Firense,  VI,  81. 

EaM,  parte  della  distruzione  di  Troia  con  seguito,  1,21  — 
sua  navigazione,  ivi  —  arriva  a  Cartagine  in  Africa, 
ivi  —  parte  di  Africa  e  arriva  in  ItaUa,  ivi,  22  —  La- 
tino gli  promette  Lavina  sua  figlia,  ed  egli  per  averla 
combatte  e  vince  Turno  ;  e  la  ha  per  moglie,  e  con 
essa  la  metà  del  regno  di  Latino,  ivi,  23  —  regna  solo 
dopo  U  morte  del  suocero,  ivi. 

EnMOf  bastardo  di  Federigo  II,  e  re  di  Sardegna,  VI,  14  » 
muove  i  Pisani  ad  armare  per  suo  padre,  ivi,  19  — 
è  da  lui  lasciato  vicario  generale  in  Lombardia,  ivi, 
36  —  è  sconfitto  e  preso  da  Bolognesi,  ivi,  37  —  muore 
in  prigione  e  in  lui  finisce  la  progenie  di   Federigo, 

vn,  41. 

iS^occo,  re  di  Puglia  e  de'  Longobardi,  viene  per  diatmg- 
gere  Roma,  ed  è  convertito   dal  papa  e  ai  to  monaco, 

U,  11. 

ErcoUmo,  santo,  vescovo  di  Perugia  martirizzato,  I,  46. 

Ercole,  fidinolo  della  reina  Armene  figliuola  del  re  Lan- 
dau di  Greti,  distrugge  Troia,  I,  12  ~  usato  per  sug- 
gello del  comune  di  Firenze,  VUI,  96. 

ErieorU,  Gian  d',  conteatobile  e  maliscalco  dell'oste  fran- 
cese, centra  il  re  Piero  d'Aragona,  VII,  103. 

Eri/orU,  conto  di,  muore  in  battaglia,  X,  223. 

Erminia,  provincia  d' Asia,  I,  3  —  corsa  e  presa  quasi 
tutto  dal  soldano  di  Scria,  IX,  149. 

Ervmla,  signore  di,  e  'I  figliuolo  muoiono  combattendo  per 
Carlo  di  Brois,  XII,  93. 

Eàoodioy  msestro  di  storie,  I,  6. 

Bsto,  castello,  preso  da  Cane  della  Scala,  IX,  89  e  X,  42. 

EiUy  Marchesi  da,  si  fanno  signori  di  Ferrara,  IX,  86  — 
soccorrono  i  Visconti  contro  la  Chiesa,  ivi,  212  —  tol- 
gono Argenta  alla  Chiesa,  ivi,  276  —  aiutano  Paaa^ 
rino  centra  i  Bolognesi,  ivi,  325  —  vanno  alla  corona- 
zione di  Lodovico  il  Bnvaro  in  Milano,  X,  19  —  entrano 
nella  lega  lombarda,  ivi,  204  —  come  U  loro  osto  fa 
sconfitto  dal  figlinolo  del  re  Giovanni,  ivi,  210  —  cor- 
rono sul  bolognese,  ivi  —  sconfitti  dall'  oate  del  legato, 
ivi,  216  —  cavalcano  aopra  Modena,  XI,  6  »  bnnno 
Argento  e  cavalcano  sopra  il  contodo  di  Bologna,  ivi, 
6  —  hanno  Modena  da  Mastino  della  Scala,  ivi,  31  — 
mandano  iduto  alla  lega  contro  Mastino,  ivi,  64  —  a' 
Fiorentini  centra  i  Pisani,  ivi,  132  —  trattano  eon 
Mastino  pel  mercato  di  Lucca  a'  Fiorentini,  ivi,  133  — 
fanno  lega  col  duca  di  Atene  tiranno  in  Firenze,  XII,  8. 

—  Azzo,  marchese  da,  signore  di  Ferrara,  ha  guerra  co* 
Bolognesi,  Vm,  16  —  la  pace,  ivi,  28  —  ha  guerra 
co'  Veronesi,  Mantovani  e  Bresciani,  poi  muore,  ivi,  88 

—  Francesco  da,  cacdato  di  Ferrara  da'  Vlnizlani,  Vm, 
103  —  muore  all'assedio  di  Reggio,  XII,  36. 

—  Niccolò  marchese  da,  preso  dall'oste  della  Chiesa,  X, 
216  —  si  fa  mallevadore  del  trattato  de' Fiorentini  con 
Mastino  per  la  vendito  di  Lucca,  XI,  133  —  conforta 
gli  stadichi  de'  Fiorentini  in  Ferrara,  e  si  offre  par  la 
vendetto  della  sconfitto  di  Lucca,  ivi,  136  —  manda 
soccorso  all'oste  Fiorentina  contro  i  Pisani,  ivi,  139. 

—  Rinaldo  de*  marchesi  da,  va  al  parìamento  di  Lioxci, 
X,  32. 

Estimo  nuovo  fatto  in  Firenze,  X,  17. 

littori,  figliuolo  di  Priamo,  valentissimo  duce,  e   sigoora 

di  grande  prodezza  e  senno,  I,  14  —  muore  in  batto- 

gUa  all'assedio  di  Troia,  ivi. 
Eugmio  UI,  papa,  IV,  36  —  crocia  Corrado  re  de*  fio- 

mani  e  Luigi  re  di  Francia,  ivi. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


55d 


Europa,  me  prortncle  «  tnol  eonflDÌ,  T,  5  —  dn  chi  fosse 
primamente  abitata,  hi. 

Effaneièr,  greco  di  Ratina,  viene  co*  Rutini  in  Italia,  dis- 
caccia Aognstolo  ed  I  Goti,  e  tiene  la  signoria  d'Itulia, 
IT,  5  —  Teodorico  il  giovane  gli  h  mandato  contro  da 
Zanone,  e  lo  prende  ed  uccide  in  Ravenna,  ivi. 

Ewméro^  re  de'  sette  colli,  U,  29. 

Cecilia,  re  di  Oiuda,  U,  27. 


Fabbriano,  mbellato  alla  Chiesa,  IX,  162  —  qnelli  della 
terra  sono  sconfitti  dall'  oste  della  Chiesa,  X,  56  —  ne 
aon  cacciati  i  signori,  XI,  75. 

FMìTiaMOy  frate  Niccola  da,  ordina  la  diposizione  di  papa 
Giovanni  XXII,  X,  69  —  ha  parte  neUa  eleaione  del- 
l' antipapa  Niccolò  V,  ivi,  72  —  fotto  cardinale,  ivi,  74. 

Faenza,  è  assediata  e  presa  da  Federigo  II,  VI,  21  — 
è  tradita  a  Gianni  de  Pa  per  la  Chiesa,  VII,  80  — 
presa  da  Haghinardo  da  Sasinana,  ivi,  144  —  manda 
alato  a'  Fiorentint  contra  Castmccio,  IX,  302  —  è  osteg- 
giata dalla  gente  della  Chiesa,  X,  44  —  la  hanno  a 
patti,  ivi,  141. 

Fùggiuola^  della,  casa  di  Hsa,  datano  i  Tarlati  a  correre 
sopra  Arezzo,  XII,  5. 

—  Knieri  di  Ugocdone  dalla,  senatore  in  Roma  pel  Ba- 
varo,  X,  75  —  pei  Perugini  toglie  a'  Tarlati  il  borgo 
a  Santepolcro,  XI,  25  —  gli  aiuta  ad  avere  C^ttà  di 
Castello,  ivi,  37. 

—  Uguceione  della,  ha  trattato  con  Corso  Donati  sao  ge- 
nero, Vni,  96  ^  capitano  degli  Aretini,  è  sconfitto  dai 
Fiorentbi,  ivi,  118  —  vicario  dell' imperadore  Arrigo 
in  Genova,  è  chiamato  alla  signoria  di  Pisa,  IX,  57  — 
fa  molta  guerra  a'  Lucchesi,  ivi,  58  —  prende  co'  Pi- 
sani la  dttà  di  Lucca,  e  rubano  il  tesoro  della  Chiesa, 
ivi,  60  —  fk  gran  guerra  alle  terre  vicine  di  Pisa,  ivi, 
€8  —  signore  di  Lucca  assedia  Montecatini,  ivi,  70  — 
aconfigge  i  Fiorentini  e  il  prence  di  Taranto,  ivi,  71  — 
ha  Montecatini  e  Montessomano,  ivi,  72  —  è  cacciato 
dalle  dgnoriedl  Pisa  e  Lucca,  ivi,  78  —  toma  per 
rientrare  e  gli  fkllisee,  ivi,  86  —  muore  all'assedio  di 
Padova,  ivi,  121. 

FideeoumUf  sire  di,  entra  nella  lega  contra  Filippo  di  Va- 
lois,  XI,  55  —  osteggia  nel  reame  di  Francia,  XI,  85, 
109,  112  —  muore,  XII,  62. 

Fo/eoftim,  nohili  Fiorentini,  nemici  de'  Visdomlni,  Vili, 
1  —  fatti  popolani  possenti,  tengono  parte  bianca  co' 
Cocchi,  ivi,  39. 

Falterona,  montagna  in  Mugello,  scoscende  in  parte  e  ro- 
vina, XI,  26. 

Fanatici,  in  Piemonte  e  tutta  lUUa,  Vm,  121. 

Fano,  si  rubella  si  papa,  IX,  19  —  se  gli  rende,  ivi,  140. 

Fano,  Iacopo  da,  aluta  i  Fiorentini  contro  Arezzo,  VII,  120. 

Fmmo^  figliuolo  di  Pico,  regna  in  Italia  dopo  di  lui,  ed 
è  morto  da'  suoi,  I,  23. 

Fauttulo^  pastore,  trova  Romolo  e  Remo,  I,  25. 

Fazio^  da  Doneratico  conte,  grande  cittadino  di  Pisa,  VII, 
84  —  preso  da'  Genovesi  in  mare,  ivi,  91  ~  capita- 
no de*  Pisani  e  Fiorentini  usciti  sopra  Firenze,  Vili, 
72  —  tratta  col  Bavaro  per  dargli  Pisa,  X,  34  —  ha 
in  guardia  1*  antipapa,  ivi,  145  —  il  papa  gli  donaMon- 
temaasi,  ivi —  d'accordo  co*  Pisani  manda  presso  l'an- 
tipapa ad  Avignone,  ivi,  163  —  capo  di  seta  in  Pisa, 
XI,  42  —  fatto  da'  Pisani  lor  capitano  di  guerra,  ivi. 

—  11  giovane,  conte,  ordina  di  dare  Pisa  a  Marco  Viscon- 
ti, X,  185. 

Febbre,  per  tutta  Italia,  X,  61. 

Ftderùo  I  Barbarossa,  di  Svevia,  detto  n  Grande,  e  so- 
prannomato  Astolfo,  è  eletto  imperadore,  V,  1  —  ami- 
ce  prima  della  Chiesa,  poi  ha  guerra  con  Alessandro  III, 
e  fa  fare  quattro  antipapi,  ivi  —  distrugge  Milano,  ivi 
—  entra  in  Borgogna,  ivi  —  toma  in  Italia,  th  guer- 
nggiAra  i  Romani,  poi  assedia  Roma,  ivi  —  si  ricon- 
ellia  oon  la  Chiesa,  passa  oltremare  e  quivi  muore,  ivi, 
8  —  come  tolse  il  contado  a  Firenze  e  a  più  altra  città 
di  Toscana,  ivi,  12. 


Ftdtrieoll^  imperadore,  di  chi  nacque,  IV,  20  e  V,  16  — 
fanciullo,  è  guardato  dalla  Chiesa  come  madre  e  tutrice, 

V,  18  ~  è  da  papa  Innocenzio  III  fatto  eleggere  re 
de'  Romani,  ivi,  36  —  ha  grande  vittoria  contro  Ot- 
tone di  Sassonia,  ivi  —  come  fu  consecrato  e  fatto  im- 
peradore, VI,  1  —  sua  ingratitudine  verso  la  Chiesa,  ed 
altre  sue  qnalitadi,  ivi  —  come  usurpasse  le  ragioni 
della  Chiesa,  e  fosse  scomunicato  da  papa  Onorio  III, 
poi  da  papa  Gregorio  IX,  ivi,  14  —  fa  accordo  col 
papa,  e  diviene  capitano  del  passaggio  oltremare,  ivi, 
15  —  tradisce  la  cristianità,  ed  è  di  nuovo  scomunicato, 
ivi,  16  —  fa  pace  col  soldano,  e  coronasi  re  di  Geru- 
salemme contra  volontà  della  Chiesa,  ivi,  17  —  toma 
in  Poglia,  racqnista  il  paese  rubellatoglisi  a  petizione 
del  papa,  toglie  tutto  alla  Chiesa,  e  assedia  papa  Gre- 
gorio in  Roma,  ivi,  18  —  toma  in  Puglia,  ivi  —  fa 
che  i  Pisani  prendano  in  mare  i  prelati  della  Chiesa 
che  venivano  al  conoil^'o,  ivi,  19  —  sconfigge  i  Mila- 
nesi e  la  lega  Lombarda  a  Cortenuova,  ivi,  20  —  as- 
sedia e  prende  a  patti  Brescia,  ivi  ~  indi  Faenza,  ivi, 
21  —  fa  morire  re  Arrigo  suo  figliuolo  e  il  maestro 
Piero  dalle  Vigne,  ivi,  22  —  fa  guerra  a  papa  Inho- 
cenzo  IV,  ivi,  23  —  è  sentenziato  da  esso  papa  nel 
concilio  di  Lione,  e  deposto,  ivi,  24  —  appella  al  suc- 
cessore d' Innocenzo,  ivi,  25  —  la  sua  oste  è  sconfitta 
dai  Parmigiani  e  dal  legato  del  papa,  ivi,  34  —  va  in 
Toscana  ad  assedio  de'  guelfi  usciti,  ch'erano  nel  ca- 
stello di  Capraia,  ivi,  85  —  muora  a  Firenzuola  in  Pu- 
gUa,  ivi,  41. 

—  bastardo  di  Federico  II  imperadore,  e  re  d'Antiochia, 

VI,  14  —  mandato  dal  padre  sopra  Firenze,  ivi,  83. 

—  fratello  di  Giacomo  re  d'Aragona,  è  coronato  re  di 
Sicilia,  Vm,  13  —  e  sconfitto  in  mare  da  Giacomo  e 
da  Ruggeri  di  Loria,  ivi,  29  —  sconfigge  Filippo  pren- 
ce di  Taranto,  Ivi,  34  —  stracca  con  guerra  guerriata 
Carlo  di  Valois,  e  si  fa  pace  con  lui,  ivi,  50  —  man- 
da ambasciadori  ad  Arrigo  VII  con  danaro,  per  fermare 
lega  con  lui  contro  al  re  Roberto  di  Puglia,  IX,  49  — 

—  viene  per  mare  a  Pisa,  e  ne  rifinta  la  signoria,  ivi, 
54  —  come  perdesse  Reggio  di  Calabria  e  più  castella 
intr>rao,  ivi,  84  —  fa  triegua  col  re  Roberto,  ivi  —  è 
in  lega  co'  ghibellini  usciti  di  Genova,  ivi^  95  —  gua- 
dagna con  inganno  da  due  re  saracini  di  Tunisi,  ivi,  105 

—  manda  sua  armata  di  galee  all'assedio  di  Genova, 
ivi,  112  -*-  è  scomunicato,  e  fa  coronare  del  reame 
Piero  suo  figliuolo,  ivi,  134  —  ha  guerra  con  Carlo 
duca  di  Calabria,  ivi,  159  —  arma  nuovamente  contro 
Genova  e  re  Roberto,  ivi,  160  —  manda  ambasciadori 
al  parlamento  di  Trento,  X,  18  —  muore,  XI,  71. 

Fed&rieOj  duca  d'Austria,  ereato  imperadore,  IX,  67  —  si 
affronta  con  Lodovico  di  Boemia  altro  eletto,  ivi,  126 
»-  a  richiesta  della  Chiesa  manda  in  Italia  suo  fratello 
contro  i  Visconti,  poi  per  trattato  lo  richiama,  ivi,  144 

—  manda  ambasciadori  a  far  triegua  in  Lombardia  con 
danno  della  Chiesa,  ivi,  164  ~  è  sconfitto  e  preso  da 
Lodovico,  ivi,  175  —  liberato,  ivi,  194  e  293  —  s'ac- 
corda con  lui,  ivi,  316. 

—  conte,  barone  di  Manfredi,  VII,  7. 

Fegghine,  castello,  è  assalito  e  guastato  intorno  da'Fiorentini, 
VI,  4  —  gli  usciti  ghibellini  lo  mbellann,  e  i  Fiorentini 
lo  prendono  e  contro  a'  patti  lo  distruggono,  ivi,  51. 

^ei,  Arrigo,  consigliere  del  daca  d'Atene  tiranno  in  Fi- 
renze, Xn,  8  —  morto,  e  sparato  e  sbarrato  come  por- 
co, ivi,  17. 

Fdieej  duca  di  Colmano  in  Pannonia,  sconfigge  i  Tartari, 
VI,  28. 

Feltre,  o  Feltro,  si  arrende  a  Carlo  figliuolo  del  re  Gio- 
vanni di  Boemia,  XI,  64  e  XII,  85. 

Fermani,  cacciano  i  guelfi  da  Sanlupidio,  X,  101. 

Fermo,  corsa  de'  ghibellini  della  Marca,  IX,  344. 

Ferramonte^  figliuolo  di  Marcomene,  e  re  de'  Franchi,  en- 
tra in  Francia  e  la  toglie  a'  Romaid,  I,  19  —  regna 
quarant' anni,  ivi. 

Ferrante,  conte  di  Fiandra,  ultimo  di  suo  lignaggio  ma- 
scolino, vm,  57. 

—  Pietro,  di  Linguadoca,  barone  di  Carlo  di  Valois,  co- 
spira, co'  neri  di  Firenze  per  tradire  parte  bianca,  Vili,  49. 


560 


INDICE  DELLA  CRONACA 


Ferrara,  presa  da'  Viuìxiaui,  poi  perduta,  Vm,  103  — 
congiura  orditavi  per  rubellarla  alla  Chiesa,  IX,  4  — 
si  rateila  e  cade  in  signoria  dei  marchesi  da  Bste,Ì7Ì, 
85  —  assediata  dall'oste  della  Chiesa,  X,  216. 

Ferrara,  Marchesi  da.  V.  KaUj  da. 

—  Obixzo,  marchese  da,  signore  di  Modena,  ha  Parma  da 
Azzo  da  CorregKio,  onde  ha  gnerra  co'  Qonsaga,  XU,  35. 

Ferriy  figlio  del  daca  di  Lorena,  capitano  di  schiera  fì'an- 
cesca  alla  battaglia  di  Coltrai,  Vili,  56. 

Ferriera^  Pietro  da,  arcivescovo  d' Arli,  cancelliere  e  mae- 
stro del  re  Carlo  d'Angiò,  IX,  81. 

Fiamminghi,  danno  grande  sconfitta  a  Coltrai  a  France- 
schi, Vin,  56,  —  ne  imbaldantiscono,  ivi,  58  ^  li  com- 
battono ancora  a  Santomieri,  ivi,  76  —  ricevono  onta 
da'  Toscani  e  Lombardi  a  Ternana,  ivi  —  assediano 
Tomai,  ivi  —  sono  sconfitti  da  Filippo  il  Bello  a  Mon- 
simpevera,  ivi,  78  —  tornano  per  combatterlo,  ed  han> 
no  buona  pace,  ivi,  79  —  fanno  pace  definitiva,  IX, 
183  —  corseggiano  sopra  gl'Inglesi,  ivi,  161  ~  rubel- 
lansi  a  Luigi  conte  dì  Fiandra,  e  sono  sconfitti  a  Ca> 
sella  dal  re  Filippo  di  Valois,  ivi,  88  —  fedeli  al  conte 
ed  al  re,  XI,  72  —  si  rubellano  al  re  e  cacciano  il 
conte,  ivi,  83  —  ri  fermano  lega  contra  al  re  di  Fran- 
cia, e  guerreggiano  la  san  gente,  ivi,  108  —  pHrte  so- 
no sconfitti  a  Santomieri,  ivi,  109  —  si  sconciano  col 
re  Odoardo  III,  XII,  47  —  combattono  per  lai  contro 
il  re  di  Francia,  ivi,  96. 

Fiandra,  provincia  d'  Europa,  I,  5  —  Carlo  di  Valois  la 
conquista  al  re  di  Francia,  VIII,  82  —  di  qua]  lignag- 
gio ne  fossero  i  seguenti  conti  e  signori,  ivi,  57. 

Fiandra,  conte  di.  V.  Baldovino,  Guido,  BeWme, 

—  U  giovane,  eonte  di,  figliuolo  di  Luigi,  passa  ad  Odoar- 
do m,  e  patteggia  con  lai,  XII,  68  e  87.  V.  anche  Bal- 
dovino, Roberto,  Ferrante,  Guido,  Luigi, 

Fico,  Iacopo,  stipite  di  quelli  della  Scala  di  Verona,  XI,  95. 
Fie»eo,  dal,  o  Fie$cadori,  famiglia  guvlfii  prepotente  In  Oe- 

nova,  IX,  87. 
-.-  cardinale  dal,   s'intromette  per  la  resa  di  Brescia  ad 

Arrigo  VII,  IX,  20  ~  lo  corona  a  Roma,  ivi,  43. 
-^  Carlo  dal,  capitano  di  Genova,  IX,  87. 

—  Giovanni  dal,  capitano  de'  Milaneù,  sconfitto  t  morto 
da  Loderigo  Visconti,  XI,  97. 

—  Prinsivalle  dal,  de'  conti  di  Lavagna  di  Genova,  vi- 
cario d'imperio  in  Toscana,  VII,  112  •  fa  capo  ad 
Arezxo  con  tutti  i  ghibellini  di  Toscana  contro  a'  fio- 
rentini e  Sanasi,  ivi,  115. 

Fieiclani,  come  Metello  con  sue  milizie  facesse  lor  guerra, 
I,  33  —  lo  rispingono,  ivi  —  sono  sconfitti  dallo  stesso 
e  da  Fiorino  in  sulla  riva  d'Amo,  ivi,  34  —  conten- 
dono alla  reediflcasione  di  Firenze,  II,  21  -  altro  non 
potendo,  la  sturbano.  III,  3  —  durante  Io  imperio  de* 
Franceschi  e  degli  Italiani  guerreggiano  continuo  Fi- 
renze, ivi,  5  —  come,  disfatta  Fiesole,  si  raccomuna- 
rono co*  Fiorentini  con  legge  ed  arme,  IV,  6. 

FietolanOf  signore  di  Fiesole,  I,  32. 

Fiesole,  prima  città  edificata  in  Europa,  da  chi,  I,  7  — 
sua  eccellenza,  ivi  —  sua  potenza,  ivi,  9  —  Catellina 
la  fa  ribellare  a  Roma,  ivi,  31  —  come  i  Romani  l'as- 
sediarono la  prima  volta,  ivi,  35  —  come  tornarono  ad 
assediarla.  Ivi,  36  —  come  s'  arrendè  a  Romani  e  fu 
distrutta,  ivi  37  —  come  Totile  la  ripose,  II,  2  —  sua 
decadenza,  IH,  5  —  è  disfatta  da'  Fiorentini,  salvo  la 
rocca,  IV,  6  —  come  anche  questa  fosse  presa  e  db- 
fatta,  ivi,  32  —  i  Fiorentini  la  afforzano  nnovamente, 
IX,  320. 

Fifanti,  detti  Bogoltsi,  nobili  antichi  di  Firenze,  IV,  13  — 
tengono  parte  ghibellina,  V,  88  -»  sono  cacciati,  VI,  65. 

-»  Oderigo  de',  trae  a  morto  Bondelroonte  de'  Bondel- 
monti,  V,  38  ~  conduce  i  Fiorentini  a  vendetta  de'  Pi- 
sani in  Roma,  VI,  2. 

Fighiera,  in  Ampurl,  presa  dal  re  Filippo  di  Francia,  VII,  102. 

Filipputhi,  casa  d' Orbivieto,  capo  di  parte  ghibdlina  con- 
tr'  a'  Monaldeschf,  IX,  40. 

Filippi,  nobili  antichi  di  Firenze,  IV,  18. 

—  Simone,  da  Pistoia,  ambasciadore  di  Arrigo  di  Lus- 
•emborgo  a  Firenze,  Vili,  120  —  vicario  in  Lucca  dal 
re  Giovanni  di  Boemia,  X«  183  i  205. 


Filippo  I,  figlio  di  Arrigo  I,  regna  in  Francia,  IV,  4. 

—  U  il  Bornio,  figlio  di  Luigi  il  Pietoso,  regna  in  Fran- 
cia, IV,  4  —  ha  grande  guerra  con  Bieeardo  re  d'In- 
ghilterra, ivi  —  come  passaaae  con  lai  oltremare,  e  là 
incominciasse  loro  discordia,  V,  4  —  sconfigge  Ottone 
di  Sassonia,  e  i  suoi  baroni  ribelli,  ivi,  35. 

—  in,  figlio  di  aanto  Luigi,  regna  in  Frauda,  IV,  4  — 
va  in  Terra  Santa  col  padre,  VII,  37  —  toma  col  re 
Carlo  di  Sicilia,  e  soggiorna  in  Itelia,  ivi,  39  — Ripi- 
gliare, pw  cupidigia,  tutti  i  prestatori  italiani  di  suo 
reame,  ivi,  53  —  avverte  re  Carlo  degli  apparecoliia- 
menti  di  Piero  d*  Aragona,  ivi,  60  —  gli  manda  aiuto 
di  cavalleria,  ivi,  62  —  muove  un  grande  esercito  eoa- 
tro  re  Pietro,  ivi,  102  —  assedia  Girona,  ivi  —  la 
prende,  ivi  —  si  parte  di  Catalogna,  e  muore  a  Per- 
pignano,  ivi. 

—  IV  il  Bello,  re  di  Francia,  IV,  4  —  eucoede  a  suo 
padre  Filippo  III,  VII,  105  —  fa  prendere  i  prestatori 
di  suo  reame,  ivi,  147  —  entra  in  guerra  coire  Odo- 
ardo d' Inghilterra,  Vili,  4  —  va  ad  osta  sopra  il  conta 
di  Fiandra,  e  prende  Lilla,  ivi,  19  —  fa  triegua,  poi 
pace  con  Odoardo,  ivi,  20  —  com'ebbe  a  queto  tutta 
Fiandra  e  in  prigione  il  conte  e*  figlinoli,  ivi,  32  — 
s' imparenta  ool  re  Alberto  d' Alemagna,  ivi,  33  —  rifa 
sua  oste  dopo  la  sconfitta  di  Coltrai,  e  con  tutto  sno 
podere  va  sopra  i  Fiamminghi,  e  tornasi  in  Franeia  con 
poco  onore,  ivi,  58  —  come  s'inimicasse  eoi  papa  Bo- 
nifazio Vin,  ivi,  62  —  lo  fa  prendere,  ivi,  63  —  passa 
in  Fiandra  con  grande  armamento,  ivi,  77  —  sooniOgge 
i  Fiamminghi  a  Monslmpevera,  ivi,  78  —  va  a  Poitkrs 
a  papa  Clemente  por  far  condannare  la  memoria  di  papa 
BoniCasio,  ivi,  91  —  distrugge  spietatamente  l'ordine 
de'  Tempieri,  ivi,  92  —  ordina  di  far  eleggere  impert- 
dorè  Carlo  di  Valois,  e  gli  fidlisoe,ivi,  101  —  muore, 

IX,  66.. 

~  V,  figlio  di  Filippo  il  Bello,  conte  di  Pet^:eri  o  Poi- 
tiers,  poi  re  di  Francia,  IV,  4  e  IX,  66  —  fis  pace  coi 
Fiamminghi,  IX,  123  ~  muore,  ivi,  181. 

<-  VI,  di  Valois,  figlio  di  Carlo,  rifiuto  la  aignorìa  di  Fi- 
renze, IX,  76  —  vicario  del  papa  e  della  Chiesa  in  Lom- 
bardia, ivi,  109  —  toma  in  Francia  con  vergogna,  ivi, 
110  —  governatore  del  reame  per  la  morte  di  re  Carlo, 

X,  60  —  come  (b  coronato  re  di  Francia,  ivi,  87  — 
sconfigge  i  Fiamminghi  a  Casella,  ivi,  88  — fafarpsot 
tra  '1  conte  di  Savoia  e  '1  delfino  di  Vienna,  ivi,  106  — 
parlamento  col  papa  in  Avignone,  ivi,  161  —  promette 
di  fare  il  passaggio  oltremare,  ivi,  197  —  eome  pren- 
desse audacia  sopra  papa  Giovanni*  ivi,  229  —  comin- 
cia grande  guerra  centra  Odoardo  m  re  d'Inghilterra, 

XI,  55  —  fa  prendere  gì'  Italiani  del  suo  reame,  e  peg- 
giora la  sua  moneto,  ivi,  72  —  va  con  sua  oste  sopra 
il  re  d'Inghilterra,  ivi,  86  —  s' aiIh>ntaQo  e  si  partono 
senza  combattere,  ivi,  87  —  come  la  sua  gente  gaer- 
reggiasse  in  Fiandra,  ivi,  109  ~  la  sua  armato  rioere 
grande  sconfitto  in  mare  dal  re  d'Inghilterra,  ivi,  HO  — 
fa  triegua,  ivi,  112  —  toma  in  guerra,  XII,  47  —  ài 
rappresaglia  sopra  i  Fiorentini  per  tutto  il  reame  a  pe- 
tizione del  duca  d'  Atene,  ivi,  57  —  continua  la  guerra 
con  Odoardo  III,  ivi,  61  e  seg.  ~  lo  segue  con  sci 
osto,  ivi,  66  —  riceve  grande  e  sventurato  sconfitta  a 
Crecl,  ivi,  67  —  £a  parlamento  per  andare  contro  al  r« 
d'Inghilterra,  ivi,  86  —  come  la  sua  armato  fo  scon- 
fitto in  mare  mentre  andava  al  soccorso  di  Calese,  ivi, 
95  —  s' affronto  con  la  sua  oste  per  combattere  ool  re 
d'Inghilterra,  ivi,  96. 

—  di  Svevia,  è  eletto  re  de'  Romani  da  una  parto  degli 
elettori,  V,  19. 

—  d' Evreux,  re  di  Navarra,  aiuto  Filippo  di  Valois  con- 
tro il  re  d' Inghilterra  e  sua  lega,  XI,  86  e  XH,  64. 

—  figlio  di  Carlo  I  d'  Angiò,  e  prence  delto  Morea,  VH,  !• 

—  prence  di  Taranto,  figlio  di  Carlo  II  d'Angiò,  e  scon- 
fitto in  Sicilia  da  don  Federico  d'Aragona,  VIII, 84  — 
va  con  Roberto  re  suo  fìratello  sopra  Sicilia,  IX,6S  " 
viene  a  soccorso  de'  Fiorentini,  ed  è  sconfitto  da  Ugno- 
clone  della  Faggiuola,  ivi,  71  —  va  con  Roberto  in 
Genova,  ivi,  93. 

^  despoto  di  Romagna,  figlio  del  prence  di  Taranto,  vÌsb* 


DI  GIOVANNI  YIUANL 


561 


fai  Flr«aie  eoi  due»  di  Calabria,  X,  1  —  prMide  Ale- 
magna  Ui  Campagna,  ivi,  92  —preso  dal  re  d' Unghe- 
ria, XII,  112. 

FUàfpOf  figjUo  del  oonU  Qnido  di  Fiandra,  lascia  Foglia,  e 
▼n  in  Fiandra  ov'è  &tto  signore  e  oapitano  di  guerra, 
Vm,  76  —  sua  parte  nella  sconfitta  di  Monsimpevera, 
ivi,  78  —  difisnde  Lilla,  ivi,  79. 

—  Uttgaro,  Csrisoe  Cario  duca  di  Dorazso,  XU,  119. 

FO^^pOH»^  conte,  da  Pavia,  k  sconfitto  e  preso  a  Piacenza, 
IX,  65. 

FÌMoUt  marchese  del,  aiata  gli  asciti  di  Genova  alla  pre- 
sa di  NoU,  IX,  118  —  e  di  Albbgano,  ivi,  160. 

FùnpÈmrrm^  da  Sanmartino  Donato  e  Tegghia,  firatelli,  di 
parte  bianca,  dicoUatl,  Vili,  S9. 

Fiorentini,  prendono  e  ditlanno  la  città  di  Fiesole,  salvo 
U  rocca,  IV,  6  —  tengono  la  parte  della  Chiesa,  ivi, 
28  —  come  oomineiarono  a  crescere  il  loro  contado, 
ivi,  26  —  come  vinsero  e  disfocero  il  catello  di  Pra- 
to, ivi,  26  —  come  disfecero  Montecasololi,  ivi,  29  — 
come,  pregati  da' Pisani,  stessero  a  guardar  Pisa  dd 
Lucchesi,  ivi,  81  -—  come  presero  e  disfecero  la  rocca 
di  Fiesole,  ivi,  82— come  disfecero  il  castello  di  Uon- 
tebnono  de*  Boondelmonti ,  ivi,  86  —  oome  disfecero 
Monte  di  Croce,  ivi,  87  —  come  sconfissero  gli  Aretini, 
V,  6  -«  oome  si  cominciò  gaerra  tra  loro  ed  i  Sanasi, 
e  questi  ne  furono  sconfitti,  ivi,  6  —  prendono  il  ca- 
etello  di  Hontegrossoli  in  Chianti,  Ivi,  10  —  e  quello 
di  Fogna,  ivi,  11  ^  si  crociano  e  vanno  oltremare  al 
conquisto  di  Damiate,  e  però  fanno  libero  lor  contado, 
ivi,  18  —  comperano  il  castello  di  Uontegrossoll,  ivi, 
22  —  disfanno  qnello  di  Frondlgllano,  Ivi,  26  •  e 
quello  di  Shnifonti  e  quello  di  Combiati,  ivi,  80— dia* 
fiume  Malborghetto,  e  pongono  il  castello  dì  Monteinpo, 
ivi,  81  —  come  elessero  di  prima  podestà  in  Firenze, 
ivi,  82  —  sconfiggono  i  Senesi  a  Hontalto,  ivi,  88  — 
vanno  sopra  i  Sanasi,  e  si  pacificano,  ivi,  84  —  fanno 
giurare  alla  città  tutto  il  contado,  ìrì,  41  —  disfanno 
Mortennana,  ivi,  42  —  perchè  ai  cominciò  guerra  tra 
loro  ed  i  Pisani,  VI,  2  —  li  sconfiggono  a  Castel  del 
Bosco,  ivi,  8  —  vanno  ad  oste  a  Fegghine  e  pongono 
il  castello  dell' Ancisa,  Ivi,  4  —  fanno  oste  a  Pistoia 
ed  hanno  Carmigoano,  Ivi,  5  — >  fanno  oste  aopra  iSa- 
nesl  che  loro  aveano  rotta  la  pace,  ivi,  6  —  disfanno 
Oaposelvoli  in  Valdambra,  ivi  — >  vanno  e  tornano  ad 
oste  aopta  1  Sanasi,  ivi,  8  —  fanno  pace  con  loro,  ivi, 
18  —  sconfiggono  i  Pistoiesi,  ivi,  48  —  gli  Ubaldini 
e  loro  amistà  In  Mugello,  ivi,  47  —  prendono  Monta- 
la, e  mettono  in  isconfitta  le  masnade  de'  Sanasi  e 
de' Pisani  venutivi  a  soccorso,  ivi,  48  —come  presero 
Tiazano,  e  poi  sconfissero  i  Pisani  al  Pontadera,  ivi, 
49  —  come  presero  il  castello  di  Fegghine,  ivi,  81  — 
come  sconfissero  i  Sanasi  a  Montaldoo,  ivi,  52  —  co- 
m'ebbero  ohieaa  e  franchigia  e  fondaco  in  Tunisi,  dal 
re  di  Tunisi,  ivi,  58  —  oom'  ebbero  castello  in  Pistoia, 
poi  gaastarono  Siena  e  tolsero  a' Sanasi  più  castella  e 
fortezze,  ivi,  54  —  tornano  sopra  1  Saoesf,  e  fan  pace, 
Ivi,  55  —  com' ebbero  11  caatdlo  di  Poggibonlszi  e 
quello  di  Mortennana,  ivi,  56  —  come  sconfissero  i  Vol- 
terrani, e  combattendo  presero  la  città  di  Volterra,  ivi, 
57  •»  vanno  ad  oste  sopra  Pisa  e  fanno  stare  i  Pisa- 
ni alle  loro  comandamenta,  ivi,  58  —  rimettono  la  par- 
te gfaibellioa  in  Arezzo,  ivi,  61  —  sconfiggono  1  Pisani 
al  ponte  al  Sarchio,  ivi,  62  —  disfanno  la  prima  volta 
il  castello  di  Poggibonizzi,  ivi,  68  —  sono  scomunicati 
per  l'assassinio  dell'abate  di  Vsllombrosa,  ivi,  65  — 
condizione  morale  del  popolo  di  Firenze  a  questo  tempo, 
ivi  —  prendono  e  disfanno  il  castello  di  Grassa,  ivi, 
67  —  e  quelli  di  Vemia  e  di  Mafigone,  ivi,  67  —  co- 
stami e  fogge  loro  al  tempo  del  primo  popolo,  ivi,  69  — 
fanno  grande  oste  infino  «Ile  porte  di  Siena  col  carroccio, 
ivi,  75  —  aono  Ingannati  da' ghibellini  usciti,  ivi,  77 
—  tornano  ad  oste  per  fornire  Montalcino,  e  patiscono 
la  grande  aeonfitta  di  Montaperti,  ivi,  78  —  si  levano 
a  remore  contro  11  eonte  Guido  Novello,  VII,  14  — 
fanno  oste  aopra  Siena,  ivi,  21  —  sconfiggono  i  Sanasi 
appiè  di  eolie  di  Valdese,  ivi,  81  —  prendono  il  ca- 
stello d'Ostina  in  Valdamo,  ivi,  82  —  in  servigio  dei 


Laeohesi  vanno  ad  oste  sopra  Pisa,  VII,  88  —  prendo- 
no il  castello  di  Piandimeszo  in  Valdamo,  e  disfanno 
Poggibonizzi,  ivi,  86  —  co' Lucchesi  ed  il  conte  Ugo- 
lino sconfiggono  i  Pisani,  ivi,  51  —  mandano  aiuto  al 
re  Carlo  d'Angiò,  ivi,  64  —  slmilmente  a  Gianni  de 
Fa  per  la  Chiesa,  ivi,  80  —  a'  allegano  co'  Genoveei  e 
Toscani  per  disfiir  Pisa,  Ivi,  98  —  fanno  accordo  col 
conte  Ugolino,  la  salvano,  ivi  -—  fanno  co'  guelfi  di  To- 
acana  grande  oste  sopra  Arezzo,  ivi,  120  —  loro  ca* 
valcata  a  Laterìno  per  tornare  sopra  Arezzo,  ivi,  124 

—  co' guelfi  di  Toscana  sconfiggono  gli  Aretini  a  Cer- 
tomondo  in  Casentino,  ivi,  181  —  vanno  con  loro  oste 
sopra  Arezzo,  e  l' assediano  e  la  guastano  tutta  intomo, 
ivi,  182  —  loro  nuova  cavalcata  per  prendere  Arezzo, 
ivi,  138  —  oome  con  loro  amistà  fecero  la  terza  oste 
sopra  Arezzo,  Ivi,  140  — co' Genovesi  e' Lucchesi  van- 
no ad  oste  sopra  Pisa,  e  prendono  lo  Valdera  più  ca- 
stella, ivi,  141  —  due  volte  ordinano  oste  centra  i  Pi- 
sani, e  due  volte  la  fialliscono,  ivi,  148  —  prendono  e 
disfknno  il  castello  di  Ampinana,  ivi,  150  —  vanno  con 
oste  fino  alle  porte  di  Pisa,  Ivi,  154  —  dopo  ordinato 
il  secondo  popolo,  crescono  in  possanza,  Vni,  2  *- 
mettono  pace  fra  i  Bolognesi  e  il  marchese  da  Este  e 
Maghinardo  da  Susinana,  ivi,  28  —  fanno  oste  coXnc- 
chesi  sopra  Pistoia,  Ivi,  52  —  com' ebbero  il  castello 
di  Piantrevigne  e  più  altre  castella  eh'  aveano  rabeUate 
i  bianchi,  ivi,  58  —  com' ebbero  quello  del  Montale,  e 
f^Msero  oste  a  Pistoia  co'Lacchesi,  Ivi,  65  —  prendono 
a'  bianchi  il  castello  delle  Stinche  e  Montecalvl,  ivi,  75 

—  co'  Lucchesi  assediano  e  vincono  Pistoia,  ivi,  82  — 
assediano  ed  hanno  Martaocianico,  e  fiume  fare  la  Soar- 
perla,  ivi,  86  — raffortiflcano  il  popolo,  e  fiume  11  pri- 
mo eeecotore  degli  ordinamenti  della  giustizia,  Ivi,  87 

—  fiume  oste  a  Gargosa,  ivi,  89  —  rioomindano  guer- 
ra ad  Arezzo,  ivi,  110  —  pacificano  i  Sangimignanesl, 
Ivi,  116  —  cavalcano  sopra  Arezzo,  ivi,  119  —  s'ini- 
micano Arrigo  di  Lussemburgo  Imperadore,  IX,  7  — 
per  la  venuta  di  lui  traggono  di  bando  tutti  gli  aban- 
diti guelfi  cittadini  e  contadini,  ivi,  16  —  fanno  parla- 
mento e  ferman  taglia  con  le  altre  terre  guelfe  di  To- 
scana, ivi,  17  —  gueroisoono  le  firontiere,  ivi,  21  — 
cacciano  gli  ambasdadori  dell' imperadore,  ivi,  26  — 
mandano  lor  maanade  in  Lunigiana  per  contradiargll  i 
passi,  ivi,  27  —  son  processati  da  lui,  ivi,  29  —  in- 
cominciano guerra  col  suo  maliscalco,  ivi,  85  —  le- 
vano in  isconfitta  i   Pisani  da  Cerretello,  ivi,  42  e  47 

—  si  guemiscono  contro  l' imperadore,  ivi,  44  —  sono 
quasi  sconfitti  al  castello  dell' Ancisa  dalla  gente  diluì, 
ivi,  46  —  rotti  da'  Tedeaehi  a  Cerbala,  ivi,  48  -  dan- 
no la  signoria  di  Firenze  al  re  Roberto  per  cinque  an- 
ni, ivi,  56  —  prendono  le  oaatella  guelfe  di  Valdamo, 
ivi,  61  —  fanno  pace  cogli  Aretini,  Ivi,  64  —  acon- 
fitti da  Ugucdone  della  Faggiuola  a  Montecatini,  Ivi, 
70  —  si  dividono  tra  loro  per  sette,  e  fanno  bargello, 
ivi,  76  —  fiume  pace  co' Pisani  e  Lnocheai,  ivi,  82  — 
disfiinno  la  mala  moneta,  e  fanno  la  buona  del  guelfo 
nuovo,  Ivi,  88  —  hanno  parte  nell'  assedio  di  (Genova, 
ìyI,  95  — >  ne  fanno  tornare  Castracelo,  Ivi,  115  —  al- 
leluiti col  marchese  Spinetta  contro  a  Castracelo,  ne 
hanno  vergogna.  Ivi,  127  —  mandano  in  Friuli  per  ca- 
valieri, ivi,  185  —  rimangono  fuori  della  signoria  del 
re  Boberto,  Ivi,  187  —  s'apparecchiano  contro  il  ve- 
scovo d'Arezzo,  ivi,  151  —  fiume  rannata  credendosi 
avere  alcuna  terra  di  Castracelo,  ivi,  163  —  raoqui- 
stano  il  castello  di  Caposelvoli,  ivi,  166  —  rifiuino  Ca- 

*saglia,  e  riprendono  le  ville  e' popoli  d' Ampinana  In 
Mugello,  ivi,  174  —  mandano  gente  per  la  Chiesa  so- 
pra i  Visconti,  ivi,  187  —  falliscono  in  Garfiagnana 
contro  a  Castracelo,  ivi,  198  —  per  lettere  di  piq^a 
Giovanni  fiume  Imposta  al  chericato,  ivi,  204  —  ca- 
valcano a  Prato  contro  Castracelo,  e  ne  segue  lor  danno 
e  vergogna  aenza  combattere.  Ivi,  214  —  perdono  11 
castello  della  Trappola,  ivi,  225  —  mandano  in  Fran- 
cia per  cavaU^,  ivi,  288  —  battono  la  gente  di  Ca- 
Btraccio,  ivi,  252  —  mandano  aiate  a'  Perugini,  Ivi, 
258  —  sono  scemati  da'  Pistoiesi,  Ivi,  269  —  acqui- 
stano U  castello  Ili  Lanciolllna,   ivi,   272  —  cavalcano 

86-A. 


Ui 


CIDICB  DBLU  CRONACA 


«opra  I  PSttol«il,  IX,  S05  —  haimo  11  CAttéllo  d' Arti- 
mino,   ivi,  298  ^  appareechiuio  grande   otte  contra 
Cattraeeio,  ìtì,  800  —  vanno  con  l' otte  aopra  Piatola, 
e  prendono  11  paaso  della  Guisciana,  Syl,  801  -*-  hanno 
Ciippiano  e'I  ponte  di  Montefalcone,  iri,  809  —  a*  ar- 
rende loro  il  castello  d'  Altopasdo,  iri,  808  —  rleoTo- 
no  grande  aconfitta  da  Caatruccio,  Ìtì,  804  — laaeiagìi 
correre  a  guastare  lor  contado  fin  presso  alla  città,  Iri, 
817  —  amarriti,  mandano  per  soccorso  e  non  ne  han- 
no, irf,  8S0  —  affonaoo  Fiesole  e  San  Miniato  a  mon- 
te, Ivi  —  nnorl  lor  danni  In  Mogello  e  in  quel  di  Pra- 
to, ivi,  8S1  —  come  essendo  in  malo  stato,   ai  provi - 
dero  di  moneta  e  di  gente,  ivi,  824  —  mandano  alato 
a*  Dologneal  coatra  Passerino,  ivi,  835  —  staoiianodi 
dare  la  signoria  della  città  e  contado  al  daca  di  Cala- 
bria Carlo,   ivi,  888  —  fanno   lor   capitano  di  gnerra 
Piero  di  Nardi,  ivi,  887  —  fanno  col  daca  di  Calabria 
oste  sopra  Castracelo,  e  prendono  per  fona  il   castello 
di  Santa  Maria  a  mont«,  X,  28   —  e  quello  d*Artimi- 
no,  ivi,  80  —  preodono  Pistoia,  ivi,  48  —  prendono  e 
disfanno  il  castello  d«l  Poaso  sopra  la  Goisciana,   Ivi, 
81  —  rendono  il  castello  di  Mangone  a  Berocdo  8a- 
limbenl  di  Siena,  ivi,  88  —  fanno  grande  oste  per  soc- 
correre Pistoia  da  Castracelo,  ivi,    86  —  fanno  appa- 
recchiamento oontra  11  Bavaro,  ivi,  89  —  aiutano  i  Sa- 
nasi ad  avere  Montemaasi,  ivi,  102  ^  prendono  il  ca- 
atollo  di  Carmignano  per  forse,   ivi,  105  «-  riforouno 
la  città  di  aignorìa  dopo  la  morte  del  duca,  ivi.  111  — 
ianoo  pace  co'  Platolesi,   ivi,  181  —  cavalcano  s^pra 
quel  di  Pisa  e  fanno  pace    co'  Plaanl,  ivi,  187  —  ri- 
prendono Ampioana,  ivi,  188  —  come  non  aeppero  pren- 
dere la  aignoria  di   Lucca,  Ivi,   148  —  rubellano  Col- 
lodi presso  Lucca,  ivi,  144  —  mandano  soccorso  a*  Bo- 
lognesi, ivi,  148  —  stringono  Montecatini,  ivi,  150  — 
tolgono  gli  ornamenti  alle  lor  donne,  e  f4nno  altre  leggi 
suntuarie,  ivi,  158  —  aostengono  Taasedio  di   Monte- 
catini,  ivi,    154  —  lo  hanno,  ivi,    158  —  dopo   gran 
qni^one  lo  lasciano  In  piedi,  ivi,  159  —  pongono  as- 
sedio  a  Lucca,   Ivi,  167  —  come  ne  levassero   l'oste, 
i>Ì,  172  —  come  presero  la  sigooria  di  Pistoia,  Ivi,  187  • 
mandano  ainto  al  legato  di  Lombardia,  ivi,  1 90  —  guer- 
reggiano co'  Lucchesi,  ivi,  191  —  aiutano  i  Piaani  con- 
tro i  loro  asciti,  ivi,  199  —  entrano   nella  lega  lom- 
barda, ivi,  204  —  perdono  una   pugoa  aopra  Barge 
contra  a'  Lucchesi,   ivi,  205  —  negano  aiuto  a'  Sana- 
si, ivi,  213  —  ne  mandano  ai  marcheai  da  E^te,  ivi, 
116  —  loro  parte  nella   aconfitta  data   al  legato  aotto 
Ferrara,  ivi,  119  —  cavalcano  aopra  Baggiano,  XI,  5  — 
aalvano  il  legato  dal  furore  de*  Bolognesi,  ivi  6  —  man- 
dano a  Bologna  per  riparo  de'  cittadini,  ivi,  7  —  ca- 
valcano sopra  il  contado  di  Lucca,  ivi,  8  «-  come  rieb- 
bero Ussano,  Ivi,  14  —  al  acontrano  co'  Lucchesi,  ivi, 
27  —  aintano  1  Perugini  contra  gli  Aretini,  ivi,  28  — 
e  il  re  Roberto  sopra  Sicilia,  ivi,  29  -~  e  Mastino  della 
Scala  ad  avere  Parma,  Ivi,  80  —  come  per  lui  rima- 
nessero delusi  dei  patti  della  lega,  ivi,  81  —  prendono 
In  guardia  il  castello  di  Pietraaanfa,  e  con  vergogna  io 
lasciano,  ivi,  82  —  creano  nuovo  uficio,  e  quel  che  ne 
aegul,  ivi,  89  —  acquistano  le  terre  del  viscontado  di 
Valdambra,  ivi,  41  —  mandano  aoooono  a' Piaani  con- 
tra una  cosplraiione  cittadina.  Ivi,  42  —  coma  furono 
traditi  da  Mastino,  ivi,  44  —  ordinano   guerra  contro 
di  lui,  ivi,  45  —  fanno  noa  rocca  aopra  Colle  di  Val- 
delsa,  ivi,  46  —  ricominciano  guerra  contra  I  signori 
d'Areiso,  ivi,  48  —  finno  compagnia  e  lega  col  co- 
mune di  Vlnegia,  Ivi,  49  —  combattono  le  masnade  di 
Mastino,  ivi,  51  -—  tolgono  tà  conti  Guidi  certe  terre 
di  Valdamo  a  di  Chlanti^e  iknno  castello  Santa  Maria, 
ivi,  58  —  co'  Vinisiani  fanno  otta  a  Bovolenta  centra 
Mastino,  ivi,  54  —  vogliono  aoccorrere  Pon tremoli,  ivi, 
56  —  hanno  per  patti  Areiso  e  il  suo  contado.   Ivi, 
^0  —  ordini  che  vi  fanno.  Ivi  —  riprendono  Monter- 
chi  a'  Pemgiol,  ivi  —  fanno  osta  sopra  Lnoca,  ivi,  68 
—  pacidoano  gli  libertini  co'  Tarlati,  ivi,  74  —  sono 
sconfitti  a  Bnggiano,  hri,  SI  —  ridotti  a  male  stato  per 
la  guerra  tra  11  re  d'Inghilterra  e  Filippo  di  Vaiola, Ivi, 
88  —  traditi  da'  VentBlani,  fanno  paoe  per  fona  con 


Mastino  della  Scala,  XI,  90  —  loro  potere  •à  entrata  e 
apeae  nel  tempo  della  gnerra  eontn  Mastino,  ivi,  91  e 
aeg.  —  fanno  accordo  e  lega  co'  Perugini,  ivi,  105  — 
patteggiano  di  comperar  Luoca  da  Mastino,  e  mandano 
perciò  loro  atadichi  a  Fenrara,  ivi,  180  —al  forniscono 
contro  a'  Pisani  per  l' assedio  di  Lucca,  e  cavalcano  eo- 
pra quel  di  Piaa,  ivi,  188  —  conchiuso  il  marcato  con 
Mastino,  prendono  la  posaesaione  di  Lacca  aasendo  as- 
sediata da'  Pisani,  ivi,  188  —  grande  aconfitta  che  ri- 
cevono la  loro  oate  da  quella  de'  Pisani,  ivi,  184  — 
danno  a  Roberto  re  la  signoria  di  Lacca,  ivi,  187 
— >  mandano  a  lai  per  aiuto  e  non  1'  hanno,  di  ohe  se- 
gue loro  gran  danno,  ivi,  188  —  Iknno  grande  a  no- 
bile oste  per  levare  i  Piaani  dell' aasedio  di  Lacca,  iri, 
139  —  ai  strìngono  a  Luoca  per  fornirla  e  noi  ponaO) 
ivi,  140  •-  tiranneggiati  dai  duca  d'Atene,  XU,  7  — 
lo  cacciano,  ivi,  17  —  riformano  la  aigooria  loro,  e  A 
combattono  fra  popolo  e  grandi,  ivi,  18  —  rìfiinno  di 
nuovo  paoe  co*  Pisani,  Ivi,  25  —  perdono  la  aignorìa 
di  più  terre,  i%i,  26  —  confinano  alcuni  de*  nobili,  Cu- 
ne lega  con  Perugia,  Siena  ed  Aremzo,  e  nuovo  accordo 
con  Maatino.  ivi,  28  —  aiutano  il  coote  da  BattiluUs 
contro  i  Tarlati,  ivi,  83  —  fanno  accordo  e  lega  e  com- 
pagnia col  vescovo  d*Areiao,  ivi,  86  —  fanno  aspn  leg- 
ge rootro  a*  cherici,  ivi,  48  —  tolgono  a  certi  grandi 
certe  possessioni  donate  per  lo  comune,  ivi,  44  —  6ni- 
acono  di  p<«g>ire  Mastico,  ivi,  49  —  perseguitati  in  Praa- 
da,  ivi,  57  —  aiutano  i  Vinisiani  All'aaaedio  di  ladra, 
ivi,  59  —  mandano  cavalieri  a  Niccola  di  Kenao,  ivi,  90 

—  mandano  grande  ambasciata  al  re  d' Ungheria,  ivi,  108. 
FieriiWf   de'  Fracchi   o   Fioraoclil,    capitano    dm*  Romani, 

d' ordine  di  Metello  sconfigge  1  Fiesolanl,  I,  84  —  coma 
morisse,  ivi,  85. 

Fiorino  d'oro,  sua  origine,   VI,  58  e  62  —  aue  vicenda, 
IX,  171  e  278  —  d'argento,  ano  valore,  V,  10. 

Pìrcnse  o  Fioreos^.  Come  di  primo  fu  edificata,  I,  88  — 
come  ebbe  suo  boodc,  ivi  —  come  ebbe  insegna  da'  Ro- 
mani, ivi,  40  —  come  fa  camera  d'imperio  di  Rooia, 
ivi,  41  —  come  vi  ai  edificò  il  tempio  di  Marte,  oggi 
duomo  di  Stn  Giovanni,  ed  altri  notabili,  ivi,  42  — 
come  si  reggea  ne'  tempi  degl'imperadori  pagani,  ivi, 
57  —  persecuiione  che  vi  fa  Decio,  ivi,  58  —  qoaado 
fosse  recata  alla  vera  fede,  ivi  —  quanto  stette  a  lagga 
pagana,  ivi,  59  —  come,  lasciato  11  paganeaimo,  colti?6 
la  fede  di  Cristo,  e  consacrosai  il  duomo  di  San  Gio- 
vanni Battista,  ivi,  60  —  à  assediata  da  Goti,  ivi,  61 
»  come  fa  distrutta  per  Totile,  li,  1  —  come  stsUa 
disfatta,  e'  Fiesolanl  e  altri  nobili  eentendeano  allasss 
reedificasione,  ivi,  21  -^  come  fa  reediflcatn  colla  po- 
tente di  Carlo  Magno  e  de*  Romani,  III,  1  —  come  fii- 
rono  ordinata  le  porte  o  mura  di  casa  nella  sua  retdi- 
fieazione,  ivi,  2  —  come  dopo  la  aua  reedificasioaa  h 
popolata  e  abitata,  ivi,  8  —  come  Cario  Magno  ne  fees 
franco  e  libero  il  comnoe  e*  cittadini,  ivi  —  saa  con* 
diaione  durante  lo  imperio  de'  Franceschi  •  degl'Ita- 
liani, ivi,  5  —  è  favorita  da  Ottone  I,  IV,  1  —  0 
marchese  Ugo  ne  fa  la  Badia,  ivi,  2  —  è  favorita  an- 
che da  Ottone  II  e  III,  ivi,  6  —  sua  arme  eoniiot 
con  Fiesole,  ivi,  7  —  come  rrebl>e  dopo  dtetrotta  Fie- 
sole, Ivi  —  come  si  fecero  le  seconde  cerchia  delle  bqs 
mura,  ivi,  8  —  chi  furono  i  suol  nobili  antichi  od 
quartiera  di  porta  del  duomo,  ivi,  10  —  chi  in  porta 
San  Piero,  ivi,  11  —  chi  in  porta  San  Brancasio,  Ivi, 
12  —  chi  in  porta  Santa  Maria,  ivi,  18  —  come  a' 
tempi  di  Corrado  imperadora  era  poco  abitato  OItra^ 
no,  ivi,  14  -*  papa  Vittorio  vi  fa  concilio,  ivi,  16  — 
come  vi  stesse  alquanto  tempo  la  corte  di  Roma,  a  si 
casa  ne  crescesse,  iri  ^^  è  assediata  da  Arrigo  UI  Io- 
peradora.  Ivi,  28  —  patisce  incendio  per  due  volte, 
ivi,  80  -^  misura  delle  miglia  del  ano  contado.  Ivi,  S9 

—  incendio  e  rovina  del  ponte  Vecohioi  V,  8  —  !• 
è  tolto  il  contado  da  Federigo  I,  ivi,  12  --  eooi  I 
Fiorentini  lo  lib«mssero,  ivi,  18  —  come  vi  venne  U 
reliquia  del  beato  apostolo  Santo  Filippo,  ivi,  14  —  oodm 
vi  si  cominciasse  parte  guelfa  e  parta  ghibelHna,  iri, 
88  —  come  sHnoominciasse  e  compieste  11  ponte  nao- 
vo  ali»  Carraia,  ivi,  42  —  come  al  lastricassero  tatti 


DI  GIOVANM  VULAm. 


563 


le  fue  vfe,  YT,  26  —  come  vi  st  fece  fl  primo  popolo 
con  ordini  e  gonfaloni  per  riparare  le  forxe  e  le  ini^a- 
rie  che  faceano  i  gtiibelHni,   ivi,  39  —  come  il  popolo 
ordinò  a  fare  il  palagio    di  comune,  ivi  —  qaando  fu 
fatto  il  ponte   a   Santa  Trinità,  ivi,  50  —  come  vi  bì 
cominciarono  a  batterete  monete  del  fiorino  d'oro,  ivi, 
5.9  —  come  vi  fu  rotto  ed  annullato  il  primo  popolo,  ivi, 
78  —  come  vi  risorse  nuovo  popolo  e  ordini  e  gonfaloni 
per  la  vittoria  del  re  Carlo  d'Angiò  a  Benevento,  VII, 
13    —  come  dopo  la   nuova   cacciata   de*  ghibellini  si 
riformò  la  città  d*  ordine  e  di  consigli,  ivi,  17  —  co- 
me vi  venne  papa  Gregorio  X  con    re  Carlo  d'  Angiò 
ed  altri  signori,  e  ni  v*  ordinò    pace  tra'  guelfi  e  ghi- 
bdlioi  ;  e  to<«to  si  ruppe,  ivi,  42  -»  come  il  cardinale 
Latino  la  pacificasse  di  nuovo,  ivi,  66  —  come  di  pri- 
ma vi  si  creasse  1'  uficio  de'  priori,  ivi,  70  —  nobile 
corte  e  festa  che  vi  si  fece,  vestiti  tutti  di  robe  bian* 
che,  ivi,  89  —  come  furono  fondatele  porte  d«Ue  ter- 
ze mnra,  ivi,  99  —  suo    felice    stato,  ivi,  132  —  co- 
me vi  fu  fatto  il  secondo   popolo   con    grande  rivolgi- 
mento. Vili,  1  —  come  vi  si  fondò  la  chiesa  di  Santa 
Croce,  ivi,  7  —  novità   che   v*  ebbe    per  cagi9ne  del 
nuovo  popolo,  ivi,  8  —  cernevi  fiipel  comune  reediflca- 
ta  e  accresciuta  Santa  Reparata,  e  nominata  Santa  Ma- 
ria del  Fiore,  ivi,  9  —  come  i  grandi  mettono  la  cit- 
tà a  remore   per   rompere    ed   abbattere  lo   stato  del 
nnovo  popolo,  ivi,  12  —-  come  il  popolo  fece  fare  due 
castella    per   scemare   Ia   forza  de'  nobili,   ivi,  17  — 
quando  si  cominciò  il  palazzo  del  popolo,  ove  abitano 
I  priori,    ivi,  26     —    come    di    nuovo   vi    si    comin- 
ciarono le  nuove  mura,  ivi,  31  —  come  la  città  si  par- 
ti e  sconciò  per  le  parti  nera  e  bianca,  ivi,  39  —  ma- 
li che  le  ne  seguirono,   ivi,   41    —   altri  peggiori,  ivi, 
42  —  come  vi  ebbe  battaglia  cittadinesca  per   voler 
riveder  le  ragioni  del  comune,  ivi,  68  —  nuovo  snbu- 
glio,  ivi,  69  — come  vi  cadde  il  ponte  alla  Carraia,  ivi, 
70  —   come  vi  fu  messo  fuoco  e  arsene  buona  parte 
delia  città,  per  inimicizia  tra' bianchi  e'nerl,  ivi,  71  — 
come  ne  faron  chiuse  di  fossi  le  nuove  cerchie,  IX,  10 
—  scandalo  che  v*  ebbe   tra'  lanaiuoli,   ivi,  30  —  as- 
sediata da  Arrigo  VII  imperadore,  ivi,  47  —  come  se 
ne  murò  psrte  delle  mnra,  ivi,  77  —  come  vi  si  mu- 
tasse stato  pel  conte  da  Battifolle,  ivi,  79  —  vi  si  fan- 
no altre  mura,  ivi,  83  ~  novità   d'  ufio^  ivi,  128  — 
si  continuano  le  mura.    Ivi,    137    ~    vi  si  ordina  una 
fiera,  ivi,  168  —  grande  novitade  che  v'ebbe  per  ca- 
gione degli  sbanditi,    ivi,   219  —  altre  novità  per  ca- 
gioni degli  ufici  e  delle  seìit,  ivi,  229  —  ordini  fatti- 
vi centra  gli  ornamenti    delle   donne,    e   per  trarre  di 
bando  gli  sbanditi,  ivi,  245  —  sua   grandezza  ed  edi- 
ficazione allo  nuove  cerchia  e  mura,  ivi,  256  —  come 
vi  si  mutasse  regKtmento,  ivi,  276  —  nuova  mutazio- 
ne per  ragione  delle  sette,   ivi,  283  ^  vi  si  tra(rg3no 
dei  grandi  certe  schiatte,  ivi,  287    —   come  vi  si  fece 
nuova     moneta    piccola,    ivi,    290     —      infelice   sta- 
to a  cui  è  ridotta  da  Castruccio,  ivi,  320  —  come  alle 
dònne  vi  fa  reso  certo  loro   ornamento,  X,  11  «-  co- 
me vi  si  fere  nuovo  estimo,  ivi,  17  —  vi  si  edificano 
porta  e  mura,  ivi,  57  —  come  vi  fu  ftttta  imposta  so- 
pra il  chericato,  ivi,  112  —  quando  vi  si  cominciaro- 
no lo  porte  del  metallo  di  San  Giovanni  e  si  compiè  il 
campanile  della  Badia,  Ivi,  177  —  erme  fu  lungamen- 
te interdetta,  ivi,  181  —   quando   si  cominciò  a  livo- 
rare  la  chiesa  di  Santa  Reparata,  ivi,  195  —  vi  si  fan- 
no    rrdini     sopra  le   grasce,   ivi     —     quando    vi    si 
cominciasse  la  gran  porta   dii  San  Friano  o  da  Verza- 
ia,  ivi,  219  —  di   due  brigate   d'  artefici  che  vi  furo- 
no fatte,  ivi  —  inondata  e   mezzo    minata  dall'  Amo, 
Xr,  1     —    novità   che  vi    furono  por    cagione    di  tal 
.  diluvio,  ivi,  4  —  di  certe  sante  reliquie  che  vi  venne- 
ro, ivi,  9  —  quando  vi  si  cominciò  a  fondare  Ìl  cam- 
panile di  Santa   Reparata   ed   altre    opere,    ivi,  12  — 
quando  I  pilastri  della  loggia  d'orto  San  Michele,  ivi, 
67    —  vi  si  fa  decreto  contro  i  grandi,  Ivi,  75  —  sua 
grandeiBa  e  stato  nel  tempo   della   guerra  centra  Ma- 
ttino, Ivi,  94  —  come  \i  fa  fatta  grande  congiurazio- 
ne, e  la  città  fu  a  romore  e  ad  arme,  ivi,  118  —  co- 


me vi  fti  annullato  il  popolo  del  duca  d'Atene,  Xlf,  8 
»  vi  si  fa  una  nuova  via,  con  altre  novità,  ivi, 
13  —  come  vi  furono  fatte  congiurazioni  contro  al 
duca  d'  Atene,  ivi,  16  —  si  leva  a  rumore,  e  recupe- 
ra libertà,  ivi,  17  —  come  si  recò  a  quartieri,  e 
vi  si  raccomunarono  gli  nfici  co'  grandi ,  ma  poco 
darò,  ivi,  18  —  come  il  popolo  trassero  i  grandi  del- 
l' ufizio  del  priorato,  e  rifarmarono  la  terra,  ivi,  19  — 
novità  che  ne  sereno,  ivi,  20  —  nuove  rifor- 
me degli  ordini  della  giustizia  e  de'casati  nobili,  ivi,  23 

—  vi  si  fa  inquisizione  de'cittsdini  stati  rettori  per  lo 
duca,  ivi,  32  —  nuove  riformagioni  contro  a' grandi  e 
il  duca  tiranno,  ivi,  84  —  altre  novità,  ivi,  36  — 
ponti  ed  altri  lavori  fattivi  pel  comune,  ivi,  46  —  dis- 
sensione mossavi  dal  comune  allo  inquisitore  de'  paté- 
ritti,  ivi,  58  ^  vi  si  fa  decreto  contro  a*  forestieri,  ivi, 
72  —  vi  si  compie   il   ponte  a  Santa  Trinità,  ivi,  73 

—  altre  novità  per  le  elesioni,  ivi,  79  —  altre,  pe^ 
Io  caro  e  la  mortalità,  ivi,  83  —  altre  sopra  i  priori 
e  centra  i  ghibellini,  ivi,  92  —  vi  si  fa  nuova  mone- 
ta, ivi,  97  —  quando  vi  si  cominciasse  a  fondare  il 
muro  di  San  Gregorio  in  Amo,  ivi,  117  —  come  visi 
fece  riformagione  pegli  ufici,  ivi,  119. 

Firenze^  vescovo  di  V.  Cingoli,  Acdaiuoli. 
Firenzuola,  come  fosse  fondata,  X,  202  —  arsa  e  disfat* 
U  dagli  Ubaldini,  XI,  139. 

—  città  in  Puglia,  ove  muore  Federigo  II,  VI,  41. 
Fogliano,  signori  da,  di  Reggio,  ne  hanno  la  signoria  dal 

re  Giovanni,  X,  228  ~-  la  rendono  a  Mastino  dell» 
Scala,  XI,  30. 

—  Giovanni  Riccio  da,  capitano  della  gente  di  Mastino, 
ha  trattato  contro  il  duca  d'Atene,  tiranno  di  flrenze, 
XII,  8. 

—  Ghilberto  da,  uscito  di  Reggio,  combatte  co'  Fioren- 
tini contro  i  Pisani  all'  assedio  di  Lucca,  XI,  134  — 
preso  combattendo  pel  marehese  da  Ferrara  a  Parma; 
XU,  35. 

~  Matteo  da,  di  Reggio,  podestà  di  Firenze,  VII,  114. 

Fondi,  conte  di,  sconfigge  la  gente  della  regina  Giovan- 
na, XII,  75  —  entra  in  San  Germano,  ivi,  103  —  fa 
omaggio  al  re  d'Ungheria,  ivi,  112. 

Fondo,  del,  casa  di  Lucca  di  parte  bianca»  oacdata,  Vili, 
46. 

Fontana,  Rinaldo  di,  contestabile  francese  assoldato  dai 
Fiorentini,  IX,  276. 

Fontanabuona,  Iacopo  di,  capitano  di  cavalieri  friulani  al 
servigio  de'Fiorentini,  ivi,  135  —  per  tradimento  pas- 
sa a  Castraccio,  ivi,  208. 

Foraboichi,  famiglia  di  Firenze,  IV,  13  —  tien  parte 
guelfa,  V,  39  —  cacciati,  VI,  79  —  nemici  de'  Bosti- 
chi  e  de'  Malispieri,  Vili,  1  «  tengono  parte  nera, 
ivi,  39. 

«  Ruzzante  de',  priore  di  Firenze,  XII,  18  —  rinunzia, 
ivi,  19. 

Fora»,  conte  di,  barone  di  Arrigo   VII  in    Pisa,    IX,  37 

—  toma  in  Italia  col  re  Giovanni  di  Boemia,  X,  214. 
Fori),  assediata  da  Gianni  de  Pa  per  la  Chiesa,  VII,  80 

—  s'  arrende  alla  Chiosa,  ivi,  82  —  presa  da  Maghi- 
nardo  di  Susinana,  ivi,  149  —  si  ribella  al  legato,  X; 
227. 

Forlimpopolo,  città  distratta  da  T etile,  II,  3. 

Forlivesi,  vengono  a'  comandamenti  del  legato  a  Bolo- 
gna, X,  127  —  rabellati,  tornano  ad  arrendersi,  ivi, 
190  —  gli  danno  liberamente  la  signoria  della  terra; 
ivi,  201. 

Fomcs,  città  di  Fiandra  conquistata  da'rabelli.  Vili,  55. 

Foraoli,  castoro  assediato  dall'  oste  della  Chiesa,  X,  56. 

Fortuna  straordinaria  in  mare  e  in  terra,  IX,  179. 

FoTztUi,  Berto,  sua  visione,  VII,  50. 

Fosdinuovo,  fortissimo  castello  del  marchese  Spinetta,  tol- 
togli da  Castruccio  degl' loterminelH,  IX,  86. 

Foi&raeco,  Antonio  da,  di  Lodi,  condottiero  de'  Fiorentini 
contro  Arezzo,  VII,  120  —  ha  parte  nella  cacciata  di 
Maffeo  Visconti  da  MUano,  Vni,  61. 

Fraeauini^  Baldo,  ambascladore  al  papa,  XII,  58. 

Ftaneavilia,  ciamberlano  di,  capitano  di  schiera  franoescs 
alla  batUglia  di  Coltrai,  Vili,  56. 


564 


miMCB  DBLLA  CRONACA 


FrancMobi,  quando  e  pBrohè  oo^  nonuiti,  I,  IO  — -  «ome 
falliBM  loffo  U  Ugniggio  •  lo  Imperio  4ol  Bomaoi  e  U 
aifDoria  d'  Atomagna,  II,  SO  —  oonaagaono  1*  impario 
di  Coatandnopoli,  V,  98  —lo  perdono,  VI»  64  —  lo* 
ro  aTTenimento  in  Italia  eoi  oonto  Cario  d'Angiò,  VII, 
1  —  ri  ai  fiuino  prepotenti,  Ivi,  57  —  aono  trucidati 
tutti  nell'  iaola  di  SidUa,  ivi,  61  --  patiseono  grande 
aeonfitta  a  ForB,  iri,  81  —  fono  morti  in  prigione 
dai  Meaelneai,  iri,  96  «  loro  impresa  in  Catalo- 
gna contro  re  Piero  d'Aragona,  iri,  lOS  —  Bonifa- 
aio  Vm  e  i  neri  di  Firenae  li  chiamano  in  Italia, 
Vili,  48  —  aono  Qcelai  dal  popolo  minnto  di  Bmg- 
già»  ivi,  65  —  grande  sconfitta  oh'  ebbero  a  Coltrai 
da'  Fiamminghi,  ItI,  56  •»  Tenota  di  lor  caTalleri  a 
firenae  In  aerrigio  del  comnne,  IX,  S76  —  recano  a 
Firenae  una  sformata  mntasione  d*abito,  XII,  8  —  scon- 
fitti dagl'Inglesi  a  Cred,  iri,  67. 

W^rmmcmea,  aanto  di  Assisi,  corninola  Tordlne  de'  frati  mi- 
nori, V,  84. 

—  bastardo  del  marchese  Asso  da  Este,  ikTorato  da'  Vi- 
niaiani,  VIU,  88. 

Franchi,  ehi  fossero  e  perchè  con  noma^  I,  18  —  quan- 
do e  perchè  nsdrono  di  Sicambra,  e  conquistarono  cit- 
tà e  castella  nella  Kagna,  iri,  18. 

Frameia,  i«  dL  V.  CmrlQ,  FiUppo,  LmgL 

Francia  (reame  di).  proTÌncla  d'Europa,  I,  5. 

Franeetit  Biceio,  firentino,  suo  triste  consiglio  al  re  Filip- 
po U  BeUo  di  FraooU,  Vn,  147  e  VID,  56. 

—  Uusciatto,  fiorentino,  triste  consigliero  di  re  Filippo  il 
Bello,  Vn,  147  e  VIU,  56  —  sua  parte  nella  cacciata 
di  parte  bianca  da  Firenae,  Vm,  49  —  nemico  degli 
Abati,  ivi,  59  —  sua  parte  nella  presura  di  papa  Bo- 
nifkaio  Vili,  ivi,  68  —  mena  In  Francia  una  masna- 
da di  Lombardia,  iri,  76. 

Frati,  camerlinghi  della  pecunia  in  Firenae,  VII,  17. 

—  canneliti,  come  Onorio  IV  papa  matasse  loro  l' abito, 
vn,  109. 

—  godenti,  che  coca  fossero,  VII,  13. 

—  minori,  come  si  cominoiasse  lor  ordine,  V,  84  — -  due 
di  loro  si  fonno  messaggi  di  tradimento  al  popolo  di 
Vlrenae,  VI,  76  —  foono  capitolo  generale  a  Perugia, 
pei  quale  il  papa  decreta  centra  loro,  IX,  151. 

—  predicatori,  come  si  cominciasse  lor  ordine,  V,  85. 
Freddo  straordinario,  VIU,  88. 

Fredegemd4tf  fa  morire  Cbilperioo  re  di  FHmcia  suo  ma- 
rito, I,  19. 

FrémeborgOf  tcscoto  di,  ambasdadore  di  Federigo  U  al 
concilio  di  Lione,  VI,  94. 

/tmcoòoM»,  fomiglia  guel£s  di  Firenae,  V,  39  —  caccia- 
ta, VI,  79  —  iaimiciaie  tra  loro,  VIU,  1  _  ricettano 
la  parte  nera  di  Pistoia,  VIU,  38  —  parte  di  loro 
tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  ivi,  89  —  e  ^  altri 
parte  nera,  Ivi  —  parte  di  loro  si  fanno  capo  di 
congiura  in  Firenae,  XI,  118 — condannati,  ivi,  119  — 
confortano  11  duca  d'  Atene  a  farai  tiranno  di  Firenae, 
XU,  8  —  tornano  in  Firenae,  iri,  8  —  hanno  parte 
nella  cacciata  del  duca,  ivi,  17  e  aeg.  —  resistono  al 
popolo,  ivi,  19  e  seg.  —  smarrendone,  ivi,  81. 

—  Agnolo  Giramonte  de',  priore  di  San  Iacopo,  congiura 
centra  il  duca  d'Atene,  XU,  16. 

— '  Baldo  del,  uadto  di  Firenae,  f«tto  prigione  dal  Fio- 
rentini, XI,  184. 

—  Berto,  portansegne  de'Florentini,  VU,  194. 

—  Berto  di  Stoldo,  luogotenente  del  podestà  in  Firenae, 
XU,  17. 

-«  Bonaccorso  de',  cherloo,  ambasciadore  si  papa,  iri,  58. 

—  Schiatta  de',  dicoUato  per  congiura,  IX,  919. 

^-  Tegghia,  col  suo  lato  tiene  dal  popolo,  IX,  919  — 
condannato  per  cospiraaione,  Iri,  999. 

—  Tommaso,  traditore  della  patria,  XU,  54. 
Frosoni,  rubelll  al  conte  d'Analdo,  I,  49. 
FridUmOf  santo,  primo  veacovo  di  Lucca,  I,  10. 
Frigia,  prorincia  d'Asia,  da  chi  nomata,  I,  10. 
FHgnoMOf  da  Sesso,  capitano  In  Lucca  per  Mastino  della 

Scala,  XI,  181  —  combatte  co' Fiorentini  centra  I  Pi- 
aani,  ed  è  morto,  Iri,  134. 
Frioli,  prorincia  d'Europa,  I,  5. 


Friainlanda,  pfovinda  d' Europa,  I,  8. 
FrondigUano,  castello  disfotto  daTiorentlni,  ▼,  96. 
FrùiUmo,  reca  la  fede  di  Cristo  a  Firenae,  I,  58. 
Fronsole,  castello  preso  dal   tcscoto   d'  Arasao,  IX,  151 

—  racquistato  dal  conte  da  BattifoUe,  XU,  33. 
Fucecchio,  castello,    assediato    da'  ghlbdUni   di  Tcsctts, 

VI,  89  —  si  dà  a'  Fiorentini,  X,  167  —  rimsas  • 
loro  per  pace,  XI,  90  —  è  quasi  tolte  loro  da  qsal- 
U  della  Volta,  poi  da'  Piaanl,  poi  da  altri  nbelU,  XII, 
45. 

I^UbtrH^  Persona,  cozaone  Fiorentino,  senre  a  dsUbersn 
Odoardo  d' Inghilterra  prigione   del  conto  di  Konforti, 

VII,  88. 

Fuoco  In  cielo,  VUI,  109  e  IX,  897  ^  uadto  dailalv- 
ra,  XU,  84  —  in  colonna  sopra  la  corte  dd  pepa, 
Iri,  191. 


Gabelle  dd  comune  di  Firenae,  XI,  99. 
ChhritUiy  Bino,  d'Agobbio,  podestà  e  capitano  ddI*ostedi 
Firense,  VIU,  89. 

—  d'Agobbio,  Cantucdo  di  Binde,  capitano  de' Fiorentini 
aU'assedio  di  Lucca,  X,  167  e  179. 

—  Filippo,  d'  Agobbio  capitano  de'  Fiorentini  In  CSiia- 
radadda,  IX,  191  —  e  alla  GargassuoU,  iri,  199. 

•»  Iacopo,  d'Agobbio,  primo  consenradore  In  Firenae,  H, 
89  —  Ti  toma  come  capitano  di  goecrm  o  bargdlo, 
ivi,  74  ^-  capitano  della  guardia  dd  popolo,  tlramMf- 
già,  [ìtì,  100  e  118  ~  parto  di  Firenae  ricco  di 
aangue,  ìtì,  193  —  tu  in  aoocorso  de' Fiorentini  cen- 
tra 1  Pisani,  iri,  139  -^  fotte  prigione,  ivi,  134. 

^  Bosso,  d'Agobbio,  podestà  di  Firense,  VII,  140. 

Gaeto,  sssediata  da  don  Giacomo  d'Aragona,  iri,  134  — 
ha  battaglia  cittadina,  XI,  80. 

Gaggiante,  Isola,  presa,  rubato  ed  arsa  per  BarbaTara  di 
PortoTcnere,  XI,  110. 

OaUttrcmé^  Simone,  suo  processo  contro  Corso  Denafi,  • 
sconvolgimento  che  ne  aegue  in  Firense,  VIU,  8. 

Galatrone,  castello,  d  dà  d  Fiorentini,  XI,  41. 

OoUaaMO,  fratello  dd  re  Roberto  di  PugUa,  oombatto  per 
la  Chiesa  in  Lombardia,  V,  155  —  capitano  In  To^ 
tona,  iri,  198. 

OoUgm,  fomiglia  ghibeUina  di  Fh^ae,  V,  89  e  VI,  SS 
—  sono  esodati,  VI,  65.  V.  anche  OodmimL 

Galisia,  proTinda  d'Europa,  I,  5. 

QoUérì,  conto  di,  muore  in  battaglia,  VU,  188. 

OalUif  prence  di.  V.  Odoardo  IV. 

Qalled,  combattono  a  Croci  contro  1  Franced,  XU,  67  — 
a  Durem  contro  gli  Scotti,  Iri,  76  »  all'  aasedlo  di 
Cdese,  ìtì,  96. 

Oatti,  fiuniglia  antica  di  Flreoae,  IV,  18  —  tengono  fu- 
te  ghibeUina,  V,  39. 

Galli  o  Gallid,  chi  fossero,  e  doTC  stonsiasnero,  I,  18^ 
come  furono  chiamati  Franchi,  ivi,  18. 

OaUvra,  Nino,  giudice  di,  de'  ViacootI,  grande  dttadÌBO 
di  Pisa,  VU,  84  ^  capo  di  una  parte  de'  gnelfl,  i 
cacciato  per  tradlgione  di  Ugolino,  Itì,  121  —  va  coi 
Lucched  ad  osto  sopra  I  Pisani,  Iri,  199.  V.  aaebs 
OiovaimL 

OaUmMMi,  ribelli  di  Bologna,  fanno  guerra  slla  patria,  IXy 
895. 

—  .  .  .  de',  ardpreto  di  Bologna,  traditore  della  patri»» 
X,  148. 

Gallale,  nome  Tolgare  delle  sette  stelle  dd  Tauro  In  dM 

sì  conTcrtirono  le  setto  figliude  di  Attalante,  I,  7. 
Oamhaeorti,  popolani  di  Ksa  capi  dì  parte,  XU,  190. 

—  Andrea,  sì  fo  dgnoredl  Pisa,  Itì,  190. 
Gambasd,  racquistato  daVIorentinI,  VIU,  9. 
QambaUita^  Ricciardo,  d'  Abrusiì,  Tlcario  dd  re  Boberto 

a  Genova,  IX,  98. 
Oandone,  Gian  di,  eretico,  ivi,  964. 
Gangdandi,  castollo,  fatto  correre  ed  ardere  da  Castrte- 

do,  IX,  818. 
QangaUmdi,  conti  da,  fomiglia  antica   di  Firenze,  IV,  IS 

—  è  di  parto  ghibellina,  V,  39  ^  dntano  I  Fioféati- 

ni  contro  Castrucdo,  IX,  801. 


DI  6I0VARNI  VlLUra, 


565 


GùMgaìandi,  Dnruio  d«'  conti  da,  ba  parto  neU'aaaedSo  di 
Montecatfni,  X,  148. 

OaDgbereto,  o  Gaogbereto,  tolto  da*  FiorentiDl  a'  conti 
Qoidi,  Vm,  8  -*  rovinato,  XI,  58. 

0€mim€d$,  figlinolo  di  Troio,  I,   12. 

Ganto,  città  in  Fiandra,  difesa  dal  conte  Gaido,  Vni,  19 
e  ivi,  20  —  presa  da  Carlo  di  Valois,  ivi,  82  —  sna 
fortoiza,  ivi,  66  — >  per  fedeltà  al  suo  conto  ha  batta- 
glU  cittadina,  IX,  810  »  rabeUasi,  XI,  88. 

Garbagnano.  V.  Barbagnano. 

Garbo  (il),  provincia  d'Africa,  I,  4. 

Ooròo,  del,  biancbi  di  Firenie,  mercatanti  di  papa  Bene- 
detto XI,  Vm,  71. 

-—  Dino  del,  eccellentissimo   medico,   muore  in  forense, 

ne,  41. 

Garfisgnana,  posseduta  dalla  conteua  Matilde,  IV,  21.  - 

Gargosa,  castello  assediato  da'Fiorentini,  VIII,  89. 

Garaagli,  castello  assediato  dalla  regina  Isabella  dlnghil- 
terra,  X,  8. 

€hui,  casa  di  Barletta,  ha  parto  in  battaglia  cittadina, 
XI,  80. 

—  Silveetro  o  Salvestro  de',  signore  e  tiranno  di  Viter- 
bo, X,  48  —  Iktto  pigliare  dal  Bavaro  per  torgli  il 
tesoro,  ivi,  68  —  è  morto  da  un  figliuolo  del  prefetto, 
ivi,  146. 

Gcmra,  sire  di,  muore  nella  battaglia  di  Tornea,  Vni,  20. 

Otltuio,  n,  papa,  fogge  a  Gaeta,  poi  in  Frauda,  IV,  27. 

Genova,  presa  e  distrutta  da*  Saraoini,  HI,  4  —  come 
ne  fo  per  fona  cacciata  la  parto  guelfa,  vm,  24  ^- 
vi  muore  la  ioiperadrioe  moglie  di  Arrigo  VII,  IX,  28 

—  assediato  da  Marco  Visconti,  ivi,  90  —  soccorsa 
dal  re  Roberto,  ivi,  93  —  assediato  di  nuovo  dai 
suoi  usciti  e'  Lombardi,  ivi,  99  e  seg.  —  toma  aUa 
dgnoria  de'  ghibellini,  XI,  24  —  il  auo  doge  manda 
aiuto  a' Pisani  sopra  Lucca,  ivi,  181  —  come  vi  fosse 
guerra  tra  il  popolo  e  1  grandi,  e  di  questi  uscissero, 
XU,  88. 

Genovesi,  idutano  la  Chiess  sopra  Ruggieri  duoa  di  Pu- 
glia, IV,  34  —  il  papa  Gregorio  li  pacifica  co' Pisani, 
V,  16  —  a  spese  della  Chiesa  annano  per  condurre  i 
prelati  al  concilio,  e  sono    sconfitti  da'  Pisani,  VI,  19 

—  come  si  cominciò  la  prima  guerra  tra  loro  ed  i  Vi- 
niaiani,  ivi,  60  —  aiutano  il  Paleologo  a  conquistare 
Costantinopoli,  e  ne  hanno   per   istanza  Pera,   ivi,  70 

—  son  cacciati  di  Acri  da*  Pisani,  e  perciò  muovono 
loro  guerra,  Vn,  84  —  prendono  certo  naviglio  de' Pi- 
sani che  venia  di  Sardegna  carico  d'argento  e  di  mer- 
cataosia,  ivi,  90  —  assalgono  un'  altra  armata  dei  Pi- 
sani che   andava   in  Sardegna,  e  sconfiggonla.  Ivi,  91 

—  sconfiggono  nuovamento  i  Pisani  aUa  Meloria,  ivi, 
92  —  s'  allegano  co'  Fiorentini  e  Toscani  contro  Pi- 
sa, ivi,  98  -—  guastano  Porto  pisano,  ivi  —  coi 
Fiorentini  e  Lucchesi  vanno  ad  oste  sopra  Pisa,  ivi, 
141  —  sconfiggono  i  Venesiani  in  mare,  Vm,  24  — 
fiumo  pace  con  loro,  ivi,  27   —   e  co'  Pisani,  ivi,  30 

—  ricevono  a  signore  Arrigo  VII  di  Lussemburgo,  IX, 
24  —  armano  per  lui,  ivi,  61  -*  pel  re  Roberto  di 
Puglia,  ivi,  62  — danno  a  questo  la  signoria  loro,  ivi, 
94  —  son  loro  prese  da'  Turchi,  dieci  galee  per  tra- 
dimento, ivi,  217  —  crescono  per  sei  anni  la  signoria 
al  re  Roberto,  ivi,  24é  —  sconfiggono  in  mare  i  Ca- 
talani, ivi,  836  —  riprendono  il  castello  di  Volterrì, 
X,  68  — in  guerra  oo'Catalani  e  Vinizìani,  ivi,  176  — 
ai  pacificano  tra  loro,  e  prolungauo  la  signoria  al  re 
Roberto,  ivi,  189  —  corrono  le  riviere  di  Catalogna  e 
Maiorica  e  Mioorica,  ivi,  206  —  fanoo  gran  danno  ai 
Catalani,  XI,  17  ~  battagliano  in  mare  co*  Viniaiani, 
ivi,  69  —  fanno  popolo  e  chiamano  doge,  ivi,  102  — 
•occorrono  il  re  di  1-ranoia  contro  quello  d'  Inghil- 
terra, ivi,  110  —  sconfiggono  in  mare  i  Turchi,  ivi, 
117  —  sono  sconfitti  dagl'  Inglesi,  ivi  —  caocia- 
no  i  loro  grandi  di  Genova,  poi  aono  pacificati  da  Lu- 
chino Visconti,  XII,  87  —  combattono  i  Turchi,  ivi, 
89  -*-  aiutano  il  re  di  Francia  contro  quello  d'Inghil- 
terra, ivi,  66  —  sono  sconfitti  nella  battaglia  di  Creo), 
ivi,  67  —  eom'  ebbero  Sicopoli  e  l' isola  di  Solo,  ivi, 
70    —    abbandonano   I  F^ranoasi  in  mira,  ivi,  96  — 


sconfitti  dai  Catalani  in  Sardigna,   XII,  100  ^  hanno 

Corsica,  ivi. 
Georgia.  V.  Giorgia. 
Germano  (San),  terra  di  Puglia,  presa  per  forza  da  Carlo 

d'Angiò,VU,  6. 
Gerusalemme  conquistata  da  Carlo  Magno,  n,  18  —  pre- 
sa da'Saracini  e  ripresa  da'Cristiani  crociati,  IV,  24  — 

ritolta  da  Saladino,  V,  3  e  VI,  16  —  presa  da'Tarta- 

ri  e  ripresa  da'Saracini,  Vili,  35. 
Qerutàlanmef   re  di.   V.   Amerigo,  Carlo  cT  Angib,  OotH- 

/redo. 
Oervoiio,  detto  Giancoletto,  cardinale  legato  presso  Flllp- 

pò  re  di  Francia,  VII,  102. 
OhéìUrif  conte  ovvero  duoa  di,  entra  in  lega  contro  il  re 

di  Francia,  XI,  66    —    osteggia  quel  reame,  ivi,  86  e 

112. 
Ohérardeichi,  famiglia  guaita  di  Pisa,  cacciata,   VII,  121. 
•—  Gaddo  de',  fatto  signore  di   Pisa   dal  popolo,  IX,  78 

"  ta  lega   con   Castrucdo,    ivi,  86    —    muore,   ivi, 

122. 

—  Manfredi  figliuolo  del  conte  Nieri  de',  ospitano  d'  ar- 
mata pisana,  sconfitto  e  morto  dall'  intante  d'  Aragona 
in  Provenza,  IX,  237. 

—  conte  Nieri  de',  signore    di  Pisa,  IX,  122  e  163. 

—  conto  Ugolino  de'.  V.  Ugolino. 

Qherardinif  tamiglia  guelladi  Firenze,  V,  39  —  cacciati, 
VI,  79  —  nemici  de'  Manieri,  Vili,  1  —  la  maggior 
parte  di  loro  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  ivi,  39 
•—  e  gli  altri  parto  nera,  ivi  —  i  bianchi  rubel- 
lano  due  castelta  a'  Fiorentini,  ivi,  63  —  stanno  col 
popBlo,  ivi,  68  —  dicadono  e  son  cacciati,  ivi,  71. 

—  Bette,  firentino  di  parte  bianca,  dicollato.  Vili,  69. 
-»  Ceco  de',  suo  coraggio  civile  prima  della  battaglia  di 

Montaperti,  VI,  77. 

—  Clone  de',  uscito,  muore  in  isconfitta,  Vili,  118. 

—  Lotterigo  de',  muore  in  battaglia  cittadinesca,  Vili,  68 
— -  altro  di  tal  nome,  condannato  per  cospirazione,  ivi, 
219. 

•—  Naldo  de',  ha  parte  neUa  prima  zufiìs  tra'  bianchi  e' 
neri  in  Firenze,  Vili,  89  —e  io  altra,  ivi,  41  —man- 
dato a'  confini,  poi  revocato,  ivi,  42  —  esce  di  città, 
col  suo  lato  della  casa,  ivi.  49. 

Gherardo,  da  Parma,  cardinale  legato  di  Martino  IV  in 
Puglia,  VII,  62  —  come  gli  fallisce  trattate  fra  Carlo 
ed  i  Messinesi  assediati,  ivi,  66  —  domanda  perdono 
a  re  Carlo  d'Angiò,  ivi,  94. 

GfUanmtoIo,  Goszello  da,  capitano  in  Lucca  pel  conto  Gui- 
do, VII.  86. 

Ohiazzuolo,  castello  disfatto  da'Fiorentini,  VII,  140. 

GMbelUni,  d'  Arezzo,  son  cacdati  da  Guido  Guerrs,  e 
rimessi  dai  Fiorentini,  VI,  61  —  cacciano  i  guelfi, 
Vn,  116  —  entrano  per  furto  neUa  terra,  e  ne  son  cac- 
ciati, xn,  6. 

—  di  Bologna,  cacciati,  VII,  44  —  combattono  i  Bo- 
lognesi al  ponto  a  San  Brocolo,  ivi,  48  —  cacciati, 
vm,  88. 

—  di  Chiusi,  sono  sconfitti  da'  loro  usdti  guelfi,  e  li  ri- 
mettono in  città,  VII,  136. 

—  di  Colle,  vogliono  riprendere  lor  terra,  e  sono  scon- 
fitH,  IX,  144. 

—  di  Fano,  cacciati,  IX,  140. 

—  di  Firenze.  Orìgine  di  questo  nome,  V,  38  —  quali 
fossero  in  Firenze,  ivi,  89  —  servono  Federigo  II  nal- 
r  assedio  di  Brescia,  VI,  20  —  e  in  quello  di  Faen- 
za, ivi,  21  —  sono  sconfitti  a  Fegghine  da'  guelfi  u- 
sdti,  ivi,  88  — -  come  il  popolo  di  Firenzo  cacciasse 
certo  case  di  loro,  ivi,  48  —  come  gli  usciti  con  ma- 
snade di  Tedeschi  ruppero  e  cacciarono  i  cavalieri  di 
Firenze  a  Montala,  ivi,  48  —  come  e  perchè  il  popo- 
lo di  Firenze  ne  li  cacciasse  la  prìma  volta,  ivi,  66  — 
gli  usciti  mandano  in  Puglia  al  re  Manfredi  per  soc- 
corso, ivi,  74  —  ordinano  d'Ingannare  e  (ar  tradire  il 
comune  e  popolo  di  Firenze,  ivi,  77  —  rientrano  in 
Firenze,  ivi,  79  —  assediano  Castelnuovo  in  Valdamo, 
e  ne  partono  a  modo  di  sconfitti,  ivi,  82  —  sono  di  nuo- 
vo caoeiati  dal  popolo,  VU,  lo  —  vi  tornano  per  ^ 
pera  di  Gregorio  X,  ivi,   42   — >  come  si  rompassa.to- 


566 


OiDICB  DELLA  CRONACA 


Ito  la  paea  loro  eo'  gnolfl,  VII,  42  —  gli  luefii  s!  uni- 
soono  «'ghibellini  romagnoli  ed  axli  asciti  di  Bologna, 
contro  a' Bolognesi,  ivi,  48 —  tornano  a  paceco'guelfi 
per  opera  del  cardinale  Latino,  ivi,  66  —  gii  usciti 
aiutano  i  ghibellini  d'Arezzo  a  cacciarne  a  psrte  guelfa, 
ivi,  115  —  Unti  quelli  della  città  a'  accostano  a  parte 
bianca  co*  Cerch»,  Vili,  41  —  e  aitano  aopra  parte 
guelfa,  ivi,  48  —  molti  ton  caccÌ9ti  con  parte  bianca, 
i\i,  49  —  de*  nuovi  usciti  guerreggiano  oo'  b'anchi  in 
Valdarno,  ivi,  53  poi  iu  Muj^eilo,  ivi,  60  —  simil- 
mente vengono  alle  porte  della  città  o  ne  vanno  scon- 
fitti, ivi,  It  —  ricevono  altra  sconfitta  cogli  Aretini, 
ivi,  118  —  hanno  parte  nella  vittoria  di  Montecatini, 
IX,  73  —  trattano  col  Bavaro,  X,  99  —  condannati 
dal  comune  di  Pisa,  ivi,  107. 
— >  di  Genova,  vengono  a  battaglia  cittadina,  IX,  67  — 
escono,  ivi,  87  —  travagliano  il  comune,  ivi,  98  — 
prendono  i  borghi  di  Prora,  ivi  —  fanno  viva 
guerra  co'  Lombardi  al  re  Roberto,  ivi,  95  —  sono 
sconfitti  e  si  partono    dall'  assedio    del' a   c't'à,  ivi,  97 

—  vi  tornano,  ivi,  99  —  riprendano  i  borghi,  ivi, 
108  —  parte  di  loro  sono  sconfitti  a  Lerice,    ivi,  lo 7 

—  battaglie  ohe  danno  alla  terrai,  ed  hanno  il  peggio* 
re,  ivi,  116  —  guastano  Ch'averi,  ivi,  117  —  hanno 
Koll  e  fanno  diversa  guerra,  ivi  —  hanno  Albin- 
gano,  ivi,  159  —  sono  sconfitti  e  levati  dall'  assedio 
di  Genova,  ivi,  188  *-  prendono  Sestri  o  Monaco,  X, 
16  ~  mandano  ambasciadori  al  parlamento  di  Tren- 
to, ivi,  18  —  hanno  guerra  in  mare  co'  Vinizianì, 
e  sono  accordati  da  Castruccio,  ivi,  64  —  prendo- 
no Volteri  e  *ì  riperdono,  ivi,  90  —  con  loro*  arma- 
ta vanno  in  aiuto  del  Bavaro  a  Pisa,  ivi,  103  —  si 
pacificano  co'  guelfi  e  tornano  in  città,  ivi,  189  —  li 
caociMUO  e  con  essi  la  signoria  del  re  Roberto,  XI,  24. 

Ghibellini  di  Lombardia,  stanno  con  Manfredi  contro  la 
Chiesa,  VI,  89  — >  assediano  Crem<nn,  IX.  88  ^  la 
hanno  per  tradimento,  IX,  91  —  soccorrono  i  Visconti 
all'assedio  di  Milano,  ivi,  212  —  loro  naviglio  scon- 
fitto da  quello  della  Chiesa  sul  Po,  ivi,  808  —  ainta- 
no Passerino  contro  1  Bolognesi,  ivi,  825  —  e  contro 
l'oste  della  Chiesa,  ivi,  348  —  chiamano  Lodovico  il 
Bavaro  in  It«lia,  X,  18  —  con  e«so  vanno  ad  oste 
sopra  Milano,  ivi,  1S9. 

—  della  Marca,  sconfiggono  gU  Anconitani,  Vili,  113  — 
si  partono  dtll'  oste  dell'  imperadore,  IX,  53  —  aiuta- 
no i  ghibellini  di  Spoleto,  ivi,  104  — -  sconfiggono 
i  MalatfSti,  ivi,  264  —  aiutano  Castruccio  contra  i 
Fiorentini,  Ivi,  301  —  prendono  la  Rocca  contrada, 
ivi,  838  — -  corrono  la  città  di  Fermo,  e  rompono  la 
pace  ordinata  colla  Cbie«a,  ivi,  844  —  catcinii  da 
quelli  di  Rimini,  X,  93  ^-  prendono  la  ritta  di  le- 
gif  e  tagliano  il  expo  a  Tuno  che  u*  era  signora,  ivi, 
133  —  aiuUno  1  Tarlati  contro  il  conte  da  lialtifolle, 
XII,  83. 

—  di  Modena  e  di  Reggio,  cacciati  da'  guelfi  di  Tosca- 
na,  VI,  86. 

—  di  Pudova,  rimessi,  IX,  89  e  X,  100. 

—  di  Pfirma,  ne  cacciano  i  guelfi,  IX,  111. 

—  di  Pisa,  vogliono  tradirla,  X,  137  —  fanno  lega  e 
van  sopra  Pisa,  ivi,  199. 

—  di  Pistoia,  ri^)es^ivi  da  Castruccio,  X,  86  —  s'accon- 
ciano co'guelfi,  ivi,  130. 

—  di  Rieti,  cacciati,  IX,  125  —  rientrano,  ivi. 

^  di  Romagna,  sconfiggono  i  Bolognesi,  VII,  48  —  han- 
no parte  nelle  battaglie  di  Certomondo  In  Casentino, 
Ivi,  131  —  aiutano  i  ghibellini  e'  biarchi  esciti  dì 
Firenze,  Vili,  60  —  scot>figgono  i  guelfi,  ivi,  93  — 
fon  pigliati  per  inganno  dal  re  Rolcrto,  IX,  18  —  si 
partono  dcll'osfo  di  Arrigo  VII,  {%i,  53  —  rntrnno  in  Ce- 
sena e  no  snro  cacciati,  ivi,  2C6  —  i<iutano  C>'Stroc- 
cio  centra  i  Fiorentini,  ivi,  301  —  cavalcano  sopra  I- 
mola  pel  Bavaro,  X,  98  -»  mandano  aiuto  a'  Pi.<mni 
sopra  Lucca,  XI,  131  —  soccorrono  gli  Ubaldini  con- 
tra 1  Fiorentini,  ivi,  139  ^  i  Tarlati  contro  il  conte 
da  Baftifolle,  XII,  33. 

—  di  Spoleto,  lo  riprendono,  IX,  104  ^>  ctcdatl,  XI, 
48. 


GhihéUini  di  Toscana,  fanno  parlamento  in  Empoli,  e  ordina 
di  disfare  la  città  di  Firenze,  ma  Farinata  degli  Ubertl 
la  difende,  VI,  81  —  fiinno  oste  sopra  il  contado  di 
Lucca  ed  hanno  p*ù  castella,  ivi,  88  —  tornano  sopra 
Lucca  co'  Pii«ani  ed  il  conte  Guido,  ivi,  85  —  tengo- 
no per  Manfredi,  ivi,  89  —  a  hro  sommossa  Conta- 
dino passa  in  Itilia,  VII,  23  —  fanno  lor  capitano  di 
guerra  Guido  di  Montffeltro,  VII,  44  —  cedono  ai 
guelfi  neirassedio   di  P«'ggio  a  Santa  Cecilia,  ivi,  IIU 

—  fiinno  corpo  ad  Arezzo  con  Prinzivare  dui  Fiesco 
vicario  dello  imperio,  ivi,  112  —  loro  esaltamento,  ivi, 
121  —  -  co'  ghibelliiii  d«-lla  Blarca  e  del  ducato  di 
Romagna  e  crgli  Aretini  sono  sconfitti  da'  guelfi  a 
Certomondo  In  Casentino,  ivi,  131  —  fanno  veniro 
in  Toscana  vicario  d'  impero  Gianni  di  Celori»,  Vili, 
10  —aiutano  i  ghibellini  e*  hiinchi  di  Firenze,  ivi,  71 

—  hanno  parte  nella  vittoria  di  Montecatini,  IX,  71  — 
chiamano  Lodovico  il  B«varo  In  Italia,  X,  18. 

Ghibellino,  castello  in  Alamagna,  V,  38. 

Ohibtrti,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacchtl,  VI,  79. 

OMni.  V.  Ualpighi. 

OhìogM',  casa  di  Massa,  cacciata,  X,  188. 

Ghisolieri,  famiglia  di  Bologna,  XI,  70. 

Giacinto  o  Zante,  signor<;ggiata  d>l  prence  della  Morea, 
IX,  280. 

Qlacomoy  conte,  figlinolo  del  conto  Alfonso  di  Barcello- 
na e  di  Valenza,  diviene  re  di  Aragona  e  Catalogna, 
Vn,  76. 

—  II,  secondogenito  di  Pietro  III  d'Aragona,  è  lasciato 
re  di  Sicilia  da  suo  padre,  VII,  113 —  assedia  e  pren- 
de AgosU,  ivi,  117  —  viene  di  Sicilia  in  Ca'abrìacon 
sua  armata,  e  vi  riceve  a!cnn  danno;  e  poi  si  pone 
ad  assedio  a  Gaeta,  ivi,  184  —  fa  tregue  col  re  Car- 
lo II,  Ivi  -*  si  aooirda  di  pace  con  lui  e  con  la 
Chiesa,  e  va  in  Aragona  a  farsi  coronare  di  quel  rea- 
me, Vin,  13  —  vieue  a  Romt,  e  papa  Bonifazio  VIU 
il  privilegia  del  reame  di  Sardegna,  ivi,  18  —  cr>n 
Ruggieri  di  Loria  sconfìgge  in  mare  I  Siii)Ì*ni,  ivi, 
29  —  8*  apparecchia  di  venire  sopra  Sardegna  o  ne 
rimane  por  moneta,  ivi,  105  —  ricomincia  guerra  al 
Pisani,  I.X,  309  —  fa  pace  con  loro,  iv',  331 — muo- 
re, X,  45. 

—  I.  di  Aragona,  re  di  Madori ro,  VII,  76  ~  alleato  df^l 
re  di  Francia  contra  suo  frafollo  Pittro  III,  ivi,  }03 
—  gli  ò  r<si  Maiorica,  ivi,  103. 

—  II,  ro  di  Maiorica,  privato  del  regno  da  Pietro  IV  da 
Araf(ona,  Xil,  15  —  muore  a  Crecl  combattendo  per 
Filippo  di  Valois,  ivi,  67. 

Oiaeoppi^  detti  Ro^si,  famiglia  gneifa  di  Firenze,  V,  39  e 
VI,  33  —  cacciati,  VI,  79  —  nemici  de*  Tomaquinci, 
Vili,  1  —  parte  di  loro  tengono  parte  bianca  co' Cer- 
chi, ivi,  39  —  e  gli  altri  p»rte  nera,  ivi  —  par- 
to di  1  ro  si  fanno  capo  di  congiurazione  in  Firenze, 
XI,  118  —  condannati,  Ivi,  119  —  confortano  il  duca 
d'Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenze,  XII,  3  —  congiu- 
rano contro  di  lui,  ivi,  16  —  rcsbtonó  ti  popolo,  ivi, 
19  —  s'arrendano.  Ivi,  21. 

—  de'Rossi  Stoldo,  di  Firenze,  podestà  in  Arezzo,  VI,  66 
^-  portansegna  degli  usciti  guelfi  di  Firenze  alla  presa 
di  Sun  Germano,  VII,  6. 

OiaeoUi  MMlispini,  Giovanni,  ha  parte  nella  prima  auffa 
de'biancli  e  neri  lo  Firenze,  Vili,  39  —  mandato  ai 
confini,  ivi,  48  —  capitano  di  Ugocciono  alla  batta- 
glia di  Montecatini,  \i  muore,  IX,  71. 

Oia/ei^  figlio  di  Noè  e  padre  di  Gomor,  I,  8  e  6. 

Giacino.  V.  Gioeomo  re  d'Aragona. 

Giaìlicola,  pesciaiuolo  di  Bruggia,  sua  parte  nella  batta- 
g  ia  di  Casella,  X,  88. 

Giamhtrtaldo^  vicario  del  re  d*Angift  e  della  taplia  di  To- 
scana, guida  i  Fiorentini  contro  a'  Sanesi,  VII,  di- 
poi sopra  Pifa,  i\i,  33. 

GUmhon»,  Iacopo  di  Bono,  giudice  del  popolo  in  Firenze, 
mnoro  santamente,  XII,  36. 

Giomhrifta^  altro  de'cnpi  del'a  mbellatione  di  Bmggia  eon- 
(ro  a'Frantesihi,  Vili,  55. 

Gioncoìetto.  V.  Gerta^io* 

Oiandonati,  £aun''glia  nobile  antica  di  Fhrense,   IV,  13  '— 


DI  GIOVANNI  VILLANL 


867 


è  di  parte  gnelf»,  V,  59  e  VI,  S5  ^  cucciata,  ivi,  79 
-*  nemici  de'  nondelmonti*  VJIT,  1    —    gran  parte  di 
loro  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  ivi,  89  —  e  gli  al- 
tri parte  nera,  ivi  —  f.ttì  popolani,  XII,  28. 
OianfiffliatKiy  fumiglia  gne:f4  di   Firenze,  V,  39  o  VI,  38 

—  cacciata,  VI,  79    —    tengono  parte  nera,  VII!,  89 

—  confortano  il  duca  d'Atene  a  farai  tiranno  di  Firen- 
ze  XII,  8. 

—  Gio\anni,  riformatore  in  Firenze,  XII,  17  —  amba- 
acittdore  de'xrandi  a'Saneai,  ivi,  20. 

Oìanni^  tiglio  di  8.  Laigi  re  di  Francia,  va  eoo  lui  alla 
rr«>ciata.  VII,  57. 

—  figlio  del  daca  di  Borgogna,  maoro  nella  battaglia  di 
Uon^iimpevero,  VIH,  78. 

—  primo,  conte  di  Analdo,VIIT,  57. 

—  figliti  del  primo  conte  d*  Annido,  guidatore  di  sohfera 
iìrancesca  alla  battaglia  di  Coltrai,  Vili.  66  —  gli  è 
tolta  la  contea  d'Olanda  e  d'l8ilan<ia  da  Guido  su*)  cu- 
gino di  Fiandra,  ivi,  76  —  capitano  dell'  armata  d'  I- 
aabella  regina  d'  Inghilterra  cantra  il  ro  Odoardo  II 
suo  marito,  X,  7  -^  entra  in  lega  contro  il  re  di 
Francia,  XI,  55  —  osteggia  qu^I  reame,  ivi,  85,  109 
e  US  ~  è  all'assedio  dì  Ziiera  in  Granata,  XII,  81  * 
muore  combattendo  i  Frisoni  rub«Ili,  ivi,  5 1. 

•^  d'Analdo.  ha  parte  nella   battaglia  di   Greci,  XII,  67 

—  e  neirassedio  di  Calorie,  ivi,  96. 

—  di  Brettagna,  morto  dagli  Scotti  In  batta;;IÌ4,  IX,  180. 
•^  prence  delli  Morea  e  duci  di  Durazzo,  Satollo  del  re 

Roberto  di  Puglia,  tuo  cipit«no  con  la  lega  di  Tosca- 
na a  Roma,  ivi,  39  -^  va  on  lui  sopra  Sicilia,  Ivi. 
68  al  soccorro  di  Genova,  ivi,  93  —  passa  in  Ro- 
mania, Ivi,  281  »  viene  in  Firenze  al  regu'to  del  daca 
di  Calabria,  X,  1  —  gacrreggia  le  terr«  di  Roma  pel  re 
Ruberto,  ivi,  21  -*  tenta  indarno  d'entrare  in  Roma,  ivi. 

—  conte  di  Namurro,  figlio  del  cmte  Guid^  di  Fiandra, 
ditende  CoItrNÌ,  Vili,  19  ~  è  fatto  generale  capitano 
da'  Fiamminghi  contro  a'  Franceschi,  ivi,  58  — •  soa 
parto  nella  sconfitta  di  Monsimpero,  ivi,  78  —  riarma 
i  Fiamminghi,  ivi,  70  ~  ha  guerra  con  Luigi  di  Fian- 
dra soo  zio,  IX,  231. 

—  di  Normandia,  figlio  di  Filippo  di  Vaiola,  sua  vlltft, 
XII,  47  —  assedia  il  castello  d'Aguglione,  ivi,  47  — 
ne  parte  senza  prò,  ivi,  60  —  combatte  gl'Inglesi  al- 
l'asiedio  di  Calese,  ivi.  68  e  90 

Giano,  figlinolo  di  Noè  nato  dopo  il  diluvio,  I,  5  _.  a- 
bìta  in  Italia,  ivi  -^  signoregi^ia  il  pae-ic  di  Roma, 
ivi,  28  —  si  fa  compagno  nel  regno  Saturno,  Ivi. 

OianvUla,  OotTredi  o  Giutfrè  di.  barone  del  seguito  del 
dura  di  Ciliibria  in  Fireniei  X,  1  —  muore  noli'  as- 
salto di  Roma,  Ivi,  21. 

Oiatone,  figliuolo  di  Anson,  dlstmggo  Troia,  I,  12. 

Gibilterra,  preaa  d^i  Saracini,  X,  222. 

Oifmve,  siniscalco  di,  sconfitto  e  preso  dagV  Inglesi,  XII,  61. 

OUiberto,  tedesco,  vicario  di  Masino  in  Lucca,  XI,  40. 

OimiHiano,  santo,  salva  Modena  da  Tutìle,  li,  1. 

OimazztnOy  Stefano  da,  dei  Colonnesi.  conte  di  Romagna 
per  la  Chioda,  preso  ed  ucciso  da' Ravignani,  VII,  144. 

Oinenti,  conti,  IV,  21. 

Oinevra,  vescovo  di,  vicario  dell'  imperadore  io  Padova, 
IX,  14. 

Oiordano,  figlinolo  di  FederliroII  imperadore,  VI,  1  e  15. 

—  conte,  mena  aiuto  di  Tedeschi  a'  Sanesi,  VI,  76  — 
•configge  i  Fiorentini  a  Montaperti,  ivi,  78  —  capitano 

—  di  guerra  e  vicario  generale  io  Firenze  per  lo  re  Man- 
fredi, ivi,  79  —  abbandona  il  passo  di  Ceperano,  VII, 
5  —  suo  consiglio  a  Manfredi  dopo  la  presa  di  San 
Germano,  ivi,  7  — capitano  d'un^  schiera  alla  battaglia 
di  Benevento,   ivi  —   è  preso    da'  Franceschi,    Ivi,    9. 

Giorgia,  provincia  d'Asia,  I,  8. 

Oiorgio,  re  di,  va  coi  Tartari  sopra  i  Saracini,   Vili,  85. 
OioUo,  maestro,  mnore  a  Firenze,  XI,  12. 
Oiovanna,  figlia  di  Carlo   duca  di  Ca'abiia,   ha  massima 
parte  neli' asaasslnio  di  Andreasso   suo  marito,  XII,  51 

—  sposa  Luigi  di  Taranto  suo  cugino,  ivi,  99  —  fug- 
ge, ivi,  111  —  come  arrivò  In  Pfovenzn,  ivi,  115  — 
menata  al  castello  Arnaldo,  ivi  ^~  liberata  ed  accolta 
da)  papa  io  Avignone,  Jvl. 


OhwtìmatMO,  Glortnol  di,  consigliere  di  Filippo  da  Son- 

gioeto,  X,  49. 
Oiovantii  I,  papa,  è  fatto  morire  da  Teodorico,  II,  5. 

—  Vili,  corona  imperadore  Carlo  il  Calvo,  II,  19. 

—  X,  papa,  con  Alberigo  marchese  suo  firatello,  ha  bat- 
taglia contr'  a'  Saracini,  III,  4. 

—  XII,  papa,  fatto  da  Alberto  figlio  di  Berengario,  III, 
5  —  sua  mala  vita,  ivi  —  è  deposto,  ivi  ^  mnore  in 
adulterio,  IV,  1. 

—  XIV,  è  cacciato  da  Piero  prefetto  di  Roma,  rimesso  da 
Ottono  II,  IV,  1. 

—  XVI,  papa,  fiitto  da  Crescenzio,  cacciato  e  martoriato 
da  Ottone  III,  IV,  2. 

—  XXI,  papa,  VII,  50. 

~  XXU,  papa,  IX,  81  ~  gli  h  data  la  signoria  di  Ge- 
nova, Ivi,  94  —  scomunica  i  Viacontl,  interdice  Mila- 
no e  Piacenza,  e  fa  vicario  della  Chleaa  in  Lombardia 
Filippo  di  Vaiola,  Ivi,  109  —  fa  predicare  croce  contro 
i  Montefeltro,  ivi,  141  — sc<^*mnnica  1  Visconti,  e  fa  ve- 
nire centra  loro  il  duca  d'Austria,  ivi,  144  —  fa  de- 
creto centra  i  frati  minori  sopra  la  povertà.  Ivi,  151  — 
fa  battere  moneta  come  il  tioiino  d'oro,  ivi,  171  — 
scomu>iira  Lodovico  di  Baviera  eletto  imperadore,  ivi, 
227  —  fa  ancora  precesso  contro  di  lui,  Ivi,  242  — 
scomunica  11  veicnvo  d'ArfzZ'^,  ivi,  246  —  scomunica 
nuovamente  Lodovico,  ivi,  264  —  scomunica  chi  fa- 
cesse contratTare  il  fiorino  d'oro.  Ivi,  278  —  scomuni- 
ca Cas*ruceio,  ivi,  811  —  fa  nuovo  vescovo  d' A- 
rezzo,  X,  12  —  dà  ultima  sentenza  contro  al  Bavero, 
ivi,  86  —  fa  dieci  cardinali,  ivi,  62  —  s.^ntenziiito  e 
deposto  dal  Bavaro,  ivi,  68  —  scomunica  lui  e  i  suoi 
seguaci,  ivi,  78  —  dà  nuova  aentenza  centra  di  lui,  ivi, 
114  —  come  per  paura  non  lasciò  passare  in  Proven- 
za il  conte  d'Analdo,  ivi,  156  —  sua  dissimulazione, 
ivi,  174  e  179 — ricomunica  i  Milanesi  e' Marchigiani, 
ivi,  184  —  sua  promessa  solenne  a' Bolognesi,  ivi,  200 

—  continua  a  diislmolare,  ivi,  212  —  muove  grande 
quistione  che  le  anime  beate  non  possano  vedere  Iddio 
perf  ttamente  infino  al  di  del  giu'iizìo,  ivi,  229  —  muore, 
XI,   19  —  di  sua  vita  e  costumi,  ivi,  20. 

—  I,  nipote  di  Filippo  il  Bello,  e  re  di  Francia  per  venti 
dì,  X,  60. 

—  re  di  Boemia,  passa  In  Italia,  ed  ha  Brescia  e  Ber- 
gamo, X,  169  —  e  Luoca,  ivi,  172  —  la  sua  gente 
cava'cA  su  quel  di  Firenze,  Ivi,  178  —  come  a  lui  fa 
data  la  signoria  di  Parma,  Modena  e  Reggio,   ivi,  174 

—  fa  parlamento  segreto  col  legato  di  Lotnbardia,  ivi, 
179  — si  parte  di  iH)mbardia  e  va  oltremonti,  ivi,  182 

—  come  gli  fu  mossa  guerra  in  Boem'a,  Ivi,  196  —  va 
ad  Avignone  a  popa  Giovanni,  ivi,  212  —•  toma  in  Lom- 
bardia, e  perde  Pavia,  ivi,  214  — viene  In  Bologna  al 
legato.  Ivi,  217  —  per  certi  suol  andamenti  il  legato 
indegmi  con  lui,  ivi,  220  —  Impegna  Lucca  a'  Roasl 
di  Panna,  e  parta  inonorato  d' ItMlia,  ivi,  228  —  simu- 
latamente dona  Lacca  al  re  di  Francia,  XI,  15  —  aiuta 
Filippo  di  Valois  contro  il  re  d' Inghilterra  e  sua  lega, 
ivi,  86  —  va  a  Parigi,  XII,  64  —  mnore  nella  batta- 
glia di  Greci,  ivi,  67. 

—  re  di  Gerusalemme,  accorda  papa  Gregorio  e  Federi- 
go li  imperadore  pel  passaggio  d'  oltremare,  VI,  15  — 
discordati  con  l' imperadore  e  tiene  dalla  Chiesa,  ivi  — 
a  petizione  di  papa  Gregorio  rubella  il  regno  di  Puglia 
a  Federigo,  ivi,  18. 

—  figlio  d'Arrigo  II,  e  re  d'Inghilterra,  V,  4. 

—  cherico  Viprimi  nse,  risponde  pel  re  d'  Ungheria  al- 
l'ambasciata  de'  Fiorentini,  XII,  110. 

—  giudice  di  Gallura,  con  seguito  di  guelfi  è  eaoeiato  di 
Pis«,  e  prende  MontetnpoH,  VII,  45. 

—  Gualbertl,  santo,  padre  dell*  ordine  di  Vallombroaa, 
IV,  17. 

—  da  Vespignano,  santo  uomo,  X,  178. 

—  nobiii  Fiorentini,  III,  1  e  IV,  10. 

Oiov^i  re  di  Greti,  caccia  Saturno  suo  padre  del  regno,  I,  6. 

Oiramomté.  V.  Frt§cobuìdL 

Girone,  assediata  da'  Franceschi  con  Filippo  III  loro  re, 
VII,  102  —  presa,  ivi,  108  ^  rìpigliau  dal  re  d'A- 
ragona, i«i. 


MB 


VmCB  DELLA  MONACA 


OM/o,  rt  di  Pofl^  £i  Ul  Ugge  longobardat  mtdii  Ro- 
ma «1  papa,  n,  9. 

GiabU«o  del  1800,  piibbliceto  per  U  primA  volta  da  Bo* 
nifaalo  Vili,  VIH,  36  ~  poi  da  Clemente  VI,  XU,  11. 

ihM^€^  Alberto  del,  priore  di  Flrense,  IX,  8S. 

Giugni,  popolani  di  parte  nera  in  Firense,  combattono  eoi 
Cerchi  bianchi,  VOI,  71. 

OiuHmi,  conte  o  marchese  di,  entra  nella  lega  contro  Fi> 
lippe  di  Valois,  XI,  55  —  osteggia  il  reame  di  Fran- 
eia,  ivi  85  e  Ut  —  muore  combattendo  i  Frisoni  m- 
belli,  XII,  54  —  altro,  capitano  de'  Fiamminghi  al  soc- 
emrm  del  re  d'Inghilterra,  ivi,  88  —  fatto  guidatore 
di  Fiandra  e  del  giovane  oonte,  ivi,  87  —  combatte 
aU' assedio  di  Calese,  ivi,  96. 

OimUeri,  eonte  Onglielmo  di,  muore  nella  battaglia  di  For- 
nes,  VIII,  90. 

Oiulw,  figlinolo  di  Giulio  Ascanio  e  stipite  de'  Ginlii,  I,  25. 

Giulio  nuovo,  moneta  fiorentina,  IX,  88. 

OimodUf  famiglia  antica  di  Firenie,  IV,  11  — >  è  di  parte 
ghibellina,  V,  39  e  VI,  38. 

GtMSfmtowo  I,  imperadore  di  Costantinopoli,  II,  6. 

Oiuttino  I,  imperadore  di  Costantinopoli,  n,  5. 

—  n,  imperadore  di  CoetantioopoH,  II,  6. 
Oivaiadm^  aoldano  di  Turchia,  VI,  8S. 

Oobcltt  il,  tedesco,  capitano  all'assedio  di  Montecatini, X, 
157  —  ed  a  quello  di  Lucca,  ivi,  167   e  171. 

Oodam^  indovino  longobardo,  II,  7. 

Godendae,  che  cosa  fosse,  VOI,  56. 

OodoUrto  I,  figliuolo  di  Lottieri  H,  regna  in  Francia  do- 
po di  lui,  I,  19. 

Oog§indÌHÌy  popolani  di  Bologna,  cacciano  e  confinano  de' 
eittodini,  XI,  7. 

—  Brandaligi  de',  sommuove  i  Bolognesi  contro  il  legato, 
XI,  6  —  cacciato,  ivi,  70. 

Golfollina,  che  cosa  fosse,  I,  43. 

Qùmer,  figlio  di  Giafet  e  padre  di  Tlrras,  I,  6. 

Gonikloni  di  Firenae,  come  furono  primamente  dati  al  po- 
polo, VI,  89  — >  quali  fossero  quelli  del  secondo  popo- 
lo, Vn,  13. 

Gonfalonieri  di  glustiaia,  come  da  prima  creati  in  Firen- 
ae,  Vm,  1  ~  riformati,  ivi,  69. 

Goitso^o,  slirnori  di  Mantova,  hanno  Reggio  da  Mastino 
della  Scala,  XI,  30  —  mandano  aiuto  alla  lega  centra 
Mastino,  ivi,  64  —  aiutano  Asso  da  Correggio  ad  aver 
Parma,  ivi,  187  —  mandano  soccorso  a'  Pisani  sopra 
Locca,  ivi,  181  —  hanno  guerra  co'  marchesi  da  Fer- 
rara, XII,  85. 

—  Filippino  da,  fa  seguito  al  re  d'Ungheria  fino  a  Na- 
poli, Xil,  107. 

Luigi  da,  tradisce  ed  uccide  Passerino  signore  di  Manto- 
va, e  si  fia  signore  della  terra,  X,  100  —  entra  nella 
lega  lombarda,  ivi,  904  —  cavalca  sopra  Reggio,  XI,  5. 

fiMsMi,  conte  di,  soccorre  Padova  pel  duca  d'Austria,  IX, 
191  ~  muore,  ivi,  900. 

Goti,  come  passarono  in  Italia,  e  assediando  Firenie  fu- 
rono morti  e  rotti,  I,  61  —  come  occuparono  Italia  e 
fhronne  signori,  U,  4  —  come  ne  ftirono  cacciati  la 
prima  volta,  e  come  ricoverarono  la  signoria  per  Teo- 
dorico, ivi,  5  —  come  furono  ai  tutto  eaceiati  d'Italia 
per  Belisario  patricio,  ivi,  6. 

GottPfiredi  di  Buglione,  capitano  di  crociata,  poi  re  di  Ge- 
rmsalemme,  IV,  4. 

—  firatello  del  duca  di  Brabante,  combatte  per  suo  fra- 
tello, vm,  88  »  ospitano  di  schiera  franoesea  alla  bat- 
taglia di  Coltrai,  ivi,  56 

—  duca  di  Spoleto,  caccia  i  Normandl  dalla  campagna  di 
Roma,  IV,  91. 

OoUinieri^  fatti  signori  di  Asti,  XI,  104. 

Gosia,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

Oroconto,  siri  di,  assoldato  dai  Fiorentini,  IX,  976. 

Gragnuola  straordinaria  in  Flienae,  XI,  114. 

OrandlL  V.  TolonuL 

Grén$éha,  abate  di,  preso,  X,  918. 

GravaUngua,  città  di  Fiandra,  conquistata  da'rubelU,  Vili, 

66. 
Grmrifua,  marchesato  di,  toma  alla  signoria  di  Genova, 

IX,  108. 


Greci,  partenti  da  Troia,  hifoUce  fortuna  eh'  ebbero,  I»  15. 

Greei^  famiglia  di  FIrenie,  IV,  18. 

Grecia,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

Gregorio  HI,  papa,  ha  guerra  con  Eliprando,  II,  10. 

—  IV,  papa,  manda  per  soccorso  contro  i  Saraciiii,  in  Foras- 
ela a  Lodovico  imperadore,  e  In  Lombarda  al  mar- 
chese di  Monferrato,  II,  17. 

—  V,  papa,  corona  Ottone  III,  IV,  9  —  è  eaedato  da 
Cresoensio,  e  rimesso  da  Ottone,  ivL 

^  VI,  papa,  ha  guerra  e  battaglia  con  Arrigo  II  impe- 
radore, IV,  15. 

—  VII,  papa,  sue  contese  con  Arrigo  ni  imperadore,  IV, 
99  —  assediato  in  caste!  Sanf  Angelo,  Roberto  Gniacar- 
do  lo  libera,  ivi. 

—  IX,  papa,  succede  ad  Onorio  m,  VI,  14  —  eoomn- 
nica  Federigo  n,  ivi  ^  si  accordano  insieme,  ordinano 
il  passaggio  d'oltremare,  ivi,  15  —  lo  scumunlea  £ 
nuovo,  ivi,  16  —  fa  rubellare  allo  imperio  certe  tetre 
di  Paglia,  e  n'à  assediato  in  Roma  dallo  imperadore, 
ivi,  18  —  ordina  concilio  generale  in  Roma,  ivi,  19  — 
muore,  ivi,  90. 

—  X,  di  Piaeenta,  k  eletto  pi^  a  Viterbo,  VU,  89  — 
viene  eolla  corte  in  Firenae,  e  v*  ordina  pace  tra'  guelfi 
e  ghibellini,  poi  scomunica  la  cittik,  ivi,  49  —  tieae 
concilio  a  Lione,  riunisce  i  Greci  alla  Chiesa  di  Roma, 
e  s' adopera  pel  passaggio  d' oltremare,  ivi,  43  —  sco- 
munica Ridolfo  d' Habsborgo,  Ivi  ^  muore,  ivi,  50. 

Grassa,  castello  del  vescovo  d'Areaso,  diciatto  da'  fio- 
rentini, VI,  67  —  perduto  da'  ghibellini  usciti  di  Fi- 
renae, vn,  19. 

Grifoni,  Binde  de',  da  Fegghine,  ribelle  di  Firenae,  preso 
e  d' ordine  del  re  Carlo  d' Angiò  dicollato,  VII,  85. 

Grimaldi,  fiuniglia  di  Genova,  capo  di  parte  guelCa,  Vm, 
14  —  cacciati,  ivi  —  rimessi,  ivi,  47  —  cacciati  ancora 
vi  rientrano,  ivi,  114  —  rimangono  alla  rignoria  eoi 
Doris,  IX,  58  —  soprastanno  co'  Fiescadori,  ivi,  87. 

•^  Carlo,  ammiraglio  di  Genova,  al  servigio  del  re  di 
Francia,  XII,  64  •—  muore  nella  battaglia  di  Cred,  ivi,  t»  i. 

—  Guasparre,  capitano  di  Genova,  IX,  87. 

—  Natta,  rubello  di  Genova,  conduce  i  Pisani  contro  la 
sua  piUria,  VII,  84. 

—  inferi,  de',  di  Genova,  ammiraglio  del  re  di  Prenda, 
sconfigge  Guida  conte  di  Fiandra,  Vm,  77. 

GrimiàUo  di  Morava,  re  de'  Longobardi,  I,  56. 

Qrimoaldo,  re  in  Benevento,  II,  9. 

Qrossetto,  manda  aiuto  a'  Fiorentini  centra  Castruocio,  IX, 
809  —  assediato  dal  Bavero  e  sua  amistà,  X,  108  —  tà 
rubella  a'  Sanasi,  e  poi  si  rida  a  patti,  XI,  34. 

GrosHUOt  signore  dL  V.  BaUmt. 

Grossetto,  vescovado  di,  dato  all'arcivescovado  di  Pisa, 
IV,  84. 

Grotto,  Ugo  del,  di  Pisa,  podestà  in  Firenae,  V,  5. 

Gn^/o,  vesoovo  di,  ambasdadore  del  re  Roberto  a'  Fioren- 
tini,  XI,  187. 

Gualandi,  famiglia  ghibellina  di  Pisa,  VH,  191. 

^  Eeoedetto  Maocaioni  de',  rubello  di  Pisa,  morto  com- 
battendo i  Pisani  per  Luchino  Visconti,  XII,  19. 

Gualdrada,  contessa,  moglie  del  oonte  Guido,  il  Vecchio, 
IV,  1  e  V,  87. 

Guai/e,  signore  di,  viene  al  soccorso  de' Padovani,  DC,  ISl* 

Guai/erano,  conte,  barone  di  Corredino,  fhgge  con  lui  daUa 
rotta  di  Tagliacoaso,  VII,  97  •*  è  preso  e  fatto  morire 
da  Cario  d' Angiò,  ivi,  99. 

Gua^fr$doUo,  da  Milano,  primo  podestà  di  Firenae,  V,  89. 

Gual/rtducei,  ghiheUini  <U  Pistoia,  X,  196  e  181. 

G^aoZ^oiio,  primo  vescovo  di  Siena,  I,  56. 

GuaìUrctH,  famiglia  antica  di  Firenae,  IV,  18  —  è  di 
parte  guelfi^  V,  89. 

GualUm,  di  Catalagirone,  parte  che  ha  nella  congiura  di 
Giovanni  da  Prodta,  VII,  57  —  suo  parere  nel  parla- 
mento che  II  re  d'Aragona  tenne  in  Palermo,  Ivi,  70. 

Guanto,  dttà.  V.  Gante. 

Guardia  (la),  dttà  di  Puglia,  si  rubella  a  que'  reali  per  lo 
re  d' Ungheria,  XH,  89. 

Guardingo,  dto  di  Firenae,  ohe  cosa  da,  I,  88. 

Guarmeri,  duca  tedesco,  capitano  pd  re  d'Ungheria  al- 
l' Aquila,  traditore ,   d  fa  ei^iteno  d' una  gran  coi^a- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


56d 


gnla  di  folcUti  stati  il  Mrvfglo  del  re  d' Ungheria  e  di 
Luigi  di  Taranto,  XII,  113. 

Qnaacogna,  ducato  di  Francia,  cagione  di  grande  guerra 
tra  Filippo  il  Bello  e  Odoardo  I,  Vili,  4  —  Odoardo 
ne  fa  omaggio  a  Filippo,  iyi,  67  —  vi  riarde  la  guerra 
fra  Odoardo  II  e  Carlo  il  Giovane,  IX,  S63  —  poi  fra 
flUppo  di  Vaiola  e  Odoardo  III,  XI,  55. 

'Oua$eognay  Arnaldo  di,  cardinale,  corona  Arrigo  VII  a  Ro- 
ma, IX,  48. 

—  siniscalco  di,  combatte  pel  re  di  Francia,  Xn,  47. 
Guasconi,  fanno  danno  al  re  di  Francia,  Vili,  4. 
Ouattaj  da  Radioofano,  capitano  de'  Fiorentini  alla  guar- 
dia della  città,  IX,  8S0. 

Guastalla,  fondata  dalla  contessa  Matilde,  IV,  21. 
Ouatanit   famiglia  guelfa  di  Pisa,   cacciata,   VII,  121.  V. 
anche  OrtimL 

—  Francesco,  cardinale,  capo  di  parte.  Vili,  80. 
ijfuamtalotHf  potente  casa  nera  e  guelfa  di  Prato,  Vni,  69 
'    —  rispondono  alla  congiurazione  de'  Bardi  in  Firenze, 

XI,  118  —  rimangono  signori  di  Prato,  ivi,  122. 

^Mcc»  de'  Tolomei,  Deo,  capo  di  sommossa  in  Siena,  cac- 
ciato, IX,  96. 

Oueeio.,,  di,  signore  di  Cortona,  sua  mala  fine,  X,  198. 

Guelfi.  V.  Lega. 

—  d' Agobbio,  come  ne  furono  caooiatì  dai  ghibellini,  poi 
ricoverarono  la  terra  e  ne  cacciarono  i  ghibellini,  Vm, 
44  —  hanno  parte  nella  sconfitta  di  Montecatini,  IX, 
71  —  ed  in  quella  d'Altopascio ,  ivi,  802  —  mandano 

—  aiuto  a'  Fiorentini  contro  i  Pisani,  XI,  132. 

—  d'Amelia,  cacciati  da'  Colonnesi,  Vili,  112. 

—  d'Areszo,  usciti,  fanno  lega  co'  guelfi  di  Toscana  con- 
tro agU  Aretini,  Vn,  115  —  rimessivi,  Vm,  99  —ri- 
cacciatine co' verdi,  Vm,  107  —  tiranneggiano,  XII,  80. 

«—  di  Bologna,  hanno  parte  nell'assedio  di  Genova,  IX,  95. 
•—  di  Brescia,    eacoiatì,  IX,   82  —  cacciano  i  ghibellini, 

X,  204. 
•—  di  Carmignano,  aiutano  i  Fiorentini  eontra  Castruceio, 

IX,  802. 

—  di  città  di  Castello,  hanno  parte  nella  sconfitta  di  Mon- 
tecatini, IX,  72. 

—  di  Comete,  caocdano  i  ghibellini,  X,  170. 

—  di  firenze,  origine  di  questo  nome,  V,  88  —  quali 
fossero  in  Firenze,  ivi,  39  —  servono  Federigo  II  nel- 
r  assedio  di  Brescia,  VI,  20  —  e  in  quello  di  Faenza, 
ivi,  21  —  son  cacciati  dai  ghibellini  per  la  forza  di  Fe- 
derigo, ivi,  83  —  gli  usciti  s'arrendono  in  Capraia  al- 
l'imperadore,  ivi,  35  —  sono  rimessi  in  città  dal  po- 
polo e  comune,  ivi,  42  —  si  partono  dopo  la  sconfitta 
di  Motttaperti  e  vansene  a  Lucca,  ivi,  79  —  dove  quivi 
facessero  stanza,  ivi,  81  —  sono  rimessi  dal  popolo  in 
Firenze,  VII,  15  —  danno  la  terra  al  re  Carlo,  ivi  — 
ordinano  gli  ordini  di  parte,  ivi,  16  —  prendono  il  ca- 
stello di  Santellero  con  molti  ribelli  ghibellini,  ivi,  19 
—  fanno  pace  co'  ghibellini  e  tosto  tornano  in  discor- 
dia, ivi,  42  —  si  riconciliano  per  opera  del  cardinale 
Latino,  ivi,  66  —  signoreggiano  la  terra,  ivi,  89  — 
mandano  a  papa  Bonifazio  Vili,  per  tema  delle  partì 
nera  e  bianca.  Vili,  89  —  raunati  co'  neri,  huno  con- 
giura di  chiamare  p«r  papa  Bonifazio  i  Franceschi  a  ri- 
metterli in  istato,  ivi,  42  -^  maggioreggiano  co'  neri 
nella  terra,  ivi,  69  —  si  dividono  per  sette,  IX,  8  — 
quelli  sbanditi  son  tratti  di  bando,  ivi,  16  —  altri  num- 
dano  per  signoria  firancesca,  altri  per  tedesca,  ivi,  76. 

—  di  Genova,  cacciati.  Vili,  14  —  rimessi,  ivi,  47  — 
altri  usciti  vi  rientrano  a  forza,  ivi,  114  —  assediati, 
mandano  per  aiuto  al  re  Roberto,  IX,  98  —  si  difen- 
dono lungamente,  ivi,  95  —  cacciati  dai  ghilMllini,  XI, 
24  —  rubano  in  mare,  ivi. 

—  di  Lombardia,  loro  lega  contro  l' imperadore  Arrigo, 
IX,  9  —  con  l'oste  della  Chiesa  assediano  Milano, ivi, 
210. 

—  di  Lucca,  n'escono,  IX,  60  —  aiutano  1  fiorentini 
centra  Castruceio,  ivi,  802. 

^  di  Pisa,  cacciati,  VU,  47  —  rimessi,  ivi,  51  ~  si  di- 
vidono  per  cagione  di  signoria,  e  sono  ricacciati,  Ivi, 
121  —  prendono  co'  Lucchesi  il  castello  d'Asciano,  l-" 
vi,  122. 


Guelfi  di  Pistoia,  aiutano  i  Fiorentini  oontra  Castruocio,  ivi 
302  •»  rubellangli  Ravignano  e  Mammiano,  X,  6  — 
corrono  Pistoia  e  ne  son  cacciati,  ivi,  126  —  ricacciati, 
ivi,  187. 

—  di  Prato,  cacciati  oo'  neri,  e  rimessivi  età.  Fiorentini, 
Vin,  106. 

—  di  Romagna,  sconfitti  da*  ghibellini,  Vni,  93  —  hanno 
parte  nella  sconfitta  óì  Montecatini,  IX,  72  —  nell'as- 
sedio di  Genova,  ivi,  95  —  fknno  lega  oo'  Fiorentini 
contro  Blastino,  XI,  45  —  mandano  loro  aiuto  eontra 
i  Pisani,  ivi,  132  e  139. 

—  di  Siena,  mandano  aiuto  a'  Fiorentini  centra  i  Hsanl, 

XI,  182. 

—  di  Spoleto,  cacciati  e  rimessi,  IX,  6  —  cacciati  anco- 
ra, ivi,  104  —  cacciano  i  ghibellini,  XI,  48  —  cacciati, 

XII,  122. 

—  di  Todi,  rimessivi,  DC,  6  —  cacciati  dal  Bavaro,  X,  98. 

—  di  Toscana,  dopo  la  sconfitta  di  Montaperti  si  rifugia- 
no a  Lucca,  VI,  81  —  sono  assediati  a  Pucecchio  da' 
ghibellini,  ivi,  82  —  mandano  ambasoiadori  in  Alema- 
gna  per  sommuovere  Corradlno   contro   Manfredi ,    ivi, 

84  —  prendono  Signa,  ma  poco  la  tengono,  ivi  —  son 
cacciati  di  Lucca  da'  Lucchesi  e  vanno  a  Bologna,  ivi, 

85  —  cacciati  i  ghibellini  di  Modena  e  poi  di  Reggio, 
ivi,  86  —  hanno  l'arme  da  papa  Clemente,  VII,  2  — 
seguono  la  gente  francesca  del  re  Carlo  d'Angiò,  VII, 
4  —  loro  gloria  alla  presa  di  San  Germano,  ivi,  6  — 
e  alla  battaglia  di  Benevento,  ivi,  9  —  prendono  e  dis- 
fknno  Poggio  a  Santa  Cedila,  ivi,  110  —  ricusano  ob- 
bedienza al  vicario  dell'  imperio,  ivi,  112  —  fanno  co' 
Blorentini  grande  oste  sopra  Arezzo,  ivi,  120  —  lo- 
ro abbassamento,  ivi,  121  —  co'  Fiorentini  sconfig- 
gono i  ghibellini  a  Certomondo  in  Casentino,  ivi,  131 
fanno  oste  oo'  Fiorentini  sopra  Pistoia,  VIII,  82  —  loro 
lega  contro  l' imperadore  Arrigo  di  Lussemburgo,  IX, 
7  —  fanno  parlamento  e  fermano  taglia,  ivi,  17  — 
sconfitti  a  Montecatini  da  Uguccione  della  Faggiuola, 
ivi,  71  —  fanno  pace  co'  Pisani  e  Lucchesi,  ivi,  79  — 
hanno  parte  nell'assedio  di  Genova,  ivi,  95  —  fanno 
lega  co'  Fiorentini  contro  Mastino,  XI,  45. 

—  di  lega,  moneta  nuova  di  Firenze,  XII,  97. 

—  nuovi,  moneta  nuova  d'argento  in  Hrenze,  XII,  58. 
9ve^0f  duca  di  Svevia,    come  gli  fidlisce  matrimonio  con 

la  contessa  Matilde,  IV,  21. 

Guelfo,  castello  in  Alemagna,  V,  38. 

Out^fued,  Branca,  tiranno  di  città  di  Castello,  IX,  226  — 

Querraf  conte  Guido,  caccia  la  parte  ghibellina  d'Arezzo, 
VI,  61  —  sconsiglia  il  popolo  e  comune  di  Firenze  dal 
fare  oste  a  Siena,  ivi,  77  —  capitano  dogli  usciti  guelfi 
di  Toscana,  VII,  4  —  è  alla  presa  di  San  Germano,  ivi, 
6  —  ed  alla  battaglia  di  Benevento,  ivi,  9. 

Ouglielmo  I,  figlio  di  Roberto  il  Bastardo,  regna  in  Inghil* 
terra,  V,  4. 

->  I,  figlio  di  Buggeri  II,  re  di  Puglia  e  di  Sicilia,  IV,  20. 

—  Ili,  figlio  di  Tancredi,  succede  a  lui  nel  regno  di  Pu- 
glia e  Sicilia,  IV,  20  —  è  preso  da  Arrigo  imperadore 
e  fatto  morire,  ivi,  20  e  V,  16. 

—  conte  d'Olanda,  a  petizione  di  Innocenzo  IV,  papa,  4 
eletto  imperadore,  VI,  25  —  ha  guerra  con  Corrado  fi- 
glio di  Federigo  II,  e  muore,  ivi. 

—  figlio  di  Roberto,  duca  di  Normandia,  IV,  18. 

—  figliuole  di  don  Federigo  di  Sicilia,  vicario  dell'isola 
per  suo  nipote,  racquieta  Messina  rubellata,  XII,  14. 

—  figliuolo  del  conte  Guido  di  Fiandra,  difende  Doagìo, 
vm,  19  ~  prigione  del  re  Filippo  di  Francia,  ivi,  32 
e  37  —  Uberato,  Ivi,  79. 

—  duca  d'Atene,  balio  di  Luigi  il  Giovane  e  governatore 
di  Sicilia,  tratta  col  re  d'Ungheria,  XU,  69. 

—  conte  di  Giulieri,  fratello  del  morto  a  Pomes,  è  chia- 
mato signore  da  qne'  di  Bragia  e  fa  molte  conquiste  so- 
pra i  Franceschi,  Vili,  56  —  dà  loro  grande  sconfitta 
a  Coltrai,  ivi,  56  — -  muore  nella  sconfitta  di  Monsim- 
pevera,  ivi,  78. 

—  lo  Stendardo,  barone  del  conte  di  Monforte,  VII,  4  — 
portansegna  del  re  Cario  alla  battaglia  di  Benevento,  ivi, 
9  —  è  da  lui  lasciato  in  Toscana  contro  a  Corredino, 
ivi,  23  —  capitano  di  una  schiera  alla  battaglia  di  T«>** 

86 -B. 


5tO 


moiCB  DELLA  CRONACA 


gfiaoono,  VH,  S6  —  n  re  Carlo  lo  mancia  al  racqalsto 

di  Sicilia,  ivi,  30. 
ChtgUAmt  Longaspada,  o  Spadalanga,  dù  foase,  IV»  19  e 

V,  4. 
Onidàloai,  £uniglia  gaelfa  di  Flrense,  V,  89  e  VI,  83  — 

cacciati,  ivi,  79. 

—  di  Balia,  nobili  gndfi  di  Firenae,  cacciati,  VI,  79. 
Guidandola,  si  dà  a  patti  a'  Fiamminghi  mbelli,  VOI,  56. 
OuidireUo  d' Alessandro  da  Orbivieto,  capitano  portansegne, 

muore  nella  battaglia  di  Certomondo  in  Casentino,  VII, 
181. 
Guidi,  conti,  loro  incominciamento,  IV,  1  e  11  ^  s'ini- 
micano co*  Fiorentini,  ivi,  87  —  ne  sono  aiutati  con- 
tro a'  Pistoiesi,  V,  81  —  ancora  della  loro  schiatta  e 
progenie  e  come  fossero  partiti  i  guelfi  e  ghibellini,  ivi, 
87  —  tengono  parte  gMbellina,  VI,  83  —  sono  cac- 
ciati, ivi,  66  —  parteggiano  per  Y  imperadore  Arrigo  VII, 
IX,  47  —  quelli  di  parte  guelfa  mandano  aiuto  a*  Fio- 
rentini sotto  Pistoia,  X,  85  —  parte  di  loro  rispondono 
alla  congiurasione  de'  Bardi  in  Firenze,  XI,  118  — 
condannati,  ivi,  119  —  aiutano  i  Pisani  sopra  Lucca, 
131  —  quelli  di  parte  guelfa  aiutano  i  Fiorentini  con- 
tro i  Pisani,  ivi,  139  —  fatti  popolani,  XH,  23  —  V. 
anche  Bottt/oZls,  Charra^  Alb^f  Doadala^  PoràanOf 
Spadahmga, 

—  Bendino  de'  eonti,  da  Rimiid,  vescovo  d'Arezzo,  fatto 
conte  di  Romagna  dal  papa,  VII,  149. 

•»  Marcovaldo  de' conti,  capitano  di  guerra  de' Senesi,  XI, 

34  —  ha  parte  in  cougiurazione  di  Firenze,  ivi,  118. 
Guido,  conte.  V.  Nudilo. 

—  conte  di  Fiandra,  si  rubella  al  re  di  Francia,  vm,  19  — 
gli  si  arrende  con  due  suoi  figliuoli  e  n'è  inganuato  e 
messo  in  prigione,  ivi,  32  e  87  —  suo  lignaggio  ivi, 
57  —  è  lasciato  sotto  sicurtà,  toma  in  prigione  e  vi 
muore,  ivi,  79. 

—  di  Namurro,  figlio  del  conte  Guido  di  Fiandra,  s'ac- 
cozza con  Guglielmo  di  Giulieri  contro  a'  Franceschi, 
vm,  56  —  danno  loro  grande  battaglia  e  sconfitta  a 
Coltrai,  ivi  —  gli  ai  arrendono  tette  le  terre  di  Fian- 
dra, ivi,  58  —  toglie  al  conte  d' Analdo  la  contea  d*  O- 
landa  e  d' Isilanda,  ivi,  76  —  à  sconfitto  e  preso  in 
mare  dall'  ammiraglio  del  re  di  Frauda,  ivi,  77  "li- 
berato, ivi,  79  —  muore  all'assedio  di  Bresda,  IX,  20. 

—  fratello  dd  delfino  di  Vienna,  al  seguito  di  Arrigo  di 
Lussemburgo  In  Pisa,  IX,  87. 

—  marchese  di  Monferrato,  caccia  i  Saradni  d'Italia,  1, 17. 

—  Besangne,  padre  dd  eonte  Guido  il  Vecchio,  V,  87. 

—  Vecchio,  conte,  stipite  de'oontì  Guidi,  V,  37. 
GuinOdi,  nobUi  fiorentini,  m,  1  e  IV,  10. 

GuinieéUi,  Sismondi  Lemme,  ambasdadore   de'  Pisani  al 

vescovo  d'Arezzo,  X,  83  —  preso,  ivi. 
GuiiUnffò,  firatello  di  Gottifi-edi  di  Buglione,  crociato,  IV, 

24. 
Goissante,  dttà  rubata  ed  arsa  da  Odoardo  m,  xn,  68. 


Hiriairé,  bdio  di  Federigo  m,  re  di  Francia,  governa  il 
reame,  I,  19  —  è  sconfitto  in  battaglia  e  morto  da  Pi- 
pino, ivi. 

IToceata,  Cane,  imperadore  de*  Tartari,  sconfigge  i  Tur- 
ohi,  i?i,  32. 

I. 

Iacopo,  frate,  de'  predicatori,  ambasdadore  dd  papa  a 
Pietro  m  re  d'Aragona,  VH,  60. 

ladra,  d  rubdla  a'  Viniaiani,  XII,  48  ~  assediata  da  lo- 
ro, ivi,  59  —  s'arrende,  ivi,  81. 

lanne,  dttà  di  Boadglione,  assediata  e  presa  da  SHippo  m 
re  dì  Francia,  VII,  102. 

Iddbmio  m,  fi^  di  Federigo  in,  regna  in  Frmnda  dopo 
suo  fratello  Clovis  m,  l,  19. 

Idolatria.  Sua  origine  nella  torre  di  Babde,  I,  2. 

/est,  FUippaooU)  da,  aiata  i  Ftorentini  contro  Aresio,  VII, 
120. 

^-  signore  di.  V.  Tomo. 


Itci,  Contidno  da,  di  Blaremma,  eon  dqnanti  soldati  di 
Pisa,  è  sconfitto  da'  guelfi  di  Firenze,  VII,  128. 

HioH,  figlio  di  Troie,  edifica  la  fortezza  per  lo  suo  reame 
chiamato  Bion,  in  Troia,  I,  12. 

lUana,  figliuola  di  Priamo,  I,  13. 

Illa,  conte  della,  preso  in  battaglia,  XH,  47  —  suo  figlio 
guida  una  schiera  all'assedio  dd  Cdese,  ivi,  96. 

Imola,  presa  da  Haghinardo  da  Susinana,  Vili,  16  —  m 
tiene  per  li  bianchi  e  ghibellini,  ivi,  85  —  manda  aiuto 
a'  Fiorentini  centra  Castrucdo,  IX,  802  —  è  eona  e 
rubato  da  Ricciardo  de'  Manfredi,  X,  89. 

Imperadore  di  Costontinopoli.  V.  Baidotnno,  Nteeforo,  E- 
manudlo,  Leone,  Zenone,  Giuitino,  Giuiiiniano,  Androni' 
eo,  Coitantino,  Miehde, 

Imperadrioe  di  Costontinopoli.  V.  Maria,  CaUrina, 

Imperio  di  Roma.  Come  fosse  tolto  a'  Gred  e  d  rinno- 
vasse in  Carlo  Magno,  e  a  obbedienza  di  questo  fosse 
lo  imperadore  di  Costantinopoli,  II,  15  —  come  fallis- 
se a'  Franceschi  e  ritornasse  agi'  Italiani,  ivi,  20  —  co- 
me fdlisse  andie  a  questi,  e  passasse  a'  Tedeschi,  in, 
5  —  come  fosse  fatto  dettivo,  confermandod  poi  per 
la  Chiesa,  IV,  3  —  come  imperando  Arrigo  IH  inco- 
minciasse lo  scisma  tra  le  due  potestà,  ivi,  16  —  come 
eontinuasse  sotto  Arrigo  IV,  ivi,  27  -*  si  rinnova  per 
Federigo  Barbarossa,  V,  8  ^  e  più  sotto  Ottone  di 
Sassonia,  ivi,  35  —  diviene  grandisdmo  tra  Gregorio  IX 
e  Federigo  U,  VI,  14  —  come  l'imperio  divenisse  pre- 
potente in  Itdia,  ivi,  19  — dicade  la  sua  autorità  dopo 
la  morto  di  Federigo,  ivi,  41  ~  è  quasi  nulla  in  To- 
scana sotto  Rodolfo,  Vn,  78  e  112 — riceve  nuovo  ab- 
battimento per  la  sconfitto  di  Certomondo  in  Casentino, 
ivi,  131  —  toma  a  maggioreggiare  in  Italia  per  Arrigo 
di  Lussemburgo,  IX,  7  —  è  alleato  con  la  Chiesa,  ivi, 
144  —  la  tradisce,  ivi,  145  —  tento  accordo  per  d- 
gnoreggiare  in  Itdia,  ivi,  816  —  come  per  parto  ghi- 
bellina fosse  chiamato  in  Itdia  Lodovico  il  Bavero,  • 
l'imperio  vi  ripigliasse  potenza,  X,  18  —  toma  a  di- 
cadere per  la  partenza  di  lui,  ivi,  147. 

Importuni,  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  18  —  e  di  parta 
guelfa,  V,  89. 

Incendio  a  Firenze,  IV,  80;  V,  8;  VI,  9;  VH,  118,189; 
Vni,  8  e  71  —  a  Roma  ne'  pdagi  papali,  Vm,  97 
—  aFirenze,  IX,  156,  811;  X,  28,  57,  185,209,219; 
XI,  11,  36,  58,  67,  74,  81,  114  —  in  Portovenere,  ivi» 
121  —  in  Firenze,  ivi,  126  —  in  Melina,  ivi,  141  — 
a  Pietrasanta,  XII,  12  —  a  Fhrenze,  ivi,  24,  82,  36, 
56,  91. 

India,  povinda  d'Asia,  I,  8. 

If\fangatij  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  13  —  è  di  parto 
ghibellina,  V,  89  —  sono  cacdati,  VI,  65. 

—  Mangia  degli,  è  ncdso  dd  popolo  di  Firenze,  VI,  65. 

—  Ubddino,  condannato  dd  comune  di  Firenze,  XII,  79. 
Iirfragnipani,  gentili  nomini  di  Roma,  com*  ebbero  da  re 

Cario  terra  e  signoreggio  dia  Filosa,  VII,  29. 

Inghilterra,  isola  d'Europa,  I,  5  —  Guglielmo  Bastardo  la 
conquista,  ivi,  24.  V.  anche  Brettagna. 

IngkHUrra,  re  d'.  V.  Odoardo,  Guglieimo,  Ricciardo. 

Inglesi,  a£aitti  dagli  Scotti  e  dd  Fiamminghi  ad  un  tem- 
po, IX,  161  —  sconfitti  dagU  Scotti,  ivi,  180  —  bat- 
tati in  mare  dd  Viniaiani,  ivi,  224  —  vincono  i  Fran- 
ced  a  Cred,  XH,  67  —  e  gli  Scotti  a  Dorem,  ivi,  76. 

lunoeenao  II,  papa,  ha  scisma  con  Anadeto,  e  ripara  in 
Frauda,  IV,  84  —  e  rimesso  in  sedia  da  Lotario  im- 
peradore, ivL 

—  m,  papa,  scomunica  Arrigo  di  Svevla,  V,  18  e  23  — 
fa  fare  Ottone  di  Sassonia  imperadore,  ivi,  28  —  lo  co- 
rona, ivi,  85  —  entra  in  guerra  con  lui,  ivi  —  £a  e- 
leggere  U  giovane  Federico  di  Svevia  re  de*  Romani, 
ivi,  86. 

—  IVf  come  di  cardinale  amico  divenne  papa  nimico  di 
Federigo  II  imperadore,  VI,  23  —  va  a  Lione  sovra 
Rodano,  ordina  concilio  generde,  e  d  vi  sentenda  Fe- 
derigo, ivi,  24  —  toma  colla  corte  a  Roma,  ivi,  48  — 
d  metto  con  osto  nd  regno  di  Puglia,  e  racquieto  molto 
terra,  ivi,  45  —  muore  a  Napoli,  ivL 

—  V,  papa,  vn,  50. 

—  antipapa,  V,  1. 


w 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


571 


Inqalsitort  de'  ptterìni  in  Firtnit,  moort  grande  dissen* 
alone  cittadina,  XII,  5$. 

Insegna,  come  i  Romani  e  gP  imperadori  Y  ebbero,  e  come 
da  loro  l'ebbe  la  città  di  Firense,  e  Perugia  e  Pisa  e 
Viterbo  e  Orvieto,  I,  40  —  qnal  fosse  de'  guelfi,  VI, 
SS  —  quali  usasse  per  guerra  il  comune  di  Firenze  e 
popolo  in  oste,  ivi,  S9  —  quali  fossero  del  secondo  po- 
polo di  Firenze,  VII,  18  —  come  i  Fiorentini  presero 
la  insegna  reale  dell'  arme  del  re  Carlo,  ivi,  124. 

Insubrìa,  qual  provincia  fosse  d'Italia,  II,  7. 

InUrminelli,  casa  di  Lucca  di  parte  bianca,  cacciati  da' 
neri  e  guelfi.  Vili,  46  ~  rimessi,  IX,  58  —  tradiscono 
la  patria,  ivi,  60  —  hanno  dissensione  co'  Poggingbi, 
X,  126. 

—  Arrigo,  figlio  di  Castrucdo  degli,  X,  58  —  lasciato 
dal  padre  duca  di  Lucca,  ivi,  86  —  corre  Lucca  e  Pi- 
sa, e  rompe  il  popolo  di  Pisa,  ivi  —  egli  e'  suoi  fra- 
telli sono  diposti  di  signoria  dal  Bavaro,  e  condannati 
dal  comune  di  Pisa,  ivi,  107  e  125  —  corrono  Pistoia 
coi  figliuoli  di  Filippo  Tedici,  ivi,  126  —  sono  a  setta 
coi  Visconti,  X,  129  —  confinati  dal  Bavaro,  ivi  —  co- 
me vollero  torre  Lucca  a  Gherardino  Spinoli,  ivi,  150  — 
poi  al  re  Giovanni,  ivi,  228  —  fatto  prigione  dai  Fio- 
rentini, XI,  1S4  »  muore,  XII,  29. 

—  Castmccio  degl',  com'ebbe  la  signoria  di  Lucca,  IX, 
78  —  va  sopra  il  marchese  Spinetta,  ivi,  86  —  ha  le- 
ga co'  ghibellini  usciti  di  Genova,  ivi,  95  —  rompe  pa- 
ce a'  Fiorentini,  e  conquista  più  castella,  ivi,  106  —  va 
ad  oste  nella  riviera  di  Genova,  ivi.  111  —  è  fatto  tor- 
nare dai  Fiorentini,  ivi,  115  —  va  ad  oste  sopra  il  mar- 
chese Spinetta  e'  Fiorentini,  ivi,  127  —  fa  un  grande 
castello  in  Lucca,  ivi,  154  —  racquista  certe  castella 
di  Garfagnana  ohe  gli  erano  fatte  rubellare  per  li  Fio- 
rentini, ivi,  198  —  fa  oste  alle  castella  di  Valdamo 
in  ponente,  ivi,  209  —  va  ad  oste  a  Prato,  poi  si  ri- 
tira, ivi,  214  —  guasta  le  castella  di  Valdarno  di  sotto, 
ivi,  220  —  vuol  pigliar  Pisa  per  tradimento,  ivi,  230 

—  prende  Fucecchio,  e  incontanente  n'  è  cacciato  in 
{sconfitta,  ivi,  238  —  la  sua  gente  riceve  danno  da' 
Fiorentini,  ivi,  251  —  fa  oste  sopra  Pistoia,  e  n'ha 
triegua,  ivi,  269  —  prende  la  Sambuca,  ivi,  285  — 
manda  assassini  pel  conte  Nleri,  ivi,  289  —  ordina  tra- 
dimento in  Firenze,  Pistoia  e  Prato,  ivi,  291  —  come 
ebbe  Pistoia,  ivi,  294  —  incomincia  guerra  centra  i 
Fiorentini,  ivi,  301  —  li  sconfigge  ad  Altopascio,  ivi, 
802  —  è  scomunicato  da  papa  Giovanni  XXII,  ivi,  SII 

—  viene  con  sua  oste  ardendo  •  guastando  il  contado 
di  Hrense  presso  alla  città,  ivi,  317  —  vi  ritoma  con 
Azio  Visconti,  ivi,  319  —  viene  ad  oste  a  Prato,  ivi, 
882  —  toma  in  Lucca  con  grande  trionfo,  ivi,  323  — 
fa  trattare  falsa  pace  co'  parenti  Fiorentini  de'  suoi  pri- 
gioni, ivi,  328  —  assedia  e  prende  Montenuvolo  ed  al- 
tre castella,  ivi,  329  —  le  sue  masnade  di  Signa  cor- 
rono fino  alla  dttà  di  Firenze,  ivi,  332  —  scopre  una 
tonsura,  ivi,  387  —  arde  Sancasciano  e  va  infino  a 
Peretola;  poi  arde  e  abbandona  Signa,  ivi,  839  —  ca- 
valca in  Creti  e  fino  ad  Empoli,  ivi,  845  —  cavalca 
su  quel  di  Prato,  e  fa  fare  una  fortezza  ad  Agliana,  ivi, 
848  —  ia  mozzare  il  capo  a  Piero  di  Narsi,  ivi,  350  — 
come  si  riparasse  dalla  prima  impresa  del  duca  di  Ca- 
labria centra  di  lui,  X,  6  —  gli  fallisce  di  avere  Vi- 
copisano,  ivi,  13  —  manda  ambasciadori  al  parlamento 
di  Trento,  ivi,  18  —  punisce  una  congiura  in  Lucca, 
ivi,  25  —  manda  ambasciadori  al  parlamento  di  Liord, 
ivi,  82  —  prende  quelli  de'  Pisani,  ivi,  84  —  assedia 
Pisa  col  Bavaro,  ivi  —  fatto  duca  di  Lucca  e  altre  terre, 
ivi,  37  —  sua  risposta  agli  ambasciadori  de'  Romani, 
ivi,  54  —  k  (atto  dal  Bavaro  cavaliere,  poi  conte  del 
palazzo  di  Laterano,  e  lo  tiene  alla  cresima  nella  sua 
incoronazione,  ivi,  55  —  è  fatto  senatore  e  suo  luogo- 
tenente, ivi  —  saputa  la  presa  di  Pistoia  per  li  Fio- 
rentini, si  parte  di  Roma  dal  Bavaro  e  toma  a  Pisa, 
ivi,  59  —  accomoda  i  Vinizianl  co'  Genovesi,  ivi,  64  — 
diposto  dal  papa  Giovanni,  ivi,  78  — >  fa  rubellare  Mon- 
temassi  a'  Sanasi,  ivi,  80  —  corre  la  città  di  Pisa,  e 
fassene  signore,  ivi,  82  —  pone  1'  assedio  a  Pistoia,  ivi, 
84  —  la  ha  per  patti,  ivi,  85  —  muore,  ivi,  86. 


IniermméUi  Franoesoo.  V.  Ooiiraeani, 

—  Vallerano  degl',  figlinolo  di  Castracoio,  X,  58. 

Joatofi,  re  di  Giuda,  I,  25. 

/open,  Gualterano  conte  di,  figlinolo  del  conte  di  Brenna, 
IV,  20. 

Ioaafatj  re  di  Giuda,  I,  25. 

ijpra,  siri  d',  assoldato  dai  Fiorentini,  IX,  276. 

Ipro,  dttà  in  Fiandra,  si  rende  a  Guido  di  Fiandra,  VIII, 
56  —  si  mbella,  IX,  310  —  presa  dal  re  di  Francia, 
X,  88. 

Irlanda,  isola  d'Europa,  I,  5. 

ItabeUa,  regina  d'Inghilterra,  fia  oste  sopra  Odoardo  suo 
marito,  e  lo  prende,  X,  7. 

Ischia,  isola,  gitta  meraviglioso  fuoco.  Vili,  54. 

Isilanda,  provinda  d'Europa,  I,  5. 

Istria,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

Italia,  paese  d'Europa,  I,  5  —  come  per  un  italiano  di 
Chiusi  vi  passassero  di  prima,  indotti  Intra  le  altre  ca- 
gioni dalla  ghiottoraia  del  buon  vino,  i  Galli  ed  i  Ger- 
mani, ivi,  44  —  come  i  Goti  vi  passarono,  ivi,  61  — 
come  la  occuparono  e  furonne  signori,  II,  4  —  come 
ne  fhrono  cacciati  la  prima  volta,  e  come  ricoverarono 
la  signoria  per  Teodorico;  e  sua  infelice  condizione  a 
questi  tempi,  ivi,  5  —  come  ne  furono  al  tutto  cacciati 
per  Belisario,  Ivi,  6  —  come  i  Longobardi  vi  passaro- 
no da  prima  e  signoreggiaronla,  ivi,  7  —  come  Carlo 
Magno  ne  addirizzasse  lo  stato  facendola  rimanere  in 
sua  lil>ertà  e  franchigia,  ma  sottoposta  a  signoria  di  luì, 
ivi,  18  —  sua  condizione  sotto  gì' imperadori  f^anceschi, 
ed  italiani.  III,  5  —  come  si  dividesse  tutta  in  parte, 
di  Chiesa  e  d'imperio,  IV,  22  —  rinnovansl  le  divi- 
sioni per  Federigo  Barbarossa,  V,  1  —  pace  generale, 
ivi,  22,  •  sta  senza  imperio  da  12  anni,  Ivi,  32  — 
come  si  dividesse  tra  la  Chiesa  e  Federigo  II  impera- 
dore,  VI,  16  —  come  costui  quasi  tutta  tirannescamente 
la  signoreggiasse,  ivi,  21  —  commossa  per  la  venuta 
del  Bavaro,  X,  18. 

Italiani,  come  lo  imperio  da'  Franceschi  ritornasse  a  loro, 
n,  20  —  come  fallisse  anohe  a  loro,  DI,  5  —  come  il 
re  Filippo  il  Bello  di  Francia  fece  prendere  e  rimedire 
tutti  quelli  eh'  erano  nel  suo  reame,  VII,  47.j 

Italo,  figlio  di  Attalante,  I,  8  —  viene  a  concordia  con 
Bardano  e  rimane  in  Fiesole  e  signoreggia  Italia,  ivi,  9. 

Itri,  castello  presso  Gaeta,  assediato,  XII,  75. 


Lacedonia,  dttà  in  Abmczi,  distrutta  da  Carlo  Magno, 
n,  13. 

Laida  o  Lada  Serena,  prorincia,  ora  Normandia,  II,  19 
e  IV,  18. 

Lamh&rtoMnf  capi  di  parte  ghibellina  in  Bologna,  VII,  44. 

Lamòsrtt,  nobili  fiorentini,  loro  origine,  IV,  1  e  12  —  ten- 
gono parte  ghibellina,  VI,  88  e  89  —  sono  cacciati,  ivi, 
65  —  si  levano  contro  i  trentasd  del  seoondo  popolo 
di  Firenze,  VU,  14. 

—  Gherardo  Ciocia  de',  ordisce  con  Farinata  degli  Uberti 
inganno  al  popolo  e  comune  di  Firenze,  VI,  77. 

—  Mosca  de',  ha  parte  nell'assasdnio  di  Buondelmonte 
de'  Bttonddmonti,  V,  88. 

Lancia  ...  de'  marchesi  di  Lombardia,  madre  di  Man- 
fredi, VI,  46. 

LancioUna,  castello,  si  arrende  al  comune  di  Firenze,  IX, 
272. 

LancatirOf  conte  di,  capo  di  parte,  fatto  decapitare  da  O- 
doardo  II  re  d'Inghilterra,  IX,  138. 

—  conte  di,  fratdlo  dd  dicapitato,  ne  piglia  vendetta  so- 
pra il  re  Odoardo,  X,  8. 

Lanciano,  si  mbella  a' reali  di  Puglia  per  lo  re  d'Unghe- 
ria, XII,  89. 

Landa,  Manfredi  di,  con  gli  usciti  di  Piacenza,  sconfitto 
dalla  gente  della  Chiesa,  IX,  286  —  perde  Castellaqua- 
ro,  ivi,  260. 

—  Obizzo  chiamato  Vergià  della  casa  di,  mbella  Piacen- 
za a  Galeazzo  Visconti  e  vi  è  fatto  vicario  della  Chie- 
sa, IX,  178  —  sconfigge  Marco  Visconti  in  Chiara  d' Ad- 


wa 


IMDICB  DELLA  CRONACA 


^  IX,  191  —  •  alla  GargiiszaoU,  ìyì^  199  —  lasoU 
1»  rigaorU  di  PiAceoza  e  va  ambasciadore  al  papa,  ivi, 
11)3  —  caratano  in  Monsa,  l'arrende  a  Oaleaxso,  iyi, 
270  —  comincia  gaerra  a  Modena,  iyi,  842  —  mandato 
dA*  Bolognesi  in  ainto  de'  Fiorentioi  contra  Castniooio, 
X,  29  —  ha  parte  nell'alato  contra  l'assedio  di  Pi- 
stola pe'  Fiorentini,  ivi,  85. 
Landò  d'Agobbio  detto  Longino,  soa  cmdoltà,  Vm,  82 
—  &tto  bargello,    gon&loniere    e  signore  in  Firense, 

IX,  76. 

Lando^Of  Pietro,  di  Roma,  esecutore  della  giostf  aia  in  Fi- 
renae,  sua  traootansa,  IX,  283  —  fatto  cavalière,  ivi, 
294. 

LandolOf  Boderigo  di,  cavaliere  frate  godente  di  Bologna, 
fatto  primo  podestà  del  secondo  popolo  di  Firenae,  VII,  18. 

Landroif  signore  di,  preso  in  battaglia,  XII,  48. 

Lanfranchij  famiglia  ghibellina  di  Pisa,  VII,  121  —  per- 
seguitata dal  popolo,  IX,  86  —  ha  parte  in  battaglia 
cittadina,  XI,  43. 

—  Benedetto  Maccidoni  de',  mbello  di  Pisa,  tenta  per  Ca- 
stmocio  di  prendere  Vicopisano,  X,  18  —  cavalca  in 
Maremma,  XI,  74. 

—  Betto  Malepa  de',  vaol  tradir  Pisa  ed  è  Scapitato,  IX, 
230. 

—  Corbino  de*,  acdde  Onido  da  Caprona  ed  è  morto  dal 
popolo  di  Pisa,  IX,  158. 

— •  Gherardo  del  Pelalo  de',  capo  di  oospiraiione  in  Piaa, 

X,  168. 

—  Maccaioni  de'.  V.  Maeeaumi, 

Lameri^  Baolino,  contestabfle  francese,  assoldato  dai  Fio- 
rentini, IX,  276. 

LmutonCf  conte  di,  mandato  al  re  Filippo  di  Francia  in 
ainto  del  re  Carlo  d'Angiò,  VII,  62. 

—  Carlo  conte  di,  capitano  d'nna  schiera  franoesca  alla 
battaglia  di  Greci,  vi  muore,  XII,  67. 

lAumtdofUA,  re  di  Troia,  vieta  il  porto  di  Troia  ad  Er- 
cole e  Giasone,  e  perciò  vien  distratta  Troia  ed  egli 
morto,  I,  12. 

Lari,  castello  tolto  da'  Fiorentini  a'  conti  Goidi,  VII,  7. 

Laterino  o  Laterina,  castello  ripreso  dagli  Aretini  a'  Fio- 
rentini, VOI,  73  —  fatto  disfare  dal  vescovo  di  Area- 
zo,  IX,  343  —  riposto  e  afforzato  da'  Fiorentini,  XI, 
53  —  come  volle  esser  loro  tradito  per  on  frate  a'  Tar- 
lati asciti  d'Arezzo,  XII,  101. 

Latùn,  ser  Brunetto,  ambasoiadore  de'  guelfi  di  Firenze 
ad  Alfonso  re  di  Spagna,  VI,  78  —  è  cacciato  di  pa- 
tria co'  suoi,  ivi,  79  —  sua  morte,  Vm,  10. 

Latino^  re  d' Italia,  sua  genealogia,  I,  28  —  noma  Lau- 
renida,  la  città  di  Lavina,  ivi  —  ammenda  la  lingua 
latina,  ivi  ^-  accoglie  Enea  e  gli  promette  Lavina  sua 
figliuola,  ivi  —  dà  metà  del  suo  regno  al  .genero,  ivi 

—  fra,  cardinale  d' Ostia,  legato  di  Niccola  m  in  Bonui- 
gna,  Vn,  54  —  per  mandato  del  papa  fa  pace  tra'  guelfi 
e'  ghibellini  di  Firenze  e  pacifica  la  terra,  ivi,  56. 

Lavagna,  conti  di.  V.  Fieico^  dal. 

Lavenza,  terra  de'  Pisani,  XH,  26. 

Lavina,  figlia  di  Latino,  già  promessa  a  Turno,  è  pro- 
messa ad  Enea,  I,  23  —  guerra  che  ne  consegue,  ivi 
—  Enea  vince  e  la  ottiene,  ivi  —  rimane  grossa  di 
Enea  alla  morte  di  lui  e  fugge  nelle  selve  per  paura  di 
Ascanio,  ivi,  24  —  è  richiamata  con  suo  figlio  e  trat- 
tata benignamente  dal  figliastro,  ivi. 

Lavino,  figliuolo  cH  Fauno,  regna  in  Italia  dopo  di  lui  e 
fbnda  Lavina,  I,  22. 

Lébrme,  sire  di,  signore  di  Bergherago,  Xn,  47. 

LeeeiOf  vescovo  di,  consigliere  del  duca  d'Atene  in  Fi- 
renze, xn,  8. 

Lega  guelfa  di  Toscana,  IX,  17  —  si  rauna  eoi  re  Ro- 
berto a  Roma,  ivi,  89  —  aiuta  i  Fiorentini  assediati 
dall'  imperadore,  ivi,  47  —  fii  pace  con  gli  Aretini,  ivi, 
64  —  sconfitta  a  Montecatini  da  Ugucdone  della  Fag- 
giuola, ivi,  71  —  in  Lombardia  da  Galeaaio  Visconti, 
ivi,  129  -—  con  l'oste  della  Chiesa  assedia  Milano,  ivi, 
211. 

—  de*  guelfi  oacoiati  di  Firense,  VI,  88. 

—  lombarda,  h  sconfitta  in  grandissima  battaglia  a  Cor- 
teouova  da  Federigo  H,  VI,  20  —  altra  (V.  OìMUmi 


di  Lombardia)  —  altra,  contra  al  Bavaso  a  il  re  Qio-' 
vanni  di  Boemia,  X,  204  —  aluta  i  marchesi  da  Fer- 
rara, ivi,  210  —  dà  dolorosa  sconfitta  al  legato,  ivi, 
218  -*  fa  parlamento  a  Larici,  XI,  5  —  parte  di  sua 
oste  è  sconfitta  da'  Parmigiani  e  dalla  gente  del  legato, 
ivi  —  ha  Cremona,  poi  va  sopra  Reggio  e  Modena,  indi 
si  soiarra  tutta  per  tradimento  de'  Tedeschi,  ivi,  8  ^- 
aiuta  Mastino  della  Scala  ad  avere  Colomio,  ivi,  18  — 
come  a  tutti  1  collegati  ne  fossero  osservati  i  patti,  tranne 
a'  Fiorentini,  ivi,  80  —  li  rinnova  contro  Mastino,  ivi, 
45  —  vi  si  aggiungono  i  Viniziani,  ivi,  49  —  è  rìfsr- 
mata,  e  vi  si  allega  l'avogaro  di  Trevigi,  ivi,  62  — 
ordina  oste  sopra  Verona,  ivi,  64  —  vi  cavalcano  e  ne 
partono  con  poco  onore,  ivi  —  acquista  Brescia  e  al- 
tre castella,  ivi,  78  —  la  sua  oste  guastano  il  Verone- 
se, ivi  —  vanno  fino  alle  porte  di  Verona  e  corronvi 
il  palio  ed  hanno  Montecchio,  ivi,  77  —  recano  nuovi 
danni  a  Mastino,  ivi,  82  —  si  scioglie  per  la  pace  Catta 
da'  Veneziani  con  Mastino,  ivi,  90  —  come  gran  parte 
delle  masnade  di  sua  oste  s'acconciano  con  Loderigo 
Visconti,  ivi,  97  —  rifatta,  assedia  Reggio,  XII,  85. 

Legato.  V.  ^eròono,  arcidiacono  dL 

Leghe  del  pop<^o  in  Firenze,  VHI,  1. 

LmUinOf  Roggeri  da,  rubellasi  al  re  Pietro  di  Sicilia,  XI, 
79   ~   come  i  suoi  fossero   ricevuti   dal  re  Robert»,, 
xn,  14. 

Leena,  castello,  preso  da'  Fiorentini,  VII,  120. 

Leone  II,  santo,  papa,  II,  8. 

—  m,  papa,  co'  cardinali  e  concilio  generale,  toglie  Io 
imperio  di  Roma  a'  Greci,  ed  elegge  Carlo  Magno  im- 
peradore, lo  corona  e  consacra,  II,  15. 

—  IV,  papa,  rifa  le  chiese  di  Roma  e  fii  le  mura  della 
città  Leonina  per  lui  detta,  II,  18. 

—  vm,  papa,  eletto  per  Ottone  re  d'Alemagna,  IV,  1  — 
lo  corona  imperadore  e  £a  decreto  che  ninno  papa  sia 
fittto  senza  l'assentimento  dello  imperadore,  ivi  —  è  de- 
posto dai  Romani,  poi  rimesso  da  Ottone,  ivi. 

—  I,  imperadore  di  Costantinopoli,  II,  2. 

—  II,  imperadore  di  Costantinopoli,  II,  2. 

—  in,  imperadore  di  Costantinopoli,  II,  12. 

Leone,  pietoso  in  Firense,  VI,  69  —  altro  ucciso  da  on 
asino,  Vni,  62  —  altri  due  nati  in  Firense,  X,  186  — 
altri  sei  similmente,  XI,  67. 

Leonessa,  la,  castello  in  Abruzzi  preso  ed  arso  dalla  gente 
del  re  d'Ungheria,  XII,  89. 

Leoneeea,  conti  della,  hanno  parte  nell'assassinio  di  An- 
dreasso  duca  di  Calabria,  Xn,  51. 

Leoni,  moneta  di  Francia,  XI,  72. 

Leonina,  dttà,  presa  da'  Saradni,  n,  17  —  murata,  ivi,  18. 

Leopoldoy  duca  d'Austria,  s'allega  colla  Chiesa  e  col  re  di 
Francia  e  fa  gran  guerra  a  Lodovico  di  Baviera,  IZ, 
267  e  298  —  muore  mentre  vuol  farsi  signore  d'Ita- 
lia, ivi,  816. 

Liegi,  data  in  signoria  al  duca  di  Brabante,  XU,  94. 

Liegi,  vescovo  di,  al  seguito  di  Federigo  U  in  Pisa,  IX, 
87  —  preso  in  battaglia  a  Roma  e  morto,  ivi,  43  — 
altro,  ha  guerra  con  quelli  della  sua  città  e  n'è  scon- 
fitto, XII,  42  —  col  duca  di  Brabante  li  sconfigge,  i- 
vi,  94. 

—  Tano  da,  capitano  della  gente  della  Chiesa,  sconfigge 
quelli  da  Fàbbriano,  X,  56. 

—  vescovo  di,  barone  di  Arrigo  Vn,  a  Pisa,  IX,  37  — > 
morto  in  zuffa  a  Roma,  ivi,  48. 

Lilla,  si  rende  al  re  di  Francia,  Vm,  19  —  a  Guido  di 
Fiandra,  ivi,  58  ~  assediata  da  Filippo  il  Bello,  Ivi, 
79  —  lasdaU  a  lui  per  patti,  IX,  128. 

Limosina,  nuova  e  bella  fatta  da  un  cittadino  di  Flrenaa, 

X,  165. 

Lione,  città  presa  da  Otto  I  imperadore,  n,  14. 

Liorci,  castello  in  Bresciana,  ove  il  Bavaro  tien  paxi»- 
mento  coi  caporali  di  parte  d'imperio  di  LombanSi»  • 
di  Toscana,  X,  82  —  si  rende  alla  lega  de' Lombardi, 

XI,  78. 

Lipari,  isola  e  suo  castello,  presi  dalla  gente  del  re  Ro- 
berto, XI,  108. 

Lippaecio,  signore  d' Osimo,  ne  oacda  la  gente  della  Chie- 
sa, IX,  162. 


k 


DI  eiOVAMNI  YILLANL 


573 


2Ji^^  Kerì  dì,  priore  di  FireiUM,  XII,  18. 
X^iMt,  ùuniglia  ghibellina  in  Firenze,  V,  d9  e  VI,  S3. 
Liseo,  cestello  occupato  dai  Visconti,  X,  32. 
Usigoano,  città  in  Gaascogna,  presa  dal  conte  di  Vervich; 

Xn,  77. 
rdTomo,  i  Lacchesi  e*  Genovesi  ne  guastano  il  porto,  VII, 

141. 

X^isia,  data  in  dote  al  conte  Tigrino,  IV,  20. 

Zjoddo  d'Alemagna,.  vicario  di  Rodolfo  re  de'  Bomani  in  To- 
scana, s' acconcia  co'  guelfi  e  tornasi  in  Alemagna,  VII,  78. 

XfOdi,  privilegiata  ad  Arrigo  di  Fiandra,  IX,  195  —  s'ar- 
rende ad  Asso  Visconti,  XI,  81  —  signoreggiata  da  Lu- 
chino Visconti,  XII,  74. 

Liadigiani,  sconfiggono  il  cardinale  legato,  IX,  277. 

JJodovicOf  santo,  arcivescovo  di  Tolosa,  canonisiato,  IX,  28. 

-»  imperadore.  V.  Luigi, 

—  firatello  del  duca  di  Baviera,  detto  Bavaro,  creato  im 
peradore,  IX,  67  —  s'affronta  con  Federico  d'Austria 
altro  eletto,  ivi,  126  —  lo  sconfigge,  ivi,  194  —  man- 
da al  legato  in  Lombardia  per  proteggere  i  ghibellini 
ed  1  Visconti,  ivi,  196  —  scomunicato,  manda  amba- 
sceria al  papa,  ivi,  227  -^  ancora  scomunicato,  ivi,  264 
—  fa  appello,  ivi,  274  —  s'accorda  in  parte  eon  Fe- 
derico, ivi,  298  e  816  —  è  chiamato  in  Italia  dai  ghi- 
bellini e'  tiranni  di  Lombardia  e  di  Toscana,  X,  18  — 
soomunioa  papa  Giovanni,  ivi  —  si  fk  coronare  in  Sfi- 
lano, ivi,  19  --  s' intitola  re  dei  Bomani,  ivi,  20  — 
depone  dalla  signoria  di  Ifilano  i  Visconti  e  metteli  in 
prigione,  ivi,  81  —  la  parlamento  a  Lioroi  e  passa  in 
Toscana,  ivi,  82  ^  si  pone  ad  assediare  Pisa,  ivi,  83 

—  come  la  ebbe,  ivi,  34  —  &  Castinccio  duca  di  Luc- 
ca e  altre  terre,  ivi,  87  —  gli  dà  più  castella  de'  Pi- 
sani, ivi,  46  —  si  parte  di  Pisa  e  va  a  Viterbo,  ivi, 
48  —  si  parte  di  Viterbo  e  va  a  Boma,  ivi,  64  —  si 
fa  coronare  pel  popolo  di  Boma  in  loro  eletto  re  e  im- 
peradore, ivi,  56  —  fa  cominciar  guerra  alla  città  di 
Orbivieto,  ivi,  65  —  fa  tórre  la  signoria  di  Viterbo  e 
il  suo  tesoro  a  Salvestro  de'  Gatti,  ivi,  66  —  leva  im- 
posta in  Boma,  ivi,  67  —  fa  certe  leggi  come  impera- 
dore, ivi,  68  —  dà  sentenza  e  depone  papa  Giovanni, 
Ivi,  69  —  fa  legge  contro  qualunque  papa  si  partisse 
di  Boma,  Ivi,  71  —  elegge  antipapa,  ivi,  72  —  si  fa 
incoronare  e  confermare  imperadore  dal  suo  antipapa, 
ivi,  74  —  adopera  con  sua  oste  in  campagna  per  pas- 
•are  nel  Begno  e  si  torna  a  Boma,  ivi,  77  —  scomu- 
nicato da  papa  Giovanni,  ivi,  78  —  si  parte  da  Boma 
svergognato   col   suo  antipapa  e  va  a  Viterbo,  ivi,  97 

—  va  ad  oste  a  Bolsena  con  trattato  d'  avere  Orbivie- 
to, ivi,  98  —  caccia  i  guelfi  di  Todi  e  perseguiu  la 
Bomagna  e  '1  ducato,  ivi  —  ordina  di  venire  sopra  Fi- 
renae,  ivi,  99  —  assedia  Grossetto,  poi  va  a  Pisa  e  vi 
riordina  sua  signoria,  ivi,  103  —  va  a  Lucca  e  depo- 
ne della  signorìa  i  figliuoli  di  Castruccio  ed  il  Porcaro, 
ivi,  107  —  se  gli  rubellano  certi  della  sua  gente,  ivi, 
108  —  condanna  papa  Giovanni  in  parlamento  e  n'è 
a  vicenda  sentenziato,  ivi,  114  —  va  a  Lucca,  fii  cor- 
rere la  terra  e  la  riforma,  deponendo  d'ogni  signorìa  i 
figliuoli  di  Castruccio,  ivi,  125  —  va  in  Lombardia  e 
fa  oste  sopra  Milano,  ivi,  129  —  ranna  sua  gente  in 
Parma  credendosi  avere  Bologna;  e  poi  si  parte  d'I- 
taUa  e  va  in  Alemagna,  ivi,  147  —  &  lega  a  Colonia 
col  re  d'Inghilterra  e*  signori  di  Fiandra  contra  Filip- 
po di  Valois,  XI,  72  -*  invitato  di  venire  in  Italia  nuo- 
vamente, ivi,  188  —  sua  avversità  con  la  Chiesa,  XII, 
60  e  78  —  muore,  ivi,  106. 

—  figliuolo  di  Carlo  Uberto,  gli  succede  nel  reame  d'Un- 
gheria, XII,  6  —  viene  in  Ischiavonia  contro  a'  Vini- 
siani,  ivi,  48  —  vi  toma  con  grande  esercito  per  pas- 
sare in  Puglia  e  si  parte  dopo  soccorsa  ladra,  ivi,  59 

—  tratta  con  Luigi  il  Giovane  signore  di  Sicilia,  ivi, 
69  — >  passa  in  Italia  per  andare  in  PngUa,  ivi,  107  — 
sua  alteasa  d' animo,  ivi  —  sua  risposta  all'  ambasciata 
da'  Fiorentini,  ivi,  110  — entra  nel  regna,  ed  ha  la  si- 
ICnorla  a  cheto  e  senza  contrasto,  ivi,  111  ~  fa  morire 
il  duca  di  Durezze  e  fa  pigliare  gli  altri  reali  di  Pu- 
glia ed  entra  in  Napoli,  ivi,  112  —  sua  lettera  al  co- 
mune di  Firenze,  di  Perugia  e  di  Siena,  ivi,  114. 


LogUapo,  manda  dato  a*  Fiorentini  contra  Castracelo,  IX, 
302. 

Lombardi,  guerreggiano  in  Fiandra,  vili,  76  —  hanno 
parte  nella  battaglia  di  Montecatini,  IX,  71  —  nell'as- 
sedio di  Genova,  ivi,  95  —  combattono  in  Francia  pel 
re,  xn,  61.  V.  anche  Longobardi. 

Lombardia,  paese  d'Italia,  qual  fosse,  quando  e  da  chi  no- 
mato, n,  7. 

Lombardo^  Marco,  sua  profezia  al  conte  Ugolino,  VII,  121 
e  xn,  74. 

Londra,  si  rivolta  contro  Ugo  il  Dispensiere,  X,  7. 

Longino,  V.  Jjando, 

Longobardi,  come  passassero  di  prima  in  Italia  e  signo- 
reggiaronla,  II,  7  —  loro  legge  fatta  da  Gisulfo,  ivi,  9 

—  si  convertono  in  paesani  e  abitanti  di  tutt4  Italia,  ivi 
~  come  fallisce  la  loro  signoria  in  Italia  e  come  vi  si 
disperdessero,  ivi,  13.  V.  anche  Lombardi. 

LoTMOf  duca  del,  muore  nella  battaglia  di  Cred,  XII,  67. 
Lorenzo  della  Vittoria,   figliuolo  di   Cola  di  Benso,   XII, 

105. 
Loreto^  conte  di,  d'Abruzzi,  fa  omaggio  al  re  d'Ungheria 

xn.  111. 
Loria  (Buggeri  di),  ammiraglio  del  re  Pietro  d'  Aragona, 
Vn,  69  —  è  mandato  a  prendere  il  naviglio  del  re 
Cario  che  adduoeva  vittuaglie,  ivi,  74  —  grande  pre- 
sura che  £a,  ivi,  75  —  coli' armata  de'  Siciliani  scon- 
figge e  prende  Carlo  prence  di  Salerno,  ivi,  93  —  scon- 
figge in  mare  l'armaU  di  Filippo  m  re  di  Francia,  ivi, 
104  — sconfigge  i  baroni  Franceschi  ed  abbassa  la  parte 
di  Carlo  Martello  e  del  conte  d'Artese,  ivi,  117  » 
scende  a  soccorso  del  castello  di  Catarzano  ed  è  scon- 
fitto, ivi,  134  —  sconfigge  i  Siciliani  a  Capo  Orlando, 

vni,  29. 

Lo$f  conte  di,  muore  in  battaglia,  VII,  133. 

~  conte  di,  alleato  di  Odoardo  111  all'assedio  di  Tornai, 
XI,  112. 

L0ttariOi  II  di  Sassonia,  imperadore  dopo  Arrigo  IV,  IV, 
28  —  rimette  in  sedia  papa  Innocenzo  U,  ivi,  84  — 
ha  guerra  per  la  Chiesa  con  Buggeri  re  di  Puglia,  ivi. 

—  n,  imperadore  in  Italia  dopo  Berengario  II,  ni,  4. 
Lotteringia,  conquistata    da  Carlo  Martello,   I,  19  —  di- 
strutta da  Totile,  n,  8. 

LoUieri^  figlio  di  Luigi  I,  imperadore,  prima  è  fatto  luo- 
gotenente in  Italia,  poi  diviene  terzo  imperadore  fran- 
cesco,  n,  18  —  cede  l'imperio  al  figliuolo  e  si  fa  mo- 
naco, ivi. 

—  I,  figliuolo  di  Clovis  I,  regna  in  Francia  dopo  di  lui, 

I,  19. 

—  n,  figliuolo  di  Chilperìco  I,  regna  in  Francia  dopo  di 

lui,  I,  19. 

—  m,  figliuolo  di  'Clovis  n,  regna  in  Francia  dopo  di 
lui,  I,  19. 

—  IV,  figliuolo  di  Dangoberto,  regna  in  Francia  dopo  di 
lui,  I,  19. 

—  figliuolo  di  Luigi  figliuolo  di  Carlo  il  Semplice,  regna 
in  Francia  dopo  suo  padre,  II,  14. 

Lucarden  o  da  Lueardo,  famiglia  nobile  guelfa  di  Firenze, 

V,  39  —  cacciati,  VI,  79  —  fatti  popolaoi,  XII,  23. 
Lucca,  sua  origine,  e  perchè  cosi  nomata,  1, 149  •—  asse- 
diata da  Corredino,  VU,  28  —  presa  da'  Pisani  e  ru- 
bata, IX,  60  —  in  signoria  di  Uguccione  della  Fag- 
giuola, ivi,  70  —  di  suo  figliuolo,  ivi,  78  —  di  Ca- 
struccio degl' Interminelll,  ivi  —  corsa  da*  Tedeschi  e 
riformata  dal  Bavaro  a  sua  signorìa,  X,  107  —  asse- 
diata da'  Fiorentini,  ivi,  166  —  come  ne  fosse  levata 
l'oste,  ivi,  172  —  il  re  Giovanni  ne  lasciala  signorìa 
ai  Bossi  di  Parma,  ivi,  228  —  è  dato  a  Mastino  della 
Scala,  XI,  60  —  quasi  gli  è  tolta,  ivi,  124  —  asse- 
diata da'  Pisani,  ivi,  181  —  i  Fiorentini  ne  prendono 
possessione  per  trattato  con  Mastino,  ivi,  133  —  ne 
continua  l' assedio,  ivi,  135,  s' arrende  a'  Pisani,  ivi, 
140  —  rìmane  a  loro  per  accordo,  Xn,  8. 

Lucca,  Uberto  da,   prìmo  capitano  di  popolo  in  Firenze, 

VI,  89. 

Lucchesi,  han  privilegio  di  batter  moneto  da  Ottone  I  im- 
peradore, rv,  1  —  vanno   ad  oste  sopra  Pisa,  ivi,  81 

—  aiutano  i  Fiorentini  contro  i  Senesi  ed  i  Pisani,  VI, 


574 


INDICE  DELLA  CRONACA 


48  —  lono  sconfitti  da  questi  a  Ifootetopoli,  e  veDdi- 
eati  da'  Fiorentiiii,  VI»  49  —  noTunente  iMiliti  da'  Pi- 
■ani  e  difesi  da'  Fiorentini,  iri,  6S  —  hanno  parte  nella 
sconfitta  di  Montaperti,  iyi,  78  —  cacciano  di  Lucca 
gli  usciti  guelfi  e  s'accordano  col  ricario  di  Manfredi, 
ivi,  85  —  tornano  a  parte  guelfa,  VII,  20  —  sconfig- 
gono i  Pisani,  ivi,  49  —  nuovamente  co*  Fiorentini,  ivi, 
51  —  ardono  e  guastano  la  terra  di  Poscia,  ivi,  77  — 
s'allegano  contro  a'  Pisani,  ivi,  98  —  prendono  loro 
più  castella,  ivi  —  prendono  a'  Pisani  il  castello  d'A- 
sciano, ivi,  12S  —  hanno  parte  nella  vittoria  di  Cer> 
tornendo  in  Casentino,  ivi,  131  —  colla  forza  de'  Fio- 
rentini fimno  oste  sopra  Pisa,  ivi,  1S7  —  co' Genovesi 
e  Fiorentini  vanno  ad  oste  sopra  Pisa,  ivi,  141  —  co' 
Fiorentini  fanno  oste  sopra  Pistoia  ed  hanno  Serravalle, 
Vm,  52  —  ancora,  ivi,  65  —  mettono  pace  tra'  cit- 
tadini in  Firenze,  ivi,  68  ^  co'  Fiorentini  assediano  e 
vincono  Pistois,  ivi,  82  —  vogliono  disfare  Pistoia,  ma 
i  Fiorentini  vi  riparano,  ivi,  111  —  entrano  nella  lega 
guelfa  di  Toscana  contro  Arrigo  VII,  IX,  17  —  guer- 
nlscono  le  frontiere,  ivi,  21  —  si  danno  alla  signoria 
del  re  Boberto,  ivi,  56  —  han  guerra  co'  Pisani  e  son 
costretti  a  rimettere  in  città  i  ghibellini,  ivi,  58  —  fan- 
no pace  col  re  Roberto  e  la  lega  guelfa  di  Toscana,  ivi, 
82  —  taglieggiati  dal  Bavaro,  X,  107  —  danno  la  si- 
gnoria della  terra  a  Marco  Visconti  ed  a'  Tedeschi  del 
Cerruglio,  ivi,  129  —  difendono  Montecatini,  ivi,  158  — 
riànno  per  tradimento  Buggiano,  ivi,  167  — •  si  danno 
alla  signoria  del  re  di  Boemia,  ivi,  172  —  guerreggia- 
no co'  fiorentini,  ivi,  192  —  prendono  Barga,  ivi,  205 
—  taglieggiati  dal  re  Giovanni,  ivi,  220  —  cavalcano 
sopra  Fucecchio  e  Santa  Croce,  XI,  5  —  si  scontrano 
oo'  Fiorentini,  ivi,  27  —  assediano  Pontremoli,  ivi,  56. 

Lucchio,  castello  di  Garfagnana,  si  rende  a  Castmodo,  IX, 
193  —  rubellasi  a'  guelfi,  i  ghibellini  lo  difandono  e 
alla  fine  s'arrende  a'  signori  di  Faenza,  ivi,  347. 

Luccoli,  castello,  disfatto  dagli  usciti  di  Genova,  Vm,  114. 

Lucerà.  V.  Nocera. 

iMceréy  signore  di  Firenze,  tiene  per  Cesare  contro  Pom- 
peo, I,  41. 

Lucignano  d' Arezzo,  si  dà  a'  Peragini,  XI,  69  —  rima- 
ne loro  libero,  ivi,  105. 

ZjudnOt  Giovanni  da,  di  Como,  podestà  in  Firenze,  Vm,  8. 

Lucio  I,  papa,  IV,  85. 

—  m,  papa,  V,  15. 

Luco,  castello  assediato  dal  conte  di  Trevento,  XI,  115. 

Luerenaj  figliuola  di  Bruto  senatore,  è  violata  da  Tarqui- 
nio,  I,  28  —  si  uccide,  ivi. 

Luffoma9trOj  del  Bavaro,  mandato  in  Italia  all'oste  fioren- 
tina sopra  Lucca,  XI,  148.  V.  anche  Alvagna,  contedi. 

iMÌgi  I,  figlio  di  Carlo  Magno,  imperadore  di  Roma  dopo 
lui,  n,  14  e  16  —  è  diposto  da'  suoi  figliuoli,  si  fa 
monaco,  indi  è  rimesso  in  sua  dignità,  ivi,  16  —  cac- 
cia i  Saraeini  d'ItaUa,  ivi,  17. 

—  secondo  figlio  di  Lottìeri  imperadore  e  quarto  impera- 
dore franoesco,  II,  19. 

—  figliuolo  del  re  di  Puglia,  primo  imperadore  italiano, 

m,  4. 

—  figlio  di  Lmgi  I  imperadore,  regna  in  Baviera  e  in  A- 
lemagna,  n,  14  e  16. 

—  n,  U  Balbo,  figlio  di  Carlo  U  Calvo,  re  di  Francia, 
n,  14. 

—  m,  U  SempUoe,  figUo  di  Luigi  il  Balbo,  re  di  Francia 
con  Carlo  Magno  suo  fratello,  II,  14.  ' 

—  rv,  figlio  di  Carlo  U  Semplice  e  scampato  in  Inghil- 
terra da  sua  madre,  II,  14  —  è  fatto  re  di  Francia  a' 
baroni,  ivi  —  è  preso  da  Ugo  il  Grande,  liberato  e  pa- 
cificato con  lui  da  Otto  imperadore,  ivi. 

^  V,  re  di  Francia,  ultimo  del  legnaggio  di  Carlo  Ma- 
gno, n,  14. 

—  VI,  il  Grosso,  figlio  di  Filippo  I,  regna  in  Frauda,  IV,  4. 

—  Vn,  il  Pietoso,  figliuolo  di  Luigi  il  Grosso,  regna  in 
Francia  dopo  di  lui,  IV,  4. 

—  vm,  figlio  di  Filippo  il  Bornio,  reca  sotto  la  sua  si- 
gnorìa parecchie  provinde,  IV,  4  —  regna  in  Frauda  do- 
po suo  padre,  ivi  —  sua  prole,  ivt 

—  IX,  U  Pietoso,  U  Santo  o  U  Buono,   figlio  di  Luigi  di 


Filippo  n  Bornio,  regna  in  fVaada,  IV,  4  —  suo  pai- 
saggio  in  Teira  Santa,  ivi,  35  —  h  preso  dal  soldino 
con  molti  baroni  alla  Monsura  in  Bgitto,  VI,  36  —  co- 
me fece  il  passaggio  a  Tunisi  e  come  morì,  VH,  37  — 
è  canonizzato.  Vili,  11. 
Luigi  X,  figUo  di  Filippo  U  Bello,  re  di  Navarra,  poi  re  di 
Francia,  IV,  4  e  Vm,  92  —  fa  strangolare  sua  mo^ie, 
IX,  66. 

—  figlio  di  San  Luigi  re  di  Francia,  ra  con  ìvA  alla  cro- 
ciata, vn,  87. 

—  conte  di  Fiandra,  ha  trattato  col  duca  di  Brabante  per 
riavere  la  contea,  Xn,  47  —  muore  nella  battaglia  di 
Cred,  ivi,  67. 

—  conte  d'Anversa,  figlio  di  Boberto  conte  di  Fiandra, 
IX,  123  —  ha  guerra  con  suo  fratello  Boberto,  ivi,  1S4 
•—  come  fu  fatto  conte  di  fiandra,  ivi,  184  —  va  ad 
oste  sopra  le  Schiuse,  ivi,  221  —  è  sconfitto  e  preso  a 
Coltrai  da  que'  di  Bruggia,  ivi,  310  -  Uberato,  ivi,  334 

—  va  in  Frauda  per  aiuto,  X,  88  —  ricovera  la  signorìa 
e  fia  vendetta  de'  Fiamminghi,  ivi. 

^-  fratello  di  Boberto,  prence  di  Taranto,  ha  parte  nel- 
l'assassinio di  Andreasso  duca  di  Calabria,  XO,  51  — 
capo  dd  partito  della  regina  Giovanna,  ivi,  52  —  It 
prende  per  moglie,  ed  è  fatto  duca  di  Calabria,  ivi,  99 

—  fa  capo  grosso  a  Capua  con  gli  altri  reali  di  Pu- 
glia, ivi,  104  —  è  abbandonato  da' baroni  e  fugge,  irì, 
111  —  come  arrivò  in  Provenza,  ivi,  115. 

—  il  Giovane  figliuolo  di  don  Pietro  figliuolo  di  don  Fe- 
derigo re  di  Sicilia,  assedia  e  ricupera  Blelasso,  XII,  69. 

—  fratello  di  Carlo  duca  di  Durazzo,  preso  dal  re  d'  Un- 
gheria, xn,  112. 

Lungara,  castdlo,  della  lega  de'  Lombardi,  XI,  77  —as- 
salito da  Mastino,  ivi,  82. 

LunghareUOy  Guglielmo  di,  di  Provenza,  sua  parte  ncOa 
presura  di  Bonifazio  Vili,  papa,  Vm,  63. 

Luni,  sua  antichità,  e  come  rimanesse  poi  diserta  e  mal 
sana,  I,  50. 

Luni^  conte  di,  da  Haona,  capitano  dd  re  Boberto  d  Fio- 
rentini, IX,  31. 

Luni,  vescovado  di,  dato  dal  Bavaro  in  dgnoria  a  Ca- 
strucdo,  X,  37. 

LwU,  vescovo  di.  V.  MaUipim, 

Lunia,  qual  contrada  fosse,  I,  2. 

Lupidio  (San),  castello  preso  da'  que'  di  Ferma,  X,  101. 

L»pidiot  Gherardo  da  San,  caporale  gudfo  delia  BIsrea, 
IX,  60. 

Lupo  salvatico  in  Firenze,  XII,  56. 

LuMiemhurgOf  conte  di,  è  sconfitto  e  morto  in  aspra  bat- 
taglia contro  il  duca  di  Brabante,  Vn,  188. 

—  €Ndlerano  di,  muore  all'assedio  di  Bresda,  IX,  20. 
Lnviemi,  villa  presso  Parigi,  rubata  ed  arsa  dagl'Intesi, 

xn,  64. 

BI. 

Maccakmi  de'  Gualandi.  V.  GualandL 

—  de'  Guatani  Ceo,  capo  di  parte  in  Pisa,  XI,  42. 

—  de' Lanfranchi.  V.  LtmfranchL 
Maeei,  famiglia  fiorentina,  Vm,  71. 

—  Tignoso  dei,  fiorentino,  muore  in  su  la  colla,  Vm,  59. 
Macedonia,  reame  di,  come  fu  distrutto,  Vm,  51. 
MaekiavilH,  popolani  gudfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 
ìiaerinOf  duca  romano,  nell'assedio  di  Fiesole,  I,  35. 
Macrino,  monte,  perchè  cosi  nomato,  I,  86. 

Maffeo  da  Ponte  Caradi,  di  Bresda,  podestà  in  Firenie, 
XI,  118  —  fatto  capitano  di  guardia,  ivi,  123  —  et- 
pitano  generale  ddl'  oste  fiorentina  ed  amistà  centra  t 
Pisani,  ivi,  132  e  134  —  fatto  prigione,  ivi  —  moo- 
re  all'assedio  dì  Seggio,  Xn,  35. 

Magalotti^  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79  -- 
capi  di  popolo  in  Firenze,  Vin,  12  —  di  parte  bianca, 
ivi,  71  —  fanno  sètta  contro  la  signoria  de*  Franeesdii, 
IX,  76  —  congiurati  oontra  il  duca  d'Atene,  Xn,  16. 

—  Filippo,  riformatore  in  Firenze,  XU,  17. 

Maggio^  ...  di,  vescovo  diposto  di  Brescia,  corona  in  Mi- 
lano Lodovico  il  Bavaro,  X,  18. 
Magli,  popolani  guelfi  di  Firenze,  esodati,  VI,  79. 


DI  GIOVANin  YTLlhm. 


575 


Uagliano,  oaitallo  preso  dalla  gente   del  re  Boberto»  IX, 

863. 
Maiolica,  isola  d'Europa,  I,  5. 

Mala,  maniere  del  conte  di  Fiandra,  preio,  Vili,  65. 
Maladetta  (la),  gran  torre  d*Acrì,  presa,  VII,  146. 
MalatatOf  signori  di  Rimini,  tengono  per  la  Chiesa,  VII, 

80  e  IX,  140  —  sconfitti  da  Urbino  dai  ghibellini  deUa 

Marca,  IX,  266  —  come  la  loro  casa  si  divise  e  partì, 

X,  180  —  si  pacificano,  XI,  74. 

—  da  Rimini,  condottiero  de*  Bolognesi,  VII,  48. 

—  Ferrantino,  tradito  da'  suoi  consorti,  IX,  366. 

—  il  Giovane,  figlinolo  di  Pandolfo,  traditore  de' suoi  con- 
sorti, X,  180  —  ribella  Rimino  al  legato,  ivi,  227  — 
fa  parte  della  lega  centra  Mastino,  XI,  63  —  capitano 
di  guerra  de'  Fiorentini,  ivi,  74  e  136  —  ripreso  della 
sna  condotta,  ivi,  140  —  ricondnoe  l'oste  con  gran 
Tergogna,  ivi  —  danneggiato  da  gente  d'  arme  de'  Pi- 
sani, Xn,  9  —  accoglie  il  re  d'Ungheria,  ivi,  112. 

—  Lamberto,  suo  tradimento  in  Rimini,  IX,  866. 
MidateMH,  arciprete  de',  mbello  di  Rimini,  X,  93. 

—  Ferrante  de',  condottiero  della  taglia  di  Toscana  sopra 
Cittadicastello,  IX,  286. 

MaUUeitinOy  prigione  di  Passerino,  IX,  326. 

MalavoUi,  Catalano  de',  cavaliere  firate  godente  in  Bolo- 
gna, fitto  primo  podestà  del  secondo  popolo  di  Firenze, 
Vn,  13. 

Malborghetto,  è  disfatto  da'  Fiorentini,  V,  31. 

MalborghetiOf  signori  da.  V.  Capraia^  conti  da. 

Malduri,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

MaUfamiy  soprannome  de' Donati,  Vm,  39. 

MaUrbaf  tedesco,  capitano  di  Loderigo  Visconti,  sconfitto 
da  Luchino  Visconti,  XI,  97. 

Male$piné,  marchese.  V.  Spinetta. 

MùU^nij  famiglia  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  »  cac- 
ciati, VI,  79  ~  nemici  de'  Foraboschi,  VDI,  1  —  ten- 
gono parte  bianca  co*  Cerchi,  ivi,  39.  V.  anche  Oiacotti 

—  marchesi,  partigiani  dell'  imperadore  Arrigo  VII,  hanno 
per  resa  Serreazano,  IX,  60  «-  sconfiggono  la  gente 
di  Mastino  della  Scala,  XI,  76. 

«-...,  vescovo  di  Lnni,  hm  Pietrasanta  da'  Fiorentini, 

xn,  24. 
Malina,  in  Brabante,  arde,  XI,  141. 
Maliscalco  del  Bavero,  sok  strana  morte,  X,  122. 

—  del  re  Carlo  d'Angiò,  prende  Volognano,  VII,  19  — 
capitano  di  taglia  in  Toscana,  ivi,  20  —  co' Fiorentini 
f«  oste  sopra  Siena,  ivi  —  guarda  Lucca,  ivi,  22  —  è 
•confitto  dallA  gente  di  Corradino,  ivi,  24. 

'-—  di  Fiandra.  V.  Arrigo  di  Fiandra. 

—  di  Francia.  V.  Erieorte, 

—  di  Mastino  della  Scala,  capitano  de*  Lucchefi,  sconfitto 
•otto  al  CerrugUo,  XI,  62. 

—  del  duca  Roberto  di  Puglia,  cavalca  co'  Fiorentini  so- 
pra Arezzo,  VIII,  110. 

MatottreUo,  signore  di,  muore  combattendo  per  Carlo  di 
Brois,  xn,  98. 

Màlpighi  0  Malpigli^  grandi  di  Samminiato,  Vm,  98  — 
hanno  guerra  co'  Mangiadori,  XII,  46  —  levano  a  re- 
more la  terra,  ivi,  82. 

MalfigUt  Andrea  Ghini,  di  Firenze,  fatto  cardinale,  XII,  7. 

Xainmiano,  castello,  mbellato  a  Castruccio,  X,  6. 

Mana$tey  re  di  Giuda,  I,  26. 

Mmteini,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79  — • 
capi  di  popolo  in  firenae,  VUI,  12  —  di  parte  bianca, 
ivi,  71  —  congiurati  contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16. 

MandeUa^  Ottone  da,  di  Milano,  podestà  in  Firenze,  V, 
41  e  VI,  6  —  capitano  del  popolo  di  Piacenza,  VII,  62. 

—  Roberto  da,  di  Milano,  podestà  di  Firenze,  VI,  43. 

—  Rnbaconte  da,  podestà  di  Firenze,  pone  la  prima  pie- 
tra del  ponte  nuovo,  VI,  26. 

Monetti.  V.  Baronceliù 

Manfredi^  signori  da  Faenza,  mandano  aiuto  al  duca  di 
Calabria  in  Firenze,  X,  1. 

-»  figlinolo  naturale  di  Federigo  II  imperadore,  VI,  1  — > 
prence  di  Taranto,  ivi,  14  —  di  Salerno,  ivi,  41  —  fia 
morire  i  figli  di  Arrigo  suo  firatelio,  ivi,  22  ~  soffoca 
suo  padre,  ivi,  41  —  fa  avvelenare  Corrado  suo  fra- 
tello, ivi,  44  —  ordina   che  sia  avvelenato  Corradino  1 


suo  nipote,  e  per  la  creduta  sna  morte  prende  la  si- 
gnoria del  regno  di  Sicilia  e  di  Puglia,  e  fessi  corona- 
re, VI,  46  —  entra  in  guerra  con  Alessandro  IV,  papa, 
ivi,  46  —  di  che  donna  nascesse,  e  delle  sue  qualita- 
di,  ivi  —  dà  piccolo  aiuto  a'  ghibellini  usciti  di  Fi- 
renze, ivi,  74  —  manda  il  conte  Giordano  con  ottocento 
tedeschi  a  soccorso  de' Senesi,  ivi,  76  —  per  la  vitto- 
ria di  Montaperti  cresce  in  istato  e  podere,  ivi,  82  — 
perseguita  papa  Urbano  e  la  Chiesa,  ed  è  predicata  la 
croce  contro  di  lui,  ivi,  87  —  suo  costume,  ivi,  88  — 
si  apparecchia  d' impedire  che  Carlo,  conte  d*Aogiò,  en- 
tri in  Italia,  ivi,  89  —  è  tradito  dal  conte  di  Caserta, 
Vn,  6  —  va  con  suo  sforzo  a  Benevento,  ed  ivi  s'af- 
fronta in  battaglia  col  re  Carlo,  ivi,  7  —  combatte,  ed 
è  sconfitto  e  morto,  ivi,  9  —  trista  fine  de'  suoi  e  del 
suo  corpo,  ivi. 

—  Albergh Ottino  figliuolo  di  Francesco,  si  fa  signore  di 
Faenza,  X,  27  —  viene  ad  accordo  col  legato,  ivi,  96 
e  141  —  dicapitato,  ivi,  148. 

—  fVate  Alberigo,  sna  ferocia,  X,  27. 

^-  Ricciardo  de',  colla  gente  deUa  Chiesa  sconfigge  e  rom- 
pe il  popolo  d' Imola,  X,  39  —  cavalca  sopra  Faenza, 
ivi,  44. 

—  Francesco  de',  signore  di  Faenza,   cacciato  dal  figlio, 

X,  27. 

—  Tibaldello  dei,  tradisce  Faenza  sua  patria,  VII,  80  — > 
è  morto  a  Foriì,  ivi,  81. 

flfanfìredonia,  da  chi  e  come  fondata,  VI,  46. 
Mangiadori^  grandi  di  Samminiato,  Vili,  98  —  hanno  guerra 

co'  Malpigli,  xn,  46  —  levano  a  remore  la  terra,  ivi,  82. 
MangOy  grande  cane  de'  Tartari,   si  fa  cristiano,  e  Dumda 

sua  oste  col  fratello  sopra  i  Saracini  in  Seria,  VI,  69. 
Mangodamor^  capitano  de*  Tartari,  tradisce  i  Cristiani  in 

Scria,  vn,  83.  * 

Mangone,  castello  preso  da'  Fiorentini,  VI,  66  —  rimane 

al  comune  di  Firenze,  IX,  313  —  lo  rendono  a  Benuo- 

cio  Salimbeni  di  Siena,  X,  83  —  comperato  dai  Bardi, 

XI,  74  —  dai  Fiorentini,  ivi,  119. 

Mangone,  conti  da,  s'oppongono  alla  reedificazione  di  Fi- 
renze, n,  21. 
^  conte  Alberto  da,  assassinato,  IX,  313. 

—  Spinello  (da),  bastardo,  micida,  IX,  313. 

Manierif  famiglia  nobile  guelfa  di  Firenze,  V,  39  «-  cac- 
ciati, VI,  79  —  nemici  de'  Gherardini,  VUI,  1  —  ten- 
gono parte  nera,  ivi,  39  —  f&tti  popolani,  xn,  22. 

Manlio,  capitano  de'  congiurati  di  Catellina,  I,  31. 

Mannelli,  &miglia  nobile  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  VI, 
83  ^  parte  di  essa  è  cacciata  come  guelfa,  VI,  79  — 
parte  di  essa  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  Vm,  39  — 
e  gli  altri  psrte  nera,  ivi  —  resistono  al  popolo,  XII, 
21  —  alcuni  di  loro  sono  fatti  popolani,  ivi,  22. 

—  Zanobi  di  Lapo  de',  priore  di  Firenze,  XU,  18  ~  ri- 
nunzia, ivi,  19. 

Mantova,  Bonifazio  di,   capitano  di  schiera  alla  battaglia 

di  Coltrai,  VIU,  66. 
Mantovani,   hanno  guerra  col  marchese   Asso   da  Este, 

vm,  88. 
Mantecca,  Paolo  di  Francesco  del,   confessa  la  congiura 

contro  il  duca  d'Atene,  Xn,  16. 
Maometto,  suo  essere,  vita  e  fine,  e  come  per  lui  comin- 
ciasse la  legge  e  sètta  de'  Saracini,  n,  8. 
Marhaeeiano,  snidano  de'  Turchi,  fa  oste  centra  i  Cristiani, 

xn,  39. 
Marca,  marchese  della,  guidatore   dell'oste  della   Chiesa 

sconfitto,  IX,  298. 
MarcenniUo,  signore  di  Fermo,  ucciso,  XI,  107. 
Marcheeano,  duca  de*  Viniziani,  chi  sposa,  IV,  20. 
Marchi,  Marco,  giudice  priore  di  Firenze,  Xn,  18. 
Marchigiani,  ricomunicati  da  papa  Giovanni  XXU,  X,  184 

— *  uccidono  e  oaociano  i  lor  tiranni,   e  fanno   popolo, 

XI,  107. 
Marco  di  sterlini,  suo  Valore,  XI,  88. 
Mareoglio,  Berardo  di,  maliscalco  di  Filippo  di  Valois,  lo 

tradisce,  IX,  110. 
Mareomene,  figlio  di  Priamo,  e  signore  de'  Franchi,  I,   18 

—  regna  trenf  anni  nella  Magna,  ivi. 
Marcovàldo,  conte.  V.  Ouidù 


574 


INDICE  DELLA  CRONACA 


irr- 


48  —  sono  sconfitti  d«  questi  ft  If ootetopoli,  e  vendi- 1 

eati  da'  Fiorentini,  VI,  49  —  novamente  asealiti  da'  Pi- 1 

sani  e  difesi  da'  Fiorentini,  ivi,  6S  ^  hanno  par^' 

sconfitta  di  Montapert!,    iyi,    78  —  cr 

t^  nsdtl  guelfi  e  s'accordano   r  '' 

ivi|  85  —  tornano  a  par' 

gono  i  Pisani,  tri,  49  - 

61  —  ardono  e  guasta  • 

s'allegano  contro  a'  I 

più  castella,  ivi  —  r 

sciano,  ivi,  128  «» 

tornendo  in  Casent* 

rentini  fknno  oste  ** 

e  Fiorentini  vao- 

Fiorentini  fannr  ' 

Vm,  62  —  a 

tadini  in  Firr 

▼incono  Pia* 

i  Fiorentìn* 

gnel£a  di  ' 

niacono  ] 

del  re  T 

costret^ 

no  pp 

82  . 


Filn 


é»  Lnediesi  a  Montecatini,  X, 


earaliere  ed  ambasdadore  del  re 


'A 


^'<H'^'' 


gnc 

r 


^^-p^ 


a  BoiDa,Xn, 


40. 


'-' ^ ^J^^  ereSco,  IX,  244  -  muore 


f  i^-     A*  floelH  *  Montetopoll,  IX,  220, 
^  ì^'^r: M^'^'i^^  •  Firenie,  VI,  75  -Upo- 
^U^'^'C^^Ì^  "•»•  ~^  ^  Monti^KMrti, 

f^fl  noMi  «>•»•»  Vn,  58  —  scomunica  Pa- 

K*-    |0  pi^  2  fri   59  —  manda  ^fendendo  1'  ar- 

f0^Jl  i  ^^Afi«o«»»»  i^^  ^^  —  «n*»^»  Q5«^^ 

'lijS*'  •  ^RomMgtUi,  ivi.  80  -  privilegia  del  rea- 

Sp»r<^"**    Cerio,  conte  di  Valois,  ivi,  87  —  muore, 


t-i-*"*^ 


Irir  ^^biA^  <>*>  ^°°**  ^*  Squillace,  ammiraglio  del 
00^,^^^,  107  e  128. 

f«  ^^^Z^  Tommaso  da,  conte  di  Squillace,  ammira- 

^  o  ^jS^'siobérto,  IX,  84  —  viene  in  Firenae  al  se- 

g^  ^  deca  di  Calabria,  X,  1  —  ha  parte  nella  pri- 

^^Apress  del  duca  contro  Castruooio,  ivi,  6. 

***  *flirt©flo,  fa  pace  e  accordo  co'  Fiorentini,  X,  136 

***SJiBe  a  loro  per  pace,  XI,  91. 

'^^TifArobesi,  terra  de'  Insani,  Xn,  26. 
^  di  Maremma,  città,  si  dà  a'  Pisani,  X,  188  —  rimane 
^libera,  ivi,  226  —  presa  da'  Ssnesi  per  inganno,  XI,  85. 
^  di  Maremma,  vescovado  di,  dato  all'arcivescovado  di 

Pisa,  IV,  34. 
00t$eiam,  sconfitti  insieme  co'  Pisani,  X,  213. 
Mattino,  V.  SealOf  della. 

jiMdé^  contessa,  sua  origine  e  come  ponesse  sede  e  si- 
gnoria in  Italia,  IV,  21  —  come  le  fallisse  il  matri- 
monio con  Guelfo  duca  di  Svevia,  ivi  —  sue  gesto  a 
prò  della  Chiesa,  ivi  —  muore  e  lasciala  redo  di  tutto 
il  suo  patrimonio,  ivi. 
Mattellica,  neUa  Marca,  assediata  daU'oste  della  Chiesa, 

X,  141. 
MatUo  d'Amelia,  primo  esecutore  degli  ordinamenti  della 

giustixia  in  Firense,  VUI,  87. 
MtmtocM^  nobili  fiorentini  guelfi,  cacciati,  VI,  79. 
Media,  provincia  d'Asia,  I,  8. 

Méàici^  popolani  di  parte  nera  In  Fbrense ,  Vm ,  71  — 
trattano  per  offendere  il  duca  d'Atene  tiranno,  XII,  8 
—  congiurano  contro  di  lui,  ivi,  16  —  hanno  parte 
nella  oacdata  di  lui,  ivi  —  capi  del  popolo  contro  a' 
grandi,  ivi,  21. 

—  Francesco  de',  riformatore  in  Firense,  XII,  17. 

—  Giovanna  di  Bernardino  de',  sindaco  e  capitano  in  Luc- 
ca pe'  Fiorentini,  XI,  183  —  giustiaiato  dal  duca  d'A- 
tene, XII,  2. 


,-*>*•  oootessa  Matilde,  FV,  21. 
T'^Mtftk  presa  per  assedio  dall'  ammiraglio  del 
'    ''^^JL  Xlf  138  —  assediata  e  ripresa  da  Loigi  il 
■'-    C>fxfl,  69. 

,-    ^""^Uo  assediato  dalla  gente  della  Chiesa,  VII,  88. 

if^Uy  isola  :  grande  battaglia  combattutovi  fili  i  Pi- 

'     '*i    /^S2^  ^  Genovesi,  VII,  92  —  n'è  rovesciato  il  fonile 

.--;  J^    ^'  Loochesi,  ivi,  141. 

»^  '       jgtmonaUy  fira,  vicario  del  re  d' Ungheria  in  Anversa,  XII, 

f/t  f^^  /  Mendicanti,  caedati  per  carestia  da'  Perugini,  Sanesì,  Lac- 
^      /     obesi,  Pisfarfesi,  non  da'  Fiorentini,  X,  121. 
^i  Sf» ^  lo-XÈiwAaOy  re  fratello  del  re  Telamone,  I,  13. 
-'  ^l^'^^é  P{«S7 1 '^«"**o*M  o  MmAoù^  figliuolo  di  Titone,  I,  12. 

"^  Mercatello,  castello,  assediato  dagli  Aretini,  X,  220. 

ifertóio,  profeta,  ordina  la  tavola  ritonda  di  eavtlieri  er- 
ranti, Q,  4. 

MtrlOf  signore  di,  viene  in  Firense  al  seguito  del  dactdi 
Calabria,  X,  1. 

Merov€Qf  figliuolo  di  Clodoveo,  regna  in  Franoia  dopo  di 
lui,  e  avansa  il  suo  reame,  I,  19. 

Meeopotamia,  provincia  d^Asia,  I,  8. 

Messina,  assediato  dal  re  Carlo  d'Angiò,  VII,  65  —  libe- 
rata, ivi,  74  —  assediato  dal  conte  di  Squillace,  IX, 
84  —  rubellato  a  quo*  d' Aragona,  la  racquietano,  XII, 
14. 

Messinesi,  mandano  legato  per  trattare  accordo  col  re  Cario 
onde  sono  assediati.  VII,  66  —  come  si  ruppe  il  trat- 
tato (atto  pel  legato  tra  loro  ed  il  re  Cario,  ivi,  67  — 
come  si  difesero  francamente,  ivi,  68  —  accolgono  3 
re  Pietro  d'Aragona,  ivi,  74  —  ardono  i  Franceschi  in 
prigione,  ivi,  96. 

Mostri,  castello  di  Mastino  della  Scala,  oorso  dall'oste  de* 
Fiorentini  e  Vlniaiani,  XI,  64  —  si  rende  alla  lor  lega, 
ivi,  73. 

ifsteUo,  Quinto,  con  sue  milisie  ta  guerra  ai  Fiesolani,  I, 
33  —  è  rispinto,  Ivi,  34  —  giovato  da  Fiorino,  li  scon- 
figge, ivi. 

Mezzano,  castello  tolto  da'  Fiorentini  a*  Saned,  VI,  75. 

Michde  I,  imperadore  di  Castantinopoli,  chiama  Cario  Ma* 
gno  in  Terra  Santa,  II,  13. 

—  Paleologo.  V.  PaUologo, 

Middelborgo,  in  Silanda,  presa  da  Guido  di  Fiandra,  Vm,  76. 

Miglioreìli,  famiglia  ghibellina  di  Firenae,  V,  39  e  V1,3S 
—  sono  cacciati,  ivi,  65. 

Milanesi,  come  fìirono  sconfitti  da  Federigo  H,  VI,  SC- 
Si riconciliano  ool  papa  e  colla  Chiesa  e  vengono  rieo- 
municati,  X,  145  e  184. 

Sfilano,  è  occupato  da'  Longobardi,  II,  7»  —  è  assediata 
da  Corrado  I,  IV,  19  —  si  rubella  a  Federigo  Barba- 
rossa,  V,  1  —  questi  la  assedia,  preiidela  e  distrogge- 
la,  ivi  —  come  fosse  rifatta,  ivi,  2  —  si  rubellasFe- 
derigo  II,  VI,  20  —  pacificato  da  Ai  rigo  di  LasMin- 
bnrgo,  IX,  11  —  muto  governo,  ivi,  144  —  assediata 
per  la  Chiesa  da  Raimondo  di  Cardona,  ivi,  211  — 
soccorsa  e  liberata,  ivi,  212. 

MUanOt  signore  di.  V.  Torre  della,  VioeontL 

MiUi  d'  Alzurro,  contestabile  franoesco,  assoldato  da'  Fio- 
rentioi,  IX,  276  —  U  tradisce,  ivi,  302. 

ifinsròiftt,  nobili  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

jrineròtNO,  conti  di,  han  parto  in  battaglia  cittadina  a  6a^ 
letto  e  ne  vanno  diserti,  XI,  80. 

Ifiiuato,  Santo,  è  fatto  dicollare  da  Dodo  imperadore,  1, 57. 

Minorica,  conquistato  da  Giacino  re  d'Aragc>na,  VII,  76. 

Minorto,  città  in  Guascogna,  presa  dal  eonte  di  Venriefa, 
xn,  77. 

Miracoli,  I,  62;  VI,  7,  80,  64;  VU,  46,  143,  155;  IXf 
234;  X,  178. 

Mirandola^  Franoesco  della,  morto  per  Passerino  BonaoosI, 
X,  100. 

ATtropescs,  malisealoo  di,  barone  del  conte  di  Monforte,  VII, 
4  —  capitano  d'una  schiera  alla  battaglia  di  Baieren* 
to,  VU,  9. 


DI  GIOVANNI  VHIANL 


577 


Mirùmanù  o  MiraMMamo,  NiccoU  da,  notaio,  ha  parte  nel- 
rassasainio  di  Andreasao  duca  di  Calabrìa,  XII,  51  — 
giustiziato,  ivi,  62. 

Modanesi,  aconfiggono  la  gente  della  Chiesa,  X,  155. 

Modena,  battaglia  tra  le  sue  parti  guelfa  e  ghibellina,  VI, 
86  —  si  rubella  al  marchese  da  Este,  Vili,  88  —  si 
rubella  a  Passerino  Bonacosi  e  si  dà  alla  Chiesa,  X, 
23  —  rubellasi  e  poi  s'arrende  al  legato,  ivi,  132  — 
mbellasi  ancora,  ivi,  142  —  si  dà  al  re  di  Boemia, 
ivi,  174  —  lasciaU  da  lui  ai  Pii,  ivi,  828  —  la  ha  Ma- 
stino e  dàlia  ai  marchesi  da  Ferrara,  XI,  31. 

MoUaiy  fra  Giacomo  de*  signori  da,  maestro  de'  tempieri, 
suo  martirio,  VIII,  92. 

Mollò,  camerlingo  di,  preso  in  battaglia,  XII,  83. 

Monaco,  castello,  preso  dagli  usciti  di  Genova,  X,  16. 

Monaldeichif  casa  d' Orbivieto ,  c«po  di  parte  guelfa  con- 
tro  a*  Filippeschi,  IX,  40  —  cacciati,  XI,  75. 

—  Corrado,  si  fa  signore  d' Orbivieto,  3U,  10. 

—  Nepolucoio  de',  signore  di  Orbivieto,  ucciso,  XI,  10. 

—  Ormanno,  podestà  di  Firenze,  VII,  15. 

Moncione,  castello  tolto  da' Fiorentini  a'  conti  Guidi.  Vm, 
8  —  si  rubella,  XI,  53  — ^  restituito,  XII,  24. 

Moneta.  V.  Guelfi,  Marco,  Leoni,  Bargellini,  Fiorino,  An- 
geli, Giulio,  Agostaro,  Padiglioni,  Castruccini. 

—  di  cuoio,  ordinata  da  Federigo  II  in  Faenza,  VI,  21. 
Monferrato,  marchese  di,  signore  di  Piemonte,  tiene  colla 

Chiesa,  VII,  4  —  sconfigge  i  signori  della  Torre  di  Mi- 
lano a  Cortenuova,  ivi,  52  —  è  preso  e  messo  in  pri- 
gione in  Alessandria  di  Lombardia,  ivi,  142  —  ha  pri- 
vilegio di  battere  fiorini  falsi  dallo  imperadore,  IX,  49 

—  fa  lega  co'  ghibellini  usciti  di  (Genova,  ivi,  95  — 
toglie  Tortona  al  re  Roberto,  X,  193  —  gli  fa  rubel- 
lare  Asti,  XI,  104. 

Moi^orUf  Filippo  di,  barone  del  oonte  di  Monforte,  VII,  4 

—  capitano  d'una  schiera  alla  battaglia  di  Benevento, 
ivi,  9  —  re  Carlo  d'Angiò  lo  manda  al  racquieto  di 
Sicilia,  ivi,  30. 

—  Giovanni  IV,  conte  di,  fatto  duca  di  Brettagna,  XI,  143 

—  mandato  da  Odoardo  III  in  Brettagna  a  guerreggiare 
oonfra  U  re  di  Francia,  XII,  47  —  sconfigge  Carlo  di 
Brois,  ivi,  93. 

—  conte  Guido  di,  colla  cavalleria  del  oonte  Carlo  d'An- 
giò, passa  per  Lombardia,  VII,  4  —  quali  fossero  i 
suoi  caporali  baroni,  ivi  —  capitano  d' una  schiera  alla 
battaglia  di  Benevento,  ivi,  9  —  re  Carlo  lo  manda  a 
Firenze  in  soccorso  de'  guelfi,  ivi,  15  —  ha  parte  nella 
battaglia  di  Tagliacoszo,  ivi,  26  —  il  re  lo  manda  al 
racquieto  di  Sicilia,  ivi,  30  —  uccide  in  chiesa  a  Vi- 
terbo Arrigo  figlio  del  re  Riccardo  d'Inghilterra  e  ne  va 
impunito,  ivi,  39  —  prende  Melazzo,  ivi,  66  —  sue 
parole  all'ambasciata  del  re  Pietro   d'Aragona,   ivi,  72 

—  capitano  de'  guelfi  di  Toscana,  ivi,  110  —  preso 
iu  battaglia  da  Ruggeri  di  Loria,  muore  in  prigione, 
ivi,  117. 

—  Simeone,  conte  di,  ohi  fosse,  e  perchè  Odoardo  figlio 
del  re  Riccardo  d'Inghilterra  lo  mettesse  a  morte,  VII, 
39. 

Monselice,  preso  da  Cane  della  Scala,  IX,  89  —  assaltato 

dalla  lega  contra  Bfastino,  XI,  66  —  s'arrende,  ivi,  82. 
Monaimpeveri,  battaglia  combattutavi  tra'  Fiamminghi  e' 

Franceschi,  Vm,  78. 
Montaocianico ,    castello,    preso  e   disfatto  da'  Fiorentini, 

vm,  86. 
Montagliari,  castello,  rubellato  a'  Fiorentini,  disfatto.  Vili, 

53. 
Montagnana,  castello  tolto  dalla  lega  lombarda  a  Mastino, 

XI,  82. 
Montaguto,  castello  in  Val  di  Grieve  ribelle  a'  Fiorentini, 

disfatto.  Vili,  53. 
-.  di  Valdamo,  castello  disfatto  da'  Fiorentini,  VII,  140. 
MontaguiOy  conte  di,  passa  in  Fiandra   coli' armata  del  re 

Odoardo  IU,  XI,  72. 
Montaia,  castello,  preso  ed  abbattuto  da'  Fiorentini,  VI,  48. 
Montaldno,  castello  de'  Fiorentini,   è  aasalito  da'  Sanasi, 

VI,  52  —  questi  lo  cedono  al  tutto  a  quelli,  ivi,  54  — 

serve  di  pretesto   alla  tradigione  del  popolo  e  comune 

di  Firenze  pe'  ghibellini  usciti,  ivi,  76. 


Montale,  castello,  preso  da'  Fiorentini  e  disfatto,  vm,  65 

—  fatto  ardere  e  guastare  da  Castruccio,  X,  6. 
Montalto,  come  1  Fiorentini  1'  ebbero  e  disfecero,  V,  33. 
Montanina  (la),  campana,  qual  fosse.  Vili,  65. 
Montaperti,   luogo  in  su  quel  di   Siena,    battaglia   che  vi 

perdettero  i  fiorentini  e  loro  amistadi  contro  a'  Senesi 
e  ghibeUini   usciti  di    Firenze   aiutati  da'  Tedeschi  di 
Manfredi,  VI,  78. 
MonUj  dal.  V.  Orsini. 

—  Giordano  dal,  caporale  del  popolo  in  Roma,  XII,  105. 
Montebuono,  castello,  afforzato  da'  Fiorentioi,  IX,  324. 
Montecalvi,  castello  preso    da'  ghibellini  di  Toscana,  VII, 

16  —  da'  Fiorentini,  VIU,  75  e  IX,  61  —  s'arrende 
ad  Uguccione  della  Faggiuola,  IX,  68. 

Montecalvoli,  castello  reso  a  Castruccio,  X,  46. 

Montecarelli,  conti  da,  s'  oppongono  alla  reedificazione  di 
Firenze,  II,  21. 

MontecoMcino,  abate  di,  signore  della  terra,  VII,  29. 

Montecascioli,  castello  disfatto  da'  Fiorentini,  IV,  29. 

Montecatini,  castello  preso  da'  Fiorentini,  IX,  61  —  as- 
sediato da  Uguccione  della  Faggiuola,  ivi,  70  —  si  ar- 
rende dopo  grande  battaglia,  ivi,  71  —  fa  pace  e  ac- 
cordo co'  Fiorentini,  X,  136  —  si  ribella  e  i  Fiorentini 
vi  mandano  oste,  ivi,  139  —  ne  stringono  l'assedio, 
ivi,  150  —  è  preso,  ivi,  168  —  lasciato  in  piedi,  ivi, 
159  —  rimane  a'  Fiorentini  per  pace,  XI,JD1. 

Montecchio,  castello  preso  da'  Fiorentini,  VII,  132  —  ri- 
preso dal  conte  Guido  di  Montefeltro,  ivi,  141  — si  ar- 
rende all'oste  della  lega  in  Lombardia,  XI,  77  —  as- 
salito da  Mastino,  ivi,  82. 

MontechiMro,  castello,  tolto  da'  Pisani  a  Mastino  della  Scala, 
XI,  132. 

Montecoloreto,  castello,  afforzato  da  rubelli  di  Firenze,  XI, 
139. 

MonUcueekerif  Guidinello  da,  sua  parte  nella  cospirazione 
di  Bologna  contro  la  Chiesa,  X,  148  —  dicapitato,  ivi. 

Montedicroce,  castello  preso  e  disfatto  da'  Fiorentini,  IV,  87. 

MontedogliOf  conti  da,  diserUti  da'  Tarlati,  XI,  25  —  Ri- 
baldo da,  tradisce  i  Tarlati  suoi  consorti,  ivi. 

Montefalcone,  castello,  preso  da  Castruccio,  IX,  106  —  si 
rende  a'  Fiorentini,  ivi,  302  —  a  Castruccio,   ivi,  306 

—  è  disfatto  da  lui,  ivi,  317  —  fatto  ardere  e  gua- 
stare, X,  6. 

MonUfdlro,  conti  da,  disertati  dai  Tarìatì,  XI,  25. 

—  Bonconte  da,  caporale  d'Arezzo,  sconfigge  i  Sanesi,  VII, 
120  —  muore  nella  battaglia  di  Certomondo  in  Casen- 
tino, ivi,  131. 

—  conte  Federico  da,  sconfigge  gli  Anconitani,  Vin,  113 

—  aiuta  i  ghibellini  di  Spoleto,  e  fa  rubellare  Assisi 
a'  Perugini,  IX,  104  ^  è  morto  a  romore  da  quelli  di 
Urbino,  ivi,  141. 

—  Guido  conte  di,  capitano  de'  ghibellini  di  Romagna  e 
degli  usciti  di  Bologna,  VII,  44  —  sconfigge  i  Bolo- 
gnesi al  ponte  a  San  Brocolo,  ivi,  48  —  tiranneggia 
la  Romagna  e  Bologna,  ivi,  54  —  fa  ribellare  molte 
terre  alla  Chiesa,  ivi,  80  —  tradisce  e  sconfigge  a  Forlì 
Gianni  de  Pa,  ivi,  81  —  si  riduce  nel  castello  di  Mel- 
dola,  ivi,  82  —  toma  ad  ubbidienza  della  Chiesa,  ivi, 
108  ^  è  fatto  capitano  de' Pisani,  ivi,  128  —  ripren- 
de Montefoscoli  e  Montecchio  in  Valdera,  ivi,  141  — 
signore  di  Pisa,  riprende  a'  Fiorentioi  il  castello  del  Pon- 
tadera,  ivi,  148  —  è  mandato  via  dù  Pisani,  Vili,  2 

—  diventa  frate  minore,  ivi,  23. 

—  conte  Guido  da,  ha  parte  nella  sconfitta  data  da'Pisa- 
ni  a' Fiorentini  sotto  Lucca,  XI,  134. 

—  oonte  Nolfo  da,  capitano  di  una  schiera  de' Pisani  al- 
l'assedio di  Lucca,  XI,  134  —  capitano  generale  de- 
lude Malatesta  da  Rimini,  ivi,  139. 

—  Speranza  da,  fbgge  nel  castello  di  San  Marino,  IX, 
141. 

—  conte  Taddeo  d«,  ammazzato,  VII,  81. 
Montefiascone,  fondato  da  papa   Martino  IV  che  vi  fa  se- 
de, VU,  58. 

MonUfiortf  Gentile  da,  cardinale  legato  di  papa  Clemente 
V  in  Ungheria,  IX,  22  —  lascia  il  tesoro  della  Chiesa 
a  Lucca,  ivi  -^  sua  parte  nel  concilio  di  Vienna,  ivi, 
23. 

87-A. 


S78 


INUICE  DELLA  CKUKACA 


I,  cuUllu,  pruo  dal  rcaoTo 


UontdbMppi 

Aratini,  XJ,  69. 
MoDtjfortiDO,  cuUIlo  àiataUo  da' Fiorentini,  VII,  124. 
HoatifiisDDli,  cutel1i>,  preao   d*l    conia  Guido   da  IlonlO' 

bttro,  TU,  141. 
HonlagroMoli,  euteilo,  proto  da' Fiorentini,  V,  IQ,  —  lo 


tìafillo   da'  Fiorealini  i 


UonUlitciu ,   caatellQ   de'  Sanali , 

VI,  6. 

JTMC^bu»  dalla  Garardioga,  da,  nobili  fitU  popolani,  Xlt,  SS. 
Hontelnpo,  eaatello,  come  là  posto  di' Fìoreotini.  V,  31  — 

n'é  ano  il  borgo  dalli  gente  di  Caatrnccio,  IX,  318. 
JAmltMtyito,  Conado  da,  di  PiatoJa,  portanie^a  de'gnelH 

mclti  alla  batUglia  di  Benevento,  VII,  8. 
Monfemardano,  castello  diafano  da' Fiorentini,  VII,   1!4, 
Hontamaed,  caitalloi  mballala  da  Caetmecio  a' Saneai,  lo 

baiuio  per  palli,   X,   SO  e  lOÌ  —  donato   dal  papa  al 

wmta  Fano,  Ìtì,  US. 
UimUmtrto.  Rinierì  di,  alliroo  podetlfc  in  Flrcnie,  VI,  it. 
Uonlamitrlo,  cartello  de'oontì  Gnidi,  è  preeo  da' Piatoleai, 

ritolto  da' Fioranlin!  pe' Gnidi,  e  di   questi  a  loro  Ten- 

dnta,  T,  31  —  anadiato  e  preso  ila  Caitrnecio,  IX,  329 

—  reao  «'Fiorentìnl,  X,  131. 

Mtmtenero,  l'ietro  di,  aenalora  di  Itoma,  corona  il  Divaro,  ' 

X,   G5. 

Monteorlaoi^.  caMcUo  preeo  e  disfatto  da' Fiorentini,  IV,  !5. 
Hontepolciano,  gnen-eggiate  da'  Saneai,  V,  G,  SS  i 

—  manda  loro  aiata  contra   Cutmccio  IX,  SOÌ. 
ìlamta-appiili,  Bùnone  da,    confeasi  la   congiari   contro  il 

daea  d'Atene,  XII,   Ifi. 
Honlercbf,  ciitello  de'Tartali.preloda' marcila^  del  mon- 
ta Santa  Maria,  XI,  60  —  ripreso  da'  Fiorentini,  ivi. 
UomUrdti.  goardiini   dì   Città  di   Castello,   la  tradiscono, 

Xt,  31. 
Uoolereggioni,  castello  de*  Sanasi,  è  assalito  da' f^orenlini, 

VI,  66. 
Jtfaatemo,  Gioraanl  da,  doge  di  Genova,  XII,  37. 
Itomttriiialdi,  da,  nobili  del  contado  di  Firenie,    falli  po- 
polani, XII,  !!. 
MoateMUUOTioo  a  Monte  a  Sansovino.  castello,  preso  da- 
gli metti    gaelfi    d'Areno,  VU,    116  —    da' Fiorentini, 
ivi,   ISS  —  distratto  dal  vescovo  d'Arezio,  IX,  314  — 
riposto  da' IHorantini,  XI,  41  —  rimano  a'Perngini,  ivi, 
105  —  gaasUlo  da' Fiorentini,  ivi,  ISS. 
Montasantagnolo,  terra  in  Puglia,  presa  di  Olio  cardinale 

legato,  VI,  46. 
Ilonts  Santa  Maria,  castello.  V.  Maria  a  Monti  (SanU). 
JfontesaatamariB,   marcbeai   del,   prendono   Uonterehl,  poi 

•ODO  sconfitti  dai  Florsntini,  XI,  60. 
UonteseaglioBO,  dato  in  dote  ai  conte  Tigrino,  IV,  SO. 
MoatlKaglùìto,  conte  di,  e  d'  Andri.  V.  SottUa,  conte. 
Uottaommano,  castello  preeo   da' Florenlini,  IX,  61  —  si 
arrende  ad   UgnccioDo   della  Faggiuola ,  iri,  TI  —  fi 
paca  e  accorda  co' Fiorentini,  X,  J36  — rimane  a  loro 
per  pace,  XI,  90. 
JfoattqMrloIi,  Baldo  ds,  vuole  noridere  Gianni  de  Fa  conte 

di  Romagna,  e  n'  à  ncciao,  VII.  SS. 
MoDtetopoli,  oastello  prtso  dal  giudice  di  Gallura.  Vii,  45 
—  preso   da' Pioren tini,   IX,  61   —  rimana  a  loro   per 
pace,  XI,  00  —  ai  rubella,  XII,  IT  e  Si- 
Montevarchi,  castello   de'  Fiorentini,  li  rende  allo  impera- 

dore,  IX,  49. 
Uooteveglio,  cnatallo  rulellato  a'  Itolognail,  da  loro   asse- 
diato, IX,  SIS  —vi  sono  ■oonfllti  da  Passerina,  ivi  — 
lo  ritnno,  IX,  310. 

lo,  fa  para  e  accordo  co'  FloranUnI, 
ellarsi,  e  i  Fiorentini  lo  lianno  in 
-  rimane  a  loro  per  pace,  XI,  90. 
per  ijnelli  di  Milana,  IX,  ISS  — 
lia  Cliieea,  ivi,  19t  —  aMcdiata  da 
>  liberata  da  Arrigo  di  Fiandra,  ivi, 
Qaleaaao,  ivi,  STO  —  signoreggiata 
i,  XU,  74. 
Lacca,  di   parte   bianca,   cacciata, 


Morta,  prence  della.  V.  ÌMitrlo,  Gianni,  Fdippo. 

Morì.  V.  Saracinì. 

Morieni,  provinda  d'Africa,  I,   4. 

ilarotte,  Malteo   di,  f4tto  impiccare  dal  duca  d'Atene  io 

Fireuie,  XU,  S. 
H«rtaliU>,  grande.  IX,  SO  -  in  Firenie,    XI,  1 14  —  ed 

iu  più  parti,  XII,  84. 
Mortennana,   castello,  i   disfatta  dai   FiorenUni,    V,  4S  e 

VI,  66. 
U«HÌMÌart,  governatore  del  reame  d'Inghilterra,  fatta  Im- 
piccare da  Odosrdo  HI,  X,  161- 
Hostro  umano  can  due  corpi  in  Firauie,  tX,  T9. 
Moslernolo,  rittji  assalila  da  OdoArdo  III,  XII.  68. 
Molla,  la,  castello    dato  dai  Collatlo  ai  Vinlxiini,  XI.  54. 
U.  ai,  famiglia  gnelfa  di  Firanic,  V,  38  —  cacciata,  VI, 

79   —  come  salisse  in    nabillì,    VII,  4a  —  nemid  da! 

Bardi,    Vili,  1   —  k    pacificano,    ivi,    IS    —    tengono 

parte  bianca  co' Cerchi,   ivi,  39. 
—  Vanni  de',  portapennone  nell'oste    fiorentina  aopra  Pi- 
sa, VII,  154   —   nei    rìvolgimenlo    da' grandi    contro  il 

nuovo  popolo  di  Fìrente,  ivi,  IS. 
Magnaiio,  da,  nobili  del  contado  di  Firenie,  (atti  popolani, 

ZÌI,  SS. 
Mnlira,  castello   preso   da'Itomsni  e  Tedeschi   al  re   Ro- 

htrto,  X,  77. 
MmU.  V.  liuedtitri, 

UWi',  ghibellini  dì  Pistoia,  X,  1Ì6  e  131. 
Morrò,    caalello,   assalito   da' ghibellini   della  Marca,   IX, 

355. 
Matrone,  easlelia,   preao  dal  re  Carlo   d'Angìb   e  donato 

a'Lnccbesi,  VU,  SS  —  da'Pisani  a'Luccbesi,  IX,  68. 


—  presa  dalla  com- 


NaliteodoMtitr,  distrugge  Oemtaleanne  e  il  tempio,  I,  SS. 
Katca,  Iacopo  del.  V.  Pani 

Naddo,  Cenni  di,  priora  in  Fìrente,  contradia  al  trattato 
per  aver  Locca,  SI,   140  —  ai  fa  frate,  XII,  8. 

—  (Kaddo  di  Cenni  di),  sindaco  e  camerlin^  in  Lacca 
pel  eomane  di  Firenie,  XI,  183  —  condannato  dal  du- 
ca d'Atene,  XII.  3  —  fatto  impiccare,  iri,  6. 

JV<raarro.  oonta  di,  ha  parte  nell'assedio  dì  Caleae,  XII,  96. 
V.  anehe  Qiant. 

—  Gianni  di,  cardinale  dotto  in  Isologil,  IX,  SS. 
Napoli,  è  assediata   e  press  da  Belisario ,  II,  6  —  i  aa- 

sediala  invano  da  Arrigo  di  Srevia,  imperadore,  V,  IT 

—  si  rnbdla  a  Fsderìgo  II,  e  lama  alla  Chiesa,  TI,  44 

—  s'arrende  a  Currado,  ivi,  46  —  v'entra  Carlo  d'Ao- 
giò,  VII,  10  —  poca  aaa  fede,  ivi,  94. 

.  ragno  di.  V.  Paglia. 
Napoli,  Agnolo  di,  resiate   al  re   d'  Ungheria,  ed  k  preao, 
XII,  111. 

—  re^na  di.  V.  fìiavaaaa. 

KitrttU,  patri^D  di  Soma,  caccia  al  tutto  i  Oott  d'Italia, 
1,  6  —  si  mbella,  fa  lega  con  Rotario  re  de'  Longo- 
bardi, e  chiamali  in  Italia,  ivi,  7. 

Sarti,  Piero   di,   capitano   di  guerra  in  Flrenie,  IX,  3S8 

—  tenta  di  far  uccidere  Castmccio,  ivi  —  cavalca  so- 
pra di  lai,  ivi  —  seonfiito  dalla  gente  di  Oastnedo, 
preso  e  mijiiogli  il  capo,  ivi,  S60. 

Navarra,  provincia  d'Enropa,  I,  5. 

rra,  re  d'.  V.  JVobalda,  Fdì^po,  Luigi, 
nt,  primo  re,  ovvero  rettore  e  ragunatore  di  eoogr»- 
liane  di  pinti,  I,  S  —  ordina  la  torre  dt  Babele,  ivi. 
Kepi,  clllk  de'  Colonnesi.  Vili,  L'I. 

A'rrhiiaa,  Amerigo  dì,  capitano  di  guerra  dato  da  Cario  II 
"  tngìJi  ai  Fiorentini,   VII,   130  —  ha  partito  nella  bal- 
li» di  Certomondo  in  Casentino,  ivi,   181. 
StrbaHa,  arcidiacooo  di,  legala  del    papa    Boniraiio  al  ra 
Filippo  di  Franai,  Vili,  6S. 
.  visconte  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 
iri,  origine  deUa  loro  parte.  Vili,   SS  —  sono  ricolti  a 
casa  de'FV«acobaIdi  ia  Firenie,  ivi,  39  —  qoaii  foMVD 
iu  Fireus,  Iri  —  s' aatnffano  co' bianchi,  ivi —  di  nuo- 
vo, e  li  rìncacriano,  ivi,  41  —  rannali  co'  guelfi,  man- 
dano a  Bonllìulo   perchi  commuova  alcuno   di  Pranda 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


579 


chi^  rimetta  in  istato  parfe  guelfa,  VII!,  43  —  quelli  di 
Piatoia  ne  sono  cacciati,  ivi,  45  —  esaltano  in  Firen- 
ze, ivi,  49  e  59. 
Ngrli,  famiglia  nobile  antica  di  Firenze,  IV,  13  —  è  di 
parte  guelfa,  V,  39  e  VI,  33  —  cacciata,  VI,  79  —  parte 
di  loro  tengono  parte  bianca  co*  Cerchi,  VUI,  39  —  e 
gli  altri  parte  nera,  ivi  —  res'stono  al  popolo,  XII,  21 

—  alcuni  di  loro  sodo  fatti  popolani,  ivi,  22. 

—  Giovaoni  de',  condannato  per  congiura,  XI,  119. 
Neve  miracolosa  in  Toscana,  IX,  291. 

Nieeola,  vescovo  di,  passa  in  Fiandra  con  Y  armata  del  re 
Odoardo  III,  XI,  72  —  fa  ribellare  i  Fiamminghi, 
ivi,  83. 

—  di  Renzo,  tribuno  del  popolo  in  Roma,  vi  fa  grande 
rivoluzione,  XII,  90  —  cacciato  di  signoria,  ivi,  105. 

—  Ungaro,  balio  di  Andreasso  duca  di  Calabria,  XII,  51 

—  ambasdadore  del  re  d*  Ungheria  a  quelli  dell'  Aqui- 
la, ivi,  89. 

Niceolòf  Nicola^  o  Nieof€u>  li,  papa,  eletto  in  Siena,  IV,  1 6. 

—  ni,  papa,  VII,  50  —  sua  simonia  pei  parenti,  ivi, 
54  —  sua  grandigia,  ivi  —  avversa  re  Carlo  d' Angiò, 
ivi  — privilegia  alla  Chiesa  la  Romagna  e  Bologna,  ivi 

—  manda  il  cardinale  Latino  a  pacificare  Firenze,  ivi, 
56  —  parte  che  ha  nella  congiura  di  Gianni  da  Pro- 
cita, ivi,  57  —  muore,  ivi,  58. 

—  rV,  papa,  VII,  119  —  corona  Carlo  II  re  di  Sicilia  e 
di  Puglia,  ivi,  130  —  muore,  ivi,  151. 

—  V,  antipapa,  X,  72  —  fa  sette  cardinali,  ivi,  74  — 
entra  In  Pisa  co'  suoi  cardinali  e  predica  contro  a  papa 
Giovanni,  ivi,  115   —  fa  suo  cardinale  legato,  ivi,  118 

—  come  fece  in  Pisa  processi  contro  a  papa  Giovanni 
e  il  re  Roberto  e    il    comune  di    Firenze,    ivi,  122  — 

—  preso  da'  Pisani  e  maudsto  ad  Avignone  a  papa  Gio- 
vanni, ivi,  163  —  muore,  ivi. 

Nic'fcrOf  I,  imperadore  di  Costantinopoli,  obbedisce  Carlo 
Magno,  II,  15. 

Nicotera,  città  in  Calabria,  guasta  dal  re  Federigo,  IX, 
159. 

Niella^  Rau  di,  capitano  della  schiera  francesca  alla  bat- 
taglia di  Coltrai,  Vili,  56. 

Nitri,  ci)nte.  V.  Ofurar^Ugchi. 

Niftrif  Bertoldo  conte  di,  ambasciadore  di  Lodovico  di 
Baviera  imperadore,  IX,  196  —  si  fa  fittiziamente  vi- 
cario d'imperio  in  Milano,  ivi,  212. 

Nimo^  primo  re  di  Babilonia,  I,  8  —  fonda  Ninive,  ivi. 

Nocera,  in  Puglia,  come  popolata  •  rifatta  da'  Saraeini  di 
Trapali,  VI,  14  —  si  rubella  a  Carlo  d'Angiò,  VU,  24. 

Nokf  sua  discendenza,  I,  2  —  come  si  partisse  il  mondo 
per  le  schiatte  dei  primi  tre  figliuoli  di  lui,  ivi,  3. 

Noione,  città  in  Francia,   arde  tutta,  VII,  152. 

Noli,  si  rende  a'  ghibellini  usciti  di  Genova  ed  al  mar- 
ehes«  del  Finale,  IX,  1 18. 

Norcia  del  Ducato,  in  guardia  del  prence  della  Morea,  X, 
21   —   subissata  per  tremuoti,  ivi,  113. 

Norcia,  Simone  da,  giudice,  barattiere  pel  duca  d' Atene, 
in  Firenze,  XII,  8  —  tagliato  a  pezzi,  ivi,  17. 

Noren,  Guglielmo  di,  contestabile  al  soldo  de'  Fiorentini, 
IX,  276  —  traditore,  ivi,  292  —  passa  a  Castruccio, 
ivi,  302  —  lo  tradisce  e  u'  è  commiatato,  ivi,  837. 

NorentanOf  conte  di,  ha  parte  nella  battagli ji  di  Creci,  II, 
68. 

Normandi,  o  Normanni,  o  Norveehi,  con  quelli  di  Dani- 
marca, guastano  Frnncia  e  Alemagna,  II,  14  e  18  ~ 
si  pacificano  con  Carlo  il  Groaso,  si  fan  cristiani  ed 
hanno  per  abitare  la  Normandia,  ivi,  14,  20  e  IV,    19 

—  si  rubrllaiio  al  re  di  Francia,  XII,  47. 
Normandia,  provincia  d'  Europa,  I,  5  —  quando  è  perchè 

cosi  chiamata,  II,  20  —  come  Filippo  il  Bornio  la  re- 
casse a  sua  suggeziooc,  IV,  3  —  corsa  da  Odoardo  111 
re  d'Inghilterra,  Xil,  68. 

NorvMndiaj  duca  di.  V.  Arrigo,  Ricciardo,  Roberto. 

Norvea,  o  Korvogin,  provincia  d^  Europa,  I,  5  —  soggio- 
gaU  da  Carlo  Martello,  II,  10. 

Norvechi,  di  Norvegia,   come  passarono  in  G^llia,  II,  18. 

Novara,  signoreggiara  da  Maffeo  Visconti,  IX,   109  —  da 

■     Luchino  Visconti,  XII,  74. 

Novara,  vescovo  di.  V-   Viiconti,  Giovanni. 


NovéUo,  conte  d'Andri,  detto  conte  della  casa  del  Balio, 
capititno  in  Firenze  pel  re  Roberto,  IX,  74  —  mandato 
via,  ivi,  76  —  vi  toma  capitano  di  guerra  pel  comune, 
ivi,  202  —  sua  insufficienza,  ivi,  214  —  prende  Car< 
mignano,  ivi,  247  —  toma  a  Napoli,  ivi,  254  —  am- 
miraglio del  re  Roberto,  conduce  la  sua  armata  in  Si- 
cilia e  guasta  l'isola;  poi  scende  in  Maremma  e  Cadau- 
no a'  conti  da  Santafiore;  hi  fine  va  al  duca  di  Cala- 
bria in  Firenze,  ivi,  352  —  cavalca  sopra  Pistoia,  X, 
15  —  capitano  dell'oste  fiorentina  all'assalto  di  Santa 
Maria  a  Monte,  ivi,  29  —  prende  Alemagna  in  Cam- 
pagna, ivi,  92  —  per  commissione  del  papa  fa  giusti- 
zia della  morte  di  Andrcasso  duca  di  Calabria,  XII,  52 
—  suo  figliuolo  rende  Caino  alla  gente  del  re  d'Unghe- 
ria, ivi,  103. 

—  Guglielmo,  gran  capo  di  parte  ghibellina  in  Padova, 
ucciso,  IX,  36. 

—  Guido,  conte,  de'  conti  Guidi,  podestà  di  Firenze  per 
Io  re  Manfredi,  VI,  79  —  vicario  generale  e  capitano 
di  guerra  per  esso  re  in  Toscana,  ivi,  81  —  va  colla 
taglia  de'  ghibellini  di  Toscana  sopra  Lucca,  ivi,  82  — 
vi  torna  anche  colla  forza  de'  Pisani,  ivi,  85  —  signore 
di  Firenze,  ivi  —  come  gli  fallisce  di  prendere  il  conte 
Carlo  d'Angiò  a  Porto  pisano,  VII,  3  —  il  popolo  di 
Firenze  si  leva  a  remore  contro  lui,  ed  egli  fugge  a 
Prato,  ivi,  14  —  ritenta  indarno  d' entrare  in  Firenze, 
ivi  —  guidi  i  Sanesi  ad  oste  al  castello  di  Colle  di 
Valdelsa,  ivi,  31  —  podestà  in  Faenza,  combatte  i  Bo- 
lognesi sotto  il  conte  da  Montcfeltro,  ivi,  48  —  pode- 
stà in  Arezzo,  ivi,  131  —  sua  viltà  nella  battaglia  di 
Certomondo  in  Casentino,  ivi,  —  come  l' oste  de'  Fio- 
rentini guasta  le  sue  terre,  ivi,  140. 

—  conte  dlHufredi,  figlio  del  conte  GuidO|  fa  rabellare  il 
castello  d'Ampinana  a'  Fiorentini,  VII,  150. 

Novoporto,  città  di  Fiandra,  conquistata  da'  mbelli,  VIII, 
56. 

Nozano,  castello,  preso  dal  conte  Guido,  VI,  85  —  dis- 
fatto da'  Pisani,  IX,  68. 

Numa  Pompilio,  regna  in  Roma  dopo  Romolo,  I,  87  — 
sua  saviezza,  ivi. 

Numidia,  provincia  d'  Africa,  I,  4. 

Numitore,  figlio  di  Proca  Silvio  re  d'Alba,  è  cacciato  di 
regno  da  Amulio,  I,  25  —  rimesso  da  Romolo  e  Re- 
mo, ivi,  26  —  fatto  morire  da  Romolo,  ivL 


O. 


Obizzi,  Alamanno  o  Manno  degli,  capitano  dell'oste  fioren- 
tina all'assedio  di  Montecatini,  X,  159  e  167  —  ha 
trattato  col  re  Giovanni  di  Boemia,  ivi,  182. 

—  Luti  degli,  capo  di  setta  in  Lucca,  IX,  58. 

—  Obizzo  degli,  giudice  di  Pistoia,  ucciso  da  parte  bianca, 
Vin,  46. 

Obriaehi.  V.  Ubriachi. 

Oddo,  re  di  Francia.  V.   Ugo. 

~  da  Perugia,  capitano  di  guerra  de'  Fiorentini,  IX,  320. 

Odoardo  I,  re  d'Inghilterra,  nega  l'omaggio  personale  per 
la  Guascogna  al  re  Filippo  III  di  Francia,  e  però  entra 
in  guerra  con  lui,  Vili,  4  -  scende  in  Fiandra  e  poi 
ne  parte,  ivi,  20  — -  fa  triegua,  poi  pace,  con  Filippo, 
ivi  —  come  riebbe  Scozia  e  Guascogna  e  sconfisse  gli 
Scotti,  ivi,  67  —  muore,  ivi,  90. 

—  II,  re  d' Inghilterra,  succede  ad  Odoardo  I  suo  padre. 
Vili,  90  —  fa  uccidere  il  conte  di  Lancastro  e  più  suoi 
baroni,  ed  entra  in  guerra  cogli  Scotti,  IX,  138  —  scon* 
fitto  da  loro,  ivi,  161  e  180  —  fa  lunga  triegua  con 
Robei'to  re  di  Scozia,  ivi.  206  —  entra  in  guerra  con 
Carlo  re  di  Francia  per  la  Guascogna,  ivi,  263  —  fìt 
pace,  ivi,  315  —  tratta  male  sua  moglie  Isabella  ed  è 
per  lei  combattuto  e  preso  e  morto  in  prigione,  X,  7 
e  8. 

—  Ili,  re  d'Inghilterra,  come  coronalo,  X,  8  —  fk  pace 
col  re  di  Scozia,  ivi,  79  —  fa  tagliare  la  testa  al  conte 
di  Cantibiem  soo  zio  e  al  Mortiniere,  ivi,  152  ~  scon- 
figge gli  Scotti  a  Vervich,  ivi,  223  —  nuovamente,  XI, 
38  —  comincia  grande  guerra  contra  Filippo  di  Valuis 


580 


INDÙ»  DBLU  CBONACA 


re  di  Francia,  XI,  55  —  manda  tua  annata  in  Fiandra,  1 
ivi,  72  —  passa  in  Brabante  ed  è  fatto  Ticaflo  dallo  1 
imperio,  ivi,  84  —  va  ad  oste  co*  snoi  alleati  sopra  il 
reame  di  Francia,  ivi,  85  —  s'affronta  con  Filippo  di 
Valois  e  non  combattono,  ivi,  87  —  si  £fi  nominare  re 
di  Francia  e  torna  in  Inghilterra,  ivi,  109  —  sconfigge 
in  mare  l'armata  del  re  di  Francia,  ivi,  110  —  si  po- 
ne co'  saoi  alleati  ad  assedio  alla  città  di  Tomai,  ivi, 
112  —  fan  triegua  col  re  di  Francia,  ivi  —  cessate  le 
tìiegtte,  toma  in  Fiandra  e  manda  sua  oste  inOoasco- 
gna  e  in  Brettagna,  XII,  47  —  passa  con  sua  osto  in 
Normandia  e  prende  Camo,  ivi,  63  —  si  parte  di  Nor- 
mandia e  viene  presso  Parigi  ardendo  e  guastando  il 
paese,  ivi,  64  —  parte  di  Pasci  per  andare  in  Piooar- 
dia  per  accozzarsi  co'  Fiamminghi,  ivi,  65  —  vince  la 
grande  battaglia  di  Greci,  ivi,  67  —  sue  gesto  dopo 
la  vittoria,  ivi,  68  —  fo  parlamento  coi  Fiamminghi  e 
col  daca  di  Brabante,  ivi,  87  —  conquista  Caleae  e 
toma  in  Inghilterra,  ivi,  96  —  eletto  imperadore,  ivi, 
106. 
Odoardo  IV,  prence  di  Galles,  figlinolo  di  Odoardo  III,  ca- 
'  pitano  di  una  schiera  alla  battaglia  di  Greci,  XII,  67. 

—  figlio  del  re  Riccardo  I  d*  Inghilterra,  passa  a  Tonisi 
con  San  Luigi  re  di  Francis,  VII,  87  ^  come  soffer- 
se prigionia  pel  conte  Simone  di  Monforte  e  deliberato- 
sene il  mise  a  morte,  ivi,  89  —  s' inimica  col  re  Garlo 
d'Aogiò,  ivi. 

Olanda,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

—  contea  d',  e  di  Silanda,  tenuto  dal  conte  d'  Analdo, 
Vin,  76. 

Ombria,  quel  provincia  fosse  d'Italia,  II,  7. 

Ombrierti,  Uttaso   d',  contestobile   francese,    assoldato  dai 

Fiorentini,  IX,  276. 
OmbrunOt  cardinale  arcivescovo  di,    parlamento   pel  papa 

con  la  lega  di  Lombardia,    XI,   6  —  legato  nel  regno 

di  PogHa,  Xn,  71. 
One$tif  famiglia  di  Lucca,    tradisce  la  patria,  IX,  60  — 

—  aiutano  Gastruecio  a  farsi  signore  di  Lucca,  ivi,  78. 
Onigo,  castello,  rubellasi  a'  signori  della  Scala,  XI,  50. 
Onorio  II,  papa,    corona   Ruggieri   del   reame   di   Sicilia, 

IV,  34. 

—  lU,  papa,  corona  imperadore  Federigo  li,  VI,  1  —  lo 
scomunica,  ivi,  14. 

—  IV,  di  casa  Savelli,  papa,  VII,  108  —  muore,  ivi,  113. 

—  figlio  di  Teodosio,  imperadore,  viene  in  Italia  contro 
Radagasio,  I,  61. 

OrbivieUni,  hanno  parto  nella  sconfitto  di  Montoperti,  VI, 
78  —  mandano  aiuto  al  duca  di  Galabrìa  in  Firense, 
X,  1  ^  sono  sconfitti  a  Viterbo,  ivi,  119  —  lasciano 
la  signoria  di  Ghiusi  a'  signori  di  Montepulciano,  ivi  — 
mandano  aiuto  a'  Fiorentini  sopra  Lucca,  XI,  63  — 
fanno  popolo  e  cacciano  i  Monaldeschi,  ivi,  75. 

Orbivieto.  Sua  origine  e  perchè  cosi  nomato,  I,  52  —  co- 
me ne  son  cacciati  i  ghibellini,  IX,  40  —  v'è  battaglia 
dttodina,  XI,  10. 

Orci  (gli).  V.  Liorci. 

OreioUniy  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

Ordelaffiy  Francesco  di  Sinibaldo,  ribeila  Forlì  al  legato, 
X,  227  »  manda  aiuto  a'  Pisani  sopra  Lucca,  XI,  181 

—  segue  il  re  d'Ungheria  fino  a  Napoli,  XII,  107. 
Ordilaffi,  Scarpette  degli,  di  Forlì,  capitano  de'  ghibellhi! 

e  bianchi  usciti  di  Firenze,  Vili,  60. 

Orgiale,  castello  de' Senesi,  disfatto  da' Fiorentini,  VI,  11. 

Orìfiamma.  che  fosse,  XII,  86. 

Oriù  V.  Dori<f, 

Oringhif  Piero,  popolano  di  Roma,  fatto  cardinale  da  Nic- 
colò V  antipapa,  X,  74. 

Orlandi^  Gherardo,  podestà  in  Firenze,  VI,  4. 

OrUmdueeio  del  leone,  chi  fosse,  VI,  69. 

Orleans,  conquistoto  da  Glovis,  I,  19. 

Ortnannit  nobili  fiorentini,  poi  detti  Foraboschi,  IV,  13. 

Oréinij  cominciamento  della  loro  grandezza,  V,  1  —  sal- 
gono in  potenza  per  Niccola  III,  VII,  54  ^-  loro  ini- 
micizia co'  Viterbesi,  ivi,  58  »  sono  sconfitti  da'  Go- 
lonnesi.  Vili,  117  —  tengono  per  la  lega  di  Toscana 
contro  r  imperadore  Arrigo,  IX,  39  —  è  tolto  loro  ca- 
ste! Sant'Angelo,  X,  54  —  tornano  a  rompersi  coi  Go- 


lonnesi,  X,  221  —  parto  di  quelli  dal  Monto    congiu- 
rano coi  Gortini  centra  Nlceola  tribuno  e  sono  sconfitti, 
xn,  105  —  parto   di  quelli  da  Gampo  di  Fiore  e  da 
Ponte  tengono  per  Niccola,  ivi. 
urtimi  .  .  .  degli,   cancelliere  di  Roma,   si  rubella  al  Ba- 
▼aro,  X,  67. 

—  Bertoldo  degli,  fatto  conto  di  Romagna  per  la  Ghiaaa, 
VII,  54  —  disfatto  da  Martino  IV  papa,  ivi,  58. 

—  Bertoldo,  fatto  senatore  dal  popolo  di  Roma,  X,  97  — 
morto  da'  Golonnesi,  ivi,  221. 

—  Gola,  capo  della  gento  del  tribuno  a  Roma,  XII,  105. 

—  Gentile  degli,  di  Roma,  capitano  d'  osto  fiorentiua  so- 
pra Pisa,  Vn,  154. 

—  Matteo  Rosso  degli,  cardinale,  capo  di  parto,  VQ,  151 
e  vm,  80. 

—  Napoleone,  mandato  a'  confini  dai  Romani,  X,  21  — • 
aiuto  il  prence  della  Morea  a  tentare  V  entrato  in  Ro- 
ma, ivi. 

—  Orsino  degli,  senatore  di  Roma,  corona  il  Bavaro,  X,  55. 
~  Poncello,  fatto  lor  senatore  da'  Romani,  X,  120. 
Ortim  di  Gampodifiore,   fira  Matteo  degli,  vescovo    di  Si- 
ponto  fatto  cardinale,  X,  52. 

Orsùit  dal  Monte,  Gianni  Guatani  degli,  cardinale  legato 
in  Toscana,  IX,  346  —  arriva  in  Toscana  e  viene  in 
Firenze,  ivi,  353  —  pubblica  processo  contro  Gastrue- 
cio e  '1  vescovo  di  Arezzo,  X,  3  — •  similmecto  contro 
il  Bavaro,  ivi,  26  —  fa  celebrar  processione  In  Firen- 
ze e  ne  ha  dal  papa  la  badia,  ivi,  53  —  viene  in  Ro- 
ma e  la  riforma  della  signoria  di  Santo  Ghiesa,  ivi,  97 

—  co'  Romani  fa  osto  sopra  Viterbo,  ivi,  133  ~  la  ha 
e  metto  in  pace  totto  il  Patrimonio  e  la  Marca,  ivi,  146. 

— >  Giordano,  capo  della  gento  del  tribuno  a  Roma,  XII, 
105. 

^  Napoleone  degli,  cardinale,  capo  di  parte,  Vin,  80  — 
legato  in  Italia  per  GlementeV,  vi  è  male  ricevuto,  ivi, 
85  —  fa  rannato  di  bianchi  e  ghibellini  e  muove  so- 
pra Firenze,  ivi,  89  —  con  poco  onore  si  parto  di  To- 
scana, ivi  —  ancora  capo  di  parto  in  collegio,  IX,  81 

—  aiuto  il  prence  della  Morea  a  tontare  l'entrato  in 
Roma,  X,  21  —  entra  in  Roma  co'  seguaci  e  la  rifor- 
ma, ivi,  97. 

Or$Ot  Antonio  d*,  priore  di  Firenze,  XII,  18. 

—  Napoleone  d',  barone  d'Abruzzi,  fa  omaggio  al  re  di 
Ungheria,  Xn,  111. 

Orlntghé,  conto  d',  vicario  dell' imperadrìce  a  Pisa,  X,  82 

—  oonto  in  Romagna  pel  Bavaro,  ivi,  99. 

Osimo,  si  rende  alla  Chiesa,  IX,  142  —  se  le  rubella,  ivi, 
162. 

OffÙRO,  signore  d*.  V.  Lippaedo, 

Oste,  in  qual  maniera  la  si  bandisse  e  facesse  presso  ì 
Fiorentini,  VI,  75. 

Ostia,  come  edificata,  I,  22  —  presa  e  rubato  da'  Geno- 
vesi pel  re  Roberto,  X,  21  -*  presa  per  le  galee  del 
re  Roberto,  ivi,  73  —  rubata,  arsa  ed  abbandonata, 
ivi,  77. 

Oitia^  vescovo  dt  V.  Prato^  cardinale  da. 

Ostinii,  castello  di  Valdamo,  assediato  da'  Fiorentini,  VI. 
38  —  preso  e  disfatto  da'  Fiorentini,  VH,  32  e  Vin,  82. 

OUaviano.  V.  Augutto, 

O^Of  duca  d'Austria,  passa  in  Lombardia  oontra  Gsae 
della  Scala,  IX,  255. 

Ottoòtcom,  Aldobrandino,  sua  virtù  civile,  VI,  62. 

Ottoearo  II,  re  di  Boemia,  ha  battaglia  con  Bela  IV  re  di 
Ungheria,  VI,  71. 

OtUm$  I,  re  d' Alemagna,  da  chi  chiamato  In  Italia,  DI,  5 

—  viene  Berengario  e  gli  Ungari,  ivi  —  è  richiamato 
in  Italia,  ivi  —  oome  fU  primo  imperadore  di  Alema- 
gna coronato  dalla  Ghiesa,  IV,  1  —  oome  assediaste 
Roma  per  rimettere  papa  Leone  Vili,  ivi  —  sne  opera 
a  correggimento  d'Italia,  ivi. 

—  n,  figlio  di  Ottone  I,  imperadore,  IV,  1  —  rìme^  in 
sedia  papa  Giovanni  XIV,  ivi  —  è  preso  da'  corsari 
greci,  ivi  —  assedia  Benevento,  ivL 

^-  m,  imperadore,  IV,  2  -»  vince  Gresoeniio  e  padfiea 
Italia,  ivi. 

—  di  Sassonia,  eletto  re  de'  Romani  da  una  parto  de^li 
elettori,  è  confermato  da  papa  Innocenaio  m,  V,  19  — 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


&81 


e  da  lai  coronato,  V,  95  ^  mnoTO  g:aerra  «Ut  Chiesa, 
ivi  —  &  lega  con  più  baroni  di  Francia  ribelli,  ed  è 
sconfitto  da  Filippo  il  Bornio,  ivi  —  diposto  dallo  im- 
perio e  vinto  da  Federi^  il  giovane,  passa  oltrenonre 
e  muore,  ivi,  36. 

Ottone  cardinsle.  V.  PortOf  vescovo  dì. 

OsM,  re  di  Giada,  I,  25. 


Fa,  Gianni  de,  conte  in  Romagna  per  papa  Martino  IV, 
Vn,  58  —  ba  Faenza  per  tradimento  e  asseui^  Fori), 
ivi,  80  —  vi  è  tradito  e  sconfitto  dal  conte  Guid  >  da 
Hontefeltro,  ivi,  81  —  ha  per  tradimento  Cervia,  ivi, 
82  —  va  ad  oste  al  castello  di  Meldola,  ivi  —  sua  no- 
tabile cavalleria,  ivi. 

Facciano,  abate  da,  capitano  de'  Pistoiesi,  IX,  14  G^  tie- 
ne Pistoia,  ivi,  247  —  la  perde,  ivi,  261  —  è  preso, 
ivi,  269. 

Padiglioni,  moneta  di  Francia,  XI,  72. 

Padova,  da  chi  fondata,  I,  17  —  sta  co' guelfi  contro  Ar- 
rigo VII,  IX,  9  —  presa  ds  lui  per  accordo,  ivi,  1 4  ~ 
data  dai  Carrara  a  Cane  della  Scala,  X,  104  —  asse- 
diata dai  Fiorentini  e'  Viniaiani,  XI,  57  —  presa  per 
tradimento,  ivi,  65. 

Padova,  signore  di.  V.  Carrara  (da).  Chiarentana  (duca  di). 

Padovani,  si  rubellano  all'  imperadore  Arrigo  VII,  IX,  36 

—  sconfitti  da  Cane  della  Sesia,  ivi,  63  —  fanno  pace 
con  lui  e  rimettono  dentro  i  ghibellini,  ivi,  88  —  tor- 
nano in  guerra,  ivi,  100  —  sconfiggono  con  l'aiuto  dei 
Tedeschi  Cane  della  Scala,  ivi.  Vii  —  si  pacificano  in- 
sieme co'  loro  usciti,  ivi,  192  —  si  danno  al  daca  di 
Chiarentana,  ivi,  255. 

Paladini,  fatti  in  Firenze,   VI,  86   —    d8gli  Aretini,  VU, 

lai. 

PaJLadUio  (il).  V.  Minerhlno. 

—  conte.  V.  Altemura. 

Palazzo,  il,  torre  nobilissima  de'  Tosinghi  in  Firenze,  dis- 
fatu  da'  ghibelUni,  VI,  33. 

Paleologo,  imperatore  de'  Greci,  toglie  Costantinopoli  ai 
Franceschi  e  a'  Viniziani,  VI,  70  —  egli  ed  il  patriarca 
di  Castantinopoli  si  riconciliano  con  la  Chiesa  di  Ro- 
ma, VII,  43  —  parte  che  ha  nella  congiura  di  Gianni 
da  Procita,  ivi,  57  —  è  scomunicato  da  papa  Marti- 
no IV,  ivi,  58  —  fa  lega  coi  Genovesi,  IX,  95  -  ha 
guerra  co'  figliuoli,  ivi,  133. 

Palerminif  (amiglia  nobile  di  Firenze,  IV,  10  —  è  di  parte 
ghibellina,  V,  39. 

Palermitani,  strage  che  (anno  de'  Franceschi,  VII,  61  — 
mandano  ambasoiadorì  al  papa  per  misericordia,  ivi,  63 

—  ricevono  e  gridano  re  loro  Piero  d'Aragona,  ivi,  69. 
Palermo,  assediata  da  Carlo  duca  di  Calabria,  IX,  296. 
Palùuij  casa  potente  di  Messina,  rubollano  Messina  a  don 

Piero  d'Aragona,  XII,  14. 

Pallai,  gigante,  ucciso  da  Turno,  1,23. 

Palavieino,  marchese,  di  Piemonte,  parente  e  vicario  di 
Manfiredi  in  Lombardie,  VI,  89  —  guarda  i  ^mbì  per 
lui  contro  a*  Francesi,  VII,  4. 

Palma,  vescovo  di,  in  Carcascese,  preso  per  paterino  dal 
re  PUippo,  Vili,  62. 

Palmieri,  abate,  ha  parte  nella  congiura  di  Gianni  da  Pro- 
cita, VII,  67  —  è  parlatore  dei  baroni  di  Sicilia  al  re 
Piero  d'Aragona,  ivi,  70  —  come  i  suoi  furono  rice- 
vuti dal  ré  Roberto,  Xn,  14. 

Palnggiano,  torre  de'  Pazzi,  presa  da  Castruocio,  IX,  329. 

Fojui^o,  Ettore  dei  conti  da,  capo  di  cospirazione  in  Bo- 
logna, X,  148  —  preso  in  battaglia,  XT,  5  —  scon- 
figge in  Parabico  la  gente  di  Loderigo  Visconti,  poi 
prende  lui  e  Ubera  Luchino  suo  prigione,  XI,  97. 

—  Macerello  de'  conti  da,  capo  di  congiura  in  Bologna, 
XI,  70. 

Patteiatichi,  ghibeUini  di  Pistoia,  X,  126  e  181. 

—  Corrado  dei,  podestà  di  Arozzo,  XI,  60. 

—  Giovanni,   podestà  di  Arezzo,  XI,  60. 

Pandoro,  conta  Teatino,  fatto  signore  di  Capua,  IV,  15 

—  prindpa  di  Capua,  preso  da  Arrigo  II  Imperadore, 
IV,  15. 


Pannonia,  lo  stesso  che  Ungheria,  I,  18  —  presa  dai  Lon- 
gobardi, n,  7. 

PaHM<mo,  da,  popolani  di  Firenze,  XII,  21. 

Paolino,  reca  la  fede  di  Cristo  a  Firenze,  I,  58. 

Paolo,  mastro,  di  sor  Piero,  astrologo,  XII,  41. 

Papa,  Come  per  Lione  Vili  fa  decreUto,  ninno  avesse  ad 
esser  fatto  senza  l' assentimento  dell' imperadore,  IV,  I. 

—  de'  Saracini.  V.  Calif. 
Papachi,  famiglia  fiorentiiis,  XII,  7. 

Parigi,  presa  da  Otto  I  imperadore,  II,  14  —  assalita  da 
Odoardo  TU  re  d' Inghilterra,  XII,  64. 

Parma,  mbvUasi  ad  Arrigo  VII,  IX,  32  —  come  v'ebbe 
battaglia  cittadinesca,  ivi,  168  —  rubellasi  alla  Chiesa, 
X,  142  si  dà  al  re  di  Boemia,  ivi,  174  —  lasciata 
da  lui  alla  signoria  de'  Rossi,  ivi,  228  —  s' arrende  a' 
signori  della  Scala,  XI,  30  —  è  loro  tolta  da  Azzo  da 
Correggio,  ivi,  127  —  come  la  ebbe  il  marchese  da 
Ferrara,  XII,  35  —  come,   Luchino  Visconti,  ivi,  74. 

Parma,  Gherardo  da,  V.  Gherardo. 

—  signore  di.  V.  Correggio  da,  e  Rotei. 

Parmigiani,  sconfiggono  1'  oste  di  Feder'^'u  11  e  ne  fanno 
bottino,  VI,  34  —  sconfitti  da  Ghib  rto  da  Correggio 
e  da  Mantovani,  Vili,  93  —  manda.^o  gente  per  la 
Chiesa  sopra  i  Visconti,  IX,  187  —  danno  la  signoria 
al  legato  del  papa,  X,  9  —  rubellansi  al  legato  ed  alla 
Chiesa,  ivi,  96  —  si  arrendono,  ivi,  132  —  ribelli  an- 
cora, tolgono  San  Donnino  alla  gente  del  legato,  ivi, 
157  —  fanno  lega  co'  ghibellini  di  Pisa,  ivi,  199  — 
sconfiggono  gente  della  lega  de'  Lombardi,  XI,  5. 

Paride,  figliuolo  di  Priamo,  innamora  d' Elena  e  la  ruba, 
I,  13. 

Parlagio,  edificio,  che  cosa  fosse  e  da  chi  «  rdinato,  I,  86. 

Pasquale  li,  papa,  sue  contese  con  Arrigo  IV  imperadore, 
IV,  27. 

—  antipapa,  V,  1. 
Paeterino.  V.  BonacotL 

Patricio  de'  Romani,  che  cosa  fosse,  II,  6. 
Patrimonio  di  San  Piero,    è  donato  da  Telofre  alla  Chie- 
sa, II,  12. 
Passaggio  fatto  oltremare  per  li  cristiani  nel  1089,  IV,  24 

—  altro  nel  1147  fatto  per  li  Franceschi  e  Tedeschi, 
ivi,  35  altro  nel  1188  fatto  per  Feder  go  Barbaros- 
sa,  V,  3  e  15  —  altro  nel  1284  fatto  per  Federigo  II 
imperadore,  VI,  15  —  altro  nel  1270  per  Santo  Luigi 
re  di  Francia,  VII,  37  —  altro  apparecchiato,  ma  non 
seguito,  per  Carlo  d'  Angiò,  ivi,  57  —  altro  nel  1344 
ordinato  dalla  Chiesa,  XII,  39. 

Pavanico,  castello,  preso,  arso  e  rubato  dalla  gente  di  Ca- 
strucuio,  X,  102. 

Pavesi,  rubano  la  moneta  che  '1  papa  mandava  a*  suoi  ca- 
valieri, X,  92. 

Pavia,  è  fatto  capo  del  reame  d' Italia  pei  Longobardi,  II, 
7  —  è  assediaU  e  presa  da  Carlo  Magno,  ivi,  13  — 
dal  Bavaro,  X,  129  —  da  Azzo  Visconti,  ivi,  211  — 
signoreggiata  da  Luchino,  XII,  74. 

Pazzi,  nobiU  Fiorentini,  origine  della  dignità  che  hanno 
della  grande  facellina,  I,  60  —  famiglia  gnelia,  V,  39 
e  VI,  33  —  cacciati,  ivi,  79  —  tengono  parte  contro 
gli  Adimari,  VII,  56  —  si  fanno  quasi  tutti  principali 
di  parte  nera.    Vili,  39  —  stanno   col  popolo,    ivi,  65 

—  son  loro  tolti  dal  popolo  certi  beni  già  donati  pel 
comune,  XQ,  44. 

—  Aldobrandino  dei,  sua  franchezza,  VII,  SI. 

—  Botto  di  messer  Pazzino  de',  portansegoa  del  re  Ro- 
berto a  Roma,  IX,  39. 

—  Bindo  de',  condannato  per  congiura,  XI,  119  —  con 
Beltramo  e  Mari  suoi  consorti  congiura  contro  il  duca 
d'Atene,  XII,  16  —  loro  parte  cella  caociaU  di  lui,  ivi, 
17  —  Beltramo  è  fatto  consigliere  de'  priori  nuovi, 
ivi,  18. 

—  Francesco  di  Pazzino  de',  menatore  di  trattato  di  pace 
tra'  Fiorentini  e'  Pistoiesi,  X,  181  —  ha  parte  nell'as- 
sedio di  Montecatini,  ivi,  148  —  ambasciadore  a  Vine- 
gia,  XI,  90. 

—  Gerì  de',  capo  del  popolo  contro  a'  grandi,  XII,  19. 

—  Iacopo  del  Nacca  de',  caporale  e  gonfaloniere  del  po- 
polo, morto  a  Montaperti,  XII,  44. 


582 


INDICE  DELLA  CRONACA 


Pagr'y  Neri  di  Pazzioo  de\  castellano  di  Montemorlo,  IX, 
82». 

—  Pazzino  de*,  principale  di  parte  nera  in  Firenze,  Vili, 
71  —  citato  dal  papa,  ivi,  72  —  capo  di  «etta  contro 
Coreo  Donati,  ivi,  96  —  muore  e  no  seguono  uovìli  in 
t^rcnae,  IX,  33. 

—  Pazzo  de',  stipite  della  casa,  I,  CO. 

-—  Uberto  Spiovanato  de*,  guelfo  di  Valdarno,  lun  astuzia 
di  guerra,  VII,  J2. 

Possi  di  Valdaruo,  aiutano  gli  Aretini  a  riprendere  Late- 
rino,  Vili,  73  —  tolgono    TrajpoU  a»  Fiorentini,   IX, 

225 rinpondono  alla  congiutiizione  de'  Bardi  in  Fi- 

renae,  XI,  U8  —  mbellano  alcune  castella  a'  Fioren- 
tini, ivi,  139  —  aiutano  i  Tarlati  a  correre  sopra  A- 
rezzo,  XII,  5  —  perdonati  da*  Fiorentini,  ivi,  8  —  ru- 
bati, uccisi  ed  arai  da  quelli  di  Castelfranco,  ivi,  30. 

—  Carlino  de',  rubella  a'  Fiorentini  il  castello  di  Piantre- 
vigne,  poi  io  tradisce  a  loro,  Vili,  63. 

~  Guglielmo  de',  capiUno  degli  usciti  gliibelliui  di  Fi- 
renze, VII,  48  —  muoro  nella  battaglia  di  Certomondo 
in  Casentino,  ivi,  131. 

—  Guglielmo,  capitano  di  guerra  in  Arezzo,  sconfìgga  i 
Sanesi  in  aguato,  VII,  120  —  sturba  il  trattato  del  ve- 
scovo d'Arezzo  suo  zio  co'  Fiorentini,  ivi,   131. 

PógolotU^  casa  di  Firenze,  suo  grande  dannaggio  in  un  in- 
cendio, VII,  139. 

—  Arriguccio,  sindaco  di  Mastino  in  Lucca,  XI,  133. 
PeUgorgo,  cardinale  dì,  capo  di  setta  in  conclave,  XI,  21. 
Pelagrùj  cardinale  legato  di  Clemente  V  papa,  sconfigge  i 

Viniziani,  VIII,  \15  •— U  giustizia  di  congiurati  in  Fer- 
rara, IX,  4  —  manda  in  Firenze  le  reliquie  di  San  Bar- 
naba, ivi,  13. 

Ptìaic,  del.  V.  La* franchi. 

Pennoni  di  Firenze,  IX,  219. 

Peppol»^  Romeo  de',  cacciato  di  Bologna,  IX,  132  —  viene 
con  suo  seguito  per  prendere  Bilogoa  e  vanno  in  iscon- 
fitta,  ivi,  152  —  i  suol  figliuoli  fiuino  guerra  a'  Bolo- 
gnesi, ivi,  325  —  cacciano  e  confinano  de'  cittadini, 
XI,  7. 

—  Taddeo  di  Romeo  de',  si  fa  signore  di  Bologna,  XI, 
70  —  manda  aiuto  a'  Fii»rentinl  contra  i  Pisani.  XI,  132 
e  189  —  tei  fa  mallevadore  d*ì  trattato  di  Mastino  coi 
Fiorentini  per  la  vendita  di  Lucca,  ivi,  133  —  fa  lega 
c<I  duca  d'Atene  tiranno  in  Firenze,  XII,  8  —  gli  manda 
aiuto,  ivi,  16  —  aiuta  11  marchese  da  Ferrara  contro  i 
Gonzaga,  ivi,  35  —  accoglie  il  re  d'  Ungheria,  ivi,  107. 

Pera,  daU  da  Paleologo  a'  Genovesi,  VI,  70. 

/Vo,  della.  V.  Pet^uzti. 

PeraborgOf  contessa  di,  amica  di  papa  Clemente  V,  IX,  59. 

Peragcrga^  conte  di,  osteggia  in  Guascogna  pel  re  di  Fran- 
cia, XU,  47. 

Péragorgo,  cardinale  di,  incolpato  neir  asaavainio  di  An- 
dreasso  duca  di  Calabria,  XII,  59  —  capo  di  parte  in 
collegio,  ivi,  60  —  procaccia  il  matrimonio  di  Giovan- 
na con  suo  cugino,  ivi,  99. 

Peretola,  villa  arsa  da  Castruccio,  IX,  317. 

Periera,  castello  del  conte  di  Savoia,  assediato  dal  delfino 
di  Vienna,  X,  224. 

Ptrondoli,  casa  fiorentina,  falliscono,  XI,   138  e  XII,  55. 

Persia,  provincia  d'Asia,  I,  3. 

Perugia,  sua  origioe  e  prima  isteria,  1,  46. 

Perugia^  Iacopo  da,  podestà  in  Firenze.  VI,  8. 

Perugini,  favoriscono  i  Sanesi  oontr'  a'  Fiorentini,  VI,  tì  — 
hanno  parte  co*  Fiorantini  nella  sconfitta  di  Montaperti, 
ivi,  78  —  danno  aiuto  a  Gianni  de  Pa  per  la  Chiesa. 
VII,  80  —  fanno  oste  sopra  Todi,  IX,  5  —  sopra  Spo- 
leto, ivi,  6  —  sconfiggono  gli  Spoletini,  ivi,  38  —  han- 
no parte  nella  sconfitta  di  Montecatini,  ivi,  71  —  as- 
sediano Spoleto,  poi  Assisi,  ivi,  101  —  hanno  Assisi, 
ivi,  129  -  tornano  all'assedio  di  Spoleto,  ivi,  207  — 
lo  hanno  coli' aiuto  de'  Toscani,  ivi,  244  —  fanno  guerra 
alla  città  di  castello,  ivi.  253  —  aintano  i  Fiorentini 
contra  Castruccio,  ivi,  300  —  sconfiggono  gli  Aretini, 
ivi,  341  —  mandano  aiuto  al  duca  di  Calabria,  X,  1 
—  fanno  accordo  con  Cittadi castello,  ivi,  51  —  aiuta- 
no t  Fiorentini  all'assedio  di  Lucca,  ivi,  167  —  fiinno 
lega  co'  ghibellini  contro  f  Tarlati  d'Arezzo,  XI,  25  — 


sconfitti  dagli  Aretini,  XI,  25  —  hanno  CittadioastiUo  e 
Citerna,  ivi,  37  —  Dmno  lega  co'  Fiorentini  eontro  Ma- 
stiuo,  ivi,  45  —  cavalcano  sopra  quel  d'Areazo,  ivi,  48 

—  sotto  trattato  d'accordo  voglion  pigliare  Aresio  « 
poi  hanno  Lucignano,  ivi,  59  —  sdegnansi  co'  Fioren- 
tini per  r  acquisto  d'Arezzo,  ivi,  60  —  si  raooondano, 
ivi,  61  —  gli  aiutano  sopra  Lucca,  ivi,  63  —  fumo 
acc<irdo  e  lega  co'  Fiorentini,  ivi,  105  —  mandano  lo> 
ro  aiuto  contro  i  Pisani,  ivi,  132  e  139  —  danneggiati 
da  gente  d'arme  de'  Pisani,  XII,  9  —  mandano  aiuto 
al  popolo  di  Firense  liberatosi  contro  a' grandi,  ivi,  20 

—  al  conte  da  BattifoUe  contro  i  Tarlati,  ivi,  33  —  a 
Niccola  di  Renzo  signore  di  Roma,  ivi,  90  —  fanno  am* 
basciata  al  re  d'Ungheria,  ivi,  108  e  110. 

Pcruzz ,  famiglia  di  Firense,  IV,  13  —  capi  di  popolo. 
Vili,  12  —  mercatanti  del  re  di  Francia,  ivi,  62  —di 
parte  bianca,  ivi,  71  —  gran  danno  che  ricevono  per 
la  guerra  tra  Filippo  di  Vaiola  e  il  re  d' Inghìltera,  XI, 
88  —  falliscono,  I,  39  e  XII,  55  —  confortano  il  du- 
ca d' Atene  a  farsi  tiranno  di  Firenae,  XII,  3  —  hanno 
parta  nella  cacciata  di  lui,  ivi,  17. 

—  Bonifazio  de',  capitano  di  guardia  e  conservadore  di 
pace  in  Arezzo,  XI,  60. 

—  Simone  de',  riformatore  in  Firenze,  XII,  17  —  cava- 
liere ed  ambasciadore  al  re  d' Ungheria,  ivi,  108. 

Pesaro,  si  rubella  al  papa,  IX,  19. 

Pescia,  arsa  e  guasUta  dai  Fiuccheai,  VII,  77  —  £a  paee 
e  accordo  co'  Fiorentini,  X,  136  —  rìman«  a  loro  per 
pace,  XI,  91  —  guaataU  da'  Fiorentini,   ivi,    14  e  63. 

Prtrella^  Guido  della,  capitano  delle  masnade  de'  Fioren- 
tini, IX,  127. 

Pttri,  figliuoli  nobili  di  Firenze,  IV,  13. 

Petroio,  castello  preso  da  Castruccio,  IX,  315. 

PsOieri.  V.  PUtkrL 

Piacentini,  prendono  Castiglione  e  sono  guerrìati  da  Asso 
Visconti,  IX,  288. 

Piacenza,  presa  da  Evancier,  II,  5  —  si  rubella  a  Federigo 
Barbarossa,  V,  1  —  come  ne  furono  cacciati  i  guelfi,  IX, 
41  —  è  toruaU  alla  Chiesa  da  Vergiù  di  Landa,  ivi, 
178  —  grande  scandalo  che  v'ebbe  tra'  citudini,  bri, 
203  —  si  rende  ad  Azzo  Visconti,  XI,  31  —  signo- 
reggiata da  Luchino,  XII,  74. 

PiaceHzUf  signore  di.  V.   Visconti^  Galeazzo. 

—  Piero  da,  fatto  impiccare  dal  duca  d'Atene  in  Firen- 
ze. XU,  7. 

Piandimezzo,  castello  de'  Pazzi  in  Valdamo,  preso  e  di- 
strutto da'  Fiorentini,  VII,  36. 

Piantrevigne,  castello,  rubellato  e  tradito  a'  Fiorentini,  Vili, 
53. 

Piocardia,  provincia  d'Europa,  l,  5  —  tolta  ai  conti  di 
Fiandra  da  Filippo  il  Bornio,  IV,  4. 

PicOf  figliuolo  di  Saturno,  regna  in  Italia  dopo  di  lui,  1, 23* 

PtemonUf  Simone,  di,  capitano  di  schiera  alla  battaglia  di 
Coltrai,  VUI,  56. 

Piero.  V.  Pietro. 

Pietracassa,  castello  reso  a  Castruccio,  X,  46. 

Pietralata;  in  Apuri,  presa  dal  re  Filippo  di  Francia,  VII, 
102. 

Pie' ramala^  signori  di.  V.  T  flati. 

—  Delfo  Saccone  da,  signore  d'  Arezzo,  X,  35. 

—  Piero  Saccone  da,  signore  d'Arezzo,  X,  85  —  depo- 
sto da  papa  Giovanni,  ivi,  78  —  toruato  signore,  mena 
trattato  per  avere  Cortona,  ivi,  198  —  corre  sopra  i 
Perugini,  XI,  28  —  tratta  con  Mastino  della  Scala,  ivi, 
48  —  coi  Fiorentini,  ivi,  60  —  dà  loro  la  possessione 
di  Arezzo,  ivi  —  gli  aiuta  sopra  Lucca,  ivi,  63  —  pri- 
gione in  Fireuzo,  ivi,  139. 

—  Guido  Tarlati  dì,  vescovo  di  Arezzo,  comincia  guerra 
ai  Conti  e  prende  Castel focognano,  IX,  151  —  prende 
Rondine,  ivi,  215  —  ha  per  tradimento  CHttadicastello, 
ivi,  226  —  ha  la  rocca  di  Caprese,  ivi,  235  —  seo- 
municato,  ivi,  216  —  aiuta  Castruccio  contra  i  Fioren- 
tini, ivi,  301  —  perseguita  gli  Ubcrtini,  poi  s'accorda 
con  loro,  ivi,  307  —  distrugge  la  terra  di  monte  a  San* 
Savino,  ivi,  314  —  fa  disfare  Laterino,  ivi,  343  —  è 
privato  dolio  spirituale  per  lo  papa,  ivi,  346  —  tiran- 
no 0  signore  d'Arezzo,    X,   Vi  —  va  ul  parlamento  di 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


583 


Trento,  X,  18  —  corona  in  Milano  Ijodovico  il  Ha  va- 
ro, ivi,  19  —  va  al  parlamento  di  Liorci,  ivi,  32  — 
tratta  co'  Pisani,  ivi,  33  —  si  parte  male  in  arcordu 
dal  Bavaro  e  tornando  ad  Arezzo  muore  in  Marciiiinu, 
X,  85. 

Pietrasanta,  presa  per  forza  da  Arrigo  di  Fiandra,  IX,  50 
—  tradita  da  Niccolaio  de'  Pogginglii  a  Mastino  della 
Scala,  XI,  32  —  ceduU  a'  Fiorentini,  ivi,  133  e  XII, 
8  —  arsa,  XII,  12  —  data  al  vescovo  di  Luni,  ivi,  24. 

Pietrat€MUif  Gniscardo  da,  di  Milano,  podestà  di  Firenze, 
VI,  66. 

Pieiro  III,  re  d'Aragona,  parte  cLe  ha  nella  congiara  di 
Oiinnì  da  Procita,  VII,  67  —  giura  di  venire  in  Sici- 
lia a  prendervi  la  signoria,  ivi,  69  —  s*  apparecchia  di 
fare  soa  armata  a  ciò,  e  il  papa  gliela  manda  difen- 
dendo, ivi,  60  —  si  parte  con  quella  di  Catalogna  e 
▼iene  in  Sicilia  e  n'  è  coronato,  ivi,  69  —  tien  parla- 
mento in  Palermo  per  soccorrere  Messina,  ivi,  70  — 
sua  lettera  al  re  Carlo,  ivi,  71  — manda  il  suo  ammi- 
raglio per  prendere  il  naviglio  del  re  Carlo  die  addu- 
ceva  vittovaglia,  ivi,  74  —  suo  ricevimento  in  Messina, 
ivi,  76  —  ingaggiasi  di  combattere  fol  re  Carlo  a  Bor- 
della  in  Guascogna  per  diffinire  la  tenzone  di  Siciiia, 
ivi,  86  —  come  fallì  la  giornata  promessa,  onde  fu  dal 
papa  scomunicato  e  privato,  ivi,  87  —  s'oppone  al  pas- 
so delle  Schiuse  contro  a  Filippo  lil  re  di  Francia,  ivi, 

102  —  sconfìtto  e  ferito  da'  Franceschi,  muore  della 
ferita,  ivi,  103. 

—  IV,  re  di  Spagna,  sconfigge  i  Saracini  di  Granata,  X, 
S64  —  va  al  soccorso  di  Gibilterra,  ivi,  222  —  scon- 
figge ancora  i  Saracini,  XI,  99  —  come  la  sua  armata 
quasi  perì  per  fortuna,  ivi,  113  —  sconfigge  ancora  i 
Saracini,  ivi,  120  —  toglie  Maiolica  al  re  suo  cugino, 
XII,  16  •—  prende  Zizera  in  Granata,  ivi,  31. 

—  don,  di  Sicilia,  figliuolo  di  Federico,  è  coronato  di  quel 
reame  da  suo  padre,  IX,  134  —  viene  con  armata  sua 
e  de'  Genovesi  nsciti  a  Pisa  in   aiuto  del    Bavaro,  X, 

103  —  toma  in  Sicilia  e  riceve  grande  sconfìtta  di  for- 
tuna in  mare,  ivi  —  mentecatto,  XI,  71  —  vuol  soc- 
correr Melazzo  e  muore,  XI,  128. 

—  fratello  del  re  Itoberto  di  Puglia,  mandato  per  signore 
m  Firenze  con  soccorso,  IX,  61  —  fa  a'  Fiorentini  far 
pace  con  gli  Aretini,  ivi,  64  —  muore  a  Montecatini, 
i^,  72. 

«-    eremita,  sommuove  alla  prima   crociata,  IV,  24. 

—  le  Boy  o Konicberoy,  tesserandolo  di  Bruggii,  commo- 
ve quel  comune  a  rubellarsi  da  Francia  e  uccidere  i 
Francesi,  Vili,  66  —  fatto  cavaliere  sul  campo  di  Col- 
trai, ivi,  66. 

—  di  Cello,  nscito  di  Spoleto ,  vi  muove  remore  e  n'  è 
cacciato,  XII,  122. 

Pieve  di  Sacco,  corsa  dall'oste  de'  Fiorentini  e  Viniziani, 
XI,  64. 

Pigl»f  famiglia  nobile  antica  di  Firenze,  IV,  12  —  sono 
di  parte  ghibellina,  V,  39  —  si  dividono  anche  in  parto 
g;uelfa,  VI,  33  —  questa  è  cacciata,  ivi,  79  —  gran 
parte  di  loro  tiene  parto  bianca  co'  Cerchi,  Vili,  39  — 
e  gli  altri  parto  nera,  ivi,  461,  fatti  popolani,  XII,  23. 

Pi»\  casa  di  Modena,  ne  hanno  la  signoria  dal  re  Giovan- 
ni, X,  228. 

PileatriDO,  città  resa  di'  Colonneai  ai  papa,  Vni,  23. 

PtlettrinOf  Iacopo  vescovo  di,  cardinale  legato  in  Francia, 
VI,  19. 

Pini.  V.  Boiti, 

Pioggia  di  vermini,  XII,  84.  V.  Diluvio. 

Pipino,  il  primo,  de'  maggiori  signori  di  Francia,  combatte 
con  Federigo  re  ed  Ilertaire,  suo  balio,  sconfiggegli  in 
battaglia,  uccide  Hertaire  e  metto  in  prigione  il  re,  go- 
verna fino  alla  morte  di  lui  e  sotto  Clovis,  Idelberto, 
Dangoberto  e  Lottieri,  come  sovrano  balio  e  governa- 
tore di  tutta  Francia,  I,  19. 

—  il  secondo,  figliuolo  di  Carlo  Martello,  è,  come  suo  pa- 
dre, fovrano  balio  del  reame  di  Francia  sotto  El derigo, 
I,  19  —  con  volontà  de'  baroni  e  di  p»pa  Stefano  h 
consacrato  re  di  Francia,  dopo  diposto  il  detto  Elderigo, 
ivi  —  passa  in  Itallt,  vioee  e  sconfigge  Teolofire,  ed  è 
fAtto  pAtHiio  di  Roma,  U,  12. 


IHpinOy  figliu  di  Carlo  Magno,  rubella  iSpa^ua  a  suo  tra- 
tel'o  Luip,  II,  JC. 

—  li^lio  di  Luigi  I  impcradorc,  è  re  d'Aquitania,  II,  IG. 

—  Giovaimi,  guidatore  del  regno  di  Puglia  al  tempo  di 
Carlo  II,  XI,  80, 

Pirrene,  passate  da'  Franceschi  con  Filippo  III  loro  re, 
VII,  102. 

Pirro,  figlio  d'Achille,  signore  di  Troia,  I,  16. 

Pisa.  Sua  orìgine,  e  perchè  cosi  nomata,  I,  48  —  tiene 
con  Federìgo  I  Barbarossa,  V,  12  —  obbedisce  a  Ro- 
dolfo re  de'  Romani,    VII,    78  —  sua  potenza,  ivi,  84 

—  rivoluzione    cagionatavi  dal  conte  Ugolino,    ivi,   121 

—  vi  soggiorna  Arrigo  iniperadorc,  IX,  49  —  si  leva 
a  rumore  per  le  setto  de'  cittadini,  ivi,  163  — si  com- 
muove per  la  venuta  del  Bavaro  in  Italia,  X,  24  —  è 
presa  da  lui,  ivi,  34  —  Castrutcio  la  corre  e  se  ne  fa 
signoro,  ivi,  82  —  il  Bavaro  vi  entra  e  la  ordina,  ivi, 
103  —  vi  si  fa  battaglia  cittadina,  Xi,  42  —  muta  stato 
e  reggimento,  XII,  120. 

Pisa,  conte  Bartolommeo  da,  suo  consiglio  a  Manfredi, 
VII,  7. 

—  signore  di.  V.  Oherardcschi. 

Pisani,  come  andarono  sopra  l'isola  di  Maiolica,  IV,  31*  — 
aiutano  la  Chiesa  sopra  Ruggieri  duc^  di  Puglia,  ivi, 
34  —  il  papa  Gregorio  li  pacifica  co'  Genovesi,  V,  15 

—  perche  si  cominciò  guerra  ^ra  loro  e  i  Fiorentini,  VI, 
2  —  ne  sono  sconfitti  a  Castel  del  bosco,  ivi,  3  —  come 
a  petizione  di  Federìco  II  presero  in  mare  i  prelati  del' a 
Chiesa,  che  co*  Genovesi  venivano  al  concilio,  ivi,  19  — 
ne  sono  scomunicati,  ivi  —  aiutano  il  castello  di  Mon- 
tala contro  i  Fiorentini,  e  ne  fuggono  in  isconfitta,  ivi, 

48  —  coli'  aiuto  dei  Sanesi  sconfiggono  i  Lucchesi,  e 
poi  sono  rotti  di'  Fiorentini  al  Pontadera,  ivi,  49  — 
tanno  le  loro  comandamenta,  ivi,  58  —  rompono  pace 
a'  Fiorentini  e  Lucchesi,  e  ne  sono  sconfitti  al  ponte  al 
Serchio,  ivi,  62  —  tengono  dal  re  Manfredi,  ivi,  84  ^ 
per  loro  il  conto  Guido  mauca  di  prendere  il  conte  Carlo 
d'Angiò,  VII,  4  —  fanno  lega  co'  ghibellini  usciti  di 
Firenze  per  sommuovere  Corradino  a  passare  in  Italifl, 
ivi,  23  —  sono  sconfitti   da'  Lucchesi  ad  Asciano,  ivi, 

49  —  nuovamente  al  fosso  Arnonico,  ivi,  51  —  come 
vennero  a  prìma  guerra  coi  Genovesi,  ivi,  84  —  scon- 
fitte e  danni  che  sofirono  da'  Genovesi,  ivi,  90  —  vanno 
a  Genova,  e  poi  son  rotti  alla  Melorìa,  ivi,  92  —  mi- 
nacciati di  mina,  sono  salvati  da'  Fiorentini,  ivi,  98  — 
prendono  un  navilio  de'  Genovesi,  ivi,  107  —  fanno  lor 
capitano  Guido  da  Montefeltro,  e  fanno  morire  di  fame 
il  conte  Ugolino  e'  figliuoli  e  nipoti,  ivi,  128  —  ripren- 
dono il  castello  del  PonUdera  ai  Fiurentlni,  ivi,  148  — 
fanno  ribellare  a'  Samminiatcsi  il  castello  di  Vignale  in 
Camporeoa,  ivi  —  si  pacificano  co'  Fiorentini,  Vili,  2 

—  e  co'  Genovesi,  ivi,  30  —  aiutano  di  danaro  1*  im- 
peradore  Arrigo  di  Lussemburgo,  IX,  7  —  lo  ricevono 
per  signore,  ivi,  37  —  sono  da'  Floreotini  levati  io  i- 
soonfìtta  da  Cerretelio,  ivi,  42  e  47  —  vanno  in  aiuto 
dell'  imperadore  all'  assedio  di  Firenze,  ivi,  49  —  offro- 
no la  signorìa  loro  al  re  Roberto,  al  conte  di  Savoia, 
ad  Arrigo  di  Fiandra,  e  finalmente  ad  Uguccione  della 
Faggiuola  che  1'  accetta,  ivi,  54  —  prendono  Lucca,  e 
rubano  il  tesoro  della  Chiesa,  ivi,  CO  ->  conquistano  pa- 
recchie terre  vicine  di  Fisa,  ivi,  68  —  guadagnano  la 
vittoria  di  Montecatini,  ivi,  71  —-  cacciano  di  signoria 
Uguccione  della  Faggiuola,  ivi,  78  —  fanno  pace  col  re 
Roberto  e  la  lega  guelfa  di  Toscana,  ivi,  82  —  aiutano 
i  ghibellini  usciti  di  Genova,  ivi,  95  —  in  certa  parte 
rompono  pace  a'  Fiorentini,  ivi,  166  —  perdono  buona 
parto  di  Sardegna,  ivi,  210  —  sconfitti  in  Sardegna  dal- 
l'infante d'Aragona,  ivi,  237  e  251  —  fanno  pace,  ivi, 
259  —  nemici  di  Castruccio,  ivi,  301  --  ricevono  nuova 
sconfitta  dal  re  d' Aragona,  e  fanno  pace  dilBnitiva,  ivi, 
33 1  —  mandano  àmbasciadori  al  parlamento  di  Trento, 
X,  18  —  trattano  col  Bavaro,  ivi,  33  —  son  rovinati 
da  lui,  ivi,  34  —  gravati  da  Castruccio,  ivi,  59  —  ac- 
colgono il  Bavaro  e  sua  signoria,  ivi,  103  —  ne  tono 
taglieggiati,  ivi,  107  —  cacciano  di  Pisa  il  vicario  del 
Bavaro  e  le  aue  masnade,  ivi,  134  —  vogliono  compe- 
rar Lucca,  e  non  viene  lor  fatto,  ivi,  137  —  ai  aocor- 


584 


niDICB  DELLA  CRONACA 


dano  co'  Fioi^nlini,  X,  137  —  si  rìcooeUiano  col  papa,  ivi, 
145  —  mandano  preso  T  antipapa  ad  A yigpaone,  ivi,  163 

—  aiatano  i  Lucchesi  assediati  da'  Fioreminl,  ivi,  172 

—  eom'  ebbero  Massa,  ivi,  188  —  sconfitti  da'  Sinesi, 
poi  cavalcano  infino  a  Siena,  ivi,  213  —  fanno  pace 
co'  Sanasi,  ivi»  226  —  soccorrono  Batino  tiranno  di 
Grossetto,  XI,  84  —  ai  turbano  contro  a'  Sanesì,  ivi, 
85  —  si  pongono  ad  assedio  a  Lucca,  ivi,  131  —  la 
loro  oste  hanno  la  fortezza  di  ponte  Tetto,  ivi,  133  — 
danno  grande  sconfitta  all'oste  de' Fiorentini,  ivi,  134  — 
deludono  il  re  Roberto,  e  rafforzano  Y  assedio  di  Lucca, 
ivi,  137  —  la  hanno,  ivi,  140  —  fanno  pace  col  duca 
d*  Atene  signore  di  Firenze,  XII,  8  —  indi  lega  e  com- 
pagnia e  taglia,  ivi  —  mandano  soccorso  a'  congiurati 
contro  il  duca,  ivi,  17  —  rifanno  p^ce  co'  Fiorentini, 
ivi,  26  —  hanno  guerra  con  Luchino  Visconti,  ivi,  29 

—  aintano  i  Tarlati  contro  il  conte  d»  Battifolle,  ivi, 
33  —  fanno  lega  con  Mastino  ed  altri  per  guerreggiare 
la  gente  di  Luchino,  ivi,  38  —  fanno  pace  con  lui,  ivi 

—  vogliono  torre  Fucecchio  a  Fiorentini,  ivi,  45. 
Pi$anOt  maestro  Andrea,  autore  delle  porte  di  San  Giovanni 

a  Firenze,  X,  177. 

Pistoia.  Sua  origine,  e  perchè  cosi  nomata,  I,  32  —  tiene 
con  Federigo  I  Barbarossa,  V,  12  —  i  Fiorentini  vi 
vengono  ad  oste,  VI,  49  —  la  hanno,  e  vi  pongono 
castello,  ivi,  54  —  come  vi  si  cominciasse  parte  nera 
e  parte  bianca.  Vili,  38  —  assediata  da'  Fiorentini  e' 
Lucchesi,  ivi,  52  —  assediata  a  vinta  da'  Ficrentini  e' 
liucchesi,  ivi,  82  —  tenuta  dall'  abate  da  Facciano,  IX, 
247  —  muta  signoria,  ivi,  261  —  è  tradita  a  Castruc- 
cio  degl'  Intermìnelli,  ivi,  294  -  datagli  in  signoria  dal 
Bavaro,  X,  37  —  come  fu  presa  dal  conte  da  Sangi- 
noto  e'  Fiorentini,  ivi,  58  —  assediata  da  Castruccio, 
ivi,  84  —  si  dà  a  patti,  ivi,  85  —  ì  ghibellini  ne  cac- 
ciano i  Tedici  e*  seguaci,  ivi,  126  —  ne  danno  la  si- 
gnorìa a'  Fiorentini,  ivi,  187  —si  dà  al  duca  d'Atene, 
Xll,  3  —  libera  dUla  signorìa  di  Firenze,  ivi,  24. 

Fittoio,  signore  di.  V.  Tedici. 

—  vescovo  di,  cacciato  per  rubello,  IX,  146  ^  stadico 
in  Firenze,  XII,  8. 

Pistoiesi,  sconfiggono  i  Pratesi  a  Carmignano,  IV,  38  — 
tolgono  Montemurlo  a'  conti  Guidi,  ed  è  loro  ritolto  da' 
Fiorentini,  V,  81  —  i  Fiorentini  fan  loro  disfare  la  roc- 
ea  di  Carmignano,  VI,  5  —  sono  sconfitti  da'  Fiorentini, 
iyi^  43  —  partecipano  alla  sconfitta  di  Montaperti,  ivi, 
78  —  s'allegano  contro  a'  Pisani,  VII,  98  —  hanno 
parte  nella  vittorìa  di  Certomondo  in  Casentino,  ivi, 
131  —  entrano  nella  lega  guelfa  di  Toscana  contro  Ar- 
rigo VII  imperadore,  IX,  17  ~  si  danno  alla  signorìa 
del  re  Uoberto,  ivi,  56  —  hanno  parte  nella  sconfitta 
di  Montecatini,  ivi,  71  —  fanno  pace  co' Pisani  e*  Luc- 
chesi, ivi,  82  —  fanno  triegua  con  Castruccio  contro  il 
volere  de'  Fiorentini,  ivi,  146  —  cacciano  il  vicario  del 
re  Roberto,  ivi,  240  —  fanno  nuova  triegua  con  Ca- 
struccio contra  il  volere  de'  Fiorentini,  ivi,  261  —  s'ac- 
cordano co'  Fiorentini,  ivi,  285  ~  fanno  pace,  X,  131 

—  danno  Serravalle  in  guardia  al  comune  di  Firenze, 
ivi,  149  —  si  rnbellaoo  a  popolo  guelfo,  e  riprendono 
Serravalle,  XII,  16. 

Pittierì,  città  in  Guascogna,  presa  dal  conte  di  Vervich, 
Xn,  77. 

PUtim,  Luigi  di,  preso  in  battaglia,  XH,  47. 

Pimtano,  Ugo  di,  di  Borgogna,  quasi  fa  morire  re  Roberto 
di  Puglia,  IX,  173. 

Po,  rompe  gli  argini  de'  Mantovani  e  del  Ferrarese,  X, 
194.; 

Pod,  castello  delle,  si  dà  al  comune  di  Firenze,  XH,  50. 

Podestà  in  Firenze,  come  fu  di  prìma  eletto,  V,  32  — 
come  gli  fu  levata  la  signoria,  VI,  39  —  ohi  fu  il  pri- 
mo per  sei  mesi,  VII,  140  —.  che  facessero  i  Fioren- 
tini in  occasione  di  sua  vacanza,  VIU,  74  —  ne  son 
fatti  di  nuovi  dal  duca  d'Atene,  XII,  8. 

PoggeitOf  Beltramo  o  Raimondo  dal,  cardinale  d'  Ostia,  le- 
gato in  Lombardia,  IX,  109  —  ha  la  signoria  di  Par- 
ma dal  comune,  X,  9  —  fa  rubellare  Modena  a  Passe- 
rino, ivi,  23  —  accusato  di  tradimento,  ivi,  31  — man- 
da alato   a'  Fiorentini   sotto   Pistoia,   ivi,  85  —  fa  far 


oste  sopra  Parma,  Reggio  e  Modena,  X,  132  —  ha  Pi- 
enza  a  patti,  ivi,  141  —  come  punisse  i  traditori  di 
Bologna,  ivi,  148  —  fa  oste  sopra  Modena,  e  toras  eoo 
poco  onore,  ivi,  167  —  vi  fa  oste  ancora,  ivi.  Iti  — 
parlamenta  in  segreto  col  re  Giovanni  di  Boemia,  ivi, 
179  -  fa  fare  oste  sopra  Forlì,  ivi,  190  —  ingsnnsi 
Bolognesi,  e  fa  fare  un  castello  in  Bolo^a,  ivi,  200  — 
è  fitto  conte  della  Romagna,  ivi,  201  ^  manda  a' Fio- 
rentini, che  si  partano  dalla  lega  de'  Lombardi,  iri,  215  — 
come  la  sua  oste  sconfissero  i  marchesi  da  Este,  e  poi 
posero  r  oste  a  Ferrara,  ivi,  216  —  sono  sconfitti  grt- 
vomente,  ivi,  218  —  come  egli,  saputo  del  diinrio  di 
Firenze,  ne  facesse  gran  festa,  XI,  4  —  incominoia  gnenrt 
dalla  lega  de*  Lombardi  a  lui,  ivi,  5  —  la  sua  gente 
sconfiggono  di  quelli  della  lega  di  Lombardia,  ivi  — 
egli  perde  Argenta,  e  poco  appresso  è  cacciato  di  Bo- 
logna, ivi,  6  —  va  ad  Avignone,  e  dissimula,  ivi  —  or- 
dina tradimento  nell'oste  della  lega,  ivi,  8. 

Poggibonizzi,  castello,  come  fosse  edificato,  V,  17  —  co- 
me l'ebbero  i  Fiorentini,  VI,  56  —  come  lo  dbfecero 
la  prima  volta,  ivi,  63  —  è  assediato  e  preso  dal  re 
Carlo  d'Angiò,^^II,  21  —  si  mbella  e  passa  a  Corri- 
dino,  ivi,  24  ~  è  disfatto  da'  Fiorentini,  ivi,  36—  si 
reca  tutto  all'obbedienza  del  comune  di  firenze,  VUI, 
8  —  Arrigo  VII  imperadore  vi  ripone  il  castello  in  sol 
poggio,  e  Io  noma  castello  imperiale,  IX,  49. 

PoggingMf  famiglia  di  Lucca,  tradisce  la  patria,  IX,  60  — 
aiuto  no  Castruccio  a  farsi  signore  di  Lucca,  ivi,  78  — 
hanno  dissensione  con  gì'  Interminelli,  e  parto  son  cso- 
ciHtì,  X,  125. 

—  Niccolaio  de',  signore  di  Pietrasanta,  la  dà  in  gosrdit 
a'  Fiorentini,  poi  la  rende  a  Mastino,  •  n'  è  tradito, 
XI,  82. 

Poggio  a  Santa  Cecilia,  castello  di  Toscana,  distrutto  dt' 
Sanasi  e  guelfi  di  Toscana,  VII,  110. 

Poggitazzi,  cnstello,  disfatto  da'  Fiorentini,  V,  11. 

Fogna,  castello,  preso  da'  Fiorentini,  V,  11. 

Pogna^  cnttanì  da,  gentiluomini  del  contado  di  Firense, 
V,  11. 

Polènta^  da,  signori  di  Ravenna,  tengono  per  la  CUen, 
VII,  80  —  ai  uccidono  insieme,  IX,  169. 

Polidamante,  va  con  Paride  in  Grecia,  I,  13. 

PolÌ9t€na,  figliuola  di  Priamo,  I,  13. 

Pollonia,  provincia  d'Europa,  I,  6. 

Pollonia^  Venceslao  re  di,  ha  guerra  oon  Giovanni  re  di 
Boemia,  X,  196  —  V.  anche  Stefano, 

Polo,  Marco,  menzione  del  suo  MUione,  V,  29. 

PonUerey  signore  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Pomieri,  Guglielmo  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 

Pompeo,  è  combattuto  da  Cesare,  I,  29  e  89  —  ha  parte 
nt'ir  assedio  di  Fiesole,  ivi,  36. 

Ponei  di  Vacchereccia,  Ponciardo  de',  suo  sdegno  cittadi- 
nesco. Vili,  68. 

Pontadera,  castello,  ripreso  dai  msani  ai  Fiorentini,  VII, 
148  —  h  disfatto.  Vili,  2  —  preso  e  arso  dal  mali- 
scalco  della  Chiesa,  X,  85. 

Ponte  Caradi,  da.  V.  Maffeo, 

Pontormo,  borgo  arso  dalla  gente  di  Castmodo,  IX,  918- 
V.  anrhe  Pnntormo. 

Pontremoli,  come  rimase  al  Rossi  di  Parma,  Xf,  40  —  vi 
sono  assediati,  ivi,  52  —  s*  arrende  a  Mastino,  ivi,  56. 

PoHBO,  Imberto  di,  di  Caorsa,  fktto  cardinale,  X,  62. 

Popiglio,  castello  combattuto  da'  Tedici,  X,  192. 

Popoli,  città  di  Puglia,  si  mbella  a  qae*  reaU  per  lo  re 
d'Ungheria,  XII,  89. 

Popolinghe,  città  di  Fiandra  presa  dal  re  Filippo  di  Va- 
lois,  X,  88. 

Poppi,  castello  disfatto  da*  Fiorentini,  VII,  140. 

Porcaro,  barone  del  Bavaro,  usurpa  la  signoria  di  Lucca, 
e  n'è  diposto  subito,  X,  107  —  ha  danaro  da  Aszo 
Visconti,  e  vassene  in  Alemagna,  ivi,  118  —  torna  per 
trattato  all'oste  de' Fiorentini  sopra  Lucca,  XI,  140. 

PoreeUetto  d' Arli,  seguace  di  Castruccio,  preso  da'  Fiorea- 
tini,  IX,  252. 

Porciano,  conti  da.  V.  AlberiL 

Poranna,  re  di  Chiusi,  assedia  Roma,  I,  54. 

Porlinari,  Piglilo,  avvelenato,  Vili,  41. 


DI  fflOVANNI  VILLANI. 


585 


Patio,  Oddo  0  Ottone»  veacoTodi,  cardinale  legtto  in  Fran- 
da,  VI,  19  —  contro  Manfredi,  ìtì,  46  ->  diviene  pa- 
pa. V.  Bemtddlo  XI. 

Portogallo,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

PoriògaUoy  Alfonso  m  re  di,  crociato,  VII,  11. 

Porto  Pisano,  preso  e  disfatto  dal  re  Carlo  d'Angiò  e'  Fio- 
rentini. Vn,  22  —  novamente  da'  Genovesi,  ivi,  98  — 
e  da'  Lucchesi,  ivi,  lil. 

Portovenere,  nella  Riviera  di  Genova,  arde  tutto,  XI,  121. 

Po9tUrìa^  Franeesoo  da,  cacciato  di  Milano,  è  da'  Pisani 
tradito  a  Luchino  Visconti  e  morto  da  questo,  XI,  131. 

—  Giacomino  da,  uno  de'  (lodici  rettori  di  Milano,  IX, 
181. 

Pozio,  castello,  preso  da'  ghibellini  di  Toscana,  VI,  82  — 
tolto  da'  Fiorentini  a  Castmccio  e  diroccato,  X,  81  — 
venduto  ai  Bardi,  XI,  74. 

Pratesi.  Come  flirono  sconfitti  da'  Pistoiesi  a  Carmignano, 
IV,  38  —  liaono  parte  nella  sconfitta  di  Alontaperti,  VI, 
78  —  tornano  guelfi,  VII,  20  —  s'allegano  contro  a'  Pi- 
sani, ivi,  98  —  hanno  parte  nella  vittoria  di  Certomondo 
in  Casentino,  ivi,  131  —  loro  ubbidiensa  al  comune  di 
Firense,  Vili,  2  —  nettano  contro  il  cardinale  da  Pra- 
to, ivi,  69  —  si  danno  alla  signoria  del  re  Roberto,  IX, 
56  —  hanno  parte  nella  aconfitta  di  Montecatini,  ivi,  71 

—  si  danno  a  perpetua  signorìa  al  duca  di  Calabria,  X, 
14  —  mandano  aiuto  a'  Fiorentini  sotto  Pistoia,  ivi,  85 

—  e  centra  i  Pisani,  XI,  132  ~  e  centra  il  duca  d'A- 
tene, Xn,  17. 

Pratiglione,  castello,  preso  da'  Fiorentini,  X,  137. 

Prato,  castello,  vinto  e  disfatto  da'  Fiorentini,  IV,  26  — 
ne  rimangono  signori  i  Gnazsalotti,  XI,  122. 

PratOf  Niccolò  cardinale  da,  legato  in  Firenae  per  fare 
pace,  ne  parte  con  onta  e  vergogna,  Vili,  69  —  ordi- 
sce tradimento  ai  Fiorentini,  ivi,  72  —  capo  di  parte 
in  collegio,  ivi,  80  —  consigliere  di  Clemente  V,  ivi,  81, 
85,  91,  101  —  legato  di  lui  all' imperadore  Arrigo  VII, 

IX,  22  —  lo  corona  a  Roma,  ivi,  43. 

Pf$èa^  della,  nobili  fiorentini,  IV,  10  —  sono  eaooiati  coi 
ghibellini,  VI,  65  —  tradiscono  i  Fiorentini  a  Monta- 
perti,  ivi,  78. 

Pretto^  Giovanni,  è  vinto  nell'India  da  Caogius  cane  dei 
Tartari,  V,  29. 

Rriamo^  il  giovane,  parte  di  Troia  con  Antinoro,  I,  17. 

—  figlio  di  Laoraedoate,  ristaura  Troia  e  vi  regna,  1, 13 

—  sua  prole,  ivi  —  è  ucciso  nella  seconda  mina  di 
Troia,  ivi,  14. 

—  il  Terso,  si  parte  da  Vinegia  e  va  in  Pannonia  e  si 
fa  re  della  Sicambra,  I,  17. 

Priore  del  popolo  in  Areaao,  accecato,  VII,  115. 

Priori  di  Firense,  come  di  prima  si  creasse  il  lorouflcio, 
vn,  77  —  suprema  autorità  a  loro  decretata  da'  popo- 
lani, IX,  273  ~  avviliti  dal  re  Roberto,  X,  10  »  co- 
me si  corressero  gli  ordini  della  loro  eleaione,  XI,  106 

—  perdono  l'autorità,  XII,  3  —  ne  son  fatti  di  nuovi 
dal  duca  d'Atene,  ivi,  8  —  son  riformati,  ivi,  19  — 
nuovamente,  ivi,  22. 

Prùco,  Tarquinio,  re  di  Roma  appresso  Anco,  1, 29  —  sue 

gesto,  ivi   —  è  morto  dai  figliuoli  di  Anco,  ivi. 
Pro€t»9o^  Buccio  di,  senatore  di  Roma,  corona  il  Bavaro, 

X,  55. 

Proeita  (Gianni  da),  come  ordinasse  trattato  e  tradimento 
per  rubeUare  al  re  Carlo  l'isola  di  Sidlia,  VII,  57  ^ 
induce  il  re  Piero  d'Aragana  ad  entrare  nella  congiu- 
ra, ivi,  59  —  toma  a  lui  con  ambasciata  in  Barberia 
e  il  fa  muovere  e  sì  l'aiuta  di  consiglio,  ivi,  69  — 
sua  arringa  al  re  Piero  nel  pariamento  di  Palermo,  ivi, 
70  ->   suo  novello  consiglio,  ivi,  74. 

Pro/curio  Giudeo,  astrolago,  XII,  41. 

Provensa,  provincia  d'Uuropa.  I,  5  —  conquistata  da  E- 
larieo,  II,  4  —  da  Carlo  MarteUo,  ivi,  10  —  da'  Sara- 
cini,  ivi,  13  —  da  Carlomagno,  ivi,  15. 

ProvauM^  conte  di.  V.  Berlinghierij  Boherto* 

Publio  Petreio,  mandato  da'  Romani  centra  Catelllna  e  Fie- 
sole, I,  81. 

Puglia,  provincia  d'Italia,  I,  5  —  come  con  Sicilia  dive- 
nisse regno  longobardo,  II,  9  —  è  donato  alla  Chiesa 
da  Teolofre,  ivi,  11  —  come  venisse  in  potere  di  Ro- 


berto Guiscardo,  IV,  18  —  è  conquistate  da  Arrigo  di 
Svevia,  V,  1 7  —  occupato  da  Ottone  di  Sassonia,  rac- 
quistato  dalla  Chiesa  per  Federigo  II,  ivi,  35  —  Ja 
Chiesa  glielo  rabella,  VI,  21  —  Federigo  lo  racquieta, 
ivi  —  Manfredi  ne  prende  la  signoria,  ivi,  45  —  la 
Chiesa  ne  fk  re  Carlo  d'Angiò,  ivi,  89. 
PufUaf  duca  dL  V.  BmUunomiej  Cammoney  Bobirto, 

—  re  di.  V.  OaHo  d'Angiò,  OugliOmOf  Sobitto,  Btiggiwo^ 
J\ìmerédL 

PugUui,  casa  di  Prato,  cacciati,  XI,  122. 

—  Ridolfo  di  Tegghiaio  de',  ribeUo  di  Prato,  ginstiaiato  a 
torto  dal  duca  d'Atene,  XII,  12. 

—  Vita,  cavaliere  di  Prato,  traditore,  IX,  292. 

Pulei^  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  18  —  è  di  parte 
guelfa,  V,  39  e  VI,  88  —  oaooiata,  VI,  79  ^  di  parte 
bianca,  VIU,  71  —  à  corso  ed  arso  il  loro  castello, 
IX,  818. 

"  Andrea  e  Iacopo  Ldno  de',  rendono  Castiglione  areti- 
no a'  Tarlati,  XU,  16. 

—  Uberto  de',  uno  de'  trentasei  del  secondo  popolo  di  Fi- 
rense, VII,  14. 

Pulidano,  borgo,   preso  da'  ghibellini  e'  bianchi  usciti  di 

Firenae,  Vm,  60. 
PmUagli,  Giliolo,  da  Parma,  podestà  di  Firense,  riceve  onta, 

vm,  74. 
PutUormOf  conte  da,  fatto  popolano  co'  figliuoli  e'  nipoti, 

XU,  22. 


Quadrella  d' argento ,  saettate  da'  Pisani  contr'  a  Genova, 
vn,  84  e  92. 

Quaracchi,  paese  rabato  da  Castracelo,  IX,  317. 

Quarantola,  villa  arsa  dalla  gente  di  Castracdo,  IX,  318. 

QuaraUiy  Sandro  da,  priore  di  Firense,  XII,  18  —  fatto 
gonfaloniere  di  giustiaia,  ivi,  19. 

QiKirttj^iM,  famiglia  di  Lucca,  tradiscono  la  patria,  IX,  60 
—  s'accordano  col  duca  di  Calabria  per  tdr  Lucca  a 
Castmccio  e  sono  scoperti,  in  parte  giustisiati  e  cac- 
ciati, X,  25. 

—  Pagano  da',  aiuta  Castracelo  ad  avere  la  signoria  di 
Lucca  e  n'è  cacciato,  IX,  78  —  ordina  tradimento  e 
gU  è  tagliaU  la  teeta,  X,  166. 

Quattordici,  come  al  creasse  il  loro  ufido  in  Firense  pel 
cardinale  Latino,  VII,  56  ~  come  fòase  dislatto,  ivi,  78. 

Querdagrossa,  castello  de*  Senesi,  dis&tto  da'  Fiorentini, 
VI,  8. 

Querini,  fanno  oongiura  in  Vinegia  e  sonno  cacciati,  IX,  2. 

QuirieOy  Gianni,  capo  di  parte  in  Parma,  IX,  168  —  gli 
è  tolta  da  Mastino  della  Scala,  XI,  127. 

Quirioo  (San),  forteosa  combattuta  tra'  Pisani  e'  Fioren- 
tini, XI,  140. 

QuoMo,  da,  famiglia  guelfa  in  Firenae,  V,  89.  —  oacdati, 
VI,  79. 

—  Filippo  da,  0  da  Volognano,  capitano  de'  ghibellini  u- 
sciti  di  Firense,  VI,  79. 


Badagatio  o  Bodagoio,  re  de'  Goti,  passa  in  Ralla,  I,  61 
—  assedia  Firense,  ivi  —  è  rotto  e  morto  da'  Roma- 
ni, ivi. 

Bamaìdo^  conte,  ha  parte  nell'assedio  di  Fiesole,  I,  36. 

Rainaldo,  monte,  perchè  così  nomato,  I,  86. 

BaìU,  cittadino  dell'Aquila,  la  rabella  alla  regina  Giovan- 
na, XII,  71  e  89. 

Raspanti,  chi  fossero  in  Piss,  XII,  120. 

Balta,  Dego  della,  malitcalco  del  duca  Roberto  di  Cala^ 
bria,  Vni,  82. 

Ravenna,  è  assediata  e  presa  da  Teodorico,  II,  5  —  bat- 
taglia che  vi  combatte  Belisario,  ivi,  6  —  maggiore  e 
più  famosa  dttà  d'Italia  dopo  Roma  a'  tempi  de' Lon- 
gobardi, ha  guerra  con  Alberigo  e' suoi  successori,  ivi,  9. 

Baifmna,  ardprete  di,  signore  della  terra,  uedso,  IX,  169. 

Ravignani,  prendono  il  conte  di  Romagna  ch'era  in  Ra- 
venna per  la  Chiesa,  VII,  144 —  vengono  a'  comanda- 

87  «B. 


586 


INDICB  DELLA  CRONACA 


menti  del  legtto,  X,  1S7  —  ainteno  i  Fiorentini  aopra 
Lucca,  XJ,  63. 

HaTignano,  caateUo  nibellato  a  Castmecio,  X,  6. 

Ramando,  figliuolo  di  Carlo  prence  di  Salerno,  atadico  per 
ano  padre,  VII,  126  —  va  a  Firenxe  col  padre,  VIU,  13. 

Bapolano,  castello,  preso  da'  fiorentini,  VI,  64. 

BoMadùramj  signore  di ,  muore  combattendo  per  Cario  di 
Brois,  Xn,  98. 

Rasi,  Bau!  di,  barone  franoeee  nell'oste  contra  il  re  d'A- 
ragona, yn,  108. 

RoMoamU,  popolare  gbibelUno  di  Firenae,  tradisce  l'oste 
de'  Fiorentini  a  Montapertì,  TI,  78. 

RananH,  famiglia  ghibellina  cacciata  di  Flrense,  VI,  65. 
y.  anobe  BnmtiU. 

Rea  Silvia,  madre  di  Bomolo  e  Bemo,  I,  S6. 

Reali  di  Puglia,  vendetta  che  ne  trae  Lodovico  re  d'  Un- 
gheria per  la  morte  di  Andreasso  duca  di  Calabria, 
xn,  118. 

Recanatì,  si  rende  alla  Chiesa,  IX,  143. 

Reggiani,  mandano  gente  per  la  Chiesa  sopra  i  Visconti, 

IX,  187  —  rubellansi  al  legato  ed  alla  Chiesa,  X,  96 
—  si  arrendono,  ivi,  188. 

Beggio,  in  Calabria,  come  il  re  Roberto  la  usuipasse,  IX, 
84. 

—  di  Lombardia,  battaglia  tra  le  sue  parti  gueUa  e  ghi- 
bellina, yi,  86  ~  si  rubella  al  marchese  d' Este,  Vili, 
68  •—  ad  Arrigo  VII  imperadore,  IX,  88  —  alla  Chie- 
sa, X,  148  —  si  dà  al  re  di  BoenOa,  ivi,  174  —  U- 
sciata  da  lui  ai  signori  da  Fogliano,  ivi,  828  —  s'ar- 
rende a'  signori  della  Scala,  XI,  30  —  assediata  dalla 
lega  da'  Lombardi,  XII,  86. 

Reggio,  signori  di.  \,  OonMoga. 

Regno,  y.  Puglia. 

Remigio,  santo,  battesaa  Clodoveo,  I,  19. 

Remo,  fratello  di  Romolo  e  sue  vicende,  I,  86. 

Ribuamonte,  conte  di.  V.  Aneéìmc, 

RicatoU,  Albertaedo  de',  prigione  de'  Pisani  nella  batta- 
glia di  Lucca,  XI,  184. 

-RieeamoiUe,  conte  di,  preso  in  battaglia,  IX,  180. 

Riccardo  1,  re  d'Inghilterra,  ha  grande  guerra  con  Filip- 
po il  Bornio  re  di  Frauda,  IV,  4  —  come  passasse  con 
lui  in  Terra  Santa  e  là  incominciasse  loro  discordia,  V,  4. 

Ricci,  popolani  bianchi  di  Firense,  Vili,  71. 

—  Bartolo  de',  riformatore  in  Firense,  XII,  17. 

—  Rosso  di  Ricciardo  de\  sindaco  e  cameriingo  in  Lucca 
pel  comune  di  Firenze,  XI,  38  —  condannato  dal  duca 
d'Atene,  XII,  3. 

Ricciardo  o  Riccardo  1,  figlio  di  Guglielmo,  duca  di  Nor- 
mandia, ly,  19. 
— -  U,  figlio  di  Ricciardo  I,  duca  di  Normandia,  IV,  19. 

—  ni,  fi^io  di  Ricciardo  n,  duca  di  Normandia,  TV,  19. 

—  conte  di  Comovaglia,   eletto  re  de'  Romani,  \l,  73. 
Riceomatmi,  famiglia  di  Firense,  XI,  74. 

Ricorie,  conte  di,  ha  parte  nella  battaglia  di  Crecì,  Xn,  67. 
Ridolfi,  nobUi  fiorentini,  m,  1. 

—  Niccolò  di  Ciene,  priore  di  Firense,  XU,  18. 
Ridolfo,  figlio  del  duca  di  Borgogna,  è  fatto  re  di  Fran- 
cia da'  baroni,  II,  14.  V.  anche  Rodolfo, 

Rieti,  città,  da  chi  nomata,  I,  86  —  la  ha  il  re  Roberto, 

X,  81. 

Rieti,  Berardo  da,  contestabile,  con  alquanti  fiorentini  scon- 
figge de'  soldati  pisani,  VU,  183  —  è  mandato  da' Sa- 
nasi a  aoecorso  degli  usciti  guelfi  di  Chiusi,  ivi,  186. 

RigaleUi,  Piero,  consigliere  de' Priori  di  Elrenae,  Xn,  18. 

RimaldeUi,  casa  fiorentina,  XU,  18. 

Rimino,  rubellasi  al  legato,  X,  887. 

Rmaldeechi,  casa  di  Prato,  cacciati,  XI,  188. 

Rimeri,  conte  di  San  Gillo,  cacciato,  IV,  84. 

Rinmcd,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

—  Alesso  de',  ambasoiadore  de'  Fiorentini  a  Vinegia,  XI,  90. 
Rùmeeio  di  Pappo,   di  Maremma,  rinomato  capitano,  VII, 

180. 

Ripafratta,  castello  preso  da'  Pisani,  IX,  68. 

Ristruecioli ,  castello  de'  Pazzi  in  Valdamo,  preso  e  dis- 
otto da'  Fiorentini,  VII,  36. 

Rcòerio  di  Bosco  o  di  Busto  o  di  Brusco  o  dlBrus,  re  di 
Scosia,  ym,  67  —  vince   Odoardo  re  d'Inghilterra  e 


(k  lunga  triegua  con  lui,  IX,  806  —  corre  l'Inglultsr- 
ra,  X,  88  —  fk  pace  con  quel  re,  ivi,  79. 
Roberto  fratello  di  Oddo  di  Angieri ,  è  fatto  re  di  Francia 
da  parte   de'  baroni,  n,  14  ~  à  sconfitto  e  morto  di 
Carlo  il  Semplice,  ivi. 

—  primo  duca  de'  Normandi,  n,  19  ;  IV,  19  e  V,  4. 

—  figlio  di  Guglielmo  Longaspada  e  duca  di  Normandia,  V,  i. 

—  duca  di  Puglia,  accoglie  Roberto  Guiscardo  e  il  £a  suo 
successore,  IV,  19. 

—  duca  di  Calabria  e  conte  di  Provenza,  fi^  di  Cario  O 
d' Angiò,  yn,  96  —  acende  in  SicUia  con  Cario  di  Va- 
lois,  yni,  60  —  capitanq  di  guerra  de'  Fiorentini  con- 
tra Pistoia,  ivi,  88  —  riparte  dell'oste  per  obbedienza 
al  papa,  ivi  —  è  coronato  del  regno  di  Sicilia  e  Pa- 
glia, ivi,  118  —  manda  in  Firense  sua  bandiera  al  suo 
maliscalco,  ivi,  118  —  viene  in  Firenze  per  riconetHt- 
re  i  guelfi  e  non  può,  IX,  8  —  fa  pigliare  per  ingan- 
no i  ghibellini  di  Romagna,  ivi,  18  —  manda  gentsa' 
Fiorentini  per  contrastare  l' imperadore  Arrigo,   ivi,  31 

—  fk  rannata  a  Roma  con  la  lega  di  Lombardia,  Ivi, 
89  —  condannato  da  Arrigo,  ivi,  60  —  £itto  signore 
di  Firenze,  ivi,  66  —  va  oon  grande  stoolo  sopra  Si- 
cilia e  assedia  TrapìOi,  ivi,  68  —  manda  in  Flrsnie 
per  capitano  il  conte  Novello,  ivi,  74  —  fiz  pace  co' 
Pisani  e'  Lucchesi,  ivi,  88  —  manda  sua  armata  in  8i- 
dlia  e  £z  gran  danno,  ivi,  84  —  favoreggia  i  guelfi  di 
Genova,  ivi,  87  —  viene  per  mare  al  loro  socoorao,  M, 
93  —  à  fatto  signore  di  Genova,  ivi,  94  —  sostiene 
viva  guerra  contro  gli  usciti  di  Genova  ed  i  Lomberdl, 
ivi,  96  —  si  parte  di  Genova  e  va  a  corte  di  papa  in 
Provenza,  ivi,  98  ~  fa  sua  armata  di  galee  per  con- 
trastare a  quella  di  Federigo  re  di  Scilla  e  combatte, 
ivi,  113  —  per  poco  non  è  morto  ad  Avignone,  ivi, 
178  —  ai  parte  da  corte  del  papa  e  va  a  Napoli,  ivi, 
849  —  vi  à  quasi  morto  da  assassini,  ivi,  880  —  man- 
da aiuto  a'  Fiorentini  contra  Castrucdo,  ivi,  830  — 
manda  loro  il  duca  d'Atene,  ivi,  361  —  &tto  dalla  Chie- 
sa vicario  d' imperio  in  Italia,  vacante  imperio,  ivi,  362 

—  come  mosse  1  primi  patti  a'  Fiorentini,  e  si  recò  il 
tutto  la  signoria  di  Firenae,  X,  10  —  manda  il  prence 
della  Morea  nelle  terre  di  Roma,  ivi,  81  —  ed  un'ar- 
mata contra  don  Federico  in  Sicilia,  ivi  —  manda  aiuto 
a'  Fiorentini,  ivi,  109  e  167  —  pacifica  i  Genovesi  co' 
loro  usciti,  ivi,  189  —  entra  nella  lega  lombarda,  ivi, 
804  —  come  la  sua  parte  della  taglia  rimane  alle  fron- 
tiere, ivi,  816  —  fa  armata  aopra  Sardegna,  XI,  29  — 
entra  nella  lega  contra  Mastino,  ivi,  46  —  manda  aiuto 
a'  Fiorentini  sopra  Lucca,  ivi,  63  —  mands  una  gran- 
de armata  sopra  l'isola  di  Sicilia  con  poco  acquisto, ivi, 
79  —  com'ebbe  Lipari,  ivi,  108  — e  Melaaao,  ivi,  128 

—  domanda  a'  Fiorentini  la  signoria  di  Lucca  ed  balle 
promettendo  d'aiutarli  nella  guerra  contro  a'  Pisani,  ìtì, 
137  —  manca  alia  promessa,  ivi,  138  —  sua  lettera 
al  duca  d'Atene  quando  seppe  che  avea  presa  la  signo- 
ria di  Fhrenze,  XII,  4  —  muore,  ivi,  10. 

—  prence  di  Taranto,  capo  di  partito  in  Napoli  dopo  l'as- 
sassinio di  Andreasso,  Xn,  68  —  unito  con  gli  altri 
reali  di  Puglia  contro  il  re  d' Ungheria,  ivi,  lOA  — 
preso  da  lui,  ivi,  112. 

—  fratello  del  duca  di  Durazzo,  preso  dal  re  d*  Ungheria, 
xn,  118. 

—  figliuolo  di  Carlo,  prence  di  Salerno,  stadioo  per  suo 
padre,  Vn,  186. 

—  figUo  di  Guido  conte  di  Fiandra,  difende  Ulla,  VlIIt 
19  —  prigione  del  re  Filippo  di  Frauda,  ivi,  83  e  37  — 
liberato,  diviene  conte  di  Fiandra,  ivi,  79  -^  compie 
pace  col  re  di  Francia,  IX,  123. 

—  figlio  di  Roberto  conte  di  Fiandra,  barone  di  Arrigo  VII 
a  Pisa,  IX,  37  —  combatte  co*  Fiorentini,  e  frigge,  iri, 
48  —  ha  guerra  con  suo  fratello  Luigi,  ivi,  124. 

—  fratello  del  delfino  di  Vienna,  ò  fiato  delfino,  X,  224 
V.  Dafmo  di  Vienna. 

—  conte  di  Fiandra,  orociato,  IV,  84. 

—  conte  di  Vermandois,  prende  Cario  il  Semplice,  e  il 
tiene  prigione,  n,  14. 

—  di  Bagliuolo,  eletto  e  coronato  re  di  Scoaia  per  Odo- 
ardo in,  re  d' Inghilterra,  X,  823. 


01  (HOVANia  YILLANL 


&87 


Afòirtofl  Battodo,  cose  si ùtcMM  t%  d' Ingliittom,  V,  4. 

—  Oidtovdo,  fratello  d«i  dnea  BieeUrdo  m  di  Nomaui- 
dim,  ly,  19  —  eome  tcdim  in  Poflia,  poi  tì  tornò  oon 
più  earalMii,  e  infine  fa  fatto  raoeoMore  del  daca  Bo* 
belio»  ivi  —  caeda  Alesalo  imperadora,  e  rinee  i  Vi- 
nisiai^,  hi  —  ha  gnerra  con  la  cooteasa  Matilde,  ai 
Hooaeilia  eon  U  Chieaa,  e  n'ò  fitto  aignore,  e  re  di 
PoflSa  e  Sioilia,  ivi  —  oon  la  conteaa  libera  pi^  Cho- 
gorio  Vn,  ivi  —  ano!  discendenti,  ìyì,  20  —  aanore 
in  Terra  Santa,  ivi. 

—  tadeaeo,  vicario  di  Arrigo  IV  in  Toscana,  IV,  S9. 
Roboamo^  ra  di  Gindn,  I,  15. 

Boeeacontrada,  castello,  preso  dai  ghibellini  della  Marca, 
n,  S38. 

Boeem  di  Mareasma,  Dino  della,  capitano  de*  Piaani  e  Mas- 
setaai,  preso  da'  Sanasi,  X,  218  —  oon  Tinnedo  go- 
vernano Pisa,  sotto  titolo  di  conti,  poi  sono  cacciati, 
Xn,  120. 

IZoeaa/brft,  Badino  di,  contestabile  francese,  assoldato  dai 
Fiorentini,  IX,  275- 

Bodaidi,  cacciati  di  Bologna,  XI,  7. 

Bodi,  preaa  da'fitei  dello  spedale,  VUI,  lOi. 

Bodo^o,  conte  d'Habsbnrgo,  elettore  de'Bomani  per  Ore- 
gorìo  X,  Vn,  42  —  si  disgostano,  poi  si  rappaciano, 
ivi,  43  -->  eletto  imperadore,  sconfigge  ed  aodde  il  re 
di  Boemia,  e  fa  pace  col  figlinolo,  ivi,  55  —  come  fosse 
ridottato  in  Italia  e  da  re  Carlo  d'  Angiò,  ivi,  56  ~ 
manda  sno  sicario  in  Toscana,  ivi,  78  —  muore,  ivi, 
146. 

—  dava  di  Sassonia,  è  eletto  re  de'  Bomani  vivente  Ar- 
rigo IV,  IV,  22. 

BoggéOf  signore  di,  muore  combattendo  per  Carlo  di  Brois, 

xn,  98. 

Boma,  città,  da  ohi  nomata,  I,  26  —  suoi  re,  ivi,  27  — 
come  si  resse  per  la  signoria  dei  consoli  e  senatori  fino 
a  Giulio  Cesare,  ivi,  29  —  come  lo  imperio  suo  an- 
dasse al  dichino  da  indi  la  dissensione  de'  figlinoli  di 
Costantino,  ivi,  60  »  assediate  dai  Goti,  e  liberata  da 
Belisario,  n,  6  —  assediate  da  Eliprando  e  Grimoaldo, 
viene  Uberete  da  Carlo  MarteUo,  ivi,  10  ~  assediate  da 
Ottone  I,  IV,  2  —  da  Ottone  IH,  ivi  —  da  Arrigo  UI, 
ivi,  22  —  da  Federigo  Barbarossa,  V,  8  —  da  Fede- 
rigo n,  VI,  18  —  rannate  ohe  vi  fk  il  re  Boberto  con 
la  lega  di  Toscana,  per  contrastare  la  ooronasione  d'Ar- 
rigo imperadore,  IX,  89  —  interdette  per  la  venute 
del  Bavero,  —  X,  52  —  vi  nasce  grande  auffa  fra  i 
Bomani  e*  Tedeschi,  ivi,  64  —  è  riformata  all'ubbi- 
dienaa  della  Chieaa  e  del  re  Boberto,  ivi,  76. 

Bomo,  Angiolo  di,  podestà  di  Pisa,  è  preso  da' Fiorentini, 
VI,  49. 

Bomagna,  provincia  d'Italia,  I,  5  —  come  la  Chiesa  U 
possegga  per  sua,  VII,  43  —  oombattate  fra  la  Chiesa 
e  il  conte  di  Monteftltro,  ivi,  54  —  viene  quasi  tette 
aU'  nbbidiensa  della  Chiesa,  ivi,  82  —  si  rubella,  ed  è 
rappacificate  dal  conte  Bendino  de'  Guidi,  ivi,  144  — 
come  per  procaccio  de'  Fiorentini  trattano  di  pace  i  suoi 
signori  e  comuni,  XI,  58. 

Bomagna,  conte  di.  V.  Durante,  Ouidiy  OrsmL 

BomagnuoU,  mandano  gente  per  la  Chiesa  sopra  i  Visconti, 
IX,  186. 

Romani  Sconfiggooo  Catellina  e'  suoi,  I,  32  —  sconfiggono 
i  Flesolani,  ivi,  34  —  assediano  la  prima  volte  Fiesole, 
ivi,  85  —  tornano  ad  assedio  di  Fiesole,  ivi,  86  ~  la 
distruggono,  ivi,  37  —  come  ebbero  insegna,  n,  1  — 
cacciano  i  Goti  di  Boma,  ivi,  5  —  quando  s'inoomin- 
darono  a  reggere  per  patrioii,  ivi,  7  —  si  rubellano  alla 
Chiesa,  ma  Carlomagno  li  toma  ad  obbedienza,  ivi,  15 
—  cacciano  gli  Dngari  chiamati  da  Alberigo  marchese, 
in,  4  —  depongono  papa  Leone  Vili,  IV,  1  —  ten- 
gono le  parti  di  Federigo  Barbarossa,  poi  tornano  a 
quelle  del  papa,  e  sono  sconfitti  da'  Tedeschi  a  Monto 
del  Porco,  V,  1  —  cacciano  i  Colonnesl,  ivi  —  accol- 
gono Corredino,  VII,  25  —  si  commuovono  per  la  ve- 
nute del  Bavero  in  Italia,  e  dissimulano  oon  lui,  col 
papa  e  col  re  Boberto,  X,  20  —  impediscono  1*  entrate 
in  Boma  alla  gente  dei  re  Boberto,  ivi,  21  —  accolgono 
Lodovico  il  Bavero,  e  il  fanno  senatore  e  capitano  del 


popolo,  X,  55  ^  fkmno  legge  oontro  qioalmiqiM  papa 
si  partisse  di  Boma,  ed  eleggono  antipapa,  ivi,  71  — 
tenno  U  coda  roauma  al  Bavero  che  si  parto  di  Boma, 
ivi,  97  —  per  carestia  tolgono  la  signoria  al  re  Bo* 
l>erto,  ivi,  120  —  vanno  col  legato  aopra  ViterÌ>o,  ivi, 
133  —  Canno  pace  intra  loro  e  popolo,  e  mandano  a 
Firenie  per  avere  leggi,  XI,  96  —  si  mbellano  alte 
Chieea,  e  tenne  tribuno  del  popolo,  XII,  90. 

BoaMM,  re  de'.  V.  AdofM  <^tt«^t  ^^^^f^  Cbnn«lo,  Fi- 
ì^pOf  JZieetardo,  Bodd/o. 

Bomania,  provinete  d'Europa,  I,  5. 

—  Compagnte  di,  eome  ai  cominciò,  Vm,  51. 
Boaiciie,  eonte,  di  Nola,   viene  a  Firenie  al  seguito  del 

duca  di  Calabria,  X,  1. 

—  Eaaelino  da,  grande  tiranno,  è  sconfitto  da'  Cremonesi 
e  mnore,  VI,  72  —  chi  fòsse,  ivL 

Bomena,  castello  preso  da' conti  Guidi  ghil>ellini,  X,  62. 

BoaMNo,  oonto  da,  perde  la  rocca  di  Caprese,  IX,  285. 

RomoàUo,  re  in  Benevento,  O,  9. 

Bowutlo  e  BmmOf  di  ohi  e  come  nasoessero,  I,  25  —  Amu- 
lio  li  te  gittare  in  Tevere;  come  campassero,  ivi  —  oon 
isforao  di  pastori,  ladroni  ed  altra  geoto  disposte  a  mal 
tere  prendono  Alba,  uccidono  Amuilo,  e  restituiscono  il 
regno  a  Numttore,  ivi,  26  —  edificano  Boma,  e  vi  re- 
cano te  signoria  d' Alba,  e  la  fanno  capo  del  reame  de' 
latini,  iri  —  Bomolo  fa  morire  Numitore  e  Bemo  e  re- 
gna solo,  ivi  —  s'annega  in  un  fiume,  ivi. 

BtmdéUOf  conto  di,  capitano  d' una  schiera  inglese  alte  bat- 
taglia di  Cred,  XH,  67. 

Bondine,  castello,  preso  dagli  usciti  guelfi  d'Areaao,  VII, 
115  —  s'arrende  agU  Aretini,  IX,  215  »aidà  a'Fio- 
rentini,  XI,  41. 

BondmMiy  capi  del  popolo  contro  a'  grandi  in  Firense, 
xn,  21. 

Ro$ii,  di  Parma,  signori  della  città,  X,  96  —  la  danno  al 
re  di  Boemia,  ivi,  174  —  hanno  daini  Parma  e  Lucoa 
per  danaro,  ivi,  228  —  vendono  Parma  ai  signori  delte 
Scala,  XI,  80  —  tornano  amici  de'  Fiorentini,  ivi,  52  — 
perdono  Pontremoli,  ivi,  56  —  mentre  sono  per  esaltare, 
la  loro  casa  è  quasi  annullata,  ivi,  66. 

—  Marsilio  de',  signore  di  Parma,  vuol  tradirla,  XI,  30  — 
s' acconcte  co'  Fiorentini,  ivi,  52  —  capitano  nell'  osto 
delte  lega  de'  Fiorentini  co'  Viniaiani,  ivi,  54  —  ca- 
valca sopra  Verona,  ivi,  64  —  muore,  ivi,  66. 

—  Orlando  Bosso  o  de',  di  Parma,  caccia  Ghiberto  di  Cor- 
reggio, poi  n'è  cacciato  co'  suol,  Vili,  93  —  rimane 
signore  di  Parma,  e  vi  rimetto  Ì  figliuoli  di  Ghiberto, 
IX,  168  —  tradito  e  imprigionato  dal  legato  di  Lom- 
bardia, X,  142  —  cambteto,  ivi,  172  —tradisce  la  pa- 
tria, ivi,  174  e  XI,  80  —  dà  Lucca  a  Ifastino  deUa 
Scala,  XI,  40  —  lo  aiuto  nel  tradimento  de' Fiorentini, 
ivi,  44  —  s'  acconcia  oon  questi,  e  diviene  lor  capiteno 
di  guerra,  ivi,  52  —  cavalca  aopra  Lucca,  ivi,  58  e  64. 

—  Pietro  Boaso  o  de',  tiene  Lucca  pel  re  Giovanni,  XI, 
80  —  cavalca  sopra  il  poggio  della  Pedona,  ivi  — 
perde  Lucca,  e  va  a  Pontremoli,  ivi,  40  —  manda  soc- 
oorso  a'  ribelli  di  Pisa,  ivi,  42  —  ai  acconcia  co' Fio- 
rentini, è  tetto  loro  capitano  di  guerra,  e  sconfigge  il 
maliscalco  di  Mastino  della  Soate  sotto  al  Cermglio,  ivi, 
52  —  chiamato  da'  VinUianl  per  capiteno  e  duca  del- 
l' oste  delte  lega  in  Trivigiana,  ivi  ~  corre  la  Trivi- 
giaoa,  e  si  pone  a  Bovolento,  ivi,  54  —  otfre  battaglia 
a  Mastino,  ivi,  57  —  cavalca  sopra  Padova  più  volto, 
ivi,  58  —  come  fu  quasi  morto  per  ordine  di  Mastino, 
ivi,  62  —  sua  provedensa  per  salvar  l'osto  centra  Ma- 
stino, ivi,  64  —  assale  Padova  ed  balte  per  tradimento, 
ivi,  65  —  muore  nell'aasalto  di  Monseliee,  ivi,  66. 

—  Ugolino  de',  da  Parma,  podeste  di  Firense,  VII,  182. 

—  famiglia  fiorentina.  V.  anche  Oiacoppi. 

—  Bendino  de',  capitano  di  cavalieri  nell'  osto  fiorentina 
oontra  Castruodo,  IX,  301. 

—  Berna  de',  prigione  de*  Pisani  nella  battaglia  di  Lucca, 

XI,  134. 

—  figli  di  Bernardo,  fatti  popolani,  XII,  28. 

—  Giovanni  Pini  de',  ambasoiadore  al  papa  Giovanni  XXII, 

XII,  44  —  son  tolti  a'  suoi  figliuoli  dal  popolo  i  beni 
lor  donati  pel  comune,  ivi. 


588 


INDICE  DBLLA  CBORACÀ 


Rosti  Guido  Biglierelli  de',  eutelUmo  d«l  Pontadara,  &tto 
morire,  VII,  148. 

—  Pino  de*,  di  Firense,  liformatore,  XII,  17. 
Ro$»iglù>ne^  beatardo  di,  suo  oonsi^o  al  re  Filippo  di  Pran- 
fcr-cia,  VU,  102. 

Boi9om,  Dino,  di  Mugello,  dotto  in  divinità  e  decreto,  Vm, 

64  —  nrnore  a  Bologna,  ivi, 
RoUi,  d^U  Annibaldesobi  Ricciardo  della,   morto  in  rissa 

fra  gli  Orsini  ed  i  Colonne^,  VIU,  117. 
Rotaia,  castello  reso  da'  Lnochesi  a'  Pisani,  IX,  68. 
Rotanoy  re  de'  Longobardi,   viene  in  Italia,  la  conqni^ 

e  &  suo  capo  del  reame  Pavia,  n,  7  —  sooi  soooesiori, 

ivi,  9. 
Retina  in  Versilia,  castello  reso  a  Castmooio,  X,  46. 
Rovignani,  nobili  antichi  Fiorentini,  IV,  II. 
Ruedlait  popolani  di  Firenae,  XII,  8  —  cengiorano  contro 

il  doca  d'Atene,  ivi,  16  —  lo  caodano,  ivi,  17. 

—  Andrea  de',  cavaliere  ed  ambasciadore  al  re  d' Unghe- 
ria, XU,  108. 

—  Guglielmo,  podestà  in  Sammiaiato,  XII,  8S. 
BtuUaf  sire  di,  muore  in  battaglia  cittadina,  IX,  310. 
KufoH^  Baldo  de',  primo  gonfaloniere  di  giustisia  in  Fi- 
reme,  vm,  1. 

—  Nanni  de',  fiorentino  di  parte  bianca,  ucciso,  vm,  60. 
Jhvyeri,  I,  duca  di  Puglia,  poi  coronato  re  di  Sicilia  e 

Puglia  da  papa  Onorio  Ù,  IV,  20  e  84. 

—  II,  re  di  Puglia  e  Sicilia  dopo  suo  padre  Ruggeri  I, 
rv,  20  —  è  cacciato  di  regno  da  Lottario  imperadore 
co'  Pisani  e  Genovesi,  ivi,  34. 

Rugffierif  arcivescovo  di  Pisa.  V.  Ubaidùd, 

Rngomagno,  castello  di  Senesi,  dlsfktto  dai  Fiorentini, 
V,  84. 

Russia  o  Rosala,  provincia  d'Europa,  I,  5. 

Muoia,  re  di,  sconfitto  da  Carlo  Umberto  re  d' Ungheria, 
IX,  176. 

JBuiUehdUf  Francesco,  giudice  e  priore  in  Firenat,  aopraf- 
£atto  dal  popolo,  XII,  8. 

Ratini,  vengono  con  Bvancier  in  Italia,  II,  6  —  sono  di- 
strutti da  Teodorico  il  giovane,  ivi. 


i9aòat<at,  cacciati  da  Bologna,  XI,  7. 

—  Guido,  ha  parte  in  una  cospiraaione  in  Bologna,  X, 
147  —  dicapitato,  ivi. 

Sabini,  hanno  guerra  co'  Romani,  I,  28. 

SaceJutiif  famiglia  di  Firenae,  IV,  13  —  tengono  parte 
guelfa,  V,  89  ^  cacciati,  VI,  79. 

Saceom.  V.  Pietramaki^  TarUtH. 

Sagina,  Nieri,  tutore  dei  figliuoli  di  Castruccio,  condan- 
nato dal  comune  di  Pisa,  X,  107. 

—  Seraari,  sedicente  signore  d' Altopascio,  corre  Pistola  e 
n'è  cacciato,  X,  126. 

SaladmOf  soldano  di  Babilonia,  ripiglia  Gerusalemme,  V, 
8  —  combattuto  dai  crociati,  Ivi,  4. 

Baiamone^  re  d'Israele,  I,  25. 

Salarli  degli  ufidali  del  comune  di  Fhrease,  XI,  98. 

SaUmmUf  conte  di,  muore  nella  battaglia  di  Greci,  XII,  67. 

Salerno,  ha  battagUa  cittadina,  XI,  80. 

SaUmOf  prence  di  V.  Carlo, 

SaUmhmiiit  meroanti  di  Siena,  VI,  76  -*  avversi  a*  Tolo- 
mei,  IX,  96. 

»  Benucdo,  signore  di  Veroia,  IX,  818  —  ha  Maagone 
da'  Fiorentini,  X,  88  —  U  vende,  XI,  74. 

So^taòtara,  conte  di,  guerreggia  in  Fiandra,  ed  è  preso, 
XI,  109. 

Sallik,  città  In  Normandia,  al  arrende  al  re  d' Inghilterra, 
XU,  68. 

Salò,  corsa  e  rubata  dalla  gente  di  Cane  della  Scala,  X, 
128. 

SaUOf  signore  di,  arresta  la  regina  Giovanna  in  Provenza, 
XU,  110. 

Sakmù,  Provenaano,  maggiore  del  popolo  di  Siena,  VI, 
76  —  guidatore  dell*  oste  dei  Sanasi  contro  a'  Fioren- 
tini, è  preso  e  tagliatogli  il  capo,  VU,  31. 


Saivmtkkif  oasa  di  Genova,  ha  gran  parte  nella  caedata 

de'  guelfi,  X,  24  —  oaoeiati  dal  popolo,  XI,  87. 
Sohnit  Franceaco,   sua  parte  in  eonglura  a  Firenze,  X, 

118. 
Sàhif  Francesco,  giadice,  consigliere  de*  priori  di  Flreo- 

ae,  XU,  19. 
Salvi  (San),   badia  di  Firenae,   assediata  da  Airigo  VU, 

IX,  47. 
SmmbwféUo,  V.  BavéUo  (San). 
Sambuca,  castello  tenuto  da  Lippo  Vergellesi,  VIU,  111  — 

si  rende  a  Castruccio,  IX,  288. 
Sammartino  di  Palma,  castello  fiuto  correre  ed  ardere  da 

Castruocio,  IX,  818. 

—  in  Colle,  castello  preso  dai  Fiorentini,  X,  167. 

Samminiateel,  dlatruggono  Sammlniato,  e  tornano  ad  abi- 
tare Sanginegio  e  Santagonda,  V,  21  —  diafiumo  San- 
ginegio,  e  tornano  ad  abitare  al  poggio,  rifiMendo  Sem- 
miniato,  ivi,  27  —  hanno  parte  nella  sconfitta  di  Mon- 
taperti,  VI,  78  —  e  nella  vittoria  di  Certomendo  hi 
Casentino,  VU,  131  —  aiutano  i  Fiorentini  eontra  Ca- 
atruccio,  IX,  302  e  318  —  danno  la  signorìa  al  duea 
di  Calabria,  X,  14  ^  mandano  aiuto  a'  Fiorentim  so- 
pra i  Pisani,  XI,  132  —  e  centra  il  duca  d*  Atene, 
XU,  17. 

SammUiiato  a  monte,  fortificato  da*  Fiorentini,  IX,  330. 

—  del  Tedesco,  ubbidisce  a  Rodolfo  re  de'  Romani,  VU, 
78  —  come  1  grandi  vi  abbatterono  il  popolo  e  saoi 
ordini,  VIU,  98  —  guemito  da'  Fiorentini,  IX,  21  - 
si  dà  alla  signoria  e  guardia  del  comune  di  Firenae, 
XU,  82. 

8€mtpolOf  conte  di,  capitano  di  schiera  flranceaca  alla  batta- 
glia di  Coltrai,  VIU,  66  —  uno  de*  pochissimi  scampa 
da  quella  aoonfitta,  ivi  —  sua  parte  nella  battaglia  di 
Monaimpevero,  ivi,  88. 

—  Giacche  o  Giacomo  df,  balio  in  Fiandra  per  Filippo  re 
di  Francia,  VIU,  82  —  fugge  con  pochi  dalla  strage 
de*  Franceschi  in  Bruggia,  ivi,  66  —  guida  una  schiera 
franoesca  alla  battaglia  di  Coltrai,  ivi,  56. 

Sancasdano.  V.  Casclano  (San). 

Sanerò,  villa  preaeo  Parigi,  rubata  ed  arsa  dagl'Inglesi, 

XII,  64. 
Sandonato  in  Collina,  eorso  dagli  Arethii,  VU,  127. 

—  in  Poggio,  castello,  preso  da  Arrigo  ImperadOTC,  IX,  48. 
Sandonnino.  V.  Donnino  (San). 

Sanasi,  come  si  cominciò  guerra  fra  loro  ed  i  Fioreatioi, 
e  come  i  Fiorentini  gli  sconfissero  ad  Asolano,  V,  6  — 
come  pure  gli  soonfissero  a  BlontaUo,  ivi,  83  —>  ripa- 
cificano, ivi,  34  —  rompono  la  pace,  VI,  6  —  ne  pa- 
tlacono  gran  danni,  ivi  —  guastano  MontcipuleiattO,  oade 
i  Fiorentini  vanno  lor  sopra  ad  oste,  ivi,  8  —  riceveoo 
nuovi  danni,  Ivi,  11  —  come  fu  fatta  pace  tra  loro,  ivi, 
18  —  tornano  in  guerra  e  figgono  in  iacoofittaaìfon- 
taia,  ivi,  48  —  aiutano  i  Pisani  a  sconfiggere  i  Lue' 
obesi,  ivi,  49  —  sono  sconfitti  da'  Fiorentini  in  Ifon- 
taldno,  ivi,  52  »  perdono  eontra  loro  molte  castella, 
ivi,  54  —  fanno  pace  cedendo  al  tutto  Hontalcino,  iri, 
55  —  s'inimicano  nuovamente,  ivi,  65  —  i  Floreotiiiì 
tolgono  loro  tre  castella,  ivi,  75  —  casi  hanno  aiuto  da 
Manfredi,  ivi,  76  —  sconfiggono  i  Fiorentini  a  Monta- 
parti,  ivi,  78  ~  fanno  lega  co'  ghibelUni  usciti  di  Fi- 
renae per  sommovere  Corredino  a  passare  in  ItaUa,  VU, 
28  —  sono  sconfitti  da'  Fiorentini  appiè  di  Colle  di 
Valdehia,  ivi,  31  —  si  rappaciano,  ivi  —  s'allegano 
contro  a' Pisani,  ivi,  98  —  fanno  accordo  od  conte  U* 
goUno,  ivi  —  sono  sconfitti  dagli  Aretini  alla  pieve  il 
Toppo,  ivi,  120  —  hanno  parte  nella  vittoria  di  Certo- 
mondo  in  Casentino,  ivi,  131  —  ritolgono  molte  terre 
a^  Aretini,  ivi,  132  —  entrano  nella  lega  guelfi  di 
Toscana  contro  Arrigo  VU  imperadore,  IX,  17  —  lo  tra- 
vagliano all'assedio  di  Firenae,  ivi,  48  »  hanno  parte 
nella  aoonfitta  di  Montecatini,  ivi,  71  —  fimno  pace  coi 
Pisani  e' Lucchesi,  ivi,  82  —  aiutano  i  Fioroitiiii  cen- 
tra Castruccio,  ivi,  801  —  mandano  aiuto  al  duca  di 
Calabria  in  Firenae,  X,  1  —  e  a'  Fiorentini  sotto  Pi- 
stoia, Ivi,  85  —  e  sotto  Lucca,  ivi,  167  —  osteggiano 
e  sconfiggono  i  conti  da  Santafiore,  iri,  188  —  eeon* 
figgono  i  Pisani,  ivi|  213  —  fanno  pace  con  loro,  if'h 


DI  GIOVANMI  VILLANL 


580 


SStf  —  seonAtti  da  BatiDO  tirtimo  di  Orossetto,  riatmo 
qaosto  a  patti,  iodi  tradiaoono  Satino,  XI,  34  —  per 
inganno  prendono  Haaaa  •  rompono  pace  a'  Pisani,  ivi, 
85  —  ùwno  lega  co'  Fiorentini  eootro  Mastino,  ivi,  45 

—  mandano  aiuto  a'  Fiorentini  sopra  Lacca,  ivi,  63  — 
mandano  aiuto  a'  Fiorentini  contro  i  Pisani,  ivi,  132  e 
139  —  danneggiati  da  gente  d'arme  de'  Pisani,  XII, 
9  —  mandano  soccorso  a'  congiurati  di  Firenae  contro 
il  duca  d'Atene,  ivi,  17  —  e  nuovamente  a  qoel  po- 
polo liberatosi  conteo  i  grandi,  ivi,  20  —  aiutano  il 
conte  da  Battifolle,  ivi,  33  —  si  fimno  amioo  il  re  di 
Ungheria,  ivi,  109  e  113. 

Sangimignanesi,  hanno  parte  nella  sconfitta  di  Montsperti, 
VI,  78  —  tornano  a  parte  guelfi»,  VII,  20  —  s'  alle- 
gano contro  a'  Pisani,  ivi,  98  —  hanno  parte  nella  vit- 
toria di  Certomondo  in  Casentino,  ivi,  131  —  guerreg- 
giano co'  Volterrani  e  son  pacificati  da'  Fiorentini,  VIII, 
116  —  aiutano  i  Fiorentini  contra  Castruccio,  IX,  302 

—  danno  la  signoria  al  duca  di  Calabria,  X,  14  — 
mandano  aiuto  a'  Fiorentini  sotto  Pistoia,  ivi,  84  — 
ianno  tacita  tregua  col  Bavaro,  ivi,  118  —  numdano 
aiolo  a'  Fiorentini  sopra  i  Pisaui,  XI,  132  —  condan- 
nati dal  comune  di  Firenae,  pagano  ammenda,  XII,  50. 

Sangimignano,  comune,  come  e  perchè  condannato  dal  co- 
mune di  Fhrenze,  X,  207  —  si  dà  al  duca  di  Atene, 
XU,  8  —  si  rubella,  ivi,  17  e  24. 

Sangmigncmot  Rinieri  di  Giotto  da,  traditore,  XU,  3  e  34. 

Sanginegio,  rìabitato  da'  Sanmiiniatesi,  V,  21  — -  disfatto 
da  loro,  ivi,  27  —  rifatto  e  poi  disfatto  ancora,  VI,  3 1 . 

Sam^neto,  Filippo  conte  da,  viene  in  Firenae  col  duca  di 
Calabria,  X,  1  —  lasciato  da  lui  per  suo  luogotenente 
e  capitano  de'  Fiorentini,  ivi,  49  —  prende  Pistoia,  ivi, 
58  —  ha  quistione  co'  rettori  di  Firenze,  ivi,  84  — 
sua  parte  nell'  aiuto  de'  Fiorentini  all'assedio  di  Pistoia, 
ivi,  85  —  conduce  i  Fiorentini  alla  presa  di  Carmi- 
gnano,  ivi,  105  —  vuole  contrastare  alla  venuta  di  re 
Giovanni  ad  Avignone,  ivi,  211. 

Sangiovanni,  castello  fondato  dal  popolo  di  Firenae,  VIII, 
17  —  si  rende  all' imperadore,  IX,  45. 

SamgmmOf  signore  del,  viene  in  Firenae  al  seguito  del  du- 
ca di  Calabria,  X,  1. 

Saimella,  della,  nobili  fiorentini,  IV,  13. 

Sanaalvadore,  castello  preso  da'  Palizai  di  Messina,  XII,  14. 

Sansovino  (monte  a).  V.  Montesansovino. 

Sansepokro,  borgo,  preso  da  Nieri  della  Faggiuola  a'  Tar- 
lati, XI,  25. 

iSbuMeMTMO,  conte  di,  ha  parte  in  battaglia  cittadina  a  Bar- 
letta, XI,  80  —  abbandona  l'assedio  dell'Aquila,  XII,  89. 

—  Roggeri  da,  assedia  Melaazo  pel  re  Roberto,  XI,  126. 

Samone  lo  forte,  I,  24. 

Satumrrot  conte  di,  muore  nella  battaglia  di  Monsimpeve- 
ro.  Vili,  78  —  altro,  muore  nella  battaglia  di  Crecì, 
Xn,  67  —  altro,  ha  parte  nell'assedio  di  Calese,  ivi, 
98. 

Santacroce,  castello,  preso  da'  ghibellini  di  Toscana,  VI, 
82  —  si  dà  a'  Fiorentini,  X,  168  —  rimane  a  loro 
per  pace,  XI,  91. 

ftmia/Sortf,  conti  da,  nobili  ghibellini  di  Toscana,  VI,  81 

—  parteggiano  per  V  imperadore  Arrigo  VII,  IX,  47  — 
itiutano  Uguecione  della  Faggiuola  alla  battaglia  di  Mon- 
tecatini, ivi,  71  —  e  Castruccio  contra  i  Fiorentini,  ivi, 
301  —  come  riebbero  Msglianu,  X,  43  —  sconfitti  dai 
Baneai,  ivi,  188. 

8ant»igelo,  castello,  dei  Casentino  disfatto  da'  Fiorentini, 

Vn,  140. 
Santangiolo,  castello,  tolto  alla  Chiesa  da  papa  Niecola  III, 

Vn,  54. 
Santellero,  castello,  preso  da'  guelfi  di  Firenze,  VII,  19. 
Santi,  cìtià  in  Guascogna,  presa  dal  conte  di  Vervioh  (Orbi), 

XII,  77. 
BamtigUa,  Giliberto  da,  visconte  di  Romagna  per  Roberto 

di  Puglia,  IX,  18. 
SaAtomierì,  città,  combattuta  da'  Fiamminghi  e  Franceschi, 

Vm,  76. 
Santorbe,  caatello,  preso  dalla  gente  del  re  Carlo  d'Angiò, 

Vn,  30. 
SantoiiofiOf  Tibaldo  di,   caporale  neUa  rivolazione  di  Ro- 


ma contro  gli  Orsini,  X,  54  —  ha  parte  nella  corona- 
zione del  Bavaro,  ivi,  55. 

Sanvalentino^  contedi,  d'Abruzzi,  fa  omaggio  al  re  d'Un- 
gheria, XU,  111. 

SanzenOf  abate  di,  capo  di  parte,  IX,  168. 

Saona,  rubellata.  da  Odoardo  Doria  al  comune  di  Genova, 

IX,  90  —  fii  popolo  e  caccia  i  Doria  e  gli  Spinoli, 
XI,  102. 

Saonesi,  combattono  dodici  galee  de'  Provenzali,  IX,  103 

—  fanno  popolo  e  cacciano  i  grandi,  XU,  37. 
Saracini,   oominciamento  della  lor  legge  e  setta,  U,  8  — 

come  d'Africa  passarono  in  Italia  per  congiura  di  grandi 
romani  e  toscani  e  come  ne  furono  scacciati,  ivi,  17  — 
vi  ripassano  e  guastano  Puglia  e  Calabria  infino  a  Ro« 
ma.  III,  4  —  prendono  e  distruggono  Genova,  ivi  —  u- 
niti  ai  Greci  sconfiggono  Ottone  e  gl'Italiani,  IV,  1  — 
prendono  Gerusalemme  e  ne  segue  gran  passaggio  ol- 
tremare per  li  Grìstiaoi,  ivi,  24  —  come,  chiamati  da 
Federigo,  rifacessero  Nocera  in  Puglia,  VI,  14  —  que- 
sti, di  Nocera  son  messi  da  Manfredi  nel  Patrimonio  di 
San  Piero,  ivi,  87  —  fuggono  in  Puglia,  ivi  —  guar- 
dano San  Germano,  VU,  5  —  han  parte  nella  batta- 
glia di  Benevento,  ivi,  7  e  8  —  quelli  di  Barbarla  pas- 
sano in  Ispagna  e  vi  sono  sconfitti,  ivi,  11  —  son  cac- 
ciati di  Turchia  da'  Tartari,  ivi,  40  —  prendono  e  di- 
struggono Margatto  in  Siria,  ivi,  101  —  prendono  Tripoli 
di  Soria,  ivi,  129  —  quelli  di  Granata  sconfiggono  il 
fratello  del  re  di  Spagna,  IX,  119  —  come  quelli  di 
Granata   furono  sconfitti    dal  re  di  Castello  di  Spagna, 

X,  164  —  prendono  Gibilterra,  ivi,  222  —  sono  scon- 
fitti dal  re  di  Spagna  in  Granata,  XI,  99  —  perdono 
Zizera  in  Granata,  XU,  31  —  sconfitti  co'  Turchi  da' 
Cristiani  alle  Smime,  ivi»  39. 

Saragosa,  capo  del  reame  di  Sicilia,  I,  8.  V.  anche  Sera- 
gosta. 

Sardegna,  isola  d'  Europa,  I,  5  —  posseduta  da'  Pisani, 
VII,  84  —  rimane  al  re   d'Aragona,  IX,  331. 

Sardegna^  re  di.  V.  Enzo, 

Sarno,  si  arrende  alla  gente  del  re  d'Ungheria,  XII,  103. 

Sariéanoj  conte  di,  da  Chiusi,  aiuta  i  Fiorentini  contra  Ca- 
struccio, IX,  302. 

Sasseti,  in  Sardigna,  assediata,  XU,  100. 

Sassonia,  o  Sassogna,  provincia  d'  Europa,  I,  5  —  sotto- 
messa da  Belisario,  II,  6  —  da  Carlo  Martello,  ivi,  10. 

fifasfoma,  conte  di,  capitano  di  schiera  firancesca  alla  bat- 
taglia di  Coltrai,  VIU,  56. 

—  duca  di.  V.  Arrigo^  Rodolfo. 

Sassuolo,  castello  assediato  dalla  lega  de'  ghibellini  e  per- 
duto da'  suoi  signori,  IX,  308. 

SatwmOf  cacciato  da  Giove,  viene  in  Italia  e  fonda  Sutri, 
I,  6  —  come  incivilisce  la  gente  del  paese  dì  Roma, 
ivi,  13  —  Giano  il  si  fa  compagno  e  gli  dà  parte  nel 
regno,  ivi. 

SavtUif  Iacopo,    capitano  del  popolo  in  Roma,   X,  54  — 

—  ha  parte  nella  coronazione  del  Bavaro,  ivi,  55  — 
fogge  di  Roma,  ivi,  97. 

—  Pandolfo,  ambasciadore  di  Arrigo  VII  a  Furenze,  IX,  26. 
Savoia,  corsa  dalla  gente  del  delfino  di  Vienna,  X,  224. 
Savoia^  conte  di,  sconfitto  dal  delfino  di  Vienna  a  Trevi, 

IX,  312  —  aiuta  FiHppo  di  ValoU  contro  il  re  d'In- 
ghilterra e  sua  lega,  XJ,  86. 

—  Filippo  di,  ria  Carignano,  X,  110. 

—  Luigi  di,  ambasciadore  d'Arrigo  di  Lussemburgo  ai 
Fiorentini,  VUI,   120  —  senatore  di  Roma,   cacciato, 

IX,  39. 
Savona.  V.  Saona. 

Savorigi,  Guidingo,   uno  de'  trentasei   del  secondo  popolo 

di  Firenze,  VU,  14. 
Scala,  signori  della,  di  Verona,  £umo  osta  sopra  Brescia, 

X,  162  —  tolgono  al  re  Giovanni  Brescia  e  Bergamo, 
ivi,  204  —  entrano  nella  lega  lombarda,  ivi  —  caval- 
cano sopra  Parma,  XI,  5  —  la  hanno  per  trattato,  ivi, 
30  —  anche  Reggio,  ivi  —  loro  abbassamento,  ivi,  73 

—  di  che  progenie  fossero,  ivi,  95. 

»  Alberto  della,  figliuolo  di  Iacopo  Fico  e  podestà  in 
Mantova,  vendica  suo  fratello  e  si  £a  signore  di  Vero- 
na, XI,  95. 


590 


INDICE  DELLA  CRONACA 


Beala  Alberto  delU,   lignore  di  Verona,  muore»  Vili,  47. 

—  Alberto  della,  entra  in  signorìa  di  Parma  per  Ha- 
•tino,  XI,  80  —  racquieta  Onigo  mbellatoai,  ivi,  60  — 
difende  Padova  dalla  lega  de'  Fiorentini  e  Vinisiani,  ivi, 
57  —  è  preso  e  mandato  prigione  a  Venezia,  ivi,  65 

—  liberato,  ivi,  90  —  va  sopra  Mantova  e  toma  in 
isoonfitta,  ivi,   129. 

—  Bartolommeo  della,  figlinolo  di  Alberto  e  aignore  di 
Verona,  XI,  95. 

—  Cane  della,  di  Verona,  aiata  Arrigo  VII  imperadore  a 
tor  Vicensa  a'  Padovani,  IX,  14  —  vicario  di  Arrigo 
in  Verona,  ivi,  20  —  caccia  i  guelfi  di  Brescia,  ivi, 
32  —  sconfigge  i  Padovani,  ivi,  63  —  aiuta  Ugncdone 
della  Faggiuola,  ivi,  86  —  capitano  dei  ghibellini  di 
Lombardia,  ivi,  88  —  toglie  a'  Padovani  molte  castel- 
la, ivi,  89  —  prende  i  borghi  di  Padova,  ivi,  100  — 
a  quell'  assedio  è  sconfitto  da'  Padovani  e  dal  conto  di 
Gorìsia,  ivi,  121  —  va  sopra  Reggio,  ivi,  167  —  ri- 
manda il  duea  d'Austria  e  quello  di  Chiarentana  pas- 
sati centra  a  lui,  ivi,  255  —  manda  aiuto  a  Passerino 
contro  i  Bolognesi,  ivi,  825  •  va  al  pariamento  di 
Trento,  X,  18  —  e  alla  coronazione  di  Lodovico  il  Ba- 
varo  in  Milano,  ivi,  19  —  e  al  ptrlamento  di  Liorci, 
ivi,  32  —  ricomincia  guerra  a'  Padovani,  ivi,  42  — 
oom'ebbe  la  signoria  di  Padova,  ivi,  104  —  come  la 
sua  gente  fu  sconfitte  a  Salò,  ivi,  128  —  va  ai  parla- 
mento di  Maoberia,  ivi,  129  —  com'ebbe  Trevigi  e  in- 
contanente di  malattia  mori,  ivi,  140. 

—  Cecchino  della,  figliuolo  di  Alberto  e  signore  di  Ve- 
rona, XI,  95. 

—  Corrado  della,  contestebile  tedesco,  uccide  Guglielmo 
da  Colonna,  ed  ha  mozzo  il  capo,  X,  34. 

—  Mastino  I  della,  figliuolo  di  Iacopo  Fico,  capitene  ge- 
nerale di  Ezzelino  da  Romano,  poi  capitano  e  signore 
di  Verona,  è  assassinato,  XI,  95. 

—  Bfastino  della,    com'ebbe  Brescia  e  Bergamo,  X,  204 

—  sua  risposte  all'arcivescovo  d'Ombruno  mandato  pel 
papa  Giovanni,  XI,  6  —  corre  pericolo  d'assassinio, 
ivi,  8  —  con  la  lega  ha  il  castello  di  Colomio,  ivi,  13 

—  inganna  i  Fiorentini,  ivi,  30  —  dà  Reggio  a' Gon- 
zaga, ivi  —  ha  Modena  e  la  dà  a'  signori  da  Este,  ivi, 
81  —  ha  Pietrasante  da  Niccolaio  de'  Pogginghi  e  lo 
tradisce,  ivi,  32  —  com'ebbe  Lucca  da  traditore,  ivi, 
40  —  ha  parte  in  una  cospirazione  a  Pisa,  ivi,  42  — 
tratta  co'  Fiorentini  per  Lucca  e  li  tradisce;  e  final- 
mente cavalca  sopra  di  loro,  ivi,  44  —  sua  potenza, 
ivi,  45  —  come  le  sue  masnade  ch'erano  in  Lucca  ca- 
valcarono sul  contado  di  Firenze,  ivi,  51  —  tradisce  i 
Rossi  di  Parma,  ivi,  52  —  riceve  danno  dall'oste  della 
lega   de'  Fiorentini  e'  Viniziani   in  Trivigiana,    ivi,  54 

—  toglie  Pontremoli  a'  Rossi  di  Parma,  ivi,  56  ^  ri- 
ceve danno  dall'oste  di  Bovolento  e  perde  le  saline  di 
Padova,  ivi,  57  —  fa  metter  fuoco  al  campo  di  Bovo- 
lento,  ivi,  58  —  tenta  di  far  morire  Piero  de'  Rossi, 
ivi,  62  —  vince  la  pugna  centra  l'oste  della  lega  a 
Verona,  ma  non^può  guastare  quella  di  Bovolento,  ivi, 
64  —  perde  Brescia  e  tenta  accordo  co'  Viniziani,  ivi, 
73  —  riceve  nuovi  danni  dalla  lega,  ivi,   78,  82  e  89 

—  fa  pace  coi  Veneziani,  poi  coi  Fiorentini,  ivi,  90  — 
va  a  Parma  e  la  rifórma;  va  a  Lucca  e  la  taglieggia, 
ivi,  98  —  s'accorda  col  papa  e  con  la  Chiesa  per  mo- 
neta, ivi,  101  —  perde  Parma,  ivi,  127  —  vuol  ren- 
der Lucca,  ivi  —  manda  aiuto  a'  Fiorentini  centra  i 
Pisani,  ivi,  132  e  139  —  fa  mercato  di  Lucca  ce' Fio- 
rentini, ivi,  131  —  tratta  col  Bavaro,  ivi,  138  —  fa 
lega  col  duca  d'Atene  tiranno  di  Firenze,  XII,  8  — 
s' accorda  di  nuovo  ce'  Fiorentini,  ivi,  28  —  aiute  il 
marchese  da  Ferrara  cootre  i  Gonzaga,  ivi,  85  —  è  fi- 
nito di  pagare  da'  Fiorentini,  ivi,  49  —  accoglie  il  re 
d'Ungheria,  ivi,  107. 

Scàliy  Ugo  di  Vieri  degli,  capitano  de'  Fiorentini  al  soc- 
corso di  Ferrara,  X,  216  —  e  di  Mastino  della  Scala, 
XI,  13. 

—  famiglia  nobile  di  Firenze,  IV,  IO  —  è  di  parte  guelfa, 
V,  39  e  VI,  33  ~  cacciata,  ivi,  79  —  tiene  parte  bian- 
ca co'  Cerchi,  VID,  39  —  fallimento  della  loro  compa- 
gnia, X,  4  —  fatti  popolani,  XII,  23. 


SeàUf  Vieri  degli,  congiara  contro  il  duea  d'Atene,  XII,  16. 

Scannahécchif  Guglielmo  Canacd  degli,  ghibeUiBO  nsdto  di 
Bologna,  vicario  di  Mastino  in  Lucca,  XI,  98,  124  e 
131  —  tratta  co'  Pisani   po'  dar  loro  Lucca,  ivi,  188. 

Soarperia,  la,  quando  fondata,  Vm,  86. 

Schiavonia,  provincia  d' Europa,  I,  5  —  oona  dal  re  di 
Ungheria,  XII,  48. 

Schiuse  G«)}  citta  di  Fiandra,  conquistata  da' mbdli,  Vm, 
56. 

Sdo,  isola,  conquistata  da'  Genovesi  sopra  I  GkeeI,  XII,  70. 

Scolmi,  fami^ia  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33  — 
sono  cacciati,  ivi,  55  —  ricacdati  come  guelfi,  ivi,  79. 

»  Ciapo  e  Cinpo  degli,  uscito  di  Firenze,  ospitano  de' 
Pisani,  X,  213  —  c^>Ìtano  deUa  gente  di  Mastino  con- 
tro a'  Fiorentini,  XI,  51  —  capitano  in  Lucca  par  Ma- 
stino, ivi,  131  e  183  —  guida  una  schiera  de'  Rsani 
nella  batteglia  centra  i  Fiorentini,  ivi,  184  —  ha  gran 
parte  nella  vittoria  dei  Pisani,  ivi. 

Scapolo,  Buiamente  delle,   fa  congiura  in  VJnegia,  IX,  2. 

SeotH,  sconfitti  da  Odoardo  re  d' InghUterra,  Vm,  67  — 
cominciano  guerra  con  Odoardo  II,  IX,  138  —  hanno 
guerra  con  gl'Inglesi  e  si  ritraggono  in  foresto  e  for- 
tezze, ivi,  206  —  sconfiggono  gl'Inglesi,  ivi,  180  — 
ne    sono  sconfitti  a  Vervich,    X,   228  —   naoTameils, 

XI,  38. 

—  Alberto,  di  Piacenza,  tradisce  Maffeo  Visconti,  Vm, 
61  —  mena  in  Francia  una  masnada  di  Lombardia,  ivi, 
76  —  è  cacciato  di  Piacenza  da  Galeaiao  Visconti  per 
inganno,  IX,  41. 

—  casa  di  Piacenza,  la  rubellano  ad  Azze  Visconti,  XI,  31. 
Scotto,   maestro  Michele,  sua  profezia  sopra  Cne  deUa 

ScaU,  X,  104  e  140  —  sopra  i  Fiorentini,  XII,  19 
e  92. 

Scozia,  isola  d'Europa,  I,  5  —  conquistata  da  Odoardo I, 
Vin,  67. 

Scotia,  re  di.  David,  Rohaio, 

Sedicia,  re  di  Giuda,  I,  25. 

jS^,  Giovanni  del,  da  Carlone,  traditore,  X,  117  —  at- 
tanagliato, ivi. 

Simiramidt,  la  più  crudele  e  dissoluta  femmina  del  mondo, 
regna  in  Babilonia  dopo  Nino,  I,  2. 

Senatore  di  Roma.  V.  Ebole,  Faggiuòla  della,  Oriim, 

Setmo,  da,  lato  degli  Ubaldini,  XII,  36 

Serragosta,  guasta  da  Carlo  duca  di  CaUbrìa,  IX,  296. 

Sergio  in,  papa,  fatto  per  forza  di  Arnolfo  imperadore, 
lì,  20. 

—  IV,  pi4>a,  ordina  che  lo  imperio  sta  elettivo,  confor- 
mandosi pei  per  la  Chiesa  la  elezione,  IV,  3. 

Sermona,  città  di  Puglia,  ha  batteglia  cittadina,  XI,  80  — 
s'arrende  alla  gente  del  re  d'Ungheria,  XII,  103. 

Serra,  Niccela  della,  d'Agobbio,  mette  tumulto  in  Pim- 
ze,  XI,  39. 

Serraglini,  che  cosa  fossero,  IX,  27 1  e  283. 

Serravalle,  castello,  preso  da'  Lucchesi,  Vili,  52  —  da' 
Fiorentini,  IX,  61  —  dato  loro  in  guardta  da' Pistoiesi, 
X,  149  ^  ripreso  dai  Pistoiesi,  XU,  17  e  24. 

Serravallin,  battifolle  di  Castrucdo,  disfatto,  IX,  848. 

Serrezzano,  si  rende  a*  marchesi  Maleapini,  IX,  50  —  pre- 
so da'  Pisani  a'  Lucchesi,  Ivi,  68  —  ridato  a  Castrue- 
cio,  X,  46  —  come  lo  ebbe  il  marchese  Spinetta,  XI,  48. 

Servio  Tullio,  re  di  Roma  dopo  Prisco  Tarqulnio,  1, 28 — 
cresce  Roma,  ivi  —  ^  morto  da  Tarquinio  Superbo,  ivi 

Sestri,  castello,  preso  dagli  usdti  di  Genova,  X,  16. 

Sette  (reame  di),  provincia  d'Africa,  I,  4. 

Senio,  conte  Tndertino  e  di  Todi,  ha  parte  neU'assedio  di 
Fiesole,  I,  36. 

Sezzana,  presa  dall'  oste  delta  Chiesa,  IX,  842. 

Secsoto,  da,  nobili  del  contado   di  Firenze  fatti  pop4toit 

XII,  23. 

Sicambra,  paese  occupato  da  Priamo  il  terso,  I,  8. 

Sicatio,  terzo  figlio  di  Attalante  e  primo  abitatore  della  Ci- 
cUia,  I,  8  —  fonda  Saragosa,  ivi. 

Sicilia,  e  Cidlia,  da  c^i  prima  abitata,  I,  8  ^  reame  i 
lasciato  da  Teolofre  alta  Chiesa  di  Roma,  n,  12--  co- 
me venisse  in  potere  di  Roberto  Guiscardo,  IV,  19  (V. 
Puglia)  —  come  e  per  che  modo  si  rubellò  al  re  Cerio 
d'Angiò,  Vn,  61. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


591 


SuOiaf  n  di.  V.  AcétU,  AgammnùHéf  Cario  d'Angiò,  Fede- 
rifOt  Mmmfiredi,  Buggeri, 

Sioiliaoi,  mmndano  ambaseiadorì  a  papa  Martino  IV,  VII, 
€3  ^  si  sollevano  alla  morte  di  Carlo  d'Angiò  e  in 
ogni  terra  fanno  sindaco  con  ordine,  ivi,  96  —  voglio- 
no £u>  naorìre  Carlo  n,  principe  di  Salerno,  ivi  ^  co- 
ronano loro  signore  Federigo  d' Aragona,  Vili,  13  — 
sono  seonfitti  dal  re  Giacomo  d'Aragona  e  Ruggieri  di 
Loria  a  oapo  Orlando,  ivi,  29  —  aiutati  gli  usciti  di 
Genova  all'assedio,  IX,  116. 

Siena,  soa  origine  nuova  e  perchè  cosi  nomata,  I,  45  e  n, 
10  —  assediata  da  Federigo  I  Barbarossa,  V,  12  —  dai 
Fiorentini,  VI,  10  —  guastata  da  essi,  ivi,  64  —  si 
regge  a  parte  ghibellina,  ivi,  63  —  i  Fiorentini  ne  cac- 
ciano i  ghibellini  e  vi  rimettono  i  guelfi,  VII,  31  — 
cerne  vi  fa  congiura  e  grande  mutazione,  IX,  96  — 
altre  novitadi,  ivi,  147  —  nuova  congiura  scopertavi, 
ivi,  284  —  n' è  fatto  signore  U  duca  di  Calabria,  ivi, 
356. 

Siena,  Biceiardo  da,  cardinale,  dotto,  Vm,  64  e  IX,  23. 

Signa,  abbandonata  da'  Fiorentini  a  Castrucoio,  IX,  317 
»  vi  £a  stanzia,  ivi,  319  —  la  arde  e  la  abbandona, 
ivi,  339  —  murata  da'  Fiorentini,  X,  5. 

Signoj  Piero  di  Feo  da,  consigliere  de'  priori  di  Firenze, 
Xn,  18. 

%aaeo,  Ugo  fratello  del  signore  di,  preso  in  battaglia, 
XU,  47. 

SHeatri,  vesoovo  di,  dicollato,  X,  8. 

Siligea,  terra  in  SUanda,  assediata  da'  Fiamminghi,  Vm,  77. 

8il9utro,  santo,  papa,  I,  60. 

—  m,  papa  deposto,  IV,  15. 

SQmOf  figliuolo  di  Ascanio,  è  ucciso  disavvedutamente  da 
suo  figlio  Bruto,  I,  24. 

—  Postumo,  figliuolo  di  Bnea  regna  dopo  Ascanio,  suo 
fratellastro,  I,  24  —  discendenti  di  lui  tutti  sopranno- 
mati  Silvio,  ivi. 

Simifonti,  castello,  disfatto  da'  Fiorentini,  V,  30. 

Sinopia,  carabi  di,  grande  ammiraglio  de'  Turchi,  IX,  217. 

Sinopoli,  presa  da'  Genovesi,  XII,  70. 

SipsBto,  città,  distrutta  da  Manfredi,  VI,  46. 

Siponic,  vescovo  dL  V.  Ortini  Matteo. 

Sitmondi,  fkmigUa  ghibellina  di  Pisa,  VII,  121. 

fiìim,  famiglila  nobile  di  Firenze,    IV,    10   —   è  di  parte 

guelfa,  VI,  33  e  39  ~  cacciata,  ivi,  79. 
Smime,  le,  prese  da'  Cristiani  sopra*  Turchi  e  difese  con 

grande  battaglia,  XII,  39. 
Soave,  terra  tolta  a  Mastino  dalla  lega  di  Lombardia,  XI,  77. 
Bifolco,  conte  di,  passa  in  Fiandra  coli' armata  del  re  O- 

doardo  III,  XI,  72  —  preso,  ivi,  109. 
Soldania,  provincia  d'Asia,  I,  3. 
Soldainerif  fiuniglia  antica  di  Firenze,  IV,  12  —  sono  di 

parte  ghibellina,  V,  39  e  VI,  33  —  cacciati,  ivi,  65. 

—  popolani  guelfi  di  Firenzei  cacciati,  VI,  79. 

—  Gianni  de',  si  fa  capo  del  popolo  di  Firenze  contro  a' 
ghibellini,  VII,  14  —  menzione  di  lui,  Xn,  44. 

Soldano,  V.  Banducdar,  Marhateiano,  Saladino. 

Molitré  (dal),  guelfi  d'Asti,  cacciati,  XI,  104. 

Seria,  provincia  d'Asia,  I,  3. 

Sortono,  Paolo  da,  podestà  di  Firenze,  VI,  54. 

Sorrentini,  poca  loro  fede  a  re  Carlo,  VII,  93. 

SpadaUmga,  Guglielmo,  de'  conti  Guidi  ghibellini,  prende 
Romena  e  poi  la  lascia,  X,  62. 

Spagna,  provincia  d'Europa,  I,  5  ~  oonquistats  da  Ela- 
rioo,  n,  4  —  da  Carlo  Martello,  ivi,  10  —  eorsa  da' 
Saradni,  IX,  119. 

Spagna,  re  di.  V.  Al/on»Of  Ferrante,  Pietro. 

SpedaUeri,  come  il  loro  ordine  procacciasse  per  la  distru- 
sione  di  quello  del  tempio,  Vili,  92  e  IX,  23 —pren- 
dono l'isola  di  Rodi,  Vili,  104  —  quivi  sconfiggono  i 
Turchi  con  loro  navilio,  IX,  120  —  hanno  con  loro  bat- 
taglia alle  Smime,  Xn,  39. 

Speid^,  anziano  del  popolo  di  Firenze,  insulta  messer  Teg- 
ghiaio  Aldobrandi  degli  Adimari  e  consiglia  di  In  oste 
a  Siena,  VI,  77  —  come  fosse  rimbeccato  da  messer 
Tegghùuo,  ivi,  81. 

Spiniia,  marchese,  come  fuggisse  con  sua  famiglia  a  Ca- 
ne dc^a  Scala,  IX,  86  —  s'allega  co'  Fiorentini  contro 


Casbuccio,  IX,  127  —  toma  a  messer  cane,  ivi  — vie- 
ne in  aiuto  del  duca  di  Calabria  contra  Castrucoio,  X, 
6  —  toma  in  Parma,  ivi  —  va  in  aiuto  di  Gherardino 
Spinoli  a  Lucca,  ivi,  154  —  dei  Fiorentini  contra  i 
Lucchesi,  ivi,  205  —  sua  parte  nella  sconfitta  data  al 
legato  sotto  Ferrara,  ivi,  216  —  tratta  per  far  avere 
Parma  a'  Signori  della  Scala,  XI,  30  —  com'  ebbe  Ser- 
rezzana,  ivi,  43  —  sconfitto  dalla  lega  de'  Lombardi  a 
Montagnana,  ivi,  82  —  muore,  XII,  38. 
Spimi,  nobili  Fiorentini  guelfi,  cacciati,  VI,  79  •»  tengono 
parte  nera,  Vili,  39  —  stanno  col  popolo,  ivi,  68  — > 
fatti  popolani,  XII,  23. 

—  Gerì,  portansegna  nell'  oste  fiorentina  sopra  Pisa,  VH, 
154  —  e  nel  rivolgimento  de'  grandi  di  Firenze  con- 
tro il  nuovo  popolo,  vm,.  12  —  mandato  a'  confini, 
ivi,  42  —  ha  parte  nella  chiamata  di  Carlo  di  Valois  in 
Italia,  ivi,  43  —  citato  dal  papa,  ivi,  72  —  psAteg- 
gia  tra  gli  Ubaldini  e'  Fiorentini ,  ivi,  86  —  capo  di 
setta  contro  Corso  Donati,  ivi,  96. 

—  Lippo  degli,  ambasciadore  al  papa,  Xn,  58. 

—  Nepo  degli,  luogotenente  del  podestà  in  Firenze,  XU, 
17  —  consigliere  dei  priori,  ivi,  18. 

—  Ugo  di  Lapo  degli,  priore  in  Firenze,  Xn,  18  —  ri- 
nunzia, ivi,   19. 

Spinola  o  Spinoli,  famìglia  di  (Genova,  capo  di  parte  ghi- 
bellioa.  Vili,  14  —  cacciata,  ivi,  114  —  rimessa  e  pa< 
cificata  con  gli  Crii  a  parte  guelfa,  IX,  24  —  cacciata, 
ivi,  57  —  rimessa,  esce  co'  suoi,  ivi,  87  —  travaglia 
lo  stato  di  Genova,  ivi,  90  —  toma  a  maggioreggiare 
in  città,  XI,  24  ~  cacciata  di  Saona,  ivi,  102. 

Spinoli,  Gherardino,  sconfigge  Raimondo  di  Gardena,  IX, 
203  —  ha  per  danari  la  signoria  di  Lucca,  X,  144  — 
cavalca  con  suo  sforzo  per  fornire  Montecatini  e  noi 
può,  ivi,  154  —  ferito  da  uno  degli  Interminelli,  ivi, 
158  —  combatte  i  Fiorentini  sotto  Montecatini  e  toma 
a  Lucca  con  poco  onore,  ivi  —  corre  la  terra  e  fa  giù* 
stiziare  alcuni  traditori,  ivi,  166  —  perde  la  signoria, 
ivi,  172. 

—  Luzimborgo,  ha  parte  nell'assedio  di  Montecatini,  X, 
158. 

—  Ubizzino,  signore  di  Gknova,  sconfitto  da'  Genovesi  u- 
sciti,  vm,  114  —  rimesso  in  Genova  co'  suoi  seguaci 
da  Arrigo  imperadore,  IX,  24  —  ha  da  questi  privi- 
legio di  battere  fiorini  falsi,  ivi,  49. 

Spoletini,  sconfitti  da'  Perugini,  IX,  38  —  sconfiggono  la 
gente  del  Bavero,  X,  76  —  levano  da  oste  in  iscon- 
fitta  quelli  di  Rieti,  XI,  115. 

Spoleto,  città,  assediata  dai  Peragini,  IX,  207  —  la  pren- 
dono, ivi,  244. 

—  ducato,  è  dato  in  dote  da  Carlomagno  alla  Chiesa,  II, 
13. 

Squardaficki,  nobili  di  Genova,  cacciati  dal  popolo,  Xn,  37. 

Squardàlupi,  signori  di  Mortennana,  V,  42. 

SquiUace  o  Squillaci,  conte  di.  V.  Martano. 

Staggia,  castello,  combattuto,  VII,  5  —  di  Musciatto  Fran- 

zesi,  vm,  63  —  guastato,  XII,  9. 
Sufano,  paps,  in  Firenze,  IV,  17. 

—  ni,  papa,  toglie  allo  imperio  il  regno  di  Puglia  e  di 
Sicilia,  fa  re  di  Francia  Pipino,  passa  in  Italia  con  lui, 
ed  è  rimesso  in  buono  stato,  n,  12. 

~  figlio  d'Arrigo  I,  è  re  d'Inghilterra,  V,  4. 

—  figlinolo  di  Carlo  Uberto  re  d' Ungheria  diviene  re  di 
Polonia,  XII,  6  e  48. 

—  conte  di  Brois,  crociato,  IV,  24. 

SteUa,  conti  di,  hanno  parto  nell'assassinio  di  Andreasso 
duca  di  Calabria,  XD,  51. 

Stioche,  le,  prigione  di  Firenze,  origine  del  suo  nome, 
vm,  75. 

Strotsta,  contestabile  tedesco,  ha  gran  parto  nella  disfatta 
de'  Bardi  in  Firenze,  XII,  21. 

Stroz9Ì,  popolani  bianchi  di  Firenze,  VIII,  71  —  congiu- 
rati contro  il  duca  d'Atene,  XII,  16. 

—  Andrea  degli,  capo  di  sommossa  in  Firenze,  condan- 
nato come  mbello,  XII,  20. 

—  Francesco  degli,  capitano  de' Fiorentini  al  soccorso  di 
Ferrara,  X,  216  —  cavaliere  ed  ambasciadore  al  re  di 
Ungheria,  XD,  108. 


592 


INDICE  DBLU  CRONACA 


Strozm  Imcopo,  sindaeo  di  oomone  a  Flrense,  X,  131. 
—  Marco  degli,  riformatore  in  Firenie,  XII,  17. 
Stufoy  Ugo  della,  giadice,  capo  del  popolo  contro  a'  grandi 
in  Firenxei  XII,  21  —  ambasoiadore  al  papa,  ivi,  58. 
Sugli,  signore  di,  preso  dagli  Scotti,  IX,  180. 
Sulmona,  assediata  da'  mbelli  di  Abmzai,  XII,  89. 
Bupino,  signori  da,  aiutano  a  pigliare  papa  Bonifaiio  Vili, 

ym,  63. 

Sutinana,  Magfainardo  da,  capitano  di  guerra,  co'  Roma- 
gnoli ha  parte  nella  battaglia  di  Certomondo  in  Casen- 
tino, yn,  131  —  prende  Faenza,  ivi,  144  —  e  Fori), 
ivi,  149  —  qnal  fosse,  ivi  —  sconfigge  i  Bolognesi  e 
prende  Imola,  VII!,  16  —  fa  pace  con  loro,  ivi,  28. 

Sntri,  città  d*  Italia,  fondaU  da  Saturno,  I,  6. 

Saaaria,  fondata  dalla  contessa  Matilde,  IV,  21. 

Svevia,  conquistata  da  Carlo  Blartello,  I,  19  e  II,  10  — 
da  Rodolfo  di  Habsbnrgo,  VII,  42. 

Svezia,  provincia  d'Europa,  I,  5. 


V. 


Taddd,  Borghino,  priore  di  Firenze,  Xn,  19. 
Tagliacozzo,  contrada  di  Puglia,  battaglia  combattutavi  tra 

re  Carlo  d'Angiò  e  Corradino,  VU,  27. 
Tagram  o  Targomam,  figlio  di  Tirras  e  padre  dlAttalante, 

I,  6. 
Talamone,  città  in  Sidlia,  presa,  X,  103. 
Tancredi,   re  dì  Sicilia  e  di  Puglia,  ha   discordia  con  la 

Chiesa,  V,  16. 

—  duca  di  Taranto,  succede  a  Quglielmo  nel  regno  di 
Puglia  e  Sicilia  senza  volontà  della  Chiesa  di  Roma, 
IV,  20  —  sua  discendenza,  ivi. 

—  Albizzo,  arciprete.  Desso  e  Àgnolo  fratelli,  tiranni  di 
Colle  di  Valdelsa,  morti  per  ribellione  del  popolo,  X, 
176. 

TangadoTy  fratello  d'Abagà,  cane  de'  Tartari,  perseguita  i 
cristiani,  VII,  100  —  gli  è  tolto  regno  e  vita  da  Ar- 
gon suo  nipote,  ivi. 

TanOf  signore  di  legi,  o  Iesi,  sconfigge  i  ghibellini  della 
Marca,  IX,  335  —  n*è  sconfitto  e  dicollato,  X,  123. 

Tanialo,  re  di  Grecia,  ha  grande  guerra  con  Troie  re  di 
Troia,  I,  11. 

Tanto»,  visconte  di,  preso  in  battaglia,  Xn,  47. 

Taranto,  prence  di.  V.  Filippo,  Mai^tdi,  Roberto. 

Tarlati,  o  da  Pieiramala,  cacciaU  d'Arezzo,  Vili,  99  ~ 
vi  tornano,  ivi,  107  ^  hanno  dal  Bavaro  titolo  della 
signora  d'Arezzo  e  Cittadlcastello ,  X,  124  —  comin- 
ciano ad  abbassare,  ed  è  lor  tolto  il  borgo  a  Sansepol- 
oro,  XI,  26  —  perdono  te  terre  del  viscontado  di  Val- 
dambra,  ivi,  41  —  vogliono  dare  Arezzo  a'  Fiorentini, 
ivi,  59  —  la  vendono  loro  col  suo  contado,  ivi,  60  — 
pacifioansi  co'  Tarlati,  ivi,  74  —  rispondono  alla  con- 
giurazione de'  Bardi  in  Firenze,  ivi,  118  —  si  rubel- 
lano  agli  Aretini  e  fanno  lor  guerra,  ivi,  139  —  en- 
trano per  forto  in  Arezzo  e  ne  son  cacciati,  XII,  5  — 
perdonati  e  liberati  da'  Fiorentini,  ivi,  8  —  perdono 
Fronzolo,  ivi,  33  —  fumo  pace  cogli  Aretini,  ivi,  45. 

—  Guido  de',  prigione  in  Firenze,  XI,  139. 

—  Lussemburgo  de',  prigione  in  Firenze,  XI,  139. 

—  Ridolfo,  signore  di  Cittadlcastello,  preso  da'  Perugini, 
XI,  37  —  prigione  in  Firenze,  ivi,  139. 

—  Roberto  di  Maso  de'^  arrende  la  rocca  del  Borgo  a 
Sansepolcro,  XI,  25. 

—  Tarlatino  de'  .vicario  del  Bavaro  in  Pisa,  X,  103  — 
cacciato,  ivi,  134. 

—  Vanni  de',  morto  in  isconfitta,  Vili,  118. 

Tarlato,  gran  signore  ghibellino  d'Arezzo,  VII,  115  — 
fk  giustizia  di  alcuni  traditori  della  patria,  ivi,  138  — 
la  vende  a'  Fiorentini,  XI,  60  —  va  in  loro  duto  cen- 
tra i  Pisani,  ivi,  132  —  fogge  della  battaglia  in  Luc- 
ca, ivi,  134  —  prigione  in  Lucca,  fogge  nel  campo  de' 
Pisani,  ivi,  139  —  corre  su  quel  d'Arezzo,  XII,  5  — 
tenuto  per  sicurtà  dal  duca  d'Atene  in  Firenze,  ivi,  8. 

Tarquinio,  figlio  del  Superbo,  crudele  e  dissoluto  in  lus- 
suria, giace  per  forza  con  Lucrezia,  I,  28  —  Roma  si 
eommove  e  lo  caccia  col  padre,  ivi. 


TVir^ttifito  Superbo,  settimo  re  de'  Romani,  I,  28  --  sm 
crudeltà,  ivi  —  è  cacciato  di  signoria,  ivi. 

Tartari,  come  uscirono  di  prima  dalle  montagne  ove  gli 
avea  rinchiusi  Alessandro,  V,  29  —  loro  conquisti,  ivi 
->  passano  in  Europa  e  disertano  Ungheria,  Polonia  ed 
Alemagna,  VI,  28  —  sconfiggono  i  Turchi,  ivi,  32  — 
scendono  in  Turchia  e  ne  scacciano  i  Saradni,  VII,  i0 

—  notizia  de'  loro  costumi,  Vm,  85  —  quelli  6ì  Gai- 
zeria  e  Russia  corrono  Greda,  IX,  241. 

Tavola  ritonda  di  cavalieri  erranti,  da  chi  ordinata,  II,  4 

^  da  ohi  rinnovata,  ivi. 
Teechi,  duca  di,  viene  in  Italia  per  trattato  col  Bavaro  e 

giugno  In  quel  di  Firenze,  XI,  140. 
T^daldi,  detti  deUa  ViteUa,  nobiU  Fiorentini  di  parte  godCiu 

V,  39. 
TedaUim,  famiglia  ghibellina  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  SS 

—  sono  cacciati,  ivi,  65. 

Tedaldo,  castello  de'  Vinisiani,  Vm,  103  —  lo  perdono, 
ivi,  119. 

Tedtrigo  I,  figliuolo  di  Clovis  I,  regna  in  Francia  dopo 
suo  fratello  Lottieri  I,  I,  19  —  è  deposto  da'  baroni  o 
si  rende  monaco,  ivi  —  morto  Biderigo  suo  fratello  e 
successore,  è  rifatto  re,  ma  lo  governa  Hertalre  suo 
balio,  grande  barone  di  Francia,  ivi  —  Pipino  lo  com- 
batte e  sconfigge  e  mette  in  prigione,  ivi. 

—  rv,  figliuolo  di  Chilperioo  II,  regna  in  Frauda  dopo 
di  lui,  al  governo  di  Carlo  Martello,  I,  19. 

Tedeschi,  sconfitti  dagli  usciti  guelfi  di  Ph-enze,  VI,  33  — 
lor  masnade  aintano  I  ghibellini  usdtl  di  Firenze  a  cac- 
ciare i  cavalieri  della  città,  ivi,  48  —  oento  cavalieri 
di  loro  sono  morti  da'  Fiorentini,  fuor  di  Slena,  iri,  75 

—  Manfredi  ne  manda  ottocento  in  aiuto  da'  Sanesl  • 
de'  ghibellini  usciti  di  Firense,  ivi,  76  —  rovinano  i 
Fiorentini  a  Montaperti,  ivi,  78  —  combattono  i  gneift 
di  Toscana,  Ivi,  82  —  hanno  parte  nella  guerra  di  Man- 
fredi contro  re  Carlo  d'Angiò,  VU,  8  —  ne  soendono 
altri  con  Corradino  per  contrastare  al  detto  re  Carlo, 
ivi,  23  —  hanno  molta  parte  nella  vittoria  di  Minte- 
catini  sopra  i  Fiorentini,  IX,  71  —  combattono  all'as- 
sedio di  Genova,  ivi,  99  —  ed  a  quello  di  Padova,  iri, 
121  —  tradbcono  la  Chiesa  all'assedio  di  Milano, ivi, 
212  —  loro  poca  fede,  ivi,  231  —  sconfitti  dagli  Spo- 
letini,  X,  76  —  tradiscono  la  lega  de'  Lombardi,  XI,  8 

—  aintano  i  Perugini  contro  i  Tarlati,  Ivi,  37  —  ser- 
vono alla  lega  de'  Fiorentini  e  Vinizianl  oontra  Masti- 
no, ivi,  57. 

—  del  Cerruglio,  tengono  prigione  Mareo  Visconti  man- 
dato a  loro  per  ambasdadore  e  c^>itano,  X,  118  — 
vanno  a  Lucca  e  si  fanno  aignorì  della  terra,   ivi,  ISO 

—  vogliono  venderia  a' Fiorentini,  ivi,  143  —  la  ven- 
dono a  Gherardino  Spinoli,  ivi,  144. 

Tedici,  V.  Adimari. 

—  abate  de*.  V.  Facciano. 

—  Filippo,  vuol  tiranneggiare  Pistoia,  IX,  840  —  U  t(^ 
glie  aU*  abate  da  Pacdano  suo  zio,  ivi,  261  —  la  tra- 
disce a  Castmedo,  ivi,  294  —  combatte  per  lui  a  danno 
de'  Fiorentini,  ivi,  317  —  1  suol  figliuoli  corrono  Pi- 
stoia e  ne  sono  cacdati,  X,  126  —-  come  fa  morto,  Ivif 
192. 

Tegrino  (conte),  conte  palatino,  chi  sposa,  IV,  20  —  sui 

.  profezia,  VII,  160. 

Tdamone,  re  di  Salamina,  ha  parte  nella  prima  mina  di 
Troia,  I,  12  —  ruba  e  prende  Ansiona  fi^ia  di  Lao- 
medonte,  ivi  —  vendetta  che  ne  pigliano  Paride  e  Troìlo, 
Enea  e  Polidamante,  ivi,  1 3  —  fa  lega  con  Menelao  ed 
Agamennone,  ivi. 

Tempeste  in  mare,  IX,  228  e  XII,  27  —  in  Firenze,  tri, 
91. 

Tempieri,  come  per  procacdo  dd  re  di  Francia  fo  distrutto 
l'ordine  loro,   e  la  magione  di  Gerusalemme,  Vili,  92. 

Teobaldo  m,  re  di  Mavarra ,  accompagna  San  Luigi  alla 
crodata,  VII,  37. 

TeodericOy  antipapa,  IV,  27. 

Teodorieo,  re  de'  Goti,  distrugge  Danimarca  e  Lotteringia. 
doè  Brabantee  Analdo  e  quasi  tutta  Frauda;  passa  io 
Ispagna  e  quasi  tutta  distrugge;  indi  in  Italia,  U,  4  — 
allegasi  con  Leone  imperadore  e  guasta  e  consuma  Ita- 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


593 


lia,  n,  4  ^  Zenone  Imperadore  s' AccoDcia  con  Ini  ed 
egli  tiene  per  Ini  lo  imperio  di  Roma,  ivi. 

TnÀfrieo  il  giovane,  ijtadico  di  suo  padre  presso  2^one, 
II,  5  —  è  mandato  contro  Evancler  in  Italia,  lo  prende 
ed  uccide  in  Ravenna,  ivi  —  rimane  re  e  signore  d' Ita- 
lia, allegato  con  Zenone,  ivi  —  si  macula  della  eresia 
arriana  e  diviene  come  tiranno  e  nemico  di  Santa  Chiesa 
e  de*  veri  cristiani,  ivi  —  mnore,  ivi. 

Teodotio,  imperadore,  n,  5. 

Ttokifirey  re  di  Lombardia  e  Pnglia,  fa  congiura  con  gì'  im- 
peradorì  di  Costantinopoli  e  quasi  distruggono  Roma,  II, 
IS  —  Pipino  lo  vince  e  sconfigge;  ed  egli  fa  ammen- 
da  e  lascia  aUa  Chiesa  il  reame  di  Puglia  e  di  Sicflia, 
el  patrimonio  di  Santo  Piero,  ivi. 

Terracina,  presa  dal  conte  di  Fondi,  XII,  75. 

2^aù>,  iJ,  come  i  Fiorentini  ne  togliessero  la  giurisdi' 
none  a'  Gnidi,  VOI,  S  —  si  mbeUa,  XI,  58. 

Ttrraoumda^  sire  di,  mnore  in  battaglia  cittadina,  IX,  810. 

TVnuMia,  arcivescovo  di,  preso  in  battaglia,  XH,  63. 

Tetto,  ponte,  fortezza  presa  da'  Ksani,  XI,  184. 

Tevere,  fiume,  prima  detto  Albola,   da  chi  nomato,  I,  25. 

Tib€rino^  ha  parte  nell'assedio  di  Fiesole,  I,  36. 

Tiholi,  finito  rifare  da  Federigo  n,  V,  I. 

TUri,  figlinoli  di,  nobUi  di  Firenze,  IV,  13. 

lieti,  contea  di,  di  Lanciano  e  della  Guardia  in  Abruzzi, 
rinunziata  al  re  Carlo  di  PogUa,  VIU,  26. 

Tiralla,  città  in  Cliiarentana,  assediata  da  Carlo  di  Boe- 
mia, Xn,  85. 

Tirii,  caatdlo  de'  fiorentini,  preso  per  tradimento  dagli 
UbaldSni,  XI,  189. 

2Vrra«,  figlio  di  Gomer  e  padre  di  Tagran  o  Targoman,  I,  6. 

TiUme,  fi^o  d'Dion,  I,  12. 

Tùmom^  Nerino  de',  castellano  del  Pontadera,  fatto  morire, 
Vn,  148. 

Todini,  sconfitti  da'  Perugini,  IX,  5  —  fanno  oste  sopra 
Spoleto  e  si  accordano,  ivi,  6  —  ricevono  come  signore 
Arrigo  vn,  ivi,  44  —  sono  spogliati  dal  Bavaro  e  dal 
suo  antipapa,  X,  99. 

Tolomaide.  V.  Acri. 

ToUnMif  £uniglia  di  Siena  avversa  a'  Salimbeni,  IX,  96. 
V.  anche  Qucei. 

—  Deo  de*,  capo  della  Compagna,  fa  grande  gnerra  nel 
contado  di  Siena,  IX,  188. 

—  Agnolino  Granelli  de',  traditore,  X,  176. 

ToIotOj  conte  di,  sua  grande  potenza,  VI,  90  —  sno  li- 
gnaggio, VII,  76. 

—  siniscalco  d^,  preso  in  battaglia,  Xn,  47. 
Toiosmif  popolani  bianchi  di  Firenze,  Vili,  71. 

—  Nasta^o,  priore  di  Firenze,  XII,  18. 

TommoBo,  San,  d'Aquino,  canonizzato  da  papa  Giovan- 
ni XXU,  IX,  218. 

—  santo,  arcivescovo  di  Cantorberi,  fatto  morire,  V,  4. 
Torino,  signoreggiata  da  Luchino  Visconti,  XII,  74. 
Tomai,  assediata  da'  Fiamminghi,  Vili,  76  —  da  Odoar- 

do  m  e*  suoi  alleati,  XI,  112. 
Toma^tnmeh  famiglia  guelfa  di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33 
~  cacciati,  ivi,  79  —  nemid  de'  Rossi,  Vni,  1  — 
tengono  parte  nera,  ivi,  89  —  confortano  il  duca  d'A- 
tene a  farsi  tiranno  di  Firenze,  XII,  17.  V,  anche  Ven- 
traia, 

—  Biagio,  capitano  de*  Fiorentini,  all'aiuto  de' Bolognesi, 
IX,  824  —  contra  Castruccio,  X,  6  —  all'assedio  dì 
Montecatini,  ivi,  158. 

—  Testa,  capitano  de'  Fiorentini  per  aiuto  a'  Sanesi,  X, 
102  —  riformatore  in  Firenze,  XU,  17. 

—  UgoHno,  sua  savia  risposta  agli  ambasciadori  dell' im- 
peradore,  vm,  120. 

—  Zampagliene  de',  capitano  de'  Fiorentini  in  Ifassa,  XI, 
85. 

Terre,  signori  della,  di  Milano,  sconfitti  a  Cortenuova,  VII, 
52  —  loro  potenza,  ivi  —  ricoverano  la  signorìa  di 
Milano,  vm,  61. 

—  Alamanna  della,  di  Milano,  podestà  di  Firenze,  VI,  61 
—  capitano  del  popolo  di  Bfilano,  Vn,  62. 

—  Francesco  della,  capitano  del  popolo  di  Milano,  VII,  52. 

—  Gianni  della,  capitano  dell'osto  della  Chiesa  a  Gar- 
gazzuota,  IX,  199. 


Jbrré,  Guidetto  della,  capitano  e  signore  di  Milano,  Vm,  61. 

—  sua  lega  co'  guelfi  per  contendere  all'  imperadore  Ar- 
rigo di  Lussemburgo,  IX,  9  —  cacciato,  ivi,  11. 

—  Mosca  della,  si^ore  di  Milano,  Vili,  61. 

—  Napo  o  Napoleone  della,  capitano  dd  popolo  di  Mila- 
no, VII,  52. 

^  Passerino  della,  Sconfitto  da  Marco  Visconti,  IX,  258. 

—  Ramondo  della,  patriarca  d'Aquilea,  possente,  VII,  52. 

—  Simonino  di  Guidetto  della,  annega  in  battaglia  contra 
i  Visconti,  IX,  239. 

Torre  della  fome,  VII,  128. 

Torrebecchi,  castello  degli  Strozzi,  si  rende  a  Castruccio, 
IX,  818. 

Terrena,  soggiogata  da  Luigi  figlio  di  Filippo  il  Bornio, 
IV,  4. 

Torri,  in  Valdipesa,  guasto  da  Castruccio,  IX,  338. 

Torri,  quante  ne  fossero  nella  città  di  Firenze,  III,  3  — 
si  accrescono,  V,  7  —  come  fUrono  tagliate  e  ridotte, 
VI,  89. 

Torricella,  la,  castello,  si  dà  a'  Fiorentini,  XI,  41. 

Torrieellay  dalla,  nobili  del  contado  di  Firenze  fatti  popo- 
lani, XII,  23. 

Torrita,  castello,  preso  dai  Tolomei  ribelli  di  Siena,  IX, 
188. 

Tortona,  s'arrende  alla  Chiesa  e  al  re  Roberto,  IX,  190 

—  rimane  alla  signoria  del  marchese  di  Monferrato,  X, 
193  —  signoreggiata  da  Luchino  Visconti,  XII,  74. 

Tortoma,  signore  di.  V.  VieconH  Maffeo. 
Toea,  della.  V.  ToeinghL 

—  Baschiera  della.  V.  Batckiertt, 

—  Bindo  della,  riformatore  in  Firenze,  XII,  17. 
->  Catalano  dc^a,  consolo  in  Firenze,  V,  34. 

—  Giovanni  di  Rosso  della,  preso  nella  battaglia  d'Alto- 
pascio,  IX,  305  —   ed  in  quella  di  Lucca,  X,  134  — 

—  sua  virtù  cittadina,  XI,  8  —  capo  del  popolo  con- 
tro a'  grandi,  XII,  19  —  fatto  popolano  co'  fratelli  e 
nipoti,  ivi,  23. 

—  Lottieri  della,  di  parte  bianca,  vescovo  di  Firenze,  ca- 
po di  setta,  VIU,  68. 

—  Pino  della,  capo  di  setta  in  Firenze,  IX,  76  —  tratta 
coi  Tedeschi  del  Cermglio  per  tor  loro  Lucca,  X,  130 

—  come  dopo  morto  fosse  inquisito  e  il  suo  figliuolo 
martoriato,  XI,  39  —  son  tolti  a'  suoi  figliuoli  dal  po- 
polo i  bei^  lor  donati  pel  comune,  XII,  44. 

—  Rosso  della,  principale  di  parte  nera,  Vili,  71  —  ci- 
tato dal  papa,  ivi,  72  —  capo  di  setta  contro  Corso 
Donati,  ivi,  96. 

—  Simone  di  Rosso  delia,  capo  di  setta,  reggente  in  Fi- 
renze, IX,  76  —  sindaco  del  comune  e  compare  del 
duca  di  Calabria,  X,  22  —  ordina  trattato  per  aver 
Pistoia  e  v'  è  lasciato  capitano  dal  conte  Filippo  da  San- 
gineto,  ivi,  58  —  la  difende  contra  Castruccio,  ivi,  85 

—  impedisce  a'  Fiorentini  la  signoria  di  Lucca,  ivi,  130 
e  135  —  son  tolti  a' suoi  6glinoli  dal  popolo  i  beni  lor 
donati  pel  comune,  XII,  44. 

Toscana,  provincia  d'Italia,  I,  5  —  perchè  cosi  nomata, 
ivi,  23  —  suo  sito  e  suoi  confini,  ivi,  43  —  della  po- 
tenza eh'  avea  prima  che  Roma  avesse  stato,  ivi,  44  — 
sue  città  e  vescovadi,  ivi,  45. 

Toscani,  guerreggiano  in  Fiandra,  Vili,  76. 

Toeehi,  famiglia  ghibeUina  di  Firenze,  V,  89  e  VI,  33. 

Toscolano,  assediata  da'  Romani,  V,  1  —  è  data  loro  da 
Arrigo  di  Svevia  ed  essi  la  distruggono,  ivi,  16. 

Toeinghit  o  della  Toea,  famiglia  nobile  di  Firenze,  IV,  10 
e  V,  39  —  cacciati,  VI,  79  —  tengono  parte  contro 
gli  Adimari,  VH,  56  e  VIU,  1  —  si  pacificano,  ivi,  12 

—  grande  parte  di  loro  tengono  parte  bianca  co'  Cer- 
chi, hri,  39  —  e  gli  altri  parte  bianca,  ivi  —  ripu- 
gnano alla  signoria  del  duca  d'Atene,  XU,  3. 

TotUe  (FlagéUum  Deijf  re  de'  Goti  e  de'  Vandali,  invade 
due  volte  l'Italia  con  proponimento  di  distruggere  lo 
imperio  di  Roma,  U,  1  —  assedia  invano  Firenze,  vi 
entra  per  inganno,  fa  scempio  e  spoglio  de'  cittadini; 
ordina  die  sia  distrutta,  arsa  e  guasta  la  città,  ivi  — 
ripone  la  città  di  Fiesole,  ivi,  2  —  distrugge  più  altre 
terre  e  assedia  Roma,  poi  muore,  ivi  3. 

Tours  o  Torso,  città:  vi  è  f«tto  concilio  generale,  V,  1. 


594 


INDICE  DELLA  CRONACA 


TraUi90,  conte  di,  ha  parta  nell' aasassinio  di  AndreasBo 
duca  di  Calabria,  XH,  51   —  gìnatiaiato,  ivi,  62. 

Trapali,  in  Sicilia,  aasediata  dal  re  Roberto,  IX,  62  — 
gaaatata  da  Carlo  suo  figliuolo,  ivi,  296. 

Trappola,  castello,  perduto  da'  Fiorentini,  IX,  225. 

Treggiaia,  la,  rabellaU  a'  Fiorentini,  XI,  189. 

Tremolo,  castello  di  Sicilia,  preso  dall'oste  del  re  Rober- 
to^ XI,  79. 

Tremnoto,  in  Borgogna,  VI,  29  ^  in  Italia,  Vm,  25  -- 
in  Firenze,  IX,  297  —  a  Norcia  del  Ducato  e  intomo, 
X,  113  —  in  Asia,  XH,  84  — in  Vinegia,  Padova,  Bo- 
logna, Pisa,  Friuli  e  Baviera,  ivi,  123  e  124. 

Trento,  parlamento  che  vi  si  tenne  per  la  chiamata  di  Lo- 
dovico il  Bavero  in  Italia,  X,  18  —  si  arrende  a  re 
Carlo  di  Boemia  eletto  imperadore,  SD,  85. 

Trento^  vescovo  di,  ha  gran  guerra  co'  Veronesi,  Vin,  47. 

Trevenio,  conte  di,  vicario  in  RietipelreRoberto,  XI,  115. 

Trevìgi,  presa  da  Cane  della  Scala,  X,  140  —  data  da  Ma-^ 
Btino  della  Scala  ai  Veneziani,  XI,  90. 

—  (Marca  di),  provincia  d'Italia,  I,  5. 
Treviffif  signore  di.  V.  Cammino  da. 

Tria,  Rinaldo  di,  conduttore  di  schiera  francesca  allabat- 
tagUa  di  Coltrai,  Vm,  56. 

Trìhaldo,  conte,  tedesco,  anunazza  il  conte  di  Brenna, 
IV,  20. 

Tribuno  di  Roma.  V.  Niecola, 

jfWeario,  conte  Iacopo  dì,  chi  sposa,  IV,  20. 

Trincif  Ugolino  de',  signore  di  Fuligno,  aiuta  la  ribellione 
degli  Abruzzi  alla  regina  Giovanna,  XII,  71  e  89  — 
accoglie  il  re  d'Ungheria,  ivi,  107. 

THnciaveUi  daMosciano,  nobili  antichi  di  firenze,  IV,  12. 

Trìpoli,  in  Soda,  presa  da'  Saracini  e  disfatta,   Vn,  129. 

Trita.  V.  Adimarù 

TrUoniOf  figlio  di  Dardano,  I,  11. 

Trìvigiana.  V.  Gravigna. 

Troia,  da  chi  nomata,  I,  11  —  tuoi  re  e  come  fu  la  pri- 
ma volta  distrutta  al  tempo  del  re  Laomedonte,  ivi,  12 

—  riedificata  da  Priamo,  ivi,  13  —  distrutta  la  secon- 
da volta  dai  Greci,  ivi,  14. 

Troiani  loro  origine,  I,  29. 

TroUo,  figliuolo  di  Priamo,  1,  13. 

TYoio,  figlio  di  Tritonio,  dà  suo  nome  a  Troia  ove  regna, 
I,  11. 

Tulivemo,  castello  distrutto  da  Carlo  Magno,  II,  13. 

TuUio,  Marco,  consolo,  per  suo  grande  senno  e  bello  par- 
lare (a  partire  CateUina  della  città,  prendere  e  nelle  car- 
cere strangolare  più  de'  suoi  congiurati  e  compagni,  1, 1 
30  .-  va  aU'assedio  di  Fiesole,  Ivi,  32. 

—  Ostilio,  re  di  Roma  dopo  Numa  Pompilio,  I,  28  — 
sottomette  i  Sabini,  ivi. 

TVifiin,  re  di,  dà  franchigia  a'  Fiorentini,  VI,  55  —  si  fa 
tributario  di  Carlo  re  di  Sicilia,  Vn,  34  —  cacciato  di 
signorìa,  la  racqnista,  IX,  105  —  à  rìoaociato,  ivi,  184 

—  rìcovera  ancora  la  signoria,  ivi  —  muore  e  i  reali 
per  loro  discordie  nella  successione  si  uccidono  insie- 
me e  si  distrugge  il  suo  lignaggio,  XII,  102. 

Turchi,  sono  sconfitti  dai  Tartari,  VI,  32  —  con  l'aiuto 
de'  Tartari  sconfiggono  I  Greci  di  Costantinopoli,  X, 
151  —  per  mare  guastano  gran  parte  di  Grecia,  ivi,  203 

—  sooi^tti  in  mare  da  galee  della  Chiesa  e  del  re  di 
Francia  e'  Vinisiani,  XI,  18  ^  da'  Genovesi,  ivi,  117 

—  da'  Viniziani,  XH,  27  —  rubano  loro  e'  Genovesi, 
ivi  —  perdono  le  Smime  con  grande  battaglia  sopra  i 
Cristiani,  XU,  39. 

Turchia,  provincia  d'Asia,  I,  3. 

TumOf  re  d'Ardea,  ucdso  da  Enea,  I,  28. 

Iktrpia,  figliuoli  di  Pace  da,   hanno   parte  nell'assassinio 

di  Andreasso  duca  di  Calabria,  Xn,  52  —  uno  di  essi 

è  giustiziato,  ivi. 


V. 


Ubaìdini,  casa  fiorentina,  fanno  parte  con  ghibellini  e  ro- 
magnuoli  e  sono  sconfitti  da'  Fiorentini  a  Mugello,  VI, 
47  —  hanno  parte  nel  parlamento  d' Empoli,  ivi,  81 
—  ribellansi  al  comune  di  Firenze  e  ne  hanno  guastati 
lor  l)cni,  Vili,  53  —  aiutano  i  ghibellini  e'  bianclii  u- 


sciti  di  Firenze,  Vm,  60  —  ■jmllmente  gli  Arefini  t 
riprendere  Laterino,  ivi,  73  —  perdono  Monte  Adnioo, 
ivi,  86  —  tornano  ad  ubbidienza  del  comune  di  Fi- 
renze, ivi,  100  —  si  danno  alla  signorìa  de'  Fiorentim, 

IX,  177  —  tengono  parte  d' imperio,  X,  99  ^  sodo 
in  dissensione  e  guerra  fra  loro,  ivi,  202  —  rispondo- 
no alla  congiurazione  de'  Bardi  in  Firenze,  XI,  118  — 
untano  i  Pisani  sopra  Lucca,  Ivi,  131  —  si  mbeUsno 
a'  Fiorentini,  XI,  13  ~  si  pacificano,  XH,  8  —  con- 
dannati per  mbelli,  ivi,  36.  V.  anche  Seimo  da. 

—  Maghinardo  degli,  inquisito  per  tradimento,  XI,  39. 

—  Ottaviano  degli,  cardinale,  XII,  12. 

—  Ruggieri  degli,  arcivescovo  di  Pisa,  tradisce  il  conts 
Ugolino,  VII,  121. 

—  figliuoli  di  Tano  degli,  corrono  CitUdicastello,  IX,  226. 

—  Ugolino  di  Tano  degli,  ordisce  tradimento  in  Firenze, 

X,  117  —  condannato,  ivi. 

UberUUif  Andrea,  condannato  per  congiura,  XI,  119. 

Uberti,  famiglia  di  Firenze,  di  che  progenie  fossero,  1,41 
e  IV,  3,  13  —  come  si  cominciasse  battaglia  cittadini 
tra  loro  e  la  signoria  de'  consoli,  V,  9  —  si  fan  espi 
di  parte  ghibellina,  ivi,  39  e  VI,  33  —  tiranneggiaeo 
il  popolo,  ivi,  39  —  son  cacciati  di  firenze,  ivi,  95  — 
si  rappaciano  co'  Buondelmonti,  VII,  56. 

—  Ezzelino,  Neracozzo  e  Contìcino  degli ,  ribelli  di  Fi- 
renze, presi  e  messi  a  morte  per  ordine  di  re  Carlo 
d'Angiò,  vn,  35. 

—  Farinata  degli,  suo  consiglio  a'  ghibellini  useiti  di  Fi- 
renze, VI,  74  —  ordisce  inganno  al  popolo  e  cornane 
di  Firenze  per  trarli  ad  oste  in  Montapertì,  ivi,  77  e  78 

—  difende  Firenze  nel  parlamento  d'Empoli,  ivi, 81  — 
vuole  scampare  Ceco  de'  Buondelmonti  guelfo,    ivi,  85 

—  suo  proverbio,  XII,  14  «-  menzione  di  lui,  ivi,  44. 

—  Lapo  Farinata  degli,  capitano  de'  ghibellini  di  Chiusi, 
VII,  136  —  lo  mandano  via,  ivi. 

—  Lupo  degli,  capitano  del  castello  di  Laterino,  lo  rende 
a'  Fiorentini  e'  guelfi  di  Toscana,  VII,  120. 

.—  Piero  Asino  degli,  sua  mala  azione,  VI,  85  —  è  preso 
nella  battaglia  cÙ  Benevento,  VII,  9. 

—  Ritrilla  degli,  preso  per  traditore,  XI,  124. 

—  Conte  Scalore  degli,  capitano  in  Molazze  pel  re  Ro- 
berto, xn,  14. 

—  Schiatta  degli,  ha  parte  nell'  assassinio  di  Baondelmonte 
de'  Buondelmonti,  V,  38. 

—  Sohiattuzzo  degli,  è  ucciso  dal  popolo  di  Firenze,  VI, 
65. 

—  Tolosato  degli,  capitano  di  guerra  In  Pistoia,  la  di- 
fende da'  Fiorentini  e'  Lucchesi,  VIII,  52  —  muove  so- 
pra Firenze,  ivi,  72  —  difende  ancora  Pistoia,  Ivi,  88. 

—  Uberto  degli,  stipite  di  casa  Uberti,  IV,  1. 

—  Uberto  Caini  degli,  è  ucciso  dal  popolo  di  Firenze. 
VI,  35. 

Vbertini  di  Valdamo,  famiglia  ghibellina,  Vm,  17  —per- 
dono più  castella,  ivi,  89  —  nemici  de'  Fiorentini,  IX, 
225  —  perseguitati  dal  vescovo  d'Arezzo,  s'accordano 
con  lui,  Ivi,  307  —  padficansi  coi  Tarlati,  XI,  74  — 
rispondono  alla  congiura  de' Bardi  in  Firenze,  Ivi,  118  — 
rubellano  alcune  castella  a'  Fiorentini,  Ivi,  139  —  aiu- 
tano i  Tarlati  a  correre  sopra  Arezzo,  XII,  5  —  per- 
donati da'  Fiorentini,  ivi,  8  —  fanno  accordo  e  lega  e 
compagnia  con  loro,  ivi,  86. 

—  Aghinolfo,  sconfitto  e  preso  da  quelli  di  Castelfiranco, 
IX,  272. 

—  Francesco  di  Guido  Molle  degli,  rubella  Caatig^oneai 
Fiorentini  e  ne  perde  il  capo,  XII,  5. 

—  Guglielmo  degli,  vescovo  d'Arezzo,  fa  rubellare  U  Pog- 
gio a  Santa  Cecilia  contro  a'  Senesi,  VII,  90  —  si  (a 
capo  de'  ghibellini,  ivi,  195  —  vuol  tradire  la  patria, 
ed  è  morto  nella  battaglia  di  Certomondo  In  Casentino, 
Ivi,  131. 

Uberto^  figlio  di  Ugo  Capoto  regna  in  Francia,  IV,  4. 

—  di  Maremma,  conte,  lascia  rode  i  Fiorentini,  VI,  8. 
UbitingM,  famiglia  guelfa  di  Pisa,  oacciaU,  VII,  121. 
Ubriachi,  famiglia  ghibellina   di  Firenze,  V,  39  e  VI,  33 

—  sono  cacciati,  ivi,  65. 

—  Guglielmo,  ammiraglio  de*  Gonovc*»ì,  h  sconfitto  da*  Pi- 
sani, VI,  19. 


DI  GIOVANNI  VILLANI. 


595 


UeeéUim,  nobili  fiorentini  guelfi,  cacciati,  VI,  79. 

Ughij  famiglia  nobile  di  Firenze,  lY,  12. 

Ugo  il  grande,  fa  guerra  a  Lmgi  figlio  di  Carlo  il  Sem- 
plice, II,  14  —  si  rende  alla  mercè  d'Otto  imperadore 
e  si  pacifica  con  Luigi,  ivi. 

—  figliuolo  di  Roberto  conte  d'Angieri,  fatto  re  di  Frau- 
da da'  baroni,  dopo  Carlo  il  Grosso,  n,  14  —  fa  guer- 
ra a  Carlo  il  Semplice,  ivi. 

—  frate,  mastro  della  magione  di  Santa  Maria  degli  Ala- 
manni, ambasciadore  di  Federigo  n  al  concilio  di  Lio- 
ne, VI,  24. 

—  fratello  del  re  Filippo  I  di  Francia,  crociato,  IV,  24. 

—  marchese,  vicario  di  Ottone  DI,  pone  stanza  in  Firen- 
ze e  vi  fa  la  Badia  e  molti  cavalieri,  IV,  2. 

—  padre  d'Ugo  il  Dispensiere,  impiccato  dal  popolo  di 
Londra,  X,  8. 

—  il  Dispensiere,  favorito  di  OdoardoII  re  d'InghUterra, 
IX,  138  —  sua  tracotanza,  X,  8  —  preso  e  squartato 
per  la  regina  IsabeUa,  ivi. 

^  di  Paraldo,  frate  tempiere,  confessando  per  martoro  si 
salva  dallo  scempio  del  suo  ordine,  Vm,  92. 

—  Capeto,  duca  d' Orleans,  è  fatto  re  di  Francia  da'  ba- 
roni, n,  14  ' —  sue  armi,  IV,  4. 

UgolinOy  conte,  de'  Oherardeschi  di  Pisa,  cacciatone  coi 
guelfi,  va  ad  oste  sopra  Pisa,    ed  è  scomunicato,  VII, 

47  —  toma  sopra  Pisa  co'  Lucchesi  e  sconfigge  i  Pi- 
sani ad  Asciano,  ivi,  49  —  li  sconfig^  nuovamente  al 
fosso  Amonico  ed  è  rimesso  in  città  co'  guelfi,  ivi,  51  — 
ne  caccia  i  ghibellini  per  accordo  co'  Fiorentiui,  Sane- 
si  ed  altri  Toscani,  ivi,  98  —  tradisce  il  giudice  di 
Gallura  per  cagione  della  signoria,  è  chiamato  signore, 
poi  tosto  tradito  dall'arcivescovo  Ruggieri  e  messo  in 
prigione  co'  suoi  figliuoli  e  nipoti,  ivi,  121  —  i  Pisani 
gli  fanno  morire  di  fame,  ivi,  128. 

Ugonif  Filippo  degli,  da  Brescia,   podestà  in  Firenze,  VI, 

48  6  49. 

Ungarì,  da  chi  chiamati  in  Italia,  III,  4  —  vi  vengono  di 

nuovo  col  re  Lodovico,  XII,  107. 
Ungheria  o  Ungarìa,  provincia  d'Europa,  I,  5. 
Ungheria^  re  d'.  V.  AndricnaOj  Carlo  Umberto,  Lodovico. 

—  reina  d'.  V.  Maria. 

Uotiy  Gualdo  d',  preso  in  battaglia,  XII,  47. 
Urbano  II,  papa,  fa  concilio  a  Chiermonte  in  Alvemia,poi 
al  Torso  in  Torena,  IV,  24. 

—  m,  papa,  V,  5. 

—  rv,  papa,  VI,  84  —  predica  la  croce  contro  Manfredi 
e*  Saracini  di  l^ocera,  ivi  —  propone  di  chiamare  Carlo 
d'Angiò  in  Italia,  ivi,  88  —  muore,  ivi,  91. 

Urbino,  si  ribella  alla  Chiesa,  IX,  197  —  osteggiato  dai 
Malatesti,  ivi,  265. 

UrìÀmbaeca,  contestabile  tedesco,  ha  parte  nella  vittoria  di 
Ghiaradadda  sopra  Marco  Visconti,  IX,  191  —  fatto  ca- 
valiere in  Firenze,  ivi,  294  —  preso  nella  battaglia  di 
Altopascio,  ivi,  305. 

Usciti.  V.  Guelfi  e  Ghibellini. 

UUr^  Pandragone,  regna  in  Brettagna,  m,  4. 

Uzza,  castello,  rimane  a'  Fiorentini  por  pace,  XI,  91. 

Uzzano,  castello,  fa  pace  e  accordo  co'  Fiorentini  X,  136 
—  lo  pèrdono  per  tradimento,  ivi,  183  e  XI,  14. 

Uttano,  da,  casa  fiorentina,  falliscono,  XI,  88  e  XSl,  55. 


Vacca,  Iacopo  del,  della  casa  de'  Pazzi  di  Firenze,  come 

fu  morto  alla  battaglia  di  Montaperti,  VI,  78. 
Vainolo,  in  Firenze,  XI,  33. 
Valdamini  di  sopra,  rubelli,  XI,  139. 
Valdibura,  guasta  dal  conte  Novello,  X,  15. 
Valdtmarino,  guasta  da  Castruccio,  IX,  322. 
ValetUinese,  conte  di,  preso  in  battaglia,  XII,  47. 
VaUntinianOf  imperadore,  I,  18. 
Valenzina,  in  Analdo,    guasta  dal  conestabile  di  Francia, 

XI,  109. 
VaUe,  sire  della,  e'  suoi  fratelli,  muoiono  combattendo  per 

Carlo  di  Brois,  XH,  93. 
VaUeri,  Alardo  di,  barone  franceaco,  ha  da  Carlo  d'Angiò 

il  reggimento  dell'oste  sua  nella  battaglia  di  Tagliacoz- 


zo,  Vn,  27  —  suo  merito  in  essa  battaglia,  ivi  —  ha 
parte  neUa  sconfitta  data   da'  Pi^i  a'  Fiorentini  sotto 

Lucca,  XI,  134.  . 

VaUiana,  marchesi  da,  trattano  per  dare  Cittadicastello  ai 

Perugini,  XI,  37. 

—  marchese  da,  capitano  di  taglia  in  Firenze,  IX,  226  — 
chiamato  podestà  da'  riformatori  di  Firenze,  XII,  17. 

VaOina,  Giovanni  della,  di  Borgogna,  ha  l'insegna  reale 
nell'oste  fiorentina  centra  i  Pisani,  XI,  134  —  suo  di- 
fetto nelU  battagUa  di  Lucca,  ivi. 

Vallombrosa,  origine  del  suo  ordine,  IV,  17  —  come  il 
suo  abate,  de'  signori  di  Beccheria  da  Pavia  fosse  as- 
sassinato dal  popolo  di  Firenze,  VI,  65. 

Valori,  Taldo,  sua  parte  in  congiura  a  Firenze,  XI,  118. 

Vandali,  vengono  in  Italia,  II,  1  —  cacciati  da  Belisario, 

ivi,  6.  ^  ^  , 

Vandomo  o  Vandamm,  Boccardo  conte  di,  barone  del  conte 
di  Monforte,  VH,  4  —  sua  parte  nella  presa  di  San  Ger- 
mano, ivi,  6.  ,^ 

—  Giovanni  di,  barone  del  conte  di  Monforte,  VH,  4  — 
sua  parte  nella  presa  di  San  Germano,  ivi,  6. 

Vauri,  castello,  preso  da  Raimondo  di  Cardona,  IX,  139. 

Vecchietti,  famiglia  antica  di  Firenze,  IV,  12  —  è  di  parte 
guelfa,  V,  39  e  Vi,  33  —  cacciata,  ivi,  79  —  gran 
parte  d' essa  tiene  parte  bianca  co'  Cerchi,  VIII,  39  — 
e  gli  altri  parte  nera,  ivi. 

Veglia,  madonna,  come  procurasse  vescovado  a  Siena,  I, 

56.  ,  , 

VeUi,  Rinaldo  da,  ammiraglio  e  capitano  mandato  dal  conte 

Artese  in  Sicilia,  prende  Agosta,  VII,   117. 
Venafri,   città  in  Terra  di  lav9ro,    si  arrende   alla  gente 

del  re  d'Ungheria,  XH,  103. 
Venceslao,  re  di  Boemia,  muore  senza  rede  maschio,  IX,  1. 
Ventimiglia,  conte  di,  barone  di  Manfredi,  VII,  7. 

—  conte  Francesco  di,  si  rubeUa  al  re  Piero  di  Sicilia  ed 
è  preso  e  morto  co'  suoi  figliuoli,  XI,  71  —  come  ri- 
cevuto dal  re  Roberto,  XII,  14. 

Vento  pestilenzievole  in  lUMa  e  in  Francia,  IX,  222. 

Ventraia,  Gherardo,  de*  Tomaqumci,  portansegna  de'  Fio- 
rentini, VII,  131. 

Venturino,  frate,  da  Bergamo,  commuove  molti  Liombardi 
e  Toscani  a  penitenza,  XI,  23. 

VerceUi,  partita  tra'  guelfi  e'  ghibeUini,  IX,  109  —  paci- 
ficata per  forza  dai  Visconti ,  ivi  —  signoreggiaU  da 
Luchino  Visconti,  XH,  74. 

Vercdli,  signore  di.  V.  CoUibiano. 

Verde,  nome  dì  parte  guelfa  in  Arezzo,  VIII,  99. 

VergèOeii,  ghibellini  di  Pistoia,  X,  126  e  131. 

—  Lipo,  aiuta  i  Pistoiesi  a  ripararsi  da'  Lucchesi,  Vili, 
111. 

Vergisi,  V.  Landa. 

Verirtibergo,  Gherardo  da,    tedesco  portapennone  al  soldo 

de'  Fiorentini,  è  morto  al  Cerruglio,  XI,  52. 
Vermandese,  tolto  dal  re  Filippo  al  conte  Ferrante,  V,  35. 
VemagaUo,  pisano,  sua  astuzia,  VI,  58. 
Vemia,  castello  preso  da'  Fiorentini,  VI,  66  —  posseduto 

da  un  Salimbeni,  IX,  313  —  comperato  da' Bardi,  XI, 

74  —  s'arrende  a'  Fiorentini,  ivi,  119. 
Vemia,  signori  da,  V.  Alberti  conti. 
Verona,  signoreggiata  da  Mastino  della  Scala,   XI,  45  — 

assediata  dalla  lega  di  Lombardia,  ivi,  77. 
Verona,  signore  di.  V.  Scala  della. 
Veronesi,   hanno  guerra  col  vescovo  di  Trento,   VM,  47 

—  col  marchese  Azzo  da  Este,  ivi,  88. 
Verre,  Carniccio  del,  distinto  popolano  di  Firenze,  Vin,  2. 
Verrucabuosi,    castello,   assediato  dal  marchese  Spinetta. 

X,  6. 

Vervich,  si  arrende  liberamente  al  re  d'Inghilterra,  X.  223. 

Vervich  (OrbO,  conte  di,  della  casa  reale  d' Inghilterra,  man- 
dato in  Guascogna  da  Odoardo  IO,  guerreggia  centra  il 
re  di  Francia.  XU,  47  e  61  -  ha  parte  nella  battaglia  di 
Crecì,  ivi,  68  —  fa  conquista  in  Guascogna,  ivi,  77  — 
è  all'assedio  di  Calese,  ivi,  96. 

Viareggio,  castello,  preso  da'  Pisani,  IX,  68. 

ticchio,  castello,  tolto  da'  Fiorentini  a'  Sanesi,  VI,  75. 

Vicario.  V.  BattifoUe  da,  Bonacoti,  Cantdmo,  Cattracani, 
Cetonia,  Correggia  da,   Enzo,  Fieeco  dal,   FUippi,  Oam- 


596 


INDICB  OBLLA  CRONACA 


hateUay  OÌ€mberiaUo,  OiUbertOf    Ointwm^  yeteon»  di, 
LoddOf  Memoriale  fra,   MamforUy  Ni/eri  conte   di,   No- 
vello, Ortimghe  conte  di,  iWovtcùio,   itoòdrto,  fkalc  del- 
la, TarlatìsM  de*  Tarlatif    Trecento  conte  di,  Ugo   niar- 
choso. 
Vicenza  tolta  a'  Padovani  da  Cane   della  Scala  por  Arri- 
go Vn  ixnperadore,  UC,    14  -   assediata  da'  Padovani, 
ivi,  63  —  dalla  lega  de'  Lombardi,  XI,  89. 
Vico,  terra  fondata  dal  comune  di  Rrenze,  IX,  S73. 
Vico,  Albisso  da,  ambasdadore  de*  Pisani  al  vescovo  d'A- 

rezso,  X,  83  —  preso,  ivi,  34. 
Vicopisano,  guastato  dal  conte  Ugolino,  W,  47  —  e  da' 
Lucchesi,  Fiorentini  e  guelfi  di  Toscana,  ivi,  137  —  i 
Pisani  ne  cacciano  la  gente  di  Castmccio,  X,  18. 
Yiesca,  come  i   Fiorentini  ne  togliessero  la  giurisdislone 

a  Guidi,  VUI,  2. 
Vignale,  castello,  mbellato  da*  Pisani  a*  Samminiatesi,  VH, 

148. 
VigiUt  Piero  dalle,  savio  maestro,  come  Federigo  n  lo  fo- 
ce morire,  VI,  2S  —  come  l' imperatore  lo  avesse  man- 
dato ambasdadore  al  concilio  ài  Lione,  ivi,  24  —  epi- 
stola per  lui  dettata  contra  la  sentenza  d' Innocenso  IV, 
ivi,  25. 
ViUÙrieOy  visconte  di,  preso  in  battaglia,  XJI,  47. 
VUla^  Guglielmo  di,   capitano  di  Carlo  d'Angiò  alla  bat- 
taglia di  Tagliacosxo,  VD,  26. 
Villadichiesa,  in  Sardegna,   presa  dall'infante  d'Aragona, 

IX,  237. 
VUlani,  Giovanni,  autore  di  questa  storia,   quando  la  co- 
minciasse, Vm,  36  —  priore  di  Firenze,  IX,  82  e  X, 
106  —  ufidale  sopra  far  edificare  le  mura,  IX,  137  e 
256  —  sopra  la  vettovaglia,    X,    121  —  menatore  di 
trattato  con  Gberardino  Spinoli,  ivi,  172  —  ufidale  al 
lavorio   delle    porte  di  San  Giovanni  e    dd  campanile 
della  Badia,  ivi,  177  —  suo  consiglio,  ivi,  202— sta- 
dico  in  Ferrara,  XI,  130,  133  e  135. 
ViUanwìvaj  Arnaldo  di,  suoi  errori  di  fede,  IX,  3. 
Vinci,  castello  rubelle  a*  Fiorentini,  IX,  73. 
Vinegia,   da  chi  fondata,    I,    17  —  come   ne  fii  cacciata 

parte  gudfa,  IX,  2. 
Vinegia^  vescovo  di,  scismatico,  consacra  il  Bavero,  X,  55 

—  fatto  cardinale  da  Niccolò  V  antipapa,  ivi,  74. 
Vinisiani,  sono  vinti  da  Roberto  Guiscardo  duca  di  Pu- 
glia, IV,  19  —  accolgono  papa  Alessandro  III,  V,  S 
prendono  Costantinopoli,  onde  ritengono  titolo  di  parte 
di  qudlo  imperio,  ivi,  28  —  danno  navillo  a  Corrado 
per  passare  in  Puglia,  VI,  44  —  come  si  comindò  la 
prima  guerra  tra  loro  ed  i  Gonoved,  ivi,  60  —  il  Pa- 
leologo  toglie  loro  Costantinopoli,  ivi,  70  ^-  sono  scon- 
6tti  in  mare  da'  Genovesi,  Vili,  24  —  fanno  pace  con 
loro,  ivi,  27  —  prendono  Ferrara,  poi  la  perdono,  ivi, 
103  —  sconfitti  dal  legato  del  papa,  ivi,  115  —  aiu- 
tano di  danaro  Arrigo  di  Lussemburgo  imperadore,  IX, 
14  —  battono  gl'Inglesi  in  mare,  ivi,  224  —  sonper- 
cosd  da'  Genovesi  usdti  e  accordano  con  anunenda,X, 
64  —  tornano  in  guerra  co'  Genovesi  e  similmente  fan 
pace  per  ammenda,  ivi,  175  —  sconfiggono  i  Turchi, 
XI,  18  —  fanno  compagnia  e  lega  co'  Fiorentini  con- 
tra Mastino  della  Scala,  ivi,  49  —  loro  oste  a  Bovo- 
lento,  ivi,  54  —  come  tolsero  le  saline  di  Padova  a 
Mastino,  Ivi,  57  —  battagliano  in  mare  co'  Genovesi, 
ivi,  69  —  tradiscono  i  Fiorentini  e  fanno  pace  con  Ma- 
stino, ivi,  90  —  combattono  i  Turchi,  XII,  27  e  39  — 
assediano  ladra,  ivi,  59. 
Viprimeme,  cherlco.  V.  Oiov<umi, 

Visconti,  tenuti  co'  ghibellini  taor  di  Milano  da  Guidetto 
della  Torre,  IX,  9  —  rimessi  da  Arrigo  Imperadore, 
ivi,  11  —  soomunicati  e  perseguitati  dalla  Chiesa,  ivi, 
144  —  corrompono  il  duca  d'Austria  chiamato  contra 
loro,  ivi,  145  —  sono  deposti  dalla  signoria  e  messi 
in  prigione  da  Lodovico  il  Bavaro,  X,  81  —  a  setta 
coi  figliuoli  di  Castrucdo,  ivi,  129  —  trattano  col  pa- 
pa e  colla  Chiesa,  ivi  —  entrano  nella  lega  de'  Lom- 
bardi, ivi,  204  —  cavalcano  sopra  Piacenza,  XI,  5. 
—  Galeazzo ,  podestà  di  Piacenza  se  ne  fa  dgnore  cac- 
ciandone 1  guelfi,  IX,  41  —  con  belle  parole  fa  tornare 
in  FranciA  Filippo  di  Vaiola,  ivi,   110  —  sconfigge  lo| 


Lombardia  la  lega  gnella  di  Toscana,  IX,  129  —  ^ 
Cremona,  ivi,  130  —  d  ik  fiue  capitano  di  Milsiio,lri, 
156  —  è  caédato  di  dgnoria,  ivi,  181  —  la  rìcapert, 
ivi,  184  —  vince  con  Marco,  Raimondo  di  CirdoBt, 
ivi,  289  —  si  parte  con  danno  d^' assedio  di  Menu, 
ivi,  243  —  riprende  Monza,  ivi,  270  —  la  eoa  gcali 
è  sconfitta  da  queOa  della  Chiesa,  ivi,  354  —  depoile 
0  iktto  prendere  dal  Bavaro,  X,  31  «^  imprigionsto  • 
Monza,  ivi,  Ì12  ^  muore  soldato  alla  mercè  fi  Csstn»- 
do,  ivi,  86. 
ViàcomH  .  .  .  de',  arcivescovo  di  Milano,  Vn,  52. 

—  Azzo,  figiiuolo  di  Galeazzo,    cacciato  di  Placenta,  H, 
178  —  prende  il  l>orgo  a  San  Donnino,   ivi,   288  ^ 
mandato  da  tuo  padre  in  aiuto  di  Castrucdo  contro  &' 
Fiorentini,  Ivi,  304  —  assediate  in  Borgo  San  Donni- 
no dal  legato  dd  p^a.  Ivi,  308  —  va  con  Castraceio 
a  correre  e  guastare  Q  contado  di  Firenze,  Ivi,  819  — 
aiuta  Passerino  contro  i  Bolognesi,  Ivi,  325  —  fi  guem 
a'  Bresciani,   ivi,    849  —  va  al  parlamento  di  Treato, 
X,  18  —  Catto  prendere  dal  Bavaro,  ivi,  31  —  lo  meas 
seco,  ivi,  32  —  fogge,   ivi  —  confermato  dal  Bafwo 
ndla  dgnoria  di  Milano,    ivi,  1 10  —  non  vuole  nbbi- 
dirìo,  ivi,  129  —  &  morire  Marco  suo  zio,  ivi,  185  — 
si  ricondlia  colla  Chiesa,   ivi,   145  —  entra  ndla  Isgi 
lombarda,    ivi,    204  —  ricomincia  guerra  al  legato  4i 
Lombardia  e  al  re  Giovanni,    ivi,  208  —  toglie  Pads 
al  re  Giovanni,  ivi,  211  —  si  sdegna  con  Mastino  deBs 
Scala,  poi  s*  accorda,  XI,  30  —  ha  a  patti  Piacenza  • 
Lodi,  i^-i,  31    —   ha  dalla  lega  la  dgnoria  dì  Bresdì, 
ivi,  73  —  muore,  ivi,  101. 

~  Giovanni  o  Giovanndlo  di  Maffeo,  cardinale  legato  in 
Lombardia  ddl'  antipapa  Niccolò  V,  X,  1 18  —  ha  parte 
ndl'assasdnio  di  Marco  suo  nipote,  ivi,  135  —  rinun- 
zia d  cardhudato  ed  è  fatto  vescovo  di  Nocera,  hri,  148 

—  capitano  de'  Milaned,  sconfitto  ddla  gente  di  Lode- 
rigo  Visconti,  XI,  97  —  signore  di  Milano,  ivi,  101  — 
va  d  soccorso  de'  Pisani  sopra  Lucca,  ivi,  131  —  ca- 
pitano d'una  schiera  della  loro  oste,  ivi,  184  —  fitto 
prigione  dd  Fiorentini,  ivi  —  liberato,  Xn,  8  —  man- 
dato in  duto  del  vescovo  di  Luni  contro  a'  Pisani,  id, 
26. 

—  Loderlgo,  rubdlo  di  Azzo  Visconti,  corre  il  Milanese, 
colle  masnade  state  della  lega  de*  Lombardi  e  sconfig- 
ge le  genti  di  Milano,  poi  è  vinto  e  preso,  XI,  97. 

—  Lodovico  0  Ldgi,  uno  de'  dodici  rettori  di  Milano, 
IX,  182  —  ca^  di  parte,  duta  Gdeazzo  a  rìoovrar  la 
signoria,  ivi,  184. 

—  Luchino,  fatto  prendere  da  Lodovico  il  Bavaro,  X,  81 

—  lo  mena  seco,  Ivi,  82  —  fugge,  ivi  —  ha  parte  nel- 
l'assassinio  di  Marco  suo  nipote.  Ivi,  185  —  capitano 
generde  dell' osts  della  lega  oontra  Mastino  ddla  Sesia 
sopra  Verona,  sua  viltà,  XI,  64  —  sconfitto  e  preso  da 
Loderigo  Visconti,  liberato  da  Ettore  da  Panago,  ivi, 
97  —  fatto  signore  di  Milano,  Ivi,  101  —  s'aoeorda 
col  papa  e  con  la  Chiesa,  per  moneta,  ivi  —  vuol  t6r 
Lucca  a  Mastino,  ivi,  127  —  fa  lega  co*  Pisani  e  man- 
da loro  soccorso  per  l'assedio  di  Lucca,  ivi,  131  — 
soccorre  gli  Ubddinl  contro  i  Fiorentini,  ivi,  139  — 
d  &  nimico  de'  Pisani,  XII,  26  —  fk  loro  guerra,  ivi, 
29  e  88  —  duta  quelli  da  Gonzaga  contro  quelli  da 
Ferrara,  id,  85  —  mette  pace  In  Genova  Crai  popolo 
ed  I  grandi.  Ivi,  37  e  88  —  fa  pace  co'  Pisani,  ivi  ^ 
com'  ebbe  Parma,  ivi,  74  —  sua  grande  potenza,  ivi  ^ 
gli  è  offerta  la  signoria  di  Genova,  ivi,  88. 

—  Maffeo,  capitano  dd  popolo  di  Milano,  VII,  52  —  eac- 
dato  di  signoria.  Vili,  61  —  sua  saviezza,  ivi  —  rimesso 
per  ArHgo  Imperadore,  IX,  9  —  tradisce  Guidetto  della 
Torre,  Ivi,  11  —  vicario  di  Arrigo  in  Milano,  ivi,  20 

—  manda  duto  ad  Ugncdone  della  Faggiuola,  Ivi,  71 

—  sua  grande  potenza.  Ivi,  110  —  sotto  trattato  d'ac- 
cordo colia  Chiesa  corrompe  il  duca  d'Austria  chiamato 
contra  a  lui,  ivi,  145  —  muore,  ivi,  156. 

—  Marco,  capitano  di  parte  ghibellina,  assedia  Genova, 
IX,  90  »  sconfigge  ed  uccide  Ugo  dd  Balzo,  ivi,  102 

—  ha  per  forza  la  parte  guelfa  di  Vercelli,  ivi,  120  — 
sconfigge  Rdmondo  di  Gardena  d  ponte  a  Badgnano, 
ivi,  160  »  ha  Basignano,  ivi,  164  —  è  sconfitto  dd- 


01  GlOYANMl  VILLANI 


597 


rotta  delU  Chiesa  in  CbUradadda,  IX,  191  —  e  alU 
Gargasiaola,  ivi,  190  —  sconfigge  qae'  della  Chiesa  a 
Cairara,  ed  ha  la  rocca  di  Basciano,  ivi,  281  — scon- 
fiSK^  0  prende  Raimondo  di  Cardona,  ivi,  239  —  scon- 
figge Passerino  della  Torre,  ivi,  258  —  va  al  parla- 
mento di  Trento,  X,  18  —  fatto  prendere  dal  Bavaro, 
ivi,  SI  —  liberato,  ivi,  82  —  fogge,  ivi  —  mandato 
per  ambasciadore  e  capitano  a' Tedeschi  mbelli  del  Cer- 
roglio,  lo  ritengono  prigione,  ivi,  108  e  118  —  fatto 
Btgnore  di  Lacca,  ivi,  180  —  vuol  tradire  a'  Horentint 
i  figlinoli  di  Castracelo,  ivi  —  serve  i  Pisani  e  1  conte 
Fazio  a  cacciare  il  vicario  del  Bavaro  e  sae  masnade, 
ivi,  134  —  tratto  co'  Flautini  per  dar  loro  Lacca, 
promette  di  stare  per  la  Chiesa,  va  a  Milano  ed  è  morto 
da'  firateUi  e'  nipoti,  ivi,  186. 
FiseoiKt  Pietro,  esdaao  dalla  signoria  di  Milano,  VIU,  61. 

—  VeroeBlno,  sconfitto  da  Arrigo  di  Fiandra,  IX,  250. 

—  famiglia  guelfa  di  Pisa,  cacciata,  VII,  121. 
ViMdomimf  nobili  fiorentini,  cominciamento  del  loro  lignag- 

(^o,  IV,  10  ~  tengono  parte  gaelfa,  V,  89  e  VI,  33  — 
cacciati,  ivi,  79  —  nemici  de'  Falconieri,  Vili,  1. 

—  Cerrettieri  de',  fatto  cavaliere  dal  daca  d' Atene,  XII, 
3  —  suo  consigliere,  ivi,  8  —  scampa  dalla  vendetta 
del  popolo  di  Firenze,  ivi,  17  —  dipinto  per  onta  in 
efiO^,  ivi,  34. 

—  Ticd  dei,  rimane  morto  nella  battaglia  di  Certomondo 
in  Casentino,  VII,  181. 

KiteUo,  della,  popolani  guelfi  di  Firenze,  cacciati,  VI,  79. 

V.  anche  Tedaldo 
Viterbesi.   Come  s'inimicassero  con   casa  Orsini,  VII,  58 

—  accolgono  a  signore  il  Bavaro,   X,  48  —  signoreg- 

giaDsi  por  tiranno,  ivi,  133  —  corrono  la  terra  e  fanno 

vendetta  de'  traditori,  XII,  105. 
Viterbo.   Boa  origine  e  percbi  cosi   nomata,   I,  51  —  in 

signorìa  da'  Colonnesi,  IX,  40  —  osteggiata  dal  prence 

della  Morea,  X,  21. 
Vltolino,  castello,  assalito  da  Casiraccio,  IX,  345. 
ViUoriOf  papa,  fatto  per  Arrigo  m  imperadore,  VI,  16  e 

82. 

—  antipapa,  V,  1. 

VÙHtldif  Manfirédi  de',  capo  di  ghibellini  di  Genova,  X, 
199. 


Vivinais,  castello,  preso  da'  Fiordntini,  X,  167  —  rubato 
ed  arso,  ivi,  172  —  ripreso,  ivi,  205. 

Vótognano,  da,  famiglia  gaelfa  di  Firenze,  V,  89.  V.  an- 
che Quona  da. 

Vòlta,  della,  nobili  di  Fucecchio,  rubellansi  e  son  oaodati, 
Xn,  45. 

Volteri,  castello  preso  da*  Genovesi,  X,  68  —  ripreso  da- 
gli asciti  e  perduto  tosto,  ivi,  90. 

Volterra,  sua  antichità  e  suo  primo  nome,  I,  55  —  è  presa 
da'  Fiorentini,  VI,  57  —  data  in  signoria  a  Castracelo, 
X,  37  —  se  ne  fa  signore  OtUviano  Belfortì,  XI,  116 
—  si  dà  al  duca  d'Atene,  XII,  3  —  si  rabella,  XII,  17 
e  24. 

VoUtrra,  signore  di,  manda  aiuto  a'  Fiorentini,   XI,  182. 

—  vescovo  di,  capo  di  parte,  cacciato,  XI,  116  —  stadi- 
co  in  Firenze,  XII,  8. 

Volterrani,  sconfitti  dai  Fiorentini,  VI,  57  —  hanno  par- 
te con  loro  nella  sconfitta  di  Montaperti,  VI,  78  — 
tornano  a  parte  guelfa ,  VII ,  20  —  s'  allegano  contro 
a'  Pisani,  ivi,  98  —  hanno  parte  nella  vittoria  di  Cer- 
tomondo in  Casentino,  ivi,  131  —  guerreggiano  co'San- 
gimignanesi,  Vm,  116  »  entrano  nella  lega  gaelfa  di 
Toscana  contro  Arrigo  VII  imperadore,  IX,  17 — hanno 
parte  nella  sconfitta  di  Montecatini,  ivi,  71  —  ed  in, 
quella  d'Altopascio,  ivi,  802  —  mandano  aiuto  a'  Fio- 
rentini sotto  Pistoia,  X,  85  —  fanno  taciu  tregua  col 
Bavaro,  ivi,  118. 


ZaeehmiOf  papa,  ha  guerra  con  Eracco,  li.  11. 

—  Martino,  ammiraglio  de'  Genovesi,  maore  combattendo 
i  Tordii,  xn,  89. 

Zante.  V.  Giacinto. 

Zeno,  Piero,  ammiraglio  de' Viniziani,  muore  combattendo 
i  Turchi,  xn,  89. 

ZenoHo,  santo,  vescovo  di  Firenze,  miracoli  della  sna  mor- 
te, l,  61  —  come  ne  fu  ritrovato  il  corpo,  X,  171. 

Zenone,  imperadore  di  Costantinopoli,  U,  4. 

Zizera,  forte  terra  di  Granata,  presa  dal  re  di  Spagna, 
XII,  31. 


FINE  DEL  PRIMO  VOLUME. 


CROINICHE 


DI 


GIOVANNI,  MATTEO  E  FILIPPO  VILLANI 


SECONDO  LE  MIGLIORI  STAMPE 


B  CORRBDATB 


DI  NOTE  FILOLOGICHE  E  STORICHE 


TESTO  DI  UNGUA. 


VOL.  II. 


TRIESTE 

SEZIONE  LCTTERARIO-ARTISTICA  DEL  LLOYD  AUSTIilACO 

lSft9. 


CROINICHE 


GIOVANNI,  MATTEO  E  FILIPPO  v: 


SECONDO  LE  MIGUORI  STAlE'I 


E  COIBDin 


DI  NOTE  FILOLOGICHE  E  ^J:^ 


TESTO  MUKiU. 


CROISICHE 


DI 


GIOVANNI,  MATTEO  E  FILIPPO  VILLANI 


SECONDO  LE  MIGLIORI  STAMPE 


B  CORREDATE 


DI  NOTE  FILOLOGICHE  E  STORICHE 


TESTO  DI  UNGUA. 


VOL.  II. 


TRIESTE 

SEZIONE  LBTTERAniO-ARTISTlCA  DEL  LLOYD  AUSTIUACO 


CRONICHE 


DI 


GIOVANNI,  MATTEO  E  FILIPPO  VJLLANI 


SECONDO  LE  MIGLIORI  STAMPE 


B  CORRBDATB 


DI  NOTE  FILOLOGICHE  E  STORICHE 


TESTO  DI  UNGUA. 


VOL.  II. 


TRIESTE 

SEZIONE  LSTTERAMO-ARTISTICA  DEL  LLOYD  AUSTRIACO 

1869. 


TIpograflA  M  ìAo^à  AniCrlMo. 


DI  MATTEO  VILLANI 


E 


DELLA  SUA  CRONICA 


l^carse  notizie  ci  rimangono  di  Matteo  Villani.  Indarno  sullo  scorcio  del  passato  se- 
colo cercarono  con  sommo  stadio  di  accrescerle  i  biografi  ;  ed  ecco  quel  poco  che  ne  sappia- 
mo. Nato  di  Villano  di  Toldo^  ebbe  due  mogli,  Taddea  di  Domenico  Ciampelli  prima,  poi  Lisa 
di  Monte  Bondelmonti,  e  da  queste  sei  figliuoli.  Ammonito  come  ghibellino  turbolento  dai  ca- 
pitani di  parte  guelfa,  si  diede  tutto  agli  studi,  continuò  la  Cronica  di  Giovanni  suo  fratello, 
e  fini  il  12  luglio  1363,  anch*  egli,  come  il  fratello,  colpito  dalla  peste  fierissima  che  allora 
desolava  quasi  tutta  Europa  e  specialmente  1*  Italia. 

Della  sua  Cronica,  divisa  in  11  libri  e  condotta  appunto  fino  all'anno  1363,  si  recò 
fin  qui  ingiustissima  sentenza.  I  primi  letterati  che  la  giudicarono  non  ebbero  innanzi  che  le 
scompigliate  e  adultere  stampe  del  secolo  XVI,  onde,  senza  leggerne  pure  una  pagina  di  ma- 
noscritto, la  proclamarono  incerta,  qua  e  là  confusa,  nò  purgata  nò  gentile.  I  seguenti  critici, 
di  mente  pecorina,  ridissero  il  detto,  caricandone  di  proprio  i  colori  :  e  passato  in  costume 
r ostracismo,  chi  mai  respingerlo  o  derogarlo?  Ne  fu  traviato  perfino  il  sommo  Panni,  scri- 
vendo egli,  che  la  Cronica  di  Matteo  per  riguardo  alla  lingua  si  leggerebbe  con  non  molta 
utilità.  E  il  Tiraboschi,  dannandola  come  di  stUe  troppo  difiuso,  mostrò  miseramente  di  non 
averla  mai  Ietta. 

Matteo,  come  storico,  ò  veracissimo  ;  uomo  anch*  egli  da  partito,  batte  in  politica  tut- 
t* altra  via  che  il  fratello,  ma  come  lui  non  risente  troppo  dell* odio  di  parte;  e  molto  più  spesso 
onora  ed  ama  nelle  virtù  anche  il  nemico.  Come  scrittore,  non  ha  la  freschezza  né  Y  ingenuo 
e  caldo  racconto  di  Giovanni,  ma  lo  vince  nelParte  della  locuzione,  la  quale  corre  serrata, 
composta,  espressiva,  se  non  ricchissima  sempre,  nò  sempre  di  vena.  Vivissimo  dipintore^ 
dice  Cesare  Cantò,  de"  costumi  e  degli  avvenimenti^  inspira  reverema  ed  amore. 

INITT.  A.  RACHBI^I. 


CRONICA 


DI 


MATTEO  VILLANI 


DALL'ANNO  MGGGXVni  AL  HCCGLXin. 


LIBRO  PRIMO 


^1  comincia  la  Cronica  di  Matteo  Villani,  e  pri- 
ma U  prologo,  e  primo  libro. 

Esaminando  neir  animo  mio  la  voftra  eaorUsio- 
ne,  earìfaim!  amiei,  di  mettere  opera  a  aerìTere  le 
itone  e  le  novità  ohe  a*  noitri  tempi  atrennero  pen- 
sai la  mia  piecola  racollà  eiaere  debole  a  cotanta  e 
tale  opera  f  cguire.  Ma  peroechè  la  vostra  richiesta 
mi  rende  per  debito  pronto  a  ubbidire,  e  il  vostro 
consiglio  aggiogne  vigore  alla  stanca  mente;  e  pen- 
sando che  per  la  macchia  del  peccato  la  genera- 
lione  ornane  totta^  è  sottoposta  alle  temporali  cala- 
mità, e  a  molta  miseria,  e  a  innomerabili  mali,  i 
qoali  avvengono  nel  mondo  per  varie  nuiniere,  e  per 
diversi  e  strani  movimenti,  e  tempi;  come  sono 
vessazioni  di  goerre,  movimenti  di  batlaglie,  faro- 
re  di  popoli,  matamenti  di  reami,  occapasioni  di  ti- 
ranni, pestilensie,  mortalità  e  fame,  dilovi.  Incendi, 
naufragi  e  altre  gravi  cose,  delle  quali  gli  uomini, 
ne*  coi  tempi  avvengono,  quasi  da  ignoranza  soppre- 
si,  più  forte  si  maravigliano,  e  meno  comprendono 
il  divino  giudido,  e  poco  conoscono  il  consiglio 
e*l  rimedio  deir  avversità,  se  per  memoria  di  sind- 
gliand  casi  avvenuti  ne*  tempi  passati  non  hanno  al- 
cuno ammaestramento:  e  in  quelle  che  la  chiara 
faccia  della  prosperità  rapporta  non  sanno  usare  il 
debito  temperamento  ;  rischiudendo^  sotlo  lo  scuro 
velo  della  ignoranza  1*  uscimento  cedevole,  e  il  fine 
dubbioso  delle  mortali  cose.  Onde  pensando  che 
r  opera  puote  essere  fruttuosa,  e  debba  piacere  per 
li  naturali  desiderii  degli  uomini,  mi  mossi  a  comin- 


'  Con  il  Tetto  DaTansAti,  ohe  è  fondamonto  •  nonna 
della  nostra  edidone.  Delle  varianti  degli  altri  Teeti  le  più 
importanti  saranno  introdotte  a'  loro  luoghi  o  notate  a  pie 
di  pagina.  Qui  1*  ediz.  cit  in  luogo  di  tutta  legge  m  vita. 

'  lo  stesso  che  rinchiudendo,  racchiudendo.  L'edis.  dt 
éUa  chiudendo. 


dare,  per  esempio  di  me  uomo  di  leggieri  scienza, 
ad  apparecehiar  arteria  a'  savi  di  concedere  del  lo- 
ro tempo  alcuna  parte,  per  lasdare  agli  altri  memo- 
ria delle  cose  che  appariranno  di  ciò  degne  a*  loro 
temporali,  e  a' meno  aperti  speranza  con  fatica  e 
studio  da  poter  venire  a  operazioni  virtudiose,  e  a 
coloro  che  avranno  più  alto  ingegno,  materia  di  ri- 
strìgnere  su  brevità,  e  con  più  piacere  degli  udito- 
ri, le  noatre  atorie.  Ma  perocchà  ogni  coaa  è  im- 
perfetta e  vana  aenza  l'aiuto  della  divina  grazia, 
chiamiamo  in  nostro  aiuto  la  carità  divina.  Cristo 
benedetto  ;  il  quale  è  in  unità  col  Padre  e  con  lo 
Spirito  Santo,  vive  e  regna  per  tutti  secoli,  e  dà 
cominciamento  e  mezzo  e  termine  perfetto  a  ogni 
buona  operazione. 

CAPITOLO  L  > 
Della  inaudita  mortalità. 

Trovaai  nella  Santa  Scrittura,  che  avendo  il 
peccato  corrotto  ogni  via  della  umana  carne.  Iddio 
mandò  il  diluvio  aopra  la  terra  :  e  riaervando  per  la 
aua  misericordia  V  umana  generazione  in  otto  anime, 
di  Noè,  e  di  tre  suoi  figliuoli  e  delle  loro  mogli  nel- 
r  arca,  tutta  V  altra  generazione  nel  diluvio  sommer- 
se. Dsppoi  per  li  tempi  multiplicando  la  gente,  aono 
stati  alquanti  diluvi  particolari,  mortalità,  corruzioni  e 
pistolenze,  fami  e  molti  altri  mali,  che  Iddio  ha  per- 
messo venire  sopra  gli  uomini  per  li  loro  peccati.  Tra 
le  quali  mortalità  troviamo  venute  le  più  gravi  1*  una 
al  tempo  di  Marco  Aurelio,  Antonio  e  Lucio  Aurelio 
Commodo  romani  imperadori,  gli  anni  di  Cristo  171, 
la  quale  cominciò  in  Babilonia  d*  Egitto,  e  comprese 
molte  provinde  del  mondo.  B  tornando  L.  Commo- 


*  Neir  e^z.   eit  questo  capitolo  ha  il  tìtolo  seguente  : 
7/  Hcondo  proemio.  Narrando  eerte  mortalità  innanei  al  1348. 


8 


CRONICA 


do  oolle  legioni  dei  Romtni  delle  parti  d^  Ami,  pt- 
rea  oombtUeue  otiilemente  per  la  loro  infeiione  gli 
uomini  delle  provincie  ond^elli  panavano:  e  a  Ro- 
ma fece  grave  ttermioio  de*  taoi  abitanti.  E  V  altra 
Tenne  al  tempo  di  Gallo  Ostilio  Aagatto,  e  d*  Bu- 
dosio^  ino  figlinolo,  occopatori  dello  imperio,  e  gravi 
persecutori  de^  cristiani,  la  quale  cominciò  gli  anni 
di  Cristo  254,  e  durò,  ritornando  di  tempo  in  tem- 
po, intorno  di  quindici  anni  :  e  Tu  di  diverse  e  in  • 
credibili  infermitadi ,   e   comprese  molte  provincie 
del  mondo.  Ma  per  quello  ohe  trovar  si  possa  per 
le  scritture,  dal  generale  diluvio  in  qua,  non  fu  uni- 
versale giudicio  di  mortalità  che  tanto  comprendes- 
se r  universo,  come  quella  che  ne*  nostri  di  avven- 
ne. Nella  quale  mortalità,  considerando  la  moltitudine 
che   allora  vivea,  in  comparazione   di  coloro  ohe 
erano  in  vita  al  tempo  del  generale  diluvio,  assai 
più  ne  morirono  in  questo  ohe  in  quello,  secondo  la 
estimazione  di  molti  discreti.  Nella  quale  mortalità 
avendo  renduta  V  anima  a  Dio  V  autore  della  cronica 
nominata  la  Cronica  di  Giovanni  VilkuU  cittadino  di 
Firenze,   al    quale  per  sangue  e  per   dilezione  fui 
strettamente  congiunto,   dopo  molte  gravi  fortune, 
con  più  conoscimento  della  calamità  del  mondo  che 
la  prosperità  di  quello  non  m^  avea  dimostrato,  pro- 
puosi  neir  animo  mio  fare  alla  nostra  varia  e  calami- 
tosa materia  oominciamento  a  questo  tempo,  come 
a  ano  rinnovellamento  di  tempo  e  seoolo,  compren- 
dendo annualmente  le  novità  ohe  appariranno  <U  me- 
moria degne,   giusta  la  possa  del  debole  ingegno, 
come  più  certa  fede  per  li  tempi  avvenire  ne  potre- 
mo avere. 

CAPITOLO  IL 

Quanto  dvravail  imnpo della  moria  in  cahmo  paese. 

Avendo  per  cominoiamento  nel  nostro  trattato 
a  raccontare  lo  sterminio  della  generazione  nnuma, 
e  convenendone  divisare  il  tempo  e  il  modo,  la  qua- 
lità e  la  quantità  di  quella,  stupidisce  la  mente  ap- 
pressandosi a  scrivere  la  sentenzia,  che  la  divina  giu- 
stizia con  molta  misericordia  mandò  sopra  gli  uo- 
mini, degni  per  la  corruzione  del  peccato  di  final 
giudizio.  Ma  pensando  futilità  salutevole  che  di 
questa  memoria  puote  addivenire  alle  nazioni  ohe 
dopo  noi  seguiranno,  con  più  sicurtà  del  nostro  ani- 
mo cosi  cominciamo.  Videsi  negli  anni  di  Cristo, 
dalla  sua  salutevole  incarnazione  1346,  la  congiun- 
zione di  tre  superiori  pianeti  nel  segno  dell*  Aqua- 
rio, della  quale  congiunzione  si  disse  per  gli  astro- 
laghi  che  Saturno  fu  signore  :  onde  pronosticarono 
al  mondo  grandi  e  gravi  novitadi;  ma  simile  con- 
giunzione per  li  tempi  passati  molte  altre  volte  stata 
e  mostrata,  la  influenzia  per  altri  particolari  acciden- 
ti non  parve  cagione  di  questa,  ma  piuttosto  divino 
giudicio  secondo  la  disposizione  dell' usoluta  volontà 
di  Dio.  Cominciossi  nelle  parti  d*  Oriente,  nel  detto 
anuo,  inverso  il  Cattai  e  l'India  superiore,  e  nelle 
altre  provinde  circustanti  a  quelle  marine  dell*ooe- 


'  Cosi  radia,  di  U  T.  PavanzaU :  BotesfMo. 


ano,  una  pestilenzia  tra  gU  uomini  d'ogni  coidiiio» 
ne  di  oatuna  età  e  sesso,  che  ooadnciavano  a  «po- 
tare sangue,  e  morivano  chi  di  sobito,  chi  in  dna 
o  in  tre  di,  e  alquanti  sostenevano  più  al  morire. 
E  avveniva,  ohe  chi  era  a  servire  questi  malati,  i|h- 
piccandosi  quella  malattia,  o  infetti,  di  quella  aae— 
desima  corruzione  incontanente  nuilavano,  e  moriTo— 
no  per  somigliante  modo;  e  a* più  ingrossava  Tao- 
guinaia,  e  a  molti  sotto  le  ditella  delle  bracda  m 
destra  e  a  sinistra,  e  altri  in  altre  parti  del  corpo, 
che  quasi  generalnMnte  alcuna  enfiatura  singolare 
nel  corpo  infetto  si  dimostrava.  Questa  pestilenzia 
si  venne  di  tempo  in  tempo,  e  di  gente  in  genie 
apprendendo,  comprese  infìra  il  ternane  d'uno  an* 
no  la  terza  parte  del  mondo  che  ai  chiama  Asia. 
B  nell'ultimo  di  questo  tempo  s'aggiunse  allo  na— 
«ioni  del  Mare  Maggioro,  e  alle  ripe  del  MareTIrreoo, 
nella  Soria  e  Torchia,  e  in  verso  lo  Egitto  o  le 
riviera  del  Mar  Rosso,  e  dalla  parte  settentrionale  le 
Rossia  0  la  Creda,  e  l'Erminia  e  l'altre  consegoonti 
provinde.  E  in  quello  tempo  galee  di  Genovesi  e  Cata- 
lani n  partirono  del  Mare  Maggioro,  e  della  Soria  o  di 
Romania  per  fuggire  la  morte,  e  recare  le  loro  mer— 
catanzie  in  Italia  :  e'  non  poterono  causare,  che  grae 
parte  di  loro  non  morisse  in  mare  di  quella  infer^ 
mila.  E  arrivati  in  Cidlia  convorsaro  oo'paeauii,  e 
lasciarvi  di  loro  malati,  onde  incontanente  si  oo-> 
mindò  quella  pestilenzia  ne'  Cidliani.  E  venendo  lo 
detto  galee  a  Piaa,  e  poi  a  Genova,  per  la  conver- 
saziono  di  quegli  oomini  oomindò  la  mortalità  ne'del- 
ti  looghi,  ma  non  generale.  Poi  conseguendo  il 
tempo  ordinato  da  Dio  a' paesi,  la  Cidlia  lotta  fu 
involta  in  questa  nM>rlale  pestilenzia.  E  rAffirioa 
nelle  sue  marino,  o  nelle  sue  provinde  di  verso  il 
levante,  e  le  rive  del  noatro  Mare  Tirreno.  E  venoe- 
do  di  tempo  in  tempo  verso  il  ponente,  oomproso 
la  Sardigns,  e  la  Corsica,  o  1'  altre  isole  di  questo 
mare;  e  dall'altra  parte,  oh* è  della  Europa,  por 
simigliante  bmkIo  aggionse  alle  parti  vidno  vano 
il  ponente,  volgendod  verso  il  aMzzogiomo  con  jpik 
aspro  aasallmento  che  sotto  le  parti  settenùnonay. 
E  negli  anni  di  Cristo  1348  ebbe  infella  tolta  Ita- 
lia, salvo  che  la  dita  di  Milano,  e  certi  oirooslao- 
ti  all'  Alpi,  ohe  dividono  l' Italia  daU'Alamagna,  ove 
gravò  poco.  E  in  questo  mededmo  anno  cominciò 
a  passare  le  montagne,  e  stendersi  in  Proenza,  e  in 
Savoia,  e  nel  Delfinalo,  e  in  Borgogna,  e  per  la  ma- 
rina di  Mardlia  e  d'  Acquamorla,  e  per  laCatdogna, 
e  nell'isola  di  Maiolica,  e  in  Ispagna  e  in  Granala. 
E  nel  1349  ebbe  compreso  Ihio  nel  ponente,  lo 
rive  del  Mare  oceano,  d'Europa  e d' Affììoa  e  d'Ir- 
landa, e  l'isols  d'Inghilterra  e  di  Scozia,  e  T altre 
isole  di  ponente,  e  tolto  infra  terra  con  qnad  egua- 
le mortalità  salvo  in  Brabante  ove  poco  offese.  B 
nel  1350  premette  gli  Alamanni,  e  gU  Ungheri, 
Frigia,  Daneamarohe,  Gotti,  e  Vandali,  e  gli  altri 
popoli  e  nazioni  settentrionali.  E  la  sucoeuione  di 
questa  pestilenua  durava  nd  paese  ove  s'apprende- 
va cinque  med  continovi,  ovvero  cinque  Innari:  o 
questo  avemmo  per  isperienza  certa  di  molti  paesi. 
Avvenne,  perchè  parca  che  questa  pestifera  infezio- 
ne s'appiccasse  per  la  veduta  e  per  lo  toccamento 


DI  MATTEO  VILLANI. 


9 


che  come  V  nomo,  o  la  femmina  o  i  fanciulli  ti  co- 
nof  cerano  malati  di  quella  enfiatura,  molti  n^  abban- 
donavano,  e  innnmerabile  quantità  ne  morirono,  che 
aarebbono  campati  se  foaaono  stati  aiutati  delle  cose 
bisognevoli.  Tra  gì*  infedeli  cominciò  questa  inuma- 
nità crudele,  che  le  madri  e*  padri  abbandonavano  i 
figliuoli,  e  i  figliuoli  le  madri  e'  padri,  e  Tuno  fratello 
r  altro  e  gli  altri  congiunti,  cosa  crudele  e  meravi- 
gliosa, e  molto  strana  dalla  umana  natura,  detestata 
tra  i  fedeli  cristiani,  nei  quali,  seguendo  le  nazioni 
barbaro,  questa  crudeltà  si  trovò  .  Essendo  comin- 
ciata nella  nostra  città  di  Firenze,  fu  biasimata  da 
discreti  la  sperienza  veduta  di  molti,  i  quali  si  prov- 
vidono,  e  rinchiusono  in  luoghi  solitari,  e  di  sana 
aria  fomiti  d^  ogui  buona  cosa  da  vivere,  ove  non 
era  sospetto  di  gente  infetta  ;  in  diverse  contrade  il 
divino  giudicio  (a  cui  non  si  può  serrare  le  porti)  gli 
abbattè  come  gli  altri  che  non  s' erano  provveduti. 
B  molti  altri,  i  quali  si  dispuosero  alla  morte  per 
servire  i  loro  parenti  e  amici  malati,  camparono  a- 
vendo  male,  e  assai  non  Tebbono  oontinovando  quel- 
lo servigio  ;  per  la  qual  cosa  ciascuno  si  ravvide,  e 
cominciarono  senza  sospetto  ad  aiutare  e  servire 
r  uno  r  altro  ;  onde  molti  guarirono,  e  guarendo  e- 
rano  più  sicori  a  servire  gli  altri.  Nella  nostra  citlà  di 
Firenze  cominciò  generale  air  entrare  del  mese  d' a- 
prile  gH  anni  Domini  1348,  e  durò  fino  al  comin- 
ciamento  del  mese  di  settembre  del  detto  anno.  E 
morì  tra  nella  città,  contado  e  distretto  di  Firenze, 
d^ogni  sesso  e  di  catuna  età  de' cinque  i  tre,  e  più, 
compensando  il  minuto  popolo  e  i  mezzani  e*  mag- 
giori, perchè  alquanto  fu  più  menomato,  perchè  co- 
minciò prima,  ed  ebbe  meno  aiuto,  e  più  disagi  e 
difetti.  E  nel  generale  per  tutto  il  mondo  mancò  la 
generazione  umana  per  simigUante  numero  e  modo, 
seoondo  le  novelle  che  avemmo  di  molti  paesi  stra- 
ni, e  di  molte  provincie  del  mondo.  Ben  furono  Pro- 
vincie nel  Levante  dove  vie  più  ne  morirò.  Di  questa 
pestifera  infermità  i  medici  in  catuna  parte  del  mon- 
do, per  filosofia  naturale,  o  per  fisica,  o  per  arte 
d'astrologia  non  abbono  argomento  né  vera  cura. 
Alquanti  per  guadagnare  andarono  visitando  e  dan- 
do loro  argomenti,  li  quali  per  la  loro  morte  mo- 
strarono r  arte  essere  fitta,  e  non  vera  :  e  assai  per 
coscienza  lasciarono  a  ristituire  i  danari  che  di  ciò 
aveano  presi  indebitamente. 

Avemmo  da  mercatanti  genovesi,  uomini  degui 
di  fede,  che  aveano  avute  novelle  di  que'  paesi,  che 
alquanto  tempo  innanzi  a  questa  pestilenzia,  nelle 
parti  deir Asia  superiore  usd  della  terra,  ovvero  cad- 
de dal  cielo  un  fuoco  grandissimo,  il  quale  stenden- 
dosi verso  il  ponente,  arse  e  consumò  grandissimo 
paese  senza  alcuno  riparo.  E  alquanti  dissono,  che 
del  pozzo  di  questo  fuoco  si  generò  la  materia  cor- 
ruttibile della  generale  pestilenzia:  ma  questo  non 
possiamo  accertare.  Appresso  sapemmo  da  uno  ve- 
nerabile frate  nunore  di  Firenze  vescovo  di  .  .  .  del 
Regno,  uomo  degno  di  fede,  che  s*  era  trovato  in 
quelle  parti  dov'  è  la  città  di  Lamech  ne'  tempi  della 
mortalità,  che  tre  dì  e  tre  notti  piowono  in  quello 
paese  biscie  con  sangue  che  appuzzarono  e  corrup- 
pono  tutte  le  contrade:  e  in  quella  tempesta  fu  ab- 


battuto parte  del  tempio  di  Maometto,  e  alquanto 
della  sua  sepoltura. 

CAPITOLO  IIL 

Della  indulgenza  diede  il  papa  per  la  delia 

pislolenza. 

In  questi  tempi  della  mortale  pestilenzia,  papa 
Clemente  sesto  fece  grande  indulgenza  generale  del- 
la pena  di  tutti  i  peccati  a  coloro  che  pentiti  e  con- 
fessi la  domandavano  a'  loro  confessori,  e  moriva- 
no :  e  in  quella  certa  mortalità  catuno  cristiano  cre- 
dendosi morire  si  disponea  bene,  e  con  molta  con- 
trizione e  pazienzia  rendevano  l'anima  a  Dio. 

CAPITOLO  rv. 

Come  gli  uomini  furono  peggiori  che  prima, 

Stimossi  per  quelli  pochi  discreti  che  rimase- 
ne in  vita  molte  cose,  che  per  la  corruzione  del 
peccato  tutte  fallirono  agli  avvisi  degli  uomini,  se- 
guendo nel  contrario  maravigliosamente.  Credettesi 
che  gli  uomini,  i  quali  Iddio  per  grazia  avea  riser- 
bati in  vita,  avendo  veduto  Io  stermiaio  dei  loro 
prossimi,  e  di  tutte  le  nazioni  del  mondo,  udito  il 
simigliente,  che  divenissono  di  migliore  condizione, 
umili,  virtudiosi  e  cattolici,  guardassonsi  dalPiniquità 
e  dai  peccati,  e  fessone  pieni  d^  amore  e  di  carità 
r  uno  centra  1'  altro.  Ma  di  presente  restata  la  mor- 
talità apparve  il  contrario  ;  che  gli  uomini  trovan- 
dosi pochi,  e  abbondanti  per  T  eredità  e  succes- 
sioni dei  beni  terreni,  dimenticando  le  cose  passate 
come  se  state  non  fossono,  si  dierono  alla  più  sconcia 
e  disordinata  vita  che  prima  non  aveano  usata.  Pe- 
rocché vacando  in  ozio,  usavano  dissolutamente  il 
peccato  della  gola,  i  conviti,  le  taverne  e  delizie  con 
dilicate  vivande,  e^  giuochi,  scorrendo  senza  freno 
alla  lussuria,  trovando  nei  vestimenti  strane  e  disu- 
sate fogge  e  disoneste  maniere,  mutando  nuove  for- 
me a  tutti  gli  arredi.  E  il  minuto  popolo,  uomini 
e  femmine,  per  la  soperchia  abbondanza  che  si  tro- 
vavano delle  cose,  non  volevano  lavorare  agli  usati 
mestieri;  e  le  più  care  e  dilicate  vivande  volea- 
no  per  loro  vita,  e  allibito  si  maritavano,  vestendo 
le  fanti  e  le  vili  femmine  tutte  le  belle  e  care  ro- 
be delle  orrevoli  donne  morte.  E  senza  alcuno  ri- 
tegno quasi  tutta  la  nostra  città  scorse  alla  diso- 
nesta vita  ;  e  cosi,  e  peggio,  1'  altre  città  e  provincie 
del  mondo.  E  secondo  le  novelle  che  sentire  potemmo, 
ninna  parte  fu,  in  cui  vivente  in  continenza  si  ri- 
serbasse,  campati  dal  divino  furore,  stimando  la  mano 
di  Dio  essere  stanca.  Ma  secondo  il  profeta  Isaia, 
non  è  abbreviato  il  furore  d' Iddio,  né  la  sua  mano 
stanca,  ma  molto  si  compiace  nella  sua  misericordia, 
e  però  lavora  sostenendo,  per  ritrarre  i  peccatori  a 
conversione  e  penitenzia,  e  punisce  temperatamente, 

CAPITOLO  V. 

Come  si  stimò  dovizia^  e  seguì  carestia, 

Stimossi  per  il  mancamento  della  gente  dovere 
essere  dovizia  di  tutte  le  cose  che  la  terra  produce, 


12 


CRONICA 


por  fattara  roalofloa  la  reina  parea  strana  dall*  amore 
del  ano  marito.  Per  la  qnal  cagione  de'  reali  e  u- 
aai  giovani  baroni  preaono  aoua  baldanza,  e  poco 
onoravano  coloi  obe  attendevano  per  loro  signore. 
Onde  r  animo  nobile  del  giovane,  vedendosi  oflen- 
dere,  e  tenere  a  vile  a'suoi  sudditi,  lievemente  pren- 
deva sdegni.  E  moltiplicando  le  ingiurie  per  diversi 
nodi,  dalla  parte  della  sua  donna  e  de*  suoi  baroni, 
per  giovanile  incostanza,  alcuna  volta  con  la  reina, 
alcuna  volta  con  i  Baroni  usò  parole  di  minacce,  per 
le  quali  coli'  altra  materia  che  qui  abbiamo  detta, 
appressandosi  il  tempo  della  sua  coronaaione  s*  a- 
vacciò  la  crudele  e  violente  sua  morte.  Onde  av- 
venne, ohe  per  fare  la  vendetta  Lodovico  re  d' Un- 
gheria firatello  ansinato  del  detto  Andreasso,  con 
forte  braccio  venne  nel  Regno  non  contrastato  da  niu- 
no  de' reali  o  da  altro  barone,  se  non  solo  da  messer 
Luigi  di  Taranto,  il  quale  dopo  la  morte  del  duca  An- 
dreasso, per  operasione  della  imperadrìce  sua  madre, 
di  messer  Niocola  Acciaiuoli  di  Firenie,  suo  balio, 
avea  tolta  la  detta  reina  Giovanna  per  sua  moglie. 
B  innanzi  la  dispensagione ,  oh*  era  sna  nipote  in 
terzo  grado,  temendo  il  giovane  d*  entrare  nella  ca- 
mera alla  reioa ,  confortatolo ,  e  presolo  per  lo 
braccio  dal  detto  suo  balio,  in  segreto  sposò  la 
detta  donna  :  e  in  paleso  fu  dispensato  il  detto  ma- 
trimonio da  Santa  Chiesa.  Il  quale  messer  Luigi  si  mise 
a  contrastare  alcuno  tempo  alla  gente  del  detto  re 
d*  Ungheria,  venuta  innanzi  che  la  persona  del  detto 
re.  Ma  sopravvenendo  il  re,  la  reina  Giovanna  in 
prima,  e  appresso  messer  Luigi,  con  certe  galee  in 
fretta,  e  male  provveduti  fuori  che  dello  scampo  dello 
persone,  fuggirono  in  Toscana,  e  poi  passarono  in 
Proenza. 

CAPITOLO  X. 

Come  il  re  it  Ungheria  fece  ad  Avena  uccidere 

il  duca  di  Dura%%o, 

Lodovico  re  d' Ungheria  giunto  ad  Aversa,  fe- 
ce suo  dimoro  in  quel  luogo  ove  fu  morto  il  fra- 
tello. E  ivi  tutti  i  baroni  del  Regno  T  andarono  a 
visitare,  e  fare  la  reverenza  come  zìo,  e  governa- 
tore di  Carlo  Martello  infante,  figliuolo  del  detto 
duca  Andreasso,  e  della  reina  Giovanna,  a  cui  suc- 
cedeva il  reame.  I  reali,  ciò  furono  messer  Ruberto 
prenze  di  Taranto,  messer  Filippo  suo  fratello,  messer 
Carlo  duoa  di  Durezze,  che  avea  per  moglie  donna 
Maria  siroochia  della  reina  Giovanna,  e  measer  Luigi, 
e  messer  Ruberto  suoi  fratelli  andarono  ad  Aversa 
confidentemente  a  faro  la  reverenza  al  detto  re  d*  Un- 
gheria; e  ricevuti  da  lui  con  infinta  e  simulata  festa, 
atettono  con  lui  infino  al  quarto  giorno.  B  mosso 
per  andare  da  Aversa  a  Napoli  con  grande  comiti- 
va, oltre  alla  sua  gente,  di  quella  de*  reali  e  del 
Regno,  rìmaso  addietro,  e  cavalcando  con  lui  il  du- 
oa di  Durezze,  il  re  gli  disse:  Menatemi  dove  fu 
morto  nostro  fratello.  B  senza  accettare  scusa  con- 
dotto al  luogo,  il  detto  duca  di  Durazzo  soeso  del 
palafreno,  già  conoscendo  il  suo  mortale  caso,  disse 
il  re  :  Traditore,  del  sangue  tuo  che  farai  ?  B  tirato 


per  forza,  come  ora  ordinato,  infino  ove  fa  stran- 
golato il  duca  Andreuso,  tagliatali  la  testa  da  mi 
infedele  Cumino,  in  sul  sabbione  dal  Gafo  fa  in  dne 
pezzi  gittate,  in  quell*  orto  e  in  quello  luogo  proprio 
ove  era  stato  gittato  il  re  Andreasso.  B  in  qaeUo 
stante  furono  presi  gli  altri  reali,  e  ordinata  la  con^ 
dotta  aotto  buona  guardia,  e  con  loro  il  piooolo  ài- 
fante  Cario  Martello,  furono  mandati  in  Ungheria.  Il 
quale  Carlo  poco  appresso  giunto  in  Ungheria  aaorl. 
B  measer  Ruberto  prenze  di  Taranto,  e  *1  firatello  e* 
cugini  furono  messi  in  prigione,  e  insieme  ritennCi 
sotto  buona  guardia. 

CAPITOLO  XI. 
La  cagione  della  tnorie  del  duca  di  Durauo* 

Queato  duoa  di  Durazzo  non  ai  trovò  che  fossa 
autore  della  morte  del  duoa  Andreasso,  ma  però 
eh'  egli  come  molto  astuto,  avea,  non  aenza  aleonn 
espettazione  di  aperanza  del  Regno,  coli*  aiuto  del 
zio  cardinale  di  Pelagorga,  procacciato  disponsaiio- 
ne  dal  papa,  colla  quale  ruppe  quattro  grandi  mi- 
steri. Ciò  furono  violando  il  testamento  e  V  ordine 
e  la  concordia  presa  dal  re  Ruberto,  e  Umberto  Mar- 
tello re  d*  Ungheria,  ove  era  diaposto  che  il  matri- 
monio di  dama  Maria  siroochia  della  reina  Giovanna 
ai  dovesse  fare,  a  conservagione  della  successione 
del  regno  colla  casa  di  Carlo  Umberto,  discendenti 
dì  Carlo  Martello,  in  certo  caso  di  morte,  o  di  man- 
camento di  figliuoli  alla  reina.  La  quale  Maria  il 
detto  duca  si  prese  per  moglie.  B  il  saramento  di  dò 
prestato  per  lo  detto  duoa,  e  per  altri  reali  in  sul 
corpo  di  Cristo  ;  e  la  dispensazione  di  poter  pren- 
dere la  nipote  per  moglie,  la  quale  si  prese  e  menò 
di  quaresima.  E  bene  che  col  duca  Andreasso  si  ri- 
tenesse mostrsndoli  amore,  nondimeno  lungo  iempo 
segretamente  fece  impedire  a  corte  la  diliberaziono 
della  sua  coronazione.  Onde  per  questo  aoprutnre 
della  coronazione  fu  fatto  T  ordine  e  mosso  a  esecn- 
zione  il  detestabile  patrioidio  ^  della  sua  morte  :  e 
questa  fu  la  cagione  perchè  il  re  d'Ungheria  il  fece 
morire.  Di  questa  morte,  e  della  carcerazione  de' 
reali  nacque  grande  tremore  a  tutto  il  regno.  B  Ai  il 
re  reputato  crudele  non  meno  per  la  carcerazione 
dogi*  innocenti  giovani  reali,  che  per  la  morte  del 
duca  di  Durazzo. 

CAPITOLO  XII. 
Come  il  re  d*  Ungheria  entrò  in  NapolL 

Fatta  il  re  d*  Ungheria  parte  della  sua  vendet- 
ta, e  ricevuto  in  Napoli  come  signore,  e  ordinato  i 
magistrati,  e  comandato  giustizia  per  tutto  il  regno, 
cominciò  ad  andare  visitando  le  città  e  le  provincie. 
B  da  tutti  i  baroni  prese  saramento  per  Carlo  Mar- 
tello suo  nipote.  B  nelPanno  1348  quasi  tutto  il 
regno  1*  ubbidia,  salvo  che  in  Puglia  era  oontra  lui 
il  forte  castello  d' Amalfi  della  montagna,  il  quale  si 


'  U  d$U$tabH4  §  pMtrieidOf  legge  U  T.  Davaniati. 


DI  MATTEO  VILLANI 


iS 


tenevt  per  la  rana  Giovanna,  e  per  mesaor  Luigi 
di  Taranto.  E  questo  guardavano  munade  italiane 
oon  cento  cavalieri  tedeachi,  capitano  della  gente  e 
del  caitello  measer  Lorenzo  figliuolo  di  meiser  Nic- 
Gola  degli  Acciainoli  di  Firenze,  giovane  cavaliere, 
e  di  grande  cuore,  e  di  buono  aspetto.  Non  avendo 
ancora  mandato  il  detto  re  sua  gente  in  terra  d'  0- 
tanto,  né  in  Calavra,  i  giustizieri  che  v'  erano  per 
la  reina  faceano  V  ufido  per  lei,  e  non  ubbidivano  al 
re  d'Ungheria,  ed  egli  non  ne  strignea  il  paese,  e 
però  non  vi  si  mostrava  alcuna  ribellione. 

CAPITOLO  XIII. 

Come  ti  re  éP  Ungheria  visitava  il  regno 

di  Puglia. 

In  questi  di  essendo  la  mortalità  già  comincia- 
ta per  tutto  il  Regno,  nondimeno  il  re  cavalcava 
visitando  le  terre  del  Regno.  Ed  essendo  stato  in 
Abruzzi,  in  Puglia,  e  in  Principato,  tornò  a  Napoli 
del  mese  d*  aprile  del  detto  anno  :  e  trovati  già  morti 
alquanti  de'  suoi  baroni,  senti  che  certi  conti  e  ba- 
roni del  Regno  faceano  cospirazione  contro  a  lui.  E 
impaurito  in  so  medesimo  per  la  morte  de*  suoi,  e 
per  la  generale  mortalità,  avvegnaché  fosse  di  mol- 
to franco  cuore,  non  gli  parve  tempo  da  ricercare 
quelle  cose  con  alcuno  sospetto  :  anzi  con  savia  con- 
tinenza mestava  a*  baroni  piena  confidenza.  E  co- 
pertamente (eziandio  al  suo  privato  consiglio)  inten- 
dea  a  fornire  tutte  le  buone  terre  e  castella  del  Re- 
gno di  gente  d^arme  e  di  vittuaglia.  E  con  seco 
aveva  un  barone  della  Magna  che  avea  nome  Cur- 
rado Lupo.  Costui  aveva  il  re  provato  fedele  e  ar- 
dito in  molti  suoi  servigi,  e  a  lui  accomandò  mil- 
ledugento  cavalieri  tedeschi  che  aveva  nel  Regno.  E 
un  suo  fratello,  eh*  avea  nome  Guelforte,  mise  nel 
castello  nuovo  di  Napoli  dove  era  V  abitazione  rea- 
le, con  buona  compagnia,  e  bene  fornito  d*ogni 
cosa  da  vivere,  e  d*  arme  e  di  vestimento  e  calza- 
mento,  e  gli  accomandò  la  guardia  di  quello  ca- 
stello ;  e  fond  il  castello  di  Capovana,  e  quello  di 
Santermo  sopra  la  città  di  Napoli,  e  il  castello  dell'Uo- 
vo. E  tatto  del  Regno  il  doge  Guemierì  Tedesco, 
cui  egli  avea  soldato  oon  millecinquecento  barbute 
quando  entrò  nel  Regno,  non  fidandosi  di  lui,  lasciò 
suo  vicario  alla  guardia  del  detto  reame  il  detto 
Currado  Lupo  ;  e  *l  doge  Guemierì  malcontento  del 
re,  oon  sue  munade  di  Tedeschi  si  ridusse  in 
Campagna. 

CAPITOLO  XIV. 

Còme  il  re  df  Ungheria  parHtosi  del  Regno  tornò  in 

Ungheria. 

Avendo  il  detto  re  ordinato  la  sua  gente  e  le 
sue  terre  in  tutte  le  parti  del  regno,  le  quali  e* 
possedeva,  e  smmaestati  in  segreto  i  suoi  vicari  e 
castellani  di  buona  guardia,  non  mostrando  a*  ba- 
roni del  Regno,  nò  eziandio  a^  suoi,  che  del  regno 
si  dovesse  partire,  si  mosse  da  Napoli,  dove  avea 


fatto  poco  dimoro,  e  andonnein  Puglia;  e  ordinata 
la  guardia  delle  terre  e  delle  castella  di  là  in  mano 
di  suoi  Ungherì,  avendo  fatto  armare  nel  porto  di 
Barletta  una  sottile  galea,  subitamente,  improvviso 
a  tutti  quelli  del  Regno,  all'uscita  di  maggio  Tanno 
1348,  vi  montò  suso  con  poca  compagnia,  e  fece 
dare  de*  remi  in  acqua,  e  senza  arresto  valicò  sano 
e  salvo  in  Ischiavonia,  e  di  là  con  pochi  compagni 
a  cavallo  se  n*  andò  in  Ungheria.  Questa  subita  par- 
tita di  cotanto  re  fu  tenuta  follemente  fatta  da  molti, 
e  da  lieve  non  savio  movimento  d*  animo,  e  molti 
il  ne  biasimarono.  Altri  dissono  che  provvedutamen- 
te e  con  molto  senno  T  avea  fatto,  avendo  delibe- 
rato il  partire  nelF  animo  suo  per  tema  della  mor- 
talità, e  non  vedendo  tempo  da  potersi  scoprire 
conta  i  baroni,  i  quali  sentiva  male  disposti  alla  sua 
fede,  come  detto  è,  commendaronlo  di  segreto  e 
provveduto  partimonto\ 

CAPITOLO  XV. 

NotUà  del  reame  di  Tunisi^  e  più  rivolgimenti  di 

quello. 

In  questo  mese  di  maggio  avendo  Balue^  re 
del  Garbo  e  della  Bella  Marina  prima  conquistato  il 
reame  di  Trenusi,  e  montatone  in  superbia  e  ambi- 
zione, trattò  con  Alesbi  fratello  del  re  di  Tunisi  :  e 
fatta  sua  armata  per  mare,  e  grande  oste  per  torre, 
improvviso  al  re  di  Tunisi  fu  addosso,  e  senza  con- 
tasto, avendo  il  ricetto  d' Alesbi,  entrò  nella  città,  e 
prese  il  re,  e  di  presento  il  fece  morire.  E  avuta 
la  signoria,  non  attenne  i  patti  ad  Alesbi,  il  quale 
partito  di  Tunisi,  e  aggiuntosi  grande  copia  d*  Ara- 
bi del  reame,  venne  verso  Tunisi.  Il  re  Balase  ac- 
colta grande  oste  andò  contro  a  lui,  e  commissono 
iusieme  mortale  battaglia,  nella  quale  morì  la  mag- 
giore parto  della  gente  del  re  Balase,  ed  egli  scon- 
fitto si  fuggi  in  Carvano,  suo  forte  castollo  y  e  as- 
sediato in  quello  dagli  Arabi,  per  danari  s*  acconciò 
con  loro,  e  torneasi  a  Tunisi.  Alesbi  da  capo  co*gli 
Arabi  tornò  sopra  Tunisi:  ma  Balase  si  tonea  la 
guardia  delle  torre,  sicchò  gli  Arabi  non  potondo 
combattore  si  tornarono  in  loro  pasture.  Avea  Ba- 
lase quando  si  parti  di  suo  reame  luciato  nella  città 
reale  di  Fessa  Maumetto  suo  nipoto,  e  in  Tremus 
Buevem  suo  figliuolo.  Costoro  avendo  sentito  come 
Balase  era  sconfitto  e  assediato  dagli  Arabi,  senza 
sapere  V  uno  deir  altro,  catuno  si  rubellò  e  fecesi 


'  Vogliono  alcuni  eh'  oi  tornasse  io  Ungheria  per  iifog- 
gire  alle  insidie  del  daca  Guemieri.  Costui,  vedutosi  preporre 
negli  affari  del  Regno  certo  Corrado  Lupo,  fondato  aveva 
nel  1342  una  terribile  banda  di  ventura,  colla  quale,  mu- 
tata V  arte  di  guerra  in  un  assassinio  continuo,  metteva  a 
ferro  e  a  fuoco  ogni  terra  che  non  gli  si  aprisse  e  non  lo 
pascesse  d'  oro  e  di  libidini.  Egli  vestiva  il  petto  di  una 
corazsa  di  ferro  finissimo,  sopra  la  quale  una  piastra  d*Rr. 
gonto  recava  le  seguenti  parole:  Ouemierif  duca  tiguore 
dtUa  grande  compagnia^  nemico  diDiOf  della  pietà  «  dtlla 
miaericordia.  Il  suo  più  ardente  desiderio  era  quello  di  a- 
vore  il  re  d*  Ungheria  nelle  mani  per  ucciderlo. 

'  Baldasearre,  legge  Tedili,  cit.  e  più  sotto  io  luogo  di 
Trenuei^  Tremfsenne* 


14 


CRONICA 


fare  re  :  il  flglloolo  in  Tremus,  e  il  nipote  in  Pesf  a. 
E  f entendo  Baefem  che  Maumetlo  •*  era  levato  re  in 
Fessa,  parendogli  eh*  egli  avesse  occnpata  la  saa  e- 
redità,  propose  nelK  animo  sno  d' abbatterlo,  e  così 
gli  venne  ùitto,  come  innanzi  al  suo  debito  tempo 
ordinatamente  racconteremo. 

CAPITOLO  XVL 

Come  per  la  partita  del  re  cT  Ungheria  del  Regno 
•  baroni  è"  popoli  si  dohono. 

Sentendo  gli  uomini  e  i  baroni  del  Regno  la 
subita  partita  del  re  d' Ungheria  ni  maravigliarono 
forte,  non  ne  avendo  di  ciò  conoscinto  alcuno  indi- 
EÌo.  E  molte  comunanze  e  baroni  che  amavano  il  ri- 
poso del  Regno,  e  portavano  fede  alla  sua  signoria 
ne  furono  dolenti  ;  perocché  non  ostante  che  fosse 
nato  e  nutricato  in  Uogheria,  e  avesse  con  seco  as- 
sai di  quella  gente  barbara,  molto  mantenea  grande 
giustizia,  e  non  sofferia  che  sua  gente  facesse  oltrag- 
gio 0  noia  a*  paesani,  anzi  gli  puniva  più  gravemen- 
te: e  fece  de*  suoi  Ungheri  per  non  troppo  gravi 
falli  aspre  e  spaventevoli  giustizie.  E  le  strade  e  i 
cammini  facea  per  tutto  il  Regno  sicure.  E  avea  spen- 
te le  brigate  de*  paesani,  delle  quali  per  antica  con- 
suetudine soleano  grandi  congregazioni  di  ladroni 
fare,  i  quali  sotto  loro  capitani  conturbavano  le  con- 
trade e*  cammini,  e  per  questo  pareva  a*  paesani  es- 
sere in  stato  tranquillo  e  fermo  da  dovere  bene  po- 
sare. E  alquanti  altri  baroni  che  male  si  contenta- 
vano, e  gentili  uomini  di  Napoli,  per  la  morte  del 
duca  di  Durazzo,  e  per  la  presura  de*  reali  a  cui 
e'  portavano  grande  amore,  e  perchò  il  re  non  fa- 
cea loro  troppo  onore,  gU  volevano  male,  e  furono 
contenti  della  sua  partita.  Gli  altri  se  ne  dolsono 
assai,  e  parve  loro  che  il  Regno  rimanesse  in  for- 
tuna e  in  male  stato,  e  che  il  peccato  commesso 
della  morte  del  re  Andreasso,  e  V  aggravamento 
de*  peccati  commessi  per  la  troppa  quiete  de*  pae- 
sani, e  per  la  soperchia  abbondanza  in  che  si  co- 
noscevano a  Dio,  non  fosse  punita,  e  meritasse 
maggior  disciplina  e  spogHamento  di  que*beni,  dai 
quali  procedeva  la  viziosa  ingratitudine,  come  av- 
venne, e  seguendo  nostra  materia  diviseremo. 

CAPITOLO  xvn. 

Come  ii  reggeva  la  sua  gente  nel  Regno  partito 

il  re. 

Partilo  il  re  d*  Ungheria  del  Regno,  la  caval- 
leria dei  Tedeschi  o  degli  Ungheri,  governata  per 
buoni  capitani,  con  le  masnade  de'  fanti  a  pie  to- 
scani che  aveano  con  loro,  si  manteneano  cheta- 
mente senza  villaneggiare  i  paesani  E  rìspondea  Tona 
gente  ali*  altra  tutti  nbbedendo,  a  messer  Currado 
Lupo,  cui  il  re  avea  lasciato  vicario,  il  quale  man- 
teneva giustizia  ov*  egli  distrignea.  E  gli  uomini 
del  Regno  benché  si  vedessono  in  debole  signoria 
non  si  ardivano  a  muovere  contro  ai  forestieri,  e 
non  parca  però  loro  bene  staro.  Ma  i  baroni  ohe 


non  amavano  il  re  d*  Ungheria,  volevano  che  la  reiia 
e  messere  Luigi  tomassononel  Regno;  e  Fnniver* 
sita  di  Napoli,  co*  gentiluomini  di  Capovana  e  di 
Nido,  d'  un  animo  deliberarono  il  simigliante  ;  o 
mandarono  in  Proenza,  dicendo  che  di  presente  do- 
vessono  tornare  nel  Regno,  e  fare  capo  a  Napoli  evo 
sarebbono  ricevuti  onorevolmente,  mostrando  come 
i  paesani  si  contentavano  male  della  signorìa  do' 
Tedeschi  e  degli  Ungheri,  e  che  in  brìevo  lampo 
col  loro  aiuto  sarebbono  signori  del  reame.  Aggiu- 
gnendo  che  i  soldati  Ungheri  e  Tedeschi  si  ramma- 
ricavano forte,  che  il  re  d*  Ungheria  non  mandava 
danari  per  le  loro  paghe,  ond*  eglino  erano  di  lui 
malcontenti  ;  e  il  doge  Guemieri  colla  sua  compa- 
gnia ^  de*  Tedeschi  eh*  era  in  Campagna  s*  offeria 
d*  essere  colla  reina  e  con  messer  Luigi  contro  alla 
gente  del  re  d*  Ungheiia,  in  quanto  il  volesse  condu- 
cere al  suo  soldo:  promettendo  fedelmente  per  sé 
e  per  le  sue  munade  d*  aiutarli  riacquistare  il  Regno. 

CAPITOLO  XYIiL 

Come  meuer  Imgi  si  fé*  titolare  re  al  papoy  m 

mandò  nel  Regno, 

Messer  Luigi  trovandosi  in  corte  del  papa  ma- 
rito della  regina  Giovanna,  e  non  re,  gli  parve  a- 
vendo  diliberato  di  tornare  nel  Regno,  che  li  fos- 
se di  necessità  avere  titolo  di  re  :  acdocchò  avendo 
a  governare  eolia  reina  le  cose  del  reame,  e  a  fare 
lettere  da  sua  parte  e  della  reina,  il  titolo  non  dis- 
formasse, perocohò  ancora  la  Santa  Chiesa  noa  a- 
vea  diliberato  di  farlo  re  di  Cicilia,  si  fece  titolare 
re  d*  altro  reame,  il  quale  non  avea,  né  era  per  poter 
avere.  E  d*  allora  innanzi  cominciarono  a  scrivere 
lettere  intitolandole  in  questo  modo  :  iMduvicus  et 
Ioanna  Dei  gratia  rex  et  regina  Hierusalem  et  Cici^ 
liae.  E  d*  allora  innanzi  messer  Luigi  fu  chiamato 
re.  Onde  il  detto  re  Luigi  e  la  reina  Giovanna  a- 
vendo  il  conforto  del  ritornare  nel  Regno,  come 
detto  è,  senza  soggiorno  procacciarono  di  ciò  fare. 
E  trovandosi  poveri  di  moneta,  richiesono  d*  aiuto 
il  papa  e  i  cardinali,  il  quale  non  impetrarono.  Al- 
lora per  necessità  venderono  alla  Chiesa  la  giu- 
risdizione che  la  reina  avea  nella  città  di  Avignone 
per  fiorini  trentamila  d*oro^  E  nondimeno  richiesono 
baroni  e  comunanze  e  prelati  limosinando  d*  ogni 
parte  per  lo  stretto  bisogno.  E  con  molta  fatica  fé- 
ciono  armare  dieci  galee  di  Genovesi,  e  pagaronle 
per  quattro  mesi.  E  in  questo  mezzo  il  re  Luigi 
mandò  innanzi  a  sé  nel  Regno  messere  Niccola  Acda- 
iuoli  di  Firenze  sno  balio  con  pieno  mandato,  il 
quale  trovando  la  materia  disposta  al  proponimento 
del  suo  signore  incontanente  condusse  il  doge  Guer- 
nieri,  eh*  era  in  Campagna  con  milledugento  bar- 
bute di  Tedeschi,  eh*  erano  in  sua  compagnia.  E  or- 


'  Il  T.  Dav.,  forse  piùgenoiao,  legge  colla  iua  con^po- 
gna  dtf  Tedeschi' 

^  Lft  regina  Giovanna  fu  liberata  di  cattività,  e  potè  tor- 
nare con  Laigi  di  Taranto  sno  marito  nel  Regno  per  aver 
promesso  di  vendere  al  papa  Clemente  VI  la  soTranità  d'A- 
vignone; e  tal  vendita  segui  in  effetto  ai  lO  di  giagno  1348. 


DI  MATTEO  VILLANI 


15 


dÌBrto  lo  ooae  prettaMeate,  Mudò  toDocìtaido  il 
re  e  la  rana  che  ieosa  iodofìo  Teaiasono  a  Napoli 
con  le  loro  galee  :  che  easeodo  del  Regno  le  loro 
peraoae,  eoa  T  aiolo  di  Dio  e  de^  baroni  nel  Regno 
che  deaideraTano  la  loro  tornata,  e  de'  Napolitani, 
e  del  doge  Gnemìeri,  coi  egli  area  condotto  oon 
bnone  ausnade,  e  oon  le  ano  galee  e*  sarebbono  a 
qieCo  aignori  del  Regno,  e  non  conoicea  che  la 
gente  del  re  d' Ungheria  a  qneato  potease  riparare, 
aie^è  in  briere  al  tatto  lerebbono  aignorì. 

CAPITOLO  XDL 
Come  U  re  e  la  reina  ritornarono  nel  Regno. 

ATondo  il  re  e  la  reina  qaeate  noTcUe  incon- 
tanente con  quei  baroni  ohe  poterono  accogliere 
di  Proenza,  e  con  la  loro  Tamiglia,  ai  raccolaono  a 
Marailia  in  aa  le  dette  dieci  galee  de^  GenoYoai  :  ed 
arendo  il  tempo  acconcio  al  loro  viaggio,  aani  e 
aalyi  in  pochi  giorni  arrìrarono  a  Napoli  alP  aacita 
del  meae  d'agosto  del  detto  anno.  B  perocché  le 
cnatella  di  Napoli,  e  qnello  dell*  Uovo,  e  il  castello 
di  Santermo,  e  1  porto  e  la  Tersana'  erano  nella  si- 
gnoria e  guardia  delle  gente  del  re  d*  Ungheria,  non 
ai  poterono  mettere  nel  porto  ne  in  quelle  parti; 
arni  arrivarono  fuori  di  Napoli  sopra  Santa  Maria 
del  Carmino,  di  verso  ponte  Guicciardini,  e  ivi  sce- 
aono  in  terra;  e  il  ré  e  la  reina  entrarono  nella 
Chiesa  di  Nostra  Doma  per  aspettare  i  baroni  e 
r  università  di  Napoli,  che  gli  conducossono  neUa 
dttà. 

CAPITOLO  XX. 

Come  il  re  e  la  reina  Giovanna  enlrarono  in  Na- 
poli a  gran  festa. 

I  baroni  eh*  erano  accolti  a  Napoli,  aspettando 
la  venuta  del  re  e  della  reina  con  la  loro  cavalle- 
rìa, de*  quali  erano  caporali  quegli  di  San  Severino, 
e  della  casa  del  Balzo,  V  ammiraglio  conte  di  Monte- 
f cheggioso,  quelli  dello  Stendardo,  il  conte  di  Santo 
Agnolo,  qua'  della  casa  della  Raonessa,  e  di  Catan- 
zano,  e  molti  altrì.  I  quali  fomiti  di  molti  cavalli 
e  di  ricchi  arredi  e  di  nobili  robe  e  arnesi,  con 
loro  scudieri  vestiti  d*  assise,  e*  gentili  uomini  di 
Napoli  con  loro  proprio,  apparecchiati  pomposa- 
mente a  cavallo  e  a  pie  con  molta  festa  si  misono 
ad  andare  al  Carmino  per  conducere  il  re  e  la  rei- 
na in  Napoli  con  molta  allegrezza;  e  da  parte  i 
Fiorentini  e  Senesi  e  Lucchesi  mercatanti  che  al- 
lora erano  in  Napoli,  e  Genovesi  e  Provenzali  e 
altri  foreatieri,  catana  gente  per  sé,  vestiti  di  ric- 
che robe  divellati  e  di  drappi  di  aeta  e  di  lana, 
eoB  HM>lli  stromenti  d*  ogni  ragione  sforzando  la 
dJSMwlata  festa,  andarono  incontro  al  re  e  alla 
reina.  E  gisnti  a  loro,  e  fatta  catuna  compagnia  la 
rrrareauy  apparecchiali  nobilissimi  destrieri,  mon- 


'  Va4o  colla  dUU.  II  T.  DaTsozatì  ba:    e  7  porio  e  la 


Uli  a  cavallo,  addeatrati  da*  baroni  aotto  ricchi  pa- 
tii d*  oro  e  di  seta  oon  molte  compagnie  d' armeg- 
giatorì  innanzi,  in  prima  il  re^  a  cui  andava  in  fron- 
te il  duca  Guernieri  co*anoi  Tedeschi,  amovendo  il 
popolo,  e  dicendo  :  gridate  viva  il  signore  :  e  cosi 
gridando,  fu  la  parola  da  molti  notata,  perchè  era 
a  loro  nuovo  tìtolo,  non  dicendosi  viva  il  re,  e 
con  ragione  dire  non  lo  potevano  a  quella  atagione. 
B  con  queata  feata  il  conduaaono  a  Napoli:  e  per- 
chè r  abitazioni  reali  erano  tutte  nella  fors«  de*ne- 
mici,  il  collocarono  ad  Arco  aopra  Capovana,  nelle 
case  che  furono  di  measer  Aiutorio.  B  appresso  di 
lui  con  somigliante  feata  vi  conduaaono  la  reina.  La 
gente  benché  sforzata  ai  fosse  di  fare  festa,  pure 
s*avvedea  per  le  molte  città  e  castella  che  il  re 
d*  Ungheria  avea  nel  regno,  e  per  la  buona  gente 
che  yera  alla  guardia,  che  questa  tornata  del  re 
Luigi  e  della  reina  Giovanna  era  piuttoato  aspetto 
di  guerra  e  di  grande  spesa,  e  aconcio  del  paeae 
e  della  mercataozia  e  de*  forestieri,  che  cominciamento 
di  riposo,  come  poi  n* avvenne'. 

CAPITOLO  XXI. 
Come  il  re  Luigi  $i  fé*  fare  cataliere^  e  da  cui. 

Vedendosi  il  re  Luigi,  e  conoaoendo  il  bisogno 
che  avea  di  buono  aiuto,  e  veggendo  che  la  mag- 
gior forza  de*  auoi  oavAlieri  era  nel  doge  Guer- 
nieri, acciocché  per  onorevole  beneficio  più  lo  tra- 
ease  alla  aua  fede  e  amore,  ordinò  di  farsi  fare  ca- 
valiere per  le  aue  mani,  della  qual  cosa  avvili  aè, 
per  onorare  altrui.  E  ordinata  gran  festa  per  la  aua 
cavalleria  del  mese  di  settembre  del  detto  anno,  ai 
fece  fare  cavaliere  al  detto  doge  Guernieri,  ed  egli 
in  quello  atante  fece  appresso  ottanta  altri  cavalieri 
della  città  di  Napoli,  e  d*  altri  pacai  del  Regno.  La 
libertà  grande  che  '1  re  dimoatrò  nel  tedeaco  doge 
Guernieri  Ioatò  trovò  vana  in  colui,  come  per  la 
aua  corrotta  fede  nel  proceaao  della  noatra  materia 
al  ano  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  XXll. 

Brieve  raccontamento  di  cote  fatte  per  il  re  tìn* 
ghilterra  centra  quello  di  Francia. 

Richiede  il  noatro  proponimento,  per  le  cose 
che  avremo  a  acrivere  de*  fatti  del  re  di  Francia  e 
di  quello  d*  loghilterra  per  la  loro  guerra,  che  noi 
ci  traiamo  un  poco  addietro  alle  coae  oceorae  più 
vidne,  acciocché  quelle  che  aegulranno  abbiano  più 
chiaro  intendimento.  Essendo  il  valoroao  re  Ado- 
ardo  d*  Inghilterra  paaaato  in  Normandia,  del  mese 
d*  agosto,  gli  anni  di  Cristo  1847,  e  avendo  preso 


'  Le  milizie  lasciate  quivi  nelle  fortnté  dal  re  d'Un- 
gheria, tofttoehè  nnmeroee,  non  areraso  però  oppofta  gran* 
de  reeistenxa  air  Ingresso  della  regina  Giovanna  nel  Be' 
gno  ;  poicbà  la  acortarano  e  la  difendevano  I  ventorìeH  dal 
famoso  Gnemierì,  Il  enl  nome  folo  empiva  41  «pavento  le 
file  'ìt*f;\i  Alemanni  ^  degli  UngberaaL 


16 


CRONICA 


Cimo,  t  Baìosa,  e  Stola  '  e  più  allre  ville,  venendo  ver- 
so Parigi  con  quattromila  cavalieri  e  cinqaantamila 
aergenti,  tra**  quali  avea  molti  arcieri,  e  fatto  d*ar-> 
aioni  e  di  preda  gravi  danni  al  paese,  s*  accampò  a 
Possi  e  a  San  Germaoo,  presso  a  Parigi  a  due  leghe, 
n  re  di  Fraocia  era  andato  colla  soa  forza  verso 
Camo  per  farlisi  iocootro,  e  ooo  trovaodolo  oel 
paese,  si  tornò  addietro,  e  accolta  molta  barooia  e 
cavalieri  e  sergeoti  di  suo  vassallaggio,  a*  accampò 
fuori  di  Parigi  eoo  più  di  settemila^  cavalieri  e  ses- 
santa mila  sergeoti  d*  arme.  Il  re  d' loghilterra  sen- 
teodo  la  toroata  del  re  di  Fraocia,  si  levò  da  campo 
scostandosi  da  Parigi  II  re  di  Francia,  con  grande  bal- 
danza il  seguitò  con  la  sua  gente,  tanto  ohe  soprag- 
giunse il  re  d**  Inghilterra,  che  andava  assai  a  lenti 


battaglia,  e  campò  per  grazia  della  notte.  Sol 
pò  si  trovarono  molti  cavalli  morti  e  bene  quat- 
tromila feriti.  E  fatta  questa  battaglia  a  di  26  d*a- 
gosto  nel  1347\  il  re  d*  Inghilterra  poco  appresso 
pose  assedio  al  forte  castello  di  Calese  sulla  au- 
rina, e  per  assedio  il  vinse  e  fattolo  più  forte,  per 
avere  porto  nel  reame  e  nella  marina  di  Fraacia, 
lasciato  nel  paese  il  conte  d*  Orbi  duca  di  Lancaistro 
suo  cugino  e  guerreggiare,  con  doeaùla  cavalieri  e 
ventimila  pedoni  i  più  arcterì,  con  grande  onore  si 
tornò  in  Inghilterra.  11  conte  d'  Orbi  entrò  in  Gua- 
scogna r  anno  appresso,  e  conquistò  più  terre  di 
quelle  che  vi  tenea  il  re  di  Francia  :  e  rotti  in  più 
abboccamenti  i  cavalieri  franceschi,  se  ne  venne  ca- 
valcando e  predando  il  paese  infino  alla  città  di  Tolo- 


passi  per  non  mostrare  paura  :  e  aggiugnendosi  Fune  I  sa  :  ma  aggravando  la  mortalità  in  quei  paesi,  si  tor- 
oste  air  altra,  il  re  d' Inghilterra  vedendosi  presso  nò  addietro  con  grande  preda.   E  fatta  tregua  dal- 


il  re  di  Francia,  e  quello  di   Boemia  e  quello  di 
Maiolica  con  molti  baroni,  e  con  più  di  due  tanti 
cavalieri  che  non  avea  egli,  come  aignore  di  grande 
cuore  e  ardire,  di  presente  s*  apparecchiò  alla  batta- 
glia, intra  Cresci  e  Albavilla.  E  ordinò  tutto  il  suo 
carreaggio  alla  fronte  a  modo  d*una  schiera,  e  di  sopra 
allo  carra  mise  i  cavalieri  armati,  e  a  pie  d^ogni 
parte  i  suoi  arcieri.  E  sopravvenendo  V  assalto  de* 
Franceschi  baldanzosi,  con  grande  empito  comincia- 
rono la  battaglia.  GV  Inglesi  fermi  al  loro  carreag- 
gio con  r  ordino  dato  agli  arcieri,  senza  perdere 
colpo  di  loro  saette  ferivano  i   cavalli  e^  cavalieri 
de*  Franceschi.  E  vedendo  gì'  Inglesi   feriti  aM>lti 
de*  cavalli  e  de*  cavalieri  de'  loro  avversari,  a  uno 
segno  dato  ordinate  le  guardie  de'  sergenti  sopra  il 
carreaggio  corsono  i  cavalieri  a*  loro  cavalli  che  a- 
veano  a    destro  dietro  al  carreaggio,  e  montati  e 
assettati  sopra  i  loro  cavalli  con  savia  condotta  ven- 
neno  alle  apalle  do*nimici,  ed  assalirono  i  France- 
schi con  dura  battaglia.  1  Franceschi  che  erano  re 
e  baroni  d*  alto  pregio  manteneano  la  battaglia  vi- 
gorosamente, la  quale  durò  da  mezza  nona  alle  due 
ore  di  notte  ;   ove  si  dimostrarono  di  grandi  ope- 
razioni d*armi  di  valorosi  baroni  e  cavalieri  da  cadau- 
na parte.  Ma  perocchò  i  Franceschi  e  i  loro  cavalli 
erano  più  stanchi  e  magagnati  dalle  saette  degF  In- 
ghilesi,  e  molti  conducitori  di  loro  morti,  comò  fu 
la  volontà  d*  Iddio  la  vittoria  rimase  al  re  d*  In- 
ghilterra, con  grande  e  grave  danno  do'Franceschi. 
Morto  vi  fu  il  valente  re  di  Boemia,  figliuolo  dello 
imperatore  Arrigo  di  Luzimborgo,  il  duca  di  Loreno, 
il  conte  di  Lanzone   fratello  del  re  di   Francia^,  e 
sei  altri  conti,  con  milleseiceoto    cavalieri  grande 
parte  baroni  e  banderesi,  e  morironvi  ventimila  pe- 
doni; fra  i  quali  furono  i  Genovesi  che  erano  an- 
dati là  con  dodici  galee,  che  pochi  ne  camparono. 
Ed  il  re  Filippo  di  Francia  di  notte,  con  sei  tra 
prelati  e  baroni,  e  sessanta  sergenti  a  pie,  usci  della 


*  C(fmohoro$o  e  Sauiu^  logge  il  T.  DuvuiMii  o  più  aotto 
quarantamila. 

'  oUcmilay  legge  Tedis.  citata. 

'  Perirono  eziandio  il  conte  di  Fiandra,  il  daca  di  Bor- 
bone, il  comandante  Carlo  Grimaldi,  il  capitano  Antonio 
Dorìa  ed  Ìl  conte  di  Rtois  nipote  de)  re  Filippo. 


Tuno  re  ali*  altro,  con  grande  onore  del  re  d*  Inghil- 
terra, posò  la  guerra  per  alcuno  tempo. 

CAPITOLO  XXIU. 

Come  gli  Ubaldini  furo  cominciatori  della  guerra 
che  il  comune  di  Firenze  ebbe  con  loro. 

Avendo  narrati  de*  fatti  do*  due  reami,  comin* 
ciamo  le  novità  della  nostra  città  di  Firenze.  Ite- 
gli anni  di  Cristo  1348,  essendo  gli  Ubaldini  in 
pace,  ma  in  corrotta  fede  col  nostro  comune,  fidan- 
dosi nelle  loro  alpigiane  fortezze  cominciarono  a  ri- 
cettare sbanditi  del  comune  di  Firenze  :  e  insieme 
con  loro  entravano  di  notte  nel  Mugello,  rubasdo 
le  case  e  uccidendo  gli  uomini,  e  ricoglieansi  Dei- 
Talpe  con  le  ruberie.  E  avendo  fatto  queato  più 
volte  di  notte,  il  cominciarono  a  fare  di  dL  E  tor- 
nando d*  Avignone  uno  Maghinardo  da  Firenze  con 
duemila  fiorini  d' oro,  gli  Ubaldini  il  seguirono  e  oc- 
cisono  rubandolo  aul  contado  di  Firenze.  E  non  vo- 
lendone fare  ammenda  alla  richiesta  del  comune,  i 
Fiorentini  mandarono  nell*  alpe  suoi  soldati  a  pie  e 
a  cavallo  col  capitano  della  guardia.  E  stati  più  di 
sopra  le  terre  e  sopra  i  fedeli  degli  Ubaldini  feciono 
loro  gran  danno,  e  senza  alcuno  contruto  si  torna- 
rono a  Firenze. 

CAPITOLO  XXIV. 

Come  i  fedeli  del  conio  GaleoUo  si  rubeliaromo  da 
lui  e  dieroMi  al  comune  di  Firenze. 

In  questo  anno,  i  fedeli  del  conte  Galeotto 
de*  conti  Guidi  si  mbellarono  da  lui,  perocché  lun- 
gamente gli  avea  male  trattati,  per  sua  crudeltà  e 
dissoluta  vita  :  e  ali*  entrata  del  mese  di  marzo  del 


'  Si  ritiene  che  gì'  Inglesi  abbiano  eaai  introdotto  1*  oso 
del  cannone  in  queuta  battaglia.  Non  pare  che  ne  aves- 
sero eziandio  i  Francesi,  i  quali  per  altro  dovevan  cono- 
scere e  aver  adoperato  altrove  le  artiglierie  poiché  da  un 
registro  della  camera  de'  conti  di  Parigi  si  rileva,  ch«  fin 
dall'  anno  1328,  otto  anni  cioè  avanti  alla  battaglia  di  Greci, 
Barthelemy  de  Drach,  tesoriere  per  gli  affari  di  gnerr«, 
aveva  sborsata  una  grossa  somma  a  certo  Enrico  di  Fa- 
mtchon  per  polvere,  cannoni  e  bombarde. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


IT 


dello  aDDo  gli  toliono  il  forte  castello  di  San  roc- 
colo, e  tette  le  sue  terre  e  tenute  interno  a  quel- 
lo, e  1  suo  tesoro  e  arnesi,  che  n*  era  fornito  no- 
bilemente,  e  di  presente  si  diedono  al  comune  di 
Firenxe.  11  quale,  perocchò  il  detto  conte  sempre 
aveva  nimicato  il  nostro  comune,  perocchò  era  ghi- 
bellino, ricevette  la  fortessa  e  gli  nomini  in  sua 
giurisdizione  e  libera  signoria,  con  quelle  solenni 
cautele  che  i  detti  nomini  poterono  fare,  e  fecionli 
popolani  e  contedini,  dando  loro  per  alcuno  tempo 
certe  immunità.  B  ordinata  la  guardia  delle  castel- 
la nelle  mani  de'  cittadini,  a^  popoli  diede  '  podestà 
che  gli  reggeste,  e  messe  le  castella  e  gli  uo- 
mini ne*  suoi  registri.  Dinominò  e  intitolò  V  acqui- 
sto, il  contedo  di  San  Niccolò  del  comune  di  Firense. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  i  Fiorentini  feciono  guerra  agli  Ubaldiniy  e 
presero  Montegemmoli  e  loro  castella. 

Vedendo  i  Fiorentini  che  la  latrocina^  super- 
bia degli  Ubaldini  non  si  gastigava  per  una  battitura, 
feciono  decreto,  che  ogni  anno  si  dovesse  tornare  so- 
pra di  loro,  tanto  ohe  fessone  privati  delle  alpigiane 
spelonche.  E  per  queste  cagione,  il  verno  furono 
chiamati  otto  cittedini  uficiali  sopra  provvedere  e 
fornire  la  guerra  :  i  quali,  del  mese  di  giugno  1 349, 
mandarono  V  oste  del  comune  nelf  alpe,  la  quale 
si  dirizzò  a  Montegemmoli,  una  rócca  quasi  inespu- 
gnabile :  nella  quale  era  Maghinardo^  da  Susinana 
e  due  suoi  figliuoli,  con  parecchie  masnade  di  fran- 
cbi  masnadieri,  i  più  usciti  di  Firenze  ;  ed  era  fuori 
della  rócca  in  su  la  strette  schiena  del  poggio,  alla 
guardia  della  \ia  eh*  anduva  al  castello,  una  torre 
forte  e  bene  armate  :  e  innanzi  alla  torre,  una  teglia- 
te in  su  la  schiena  del  poggio,  con  forte  steccato  : 
e  a  queste  guardia,  per  voglia  di  fare  d*  ai  me,  i 
caporali  de*  masnadieri  del  castello  erano  scesi  coi 
loro  compagni:  e  la  gente  del  comune  di  Firenze 
avendo  fermo  il  loro  campo,  a  intendimento  di  vin- 
cere il  castello  per  assedio,  e  molesterlo  con  difioii 
i  quali  vi  faceano  conducere,  alquanti  masnadieri 
8*  appressarono  verso  la  guardia  della  terre  per 
badaluccare.  I  valenti  masnadieri  d*entro,  per  trop- 
pa baldanza,  uscirono  fuori  della  tegliate  incontro 
alla  gente  de*  Fiorentini,  badaluccando  e  facendo 
gran  cose  d*  arme  per  lo  vanteggio  che  aveano  del 
terreno.  In  questo  stente  i  cavalieri  do*  Fiorentini 
mootando  il  poggio  per  dare  vigore  a'  loro  masnadie- 
ri, cominciarono  a  scendere  de*  cavalli,  e  a  pignor- 
ai innanzi  con  fanti  contra  i  nemici"*,  i  quali  per  non 
perdere  il  terreno,  con  folle  prodezza  attesone  ten- 
to, che  i  cavalieri  e*  masnadieri  de"*  Fiorentini  coi 
balestrieri  furono  mischiali  tra  loro,  Innanzi  che  si 
potessono  ritrarre  alla  fortezza.  E  volendoai  ritrar- 
re, per  lo  aoperchio  de*  loro  avversari  noi  poterono 


fare,  che  a  un'  ora  con  loro  insieme  non  entra s- 
sono  dentro  sili  steccati  i  masnadieri  de*  Fiorentini,  in 
aiuto  de*  quali  erano  abbondati  tenti  balestrieri,  ohe 
non  lasciarono  a'  nemioi  riprendere  la  fortezza  della 
torre*  :  anzi  la  presono  per  loro.  E  ritraendosi  i  ma- 
snadieri degli  Ubaldini  per  loro  scampo  nella  rócca, 
continuando  la  battpglia  strette  alle  mani,  entraro- 
no i  Fiorentini  cacciando  gli  avversari  nel  primo 
procinto.  E  crescendo  delle  gente  dell'  oste  la  loro 
forza,  presono  tutto,  fuori  de*  palagi  e  torri  del- 
r  ultima  fortezza,  ov*  era  racchiuso  Maghinerdo  e 
la  moglie,  e  due  suoi  figliuoli  con  loro  compagnia: 
i  quali  si  difenderono  vigorosamente.  Essendo  il  di 
e  la  notte  combattuti  dalla  gente  de*  Fiorentini,  Ma- 
ghinardo  e'  figlinoli  (benché  fossero  in  fortezza  da 
potersi  difendere  lungamente)  conobbono  il  loro 
pericolo.  E  sentendosi  male  d*  accordo  per  loro 
quistioni  con  gli  altri  Ubaldini  loro  consorti,  si  de- 
liberarono di  dare  la  rócca  a*  Fiorentini,  e  di  vo- 
lere essere  contro  a*  suoi  consorti  co*  Fiorentini.  E 
fatti  i  patti,  e  fermi  a  Firenze,  diedono  la  rócca 
libera  al  comune  di  Firenze.  E  il  comune  prese  il 
saramento  della  fede  promessa  per  loro,  e  li  ricevette 
in  amicizia  e  cittedioanza  :  e  ordinata  loro  la  provvi- 
gione promessa,  e  dato  loro  cavalieri  e  pedoni,  si 
mossone  a  guerreggiare  gli  altri  Ubaldini.  E  in- 
nanzi che  r  oste  de'  Fiorentini  tornasse,  assediarono 
Montecolloreto,  e  presonlo  ;  e  messovi  fornimento 
e  buona  guardia,  andarono  a  Rocca  bruna  ed  eb- 
bonla^  ed  entrarono  nel  Podere  e  presono  Lozzole 
per  tratte to.  E  per  tratteto  fu  dato  loro  la  signo- 
ria di  Vigiano  e  di  più  altre  tenute,  che  apparte- 
nevano al  detto  Maghinardo  e  a  certi  altri  degli  Ubal- 
dini che  feciono  il  comandamento  del  comune.  E 
andarono  intomo  a  Susinana,  guastando  le  case  e* 
campi  di  fuori  ;  e  tentendo  di  volerlo  combattere, 
trovarono  il  castello  si  forte  e  si  bene  fornito  alla 
difesa,  che  lo  lasciarono  atere,  e  andarono  a  Valda- 
gnello,  e  dieronvi  una  batteglia,  senza  potervi  ac- 
quistare per  la  fortezza  del  sito,  e  perchè  era  be- 
ne provveduto  alla  difesa  ;  e  però  guastarono  i 
campi  e  le  ville  d*  intoroo.  E  fornito  che  ebbene 
tutte  le  castella  che  aveano  acquistate  di  vittuaglia 
e  d*  arme  e  di  buona  guardia,  avendo  fatto  agli 
Ubaldini  e  a*loro  fedeli  gran  danno,  del  mese  d'a- 
gosto, gli  anni  di  Cristo  1349,  senza  alcuno  im- 
pedimento, sani  e  salvi  con  vittoria  si  tornarono  alla 
città  di  Firenze. 

CAPITOLO  XXVI. 

Come  il  re  di  Francia  comperò  il  Deffinato, 

Il  re  di  Francia  posandosi  nella  tregua  col  re 
d*  Inghilterra,  avendo  p^pa  Clemente  sesto,  suo 
protettore  ne*  fatti  temporali,  perocchò  per  lui  si 
teneva  essere  al  papato,  e  amava  sopra  modo  d*ac- 
crescere  i  suoi  congiunti,  i  quali  erano  uomini  dol 


'  L'  ediz.  citata  :  cittadini  popolari  diede  loro  potata. 
'  Vo  colla  ediz.  citata.  U  T.  Davanzali  :  latrocinia. 

*  Malnardo,  intendi. 

*  Vo  oblT  edfz.  eli.  H  T.  Dav.  :  con  fanti  e  a'  nemici. 

VlLUm  H.,  Cronica,    VoL.  II. 


*  Il  T.  Dav.  qui  inciampica  leggendo:  moinadieri  fiO' 
rentinij  a  loro  aiuto  erano  tratti  tanti  baUttitri^  che  ecc. 
Non  noto  le  piccole  divergenze  de'  Testi,  tuttoché  io  adotti 
or  questa  or  quella  a  mio  giudizio. 


À 


19 


CRONICA 


re  di  Francia,  e  però  il  re  traeva  da  lui  in  suaidio 
della  goerra  danari  al  bifogno  ;  e  le  decime  del  rea- 
me e  latte  grame  che  volen  domandare,  il  papa  aensa 
meuo  le  otriava^  trapaaaando  V  oneatè  del  ano  pon- 
tificato; e  perocché  i  cardinali  erano  la  maggior 
parte  di  ano  reame,  non  ai  ardivano  a  contrappor- 
re n  cosa  che  volesae.  Era  in  qne*  dì  il  Delfino  di 
Vienna*  nomo  moUe,  e  di  poca  virtù  e  fermeaza. 
Coatai  alcuno  tempo  tenne  vita  femminile  e  lasci- 
va, vivendo  in  molUsie:  ed  appreaao  voUe  naar  Tar- 
me; e  andò  capitano  per  la  Chieaa  al  paesaggio 
deUe  Smirne  in  Torchia,  e  dove  poteva  acquietare  o- 
nore  e  pregio,  tornò  con  poca  buona  fama;  e  per 
bisogno  impegnò  alla  Chieaa  il  Delfioato  per  fiorini 
centondla  d'oro  :  ed  essendo  morta  la  moglie',  cre- 
dendo proaperare  in  abito  cherìcile,  sperando  in  quello 
divenire  cardinale,  vendè  al  re  Filippo  di  Francia  il 
Delfinato^  contro  alla  volontà  de*  auoi  paesani,  e 
pagò  la  Giiesa;  e  fatto  cherioo  fu  dal  papa  pro- 
mosso  in  patriarca  d*  Aquilea:  nel  quale  fini  aua 
vita  apegnendo  la  fama  deUa  caaa  aua^  E  il  re  di 
Francia,  perdendo  per  la  guerra  d'Inghflterra  in  po- 
nente, accresceva  sema  guerra  in  levante  i  confini 
al  suo  reame. 

CAPITOLO  xxvn. 

la  cagione  perchè  U  re  d'  Araana  tolee  Maiolica 

ai  re. 

Vera  cosa  fu,  che  il  re  di  Maiolica  nella  aua 
inlanxia  ai  nutricò  co*  reali  di  Francia,  e  poi  che 
fa  re  di  Maiolica ,  easendo  disaimiglisnte  a'  Cata- 
lani onde  traeva  ano  orìgine,  moatrò  d'eaaere  mol- 
to acienaiato  e  adorno  di  he*  costumi  Disdegnò  di 
rendere  al  re  d*  Araona  V  omaggio  debito  :  il  quale 
ai  pagava  con  la  reverenxia  d*  un  bacio  :  e  achifo 
della  vita  catalaneaca  e  di  loro  costnnu,  seguiva  i 
Franceachi;  la  quel  cosa  il  fece  aospetto  al  auo 
legnaggio.  Cugino  era  del  re  d*  Araona,  e  la  ai- 
rocchia  carnale  avea  per  moglie,   della  quale  avea 


'  U  donara,  le  eonoedeva.  Vocabolo  aatloo  daUsdarii 
al  ViUftni. 

*  Umberto  n,  suecednto  a  Gaignes  Vm  e  non  a  Gol- 
goes  VI  come  ht)TÌamo  nel  Disionario  del  Ladrocat 

'  Maria  di  Baoz.  Costei  tenendo  in  eolio  l'unico  tao 
figUaoIetto  maschio  ad  ana  finestra  del  ano  palano  in  Lione, 
•  scherzando  con  esso,  lasdollo  inarrertentemente  cader 
nel  Rodano,  donde  noi  potè  hi  trarre  che  cadarere.  L'a- 
cnttssimo  dolore  che  n'  ebbe  le  abbreriò  la  Tita. 

*  Era  per  ria  di  mo^ie  in  parentado  con  esso  re  di 
Francia.  A  questa  donasione,  confermata  nel  1849,  lo  a- 
▼evan  mosso  anche  il  risentimento  di  molti  aflhmti  toccati 
dalla  casa  di  Savoia.  Fa  allora  posto  per  eondisione  che  1 
fidinoli  primogeniti  del  re  di  Francia  porterebbero  U  ti- 
tolo di  Delfini  ;  e  oltracciò  U  re  FUippo  di  Valois  diede  a 
Umberto  in  compenso  40000  sondi  d' oro  e  V  assegno  di 
10000  lire  annne. 

'  Fatta  la  donazione,  Umberto  si  rese  domenicano,  e 
nel  giorno  di  Natale  1861  ricerette  tatti  gli  ordini  sacri 
alle  tre  messe  dalle  mani  di  p^pa  Clemente  VI,  e  indi  fta 
creato  patriarca  d'Alessandria  ed  amministratore  deirar- 
civescoTAdo  di  Reims  e  morì  nel  856  in  età  di  48  anni; 
alù-ettanto  buon  religioso  e  buon  tcscoto  qnanto  era  stato 
prima  guerriero  pusillanime  e  principe  indolente. 


figliuoli  Nondimeno  il  re  d'  Araona  fece  appirM- 
chiamento  d^  arme  contro  a  lui,  e  trattato  occulto 
co'  cittadini  di  Maiolica.  Per  lo  quale,  eaaeado  egli 
a  Perpignano,  e  venendo  il  re  d*  Araona  acfn  fl 
reame  di  Maiolica,  i  cittadini,  volendo  moatran  di 
volerai  difendere,  il  feciono  venire  in  Maiolica,  bm»- 
atrando  di  volerlo  atare  fedelmente.  Venuta  la  gaato 
del  re  d*  Araona,  e  aceaa  nell^  iaola ,  accoglieade 
il  conaiglio  in  Maiolica  per  volere  dare  ordine  iIU 
difeaa,  eaaendo  tempo  di  potere  acoprtre  il  loro 
tradimento,  feciono  dire  al  loro  re,  o  che  faeoiN 
la  volontà  del  re  d^  Araona,  o  che  ae  n' andino. 
Vedendoai  tradito  da^  auoi  cittadini,  i  quali  aroiie 
già  abbarrata  la  città  contro  a  lui,  ai  ricolae  in  frotti, 
per  campare  la  peraona,  in  una  galea.  E  partoadoa 
dell*  iaola ,  le  porte  della  città  furono  aperte  lUi 
gente  del  re  d*  Araona:  e  data  loro  la  aigtorii 
di  tutta  riaola,  con  patto  ohe  ella  non  doveaoe  tor- 
nare per  alcuno  tempo  al  loro  re,  né  a^  auoi  difooi- 
denti. 

CAPITOLO  xxvm. 

Còme  U  re  di  Maiolica  vendè  la  sua  park 
di  Mompellieri  al  re  di 


n  re  di  Maiolica  eaaendo  cacciato  delTìiok 
da*  auoi  audditi,  venuta  V  iaola  nella  aigaorìt  dd 
re  d*  Araona,  e  avendo  poco  di  quello  che  il  ne 
titolo  reale  richiedea ,  deaiderando  d*  accoftien 
moneta,  e  d*  avere  aiuto  dal  re  di  Francia  (olcii 
aervigio  era  atato  lungamente  neUe  sue  guorre  e 
nelle  aue  battaglie  penonalmente) ,  il  richieae  eoo 
grande  iatansa  d^aiuto,  acciocché  poteaae  riooTon- 
re  auo  atato;  ma  da  lui  non  potè  avere  alcuno  doto. 
B  atretto  da  grave  biaogno,  vendè  al  detto  re  di 
Francia  la  proprietà,  e  la  ragione  e  giuriadiiione  chV 
vea  in  comune  conaorteria  col  detto  re  nella  seti 
di  Mompellieri,  per  quello  pregio  che  il  re  di  Pnacii 
voUe,  a  grande  mercato.  E  come  povero  e  ateats- 
rato  re,  venia  cercando  modo  di  riacquistare  Ti- 
aola  di  Maiolicai  La  quel  coaa  fu  cagione  deDim 
finale  morte,  come  innansi  al  auo  tempo  raeooi- 
teremo. 

CAPITOLO  XXIX. 

Come  a*  ordinò  il  generale  perdono  a  Rama 

nel  i349. 

Eaaendo  atato  il  gindido  della  generale  aior- 
talità  neir  univerao  per  giuata  cagione,  fa  §v^f^ 
ceto  al  papa  che  nel  proaaimo  fhturo  cinquantoiino 
anno  la  chieaa  rinnovellaaae  generale  perdono  ia  Bo- 


'  A  oomperar  queste  prorinde  pensarono  piùebeFifipf^ 
i  popoli  spulati  e  angariati  La  gabella  del  sale,  ratasmeste 
delle  imposisioni,  il  fiur  mescere  alle  droghe  altre  oosU&m 
e  ansi  tatto  le  frodi  sopra  le  monete  riempirono  D  Bmp^ 
esansto  tesoro  reale.  Filippo  faoera  giurare  sopra  gKercB- 
geli  agli  nfidali  della  secca,  di  tener  segrete  le  HUse  k^ 
delle  monete  cbe  si  sostitairano  alle  baone  antìcbe.  —  ^ 
prorincie  di  Maiolica  foron  da  Carlo  Vili  senaa  riwh^ 
di  sorta  restitnite  ;  ma  Mompellieri  restò  per  aonpre  ^ 
Francia. 


DI  MÀTTBO  VILLANI. 


19 


ma.  n  papa  Clemente  seato,  col  conaiglio  de*  auoi 
cardinali,  e  di  molti  altri  prelati  e  maestri  in  teo- 
logia, trovando  che  per  lo  dicreto  fatto  per  papa 
Bonifazio,  ogni  capo  di  cento  anni  dalla  natività  di 
Crìato  foaae  ordinato  generale  perdono  a  Roma, 
per  comnne  conaiglio  parve  più  convenevole  (con- 
siderando r  età  nmana  che  6  brieve)  che  il  perdo- 
no foaae  di  cinquanta  in  cinquanta  anni.  Avendo 
ancora  alcuno  riapetto  all'anno  Giubileo  della  Santa 
Scrittura,  nel  quale  catuno  ai  ritornava  a*  auoi  pro- 
pri beni  :  e  i  propri  beni  de'  cristiani  sono  i  meriti 
della  passione  di  Cristo  ;  per  li  quali  ci  seguita  in- 
dulgenxia  e  remiasione  dei  peccati.  E  per  queata  ca- 
gione la  Santa  Madre  Chieaa  fece  decreto  e  ordi- 
nò: che  nel  prouimo  futuro  cinqnanteaimo  anno, 
per  la  natività  di  Cristo,  cominciasse  a  Roma  generale 
perdono  di  colpa  e  di  pena  di  tutti  i  peccati  a'  fe- 
deli cristiani;  i  quali  andassono  a  Roma,  dal  detto 
termine  a  uno  anno  ;  i  quali  fessone  confessi  e  con- 
triti de'  loro  peccati,  e  viaitaaaono  ogni  di  la  chie- 
sa di  San  Pietro  e  di  San  Paolo  e  di  Santo  Gio- 
Tanni  Laterano.  B  le  dette  viaitaxioni  furono  atrìbuite 
a*  Romani  in  trenta  dì  continovi,  aalvo  che  quello 
fi  intermetteaae  si  potesse  con  un  altro  riatorare  ; 
•d  agr  Italiani  quindici  di,  e  agli  oltramontani,  a 
tali  dieci,  a  tali  cinque  di,  e  meno,  aecondo  la  di- 
stanta de'  paesi.  B  nondimeno  la  Chiesa  discreta- 
mente provvide,  per  molte  csgioni  e  diversi  cui 
ohe  possono  avvenire,  eh'  e'  cardinali  e  gli  altri 
legati  ohe  andarono  per  lo  mondo,  e  stettono  a 
Roma,  aveasono  autorità  di  potere  dispensare  del 
tempo  come  a  loro  paresse.  B  le  lettere  furono 
fatte  e  mandate  sotto  le  bolle  papali,  per  corrieri 
in  prinm,  per  tutta  la  criatianità,  e  appreaao  pe' 
0uoi  legati  a  predicare  per  tutto  le  aante  indulgen- 
se,  acciocché  ciaacuno  a'  apparecchiasse  e  dispo- 
nesse a  potere  ricevere  il  aanto  perdono.  In  Italia 
furono  mandati  due  cardinali,  quello  di  Bologna 
0opra  lo  mare'  messer  Annibddo  di  Ceccano,  e 
messer  Ponzo  di  Perotto  di  Linguadoca  veacovo 
d'  Orbivieto,  uomo  onesto,  e  di  grande  autorità, 
il  quale  era  vicario  di  Roma  per  lo  papa,  al  quale 
fa  commessa  piena  e  generale  legazione  a  potere 
a  tutti  dispensare  il  tempo  delle  dette  visitazio- 
ni come  a  lui  paresse ,  eh'  era  presente  conti- 
nuo nella  città  di  Roma.  Lasciando  alquanto  la 
•anta  disposizione  del  perdono,  ci  occorrono*  me- 
no piacevoli,  e  più  gravi  cose  al  presente  a  rac- 
contare. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  U  re  di  Maiolica  andò  per  racquiitare 
riiolOy  e  fuwi  morto  Fanno  i349. 

Lo  aventurato  re  di  Maiolica  non  trovando  a- 
ioto  dal  re  di  Francia,  cui  egli  avea  lungamente 
f  ervito  nelle  aue  guerre,  né  dal  papa,  né  da  alcu- 
no altro  signore  ;  stringendolo  la  volontà  e  '1  biao- 


■  La  citata  legge  :  in  tuUa  mera;  e  cosi  nel  eap.  xxxn. 
Xodorioale,  grillo. 

*  ci  volgvrvno^  dice  non  meno  elegantemente  la  St.  eli. 


gno  di  raoquistare  1'  isola,  come  disperato  d'  ogni 
aiuto,  avendo  venduta  la  aua  parte  di  Mompellieri, 
accattò  danari  dal  detto  re  di  Pranda  sopra  la  villa 
di  Perpignano,  eh'  altro  non  gli  era  rimasto,  e  con- 
dusse cavalieri  e  pedoni,  e  dodici  galee  di  Geno- 
vesi fece  armare  al  ano  soldo,  e  alcuno  navilio  di 
carico  :  aperando  quando  fosse  con  forza  d'  arme 
nell*  isola,  gli  uomini  del  suo  regno  tornassono  a 
lui,  come  forse  a  inganno  gli  era  dato  intendimento, 
perocché  con  alquanti  era  in  trattato.  Apparecchia- 
ta r  oste,  e  '1  navilio  con  le  dodici  galee  armate, 
del  meae  di ....  del  detto  anno  ai  mise  in  mare  : 
e  senza  impedimento  arrivò  nell'  iaola  di  Maiolica, 
preaao  alla  città  a  dieci  miglia  :  e  ivi  scese  in  terra, 
s' accampò  con  quattrocento  cavalieri  e  cinquecento 
masnadieri,  aspettando  che  coloro    della  città  con 
cui  avea  trattato,  e  il  popolo  della  terra  il  voles- 
sono  come  loro  benigno  e  naturai  signore.  Le  do- 
dici galee  de'  Genovesi  avendo   mesao  in  terra  il 
re,  0  che  foaae   di  suo   comandamento,  per    mo- 
strarsi più  forte  agli  uomini  dell'  isola,  o  per  altre 
cagioni,  ai  partirono  da  quella  parte  ove  il  re  avea 
posto  il  campo,  e  girarono  da  un'  altra  parte  del- 
l'isola; e  rimase  il  re,  e  '1  figliuolo,  e  l'altra  gente 
aenza  il  favore  dell'aiuto  delle  dodici  galee,  della 
città  di  Maiolica  subitamente  uscirono  più  di  sei- 
cento cavalieri  con  grandissimo  popolo  e  numero. 
B  vennero   contro  air  oste  del  re  per  combattere 
con  lui.   Il  re  vedendosi  i  nimici  appresso,  potea 
atare  alle  difeae  tanto  ohe  tornassono  le  sue  galee  : 
ma  con  vana  confidanza  de'  auoi  regnicoli,  che  non 
doveasero^  resistere  contro  a  lui;   e  senza  atten- 
dere punto,  si  volle  mettere  alla  battaglia,  per  trar- 
re a  fine  la  sua  impresa  come  la  fortuna  il  menar- 
va.  E  ordinata  la  aua  gente,  e  confortata  al  ben  fare, 
mostrando  che  quivi  non  era  altro  rimedio  che  nel 
bene  operare  la  virtù  delle  loro  peraone,  si  feri  tra 
i  nemici,  i  quali  erano  cavalieri  catalani,  maggiore 
quantità  e  migliore  gente  che  i  suoi  soldati,  e  gui- 
dati da  buoni  capitani,  i  quali  ricevettono  il  re  e 
i  suoi  cavalieri  francamente,  per  modo,  che  in  poca 
d' ora  furono  aconfitti,  e  il  re  morto.  Il  quale  ae  a- 
veasono  voluto  potieno  ritener  prigione,  ma  rade 
volte  in  fatti  d'arme  tra'  Catalani  si  trova  mansuetu- 
dine :  U  figliuolo  fu  preso,  e  rappresentato  al  zio  re 
d'Araona,  l'altra  gente  fu  rotta  e  abarattata,  e  Pisola 
rimase  libera  al  re  d'Araona,  e  Mompelieri  e  Perpi- 
gnano al  re  di  Francia. 

CAPITOLO  XXXI. 

Come  i  baroni  italiani  e  catalani  per  loro 
discordie  guastarono  l'isola  di  Cicilia. 

Avendo  detto  dell' iaola  di  Maiolica,  quella  di 
Cicilia  ci  a'  offere  con  diaaimigliante  fortuna.  Ba- 
sendo per  la  mortalità  morto  il  valoroso  duca  Gio- 
vanni, balio  e  governatore  deir  isola  di  Cicilia, 
rimase  picciolo  fanciullo  di  dieci  anni  meaaer  Lui- 
gi figliuolo  che  fu  di   don  Pietro,  il  quale  ai  fece 


'  La  citata  :  che'  iuoi  regnicoli  non  poUttro* 


so 


CRONICA 


epp«Uare  re  di  Cicilia,  a  eoi  «ipeltaTa    V  eredità 
del  dello  reame.  Costui  avea  due  fratelli  Bunorì  di 
•è,  V  ODO  chiamato    GioTaani,  V  altro  Federigo.  B 
BOB  easendo  della  casa    reale    Deaaaao  in  età  che 
gOTernasae  V  isola  per  lo  faodoHo,  discordia  nac- 
que tra  i  baroai  :  e  dall^  tua  parte  eraao  i  Paliui 
caporali)  e  eoa  loro  teaeano  qaelli  di  Chiaramoa- 
tCy  e'   coati  di  ViatimigGa,  e   i  disoendeati  coati 
della  casa    degli  liberti  di   Fireaie,    de'  qoali  era 
capo  il  coate  Scalore,  e  eoa  costoro  teaeaao  qoasi  la 
BMggiore  parte  degP  Italiaai  dclP  isola.  B  qaesti  si 
faceaao  chiamare  la  parte  del  re,  e  a  loro  segao 
rispoadeaao  le  migliori  città  della  marioa  deirisola, 
Messiaa,  Siracosa,  Melasse,    Cefalo,  Palermo,  Tra- 
pani, Mastara,  Sciaoca,  Girgeati,  Taonaiaa,  e  graa 
parte  delle  booae  terre  e  cutella  fra  la  terra  del- 
r  isola.  B  dall'  altra  parte  era  doa  Brasco  d'Arao- 
na,  caporale  eoa  gli  altri  catalaai   dell'  isola,  e  il 
flgliaolo^  di  Gio?aaai  Barresi,  colla  sua  casa,  geaero 
di  doa  Brasco,  e  molti  altri  di  Cataaia,  i  qoali  a- 
▼eaao  a  loro  segao  alla  aiariaa  la  città  di  Cataaia, 
laei.  Alleata,  Tose,  la  Catoaa,  e  U  capo  d*  Orlaa- 
do  ;  e  fra  terra  graade  aomero  di  città  e  di  castel- 
la. B  per  simigliaate  modo  si  faceaao  costoro  chia- 
■mre  la  parte  del  re.  B  per  le  loro  dirisioai  co- 
Biiaciaroao  a  far  goerra   V  oao  coatra  V  altro.  B 
catoaa  parte  s'  sraiaTa  e  aflfònava  d^  arere  segoi- 
to  di  geate  dell*  isola  :  e  catoao  volea  goveraare 
il  reame  per  lo  re,  e  aoa  poteadosi   trovare  ria 
d^  accordo  tra  loro,  oomiaoiaroao  a  caralcare  l' oao 
sopra  Taltro  :  e  dove  si  scoatravaao  si  combatteaao 
mortalaieate.  B  spesso  rompea  e  sooaflggea  V  oaa 
geate  V  altra,  e  scasa    misericordia  a  teaere  pri- 
gioae  a*  ocddeaao  iasieme,  e   moataado    la   loro 
sfreaata  mala    voloatà,  comiaciaroao  ad   ardere  le 
loro,  possessioai  e  le  biade  ae*  campi,  come  fos- 
soao  ia  terra  di  aiaiici  ;  e  faceado  qoeato  goasto, 
oggi  ia  ana  ooatrada,  e  doaiaai  aell'  altra,  coaso- 
BiaroBO  il  paese  scasa  alcoaa   misericordia.  B  se- 
gaitaado  V  aao  di  appresso  delP  altro  qoesta  pe- 
stileate  farla  tra  loro,  ia  poco  tempo  fo  taata  tri- 
bolasioae  tra*  paesani,  e  taata  disfldaasa,  che  la- 
sciaroBO  il  coltivameato   delle  terre,  e  il  aotrìoa- 
meato  del  bestiame  :  oade  avveaae  che  qaello  pae- 
se, il  qoale  per  aatico  era  foataaa   viva  di  graao, 
e  di  biade,  e  d'  ogai  vittoaglia,  a  apaadere  per  lo 
moado  tra  i  cristiaai  e  tra  i  saraciai,  che'  solo  tra 
loro  aeir  isola  aoa  avea   che  maaicare;    e  il  be- 
stiame per  lo  simigliaate  modo  fa  consom^to  e  dis- 
perso. Per  la  qoale  cosa  avvenne  che  Fanno  1349 
a  Palermo,  e  più  altre  città,  per  inopia  convenne 
che  si  provvedesse  per  comone  consiglio  graao  me- 
scolato eoa  orso,  e  dare  ogni  settimaaa  certa  pic- 
cola distrìbnsioae  per  testa  d'uomo,  acciocché  po- 
tessoBO  Biiserevolmeate  maateaere  la  loro  vita.  B 
BOB  poteadosi  sosteatare  i  popoli  eoa   qoesta  mi- 
sera prowisioae,  coavenne  che  il  popolo  minoto  in 
gran  parte  per  necessità  abbandonasse  1*  isola,  e  mol- 


I  La  citata  :  e  %  figlimoU, 

*  Qaesto  che  topcrchiii.  Più  innanzi  la  citaU  legge  :  che 
non  Wfeano. 


ti  ne  foggiroBO  ia  Calavra  e  aelP  isola  di  Sardì- 
gaa  per  scampare  dalla  fasM  la  loro  vita.  B  qoe- 
sta pestileasia  bob  avveaae  a'  Ciciliaai  per  steri- 
lità di  tempo  avverso,  che  i  campi  aveaoo  da  Die 
la  loro  stagioae  fertile,  e  abboadevole  della  gra- 
sia  del  cielo.  B  aoa  era  tolto  loro  il  eoltivamao- 
to  da  aiadci  stroai,  aè  per  robellione  di  loro  si- 
gnorie, aè  per  odio  del  paese  eh*  era  patria  dei 
sooi  sbitaati  a  catoaa  parte  e  reame  d*  aao  me- 
deaimo  re  :  ma  stiamai  che  aweaisse  per  dimostra- 
sioae  del  peccato  della  iagratitodiae ,  dell*  ahboa- 
daasa  di  troppi  beai,  e  a  dimoatrare  come  è  difo- 
ratrice  scasa  rimedio  drogai  booao  stato  e  la  dtta- 
diaesca  discordia,  e  il  divoratore  faoco  della  laidi' 
iavidia. 

CAPITOLO  XXXIL 

CoflBe  ii  re  FiUppo  di  Francim  eH  figiimolo 
ioUono  mogiie  dopo  la  imoriaiiià. 

Bra  Bella  mortalità  morta   la  OKiglle  del  re 
Filippo  di  Fraacia,  BUidre  di  mesaer  Giovaaai  prì- 
Biogeaito,  delllao  dì  Vieaaa^  la  qaale  fn  airocchii 
del  doca  di  Borgogaa,  e  la  moglie  di  meaaer  Gio- 
vaaai  aao  flglioolo,  llglioola  che  fa  del  re  Giovaaai 
di   Boemia  della  oasa  di  Lasimborgo,  della  qaala 
rìmasoBo  qoattro  flgliooli  auachi,  che  *1  primo  ao- 
Biato  Carlo  fo  daca  diNormaadia,  e  il  aecoado  mei- 
ser  Laigi  duca'  d'Aagiò,  e  il  terso  moaser  Gio- 
vaaai coate  di  Pittieri,  e  il  qoarto  Buaore  meaiar 
FiUppo:  e  tre  figlinole,   che  la  Biaggiore  fa  reiat 
di  Navarra,   la  secoada  moaaca  del  graade  noai- 
storio  di  Pose),  e  oa*  altra  piccola  aomiaata  Lisabet- 
ta.  Bd  easeado  oataao  scasa  BH>glie,  il  doca  Gio- 
vaaai trattava  di  tórre  per  moglie  la  sirocchia  dd 
re  di  Navarra,  eh'  era  delle  più   belle  gìovaai  e  di 
maggiore  pregio  di  virtù  che  aioa*  altra  di  qoe'pae-     i 
ai,  e   teoevaae  bargagao.    Il  re  Filippo  soo  pidn    1 
sapeado  che  il  flglioolo  trattava  d' avere  qoesta  di- 
migella  per  moglie,  nn  di'  che  *1  doca  sao  flgliaolo 
era  cavalcato   foori  del  paese,    mandò  per   qaesto 
giovane  :  e  come  fa  veaata,  aeasa  lare  altro  trattalo 
la  tolae  per  moglie,  perocché  '1  piacere  della  ibi 
bellesxa  aoa  gli  lasciò  coasiderare  più  iBaaasi.  Tor- 
Bato  il  flglioolo  se  ae  iadegaò  forte,  e  alla  festa  delli 
aoBse  del  padre  bob  voUe  easere.  Ma  passato  alcooo 
tempo,  richiaaiato  dal  padre,  veaae  a  loi.  B  riprea* 
deadolo  il  re  dolcemente,  gli  disse  :  Caro  flglioolo,  n 
voi  amavate  d'avere  a  doooa  questa  damigella,  foi 
aoa  dovevate  tener  bargagno.  Onde  egli  coBoseoa- 
do  essere  stato  suo  difetto,  rimase  contento.  E  al- 
lora il  padre  gli  die  per  moglie  no'  altra  nobile  di- 
ma della  casa  di  Bologna  ao  lo  mare,  eh*  era  stiU 
moglie  del  doca  di  Borgogna  :  della  qoal  cosa  i  Bor- 
gognoni fnrono  mal  contenti ,    essendo   rimaio  oi 
picciolo  fanciollo  della  detta  donna,  il  qoale  doTN 


'  della  livida  invidia^  dice  Tedia,  eitata. 
*  conte,  dice  il  T.  Davanzatt  Vo  colla  citata. 
'  udì,  troviam  per  errore  nella  citata  e  fn  alesoa  i^^ 
stampe  di  bel  nome. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


21 


efiere  loro  dnca.  B  por  lo  detto  maritaggio  vendè  ^  la 
donna  il  governamento  del  figlinolo,  con  la  forza  del 
re,  e  il  re  oocapò  parte  della  gìurisdiuone  di  Borgo- 
gna ;  onde  i  baroni  e'  paesani  forte  si  sdegnarono 
contro  al  loro  re.  Ma  perocché  il  re  di  Francia  per 
troppa  giovanile  vaghezza  avea  offeso  il  figliuolo  e 
sé,  poco  tempo  stette  con  la  sna  giovane  e  vaga 
donna  :  che  sforzando  la  natara  già  senile  nella  bel- 
lezza della  damigella,  raccorciò  il  tempo  della  sna 
vita,  come  appresso  ài  debito  tempo  racconteremo, 
narrando  prima  com'  egli  fn  ingannato  dagF  InghilesL 

CAPÌTOLO  XXXUL 

Come  U  re  di  Francia  fu  ingannato  del  traUaSo 
di  Calese  con  gran  danno. 

Il  re  Filippo  avendo  T  animo  curioso  di  trarre 
del  ano  reame  di  Francia  la  forza  del  re  d*  Inghil- 
terra, il  quale  teneva  il  forte  castello  di  Calese  in  su 
la  manna,  non  potendo  per  forza  farlo,  pensava^  for- 
nirlo per  danari  con  trattato.  Alla  guardia  di  Calese  era 
uno  gentile  uomo  d*  Inghilterra,  con  sue  masnade  di 
cavalieri  e  dì  sergenti.  Il  re  di  Francia  il  fece  tentare 
se  per  danari  gli  rendesse  il  castello.  L**  loghilese 
avveduto  diede  d^oreochie  al  fatto,  e  senza  indugio  il 
fece  segretamente  sentire  al  suo  signore-,  il  quale 
confidandosi  nella  fede  di  costui,  gli  diede  per  co- 
mandamento che  menasse  saviamente  il  trattato  io- 
fino  al  fatto.  Costui  seguitò  con  molta  astuzia,  tanto, 
che  per  la  sfrenata  volontà  che  il  re  di  Francia  avea 
di  racquietarlo,  s*  indusse  a  dare  i  danari  innanzi, 
attenendosi  alla  fede  del  castellano,  e  dielli  come 
era  il  patto,  seimila  scudi  d'oro,  di  ventimila^  che  per 
lo  patto  gli  dovea  dare,  e  del  rimanente  gli  fece 
quelle  fermezze  che  volle,  che  mettendo  dentro  nel 
castello  quella  gente  che  il  re  volesse,  in  sul  ponte 
compierebbe  il  pagamento.  E  cosi  data  la  fede  da 
catuna  parte,  il  re  di  Francia  commise  la  bisogna  ad 
alquanti  suoi  baroni:  i  quali  incontanente  forniti  di 
cavalieri  e  di  sergenti  d*  arme  in  grande  quantità, 
cavalcarono  al  castello  ;  e  di  fuori  si  misero  a  cam- 
po stretti  al  castello;  e  come  ordinato  era  per  lo 
castellano,  aperta  la  porta,  e  calato  il  ponte,  mise 
dentro  nel  castello  coloro  cui  i  Franceschi  vollono, 
perchè  vedessero  a  loro  sicurtà  che  dentro  non  vi 
fosse  altra  gente  che  la  sua  alla  guardia,  acciocché  si 
assicurassono  a  fare  il  rimanente  del  pagamento-,  e 
a  costoro,  com'  egli  avea  provveduto,  fece  si  vedere, 
che  del  nascoso  aguato  non  ai  avvidono.  Onde  i  Fran- 
ceschi vinti  dalla  sprovveduta  baldanza,  b*  affrettaro- 
no a  fare  sul  ponte  il  pagamento  del  rimanente  fino 
ne*  ventimila  scudi  d*  oro  al  castellano,  ed  egli  mise 
dentro  nel  caatello  una  parte  de^  Franceschi,  mostran- 
do di  volere  asiegnare  loro  le  fortezze  del  castello, 
e  r  altra  oste  s*  attendea  di  fuori   U  re  d' Inghilter- 


'  Ottimamente  così  il  T.  Dar.  n  T.  dtato  legge:  a/vm- 
do  la  donna, 

'  proevravaf  legge  la  citata. 

*  Cosi  Tarìa  Tedis.  citata:  «t  condusse  a  dare  innangi 
fattemmìdoti  aUa  fede  del  eatteUano  come  erano  %  patti)  ni- 
mUa  ecudi  cT  oroj  di  ventimila. 


ra,  che  avea  fatto  menare  questo  trattato,  era  di 
notte  venuto  nel  castello  egli  e  il  figliuolo  con  buona 
compagnia  di  gente  eletta  e  fidata,  come  a  quello 
affare  gli  parve  competente,  i  quali  si  stettono  ri- 
posti per  modo,  eh*  e*  Franceschi  non  se  ne  potero- 
no avvedere.  I  Franceschi  che  si  credettono  senza 
inganno  essere  signori  del  castello,  da  piii  parti 
furono  subitamente  assaliti  dal  re  e  da  sue  genti.  E 
bene  che  gV  Inghilesi  fossono  pochi  a  rispetto  dei 
Franceschi,  per  lo  improvviso  e  subito  assalto  i  Fran- 
ceschi eh*  erano  nel  castello  sbigottirono ,  e  temet- 
tono,  vedendosi  a  stretta,  e  non  ne  essendo  usi  di 
cotali  baratti,  per  si  fatto  modo,  che  poco  feciono 
resistenza.  GÌ*  Inghilesi  di  presente,  come  ordinato 
fu,  presono  le  vie  e  le  porti,  e*l  caatellano  che  si 
mischiava  al  cominciamento  co^  Franceschi,  d'entro  si 
rivolse  contro  a  loro.  E  vedendo  i  Franceschi  che 
non  aveano  1*  uscita  libera  della  terra,  lasciarono 
Tarme,  e arrenderonsi  prigioni  al  re  d'Inghilterra. 
E  fatto  questo,  a*  Franceschi  di  fuori  fu  la  cosa  si 
maravigliosa,  che  fortemente  spaventarono.  E  sen- 
tendo questo  il  re  e^supi  presono  ardire,  e  usciro- 
no fuori  addosso  agli  spaventati,  con  grandi  strida 
e  con  grande  ardire.  E  non  ostante  che  i  France- 
schi fossono  presso  a  dieci  per  uno  degl*  Inghileai, 
tanta  paura  gli  vinse,  che  si  misono  in  fuga,  e  ab- 
bandonarono il  campo.  Ed  essendo  seguitati  alquanto 
dagr  Inghilesi,  però  che  non  gli  poteano  troppo  se- 
guitare perchè  avevano  pochi  cavalli,  presine  e  morti 
alquanti,  con  doppia  vittoria  si  ritornarono  nel  ca- 
stello. 

CAPITOLO  XXXIV. 

Come  messer  Carlo j  eletto  imperadore  d' Alemagna^ 
fu  presso  che  morto  di  veleno. 

Nella  cronica  del  nostro  anticessore  è  fatta  me- 
moria, come  la  Santa  Chiesa  di  Roma,  aapendo  co- 
me Carlo  figlinolo  del  re  Giovanni  di  Boemia  era 
di  virtii  e  di  senno  e  di  prodezza  il  più  eccellente 
prenze  della  Magna,  morto  il  Bavero,  che  lungo 
tempo  in  discordia  colla  Chiesa  avea  occupato  lo 
imperio,  non  ostante  che  il  re  Giovanni  vivesse, 
ordinò  di  farlo  eleggere  allo  'mperio.  Ed  essendo  in 
discordia  gli  elettori,  perocché  1*  arcivescovo  di  Ma- 
ganza  non  gli  volea  dare  la  voce  snn,  papa  Clemente 
trovando  eh*  egli  era  stato  de*  fautori  del  Bavero,  il 
privò  dell*  arcivescovado,  ed  dessene  nn  altro,  il 
quale  avendo  il  titolo,  non  ostante  ohe  non  avesse 
la  possessione,  come  il  papa  volle  diede  la  sua  voce 
al  detto  Carlo  :  e  cosi  ebbe  piena  la  sua  elezione. 
Costui  eletto  era  impotente  di  cavalleria  e  di  mone- 
ta a  potere  mantenere  campo  ad  Aia  la  Cappella  qua- 
ranta di,  a  rispondere  con  la  forza  dell'  arme  a  chi 
lo  volesse  contrastare,  secondo  la  consuetudine  de- 
gli eletti  imperadori  :  e  però  la  Santa  Chiesa  dispensò 
con  lui  questa  ceremonia,  e  levollo  del  pericolo  e 
della  spesa.  E  in  questo  servigio  la  Chiesa  prese  sa- 
ramento  da  lui,  che  venendo  alla  corona  egli  perdo- 
nerebbe ai  comuni  di  Toscana  ogni  offesa  fatta  al- 
r  imperadore  Arrigo  suo  avolo  e  agli  altri  imperadori. 


%% 


CRONICA 


e  iraUerebbegU  come  amici  senu  dcuiia  opprMfio- 1 
ne.  Dopo  qaeiU),  morto  il  padre  nella  battaglia  del 
re  di  Francia,  come  detto  è,  coatui  ancoedette,  e  f^ 
chiamato  re  di  Boemia.  E  cercando  d'accogliere 
forza  per  potere  venire  alla  corona  dello  imperio, 
ed  esf  ondo  poco  pregiato  e  meno  ubbidito  dagli  Ala- 
manni, tenendoai  gravati  della  ina  eleiione,  egli 
amile  ai  stava  chetamente  in  Boemia  aspettando  ano 
tempo.  La  reina  con  femminile  consiglio  volendo  at- 
trarre remore  del  marito  dair  altre  donne  (che  era 
giovane)  avvegnaché  assai  onesta,  gli  fece  dare  a 
mangiare  certa  cosa,  la  quale  mangiata  dovea  cre- 
scere r  amore  alla  sua  donna.  Nella  quel  cosa  o  er- 
ba 0  altro  che  mescolato  vi  fosse  che  tenesse  ve- 
leno, come  presa  V  ebbe,  ne  venne  a  pericolo  di 
morte;  e  per  aiuto  di  grandi  e  subiti  argomenti,  pelato 
de^  suoi  peli,  ricoverò  la  salute  del  suo  corpo.  Della 
qual  cosa  facendo  condannare  a  morte  due  suoi  sini- 
scalchi per  giustizia,  la  reìna,  parendo  che  per  sna 
semplice  operazione,  più  che  per  alcuna  colpa  che 
avessono  i  famigli  dello  eletto  imperadore,  fosso- 
no  per  morire  innocenti,  s^  inginocchiò  dinanzi  al  re 
dicendo,  come  quei  cavalieri  non  aveano  colpa  di 
quello  accidente  ;  ma  se  colpa  c^  era,  era  sua  :  peroc- 
ché per  femminile  consiglio,  volendo  più  attrarre  a 
sé  il  suo  amore,  non  credendo  far  cosa  che  offende- 
re il  dovesse,  li  fece  dare  quella  cosa  a  bere,  ovve- 
ro a  mangiare  :  e  però,  se  giustizia  se  n*  avea  a  fare, 
ella  era  degna  per  la  sua  ignoranza  d*ogni  pena,  e 
non  coloro  cV  erano  innocenti.  D  discreto  signo- 
re udite  queste  parole,  considerò  la  fragile^  na- 
tura delle  femmine,  e  colla  sua  mansuetudine  inchinò 
r  animo  ali*  errore  dell*  amore  femminile,  e  con  mol- 
ta benignità  perdonò  alla  reina  dolcemente,  e  libe- 
rò i  suoi  siniscalchi,  rimettendogli  neMoro  nflci  e 
onori.  Alcuni  dissono,  che  messer  Luchino  de'  Vi- 
sconti di  Milano  il  fece  avvelenare  per  tema  di  per- 
dere la  sua  tirannia.  E  easendo  lo  eletto  imperadore 
nel  pericolo  della  morte,  si  disse  che  promise  a  Dio 
se  campasse,  che  perdonerebbe  a  chi  P  avesse  of- 
feso e  non  ne  farebbe  alcuna  vendetta  ;  e  quale  che 
fosse  la  cagione,  T  effetto  seguitò,  che  vendetta 
nessuna  fece^. 

CAPITOLO  XXXV. 
Come  U  re  Luigi  fMrese  più  caeUUa. 

Tornando  a*  fatti  d*  lUlia,  il  re  Luigi  fatto  ca- 
valiere, e  dato  alcun  ordine  a*  fotti  del  Regno  che 
r  ubbidia,  avvedutosi  dei  baroni  che  teneano  col  re 
d*  Ungheria,  innanzi  che  voleaae  procedere  a  fare  al- 
tra impresa  attese  a  volere  racquietare  le  caatella  di 
Napoli.  E  in  prima  cominciò  al  castello  di  Santermo 
sopra  la  detta  città,  e  quello  per  viltà  di  coloro  che 
r  aveano  a  guardia,  temendo  delle  minaccio  più  che 
della  forza  della  battaglia  ch'era  loro  cominciata, 
essendo  da  poterai  bene  difendere,  a'  arrenderono 
al  re.    E  avendo  vittoriosamente  acquistato  queato 


'  la  fragilità  <  la  natura,  legge  {]  T.  Deyeazeti. 

^  Così  Ghinde  la  citata  :  che  non  h  ne  fece  alama  vutdetia. 


forte  oaatello,  ae  ne  venne  a  qneUo  di  Capovana,  che 
é  all'  entrata  della  dttà,  fortissimo,  da  non  potersi 
vincere  per  battaglia.  Coloro  che  dentro  v*  erano  afia 
difeaa  oomincìarono  a  reaiatere  al  primo  assalto  ;  ma 
inviliti  per  la  presnra  di  quello  di  Santermo,  e  pil 
perchè  non  vedeano  apparecchiato  loro  soceorN, 
trattaron  la  loro  aalveua,  e  renderono  il  caeteDo  al 
re.  Avuto  il  re  queati  due  forti  cutelH  con  poca  fi- 
tioa,  a*  addirizzò  al  casteUo  dell'  Uovo  fuori  di  Na- 
poli sopra  il  mare,  il  quale  per  battaglia  nos  ai  potea 
avere,  ma  era  agevole  ad  aaaediare,  che  tutto  era 
in  mare,  salvo  d' una  parte  ai  cengtnngeva  con  una 
cresta  del  poggio;  in  sul  quale  il  re  fece  fare  «n 
battìfolle.  Que'  del  castello  sapendo  che  il  loro  soc- 
corso non  potea  eaaere  d*  altra  parte  che  per  mare, 
e  in  quello  mare  non  era  alcuna  fona  del  re  d' Uà- 
gheria,  innanzi  che  ai  volesaono  recare  allo  atreno, 
ai  patteggiarono  col  re,  e  renderongli  il  oaateOo.  A- 
vuto  il  re  proaperameate  queste  tre  caatella  in  poco 
tempo,  fece  molto  rinvigorire  gli  animi  de*  Napole- 
tani. E  vedendo  che  non  v'  era  rimaao  altro  die  il 
oaatello  Nuovo  eh' è  a  capo  della  città,  dove  era  l'abi- 
tazione reale,  il  quale  era  sopra  modo  forte  e  bene 
fornito,  tanto  era  creaduta  la  baldanza,  che  nel  fer- 
vore del  loro  animo  con  molto  apparecchiamento  si 
misono  a  combatterlo  da  ogni  parte,  con  aspra  e  fiera 
battaglia.  Ma  dentro  v'era  Gulforte  fratello  di  Currado 
Lupo,  cui  il  re  d*  Ungheria  avea  laadato  vicario  ano, 
ed  era  accompagnato  di  buona  gente  di  masnade,  e 
bene  fornito  alla  difeaa,  sicché  per  niente  m  tra- 
vagliarono deUa  battaglia.  E  certificati  che  per  for- 
za non  lo  potevano  avere  (che  Gulforte  era  fede- 
le al  ano  signore),  presono  consiglio  d'abbarrare  tra 
il  castello  e  la  dttà,  e  così  fu  fatto,  e  misonvi  buo- 
na guardia  ;  deche,  fuori  che  dalla  marina,  il  oaatello 
era  assediato.  E  poi  senza  combattere  o  assalirle, 
r  una  gente  e  V  altra  d  atettono  lungamente. 

CAPITOLO  XXXVI. 
Come  U  re  Luigi  prese  U  conte  d*  Apici, 

Avendo  il  re  Luigi  vittorìoaamente  racquistato 
tre  cosi  forti  castelli,  e  laadando  il  quarto  assedia- 
to per  terra  e  per  mare,  con  la  aua  cavallerìa,  e 
con  le  masnade  del  doge  Guemierì  si  mise  a  ca- 
vdcare  aopra  i  baroni  che  si  teneano  col  re  d' Un- 
gheria, e  In  prima  andò  sopra  il  conte  d' Apici,  fi- 
gliuolo del  conte  d'Ariano.  0  conte  vedendoai  ve- 
nire il  re  addoaso  con  gran  forza  d'  uomini  d^ame, 
ai  racchiuse  in  Apid,  e  ivi  si  afforzò  alla  difeaa  co- 
me potè  il  meglio.  0  re  faceva  apeaso  aaaalire  la 
terra.  Vedendo  il  conte  che  non  ne  attendea  aoccor- 
80,  e  che  il  cutello  non  era  forte  da  poter  fare  lun- 
ga difesa,  s'arrendè'  alla  misericordia  del  re:  fl  quale 
trattò  d'avere  dei  suoi  danari  trentamila  fiorini  d^oro, 
e  rimiado  nel  auo  atato,  riconciliato  alla  aua  grazia. 


*  f'  aecordb,  edii.  duta. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


23 


CAPITOLO  XXXVIL 
Come  il  re  Luigi  a$sediò  Noterà. 

Prosperando  la  forlana  il  re  Lu^  nelle  lieyi 
coie,  gli  dava  iperanxa  di  prendere  le  maggiori,  e 
però  si  mise  di  presente  con  latta  sna  gente  nel  pia- 
no di  Paglia,  e  diriuossi  a  Nocera  de^  Saracini,  ohe 
si  guardava  per  la  gente  del  re  d^  Ungheria.  Ma  pe- 
rocché la  città  era  grande,  e  guasta  e  male  accon- 
eia  a  potersi  difendere,  sentendo  gli  Ungherì,  che 
dentro  t*  erano,  l' avvenimento  del  re  con  la  sua  gen- 
te, abbandonarono  la  terra,  e  ridnssonsi  nella  róc- 
ca di  sopra,  ch'era  larga,  e  molto  forte  alla  difesa, 
e  ivi  rldassono  tutte  le  loro  cose.  E  sopravvenen- 
do il  re  Luigi,  senza  contraato  con  tutta  sua  gente 
entrò  nella  città:  e  trovando  il  castello  sopra  la 
terra  forte  e  bene  guemito  alla  difesa,  conobbo- 
no  che  non  era  da  potersi  vincere  per  forca  di  bat- 
taglia, e  però  non  tentarono  di  combatterlo  :  ma 
avendo  la  città  in  loro  balla,  affonarono  in  ogni 
parte  intomo  alla  rócca,  e  puosonvi  V  assedio,  spe- 
rando d^  averla,  poiché  gli  Ungherì  e  i  Tedeschi  e- 
rano  per  la  mortalità  malati  e  mancati,  e  molti  se 
n'  erano  iti  per  lo  mancamento  del  soldo,  e  non  era 
loro  avviso  che  a  tempo  potessono  avere  soccor- 
so ;  e  però  tenendo  que'  del  castello  di  Nocera  as- 
sedìatiy  cavalcarono  lutto  il  piano  di  Paglia  infino 
presso  a  Barletta  ;  e  avendo  cominciato  a  prendere 
ardire,  trovando  che  Currado  Lupo  vicario  del  re 
d'Ungheria  non  ne  aveva  forse  d'entrare  in  campo 
col  re  Luigi  \  nò  di  soccorrere  gli  assediati  di  Nocera, 
era^  assai  possibile  al  re  di  mantenere  V  assedio,  e 
di  fare  tornare  T  altre  terre  di  Paglia  alla  sua  volon- 
tà, cavalcando  oon  la  sua  forza  il  paese.  Ma  il  fal- 
lace duca  Guernieri,  eh'  avea  milledugento  cava- 
lieri tedeschi  in  sua  compagnia,  conoscendo  il  tem- 
po che  for  lo  potea  signore  e  trarlo  di  guerra,  si 
mise  a  fargli  quìstione,  e  non  lo  lasciò  muovere 
dall'  assedio,  né  andare  ali*  altre  terre  per  luogo 
tempo  :  dando  luogo  a  Currado  Lupo,  avversario  del 
re,  di  potersi  provvedere  al  soccorso.  E  il  re  non 
era  potente  da  sé  di  cavalleria  né  di  moneta  che  sen- 
n  il  duca  potesse  fornire  le  sue  bisogne',  e  però 
oonvenia  che  seguisse  più  la  volontà  corrotta  del 
duca  Guernieri  ohe  la  sua.  B  non  ne  avea  ardimento 
di  mostrare  sospetto  di  lui,  per  paura  che  peggio 
non  gli  facesse,  e  da  sé  noi  potea  partire  senza 
peggiorare  la  sua  condizione,  e  crescere  la  forza  e  '1 
vigore  a' suoi  nimici.  Ed  essendo  così  intrigato  e 
male  condotto^  per  avere  un  capo  a  tutti  i  suoi  sol- 
dati^, perde  tempo  pia  di  cinque  mesi  al  disutile  as- 
sedio, e  diede  tempo  a*  nimici  di  procacciare  aiuto 
e  soccorso,  come  fatto  venne  loro,  secondo  che  ap- 
presso racconteremo. 


*  da  Utter§  eaimpo  contro  td  re  iMÌgi^  «dis.  citata. 

*  impreu,  ha  Tediaione  dtmta. 

'  a  tutta  ìa  fona  ds*  $uoi  toldati  ecc.  Bdis.  dtata. 


CAPITOLO  xxxvm. 

Come  Currado  Lupo  liberò  Nocera, 

Mentre  che  V  usedio  si  manteneva  per  lo  re 
Luigi  a  Nocera,  Currado  Lupo,  eh*  era  rimase  alla 
guardia  del  reame  per  lo  re  d'Ungheria,  intese  a 
sollecitare  il  re,  tanto  che  gli  mandò  una  quantità 
di  danari  per  ristorare  la  gente  che  per  la  mortalità 
gli  era  mancata  :  il  qaale  di  presente  cavalcò  in  A- 
bruzzi,  e  condusse  de'  cavalieri  tedeschi  eh'  erano 
in  Toscana  e  nella  Marca,  tanti,  che  co*  suoi  si  trovò 
con  duemila  barbute:  e  lasciatine  una  parte  alla 
guardia  delle  terre,  che  per  lui  si  teneano,  e  eletti 
milledugento  cavalieri  in  sna  compagnia,  si  propo- 
se di  soccorrere  gli  assediati  del  castello  di  Noce- 
ra. Il  re  Luigi  avendo  sentito  come  Currado  Lupo 
avea  accolta  gente  per  venire  centra  lui,  di  presente 
mandò  il  conte  di  Minerbino,  e  il  conte  di  Sprecch 
tedesco,  con  ottocento  cavalieri  a  impedire  i  passi, 
che  Currado  Lupo  co*  suoi  cavalieri  non  potesse  en- 
trare nel  piano  di  Puglia.  Ma  il  detto  Currado,  come 
franco  capitano  e  sollecito,  la  notte  si  mise  a  cam- 
mino, e  fu  prima,  partendosi  da  Guglionese,  vali- 
cato i  passi  ed  entrato  nel  piano  di  Paglia,  che  la 
gente  del  re  vi  fosse  a  impedirio,  e  senza  arresto, 
co' suoi  cavalieri  in  quello  dì  cavalcò  quaranta  mi- 
glia, e  la  sera  giunsono  a  Nocera  in  sul  tramon- 
tare del  sole  ;  e  perocché  erano  molto  affaticati  della 
lunga  giornata,  e  i  cavalli  stanchi  e  1*  ora  tarda, 
se  n'entrarono  nel  castello  senza  fare  altro  assalto, 
o  riceverlo  dalla  gente  del  re  Luigi.  E  questo  av- 
venne, imperciocché  del  subito  avvenimento  sbigottì 
forte  la  gente  del  re,  e  specialmente  essendo  u- 
sottigUato  forte  V  oste,  e  non  sapendo  che  della  loro 
gente  andata  a*  passi  si  fosse  avvenuto.  Il  re  reg- 
gendo la  sua  gente  sbigottita,  prese  1*  arme  e  mon- 
tò a  cavallo,  e  confortò  francamente  i  suoi  :  e  so- 
pravvenendo la  notte,  in  persona  ordinò  buona  e  sol- 
lecita guardia,  attendendo  il  ritomo  de' suoi  cava- 
lieri. I  nimici  eh*  erano  stanchi  intesone  a  mangiare, 
e  a  confortare  la  loro  gente,  e  dare  riposo  a' loro 
cavalli,  per  essere  la  mattina  alla  battaglia. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  il  re  Luigi  rifiutò  la  battaglia  con 
Currado  Lupo. 

La  mattina  seguente,  Currado  Lupo  innanzi  che 
scendessono  del  castello  nel  piano,  mandò  a  richie- 
dere il  re  Luigi  di  battaglia,  e  per  segno  di  ciò  gli 
mandò  il  guanto  per  lo  suo  trombetta.  Il  re  rice- 
vette il  guanto,  e  con  dimostramento  di  franco  cuo- 
re e  d' ardire,  senza  tenere  altro  consiglio  promi- 
se la  battaglia  :  perocdié  la  notte  medesima  il  con- 
te di  Minerbino^  e  1  eonte  di  Sprecch  erano  tornati 
con  la  loro  gente  al  soccorso  del  re.  Currado  a- 
vendo  la  risposta  dal  re,  come  accettava  di  venire 
alla  battaglia,   non    ostante  che  il  re  avesse  assai 


'  di  PaiadinOf  legga  la  eitata. 


28 


CRONICA 


Landò,  oblerà  da  parte  ooUa  sua  aohiera,  lornò  mi 
poco  di  campo,  e  veline  loro  alle  reni,  e  combatten- 
doli dinanii  e  di  dietro,  avvegnaché  v*  avesse  di 
valorosi  o»^  aliar!,  per  la  loro  mela  prowedeoia  in 
poco  d*  ora  con  non  troppa  aspresaa  di  battaglia 
gli  ebbono  vinti,  e  sbarattati  e  richiusi  tra  loro  per 
modo,  che  la  maggior  parte  co*  loro  capitani  fa- 
rono  presi,  e  pochi  ve  ne  morirono.  Qaelli  che  pote- 
rono faggire  ne  faggirono,  e  non  farono  incalciati 
perchè  erano  presso  alla  città,  e  i  loro  nemici  n*a- 
veano  assai  tra  le  mani  a  guardare,  sicché  non  si 
cararono  d*  incalciare  gli  altri.  Onesta  propriamente 
non  si  potè  dire  battaglia,  ma  uno  inretamento  da 
pigliare  baroni  e  cavalieri  di  grandi  ricchezie.  1  pre- 
si farono  tra  conti  e  baroni  venticinque  de*  mag- 
giori del  Regno,  con  molti  ricchi  cavilieri  napole- 
tani di  Capo?ana  e  di  Nido,  e  nobili  scudieri  e 
grandi  borghesi  e  baroncelli  del  Regno,  i  qaali  era- 
no tatti  bene  montati.  B  come  i  capitani  de*  Tede- 
schi e  degli  Ungheri  ebbono  raocolti  insieme  i  pri- 
gioni e  la  preda,  con  grande  festa  e  sollauo  d*a- 
vere  acquistato  grande  tesoro  senza  fatica,  gli  con- 
dussono  ad  Aversa  ;  e  messi  i  baroni  e*  cavalieri  io 
sicure  prigioni,  V  altra  preda  divisone  tra  loro.  B 
questo  fu  a'  di  sei  di  giugno  1349. 

CAPITOLO  XLIX. 

Come  i  Napoleiam  ricomperarono  ia  foemdemmù^ 

da"  nimici. 

Dopo  la  detta  scon0tta,  la  gente  del  re  d*  Un- 
gheria avendo  presa  grande  baldania,  cavalcavano 
ogni  di  infino  a  Napoli,  e  per  tutte  le  contrade  cir- 
costanti alla  città,  senza  trovare  alcuno  contrasto. 
Ch*  e*  cavalieri  ch'erano  in  Napoli  e  qaelli  che  scam- 
parono della  sconfitta,  tutti  tornarono  in  loro  pae- 
se, e  i  Napoletani  non  ebbuno  più  ardire  di  monta- 
re a  cavallo  centra  i  nimici  ;  per  la  quel  cosa  assai 
picciola  gente  spesso  entravano  con  grande  ardire 
tra  Santa  Maria  del  Carmino  e  il  Santolo,  rubando 
e  facendo  preda  in  sul  mercato  :  e  per  questo  av- 
venne che  per  terra  non  v*  entrava  alcuna  vittuva- 
glia,  e  però  convenne  che  per  mare  vi  veniase  d*al- 
tri  paesi,  e  montasse  ogni  cosa,  fuori  del  vino,  in 
grande  carestia.  Vedendo  i  Napoletani  nella  forte 
de*  loro  nemici  tutto  il  loro  contado,  temendo  delle 
loro  vendemmie,  e  per  avere  alcuna  posa,  diedono 
a  Corrado  Lupo  e  a*  suoi  compagni  ventimila  fiorini 
d*oro  e  measer  Ramondo  del  Balxo,  e  messer  Ru- 
berto da  Sanseverino,  e  il  eonte  di  Tricario  anche 
della  casa  di  Sanseverino,  e  il  eonte  di  Santo  Agnolo, 
e  un  altro  barone,  ch*  erano  presi,  si  ricomperarono 
fiorini  centomila  d*  oro,  e  gli  altri  baroni  del  Regno 
e  cavalieri  si  ricomperarono  fiorini  cinquantamila, 
e'  cavalieri  e  scudieri  di  Napoli  si  ricomperarono 
altri  cinquantamila  fiorini  d*oro  :  e  al  conte  di  Sprecoh 
tedeaco,  e  messer  Goglielmo  da  Fogliano  e*  altri  sol- 
dati foreatieri  tolto  1*  arme  e'  cavalli,  Airone  lasciati 
alla  fede.  B  trovandosi  questa  gente  del  re  d*  Un- 
gheria fornita  d*  arme  e  di  cavalli,  e  piena  d*  arnesi, 
e  abbondante  d*  ogni  benoi  e  usai  danari  e  gioielli 


d*  oro  e  d*  anelito,  ripoiergli  nel  easteno  d*  Avcm 
senza  partirgli,  acciooché  ninno  avesse  esfione  di 
partirsi  del  paese.  B  per  accogliere  maggiore  loiora, 
i  danari  del  riscatto,  e  del  tempo  della  veadeBaùa, 
farono  pagati,  e  quotò,  il  paese  mentre  che  le  vei* 
deauue  durarono,  sooondo  la  loro  prosMSsa,  apu- 
sato  il  tempo  rìcomiiiciaroao  la  guerra  eoaM  jntìm, 
rubando  il  paese ,  e  aspettando  danari  frcKki  étl 
re  e  da*  Napoletani,  come  appresso  aegoeado  si  po- 
trà trovare. 

CAPITOLO  L 
Come  si  fé*  triegua  nel  Regno, 

il  papa  e*  cardinali  avendo  sentita  la  rotti  de' 
baroni  del  Regno,  e  che  *l  paese  si  guastava,  Banda* 
rono  nel  Regno  messer  Annibaldo  da  Ceccano  oir- 
dinale  di  Santa  Chiesa,  a  procacciare  di  conserraf» 
il  reame  acciocché  la  discordia  de*  doo  re  aaa  fii- 
stasse  quello  ch*  era  di  Santa  Chieaa.  U  cardiule 
giunto  a  Napoli  trovò  il  re  e*  Napoletani  in  bmìc 
atato,  e  i  paesi  pii  Terra  di  Lavoro  guaati,  rabita 
le  castella,  le  ville,  i  casali  ;  e  vedendo  che  la  for- 
za de*  Tedeschi  e  degli  Ungheri  guastava  tatto,  li 
mise  a  cercare  via  d*  accordo,  e  asdava  dall^  osa 
parte  all'altra,  ma  poco  frutto  di  oonoordia  sappe 
fare.  Onde  il  re  e*  Naìpolelani  avvedendosi  che  il  car- 
dinale non  facea  loro  profitto,  ai  condoasoae  a  oer- 
care  eglino  con  loro  confidenti*  B  aundarono  a  Cir- 
rado  Lapo  e  agli  altri  caporali  ad  Aversa,  e  ia  laa 
vennono  con  loro  a  ooncordia  ohe  dovessoao  li- 
sciare in  mano  del  cardinale  Averan  e  Capevi  e 
tulte  le  terre  e  castella  che  teneano  dal  Voltano  di 
Tuli  verno*  in  verso  Napoli,  per  tutta  Terra  di  La- 
voro e  di  Principato,  e  facendo  questo  avouoio 
contanti  oontoventinùla  fiorini  d*  oro*.  Le  terre  fa- 
rono laaciate  nella  guardia  del  cardinale,  e  i  di- 
nari furono  pagati  del  mese  di  gennaio  1349.  Al- 
lora ridono  il  conto  de'  danari  che  nveano  raasitif 
e  trovaronsi«  in  contanti  più  di  cinquecento  miglii- 
ìa  di  fiorini  d*  oro,  i  quali  di  molta  concordia  ai  di- 
viaono  a  bottino.  B*  caporali  dividitori  foronOt  Car- 
rado  Lopo,  e  il  doca  Guemieri,  e  il  oonte  di  Laido 
e  messer  Gianni  d*  Omiochi,  e  alcuni  altri.  B  oltra  i 
questo  tesoro,  e  oltre  a  nu>lti  deatrierì,  e  ricchi  ano- 
si,  e  armadure  che  cetano  avea,  ebbono  parte  dinol- 
te  vassetlamenta  d'argento,  e  di  croci,  e  di  calici  e 
d'altri  ornamenti  delle  chiese  ohe  avieno  spogliata, 
e  ornamenti  delle  donne,  e  drappi  e  veatiaieata  di 
grandissima  valuta,  de'  quali  erano  pieni,  aveadoaa 
spogliate  parecchie  città,  come  detto  abbiaiM.  Co- 
storo sopra  modo  ricchi,  paasato  il  Voltarne,  ai  di- 
liberarono di  partirsi  del  Regno,  e  tutti,  foori  che  Cur- 
rado Lupo«  e  fra  Moriale  e  gli  Ungheri,  che  ti  n^' 
tennono  per  lo  re  d'Ungheria  nel  Regno,  si  partiro- 
no e  menandone  molte  donne  rapite  a'  loro  «iri^ 
e  molte  altre  che  non  ne  aveano  marito,  cosa  straai  i 
disusata  tra'  fedeli  cristiani  ;  e  ricchi  delle  loro  n- 


*  L*edfi.  citati:  TuUno. 

^  Ridotti  a  tanto  atramo,  coma   potarono  aboraart  ss* 
tal  aomma? 


DI  MATTEO  VILLANI. 


39 


pioe,  quali  si  tornarono  in  Alemagna.  E  gli  altri  ri 
aparsoBO  nell'italiane  terre':  e  per  questo  modo  il 
Re^o  ebbe  alcuno  sollevamento  dalle  ruberie  e  dalla 
guerra,  ohe  catuno  si  posava  volentieri.  E  dandoci 
alquanto  triegua  le  novità  dello  sviato  Regno,  d 
s'apparecchia  nuova  e  lieve  cagione,  della  quale  surse 
«ome  di  picdola  favilla  fàoco  di  smisurata  grandezza. 

CAPITOLO  LL 
Di  novità  di   barbari  di  Bella  Marina. 

Tornando  alquanto   nostra  materia  a'  fatti  de' 
barbari,  in  questo  tempo  Buevem^  figliuolo  di  Balase^ 
della  Bella  Marina,  a  eoi,  come  addietro  è  narrato, 
il  detto  Bnevem  avea  mbellato  il  regno  di  Tremu- 
si,  sentendo  che  Maometto  suo  cugino  gli  avea  ru- 
bellato  Fessa   e  il  suo  reame,  liberò  di  servaggio 
mille  cristiaoi  e  misegli  a  cavallo  e  in  arme,  e  ac- 
colse sua  oste  di  quindicimila  cavalieri,  e  di  gran 
popolo  di  Mori  a  piò,  e  andonne  verso  Fessa,  con- 
tro a  Maometto,  il  quale  trovò  provveduto  con  ven- 
ticinquemila  cavalieri  e  di  grande  popolo,  e  fecelisi 
incontro  fuori  della  dttà  di  Fessa,  e  non  troppo 
lungi  della  città  commisono  aspra    battaglia,  nella 
quale  morirono  grandissima  quantità  di  Saradni  da 
catuna  parte  ;  in  fine,  come  piacque  a  Dio,  per  vir- 
tù de'  cristiani,  Maometto  fu  sconfitto,  e  la  sua  gente 
morta  e  sbarattata,  ed  egli  u  rifuggi  nel  castello  di 
Villanuova,  ove  Buevem  il  tenne  assediato  sei  me- 
ri  senza  speranza  di  poterlo  avere  per  la  grande 
fortezza;  e  però  argomentò  di  fare  fuggire  da  sé 
un  grande  caporale  de'  cristiaoi  con  sua  masnada, 
e  mostrando   di   perseguirlo  per  uccidere,  si  fug- 
gi a  Maometto  nel  castello,  il  quale  conoscendo  la 
prodezza  e  senno  de'  cristiani,  pensò  di  difendersi 
meglio,  avendo  costui  dal  suo  lato,  e  però  gli  fece 
onore  e  grandi  promesse,  perchè  avesse   materia 
d*  aiutarlo  e  d'essergli  leale.  Costui  mostrandosi  agro 
nimico  di  Buevem,  alcuna  volta  usci  taoti  percotendo 
il  campo,  e  ritornando^  con  onore  al  caatello.  Il  re 
Bnevem  mostrando  che  onta  gli  fosse  cresduta  per  la 
fuggita  dd  malvagio  criatiano,  ordinò  di  volere  com- 
battere il  eastello.  Maometto  sentendo  dò,  s'ordinò 
alla  difesa:  e  avendo  presa  confidenza  nel  eonesta- 
bile  cristiano,  gli  accomandò  la  guardia  d'  una  por- 
ta del   castello.  E  venendo  il   re  alla  battaglia,  il 
traditore  gli  aperse  la  portai  ed  entrato  dentro  con 
grande  sforzo,  prese  Maometto,  e  incarcerato,  in  po- 
chi dì  il  fece  morire.  E  andato  a  Peasa,    fu  rice- 
vuto come  re  e  loro  signore,  e  fu  coronato  re   di 
Morocco,  e  della  Bella  Marina  e  di  Tremnsi  in  po- 
co tempo,  essendo  il  padre  a  Tunisi,  il  quale  tor- 
nando poi  contro  al  figliuolo  per  lo  regno^  gli  av- 
venne quello  che  appresso  a  suo  tempo  diremo^ 


'  nelV  itaUan$  guerre^  legge  l' adiz.  citata. 
'  Buafwrn^  legge  la  citata  e  coel  appresso. 
'  Bàtata/r^  ediz.  citata  e  cosi  appresso. 
^  percotendo  al  campo  e  iomandOf  legge  la  dtata. 
'  E  venendo  Bnevem  alla  porta,  cosi  sena'  altro  dal  prin- 
cipio del  periodo  legge  la  citata. 
^  ne  diremOj  ediaioae  citata. 


CAPITOLO  Ln. 

Come  Balase  tornando  per  lo  suo  reame  contro 

al  figliuolo  ebbe  gratuie  fortuna^ 

e  poi  fu  avvelenato, 

Balase  avendo  acquistato  il  reame  di  Tunisi, 
e  perduto  quello  di  Bella  Marina  e  di  Tremusi,  di 
che  Buevem  suo  figliuolo  s'  avea  fatto  coronare, 
fece  in  Tunisi  re  uu  altro  suo  figliuolo,  ed  egli  con 
sei  galee  armate  e  una  nave  di  Genovesi  carica  di 
grande  tesoro  eh'  avea  tratto  di  Tunisi,  del  meae 
d' ottobre  del  detto  anno,  si  mise  in  mare  per  tor- 
nare nel  suo  reame  :  confidandosi,  che  essendo  con 
sua  persona  nel  paese,  i  suoi  sudditi  1'  nbbidireb- 
bono,  non  ostante  che  il  figliuolo  avesse  la  signo- 
ria. E  avendo  lasciato  il  suo  nuovo  re  in  Tunisi,  po- 
co appresso  la  sua  partita  gli  Arabi  entrarono  in  Tu- 
nisi, e  uccisooo  questo  figliuolo  rimaso,  e  fecionne 
re  il  nipote  del  re  di  Tunisi,  cui  Balase  avea  morto; 
e  'I  detto  Balase  essendo  in  mare,  una  fortuna  il 
percosse,  e  tutte  e  sei  le  sue  galee  ruppe,  e  tutti 
gli  uomini  perirono,  salvo  il  re  con  alquanti  com- 
pagni che  camparono  in  su  uno  scoglio  :  e  indi  le- 
vato da  certi  pescatori  fu  portato  a  Morocco,  ove 
riconoaduto,  fu  ricevuto  si  come  loro  signore.  La 
nave  col  suo  tesoro,  messasi  in  alto  pelago,  arrivò  in 
Ispagna,  e  il  re  Pietro  a'appropriò  il  teaoro.  Baluse 
essendo  ubbidito  in  Morocco  e  nel  paese,  di  presente 
accolse  sua  gente  di  suoi  baroni,  e  con  grande  oste 
andò  contro  a  Buevem  ano  figliuolo,  inverso  Fes- 
sa; e  oomiodato  a  guerreggiare,  veggendo  Buevem 
che  i  suoi  baroni  comindavano  a  ubbidire  al  padre, 
diaperandosi  della  difesa,  argomentò  con  incredi- 
bile tradimento.  Egli  avea  seco  una  aua  air  occhia, 
giovane  fanciulla,  figliuola  di  Balase  :  costd  ammae- 
strò di  quello  eh'  egli  volea  ch'ella  facesse  :  la  quale 
si  parli  da  lui,  mostrando  contro  suo  volere  essere 
stata  col  fratello',  e  tornò  al  padre,  il  quale  la 
vide  allegramente,  ed  ella  lui  come  caro  padre,  e 
commendatala  della  sua  venuta,  la  tenea  intorno  a 
so  come  figliuola.  Ma  la  corrotta  fanciulla  osser- 
vando la  malizia  del  fratello,  ivi  a  pochi  di  avve- 
lenò il  padre.  Finito  Balase  il  corso  della  sua  vi- 
ta, e  delle  sue  grandi  fortune  prospere  e  avverse, 
Buevem  ano  figliuolo  rimaae  in  tutto  re  della  Bella 
Marina,  e  di  Morocco  e  di  Tremusi^;  ma  poco  ap- 
presso i  Mori  gli  rubellarono  Tremusi ,  ma  egli  di 
presente  vi  mandò  grande  oate,  e  racquistò  tutto. 
E  montato  in  grande  potenzia,  per  forza  si  sottomi- 
se il  reame  di  Buggea  e  quello  di  Coatantina,  e  *1  lo- 
ro re  mise  in  prigione.  E  incrudelito,  per  ambizio- 
ne di  reggere  la  aignorìa  con  meno  paura,  in  brie- 
ve  tempo  fece  morire  ventidnque  suoi  fratelli  di 
diverse  madri.  Ed  esaltato  sopra  tutti  i  Barberi,  co- 
minciò a  usare  senza  freno  la  aua  lussuria,  e  gli  al- 
tri diletti  carnali,  ove  si  riposa  la  gloria  di  quelli 
saracini  ;  e  a  un'  otta  avea  trecento  mogli  e  grande 


*  Il  T.  Davanzati  :  mottrando  mal  tuo  volere^  e  tornò  ecc. 
^  Questi,  brutale  e  tiranno,  fece  almeno  tra  i  suoi  sud- 
diti fiorire  U  commercio, 


80 


CRONICA 


BOYero  di  Tergiiii,  le  più  nobili  e  le  più  belle  de'saoi 
reami  :  e  quaodo  gli  piaceva,  uaaTa  con  quella  che 
r  appetilo  della  sua  ooBcapiieenxa  rìcbiedeva,  e 
qaella  che  gli  era  a  grado  mettea  nel  namero  delle 
sue  mogli.  Uomo  fa  ridottalo  sopra  gli  altri  signori, 
e  upro  ponitore  di  giosliua  ;  e  con  grande  guardia 
e  con  molto  ordine  goYemava  i  suoi  reami.  Ai  cri- 
stiani mercatanti  face*  grande  onore,  e  Tplentìeri 
gli  rìcettaya  in  snoi  reami. 

CAPITOLO  LUI. 
Come  per  Uewi  eagiomi  su$eiiò  notiià  m  Bowutgna, 

Essendo  conte  di  Romagna  messer  Astorgio  di 
Daraforte  di  Proenxa,  il  quale  avea  per  moglie  nna 
nipote  di  papa  Clemente  sesto,  o  che  più  vero  fos- 
se sua  figliuola,  il  papa  Tamava^,  e  intendeva  a  far- 
lo grande.  Costui  il  di  della  Pasqua  di  Natale  del 
detto  anno,  mostrando  familiarità  co^  gentiluomini  di 
Faensa,  gU  fece  invitare  a  pasquare  con  seco.  Ed 
essendo  a  desinare,  riscaldati  dalle  vivande  e  dal  vi- 
no, messer  Giovanni  de*  Manfredi  dimestico  del  conte 
gli  disse  :  in  ootale  mattina  per  cagione  di  padrona- 
tico,  ci  è  debitore  il  vescovo  di  Faenia  di  mandare 
nna  gallina  con  dodici  pulcini  di  pasta,  e  con  car- 
ne cotta*  :  e  quando  questo  e*  non  fa,  a  noi  è  lecito 
mandare  alla  sua  cucina,  e  trame  la  vivanda,  e  dò 
che  in  quella  ii  trova.  La  gallina  non  è  venuta,  e 
però  piacciavi  che  con  vostra  licensa  noi  possiamo 
usare  la  ragione  del  nostro  padronatioo.  La  domanda 
là  indiscreta,  essendo  in  casa  altrui,  ohe  non  era 
certo  che  il  vescovo  avesse  fallato:  e  fl  conte  con 
poco  sentimento,  non  considerando  il  perìcolo  della 
Doviti,  concedette  quella  liceuu  follemente.  Il  ve- 
scovo avea  fatto  suo  dovere,  e  avea  mandata  a  casa 
messer  Giovanni  d' Alberghettìno  la  gallina  e  i  pul- 
cini, a  cui  r  anno  toccava  quello  onore,  e  la  donna 
per  un  suo  scudiere  V  avea  mandata  al  manto  al  pa- 
fagio  del  conte  ;  ma  per  comandamento  fatto  a^por- 
tierì  per  lo  conte  che  alcuno  non  vi  lasciassero  en- 
trare, se  n*  era  tornato  a  casa.  Nondimeno  messer 
Giovanni,  eh'  avea  avuta  fa  licenxia  dal  conte,  disse 
a*  suoi  famigli  :  Andate,  e  chiamate  de'  nostri  amici, 
e  dite  loro  rechino  le  scuri,  ed  entrate  nel  vesco- 
vado :  e  se  le  porte  non  vi  sono  aperte,  coUe  scurì 
r  aprite,  e  delia  cucina  del  vescovo  gitUte  fuori  vi- 
vanda, e  ciò  che  ri  trovate  dentro.  Costoro  andan- 
do agli  amici  di  messer  Giovanni  diceano:  Togliete 
le  scuri,  e  venite  con  noi.  Coloro  eh*  erano  invitati 
che  togliessero  le  scuri  non  sapendo  la  cagione, 
pigliarono  anche  T  altre  armi,  e  V  uno  confortava 
r  altro  :  e  cosi  armati  traevano  a  casa  messer  Gio- 
vanni. Le  masnade  del  conte  a  pie  e  a  cavallo  che 
il  di  ariano  la  guardia,  temendo  di  queata  norità, 
Irassono  a  casa  messer  Giovanni,  e  cominciarono  mi- 
schia contro  a  coloro  che  ivi  trovarono  armati^*  I 
terrauani  si  difendeano  non  sapendo  la  cagione  del 
fatto  :  fa  gente  traeva  da  ogni  parte  a  romore.  Sen- 


*  aiutava^  «dii.  oit.        *  €  di  carne  eotto,  edii.  citaU. 

*  U  Taato  Davaaaatì:  a  coloro  vi  trovarono  armoH. 


tendosi  fa  norità  al  palagio  dov*  arano  i  eeoTiInti) 
facendosi  il  conte  alle  ineatre,  vide  a  pie  del  pa- 
lagio uno  Franoeschino  di  Valle,  grande  andeo  di 
messer  Giovanni  Manfredi,  a  cai  commise  che 
se  da  sua  parte  a  comandare  alfa  sua  gente  e  m\ 
tadini  che  fasdaasono  la  lulh  e  non  oontaadt 
più  insieme.  Costui  disarmato  andò  a  fare  fl 
demento  da  parte  del  conte.  La  gente  del  coste,  dM 
conosoeano  costai  essere  amico  di  messer  CBovn^m, 
presono  maggiore  sospetto,  e  rivofaonsi  eontro  n  Ini, 
e  volendogli  uno  dare  deUa  spada  in  siflfa  testa,  pa- 
rando la  mano  al  colpo  gli  fu  taglfata:  e  aegnesido 
i  colpi  contro  a  lai,  fa  morto,  e  in  quello  alante  tre 
altri  amici  di  messer  Giovanni  vi  furono  tagliali  • 
BH>rtL  Per  fa  quel  cosa,  al  autto  movimeolo  ag- 
giunto la  vergogna  e  fl  danno,  generò  feUonfa  e  ade- 
guo in  messer  Giovanni,  e  concepnto  nel  pollo,  pro- 
pose nelfa  mente  di  tentare  cose  quasi  incredftfli 
a  poterli  venire  fatte,  secondo  fl  suo  piccolo  e  po- 
vero sfato,  le  quali  per  molto  atadio  ooperlaaMale, 
come  vedere  si  potrà  appreaao,  eondaaae  al  ano 
tendioMnto. 


CAPITOLO  UV. 


Come  meuer 


Manfredi  rubeliò  Pi 
alia  Chiesa. 


Messer  Giovanni  Riooiardi  de*  Manfredi  artméa 
concepnto  fl  tradimento  ch*egli  intendea  di  fare,  eo- 
minciò  segrefamente  a  dare  ordine  al  fatto;  e  ar- 
vennegli  bene,  che  fl  conte  aopraddelto  andò  a  corte 
a  Vignone.  E  per  alcuno  aenUmealo  di  gelosia,  per 
sicurtà  menò  con  seco  messer  Guglielmo  firalello 
eamale  del  detto  measer  Giovanni,  toma  par  grasde 
confidenza  di  sua  compagnia,  e  fasciò  vececoatò  aa 
Provenzale  di  poca  vktù,  con  trecento  eavidieri  a 
sua  compagnia  e  quattrocento  munadieri  per  guardare 
Faenza.  E  oltre  a  dò,  fasciò  fomite  le  fortaice  de8a 
città  e  le  castelfa  di  fuori.  Messer  Giovanni  di  neaaer 
Ricciardo  de'  Manfredi  con  molUastnua^  tenea  gnnde 
famiUarità  col  vececonle,  e  con  singnfare  studio  trae- 
va a  sé  r  amore  e  la  benivoglienza  de^  citladiaL  B 
come  gli  parve  tempo,  comueiò  a  mettere  coperte- 
mente  fanti  in  Faenza  a  pochi  insieme,  e  feceli  li- 
cettara  a' suoi  confidenti.  E  seppe  sì  fare,  ohe  in 
poco  tempo  ebbe  nelfa  dtkà  cinquecento  fanti  fore- 
stieri a  sua  petizione,  innanzi  che  fl  vececoale  o 
altri*  se  ne  fosse  accorto.  Ma  discordandosi  da  fan 
messer  Giovsnni  dello  Argentino^  sno  eoasorlo,  per 
ria  di  setta,  aent)  come  in  oerU  contrada  del  contado, 
gli  amid  di  messer  Giovanni  di  messer  Ricdardo  de* 
Manfredi  non  si  trovnvano,  e  non  si  sapea  dove  foa- 
sono.  E  per  questo  sospettando  di  tradimento,  fece 
sentire  al  vececonte,  oom'egli  sapea  che  gli  amid 
di  messer  Giovanni  di  messer  Ricdardo  in  cotale  e 
in  cotale  parte^  non  si  ritrovavano,  perchà  teasea  che 


*  n  Testo  DiTsnuti:  tioiifMi. 

*  Così  fa  diàtiu  II  T.  Divansati  :  atomo. 

*  La  edii.  dtaU:  ^  AlbersheUino, 

*  eontradOf  legg«  l'edisioat  dtata. 


j 


DI  MATTEO  VILLANL 


31 


ÌB  Faenza  non  appariise  novità  ;  il  viaoonte  avendo 
con  meiser  Giovanni  lingolare  amioixia  e  conflden- 
sa^  non  volea  intendere  di  lai  alcuno  sospetto,  ma 
provvedea^  al  riparo.  E  appressandosi  il  tempo  che 
il  fatto  si  dovea  muovere,  la  cosa  si  venia  piik  sco* 
prendo.  Allora  il  visconte  ingelosito  mandò  a  fare 
lichiedere  degli  amici  di  messer  Giovanni:  costoro 
andarono  prima  a  messer  Giovanni  a  sapere  quello 
eh*  avessono  a  fare.  Messer  Giovanni  disse  loro  : 
Tornatevi  a  casa,  e  armatevi  co*  vostri  parenti  e  a- 
mici,  e  levate  il  remore.  Ed  egli  co*  cittadini  con  cai 
•gli  si  confidavB,  e  co*  fanti  che  avea  messi  in  Fa- 
enza s*  andò  ad  armare,  e  accolto  il  suo  aiuto,  osci 
delle  case  armato,  e  fecesi  forte  a*  sooi  palagi.  Le- 
Tato  il  romore,  il  visconte  fu  a  cavallo  co*  suoi  ca- 
yalierì  e  co'  suoi  soldati  appiè',  e  dirizzossi  alle 
case  di  messer  Giovanni,  ove  aentiva  la  gente  ar- 
mata. E  giunto  al  luogo,  trovando  messer  Giovanni 
oc*  suoi  armati^  cominciò  a  combattere  con  loro  for- 
temente. Messer  Giovanni  co'  suoi  si  difendeva  vir- 
tadiosamente,  sostenendo  il  di  e  la  notte,  senza  per- 
dere della  piazza.  La  mattina  messer  Giovanni  prete 
una  parte  della  sua  gente,  e  misesi  sul  fosso  della 
dttè,  onde  attendea  soccorso  da  alcuni  suoi  amici 
di  fuori,  e  sforzandosi  il  visconte  di  levarlo  di  quel 
laogo,  non  ebbe  podere.  La  gente  venne,  e  misono 
un  ponte,  ch*aveano  fatto  però,  sopra  il  fosso,  e 
atati  da  quelli  d*  entro  valicarono  senza  contrasto,  e 
furono  trecento  Cuti  di  Valdilamone,  e  altri  amici  di 
messer  Giovanni,  e  due  bandiere  di  quaranta  cava- 
lieri che  vi  mandò  il  signore  di  Ravenna.  U  Proven- 
sale  sbigottito  per  codardia,  avendo  la  maggior  parte 
de*  cittadini  in  suo  aiuto,  e  tutte  le  fortezze  della 
città  in  sua  guardia,  e  T  aiuto  delle  masnade  di  Santa 
Chiesa  a  cavallo  e  a  pie,  ed  essendo  vincitore,  stan- 
dosi fermo,  tanta  viltà  gli  occupò  la  mente,  eh*  egli 
abbandonò  le  fortezze  della  terra,  e  la  libera  signo- 
ria eh*  egli  avea  nelle  sue  mani,  e  tutto  il  suo  o- 
Bore;  e  non  stato  cacciato^,  abbandonò  la  città,  e 
fuggissi  a  Imola  colla  sua  gente,  ove  per  reverenzia 
di  Santa  Chiesa  fu  ricevuto,  e  raccattato  mansueta- 
mente. E  abbandonata  per  costoro  la  dttà  di  Faenza 
e  le  sue  fortezze,  messer  Giovanni  di  messer  Ric- 
ciardo de*  Manfredi  ne  rimase  libero  signore^.  E  in- 
contanente si  ooUegò  col  capitano  di  Forlì,  e  col 
signore  di  Ravenna,  e  oo*  signori  di  Bologna,  che 
lemeano  della  Chiesa,  perchè  per  tirannia  teneano  le 
città  contro  al  volere  della  Chiesa,  e  segretamente 
davano  aiuto  e  consiglio  a  messer  Giovanni,  ac- 
docohè  Faenza  e  la  Romagna  non  rimanesse  ali*  ubbi- 


'  Edisione  citata  :  àleun  totp^Uo,  e  perb  non  proeedea 
al  riparo. 

'UT.  Daranzati  :  e  con  fanti  appiè  ioldati. 

*  Edis.  citata  :  e  no»  ne  estendo  cacciato. 

*  Non  avea  la  famiglia  Manfredi  mti  avuto  sovranità. 
Nel  1850  0  in  qnel  torno,  in  cui  entro  al  governo  di  Fa- 
enza, Giovanni  e  Raineri  e  Ricciardo  per  tatto  il  loro  re- 
gno, come  capi  dei  ghibellini,  mantennero  nna  guerra  o- 
stinata  colla  Chiesa.  Nel  1 956  il  cardinale  Egidio  Albornoz, 
inviato  da  Innocenzo  VI,  atrìnae  d'aaeedio  Faenza  e  la 
costrinae  a  capitolare.  I  Manfredi  a  forza  usciti  della  città, 
non  conservarono  allora  che  il  dominio  d'alcuni  castelli, 
6  indarno  nel  1861  ai  levarono  al  rìacquiito  dello  stato. 


dienza  della  Chiesa.  Questo  appresso  si  dimostrò 
manifestamente,  come  leggendo  nostro  trattato  si 
potrà  trovare.  E  questo  rubellamento  avvenne  a  di 
27  di  febbraio  del  detto  anno. 

CAPITOLO  LV. 

Come  il  capitano  di  Forlì  prese  BrelUnoro 

per  assedio. 

Del  mese  di  maggio  seguente,  gli  anni  Domini 
1350,  il  capitano  di  Forlì  vedendo  che  la  Chiesa 
avea  perduta  Faenza,  essendosi  collegato  co*  tiranni 
di  Bologna,  con  quello  di  Ravenna  e  di  Faenza,  che 
desideravano  al  tutto  sveglìere  la  Chiesa  di  Roma- 
gna e  la  sua  forza  ;  conoscendo  il  tempo,  fece  suo 
sforzo,  e  andò  ad  assedio  al  castello  di  Brettinoro, 
eh'  era  molto  forte  e  bene  fornito.  E  ivi  stando  lun- 
gamente, la  Chiesa  non  lo  soccorreva  per  avarizia, 
ma  scrivea  a*  signori  di  Bologna,  i  quali  amavano 
ohe  si  perdesse,  e  ai  comuni  di  Toscana,  che  aiutas- 
sono  al  conte  di  Romagna  a  soccorrerlo  senza  darli 
forza  di  gente  d*  arme.  E  stando  d' oggi  in  domane 
a  speranza  deli'  aiuto  degli  Italiani,  non  avendo  al- 
cuna forza  da  so,  il  conte  si  trovò  ingannato.  U 
capitano  stringeva  gli  assediati  con  ogni  argomento, 
i  quali  disperati  di  soccorso,  in  prima  i  terrazzani 
s*  arrenderono  al  capitano,  e  appresso  quelli  della 
ròcca  la  dierono  per  danari,  che  bene  la  poteano 
lungamente  tenere  e  difendere.  Ma  la  viltà  del  non 
sentire  apparecchiare  soccorso  gli  fece  affrettare  a 
trarre  il  loro  vantaggio. 

CAPITOLO  LVL 

Come  i  crisiiani  d*  Europa  cominciarono  a  tenire 

al  perdono. 

Negli  anni  di  Cristo  della  sua  natività  1350, 
il  di  di  Natale,  cominciò  la  santa  indulgenza  a  tutti 
coloro  che  andarono  in  pellegrinaggio  a  Roma,  fa- 
cendo le  visitazioni  ordinate  per  la  Santa  Chiesa  alla 
basilica  di  Santo  Pietro,  e  di  San  Giovanni  Laterano,  e 
di  Saoto  Paolo  fuori  delle  mura  di  Roma  :  al  quale  per- 
dono uomini  e  femmine  d*  ogni  stato  e  dignità  concor- 
sero di  cristiani,  con  maravigliosa  e  incredibile  molti- 
tudine, essendo  di  poco  tempo  innanzi  stata  la  gene- 
rale mortalità,  e  ancora  essendo  in  diverse  parti 
d'Europa  tra*  fedeli  cristiani;  e  con  tanta  doTOzione 
e  umiltà  seguivano  il  romeaggio,  che  con  molta  pa- 
zienza portavano  i  disagi  del  corpo  '  :  eh*  era  uno 
smisurato  freddo,  e  ghiacci  e  nevi  e  acquazzoni,  e 
le  vie  per  tutto  disordinate  e  rotte:  e  i  cammini 
pieni  di  di  e  di  notte,  gli  alberghi  e  le  case  sopra 
i  cammini  non  erano  sofQcienti  a  tenere  i  cavalli  e 
gli  uomini  al  coperto.  Ma  i  Tedeschi  e  gli  Ungheri 
in  gregge,  e  a  tarme  grandissime,  stavano  la  notte 
a  campo  stretti  insieme  per  lo  freddo,  standosi  con 
grandi  fuochi.  E  per  gli  ostellani  non  si  potea  ri- 
spondere, non  che  a  dare  il  pane,  il  vino  e  la  biada. 


*  U  T.  Davanzali  :  il  disagio  dtl  tompOf  dC  era  ecc. 


32 


CROmCA 


ma  di  prendere  i  danari.  B  molte  volte  avvenne,  che  i 
romei  volendo  seguire  il  loro  cammino,  lasciavano  i 
danari  del  loro  scotto  sopra  le  mense,  loro  viaggio 
legnendo:  e  non  era  ninno  de^  viandanti  che  gli  to- 
gliesse, infino  che  delfostelliere  venia  ohi  gli  prendea. 
Nel  cammino  non  si  facea  notte  né  romori  tra"  romei, 
ma  comportava  e  aiutava  Tnno  alP  altro  con  pazien2a 
e  conforto.  E  cominciando  alcuni  ladroni  in  Terra  di 
Roma  a  rubare  e  a  uccidere,  dai  romei  medesimi  e- 
rano  morti  e  presi,  aiatando  e  soccorrendo  Tuno  Tal» 
tro.  I  paesani  faceano  guardare  i  cammini,  e  spa- 
ventavano i  ladroni:  sicché  secondo  il  fatto,  assai 
furono  sicure  le  strade  e*  cammini  tutto  queir  anno. 
La  moltitudine  de"  cristiani  eh*  andavano  a  Roma  era 
impossibile  a  numerare  :  ma  per  stima  di  coloro  che 
erano  risedenti   nella  città,  che  il  dì  di  Natale,  e 
dtì*  di  solenni  appresso,  e  nella  quaresima  fino  alla 
pasqua  della  santa  Resurrezione,  al  contindvo   fos- 
sono  in  Roma  romei  dalle  mille  migliaia  alle  dodici 
centinaia  di  migliaia.  E  poi  per  V  Ascensione  e  per 
la  Pentecoste  più  di  ottocento  migliaia  ;  essendo  pie- 
ni i  cammini  il  di  e  la  notte,  come  detto  è.  Ma  ve- 
nendo la  state  cominciò  a  mancare  la  gente  per  Poc- 
cupasione  delle  ricolte,  e  per  lo  diaordinato  caldo  ; 
ma    non  si,  che  quando  v^  ebbe  meno  romei,  non 
vi  tossono  continovamente  ogni  di  più  di  dngento 
migliaia  d*  nomini  forestieri.  Le  visitasioni  delle  tre 
chiese,  movendosi  d**  onde  era  albergato  catnno,  e 
tornando  a  casa,  furono  undici  miglia  di  via.  Le  vie 
erano  si  piene  al  continovo,  che  convenia  a  catuno 
seguitare  la  turba  a  piede  e  a  cavallo,  che  poco  si 
poteva  avanzare;  e  per  tanto  era  più  malagevole.  I 
romei  ogni  di  della  visitazione  offerivano  a  catnna 
chiesa,  chi  poco,  e  chi  assai,  come  gli  parca.  D  santo 
sudario  di   Cristo  si  mostrava  nella  chiesa  di  San 
Pietro,  per  consolazione  de*  romei,  ogni  domenica, 
e  ogni  di  di  festa  solenne;  sicchò  la  maggior  parte 
de*  romei  il  poterono  vedere.    La  pressa  v*  era  al 
continovo  grande  e  indiscreta.  Perchè  più  volte  av- 
venne,  che  quando   due,  quando    quattro,   quando 
sei,    e  talora  fa   che  dodici  vi  si  trovarono  morti 
dalla  stretta,  e  dallo  scalpitamento  delle  genti  I  Ro- 
mani tutti  erano  fatti  albergatori,  dando  le  loro  case 
a*  romei  a  cavallo  ;  togliendo  per  cavallo  il  di  uno 
tomese  grosso,  e  quando  uno  e  mezzo,  e  talvolta 
due,  secondo  il  tempo;    avendosi  a  comprare   per 
la  eoa  vita  e  del  cavallo  ogni  cosa  il  romeo,  fuori 
che  il  cattivo  letto.  1  Romani  per  guadagnare  dia- 
ordinata mente,  potendo  lasciare  avere  abbondanza  e 
buono  mercato  d*  ogni  cosa  da  vivere  a*  romei,  man- 
tennero carestia  di  pane,  e  di  vino  e  di  carne  tutto 
r  anno,  facendo  divieto,  che  ì  mercatanti  non  vi  con- 
dncessono  vino  forestiere,  né  grano,  nò  biada,  per 
vendere  più  cara  la  loro.  Valsevi  al  continovo  uno  pane 
grande  di  dodici  o  diciotto  once  a  peso,  danari  dodici  ^ 
E  il  vino  soldi  tre,  e  soldi  quattro^  e  soldi  dnque  il 
peretto^  secondo  eh*  era  bnono.  11  biado  costava  il 


'  imo  pane  di  tedia  e  di  dieioUo  onde  di  ptio^  denari 
ventidue,  Edis.  cltatn. 

'  Specie  di  misnrA  della  forim  di  un»  pera.  È  nome 
d»  aginunt^ere  al  Vocabolario.  Il  Testo  Davunzatì  lu^^'i^c  il 
pìteUa,  cioè  U  piccolo,  voce  Iranceiio  Bno  aita  noia. 


ragghio,  eh*  era  dodici  profeade  cemnali,  a  com- 
perarlo in  groaso,  quasi  tutto  V  anso,  da  lire  quattro 
e  aoldi  dieci  in  Kre  cinque  :  il  ieno,  la  pafUa,  le 
legno,  il  pesce,  e  V  erbaggio  vi  furono  in  grande 
careatia.  Della  oame  v"  ebbe  coufeaevole  mereato, 
ma  frodavano  fl  macello^  mescolando  e  Tendendo 
insieme,  con  sottili  inganni.  In  mala  cane  colla 
buona.  R  fiorino  delP  oro  valeva  soldi  quaranta  di 
quella  moneta.  Nell^  ultimo  delP  anno,  corno  nel  co- 
mindameoto,  v*  abbondò  la  gente  o  poco  meno.  Mi 
allora  vi  concoraoao  più  signori,  e  grandi  dase,  a 
orrevoli  uomini,  e  femmine  à"  oltre  a*  monti  e  di 
lontani  paesi,  ed  eziandio  d"*  Italia,  che  nel  eomincia- 
mento  o  nel  mezzo  del  tempo  :  è  ogni  di  presso 
alla  fine  si  faceano  delle  dispensagioni,  del  visitare 
le  chiese,  maggiori  grazie.  E  neir  ultimo,  acciocché 
niuno  che  fosse  a  Rossa,  e  non  avesse  tempo  a  po- 
tere Timire  le  visitazioni,  rimanesse,  senza  la  gra- 
zia, senza  indulgenzia  de'  meriti  della  passione  di 
Cristo,  fu  dispensato  infino  air  ultimo  di,  che  cotono 
avesse  pien  smente  la  detta  indulgenzia.  E  cosi  fa 
celebrato  questo  anno  del  santo  giobbileo  la  diapen- 
ssgione  de'  meriti  della  passione  di  Cristo,  e  di  quelli 
della  Santa  Chiesa,  e  remissione  de'  peccati  de'  fedeli 
cristiant 

CAPITOLO  LVU. 

Perchè  s'ùUramesse  il  difUio  di' Orio  San  Michele, 

Era  incominciato  innanzi  alla  mortalità  il  no- 
bile edificio  del  palagio  sopra  dodici  pilastri  nella 
piazza  d*  Orto  San  Michele,  per  Carvi  granai  per  lo 
comune,  aociocchò  si  stosse  in  continua  provvisione 
di  grano  e  di  biada,  per  aov venire  il  popolo  ni  leai- 
po  della  careatia.  Ma  avvedendosi  il  comune,  che  il 
minuto  popolo  era  ingrassato  e  impoltronito  dopo 
la  mortalità,  e  non  volea  servire  agli  osati  mestierì, 
e  voleano  per  loro  vita  le  più  care  o  le  più  dilicate 
cose  che  gli  altri  antichi  cittadini,  e  con  questo  dis- 
ordinavano tutta  la  città,  volendo  di  aalario  le  fanti, 
femmine  rozze  e  senza  essere  ausate  a  servigio,  e  i 
ragazzi  della  atalla,  il  meno  fiorini  dodici  iranno,  e  i 
più  aperti  dioiotto  e  ventiquattro  d'oro  Tanno:  e  cosi  le 
baUe,  e  gli  artefici  minuti  d'opere  manuali,  volevano  tre 
cotanti  o  appreaso  che  V  usato,  e  i  lavoratori  delle 
terre  voleano  tutti  i  buoi  e  tutto  seme,  e  lavorare  le 
migliori  terre,  e  lascisre  l'altre:  penaarono  i  nostri 
rettori  con  buono  consiglio,  di  mettere  ordine  alle 
cose,  e  raffrenare  i  soperchi  ocn  certe  leggi,  ma 
per  cosa  che  fare  sapessono,  a  questa  volta  non  vi 
poterono  porre  rimedio,  e  convenne  che  a  Dio  si 
lasciasse  il  corso  e  T  addirrzzamento  dì  quelli  so- 
perchi, i  quali  ancora  nel  1362  durano,  poco  cor- 
retti, o  mancati.  Perocché  V  abbondanza  del  guada- 
gno corrompeva  il  comune  corso  del  ben  vivere, 
pensarono  che  più  utile  era  a  raffrenare  lo  ingrato 
e  sconoscente  popolo  la  carestia,  che  la  dovìzia.  E 
allora  ai  rimase  coperto  d' un  basso  tetto  V  edificio 
del  palagio  d'  Orto  San  Michele.  E  il  oomuno  avendo 
bisogno,  red.ioppiò  la  gabella  del  vino  alle  porte,  e 
do/c  pagdva  soldi  trenta  il  cogui>,  lo  recò  io  soldi 


DI  IIATTBO  VILLANI. 


33 


f  MianU.  E  chi  vendetse  Tino  a  minato,  dovesi e  pa- 
gare de*  dne  danari  l'ano  al  cornane.  E  di  nnoTO  pao- 
aono  soldi  due  a  ogni  staio  di  farina  che  si  logo- 
rasse nella  città,  e  danari  quattro  alla  libbra  della 
carne,  e  che  lo  staio  del  sale  si  vendesse  per  lo  co- 
mune lire  cioqae  e  soldi  otto.  E  non  voUono  che 
provvisione  di  grano  o  di  biada  si  facesse  per  lo 
cornane,  ma  in  contradio  ordinarono,  che  tatto  il  pa- 
ne vendereccio  si  facesse  per  lo  comone,  e  vendes- 
sesi  caro  :  e  qaale  fornaio  ne  volesse  fare  per  ven- 
dere, pagasse  d'  ogni  staio  soldi  otto  di  gabella  al 
comone.  Qaeste  farono  cose  di  grande  gravexsa; 
ma  tanto  era  V  utile  che  traeva  d*  ogni  cosa  U  mi- 
nato popolo,  che  meno  se  ne  curavano  che  i  mag- 
giori cittadini. 

CAPITOLO  LVm. 

Come  la  Chiesa  mandò  U  conte  per  racquUtare 
la  contea  di  Romagna, 

In  questo  anno   1350,  parendo  al  papa  e  a* 
cardinali,  con  vergogna  di  Santa  Chiesa  avere  per- 
duta la  signoria  e  la  proprietà  di  Romagna,  ordina- 
rono di  volerla  racquistare  per  forza  ;  e  avendo  pa- 
pa Clemente  sesto  volontà  d*  accrescere  onore  e  stato 
a  messer  Astorgio  di  Dnraforte,  conte  di  Romagna, 
suo  parente,  il  fece  capitano  della  gente  che  la  Chiesa 
intendea  di   mettere  in  arme  a   questo  servigio.  Il 
quale  accolse  quattrocento  cavalieri  gentUuomioi  in 
Proenza,  e  fece  suo  maliscalco  messer  Rostagno  da 
Yignone  della  casa  de*  Cavalieri,  prò*  e  ardito  e  va- 
loroso cavaliere.  E  la  Chiesa  gli  ordinò  noo  teso- 
riere, che  ricogliesse^  i  danari,  e  convertissegli  nei 
soldi  e  negli  altri  bisogni  che  occorressono  nella 
guerra,  a  volontà  dei  conte.  E  innanzi  che  il  conte 
si  movesse  di  Proeoza,  fece  a  Firenze  e  a  Perugia 
soldare    ottocento   cavalieri  e  mille  masnadieri   di 
buona  gente  d^arme.    E   oltre  a   ciò,    il  pepa  con 
molta  istanza  fece  richiedere  i  tiranni  di  Lombardia, 
cetano  per  so,  e  i  comuni  di  Toscana,  che  dovesso- 
no  aiutare  al  conte  a  racquistare  la  Romagna.  L*  ar- 
civescovo di  Milano  gli  mandò  cinquecento  barbute: 
messer  Mastino  della  Scala  gliene  mandò  dugento  : 
i  tiranni  di  Bologna  glie  ne  mandarono  dugento:  il 
marchese  di  Ferrara  cento  ;  i  comuni  di  Toscana  non 
vi  mandarono  loro  gente.  11  conte  di  Romagna  a- 
vendo  i  suoi  cavalieri  e  masnadieri,  e  questo  aiuto, 
a*  di  13  di  maggio  del  detto  anno  si  parti  da  Imo- 
la, e  addirizzossi  al  ponte  San  Brocolo;  ed  essendo 
il  ponte  molto  afforzato  e  bene  gnemito  di  gente 
alla  difesa  per  lo  signore  di  Faenza,  a*  di  15  del 
detto  mese,  con  aspra  e  dura  battaglia  combattero- 
no la  fortezza  e  vinsonla,  che  fu  assai  prospero  co- 
minciamento.    E  rafforzata  la   bastita  del  ponte,  e 
messovi  le  guardie  per  difendere  il  passo,  con  tutta* 
sua  cavalleria  s*  addrizzò  a  Salervolo,  uno  castello 
presso  a  Faenza  a  cinque  miglia,  il  quale  non  era 


murato,  nò  fortezza,  né  luogo  S  che  avendolo  vinto 
fosse*  grande  acquisto.  E  ivi  puose  T  assedio,  la- 
sciando per  mala  provvisione^  dì  porsi  a  Faenza, 
eh* era  male  fornita  e  poco  intera  alla  difesa;  e  i 
cittadini  non  amavano  la  signoria  del  nuovo  tiranno, 
e  però  fu  reputato  pe*  savii  follemente  'fatto.'  Il  ti- 
ranno di  Faenza,  messer  Giovanni  di  messer  Ric- 
ciardo de*  Manfredi,  che  stava  in  grande  paura  della 
città,  sentendo  posta  V  oste  a  Salervolo,  fu  molto 
contento,  e  prese  cuore  alla  difesa  ;  e  di  subito  mi- 
se masnadieri  in  Salervolo,  che  avea  soldati  in  To- 
scana, aperti  a  difendere  e  sapere  guardare  le  ca- 
stella, i  quali  francamente  difesono  la  terra  di  molte 
battaglie,  che  '1  conte  vi  fece  dare,  durandovi  V  as- 
sedio dal  di  17  di  maggio,  fino  a  di  6  del  pros- 
simo mese  di  loglio,  senza  lasciarsi  avanzare  alcu- 


na cosa*. 

CAPITOLO  LIX. 

.  Processo  de^  traditori  di  Romagna^  e  di  certi 

PtocenMli, 

Seguita  il  processo  de*  traditori,  che  si  prov- 
vedeano  con  molta  sagacità  a  ingannare  1*  uno  V  al- 
tro, e  catuno  infine  con  la  sua  parte  dell*  impresa 
rimase  disfatto  e  ingannato.  E  dell*  attizzamento  di 
questa  maledetta  favilla  crebbe  fuoco,  il  cui  fumo 
corruppe  tutta  Italia,  e  offuscò  gli  occhi  a*  liberi  po- 
poli, e  ottenebrò  la  vista  de*  aacri  pastori,  e  fu  ca- 
gione di  nuovi  avvenimenti  di  signori,  e  di  grandi 
e  gravi  revoluzioni  di  stati,  come  seguendo  a*  loro 
tempi  racconteremo.  Per  questa  impresa  della  Chie- 
sa, i  tiranni  di  Bologna  (che  allora  erano  messer  Gio- 
vanni e  measer  Iacopo  di  messer  Taddeo  di  Romeo 
de*  Peppoli  di  Bologna)  avendo  occupata  la  città  alla 
Chiesa  di  Roma  sotto  certo  censo,  ed  essendo  in  gran- 
de stato  e  pompa .  dell9  signoria ,  temeano  che  la 
Chiesa  non  racquistasse  la  signoria  di  Romagna  ;  e 
dalPaltra  parte  si  tenea  dissimulando  per  lo  conte, 
che  per  lo  loro  caldo  e  favore  messer  Giovanni  de* 
Manfredi  avesse  rubellata  Faenza  alla  Chiesa,  e  che 
segretamente  atassono  a  mantenere  la  difesa.  E  però 
il  conte,  che  era  più  aperto  in  coperta  malizia,  che 
in  aperta  prodezza  o  virtù,  contino vo  attendeva  a 
tendere  auoi  lacci,  come  i  tiranni  i  loro,  e  mostra- 
vansi  insieme  con  molta  confidanza,  e  grande  amistà, 
e  davansi  aiuto  e  consiglio  V  uno  ali*  altro,  coperto 
di  frode  e  di  dolo. 


^  HeevetHf  ha  Tedisioat  citata. 

'  La  citata  :  E  rajff^ofMarono  la  hastita  del  ponU;  e  mi' 
f  em  la  gente  per  difeea  del  passo.  E  con  tutta  eco. 

Villani  M.,  C^^ntco,    Yol.  II. 


I  II  T.  Ricci:  nel  luogo. 

'  La  citata  :  fosse  stato* 

'  provvedefutUf  ha  la  citata. 

*  Questo  Astorgio  di  Dnraforte,  o,  secondo  altri,  Ettore 
Dnraforte,  mandato  da  Clemente  VI  sopra  Faensa,  ebbe 
fallita  l'impresa  perchè  gli  Ordelaffl  signori  di  Fori),  i 
Malatesta  signori  di  Rimini  e  i  Visconti  di  Milano,  c^e 
tutti  aveano  qaalcbe  ruggine  colla  Chiesa,  fornirono  di 
forti  soccorsi  il  Manfredi 

8 


34 


CRONICA 


CAPITOLO  IX 

Come  messer  Giof^amU  de*  PeppoU  cercò  accordo 
dal  conte  a  messer  GiotamU, 

Io  fira  *|.  tempo  già  detto  dall'  «Medio  di  S«- 
lerrolo,  crescendo  coDtiaovo  la  fona  del  conte  per 
lo  snsaidio  de'  danari  della  Chiesa,  e  dell*  andata  cke 
giognea  in  aiuto  al  conte,  meaaer  Giovanni  de^  Peppoli, 
per  tenere  in  tranquillo  il  conte  e  farli  perdere  teai- 
pò  cominciò  un  trattato,  di  Toler  riducere  meaaer  Gio- 
vanni Manfredi  di  Faenza  air  ubbidienaa  di  Santa  Chie- 
sa :  e  mandò  a  dire  al  conte  die  volea  essere  in 
ciò  mexsano,  facendo  a  Santa  Chiesa  riaTcre  suo 
diritto  e  suo  onore.  U  conte,  ch^  era  di  natura  e  di 
studio  maliaioso,  si  mostrò  molto  contento  di  voler 
seguire  questo  trattato,  mostrando  in  questo  e  nelFal- 
tre  cose,  volersi  reggere  per  suo  consiglio,  dicen- 
do, che  cosi  aveva  in  mandato  dal  Santo  Padre  :  e 
nondimeno  sapea  al  certo,  che  per  operazione  de*  si- 
gnori di  Bologna  e  del  capitano  di  Forlì,  e  co*  lo- 
ro daniri,  al  presente  era  entrato  il  duca  Guemieri 
con  cinquecento  barbute  alla  difesa  di  Faenza.  E  dato 
lo  intendimento  a  messer  Giovanni  acciocché  seguisse 
il  trattato,  egU  con  sollecitudine  mandava  in  Faen- 
za auoi  aoBbasciadori,  e  nell*oate  al  conte,  e  mostra- 
vasi  già  il  trattato  venire  a  concordia.  Allora  il  con- 
te mandò  a  dire  a  messer  Giovanni  a  Bolognaper  li  suoi 
medesimi  ambasciadori,  che  innanzi  che  fermasse  la 
concordia,  volea  essere  personalmente  con  lui  in 
Bologna,  o  dovunque  gli  piacesse,  per  dare  compi- 
mento a  questo,  e  ragionargli  d'altre  aegrete  cose, 
che  dal  Santo  Padre  avea  in  commissione  di  confe- 
rire con  lui  :  e  però  mandasse  a  dire  dove  e*  volea 
eh*  egli  veniase,  die  avuta  la  risposta,  con  piccola 
compagnia  aubito  sarebbe  a  lui. 

CAPITOLO  LXL 

Come  messer  GiotamU  de*  Peppole  asulò  nelT  osie^ 

e  fu  preso. 

Measer  Giovanni  de'  Peppoli,  signore  di  Bologna, 
avendo  dal  conte  dimostramento  di  tanta  libertà,  e 
sentendo  che  il  papa  V  amava  e  davali  molta  fede, 
prese  aicortà  per  lo  trattato  ch'egli  menava,  e  perchè 
avefa  nell^oste  del  conte  dngento  de*  suoi  cavalieri, 
e  avea  grande  amistà  con  molti  altri  conestabili  dei- 
Toste.  B  volendo  mostrare  al  conte  com*egli  era  fedele 
di  Santa  Chiesa,  per  ricoprire  le  sue  coperte  opera- 
zioni fatte  contro  a  quella,  secondo  la  malizia  del 
conte,  pervenne  a  sua  volontà  :  e  contro  al  consiglio 
di  messer  Iacopo  suo  fratello,  di  presente  prese  in  sns 
compagnia  de*  maggiori  dttadini  di  Bologna,  e  di  suoi 
soldati  trecento  cavalieri,  e  promettendo  al  fratello  che 
non  passerebbe  Castel  San  Pietro,  si  mise  a  cammino. 
Ed  essendo  giunto  la  mattina  a  grande  buon  ora  a  Ca- 
stel San  Pietro  (come  il  peccato  il  condnceva,  e  le  fini 
de' tiranni  a*  apparecchiano  per  non  pensato  aontie- 
re)»  come  al  vide  a  Castel  San  Pietro  non  attese  la 
promesia  al  firstello,  ma  volendo  improvviso  e  tosto 
giugnere  al  conte,  cavalcò  senza  arresto  :  e  prima 


fn  giunto  al  padiglione  del  eonte,  che  sapesse  ohe 
vi  dovesse  venire  ;  e  scavalcò.  D  conio  fl  ricevette 
con  grande  feata,  mostrandogli  ne*semÌNanti  amare 
fraternale  :  e  molto  a^  allegrava  con  lui  della  sna  cor- 
teae  venuta.  E  qneato  fn  a*  di  6  di  loglio  in  anlla  na- 
na, che  *1  caldo  era  grande.  Innanzi  fece  venire  vini, 
fratte  e  confetti,  per  fare  rìnfreacare  lui  e  la  sn 
brigata  eh*  erano  ivi.  In  questo  soggiorno,  veg- 
gendosi  il  conte  tra  le  nwni  il  Unauio  di  Bdogna, 
0  ch^  egli  avesse  prima  penaato  il  tradimento,  o  che 
subitamente  Tanimo  il  tirasse  all^  inganno,  bevendo  e 
mangiando  insieme  in  grande  soliszzo,  mandò  il  ano  ma- 
liscalco  a  fare  armare  cavalieri  e  maanadieri  cui  egU 
volle,  dando  vooe  di  fare  assalto  a  quelli  di  Sakrvole.  B 
come  furono  armati,  fece  promettere  a*  cooestabfli 
paga  doppia  e  meae  compiuto,  acdocchè  non  si  met- 
tessono  alla  difeaa  dd  signore  di  Bologna.  Messer  Gio- 
vanni che  avea  bevuto  e  mangiato,  e  preso  rinfire- 
acamento  a  volontà  dd  conte,  aHendea  ohe  il  conte 
gli  parlasse;  e  non  vedendo  ohe  ne  facesse  sem- 
biante', disse  a  quelli  ambasdadori  che  quella  am- 
baaoiata  gli  aveano  portata,  che  dioeasono  d  coste 
die  si  dovea  diUberare  ;  e  già  coBundava  a  du- 
bitare. U  eonte  rìspuose,  che  attendeva  il  ano  mah- 
acalco,  ohe  di  presente  vi  aarebbe,  e  fomirebbono  il 
loro  parlamento.  Ancora  erano  le  parole,  quando  BNuer 
Roatagno^  maliscdco  dell*oste,  giunse  colla  gente  ar- 
mata al  padiglione  del  conte  ove  messer  Giovanni  attea- 
dea,  e  fogli  intorno  :  e  apparecchiatogli  ano  oavdlo 
de*  suoi,  disse  :  Messer  Giovanni^  montate  qui  sn:  e  im- 
mantinente vi  fn  poeto  pih  tosto  ohe  non  vi  sarebbe 
montato,  e  senza  conteaa  o  difesa^  di  asilo  fé  me- 
nato prigione  a  Imola^  Uno  suo  famiglio  condndò 
a  gridare  e  a  piangere,  dicendo:  Oimè,  aignore  mio: 
e  di  presente  gli  fa  morto  a*  piedi  E  giunlo  in  Imols, 


'  La  citato  :  «  vtdmtdo  thè  no»  im  faua  smkbiamiL 

*  Aristagmo,  ha  1'  edizione  dtaU. 

'  Dopo  qneaf  adone  d'no  traditore  contro  d'un  tradi- 
tore, il  conte  di  Romagna  ricondnaae  le  ine  tmppe  fopra 
Bologna  per  impoisessard  dell'  dtro  fratello  Giacomo,  ehe 
regnara  qnivl  unitamente  a  Gio.  Pq>oli  :  questi  invano  a 
tde  sorpresa  lagrimevole  s'era  riydto  d  Tidni,  peroe- 
che  odiandolo  tatti  dono  rdeva  soooorrere  on  tiranno.  B 
i  Bolognesi,  còlto  n  destro  della  sua  avversità,  gli  si  ribel- 
larono, le  campagne  erano  guaste  e  sacdieggiate  dalle  tmpps 
nemiche,  la  città  manomessa  e  spopolato  dd  soldati  ansi* 
Ilari  dd  P^U.  Mediante  però  la  somma  di  80000  fierid 
d' oro  ottenne  il  riscatto  dd  fratello  Giovand;  ma  dopo 
avere  ambldue  lottato  accanitamente  contro  gli  scogli  di 
che  la  loro  tirannia  gli  avera  attorniati,  vedendo  die  loro 
mancaTano  le  forse  a  sostenerd,  vendettero  la  sovradtà 
all'ardvesoovo  Visconti,  dgnore  di  Milano,  per  due  osato 
mila  florid  d' oro,  tradendo  con  infamemente  la  psirìti 
ed  il  partito  a  ed  i  loro  maggiori  erano  sempre  sted  ft- 
delmente  attocoati.  Ritiratisi  posda  in  castdia,  di  od  si 
erano  riservato  la  possesdone,  non  andarono  lungo  tempo 
impudti  deUa  loro  perfidia.  Giacomo,  accusato  di  avtfs 
cospirato  contro  la  patria  per  rivenderla  a'  Fforeotid,  vto* 
ne  messo  alla  tortura  e  condannato  col  figlio  Obixso  in 
prigione  a  vita.  Giovanni  fti  detenuto  a  Milano  sotto  ri- 
gorosa sorvegUansa,  e  le  castella,  che  lor  erano  stato  lasctsts 
nd  contratto,  loro  vennero  tolto  col  resto  ddla  fortaos, 
che  aveva  formato  l' ambidone  dd  loro  padri.  lUentrò  nel 
segdto  la  famiglia  Popoli  a  Bologna,  ma  bob  sorss  pi& 
alla  prisca  sua  dtessa  ;  s' uni  a  quella  dd  BentivogUo,  i 
qudi  duranto  il  loro  regno  erano  stati  favoreggiati  Vedi 
Famùffie  illuiUi  iP  Italia, 


DI  MATTEO  VILLANI. 


85 


fo  Beffo  nella  ròoea,  e  ordiaalogli  boona  guardia. 
I  eiUadiai  di  Bologna,  e  fatta  la  compagnia  che  a- 
¥ea  annata  di  Bologna,  e  i  dogento  cavalierì  che 
atea  tennli  neir  onte  in  aerrigio  del  conte,  in  quella 
Biedefima  ora,  come  preda  di  nemici  tinla  in  bal- 
laglia,  furono  prea i,  e  rohato  loro  V  arme,  e'  cavalli, 
e  gli  aneaL  B  i  addati  coal  robati  forono  cacciati  del 
campo  ;  e  i  cittadini  di  Bologna  forono  ritennti  pri- 
gioni alqnanti  ^  e  manifeatato  per  tutto  il  grande 
tradimento,  furono  laadati.  E  meaf er  Giovanni  rimaae 
in  prigione  :  il  quale,  dappoiché  pervenne  alla  tirannia 
di  Bologna,  non  tenne  fede  a  parte  guelfa,  né  a*aaoi 
cittadini,  né  ai  Fiorentini,  né  air  altre  città  di  ana 
vicinansa  :  e  però  forae  degnamente  con  tradimento 
fo  punito  della  eoa  corrotta  fede. 

CAPITOLO  LXn. 

Carne  il  eante  scoperse  T  olirò  iraitata  che  avea 

con  tneuer  Mastina. 

Non  oatante  che  fl  conte  teneaae  trattato  con 
meaaer  Giovanni  de^  Peppoli,  avea  trattato  con  meaaer 
Mutino  della  Scala,  che  venendo  egli  aopra  la  città  di 
Bologna  gli  darebbe  mille  cavalieri  in  aiolo  inflno  a 
guerra  finita.  Onde  eaaendo  venuto  fitto  al  conte 
d'avere  meaaer  Giovanni  a  prigione,  prete  grande  ape- 
ranaa  d*  avere  Bologna  con  ì*ainto  lU  metter  Mattino.  E 
aigniflcatogli  il  fatto,  e  domandatogli  Taioto  pro- 
meaao,  a  di  10  di  loglio,  del  detto  anno  1350,  ai 
levò  da  Salervolo,  e  venne  a  Imola  con  tutta  V  otte. 
E  come  uomo  di  poca  diacrezione  e  provvedenaa  pro- 
mite un^  altra  volta  paga  doppia  e  meae  compiuto 
a*  tuoi  cavalieri,  ae  per  fona  pigliaaaono  Caatel  San 
Pietro.  1  quali  cavalieri  di  preaente  andarono  al  detto 
cutello,  che  non  era  fornito  di  gente  né  provveduto 
alla  difeaa,  e  tenia  trovarvi  reaiatenaa  in  poca  d*ora 
I*  abbono  preao,  che  non  vi  morirono  quattro  per- 
aone.  E  coti  in  meno  di  dieci  di  i  toldati  del  conte 
ebbono  per  vitoperoae  cagioni  guadagnate  doe  paghe 
doppie  e  doe  meai  compioti,  ohe  montarono  un  gran- 
de teaoro:  e  non  parca  che  il  conte  ae  ne  coraaae, 
ae  non  come  aveate  a  diatriboire  il  teaoro  di  Santa 
Chieaa.  Le  quali  promeaae  follemente  fatte,  con  le  al- 
tre follie  della  tua  pasia  condotta,  al  fine  rendè  il 
BMrìto  a  Santa  Chieaa  della  prowiaione  di  ai  fatto 
capitano^  chente^  la  diaeiplina  della  gnerra  richiede. 
Ed  eaaendo  il  eonte  con  tutta  Toate  a  Caatel  San 
Pietro,  meaaer  Mattino  gli  mandò  ottocento  cavalieri, 
per  compiere  i  mille  ohe  promeaao  gli  avea,  ov'egli 
venìaae  ali*aaaedio  di  Bologna,  come  detto  i 


CAPITOLO  LXllL 

Carne  tneuer  Jaeapa  PeppaU  rimasa  mi  Balagna 
si  prateide  alla  difesa. 

Infra  queate  aopraddette^  tempeate,  meaaer  Iaco- 
po de'  Popoli,  eh*  era  rimuo  in  Bologna,  aentendo 
preao  il  fratello,  e  che  V  oate  del  conte  aveo  preao 
Caatel  San  Pietro  e  venia  aopra  lui  a  Bologna,  e  come 


meater  Matt'ao,  aignore  di  Verona  e  di  Vicenia,  a'era 
tcoperto  tuo  nimico,  non  tapea  che  ti  fare  ;  ma  come 
la  neceatità  intrigata  dalla  paura  argomenta,  man- 
dò per  toccorto  al  aignore  di  Milano,  e  al  marchete 
di  Ferrara,  e  al  comune  di  Firenze,  e  in  ogni  parte 
onde  tperava  avere  alcuno  aiuto  o  contigUo  ;  e  man- 
date le  lettere  e*  meaaaggi,  richiese  con  grande  i- 
stanza  i  cittadini  di  Bologna  che  a  questo  punto  toc- 
correatono  al  tuo  e  al  loro  pericolo.  I  quali,  già  do- 
mati dal  aervile  giogo  della  tirannia,  ettendo  ve- 
nuto il  tempo  della  franchezza,  per  povertà  d*animo, 
e  per  li  loro  peccati,  non  furono  degni  di  cotanto 
beneficio,  dio  aenza  contratto  a  quei  punto  era  in 
loro  potenzia  di  tornare  in  libertà.  E  aveano  il  co- 
mune di  Firenze  vicino  nimico  della  tirannia,  il  quale 
per  la  libertà  di  quel  popolo  avrebbe  prettato  loro 
aiuto  e  favore,  e  riparato  allo  attalto  del  conte,  con 
giuata  cagione  di  pace  e  di  concordia  con  la  Santa 
Chieaa,  dipotto  che  il  tiranno  foMc  della  tirannia. 
Ma  perocché  ne'  popoli  più  regna  coreo  di  fortuna 
che  libertà  d' arbitrio,  per  apparecchiarai  alle  debite 
pene  de*  peccati,  per  li  quali  V  empio  tiranno  regna, 
fu  accecato^  il  loro  intendimento  :  e  mollemente  s'ap- 
parecchiarono alla  difeaa  per  paura  del  tiranno,  com- 
battuti neir  animo  dall'  apparecchiata  libertà.  In  que- 
sto stante  V  ardveacovo  aignore  di  Milano  acuti  la  pre- 
sura di  meaaer  Giovanni,  e  acoperto  l'aninu)  di  meaaer 
Maatino,  mandò  al  conte  auoi  ambaaciadori  dolendoai 
dell'ingiuria  fatta  a  metter  Giovanni  tuo  amico,  e  di  ana 
lega*  e  compagnia,  dimandando  che  di  preaente  il  do- 
vette' liberare  :  e  quando  quetto  non  facette,  mandò 
comandamento  a'tuoi  capitani  ea^auoi  cavalierì  che  e- 
rano  al  servigio  del  conte,  che  di  preaente  si  dovessono 
partire  da  luL  U  conte  ritpuoae  di  non  volerlo  laadare 
perocché  aapea  al  certo  oh'  egli  avea  fatta  rnbcUare 
la  città  di  Faenza  alla  Chieaa  di  Roma.  E  come  te- 
nea  trattato  col  capitano  di  Fnrli  e  col  aignore  di  Ra- 
venna e  con  quello  di  Faenza,  di  rompergli  l' oate 
a  un  di  noBunato,  e  di  prendere  lui  a  grande  tra- 
dimento :  e  però  avea  preso  il  traditore,  e  intendea 
tenerlo  a  volontà  del  papa  e  di  Santa  Chieaa.  E  però 
fu  comandato  a'  cavalieri  dell'  ardveacovo  ohe  ai  do- 
veaaono  partire.  Ma  i  cavalierì  e' loro  capitani,  che 
aveano  promette  dal  eonte  di  due  paghe  doppie  e 
di  due  meai  compiuti,  non  ai  voUono  partire,  e  rì- 
iMaoBO  caaai  dal  aoldo  dell' ardveacovo;  e  il  conte 
con  lo  afrenato  animo,  non  guardandod  innanzi,  gli 
condnaae  al  tolde  della  Chieaa,  facendo  debito  ao- 
pra debito.  E  riveduta  la  ana  gente,  m  trovò  a  Ca- 
atel San  Pietro  con  tremila  barbute  e  con  grande 
popolo  di  aoldo. 

CAPITOLO  LXIV. 

V  aiuta  che  wtesser  Iacopo  accolse  per  guardare 

Bologna, 

Stando  il  conte  colla  tua  oate  a  Caatd  San  Pie- 
tro, e  cavalcando  il  conlado  di  Bologna,  l'ardve- 


'  quale,  voce  antlqatta. 

*  9prov9edutef  legge  U  Si  dtata. 


*  accattato,  leggono  buone  stampe. 

*  ed  una  ìega^  legge  la  citata. 

'  di  prigiofM  U  dwuH,  legge  la  dtata. 


H 


CRONICA 


scovo  di  Milano  mandò  di  proiento  treeonto  caTalieri 
in  Bologna,  per  ainto  della  guardia  d^entro.  E  comin- 
ciò a  penaare,  die  mantenedo  meaaer  Iacopo  nella  città, 
a  poco  insieme  condncerebbe  lai  e  la  terra  in  tali 
atremi,  che  agevolmente  alf  ultimo  ne  diverrebbe  si- 
gnore, come  in  fine  fatto  gli  venne.  Messer  Malatesta 
d*  Arimino,  eh'  era  allora  nemico  di  Santa  Chiesa,  vi 
venne  in  persona,  e  dato  conforto  a  messer  Iacopo,  gli 
lasciò  dflgento  cavalieri  de*  suoi,  e  tomossene  in  Ro- 
magna. Ma  i  Fiorentini  per  ninno  modo  vi  vollono  man- 
dare alcooa  gente  per  riverenzia  di  Santa  Chiesa  :  bm 
incontanente  vi  mandarono  ambasciadori  a  cercare  se 
tra  loro  e  il  conte  potessero  mettere  pace  o  accor- 
do ;  e  più  volte  andarono  da  Bologna  al  conte  sensa 
fare  alcuno  frutto  tra  le  dette  parti.  Messer  Iacopo  ve- 
dendosi più  r  uno  di  che  V  altro  ^  infievolire,  condus- 
se il  duca  Guemieri,  eh*  era  in  Faenza,  con  cinque- 
cento barbate;  il  quale  volendo  andare  a  Bologna, 
convenne  che  valicasse  per  lo  distretto  del  comune 
di  Firenze  nelF  alpi,  ove  lieve  era  a  impedire  per 
li  stretti  passi  :  ed  egli  era  nimico  del  comune,  e 
andava  contro  a  Santa  Chiesa.  Trovossi  die  fu  fat- 
tura de*  priori,  che  allora  erano  all*ufido,  senza  aen- 
timenlo  degli  altri  dttadini;  della  quel  cosa  in  Fi- 
renze ne  fu  grande  rìpitio  ;  ma  fatta  la  cosa,  si  ri- 
mase a  tanto%  e  il  doge  passò  sema  impedisMuto, 
e  con  tutta  sua  compagnia  se  n*  entrò  in  Bologna. 

CAPITOLO  LXV. 

Del  male  stato  che  si  condusse  la  città  di  Bologna^ 
e  di  certi  trattati  che  allora  si  tennono. 

Come  il  duca  Guemieri  co' suoi  cavalieri  fa  in 
Bologna,  preso  per  suo  abituro  una  contrada,  e  in 
quella  volle  le  caae,  e  le  masserizie,  e  quello  che  io 
esse  trovò  da  vivere,  come  se  egli  avease  presa  la 
dttà  per  forza  e  non  era  chi  osasse  parlare  contro 
al  auo  volere.  Gli  altri  soldati  ali*  esempio  di  costui 
cominciarono  a  fare  il  aiaugliante.  I  nemici  ài  fuori 
cavalcavano  ogni  dì  intomo  alla  terra,  pigliando  gli 
uomini,  e  predando  le  ville  del  contado,  venendo  spes- 
so fino  alle  porti.  Per  la  quel  coaa  la  dttà  eomindò 
a  sentire  grandissimi  disagi  e  carestia  d*  ogni  bone, 
e  i  dttadini  oppressati  dentro  e  di  fuori,  non  sa- 
pendo che  si  fare,  e  non  trovando  accordo  col  conte 
per  ambiziosa  superbia,  messer  Iacopo  e*  dttadini  di 
Bologna,  di  grande  concordia,  e  d*uno  consentimen- 
to, vollono  dam  la  guardia  di  Bologna  libera  al 
comune  di  Firenze,  disponendosi  d  tutto  di  volem 
lasciare  la  signoria  BMSser  Iacopo,  sperando  che  dò 
fatto,  colla  Chiesa  non  mancherebbe  accordo.  B  nel  vero 
questa  era  salutevole  via  :  ma  certi  dttadini  popolani 
di  Firenze  della  casa  degli  Alberti,  che  aveano  in  quel 
tempo  stato  in  Firenze,  ed  erano  per  la  Chiesa  al 
servigio  del  conte  e  del  tesoriere,  per  loro  spezia- 
lità  avvisandosi,  die  venendo  a  Bologna  alle  mani 
della  Chiesa^,  come  speravano^  e'  ne  sambbono  go- 


I  V  WM  d^  appr€$io  delP  àltrOf  ediz.  citata. 

*  ma  fatta  la  eota  «i  rimoMe.  A  tanto  il  doge  «oc  edis.  dt 

'  Il  T.  Ricd  :  del  conte.   Ne'  doe  fogli  precedenti  leggi 

T.  Ricci   quante  volte  noi  scrivemmo  T.  DavanaatL    Lo 

loaoibio  fa  per  abbaglio. 


vematori,  e  farebbonseie  riochì  e  grandi  ;  e  per  que- 
sta cagione  smossono  I  dttadini  di  Firanze  loro  ami- 
ci grandi  e  popolani  :  ed  eglino  medesimi  eeaendo  a 
consigliare  quello  ch*era  grandezza  e  stato  del  comu- 
ne, e  riposo  di  tutta  Italia,  d  opposono  d  contrario, 
dicendo,  che  il  oomme  n*oflSsnderebbe  troppo  il  papa, 
e*  cardinali  e  la  Santa  Chiesa.  Bd  essendo  iivoreg- 
giati  da*  loro  aodd,  abbono  podere  di  non  lasciare 
imprendere  al  comune  di  Firanze  queato  servigio,  e 
commisono  grande  materia  di  molto  bmIo  a  latta  Ita- 
lia, e  non  ne  pervennono  atta  loro  corrotta  intensio- 
ne. I  Bologned  disperati  di  questo,  ove  riposava  tutta 
la  loro  speranza,  e  *1  oonte  montato  nella  cima  detta 
sua  auperbia,  coloro  non  sapevano  più  che  d  fere, 
e  il  conte  credendo  senza  eoatrast6,  per  venire  d  suo 
intendimento,  d'avere  la  dttà  per  fona,  e  easendo  stato 
infino  al  settembre  a  Castel  San  Pietro,  volle  muo- 
vere 1*  oste,  e  porsi  su  le  porti  di  Bologna  j  e  sa- 
rebbegli  venuto  fatto,  tanto  erano  i  dttadini  op- 
pressati da*  soldati  d*  entro,  e  il  disagio  di  tutte  le 
cose  da  rivere,  le  quali  al  continuo  montavano  in  dis- 
ordinata carestia,  e  non  ne  aveano  capo  a  c«i  i  dt- 
tadini V  forestieri  ttbbidiasono,  ma  come  la  mala  prev- 
vedenza  dd  conte  meritò,  i  soldati  mossono  qoistto- 
ne,  come  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  LXVI. 

Come  i  soUaH  mouono  quisHone  al  conte^   •  fu 
loro  assegnato  messer  Qiotanni  FeppoU, 

La  mala  prowedenza  del  conto  di  Romagna  a- 
vendo  moltiplicata  gente  d*arme  al  suo   soldo,  e 
promesse  paghe  doppie  e  med  compioti  per  niente, 
e  daUa  Chiesa  non  veniaao  i  danari,  come  la  saa 
follia  avea  stimato  :  i  soldati  ooaoscendo  loro  tempo, 
essendo  a  pagare  di  parecchi  med  di  loro  propri  soldi, 
senza  le  pronMsse  dd  conte,  dissono,  che  di  qud 
luogo  non  si  partirebbono,  ae  prima  non  fessone  pa- 
gati decloro  propri  soldi  serritii  e  detto  paghe  doppie 
e  BMsi  compiuti  come  proBMSso  avea  loro»  il  quale 
aoldo,  cotte  promease  latte,  montava  eenlociaquan- 
ta  miglida  di  fiorini  d*  oro.  Il  eonte  vedendo  che 
la  Chieaa  non  gU  mandava  danari,  se  non  n  stento^ 
e  a  pocfal  insieme,  temette  ohe  i  soldati,  cà*  erano 
tutti  di  concordia,  a  uno  volere  non  lo  pigUtisono; 
onde  trattò  con  loro  per  avere  termine  di  fkra  venire  i 
danari,  e  diede  loro  in  pegno  measer  Giovanni  de*  Pep- 
poU,  e  certi  Bolognesi  ohe  avea  prigioni  a  Imola, 
e  Caatel  San  Pietro,  e  queUo  di  Luco,  e  quetto  di 
Docda,  eh*  egli  avea  acquistati  in  sd  Bolognese  :  e 
fu  con  loro  in  accordo',  come  avessono  la  posses- 
sione di  tutto,  aUora  cavdcherebbono,  e  porrebbonsi 
a  campo  stretto  alla  città  di^logna.   il  conte  fece 
dare  loro  i  prigioni  e  la  guardia  dette  casteUa,  e 
avutole,  volea  che  eavaleaasono.  I  soldati  eoUa  cor- 
rotta fede,  usati  de*  baratti,  dissono  che*!  pegno  non 
era  buono,  e  non  voleano  caralcare  nò  parlird  da 
Castel  San  Pietro.  Measer  Giovanni  de'  Peppoli  sea^ 
tendo  questo,  di  presente  ebbe  de*  conestabili,  e  trattò 


'  in  eoncordia,  edia.  dtata. 


DI  MATTBO  VILLANI. 


37 


con  loro  di  dare  eoDta&li  Sorìni  TODlkula  d^oro,  e 
per  f tadiolù  i  saoi  fiftinolì  e  qnelli  di  mefier  Iacopo 
MO  fratello,  e  certi  eittadiai  di  Bologna  per  lo  rì- 
maDCote,  ed  eUi  lo  liberaaaooo  di  prifione.  L*  accor- 
do fa  fatto  con  aaaenliaieoto  del  conte,  ae  infra  cer- 
to tempo  la  Chicca  non  aTcaae  mandati  i  danari. 
Venato  il  termine,  e  non  i  danari,  i  aoldatt  preaero 
fiorini  ventimila  contanti,  e  gli  atadichi  promeaai,  e 
lanciarono  meaacr  Giovanni^  il  qnale  tornò  in  Bolo- 
gna, e  il  fratello  e  la  parte  loro  forono  più  forti, 
e  aignori  di  potere  fare  della  città  a  loro  cenno,  Sen- 
na la  volontà  e  consiglio  decloro  cittadini,  perocché 
aMcaer  Giovanni  era  mollo  temuto,  e  capeva  bene 
eaaere  co' soldati  ne' fatti  della  guerra. 

CAPITOLO  LXVn. 

Come  wèsuer  (rtooofUN  tenne  suoi  iraiiaH 
delin  dM  di  Bolognm, 

Tornando  meaacr  Giovanni  in  Bologna ,  e  la^ 
aciati  a'aoMati  della  Chicca  gU  atadichi  promeaai, 
trovò  la  città  in  molto  male  stato  per  le  cagioni  gii^ 
dette,  e  non  vide  nodo  come  difendere  si  potesse, 
e  conobbe  che  perdere  gli  oonvenia  la  aignorìa  di 
Bologna  in  breve  tempo.  I  cittadini  di  FircnEc,  che 
desideravano  V  accordo  di  qoella  città  colla  Chiesa, 
sentendo  tornato  in  Bologna  messer  Giovanni,  vi 
mandarono  de*  loro  cittadini  pia  solenne  ambasciata, 
i  quali  da'  tiranni  furono  ricevuti  a  onore,  e  di  lo- 
ro volontà  trattarono  accordo  col  conte,  e  condus- 
aono  il  trattato  a  questo  punto  :  Che  i  tiranni  lascias- 
sono  al  tutto  la  signorìa  della  città  e  del  contado, 
e  renderla  alla  Chiesa  di  Roma  per  lo  modo  usato  : 
ch'ella  tornasse  al  govemamento  del  popolo,  e  a- 
vcre  continuo  i  rettori  della  Chicca,  e  pagare  il  censo 
consueto  ;  e  al  presente  voleano  rìcevcre  nella  città  il 
conte  con  cinquecento  cavalieri,  e  rìformare  doveano 
loro  stalo  al  popolo,  per  le  mani  di  quei  cittadini  che 
il  comune  di  Fireose  vi  aumdasse  a  ciò  fare.  N  con- 
te che  uvea  provati  i  rìmprocci  de*  soldati,  e  il  pe- 
rìcolo che  correa  con  loro,  dichinava  le  corna  del- 
la sua  superbia,  e  accondavaai  alla  detta  concordia. 
Ma  oome  pomposo  e  vano,  si  strìnse  al  oonsiglio  di 
queato Spartito  che  potea pigliare  con  mcaser  Gugliel- 
mo^ da  Fogliano,  e  con  aMsser  Frignano  figliuolo 
bastardo  di  messer  Mastino,  e  altri  conestabili  che 
v'  erano  per  meaacr  Mastino,  i  quali  non  v'  erano 
tanto  per  onore  di  Santa  Chiesa,  quanto  per  loro  van- 
taggio, per  cai  faceva  la  guerra,  e  speravano  con 
loro  milisia  conducere  la  città  di  Bologua  piuttosto 
in  mano  del  loro  signore,  che  del  conte  e  della  Chie- 
sa di  Roma  ;  i  quali  diaaono  al  conte  :  Tu  vedi  che  i 
aignorì  di  Bologna  non  possono  più,  e  la  città  è  con- 
dotta a  tanta  stremità  dentro,  che  delle  suni  tue  non 
puote  uscire  :  e  però  non  pensare  a  quecti  patti, 
che  noi  te  ne  faremo  libero  signore  colla  spada 
in  mano.  Il  conte  poBqN>so,  pieno  di  vanagloria, 
con  lieve  teata,  non  pensò  i  caci  che  occorrono 


'  ti  atrtMe  é  eonatfflSb  di  questo  eco.  Edis.  ditta. 
^  BmbmiOt  legge  U  dtata. 


nelle  guerre,  e  per  le  vane  promesse  de*  fallaci  adn- 
latorì  ruppe  il  trattato  menato  per  gli  ambasciadori 
del  comune  di  Firenze  fedelmente,  a  onore  e  a  be- 
neficio di  Santa  Chiesa,  e  a  rìcoveramento  di  rìposo 
al  fortunoso  stato  di  quella  città. 

CAPITOLO  LXVm. 

Come  messer  Giovanni  tende  Bologna  e'  suoi 
cittadini  alla  città  di  Milano, 

Vedendo  i  tiranni  la  sconcia  volontà  del  conte, 
si  pensarono  con  tradimento  de'  loro  cittadini  e  della 
loro  patria  venire  a  un  altro  loro  intendimento,  già 
mosso  per  la  maliaia  e  per  lo  sdegno  di  messer 
Giovanni;  e  però,  acciocché  più  copertamente  a' loro 
cittadini  poteasono  fare  l'inganno,  dissono  che  al  tutto 
erano  diliberati  di  voler  mettere  Bologna  nella  guardia 
del  comune  di  Firenie.  E  a  questo  i  Bolognesi  e  grandi 
e  piccoli  di  buona  voglia  s' accordarono,  e  sotto  que- 
sta concordia  elessono  tre  de'  knaggiorì  cittadini  di  cui 
il  popolo  ficeva  maggiore  capo,  e  questi  tre  con  altrì 
compagtti,  e  con  pieno  mandato,  mandarono  a  Fi- 
rensc  con  diversi  intendimenti.  Il  popolo  credendosi 
racquietare  libertà  e  pace  cotto  la  protcfione  del  co- 
mune di  Fireuie,  e  i  tiranni  avendone  tratti  i  capo- 
rali del  popolo,  pensarono  scusa  contrasto,  come  fat- 
to venne  loro,  di  venire  al  loro  intendimento,  di 
potere  vendere  la  città  e  i  suoi  c'ttadini  all'  arcive- 
scovo di  Milano.  Gli  ambasdadorì  in  fede  e  con  gran- 
dissima affezione  vcnnono  a  Firenze,  e  spuosono  la 
loro  ambasciata  solennemente  dinanzi  a' aignorì,  e 
a'  collegi,  e  a  molti  altrì  grandi  e  buoni  dttadi- 
ni  di  Firenze,  rìchiesti  e  adunati  per  la  detta  ca- 
gione. B  il  didtore  fu  messer  Ricciardo  da  Salice- 
to, famoao  dottore  di  legge,  e  la  sua  proposta  fu  : 
Ad  Dominum  eum  tribularer  clamati  etc,  E  con 
nobile  ed  eccellente  orazione,  e  con  eficad  ragioni 
e  induttivi  argomenti,  conchiuse  la  sua  dimanda,  a 
inducere  il  comune  di  Firenze  a  prendere  la  guar- 
dia della  città  e  de'  cittadini  di  Bologna.  I  governa- 
torì  del  comune  di  Firenze  già  aveano  alcuna  api- 
razione  del  trattato  eh'  e'  tiranni  di  Bologna  aveano 
col  signore  di  Milano,  e  comprendevano  che  questi 
ambMdadorì  fossero  mandati  a  inganno  :  nondime- 
no per  non  aversi  a  rìprendere,  in  quello  consiglio 
deliberarono  di  mandare  aolenne  ambasdata  al  conte* 
per  trovare  accordo  col  papa,  e  in  questo  mezzo 
di  OMudare  cavalieri,  e  de'  cuoi  cittadini  alla  guar- 
dia di  Bologna,  per  contentare  il  popolo.  Ma  l'al- 
tro di  vegnente  fu  manifesto  a'  signorì  di  Firenze 
e  agli  ambasdadorì  di  Bologna,  che  i  tiranni  l' a- 
veano  per  danari  venduta  all'  arcivescovo  di  Milano  ; 
e  fu  per  lettera  de'  tiranni  detti  comandato  a'  detti 
ambasciadori,  che  non  si  dovessono  partire  di  Fi- 
renze aenza  loro  comandamento;  allora  fu  al  tutto 
la  cosa  palese,  e  seguitò  il  fatto  come  appresso 
racconteremo. 


*  n  T.  Ricd  :  mandare  soleimi  ambaseiadcri  di  presente 
e  earie. 


88 


CRONICA 


CAPITOLO  LXIX. 
Secando  tratUUo  di  Bologna, 

M eiter  GioraiiDi  de*  Peppoli  aTrelMato  di  fde- 
gDO  della  sua  presura,  yedendo  che  però  perdea  la 
lirannia  di  Bologna  \  ayendo  con  non  piccola  fatica 
recato  meaier  Iacopo  al  ano  Tolere,  e  vota  la  terra 
de'  caporali  di  coi  temea,  e  fortificata  la  guardia  del- 
la città,  avendo  tegretamente  tonato  trattato  coli*  ar- 
civescoTO  di  Milano,  coli'  impeto  del  ano  diapettoao 
onore  ebbe  podere  di  vendere  la  città  e'aooi  citta- 
dini della  ana  propria  patria^,  e  da  cni  avea  ricevo- 
to  esaltamento  di  signoria  e  d' onore,  e  niente  per 
loro  difetto  del  ano  caso,  cosa  molto  deteatabile  a 
odire.  Costoi  vedendo  che  *1  eoo  trattato  era  scoper- 
to, cavalcò  di  presente  a  Milano,  e  fermò  la  aula- 
detta  vendita  per  dogentonula  fiorini  d*  oro,  de* 
qoali  si  dovea  dare  certa  parte  a'  soldati  della  Cliie- 
sa  per  riavere  gli  atatichi  che  avea  loro  lasciati 
per  liberare  la  soa  persona,  e  a  loi  e  al  fratello 
dovea  rimanere  in  loro  libertà  il  castello  di  San  €^- 
vanni  per  Ceaena^  e  Crevalcoore....^  E  tornato  Ini, 
manifestata  la  vendita,  i  Bolognesi  grandi  e  piccoli 
ai  tennono  aoggiogati  di  giogo  d'  incomportabile 
servaggio,  e  molto  si  doleano  paleaemente  e  in  oc- 
colto  Tono  coU' altro;  e  innanii  che  la  terra  si  pi- 
gliasse per  lo  signore  di  Milano  grande  gelosia'  ab- 
bono i  kaditori  della  patria,  e  molto  veggfaiarono  e 
di  di  e  di  notte  alla  gnardia  della  città.  Ma  i  vili  e 
codardi  cittadini  non  ardirono  di  levarsi  contro  a*  ti- 
ranni, né  a  moovere  remore  nella  terra  :  che  se  fat- 
te Tavessono,  leggiermente  eoll*aioto  del  eomone 
di  Firenie^,  a  coi  dispiaceva  la  vicinansa  di  A  po- 
tente tiranno,  sarebbe  venato  fatto  di  tornare  in  li- 
bertà. Alcona  triata  vista  no  feciono  mollemente,  e 
in  fine  ai  lasciarono  vendere  e  sottoporre  al  doro 
giogo,  del  mese  d^  ottobre  gli  anni  di  Cristo  1360. 

CAPfTOLO  LXX. 

Come  f  arciteieovo  di  Milano  mandò  a  pendere 
la  possessione  di  Bologna. 

Come  l'arciveacovo  di  Milano  ebbe  fermo  fl 
patto  della  compera  di  Bologna  con  messer  Giovanni, 
non  goardò  con  alcona  reverenaia  o  debito  di  ragio- 
ne che  la  città  fosse  di  Santa  Cbieaa,  ma  creadnto 
nella  tirannesca  soperbia  sobitamente  fece  apparec- 
chiare messer  Bernabò  ano  nipote,  figlinolo  di  mesaer 


'  la  iua  Urannia  della  iua  eiUàf  avendo  eoo.  Co8Ì  l'e- 
dizione dtaU. 

'  la  ciuà  co'  mot  eiUadinif  §  la  sua  propria  pairia.  Cosi 
la  oitftta. 

'UT.  Daraiunti  :  ia  Perceeena  §  Nomandola, 

*  Qui  il  Testo  citato  ha  una  lacuna. 

'  n  contrario.  I  Bolognesi  si  levarono  a  romore  quando 
fti  loro  pòrta  la  fatai  notizia,  ma  ninno  sorse  In  loro  aiuto. 
I  Fiorentini  sapevano  di  non  bastare  contro  il  possente 
Visconti,  e  conyiene  ben  dire,  che  non  ne  avessero  pare 
il  desiderio,  se  anch'essi  in  quella  starano  trattando  ooÌ 
PepoU  la  eompra  di  quella  sovranità.  Può  pensare  a  di- 1 
fondere  la  libertà  di  un  popolo  chi  sta  ^Mendone  mereato  T , 


StefiuOf  valente  noBM»  e  di  grande  ardire,  e  eoo  ad- 
lecinqoeeento  barbnte di  aoUatt  eletti  fl  nne  acasi- 
mino,  e  aundoHo  a  pigUate  la  tennta  di  Bologaa. 
Sentendo  qneata  vennla  fl  doen  finenlnrì,  ch'aia 
in  bando  dell'  arciveaeovo  di  Milano,  con  tolto  saa 
masnada  ai  porti  di  Bologna,  e  standnai  liguri  dsBi 
città,  accogUen  gente  aenta  soldo  per  lare  nna  com- 
pagnia. Meaaer  Bernabò  giunto  alla  cillà  entrò  dentro 
aenia  alcon  contraato  co' anoi  oavalierì,  e  con  Ira- 
cento  che  prisM  avea  alla  gnardm  di  Bologna  vi  si 
trovò  eon  mUlecinqnecente  barbnte:  e  praae  la  ta- 
noU  e  la  goardia  deUa  città  e  doBe  caateBa  ^  faori, 
e  appreaao  convocò  i  cittadini  a  parinaMnto,  e  pir 
fona  fece  loro  ratificare  la  vendita  fatta  per  i  tiranni, 
e  dinoovo  aggiodicarsi  fedeli  dell'  arciveaeovo  a  de' 
soci  soccessorL  B  V  obbligaiioni  e  le  carte  e  il  sa- 
ramento  fece  fare  fl  meglio  aeppe  divisare;  e  qae- 
sto  fo  fatto  att*  oacita  del  BMae  d*  ottobre  1150.  E 
cosi  ebbe  fine  la  tirannia  della  casa  di  RonMO  do' 
Peppoli,  grandi  ed  antichi  cittadini  di  Bologna,  i 
qoaU  erano  atati  onorali  e  tatti  aignori  dn'  loro  cit- 
tadini, daUn  cacciata  del  cardinale  del  Poggetta  le- 
gato del  papa,  i  qoali  aveano  loro  signoria  aumte- 
nnta  aasai  doloemente  eo*  cittndinl  Beaesdo  di  na- 
tnra  goelfi,  per  la  tirannia  erano  qoaai  alienati  daQi 
parte,  e  i  Fiorentini,  nmiciaaimi  di  qoèllo  eemons, 
trattavano  in  molte  ooae  con  diaaimnlata  e  corrotta 
fede  ;  e  perocchò  a*traditori  delta  patria  Ioato  para 
ohe  Iddio  apparecchi  la  vendette,  in  breve  tempo  aegai- 
tò  a  BMaser  Iacopo  e  a  nraaaer  Giovanni,  por  addietro 
tiranni  di  Bologna,  peni  del  peoeato  eomtaeaao,  ce- 
BM  aegoendo  noatra  BMterta  raecontereaM». 

CAPITOLO  LXXI. 

Come  eapiiò  U  conio  di  Romagna  e  t  oste 

detta  China. 

D  oonte  di  Bonuignn  ventoso  di  mqMibia,  e 
ineoatanto  per  poco  ienno,  fl  qoale  cotanta  fól- 
to potò  avere  con  grande  ano  gloiia  e  onore  di 
Santa  Chiana  ta  città  di  Bologna,  e  non  volntob  so 
non  colla  spada  in  bmuio,  secondo  fl  coniglio  do' 
nudvagi  compagni,  vedmidota  neUe  mani  del  potanlo 
tiranno,  vorrebbe  avere  credete  al  consiglio  de'Pie- 
rentini  Non  pwò  dimeno  perocchò  per  lotto  qno- 
ato  ta  citta  non  era  aOargata  di  vittoagln,  ma  |iii 
Ioato  aggravata,  e*  aoldati  erano  per  gli  atadieài 
che  aveano,  per  li  ventinula  fimii  ricevali,  allargali 
^  aperansa,  e  meaaer  Mastino  die  dell^impreaa  dell^ 
dveacovo  era  dolento  a  coore,  offerendo  al  eonta  tat- 
to ano  sfono  di  gento  e  di  prestare  danari  aUa  Chic- 
aa,  confortò  fl  conto  a  aegoitare  l' impreaa.  U  coate 
per  qoesto  si  recò  a  condnoere  fl  doca  Chiemieri  oca 
milledogento  barbole,  oacito  di  Bologoa,  e  raceolli 
gento  come  detto  ò,  meaaer  Maattao  aoohe  vi  anodo 
di  noovo  de'  sooi  cavalieri,  e  danari  per  cosaportare 
i  aoldati.  B  fl  conte,  fatto  grandi  impromeaae  a'  sei- 
dati,  moaae  fl  campo  da  Caatel  San  Pietro  e  voa- 
ne  con  V  osto  a  Bodri,  in  messo  tra  Bologna  e  Fer- 
rara, e  di  là  vaticarono  ad  ArgaUata  e  a  San  Gio- 
vanni in  Percesena,  e  ivi  stettono  dieci  di  aapettaado 


DI  MATTEO  VILLANI 


89 


danari,  oca  ìnteazioso   di  poni  preiao  a  Bologna 
dalla  parto  di  llodona,  por  lovaro  ogni  aocoorso  a 
noffor  Bomabò  :  il  quale  era  dentro  in  grande  aof- 
Aratta  di  Tittnaglia  o  di  atrame,  e  naie  rodato  da* 
eittadini,  e  però  atava  in  panra  e  non  a*  ardiva  a 
mnoTore.  Onde  la  dttà  era  a  partito  da  non  poter 
durare  :  e  per  fona  oonyenia  ohe  tornaaie  alle  ma- 
ni della  Chieaa,  ae  il  pagamento    o  in  tatto  o  in 
parte  foaae  Tonato  a*  aoldati.  Ma  chi  ai  fida  ne*  fatti 
della  gaem  alla  viata  delle  prime  impreae  de*pre- 
latì,  e  non  oonaiden  come  la  (%ieaa  è  naata  a  non 
mantenere  lo  impreae,  apeaao  ae  ne  traeva  ingan- 
nato. E'  non  Talee  al   eonte  aerirere  al  papa,  né 
mandare  ambaaciadorì,  né  tanto  moatnre  come  Bo- 
logna ai  raeqnìatava  eon  grande  onore  di  Santa  Chie- 
aa,  aaaai  potè  dolere  la  vergogna,  che  1*  arciveaco- 
TO  di  Milano  fheea  d' aTere  tolta  Bologna,  che  da- 
nari debiti  a*  aoldati ,  per  Tineere   coal  onorevole 
pagna^  veniaaero  da  corte.  Per  tanto  i  aoldati  non 
ai  Tollono  atrignere  a  Bologna,  anzi  di   loro  arbi- 
trio moaaero  il  campo  o  tornarono  a  Badri,  e  ivi 
eh'  era  luogo  abertoaOi  e  che  *1  mardieae  dava  co- 
pioBO,  ai  miaono  ad  attendere  ae  i  danari  decloro  aol- 
dl  e  dell*  altre  promeaae  Toniaaero  :  e  ivi  dimora- 
rono inino  a  di  28  di  gennaio  del  detto  anno,  e 
però  i  danari  non  vennono.  Per  la  qaal  coaa  al  con- 
te parca  malo  atare,  e  per  panra  di  aè  conaentt  a* 
aoldati  che  trattaaaero  d'  avere  le  paghe  aoatenate 
0  le  paghe  doppie  promeaae  per  lai  da  meaaer  Ber- 
nabò, condotto  in  parte  per  la  ana  mala  prowe- 
deaia,  che  altro  non  poteva  fare;  rimanendogli  al- 
enna  vana  aperanza,  che  ae  meaaer  Bernabò  non  ai  ac- 
eordatao  con  loro,  che  gK  farebbono  più  aapra  goer- 
ra,  ma  il  tiranno  a*  accordò  di  praaente  ad  accor- 
darli e  pagarli,  e  riavere  le  caatella  e  li  atadichì  ;  e 
qneato  forni  de*  danari  della  compra  che  avea  fatta 
di  Bologna.  In  qnealo  medeaimo  trattato,  eondaaae 
aettanta  bandiere  di  Tedeachi  e  Borgognoni  aoldati 
della  Chiesa  al  ano  aoldo.  Ed  eaaendo  assediato,  in 
coUnto  pericolo  ricolie  gii  Mdichi,  riebbe  le  caatella, 
ruppe  r  oate  de*  nimici,  liberò  la  città  delF  aaaedio, 
e  in  ano  di  mise  ih  Bologna  in  eoo  rfnlò  de'  ca- 
valieri della  Chiesa  mMleoim|decento  barbate  ;  e  tat- 
to gli   aTvenae  per  V  avarizia  de*  prelati  di  Santa 
Ckios»,  e  per  la  lem  e  targhesaa  della  sna  pecania. 
n  dwoa  Goernieri  colla  ana  compagnia  ai  ridoaao  in 
Doccia,  0  la  gente  di  meaaer  Maatino  e  del  maroheae  di 
Ferrara  ai  tornarono  a*  loro  aignori  ;  e  il  conte,  po- 
vero e  vitnperato  del  fino  della  soa  impreaa,  si  tor- 
nò oo*aaoi  Provenzali  in  Imola,  e  Bologna  ai  rima- 
ae  aotto  il  giogo  del  potente  tiranno,  mettendo  in 
paura  fotta  1*  Italia,  e  apoziahnento  la  parte  guelfa. 
Abbiamo  ateaamoafte  narrato  il  processo  di  questa 
gnorra  per  oaempio  del  pericolo  che  corre  de*  folli 
0  ambisioai  capitani:  e  come  per  troppa  attporbia 
apeaae  volto  volendo  tutto  ai  perde  ogni  coaa  :  e  a 
dJmoatrafo  corno  é  fbHo  chi  ha  fidanza  de'  dainari 
della  Chieaa  tn  le  impreae  della  guerra.  Ancora  que- 
ata  rivoltmra  di  Bologna  fu  cagiono  d'apparecchia- 


Qid  n  Tèato,  oome  hi  altri  luoghi,  ha  pmtga. 


re  a  tutta  Italia,  per  lunghi  tempi  grandi  e  gravi 
novità  di  guerre,  come  aegnendo  nostro  trattato  si 
potrà  vedere. 

CAPITOLO  LXXIL 

Come  i  (jftiozzo/olrt  di  Prato  cominciarono 
a  scoprire  loro  tirannia. 

Tornando  a*  fatti  della  nostra  città  di  Firenze, 
il  nobile  caatello  di  Prato  ci  dà  cagione  di  oomin- 
daro  da  lui,  nel  quale  la  famiglia  de'  Gnazzalotri  e- 
rano  i  migliori  e  più  potenti,  e  la  loro  grandezza 
procedeva  perocché  erano  amati  aopra   gli  altri  di 
quella  twra  dal  comune  di  Firenze  :  ed  easendo  guelfi, 
portavano  fede  e  ubbidienza  grande  al  nostro  comu- 
ne. Vero  é  che  quello  comune  vedendosi  in  libertà 
e  in  vicinanza  de*  Fiorentini,  per  tema  che  alcuna 
volta  non  ai  aommetteaaono  al  comune  di  Firenze 
aveano .  provveduto,  come  si  racconta  nella  cronica 
del  nostro  antecessora,  di  darsi  a  messer  Carlo  duca 
di  Calavra,  figtiuolo  del  re  Ruberto,  e  a'  suoi  discen- 
denti in  perpetuo,  con  misto  e  mero  imperio,  ed  e- 
gli  coal  gli  preae.  Nondimeno  si  manteneano  in  fede 
ed  amore  del  comune  di  Firenze.  Avvenne  che  morti 
gli  antichi  e  savi  cavalieri  della  casa  de'Guazzalotri, 
i  quali  conoacevano  la  loro  grandezza  procedere  dal 
comune  di  Firenze,  rimaaonvi  giovani  donzelli  :  i  quali 
trovandosi  nella  signoria  di  quella  terra,  mancando 
allora  il  governamento  della  casa  reale  per  le  for- 
tune del  Regno,  cominciarono  i  giovani  a  trapassa- 
re r  ordine  e  il  modo  de*  loro  antecessori  nel  gover- 
namento di  quel  castello,  conducendolo  a  modo  ti- 
rannesco. Della  quale  tirannia  spesso  veniva  richia- 
mo a*  priori  di  Firenze,  e  il  comune  per  lo  antico 
amora  che  portava  a  quelli  di  quella  casa  maudava 
pe'  caporali,  tra*  quali  il  maggiore  e  il  più  ardito  e 
riverito  da  tutti  a  quelle  stagioni  era  Iacopo  di  Za- 
rine, e  riprandevali  e  ammonivano  parentevolemente 
per  riducerU  alla  regola  de*  loro  maggiori.  Ma  i  gio- 
vani caldi  nella  aignoria  e  poco  savi,  iniziati  da  mal 
consiglio,  non  seguendo  il  consiglio  de' Fiorentini, 
Fon  di  appreaso  all'altro  più  dimoatravano  atto  ti- 
rannesco per  tenere  in  paura  più  che  in  amore  i  loro 
terrazzani.  E  per  dimostrare  in  fatto  quello  che  a- 
vevano  nella  mente,  feciono  di  aubito  pigliare  due 
Pratesi,  1*  uno  era  uno  buono  uomo  ricco,  vecchio  e 
gottoso,  r  altro  era  un  giovane  notaio  ricco,  onesto 
e  di  leggiadra  converaazione  :  a  cui  i   Guazzalotri 
a  altro   tempo  aveano  fatto  uccidere  il  padre,  e  a 
questi  due  appuosono,  che  voleano  tradiro  Prato,  e 
darlo  a*  Cancellieri  di  Pistoia.  Sentendo  questo  il  co- 
mune di  Firenze  mandò  per  Iacopo  di  Zarino,  e  per 
gli  altri  caporali  de'  Guazzalotri,  e  pregarongli  che 
non  aeguissono  questa  novità,  e  che  i  presi  dovesso- 
no  lasciare  ;  perocché  manifestamenio  sapieno  eh'  el- 
li  erano  innooenti:  tornarono  a  Prato,  e  contro  alla 
pragfaiera  del  comune  di  Firanze  atrussono  gì'  in- 
nocenti al  giudicio  :  e  aentendosi  in  Firenze,  il  co- 
mune, vi  mandò  ambaaciadori  e  lettere;  ed  easendovi 
gli  ambaaciadori  del  comune,  e  avuto  le  lettere  che 
gli  richiedeano  che  non  giudicaasono  a  torto  gl'in- 


44 


CRONICA 


fi  movesse  contro  a  lui,  che  V  alato  delP  arci- 
yescoTO  non  gli  mancherebbe.  E  avendo  cosi  pen- 
sato, senza  Indugio  accolse  cento  fanti  masnadieri, 
e  con  alquanti  cittadini  disperati  e  acconci  a  mal 
fare,  i  quali  accolse  a  questo  tradimento  della  patria, 
subitamente  corse  in  prima  alle  case  dei  suoi  con- 
sorti, e  affocate  e  rotte  le  porte,  prese  messer  Belo 
di  BMSser  Canta,  e  messer  Bino  e  Binuccio  suoi  fi- 
gttuoli,  e  Petruecio  di  messer  Bino  e  quattro  altri  pie- 
eoli  fanoiulli,e  tutti  gli  mise  io  prigione  ;  e  rubate  le 
case,  vi  mise  il  fuoco  e  arsele.  E  fatto  questo,  corse 
al  palagio  deVonsoli  rettori  di  quello  comune  :  e  non 
▼olendo  il  gonfaloniere  darli  il  palagio,  corse  alle 
caso  sue  e  arsele  in  sua  vista.  E  tornato  al  palagio, 
disse  agli  altri  consoli,  che  se  non  gli  dessono  il 
palagio  altrettale  farebbe  delle  loro  ;  onde  per  pau- 
ra gli  aprirono  ;  e  preso  il  palagio,  ^  lasciò  sue 
guardie,  e  eorse  la  terra.  I  cittadini  sentendo  pre- 
ai  i  consorti  di  Giovanni,  di  coi  avrebbono  potuto 
fare  capo,  si  stettono  per  paura,  e  ninno  si  mise  a 
contrastano.  E  cosi  disventnratamente  coir  aiuto  di 
meno  di  centocinquanta  fanti  fu  occupata  in  tirannia  la 
città  d'Agobbio  in  una  notte,  la  quale  aveva  seimila 
nomini  d*  arme.  Ma  I  peccati  loro,  e  massimamente 
le  ree  cose  commesse  per  le  città  d^  Italia  per  le 
contittove  rettorie  eh*  aveano  gli  uomini  di  quella 
città,  li  condusse  in  quelle,  e  nella  disciplina  della  nuo- 
va e  disusata  tirannia.  E  per  le  discordie  della  casa 
de*  Gabbrielli  a  queir  ora  non  avea  la  città  pode- 
stà, né  capitano,  né  altro  rettore.  Avevavi  alcune 
masnade  de*  Perugini,  i  quali  Giovanni  ne  cacciò 
fuori  ;  e  *l  dì  seguente  avendo  cresciuta  la  sua 
forse  dentro,  se  ne  fece  fare  signore  ;  e  di  pre- 
sente, come  potò  il  meglio,  si  forni  di  gente,  e  di 
notte  facea  sollecita  guardia,  e  fortificava  la  sua  si- 
gnorìa. 

CAPITOLO  LXXXIII. 

Come  il  comune  di  Perugia  e  il  capitano  del 
Patrimonio  andarono  ad  oste  ad  Agobbio. 

Sparta  per  lo  paese  la  nuova  signoria  d*  A- 
gobbio,  messer  Iacopo,  eh*  era  capo  della  casa  dei 
Gabbrielli,  e  allora  era  capitano  del  Patrimonio  per 
la  Chiesa,  co^suoi  cavalieri,  e  con  aiuto  d'alquanti 
suoi  amici,  di  subito  cavalcò  a  Perugia;  e  il  co- 
mune di  Perugia,  che  si  sentiva  offeso  per  lo  cac- 
ciare della  sua  gente  d*  Agobbio,  a  furore  di  po- 
polo si  mosse  a  cavalcare  popolo  e*  cavalieri  con 
messer  Iacopo,  e  puosonsi  a  oste  intomo  alla  città 
d*  Agobbio.  Vedendo  Giovanni  di  Cantuccio,  nuovo 
tiranno,  che  il  comune  di  Perugia,  e  messer  Iacopo 
e  altri  suoi  consorti  con  forte  braccio  Tavieno  as- 
sediato, e  che  da  so  era  male  fornito  a  potere  re- 
sistere, e  de*  suoi  cittadini  d'  entro  non  si  potea 
fidare,  sagaoemente  mandò  nel  campo  a*  Perugini 
suoi  ambasciadori,  i  quali  da  parte  di  Giovanni  dis- 
sono :  Signori  Perugini,  Giovanni  Cantuccio  ci  man- 
da a  voi  a  farvi  assaporo,  com*  egli  è  di  quella 
casa  de*  Gabbrielli,  ohe  sempre  furono  amatori  e 
fedeli  del  vostro  comune,  e  cosi  intende  d*  essere 


egli;  e  intende  che  M  comune  di  Perugia  aiqqa  ia 
Agobbio  ogni  onore  o  ogni  giurisditiono  ohe  da 
qui  addietro  avere  vi  solca,  e  maggiore.,  e  vuole 
rendere  i  prigioni  ;  ed  e*  si  partisaono  dall*  naso- 
dio,  e  mandassono  in  Agobbio  quo*  savi  oittadiu 
di  Perugia  cui  elli  volessono,  a .  metterò  in  ordiM 
e  riformare  il  govemamento  del  comune,  o  ricovero 
i  prigioni!  La  profferU  fu  larga,  e*  Poruguu  pie 
baldansosi  che  discreti,  confidandosi  fòUomoAte  el- 
la promessa  del  tiranno,  eleasero  ambasciadori  ehe 
andassono  a  ricevere  i  prigioni  e  riforauire  la  città, 
e  misongli  in  Agobbio  :  e  dì  presente  si  lovaroee 
da  campo  della  terra  e  tomaronsi  in  Perugia,  e  la- 
sciarono messer  Iacopo  a  campo  colla  gente  d*anae 
eh*  avea  della  .Chiesa,  il  quale  rimase  ali*  aaaedio 
più  di  partiti  i  Perugini  ;  pensando  eoli*  aiolo  dei 
suoi  cittadini  d*  entro  potere  da  sé  alcuna  oose,  e 
se  la  fede  di  Giovanni  fosso  intera  co*  Penigioi, 
potere  tornare  in  Agobbio.  Gli  aasbasciadorì  dot 
Perugini  entrati  in  Agobbio,  con  grandissisM  feele, 
odimostramento  di  grande  amore  e  confidenza  Cnroiio 
ricevuti  da  Giovanni.  E  cominciolli  prinui  a  convitare 
e  tenerli  in  desinari  e  in  cene,  e  tranquillarli  d*ogfi 
in  domane  ;  e  strigoendolo  gli  smbasciadorì,  diaae 
che  volea  prima  vedere  partito  N.  Iacopo  dati*  as- 
sedio. Messer  Iacopo  s*  avvide  bene  dell*  ingaaoo, 
ma  stretto  dagli  ambasciadori  Perugini,  acdoochè 
a  lui  non  si  potesse  imputare  cagiono  che  por  Ini 
seguitasse  la  discordia,  si  parti  dall'  assedio  e  lor- 
nossi  nel  Patrimonio.  Gli  ambasciadori  di  Perugia, 
partitosi  messer  Iacopo,  con  pia  baldanza  atrigoeaao 
Giovanni,  di  rivolere  i  prigioni,  e  ordinare  il  reg- 
gimento della  guardia  della  terra,  com*  egli  avea 
promesso.  Il  tirsnno  vedendosi  levato  1*  assedio, 
tenea  con  più  fidanza  gli  ambasciadori  in  parole,  e 
trovando  nuove  cagioni  a  dilungare  il  tesapo,  gli 
tenea  sospesi.  Ma  vedendo  che  oltre  al  debito  mo- 
do gli  menava  per  parole  per  sdegno  si  partirono 
d*  Agobbio,  e  rapportarono  al  loro  comune  1*  in- 
ganno che  Giovanni  avea  fatto.  A*  Perugini  ne  par- 
ve male  :  ma  non  trovarono  Ira  loro  concordia  di 
ritornarvi  ad  oste.  Nondimeno  il  nuovo  tiranao, 
pensandosi  più  gravemente  avere  offeso  il  comune 
di  Perugia,  non  ostante  che  fosse  per  nszlone  e  per 
patria  guelfo,  si  pensò  d*  aiutare  coi  ghibellini.  E 
mandò  ambascisdori  a  M.  Bernabò  eh*  era  a  Bolo- 
gna, dicendo:  che  volea  tenere  la  città  d* Agobbio 
dal  suo  signor  messer  Tarcivescovo  :  e  pregollo  che 
gli  mandasse  gente  d' arme  alla  guardia  sua  e  della 
terra  ;  il  quale  senza  indugio  vi  mandò  dngentooiB- 
quanta  cavalieri,  e  appresso  ve  ne  mandò  maggiore 
quantità,  parendoli  avere  fatto  grande  acquisto  al- 
la sua  intenzione.  Giovanni  da  so  sforzò  i  saoi 
cittadini  per  avere  danari,  e  fornissi  di  gente  d*  ar- 
me a  piò  e  a  cavallo;  e  vedendosi  fornito  alla 
difesa  si  dimostrò  palesemente  nimico  de*  Perugi- 
ni, come  sppresso  seguendo  nostro  trattalo  raccon- 
teremo. 


I»  MAITBO  VILLANI 


45 


CAPITOLO  LXXXIV. 
Come  cominciò  T  ì*m  dà*  Genovesi  a*  faiesiant. 

Essendo  cresciato  scandalo  nato  d*  invidia  dì 
slato  Ira  il  comune  di  Genova  e  quello  èi  ^egia, 
lenendosi   ciascano  il  maggiore,  comfiiciamento  fu 
di  grave  e  grande  guerra  di  mare.  E  \m  pHina  ca- 
gione che  mosse  fu,  che  avendo  avnOÒ  i  Genovesi 
guerra  e  briga  con  Giannisbec  imperadore  utile  Pro- 
vincie del  Mare  Maggiore,  a  cai  i  Genovesi  svelino 
arsa  la  Taaa  e  fatto  danno  grande  alla  gente  sua, 
per  la  qual  cosa  i  Genovesi  non  polieno  colle  loro 
galee  andare  al  mercato  della  Tana,  anzi  facevano 
a  Gaffa  porlo,  e  per  terra  vi  faceano  venire  la  spe- 
zieria  e  altre  mercalanxie,  con  più  costo  e  avarie 
che  quando  usavano  la  Tana.  I  Yenetiani  dopo  la 
detta  briga  s*  acconciarono  co|K  imperadore,  e  alla 
Tana  andavano  con  loro  navigli  e  colle  loro  galee 
per  la  mercatantia,  e  traevanla  a  migliore  mercato, 
la  qual  cosa  mettea  male  a'  Genovesi.    Per  la  qual 
cosa  richiesono  i  Veneaisni,  e  pregarongli  ohe  si 
dovessono  accordare  con  loro  a  fare  porto  a  Caffé, 
e  darebbono  loro  quella  immunità  e  fondaco  e  fran- 
chigia eh'  avieno  per  loro  :  e  facendo  questo,  V  a- 
vrebbono  in  grande  servigio;    ed  essendo  in  con- 
cordia, non  dottavano  che  Giannisbec  si  recherebbe 
a  far  loro  ogni  yantaggio  die  volessono,  per  ritor- 
narli al  mercato  della  Tana  :  e  questo  tornerebbe  in 
loro  profitto,    e  in  onore  di  tutta  la  cristisnità.  I 
Veneziani  non  vi  si  poterono  per  alcun  modo  reca- 
re, anzi  dissono,  che  intendeano  d*  andare  con  loro 
legni  e  galee  alla  Tana  e  dove  più  loro  piacesse, 
che  dells  briga  che  i  Genovesi  aveano  coir  impera- 
dore non  si  curavano.    Per  la  quale  risposta  i  Ge- 
novesi sdegnarono,  e  dispuosonsi  dove  si  vedesso- 
BO  il  bello,  di  fare  danno  a*  Veneziani  in  mare,  e  i 
Veneziani  a  loro  ;  e  d*  allora  innanzi,  dove  si  tro- 
varono in  mare  si  combatteano  insieme,  e  in  tra- 
passo di  non  gran  tempo  feciono  danno  V  uno  al- 
l' altro  assai.   E  sentendo  calono  comune  come  la 
guerra  era  cominciata  in   mare    tra'  loro  cittadini, 
ordinarono  di  mandare  a  maggiore  riguardo  e  più 
armati  i  loro  navigli  grossi  ohe  non  solieno.  E  per 
non  mostrare  paura  nò  viltà  1'  uno  dell*  altro  non  si 
risirìosono  del  navicare. 

CAPITOLO  LXXXV. 

Come  quattordici  galee  di  Veneziani  presono 
in  Romania  nove  de*  Genovesi. 

Avvenne  che  andando  in  questo  anno  alla  Tana 
quattordici  galee  di  Veneziani  bene  armate,  come 
furono  in  Romania  s*  abboccarono  in  undici  galee  do* 
Genovesi  eh* andavano  a  Gaffa,  sopra  risola  diNe- 
groponte,  e  incontanente  si  dirizzarono  colle  vele  e 
co*  remi  in  verso  loro.  I  Genovesi  vedendole  venire, 
Fallesono  arditamente,  e  accondaronsi  alla  batta- 
glia. E  sopraggiungendo  le  galee  de* Veneziani,  com- 
batterono insieme.  E  dopo  la  lunga  battaglia,  i  Ve- 
neziani sconfissone  i  Genovesi  :  e  seguitando  la  fuga, 
delle  undici  galee  ne  presero  nove,  e  le  due  cam- 


parono, e  fuggirono  in  Pera.  I  Veneziani  avendo 
questa  vittoria,  trovandosi  presso  all'*  Isola  di  Ne-* 
groponte,  acciocché  non  impedissono  per  tornare  a 
Vinegia  il  loro  viaggio  della  Tana,  tornarono  a  Can- 
dia,  e  ivi  soarioarono  la  mercatanzia  presa  delle  nove 
galee  de*Genovesi,  e  misonla  nel  loro  fondaco,  e  tutti 
i  prigioni  incarcerarono  :  e  i  corpi  delle  galee  de* 
Genovesi  lasciarono  nel  porto,  pensado  d*aver  ogni 
cosa  in  salvo  alla  loro  tornata,  e  allora  menar  la 
preda  della  loro  vittoria  a  Vinegia  con  grande  gaz- 
zarra ;  e  fatto  questo  seguirono  il  loro  viaggio.  Ma 
le  cose  ebbono  tutto  altro  fino'  che  non  si  pensaro- 
no, come  appresso  diviseremo.  .^ 

CAPITOLO  LXXXVI. 

Come  i  Genovesi  di  Pera  presono  Negroponte^ 
e  riebbono  loro  mercatanzia. 

Le  due  galee  di  Genovesi  campate  dalla  soon- 
fitta,  e  venute  a  Pera,  narrarono  a*  Genovesi  di  Pera 
la  loro  fortuna.  E  sentito  per  quelli  di  Pera  come 
le  quattordici  galee  di  Veneziani  erano  passate  nel 
Mare  Maggiore,  e  come  i  /Genovesi  prigioni,  e  la 
mercatanzia  e  i  corpi  delle  loro  galee  erano  in  Caa- 
dia,  non  inviliti  per  la  rotta  de*  loro  dttadini,  ma 
come  uomini  di  franco  cuore  e  ardire,  di  presente 
avendo  in  Pera  sette  corpi  di  galee  le  misono   in 
mare,  e  quelle  e  le  due  de*  Genovesi  della  sconfitta, 
e  quanti  legni  aveano  armarono  di  loro  medesimi,  e 
montaronvi  suso  a  gara  chi  meglio  potè,  fornendosi 
d*arme  e  di  balestra  doppiamente;  e  senza  soggiorno, 
improvviso  a*  Veneziani  di  Candia,  i  quali  non  sa- 
pieno  che  galee  di  Genovesi  fessone  in  quel  mera, 
furono  nel  porto.  I  Veneziani  co'  paesani,  volendo 
contrastare  la  scesa  a'  Genovesi  in  terra  nel  loro  por- 
to, tratti  alla  marina,  per  forza  d*  arme  e  dalle  ba- 
lestra de'  Genovesi  furono  ributtali;  e  soesi  in  terra 
i  Genovesi  di  Pera,  e  remore  levato  per  la  dttà, 
tutti  trussono  i   cittadini  alla  difesa,  per  ritenere  i 
Genovesi  che  non  si  mettessono  più  innanzi  verso  la 
terra.  Ma  poco  valse  loro,  che  con  tanto  empito  di 
loro  coraggioso  ardire  i  Genovesi  si  misero  innan- 
ti,  che  coir  aiuto  delle  loro  balestra  rotti  que*  della 
terra,  e  fuggendo  ndla  città,  con  loro  insieme  v*en- 
trarono.   Come  si  vidono  dentro,  affocando  le  ca- 
se, e  dilungando  da  loro  i  dttadini  co*  verreUonii 
gli  strinsono  per  modo,  ohe  già  erano  signori  delk 
terra  ;  ma  pervenuti  alla  prigione  la  ruppono,  e  trae-* 
sono  tutti  i  loro  cittadini  presi;  ed  entrarono  nel 
fondaco  e  tutta  la  mercatanzia  presa  delle  nove  ga- 
lee  de*  Genovesi,  e  quella  che  dentro   v*era    da' 
Veneziani  presono,  e  caricarono  ne'  corpi  ddle  lo- 
ro nove  galee    prese  nel  porto,  e  sa  le  loro;  e 
rimessi  i  prigioni  in  su  le  galee,  pensarono   che 
tanto  erano  rotti  e  sbigottiti  gli  abitatori  di  Can- 
dia, che  agevole  parca  loro  vincere  la   terra,  ma 
vincendola  e  convenendola  guardare,  coavenia  loro 
abbandonare  Pera,  e  però  si  ricolsono  alle  galee, 
e  con  piena  vittoria  si  ritornarono  a  Pera.  E  a  Ge- 
nova rimandarono  le  nove  galee  riacquistate  per  lo- 
ro, e  gli  uomini  e  la  mercatanzia,  con  notabile  fama 
di  loro  prodezza  e  di  varia  fortuna* 


M 


CRmncA 


CÀFITOIO  Lxxxvn. 


/■  wuriù  U  foiriarca  d* 


e  failmte 


Il  parto  aaip,  M  Mese  di  fiofio, 
lAuM  di  Sm  GaÌBÌgi|Min«ra  d'Aqoilea  ctTalott- 
éo  per  lo  patriarcato,  da  certi  terrieri  noi  mdditi, 

aiate  di  caralieri  del  ooate  d'AqvUiia,  ch'era 

di  lai,  tal  ael  eaaunao  ataalito  e  bmuìo  oob 
aaa  coapagaia,  o  icaaa  caiere  ooaoaeioti  at- 
tera».o^oro  cIm  fiMioao  il  Buifiieio  ai  rioolaoBO 
ìa  loro  pa^^  Per  ta-^uil  ei^  riaaao  ^  patriarcato 
•asta  capo,  i  coaiaai  aaMMSoao  il  duca  d'Octerieà, 
i  ^aale  eoa  daeaiita  btfbate  Teaae,  e  fa  riceTuto 
da  tatti  i  pafiiaai  aeasa  oontrasto,  e  onorato  da  loro  K 
B  risitato  il  paeae  iaflao  ael  Frìoli,  aeateado  oèe  ^1 
papa  area  litto  patriarca  fl  figUaol  del  re  GioTaaai 
di  laaawa,  aoa  iUigittÌBM>  bm  legittimo*,  ai  toraò 
ia  aao  paeae.  B  poco  appreaao,  il  detto  petriarea  Tea- 
■a  ael  paeae,  e  fa  eoa  pace  riecTato  e  abbidito  da 

i  eaaiwai  e  terrieri  del  patriarcato.    B  atatori 

taflipo,  certi  ceatellawi  il  roUoao  ftfe  aYrele- 

a  faroao  coloro  ck*aTÌeao  aH>rto  V  altro  pa- 

anrrado  a  ciò  corrotto  dae  coaideali  fuuflia- 


ri^.  Oade  egli  acoperto  il  tradiaieato, 
eco  CSìovaaai,  graade  terriere,  capo  di  qaesti  «al- 
fattori,  eoa  certi  e  altri  fartellani  che  ^  aegaitataao, 
laroao  da  lai  pcraefaitati  aeaaa  arresto;  tanto  cke 
ai  ridaiaaaa  a  gaardia  aeOe  loro  fortetae,  e  in  fa- 
roao aaaadiati  per  BMido,  cke  a*  arreaderono  al  pa- 
li qaale  priaa  abbattè  tatto  loro  caatelk,  le 
raso  eagioae  della  loro  alroaata  aaperbia,  e 
al  detto  ■eaaer  Fraaeeaeo  eoa  otto  do'  auifgiori  ca- 
ateltaai  face  tagliare  la  tasto  e  aa*  altra  parto  no  fe- 
eo  iaapeadare  per  la  fola.  Per  le  qaal  ooaa  tatto  D 
paeae  riaMOo  cbeto  a  alearo,  o  il  patriarca  teauto 
o  abbidito  da  tatti^  aeaaa  aoapetto  o  eoatraato  aleaao. 


CAPITOLO  LXXXVDL 


a  Iffolo  dal  papa  si  ptrA  dal  rcfao^ 
•  ti  ra  rigNnata 


Taraaado  alla  aovità  del  refao  di  Cicilia  éi 
qaa  M  Fvo,  eoaaa  è  narrato,  fittto  1*  accordo  dal 
re  Laifi  a  Canada  Lapo  o  agK  altri  caporali  eb^  e- 
aotto  il  titoto  del  re  d'Uafberia  ia  Terra  di 
to  città  e  to  Catella  cbe  teaeeao  in  qaella 
Moegaato  alla  gaardia  età  cardiaale  aaeaaer 
Aaaibeldo  da  Ceeeaao,  aahro  lo  torri  di  CapoTa.  U 

trovando  tra  la  parti  accordo,  per  de- 
al re  Laifi  cbe  ai  poteaao  riprendere  le 

perà  del  regno  e  andoraane  a  RaaM:  ore  da*  RoaMni 
fa  aaale  redato,  paraccbè  diapenaara  e  aecordaTa  i 

eontro  ali*  appetito 


Con  1*  St.  ctlaKa. 


della  loro  rarisia,  »de  pia  Tolto  atandoai  noi  ino 
ostiere  fa  saettato  da  loro,  e  alla  sua  faaiiflia  fatta 
TcrfOfaas!  e*-  ai  saliti  e  fediti  caTalcaado  per  Roau. 
Oade  efii  sdefaoso  si  parli,  e  aadoaaeae  i  Caaipa- 
gpa;  e  aet.eaauMao  spori  di  Tcleao  con  aasai^  saoi 
IsmiglliitLOisaeai  cbe  ad  Afsno  era  atato  arrde- 
B«to  Tino  MUe  botti,  del  qoale  non  ebbono  foar- 
dia,  o  Jjll^iOt*:  M  per  altro  sMdo  fa  non  si  potè 
ssperoJlbalta  la  città  d'  Arersa  e  la  faardia  del 
cMteQo  M  eerti  faaiìfKari  del  cardinale  im  nosM  di 
Saata  Chiesa,  fl  re  Laifi  ri  caTalcò  eoa  poca  geato, 
e  fiseeai  aprirò  le  porto  del  cestello  scasa  contrasto, 
e  nùseri  fomiaaento  e  fcnto  d*  arme  alla  faardia.  B 
iacontaneato  la  città,  cb*  era  troppo  larfa  e  sparta 
da  aon  potersi  bene  difendere,  ristrinse,  facendo 
distare  tatto  ta  case  e^palefi  cbe  faori  del  cerchio 
cbe  prese  rianaieao  ;  e  delle  pietre  lece  eoauBciare 
a  eifaero  qaella  ^  baone  o  frosse  auira  :  o  a  ciò 
tare  aùao  fraade  aoUecitadìae,  aicebè  in  poco  teai- 
po,  innanai  raTTenieento*  del  re  d*  Unfberia  sei  Re- 
fao, ta  aiora  eraao  aliato  per  tatto  aei  braccta  ia- 
torao  aOa  terra.  B  btto  capitano  meeaer  hcopo  Pi- 
foattaro  di  Gaeta,  Talento  barone,  di  trocoato  ea- 
Talieri  e  di  aeicento  pedoni  sManadieri,  fli  aoco- 
nundò  ta  faardia  delta  citta  d' Arersa  e  dd  caateUo; 
e  neUa  terra  foce  iMttere  abbondania  di  TÌttaaglia, 
perocché  di  qaetta  terra,  piò  che  dell'  altro,  ai  da- 
bitara  alta  tornata  del  re  d' Uafberia.  In  qaal  toa- 
po  Corrado  Lapo  aoa  seateadori  torto  di  caralieri, 
cbe  a'  eraao  partiti  del  Refao,  a*  era  ridotto  a  Yi- 
flioneae'  ia  Abraaii;  e  fli  Uafheri  in  Paglta  gaar- 
daraao  fl  paaao  delle  toni  di  Copora,  aapeitaBdo  il 
loro  sifaoro. 

CAPITOLO  LXIXDL 


CsoM  il  re  d'Piapàrria  rifoniò  ài  ht^iim 


la  qaeato  anno,  Lodorico  re  d"  Uaglieria 
tendo  cbe  ta  ann  fento  aion  scanjtto  a  Melalo  i  ha- 
roai  del  re  Laifi  a  i  Napolatani,  o  araano  oMlti  a 
prifioai:  eaaaaila  aolledtato  por  leltero  a  par  aa- 
beedadari  da^coaaaai  a  da*baroai,  ^o  tanaaao  nel 
Refao  ta  aaa  ptfta,  eh*  efIi  ritornasse^  diliberA  di 
farìo.  B  di  preaeato  auadò  iaaaaai  do*  saoi  carnieri 
aafberi  eoa  certi  capitani  ta  lachtaToaia,  parche  di 
ta  pasaaaaara  ta  Paflia.  B  qaando  fli  aoatt  paaaati, 
aabitaMeato  eoa  certi  aaoi  delti  baroai,  eoa  piccota 
coapefaia,  ai  auae  a  caauaiao.  B  prisM  la  aBa  aaa- 
riaa  di  SiàkToata  che  sapere  ai  poteaao  étBm  sua 
partita:  e  troraado  al  parto  ta  filaa  a  i  lacai  ap- 
parecchiati, ri  aMnIò  aaaoi  o  arando  fl  taaapo  bwK 
no,  Taheò  ta  Pofltaa  aahaaaanta,  aaaai  piàtcMtocha 
per  i  pacaaai  nan  ai  atiasara.  B  aealitata 
la  Uafberia,  franda  ■eltitodiaa  d*  Uagheri  fl 
tarano,  rahcando  di 
0  in  piccoli  tafai  snudi  A 


DI  hìttbo  viLUm. 

il  n  Ldgi  neiM  >Tiit«  dae  filM  i  amala  isiiu  I  rìt  del  k  4^UojAeri«,  «  «nf  obbidh  Mli 

hllo  gli  >Trebbe  rotti  e  impediti  per 
Hrebbono  potati  panare  :  na  oonie 
il  re  Laig)  vi  mandò  tre  galee  arai 
aono  iaTBDO.  Ed  eaieodo  il  re  d'  Udj 
regnilo  tutta  la  ina  gente  iniieme,! 
diecinila  civelieri.  Io  qoe'  di  il  conte' 
quale  •'  era  ribelleto  del  detto  re,  sj 
dui  di  Treoi,  alla  qoale  il  re  ann 
vedendosi  il  conte  eenaa  aperaiua  di 
aperalo  di  salate,  col  oapeitro  in  e 
de  asci  delle  citte,  e  gittoasi  ginooc 
pie  del  re  domandandoli  niaericordl 
gberìa  dimenticati  i  baratti  e'  ralli  < 
gDamenle  gli  perdonò,  e  rìniaelo  i 
leaciato  nelle  cittì  e  castella  di  Png 
oba  volle,  Tenne  io  Principato.   Le 
essendo  in   oiUadioesobe  discordie  | 
porte,  e  rìceTeltonlo  a  onore  :  e  U 
quanti  di  ;  e  nesso  suo  ricario  nell*  diti  «  castel- 
lana nel  cestello,  se  ne  venne  a  Hocart  de'  crisdpni, 
e  in  quelle  ae  n'entrò  aenu  oontrsato.  H  eaatelte-eta 
forte  e  bene  fornito  alla  difesa.  Mi  invilito'. il* <k^ 
Stellano,  per  codardia  1'  abbandonòv  H  re  il  fece  peèn^ 
dere  e  gaardere  alla  sna  gente.  E  partito  A  lì  tbbm 
e  Hatalona,  nella  quale  entrò  lensa  contrasto.  B  lune 
le  cittì  e  castella  di  Terra  dì  Lavoro  feciono  il  sno 
eomaDdamenlo,  salvo  la  cittì   di   Napoli  ed  Averaa. 
B  poi  il  detto  re  con  tatto  eao  esercito  ae  db  venne 
ed  Averse,  del  mese  di  maggio  del  detto  anno,  e 
oredettelaai  avere  alla  prima  giunta;  ma  trovossì  in- 
gannato, peroccbè  era  cittì  di  mura  dnla,  e  bene 
cbe  fossero  bssse,  era  inbertesoata  e  fornita  di  le- 
gname   ella    difeaa*:    e  dentro  v'erano  cavalieri  a 
maanadieri  obe  la  difÌBndevaBO  virlaoaamente  ;  e  aa- 
aaggiata  per  più  volte  dello  tseelto  dagli  Ungberi,  con 
loro  dennaggio,  il  re  eonobbe  obe  non  la  potea  vin- 
cere per  forca,   e  però  vi  mise  essedio,  e  atrinsela 
con  pib  campi  per  modo,  cho  da  niona  paria  vi  si 
poteva  entrare. 


In  Tem 
«otta  taro 

no  in  ma- 
issitì  de- 
ll comnnl 


iBlUreiM 

(■po%nè 
p^jta  non 
lUvAelIl 
i*f»d«al 
terre  Ab 
contro  ■ 
>io  altro 


CAPITOLO  XC. 

CoflM  •  Gmoteti  ebbono  Ventimiglia. 

Il  questo  tempo  dell'  assedio  d' Avarsa,  il  doge 
dì  Genove  ed  il  suo  consiglio,  conosciuto  loro  tem- 
po, armarono  dodid  galee  e  mandaronle  nel  porto 
di  Napoli,  e  diedooo  il  partito  a  prendere  al  re  e 
alla  reioa  :  dicendo  in  questo  modo  :  il  doge  di  Ge- 
nove e  il  ino  consiglio  ci  banno  msndati  qd  a  ca- 
lere in  vostro  aiuto,  in  qaento  voi  rendiete  libere- 
mente  al  nostro  cornane  le  dttì  di  Veatimiglìa,  la 
quale  i  di  nostra  rìvlen,  awegnacbì  di  ragione  fosse 
delle  contea  di  Provenié.  B  se  questo  non  fate,  di 
preaenle  abbiamo  cofflandaawnto  d' essere  contro 
voi,  e  di  servirà  il  re  d' Ungherie.  11  re  e  In  reina 
vedendosi  «uediati  per  terra  delle  grande  cavalle- 


'  Ita  ptrehì  tra   cinta  di  tauro,   vi   li  Irwb   ingam 
bau  eht  foutrc  laut,  ma  ertmo  ÌB\itrlacalt,  t  Gota  /arxiU 
di  Ugnane,  alla  diftta;  »  dtntnì  ecc.  Edli.  citata. 


UFira»)  xa  ' 

Cerne  fu  àula  f  tittima  banegSa  ad  Atena  dal  re 
if  Ungheria, 

Stando  r  assedio  ad  Averaa,  il  re  d'Ungheria 
faeea  smrrere  oonliaovo  la  sue  gente  fino  a  Napoli 
e  per  lo  paese  d'intorno  d'ogni  parte,  e  tatti  i  ee- 
sali e  le  vidnanae  l' abbidivaaa,  e  aundavano  il  mer- 
cato eli'  oste.  A  Nepoli  per  terra  non  entrava  alonna 
cosa  de  vivere,  e  però  avea  aoffrntta  d' ogni  bene, 
salvo  cbe  dì  grechi  e  di  vici  latini.  E  se  il  re  d'Un- 
gherie avesse  evate  gelee  in  mere,  svrebbe  vinte  le 
cittì  dì  Nepoli  per  esiedìo  piti  toste  che  Averaa: 
perocchi  non  evesno  donde  vivere,  se  per  mare  non 
veniva  da  Gaeta  e  di  Bona  con  grande  eosto'.  Nel 
cominciamenlo,  1'  oste  del  re  d'  Ungheria  fa  abbon- 
devole d'ogni  grascia,  per  l' ubbidienia  de' paesani: 
ma  eopraatando  l'assedio,  il  servigio  cominciò  a  rin- 
crescere, e  r  oste  ad  avere  mancamanto  di  molte 
COBO,  e  Bpesialmente  di  ferri  dì  cavalli  e  di  obiovì. 
E  i  nobili  regnicoli^  vedendo  che  il  re  in  peraooa 
con  diecimila  cavalieri  non  poteva  prendere  Averaa, 
debole  di  mare  e  di  fortesu  e  con  poca  gente  elle 
difcM,  cominciarono  ad  avere  a  vile  gli  Ungheri,  e 
trarre  le  cose  loro  de'  casali,  e  le  vittuaglia  non  por- 
tavano al  campo  come  ereno  aseli.  B  per  questo  le 
mesnade  degli  Ungberi  andavano  a  rubare  oggi  l'u- 
no casale  e  domane  l'altro,  e  spaventati  i  paesani, 
la  csreslis  e'  disagi  montavano  nell'oate.  Il  re  te- 
nendo die  la  vittna^ia  nou  Mlaue  nel  eoggionio, 
deliberò  di  combattere  la  cittì  con  pìb  ordine  e  con 
pih  fona  cb'  altra  volu  non  avea  fatto,  come  eppres- 
so  diviseremo. 


'  dalla  lor  parta,  in  loro  difesa.  U  T.  Divanutl  legga  : 

Hon  da  Oaita,  o  di  terra  di  Sona  con  eoo.  Bdls.  citata. 
'  del  T4fito,  adii,  ottala. 


-<Jome  per  tema  di  nllua^ia  iè  re  d\r 
fece  eombatUre  Averta  e  -fìnvi  fèi 


•  Vedndo  il  re  d'Uogberit  ■anure  li 


peraMooo  ^r>kiitt  virlù,  clia  combittaid 
n  >■  vÌBtowa  r  cb'  egli  iftUirtM  di  volei 
bittaglH  Au  ogDi   parte  vi  li  deiie  aspn 
•ìcch'  ella  ai  vbcen*.  I  oapiUDi   e'  conesl 
di  grande  animo  e  jitnopo  TObra  l'oBerai 
e  il  re  io  peraooa  (Uaaa  bra  d^  enera  i 
battaglia.   ODeiR  d'enlnr  Che  lentirOna  i 
veano  eaaere  conbatluti  con  latta  la  fona 
gente  barbara,  Don    ai  afaigoltirooo,   anti  preiono 
«■•re  e  ardire  e  argnuento    alla  loro  dlfeii.    Gif 
Ungberi  e  ì  TedOehi  aprowedati  d'  inge^  th  co- 
prirai e  da  prendere  aiato    all'  aiaalio  delle' mar*,' 
Hdandoai  negli  archi  e  nelle  («elle,  da  ogni  parte 
a  ano  atgoo  fatto  aaialirono  le  mura.    B  il  re  in 
penona  ali'  asailto,  per  fare  da  tè,  e  per  dare  vi- 
gore agli   altri.   E  data  la  batta^ia,   e   rìnTreicita 
apcaaa,  per  atancare  i  difenditori,  e  fatto  di  loro 
saeltamento  ogni  prova,  ed  essendo  da  qnelli  del- 
la terra  io  ogni  parte  ribntlatì,  coli'  ainto  de'  ba- 
leilricri  e  delle  pietre  e  della   calcina    gittata  ao- 
pra  loro,  e  delle  lancia  e  de'  pali  e  A'  altri  argo- 
menti, non  abbono  podere  di  prendere  elcsni   parte 
delle  nora,    ma   molti  di   loro    aiorli  e  più  feriti  ; 
e   inBne,    ferito    il   re,   con   acqniato  d'  onta  e  di 
Tergogna  li  ritraiiono  dalla  battaglia.  Qua'  d'  en- 
tro  avendo    oombatlnto  franoameDle,    confortati   e 
ti  di  loro  ferite,  preeooo  delle  fatiche  rìpoao. 


CAPITOLO  xcm. 

Cowu  il  conte  d'Atellitu  con  dieci  galee  tutte  a 
Nofoli,  e  AMt$a  ■'  arrendè  al  re. 

Stando  l'iaaedio  ad  Averne,  la  reina  Giovan- 
na non  Miendo  bene  del  re  Loigi,  perobè  voice  ca- 
lere de  Ini  pid  riverita  che  non  le  parea,  perooobè 
era  donna  e  reina  del  reame,  a  il  marito  non  era 
ancora  re,  a  ma  'ttania  fece  in  Froenia  al  conte 
d'Avellino',  capo  e  maggiore  della  casa  del  Balio, 
armare  dieci  galee;  e  all'  mciu  di  giugno  nel  det- 
to anno,  ginnae  nel  porto  di  Napoli  colla  delta  ar- 
mata, atteao   per  aoccorao,   del   qnale  aveano  gren 


a  ma,   ti  Tute 

II    1^     w    .»»n.....;i«[c    dtUa   vit- 
ati lomeiu  a  mr^na,-  «  ptrb 


'  Vo  Mtr  adii,  aiuta.  Ksn  bcns,   pus 

BIcei  :  a  era  amoKta   cht   pw    Ut 

tmaalia  il  toggiorrit 


gli  riehiedtva  scc, 

'  4a  VtUÙK),  loggono  alunpa  anlcrevoli 


Ibiiogoo.  ^  t  conio  pieno  di  nulÌEÌa,  conoacendo 
il  bisogM  doFre  Lnigi,  ■  poco  cnrandoii  delle  rei- 
ri   di  volere   trattare   ano   vantaggio, 
rei   teneva  in  allo  aopra  il  porto  dì 
trarre  vantaggio  e  mantenere  l'arma- 
^gni   legno   o   barca  che  nel  porto 
fo  nacire  pagaiae  certa  quantità  di 
Aeato  nodo   aggravare   i  Napoletani, 
jld  grande  la  careitiB  della  viUaaglia. 
!9lo  nodo,  trattava  domandando  van- 
jigi,  e  il  re  gliel'  olriava  quanto   aa- 
,  per  avere   V  aiuto  di  qnelle  galee, 
i   i    priegbi  della  reina,    mostrando 
I  galee  poleano  raoqnislare  le  terre  di 
in'de  scgnirebbe  loro  grande  aoccor- 
a  che  bre  Mpeose  non   poti  amuo- 
dorgli  1'  ainto   di  qnell'  armata,  asti 
9  per  potere  agìare  la  ciurma  in  tem 
Mtello  dell'Uovo:  e  comindA  e  trit- 
Jdgheria    di  volergli  dare  per  moglie 
la  reina,  che  fn  moglie  del  deca  di 
s  avvisato  gli  dava  intendimento,  per 
;eIM  tenere   in  contumace    de'   anoi 
evveriarf .  E  itandA  il  copte  in  trattati  e  di  It  e  di 
qn'a,  non  si  potei  conoscere  che  faceste  la  volontà 
della  reina,  ni  che'   foaie  ribello  al  re  Luigi,  o  in 
che  modo  ai  potease  giudicare'  easere  col  re  d'Un- 
gheria, tenendo  colla  au  malistt  ogni  porte  aoapesa. 
Al  re  Luigi  e  ai  Napoletaui   fece  danno,  alla  reina 
non  ne  accrebbe  beldenia  ;  ma  al  re  d' Ungheria,  per 
lo  Buo  trattare,   fece    piuttosto  avere    Averaa  :   che 
aenlendo  gti  assediati  i   trattati  dei  conte,   affaticati 
lungamente  alla  difesa  d*  Avena,  penaando  cheiiro 
d'  Uogheria  rimanetae  nel  Regno'   benché  ancora  ai 
poleasono  difendere'  alcun  tempo,  preiono  partito  di 
trattare  per  loro.  B  mesier  Iacopo  Pigaittaro    loro 
capitano,  esaeado  regnicolo,  e  di  netnra  mobile  alla 
nuova  signorìa,  tosto  s'accordò  col  re,  ed  ebb«  Botto 
titolo  di  loro  soldo,  moneta   dal  re  d'Ungheria,  • 
rendigli  U  città  d'Aversi:  il  quale  incontanente  v'en- 
trò dentro  con  tutta  ina  cavalleria,  e  '1  non  lasciò  fare 
a'  cittadini  alcuna  violeoia  o  ruberia.  B  questo  fu  del 
mese  di  settembre  del  detto  anno.  Hnnifesto  tu  che 
questa  vittoria  venne  egli  Ungherì  a  gran  bisogno  ; 
perocché  già  era  il  alracct  la  gente,  per  lo  lungo 
diaagio  e  per  la  carestia,  che  poco  pib  vi  poteaao 
stare,  e  il  partire  seoan  averli  vinta  tomani  al  re  • 
alla  ani  grande  cavalleria  ontosa  vergogna. 

CAPITOLO    XCIV. 

Come  il  re  tCVngkeria  e  il  re  Luigi  vennono 
a  cerio  tregua. 

Avendo  non  ìipedite  guerre,  ma  ptBtloalo  ar- 
vilnppamentl  dì  quelle  narrato  de'  fatti  dd  regno  di 
Cicilia,  seguili  non  meno  incognito'  e  avvilnppn- 
to  processo  nella  aegnente  iucceisione  di  qne' fitti} 


'  coltra  da  H  q<uUt  galt*,  a  tour*  w  Mnannacs  i  « 
ntnici,  »  tlaada  ecc.  EiUi.  diati. 
*  Untrt,  ediiione  citata. 
'  incdii^'iiato,  edlilODC  litala. 


01  MATno  vulani. 


49 


■laeotàli  cèenii  tilt  nottn  materia  itrflfonuio,  con 
BOitra  sonsa  gli  raceontoremo.  ÀTata*!!  fa  d*Us- 
gkaria  la  dttà  d*ATarfa^  alla  qnria  loagai  tempo  si 
era  dibattote  eoo  tutta  la  ma  grande  oate,  a-  non  Ta- 
vea  potuta  né  per  forse  né  per  aasedie  aeqniatare; 
eaaendo  debole  eittà  di  mare  e  da  peotg^edifisa^ 
si  pensò  oèe  V  altre  maggiori  e  pi^  fonlr  cttlà.  ebe 
ai  teneano  eentro  a  Ini  sarebbono  piùnAdagevoli  a 
eesqaistare  :  e,  per  esempio»  d*  ÀTerllacla^vetobbe 
maggiore  resisle&u.  B  i  snoi  baroni  aveano  già 
eompioto  oen  Id  il  termine  del  debito  senrigioy  e  a 
volerli  ritenere  al  coaqnisto  del  Begno  bisognata  cbe 
desse  loro  danaro,  cbe^  n*  area  poehi,  e.  del  Regno 
non  nepotea  trarre,  essendo  in  guerra.  E  vide  che  il 
re  Lnigi,  e  i  baroni  comuni,  e  quelli  che  si  teneano 
dal  ano  lato  erano  disposti  di  stare  alla  difesa  delle 
mura:  e  però  mntò  Tanimo  agevolemente,  disposto  a 
troTare  aoemiio,  eoi  quale  con  meno  ina  vergogna  si 
potesse  partire  del  Regno,  B  dall'  altra  parte,  il  re 
Luigi  era  a  tanto  condotto,  che,  non  che  potesse 
con  arme  resistere  al  nimico,  ma  di  mantenere  bi- 
eognose  e  necessarie  spese  di  sua  vita,  era  impo- 
tente; e  ae  non  fosse  che  T  animo  de' Napoletani 
conoorrea  a  lai  e  alla  reina  aUa  loro  difesa',  non 
avrebbeno  potuto  sostenere.  B  per  questa  esgione 
eruatta  la  materia  da  catuna  parte  a  venire  alla  con- 
cordia con  piccolo  aiuto  d' alcuni  mozaani.  Onde  al- 
cuno prelato  di  Santa  Chiesa,  il  quale  era  dal  papa 
BUindato  nel  regno,  e  il  conte  d' Avellino,  che  avea 
da  ogni  parte  puttaneggiato^  coli'  aiuto  d' alcuno  al- 
tro barone,  movendosi  a  cercare  se  potessono  tro- 
vare via  d'accordo^,  con  piccola  fatica  vi  perven- 
ttono  alla  cavalleresca,  la  questo  modo.  Che  triegue 
fossono  fatte  iuino  a  calen  di  aprile,  gli  almi  Do- 
mini 1351,  con  patto,  che  chi  avesse  nel  Regno 
dovesse  sicuramente  tenere  sue  città,  castella  e  ville 
in  pace  tutto  il  tempo  detto.  Che  la  questione  ohe 
si  faceva  contro  ella  reina  Giovanna  della  morte  del 
re  Andreasso,  si  dovesse  commettere  nel  papa  e 
ne'  cardinali  :  e  dove  fosse  trovata  colpevole,  doves- 
ae  perdere  il  reame,  e  tornasse  libero  al  re  d' Un- 
gheria: e  dove  ella  non  fosse  giudicata  colpevole 
della  morte  del  surilo,  ma  liberatane  per  sentenza 
del  papa  e  del  collegio  de'  cardinali,  dovesse  rima- 
nere reina  del  detto  regno.  B  il  re  d' Ungheria  le 
dovea  rendere  tutte  le  città»  castella  e  baronaggi 
ohe  vi  tenea,  riavendo  da  lei,  per  le  spese  fatte  da 
lai,  fiorini  trecentomila  d'  oro,  per  quello  modo  e 
fermine  competente  che  ordinato  fosse  per  la  Santa 
Chiesa  ;  e  per  patto  eatuno  re  si  dovea  partire  per- 
aonalmente,  e  la  reina  del  reame.  Per  la  fermessa 
d'attenere  l'ano  all'altro  questi  patti  non  v'ebbe  al- 
tro legame,  che  la  fé  e  la  scrittura  e  la  teatimonian- 
na  de'  mesunL  11  re  d' Ungheria  che  avea  d' uscire 
del  reame  maggior  voglia,  prese  Y  onesta  cagione 
d'andare  in  romeaggio  a  Robm  al  santo  perdono  ;  e 
in  Puglia  alle  terre  della  marina  lasciò  de'  suoi  Un- 
gheri  alla  guardia  co'  loro  capitani,  e  forni  di  buona 


guardia  tutte  le  suo  tenute  in  Terra  di  Lavoro  ;  e  a 
Capeva  e  Aversa,  e  per  T  altre  terre  e  castella  cir- 
custanti  lasciò  suo  vicario  measer  fra  Moriale  cava- 
liere friere  di  San  Giovanni  di  Provensa,  valente  e 
ridottato  cavaliere,  con  buone  masnade  di  Provenaali, 
di  cui  il  detto  re  BM>lto  si  confidava;  e  a  Yiglione- 
se  e  a  Lanciano  e  nell'altre  terre  che  tener  in  A- 
brusai  lasciò  vicario  messer  Currado  Lupo,  franco  ca- 
valiere, con  sue  masnade  di  Tedeschi  a  quella  guar- 
dia. B  ordinato  ch'ebbe  la  guardia- d^e  sue  terre  nel 
Regno,  egli  si  mise  a  cammino  per  andare  a  Roma  : 
e  incontanente  il  re  Luigi  j^f  •  mostrarq  di  volere 
uscire  del  Regno,  6  tenera  it  putti,  apparti  da  Na- 
poli colla  reina,  e  veline  dlaicitlà  di  Gaeta  in  su' 
confini  del  reame,  e  ivi  attendeva  che  il  re  d' Un- 
gheria si  partisse  d*  Italia  e  tornasse  in  suo  reame, 
com'  era  in  convegna  ;  e  ciò  fatto,  il  re  Luigi  e  la 
reina  Giovanna  doveano  fuori  del  reame  attendere  la 
seàtensa  di  Santa  Chiesa.  1  Gaetaui  ricevettono  il 
re  Luigi  e  la  reina  Giovanna  in  Gaeta  con  grande  o- 
nore:  e  prowidongli  di  loro  danari  per  aiuto  alle 
spese,  che  n'  aveano  grande  bisogno.  Ed  ivi  si  fer- 
marono con  animo  e  intensione  di  non  uscire  del 
Regno,  bene  che  promesso  l' avessono,  parendo  lo- 
ro che  il  dilungamento  da  quello,  al  bisognoso  e 
lieve  stato  ch'aveano,  fosse  pericoloso  al  fatto  loro^ 
Il  re  d' Ungheria  «egui  a  Roma  suo  viaggio,  e  avuto 
il  saate  perdono  jena  soggiorno  se  ne  tornò  in 
Ungheria» 

CAPITOLO  XCV. 

Come  U  conte  d'Atellino  die  al  suo  figliuolo  per 
moglie  la  duehesea  di  Dwa^ao  e  furme  pai  morio. 

U  conte  d'  Avellino^  il  quale  colle  sue  galee 
era  rimsso  sopra  Napoli  al  castello  dell'  Uovo,  ve- 
dendo i  fatti  del  regno  rimasi  intrigati  per  luogo 
tempo  ;  ed  essendo  rimase  la  duchessa  di  Durasse, 
sirocchia  della  reina,  vedova,  nel  castello  dell'Uovo, 
chiamata  Maria,  non  ostante  che  'I  detto  conte  fosse 
suo  compsre,  ma  per  quello  mostrando  più  fami- 
gliarità, con  piccola  compagnia  andò  al  castello  per 
visitarla,  innanai  alla  sua  partita;  la  duchessa  eoo 
buona  confidensa  gli  fece  aprire  liberamente  il  ca- 
stello, ed  egli  con  due  suoi  figlinoli  e  colla  sua  fa- 
miglia armata  v^  entrarono  :  e  entrati,  fece  prende- 
re la  guardia  delle  porte  e  la  fortezza  d' entro.  Ed 
essendo  colla  duchessa,  disse  che  volea  eh'  ella  fos- 
se moglie  di  Ruberto  suo  figliuolo^  e  per  fona  le 
fece  consumare  il  matrimonio^:  e  di  presente  la  tras- 


'  danorif  e  egli  n*  avea  pochi  eee.  Ed!i.  ettett. 
*  coneorrea  con  lui  e  con  la  regina  aUa  difeèóf  non  a- 
vrehbé  eoo.  £dii.  dtato. 

Villani  M.,  Oromea,    Vol.  U. 


'  al  hiiogno  e  lieve  eiato  che  aveano,  fo§H  pericolo  eco. 
Bdii.  dtiitiu 

*  fiffiiuoio  primogenito,  la  gnale  méttendosi  al  niegOf  per 
forza  eoe.  Edis.  citata. 

'  Molti  confutano  questa  proposta  di  forzato  matrimo- 
nio, dicendo  cbe  la  dacbessa  vedesae  molto  di  baon  occhio 
il  conte,  ed  aveste  essa  stessa  pregato  il  padre  di  Ini  di 
portarlo  seco  ogni  qnalyolta  la  volesse  visitare.  B  non  h 
torme  foor  del  probabile  che  per  consolarsi  della  vedovan- 
sa  si  gettasse  allo  spediente  di  fkre  nn  tal  matrimonio  sa 

I'dne  piedi,  lasciando  a  scasarsene  che  poi  corresse  voce 
d' esservi  stata  forcata  dal  conte. 


50 


CRomoÀ 


se  del  oastello  con  tolti  i  saoi  aniesf,  •  mmh  neVà 
ma  galea,  per  menariafle  in  Proenaa.  U  re  Luigi  e  la 
reina  che  erano  in  Gaeta  lentirono  di  preaento  qne^ 
alo  fatto,  e  ne  furono  molto  torbati.  B  segoendo  il 
conte  ano  fiaggio  per  tornare  in  Proenia  con  latte 
le  galee,  quando  fìvono  aopra  a  Gaeta  V  otto  galee 
entrarono  nel  porto,  e  i  padroni  e'  nooeUerì  e  le  eiur- 
me  aoeaono  in  terra  per  pigliare  rìnfreacamento.  il 
conte  colla  dqcheaaa  e  eo^  figliuoli  rimaaono  fuori 
del  porto  in  tue  galee,  e  attendevano  V  altre  che 
prendevano  rinfreacamenlo  per  aeguire  loro  viaggio. 
Il  re  Lnigi  cantamepfe  fece  venire  a  aè  i  padroni 
e*  nocchieri  telle  otto  galee^  e  fece  aegretamente  ar- 
mare de'  Gaetani  e  utai^  'alla  guardia,  che  non  pò- 
teaaono  aeaaa  aua  volontà  tornare  alle  galee.  B  fitto 
queato,  diaae  :  Penaate  di  morire  ae  non  fate  ohe  le 
due  galee  doy*  è  il  conte,  e  i  figliuoli  e  la  dachea- 
aa,  vengano  dentro  nel  porto  a  terra;  e  alle  mi- 
nacce aggianae  amore  e  preghiere  :  e  ritenuti  de*ca- 
porali,  coi  egli  volle  per  aicurti  del  fatto,  laadò  gli 
altri  tornare  alle  galee  :  i  quali  di  presente  a'  acce- 
alarono  alle  due  galee  del  conte,  ^e  di  qaeato  fat- 
to, come  il  peccato  V  accecava,  non  a*  era  avveduto, 
e  di  preaente  V  abbono  condotte  a  terra  dentro  al 
porto.  Allora  il  re  mandò  a  dire  al  conte  ohe  ve- 
niaae  a  lui.  Il  conte  ai  acuaò  che  non  polca  peroc- 
ch*  era  forte  atretto  dalle  gotte.  Il  re  acceao  di  fu- 
rore e  infiammato  d^  ira,  per  V  ingiuria  ricevuta  della 
vergogna  fatta  al  aangue  reale,  e  de*  suoi  gravi  ^  e 
pericoloai  baratti,  non  ai  potò  temperare  uè  raffre- 
nare il  conceputo  adegno  ;  ma  presi  certi  compagni 
di  aua  famiglia,  e  armati,  in  peraona  si  moaae:  e 
giunto  al  porto,  montò  in  au  la  galea  dov*  era  il 
conte.  Venuto  a  lui,  in  brieve  aermone  gli  raccontò 
tutti  i  auoi  tradimenti,  e  la  folle  baldanaa  che  lo 
aveva  condotto  a  vituperare  il  aangue  reale:  e  detto 
qaeato,  aensa  attendere  rìapoata,  con  uno  atoeco  il 
feri  del  primo  colpo  ;  e  incontanente  n'  ebbe  tanti, 
che  aenaa  potere  fare  parola  rimaae  morto  in  an  la 
galea.  La  ducheaaa  di  preaente  fu  tratta  di  galea,  e 
collocata  colla  aua  famiglia  e  co*  auoi  umeai  in  uno 
ostieri  in  Gaeta,  e  i  due  figliuoli  del  conte  furono 
measi  in  prigione.  Laaceremo  ora  dei  ftitti  del  Re- 
gno, che  alando  le  triegue  non  v*  ebbe  coaa  degna 
di  memoria  ;  e  ritorneremo  alla  noatra  materia  de- 
gli altri  fatti  d*  lUlia,  e  della  noatra  città  di  Firense. 

CAPITOLO  XCVI. 

Deild  grande  polewta  delP  arcwe$€ovo  di  Milano^ 
e  come  •  PioretUini  temeano  di  FiUoiay  e  quello 
che  ne  segui. 

In  questo  medesimo  tempo,  tra  il  fine  del  dn- 
quantesifflo  anno  ed  il  cominciamento  del  milletrecento- 
cìnqaantuno,  i  Fiorentini  comindarooo  forte  a  temere 
della  città  di  Piatola,  la  quale  per  dttadineache  aette 
era  diviaa  e  in  male  stalo.  B  la  caaa  dei  Pandali- 
chi,  che  non  erano  originali  guelfi,  in  que*  di  aveano 
cacdato  della  dita  measer  Ricciardo  Cancellieri  e  i 


*  pravi,  «dis.  citaU. 


auoi  coaaortl  naturafa',  gueM,  di  quella  lem,  e  antkhi 
aervidori  del  comune  di  Fireme  :  e  meaaar  Giovunm 
Pandatichi  j'avea  recato  in  aaano  il  govennaaento 
di  quella  terra,  e  per  aembianti  mostrava  d*  eaaere 
-asueo  dd  comune  di  Firenae.  1  Fiorentini  aontendo 
r  nrdveaoQV^  di  Milano,  il  quale  in  qud  teaapo  uvea 
aotto  Da  aua  tirinnia  ventidue  dttà,  tra  in  Louahardia 
e  in  PiefiiOvle,  e  di  nuovo  avea  contro  la  volontà 
di  SanVf'Cbteaa  preaa  la  dita  di  Bologna»  la  qnale 
confinava»  col  loro  comune,  temeano  forte  che  Pi- 
atola per  le  dttadineache  diaeordie  non  perveiHaae 
nelle  aue  mani,  e  però  voleano  la  guardia  di  quella 
terra.  B  quanto  che  aaeaaer  Giovanni  ai  nuMlraaae 
amico  dd  oomune  di  Firenae,  con  diverae  e  nove 
cagioni  tranquillava  e  metteva  indugio  col  aegnito 
de*  dttadini  ddla  ana  actta,  che  il  oomune  di  Firen- 
ae non  aveaae  la  guardia,  raffrenando  V  appetito 
Fiorentini,  col  aoapetto  dd  potente  vicino, 
meno  i  Piateled  guelfi  pur  voUono  che  il  oomune 
di  Firenae  v*  avoaao  dentro  alcuna  aua  aicurtà,  e  ceo- 
aentirono  ohe  i  Fiorentini  metteaaono  in  Piatola  mea- 
aer  Andrea  Salaaaoncelli,  uaeilo  di  Lucca  loro  aoldn- 
to,  con  cento  cavalieri  e  con  cenlodnqnanla 
diari  alla  guardia  di  Piatola,  alle  apeae  dd  coi 
di  Firenae,  e  con  patto  eapreaao  che  il  detto  capìtn- 
no  e*  auoi  cavalieri  e  fanti  giuraaaono  di  aaanleaere 
quello  alato  ohe  allora  reggeva  Pialoia,  contro  il 
mune  di  Firenae,  e  ogni  altro  che  offendere  o 
tare  il  voleaae.  I  Fiorentini  vedendo  che  meglio 
ai  poteva  fare  aenaa  grave  perìcolo,  benché  eono- 
aceaaono  che  queata  non  era  la  guardia  che  biao- 
gnava,  acconaentirono,  e  miaonvi  il  capitano  e  la 
gente  d'armo  aotto  il  detto  saramento:  e  con  molle 
disaìmuladoni  e  ludnghe  manleneano  qudla  città,  li- 
lenendo  i  cavalieri'  in  Firenae  aenaa  mutaaione  infi- 
no al  primo  tempo. 

CAPITOLO  xcvn. 

Come  ^erH  reiiori  di  Firetne  9oUono  prendere 
Pistoia  per  inganno, 

Bra  per  auoceaaione  de*  rettori  di  Firenae,  di 
priorato  in  priorato,  la  aoUedtudine  di  mettere  ri- 
medio dia  guardia  di  qudk  città.  E  non  Irovandod 
da  potere  fare  altro  che  fatto  d  foaae,  donni  aHora 
rettori  dd  noatro  coBume,  con  più  preaundono  che 
il  loro  conaiglio  non  pormettea,  prowidono  di  fiaro 
tra  loro  aegretamente  d*  avere  per  non  lede  iagegmo 
la  aigttoria  di  quella  terra  ;  •  com*  abbono  oonco- 
pulo  il  non  debito  fatto,  cosi  per  non  diacreto  aè  sa- 
vio modo  il  vollono  mettere  a  eaecuaione,  e  aotlo 
altro  titolo  accolaono  i  aoldati  dd  comune  a  piedi  e 
a  cavallo,  e  moaaonne  delle  leghe  del  oontndo  ;  e  «- 
vendo  a  queata  gente  dato  ordine  alla  notte  che  d 
doveano  muovere,  vollono  provvedere  di  rimntare  a 
Piatola  il  capitano  oh'  avea  giurato  a*  Piatoleei,  che 
era  troppo  diritto  e  leale  cavaliere  di  aua  promaaan, 
e  scambiare  le  masnade  aotto  il  titolo  della  oondot- 
la,  acciocché  poteaaono  aenaa  contraato  dentro 


I      '  f  CaneelUerif  legge  Tedia,  citata. 


DI  HARBO  mLAffL 


51 


glio  fornire  la  ìwo  isteiiKiona  :  a  ■  dò  fare  malti- 
■anta  si  confidarono  a  ano  lar  Piero   ducei,  ao- 
prannomato  Macini,  allora  noterò  della  condotta,  il 
qmle  era  parabolofo  e  di  grande  vista,  e  poco  ve- 
ritiere ne'  fatti  Onesti  promise  di  fornire  la  bisogna 
ehiaranMBte,  e  d' avvisare  del  fatto  alcuni  conesta- 
bili  confidenti  :  e  preso  a  fornire  il  aervigio,  i  poco 
discreti  rettori  del  cornane  ebbono  la  promessa  di 
colai  come  se  la  cosa  fosse  ferma  e  certa  ;  e  per 
qaeslo  la  notte  ordinata,  a  dì  26  di  marzo  gli  anni 
Domini  1351,  feciono  cavalcare  i  cavalieri  e*  pedoni 
eh'  aveano  apparecchiati,  e  con  loro  messer  Ricciardo 
Cancellieri,  colle  scale  provvedute  alla  misura  delle 
mora.  E  a  Pistoia  Uaono  la  mattina  imanzi  di,  ed  ebbono 
messe  le  scale  ;  e  montati  de*  cavalieri  e  de*  pedoni  in 
au  le  mora,  e  scesine  dentro  una  parte,  avvisando 
d'  avere  V  aiuto  de*  soldati  del  comune  di  Firenze  che 
V*  erano  dentro,  come  era  loro  dato  a  divedere,  pen- 
savano a  dare  la  via  agli  altri  e  farsi  forti,  e  tutto 
era  senza  contrasto,  perocché  i  cittadini  si  dormiva- 
no aenza  sospetto.  E  i  soldati  del  oomtfne,  che  dentro 
v'erano,  di  questo  non  aveano  sentimento^  né  av- 
viso alcuno,  perocché  il  notaio,  a  cui  la  bisogna  fu 
eommessa,  fa  trovato  in  Prato  nell'albergo  a  dormire. 
Messer  Ricciardo,  essendo  co*  suoi  in  sulle  mura,  si 
acoperse  innanzi  tempo,  facendo  gridare  :  Viva  il  co- 
rnane di  Firenze  e  messer  Ricciardo.  I  Pistoiesi  sen- 
tendo il  rumore  credettono  fosse  opera  di  messer 
Ricciardo  loro  sbandito,  il  quale  aveano  in  gran  so- 
spetto ;  e  però  co*  soldati  de'  Fiorentini  insieme  fu- 
rono all'arme,  e  trassono  alle  mura  francamente  ad 
aaaalire  coloro  che  dentro  erano  scesi:  e  feritine 
alquanti,  tutti  gli  presono,  e  allora  di  prima  seppono 
che  questa  era  fattura  de'  Fiorentini  ;  e  tutti  co'  sol- 
dati de*  Fiorentini  insieme  intesone  sollecitamente  a 
gaardare  la  terra  il  di  e  la  notte.  E  la  folle  impresa, 
mattamente  condotta  per  li  rettori  di  Firenze,  generò 
in  Pistoia  grave  e  pericoloso  sospetto  :  e  in  Firenze 
molta  riprensione,  per  la  disonesta  e  disusata  im- 
presa. E  per  la  mala  provvisione,  il  notaio,  a  cui  i 
aignori  aveano  commessa  la  bisogna,  fu  preso  a  fu- 
rore di  popolo  e  menato  alla  podestà,  e  avrebbe 
perduta  la  persona,  se  non  che  il  grande  fallo  ch'a- 
veano  commesso  i  suoi   comandatori,  perché  non 
gravasse  loro,  difesono  lui.  E  di  questo  segui  quello 
che  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  xcvni. 


Carne  i  Fiorenilni  asitdiarono  Pistoia  ed  fbòonla 

a^  comandamenti  loro. 


Quando  i  Fiorentini  s'awidono  del  pericolo,  là 
dove  r  indebita  impresa  de*  loro  rettori  gli  aveva  mes- 
si, di  recare  a  partito  i  Pistoiesi,  per  la  nuova  in- 
giuria ricevuta,  d'aiutarai  colla  forza  del  vicino  ti- 
ranno :  temendo  che  questo  non  avvenisse,  non  per 
animo  di  volere  di  quella  città  alcuna  giurisdizione 
fuori  che  la  guardia,  per  gelosia  che  al  tiranno  non 
pervenisse,  di  presente  dìliberarono,  che  la  città  si 


stringesse  per  forza  e  per  amore  tanto  che  la  guar- 
dia solo  se  ne  avesse,  per  loro  sicurtà,  e  del  nostro 
comune,  eh'  altro  non  volea.  E  senza  indugio  alla 
gente  che  andata  v'era,  s'sggiunsero  cavalieri,  quanti 
«llora  il  comune  ne  poteva  fare,  e  fanti  a  pie.  E  per 
decreto  del  comune  si  die  parola  agli  sbanditi  che 
catuno  facesse  suo  sforzo,  e  alle  sne  spese  menasse 
gente  neU*  oste  in  aiuto  al  comuoe  di  Firenze  secon- 
do suo  stato,  e  dopo  il  servigio  fatto  sarebbe  riban- 
dìto  d*  ogni  bando.  Per  la  quel  cosa  io  tre  di  fu- 
rono intomo  a  Pistoia  ottocento  cavalieri  e  dodici- 
mila pedoni,  e  rìstrinsonla  d'ogni  parte  con  più  cam- 
pi, sicché  di  loro  contado  né  d*  altra  amistà,  den- 
tro non  poterono  avere  alcuno  soccorso  o   aiuto. 
E  di  Firenze  vi  s*  aggiunse  sedici  pennoni,  uno  per 
gonfalone,  co*  quali  andarono  duemila  cittadini  qua- 
si tutti  armati  come  cavalieri,  e  molti  ve  n'andarono 
a  catello  ;  e  giunti  nell*  oste  con  loro  capitani,  fe- 
ciono dirizzare  intomo  alla  città  otto  battifolli.  In 
Pistoia  aveva  a  questo  tempo  millednquecento  cit- 
tadini, 0  poco  più,  da  potere  con  arme  difendere  la 
terra,  oltre  alle  masnade  a  cavallo  e  a  pie  che  den- 
tro v'erano  a  soldo  de'  Fiorentini,  i  quali  si  stavano 
senza  fare  novità  dentro  o  guerra  di  fuori  :  per  la 
quel  cosa  al  gran  giro  della  città  parea  che  cosi  pochi 
cittadini  non  la  dovessono  potere  difendere.  E  per 
questa  cagione  i  Fiorentini  aveano  speranza  di  vincerla 
per  forza,  quando  con  loro  non  si  potesse  trovare  ac- 
cordo. I  Pistoiesi  d'entro,  uomini  coraggiosi  e  altie- 
ri, con  dura  faccia  intendeano  di  e  notte  francamen- 
te alla  loro  difesa  ;  e  perch'erano  pochi  à  tanta  guar- 
dia quanta  il  di  e  la  notte  convenia  loro  fare,  usci- 
rono delle  loro  case,  e  vennono  ad  abitare  intorno 
alle  mura:  e  le  mura  armarono  di  bertesche  e  di  ventie- 
re,  e  dentro  uno  largo  corridore  di  legname,  e  forairon- 
lo  di  pietre  e  di  legname  e  di  pali  da  gittare,  e  di  travi 
sopra  i  merli:  e  feciono  a  pie  delle  mura  intorno 
intorno  molti  fornelli  con  caldaie,  per  apparecchiare 
acqua  bollita  per  gittare  aopra  coloro  che  combattes- 
sono  :  e  apparecchiarono  calcina  viva  in  polvere  per 
gittare,  e  con  ferma  e  aspra  fronte  mostravano  vo- 
lere difendere  la  loro  franchigia;  la  qual  cosa  era 
degna  di  molta  lode,  ae  per  antichi  e  nuovi  e  con- 
tinovi esempli  della  loro  cittadinesca  discordia  non 
foase  contaminata.  E  addurandosi  di  non  volere  pren- 
dere accordo  col  comune  di  Firenze,  soffersono  il 
gnaato  di  fuori  de' loro  campi  ^;  e  vedendo  i  Fioren- 
tini che  più  a*  addnravano,  deliberarono  che  la  terra 
si  combattesse;  e  per  levare   loro  la  speranza  del 
oontradio,  comandarono  a  messer  Andrea  Salamon- 
celKy  capitano  e  conestabile  de'  cavalieri  e  de'  pedoni 
dio  dentro  v'  erano  a  soldo  dd  nostro  comune,  che 
ne   dovesse*  oscire,  e  cosi  fu  fatto  ;  per  la   qual 
cosa  la  nostra  oste  a*  accrebbe^,  e  a  loro  mancò  la 
speranza  :  e  ordinati  di  fuori  ponti  e  gatti  e  grilli,  e 
castella  di  legname  e  altri  fomimenti  da  combattere 


'  aentore,  edls.  citata. 


'  delle  lùr  vUle^  edis.  citata. 

'  ei  eimbaUesH  per  levare  la  eperanta  loro  del  eontrario» 

E  eemandarono  a  meifer  Andrea  SaUmoneeUif  capitamo,  e 

a*  eonteetabiU  de*  eamiUeri  e  pedoni  che  deniro  v'  erano  al 

eoldo  del  noetro  ecmunej  che  ne  dovettero  eco.  Edis.  citata. 

I      ^  per  la  qual  cosa  V  otte  de'  Fiorentini  crebbe,  ediz.  cit. 


53 


CRONICA 


le  mora,  aodoochè  eoo  pia  siooHè  ai  polaaae  ii- 
tendere  alla  battaglia,  oùiaoao  di  boono  ateacato 
dair  QBO  battifoUe  aU*  altro.  I  Piatoleai  Tedendo  la 
diapoaiiioM  de*  Fioraatini,  e  peoaando  ebe  eaiaB- 
dio  cbe  ai  difoideaaoBO,  t*  dod  poteaao  beoe  rìaM- 
nere,  comiaciaroiio  più  a  temere.  la  qneato  bmuo 
aaBibaaoiadori  da  Sieoa  y'  entrarono,  BMndati  dal 
loro  comane,  per  trattare  aocordo,  e  eoaie  obo  ai 
adoperaaaoBO  oonforendo'coUe  parti,  manifesto  fnobe 
peggiorarono  la  oondiiione,  e  iaaoerbirono  gli  animi 
e  dentro  e  di  faorì.  B  dato  il  di  della  battaglia,  e 
da  ogni  parte  appareoobiata,  i  gnelfl  di  Pistoia,  dimo- 
rano la  maggiore  fona  deUa  città,  a'aeeolsono  inaia* 
me  cola  pocbi  gbibeUini,  ed  essendo  al  consiglio,  ri- 
eereareno  eon  V  aninu)  più  ripoaato  il  perioolo  a  ebo 
si  eondaoeTano,  a  contrastare  a*  padri  loro  ;  e  cbe  den- 
tro vi  mettesse  genie  il  comune  di  Firense,  alla  guar- 
dia loro  e  della  citti,  la  qnale  e*  doreano  con  instan- 
sa  domandare  a*  Fiorentini,  Tolendo  mantenere  fai  città 
a  parte  guelfa',  e  in  più  sicuro  e  pacifico  stato  cbe  non 
erano.  E  così  parlato,  misono  il  partito  a  segreto 
squittino,  e  vinsero  cbe  la  guardia  della  città  foaae 
messa  liberamente  nelle  mani  del  comune  dì  Firenze, 
e  cbe  dentro  vi  mettesse  gente  e  capitano  alla  guardia 
quanto  al  detto  comune  piacease  :  e  cbe  dentro  alla 
città  in  su  le  mura  ai  facease  un  castello  alle  spese 
de'  Fiorentini,  per  più  sicura  guardia,  e  cbe  oltre  a 
ciò  aveasono  la  guardia  dì  Serrafallo  e  quella  della 
Sambuca,  e  messi  dentro  de*  cittadini  di  Firense.  In 
quel  di,  ogni  cosa  di  grande  concordia  ai  recò  in 
buona  pace  ;  e  dentro  n  suaono  il  capitano  e*  ca- 
valieri e*  pedoni  cbe  I  nostri  cittadini  vollono  ;  e 
presono  la  tenuta,  e  ordinarono  la  guardia  diSer- 
ravalle  :  e  per  fretta  e  mala  prowideaxa  indugiarono 
di  mandare  per  la  tenuta  deUa  Sambuca  nel  passo 
dell'  alpe,  la  quale  quando  poi  vollono,  aenca  di- 
fetto de' Piatoleai,  non  poterono  avere:  onde  poi 
ne  segui  cagione  di  grande  pericolo  a'  Piatoleai  e 
al  nostro  comune,  cobm  leggendo  per  innanaì  si  po- 


trà trovare.  E  fotta  la  éetta  ooneordia,  i  Fio^ealiai 
levarono  il  caaipo  e  araono  i  battilaUi  ;  e 
temente  con  graa  faata  toraò  tutta  la  ben* 
twata  oate  sana  e  salva  aella  noatra  città,  aH'nacila 
d'aprile,  gU  anni  di  Cristo  1351.  E  pocU  di  ap- 
praaao  vi  sMudò  il  oomaaa  di  Fìreaaa  de*a«m  grandi 
cittadini  con  pieno  uMudato,  i  quali  riformaaaeno  al 
piacere  de*  ettladìai  di  Piatola  lo  stalo  •  fl  reggi- 
mento' di  quello  eoarane;  o  tiadaonvi  maaaar  B»- 
ciarde  CanoeUieri  e'  suoi,  eon  pace  de'  Paaeiatiabi, 
fortificata  o  férma  con  più  matrimoni  dell*Biia 
glia  aU' altra. 

CAPITOLO  XCDL 


Còma  Ured*  b^hiiimta  icomlUig 

gU  SptigmtolL 


Nel  tempo  delle  tregue  del  re  di  Francia  e  di 
quello  d' Ingbilterra,  gli  Spaj^nuoli,  i  quali  usavano 
colle  loro  cdtcbe  e  navigli  di  nericare  il  asaro  di 
Fiandra,  eoarinciarono  a  daaneggiare'  i  aerigli  d' In- 
gbiUerra,  e  a  rubare  in  corso  le  loro  mercalanaie: 
e  aeguitando  con  più  foraa  la  loro  guerra,  par  più 
riprese  feciono  agi'  IngbiWai  onta  e  danno  aaaaL  11 
re  d*  lagbiUerra  non  potè  diaaimniare  qaeala  ingiu- 
ria, cbe  aoBsa  cagioae  di  guerra  gli  Spagnnoli  gli 
aveano  fatta;  e  però  aecolae  ano  nariglio,  e  in 
peraona  con  due  suoi  figliuoU,  assai  giovaai,  ai  arine 
in  mate  per -andare,  in  Spagna.  U  xojdt  Cas|eika|ba 
senti  r  annala  del  re  d' bgbiUerra,  lece  ano  afomo 
d' armare  nM)lta  nari  :  e  abboccaronai  colT  nnaala 
d'  hgbUterm  neUa  vicinansa  delle  loro  aurina^  e 
conunisono  saprà  e  fiera  battaglia^  deHa  ^nale  il  i« 
d'  lagbillerra  ebbe  la  rittoria,  oon  grande  4anBO 
degli  Spagnnoli  e  deUe  loro  navi.  E  litli  la  ava 
vendetta,  con  piena  vittoria  m  tornò  in  ingbilleffrm. 
E  qui  finiace  il  nostro  priaM»  libio,  gli  anni  di  (Malo 
1851. 


LIBRO  SECONDO 


CAPITOLO  L 

Prologo. 

Peroccbè  anticamente  gl'infedeli  e  i  pagani 
e  le  barbare  nasioni,  compiacendoai  *  alla  reverenu 
dtlle  virtù  morali,  i  cominciamenti  della  guerra  al- 
le ragioni  della  giuatiaia  congiugneano,  non  aensa 


'  eon/ermandot  edii.  citata. 

'  n  filo  d'ArÌAimA  non  d  caverebbe  qui  dal  labirinto 
che  è  il  T.  Blcd  :  U  ptrieolo  a  ehé  d  condmciomnOf  per 
etnUrattam  a*  ptdri  laro^  U  mmumm  éi  FirmuUy  la  guardia 
laro  i  détta  viuà  la  ^aaU  dovéotio  eom  iitatma  domandar$ 
d  FiormUmi  chi  la  f^rmidéSHrCy  vcUado  aunitofMfi  la  città 
a  parte  gutUfà, 

'  compioagnidoiif  edii.  citala. 


(debita  amaiiradono  ne'noalri  tempi,  no* quali  i  eri- 
atiani,  non  aolamente  dalle  moraK,  ma  dalle  virlà 
diviae  amaaaestrati  nella  perfetta  fedo  di  Crialo  no- 
atro  redentore,  molti  trapaaaano  con  diaordinato 
appetito  la  ria'  eguale  della  vera  giuatiKÌa,  e  aog«i- 
tando  la  slrenata  volontà  della  tirannaaoa  aariiisio- 
ao,  aon  eolle  debile  ragioai,  nui  con  perverso  o»- 
gionl,  con  subiti  e  sprovveduti^  nssalti  gti  aprnvvo- 
duU  popoli  aaaaliacono;  le  città  o  le  terrò,  ooni- 


'  eon  pkno  meadate:  i  foaU  tyformaireme  la  tmra 
ette  de§U  ucmimi  di  Pietoia  «  lo  etato  e  *l  reggìmmie 
Edizione  dtata. 

'  a  moUitaréf  edis.  dtata. 

'  molH  traviano  con  dieordinato  appetito  dotta  rio,  adi* 
zione  dtata.  *  «conotctuti,  adii,  dt 


DI  MAnSO  VULANI. 


53 


daodoai  sella  loro  quieto,  per  forti,  per  tradùnentì, 
e  per  iDgaDDÌ  npieoono  ;  e  isforuadofi  con  ogai  fé- 
nerazionedMogaBfii^  quelle  fogpogare,  e  fottomei- 
lere  al  fiofo  delle  loro  lireiima;  e  non  meno  la  eri- 
atianìtà,  che  le  infedeli  oaiionl,  di  qiieate  maliiie  e 
iogasoi  apeaao  si  conturbano.  E  arvegaechò  qaeaie 
ooae  aeaxa  Tergogna  de' laici  aecolari  raccontare 
non  ai  poiaono,  ne'  cherici,  e  naaaiaiamente  ne*  pre- 
lati, i  ^ali,  invece  di  Cristo  fatti  apirìtnali  pastori 
delia  aoa  greggia,  di?entando  rapaci  hipi,  nelle  pre- 
dette cose  sono  con  ogni  abonunasione  da  detestare. 
E  però  che  Tenendo  al  cominciaaento  del  secondo 
libro  del  nostro  trattato,  diverse  e  varie  cagioni  di 
questa  materia  prima  ci  b*  apparecchiano  :  vinti  da 
onesta  neceasità,  la  verità  del  fatto,  con  aeguire 
nostra  materia,  racconteremo. 

CAPITOLO  II. 

Come  il  comune  di  Piren^  «fava  la  pace  collo 
arcivescovo  di  MUano, 

I  Fiorentini  avendo  per  gelosm  presa  la  goar- 
gia  del  castello  di  Prato  e  della  città  di  Pistoia, 
asciti  della  paura  di  quelle,  si  stavano  in  pace,  ri- 
potandosi  easere  in  amistà  deli*  arcivescovo  di  Ifila- 
no,  perocché  gaerra  non  v'  era,  e  contro  a  soa  im- 
preaa  i  Fiorentini  non  s'erano  volati  travagliare. 
Con  Bologna  tenea  le  strade  e  i  cammini  aperti,  e 
le  mercatanzie  d*ogni  parte  andavano  e  venivano 
•icore.  E  spesso  il  tiranno  scrivea  al  cornane  de*saoi 
onori  e  de*  singolari  servigi,  come  accade  a  cari  a- 
mici  -,  e  il  comoae  a  loi,  come  a  reverente  signore  e 
ancora  amico*  E  con  folle  igooransa  stava  il  nostro 
comune  senza  sospetto,  e  per  non  dare  materia  di 
sospetto  al  vicino  tiranno,  si  goardava  di  fornirsi 
di  capitano  di  goerra  e  di  gente  d'arme  \  e  appena 
teneano  fomite  di  guardie  le  loro  castella.  Il  tiranno, 
ch*avea  fatta  la  eoa  lega  con  gli  altri  tiranni  d' Italia 
e  con  tutti  i  ghibellini,  si  venia  fortificando  di  gente 
d*  arme  al  suo  soldo,  a  pie  e  a  cavallo,  e  vegghia- 
va  al  continovo  contro  al  noatro  comune  nella  con- 
ceputa  maliaia,  attendendo  il  tempo  che  a  ciò  avea 
diviaato.  E  in  questo  meno  carezzava  con  doni  e 
con  aervigi  i  suoi  vicini  tiranni,  per  averli  più  pronti 
al  suo  servigio  al  tempo  del  bisogno.  E  si  pensava, 
che  ingannando  i  Fiorentini,  e  venendo  della  città 
al  Bno  intendimento,  essere  appresso  al  tutto  signo- 
re d' Italia.  E  i  rettori  della  città  di  Firenze  avendo 
a*  suoi  confini  il  tiranno  potente,  viveano  impro wiai, 
sotto  confidenza  degna  di  biasimo  e  di  grave  puni- 
zione. Ma  così  avviene  spesso  alla  nostra  città:  pe- 
rocché ogni  vile  artefice  della  comunanza  vuole  per- 
venire al  grado  ed  al  beneficio  del  priorato  e  de* 
maggiori  ufici  del  comune,  ove  s' hanno  a  provvedere 
le  grandi  e  gravi  cose  di  quello,  e  per  forza  delle  loro 
capitodini'  vi  pervengono  ;  e  eoa!  gli  altri  cittadini  di 
leggiere  intendimento  e  di  novella  cittadinanza,  i  quali 
per  grande  procaccio,  e  doni  e  apesa  si  fanno  a*  tem- 
porali di  tre  in  tre  anni  agli  aquittini  del  comune  io- 


'  cf  imgegnif  edis.  citata. 

'  Le  adnoanaa  de' loro  eapi|  o  consolL 


saocare:  é  di  questi  tanta  moltitudine^,  che  i  buoni 
e  gli  antichi,  essavi  e  diacreti  cittadini  di  rado  pos- 
sono provvedere  a*  ftitti  del  comone,  e  in  ninno  tem- 
po patrocinare  quelli,  che  è  cosa  molto  strana  dal- 
l'antico govemamento  de'nostri  antecessori,  e  dalla 
loro  sollecita  provvisione.  E  per  qoesto  avviene,  che 
in  fretta  e  in  furia  spesso  conviene  che  si  soccor- 
ra il  nostro  comone,  e  che  più  1'  antico  ordine,  e 
il  gran  fascio  della  nostra  comonanza,  e  la  fortuna, 
governi  e  regga  la  città  di  Firenze,  che  il  senno 
0  la  provvidenza  de*suoi  rettori.  Catuno  intende  i 
due  mesi  e'  ha  a  stare  al  sommo  uficio  al  comodo  della 
Bvm  utilità,  a  servire  gli  amici,  o  a  diserrire  i  nimici 
col  favore  del  comune,  e  non  lasciano  usare  liber- 
tà di  conriglio  a'  cittadini  :  e  queato  é  spesso  cagione 
di  vergogna  e  di  grave  danno  del  nostro  comune, 
ricevalo  da*  suoi  minori  e  impotenti  ricioL 

CAPITOLO  m. 

Come  Varcitescovo  di  Milano  appuose  tràdimenie 
e  condannò  messer  Iacopo  de*  Peppoli. 

Era  in  qoeato  tempo  rimMO  in  Bologna  messer 
Iacopo  de'  Peppoli,  il  qnale  fu  traditore,  con  messer 
Gìovanm  ano  fratello,  della  propria  jmtria,  vendendo 
la  città  e  i  auoi  cittadini  all'arcivescovo,  come  det- 
to abbiaaao,  al  quale  la  aoa  malizia,  e  il  commesso 
peccato,  tosto  apparecchiò  alcuna  penitenna  alle  sue 
male  operazioni.  Che  trattando  egK  con  certi  tiran- 
ni lombardi  di  fare  rivolgere  la  città  di  Bologna,  l'ar- 
civescovo, o  vero  0  bugia  che  Ioase,  senti  che  trat- 
tato si  tenea  per  lui  e  per  alcuni  altri  cittadini  di 
Bologna:  e  la  voce  coree  che  trattavano^  co*  Fioren- 
tini :  e  qoeato  non  ebbe  sostanza  alcuna  di  verità. 
Ma  II  tiranno  avea  voglia  di  trarlo  di  Bologna,  sicché 
ogni  lieve  o  ragionamento  o  materia  gli  fu  assai  : 
e  però  di  presente  fece  prendere  lui  e*  figliuoli  e 
alcuni  altri  cittadini,  e  condannati  gli  altri  a  morte, 
messer  Iacopo  per  grande  aervigio  condannato  a  per- 
petua carcere,  e  pubblicati  i  auoi  beni  alla  auà  ca- 
mera, come  di  traditori^  e  tolsegli  i  danari  che  gli 
restavano  della  vendita  di  Bologna,  e  le  castella  che 
dato  gli  avea,  e  il,  proprio  patrimonio  ;  e  fattolo  ve- 
nire co'  figliuoli  a  Milano,  incarcerò  lui  nel  castello 
di  Pavia,  e  i  figliuoli  in  Cremona.  E  l'altro  fratello 
messer  Giovanni,  che  a  qoello  tempo  era  io  Milaoo, 
non  involse  in  qoesta  aentenza,  il  qnale,  dissimulando 
suo  dolore,  rimaae  in  Milano  in  lieve  stato,  per  pas- 
sare il  tempo  alla  provvigione  del  aignore  con  a- 
maro  coore.  Assai  tosto  ha  fatto  suioifesto  qoi  il  di- 
vino giodicio  la  miaeria  a  che  aono  condotti  i  tradi- 
tori della  loro  patria,  i  quali,  per  disperato  cooaiglio, 
i  cittadini,  i  qoali  gli  aveano  eoo  graode  ooore  esal- 
tati e  latti  aignori,  sottopoo^ono  per  avarizia  al  gio- 
go del  crodele  tiraono  :  e  ora  spogliati  de*  proprii 
beni,  e  privati  d*ogni  amore  de'  loro  cittadini,  in  ca- 
lamitosa prigione  danno  esemplo  agli  altri  di  più  in- 
tera fede  a*  loro  comnni. 


■  è  quuta  tanta  fncUUutdiné.  T.  BiccL 
<  eh'  $jfii  trattaioa,  edis.  citata. 
*  eam»  traditore,  edii.  dtata. 


56 


auHacA 


oagione  di  lostro  Dillo  S  diife:  tum  mféie  fot  eoAi- 
to  osserwwe  la  pace^  e  però  vi  facciamo  ia  guerra: 
la  qoale  non  era  né  onesta  né  éeÙta  cagione  ;  e  però 
siamo  mandati  a  joi  dal  nostro  connine   a  eapere 
la  verità  di  queato  moyimento.  Udito  il  capitano  la 
loro  ambasciata  y  raccolse  il  ano  consiglio,  e  ap- 
presso rispose  altieramente  in  questo  modo  :  Il  no- 
stro signore,  messer  l' arcivescovo  di  Wlano,  è  po- 
tente, benigno  e  grasioso  signore,  e*  non  fa  volen- 
tieri male  ad  alcuna  gente,  ami  mette  pace  e  ac- 
cordo in  ogni  luogo  ove  la  sua  potenia  si  stende; 
è  amatore  di  ginstixia,  e  sopra  gli  altrì  signori  la 
difende  e  mantiene:  e  qm  non  ci  ha  mandali  per  mal 
fare,  ma   per  volere  tntta  la  Toscana  ridneere  e 
mettere  in  accordo  e  in  pace,  e  levare  le  divisioni 
e  le  gravesie  che  sono  Ira*  popoli  e*  comuni  di  que- 
sti paesi.  E  perckè  a  lui  ò  pervenuto  e  «ente  le  di- 
visioni, discordie  e  selle,  e  le  gnveiie  che  sono 
in.  Firense,  le  quali  conturbano  e  aggravano  la  vo- 
stra città  e  tutti  i  comuni  di  Toscana,  ci  ha  man- 
dati qui  affinchè  voi  vi  governiale  e  reggiate*  in  pa- 
ce e  in  ginstitia  per  lo  suo  consiglio,  e  sotto  la 
sua  protettone  e  guardia  ;  e  cosi  intende  di  volere 
addiriuare  tulle  le  terre  di  Toscana.  B  dove  questo 
non  si  possa  lare  con  dolcessa  e  con  amore,  in- 
tende farlo  colla  fona  detta  sua  polenia  e  degli  a- 
mici  suoi.  B  a  noi  ha  conunesso,  ove  per  voi  non 
si  ubbidisca  al  suo  buono  e  giusto  proponimento, 
che  mettiamo  la  sua  oste  in  sulle  vostre  porte  e  in- 
tono alla   vostra  città ,  e  che  ivi  tanto  manterrà 
quella,  accrescendola  e  fortiicandola,  continuamente 
combattendo  d^  ogni  parte  il  contado  e  il  distretto 
del  vostro  comune  col  fuoco  e  col  Cerro,  e  colle 
prede  de'  vostri  beni,  che  tornerale  per  vostro  bene 
a  fare  alla  volontà  sua.  Udendo  gli  aaibasoiadori  la 
superba  risposta  del  capitano  e  del  suo  oonsigHo, 
non  parve  che  luogo  e  tempo  fosse  di  quivi  stendera 
più  loro  sermone  :  e  però  domandarono  sicurtà  fino 
a  Bologna  per  loro  potere  andare  al  signora  di  Mi- 
lano, come  aveano  in  commissione  dal  loro  comune, 
la  quale  il  capitano  non  volle  dara.  E  però  si  tor- 
narono a  Firanze ,  e  spnosono  a*  signori  e  al  con- 
siglio quello  eh*  aveano  avuto  dal  capitano  dell*  o- 
ste  per  risposta  delle  loro  nadMacialn,  per  la  quale 
r  animo  de*  cittadini  di  Firenie  crahbe  più  in  disde- 
gno che  in  paura^. 

CAFITOLO  DL 
Cotne  r  otte  si  ktò  da  Pislota  e  puóieù  a  Campi. 

Essendo  stata  1*  oste  del  tiranno  otto  di  sopra 
la  città  di  Pistois,  e  mancata  la  speranaa  d*  avere 
la  terra,  per  la  buona  guardia  e  soUeoila  che  '1  di 
e  la  notte  vi  faeeano^  i  Fiorantini:  e  il  somiglinttte 
di  Prato,  nelle  quali  terra'  erano  le  Ire  parli  deila 


gente  d*  arme  clw  nllon*  aveano  i  fwntHaà^ 
do  la  città  di  Firenie  quasi  rimasa  sansa  aiolo  di 
soldati  forestieri,  e  non  avendo  capitano  di  guerra  : 
messer  Giovanni  da  Oleggio  eoi  consiglio  de'  capo- 
rali ghibellini  eh*  avea  con  seco,  i  quali  stavano  sol- 
leciti a  sentira  il  fallo  del  nostro  comune^  e  sea^ 
vsno  essera  dentro  grande  sospetto  e  poco  oonni- 
glio,  e  minora  fona  d' arme  che  in  Pistoia  e  in  Pra- 
to, oon  molte  veiìsiaEuli  suasioni  mossoao*  fl  eepiteBO 
subitasMnle  a  stringersi  sopra  Firenie  colla  sua  oste: 
il  quale  essendo  nomo  di  grande  ardire,  e  aaiaoso 
contro  a*  Fiorantini ,  sentendosi  accompagnato  èn 
molti  buoni  capitani  di  guerra,  e  dn  cinqueaBla 
buie,  e  da  duemila  altrì  cavalieri,  e  seimila 
diari  a  piede,  non  bene  provveduto  di  vittnaglia, 
sperando  nel  contado  di  Firenae  ftfsene  nbbottd«- 
vole,  oome  mostralo  gli  era,  a  di  4  d*  agosto  del 
dello  anno  subitamente  levò  il  campo  da  Pialoia,  • 
per  la  alrada  dritta  e  pioui  sansa  amato  valiealn  in 
terra  di  Prato,  condusse  la  sua  oste  in  snll*  nm  del 
vespere  a  Campi,  Bromi  e  Perelola,  iaiprowtoOv 
non  che  a*  Fiorentini,  ma  egfi  uondni  di  qnelle  villo 
e  contrade.  Per  la  qnd  cosa  non  poterono  enmpnro 
alcuna  cosa.  Inori  che  le  persone,  e  di  quello  vi 
rimaaono  aassi.  Il  espilano  per  non  eondneerni  al 
tardi,  e  perchè  il  hM>go  era  albergato  e  pieno  d*  o- 
gni  bene,  fermò  il  caaqio  a  CnmpL  Della  viBn  di 
Campi  e  d*  altra  d'nitono  raecolsono  grano  e  hindn 
e  carnagione  aaaai,  e  nu>lto'  luaseriiie  e  letta  do* 
paesani  :  e  intesone  a  starsi  ad  agio  e  a  rinfiresonro 
la  gento  di  vivanda,  della  quale  intorno  a  Pietoin 
aveano  sostenuto  disagio.  B  dato  1*  ordine  ni  enoh- 
po  di  buona  guardia  di  di  e  di  notte,  prawidono 
cho  ogni  cavalcata  cho  si  faeease  verso  la  citte  dì 
Firenae  avease  riscossa  di  mSle  oaralieri  il  meno.  B 
ineontanento  eondnctarano  a  caraloare  per  lo  piano, 
predando^  e  raccogliendo  il  beatiauM  e  la  roba  che 
rimasa  v*  era  sema  Irorara  ripara,  e  alcuna  volta 
si  stesone  iiiAno  alle  mae  della  dita  di  Firanno,  I 
Fiorentiai  aentendo  questa  subita  venuta  dell*  osto 
sopra  la  ettlà,  e  la  bahlanta  presa  d*  aversi  lasciato 
dietra  Pistoia  e  Prato,  sbigottirono  disordinatamene 
to,  non  trovandosi  forniti  nò  prawednli  A  riparo. 
B  i  rettori  del  comune  per  lo  fallo  commesso  del- 
1*  sbbandonata  prawirione  non  sapeano  che  si  fora; 
e  molto  tomeano  che  fessone  venuti  cori  baldansod 
a  istania  de*  loro  cittadini  d*  entro.  B  in  questa 
contumacia  e  sospetto  si  stolta  insino  ohe  msnife- 
sto  spparve  per  roperasione  de*  cittadini  grandi  e 
popolani  grassi,  ohe  caluno  era  in  fede  ai  ano  co- 
mune: e  levata  la  nebbia  che  teneva  intenebrata  ta 
mento  del  popolo  e  del  comune,  presono  più  ardi- 
re, e  feciono  trarra  fuori  i  gonfaloni,  e  andarono 
coli*  arme  alle  porte,  e  focionle  serrara  di  verso  U 
parto  d*  ond*  erano  i  niadd  ;  e  ordinarono  guardie 


'  dd  nottro  eomtmt,  edii.  dtata. 

*  noi  vi  gowmiamo  e  reggiamo^  edii.  citata. 
'  in  jnà  9degno  che  prima^  edis.  citata. 

*  ne  faeeanOf  «db.  citata. 

*  nella  gmU  toro,  edla.  dtata. 


I  i  caporaU  ghiòMni  dC  irono  al  comm^Ko  di 
Oiooanm  dm  OUggiOf  i  gnaU  Havamo  totUeiti  a 
difèUi  dèi  MoKro  eommné^  cosi  Tarla  ì*  adia.  dtata. 

*  pmr  molH  verinmili  wtoBHro,  odia,  dtata. 

*  •  eamaggiOf  •  moU$f  «dia.  eltaia. 

*  prtndmdOf  lagga  il  T.  Rkod. 


^^^^^ww^B  ^m    w 


DI  MAnSO  VILLANI 


57 


di  baom  cittadini,  facendo  il  di  e  It  aoUe  tee  bao- 
na  guardia.  E  araMrono  le  aura  di  ventiere,  e  le 
più  deboli  parti  feeiono  afforxare  per  difendere  la 
città,  che  di  mettere  genie  in  campo  a  qaeir  ora 
non  areano  podere. 

CAPITOLO  X. 
Con$e  rotte  ebbe  ^an  diféUi  a  Campi  e  a  CalenMuo. 

Avvenne,  che  stando  V  oste  a  Campi,  per  ma- 
la provfiaione,  tolto  il  bealiame  eh'  avrebbe  dato 
con  ordine  Inngamenle  carne  air  oite,  in  pochi  di 
si  alraiiò  e  eonsnmò.  B  in  quello  tempo  era  sfor- 
malo ealdo  e  secco  grande,  e  tolte  le  mulina  di  qnelle 
contrade  erano  state  sierrale  e  gaasie  \  per  la  qoal 
cosa, 'benché  Toste  avesse  del  grano,  non  ne  polca 
fare  farine,  ed  erano  in  grande  soffratta  di  sale.  B 
la  viUoaglia  di  quel  piano  cominciò  a  mancare,  e 
quella  che  venia  da  Bologna  per  iscorla  era  spesso 
in  preda  de* cavalieri  ch'erano  in  Pistoia'.  E  per 
questo  avvenne,  che  in  pochi  di  all'oste  mancò  il  pane 
e  il  sale  :  e  non  aveano  che  manicare,  se  non  carne, 
0  di  quella  anche  poca,  e  oocevanla  col  grano,  che 
luina  non  aveano.  E  da  ninna  parte  del  contado  di 
Firene  aveano  mercato,  e  cavalcate  non  poleano 
stendere  in  parte  onde  recare  poteasono  fornimento 
.al  campo,  perocché  tatto  le  ciroostanie  aveano  agom- 
borato  e  rHotto  nella  città.  Onde  cominciarlo  a  sen- 
tire bme,  e  il  caldo  li  consumava  e  affliggeva  forte 
i  corpi  degli  uomini  ;  e  il  maggiore  sussidio  eh'  a- 
vessono  era  V  agresto  e  le   frulla  non  mature  :  e 
poco  tempo  v'  aveano  a  stare,  che  sema  essere  con- 
Iraalali  da'  Fiorentini  venivano  in  ultima  disperazione. 
Onde  il  loro  capitano  e  conducilori  vedendosi  a  que- 
sto perìcolo,   diedooo  voce  di  volersi  strignere  alla 
città,  e  per  foru  valicare  nel  piano  di  San  Salvi.  1 
Fiorentini  lemetlono  di  questo  :  e  non  trovandosi 
gente  d*  arme  da  potere  contradiare  il  passo  a'  ni- 
mici,  feeiono  una  tagliata  dal  ponte  della  porta  a  San 
Gallo  infine  alla  costa  di  Montoghi:  e  ivi  misono 
molti  balesirìeri  e  popolo  alla  guardia,  con  ordine 
di  soccorso  se  bisogno  fosse.  L' altra  voce  diedono 
di  tornarsene  per  lo  piano  d*  ond'  erano  venuti  ver- 
so Pistoia;  i  Pistoiesi  per  questa  tema  ruppono  i 
passi,  e  abbarrarono  i  cammini  con  fossi  e  con  al- 
beri. E  per  questo  i  Fiorentini  più  lemeano    che 
non  valicassono  nel  piano  di  San  Salvi,  e  per  que- 
sta cagione  afforsarono  di  bertesche  e  di  steccali  la 
rócca  di  Fiesole,  e  fecionla  guardare  ;  e  nondimeno 
tallo  il  contado  da   luogo  e  d' appresso  fedone 
sgombrare  da  quella  parto.  I  capitani  dell'  osto  ve- 
dendosi a  cotanto  disagio,  non   srdirono  di  strì- 
gnersi  più, alla  città,  ami  levarono  il  campo,  a  di 
11  d'agosto  del  detto  anno,  e  traendosi  addietro 
si  puosono  a  Calemano.  I  Fiorentini  stimando  che  se 
n'  andassono,  sonarono  le  campane  del  comune  a 
stormo  ;  e  il  popolo  volonteroso  a  cacciare  chi  fug- 
gisse s*  armò,  o  alquanti  mattamento  sema  ordine  e 
sema  capitano  mdrono  delta  eittà  :  ma  sentondo  che 


*  imptdita  dalla  gente  eh*  era  in  Pietoia,  Bdb.  citata. 


i  nimici  non  fuggivano,  tosto  ritornarono  dentro 
dalle  mura.  Ma  di  questo  nacque  la  voce  per  lo  con- 
tado e  scorse  per  tutto,  che  se  n'  andavano  per  U 
Yaldimarina;  e  di  stormo  in  stormo  si  mossone  i 
contadini  scusa  ordine  o  comandamento  del  comu- 
ne, e  occuparono  le  montagne  sopra  la  Yaldimarina 
d'  ogni  parte,  e  furono  loro  tanto  innami  all'  ora 
del  vespero,  che  forto  fedone  tomere  e  maraviglia- 
re i  nimici,  eh'  aveano  intomione  di  passare  in  Mu- 
gello' per  quella  via.  Come  i  capitani  ebbono  fermo 
il  loro  campo  sotto  Calenzano  in  sulla  Marina,  fe- 
done combaltore  la  pieve  e  certo  fortezze  ov'  era 
raccolta  la  viltoaglia  de'  paesani,  e  presonle  a  patti, 
salve  le  persone:  e  anche  presono  il  castello  di 
Calenzano,  che  non  era  murato  né  affossato^,  e  in 
questa  tonuta  trovarono  alcuno  rinfrescamento.  Fino  a 
quell'  ora  non  aveano  fatta  alcuna  arsione  :  stando 
ivi,  uno  grande  coneslabile  tedesco  si  stese^  a  Piz- 
zidimonto^,  e  fuvvi  morto  da'  villani  ;  e  per  questa 
cagione  vi  cavalcarono  e  arsonlo,  e  appresso  alcu- 
na altra  villa  intorno  a  Calenzano.  E  feeiono  prov- 
vedere i  passi  per  valicare  in  Mugello,  eh*  ogni  al- 
tro viaggio  era  loro,  in  stremiU  del  pane,  più  pe- 
ricoloso assai  a  pigliare. 

CAPITOLO  XI. 

Come  %  rettori  di  Firenze  abbandonarono  il  passo 

di  Valdimarina. 

La  necessità  delle  cose  da  vivere,  più  l'un  di 
appresso  l'altro  già  tornata  in  fame,  strignea  l'oste 
del  Biscione,  che  cosi  si  chiamava  allora,  a  partirsi 
del  piaoo^,  ove  senza  speranza  di  potorai  allargare, 
di  pane  erano  affamati.  I  dltadini  di  Firenze,  a  cui 
era  commessa  la  provvisione  della  guerra,  eh'  erano 
oltre  a'  priori  e  a'collegi  didolto  tra  grandi  e  po- 
poUni,  aapeano  bene  il  difetto  eh*  aveano  i  nemici, 
ma  non  aveano  capitano,  e  da  loro  non  sapeano  la 
maestria  della  guerra  ;  conobbono  per  lo  comune  gri- 
do, che  agevole  era  a  tenere  loro  il  passo  che  non 
entrassono  nel  Mugello  per  la  Yaldimarina,  che  per 
natura  il  luogo  era  stretto,  e'passi  aspri  e  forti,  da 
tonergli  poca  gento  con  loro  sicurU  da  tutta  V  cale, 
e  ridono  manifesto,  che  dove  queata  via  Fimpedis- 
se  loro,  e'  convenia  che  si  partiasono,  tornando  ad- 
dietro da  Pistoia  sconciamente^.  Ma  la  tema  della  vo- 
ce che  non  passassono  a  San  Salvi,  ch'era  quasi  im- 
possibile, fece  al  comune  non  riparare  a  qael  pas- 
so. Ma  uno  gentile  acudiere  alamanno,  il  quale  in 
quel  tempo  per  lo  comune  era  capitano  in  Mugello, 
da  aè  medesimo  commise  a  uno  della  casa  de'  Me- 
dia, il  quale  era  in  aua  compagnia,  eh'  andasse  a 
provvedere  ai  passo,  e  diegli  dugento  fanti  e  cin- 
quanta cavalieri.  La  conunissione  fu  debole  a  cotanto 


*  dì  vaUemre  nel  Mugdlo^  legge  il  T.  Rieef. 

*  né  difeeo,  legge  U  T.  Rieei. 
'  9%  itnnee,  legge  U  citata. 

*  A  Pinzi  di  Monte. 

'  del  paeee,  edisione  citata. 

'  tomandoei  addietro  eeondammU  per  latria  di  Pietoia, 
Edia.  citata. 


58 


CRONICA 


dito:  nofidimeio  m  il  dttadino  fosse  stato  taloroso, 
e  avesse  Toloto  acqustare  onore  grande,  molto  age- 
vole gli  era  a  guardare  quel  passo  ;  perocché  i  Mn- 
gellesi  sentendo  che  il  capitano  mandava  a  goardare 
quel  passo,  con  grande  animo  di  ben  fare  trassono 
da  ogni  parte  allo  stretto  ov*era  venato  il  provve- 
ditore. Ed  essendo  nel  loogo ,  videro  che  il  passo 
si  difondea  senza  dubbio,  a  grande  sicarti  de^difen- 
ditori,  per  la  forteisa  naturale  di  quelle  valli  ;  onde 
conveniva  all*oste  de*  nemici  valicare,  a  piede  e  uo- 
mo innanzi  uomo,  che  a  cavallo  insieme  non  v^era 
modo  da  poter  passare.  Ha  il  cittadino  deputato  a 
quel  servigio  disse  a*Hugelleai  che  gli  conveniva  es- 
sere altrove,  e  quivi  per  ninno  modo  si  potea  ritenere. 
Onde  i  MugeUesi  ch'erano  tratti  coraggiosi  aOa  di- 
fesa, vedendo  come  colui  cui  doveano  avere  per  ca- 
pitano a  quella  guardia  si  partiva,  perderono  ogni 
vigore;  e  partito  il  capitano,  tornarono  a  casa,  e 
cominciarono  a  fuggire  il  loro  bestiame,  e  le  loro 
bmiglie  e  masserizie,  maladicendo  il  comune  di  Fi- 
renze e*  suoi  governatori,  con  giusta  cagione  della 
loro  fortuna. 

CAriTOLO  XII. 

Come  r  oste  del  Biscione  valicò  U  passo 
di  VaUUmarina  e  andò  in  Mugello. 

I  capitani  dell^oste  che  si  vedeano  in  gran  bi- 
sogno d'uscire  del  luogo  dov'  erano  atreUi  dalla  fiei- 
me,  seppono  di  presente  come  il  passo  era  abban- 
donato da*  Mugellesi,  e  però  incontanente  mandaro- 
no innanzi  masnadierì  eletti,  e  buoni  balestrieri  a 
prendere  il  passo  :  e  senza  arresto  levarono  i\  cam- 
po a  di  14  d'agosto  del  detto  anno,  e  misonsi  lo- 
ro appresso.  In  sul  passo  erano  rimasi  alquanti  fanti 
del  paeae,  i  quali  di  loro  volontà  attesono  i  ma- 
snadieri de*  nemici  :  e  alle  mani  con  loro,  li  ributta- 
rono indietro  '.  Ha  vedendosi  pochi  e  senza  soccor- 
so, e  vedendo  i  nemici  che  riempieano  le  coste  de' 
poggi  e  le  valli  d'ogni  parte,  abbandonarono  il  pas- 
so; e  i  nemici  di  presente  il  presono,  e  l'oste  senza 
contrasto  o  pericolo  valicò,  facendosi  grandi  beffe 
del  comune  di  Firenze,  parendo  a  catuno  di  servo 
essere  divenuto  signore.  E  pensando  alla  villi  ch'a- 
vevano trovata  nei  Fiorentini,  a  non  avere  fatto  te- 
nere e  difendere  quel  passo,  e  al  poco  provvedimen- 
to che  mostravano  ne'  fatti  della  guerra,  crebbe  la« 
loro  superbia.  E  poiché  si  ridono  essere  valicati  aen- 
za  contrasto  nel  piano  di  Mugello,  presono  fidanza 
d*essere  signori  di  tutto  il  paese  senza  contrasto,  e 
quel  di  medesimo  csvalcarono  a  Barberino,  e  a  Yil- 
lanuova.  Barberino  era  forte  e  bene  fornito  alla  di- 
fesa, e  molta  roba  v'era  dentro  raccolta  delle  vici- 
nanze, ad  intendimento  di  difendersi,  tanto  ch'aves- 
sono  soccorso  de' Fiorentini  Ma  Niccolò  da  Barbe- 
rino^  antico  castellano  e  de'  nobili  di  quella  terra, 


*  e  furono  aUe  mani  con  laro.rilmHandoU  addietro.  Ed. 
dUU. 

•  Corrara  Toce  che  questi  non  aolo  si  fosse  appigliato 
al  tradimento  quando  e' èra  vedato  alle  strette,  ma  che 


avendo  la  fede  eorroHa  al  comune'  di  Fi 
n'  andò  al  capitano  deiroste*  e  sena  oonsiglM  dm' 
suoi  casCeUaBi,  a  suo  vantaggio  trasse  pnito,  o  leadè 
il  castello  a'  neaùei;  e  aùsonvi  la  loro  gsaHlin,  o  In 
vittovaglia  che  v'era  fece  dare  ail'oelo.  Yfllawm»  • 
Gagliano,  e  Latera,  e  altre  terre  eircnatnnti,  ohe  mw 
erano  di  gran  fortezza,  né  giardale  da  gente  d*i 
per  lo  comune  di  Fireme,  fecìono  fl 
to  del  capitano  dell*oste,  e  dieronH  fl  mesenlo.  Tro- 
vandosi la  gente  aSaauta  in  paeae  largo  e  dovìiio- 
ao  e  pieno  d'ogni  bene,  soggtoraanwo  voiaatiori 
più  di,  per  prendere  confòrto  dello  loro  parsaas,  • 
a'ioro  aninuili,  che  tutti  n'avevano  gran  biaogno.  Mn 
chi  ha  ne'fitti  detta  gnem  il  leaapo  da  avnuaro^ 
e  per  riposo  lo  indugia,  tardi  fl  ncqniaitt  ;  •  eoel 
avvenne  a  costoro  per  lo  detto  sogfiomo^  ooao 
presso  diviseremo. 

CAFITOLO  un. 


Come  il  come  di  Momteearetti  si  rmbellò  a* 
$im  e  tenne  ni  cnpiinne. 


11  eonte  Tane  di  Honteearelli  rompendo  la 
ce  ch'avea  eoi  eomnne  di  Firenze,  esoendo  con  gU 
aKrì  ghibellini  collegato  coU'aroivesoovo,  avendo  n 
prima  per  inganno  e  per  mala  prowedema  del  en- 
stellano  ritolta  a'  Fiorentni  la  ròcca  di  Honleviva- 
gui,  nella  quale  en  a  guardia  uno  popolare  figlinolo  di 
Piero  del  papa,  il  quale  fu  però  condennato  per  tradi- 
tore; come  senti  l'oste  del  Biscione  nel  Mugello,  fo- 
ce suo  sforzo  di  cavalieri  in  piooolo  numero,  e  in 
persona  con  i  auoi  eompagai  a  cavallo  o  oon 
gente  fanti  venne  nell'oate*  E  in  MonteearoUi 
la  guardia  per  l'arciveaoovo  e  le  suo  insegne  ;  e 
tre  che  l'oste  stette  in  Mugello  fu  a  nisueare  fl 
mune  di  Firenze,  e  a  dare  fl  mercato  atfoele,  e  ri- 
cetto in  Montecarelli  a'nemid  del  comune. 

CAPITOLO  XIV. 
Come  si  fontà  la  Scarperin  e  il  Bor^ 

Avvenne,  come  foste  del  tiranno  fu  vaHcnla  nel 
Mugello  e  dilungata  dalla  città,  a'  Fiorentini  parvo 
al  tutto  essere  fuori  di  sospetto,  e  ritornò  loro  fl 
vigore  e  la  virtù  dell'animo  a  eonsigNare  e  a  prov- 
vedere a'rimedii.  E  in  queUo  atante  che  l'oato  ai  ri- 
poaava  a  Barberino,  misono  nella  Scarperia  Iacopo 
di  Fiore,  conestabfle  tedeaco,  uomo  leale  e  vrioroao, 
il  qnal  era  capitano  del  Mugello.  E  a  costui  dierono 
dugento*  cavalieri  eletti  di  buona  gente,  e  treceolo 
masnadieri  esperti  in  arme,  de'quali  quasi  tutti  i  oo- 
nestabfli  furono  Fiorentini,  uomini   di  grande  pre- 


ansi  per  saa  istigazione  Foste  avesse  marciato  contro  quella 
terra;  perocché  se  avesse  volato  fure  gli  opportnni  appa- 
recchi, e  rendere  avvertiti  a  tempo  i  Fiorentini,  gli  sarebbe 
stato  fiioU  cosa  il  respingere  il  nenUeo  rotto  dalla  strada, 
dalla  fatica  ed  infiaoehito  pel  bisogno  di  vettovaglia.  Dra^ 

'  aeefufo  la  fede  corta  al  ammf,  T.  Ried. 

*  $€nUndo  U  captiamo  deWoiU,  edia.  eitata. 

'  aniocinquanUi,  edii.  dtata. 


DI  MAHEO  VILLANI. 


39 


gio  io  fatti  d*anne.  E  foinirono  la  terra  di  molta 
Yittaaglia,  e  d^arme,  e  di  baleitra,  o  di  aaettaraento,  e 
di  legname  e  di  ferramenti,  e  d^  beoni  maestri  da 
fere  ogni  difllcio  da  oflTendere  e  da  difendere  ;  e  for- 
nita drogai  cosa  bisognevole  per  un  anno,  al  detto 
capitano  e  conestabile^  accomandarono  la  guardia  e  la 
difesa  di  qnello  castello.  E  per  simigliente  modo  e 
forma  fornirono  il  Borgo  a  San  Lorenzo,  e  Pnliccia- 
tto,  e  altre  fortesse.  E  mandarono  «rmadnre,  saet- 
tamento  e  balestra,  e  ammonirongli  di  bnona  guar- 
dia, confortandogli  che  a  ogni  bisogno  avrebbono 
aiuto  e  soccorso  presto  dal  comune.  E  gli  nficiali 
deputati  alla  prorrigione  di  quella  guerra  bì  comin- 
ciarono a  proTTedere,  e  ad  aocogliere  gente  di  soldo 
a  cayallo  e  a  pie  quanti  avere  ne  poteano,  per  in- 
tendere alla  difesa. 

CAPITOLO  XV. 
Come  Foste  assediò  la  Scorpena* 

Messer  Giovanni  da  Oleggio,  capitano  dell*  o- 
ste,  e  il  conte  Nolfo  da  Urbino  maliscalco,  veduto 
la  gente  rinfrescata,  e  presa  forza  e  baldanza  per 
lo  abbondante  paese  dove  si  trovarono,  con  le  spal- 
le di  Bologna,  onde  potevano  avere  prestamente  a- 
iuto  e  favore  quando  bisogno  fosse,  pensavano  sen- 
za contrasto  essere  signori  di  tutto.  E  con  que- 
sta baldanza,  a  di  20  del  mese  d*  agosto  del  detto 
anno  vennero  colle  schiere  fatte  sopra  il  castello  del- 
la Searperìa,  e  con  loro  s'aggiunsero^  gli  Ubaldini 
ch*erano  con  tutto  loro  sforzo  nelf  alpe,  e  più  altri 
ghibellini  nemici  del  comune  di  Firenze.  La  Scarpe- 
ria  era  a  queli'  ora  debole  terra  di  piccolo  compre- 
so :  e  non  era  murata,  se  non  dair  una  delle  parti  ; 
ma  in  qnello  stare  a  Barberino,  in  molta  fretta  s*  e- 
ra  rimesso  il  fosso  vecchio  e  trattone  la  terra,  e  in- 
nanzi a  quello  fattone  un  altro  piccolo,  e  racconciato 
Io  steccato  assai  debole.  I  nimici  vi  furono  d*  intor- 
no con  tanta  moltitudine  di  cavalieri  e  di  pedoni, 
che  copriano  tutto  il  piano  ;  e  avendo  da  ogni  par- 
te circondato  il  piccolo  castello,  e  fermi  i  campi  lo- 
ro, domandarono  il  castello  a  coloro  che  '1  guarda- 
vano, dicendo  come  i  Fiorentini  non  lo  potevano  soc- 
correre né  difendere,  ma  perocchò  sentivano  che 
dentro  v^erano  di  prod'uomini  e  virtudiosi  d^arme,  vo- 
leano  far  loro  grazia  d*avergli  per  amici,  dove  ren- 
dessono  la  terra  senza  contrasto  :  e  che  quando  que- 
sto non  facesrono  nel  breve  termine  loro  assegna- 
to, gli  vincerebbono  per  battaglia,  e  la  vita  non  per- 
donerebbono  ad  alcuno:  e  cosi  era  deliberato  per 
lo  capitano  e  per  tutti  i  guidatori  deiroste^.  Gli  as- 
sediati risposono,  che  voleano  termine  a  rispondere 
e  che  dopo  il  termine  forebbono  quello  che  la  for- 
tuna concedesse  con  loro  onore.  Furono  domandati 
da^capitani  quanto  termine  voleano.  Gli  assediati  ri- 
sposono, che  con  loro  onore  non  vedeano  che  po- 


'  eoniutahiU  de' mamtadUrif  edisione  dtata. 
*  n  T.  Bicd  :  ioggUmatmo, 

'  era  dit$mm<Uo  ptf  eapiUmi  e  per  tutti  i  ecnducitori 
dOVotU.  Edii.  dtata. 


tesse  essere  meno  di  tre  anni:  e  dopo  il  detto  ter- 
mine intendeano  prima  morire  in  su  i  merli,  che  di 
quelli  ne  dessono  nno  si*  nimioi  :  e  di  oosl  franca  ri- 
sposta molto  feciono  maravigliare  i  capitani  deU'oste 
parendo  che  si  mettessono  a  grande  pericolo  a  vo- 
lere difendere  cosi  debole  castello,  e  da  cotanta  for* 
za.  E  fatta  la  risposta,  di  presente  s^ordinarono  e  di 
dì  e  di  notte  a  molta  sollecita  guardia,  e  a  bnona  e 
a  franca  difesa  ;  e  cominciarono  a  regolare  la  vita 
di  tutti,  come  se  Toste  vi  dovesse  stare  due  anni.  I 
nimici  cominciarono  prima  ad  assalirli  con  grossi  ba- 
dalncchi,  per  tentare  iljoro  reggimento,  il  quale  tro- 
varono sollecito,  e  maestrevolmente  provveduto  al- 
la difesa. 

CAHTOLO   XVI. 

Come  i  Fiorentini  afforzarono  Spugnole. 

I  Fiorentini,  eh*  al  contlnovo  raccoglievano  gente 
d*arme  a  cavallo  e  a  piò  al  loro  soldo,  e  sollecita- 
vano gli  amici  d' aiuto,  e  avendo  già  accolto  un  poco 
di  gente,  deliberarono  d*  afforzare  Spugnole  e  Mon- 
tegiovi  per  guardare  le  contrade  di  qua  da  Sieve, 
e  per  dare  alcuna  speranza  agli  assediati  della  Sear- 
perìa ;  e  ivi  misono  de^  cavalieri  eh'  aveano,  e  parec- 
chie masnade  di  buoni  e  valorosi  masnadierì.  E  al 
Borgo  a  San  Lorenzo  crebbono  gente  d*arme  :  e  come 
crescea  al  comune  gente  d^arme  per  soldo  o  per 
amistà  gli  mandavano  alle  frontiere  de* nemici  in  Mu- 
gello. Onde  avvenne  più  volte,  che  per  gli  agnati 
da  catuna  parte,  e  per  le  cavalcate  de*  nimici  v*ebbo 
di  belli  e  di  grossi  assalti,  ove  si  mostrarono  ope- 
razioni di  buoni  cavalieri  e  di  franchi  masnadieri. 
Per  questo  avvenne  che  i  nemici  non  ardirono  a 
valicara  la  Sieve  colle  loro  cavalcate  inverso  Firenze. 
E  tutte  le  loro  cavalcate  di  là  da  Sieve  faceano  grosse 
di  mille  cavalieri,  o  di  millecinquecento,  o  di  duemila 
per  volta,  e  nondimeno  erano  continuamente  percossi 
alla  ritratta,  e  assaliti  d*  agnati  ohe  si  metteano  loro. 
E  in  questo  modo  si  venne  domesticando  la  guer- 
ra, e  gli  uomini  del  paese  cominciarono  a  pigliare 
cuore  e  ardire,  per  modo  che  i  villani  si  raccoglieano 
insieme  e  nascondevansi  a*  passi  ;  e  come  i  oavalierì 
si  stendevano  alle  ville  gli  uccidevano.  B  avvezzi 
a  questo  guadagno  dell*  arme  e  de*  cavalli,  con  molta 
sollecitudine  intendevano  a  tendere  i  loro  agnati  in 
ogni  luogo.  E  per  questo  modo  uccisono  de*  nemici 
grande  quantità  nel  tempo  che  durò  la  detta  guerra. 

CAPITOLO  XVIL 
Come  si  difese  PuUcciano  di  gr<xve  battagUa, 

Al  castello  di  Pulicciano  fuDno  condotti  per 
certi  ghibellini  della  terra  in  una  cavalcata  dnque- 
cento  cavalieri  e  quattrocento  fanti,  e  non  essendo 
se  non  pochi  terrazzani  nella  fortezza  di  sopra,  ap- 
pena la  difesono  ;  i  borghi  di  fuori  araono  e  rubarono 
e  mandaronne  il  besUame  e  la  preda  nel  campo.  Sen- 
tito questo  a  Firenze,  di  subito  vi  mandò  il  comune 
cento  fanti  masnadierì  alla  guardia  :i  quali  vi  furono 


60 


CRONICA 


totlo  a  gnn  bifo^no,  perocché  quelli  delfosle  per 
•edocimeato  di  qae*  traditori  del  castello,  e  per  coo- 
forto  dei  aoldati  ch^erano  stati  in  qaella  cavalcata,  si 
peasaroBO  viaeere  la  forteua,  che  non  era  chiosa 
di  mora,  ma  da  on  debole  e  vile  steccato,  e  avendo 
qnella,  sigaoreggerebbono  nn  paese  forte  e  pieno 
d^  ogni  bene  da  vivere  :  e  però  ona  nuittina  per  tempo 
vi  feciono  cavalcare  daemila  barbote,  e  miUe  fanti  e 
piti  balestrieri.  B  gianti  a  pie  del  castello,  i  cavalieri 
scesono  de'  cavalli,  e  con  gli  elmi  e  colle  barbate 
in  testa  si  recarono^  con  le  braccia  insieme,  tenendo 
r  nno  r  altro  ;  e  tra  loro  ordinarono  i  balestrieri, 
e  eoadnciarono  da  ogni  parte  a  un'ora  a  montare 
verso  gli  steccati.  I  terraszani  arditi  e  fieri,  oo*sol- 
dati  che  v^  erano,  si  miseno  francamente  aUa  difesa 
colle  bilestra  ch^  aveano  e  consessi  maneschi.  La  forca 
de*  nemici  era  grande,  tanto  che  per  forza  oondassono 
un  loro  coneatabile  con  la  sua  bandiera^  qoasi  al  pari 
dello  steccato  :  il  qoale  come  si  fermò  con  V  insegna 
per  dare  favore  agli  altri,  tra  con  le  balestra  e  con 
le  pietre  lo  traboccarono  morto  giù  per  la  ripa.  Non*- 
dimeno  i  nemici  con  grave  battaglia  gli  strìngeano 
forte  ;  e  qaelli  del  castello  molto  vivamente,  senza  rì- 
poao,  difendeano  gli  steccati,  per  modo  che  da  messa 
tene  fino  n  messo  di,  che  la  battaglia  era  durata 
senza  arresto,  i  nemici  non  aveano  potuto  abbattere 
nn  legno  del  loro  steccato.  Per  la  quel  cosa  vedendo 
i  cavalieri  la  franca  difesa  di  qne*  villani,  e  già  morti 
alquanti  di  loro,  e  che  il  giorno  era  nel  calare, 
dispersti  di  quetf  impresa,  con  loro  vergogna  si  ri- 
trassono  della  battaglia  e  tomaronsi  nel  campo,  e 
pia  non  tentarono  di  ritornarvi^ 

CAPITOLO  XVUL 

Come  i  Tarlati^  e  i  Paw  di  Vaidamo  e  gli  UherUni 

vomimmo  m  sul  contado  di  Féren^e^efuronne  cacciaii 

far  forui  da'  Fioreutimi, 

Dair  altra  parte  messer  Piero  de'  Tarlati  d'A- 
rezzo in  prospera  vecc^ieaza,  valicati  i  novanta  anni 
deUa  sua  età,  e  il  vescovo  d'Arezzo  della  casa  de- 
gli libertini,  e  i  Pazzi  di  Yaldamo,  non  ostante  che 
fossono  in  psee  col  comune  di  Firenze,  avendo  do- 
gentocinquanta  cavalieri  di  quelli  deirarcivescovo,  e 
aggiuntovisi  uno  de'  conti  d' Urbino  e  altri  ghibellini, 
mentre  che  Toste  era  in  Mugello,  con  trecentocin- 
quanta cavalieri  e  con  dnenUla  pedoni  si  misono  da 
capo  predando  il  contado  di  Firenze  e  vennono  al- 
l'Ambra,  e  di  là  intendeano  entrare  nel  Yaldarno 
e  venire  a  Fegghine.  1  Fiorentini,  sdegnosi  di  que- 
sti traditori,  subitamente  trassono  dalle  loro  fron- 
tiere cinquecento  cavalieri,  e  commisono  a  cento- 
cinquanta cavalieri  ch'avevano  in  Arezzo  che  do- 
vessono  venire  a  raccozzerai  co'  nostri.  B  mossone 
il  popolo  del  Vaidamo,  il  quale  con  grande  animo  e 


■  ti  Ugaromo,  T.  Bied. 

'  frn^oia,  edizione  dUU. 

'  L*  Olegglo  non  ritentò  più  innansl  V  impresa,  e  ben  a 
ragione.  Scemate  e  apossate  per  Inngo  assedio  eran  le 
squadre;  ferocemente  risolati  a  morire  i  terrasaani}  dato 
tatto  l'agio  a' Fiorentini  di  sooeorrerU. 


di  buona  voglia  andava  in  quello  servigio.  D  ooBn- 
ne  di  Firenze  si  confidò  al  tutto  in  questa  cavalcata 
di  Albertaccio  di  messer  Bindacdo  da  Ricasoli,  uomo 
savio,  prò'  e  ardito  e  buono  capitano,  se  fosse  stato  ta 
fede  nel  servigio  del  comune  di  Firenze  :  e  benché 
altri  buoni  cittadini  fossero  mandati  in  detto  servi- 
gio, a  costai  fu  dato  il  mandato  che  in  tutto  fosse 
ubbidito.  La  gente  a  piò  e  a  cavallo  che  cavakavaao 
di  volontà,  sopraggiunsono  i  nimici  in  sul  vespero, 
all'Ambra,  in  parte,  che  avendo  voluto  fare  quello  che 
si  poteva  per  la  nostra  gente,  non  ne  campaya  te- 
sta che  non  fossono  morti  o  presi  :  perocché  la  gea- 
te  del  comune  di  Firenze  era  due  cotanti,  e  nugliora 
gente  d'  arme,  ed  erano  nel  loro  terreno  intorniati 
dagli  amici.  Questo  Albertaccio  avendo  parenUdo  e 
amistà  co'  detti  nimici,  portò  infamia  di  non  ne  avere 
servito  il  comune  lealmente.  In  prima  d' avere  soste- 
nuta la  gente  del  comune  parecchie  ore  a  Montevardii, 
che  potea  più  infra  '1  di  avere  occupati  i  nimici  :  ap- 
presso, che  quando  Ih  a  loro  non  gli  lasciò  per  la  no- 
atra  gente  badaluccare,  per  tenerti  coni  e  ristretti  ^e 
non  ai  potessono  provvedere:  peroeohé  non  lasciò 
porre  la  sera  la  cavalleria  de'  Fiorentini  nel  luogo 
dove  si  poteva  tórre  la  via  a'  nimici  che  andare 
non  se  ne  potessono  quella  notte.  Come  per  li  sa- 
vi che  v'  erano  con  lui  si  provvedeva,  nondimeno 
per  lo  pieno  mandato  ch'avea  dal  comune,  fu  ub- 
bidito ;  ed  egli  mostrava  di  fare  buona  e  franca 
capitaneria,  e  di  volere  vincere  i  nimici  aenza  peri- 
colo della  sua  gente;  e  però  pnose  quella  sera  il 
campo  in  luogo  sicuro  a'  suoi,  e  utile  a'  nimict  0 
vero  o  bugia  che  fosse,  infiimato  fu  d'avere  dato  il 
tempo  e  fatto  assspere  a'  nimici  che  si  dovessono 
partire  in  quella  notici  I  nimici  traditori  del  nostro 
comune,  vedendosi  sorpresi  a  loro  gran  pericolo, 
intesone  con  ogni  sollecitudine,  senza  dormire,  a  cam- 
pare le  persone  :  e  non  tennono  per  una  via  ;  ma 
per  diverse  parti,  nello  scuro  della  notte,  presono  la 
fuga  molto  chetamente.  La  nostra  gente  non  fu  or- 
dinata a  quella  guardia,  e  però  innanzi  che  il  capita- 
no facesse  armare  il  campo,  i  nimici  erano  pih  di 
sei  miglia  dilungati.  Allora  si  strinsono  ove  la  sera 
aveano  lasdati  i  loro  avversari,  e  ninno  ve  ne  tro- 
varono: onde  la  infamia  crebbe  al  capitano  per  lo 
fatto  ;  e  il  ripitio  fu  grande  tra  i  cavaUerì  soldati  e 
il  conducitore,  eh'  avea  tolto  loro  quella  preda  per 
mala  condotta.  B  la  gente  che  v'era  d'Arezzo,  forte 
sdegnata  di  questo  tradimento  che  parve  loro  avere 
ricevuto,  ai  partirono  senza  lioenza  del  capitano,  con 
centodnquanta  cavalieri,  eh'  aveano  per  loro  guardia, 
di  Fiorentini,  e  tomaronsi  ad  Arezzo. 

CAPITOLO  XIX. 

Come  Busiaccio  entrò  e  rendo  la  Badia  a  Agnano. 

In  quella  notte  Bustaccio  degli  libertini  ai  ri- 
dusse con  parte  di  quella  gente  a  piede  e  a  caval- 
lo nella  Badia  a  Agnano,  la  quale  era  moKo  forte  e 
bene  guernita.  La  cavalleria  de'Fiorentini  riausa  eoa 


*  Nlnn  altro  storico  di  qne' tempi  dabitb  dalla  perfidia 
d' Albertacdo. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


61 


TergogM  deHa  partita  de*  nemici,  sentendo  come  Bn- 
slaceio  era  rìcoTerato  in  quella  Badia,  cavalcarono  là 
e  trovaronlì  raoohinai,  e  ordinati  alla  difesa  di  qdella 
tenuta*  Il  capitano  per  volere  ricoprire  sua  infamia, 
Yolea  combattere  la  fortesza.  I  conestabili  de'  cava- 
lieri, stretti  insieme,  dissono  eh*  erano  stati  ingan- 
nati, e  per  baratto  aveano  perduta  la  preda  de'  ni- 
mici  fuggiti  ;  e  però  non  intendeano  combattere  se 
prima  non  fossono  sicuri  della  preda,  se  per  patto 
si  lasdassoao  i  nimid  partire.  B  in  fine  ne  furono 
in  concordia,  d*avere  fiorini  cinquecento  d*oro,  co- 
me che  i  nimid  si  capitassono.  E  di  presente  com- 
battendo certo  borgo  il  vinsono.  Poi  combattendo 
la  Badia  furono  ributtati  a  dietro,  e  perderono  tre 
bandiere,  eh'  erano  in  sulle  case,  le  quali  i  nimiei 
presono,  e  per  paura  del  passo  ove  si  trovavano  le 
locare  ritle  in  sull'altare  maggiore  della  Badia.  I  ca- 
valieri aontaii  delle  loro  bandiere  prese,  d'uno  ani- 
mo si  disposero  per  forza  a  vincere  la  badia,  e 
sarebbe  venuto  fatto  loro,  ma  non  senza  grande  dan- 
no, perchè  dentro  v'erano  buoni  guerrieri.  E  però 
innanzi  che  alla  grave  battaglia  si  venisse,  il  Roba 
da  Riccasoli,  allora  discordante  per  settaJ'Albertacdo, 
volle  parlare  con  quelli  dentro,  i  quali  stavano  in 
gran  paura  :  e  parlato  loro,  di  presente  s'acconcia- 
rono a  rendere  la  Badia,  potendosene  andare  salvi, 
le  persone  e  i  cavalli  e  Tarme.  E  presa  per  lo  me- 
no reo  partito  la  detta  concordia,  e  data  la  fede,  i 
nimid  Mi  partirono,  e  la  fortezza  e  le  bandiere  s'eb- 
bono  senza  vergogna  del  comune,  e  i  conestabili 
vollono  i  fiorini  cinquecento  d'oro  a  loro  promessi 

CAPITOLO  XX. 

Come  Parcheicavo  tentò  i  Pi$ani  di  guerra 
centro  a'  EiorenHnk 

Stando  V  oste  intomo  alla  Scarperia  e  dando 
opera  i  capitani  a  far  fare  difidi  da  traboccare  nel- 
la terra  per  rompere  le  torri  ejnura,  e  gatti  e  al- 
tri ingegni  di  legname  per  vincere  la  terra  per  bat- 
tala, e  i  Fiorentini  d' accogliere  gente  d'  arme  e 
d'avere  capitano  per  poterla  soccorrere,  l' arcivescovo 
non  restava  di  tentare  i  Pisani  dalla  sua  parte  in  co- 
mune e  in  diviso  che  rompessono  pace  a'  Fiorentini, 
con  intensione  di  mandare  messer  Bernabò  da  quella 
parte  con  duemila  cavalieri  ad  assalire  co'  Pisani  inde- 
mit  il  nostro  comune,  e  faceva  loro  grandi  promesse. 
I  GaadNicorti,  a  cui  segno  il  comune  di  Pisa  si  go- 
vernava, non  vollono  rompere  la  pace:  nondimeno 
r  ardvescovo,  avendo  favore  dentro,  e  consiglio^  del 
modo  che  avesse  a  tenere  di  muovere  il  popolo 
naturale  nemico  de'  Fiorentini,  elesse  una  solenne 
ambasdata,  fornita  d'autorità  di  savi  uomini,  e  man- 
dogli  a  Pisa:  e  giunti  là,  e  sposta  la  loro  ambasdata  con 
molte  suadevoli  ragioni,  i  Pisani,  astuti,  per  pigliare 
oonsigUo  del  tempo,  dinono  di  rispondere  all'  ar- 
civescovo per  loro  ambasdadorL  E  incontanenle  gli 
mandarono  a  ffilano,  imponendo  loro,  che  delia  vo- 
lontà dell'ardveseovo  non  si  rompessono%  ma  trai- 


quillassono  il  fatto.  E  in  questo  mezzo  prowidono 
pii^  riposatamente  sopra  il  partito,  e  conobbono  che 
rompere  pace  al  comune  di  Firenze  non  tornava  in 
loro  utile  :  che  se  Tardvescovo  prendea  signoria  in 
Toscana,  era  loro  soggezione  e  danno;  e  segreta- 
mente fedone  quello  sentire  a  tutti  i  confidenti  di 
quello  stato,  buoni  cittadini.  L'arcivescovo  avveden- 
dosi del  modo  che  con  Ini  tenevano  coloro  che  go«- 
vernavano  la  terra,  li  credette  ingannare,  per  lo  favore 
oh'avea  nel  popolo,  con  molti  altri  otltadioi;  e  non 
ostante  che  avesse  gli  ambasdadori  pisani  in  Milano, 
fece  maggiore  e  più  solenne  ambasciata  a*  Pisani  :  e 
commise  loro,  che  in  parlamento  esponessono  la  sua 
ambasciata  e  domanda,  come  detto  gli  era,  spa- 
rando che  a  grido  di  popolo  avrebbe  la  sua  inten- 
zione contro  a'  Fiorentini.  E  come  giunti  furono  in 
Pisa  senza  sporre  alcuna  cosa  a'  rettori  del  comune, 
addomandarono  loro  di  volere  il  parlamento,  e  ri- 
sposto fu  loro  di  farlo  adunare  volentieri  a  certo 
giorno.  Onde  gli  ambasdadori  furono  contenti  ;  e 
incontanente  feciono  a  tatti  i  cittadini,  con  coi  a- 
veano  conferito  loro  consiglio,  dire  che  venissono 
al  parlamento.  E  bandito  e  sonato  a  parlamento, 
come  ordinato  fu,  si  ragunò  il  popolo  nella  chiesa 
maggiore  in  gran  numero,  ove  furono  tatti  i  dtta- 
dini  che  temeano  di  perdere  la  loro  libertà  e  il  loro 
alato.  Gli  ambasciadori  ammaestrati  in  udienza  di 
tutto  il  parlamento,  con  molto  ornato  sermone,  ri- 
cordando i  servigi  grandi,  per  la  casa  de'  Visconti, 
fatti  al  comune  di  Pisa,,  e  come  gli  aveano  onorati 
e  aggranditi  sopra  gli  altri  ^  cittadini  di  Toscana,  e' 
raccontarono  per  ordine  la  mala  volontà  che  i  Fio- 
rentini aveano  verso  di  loro,  e  l'ingiurie  che  altro 
tempo  inimichevolmente  aveano  loro  fatte,  e  inten- 
deano di  fare,  quando  si  vedessono  il  destro,  mostran- 
do loro  come  ora  era  venuto  il  tempo  nel  quale  il  lo- 
co signore  intendea  d' abbattere  in  todto  lo  stato  e 
l'arroganza  de'  Fiorentini  loro  antichi  neaud,  e  ape- 
gnere  la  parte  guelfa  in  Italia.  E  a  dò  fare  avea  mossi 
tutti  i  ghibellini  di  Lombardia  e  di  Toseana,  e  di  Ro- 
magna e  della  Marca,  come  per  opera  era  loro  ma- 
nifesto. La  quel  cosa  oonosduta  per  loro,  ch'erano 
capo  di  parte  ghibellina  in  Toscana,  molto  doveano 
essere  contenti  di  poter  fore  in  cotanta  loro  esalta- 
zione la  volontà  del  loro  signore,  la  quale  e*  do- 
mandava eofi  tanta  istanza  a  quello  popolo.  Essendo 
uditi  attentamente,  d  pensarono  a  grida  di  popolo 
avere  impetrata  la  loro  dimanda  ;  ma  la  cosa  andò 
tutt'  altrimenti,  per  la  provvisione  de'  savi  dttadinf , 
li  quali  si  ritennero  in  silenzio  in  qudlo  parlamento, 
come  per  loro  fa  provveduto.  E  quando  gli  amba- 
sdadori l'uno  dopo  l'altro  abbono  detto  e  confermato 
loro  sermone,  pregarono  gli  ambasdadori  che  d  at- 
tendessono  alquanto,  e  tosto  risponderebbono  di  co- 
mune consentimento  alla  loro  ambasciata,  e  cod  si 
trassono  del  parlamento.  E  usciti  gli  ambasciadori, 
gli  anziani  fedone  la  proposta  che  si  consigliaase  se 
il  comune  di  Pisa  dovesse  rompere  pace  a'  Fioren- 
^if  ^%%^  loro  9iXoìd  e  loro  vicini,  o  no  ;  e  levatosi 
alcuno  a  dire  in  servigio  dell'ardvescovo,  molti  più, 


é'  c<m9i§\ih.  T.  Blocl.     '  non  ii  pwritttenCf  adla.  alt.  |     *  gli  eeétmo  riguerieU  itpta  g/U  aM,  adis.  altatai 


M 


CR(WICA 


i  maggiori  cittadini,  si  levarono  a  dire  come  gran- 
de male  e  vergogna  del  loro  cornane  sarebbe,  a- 
vendo  ferma  e  bnona  pace  col  comune  di  Firen- 
ze, a  romperla  contro  a  ragione,  in  perpetua  infa- 
mia del  loro  cornane.  B  fatto  il  partito,  fa  vinto  che 
pace  non  si  rompesse  a*  Fiorentini.  Gli  ambascia- 
dori,  già  preso  sdegno  per  T  uscita  del  parlamen- 
to, avvedendosi  dove  la  cosa  riuscirebbe,  sensa  at- 
tendere se  n*  erano  andati  air  ostiere.  E  quando 
gli  snaiani  mandarono  per  loro  per  fare  la  riapo- 
sta  del  parlamento,  sentendo  che  non  sarebbe  quel- 
la eh*  e*  voleano,  non  vi  vollono  andare,  e  sensa 
prendere  comiato  montarono  a  cavallo  e  tomaronse- 
ne  a  Milano.  1  Pisani  si  scusarono  saviamente  all*ar- 
oivescovo,  perchè  non  stosse  indegnato,  e  mandaron- 
gli  dugento  cavalieri,  che  mandar  [gli  doveano  per 
loro  convenienza  alla  guardia  di  nilaao.  Allora  ven- 
ne meno  ali*  arcivescovo  la  maggior  speranza  che  a- 
vesse  di  potare  vincere  i  Fiorentini.  Il  comune  di 
Firenze  cercava  in  questo  tompo  d*  avere  capitano 
di  guerra  che  guidaise  la  sua  gente,  che  al  con- 
tinuo la  cresceva  ;  e  avendo  mandato  a  molti  Tde- 
zione  con  grande  salario,  tutti  la  riiutavano  per  pau- 
ra del  potente  tiranno  :  nondimeno  il  comune  pen- 
sava d^atarsi  con  la  capitaneria  de*  suoi  cittadini.  E 
avendo  Toste  cosi  grande  in  Mugello,  non  pareva 
se  ne  curasse,  e  nella  citta  catuno  faceva  la  sua  mer- 
catanzia  e  sua  arte  senza  portare  alcuna  arme;  e 
continovo  facea  rendere  ai  cittadini  i  danari  del  mon- 
te :  e  sapendo  questo  i  nimici,  forte  se  ne  maraviglia- 
vano, e  molto  n*abbassarottO  ta  loro  superbia. 

CAPITOLO  XXI. 

Come  Poste  deliberò  combaUere  la  Scorpena, 

Onando  i  oondocitori  delfosto  seppono  che  il 
comune  di  Pisa  non  voleva  rompere  pace  a'Fioren- 
tini,  e  come  alcano  trattato  eh*  aveano  in  Pistoia 
era  scopeHo,  con  tetta  la  loro  intenzione  si  rivolao- 
no  alla  Scarperìa,  e  quella  eominciarono  a  tormen- 
tare con  percosse  di  grandissimi  dificii,  che  il  dì 
e  la  notte  gettavano  nel  piccolo  castello  grossissi- 
me  pietre,  le  quali  rompeano  le  case  d*  entro  e  le 
mura  e  le  bertesche  gettavano  a  terra.  E  ogni  dì 
laccano  aesalto  loro  alla  terra:  onde  gli  assediati 
per  te  oontinova  guerra^  e  per  la  aoUecita  guardia  che 
conveniva  loro  fare  il  dì  e  la  notte  alla  difesa,  e- 
rano  infieboliti,  e  pensarono  che  aenza  soccorso  di 
fitori  0  aiuto  di  masnadieri  freschi  poco  potrebbono 
sostenere  :  e  però  scriveano  a*  Fiorentini  per  loro  fan- 
ti tedeschi,  che  si  mescolavano  con  gli  altri  Tede- 
achi  di  fuori,  che  avacciassono  il  loro  soccorso.  I 
Fiorentini  erano  in  ciò  assai  solleoiti,  e  già  aveva«- 
no  al  loro  soldo  accolti  milleottocento  cavalieri,  e 
tremilacinquecento  masnadieri  a  piedi  de*baoni  d*  I- 
talia,  e  dugento  cavalieri  aveano  da*  Senesi,  e  sei- 
cento n*attendeano  da  Pemgia,  i  quali  erano  a  cam- 
mino ;  e  avendo  ordinato  d*uscire  a  campo  con  que- 
sti cavalieri,  e  con  grande  popolo,  a  petto  a*  nemici 
sopra  il  Borgo  a  Clan  Lorenzo,  luogo  detto  a  San  Don- 
nino, ove  erano  forti  per  lo  sito,  e  con  le  spalle 
al  Borgo  a  San  Lorenzo  da  potere  strignere  e  dan- 


neggiare i  nemici,  eh*  erano  assai  di  presso  o  data 

vigore  e  baldanza  agli  assediati  della  Scarperk  :  ed 
essendo  ogni  cosa  provveduta,  attendendo  i  oavalierì 
perugini  per  uscire  fuori,  n*awenne  k  fortuna  cte 
appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  XXU. 

Come  %  Tarlati  sconfissono  i  cavalieri  de'*PerugmL 

In  questi  dì,  del  mese  di  settembre  dd  detto 
anno,  era  giunto  a  messer  Piero  Saccone  do*  Tarlati 
in  Bibiena,  mandato  dal  tiranno,  il  doge  Riaoiéo 
Tedesco  con  quattrocento  cavalieri  per  incomiocttfe 
più  furto  guerra  a*  Fiorentini  nel  Valdamo.  lo  i|ao- 
sto  stante,  messer  Piero  molto  avveduto,  sooU  che 
seicento  cavalieri,  buona  gente  d*  arme,  che  *l  io— 
ne  di  Perugia  mandava  in  aiuto  a*  FiorentiBl,  enato 
in  cammino,  e  venivano  baldanzosi  senza  sospetto, 
e  la  sera  doveano  albergare  aU*  Olmo  fuori  d*  Areo- 
zo  a  due  miglia.  Avendo  messer  Piero  il  certo  del 
fatto,  col  doge  Rinaldo  insieaw  con  qnattroeento  ca- 
valieri e  con  duemila  fanti  cavalcò  la  notte,  e  càe- 
tamente  ripose  i  fanti  nella  montagna  sopra  P  Ol- 
mo, per  averli  al  suo  soccorso  nel  fatto  ;  e  la  aaai- 
tina  per  tempo  co*  suoi  cavalieri  e  col  doge  Biaaldo 
assalì  la  cavalleria  di  Perugia,  che  la  maggior  p«ie 
era  ancora  per  gli  alberghi  ;  ma  quelli  eh*  erano 
montati  a  cavallo  èì  cominciarono  fFàncameato  a  di- 
fendere. E  già  aveano  tra  loro  messer  Piero,  die 
s*  era  messo  molto  innanzi  nella  via  ov'  era  la  bat- 
taglia, prigione,  con  più  altri  de*  caporali  in  aaa 
compagnia.  E  se  in  quello  assalto  gli  Aretini  fos- 
sono  stati  favorevoli  ad  aiatare  gli  amici  del  co- 
mune di  Firenze,  come  doveano ,  tutta  la  gente  di 
messer  Piero  rimaneva  presa  per  lo  stretto  laogo 
dove  s*  erano  mesai.  Ma  usciti  d*  Arezzo  i  Braa- 
dagli  con  loro  seguito,  che  allora  erano  i  auig- 
giori  cittadini,  intesone  a  campare  messer  Piero  con 
gli  altri  prigioni  che  i  cavalieri  di  Perugia  avoaao 
ritenuti,  come  gento  che  aveano  T animo  oorrotto 
alla  tirannia  della  loro  città,  come  poco  appfreaso 
dimoatrerò.  Campato  messer  Piero  e*  suoi,  gli  Are- 
tini si  tomsrono  dentro  senza  aiutare  que*  di  fe- 
rugia,  o  dar  loro  la  raccolta  nelta  città.  In  qneato, 
messer  Piero  e^  suoi  ripresone  ardire,  e  fecdoBe 
scendere  della  montagna  i  fanti  loro,  traboccaado 
addosso  a*  Perugini  con  smisurato  remore  :  i  qoali 
non  vedendo  essere  soccorsi,  né  avere  ricolta,  aoa 
poterono  sostenere  ;  ma  chi  potò  fuggire  eanpè,  e 
gli  altri  tatti  furono  presi  nelle  vie  e  negli  aS>er- 
ghL  Messer  Piero,  raccolta  la  preda  dell*  armo,  e  de* 
cavalli,  e  de*  prigioni,  senza  esser  contraatoto  dagli 
Aretini,  sì  raccolse  colla  sua  gento  a  sulvamento, 
menandone  più  di  trecento  cavalieri  prigioni,  e  vea- 
tisette  bandiere  cavalleresche,  e  trecento  cavalti  ;  e 
giunto  in  Bibiena  con  questa  vittoria,  i  cavalli  e 
1*  armi  e  1*  altra  roba  partì  a  bottino,  e  i  cavalìerì 
prigioni  poveri  e  mendidii  lasciò  alla  Cade.  A*  Fio- 
rentini levò  V  aiuto  e  ta  spersnza  d*  uscire  a  campo 
al  soccorso  deHa  Scarperia,  come  ordinato  era,  e 
a'  Dimici  diede  maggiore  baldanza  di  vincere  il  ca- 
•tello. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


63 


s? 


CAPITOLO  xxm. 

Come  %  Fioreniim  procuraro  di  mettere  gente 

nella  Scarperia, 

Veggendo  i  FioreotiDi  mancalo  disarveotorata- 
mente  V  alato  de'  Peragini,  e  cresciata  baldanza  ai 
nimici  per  quella  vittoria  di  meaaer  Piero  Tarliiti, 
perderono  al  tutto  la  aperanza  del  campeggiare,  e 
quelli  eh*  erano  assediati   addomandavano  soccorso 
più  sollecitamente.  Avvenne  che  uno  valente  cono- 
stabile  della  caia  de^Visdomini  di  Firenze,  che  aveva 
nome  Giovanni,  con  grande  ardire  elesse  trenta  com- 
pagni aperti  in  arme,  buoni  masnadieri,  e  una  notte 
si  mise  nel  campo  de*  nimici,  e  per  meuo  delle 
guardie,  non  pensando  che  gente  de*  Fiorentini  si 
mettessono  tra  loro,  virtuosamente  si  misono  nella 
Scarperia  ;  la  qnal  cosa  fu  agli  assediati  alcuno  con- 
forte,  e  più  per  la  persona  del  valente  conestabile, 
ohe  per  la  sua  piccola  compagnia,  a  cotanto  bisogno, 
quanto  aveano  di  e  notte  per  gli  assalti  continovi 
de'  loro  nimici.   E  i  condueitori  delP  oste  avendo 
sentito  r  entrata  di  que',  masnadieri  nella  Scarperia, 
la  feciono  più  strignere  e  più  guardare  il  di  e  la 
Botto.  E  tentato  i  Fiorentini  per  più  riprese  di  met- 
tervi anche  gente,  e  non  trovando  per  niuno  pres- 
so il  modo,  un  altro  eoneatabile  cittadino  di  Firen- 
ze della  casa  de'  Medici,  di  grande  fama  tra   gli 
nomini  d*  arme,  per  accrescere  ano  onore  si  fece 
dare  cento  fonti  masnadieri  a  sua  eletta,  e  avendo 
eon  aeco  ano  della  Scarperia  che  sapeva  Tore  delle 
vegghie  deUe  guardie,  e  le  loro  vie,  presono  il  cam- 
mino di  notte  per  V  alpe  di  verso  quella  parte  don- 
de meno  si  potea  temere  per  quelli  dell'  oste,  con 
li  insegna  levata  co'  suoi  compagni  stretti  si  mise 
arditamente  per  lo   campo,  dirizzandosi  verso    la 
Scarperia^.  E  in  sa  V  entrata  del  campo  le  guardie 
B*  awidono ,  e  levato  il  romore ,   venti   di   quelli 
fanti  rìnuiaono  addietro,  e  non  poterono  ristrignersi 
co*  compagni,  e  tornaronsi  nell'  alpe,  e  camparono  : 
e  il  eoneatabile  con  ottanta  compagni  aanza  fare  ar- 
resto, innanzi  ohe  i  nimici  il  potessono  occupare 
con  la  loro  fona,  aano  e  aidvo  co*  suoi  compagni 
entrò  nella  Scarperia  ;  e  cosi  per  virtù  di  due  co- 
DeatabiU  fa  fornito  quello  castello  dì  quello  che  a- 
Teva  maggiore  bisogao»  E  per  qoeato  soccorso  gli 
aaaediati  preaono  cuore  e  aperanza  ferma  della  loro 
difesa;  e  tra  i  capitani  dell'oste  n'ebbe  ripitio  e 
grande  aospetlo,  temendo  che  gli  Ubaldini  non  gli 
avesaono  condotti,  ma  niana  colpa  v*  ebbono.  E  ao- 
pfaatando  alquanto  allo  infestamento  de*  niouoì  so- 
pra questo  castello,  ci  occorre  alcune  altre  materie 
a  eni  ci  conviene  dare  luogo  per  debito  del  nostro 
trattato,  e  appresso  ritorneremo  con  più  onestà  alla 
presente  materia. 


'  Ciò  fa  fi  so  agosto  del  1861. 


CAPITOLO  XXIV. 

Come  la  reina  Giovanna  si  fece  scusare  in  corte 

di  Roma, 

Come  addietro  abbiamo  narrato,  quando  l' ac- 
cordo si  fece  dal  re  d^  Ungheria  al  re  Luigi,  ne'patti 
venne  fatta  la  commissione  nel  papa  e  ne*  cardinali 
per  catuna  parte:  che  se  la  reina  Giovanna  si  tro- 
vasse colpevole  della  morte  d'  Andreasso  suo  ma- 
rito, fratello    del  re  d'  Ungheria  ,  eh'  ella  dovesse 
essere  privata  del  reame;  e  dove  colpevole  non  si 
trovasse,  dovesse  essere  reina.  A  questo  patto  ac- 
consen^  il  re  d'  Ungheria,  più  per  1'  animo  che  avea 
di  tornare  in  suo  paese,  che  per  altra  buona  volontà 
che  di  ciò  avesse  ;  e  però  la  commissione  fu  avvi- 
luppata più  che  ordinato  o  spedito  libello:   e  non 
vedendo  i  pastori  della   Chiesa   come  onestamente 
potessono  deliberare  questa  cosa,  la  dilungarono. 
Essendo  lungamente  gli  ambasciatori  di  catuna  parte 
stati  in  corte  senza  alcuno  frutto  delPaltre  cose  com- 
messe per  li  detti  re  nella  Chiess,  vedendo  che  questo 
articolo  non  terminandosi  portava  infamia  e  perìcolo 
alla  reina,  con  ogni  studio  vollono  che  il  suo  pro- 
cesso si  terminasse.  E  perocché  assoluta  verità  del 
fatto  non  poteva  scusare  la  reina,  levare  il  luogo 
della  dubbiosa  fama  proposono;  che  se  alcuno  so- 
spetto di  non  perfetto  amore  matrimoniale  si  potesse 
proporre  o  provare,  che  ciò  non  era  avvenuto  per 
corrotta  intenzione  o  volontà  della  reina,  ma  per 
forza  di  malie  o   fatture  che  le  erano  state  fatte, 
alle  quali  la  sua  fragile  natura  femminile  non  avea 
saputo  uè  potuto  riparare.  E  fatta  prova  per  più  te- 
stimoni come  ciò  era  stato  vero,  avendo  discreti  e 
fsvorevoli  uditori,  fu  giudicata  innocente  di  quello 
malificio,  e  assoluta  d'ogni  cagione  che  di  ciò  per 
alcun  tempo  le  fosse  apposto,  o  che  per  innanzi  le 
si  potesse  apporre  di  quella   csgione  :  e  la  detta 
sentenza  fece  divulgare  per  la  sua  innocenza  ovun- 
que la  fede  giunse  della  detta  scusa. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  i  GenofDesi  e  i  Veneziani  ricomnciarono 

guerra  in  mare» 

Seguita  di  dar  parte,  intra  le  italiane  tempeste 
della  terra  a  quelle  che  in  que'  tempi  concepute  ne* 
nostri  mari  Tirreno  e  Adriatico  da  superbe  presun- 
zioni di  due  comuni,  in  Grecia  e  poi  nelli  stremi 
d'Europa  partorirono  gravi  cose,  come,  seguendo 
nostro  trattato,  si  potrà  trovare.  I  Genovesi  infestati 
dalla  loro  alterezza,  ricordandosi  che  i  Veneziani 
r  anno  passato  avevano  soperchiato  in  mare  le  un- 
dici loro  galee,  avvegnaché  per  1*  aiuto  de*  loro  di 
Pera  si  fessone  felicemente  vendicati,  vollono  per 
opera  mostrare  loro  potenza  a'  Veneziani,  e  per  co- 
mune consiglio,  essendo  a  quel  tempo  catuna  casa 
de'  loro  maggiori  cittadini  tornata  con  pace  in  Ge- 
nova, ordinarono  di  fare  armata,  la  quale  fosse  for- 
nita per  più  eccellente  modo  che  mai  avessono  ar- 
mato. E  comandarono  a'  grandi  e  a'  popolani  marca- 


64 


CRMIICÀ 


tanti,  0  agli  artefici  mioori  e  ad  ogoi  maniera  di 
gente,  che  dì  dne  l'ano  a* acconcìasaono  ad  andare 
in  queir  annata;  e  aimigliante  comandanaento  feciono 
fere  per  tolta  la  loro  riviera:  e  cerio  la  Yolontà 
Tinae  il  comandamento,  che  pib  volentieri  à*  accon- 
ciavano d'  andare  die  di  rimanere.  I  corpi  delle 
galee  fiirono  per  nomerò  aeaaantaqoattro,  e  ammira- 
glio fa  fatto  meaaer  Paganino  Doria  ;  i  aopraaaa- 
glienti  furono  aopra  ogni  galea  doppii,  armati  nohO- 
mente,  e  doppii  i  baleatrìerì  e  i  galeotti,  tutti  for- 
niti d*  arme,  e  tutti  ai  veatirono  per  compagne  chi 
d^  un*  aaaiaa  e  chi  d^  an^  altra  ;  e  comandamento  eh- 
bono  del  loro  comune  d^  abbattere  la  forza  de*  Ve- 
neziani in  mare  «  in  terra  giusta  loro  podere  :  e 
fomite  le  galee  di  panatica  e  di  ciò  che  arcano  bi- 
aogno,  e  pagati  per  ordine  di  mercatonzia  e'  dazii, 
•enza  trarre  danari  di  comune,  per  aei  meai,  del 
meae  di  luglio,  gli  anni  di  Cristo  1351,  si  partiro- 
no da  Genova,  ed  entrarono  nel  golfo  di  Yinegia  fa- 
cendo danno  assai  a'  navigli  ed  alle  terre  de'  Vene- 
ziani, e  senza  lungo  soggiorno  ai  partirono  di  là  e 
andaronne  air  isola  di  Negroponte.  I  Veneziani  non 
provveduti  della  subita  armato  de*  Genovesi,  aveano 
mandato  venti  loro  galee  armato  in  Romania,  le 
quali  erano  nell*  Arcipelago,  deUe  quali  i  Genovesi 
ebbono  lingua,  e  seguitandole,  le  aopraggiansooo  al- 
r  iaola  di  Scio  :  '  le  quali  vedendosi  di  presso  V  ar- 
mato de*  Genovesi  con  la  paura  aggtnnaono  forza  ai 
remi;  e  avendo  aiuto  d*  alcuno  vento  alle  loro  vele, 
essendo  seguitato  da*  Genoveat,  fuggendo  le  dieics- 
aetto  ricoverarono  nel  porto  di  Candia,  e  le  tre  pre- 
aooo  alto  mare  per  loro  scampo. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  V  armaia  genovese  andò  a  Ne^eponie 
e  assediò  Ca$uUa^  e  quello  che  ne  segni, 

V  armata  dtf  Genoveai  aeguendo  quella  de*Ve- 
neziani  ginnsono  a  Negroponto,  ove  i  Veneziani  con 
grande  atudio  0  paura  erano  arrivati  4  e  avendo  dai 
terrazzani  aiuto,  appena  aveano  compiuto  di  tirare  le 
loro  dkiaasetto  galee  in  terra,  laaciando  le  poppe 
in  mare  per  poterle  difèndere,  e  in  aringo  1*  aveano 
messe  V  nna  a  lato  ali*  altra  a  modo  di  bertesca  per 
potorie  meglio  di  torre  difendere;  ove  giunta  Far- 
Bwta  de*  Genovesi,  senza  amato  Tasaatfrono  con 
aapra  e  folta  battaglia;  e  preae  l*  avr^bono,  ae  non 
fòaae  che  tutti  gli  nomini  d*  arme  di  quella  terra  fu- 
rono alla  loro  difesa,  e  a  guardare  la  marina  che  i 
Genovesi  non  potossono  scendere  in  terra  :  e  in 
quello  assalto  la  feciono  ai  bene,  ohe  i  Genovesi  ai 
avvidono  per  forza  non  poterle  guadagnare  né  acen- 
dere  in  torre  nel  porto:  e  però  presono  loro  con- 
siglio d*  assediare  la  citta  di  Candia  per  mare  e  per 
terra,  e  procacciare  di  Pera  e  dell*  altre  parti  di 
loro  amici  legni  grossi,  e  gento  e  dillcii  di  legname 
per  combattere  e  vincere  la  terra,  ae  per  loro  vir^ 
to  e  forza  fortuna  V  aaaenliaae.  B  allora  laaciaroDO 
guardia  delle  loro  gatoe  aopra  il  porto,  e  con  I*  al- 
tre girarono  alquanto,  e  misono  in  terra  loro  eaaa- 
pOi  attendendo  gento  e  fornimenti  che  proeaeeitvMio 


,  per  combattore  ta  terra  ;  e  qne*  dentro  a'  affonn- 
vano  alla  difesa ,  e  di  e  notto  intondeano  a  Care 
buona  guardia,  avendo  mandato  a*  Veneziani  per  loro 
soccorso, 

CAPITOLO  xxvn. 

Come  i  Vetteùsmi  feeiono  lega  etf  CataUsni^  e  di 
nnoeo  armarono  cmquasUa  galee. 

Stando  V  armata  de'  Genoveai  per  nmre  e  per 
torre  all*aaaedio  della  citta  di  Candia,  il  coaume  di 
Vinegìa  ebbe  le  novelle;  ed  eaaendo  tanti  loro  gras- 
di  e  buoni  cittadini,  e  le  toro  galee  e  ta  toro^ttà 
aaaediata ,  ebbono  grande  dolonu  nondimeno  con 
franco  animo  detiberarono  di  fare  ogni  loro  afono 
per  aoccorrerli:  e  ricercando  ta  gento  ohe  allora 
potoano  fare  di  loro  distretto,  non  trovarono  cèe 
bastasse  a  potare  fornire  loro  aroMito,  tonto  era  mas- 
cata  per  la  passata  mortalita;  e  però  eleaaoao  di  loro 
cari  cittadiai  solenni  ambasciadori,  ì  qnali  naaad»- 
rooo  prima  a  Pisa,  e  appresso  in  Catatogna,  per  re- 
carli a  loro  lega,  e  averli  in  loro  aiuto,  eoa  ogni 
largo  patto  che  voleasono  :  e  di  ciò  diedono  agli 
ambasciadori  piena  liberta  e  Italia,  con  ispendio  di 
grande  somma  di  moneta.  I  Pisani  essendo  in  pace 
co'  Genovesi,  avvegnaché  poco  a*  aauMaaono^  per 
promesse  o  patto  che  foaae  offerto  l(m>  non  si  vol- 
lono  muovere  contro  a*  Genoveai,  bm  alquanto  pie 
■che*f  consueto  s*inaaùcafono*een  lons  rwerenio 
grazie  da*  Genovesi  per  la  fede  mantenuta  a  ^ael 
punto.  1  Catalani  per  grande  odio  che  aveano  a*Ge- 
novesi,  per  inginne  e  danni  ricevati  da  loro  ib  BMre, 
di  presento  s*  allegarono  co*  Veneaiaai,  e  proaaisono 
di  dare  armato  di  loro  «omini  qnelle  galee  ohe  i 
Veaesiani  voleaaono,  dando  i  Veneziam  loro  i  oeipi 
delle  galee  e  i  debiti  eoidi  a'GatalanL  E  fama  la 
lega,  i  Veneziani  incontanento  ndsono  11  banco,  e 
coanaeiarono  a  aerivere  e  a  aoldare  la  gente;,  e  bmui- 
dareno  a  Venezta  che  vi  aundaaaono  i  corpi  deUe 
galee  e*  danari,  i  quali  eenza  indugio  vi  aumdaroao 
ventitré  corpi  di  galee,  e  danari  aaaai,  e  fecìonle 
armerò  di  buona  genie.  I  Veneaiaai  a  Veaezia  pre- 
atamento  n*  armarono  ventiaetto;  e  mentre  ohe  Tar- 
mata  si  facea  in  Catalogna  e  a  Veneaià,  i  Venezinni 
mandarono  nn»  galea  aottile  bene  annata  a  portare 
novelle  del  loro  grande  loeeecao,  e  mandarono  in 
quella  danari  per  fare  apparecchiare  to  galee  eh*  e- 
rano  là,  che  di  presento  al  tempo  detta  veneto  della 
loro  annata  foaaono  apparecchiato,  aieehé  eotttra  ai 
loro  nimici  foaaono  pia  poaaentL  Qneato  gnlea  per 
acentro  di  fortuna  a'aMmtta  in  nna  galea  di  Genovesi,  e 
combattendo  inaieme,  U  veneziana  fu  vinto  e  presa 
in  segno  del  faterò  danno.  1  Genovesi  ebbene  i  da- 
nari, e  le  lettere  e  V  avviao  dell*  armato  de'  Vene- 
ziani e  de*  Catalani  per  potorai  provvedere  ;  il  cor- 
po della  galea  eggiunaono  alle  loro,  e  gli  nonitoi 
ritonnono  a  prigioni,  con  gran  feata  di  questa  av- 
ventnra. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


65 


CAPIT9L0  XXVni. 

Come  la  imperairice  di  CosiantmopoU  col  figliuolo 

si  fuggì  in  Salonicco, 

AvTeDne  che  in  questi  medesimi  tempi  che  Tar- 
mata de^  Genovesi  era  a  Negroponte,  che  Mega  Do- 
mestico, del  lignaggio  imperiale,  il  quale  si  faceva 
dire  CantacDzeno,  cioè  imperadore^  essendo  rimaso 
balio  del  figlinolo  dell' imperadore  di  Costantinopoli 
a  cui  snccedea  V  imperio,  governava  tatto  per  lui, 
gli  die  la  figlinola  per  moglie,  ingannando  la  giova- 
nezza del  ano  pupillo,  senza  consentimento  della 
madre.  L^  imperatrice  sentendo  quello  che  Mega  Do- 
mestico avea  fatto,  prese  sospetto,  e  fatto  le  fu  ve- 
dere che  '1  figlinolo  sarebbe  avvelenato,  perchò  l'im- 
perio come  era  in  guardia  rimanesse  libero  al  detto 
Mega,  balio  delP  imperio  e  del  giovine  :  onde  T  im- 
peradrice  col  figliuolo,  di  furto  e  improvviso  a  Mega, 
a*  erano  foggiti  di  Costantinopoli  ;  e  andati  nel  loro 
reame  di  Salonicco,  ivi  mostrando  manifesto  sospetto 
del  balio  deirimperio,  si  dimorarono  in  grande  guar- 
dia. E  Mega  Domestico,  come  ò  detto,  vedendosi 
rimaso  nella  forza  delF  imperio,  si  fece  dinominare 
imperadore  :  e  senza  fare  guerra  al  giovane,  si  for- 
tificava neir  imperio,  e  aveasi  confederato  T  amisti 
de*  Veneziani.  L*  imperadrice  avendo  sentita  V  armata 
de*  Genovesi  a  Negroponte,  mossa  da  femminile  fu- 
ria e  sprovveduto  consiglio,  mandò  a  trattare  co'Gc- 
novesi ,  in  cui  prendeva  confidanza,  perocché  era 
figlinola  del  conte  di  Savoia,  assai  presso  di  vici- 
nanza a'  Genovesi,  e  sapea  eh^  elli  erano  nimici  dei 
Veneziani,  amici  di  Mega  Domestico  suo  avversa- 
rio, n  trattato  fu  fermo  co*  Genovesi,  e  le  promesse 
farono  grandi  ove  rimettessono  il  figliuolo  in  signo- 
ria deir  imperio  di  Costantinopoli.  I  Genovesi  per 
questo  si  pensarono  di  passare  il  verno  alle  spese 
deir  imperadrice,  e  abbattere  molto  della  forza  de- 
gli amici  de*  Veneziani,  e  d*  essere  piii  agresti  e 
pili  forti  oontro  alla  loro  armata  ;  e  però  ai  dispuo- 
iono  a  lasciar  V  assedio  con  loro  onore,  ove  poco 
profittavano,  e  a  prendere  il  servigio  dell*  impera- 
drice. Lasceremo  al  presente  questa  materia  per  ri- 
prenderla al  ano  debito  tempo,  e  torneremo  a*  fatti 
di  Firenze. 

CAPITOLO  XXDC. 

Come  la  Scarperia  sostenne  la  prima  baitaglia 

dal  Biscione, 

Tornando  alF  assedio  della  Scarperia,  il  capi- 
tano deir  oste  col  suo  consiglio  vedendo  che  la 
Scarperia  era  fornita  per  la  sua  difesa  di  valorosi 
masnadieri,  e  che  dentro  era  bene  fornita  di  vit- 
tnaglia,  e  sentendo  che  i  Fiorentini  non  si  curava- 
no di  loro,  e  continovo  accresceva  loro  forza,  ed 
essendo  mancata  la  ferma  de*  loro  soldati  :  per  non 
partirsi  con  vergogna  di  non  avere  vinto  per  forza 
uno  piccolo  castello,  rifermarono  i  loro  cavalieri;  e 
avuti  danari  dell*  arcivescovo,  tatti  gli  pagarono,  e 
promisono  paga  doppia  e  mesa  compiato  a  coloro 

Vaxkni  ÌLj  (Vpftieat    VCL.  n. 


che  combattendo  vincessono  la  Scarperia.  D  tempo 
era  già  alPentrata  d'ottobre,  e  la  vittuaglia  cominciava 
a  rincarare;  e  questo  pìii  gli  spronava  a  volere  vincere 
la  pugna.  I  dificii  da  combattere  la  terra  erano  ap- 
parecchiati, scale  assai,  e  grilli  e  gatti  e  torri  di 
legname,  le  quali  aveano  condotte  presso  al  castello 
al  tirare  della  balestra,  o  poco  più.  E  cosi  appa- 
recchiati, una  domenica  mattina,  ordinati  i  combat- 
titori, da  più  parti  con  molti  balestrieri  assalirono 
il  castello,  e  conduceano  i  dificii  e  le  scale  alle  mu- 
ra con  gran  tempesta  di  loro  grida.  Quelli  del  ca- 
stello ordinati  dentro  alla  difesa  co*  loro  capitani,  si 
teneano  coperti  e  cheti,  e  lasciarono  valicare  i  ni- 
mici il  primo  fosso  e  entrare  nel  secondo,  che  non 
V*  avea  acqua,  e  accostare  molte  scale  alle  mura 
innanzi  che  si  movessono  :  allora  dato  il  segno  da* 
loro  conestabili,  con  grande  romore  sollecitamente 
cominciarono  dalle  mura  a  percuotere  sopra  i  nimici 
colle  pietre,  lance  e  palli,  e  a  traboccare  loro  le- 
gname addosso  ;  e  i  balestrieri  saettare  da  presso  e 
da  lungi  senza  perdere  io  vano  i  loro  verrettoni.  In 
questo  primo  assalto  feriti  e  magagnati  assai  di 
quelli  che  s*  erano  accostati  alle  mura  e  agli  stec- 
cati per  forza  ne  furono  dilungati  :  nondimeno  i  ca- 
pitani per  straccare  di  fatica  quelli  delle  mura,  ri- 
mutavano spesso  la  loro  gente  dalla  battaglia,  rin- 
frescando gente  nuova,  e  non  lasciando  prendere 
lena  né  riposo  a  que*  delle  mura  e  della  guardia 
degli  ateccati  ;  ma  i  franchi  masnadieri  si  difendeano 
virtudiosamente,  avendo  in  dispregio  il  riposo,  e 
confortando  1*  uno  1*  altro  per  modo,  che  per  forza 
né  per  rinfrescamento  di  loro  battaglia,  da  innanzi 
terza  ali*  ora  di  nona,  per  molte  riprese  di  battaglie 
non  ebbono  podere  d'accostarsi  alle  mura,  né  agli 
steccati  ove  le  mura  non  erano.  Nel  primo  fosso 
condussono  sessantaquattro  scale,  e  nel  secondo  ac- 
costa del  muro  tre,  le  quali  abbandonarono,  non 
potendo  avanzare  ;  e  con  poco  onore  di  questa 
prima  battaglia,  e  con  alquanti  morti  rimasi  nel 
fosso,  e  con  molti  feriti  e  magagnati,  si  ritrasso- 
no  dalla  battaglia  ;  e  qae*  d*  entro  intesono  al  ri- 
poso e  a  medicare  i  loro  feriti,  che  ne  aveano  gran 
bisogno. 

CAPITOLO  XXX. 
Come  la  Scarperia  riparò  alla  cava  de^nemici. 

Nonostante  ì*  ordine  delle  battaglie,  i  condn- 
citori  deli*  oste  con  gran  costo  e  con  molto  studio 
oonducevano  una  cava  sotterra  per  abbattere  le  mu- 
ra della  Scarperia,  e  molto  grande  speranza  aveano 
in  quella  di  vincere  la  terra.  Qué*  d*  entro  pensan- 
do e  temendo  ohe  così  dovessono  fare  i  loro  av- 
versari, prowidono  al  rimedio,  e  feciono  un  fosso 
dentro  intorno  alle  mura,  il  quale  era  braccia  quat- 
tro e  mezzo  largo  in  bocca,  e  braccia  tre  largo  in 
fondo,  e  andava  di  sotto  al  fondamento  delle  mora 
braccio  uno  e  mezzo,  acciocché  se  le  mura  cades- 
sono,  si  trovassono  V  aiuto  del  detto  fosso  alla  loro 
difesa.  B  nondimeno  providono  di  cavare  di  fuori 
de^  fossi  per  ritrovare  la  cava  de*  nimici  innanzi  che 

6 


M 


CROnCA 


fiDgneMo  alle  mura.  B  a  foniire  qneato  misoao 
grande  folledtadìoe  ;  ma  i  loro  aTreraarì  adopera- 
roDO  grande  fona  per  rìlrarli  da  quel  larorìo  :  e 
eondoffono  an  castello  di  legname  in  snl  primo 
fosfo,  al  preaao,  che  con  le  pietre  combatteano  co- 
loro eh* erano  Ira  Tono  fosso  e  V  alM  alla  goar- 
dia  de*  loro  cavatori  ;  e  avvenne  che  a  questa  si  ri- 
volse grande  parte  dell*  oste,  e  tutta  la  fona  di 
quelli  d*  entro.  Quelli  di  faori  combattendo  con  le 
pietre  e  con  le  balestre,  e  rinnovando  d'ora  in  o- 
ra  i  freschi  combattitori,  quelli  del  foaso  colle  fosse 
delle  parate  e  co*  palvesi  francamente  s*  alavano, 
con  le  loro  balestre  e  con  quelle  del  loro  aiuto 
dalle  mura  ;  e  di'putati  a  questa  punga  trecento  di 
que*  d*  entro,  sostennono  1*  assalto  de*nimici  il  lu- 
nedi e  'I  martedì  molto  francamente,  non  lasciando 
impedire  i  loro  cavatori  :  i  quali  lavorando  con 
grande  sollecitudine  pervennero  alla  cava  de'nemi- 
ci,  la  quale  era  venuta  innanzi  centottanta  braccia, 
e  presso  alle  mura  a  venti  braccia  :  la  quale  di  pre- 
sente affocarono,  e  cacciarono  i  cavatori,  e  gua- 
starono loro  la  cava.  Essendo  da  catuna  parte  mol- 
ti feriti,  quei  del  campo  abbandonarono  I*  assalto 
con  loro  vergogna;  e  i  valenti  masnadieri  alla  ri- 
tratta de*  nimid  presono  e  araono  il  castello  del  le- 
gname ch'era  sopra  il  foaso,  e  stesonsi  ad  assalire 
un  altro  ch'era  più  di  lungi,  e  per  fona  Taffocaro- 
no;  e  toraaronai  aani  e  salvi  nel  castello,  avendo 
presa  grande  baldanza  della  loro  difesa,  per  la  vit- 
toriosa pugna  di  quella  cava. 

CAFITOLO  XXXL 
Del  secondo  aualto  dato  alla  Scorpena* 

Vedendo  il  capitano  dell*  oste  e  il  eoo  consi- 
glio essere  di  ogni  assalto  fatto,  con  vergogna  ri- 
buttato da  que*  della  Scarperia,  e  vedendoai  venire 
addosso  il  verno  e  non  avere  vinto  il  castello,  e 
che  lo  atra  me  mancava,  penaavano  che  la  partita 
aarabbe  con  loro  grande  vergogna  :  però  voUono 
ancora  da  capo  cercare  la  fortuna,  innanzi  che  da 
quello  assedio  si  partissono.  B  per  avere  apparec- 
chiato da  riempiere  i  fossi,  fedono  tutto  il  legname 
e*  frascati  che  aveano  ne*  loro  campi  eondueere 
presso  a*  fossi  :  e  il  giovedì  mattina  innanzi  d),  es- 
sendo 1*  oste  armata,  e  le  battaglie  ordinate,  e  più 
torri  di  legnami  condotte  presso  a*  fossi,  con  ordi- 
ne di  palvesarì  e  di  loro  balestrieri,  senza  contrasto 
riempierono  di  frascati  il  primo  fosso,  e  le  torri 
condussono  sopr*  esso  fornite  di  molti  balestrieri. 
I  cavalieri  amontarono  de*  cavalli  con  gli  dmi  in  te- 
ata,  e  cominciata  la  battaglia  a  un*  ora  da  ogni  par- 
te, i  cavdierì  si  sforzarono  di  eondueere  gatti,  grilli 
e  scale  alle  mura.  Que*  d'  entro,  che  aveano  praso 
maggiore  ardire  per  gli  altri  assalti,  lasdarono  fare 
molte  cose  innanzi  che  alla  battaglia  ai  scoprisso- 
no;  ma  ordinato  da*  loro  conestabili,  al  segno  dato 
si  mostrarono  alla  difesa,  e  con  tanto  impeto  co« 
mindarono  a  caricare  di  pietre  e  di  pali  aguti  e  di 
legname  i  loro  assalitori,  con  1*  aiuto  de*  loro  buoni 
balestrieri,   che  per  forza   gli  ributtarono  addietro 


dd  primo  fosso.  B  avendo  a  gneUi  ch'erano  nelle  tor- 
ri ordinato  di  loro  i  migliori  balestrieri,  gli  striaiOBO 
per  modo,  che  non  d  poteano  scoprire,  aè  étn  i 
loro  utile  dutorio.  B  in  questo  assalto  alenai  co- 
nestabili d*  entro  abbono  ardire  con  certi  loro  oon- 
pagni  eletti  d*  usdra  fàori  ddla  terra,  e  con  le  faurae 
e  con  le  spade  in  mano  feriano  per  costa  i  cen- 
battitori,  e  incontanente  si  ritraevano  :  e  questo  fe- 
dono più  volte  danneggiando  i  nimici,  e  ritraen- 
doli  ddla  battaglia  dov*  erano  ordinati,  senza  ri- 
cevere impedimento.  Ed  essendo  dorata  li  batta- 
glia infino  a  nona,  senza  avere  qud  deU*  oste  fat- 
to alcuno  acquisto,  feciono  sonare  la  ritratta.  E  di 
prensente  quei  del  castdlo  misono  fuori  de*  loro 
masnadieri,  i  quali  presono  le  torri  e*  difidi  e  ar- 
sonli,  che  i  nimid  aveano  condotti  ;  e  dato  opera  ia- 
fino  alla  notte  a  mettere  dentro  il  legname  utile, 
tutto  Taltro  co*frascati  araono  nel  fosso.  E  intesoao 
a  medicare  i  loro  feriti,  e  a  farei  ad  agio  d*  dcoao 
riposo,  del  qusle  aveano  gran  bisogno  per  quelli 
giornata. 

CAPiroLQ  xxxn. 

Del  ter*o  aesalto  dato. 

Afendo  i  capitani  dell*  oste  quasi  perduta  ogai 
speranza  di  potere   vincere   la  Scarperia,  volloao 
tentare  1*  ultimo  rimedio  con  danari  e  con  ingegno; 
e  in  quello  rimanente  del  di  fedono  venira  a  loro 
tutti  i  conestabili  tedeschi  oon  i  più  nomati  cava- 
lieri di  loro  lingua,  i  quali  nelle   battaglie  date  al 
castello  poco   s*  erano  travagliati,  altro  che  di  ve- 
dere, e  dissono  loro  :   8e  a  voi  desse  il  cuore  di 
vincere  con  forza  e  con  ingegno  questa  terra,  1*  o- 
noré  sarebbe  vostro,  e  oltre  alla  paga  doppia  e  me- 
se compiuto,  a  calnno  daremo  grandi  doni   I  oo- 
nestabiU  e  i  loro  baccellieri  d  atrinsono  indeme,  e 
moasi  da  presuntuosa  vanagloria  e  da  avarizia,  rì- 
spuosono  :    che  dove  e*  fossono  dcurì  d*  avere  di 
dono  sopra  le  cose  promesse  fiorini  diedadls  d*  o- 
ro,  che  darebbono  presa  la  Scarperia  :  e  questo  da- 
va loro  il  cuore    di  fornire  con  1*  dato  deU*  altra 
oate,  ove  fosse  fatto  quello  che  direbbono  in  quelli 
notte.  I  capitani  promiaono  tutte  senza  indugio,  de- 
che rimasono  contenti,  e  di  presente  fedono  htt 
comandamento  a  tutti  i  couMlabili  ddle  atasnado  da 
cavallo  e  da  pie,  che  colà  da  mezza  notte  fossoao 
spparecchiati  dell*  arme  e  de'  cavalli;  e  fatto  que- 
sto, andarono  a  cenare  e  a  prendere  alcuno  rìpoio. 
Venuta  la  mezza  notte,  e  armala  1*  oate  chetaneB- 
te,  il  tempo   era  sereno  e  bello,  e  la  luna  hten 
ombra  in  qudla  parte  della  Scarperia  che  i  Tedeschi 
aveano  pensato  d'  aasalire  :  e  fatto  tra  loro  dezioae 
di  trecento   baccellieri,  a  loro  coaunisono  tutto  il 
fasdo  della  loro  intendone  ;    i  quali  bene  armati, 
separati  dall*  altra  gente,    oon  le  sede  a  dò  dipo- 
tato  e  oon  altri  utili  argomenti,  senna  alcuno  lame, 
s*  addiriiiarono  Torao  quella  parte  della  terra  ofe 
1*  ombra  gli  copriva.   Tutta   1*  altra  oate  oon  inna- 
merabiU  luminarie,  e  con  ismisurato  remore  e  saod 
di  tutti  gli  stromenti  dell*  oste,    colle  schiere  fette 


DI  MATTEO  VILLANI. 


«7 


0  colle  battaglie  ordinate  ai  eoniiMiaroiio  a  dltiisa- 
re  dell*  altre  parti  Terao  la  Searperìa.  I  Irati  della 
Soarperìa,  elie  appena  areano  ancora  dell*  aflbnno 
del  di  preso  alcono  rìpoao,  sentendo  lo  stormo,  e 
cedendo  V  Meroito  Yonire  con  ordine  di  loro  bat- 
taglie a  combattere  la  terra,  cacciata  la  paora  e  in- 
TÌlito  il  riposo,  di  presente  forono  air  arme  :  e  con 
r  ardire  delle  loro  difese  appareoohiati,  andò  oatn- 
no  aUa  sna  gnardia  delle  mora  e  de'  palancati  ;  e 
stando  cheti  e  sensa  oMMtme  i  loro  lami  attesone 
tanto,  che  le  schiere  e  le  battaglie  s*  appressarono 
alle  mura,  e  cominciato  fa  V  assalto  con  snoni  di 
tanti  atromenti  e  con  grida  d*  aominiv  che  rìempiera 
il  cielo  e  tatto  il  paese  molto  di  langL  Qaest*  a- 
spreua  delle  grida  era  maggiore  che  dell*  arme,  per 
attrarre  V  aiuto  da  quella  parte  di  quo*  d*  eatro,  e 
Buinoario  ot*  era  V  aguato.  Quelli  della  terra  mae- 
atrì  di  cotali  cose  deUe  grida  non  si  curayano, 
e  quelli  che  ai  appressarano ,  francamente  colla 
balestra  e  colle  pietre  gli  ficeano  risentire  e  al- 
lungare e  ninno  non  ai  partiva  o  mosse  dalla  soa 
guardia.  I  trecento  baccellieri  riposti  presso  della  ter- 
ra aentendo  il  remore  e  TinfesUimento  di  quelli  dei- 
Toste,  chetamente  colle  scale  in  collo  passarono  il 
primo  e  il  secondo  fosso,  che  non  v^avea  acqua,  e 
condussono  e  dirissarono  alle  mura  più  scale,  Te- 
dendolo  e  sentendolo  qneMella  terra  ch^eraao  a  quella 
guardia,  e  lassandogli  fare,  finché  cominciarono  a 
salire  aopra  esse,  e  aveano  già  i  loro  aiutori  a  piede; 
allora  quelli  della  guardia  cominciarono  a  gridare  e  a 
mandare  aopra  loro  grandi  pietre  e  legname  e  pali, 
percotendoli  e  Dicendoli  traboccare  delle  scale  nel 
fòsso  fune  sopra  Taltro.  E  in  un  punto  gli  ebbene  al 
storditi  e  feriti  e  magagnali,  che  in  caccia  si  partirono 
da  quello  aasalto,  e  tomaronsi  all'altra  oste.  Dall'altra 
parte  fu  maggiore  il  grido  che  l'assalto  ;  ma  per  li 
bnoni  balestrieri  molti  ve  ne  forono  feriti  in  qnella 
notte.  E  facendosi  di,  in  sulla  ritratta  uscirono  del- 
la terra  un  fiotto  di  buoni  briganti  e  dieronai  tra' 
nimici  e  per  forse  ne  presono  e  ne  meimrono  tre 
di  loro  cavidieri  nella  Scarperia,  e  gli  altri  ritorna- 
rono al  campo,  perduta  ogni  speransa  d'  atere  la 
Scarperia.  Que' di  dentro  uscirono  fuori  un'altra  Tolta 
quella  mattina,  e  arsone  piii  dificii  di  legname  ch'e- 
rano preaso,  e  uno  caateUo  ch'era  pia  di  lungi,  e 
contamente  sensa  impedimento  sani  e  aalri  si  ritor- 
narono nella  IScarperia. 

CAPITOLO  XXXIIL 
La  paifiUa  deWotie  dalla  Scorpena. 

Vedendo  il  capitano  dell'  oste  e  i  soci  consiglie- 
ri aver  fatta  la  loro  oste  ogni  prora  per  rincere  la 
Scarperia,  ed  esseme  con  Torgogna  ributtali  per  la 
Tirtù  de'  buoni  masnadieri  che  dentro  v'  erano,  e  tor- 
nando r  oste  piena  di  molti  feriti,  e  che  la  rittuaglia 
Tenia  mancando  Tun  di  appresso  l' altro  fortemente, 
e  che  ^k  lo  strame  per  i  caTalli  al  tutto  Tenia  loro 
meno,  e  il  tempo  ch'era  stato  fermo  e  bello  lunga- 
mente, 8*  apparecchiaTa  di  corrompere  all'  acqua, 
prese  per  partito  d*  andersene  a  Bologna  ;  e  al  se- 


gno dato  d'una  lumiera  alsata  sopra  ogni  lume  mol- 
to, il  sabato  notte,  a  di  16  d'ottobre,  l'oste  si  do- 
Tosse  partire,  e  ogni  uomo  si  dovesse  riducere  Ter- 
so l'alpe  di  Bologna,  i  cui  passi  erano  tutti  in  loro 
signoria,  e  il  cammino  era  corto  e  il  passo  aperto 
e  la  gente  Tolonterosa  di  IcTarsi  da  campo  ;  per  la 
qnal  cosa  subito  abbono  passato  il  giogo  dell'alpe  ^ 
I  Fiorentini  aTcndo  sentito  che  i  nìnrici  erano  per 
partirsi  dalT  assedio,  aTeano  mandati  in  Mugello  i 
caTaUeri  che  aTeano  per  danneggiarli,  se  potessono, 
alla  loTsta  :  ma  gli  ayrisati  capitani  dell'oste  la  do- 
menica mattina  innansi  che  la  lor  gente  a'  aTviasse 
feciono  una  schiera  di  duemila  buoni  caTalieri,  i  quali 
tennero  ferma  in  snl  piano,  insino  che  seppono  che 
tutta  la  lor  gente  e  la  aalmeria  erano  Talioati  il  gio- 
go e  passati  in  luogo  aalvo  :  la  schiera  della  guardia 
passò,  non  Tedendo  apparire  alcuno  nimico,  girò  e 
prese  il  suo  cammino  Terso  la  montata  dell'  alpe, 
ch'era  presso  a  due  miglia  di  piano  :  ed  abbono  pas- 
sato prima  il  giogo,  che  la  caTalleria  deTiorentini 
si  assicurasse  di  stendere  per  lo  piano,  temendo  d'a- 
gnato :  e  cosi  sani  e  saWi  si  ricolsono  a  Bologna 
sensa  impedimento  per  lo  senno  de'  loro  capitani. 
Onest'  oste,  mossa  con  tanto  ordine  e  aiuto  di  tutti 
i  ghibellini  d' Italia,  Tenuta  di  subito  sopra  la  nostra 
città  sproTTcduta  d'ogni  aiuto,  stette  ottantadue  di 
sopra  il  nostro  contado  sensa  potere  rincere  per  for- 
za ninno  castello,  e  de'  quali,  sessantuno  di  consu- 
marono all'assedio  del  piccolo  castello  della  Scarpe- 
ria.  E,  come  fu  piacer  di  Dio,  la  sfrenata  potensa  di 
cotanto  signore,  aggiunta  con  tutta  la  forse  de'ghi- 
bellini  d'Italia,  guidata  da'  buoni  capitani,  credendosi 
soggiogare  la  città  di  Firense  e'popoli  circustanti,  non 
abbono  podere  di  Tincere  la  Scarperia,  da  qui  ad- 
diamo rilissimo  CMtello,  non  murato  per  tutto  e  di 
piccola  fortessa  per  sito,  ma  difeao  da  piccolo  nume- 
ro di  Talorosi  masnadieri  :  easendori  a  oste  con  pia 
di  cinquemila  barbute,  e  duemila  caralieri,  e  seimila 
pedoni  di  aoldo,  aensa  la  forse  degli  Ubaldini  e  de- 
gli altri  ghibellini  con  loro  afono;  per  la  qaal  cosa 
il  tiranno  che  aToa  l'animo  loTato  a  inghiottire  le  i- 
taliane  proviocie,  potè  conoscere  che  un  piccolo  e 
rile  castello  donìò  e  fece  ricredente  tutta  la  soa  for- 
se. E  come  era  Tenuto  a  guisa  di  leone  con  la  te- 
ata  alsata,  spaTeuteTole  a  tutte  le  città  di  Toscana, 
chinate  le  coma  dell'ambisiosa  superbia,  tornò  pieno 
di  Tergogna  e  di  ritnperio,  non  UTcndo  per  sua  po- 
tensa potuto  acquistare  un  debole  caatello,  e  diede 
materia  a' popoli  di  grande  confidensa  della  loro  di- 
fesa. Lasceremo  ora  finita  questa  materia,  e  tornere- 
mo all'altre  tempeste  Italiane,  che  non  bastando  in 
terra  conturbarono  l'altrui  mare. 


'  Qui  la  Toea  «^  à  usata  per  mtmU  sensa  più.  L' ar- 
dTefcoTO,  ordinata  aopra  i  Milanesi  un'  imposizione  di 
500000  fiorini  d' oro,  ritentò  V  impresa  nel  1352,  rioeven- 
do  nell'oste  lombarda  gli  Ubeldini,  e  cogliendo  il  destro 
che  i  soldati  del  presìdio  della  Scarperia  eran  Tenuti  co' 
terrieri  alle  mani. 


w 


CROnOA 


CAPITOLO  XXXIV. 

Come  Varmaia  de^  Gemnoeù  $i  pariì  da  tUgn^^oute 

e  andò  a  Salonicco. 

In  questo  tempo,  ooaiaeiattdo  aipio  •  fortuio* 
80  Temo,  i  GeBOveit  che  eoo  le  loto  emete  éi 
fesiantaqnellro  galee  erano  iteli  tireseedio  delle 
città  di  Ceedìa  mllMaoki  di  Negropente,  senteido 
r  appareochiaaiealo  delle  ciaqiiaote  gelee  de*  Ye»o- 
aiani  e  de'  Getalani  che  doreeno  reoire  contro  a 
loro  al  Boeeorao;  e  Tcdendo  che  lo  stare  ki  per 
aperanza  d' arere  la  terra  era  invaio,  e  bob  ninor 
daBBO  a  loro  che  a^Veneiiam;  o  aYCBdo  pronecio 
il  loro  aiuto  ali*  imperadrioe  di  CoataaliBOpofi,  che 
era  fuggita  col  fif^ioolo  nel  reeme  di  teloaieeo; 
pareado  per  fucata  cagione  la  loro  leyata  dell*  aa* 
aedio  foaae  eoa  mcao  vergogna,  ed  eatraBdo  bcI- 
r  imperio  aveano  pia  sicuro  vernare,  si  pertirono 
di  là  e  dirizzarono  loro  viaggio  verao  Saloidoco  ;  e 
giunti  a  Malvagia,  iutcndeano  levare  V  imperadrioe 
e  U  igliuolo,  e  foro  loro  podere  di  rimetterli  in 
Costantinopoli  con  la  loro  forza  e  della  perle  che 
amava  il  loro  vero  aignore.  L*  imperadrice  senten- 
do r  armate  di  preaao,  come  femmina  mutevole,  non 
avendo  piena  conidenaa  del  figliuolo,  cominoiò  a 
sospettare  :  e  il  giovane  medesimo  non  avendo  a- 
vuto  più  maturo  consiglio  ali'  imprese,  convenendo 
la  aua  persona  mettere  nelle  mani  dell*  altrui  forte, 
dubitò,  e  non  lo  volle  fore  ;  e  forse  là  più  da  biasi- 
mare il  Gominciamenlo  della  folle  impresa  che  il 
cambiamento  del  fenuntnìle  e  giovanile  animo,  i  quali 
non  ai  vollono  abbandonare  alla  non  provata  fode 
de*  Genovesi  ;  per  la  quel  cosa  1*  amaùraglìo  col 
suo  consiglio  preseno  sdegno,  e  rivolta  la  loro  ar- 
mata, deaìderoai  di  rapina  e  di  preda,  vennero  al- 
1*  isola  di  Tenedo,  piena  di  gente  e  d*  avere,  sotto- 
posta air  imperio,  i  quali  de*  Genoveai  non  pran- 
deano  dcuna  guardia,  ed  elU  la  presono  e  ruba- 
rono d*  ogni  aostanza.  E  quivi  feciono  dimoro  gran 
parte  del  verno,  prendendo  rinfrescamento,  e  ragu- 
nando  la  preda  di  quella  e  dell*  altre  terre  di  Gre- 
cia ;  della  quale  deta  a  catuno  la  parte  sua,  si  tro- 
varono pieni  di  roba  e  ài  danari,  sicchò  a  foro  non 
fece  biaogno  altro  soldo,  e  la  loro  vita  tutta  ^bero 
per  niente  delle  ruberie  del  paese.  B  ivi  steltono 
fino  a  Natale  senza  mutare  porto. 

CAPITOLO  XXXV. 

Coma  i  Venenum   e*  Caialani  m*  accoìuatono  m 
Romania  eom  T  olirà  armaim. 

I  Veneziani,  come  addietro  abbiamo  narrato, 
avendo  fatta  compagnia  e  lega  co*  Catalani  contro 
a*  Genovesi,  armarono  in  Venezia  ventisette  galee 
molto  nobilmente,  ove  si  ricolsono  quasi  tutti  i  mag- 
giori e  migliori  cittadini  di  Venezia  per  governato- 
ri e  aoprassaglienti,  fomiti  a  doppio  di  ciò  che  a 
guerra  faccia  mestiero,  e  ventitre  gelee  armarono  i 
Catalani.  B  lauto  bolliva  negli  animi  loro  lo  infoca- 
mento   dell*  izza   eh*  aveano  presa  contro    a*  loro 


«wéraari  genoveei,  che  nel  tempo  che  V  arante 
sogliono  abbandonare  il  mare  e  venne  in  tetra,  m 
aansaono  da  Veneaia  e  di  Cntatogna,  domando  le 
tempeste  del  aure,  ad  andare  contro  a*  loro  nimici 
in  Roaumia.  Del  meae  di  novembre  a*  acconarono 
insieme  in  Cicilin,  e  di  là  seoaa  aoggiomo  si  éÌRB- 
zerono  veaao  1*  Arcipelago,  e  con  giwidi  e  aspre 
forluBe,  avendo  per  quelle  perdute  selle  galee  ve- 
neziane e  due  catalane,  non  acana  danno  deMa  lore 
gente,  pervmwero  ìb  Tnreya,  e  poeono  alla  Malìa 
e  a  AJMato  ;  e  ivi,  del  nwse  di  diceaihre  del  detto 
anno,  avMido  raeeolte  fo  galee  che  aveano  a  Ne- 
groponle  e  nelle  contrade,  ai  trovarono  con  acttanta 
galee  :  e  in  Tnrobia  aleltono  gf«n  perle  del  più  for- 
tunoso verno  per  rivedere  i  foro  legni  e  avere  no- 
velle di  foro  nimicL  in  qnealn  Iravatmunenlo  d^ 
tea^po  delle  due  annale  ci  occorre  a  raocontnre  al- 
tro cose  rimase  addietro  ;  e  in  prima  uaa  peana  di 
corrotta  asente  deir  junMaione  umana,  la  quafo  al- 
cuna voUa  combatteado  contro  al  suo  prospero  e 
buono  stato,  abbatte  e  rorina  sé  SMdesìsso  con  debi- 
to e  degno  traboccamento. 

CAPITOLO  XXXVI. 
Come  i  BrandagU  $i  voilono  fora  signori  ^Aratne. 

Beppoich*  e*  Bost<^  per  loro  superbie  Ihrono 
cacciati  deUa  terra  d*  Arezso,  una  inniglia  che  m 
chianmvano  i  Brandagli^,  loro  nìauci,  coauncinreno 
di  nuovo  ad  avete  alato  in  couniBe  ;  e  aiutando  Vmn 
di  appresso  ali*  altro  vennono  in  BMggiori,  ed  era- 
no al  tutto  govecnalori  del  reggimento  di  qneHo 
comune,  e  per  questo  montati  in  grande  riodMmo: 
e  della  loro  fiunglia  Hariino  e  Guido  di  measer 
BrandagUa  erano  i  caporali.  Costoro,  ingrati  del  loro 
buono  etato,  cercarono  di  farsene  signori  con  tradi- 
BMuto,  non  perchè  fossono  da  tanto,  nm  per  fiMmo 
loro  BMroatanzia,  come  nel  fine  del  folto  ai  scoper- 
sei  Costoro  trattarono  col  nuovo  tiranno  d*  Agoh- 
bio  d*avere  da  lui  al  tempo  ordinato  cenlocinqnanin 
cavalieri,  e  da  quelfo  di  Cortona  dugento  cavalieri, 
non  che  da  aè  gli  avesse,  ma  per  servire  coetoro 
n*accattò  centocinquanta  dal  prefetto  da  Vico,  ectn- 
quanta  dal  conto  Nolfo  da  Urbino,  e  feecB  venire  o 
aoggiomare  ali*  Orsaia,  cobm  geato  di  paesaggio 
che  attondessono  d'essere  condotti;  e  olire  a  queala 
gcBto  a  cavallo,  di  quello  che  non  era  ricbiealo, 
mise  in  ordine  d*  avere  apparecchiati  undicisula 
fanti  a  piedi,  con  intenzione,  che  se  fortuna  il  met- 
tesse in  Areazo,  di  volerlo  per  sé.  B  ancora  richieeo 
messer  Piero  Tarlati,  che  aveva  in  Bibiena  il  do- 
ge Rinaldo  con  trecento  cavalieri  ;  benché  fosse  ghi-- 
beUino  o  nimico  del  toro  comune,  rieUeaelo  non 
manilfistandogli  il  fatto.  Ma  la  volpe  vecchia  che  co- 


'  Arezzo  dopo  aver  lottato  contro  i  Perugini,  i  Saomì 
e  i  Fiorentini,  da  coi  nel  1886  era  stata  soggiogata;  dopo 
•tsenene  vendicata  in  libertà,  edatwe  stretta  aUeanaa  oo^ 
più  potenti  principi  della  peidsola,  e  cosi  lisodato  •  Alto 
fiorire  lo  stato,  lacera  da  dvili  dlseordia  cadde  la  fogwm 
dello  armi  straniere,  che  vilmente  la  Tcndettero  nel  1884 
alU  BepubbUca  Fiorentina.  Vedi  ifii  ÀmaU  JmH/ìù 


DI  MATTflO  VILLANT. 


69 


nobbe  la  magagna,  «i  offerse  loro  molto  Ubertmea* 
te,  speraDfU)  altro  fine  del  fallo  cbe  non  peasavaao 
i  Iraditori,  accecali  nella  cupidigia  deUa  sperala  ti- 
rannia. A  condncere  queala  genie  aveano  fuori  d'A- 
reuo  Brandaglia  loro  nipote  \  e  Guido  intendeva  a 
raccogliere  i  masnadieri  che  gli  capitavano  segreta- 
mente, e  a  nascondergli  ne"  loro  palagi  ;  e  Martino 
stava  nel  palagio  ce*  priori  della  terra,  a  tutti  i  se- 
greti del  comune.  In  quel  tempo  si  dava  in  guardia 
a  confidenti  cittadini  una  porta  della  oittà  che  si 
chiamava  la  porta  di  messer  Alberto,  la  quale  era  a 
modo  d' un  cassero,  e  dava  V  entrata  tra  le  due  ca- 
stella. Questa  guardia  per  procaccio  di  Brandaglia 
era  ne'  figliuoli  di  messer  Agnolo  loro  confidenti, 
con  cui  elli  si  teneano  in  questo  tradimento.  E  mes- 
se le  cose  d' ogni  parte  in  assetto,  a'  signori  d'A- 
reuo  fu  scritto  per  Io  comune  di  Firenze  e  per 
quello  di  Siena  eh'  avessono  buona  guardia,  peroc- 
chò  sentivano  che  una  terra  si  cercava  di  furare, 
ma  non  sapeano  come,  nò  quale.  Martino  BrandagU, 
eh'  era  nel  consiglio,  co'  suoi  argomenti  levava  i 
sospetti.  E  venuto  il  di  che  la  notte  si  dava  il  se- 
gno a  que'  di  fuora,  un  conestabile  fiorentino  che 
era  in  Arezzo,  uomo  guelfo  e  fedele,  fu  richiesto 
da'  BrandagU  per  la  notte.  Costui,  per  amore  della 
sua  città  e  di  parte,  non  potè  sostenere  per  pro- 
messe che  avesse  avute,  che  non  manifestasse  ai 
priori  il  tradimento  di  quella  notte.  Incontanente  i 
priori  mandarono  per  Martino,  il  quale  confidandosi 
nel  suo  grande  stalo  e  ne'  molti  amici,  andò  di- 
nanzi a'  priori,  e  negava  scusandosi  che  niente  sa- 
peva di  quelle  cose  ;  e  in  quello  stante  Guido  suo 
fratello  corse  a'  loro  palagi,  e  colla  gente  che  avea 
nascosa  levò  il  remore,  e  tennesi  co'suoi  masnadieri 
forte.  1  cittadini  in  furia  armati  corsone  alla  porta 
di  messer  Alberto,  che  poteva  dare  l'entrata  a'  fo- 
restieri, per  fornire  di  guardia  per  lo  comune  ;  ma 
trovarono  ch'ella  si  tenea  per  i  traditori.  E  cosi  la 
città  intrigata  nel  nuovo  pericolo,  e  non  provvedu- 
ta, fu  in  grande  paura.  La  porla  era  forte  e  bene 
guernila  alla  difesa  da  non  poter  vincersi  per  balla- 
glia  ;  e  già  era  venuta  la  notte,  e  quei  della  torre 
della  porta  d'  entro  feciono  i  cenni  ordinati  alla 
gente  di  fuori,  che  venire  doveano  a  loro  aiuto  per 
vincere  la  terra. 

CAPITOLO  XXXYII. 
Di  quello  medesimo, 

I  cittadini  vedendo  i  cenni,  temendo  di  non 
essere  sorpresi  dall'  aiuto  provveduto  da'  traditori, 
tempestando  nell'animo,  intrigati  dalle  tenebre  della 
notte  e  dalla  paura,  intendendo  a  combattere  quei 
della  porta  e  mettere  gente  in  su  le  mura  ^  ma  per 
questo  non  poteano  conoscere  riparo  che  i  fore- 
stieri non  entrassono  per  forza  nella  città:  e  però 
s*  avvisarono  di  rompere  le  mura  della  città  ap- 
presso a  quella  porta.  E  fattaae  la  rolla  che  vol- 
lono,  avendo  per  loro  guardia  cento  cavalieri  di  Fio- 
rentini e  alcuni  di  loro,  li  misono  fuori  in  uno  bor- 
go fuori  di  quella  porta,  ove  dovea  essere  V  en- 


trata de'  nemici,  e  accompagnaronli  di  cittadini  e 
d'  altri  fanti  alla  difesa  con  buone  balestra  ;  e  di 
subito  tagUarooo  alberi,  o  abbarrarono  e  impediro- 
no le  vie  al  corso  de*  cavalli,  e  le  mura  guarenti- 
rono di  gente  e  di  saettamento  :  e  nondimeno  fa- 
cevano dal  lato  d'  entro  combattere  di  continovo 
quelli  della  porla  e  della  torre,  ma  e'  si  difendeva- 
no, e  di  quella  battaglia  poco  si  curavano,  e  con- 
tinovo manteaeaao  cenni  a  loro  soccorso  :  e  dentro 
i  BrandagU  difendeano  i  loro  palazzi  e  la  loro  con- 
trada co'  masnadieri  che  aveano  accolli,  e  atten- 
dendo Brandaglia  con  la  gente  invitala,  con  la  quale 
non  dottavano  d'  essere  signori  della  terra  s'  ella 
v'  entrasse.  I  segni  della  torre  furono  veduti  dal 
principio  deUa  notte';  e  il  signore  di  Cortona,  che 
slava  attento,  fu  in  sul  mattutino  con  dugento  cava- 
lieri e  duemila  pedoni  giunto  ad  Arezzo,  e  Branda- 
glia con  altri  dugento  cavalieri.  La  gente  di  messer 
Piero  Saccone  tardò  più  a  venire,  per  riotla  che 
mosse  il  doge  Riaaldo  in  sul  fatto  ;  gli  altri  ch'e- 
rano venuti  baldanzosi,  credendosi  senza  contrasto 
entrare  nella  città,  come  furono  presso  alla  terra, 
mandarono  innanzi  cento  cavaUeri  che  prendessono 
e  guardassono  1'  entrata  della  porta,  e  queUa  tro- 
varono imbarrata  dagU  alberi  e  le  vie  innanzi  al 
borgo  :  ed  essendo  là  venuti,  e  saettati  da  quelli 
eh'  erano  alla  guardia  del  borgo;  e  scorgendo  in 
su  r  aurora  le  mura  piene  di  cittadini  armali  alla 
difesa,  e  già  morti  due  di  loro  compagni  da  quei  del 
borgo,  si  tornarono  addietro  ;  e  feciono  assepere 
a  quelli  dell'oste,  che  atlendeano,  come  stava  il  fat- 
to. Di  che  spaventali  s'arrestarono  senza  strignersi 
più  alla  terra  ;  e  gik  per  segni  e  ammattamenlo  che 
que'  della  torre  e  della  porla  iacessono,  e  e- 
ziandio  chiamandoU  ad  alte  voci,  non  si  attentarono 
di  venire  più  innanzi;  ma  ivi  presso  si  fernurono, 
attendendo  come  i  falli  dentro  procedessono  ;  e  così 
stettono  schierali  dalla  mattina  sino  presso  a  nona. 
E  in  verso  la  nona  messer  Piero  Sacconi  giunse  co' 
suoi  cavalieri  e  pedoni;  il  quale  sentendo  la  cosa 
scoperta  e  i  cittadini  alla  difesa,  senza  attendere 
punto  co'  suoi  cavalieri  die'  volta  e  co'  suoi  pedo- 
ni, e  tornossene  a  Bibiena  ;  e  veduto  questo,  tutti 
gli  altri  si  parlirotto,  e  i  traditori  rimasono  senza 
sperauM  di  soccorso.  Questa  novità  sentita  nel  con- 
tado e  distretto  de'  Fiorentini,  mosse  senza  arre- 
sto i  cavaUeri  e'  masnadieri  che  aUora  avea  in 
quelle  circostanze,  e  i  Valdarnesi  per  venire  al  soc- 
corso degli  Aretini  :  i  quali  non  bene  confidenti  del 
comune  di  Firenze,  parte  ne  ritennono  per  loro  si- 
cuFlà,  9  agli  altri  diedono  commiato  onestamente, 
senza  riceverU  neUa  città  ;  e  dolcemente  fu  sostenu- 
to. Nondimeno  i  traditori  teneano  i  palagi  e  la  tor- 
re e  la  porta  :  e  tanta  miseria  occupò  1'  animo  di 
que'  pochi  cittadini  in  cui  era  rimase  il  reggimento, 
per  tema  di  non  volere  far  parte  agli  altri  da  cui 
e'  potessono  avero  aiolo,  ohe  si  misono  a  trattare 
con  Martino,  cui  egUno  aveano  prigione,  dicendo  di 
lasciare  andare  e  lui  e'  suoi,  e  i  figliuoli  di  messer 
Agnolo  e  le  loro  cose  Uberamente,  ed  e'  rendesso- 
no  la  porta.  E  innanzi  che  questo  venisse  alla  lo- 
ro intenzione,   convenne   che  i  figliuoli  di  messer 


70 


CRONICA 


Agnolo  foMono  tionri  a  loro  modo  d*  «Ttre  oonttnti 
fiorini  tremila  d'oro;  e  aiuta  la  sicurtà,  renderono 
la  porta  e  la  torre  al  comune  ;  e  facendoti  loro  il 
pagamento  per  coloro  che  arcano  fatta  la  promes- 
sa, i  danari  forono  staggiti  per  coloro  che  aveano 
per  loro  soldo  al  comune,  che  eglino  renderebbono 
quella  forteisa  al  detto  comune.  B  cosi  uscirono 
della  città  co'  Brandagli  insieme  ;  e  il  seguente  di 
furono  tutti  condannati  per  traditori,  e  i  loro  beni 
disfiUi  e  pubblicati  al  comune.  TroTOSsi  poi  di  To- 
ro, che  i  traditori  aveano  trattato  come  aressono 
presa  la  signoria,  conciossiacosaché  non  erano  d'aiuto 
per  loro  lignaggio  da  poterla  tenere,  di  renderla  al- 
TarcivescoTO  di  Milano,  a  graramento  della  loro  de- 
testabile malisia,  la  quale  prese  non  il  debito  fine, 
ma  alcuno  segno  della  loro  rovina,  per  la  viltà  di  co- 
loro che  non  degni  rimasono  al  govemamento  di 
quella  terra. 

CAPITOLO  XXXYIIL 

Come  il  re  Luigi  mandò  il  gnm  siniscalco  ad 
accogliere  genie  in  Romagna, 

Tanto  imbrìgamento  di  guerra  sboglientava  gli 
animi  degF  Italiani  per  terra  e  per  mare  in  questi 
tempi,  che  volendo  cercare  delle  novità  degli  stra- 
ni, non  ci  lasciano  da  loro  partire.  H  re  Luigi,  va- 
licata la  tregua  dal  re  d' Ungheria  a  lui,  non  ostan- 
te che  rimesso  avessono  le  loro  questioni  al  giudi- 
ciò  del  papa  e  de*  cardinali,  tentava  con  preghiere 
e  impromesse  di  recare  dalla  sua  parte  (ira  Moriale, 
friere  di  San  Giovanni,  il  qaale  teneva  Aversa  e 
Capna  dal  re  di  Ungheria  ;  e  questo  (ira  Moriale, 
astuto  e  malizioso,  mostrava  di  voler  piacere  al  re 
Luigi;  e  dandogli  speranza,  comindò  ad  allargare  il 
passo  alla  gente  del  re  e  a'  paesani  d'  Aversa  e  di 
Capua,  sicché  andavano  e  venivano  sicuramente,  e 
non  faceva  guerra,  ma  nondimeno  guardava  le  città 
e  le  fortezze  di  quelle,  e  per  questo  corse  la  voce 
che  la  concordia  era  fatta  :  ma  però  il  re  di  lui,  o 
egli  del  re  si  fidava.  Ma  in  questo  tranquillo,  il  re 
mandò  il  grande  siniscalco  nella  Marca  ad  accoglie- 
re gente  d*  arme,  il  quale  con  grandi  promesse 
mosse  messer  Galeotto  da  Rimini  a  venire  al  servi- 
gio del  re  con  trecento  cavalieri,  e  messer  Ridolfo 
da  Camerino  con  cento,  a  tutte  loro  spese  ;  e  1 
grande  siniscalco  messer  Niccola  Acciainoli  di  Fi- 
renze no  condusse  e  menò  quattrocento  al  soldo  del 
re,  e  con  tutta  questa  cavalleria  entrò  in  Abruzzi. 
E  mandò  al  re,  che  con  la  sua  forza  e  con  quella 
dei  baroni  del  Regno,  i  quali  il  re  avea  richiesti  e 
ragnnati  a  Napoli,  venisse  là,  come  era  ordinato, 
per  vincere  messer  Currado  Lupo,  e  racquistare  le 
terre  d'Abruzzi  che  di  là  si  teneano  per  lo  re  d'Un- 
gheria. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  il  re  Luigi  accolse  i  baroni  del  R^gno 
e  andò  in  Abrwaù 

11  re  Luigi  sentendo  come  il   gran  siniscalco 
atea  con  seco  in  Abruzzi  que'  due  buoni  capitani 


con  ottocento  cavalieri  di  buona  gente,  (ii  molto 
contento  ;  e  avendo  presa  sicurtà  che  Ora  Mortale  per 
la  concordia  eh'  aveano  non  moverebbe  guerra  in 
Terra  di  Lavoro»  si  mosse  da  Napoli  per  mare,  e 
capitò  incontanente  a  Castello  a  mare  del  Yoltvr- 
no,  e  tutta  sua  gente  a  pie  e  a  cavallo  fece  andare 
per  terra  da  Pezzuole  e  per  lo  Gualdo  al  deUo  Ca- 
steQo  a  mare,  non  fidando  la  gente  sua  per  gli 
stretti  passi  d*  Aversa  e  di  Capua  cV  erano  in 
guardia  dì  fra  Moriale  :  e  seguendo  di  là  loro  cam- 
mino, del  mese  d*  ottobre  del  detto  anno  spaccone 
in  Abrozzi  con  la  cavalleria  accolta  per  lo  gran  si* 
rilscalco  :  e  fatta  fare  la  mostra,  si  trovò  con  undi- 
cimila cavalieri  e  oon  grande  popolo.  Messer  Cur- 
rado Lupo  avendo  sentito  V  oste  die  gli  veniva  ad- 
dosso, e  non  avendo  gente  da  potere  uscire  a  cam- 
po, mise  guardia  nelle  terre  che  teneva  in  Abrozu 
e  ordinoUe  alla  difesa  ;  e  con  cinquecento  cavalieri 
tedeschi  bene  montati  e  buoni  dell'  arme  si  mise  in 
Lanciano.  Il  re  poeo  provveduto  di  quello  die  a 
mantenere  oste  bisognava,  e  povero  di  moneta,  vo- 
lendo usare  1'  aiuto  degli  amid  che  quivi  avea,  ti 
mise  a  oste  a  Laudano;  e  dopo  non  molti  dì,  ca- 
valcando messer  Galeotto  co*  suoi  cavalieri  intomo 
alla  terra,  messer  Currado  Lupo  nsd  fuori  con  parie 
de'  suoi  cavalieri  e  percosse  i  nimici,  e  danneggiò 
molto  la  masnada  di  messer  Galeotto  ;  e  innanzi  che 
dalf  altra  oste  fosse  soccorso,  si  ritrasse  in  Lauda- 
no a  salvamento.  Per  questa  cagione  spaventato  To- 
ste, considerando  1'  ardimento  preso  per  lì  cava- 
lieri di  messer  Currado,  e  che  la  terra  di  Laudano 
era  forte  e  bene  guemita,  e  il  verno  veniva  loro 
addosso,  per  lo  migliore  presono  consiglio  e  levn- 
ronsi  dall'  assedio  :  e  stando  in  dubbio  di  quello 
dovessono  fare  piii  dì,  a  messer  Galeotto  e  a  mes- 
ser Ridolfo,  non  vedendo  di  poter  fare  utile  servi- 
gio al  re,  rincrebbe  lo  stallo,  presono  congio  dal 
re  e  tomarond  nella  Marca  ;  e  i  baroni  del  Regno 
fedone  il  simigliante.  Il  re  con  la  sua  gente  invi- 
lito e  quasi  disperato,  avendo  animo  di  volere  en- 
trare neII*Aquila,  gli  fu  detto  non  se  ne  mettesse  a 
pruova,  perocché  non  vi  sarebbe  lasciato  entrare,  e 
scoprirebbe  nimico  messer  Lallo  che  gli  si  mostra- 
va fedele  ;  e  cod  rimase  0  re  pieno  di  sdegno  e 
voto  di  forza  e  d'avere,  si  tornò  a  Sulmona  a  mez- 
zo dicembre  del  detto  anno,  e  ivi  s'  arrestò  per 
trarre  da'paesani  alcuno  sussidio,  e  per  fare  in  qud- 
la  terra  la  festa  del  Natale. 

CAPITOLO  XL. 

Come  U  re  Luigi  sosienne  gli  Aquiltmi  che 
pasquatano  con  lui. 

Vedendosi  il  re  Luigi  rotto  da^suoi  intendimenti, 
e  abbandonato  del  servigio  degli  amici,  trovandosi 
a  Sdmona  povero,  si  ristrinse  nell*  animo  e  diede 
opera  di  volere  fare  in  Sulmona  gran  festa  per  lo 
Natale  ;  e  fece  a  quella  invitare  quei  gentilaomini  e 
baroni  drcuitanti  che  potè  avere.  I  Sulmontini  il 
providono  di  moneta  e  d*  altri  doni  per  aiuto  alla 
festa.  Ciascuno  si  sforzò  di  comparire  bene  a  quella 


DI  MATTEO  VILLANI 


71 


festa,  e  iaCra  gli  altri  principali  fu  invitato  maa- 
aer  Lallo,  il  quale  gorernaTa  il  reggimento  dell'A- 
quila ;  e  conoscendo  la  tua  coperta  tirannia  ai  du- 
bitò d' andare  al  re,  e  infinaeai  d*  essere  malato  ;  e 
sotto  questa  scusa  ricusò  V  andare  alla  festa.  Per 
fare  più  accetta  la  sua  scusa  al  re  elesse  quindici 
de'  maggiori  cittadini  d  Aquila  col  suo  fratello  car- 
nale, i  quali  portarono  al  re  per  dono  da  parte  del 
comune  dell*  Aquila  fiorini  quattromila  d'  oro,  e 
costoro  mandò  a  festeggiare  col  re  :  e  giunti  a 
Sulmona  furono  ricevuti  dal  re  graziosamente,  non- 
ostante che  si  turbasse  perchè  messer  Lallo  non 
v'  era  venuto.  B  fatto  il  corredo  reale  con  piena 
festa,  i  cittadini  dell*  Aquila  volendo  prendere  licen- 
la  dal  re  per  tornare  a  casa,  furono  ritenuti  prigio- 
ni ;  della  qual  cosa  il  re  fu  forte  biasimato  di  mal 
eonsigUo,  parendo  a  tutti  più  opera  tirannesca  che 
reale.  La  novella  corse  in  Aquila  :  il  tiranno  molto 
savio  e  buono  parlatore  raccolse  il  popolo,  e  con 
argomenti  di  sua  savia  diceria  infiammò  il  popolo 
air  ingiurìa,  e  mosselo  alParme,  e  corse  la  terra,  e 
ordinò  la  guardia  come  se  il  re  con  1*  oste  vi  do- 
vesse venire  ;  ma  il  re  non  era  atto  a  poterlo  fare,  e 
però  li  rimase,  e  messer  Lallo  più  a'  afforeò  nella 
aignoria. 

CAPITOLO  XLI. 
Come  papa  Clemente  Mesto  fé"  la  pace  de''  due  re. 

Stando  il  re  Luigi  in  Sulmona  maninconoso  e 
quasi  in  disperazione  di  suo  stato,  considerando 
come  in  tutte  cose  la  fortuna  gli  era  avveraa,  e 
come  con  abbusamento  di  suo  onore  gli  avea  fatte 
fare  cose  non  reali,  ma  di  vile  e  mendace  tiranno, 
e  vedendosi  povero  e  mal  ubbidito,  non  sapeva  che 
ai  fare,  e  parevagli  per  la  baldanza  presa  pe*  suoi 
avversari  eh'  elli  dovessono  ristringerlo  o  cacciare 
del  Regno  *,  e  de*  suoi  fatti  da  corte  non  avea  po- 
tuto avere  alcuna  speranza  o  novella  che  buona 
foase.  Il  papa  Clemente  in  questo  tempo  era  stato 
in  una  grande  e  grave  malattia,  nella  quale  rimorso  da 
coscienza  di  non  avere  capitato  il  fatto  tra  i  due 
re  che  gli  era  commesso,  e  di  questo  sostenere 
era  seguito  danno  e  confusione  di  molti,  propnose 
neir  animo  come  fosse  guarito  di  capitare  quella 
questione  senza  indugio  ;  e  come  fu  sollevato,  mise 
opera  al  fatto  ;  e  per  più  acconcio  di  quello  reame, 
vedendo  che  il  re  d"  Ungheria  avea  V  animo  al  suo 
reame,  ed  era  appagato  della  vendetta  fatta  del  suo 
fratello,  deliberò,  poiché  avea  deliberato  la  reina, 
che  messer  Luigi  fosse  re  :  e  questo  pubblicò  eo' 
suoi  cardinali,  e  poi  il  mise  a  esecuzione,  come 
appresso  nel  suo  tempo  racconteremo.  La  novella 
venne  improvviso  al  re  Luigi  a  Sulmona  ;  della  qual 
cosa  fu  molto  allegro  :  e  confortato  nel  fondo  della 
sua  fortuna  da  questa  prosperità,  di  presente  co- 
nobbe il  suo  esaltamento  per  opera  ;  che  i  baroni 
e'  comuni  il  comincitrono  ad  onorare  e  a  viaitare 
con  doni  e  grandi  profferte  come  a  loro  signore  : 
e  tornato  a  Napoli  con  grandi  onori,  stette  in  festa 
più  di  tutta  la  terra  delle  buone  novelle.  Lascere- 


mo al  presente  alquanto  de*  fatti  del  Regno,  aolleci- 
tandoci  le  novità  di  Toscana,  delle  quali  prima  ci 
conriene  fare  memoria,  per  non  travalicare  il  debito 
tempo  della  nostra  materia. 

CAPITOLO  XLn. 

Come  metter  Fiero  Saccone  prete  il  Borgo 
a  San  Sepolcro» 

Avendo  messer  Piero  Saccone    de*  Tarlati  a 
Bibiena  il  conte   Pallavicino  con  qnattlrocento  ca- 
valieri deir  arcivescovo  di  Milano,  e  cento  di  suo 
sforzo  per  fare  guerra,  e  standosi  e  non  facendo- 
la, faceva  maravigliare  la  gente  ;  ma  egli  nel  sog- 
giorno lavorava  copertamente  quello  che  prospera- 
mente gli  venne  fatto.   Il   Borgo   a  San  Sepolcro, 
terra  forte  e  piena  di  popolo  e  di  ricchi  cittadini, 
e  fornita  copiosamente  d*  ogni  bene  da  vivere,  era 
nella  guardia   de*  Perugini    con  due  casseri  forniti 
alla  guardia  de'  castellani  perugini  e  di  gente  d'ar- 
me.   Messer  Piero    aveva  appo  aè  uno  ano  fedele 
che  aveva  nome  Arrighetto  di  San  Polo  ;  questi  era 
grande  e  meraviglioso  ladro,  e  facea  grandi  e  belli 
furti  di  bestiame,  traendo  i  buoi  delle  tenute  mu- 
rate e  guardate,  e    rompeva    tanto    chetamente  le 
mura,  che  ninno  il  sentiva  ;  e  di  quelle  pietre  ri- 
murava  le  porte  a'  villani  di  fuori  al  contamente, 
che  prima  aveva  dilungate  le   turme    de'  buoi,    e 
tratte  per  lo  rotto  del  muro  due  o  tre  miglia,  che 
i  villani    trovandosi  murate  le  porte,  e  impacciati 
dalle  tenebre  della  notte  e  dalla   norità  del  fotto, 
le  potessono  soccorrere  ;  cosi  ne  avea  fatte  molte 
beffe  ;  e  accusatone  di  furto,  messer  Piero  il  difen- 
dea,  e   davagli  ricetto  in  tutta  sua   giurisdizione. 
Questi  saliva  su    per  li  canti  delle  mura  e  delle 
torri  co'auoi  lievi  argomenti  incredibilmente,  e  quan- 
to che  fossono  alte  non  se  ne  curava,  ed  era  del- 
r  altezza  meraviglioso  avvisatore.   Per  costui  fece 
messer  Piero  furare  la  forte  e  alta  torre  del  ca- 
stello di  Chiusi  alla  moglie  che  fu  di  messer  Tar- 
lato.   A  costui  scoperse  messer  Piero  come  volea 
furare  il  Borgo  a  San  Sepolcro,  e  mandollo  a  prov- 
vedere deir  altezza  della  torre  della  porta  ;  il  qua- 
le tornato,  disse,  che  gli  dava  il  cuore  di  montare 
in  au  la  più  alta  torre  che  vi  fosse  ;  e  avuta  mes- 
ser Piero   questa   risposta,  a*  inteae    con  uno  de* 
Boccognani  del  Borgo  e  grande  ghibellino,  il  quale 
odiava  la  signoria  de*  Perugini  ;  e  da  lui  ebbe,  che 
ae  la  porta  e  la  torre  fosse  presa,  e  di  fuori  fosse 
forza  di  gente  a  cavallo  e  a  pie  grande,  eh'  egli 
con  gli  altri  ghibellini  d'  entro  verrebbono  in  loro 
aiuto  a  metterli  dentro.   B  dato  1*  ordine  tra  loro, 
messer  Piero  con  cinquecento  cavalieri  e  duemila 
pedoni  un  sabato  notte,  a  di  20  del  mese  di  no- 
vembre del  detto  anno,  improvviso  a*  Borghigiani, 
innanzi  il  di  fu  presso  al  Borgo  ;  e  mandato  Arri- 
ghetto con  certi  maanadieri  eletti  in  sua  compagnia 
a  prendere  la  torre  e  la  porta,  il  detto  Arrighetto  con 
suoi  incredibili  argomenti  in  quello  servigio,  cintosi 
corde,  e  aiutato  di  non  esser  sentito  per  uno  gran- 
de vento  che  allora    soffiava,    e  avea  ristrette  le 


7» 


CBOmCA 


gaardie  sotto  il  coperto,  montò  in  su  la  torre  della 
porta;  ed  essendovi  due  sole  guardie,  si  recò  il 
coltello  ignudo  in  mano,  e  mostrò  d'avere  compa- 
gnia, minacciandoli  d^  uccidere.  Eglino  storditi  per 
la  novità,  non  sapendo  che  si  fare,  stettono  cheti 
per  paura  ;  e  Am'ghetto,  data  la  corda  a^  masnadieri 
ch^  erano  a  pie  del  muro,  con  una  scala  leggeri  di 
funi  tirò  su  Tuno  de^capi  e  accomandollo  a  uno  de^ 
merli;  e  incontanente  montati  suso  per  quella  Tu- 
no  appresso  1'  altro  dodici  masnadieri,  e  quando  si 
vidono  signori  della  porta,  feciono  a  quelli  tradi- 
tori d^  entro  certo  segno  ordinato.  Quello  de^Boc- 
cognani,  veduto  il  segno  come  la  porta  era  presa, 
fece  sonare  a  stormo  una  campana  d*  una  chiesa, 
al  cui  suono,  come  ordinato  avea,  tutti  i  ghibellini 
del  Borgo  furono  alKarme  e  traevano  verso  la  por- 
la. 1  guelfi,  che  non  sapeano  il  tradimento,  traevano 
storditi  alla  piazza  senza  ninno  capo  ;  e  schiarito  il 
dì,  vedendo  aperta  e  presa  la  porta  per  i  ghibellini,  • 
sentendo  come  messer  Piero  era  di  fuori  con  molta 
gente,  non  vedevano  da  potere  riparare  ;  ma  i 
ghibellini  non  volendo  guastare  la  terra  sicurarono 
i  guelfi  che  ruberìa  non  vi  si  farebbe,  e  senza 
contrasto  vi  lasciarono  entrare  messer  Piero  con 
tutta  la  sua  gente  e  del  conte  Pallavicino,  e  non  ?i 
si  die'  colpo  e  non  vi  si  fece  alcuna  ruberia  :  e  cosi 
messer  Piero  ne  fu  signore  ;  ma  le  due  ròcche,  che 
erano  forti  e  guardate  per  li  Perugini,  si  misono  alla 
difesa,  per  attendere  il  soccorso  dei  Perugini.  Mes- 
ser Piero  e  il  conte,  senza  prendere  soggiorno,  con 
tutta  la  sua  gente  a  cavallo  e  a  pie*  uscirono  del 
Borgo,  e  accamparonsi  di  fuori  dirimpetto  alle  róc- 
che, per  tórre  la  via  a'  Perugini  ;  e  fecionsi  innanzi 
al  loro  campo  fare  un  fosso  di  subito  e  uno  stec- 
cato, e  mandarono  a  tutte  le  terre,  dov'  avea  gente 
d'arme  del  signore  di  Milano,  che  mandassero  loro 
aiuto  ;  e  in  pochi  di  vi  si  trovarono  con  ottocento 
cavalieri  e  popolo  assai.  E  per  impedire  a'  Peru- 
gini, Giovanni  di  Cantuccio  d*  Agobbio  con  la  ca- 
valleria che  avea  del  Biscione  cavalcò  sopra  lo- 
ro :  nondimeno  i  Perugini,  turbati  di  questa  per- 
dita, procacciarono  da  ogni  parte  aiuto  per  racqui- 
stare  la  terra,  tenendosi  i  casseri,  e  di  presente 
ebbono  cinquecento  cavalieri  da*  Fiorentini  :  e  con 
millequaltrocento  cavalieri  e  con  grande  popolo  se 
ne  vennono  alla  Città  di  Castello:  e  acconciandosi 
per  soccorrere  quelli  dei  casseri,  tanta  viltà  fu  in 
coloro  che  gli  aveano  in  guardia,  che  senza  atten- 
dere il  soccorso  cosi  vicino  s'  arrenderono  a  mes- 
ser Piero  ;  e  incontanente  quelli  del  castello  d'An- 
ghiari  cacciarono  la  guardia  che  v*  era  de*  Perugi- 
ni, e  dieronsi  al  vicario  dell'arcivescovo,  ed  egli  lo 
rendè  a  messer  Maso  de'  Tarlati.  In  que'  di  il  castello 
della  Pieve  a  Santo  Stefano,  e  '1  castello  perugino, 
tenendosi  mal  contenti  de'  Perugini,  anche  si  rubel- 
larono  da  loro'. 


'  n  loprannome  di  Saccone  gli  venne  dal  non  esser 
mal  contento  di  quello  che  veniva  acquietando.  Oraa  po- 
litico e  valentieeiino  capitano  aspirava  egli  a  farsi  re  degli 
Appennini  tfassa  Trabaria,  principato  di  quo'  della  Fag- 
giaola,  era  caduto  in  sue  mani:  combattute  e  prese  le  ca- 


CAPiTOLO  xun. 

Com4  i  FerugifU  arsono  iniomo  al  Borgo 
e  scomfiisono  de*  nhmci. 

I  Perugini  avendo  perduta  la  speranza  di  soc— 
correre  le  rócche,  cavalcarono  al  Borgo,  e  arsonlo 
intomo  guastando  tutte  le  possessioni  ;  e  già  messer 
Piero  e  *1  conte  Pallavicino  non  ebbono  ardire  d'n— 
scire  della  terra  contro  a  loro  :  e  fatto  il  guasto, 
si  tornarono  alla  Città  di  Castello.  Messer  Piero^ 
preso  suo  tempo,  con  tutta  la  cavalleria  eh'  avea 
nel  Borgo  cavalcò  fino  alle  porte  della  Città  di  Ca- 
stello ;  i  cavalieri  che  v'  erano  dentro  de'  Perugini, 
e  singolarmente  quelli  de*  Fiorentini,  ch'erano  buo- 
na gente  d*  arme  e  bene  montati,  uscirono  fuori 
perchò  i  nimici  aveano  a  fare  lunga  ritratta  ;  e  se- 
guitando i  nimici  quasi  a  mezzo  il  commino,  s'abbat- 
terono in  un  grosso  agnato  :  e  ivi  cominciò  V  as- 
salto aspro  e  forte,  ove  s'  accolse  la  maggiore  par- 
te della  gente  d  catuna  parte  senza  fanti  a  piede; 
e  ivi  dando  e  ricevendo,  si  fece  aspra  battaglia,  e 
durò  lungamente;  perocché  catnno  voleva  mantene- 
re r  onore  del  campo;  e  non  avendo  pedoni  che 
r  impedissono,  feciono  i  buoni  cavalieri  grande 
pugna,  e  in  fina  per  virtù  di  certi  conestabili  della 
masnada  de'  Fiorentini,  ristringendosi  insieme,  con 
impetuoso  assalto  ruppono  la  cavalleria  di  messer 
Piero,  e  a  forza  in  isconfitta  gli  cacciarono  del  cam- 
po, e  rimasene  morti  sessanta  de'  loro  cavalieri  in 
sul  campo  e  più  cavalli,  e  presi  sei  de'  loro  cone- 
stabili da*  cavalieri  de'  Fiorentini,  e  messer  Manfre- 
di de'  Pazzi  di  Valdarno,  e  più  altri  cavalieri  tede- 
schi e  borgognoni,  a*  quali  tolsono  l' arme  e'  cavalli 
secondo  1*  usanza,  e  lasciaronli  alla  fede  ;  e  questo 
fu  del  mese  di  dicembre  del  detto  anno. 

CAPITOLO  XLIV, 
D^una  cometa  ck*  apparto  in  orienie. 

In  questo  anno  1351,  del  detto  mese  di  di- 
cembre, si  vide  in  prima  in  cielo  a  noi  verso  levan- 
te una  cometa,  la  quale  per  li  più  fu  giudicata  Ni- 
gra,  la  quale  è  di  natura  saturnina.  Il  suo  apparimen- 
to  fu  a  noi  all'uscita  del  segno  del  Cancro,  e  alcuni 
dissono  ch'ella  entrò  nel  Leone:  ma  innanzi  che  per  noi 
si  vedesse  fuori  del  Cancro,  fu  fuori  del  verno  ;  sic- 
ché approssimandosi  il  Sole  al  Cancro  se  ne  perdo 
la  vista.  Alcuni  pronosticarono  morte  di  grandi   si- 


stella  de|^  libertini,  la  Città  di  Castello  e  Borgo  San  Se- 
polcro. Suoi,  in  una  parola,  divennero  tutti  1  monti  della 
Toscana,  della  Romagua  e  della  Marca  d'  Ancona.  Entrato 
nel  1886  in  guerra  co' Fiorentini,  a  ftivore  di  Inastino  della 
Beala  signor  di  Verona,  capitò  male:  a'  10  mano  13ST 
fu  forsato  a  cedere  loro  Areaao,  e  nel  1842  perpooonon 
ta  dai  Fiorentini  fatto  arrestare  per  sospetti  in  quella  città. 
Non  era  però  uomo  da  paura.  A  estremo  stato  estremi  ri- 
medi.  EgH  fé'  dare  all'  armi  coraggiosamente  a  tutti  i  ano! 
vassalU  dell'  Appennitto ,  e  da  Pietramala  egli  tenne  tìte 
la  guerra  contro  i  Guelfi  e  i  Fiorentini,  fluendo  acoppiari 
e  dirìgendo  le  rtrolte  nel  Mugello,  nel  Casentino  e  in  altri 
comuni  meno  possenti. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


TS 


gnori,  ovvero  por  decollazione  e  avvenimento  di  si- 
gnorìe. Noi  stemmo  qneiranno  a  vedere  le  novità  che 
più  singolarì  e  grandi  apparìisono  onde  avere  po- 
tessimo novelle  ;  e  in  Italia  e  nel  patrìarcato  d*Aqai- 
lea  furono  molte  dicollazione  di  grandi  terrieri  e  cit- 
tadini, che  lungo  sarebbe  a  riducere  qui  i  singnla- 
rì  tagiiamenti.  E  mortalità  di  comune  morte  in  que- 
sto anno  non  avvenne:  ma  per  la  guerra  de^  Ge- 
novesi e  Veneziani  e  Catalani  avvennono  naufra- 
gi grandi,  e  mortalità  di  ferro  grandissima  in  quel- 
le genti  e  neMoro  seguaci;  e  per  i  difetti  sostenuti  in 
mare  non  meno  ne  morirono  tornando  che  combat- 
tendo. Avvenne  in  Italia  singolare  accidente  al  gra- 
no, vino  e  olio  e  frutti  degli  alberi,  che  essendo  o- 
gni  cosa  in  speranza  di  grande  ubertà,  subitamente 
del  mese  di  luglio  si  mosse  una  sformata  tempesta 
di  vento,  che  lutti  gli  alberi  pericolò  de^  loro  frutti, 
e  i  grani  e  le  biade  ch^erano  mature  batto  e  mise  per 
terra  con  smisurato  danno.'  Dappoi  a  pochi  di  fu  il 
caldo  si  disordinato,  che  tutte  le  biade  verdi  inari- 
di e  seccò.  Per  questo  accidente  avvenne  che  dove 
B*  aspettava  ricolta  fertile  e  ubertosa,  fu  generalmen- 
te per  tutta  Italia  arida  e  cattiva.  E  avvennono  in  que- 
sti anni  singuìari  diluvi  d'acque,  che  feciono  in  mol- 
te parti  gran  danni,  e  gittò  per  tutta  Italia  generale 
carestia  di  pane  e  sformata  di  vino.  In  questo  me- 
desimo mese  di  dicembre  apparve  la  mattina  anzi 
giorno,  a  dì  1 7,  un  grande  bordone  di  fuoco,  il  qua- 
le corse  di  verso  tramontana  in  mezzodì.  E  in  que- 
sto medesimo  anno  airentrare  di  dicembre  morì  pa- 
pa Clemente  sesto,  e  alcuno  de^cardioali.  AI  nostro 
lieve  intendimento  basta  di  questi  segni  del  cielo  e 
delle  cose  occorse  averne  raccontato  parte,  lascian- 
do agli  astrolaghi  Tinfluenza  di  quello  che  s'^appar- 
tiene  alla  loro  scienza  ;  e  noi  ritorneremo  alla  più 
rozza  materia. 

CAPITOLO  XLV. 

Come  fu  preso  il  castello  della  Badia  de^Perugini 

e  come  si  racquistd. 

Essendo  i  Perugini  imbrigati  nelle  rubellioni 
delle  loro  terre  per  gli  assalti  de'Ioro  vicini,  con  la 
forza  dell'  arcivescovo  di  Milano,  la  quale  di  prima, 
come  addietro  narrammo,  nel  tempo  che  si  cercò  di 
fare  lega  con  la  Chiesa  e  co'Lombardi,  dicevano  che 
non  si  potea  stendere  a  loro,  due  conestabili  di  fanti 
t  pie,  cittadini  sbanditi  di  Firenze,  partendosi  dal 
soldo  del  tiranno  d' A  gobbio  co'  loro  compagni,  di 
furto  entrarono  nel  castello  della  Badia,  grosso  ca- 
stello, il  quale  era  de'  Perugini;  e  cominciarono  a 
correre  e  predare  le  villate  vicine  con  V  aiuto  di 
Giovanni  di  Cantuccio  signore  d'Agobbio.  I  Perugini 
vi  mandaro  certe  masnade  di  cavalieri  che  aveano 
di  Fiorentini  e  altra  gente  a  pie:  costoro  vi  si  puo- 
f  ono  a  oste  del  mese  di  gennaio.  Giovanni  di  Cantuccio 
eoo  la  cavallerìa  oh*avea  delParcivescovo  di  Milano  e  co' 
suoi  fanti  a  pie,  essendo  tre  cotanti  di  cavalieri  e  di 
fanti  che  quelli  de'Perugini,  andarono  per  levarli  da 
campo  e  fornire  il  castello.  Un  conestidbile  tedesco 
delle  masnade  de'  Fiorentini,  valente  cavaliere,  ch'a- 


vea  nome  M . . . . ,  si  fece  incontro  a*  nimid  a  un  pon- 
te onde  conveniva  cV  e'  nimici  venissono,  e  franca- 
mente li  ritenne,  tanto  che  Taltra  cavalleria  de'  Pe- 
rugini, ch'era  alla  Città  di  Castello,  venne  al  soccor- 
so del  passo  :  e  giunti,  valicarono  il  ponte,  e  per 
forza  cacciarono  Toste  di  Giovanni  di  Cantuccio  in 
rotta,  e  presono  cento  e  più  de'  cavalieri  del  Biscio- 
ne :  e  tornati  al  castello,  i  masnadieri  che  '1  tenea- 
no,  vedendosi  fuori  di  speranza  di  avere  soccorso,  il 
renderono  a'Perugini,  solvo  le  persone  e  1'  arme,  a 
dì  6  del  detto  mese  di  gennaio. 

CAPITOLO  XLVL 

Come  i  Fiorentini  cercarono  lega  co'comuni  di 
Toscana^  e  accrebbono  loro  entrata. 

Temendo  il  comune  di  Firenze  la  gran  poten- 
za del  signore  di  Milano,  iornito  della  compagnia 
de'  ghibellini  d'Italia,  con  suoi  ambasciadori  smosse  i 
Perugini  Sanesi  e  Aretini  a  parlamento  alla  città  di 
Siena,  del  mese  di  dicembre  del  detto  aono,  e  ivi 
composono  lega  e  compagnia  di  tremila  cavalieri  e 
di  mille  masnadieri,  contra  qualunque  volesse  fare 
guerra  a*  detti  comuni  e  ad  alcuno  di  quelli  ;  e  in- 
contanente il  comune  di  Firenze  si  fornì  di  cava- 
lieri e  di  masnadieri  di  più  assai  che  in  parte  della  le- 
ga non  li  toccava.  E  per  avere  l'entrata  ordinata  a 
mantenere  la  spesa  elessono  venti  riUadinì,  con 
balia  a  crescere  I*  entrata  e  le  rendite  del  comune, 
i  quali  commutarono  il  disutile  e  dannoso  servìgio 
de'  contadini  personale  in  danari,  compensandoli  che 
pagassono  per  servigio  di  cinque  pedoni  per  centi- 
naio del  loro  estimo  per  rinnovata  dell'anno,  a  soldi 
dieci  il  dì  per  fante  :  e  questo  pagassono  in  tre 
paghe  l'anno,  e  fossono  liberi  dell'  antico  servigio 
personale  :  o  quando  per  necessità  occorresse  il  bi- 
sogno del  servigio  personale,  scontassono  di  que- 
sto. E  questa  entrata  secondo  l'estimo  nuovo  mon» 
tò  l'anno  cinquantadnemila  fiorini  d'oro  e  fu  gran- 
de contentamento  de'condannati.  E  a'  cherici  ordina- 
rono certa  taglia  per  aiuto  e  guardia  e  alla  difesa 
della  città  e  del  contado,  la  quale  stribuirono  e  rac- 
colsono  i  loro  prelati,  e  montò  fiorini  .  . . .  d'  oro  ; 
e  raddoppiarono  e  crebbono  più  gabelle,  per  le  quali 
entrate  il  comune  potè  spendere  l'anno  trecentoses- 
santamila  fiorini  d' oro.  E,  oltre  a  ciò,  ordinarono  e 
distribuirono  tra'  cittadini  la  gabella  de'  fumanti,  la 
quale  nel  fatto  fu  per  modo  di  sega,  che  catuno  ca- 
po di  famiglia  fa  tassato  in  certi  danari  il  dì  per 
modo,  che  raccogliendosi  il  numero  montava  fiorini 
d'oro  centoquaranta  il  dì  :  poi  per  ogni  danaro  che 
l'uomo  avea  di  sega,  fu  recato  in  estimo  di  soldi  tren- 
ta ;  e  questa  gabella  montava  l'anno  fiorini  cinquan- 
tamila d'  oro  ;  e  quando  il  comune  avea  necessità, 
riscoteva  questa  gabella  per  avere  i  danari  presti, 
e  assegnavali  alla  restituzione  di  certe  gabelle.  Per 
queste  sformate  gravezze,  avendo  carestia  generale 
delle  cose  da  vivere,  era  la  città  e  il  contado  in 
assai  disagio,  forse  meritevolmente  per  la  dissolata 
vita,  e'  disordinati  e  non  leciti  guadagni  de'  suoi 
cittadini. 


74 


CRONICA 


CAPITOLO  XLVfl. 
Come  i  Romani  fedone  rettore  del  popolo. 

In  questo  anno  estendo  per  lo  corso  stato  a 
Roma  del  general  perdono  arrìccbito  il  popolo,  i  loro 
prìncipi  e  gli  altri  geotilotti  cooìinciarono  a  ricettare 
i  malandrini  nelle  loro  teonte,  che  facevano  assai  di 
male,  rubando,  e  uccidendo,  e  conturbando  lutto 
il  paese.  Senatore  fu  fatto  Giordano  dal  Monte  de- 
gli Orsini,  il  quale  reggeva  V  uftdo  con  poco  con- 
tentamento dei  Romani.  E  per  questa  cagione  gli  fa 
mossa  guerra  a  un  suo  castello,  per  la  quale  ab- 
bandonò il  senato.  Il  vicario  del  papa  chiara  in  Ro- 
ma, messer  Ponsò  di  Perotto  vescovo  d*Orvieto,  uo- 
mo di  grande  autorità,  vedendo  abbandonato  il  se- 
nato, con  la  famiglia  che  aveva,  in  nome  del  papa 
entrò  in  Campidoglio  per  guardare,  tanto  che  la  chie- 
sa provvedesse  di  senatore.  Iacopo  Savelli  della  par- 
te di  quelli  della  Colonna  accolse  gente  d^arme,  e 
per  fona  entrò  in  Campidoglio  e  trassene  il  vica- 
rio del  papa;  e  Stefano  della  Colonna  occupò  la  torre 
del  conte,  e  la  città  rimase  sensa  governatore;  e  oa- 
tuno  facea  male  a  suo  senno,  perocché  non  v*  era 
luogo  di  ginstiaia.  B  per  questo  il  popolo  era  in  ma- 
le stato,  la  città  dentro  piena  di  malfattori,  e  fuori 
per  tutto  si  rubava.  I  forestieri  e  i  romei  erano  in 
terra  di  Roma  come  le  pecore  tra^  lupi  :  ogni  cosa 
in  rupina  e  in  preda.  A*  buoni  uomini  del  popolo 
pareva  star  male  ;  ma  l' uno  s*  era  accomandato  al- 
Tuna  parte,e  Taltro  all^altra  di  loro  maggiori  :  e  però  i 
pensieri  di  mettervi  consiglio  erano  prima  rotti  che  co- 
minciati ;  e  la  cosa  procedeva  di  male  in  peggio,  di  di 
in  dL  Ultimamente  non  trovando  altro  modo  come  a 
consiglio  il  popolo  si  potesse  radunare»  il  di  dopo 
la  natività  di  Cristo,  per  consuetudine  d^nna  com- 
pagnia degli  accomandati  di  Madonna  Santa  Maria, 
s*  aocolsono  avvisatamente  molti  buoni  popolani  in 
Santa  Maria  Maggiore,  e  ivi  consigliarono  di  vole- 
re avere  capo  di  popolo  :  e  di  ooncordia  in  quello 
stante  elessono  Giovanni  Cerroni|  antico  popolare  dei* 
Cerronì  di  Roma,  nomo  pieno  d'  età,  e  famoso  di 
buona  vita.  E  eosl  fatto,  tutti  insieme  uscirono  del- 
la chiesa  e  andarono  per  lui,  e  smosso  parte  del 
popolo,  il  menarono  al  Campidoglio  ov'  era  Luca  Sa- 
velli. U  quale  vedendo  questo  subito  morimento  non 
ebbe  ardire  di  contrastare  il  popolo,  ma  dimandò  di 
loro  volere  :  ed  e*  dissono  che  voleano  Campidoglio, 
il  quale  liberamente  die  loro  ;  ed  entrati  dentro,  so- 
narono la  campana.  Il  popolo  truse  al  Campidoglio 
d*ogni  parte  della  città  senaa  arme,  e  i  principi  con 
le  loro  famiglie  armati;  ed  essendo  là,  domandaro- 
no la  cagione  di  questo  movimento,  e  quello  che  *1 
popolo  volea  :  il  popolo  d*  una  voce  risposono  che 
voleano  Giovanni  Cerroni  per  rettore,  con  piena  ba- 
lia di  reggere  e  governare  in  giustizia  il  popolo  e 
eomune  di  Roma.  E  consentendo  i  principi  alfordi- 
nasione  del  popolo,  di  comune  volontà  h  fatto  ret- 
tore; e  mandato  per  lo  vicario  del  papa  che  lo 
confermasse,  come  savio  e  discreto  volle  che  prima 
giurasse  la  fede  a  SanU  Chiesa,  e  d'ubbidire!  i  co- 
mandamenti del  papa;  e  ricevuto  di  volontà  del  po- 


polo 0  saramento  dal  rettore,  fl  confermò  per  qnel- 
Pautorìtà  ohe  aveva  :  e  tutto  fu  fatto  in  quella  mat- 
tina di  Santo  Stefano,  innansi  oh*  e'Romani  andan- 
sono  a  desinare.  E  lasciato  il  rettore  in  Campidoglio, 
catono  si  tornò  a  casa  con  assai  allegreua  di  quel- 
lo ch'era  loro  venuto  fatto  cosi  prosperamente. 

CAPITOLO  XLVDL 
Di  una  lettera  fu  trotaia  in  concistoro  di  /Mpo. 

Essendo  per  lo  papa  e  per  li  cardinali  mollo 
tratto  innanai  il  processo  contro  ali*  arcivescovo  di 
Milano,  una  lettera  fu  trovata  in  concistoro,  la  quale 
non  ai  potè  sapere  chi  la  vi  recasse,  ma  uno  de'cstf- 
dinali  la  si  lasciò  cadere  avvisatamente  in  occulto  : 
la  lettera  venne  alle  mani  del  papa,  e  la  fece  leg- 
gere in  concistoro  ^  La  lettere  era  d*alto  dittato,  si- 
mulata da  parte  del  principe  delle  tenebre  al  ano 
vicario  papa  Clemente  e  a*  suoi  consiglieri  oardlnnU, 
ricordando  i  privati  e  comuni  peccati  di  catuno,  ne* 
quali  li  commendava  altamente  nel  suo  cospetto,  e 
confortavali  in  quelle  operaiioni,  acdocchò  pie&n- 
mente  meritassono  la  graaia  del  suo  regno;  avvi- 
lendo e  vituperando  la  vita  povera  e  la  dottrina  n- 
postolica,  la  quale  come  suoi  fedeli  vicari  eglino  n- 
veano  in  odio  e  ripugnavano,  ma  non  ferventemente 
nei  loro  ammaestramenti  come  nell*opero  ;  per  la  qual 
cosa  li  riprendeva  e  ammoniva  che  se  ne  oorre^ 
gessono,  acciocché  li  ponesse  per  loro  merito  in  mag- 
giore stato  nel  suo  regno.  La  lettera  toccò  molto  e 
bene  i  visi  de*  nostri  pastori  di  Santa  Chiesa,  e  per 
questo  molte  oopie  se  ne  sparsone  tra*  cristiani*.  Per 
molti  fu  tenuto  fosse  operasione  dell'arcivescovo  di 
Milano  allora  ribeilo  di  Santa  Chiesa,  potentissinio 
tiranno^  acciocché  manifestati  i  visi  de*  pastori,  sì 
dovessono  più  tollerare  i  suoi  difetti,  manifestati  a 
tutti  i  cristiani.  Ma  il  papa  e  i  cardinali  poco  se  ne 
curarono,  eome  per  innansi  1*  operaiioni  si  dimostre- 
ranno. 


'  Tal  lettera  «bbe  forae  orìgine  da  qaeeto,  die  il  papa 
caduto  malato  e  credendosi  a  pericolo  di  vita»  aolla  fina 
dell'anno  1851|  aveva  mandato  fìiori chiedendo scnsa  delle 
mancarne  che  contro  la  fede  cattolica  od  i  buoni  eostami 
gli  poteiaero  mai  per  avrentora  esaere  imputata  tanto  pri* 
ma  che  dopo  la  sua  elesione  alla  cattedra  di  S.  J^otro. 

'  La  lettera  dopo  aver  commendate  le  pessime  qualità 
del  papa  e  de'  cardinali,  e  d' averli  stimolati  a  continuare 
a  battere  il  sentiero  tenuto  per  lo  passato,  passa  ad  aod- 
curar  loro  la  proteaione  del  Principe  delle  tenebre  :  Fosfra 
madre  la  $vperhia  (dice  in  fine  la  lettera)  vi  sofatta  iatisis 
con  U  iordU  sue  V  ooorùio,  la  Untwia^  V  invidio,  V  acci- 
dia, V  ira  e  la  gola^  «  tutte  umammemtnts  «t  vania$u>  dd 
voitro  eaUo,  ttmetuUm  ttenri  e^  médioMU  U  vottro  soccorso 
t  loro  affari  non  po9$9nù  pik  dar*  tia  faUom  Dato  dal  ctmira 
ddV  iìt^tmo  im  prtttaaa  d^  nna  moléUadin$  di  damoaa. 

*  Costui  avendo  usurpato  Bologna,  era  stato  mlnaeciato 
di  scomunica  da  Clemente,  se  tosto  non  cedeva  il  domi- 
nio di  quella  città.  Dopo  le  grandi  risa  fatteri  per  quella 
lettera,  egli  si  rappattumò  col  papa,  promettando  di  abor- 
sara  ISOOO  fiorini  d'oro  all'anno. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


75 


CAPITOLO  XUX. 

Carne  il  re  éTInghiUerraj  essendo  in  tregua  col  re 
di  Francia^  acquistò  la  contea  di  Guinisi, 

Ayyenne  in  questo  anno,  che  un  Inghilese  pri- 
gione nella  forte  rócca  di  Guiniii,  la  quale  era  del 
re  di  Francia,  essendo  per  ricomperarsi,  avea  lar- 
ghezza d*andare  per  la  rócca  ;  e  così  andando,  proT- 
fide  Tordine  delle  guardie  e  Faltezza  d^alcnna  parte 
della  rócca,  ond^lla  si  potesse  furare.  B  pagati  i 
danari  della  sua  taglia,  fu  lasciato  ;  e  troratosi  con 
alquanti  sergenti  d*arme,  suoi  confidenti,  disse  :  ove 
potesse  avere  il  loro  aiuto,  gli  farebbe  ricchi.  E  pre- 
sa fede  da  loro,  manifestò  come  intendea  furare  la 
rócca  di  Guinisi,  e  avea  provveduto  come  fare  il 
poteva  ;  i  quali  arditi  e  volonterosi  di  guadagnare, 
promisono  il  servigio  :  ed  essendo  tra  tutti  cinquan- 
ta sergenti  bene  armati,  avendo  scale  fatte  alla  mi- 
sura del  primo  procinto,  una  notte  in  su  V  ora  che 
ringhilese  sapea  che  la  guardia  della  mastra  fortez- 
za vi  si  rìnchiudea  dentro,  condotte  le  scale  al  mu- 
ro, chetamente  montarono  sopra  il  primo  procinto: 
e  sorprese  le  guardie,  per  non  lasciarsi  uccidere  si 
lasciarono  legare,  e  cosi  legati  gli  faceano  rispon- 
dere air  altre  guardie  della  rócca.  Quando  venne  in 
sul  fare  del  à),  gV  Inghilesi  feciono  alle  guardie 
muovere  riotta,  e  fare  remore  tra  loro  in  modo  di 
mischia.  Il  castellano  sentendo  questo  tra  le  guar- 
die, mostrando  non  avere  sospetto,  scese  della  róc- 
ca ;  e  sprendo  V  uscio  per  venire  a  correggere  le 
guardie,  gf Inghilesi  apparecchiati  nell'agnato,  im- 
mantinente con  Farmi  ignudo  in  mano  furono  sopra 
Ini,  e  presono  Tusoio,  ed  entrarono  nella  rócca,  e 
presono  il  castello  e  le  guardie.  E  incontanente  man- 
darono al  re  d'InghOterra,  come  aveano  presa  la  for- 
te rócca  di  Guinisi,  la  quale  il  re  molto  desiderava. 
B  di  presente  vi  mandò  gente  d'arme,  e  fecola  pren- 
dere e  guardare;  e  commendata  la  valenza  e  V  indu- 
stria del  suo  fedele  e  degli  altri  scudieri,  fece  loro 
onore  e  provvidegli  magnificamente.  E  per  questa 
rócca  fu  il  re  d'  Inghilterra  in  tutto  signore  della 
contea  di  Guinisi,  il  re  di  Francia  forte  conturbato. 
E  avvegnaché  questa  presura  andasse  per  la  forma 
che  è  detto,  e'  si  trovò  poi  che  il  castellano  avea 
consentito  al  tradimento  ;  e  tornato  di  prigione,  es- 
sendo lasciato,  in  Francia  fu  squartato. 

CAPITOLO  L. 
//  piato  fu  in  corte  tra^due  re  per  la  contea  di  Guinisi. 

Essendo  furata  la  contea  di  Guinisi  al  re  di 
Francia  sotto  la  confidanza  delle  triegue,  trasse  in 
gindicio  il  re  d'Inghilterra  a  corte  di  Roma  per  suoi 
ambasciadori,  dicendo  che  sotto  la  fede  delle  trie- 
gue prestata  il  re  d' Inghilterra  gli  avea  tolto  per 
forto  la  rócca,  e  la  contea  occupata  per  forza.  Per  la 
parte  del  re  d*  Inghilterra  fu  risposto,  che  avendo 
per  suo  prigione  il  conte  di  Guinisi  conestabile  di 
Francia  preso  in  battaglia,  e  dovendosi  riscattare 
per  lo  patto  fatto  della  sua  taglia  scudi  ottantamila 


d' oro,  0  in  luogo  di  danari  la  detta  contea  di  Guinisi, 
e  lasciato  alla  fede  acciocché  procacciare  potesse  la 
moneta,  il  re  di  Francia  appellandolo  traditore,  per 
non  averlo  a  ricomperare,  o  acconsentirgli  la  con- 
tea di  Guinisi,  il  fece  dicollare  :  e  così  contro  a  giu- 
stizia privò  il  re  d'Inghilterra  delle  sue  ragioni,  le 
quali  giustamente  avea  racqnistate.  La  quistione  fu 
grande  in  concistoro,  e  pendeva  la  causa  in  favo- 
re del  re  di  Francia  ;  e  però,  innanzi  che  sentenza 
se  ne  desse,  il  re  fece  restituire  la  terra  di  Guinisi 
a  queir  Inghilese  che  data  glie  l'avea-,  e  seguendo  la 
morte  di  papa  Clemente,  non  ne  segui  altra  sentenza. 

CAPITOLO  U. 

Come  Varcivescovo  di  Milano  ragunò  i  suoi  soldati 
per  far  guerra  à'Fiorentini, 

In  questo  tempo  del  verno,  avendo  Taroivesco- 
vo  di  Milano  fatto  rivedere  e  rassegnare  le  sue  ma- 
snade tornate  da  Firenze,  trovò  ch'avea  a  fare  am- 
menda di  bene  milledugento  cavalli.  E  turbato  forte  nel 
suo  furore,  propose  di  fare  al  primo  tempo  maggio- 
re e  più  aspra  guerra  a'  Fiorentini.  E  trovando  che 
avea  consumato  senza  acquisto  grande  tesoro,  volen- 
dolo rifare  senza  mancare  la  sua  generale  entrata,  fe- 
ce nuove  colta  in  Milano  e  in  tutte  le  sue  terre  per 
si  grave  modo,  che  tutti  i  mercatanti  si  ritrassono 
delle  loro  mercatanzie  nelle  sue  terre:  nondimeno  t 
catuno  convenne  portare  la  somma  che  gli  fu  im- 
posta ;  per  la  qude  gravezza  accrebbe  cinquecento 
migliaia  di  fiorini  d' oro  sopra  le  sue  rendite  ordi- 
narie in  piccolo  tempo.  In  queste  oppressioni  molti 
parlavano,  biasimando  l'impresa  contro  al  comune  di 
Firenze  e  rimproveravano  quello  che  avea  fatto  lo- 
ro il  rile  castelletto  della  Scarperia  per  provvisione 
del  comune  di  Firenze,  essendovi  intomo  la  forza 
de'Lombardi  e  de'  ghibellini  di  Toscana.  E  in  tra  gli 
altri  un  cavaliere  bresciano  di  grande  età,  amico  e 
fedele  alla  casa  de'  Visconti,  biasimò  l'impresa,  di- 
cendo semplicemente  il  vero,  come  aveva  ricordo  di 
lungo  tempo,  che  qualunque  signore  avea  impreso  di 
far  guerra  al  comune  di  Firenze  n'  era  mal  capitato  \ 
però  per  amore  che  aveva  al  suo  signore  non  lo- 
dava l'impresa.  Le  parole  del  cavaliere  furono  rap- 
portate all'  arcivescovo.  Il  tiranno  inacerbito,  non 
considerando  la  fede  dell'antico  cavaliere,  seguitan- 
do l'impetuoso  furore  del  suo  animo,  mandò  per  lui. 
E  venuto  nella  sua  presenza,  il  domandò  s'egli  ave- 
va usate  quelle  parole,  n  cavaliere  disse,  che  dette 
i'avea  per  grande  amore  e  fede  ch'avea  alla  sua  si- 
gnoria, ricordandosi  dell'  imperadore  Arrigo,  e  del- 
l'impresa di  messer  Cane  della  Scala  e  degli  dtri  che 
non  erano  bene  capitati.  Il  tiranno,  infiammato  nel 
suo  disordinato  appetito,  di  presente  fece  armare  un 
suo  conestabile  con  la  sua  masnada,  e  accomandó- 
gli  il  cavaliere,  e  disse  il  rimenasse  in  Brescia,  e  in 
su  l'uscio  della  sua  casa  gli  facesse  tagliare  la  te- 
sta; e  cosi  fu  fatto.  Costui  per  la  sua  fede  degno  di 
premio  e  per  l'utUe  consiglio  ricevette  pena,  la  qua- 
le soddisfece  colla  sua  testa  all'  appetito  del  turba- 
jto  tiranno. 


76 


CRONICA 


CAPITOLO  in. 

Come  %  PiorenHni  é'Pemgini  e'  ^nii^f  j  mandarono 

ambasciadori  a  corte. 

Stando  le  città  di  ToscaDa  in  gran  tema  di  fu- 
tura guerra,  i  comuni  della  lega  di  parte  guelfa  man- 
darono al  papa  e  a'  cardinali  aolenne  ambasciata,  a 
inducere  la  Chiesa  contro  alla  grande  tirannia  delFar- 
cirescovo  di  Milano  per  aggravare  il  processo  che 
contro  a  lui  si  faceva,  e  procurare  V  a^'uto  e  il  fa- 
vore di  Santa  Chiesa  alla  loro  difesa.  Gli  ambasciadori 
fiirono  ricevuti  dal  papa  e  da*  cardinali  graziosamente. 
Ma  innanzi  che  guasti  ambasciadori  fossono  a  corte, 
Tarciveicovo  v'  avea  mandati  i  suoi  per  riconciliarsi 
colla  Chiesa,  e  fare  annullare  il  processo  fatto  contro 
a  lui  per  Timpresa  di  Bologna  ;  i  quali  ambasciado- 
ri erano  forniti  di  molti  danari  contanti  per  spen- 
dere e  donare  largamente;  e  facendolo  con  molta 
larghezza,  aveano  il  favore  del  re  di  Francia,  che  fa- 
ceva parlare  per  lui,  e  quello  di  molti  cardinali,  e 
de*  parenti  del  papa  e  della  contessa  di  Torenna, 
per  cui  il  papa  si  movea  molto  alle  gran  cose.  E  il 
papa  medesimo  avea  già  Tingiuria  futla  a  Santa  Chie- 
sa per  Tarcivescovo  ddla  tolta  di  Bologna  tempe- 
rata, ed  era  disposto  a  prendere  accordo  coU^arci- 
V( scovo:  e  per  questo  fu  molto  più  contento  della 
venuta  degli  ambasciadori  destre  comuni  di  Toscana, 
credendo  fare  raccordo  delParcivescovo  di  loro  vo- 
lontà. Perocchò  nel  primo  parlamento  disse  agli  am- 
basciadori: Eleggete  delle  tre  cose  che  io  vi  pro- 
porrò runa,  quale  più  vi  piace  :  o  volata  pace  col- 
Tarcivescovo,  o  volete  lega  colla  Chiesa,  o  voleta 
la  venuta  delfimperadore  in  Italia  per  vostra  difesa. 
L^  offerta  furono  larghe  per  conchiudere  alla  pace, 
che  parca  più  abile  e  migliore.  Gli  ambasciadori  sa- 
vii  e  discreti  di  concordia  rinusono  la  detta  elezione 
nel  papa,  a  fine  di  farlo  più  pensare  nel  fatto,  dan- 
doli gravezza,  dimostrando  grande  confidanza  nella 
deliberazione.  E  cosi  cominciata  la  cosa  a  praticare, 
ebbono  tempo  e  cagione  gli  ambaaciadori  d^awisare 
i  loro  comuni,  e  in  questo  si  soggiornò  la  maggior 
parte  del  verno,  senza  uscirne  alcun  frutto.  Lucere- 
mo alquanto  gli  ambasciadori  e  U  processo  del  pa- 
pa, e  torneremo  agli  altri  fatti  che  occorsono  in  que- 
sto soggiorno,  rendendo  a  catuno  suo  diritto. 

CAPITOLO  LUI. 

Come  t* ammiraglio  di  Damasco  fece  notila 

a*  cristiani. 

*  • 

In  questo  tempo  Tammiraglio  del  soldano  che 
reggeva  la  gran  città  di  Damasco,  si  pensò  di  trarre 
un  gran  tesoro  dai  cristiani  di  Damasco  per  sua  ma- 
lizia \  e  una  notte  fece  segretamento  mettare  fuoco 
in  due  parti  della  città,  il  quale  fece  in  Damasco  gra- 
ve danno.  Spento  il  fuoco,  1*  ammiraglio  fece  ap- 
porre che  questo  era  stato  avvisatamente  messo  pe^ 
cristiani,  e  richiese  i  più  ricchi  cristiani  della  città, 
che  ve  n^avea  assai,  e  feceli  martoriare;  e  per  marto- 
lio  conlessarono  che  fatto  Taveano  a  fine  di  cacciare 


i  saraoini  :  e  coloro  che  di  questo  perìcolo  vollooo 
campare  la  vita,  gli  dierono  danari  assai  ;  e  taali  fu- 
rono coloro  ohe  si  rioomperaroac,  che  TaaiMiniflio 
ne  traMe  gran  teaoro  :  agli  altri  diede  partito  o  cko 
rinnegassono  la  fede  di  Cristo  o  ohe  morissono  !■ 
croce.  Una  gran  parto  di  loro  per  corrotta  fede 
rinnegò  per  campare;  rimuone  ventidue,  i  queli 
deliberarono  di  morire  in  croce,  innanzi  che  k  per* 
fotta  fede  di  Cristo  volessono  rinnegare.  B  però  il 
crudele  ammiraglio  li  fece  mettare  in  sulle  croci,  e 
ordioolli  in  suso  i  cammelli  che  li  conducessono  per 
la  terra  ;  e  in  questo  tormento  vivettono  tre  dì.  Ed 
era  menato  il  padre  crocifisso  innanzi  al  figliuolo, 
e  il  figliuolo  innanzi  al  padre  rinnegato  ;  e  i  rin- 
negati con  pianto  e  con  preghiere  pregavano  i  cro- 
cifissi che  volessono  campare  la  crudele  morto  e 
tornare  alla  fede  di  Maometto  ;  ma  i  costanti  fede- 
li, il  padre  spregiava  il  figliuolo  rinnegato,  dicendo 
che  non  era  suo  figliuolo,  e  il  figliuolo  il  padre 
rinnegato,  dicendo  che  non  era  suo  padre,  ma  del 
nimico  che  1  volea  tantare  e  torli  i  beni  di  vita  e- 
toma;  e  molto  biasimavano  a*  rinnegati  la  loro  ia- 
costanza  per  la  paura  della  pena  tamporale,  dicen- 
do che  a  4oro  era  diletto  e  gran  grazia  potere  se- 
guitare Cristo  loro  redentore.  E  cosi  consumale  lo 
loro  tamporali  vita  in  grave  tormento  e  ingrandissima 
costanza,  nella  veduta  per  tre  dì  de*  saradni  e  de* 
cristiani  renderono  Tanime  a  Dio.  11  soldano  senU  il 
movimento  reo  del  suo  ammiraglio,  mandò  inconta- 
nente per  lui,  e  fecelo  tagliare  per  mezzo. 

CAPITOLO  LIY. 
Come  %  Fiorentini  disfeciono  (erre  di  thsgello. 

In  questo  medesimo  tempo,  di  verno,  i  Fioren- 
tini mandarono  certi  loro  cittadini  per  lo  contado 
a  provvedere  le  loro  castella  e  terre,  a  fine  di  af- 
forzare le  parti  deboli,  e  fornire  le  torre  di  ciò  ch'al- 
ia difesa  mancasse  per  averle  guernito,  sopravve- 
nendo la  guerra  che  s*  aspettava  del  Biscione.  Av- 
venne, come  è  usanza  del  nostro  comune,  accioc- 
ché il  buon  consiglio  non  fosse  senza  difetto  di  sin- 
golare ovvero  cittadinesco  odio,  che  nel  Mugello 
furono  loro  fatto  disfare  alquante  tenute  forti  e  uti- 
li alle  difese  di  quello  contado  per  modo,  che  dove 
stato  non  vi  fossono,  era  utile  consiglio  a  portevi 
di  nuovo.  E  fé  clono  abbattere  Barberino,  Latore,  Ga- 
gliano e  Marcoiano,  th*erano  al  Mugello  mura  cen- 
tra i  nemici  di  verso  Montecarelli,  e  di  Monteviva^ 
gni  e  delle  terre  degli  Ubaldini,  ove  in  que*  tempi 
si  faceva  capo  pe*  nimici  a  fare  guerra  al  nostro  co- 
mune; le  quali  tenute,  con  piccola  spesa  d^afforsa- 
mento,  erano  gran  aicurtà  a  tutto  il  Mugello,  per  le 
cui  rovine  s'accrebbe  campo  ai  nimici  senxa  contra- 
sto di  più  di  sei  miglia  di  nostro  contado,  il  quale 
tutto  8*  abbandonò,  a  danno  e  vergogna  del  nostro 
comune.  Riprenrione  comune  ne  seguitò  a  coloro  che 
cosi  mala  provvisione  feciono  ;  altro  gastigamento  no, 
per  la  corrotta  usanza  del  comune  di  Pirenxe  di  non 
punire  le  cose  mal  fatte,  né  meritare  le  buone. 


DI  1IATTE0  VILLANI. 


77 


CAPITOLO  LV. 
Come  ia  Scmrperia  fu  furtUa  #  racgukiaia. 

Facendo  il  eomune  di  Firenxe  eoa  molta  folle- 
citndine  tflònare  il  eailello  della  Searperìa  di  gran- 
di fof ^  e  di  forti  palancati,  il  tiranno  e  gli  Ubai- 
dini  con  ogni  sottigliezsa  d'inganno  tentavano  di  pro- 
cacciare ridotto  nel  Magello,  e  iopra  tatto  di  levar- 
si Tonta  della  Scarperia,  e  oontinovo  cercavano  co- 
me la  poteisono  forare;  per  la  qua!  cosa  cormp- 
pono  più  loro  fedeN,  mandandoli  per  oMere  mano- 
vali, come  se  fossono  Mugellesi,  e  alcuno  maestro. 
E  messi  al  lavorio  del  votare  il  fosso,  del  qaale  si 
portava  la  terra  al  palancalo  per  alzare  la  parte  den- 
tro, costoro  providono  la  via  onde  la  terra  si  por- 
tava :  e  segretamente  tra  le  dae  terre  segnarono  ai- 
coni  legni  del  palancato,  e  dierono  la  posta  agli  U- 
baldini  :  i  qaali  di  presente  fedono  scendere  gente  a 
cavallo  e  a  piò  a  Montecarellì,  e  alla  Sambaca,  e 
a  Pietramala,  e  nelP  alpe  e  nel  Podere  per  dare  di- 
versi rìgaardi  ai  Fiorentini,  e  seppono  come  po- 
chi dt  ionansi  i  soldati  che  guardavano  la  Scarperia 
avevano  fatto  mischia  co^  terrauani,  e  mortine  pa- 
recchi ;  onde  tra*  terrazzani  e*  forestieri  era  sconfi- 
danza grande.  La  notte  che  ordinata  fa  a  questo  ser- 
vigio scesono  dell' alpe  e  da  Montecarellì  nel  piano 
di  Magello  duemilacinqueoento  fanti,  e  quattro  ban- 
diere di  cento  cavalieri  a  guida  degli  Ubaldini.  Costo- 
ro elessono  dugentodnquanta  i  più  pregiati  briganti 
di  tutta  quella  gente  con  dieci  bandiere,  e  conesta- 
bili  molto  famosi  d'arme,  e  lasciati  gli  altri  fanti  e 
cavalieri  riposti  ivi  presso  per  lor  soccorso,  cheta- 
mente guidati  per  la  via  provveduta  del  fosso  dalla 
parte  di  Sant^Agata,  e  senza  esser  sentiti,  entrarono 
tutti  nella  Scarperia  a  di  17  di  gennaio  del  detto 
anno  ;  e  stretti  insieme  si  condossono  in  su  la  piaz- 
za gridando  :  muoiano  i  forestieri  e  vivano  i  ter- 
razzani. E  in  quella  notte  non  avea  nella  Scarperia 
tra  forestieri  e  terrazzani  centocinquanta  uomini  d'ar- 
me, sicché  al  tutto  n'erano  signori  i  nimici.  Senten- 
do questo  remore  nella  scurità  della  notte  i  soldati 
forestieri,  credettono  che  i  terrazzani  li  volessono  of- 
fendere, e  non  ardivano  d*uscire  delle  case;  e  i  ter- 
razzani temeano  de' soldati,  pensando  che  fòsse  in 
su  la  piazza  inganno,  e  non  voleano  uscire  fuori,  e 
cosi  i  nimici  non  aveano  contrasto  ;  e  dove  Iddio  per 
sittgolar  grazia  non  avesse  liberato  quella  terra,  senza 
speranza  di  soccorso  umano  era  perduta.  Ma  la  vo- 
lontà di  Dio,  fu  che  la  grande  potenza  del  tiranno 
non  avesse  quello  ridotto  a  consumazione  del  nostro 
paese:  onde  a  coloro  ch'aveano  presa  la  terra,  e  che 
aveano  presso  a  un  mìglio  tutta  la  loro  gente,  tolse 
Taccorgimento,  che  non  lasdassono  guardia  al  passo 
end*  erano  entrati,  e  non  fedono  il  segno  ordinato  a 
quelli  di  fuori;  e  diede  Iddio  baldanza  manifesta  a  que' 
d'entro  e  accorgimento  perocché  per  la  vista  scura  i 
terrazzani  conobbono  all'insegne  che  coloro  dalla  piaz- 
sa  erano  nemici:  e  incontanente  assicurarono  i  conesta- 
bili  de*forestieri  che  v*erano,  per  paura  che  quella  ^n- 
te  né  quelle  grida  non  erano  per  loro  fattura,  ma  de' 
nimici  ch'erano  nella  terra.  Come  i  valenti  masnadie- 


ri sentirono  la  verità  del  fatto,  ragnnati  insieme  me- 
no di  dnquanta  tra  terrazzani  e  forestieri,  gridando 
aliamone^  alla  morfe,  si  ferirono  tra'  nimici,  che  lun- 
gamente erano  stati  ammassati  in  su  la  piazza,  e  nel 
primo  assalto  senza  fare  resistenza  li  ruppono,  cac- 
ciandoli come  se  fossono  stati  altrettanti  montoni;  e 
senza  attendere  Tono  l'altro,  affrettando  d'uscire  per 
lo  luogo  stretto  ond'erano  entrati,  e'cadeano  nel  fos- 
so, e  voltolavansi  per  quelle  ripe.  Quo'  d'entro  e- 
rano  pochi,  e  però  non  ve  ne  poterono  uccidere 
più  di  cmque,  e  dodici  ne  ritennono  a  prigioni  ;  tra' 
quali  ftarono  conestabiK  di  pregio,  che  '1  signore  a- 
vrebbo  ricomperati  molti  danari,  ma  tutti  furono  im- 
piccati. Qoe'  di  fuori,  che  attendeano  il  segno  per 
entrare  dentro,  sentendo  la  tornata  in  rotta,  senza 
attendere  il  giorno  chiaro,  innanzi  che  hi  novellasi 
spandesse  per  il  Mugello,  si  rieolsono  nell'  alpe  a 
salvamento;  e  cosi  in  una  notte  fu  presa  e  libera- 
ta la  Scarperia  con  dubbia  e  maravigliosa  fortuna. 

CAPITOLO  LVI. 

Come  messer  Fiero  Sacconi  cavalcò  con  mille  bar' 
bute  infine  in  iu  le  porte  di  Perugia. 

Del  mese  di  febbraio  del  detto  anno,  cresciu- 
ta gente  d' arme  a  messer  Piero  Sacconi  de'  Tarlati 
dall'ardvescovo  di  Milano,  trovandosi  baldanzoso  per 
la  presa  del  Borgo  a  San  Sepolcro  e  delle  terre  vi- 
cine, e  trovando  i  signori  di  Cortona  oh'  aveano 
rotta  pace  a'Perogini,  ed  eransi  collegati  col  Biscione, 
se  ne  andò  a  Cortona  con  mille  cavalieri,  e  da'  Cor- 
tonesi  ebbono  il  mercato  e  gente  d'  arme,  con  la 
quale  cavalcò  sopra  il  contado  di  Perugia,  ardendo 
e  predando  le  ville  d'intorno  al  lago  ;  e  per  forza 
presooo  Vagliano  e  arsonlo,  e  combatterono  Casti- 
glione del  lago  e  non  lo  poterono  avere  ;  e  partiti 
di  là  se  n'andarono  fino  presso  a  Perugia  facendo 
grandissimi  danni.  E  non  essendo  i  Perugini  in  con- 
cio da  potere  riparare  a'nemici,  fatta  grande  preda, 
senza  contrasto  si  ritornarono  a  Cortona  sani  e  sal- 
vi, e  di  là  al  Borgo  a  San  Sepolcro,  onde  partirono 
e  venderono  la  loro  preda.  Per  questa  cagione  gran- 
de sdegno  presono  i  Perugini  contro  a'  signori  di 
Cortona;  ma  la  baldanza  dell* ardvescovo  gli  aveva 
si  gonfiati  di  superbia,  che  non  si  curavano  rompe- 
re pace  né  fare  ingiuria  a'  loro  vicini  :  per  la  qual 
cosa  poco  appresso  ricevettono  quello  che  avevano 
meritato  per  la  loro  follia,  come  ne'suoi  tempi  rac- 
conteremo. 

CAPITOLO  LVIL 

Come  i  CMaratallesi  di  Todi  voUono  ribellare  la 
terra  e  furono  cacciati. 

Questa  sfrenata  baldanza  de'  ghibellini  di  To- 
scana e  della  Marca  per  la  forza  del  Bisdone  facea 
gravi  movimenti,  tra'  quali,  mentre  che  messer  Piero 
Sacconi  guastava  e  predava  il  contado  di  Perugia,  i 
Chiaravalleai  grandi  dttadini  di  Todi,  d' animo  ghi- 
bellino, fedono  venire  il  profetta  di  Vico  con  tro« 


80 


CRONICA 


prigioni  feriti  e  magagDaU  laaciaroDO  qnaltrocento, 
«ociocohè  BOB  corrompesiono  la  loro  gente,  e  per 
fare  alcuna  miaericordia  della  loro  vittoria.  Ma  tanto 
fu  il  loro  danno  xle'  morti  e  feriti,  e  d'avere  per- 
dute le  loro  galeo,  che  della  detta  vittoria  non  po- 
terono far  festa.  Questa  battaglia  non  ebbe  ordine 
lè  modo,  ami  fa  avvilappsta  e  sparta  come  la  tem- 
pesta marina  :  e  però  com^  ella  fa  varia  e  non  pe- 
lata bene  cernere  né  vedere,  non  1*  abbiamo  potuta 
con  più  certo  e  chiaro  ordine  recitare. 

CAPITOLO  LXI. 

Come  per  le  discordie  d^  paesani  la  Sicilia  era 

in  grave  siato. 

Partendoci  dalle  battaglie  fatte  per  gì*  Italiani 
negli  strani  paesi,  ci  occorre  Tintestino  male  delFi- 
sola  di  Sicilia  :  la  quale  non  avendo  nemico  strano, 
tanto  mortalmente  crebbe  il  furore  delle  loro  partii 
che  senza  alcuna  misericordia,  come  salvatiche  fiere, 
ovunque  s^abboccavano  s'uccidevano,  per  agnati,  per 
tradimenti,  e  per  furti  di  loro  tenute  oontinovo  ad- 
operavano il  fuoco  e  il  ferro  ;  onde  molti  gentiluo- 
mini, e  altre  genti  del  paese  perderono  la  materia 
delle  paesane  divisioni  per  le  loro  violente  morti;  e 
ancora  per  questo  tanto  si  disusarono  i  campi  della 
cultura,  tanto  si  consumarono  i  frutti  ricolti ,  che 
r  isola  per  addietro  fontana  d'  ogni  vittuaglia,  per 
inopia  e  per  fame  faceva  le  famiglie  de^  suoi  popoli 
in  grande  numero  pellegrinare  negli  altri  paesi.  B 
per  partirci  un  poco  da  tanta  crudele  inflsmia,  la  se- 
guente ferina  crudelezsa,  con  vergogna  degli  uomini 
di  quella  lingua,  sia  per  ora  termine  a  questa  mate- 
ria. Un  Catalano,  il  quale  teneva   una  rócca   nella 

Valle  di ,  fece  a'suoi  compagni  tenere  trattato 

col  conte  di  Ventimiglia,  il  quale  avendo  voglia  d'a- 
vere quella  rócca,  con  troppa  baldanzosa  fidanza 
sotto  il  trattato  entrò  nel  caatello  con  centoquattro 
compagni,  benché  più  ve  ne  credesse  mettere  :  ma 
come  con  questi  fu  dentro,  per  V  ordine  preso  pei 
traditori  furono  chiose  le  porte,  e  ^1  conte  e  i  com- 
pagni presi;  e  avendovi  uomini  i  quali  si  volevano 
ricomperare  a  grande  moneta,  ed  erano  da  rìserbare 
per  i  casi  fortunevoli  delta  guerra  tanto  incru- 
deli r  animo  feroce  de*  Catatani,  che  senza  arre- 
sto spogliati  ignudi  i  miseri  prigioni,  e  legati  colle 
mani  di  dietro,  V  uno  dopo  V  altro  posto  a'  merli 
della  maggiore  torre  della  rócca,  sopra  uno  dirupina- 
to  grandissimo  furono  dirupinati  senza  ninna  mise- 
ricordia, lacerando  i  miseri  corpi  con  Y  impeto  della 
loro  caduta  a' crudeli  sassi.  11  conte  solo  fo  riser- 
bato, non  per  movimento  d*  alcuna  umanità,  ma  per 
cupidigia  di  avere  per  la  sua  tosta  alcuno  suo  Ca- 
stolo vicino  a*  erodi  nemici.  Chi  crederebbe  questa 
sevizia  trovare  tra*  fieri  popoli  delle  barbare  nazio- 
ni, la  quale  tra  i  orisliani,  tra  i  contorti  d'uno  rea- 
me, tra  i  vicini  passò  la  crudeltà  de' tigri,  e  la  fie- 
rezza de'  più  salvatiebi  animali  che  ta  terra  produca? 
B  perocché  trovare  non  si  potrebbe  maggiore,  tra- 
pazsiamo  a  un'  altra  di  minore  nunero,  ma  fonenon 
di  minore  infamia. 


CAPITOLO  LXIL 

Carne  in  Firenze  furono  tagliate  le  teste  a'  ptà 
de'  Guazzalotri  di  Prato» 

Avendo  narrata  la  grande  crudeltà  dei  Catalam, 
un'  altra  sotlo  ombra  di  non  vera  scusa,  non  sinn 
biasimo  dell'  abbandonata  mansuetudine  del  nostro 
comune,  ci  s' offera  a  raccontare.  I  Guaualotrì  dì 
Prato,  come  é  detto  addietro,  innanzi  che  il  cobidbo 
il  comperasse,  usando  la  tirannia  di  quello  tirasae- 
scamento,  ne  furono  abbattuti  :  per  questo  V  anisto 
di  Iacopo  di  Zarine,  caporale  di  quella  casa,  era  ani 
contento,  avvegnaché  assai  oneatamente  se  *1  cobh 
portasse.  Avvenne  che  alquanti  cittadini  di  Firesie, 
animosi  di  setta,  calunniarono  lui  e  alquanti  ctUa- 
dini  di  Firenze  di  trattalo  contro  al  comune:  della 
qual  cosa  convenne  che  in  giudicio  si  scusassoao;  e 
non  trovandosi  colpevoli,  fu  infamia  a  quella  gente  cbe 
quello  aveano  loro  apposto,  ed  egli  con  gli  altri  info- 
rnati furono  prosciolti.  Avvenne  appresso,  o  per  fof- 
gire  il  pericolo  degP  infamatori,  o  per  sdegno  con- 
ceputo,  andando  per  podestà  a  Ferrara,  fu  riteant) 
dal  tiranno  di  Bologna  e. poi  lasciato,  rimanendo 
per  stadico  il  figliuolo  ;  e  tornato  a  Firenze,  e  preio 
sospetto  di  lui,  fu  confinato  a  Montepulciano:  i  qoili 
confini,  qual  che  si  fosse  la  cagione,  e'  non  seppe 
comportare,  e  fece  suo  trattato  col  signore  di  Bo- 
logna per  ritoroare  in  Prato  ;  per  la  qual  cosa  ven- 
ne a  Vaiano  in  Valdibisenzio,  e  fece  riohiedera  do' 
suoi  amieì,  e  da  Siena  vennono  lettere  al  comaae 
di  Firenze  di  questo  fatto:  per  le  quali  il  nostro 
comune  di  presento  vi  mise  gento  d' arme  alla  guar- 
dia, per  modo  che  non  se  ne  potea  dottare.  Non- 
dimeno i  cittadini  che  reggevano  allora  il  conane^ 
animosi  per  setta,  volendo  aggravare  l'infamia,  ii 
su  la  mezzanotto  feciono  chiamare  delle  letta  e  ir- 
mare  i  contadini,  e  trarre  fuori  i  gonfaloni,  cooie  io 
i  nimici  fossino  alle  porte  ;  di  che  i  reggenti  no  fu- 
rono forto  biasimati.  Nondimeno,  seguendo  loro  inten- 
dimento, aveano  fatto  venire  da  Prato  tutti  gli  no- 
mini di  casa  i  Guazzalotri,  i  quali  per  numero  furo- 
no setto  :  e  incontanento,  come  uomini  guelfi  e  inno- 
centi, e  che  dell'  imprese  di  Iacopo  di  Zarino  ermo 
ignoranti,  vennono  a  Firenze:  ed  essendo  tutti  ii 
sulla  porta  del  palagio  de'  priori,  un  fanto  giunse  il 
di  medeaimo,  che  le  guardie  erano  rinforzato  in  Fn- 
to,  il  quale  diase  loro  da  parto  di  Iacopo,  com*^ 
intendea  d' essere  quella  notto  in  Prato.  Coatoro  di 
presento  fàrono  a^  signori  e  a^  loro  collegi,  e  dis- 
sono quello  che  in  queir  ora  Iacopo  avea  loro  man- 
dato a  dire,  scusando  la  loro  innocenza.  I  priori  coi 
loro  collegi  non  dimostrando  di  loro  alcuno  sospot* 
to,  gli  licenziarono  per  quel  giorno  :  l' altra  mattina 
gli  feciono  chiamare,  e  tutti  aenza  sospetto  andaro- 
no a*  signori,  fuori  d*un  giovane,  il  quale  qotato 
ohe  non  fosse  colpevole,  tomette  di  venire  ia  est- 
minazione;  gli  altri  ftarono  ritenuti,  e  messi  ndle 
mani  del  capitano  del  popolo,  uomo  di  poca  vktà: 
e  fatti  pigliare  certi  Pratosi,  e  un  Fiorentino  de' Ca- 
ligai, e  due  fabbri  di  contado,  tutti  per  gravi  mar- 
tori confessarono^  come  coloro  che  questo  feciono 


DI  MATTEO  VILLANI. 


81 


faro  ToUoDo;  e  folnUimeBte,  improTriio  agli  altri 
dltadini,  il  detto  capitano,  dal  meae  di  marzo  1351, 
foco  decapitare  i  botc,  e  i  fabbri  impiccare:  la  qual 
coca  fa  tanta  crudele  e  ÌDginatà  aenteoza,  e  molto 
diipiacque  a*  cittadini,  perocché  manifesto  fd  che  non 
erano  colpcToli*  Abbiamone  detto  iteao  per  dae  ca- 
gioni, r  naa  per  manifestare  di  qoanto  pencolo  so- 
no le  sette  cittadinesche,  che  i  giosti  spesso  co- 
m*  e^  colperoli  involgono  in  capitale  sentenia;  la 
seconda  per  dimostrare  qnanto  a  Dio  dispiace  qnando 
si  spande  T innocente  sangue:  e  per  qnello  che  i 
Qnazxalotri  poco  iananii  sparsero  per  tirannia  nella 
loro  terra,  il  loro  per  simigliante  modo  fa  sparto 
nella  dttà  di  Firenze. 

CAPITOLO  LXin. 
Come  il  Hran$M  dtOrtieto  fu  morto. 

In  qnesto  anno,  del  mese  di  marzo,  essendo 
tiranno  d'  Orvieto  Benedetto  di  messer  Bonconte 
de*  Monaldeschi,  il  qa^e  poco  dinanzi  aveva  morti 
dae  snoi  consorti  per  venire  alla  tirannia,  e  stando 
in  quella  per  operazione  de*  suoi  consorti^  da  nno 
fante  nel  ano  palagio-  fa  morto.  Per  la  morte  di  co- 
stai la  città  fo  in  grave  divisione  ;  ma  coir  alato  di 
gente  e  d*  ambasoiadori  perugini  a*  acquetò  alquanto 
il  popolo  con  alcuno  lieve  e  non  fermo  stato,  pe- 
rocché tutta  la  terra  era  int angainata  per  la  divisio- 
ne della  casa  de*  Monaldeschi  ;  e  avendo  dentro  poca 
concordia,  e  di  fuori  sparti  per  lo  contado  e  di- 
stretto i  cittadini  cacciati,  rimase  lo  stato  dubbioso 
n  potere  sostenere  ;  e  per  la  cavalleria  che  V  arci- 
vescovo di  Milano  aveva  in  Toscana,  e  nella  Marca, 
i  comuni  di  parte  guelfa  poco  consiglio  vi  misono, 
onde  ne  aegid  la  rivolta  che  appresso,  seguendo  no- 
atro  trattato,  nel  suo  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXIV. 
Come  %  FiorenUni  auediarono  Veriine. 


Nel  predetto  mese  di  marzo  i  Fiorentini  fé- 
dono  porre  V  oste  al  castello  di  Vertine,  e  stri- 
gnerlo  con  due  campi  al  trarre 4elle  balestra;  e  riz- 
aaronvi  due  mangani  che  tutto  di  gìttavano,  ab- 
battendo e  guastaodo  le  case  della  terra.  Neil*  oste 
uvea  aeicento  cavalieri,  e  millecinquecento  masna- 
dieri di  soldo,  i  quali  deliberarono  di  combattere 
il  castello  e  vincerlo  per  battaglia  ;  ma  avvenne  mi- 
rabile cosa,  che  quaai  pareva  fatta  per  arte  magi- 
ca, che  il  tempo  si  corruppe  aU*  acqua,  che  dì  e 
notte  non  riaté  inino  alla  Paaqua  ;  e  impedì  tanto 
r  oste,  che  alla  battaglia  non  si  potè  venire  per 
ninn  moio,  e  quelli  del  castello  ebbOno  agio  di 
farlo  più  forte  alla  difeaa;  e  per  questa  cagione,  e 
perché  dentro  avea  franca  munada  di  buoni  bri- 
ganti, poco  parca  si  curassono  de^Fiorentini,  e  au- 
nacciavano  di  darlo  al  Biscione;  e  cosi  (rancamente 
il  tennono  infino  ali* uscita  d'aprile,  come  appreaao 
diviseremo. 

Villani  M.,  Or<mica.    Vol.  II 


CAPITOLO  LXV. 

Come  in  corte  fu  fermata  la  pace  dal  re  d*Ungheria 

a^  reali  di  Puglia. 

Essendo  per  lungo  tempo  trattata  in  corte  di 
Roma  a  Vignone  la  pace  tra  il  Te  d*  Ungheria  e  ì 
reali  del  regno  di  Cicilia  di  qua  dal  Faro,  papa  Cle- 
mente essendo  guarito  della   sua   infermità,  nella 
quale  aveva  avuta  grave  riprenaione  di  coscienza, 
perché  aveva  sostenuta  la  detta  causa  in  contuma- 
da,  potendola  acconciare,  con  singolare  sollecitu- 
dine mise  opera  che  la  pace  si  facesse.  Ed  essen- 
do il  re  d*  Ungheria  con  un  solo  fratello  re  di  Po- 
lonia, aenza  avere  altri  consorti  fuori  de'  reali  del 
regno  di  Cicilia,  e  già  aoddisfatto  in  parte  non  pic- 
cola della  vendetta  del  fìratello,  agevolmente  si  dis- 
pose a  volere  la  pace,  gradendola  al  papa  e  a*  car- 
dinali che  con  istanza  ne  pregavano;  e  però  mandò 
a  corte  auoi  ambasciadorì  con  pieno  mandato,  in- 
formati di  sua  intenzione,  lo  eletto  di  cinque  chiese, 
e  un  vescovo  d'  Ungheria,  e  Qulforte  Tedeaco  fra- 
tello di  messer  Currado  Lupo,  vicario  nel  Regno  del 
detto  re;  e  del  pese  di  gennaio  1351,  i  detti  am- 
basdadorì  in  presenza  del  papa  e  dei  cardinali,  co- 
me ordinato  fu  per  lo  detto  papa,  ai  fece  la  pace 
con  gli  ambasdadorì  del  re  Luigi  e  della  rdna  Òìo- 
vanna  in  nome  di  tutti   i  reali  di  quella  casa.    E 
per  parte  del  re  Luigi  e  della  reina  furono  fitte 
1*  obbltganze,  per  le  quali,  secondo   che  *1  papa  e 
i  cardinali  aveano  trattato^  il  re  e  la  reina  doveano 
dare  e  restituire  al  re  d*  Ungheria  trecentonila  fio- 
rini d*  oro  in   diversi  termini,  per  sodìsfadmento 
delle  spese  che  il  re  d*  Ungheria  avea  fatte  in  quel- 
la impreaa  del  Regno.    E  fatte  le  dette  cautele  e  la 
detta  pace,  il  papa  per  l' autorità  sua  e  del  consi- 
glio db'  suoi  cardinali  per  decreto  confermò  ogni 
cosa,  confermando  la  pace,  e  consentendo  all'  ob- 
bligagione  pecuniaria  del  reame.  E  fornito  ogni  cosa 
solennemente,  innanzi  che  della  casa  si  partissono 
le  parti,  gli  ambasdadori  del  re  d*  Ungheria,  im- 
prowiao  a  tutti,  seguendo  il  mandato  segreto  che 
ayeano  dal  loro  signore,  di  grazia  spontaneamente, 
per  propria  volontà  del  re  d'  Ungheria,  finirono  e 
quetarono  al  re,   e  alla  reina,  e  a*  reali  di  Puglia, 
e  al  Regno,  e  alla  Chiesa  di  Roma,  di  cui  é  il  detto 
reame,  i  detti  trecentomila  fiorini   d*  oro,   dicendo, 
come  il  loro  aignore  non  avea  fatta  qnell'  impresa 
per  avarizia,  ma  per  vendicare  la  morte  del  suo  fra- 
tello. E  incontanente  si  parti  Gulforte,  e  tornò  in 
Ungheria  a  fare  assapere  al  re  come  fdtto  era  quan- 
to egli  avea  comandato,  a  grande  grado  e  piacere 
di  Santa  Chiesa.    E  i  aopraddetti  prelati  andarono 
nel  Regno  a  trame  gli  Ungheri  che  v'  erano  salva- 
mente, e  a  hn  per  comandamento  del  loro  signore, 
restituire  al  re  Luigi  e  alla  reina  tutte  le  dttà,  e 
terre  o  castella  che  la  ana  gente  vi  tenea.    E  fatto 
qneato  accordò,  qoale  che  si   fosse  la  cagione,  il 
re  d'  Ungheria  non  lasciò  incontanente  i  reali  che 
aveva  prigioni  in  Ungheria,  anzi  gli  tenne  inaino  al 
aettembre  proaaimo,  come  al  suo  tempo  d  diri,  oc- 
correndod  altre  cose  che  prima  richieggono  11  debi- 
to alla  nostra  penna. 


82 


CRONICA 


CAPITOLO  LXVL 
Cam$  t  arctveKoeo  ÈtmUóita  pace  coUa  Chieio. 

Io  qoesU  iMipo,  del  Tema,  l'arcivMcovo  4i  Mi- 
lano godIìboto  naoUnoa  a  ciurto  aoleiim  ambaacla- 
dori  a  procorare  la  tua  rìconciliaaioiie  con  Santa 
Cliioia;  e  a  oìò  morea  il  re  di  Francia  con  fona  di 
grandi  doni  cke  gli  faceva,  e  a!  continovo  ivegava 
per  ane  lettere  il  papa  e'  cardinali  che  perdonaaso- 
no  all' arciTeaooYO,  ed  egli  per  eaaere  più  faroreg- 
giato  douMudaya  pace.  I  parenti  del  papa  e  certi 
cardinali  erano  ù  altamente  provvedati,  e  ai  speaso, 
che  oontinovo  pregavano  per  Ini  il  papa,  e  la  con- 
teiaa  di  Torenaa  non  finava:  per  la  qoal  cosa  il  papa 
dimenticava  1*  onore  e  V  ingiurie  di  Santa  Chiesa. 
B  non  ottante  ohe  teneaae  aoapeai  gli  ambaaciadori 
de*  comnni  di  Toscana  delle  cose  che  aveano  prò- 
poeto  lon>,  gli  ambaaciadori  continovo  ricordavano 
in  concistoro  V  offese  fatte  per  V  arcivescovo  e  pei 
snoi  antecessori,  e  V  ingiurie  e  violenie  che  fatte 
avea,  e  conlinovo  faceva  a'  oonuini  di  Toscana  fe- 
deli e  divoti  di  Santa  Chiesa.  11  papa,  non  ostante 
ciò,  favoreggiava  oltre  al  modo  onesto  la  eanaa  del 
tiranno  ;  onde  per  alcnno  cardinale  ne  fn  oortese- 
aMnte  ripreso  ;  a  costai  e  egli  altri  cardinali  che 
moatfavano  in  concistoro  di  essere  lelanti  dell'  o- 
nore  di  Santa  Chiesa,  procedendo  il  tempo,  col- 
r  ingegno  e  coli'  arte  e  co'  doni  del  tiranno  fu- 
rono racchiuse  le  bocche,  e  sporte  le  lingue  in 
suo  favore;  sicché  nltimamente  pervenne  alla  sua 
intensione,  come  seguendo  al  ano  tempo  dimostre- 
remo* 

CAPITOLO  LXVII. 

DeUa  gum  fame  cìCMono  i  barbari  di  Marocco, 

Avvenne  in  quest'anno  nel  reame  di  Marocco 
e  nel  reame  della  Bella  Marina  un'  inopinata  fame 
per  sterilità  del  paese,  la  qual  fame  gittò  gran  ca- 
restia in  Granata  e  nella  Spagna,  e  stesesi  per  la 
Navarra,  e  appreaso  in  Francia  infino  a  Parigi  ;  che 
per  portare  il  grano  a'  barbari,  per  disordinato 
guadagno  che  se  ne  iacea,  venne  lo  staio  di  libbre 
cinquanta  di  peso  in  Parigi  in  valuta  di  due  fiorini 
d' oro,  o  per  lo  paese,  non  molto  meno.  E  i  bar- 
bari aaradni  per  aostentare  la  vita  s'  ordinarono 
continovo  digiuno,  il  quale  soddisfacevano  con  tre 
once  di  pane  dato  loro,  e  con  un  poco  d'olio  quanto 
teneva  la  palma  della  mano,  nel  quale  intignevano  il 
detto  pane,  e  con  questo  mantenevano  la  loro  vita  : 
nondimeno  gran  quantità  ne  morirono  di  fame  in 
quell'anno. 

CARTOLO  LXVUl. 

Còme  t  fiUori  di  Fòrema  coamneiaromo 
Ècgraiamcnie  a  tmUar$  accorda  eoa  VoUUo 

Mentre  che  il  comune  di  Firense  e  di  Siena 
nveano  gli  ambaaciadori  a  corte  di  papa  contro  al- 
V  arcivescovo  di  Milano,  avvedendosi  che  la  Chiesa 


per  le  preghiere  del  re  di  Francia  o  d^  aliri.bire» 
ni,  e  per  la  grande  quantità  di  moneta  che  fi  ti- 
ranno apendea  in  corte,  eolla  quale  avea  recato  ia 
ano  favore  tutta  la  oorte,  ed  era  por  essere  rioan- 
ciliato  e  fatto  aasai  maggiore  che  non  era  ia  prt» 
ma,  difidandosi  di  non  potere  per  loro  i esistere  aUa 
sna  poteua,  ordinarono  <«wllo  aagratamenle  di  fa- 
lere far  nuMvero  deHa  Magna  meeaer  Cario  re  de* 
RoBuini  eletto  imperadore,  o  però  nmndaroao  e 
fedono  venire  d'  Alemagne  a  Firenie  segrelamwifte 
nn  ano  oancelliere  con  grande  mandalo  :  il  quale  fa 
collocato  e  stette  tutto  il  vamp  racchiuso  in  Sta 
Lorenso  per  modo,  che  i  Fiorentini  non  sspeaae 
chi  si  fosse,  e  di  notte  andavano  a  lai  aegretari 
del  comune,  i  quali  trattavano  il  modo  della  veaata 
del  detto  eletto,  col  favore  e  aiuto  grande  del  det- 
to comune,  per  abbattere  la  tirannia  dell'  arcive- 
scovo :  e  in  fine  vennono  eoi  dello  ennc^ere  a 
piena  concordia,  tanto  che,  non  ostante  1'  antico  o- 
dio  del  nome  imperiale  a'  detti  eoanuu,  fa  loro 
lecito  di  pubblicare  la  delta  oonoordia  accolla  a*  datti 
popoli,  come  a  ano  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXIX. 

(Urna  la  gonio  do'  FioroaUai,  cka  aadaaana  a 
fornirò  ìa>moIo^  faroao  rotti  dagli  UbatdiaL 


Entrando  nel  mese  d*  aprilo  1353,  essendo 
commesso  per  lo  comune  di  Firenae  al  capiinno  del 
Mugello  che  forniaae  Louole  che  i  Fiorentini  te- 
nevano nel  Podere,  acciocché  pia  cUaaamente  n 
facease,  si  mise  a  farlo  con  sì  poca  prowiaioae, 
che  pie  di  innaoii  fn  paleso  agli  Ubaldini  la  caval- 
cata che  tuo  ai  doveva.  1  quali  in  quo'  di  aveano 
colla  gente  dell*arciveaoovo  di  Mitamo  preso  il  Men- 
te della  Fine  n*  confini  di  Romagna,  il  qnale  «a 
stato  accomandato,  ma  non  difeso  da'  Fiorentini,  fi 
avendo  la  gente  apparecchiata,  si  misono  in  più  a- 
guali  noli*  alpe,  ove  stettono  più  di  aspettando  li 
scorta  de*  Fiorentini  per  fornire  Losiole.  0  folle 
capitano  di  Mugello  con  quattrocento  oavalieri  e 
con  pedoni  del  Mugello,  non  avendo  priaaa  presi  i 
passi  piii  forti  dell'  alpe,  nò  fatto  provvedere  ae  a- 
guato  vi  foaae,  si  ause  per  ia  ria  del  Reaaaolo  eoa 
la  aalmeria  e  con  la  sua  gente  ad  entrare  nell'alpe, 
e  ksciossi  uno  degli  agnati  de'  niamci  addietro. 
Quando  abbono  valicato  Resanolo  furono  asaaliti  da' 
nimid  dinanai  e  da  lato  e  di  dietro  per  wàùdo^  che 
piccola  difeaa  v*ebbe,  altro  che  di  fuggire  chi  po- 
tè. Rimaaonri  morti  cinqnanla  nomini  Ira  a  cavallo  e 
a  piede,  e  ottanta  presi  con  tutta  la  aalmeria;  e  di 
questo  fallo  non  fu  altra  vendetta  in  Firense,  te 
non  che  ohi  fu  morto  o  preso  per  la  aula  coadalta 
s*  ebbe  il  danno.  11  capitano  fu  Roaao  di  Ricciarào 
de'  Ricci  di  Firenae. 

CAPITOLO  LXX. 

Còme  f  '  ebbe  Vertìne  a  patii  e  disfeeen  ia  rócca. 

Essendo  stato  il  cuteUo  di  Verline  hiagamen- 
te  assediato  e  traboccato    da'  dìAcii,  e  non  volea* 


i 


DI  MAtreO  VILLANI. 


Bi 


dòsi  arrettdtr»,  i  Fiorentini  diliberafono  di  farlo 
eonbaltafo  :  e  a  dì  20  d*  aprilo  gli  anni  D&mnU 
1352)  con  ibolth  baldavca  e  eon  poto  ordino  ii 
aIrìtioBO  ai  oaatello  aasalondolo  da  più  pèrti,  o  in 
alcimo  Inogo  fèrono  ifiino  al  rompore  dello  mura  ; 
ma  p&f  non  avoro  diioH  da  eopriro^  né  lo  acato  oho 
biiognavaio  a  aaaaliro,  oondoM  aHo  mora,  oon  dan- 
no 0  con  Toiii^ogna,  mortino  al^aanti,  o  foKii  o  ma- 
gagnati aaaai  dofN  aaaatitori,  ai  ritraiaOno  dotta 
battaglia,  la  qvale  avoano  mantoanta  irò  orb  dot  dt. 
L*  aaaodlo  vi  ti  fortiicò,  o  alrinsono  il  cailollo  pie 
di  proaso,  o  ordinavano  di  eombatforto  con  più  or- 
dino 0  con  maggioro  forza.  Qao'  d^  entro  vodendoai 
aensa  aperansa  di  ioccorso,  per  fagglre  il  pericolo 
della  battaglia  trattarono  di  rendere  la  terra,  aalve 
lo  parsone  e  V  armi,  e  cbo  poteaaono  trarre  tutto 
il  grano  ohe  avoeno  nel  oaaloUo  di  Vertlne  di  que' 
della  caia  da  Ricasoli,  infra  quindici  di  proiaimi.  Il 
trattalo  fa  fermo;  o  il  primo  dì  di  maggio  del  detto 
anno  n^nadrono  qoe^da  RicaaoK  con  ooaloeifeiqaan- 
lotto  maanadiori,  molto  bolla  genio  d*  armo  ;  o  11 
oomuo  poae  la  terra,  e  inoontanonlo  foce  abbat- 
loro  duo  fortezze  obe  t'  erano  a  modo  di  rdccbe, 
Tnna  di  qnoMa  Ricaaoli,  e  Taltra  dì  quoMa  Vertine, 
ftodòcehè  più  per  quello  tenute  non  ai  poteaao  ru- 
bollaro. 

CAPITOLO  LXXL 
Eiempio  di  dUadineiea  wtrieià  di  fortuna. 

In  qooato  tempo  awonno  una  cosa  notorolo  in 
Fireoae,  la  qnalo  per  aè  non  era  degna  di  memoria, 
ma'oonoodeleai  luogo  por  esempio  delle  cose  arvo- 
niro.  Un  giudico  di  logge  di  grande  fama  nella  pra- 
tica do'  piali  criminali  e  civili,  di  aaaai  nuova  pro- 
gonio, o  dì  pìoeolo  alato  ne^  suoi  prìacipiì,  venne 
por  ano  guadagno  in  ricchezza,  e  con  prospera  for- 
tuna, 11  di  dì  calen  di  maggio  del  dello  anno,  dot- 
toralo un  ano  igliuolo  e  menala  moglie,  con  doto 
dì  iorini  miHocinquecento  d*  oro,  o  con  eredità  di 
palfimonio  dì  fiorini  tromilacinquecento  d*  oro  in 
poaaeaaioni  a  lui  pervenuto,  celebrò  solenne  féali 
in  più  di  in  grande  allegrezza.  B  verificandosi  la 
parola  della  per  Santo  Gregorio  aopra  il  Giobbe,  il 
qiMdo  diaao  :  hraenutUia  hibnlatUmis  est  laetUia 
S0iéeia$i§^  poco  approaao  arvonno,  cbo  essendo  io- 
grati  della  non  debila  e  sformata  doto  e  suoceaaio- 
no  oroéitaria  della  delta  donna,  vollono  alla  madre 
della  laneinlia  per  male  ingegno  della  loro  arto 
BOlIrarro  ahrì  certi  beni  ;  la  quale  lurbata  ai  difen- 
don  a  ragiono.  I  legiatì  ordinarono  un  pialo  tacito  ; 
o  avendo  avuta  per  altri  fatti  una  procura  dalla 
delta  donna,  ai  aforzarono,  non  avendo  aweraario, 
dì  venire  alla  sentenza.  Ma,  come  Iddio  volle,  la  cor- 
to a'  avvide  del  baratto  ;  e  scoperto  V  Inganno,  il 
figliuolo  fu  oondannato  nd  fuoco  con  un  ano  nipo- 
te ;  e  il  padre  confidandosi  dì  difendere  a  ragione, 
ai  rappreaentò  in  giudiclo.  Ed  eaaondo  per  oaaéro 
arao  un  ano  mpolo  eh*  avea  nome  Lotto  del  mae- 
stro Cambio  do*  Salviali,  uomo  di  buona  e;  ndizione 
e  amalo  da*  cittadini,   accadde  essere  de*  priori  di 


Firenze,  il  quale  per  onore  della  aua  casa  operò 
tanto  che  fu  condannalo  nel  fuoco  per  falsità,  a 
condizione,  che  se  infra  dieci  di  non  pagasse  al  co- 
mune lire  quattromila,  e*  slesse  a  Perugia  un  anno 
a'  confinì;  od  easendo  già  alato  da  dieci  mesi  a* 
confini,  tanto  aeppé  bdoperéro  Con  un  altro  pode- 
stà, che  rivocò  ì  suoi  confini,  e  tornò  a  Firenze  in- 
nanzi al  tempo,  e  mostrossi  palese  più  d*  un  mese. 
Volendosi  fare  cancellare  del  detto  bando,  e  resti- 
tuire alla  matricola  ov*  era  stalo  raso^  e  non  tro- 
vandosi modo  tome  dì  regione  fare  ai  potesse,  ri- 
mase in  bando  del  fuoco  per  avere  rotti  i  confluì, 
ì  quali  aveva  poco  tempo  a  ubbidire  ed  era  libero. 
Coitai  fu  il  primo  f^he  mise  in  pratica  nella  nostra 
città  di  condttoere  i  dvilì  piati  in  criminali,  e  per 
qudla  medesima  cagione  fu  infamato  e  condannato 
egli  e  *l  suo  figliuolo  ;  il  quale  poi  dopo  V  esilio  di 
preàso  a  otto  anni  morì  in  bando,  avendo  prima  il 
padre  ricomperato  dal  comune  per  grandi  riforma- 
gionì  il  ano  fallo  d*  avere  rotti  i  confini  lire  miUe- 
dogenlo.  B  dopo  la  morte  del  figliuolo  la  donna 
riirasao  della  casa  la  dote  e  '1  patrimonio,  in  grande 
abbassamento  dì  quella  famìglia,  laacìando  esempio 
a*  suoi  dttadini,  che  tome  la  aeìenza  convertita  in 
pratica  dì  male  auàsionl,  e  le  diaordìnate  dote  fanno 
gli  nomini  arricchire  e  montare  in  stato,  così  quello 
medeaime  operazioni  e  doto  spesso  sono  materia  e 
cagioni  df  gravi  mino.  Questo  ci  scusi  averne  fatto 
qui  la  detta  memoria. 

CAPITOLO  LXXII. 

Come  tm  ^rafi  re  de*  Tartari  venne-  sopra  il  re 

di  Proslavia. 

Avvenne  in  quest'anno,  cbo  un  re  del  Ugnag- 
gio  de*  Tartari,  avendo  avuta  la  sua  gente  briga 
col  re  dì  Proslavla  infedele,  avegnachè  suddito  al  re 
d*  Ungheria,  e  fatto  danno  T  una  gente  airaltra,  il 
detto  re  de*  Tartari  aentendosi  dì  grande  potenza, 
per  prosnnzione  della  sina  grandezza,  ovvero  per 
trarre  la  gente  del  ano  paese  che  aveano  a  quel 
tempo  grandissima  fame,  uscì  del  suo  reame  con 
inflnilo  numero  di  gente  a  pie  e  a  cavallo,  ed  en- 
trò nel  regno  de*  Proalavi.  IT  re  de^  Proslavì  colla 
aua  gente  si  fece  inconbt)  a  quella  moltitudine  per 
ritenerti  a  cerio  frontiere,  tanto  che  avesae  il  soc- 
corso dal  re  d*  Ungheria,  il  quale  di  presente  vi 
mandò  quarantamila  arcieri  a  cavallo:  e  aggiontor 
ai  colla  gente  del  re  de*  Proslavi,  di  presente  com- 
miaooo  la  battaglia  co*  Tartari,  de*  quali  taott  n*uc- 
ciaono,  che  la  lena  mancò  agli  uomini,  e  lo  taglio 
alle  spade,  e  le  aaette  agli  archi.  Ha  per  la  so- 
prabbondanlo  moltitudine  de*  Tartari,  non  potendoli 
gli  Ungheri  e  I  Proalavì  più  tagliare,  convenne  che 
abbandonassono  11  campo,  non  aenza  grande  danno 
della  loro  gente.  I  Tartari  vinti  rimaaono  vincitori: 
ma  per  disagio  di  vivande,  e  per  la  corruzione 
dell*  aria,  costretti  prima  a  manicare  de*corpi  mor- 
ti, aenlendo  che  per  li  due  re  si  faceva  apparec- 
chiamento di  ritornare  in  campo  con  maggiore  e 
più  potente  esercito,  per  panrn,  e  per  lo  gran  di- 


84 


(«IONICA 


ffelto  ohe  i  Tartari  avMBO  di  TiUuglia,  ti  tornarono 
addietro  in  loro  paese.  Questa  novella  atemmo  da 
piìt  e  diverse  parti  in  Firense  del  mese  d^  aprile 
1852. 

Capitolo  lxxid. 

Come  tu  OrvUlo  ehbe  fnuiameiUo  e  micédio. 

Ritornando  all'  italiane  tampeste,  essendo  ri- 
mase la  città  d' Orvieto  con  grande  dissensione  tra' 
cittadini  dopo  la  morte  di  Benedetto  di  messer  Bon- 
conto  loro  tiranno,  i  cittadini  da  capo  si  comincia- 
rono a  insanguinare  insieme,  e  oocidea  1*  uno  V  al- 
tro nella  città  e  di  fuori,  come  s'  uccidono  le  be- 
stie al  macello.  Ed  era  sì  corrotta  la  città  ed  il 
contado,  che  in  ninna  parto  si  potova  andare  o 
stare  sicuro;  e  i  Perugini  e  gli  altri  comuni  di  To- 
scana erano  si  oppressati  dalla  gento  del  Biscione, 
che  appena  poteano  intendere  alla  loro  difesa  ;  sic- 
ché de'  fatti  d' Orvieto  non  si  potevano  intramette- 
re  come  a  quel  tompo  abbisognava.  Avvenne  che 
Petruccio  di  Poppo  Honaldeschi,  come  che  d' animo 
e  di  nazione  fosse  guelfo,  avendo  rispetto  a  piglia- 
re la  tirannia  d'  Orvieto,  per  suo  trattato  fece  ve- 
nire a  condotta  degli  Ubaldini  a  Cotona  dugento 
cavalieri,  e  procacciò  d'  avere  gento  dal  prefetto  da 
Vico:  e  quando  si  vide  il  bello,  avendo  raunato 
nella  torre  assai  fanti,  levò  il  remore  e  oorse  la 
terra,  e  mise  dentro  i  dugento  cavalieri  eh'  avea  in 
Cotona,  e  uccise  Bonconto  suo  consorto,  nipote  di 
Benedetto,  e  più  altri,  e  ridusse  la  città  nella  fona 
de'  ghibellini,  credendo  poterla  tiranneggiare  per 
so  ;  ma  in  fino,  come  al  suo  tompo  racconteremo, 
la  signoria  rimase  al  prefetto  da  Vico  e  a  parto  ghi- 
bellina, tradita  ta  patria  e  i  consorti  per  singolare 
invidia  de' suoi  congiuntL 

CAPITOLO  LXXIV. 


(kme  V  armaia  de'  (leiioeett  amdò  m  Tr^pemtm 
per  fumeggiare  i  nemicL 

Dopo  ta  battaglia  fatta  in  RosMuiia  tra*6enove- 
si,  VouMiani  e  Catalani,  avendo  i  Oenovesi  preso  ri- 
poso per  alcuno  tempo,  e  ritornate  le  sei  galee  fug- 
gito nel  Mare  Maggiore,  rioonosoerono  ta  loro  a- 
mara  vittoria,  presono  cuore  dimenticando  il  dan- 
no loro  per  Fanimosità  ch'aveano  ooniro  alloro  ne- 
mici ch'erano  rifuggiti  a  Trapenon,  e  procacciarono 
aiuto  da  Pera,  e  mandarono  por  rinfrescamento  di 
galee  armate,  strìgnendo  che  quante  più  ne  potes- 
sono  mandare  armato  il  tacessono  sensa  indugio,  a 
fine  di  disfsre  afEitto  l'armata  de'  Veneciani  e  Catala- 
ni, avendo  anche  speranza  di  vincere  CostantinopolL 
E  racconce  le  loro  galee,  e  rifornito  le  ciurme  e' 
soprasssglienti,  se  n'andarono  a  Trapenon,  ove  i  Ve- 
neziani e'  Catalani  s'erano  rifuggiti  \  e  assai  volto  ton- 
farono d' assalirli  ;  ma  gli  avversari  aveano  ta  fona 
delta  (erra,  e  l'avvantaggio  delta  guardia  del  porto, 
aicchè  poco  li  curavano  ;  e  quando  ridono  un  tem- 
po a   loro  riaggio  fatto  e  fermo,  e  che  era  contra- 


dio  a'  toro  nenuci  a  poterli  impedire,  eon  trentolta 
galee  neeonoe  e  riforaito  si  misono  kt  nuve;  e  a- 
tandosi  oon  ta  vele  e  oo'renn,  avendo  il  vento  in  pop- 
pa, a  oontradio  de' Genovesi  valìempono  in  Candiate 
giunti  in  Candia,  misono  in  terra,  e  disermarone.  B 
atando  nell'  isola,  per  ta  oorrmione  di  loro  feriti  e 
de'  disagi  sostenuti  infermarono  e  eormppono  mol- 
to ta  terra,  e  mandarono  dkie  loro  galee  per  avere 
aiuto  da  Vinegia,  le  quali  s'abbaltorono  ia  dieci  ga- 
lee ch'o'Oonovesi  mandavano  ,ia  ahrto  alta  toro  ar- 
nmta;  ma  l'una  per  fona  di  remi  eampò,  Paltra  diede 
a  torre,  e  abbandonato  il  corpo  delta  galea,  salfaro- 
no  le  persone. 

CAPITOLO  LXXV. 
Cime  i  OeMeeii  aseeéiaromo  CeetamimopoèL 

L'armata  de'Gonovesi  non  avendo  potuto  im^ 
pedire  Tannata  de^Veneiiani  e  Cetalani  ohe  non  fes- 
sone passati  all'isota  diNegroponto,  non  attesone  e 
seguirli,  BM  atlesono  ad  aMOdiare  CoetantÌBopoli  por 
mare,  e  fennarono  di  fare  ogni  loro  podere  per  ab- 
battere raiuto  ohe  i  Venezieni  aveano  delTimporatere. 
E  stando  ivi,  giunse  in  loro  aiuto  seesanta  legni  ai^ 
matidi  Turchi  e  lo  dieci  galee  che  fl  comune  di  (fe- 
nova  avea  mandato  loro.  Mega  Domestico  ohe  al- 
lora governava  l' imperio  eome  tiranno,  vedendo  i 
Veneziani  rotti  e  soperchiati  in  quella  gnem  da' 
Genovesi,  e  ^e  le  loro  fona  orescièva,  e  sentendosi 
il  vero  imperatore,  il  quota  s'avea  tatto  a  genero,  ae- 
flrico,  per  non  venire  a  peggio  trattò  paer  oe'6«- 
novesi,  e  feraHMsi  la  detta  pace  a^dl  6  maggio  dol 
detto  anno:  e  fu  ta  patto,  ^' e' Veneziani  del  paese 
fossono  sairi  in  avere  e  ta  penona,  e  che  i  Geno- 
vesi non  dovessono  pagare  m  Coetantinop<^  eom- 
BMrcio,  e  che  ri  poteeeono  tare  porto,  e  andare  e 
stare  oosm  amici  :  e  ohe  d'allora  innanzi  l'impendo- 
re  non  dovesse  rioettare  i  Veneziani  né  i  Catdani, 
né  dare  loro  aloono  aiuto.  E  ferma  ta  peee,  i  Geno- 
vesi oon  totta  loro  armata  ae  ne  vennono  in  Co- 
dta  per  rinoera  il  paese  ;  e  votando  porro  n  ter- 
ra, Àbono  inoontro  i  paesani  eon  treoente  oavd^ 
ri,  e  ta  oimrme  delle  galee,  e  oontrn^yssMio  ta  pri- 
ma seesa.  I  Genovesi  si  prowideno  di  faro  pmte 
e  dietro  a  qudta  misono  i  batastrieri,  ò  meeeo  ta  ssa- 
le ta  terra,  a  oontradio  de'nenùoi  preiono  campo;s 
stando  ta  torra  trovarono  il  paese  corrotto,  e  avve- 
lenata l'aria  e  ta  torra  delta  eorruzione  epuUt  Me 
gatae  de'  Veneziani  e  Catalani,  e  an^o  tra  loro  avea 
de'  foriti  e  degrtaformi;  e  por  questa  oegione,  e  por  i 
molti  disegi  sostenuti  lungamente,  pensarono  che  il 
soprutare  era  pestilonzioso  e  mortale  :  af  rìoolsoao 
a  galea,  e  misottsi  ta  mare  per  tonarsi  a  Genova; 
e  innanzi  pervenissono  atta  patria  più  ék  naifle  eta- 
queceato  uomini  unirti  gettarono  in  mare  :  e  Midi-* 
meno  lasciarono  nel- golfo  di  Vinegta  diod  galee  por 
danneggiare  i  Veneziani.  E  dd  meeo  d'agosto  dd 
detto  anno  con  trentedae  galee  tornarono  a  Genoft 
col  toro  ammiraglio,  e  eon  settecento  prigioni  Ve* 
nentanì,  e  con  molta  preda  dell'aequislo  tatto  sopra 
i  nomici  e  sopra  lo  spoglie  dei  Greci.  Della  qotl 


DI  MATIEO  VILLANI. 


85 


TiUoria,  avregnachè  mollo  no  monUfio  in  fama  il  co- 
nona  dì  OaiOTa,  più  trìatiiia  oha  allagrttxa»  più  pian- 
to e  doloro  che  fetta  tornò  alla  loro  patria  ;  e  tro- 
TOiai  all*a||iaio  di  quatta  maladetta  gnarra  di  qua- 
tta armato,  cho  tra  morti  in  battala  a  annegati  in 
mare,  e  periti  di  pettUenaa,  tra  Tnna  parto  •  V  altra 
fi  morirono  più-  d'ottomila  Italiani  in  qnoir  anno. 
R  qneato  aTYonno  aolo  per  attixsamento  d'inndia  di 
pari  atalo  di  due  popoli  GenóTed  e  Veneaiani,  ohe 
ealuo  ai  Tolea  tenero  il  maggioro. 

CAPITOLO  LXXVI. 

Concordia  falla  daU'mperadore  a*  eommm 

di  Toscana, 

Tornando  al  Inngo  trattato  menato  in  Pirenie 
per  li  Fiorentini  o  Femgini  e  Sineti,  molto  aegre- 
tamente  oon  aMtaer  Arrigo  propotto  d' Btdria  deiror- 
dino  <dì  aerti  frieri,  ▼eceoanoalliere  di  meater  Carlo 
eletto  imperadore,  re  di  Boemia  e  re  de'  Romani  ; 
il  quale  con  mollo  tanno  e  gran  diUgeua,  arando  il 
mandato  dal  ano  tignore,  e  per  meziano  tra  lui  e 
gli  ambateiadori  de'  topraddetti  comuni  metter  Ra- 
flMndo,  Tuno  dagli  utciti  guelfi  di  Parma,  marchete  di 
Soraga,  capitano  di  guerra  del  comune  di  Firense, 
acrilte  le  convenense  e'patti  di  concordia,  ai  totten- 
ne  la  pnbMieaiione  di  quelli  per  lo  detto  vececancel- 
yere  e  per  li  detti  comuni,  tanto  eh*  abbono  la  fer- 
mescii  da  cofte^  come  il  papa  area  rieoncOialo  per 
aonlensa  PardfoteoTO  di  Milano,  e  fatto  la  ooncor- 
dm  con  lui,  come  nel  principio  del  noatro  terEO  li- 
bro ti  potrà  trotare  ;  e  qneata  concordia  fu  ferma 
del  detto  meae  d'aprile  del  detto  anno. 

CAPITOLO  LXXVU. 

Como  $i  Uoò  iNM  compagnia  nel  Bogno,  o  fit  rolla 

dal  ro  Luigi, 

ATtenne,  non  oatante  che  la  pace  fotte  fotta  tra 
il  ro  d'  Ungheria  e  i  reali  di  Puglia,  e  deliberato 
foate  per  lo  papa  la  coronaifone  del  re  Luigi,  per  la 
baldanu  cho  i  toldati  forealieri  areano  prete  nel  Re- 
gno, uno  Baltnmo  della  Motta,  nipote  dìi  fra  Mortale, 
ehe  ancora  teneva  la  città  d'Averta,  fece  raccolta  di 
cavaUorì  di  tua  lingua,  e  di  Tedetehi  e  d'  Italiani 
eh*  erano  nel  Regno  tenta  toldo,  ed  ebbe  quattro- 
cento barbute  e  cinquecento  matnadierì  :  e  cominciò 
n  eorrere  per  Terra  di  Lavoro,  di  contiglio  e  con- 
tontimento  di  fra  Moriale,  teoondo  il  tuono,  benché 
fecondo  la  vieta  dimoatrava  il  contradio,  e  prendea 
i  cnaali,  e  facea  rimediro  la  gente,  e  molto  contur- 
beva  il  paete  :  e  i  baroni  e'  cavalieri  regnicoli,  che 
Toleano  venire  a  Napoli  alla  coronazione  del  re,  e- 
rano  da  coatoro  forte  impediti,  e  i  cammini  erano 
rotti  per  loro,  e  apeaao  aaàaliti,  e  per  aoperchla  bal- 
dauM  t' erano  ridotti  a  Ceaa,  tra  la  città  d' Averta 
e  r  Acerra.  B  atando  ivi,  in  gran  vergogna  del  futu- 
ro re  Luigi  ;  il  re,  infiammato  di  quatta  ingiuria,  an- 
bitamente  e  improwiao  a'  ladroni  accolae  de*baroni 
ch'erano  venuti  a  lui,  e  di  Napoletani  da  mille  cava- 


lieri, e  montò  a  cavallo  in  pertona  ;  e  teguitato  da* 
tool,  a  di  98  d*  aprilo  del  detto  anno  occupò  Bel- 
tramo della  Motta  e  la  ana  compagnia,  i  quali  per 
lo  tubito  utalto  non  feciono  retta,  ma  chi  potò  fug- 
gire non  attete  il  compagno:  e  coti  fuggendo  molti 
ne  furono  mòrti  e  preti,  che  pochi  ne  camparono. 
Beltramo  della  Mòtta  con  venti  compagni  fog^  a  A- 
lifo  e  campò.  In  Napoli  furono  giudicati  a  morte 
venticinque  paetani  eh'  erano  in  queHa  compagnia  ; 
gli  altri  rimatone  prigioni.  E  la  detta  compagnia  fu 
al  tutto  contnmata  e  apenta  con  onore  del  re  Luigi 
e  oon  più  lieta  fetta  della  tua  eoronaiione,  ehe  ap- 
preaao  tegnitò,  come  lotto  diviteremo. 

CAPITOLO  LXXVfll. 
Como  i  Perugini  guaslarono  inlomo  a  Corlona, 

In  quetto  mete  d*  aprile  del  detto  anno,  i  ca- 
valieri delf  arciveacovo  di  Milano  ch'erano  alati  lun- 
gamente al  tervigio  del  aignoro  di  Cortona  all'Or- 
tala,  ti  partirono  di  là^  e  latciarono  dngentocin- 
quanta  cavaUeri.  I  Perugini  aontati  dell'ingiuria  fatta 
loro  da'  Cortoneti,  di  pretenle,  avuto  trecento  cava- 
lieri da'  Fiorentini,  con  aettecento  barbute  e  con  gran 
popolo  cavalcarono  aopra  Cortona,  ardendo  e  gua- 
ttando  le  cete  e  le  vigne  e'  campi,  e  tagliando  gli 
alberi,  aoperando  il  fuoco  e  il  ferro;  e  guattàrla  in- 
tomo per  moKi  giorni,  tenia  potere  i  Cortoneti  di- 
fendere in  ninna  parte,  di  fuori  che  dalP  Ortaia  a  Cor- 
tona, per  la  guardia  vi  fecero  i  dugentocinquanta 
cavalieri  del  Bitdone,  ma  aenxa  artione:  coti  con- 
twnarono  que'cavalieri  quella  parte  difendendo,  co- 
me i  Perugini  faltre  parti  per  loro  vendetta, 

CAPITOLO  LXXDL 
Con^  i  PiorenHni  fornirono  Lo%u>le, 

I  Fiorentini  poco  tempo  innanii  per  mala  con- 
dotta rotti  dagli  Ubaldini  nell'  alpe,  volendo  fornire 
Loxxole,  prowidono  di  fornirlo  con  più  awiao  e 
prowedensa;  ohe  tenia  fare  apparecchiamento  nel 
Mugello,  avendo  in  Firente  cavalieri  e  pedoni,  e  la 
vitlnaglia  apparecchiata,  teuM  alcuna  vitta  manda- 
rono improwito  agli  Ubaldini;  e  fedone  pigliare  a 
buoni  matnadieri  i  patti  e  i  poggi  dell'  alpe.  E  preti 
i  patti  la  notte,  la  mattina  vi  mandarono  cento  ca- 
valieri, e  quattrocento  balettrieri  eletti,  e  teicento 
buoni  mttnadieri  di  aoldo,  e  tutta  la  aalmeria  con 
loro,  i  quali  andarono  tenta  contruto.  E  furono  to- 
pra  il  battifolle  degli  Ubaldini,  il  quale  era  topra 
Louole,  innansi  che  potettono  avere  toocorto;  e 
vedendoti  torprendere  alla  gente  de*  Fiorentini,  ab- 
bandonerò la  battita  e  V  arme,  e  gittaronti  per  le 
ripe  per  aalvare  lo  portone.  I  Fiorentini  pretono 
r  arme  e  la  roba  eh'  era  nella  beatila,  e  aggiuntonla 
alla  loro  aalmeria,  e  mitono  ogni  cote  nel  castello 
di  Loixole,  e  artono  il  battifolle  de'  nimid,  e  tani 
e  aaWi  aeota  trovare  contratto  ti  tornarono  a  Fi- 
renxe  del  mete  di  maggio  del  detto  anno. 


86 


CROMCA 


LIBRO  TERZO 


CAPITOLO  PRIKO. 
Prologo, 

Eendendo  spesso  Ustiniomaiiu  delle  omiUtoU 
cose  del  mondo  ogni  stato  amano»  non  è  da  pen- 
sare cosa  maraWgUosa  quella  ohe  ha  fatto  maravi- 
gliare ne*  nostri  di  OTonque  la  sua  fama  aggionse.  E 
domandando  la  debita  materia  di  fare  cominciamento 
al  terzo  libro,  possiamo  eon  ragione  dire,  che  la 
corona  dell'  imperiale  maestà  e  il  sno  regno,  alla 
qnale  dìpendea  ia  monarchia  dell'  onirerso,  era  Ro- 
ma ooir  italiana  protincia,  delle  provinde  della  qoale 
ne*  nostri  tempi  la  città  di  Firenie,  Perugia  e  Siena, 
segnando  alcune  orme  ^  quella,  per  li  tempi  av- 
versi dello  sviato  imperio,  in  segno  della  romana  li- 
bertà, avendo  veduto  per  li  tempi  passati  T  inco- 
stanza degrimperadori  alamanni  avere  in  Italia  ge- 
nerate e  accresciute  tirannesche  suggeiioni  di  po- 
poli, hanno  mantenuto  la  franchigia  e  la  libertà  di- 
scesa in  loro  dair  antico  popolo  romano  :  e  solanti 
di  non  sostenere  quella  a  tirannia,  molte  volte  per 
diversi  e  lunghi  tempi  apparvono  oontradii  all'  impe- 
riale suggexione,  intanto  che  non  si  poteva  in  que- 
sti popoli  sostenere  senza  sospetto,  senza  pericolo  e 
senza  infamia  il  raccontamento  delT  imperiale  nome. 
B  come  subitamente  gli  animi  di  quo'  popoli  e  de^ 
loro  rettori  per  paora  del  potente  tiranno  arcive- 
scovo di  Milano  ài  casdiiarono,  procurando  V  amistà 
e  r  avvenimento  in  Italia  di  messer  Carlo  re  di  Boe- 
mia eletto  imperadora,  i  movimenti  già  narrati,  e  lo 
operazioni  che  appresso  ne  seguirono ,  seguendo 
nostro  trattato  il  disMMitreremo. 


CAPITOLO  IL 

La  potenza  delP  arciteicoto  di  Milano^  e  U  pro^ 
caccio  fece  a  corte  per  la  sua  liberazione. 

Era  in  questo  tempo  potentissimo  e  temuto  si- 
gnore messer  Giovanni  de'  Visconti  areivescovo  di 
Milano,  sotto  la  cui  signorìa' si  reggea  la  nobile  e 
grande  città  di  Milano,  e  V  antica  e  famosa  città  di 
Bologna,  Cremona,  Lodi,  Parma,  Piacenza,  Brescia, 
Monda,  Bergamo,  Como,  Asti,  Alessandria  della  pa- 
glia, Tortona,  Alba,  Novara,  Vercelli,  Bobbio,  Cre- 
ma, e  più  altre  città  e  terre  nelle  montagne  di  verso 
la  Magna,  co'  loro  contadi,  ville  e  castella  ;  e  i  si- 
gnori di  Pavia,  eh'  erano  qua'  di  Beccheria,  lo  ubbi- 
divano come  signore,  benché  la  città  fosse  al  loro 
governamento.  In  Toscana  aveva  acquistato  il  Bor-^ 
go  a  San  Sepolcro,  e  il  castello  d' Anghiarì  o  al- 
tre castella  d' intorno.  B  accomandati  e  ubbidienti 
gli  erano  Cortona,  Orvieto,  Cotona,  Agobbio,  i  Tar- 
lati usdti  d'Arezzo^  gli  Ubaldini,  t  Pazzi  di  Val 


derno,  gli  Ubaiiw,  e  qoe*  da  Faggiuola;  e  i  coali 
da  Monteialtro,  e  de'  eonti  6«di  dal  lato  gttsii. 
n»,  e  il  eonte  Tano  dn  Montooorettì,  e  gli  altrigli- 
beUini  caporali  di  Toscana  e  di  Boattgna  e  dali 
Marca  l' nbbidivano.  E  a  sna  lega  e  a  compagaia  •- 
vea  il  signore  della  Scala  e  di  Mantova  e  di  Pado- 
va ;  e  il  marchese  di  Ferrara  in  Lombardia ,  e  il 
comune  di  Genova  e  quello  di  Pìsb  aotto  ak«o  er^ 
dinato  servigio,  e  il  capilano  di  Forlì,  e  il  tiiaaao 
di  Faenza,  e  il  signore  di  Ravenna  tenevano  eoa  ha 
in  lega  e  in  compagnia,  eome  nel  aecoado  nostro 
libro  narrato  abbiamo.  B  non  avendo  T  ardveacovo 
altra  guerra  che  col  oomone  di  Firenze  e  di  Pera- 
gk,  alla  coi  compagnia  e  lega  a'aoeoalava  debal- 
BMnte  il  comune  di  Siena,  era  si  potante  e  ditaals 
aiuto  e  forza,  che  impossihilo  pareva  a  questi  po- 
poli potersi  difendere  senza  aiuto  di  pia  potaala 
bracdo;  e  però  aveano  aundato  n  corte,  come  detta 
ò,  per  indttcere  il  papa  e  i  cardinali  conin  lui,  eoa- 
tendo  che  la  Chiesa  per  le  grandi  ingiorie  rìoavate 
procedeva  contro  a  lui  Ma  T  ardveacovo  per  ript- 
rare,  sentendo  che  gì'  impugnatoti  erano  gtaadi, 
penaò  che  non  era  tempo  da  nutrieam  il  lavorio, 
osa  di  trarlo  a  fine  \  e  awedendoai  gumlo  l' aiaii- 
zia  movea  le  cortigiane  coao,  e  diaponova  i  piaisti 
all'  olore  della  peonnia,  e  per  questo  U  cose,  aspit- 
tendo  maggior  frutto,  ai  aoateneveno,  dn  capo  ua- 
dò  più  grande  e  più  aolenne  ns^MiKintn  a  ooila  éi 
suoi  confidenti,  uomini  sporti  e  di  grande  antoi^ 
e  mandoUi  fomiti  di  più  di  dugenlomila  fiorini  d'o- 
ro, con  pieno  mandato  a  operare  e  faro  con  doni  a 
con  loco  indnatna  o  iaipromesse,  sonsa  avere  ri- 
guardo alla  pecunia,  d'  «vere  la  rìconoiliaaìeae  di 
Santa  Chieaa,  rimanendoli  la  aignoria  di  Bologna.  B 
oltre  a  dò  aoperò  per  fiaran  de'  suoi  don,  eheaMi- 
sor  Giovanni  di  Vaiola  re  di  Francia  aMmdò  altri 
baroni  auoi  ambasciadori  al  papa  e  a*  eardiash  a 
procurare  la  rìcondliazionn  dell'  ardveaeovo;  e  h 
contessa  di  Torenna,  governatore  del  papa  ndle  aaa 
temporali  bisogne,  per  cui  il  santo  padre  autUo  a 
movea  nelle  grandi  bisognai  procaeoiò  con  ismiia- 
rati  doni.  Nel  continuo  tempeUamento  del  papa,  par 
lo  suo  aiuto,  e  ne'  parenti  del  papa  d  prov^esoi 
larga  mano.  E  in  certi  cardinali  che  gti  si  sMSlra- 
vano  awerd  per  zelo  dell'  onore  di  Santa  Chiosa  li 
provvide  per  ommIo,  che  agevole  fu  a  eonoacece  eka 
1'  onore  di  Santa  Chieaa  non  a'  apparteneva  a  loio. 
E  avendo  l' ardveacovo  tutta  oomprean  la  corte  is 
sno  iavore,  aeguita  il  modo  ohe  papa  Clemente  taa- 
ne  con  gli  aaabafciadorl  de'ooaMini  di  Toeoana,  par 
potere  fare  con  più  ana  scusa  qndlo  che  prtaM  area 
deliberato  di  Ivo. 


'A 


DI  MATTBO  VILLANL 


87 


CAPITOLO  m. 

Come  popu  CUmenU  suto  pr9po$e  ire  cose  a*  co- 
mwù  di  ToiCima^  perchè  pigUoisouo  P  urna, 

BfieBdo  tolta  la  oorle  di  Rosa  ripieia  di  do- 
ai  e  d^anbaaciadorì  per  i  hlU  dell' aPoivaacotOr  e 
▼oleoé^  il  papa  terariiare  la  tua  oaoaa  aeeondo  k 
doauwda  de'aaoi  ambasoiadorì ,  i  quali  nella  Wata 
proCarivaBe  di  Ini  ogni  ibbidìeBza  di  Santa  Chiosa, 
•  nel  aegrelo  aveano  robbidieDu  del  papa  e  é%i 
eardinali  alla  aoa  volontà,  per  le  ragioni  e  cagioni 
già  narrate;  volendo  il  papa  aioataare  agli  amba- 
aeiadori  de'  tre  oomnni  di  Toacana  aingoiare  affa- 
alone,  da  eapo  gli  ebbe  in  eonoiiloro  ;  e  eomnen- 
dato  mollo  i  loro  eomnoi  di  molle  ooae,  e  aingo- 
tarmente  dell'  aaM>re  e  della  fede  obe  portavano  a 
Santa  Chiesa,  e  dohiloai  delle  loro  oppreaaioni  per 
le  diviaioni  e  acandali  d' ItaHa  ;  Mne  conebindendo 
dMae,  ^e  BMUea  nella  loro  eleaione  qoeUe  Ire  eo- 
ae  oh'  aven  idlre  volta  loro  promeaae,  eh*  elU  e- 
leggeaaono  Tona  senza  soggiorno  :  o  di  buona  pace 
ooU'arciveacoTO,  o  Ioga  e  compagnia  colla  Chiesa 
contro  a  lui,  o  che  facesse  passare  in  Italia  V  eletto 
imperatore.  Gli  ambasoiadori  rìstreUi  insieme,  che 
eonosoevano  e  aenlivano  dove  la  causa  dell'  areive- 
acovo  era  ridotta^  non  ai  voUono  rimutare  da  quello 
eh'  altra  volta  aveano  dello  al  papa ,  che  quello 
ohe  a  Ini  paresse  il  mìglsore  erano  contanti  che  fa- 
9^H9  loro,  mnntanendo  in  ani  folto  la  piena  eonA- 
denin  eh"  aveano  a  Santa  Chiesa  e  al  aomnM  pa- 
store, n  papa  conobbe  che  ta  riapoata  era  intara 
nlk  non  intemione,  e  che  poteva  precedere  con  giop- 
alo  titola  aenaa  offandere  i  comuni  di  Toscana  nei 
aaoi  BMvimenIì,  quanto  che  in  fatti  era  M  conlraéio, 
nUa  aontenBa  di  rioonciliare  1*  arciveacovo  ;  e  però 
fn  cootonto ,  e  disse  loro  che  provvederebbe  per 
■Mdo,  che  i  loro  oomnni  avrebbono  coli*  ardvenao- 
vo  buona  paee:  detta  qnale  offerta  ninna  sperania 
ai  prese,  oonoseendo  manifentamenta  eh'  al  lotto  si 
intendeva  a  magnificare  il  tiranno ,  e  a  fare  k  aoa 
volontà. 


CAnroLO  IV. 


Come  il  papa  è*  eardmaii  mnmUiarono  i  proee$9Ì 

conerò  all'  orcieeicoto. 

Poco  appreaao  dopo  la  detta  riapoata,  avendo 
gli  naibasckdori  significato  a*  toro  comuni  quatto 
oh*  aveano  dal  pap%  e  quello  ohe  aaolivapo  di  certo 
de*  talli  dell'  arciveacovo^  il  pepa  coavocè  i  cardi- 
nali a  coneiatero,  i  qnali  tulli,  nkno  diaeoadanke,  e- 
lano  d'aoaoedo  con  gli  ambaacindori  deU'  areiyeaeo- 
vo;  fr  però  non  eaaendo  taa  loro  qaisliono,  doaaenicn 
mattine  a  di  5  di  maggiot,  «i  anni  Domini  1362^ 
fa  per  k  aanta  nbbidieena  delF  areiveaeovo  aoprad- 
dello  annnttalo  il  precesso  faUo  contro  a  Ini,  e  n- 
oonciliato  a  Santa  Cbksa,  e  tratto  d'  ogni  acomu- 
nioaiione  e  d' ogni  intardelto.  B  in  queMo  concistoro 
pnbblieo,  avendo  per  li  suoi  ambasdadori  renduta  le 
cbkvi  al  papa  in  segno   detta  leetilnzione^  di  Bo- 


logna, il  papa  colla  volontà  de'  suoi  cardinali  ne  rin- 
vesti gfi  ambasoiadori,  rioeventi  per  Io  detto  ard- 
veacovo  e  de'  suoi  successori,  netta  signoria  di  Milano 
e  di  Bologna,  per  tempo  e  tarmke  di  dodid  anni 
presumi  a  venire,  con  promessione  che  ogni  anno 
ne  darebbe  di  censo  fiorini  dodidmtta  alla  camera 
del  papa  ;  e  compinto  il  detto  tarmine,  la  renderebbe 
libera  a  Santa  Chieaa;  e  allora  reatituiranno  con- 
tanti, per  nome  del  detto  arcivescovo,  fiorini  cento- 
mfla  alla  camera  del  papa,  per  la  reatiluiione  delta 
spese  che  la  Chkaa  vi  fece  quando  vi  tenne  V  oato 
il  conta  di  Romagna.  B  cosi  per  pietà  e  per  danari 
ogni  gran  cosa  si  fornisce  a'  nostri  tempi  co'  pastori 
di  Santa  Chieaa. 

CAPITOLO  V. 

Come  gli  ambatdaàori  de'  Toicani  ii  parUroM 
di  corte  mal  conienti. 

K 

U  papa  avendo  grande  appetito  di  aervire  to-* 
sto  aH'  arcivescovo,  vedendo  che  '1  trattare  detta  paco 
promeasa  a'  comuni  di  Toacana  avea  a  aostenere  la 
cansa  del  tiranno,  si  fece  promettere  trìegoa  per  un 
anno,  in  quanto  tt  comune  di  Pireme  e  gli  altri  co- 
muni la  volessono,  acdocchè  infra  tt  termine  pia  or- 
dinatamente ai  Iraltaaae  delta  pace.  GU  ambaadadori 
eh*  aveano  assai  dinanzi  avvisali  i  loro  comuni  come  la 
cosa  procedeva,  acdoocbè  provvedeasono  al  loro  sta- 
to, frustrali  della  loro  intenxione,  si  partirono  mal 
contenti  di  corte,  e  tomarond  in  Toacana.  B  innan- 
ai  la  loro  tornata,  in  Firenze  si  pubblicò  il  trattato 
e  la  concordia  presa  eoi  vececancelUere  dett^  eletto 
ìmperadore,  come  appresso  diviseremo.  Avvenne  po- 
eo  appresso  che  il  vicario  ddrarciveaoovo  in  Bolo- 
gna nundò  a  Firenze  un  messo  con  uUvo  in  mano 
e  con  ano  Iettare,  significando  k  tregua  fatta  e  bandita 
natte  torre  ddrardveseovo  sno  signore;  e  in  qnetto  dì 
fece  muovere  sua  geoto  a  cavetto  e  a  pia  da  Monte- 
coretti,  e  cavalcare  nel  Mugdlo  predando,  e  ucdden- 
éo  e  ardendo,  cobm  gravi  nimid  del  comune,  e  ritras- 
aonsi  a  salvamento;  e  ivi  dopo  pochi  di  ritornarono, 
e  mkono  loro  agnati,  e  furono  scoperti,  e  rotti  e 
morti  e  presi  gran  parto  di  taro,  aicchè  più  non  si 
attentarono  di  venire  in  MugeUo.  Per  queati  segni 
n  scoperse,  che  tt  trattato  dd  papa  con  k  Iregne, 
cotta  té  corrotta  del  tiranno^  non  ebbe  prìndpio  di 
buona  intenzione. 

CAPITOLO   VL 

Come  i  ire  comuni  di  Toscana  a'  accordarono 
a  far  passare  Fimperadore, 


I  rettori  de'  tre  eomnni  di  Toeeana,  per  l' in- 
formazione eh'  aveano  avuta  da  corte  da'  loro  am- 
basciadori»  sentivano  a  certo  che  la  Chieaa  gli  ab- 
^umdonva,  ed  era  per  magnificare  tt  loro  aneraario: 
e  bene  che  senlissono  le  promesso  dd  papa,  non 
vedeano  da  potersene  confidare;  e  però  tempellava- 
no  negU  animi  Ira  il  sospetto  e  k  paura,  aggiu- 
gnendo  temenza  di  cittadinesche  disoordie  nel  so- 


i 


88 


CRONICA 


prasUre  :  e  bene  che  ancora  non  aveasono  avuta 
cerieua  del  fatto  da*  loro  ambaaciadoii|  aeasa  ren- 
dere al  Santo  Padre  il  debito  onore,  qnaaì  palpando, 
per  lo  trattato  tenuto  col  veeecancelliere  deU*im- 
peradore,  mostrando  di  prendere  confidanza  nella  fa- 
ma delle  virtù  e  aenno  e  larghe  profferte  del  detto 
eletto  imperadorOi  per  aiutarsi  dal  potente  tiranno 
nimico,  valicando  egli  in  Italia  a  istanza  de*  detti  tre 
comuni,  come  il  suo  cancelliere,  promettea  ;  e  per 
questa  cagione,  d*  uno  animo  e  d*uno  volere  tutto 
il  reggimento  di  questi  tre  comuni,  Firenze,  Perugia, 
e  Siena,  con  pubblico  consentimento  de*  loro  popoli 
si  deliberarono  d*  essere  air  ubbidienza  del  detto  e- 
letto  imperadore  con  certi  patti  e  convenzioni,  i 
quali  erano  assai  strani  alla  libertà  del  sommo  im- 
perio. Ma  perchè  le  cose  disviate  con  alcuno  mezzo 
piik  tosto  »i  congiungono  a  unità  e  a  concordia,  non 
fu  a  quel  tempo  tenuta  sconvenevole  la  domanda, 
uè  ingiusto  r  assentimento  del  signore;  e  però  al- 
r  uscita  del  mese  d*  aprile  del  detto  anno ,  nella 
città  di  Firenze,  in  pubblico  parlamento  si  fermò  il 
trattato  ordinato  per  lo  veeecancelliere  dell*  eletto 
imperadore,  oon  gli  ambasciadori  e  sindachi  de*detti 
tre  comuni,  e  pubblicossi  i  patti  e  le  convenzioni;  e 
fattone  solenni  stipulazioni  e  carte,  grande  ammira* 
zione  ne  fu  per  tutta  Ita^a.  I  patti  in  sostanza  rac- 
conteremo qui  appresso  nel  seguente  capitolo  ^ 

CAPITOLO  VII, 
Quaii  furono  i  patti  dalT  imperadore  a*  tre  comuM. 

Promise  il  detto  veeecancelliere,  che  per  tutto 
il  prossimo  mese  di  luglio  reietto  re  de* Romani 
imperadore  sarebbe  in  Lombardia  sopra  le  terre  del- 
1*  arcivescovo  di  Milano  per  guerreggiare  e  abbat- 
tere la  sua  signoria  con  seimila  cavalieri  :  dei  quali 
duemila  ne  dovea  avere  al  suo  proprio  soldo,  ov- 
Toro  servigio,  e  mille  che  promessi  gli  avea  la  Chiesa 
di  Roma  quando  passasse  ;  i  quali  se  dalla  Chiesa 
non  avesse,  promettea  fornirli  da  aò,  e  gli  altri  tre- 
mila cavalieri,  i  quali  dovea  soldare  a  sua  eletta. 
Questi  tre  comuni  gli  doveano  dare  per  un  anno 
dugento  migliaia  di  fiorini  d*  oro  ;  e  oltre  a  ciò  gli 
doveano  donare,  come  e*  fosse  in  Aquilea,  fiorini  die- 
cimila d*oro.  La  taglia  era  al  comune  di  Firenze 
per  millecinquecentodnquanta  cavalieri,  Perugia  ot- 
tocentocinquanta, e  Siena  seicento.  B  so  in  uno  an- 
no la  guerra  non  fosse  terminata,  si  dovea  provve- 
dere del  nuovo  sussidio  innanzi  al  tempo ,  confi- 
dandosi catuna  parte  d*  averne  concordia.  E  i  detti 
tre  comuni  deono  tenere  il  detto  messer  Carlo  vero 
re  de*  Romani,  e  futuro  diritto  imperadore  ;  ed  egli 
dee  promettere  di  mantenere  i  detti  tre  comuni  nella 
loro   libertà  e  ne'  loro  statuti  ;  e  come    avesse  la 


corona,  avendo  sotlomeaso  il  tiranno,  i  priori  di  Fi- 
renze e*  neve  di  Siena  si  doveano  dinonunare  vi- 
carii  dell*  imperadore  a^ntre  che  fòssono  ali*  akia 
(i  Perugini  non  a*  obbligaroto  a  queato,  faeeidoii 
uomini  di  Santa  Chieaa);  e  il  comune  di  Firenze  pre- 
mise in  detto  caso  pagare  ogni  anno  per  nose  di 
censo  danari  ventìsei  per  focolare:  gli  altri  aoBoi 
a*  obbligarono  senza  distinzione  di  pagare  ogni  aaaa 
quello  eh*  era  consueto  all'  imperadore  per  aatiflo. 
E  fu  in  patto,  che  1*  imperadore  ven^o  atta  cqiobi 
dovesse  privilegiare  a*  detti  comuni  tutte  le  tene, 
ville  e  castella  eh*  al  preaente  ptsaédoano,  ^  -^  t- 
vessono  posseduto  sei  anni  addietro,  quanto  che  en 
non  le  poaaedessono ,  e  che  dalla  eondanaagioBs 
fatta  per  1* imperadore  Arrigo  ano  avolo,  pnaiie 
liberare  e  assolvere  i  detti  oomuni.  E  '1  dette  n^ 
cecancelliere  per  nome  del  detto  eletto  imperadeit 
promise ,  che  le  dette  coaveneaie  e  patti  il  detti 
eletto  confermerebbe  infira  meiao  il  prossimo  fiilaio 
mese  di  giugno  del  detto  anno«  Altre  jinguUrieoN 
vi  ai  promiaono,  che  non  sono  di  necessità  a  no* 
contare. 

CAPITOLO  vin. 

Come  il  re  Luigi  e  la  reima  Gioeamma  fuinmo  ccrth 

fto/t  per  la  Chiesa. 

Avendo  papa  Clemente  sesto  e*  suoi  etfdìBali 
mandati  legati  nel  Regno,  a  di  27  di  maglie  dil 
detto  anno,  il  di  della  Santa  Penleoeete,  netta  M 
di  Napoli,  celebrata  la  solenne  measa,  eon  la  ein* 
sueta  aolennità  consacrarono  e  corourono  ÌBWom 
di  Santa  Chieaa  in  prima  il  re  Luigi,  e  dappram-li 
reina  Giovanna,  del  reame  di  GeraMlemme  e  di  Cici- 
lia. E  queato  fu  fatto  con  molta  leata  dibaieniedi 
cavalieri  del  regno,  e  de*  Napoletani  e  de*  iorsatiiri, 
i  qaaU  tutti  ai  sfonarott»  dimorare  il  re  e  la  fcisi 
in  quella  feata;  e  feceai  atte  case  del  preme  di  Tf 
ranto  sopra  le  Coreggie,  eon  molto  gioatre  e  coi 
grande  armeggiare  :  e  ventiti  e  adorai  il  re  e  la 
reina  in  abito  di  reale  maestà,  ricevettono  1*  OBif| 
gio  da  tutti  i  baroni  che  non  erano  stati  centnrìi 
nella  guerra,  e  da  assai  di  quelli  eh*  aveano  teaiti 
contro  a  lui  per  lo  re  d*  Ungheria,  a*  quali  tatti  per- 
donò mostrando  loro  buono  animo  e  hnoao  volva 
E  a  coloro  che  alla  sua  coronazione  non  «raae  n- 
nuti  a  fare  V  omaggio,  assegnò  termine  gin^  a  po- 
tere venire  con  pace  e  con  amore  alla  aua  M- 
diensa  ;  e  quale  dal  tarmine  innanzi  non  foase  ve- 
nuto, per  decreto  fece  che  foaae  rubello  detta  ca- 
rena. E  dopo  k  coronazione  cavalcò  0  re  in  ibHi 
reale  per  la  città  di  NapoU,  montata  in  au  mo  gna^o 
e  poderoso  destriere,  addeatrato  al  freno  e  alla  lefii 
da*att0i  baroni.  Quando  fu  valicato  pwta  Petraoci 
nella  via  di  Porto,  eerte  donne  per  fargli  onera  e 

'  Uscita  Krenze  da  guerra  tanto  gravosa,  fa  tribolata  e  ^^^  fittarono  aopra  lui  ddta  flneatr«  rose  e  lori 
seommoMa  daUe  compagnie  di  Tentara,  oaiaate alla sproT- < ^ì  grande  odore:  il  doatriere  aombrò,  ed  erse;  l 
vista,  nà  rìobìefte  al  soldo  da  prìoeipe  alcuno.  Aggioogi  baroni,  ch*  erano  al  freno  ai  sforzarono  d*  ahbassire 
le  dviU  discordie,  le  tragiche  scene,  e  gli  esigli  rinnova-  y  ©ayiUo:  il  destriere,  ch*era  poderoso,  ruppe  le  re- 
tisi al  npnstinarsi  de  capitani  guelfi,   in  danno  e  oppres-     ,.         ,,  ■    •   •       j     j     •  «i    j  ^^^m^  ,«■ 

.ioD.  della  piirt.  ghibdUn»,  e  sÌTod^iU  tri«t«st»toin  che  «•'»«•  U  w  ÌJ«»f»  vedeodOM  «opra  il  d«rtn«re  «p^ 
era  rìcadat»  la  eitu.  T«Dlato  seuM  redÌM,  di  fabito  detiraaMle  M  ■* 


DI  MATTEO  VILLANI. 


89 


gittò  a  lem,  e  otédegli  la  corona  di  capo,  e  nip- 
poai  in  tre  pesai,  cadendoae  tre  merli  ;  aUa  peraona 
non  ai  fece  male:  rilegata  la  coroqa,  di  preaente, 
ridendo,  montò  a  cavallo,  catalcando  per  la  terra 
con  pan  feata  e  onore.  In  qneato  medeaimo  di 
moti  nna  ana  fancinlla,>cliè  altro  figliuolo  nonafCTa 
della  reina.  Molti  per  lineati  caai  pronoaticarono  non 
proapere  ooae  alla  maeatà  reale. 

CAf  ITOLO  !X. 

CommendwUone  in  laude  di  me$8er 
Niceola  Acciaiuoli: 

Degna  coaa  ne  pare,  e  debito  del  noatro  trattato, 
appreaao  la  coronaaione  del  re  Luigi,  rendere  bene- 
ficio di  memoria  per  chiara  fama  di  meaaer  Niceola 
Acciainoli,  cittadino  popolare  di  Firenze,  balio  e  go- 
vernatore deirinfinsia  del  detto  re;  fl  quale  ea- 
aendo  prima  compagno  della  compagnia  degli  Ac- 
ciaiuoli,  con  animo  più  cavallereaco  che  mercantile 
ai  miao  al  aerviglo  dell'imperatrice,  moglie  che  fu 
del  pronao  di  Taranto,  e  quello  eaercitò  realmente 
e  peraonalmente  con  tanta  virtù  •  con  tanto  piacere 
d^  donna ,  eh'  ella  avendo  tre  auoi  figlinoli  di 
piccola  età ,  Ruberto  primogenito,  e  meaaer  Ln^ 
secondo,  e  Filippo  il  tono,  tutti  gli  miao  nel  go-* 
vemamento  di  Niceola  Acciainoli,  che  allora  non 
ora  cavaliere;  e  lutto  il  ano  conaiglio  V  imperatrice 
riatrinae  in  kiì,  e  con  lei  ae  ne  paaaò  in  Romania;  e 
ordinati  i  fitti  delle  terre  e  baronìe  di  là,  con  lei 
ne  no  tornò  a  Napoli.  Ed  eaaendo  creaciato  di  età 
di  anni  quindici  nMaaer  Luigi,  volendo  il  re  Ruberto 
mandare  gente  d*  arme  in  Calavra ,  e  dilettandoai 
dell^induatria  del  giovane  barone,  fatta  eletta  di  cin- 
quecento cavalieri  d'arme,  e  datili  air  ubbidienza  di 
BBoaaer  Luigi,  lui  aeeonmndò  a  meaaer  Niceola  Ac- 
ciainoli, comandandogli  in  tutto  chrnbbidiaae  al 
ano  maeatro.  B  queato  fece  il  re  di  volontà  dell'im- 
peratrice ana  auidre,  avendo  poco  innanai  fatto  ca- 
vaMero  il  detto  meaaer  Niceola;  e  da  quali*  ora  ap- 
preaao il  detto  meaaer  Luigi  ai  reaae  in  tutto  e  go- 
vernò per  le  mani  di  meaaer  Niceola.  E  aopravve- 
BUta  la  morto  del  duca  Andreaaaa,  per  operazione 
deir  imperatrice  e  di  meaaer  Niceola  Acciaiuoli  fu 
data  la  reina  Giovanna  per  moglie  a  meaaer  Luigi  : 
o  ne*  prìau  coaùndamenli  con  aaaai  proapera  fortuna 
accreacea  il  ano  aignore.  E  cambiandoai  le  cose  per 
r avvenimento  del  re  d'Ungheria  alla  vendetta  del 
fratello,  eaaendo  tutti  gli  altri  reali  all'ubbidienza 
del  potente  re,  coatui  aolo,  coli' aiuto  d'alquanti 
che  ubbidivano  aUa  reinn,  per  lo  oonaiglio  e  con- 
forto di  meaaer  Niceola,  aoatenne  contro  alla  gente 
del  re  d'  Ungheria  lungamente,  e  tentò  di  reaiatere 
Idia  peraona  del  loro  re;  e  non  ai  partì  dalla  fìron- 
tiem  di  Capava,  iaflno  che  abbandonato  dagli  avari 
rognieolif  e  già  aoppreao  dall'  avvenimento  del  re 
o  del  ano  eaereito,  fa  coatreUo  di  partirai  da  Ca- 
pava, o  appreaao  da  Napoli,  aprovveduto,  di  notte, 
rieogUendoai  per  neeeaaità  in  au  una  vecchia  a  male 
annata  galea;  e  in  quella  raccolto,  con  poca  nineae 
a  con  Itavo  coaipagnia  valicò  in  Toacana  in  povero 


atato.  E  per  lo  detto  meaaer  Niceola,  e  co' auoi  da- 
nari e  di  auoi  amici  fu  atato  e  rifornito  e  confor- 
tato nella  grave  tempeata  della  fortuna.  Preai  tutti 
i  reali,  e  morto  il  duca  di  Dorazzo,  e  il  Regno  venu- 
to nelle  mani  del  ano  peraecutore,  e  non  volendo  i 
Fiorentini  ricevere  nella  loro  città,  uè  aowenire  di 
alcuna  cosa  per  tema  del  re  d'Ungheria,  ridottosi 
parecchi  di  alla  possessione  del  detto  messer  Nic- 
eola in  Valdipeaa,  di  là  bì  parti,  e  andò  in  Froenza 
ove  la  reina  era  rifuggita.  E  tornato  il  re  d' Un- 
gheria per  tema  della  generale  mortalità^  in  suo  pae- 
ae,  per  aollecitudine  e  trattato  di  messer  Niceola, 
prima  tornato  nel  regno ,  e  aommossi  de'  baroni  e 
de*  cavalieri,  e  confortati  i  Napoletani,  e  accolta  gen- 
te d*  arme  in  favoie  del  ano  signore,  in  breve  tem- 
po ordinò  la  sua  tornata  e  della  reina  nel  Regno, 
nel  quale  aaaai  battaglie  e  varii  e  diversi  assalti  di 
guerra  aoatenne  ;  e  per  avveraa  fortuna  rotte  le  ano 
forze  in  battaglia,  per  più  riprese  tradito  dagli  a- 
mici ,  perseguitato  da*  nemici,  condotto  all'  inopia, 
aentina  della  fortuna,  l' animo  del  valente  cavaliere 
fu  di  tanta  potenza  e  di  tanta  virtù,  che  con  pari 
animo  aoatenne  il  giovane  barone  suo  signore  in 
speranza  certa  della  saa  esaltazione,  sempre  aiutan- 
dolo e  sostenendolo  con  sua  induatrìa  e  suo  pro- 
caccio, e  con  fortezza  e  con  pazienza  fece  compor- 
tare r  aaprezza  della  turbata  fortuna.  Onde  avvenne, 
che  quella  potendori  maravigliare  della  costanza  del- 
l'uomo,  aubitamente  e  improwiao  mutò  la  turbata 
faccia  in  chiara,  e  V  aaprezza  in  dolcezza  e  in  man- 
anetudine:  e  colui  che  aveva  ributtato  per  cotante 
tempeate  e  varii  pericoli,  oltre  ali*  opinione  degli 
nomini,  con  felici  e  prospere  successioni  condusse 
alla  reale  corona,  e  alla  libera  aignorìa  di  tutto  il 
corrotto  e  sviato  regno  in  brevissimo  tempo.  E  per 
lo  nobile  conaiglio  e  avvedimento  di  messer  Niceola 
Acciaiuoli,  i  reali  laaciati  di  prigione  e  tornati  nel 
Regno,  ove  per  tutti  ai  stimava  che  il  Prenze  di  Ta- 
ranto, maggiore  fratello  del  re,  per  adegno  e  per 
forte  inzigamento  contro  al  re  movesse  scandalo  nel 
reame,  con  mananetudine  e  con  caritatevole  animo 
il  fece  al  re  ricevere  in  compagno  del  regno  ;  e 
fattogli  prendere  titolo  dell'  imperiato  costantinopo- 
litano, e  aggiunto  largamente  alla  sua  baronia,  co- 
nobbe e  manifeatò  a  tutti,  che  il  padre  loro  meaaer 
Niceola,  appreaao  la  grazia  di  Dio,  era  cagione  del 
ricoveramento  del  regno,  e  deUo  stato  e  onore.  Per- 
chè dunque  dovevamo  tacere  ?  innanzi  vogliamo  es- 
sere da*  denti  degl'  invidioai  cittadini  morso,  che  la 
provata  verità  per  li  auoi  effetti,  e  per  la  fine  de* 
auoi  felici  avvenimenti,  aveaaimo  lasciata  aotto  scu- 
rità d' ignorante  oblivione  ^ 


I  Ck>me  rAcoiaiaoli  poteva  avare  tanU  autorità  da  far 
Qsdr  di  prigione  re  Laigi  e  Giovanna?  Molti  dissentono 
dal  nostro  Matteo,  e  attribaisoono  il  merito  di  tanto  fatto 
al  Pontefloe. 


90 


CROMICA 


CAPITOLO  X. 

Come  fu  cocciaio  messer  Iacopo  Cavalieri 
di  Montepulciano. 

In  questo  anno  del  mete  d*  aprile,  sabato  san- 
to, avendo  messer  Iacopo  de'  Cavalieri  di  Ifontepol- 
ciano  trattato,  coU'  aiuto  della  gente  e  dell*  aroive- 
sooTO  eh'  era  in  Toscana,  di  farsi  signore  delk  terra 
di  Ifontepnlciano,  e  a  ciò  consentivano  una  parte 
de' terraxzani  di  suo  seguito,  messer  Niccota  ano 
consorto  senti  questo  trattato,  e  feoelo  sentire  a'go- 
vernatorì  del  popolo  ;  e  in  questo  di,  levata  la  terra 
a  romore,  cacciarono  messer  Iacopo  di  Montepul- 
ciano, e  venti  altri  terrauani  suoi  seguaci,  nomini 
nominati  di  stato  intra  il  popolo  ;  e  col  consiglio  di 
niiesser  Niccola  de'  Cavalieri  rifornMrono  la  tersa  di 
loro  reggimenti,  e  ischiusonno  gli  amici  e'  seguaci 
di  messer  Iacopo  ;  il  quale  si  ridusse  a  Siena,  e  là 
ordinò  grande  novità  e  scandalo  e  suggeaione  di 
quella  terra ,  come  innanzi  a'  suoi  tempi  si  potrà 
trovare. 

CAPITOLO  XL 

Come  $i  die'  il  guasto  a  Bibiena^  e  sconfiui 
i  TarlaH  da  Fiorentini, 

Del  mese  di  maggio  del  detto  anno,  ricordan- 
dosi i  Fiorentini  dell' ingiuria  ricevuta  da*  Tarlati, 
Pazzi  e  libertini  per  la  ribeUione  ch'aveano  latta 
al  comune  al  tesipo  della  guerra  deU'  arcivescovo  di 
Milano,  quando  ruppono  la  pace  e  cavalcarono  sopra 
il  contado  e  distretto  di  Pireme,  accolsero  seicenlo 
cavalieri  di  loro  masnade  e  gran  popolo,  e  andar- 
sene alla  Cernia,  e  poi  alla  Penna,  e  a  Gaenna,  e 
ad  altre  terre  e  ville  che  si  tenevano  pe'  Passi  e 
Ubertini  e  Tarlati,  e  a  tutte  diedono  il  guasto;  e 
poi  se  n'andarono  a  Bibiena,  ov'era  messer  Piero 
Sacconi,  e  a  àoci,  e  ivi  dimorarono  più  di,  ardendo 
e  guastando  d' intorno  :  quelli  da  Bibiena  fraaca- 
mente  si  difesono  dal  guasto  le  vigne  d' intorno 
presso  alla  terra.  Messer  Piero  avea  in  Bibiena  mil- 
ledugento  buoni  fanti  e  pochi  oavalieri^  con  li  quali 
si  fece  un  grosso  badalucco  presso  albi  terra.  Poi 
la  mattina  vegnente,  a  di  10  di  gìngAo,  l'oste  si 
mosse  per  andare  a  Montecchio.  Messer  Piero,  an- 
tico e  buono  guerriere^  sapendo  T  andata  de*  Fioren- 
tini, si  pensò  di  lare  loro  danno;  e  la  mattina  per 
tempo  con  settanta  ««valierì  e  con  mille  buoni  fanti 
in  persona  occupò  uà  colie  sopra  l'Amo  in  sul 
passo,  e  mise  aguati  per  danneggiare  k  gente  de* 
Fiorentini.  Avvenne  che,  mossa  l'oste  dall'  altra  parte 
dell'  Amo,  vidono  preso  il  colle  dalla  gente  di  mes- 
ser Piero  ;  allora  cominciarono  a  fare  valicare  della 
gente  dell'  oste  certi  masnadieri,  sì  perchè  tenessono 
a  badalucco  i  nemici  e  per  trarli  abbasso,  e  a  poco 
a  poco  li  ringrossavano  d*  aiuto,  ma  non  senza  loro 
grande  pericolo  ;  ai  quali  in  sul  maggior  bisogno 
soccorsone  parecchi  conestabili  a  cavallo  co'  loro  ca- 
valieri. Ed  essendo  stticciata  la  battaglia,  e  stando  i 
nemici  attenti  a  quella,  sperandone  avere  vittoria,  altri 


cavalieri  e  masnadieri  de*  Fiorentini  presono,  seo- 
standosi  MI'  ente,  w' nltm  via,  che  i  nemìei  non 
s*aoconiono,  e  valicarono  TAsno,  e  sopniweiBOBO 
alia  gente  riposta  di  messer  Piero  dell*  altra  parie 
del  eolie,  i  quaM  ruppono  di  presente,  e  montarono 
^  P^PfM),  e  improwiM  fàrono  eopra  la  genie  gros- 
sa di  messer  Piero,  che  slava  allenta  a  vedfope  e  ad 
aiutare  quelli  del  badaluoeo,  e  con  grandi  grida 
correndo  col  vantaggio  del  terreno  loro  addosso,  li 
ruppono  e  sbarattarono.  Messer  Piero  per  bontà  del 
buono  cavallo  dov*  era  montato  con  pochi  compagni, 
non  potendo  ritornare  in  Bibiena ,  figgendo  rico- 
verò in  Montecchio.  Bella  sua  gente  furono  in  sul 
campo  più  di  cento  morti,  e  dugento  presi,  e  molli 
feriti.  I  prigioM,  tonando  1*  oste,  li  eondossono  a  Fi- 
renae  legali  a  una  fune,  e  poco  appresso  furono  la- 
sciati ;  e  r  oste  tornò  vittoriose,  aveado  preso  nienna 
vendetta  degl'ingrati  traditori. 

CAPITOLO  Xli. 


Cùme  st  rwèeUà  à'FiarenikU  CorigHa  e  Sotì 


In  questo  anno  sentendo  messer  Franeseeo  Gn* 
stracani  che  i  Fiorentini  erano  isabrifati  per  la  gente 
che  1*  arcivescovo  teneva  a  guerreggiare  in  Toscn- 
na,  essendo  forte  in  Lunigma  e  ìm  Crariignann,  a 
petizione  de'  Pisani  fece  furare  n'  Fiorentini  la  ròcca 
di  CorigKa,  la  quale  appresso  rendè  a'  Pisani,  n  e« 
stanza  1*  atea  farete,  e'  Pisani  la  preaeno,  rompendo 
la  pace  a*  Fiorentini;  eh'  espresso  era  neUa  paee 
nevata  per  k>  duca  d' Atene  in  nome  del  eomnne 
Firenze,  che  in  nion  modo  di  qnella  terra  si  do- 
vessono  travagliare.  E  appresso  i  detti  Pìmw  fe- 
eiono  con  sagaeità  di  grande  Irndiniento  iànt  n'Plo- 
rentini,  contro  a*  patti  della  paee.  In  lem  di  So- 
rana,  e  rendntala  da  capo,  la  riletsono  per  indirelto, 
e  poi  in  palese  la  difésone,  noo^nrando  i  patti  delia 
pace.  I  Fiorontini  per  queate  due  terre  noo  ai  mee- 
sono ,  benché  grave  li  fesse  l'  oMreggio  de'  Fisaai. 
Messer  Francesco  avendo  avolo  ùreeento  oavaKaffì 
dall'  arcivescovo  M  Milano,  montate  in  grande  oigo- 
glie,  e  confortato  dai  Pissni,  si  poso  ad  naeedio  a 
Barge,  eh'  era  de'  Fiorentini,  e  avendo  grondo  po- 
polo la  strinse  intono  con  più  bastie,  sparnoéolani 
avere  per  assedio.  Lasceremo  ora  qnest'  aniodio  per 
racconlan  altn  maggiori  cose  inoanai  oke  Barge 
fòsse  liberala. 

CAPITOLO  XIII. 

Cernie  t  tre  comium  di  ToecamamandaremQ  iMofloscio- 
dori  in  Boemia  a  fmr  muoeere  V  ia^entdare* 

Avendo  i  tre  comuni  di  Toseann  preso  e  poh- 
blicetn  In  conoerdin  col  veceeooeellieee  dell*olotto 
imperadora,  volendo  nMttere  ad  eaeeoxiono  yaeBe 
che  per  loro  era  state  promesso,  eatnoo  eienso  do* 
maggiori  cittndini  confidenti  al  reggìaBento  dà  qoelii 
per  suoi  ambaeciadori,  e  mandaronli  nW  eletto  iaapo- 
raden  a  Boemia  nello  Magna  per  ferie  mnovnro,  o 
per  fargli  il  pagamento  ordinalo,  e  per  essere  ni  f  no 


DI  HAneO  VILLANI. 


91 


ooniiglio  per  li  Ire  oomiini,  nella  promesM  impresa 
paiaaBdo  egli  k  Italia.  Gli  ambasciadori  del  nostro 
ceainno  di  P^nse  Airono  einqne  :  messer  Tommaso 
Corsliif  doUor»  di  legge,  messer  Pino  de*  Ross!,  mes- 
ser GiMrardo  de^  Bnondeimonli  eavaliere,  Filippo  d! 
Clone  Kagalolti,  e  Ugaodone  di  Ricciardo  de*  Ricci, 
a*  qnaiì  fa  data  grande  e  piena  legazione,  e  dato 
loro  nn  popolare  sindaco  per  lo  comune,  a  potere 
obbligare  il  comane,  secondo  le  cose  promesse  al 
veeeeancelMere,  come  paresse  a*  detti  ambasciadori, 
se  altro  bisognasse  di  fare.  Costoro  tutti  vestiti  di 
fine  panna  searlalto  e  d*  altro  fine  mellato,  catane 
con  otto  sendieri  il  meno  vestiti  d*  assisa,  a  dì  1 7 
di  maggio,  ti  di  deir  Ascensione,  si  partirono  di  Fi- 
reme.  B  partiti  loro,  molti  cittadini  pensando  che 
quatto  M  era  ordinato  dovesse  venire  fatto,  peroc- 
ehè  tra  gli  ambascladorì  erano  i  più  reputati  capo- 
rali di  dttadina  setta,  lemettono  che  essendo  co- 
storo al  continuo  con  Timperadore,  e  di  ano  con- 
siglio, che  pericolo  si  commettesse  contro  al  comune 
e  pnbbKca  KberMi  de' cittadini,  e  però  si  mosse  que- 
stione di  limitare  il  loro  tempo,  e  strignerli  con 
certe  leggi  :  e  di  questo  fu  gara  e  lunga  tira  nel  no- 
stro comune.  In  fine  si  vinse,  e  fecesi  per  rifor- 
magione  di  comune,  che  ninno  cittadino  di  Firense 
potesse  stare  in  quel  servigio  appresso  ali*  impera- 
dore  più  che  quattro  mesi,  e  che  alcuna  grazia,  u- 
fido,  0  benefido  reale  o  personale  per  li  detti  am- 
bnsdadorì  o  per  loro  successori  d  dovesse  ricevere 
o  impetrare,  sotto  gravi  pene,  acdooehè  In  speranza 
fi  troncasse  a  tutti  della  propria  utilità.  E  inconta- 
iMDle  elessono  e  insaccarono  molti  cittadini  per  suc- 
oeèere  di  quattro  mesi  m  quattro  med  a*  detti  am- 
bnidadori  In  quello  *servigio. 

CAPITOLO  XIV. 


iempi  itaiL 


Non  ò  da  lasciare  in  silendo  quello  che  dd 
nseoe  di  giugno  del  delt^anno  avvenne;  perocché  fe 
notabile  eneo  di  tempo  con  diverse  coodderadoni, 
ohe  eneado  ne*  campi  seminati  cresciute  le  biade  e' 
grani  d'aspetto  d'ubertosa  ricolta  vicina  alla  Idee, 
in  diverse  contrade  di  Toscana,  e  arasdmamente  nel 
contado  di  Pireme,  vennono  dìiuvii  d^acque,  i  quali 
gueetarono  bmHo  grano  e  biade,  e  lèdono  de'difidi, 
o  d'altro  singniari  danni  a  asoHi.  E  a  di  14  del 
detto  mese  cominciò  un  vento  anatro  spodestato  e 
impetuoso,  con  tanta  furiosa  tempesta,  che  ogni  co- 
sa parca  che  dovesse  abbattere  e  mettere  per  terra  ; 
e  tutte  le  granora  e  biade  che  trovò  mature,  ove 
il  suo  impetuoso  spirito  potè  percuotere,  battè  per 
modo,  che  alla  terra  diede  nuova  sementa,  e  ndle 
spighe  lasciò  poco  altro  che  l'aride  reste,  e  quelle 
^e  ancora  non  erano  granate  pereosso  e  inaridi  ; 
faoendo  nello  asonlagne  in  diverse  parti  sformale 
grandini  e  diverte  tempeste,  e  molte  vigne  guastò, 
o  abbaile  alban  molti,  e  di  grandi  difldi  in  diverse 
paati  di  Toscana  e  di  Romagna  ;  e  in  Firenae  fece 
rovinare  il  campanile  dd  monastero  ddle  donne  de- 
gli Scalsi}  e  nedio  la  badessa  con  ntì  monache. 


Nella  sommità  delle  montagne  di  Pistoia  levò  gli  uo- 
mini di  su* poggi,  traboccandoli  dove  l'impeto  gli 
portava.  E  pubbUca  fama  fu,  che  quarantatre  masna- 
dieri eh'  andavano  in  preda  trovandosi  in  sul  giogo, 
senza  potersi  ritenere  furono  portati  dal  vento  per 
modo,  che  di  loro  non  si  seppe  novelle.  E  restato 
lo  strabocchevole  vento,  ivi  a  pochi  di  fu  caldo  sfor- 
mato senza  aiuto  d' alcuno  spiramento,  che  il  resi- 
duo de'  grani  e  de'  biadi  in  molti  paesi,  singolar- 
mente nel  contado  di  Firenze,  fece  ristrignere  e 
invanire  per  modo,  che  ov'  era  stata  speranza  d' u- 
bertosa  ricolta  generò  sformala  carestia  anzi  V  avve- 
nimento deir  altra  ricolta,  come  appresso  dimostre- 
remo. Alcuni  diedono  questo  singulare  accidente  agli 
effistti  della  coagiuazione ,  già  narrata  a!  principio 
del  nostro  primo  libro,  de'  tre  superiori  pianeti  onde 
Saturno  fu  signore  :  perocché  gli  astrolaghi  tengono 
che  1*  influenza  di  cotale  congiunzione  duri  per  di- 
dannove  anni,  e  altri  tengono  inflao  in  ventitre.  Ar- 
bitrò altri ,  che  questo  procedesse  dall'  influenza 
ddla  cometa  eh*  apparve  in  quest'  anno;  e  quella  fu 
saturnina,  sicché  catuno  trasse  agli  effetti  satumalL 
Altri  tennotto  che  ciò  fosse  dimostramento  d'assoluto 
giudido  divino  per  li  disordinati  peccati  de*  popoli 
non  domati  da  tante  tribolazioni  di  guerre,  quante 
dimostrate  abbiamo  in  poco  tempo  dopo  la  miserabile 
mortalità. 

CAPITOLO  XV. 

IhWinganno  ricewtte  il  comune  di  FkenM 
del  braedo  di  Samia  Reparaia, 

Essendo  stati  certi  ambasdadori  del  comune 
di  Firenze  dia  coronadone  del  re  Ldgi  per  lo- detto 
comune,  domandarne  di  grazia  al  re  e  alla  reina 
alcuna  parte  del  corpo  ddla  vergine  Santa  Reparata, 
eh'  è  in  Teano,  per  onorare  la  sua  reliqma  nella  no- 
bile chiesa  cattedrale  della  nostra  città,  eh*  è  edificata 
a  suo  nome.  La  loro  petizione  dal  re  e  dalla  reina 
fu  accettata;  bui  perocché  la  dttà  di  Teano  era  dd 
conte  Francesco  di  Montesdieggioso,  figliuolo  che  fu 
del  conte  Novello,  amidsdmo  del  nostro  comune, 
convenne  che  con  sua  industria  il  braccio  destro  di 
quella  santa  d  precacdasse  d'avere  per  modo,  che 
i  terrazzam  non  se  n'  avvedessono,  che  si  mostrava 
loro,  ed  era  nel  paese  in  grande  devodone  ;  e  que- 
sto si  mostrò  di  fornire  con  industria,  e  con  grande 
soUicitudine.  Gli  ambasdadori  credendosi  avere  la 
santa  reliqua,  il  significarono  a'  priori,  acdocché  al- 
l'entrata  deHa  città  l'onorassono.  I  rettori  del  co- 
mune ordinarono^  solennisdma  processione  di  tutti  i 
prelati  cherid  e  religiod  della  città  di  Firenze,  con 
grandissimo  popolo  d*  uomini  e  di  femmine,  con 
molti  torchii  acced  comandati  per  V  arti  e  fomiti  per 
lo  comune,  e  il  vescovo  di  Firenae  ricevuto  colle 
sue  msni  à  santo  braedo,  colla  mano  segnando  la 
gente  molte  divota  e  lieta,  credendod  avere  quella 
santa  reliquia,  fu  portata  e  collocata  neMa  nostra 
chiesa,  a  di  22  di  giugno  1352. 


'  orcNuoM,  legga  r  edia.  dtata. 


93 


CRONICA 


CAPITOLO  XVL 
Di  quello  medetimo. 

Avendo  narrata  la  fede,  la  reverenza  e  la  divosio- 
ne  die  i  noatri  cittadini  ebbene  alla  santa  Tergine, 
benché- 1*  inganno  rìcoTuto  fosse  dorato  in  fede  del 
detto  comune  quattro  anni  e  mesi,  infine  si  scoper- 
se il  sacrilegio  e  l'inganno  ricevuto  per  la  femmi- 
nile astusia  della  badessa  del  monastero  di  Teano, 
ov*  era  il  corpo  della  detta  santa,  che  vedendo  che 
quello  braccio  le  conveniva  dare  per  volontà  del  re 
e  delln  reina  e  del  conte,  dissimulando  gran  pianto 
colle  sue  suore  per  lo  partimento  della  reliquia,  lo 
sostennero  di  assegnare  alcuno  dì.  E  in  questo  tem- 
po feciono  fare  un  simulacro  di  legno  e  di  gesso, 
che  propriamente  pareva  quella  santa  reliquia;  e 
dando  questa  con  grande  pianto,  fece  credere  agli 
ambasctadorì  che  avesse  assegnata  loro  la  santa  re- 
liquia; e  a  Pirenxe  fece  onorare  come  santuaria 
quello  simulacro  per  cotanto  tempo,  essendo  cagio- 
ne di  cotanto  male,  non  manifestando  la  sua  falsa 
religione.  Avvenne  che  il  comune  del  mese  d*  otto- 
bre 1356,  volendo  d*oro  e  d'argento  odi  pietre 
preziose  fare  adornare  quella  reliquia,  i  maestri  la 
trovarono  di  legno  e  di  gesso  ;  e  segatala  per  mez- 
zo, furono  certi  che  niuna  reliquia  v*  era  nascosa, 
e  il  comune  fu  certo  del  ricevuto  inganno.  Noi,  non 
ostante  che  cinquantadne  mesi  fosse  questo  ritro- 
vato approMO  alla  sopraddetta  venuta,  contro  all*or- 
dine  del  nostro  annuale  trattato  V  abbiamo  congiunto 
insieme,  acciocché  avendo  alcuno  letto  la  venuta 
del  santo  braccio,  non  fosse  ingannato  dalla  simu- 
lazione di  quello,  e  dalla  malizia  della  sacrilega  ba- 
deasa. 

CAPITOLO  xvn. 

Come  la  gente  del  Biscione  cavalcarono  i  Perugini^ 

Del  mese  di  giugno  del  detto  anno,  accolti  dne- 
adla  cavalieri  deirarcivescovo  di  Milano  alla  città  di 
Cortona  e  popolo  assai,  ca?alcarono  per  la  valle  di 
Chio,  e  strinsonsi  alla  città  di  Perugia  predando  e 
ardendo  il  suo  contado.  Per  la  qual  cavalcata  cosi 
baldanzosa  i  cittadini  presono  sospetto  dentro,  e  pe- 
rò non  ebbonQ  ardire  di  fare  uscire  fuori  alcuna  loro 
gente  contro  a*  nimìci.  Conducitorì  di  questa  gente 
erano  il  conte  Nolfo  da  Urbino,  il  signore  di  Cortona, 
e  Giacilo  degli  Ubaldini,  i  quali  avevano  trattato  con 
messer  Crespoldo  di  Bettooa.  Questo  messer  Crespoldo 
era  guelfo  ;  ma  perocch^era  male  trattato  da  Perugini, 
ricevette  costoro  in  Bettona,  e  cacciaron  coloro  che 
V*  erano  alla  guardia  per  lo  comune  di  Perugia.  Que- 
sta terra  era  presso  a  Perugia  a  otto  miglia  e  neHa 
loro  vista  ;  e  sentendo  la  gente  che  d'entro  v'  era,  e 
la  potenza  deirarcivescovo,  furono  in  gran  tremore; 
e  non  senza  cagione,  che  quella  terra  era  forte,  e 
in  frontiera  ad  Ascesi  e  airaltre  terre  de^  Perugini, 
le  quali  non  amavano  troppo  la  loro  signoria,  e  pe- 
rò cominciarono  incontanente  a  dare  il  mercato  a' 
nimici,  e  molto  erano  di  presso  a  faro  le  comanda- 


menta  del  tiranno  ;  e  ciò  che  gli  ritenne  fo,  eh*  n- 
spettavano  quello  che  in  questa  novità  facenae  il  eo- 
mune  di  Firenze.  Stando  i  Peragini  in  queato  peri- 
cofo,  incontanente  il  eonuue  dì  Fireane  li  UMndft 
confortando  per  loro  aad>aaeiadorì^  proaietlando  k>- 
ro  aiuto  qutnto  il  cosMino  potesse  Iure;  e 
do  col  fatto,  di  aubito  vi  mandarono  ottocento 
velieri  di  buona  gente,  promettendo  d'arrogere 
ti  hisognaase  infino  a  tanto  che  Bettona  fosso 
quietata.  Avvenne,  ehe^ome  Aaeeei  e  Tallre  terre  cir- 
costanti de'Perogini  intesono  Painto  e  ilcoaforto  che 
i  Fiorentini  davano  al  oommie^  Pemgia,  otre  rtn* 
vano  sospesi  e  non  rispondeano  al  coaume  di  Pe- 
rugia, e  davano  il  mercato  a^niauei,  di  prenenin  le- 
varono il  mercato»  e  acconciarsi  alla  difesa,  e 
darono  a  offerirai  a'  Perugini,  e  conunetaren  n 
raggiare  quelli  di  Beltona.  Onde  oonvenne,  per  neeeaaità 
delle  coae  da  %iverè,  che  la  cavalleria  ah*em  inBottoan 
spalleggiasse;  e  lasciaronvi  a  guardia  della  terra  aea- 
cento  cavalieri  e  più  d'altrettanti  maanadieri,  e  Tnltm 
gente  tornò  a  Cortona.  Rtmaai  in  Bettona  i  soprad- 
detti capitani,  e'  rìposono  l'aaaedio  a  lionteeehio,  e 
ordinaronsi  per  accrescere  loro  forza  e  aoecorrero 
Bettona,  se  il  bisogno  occorresse.  Lasceremo  al- 
quanto de*  fatti  di  Bettona  per  arguire  dell'altre  cose 
ch^awonnono  innanzi  ch'ella  si  mcquistssse. 

CAPITOLO  XVDI. 
Come  i  Romani  andarono  per  puuiara  KàAsrèo. 

Di  questo  mese  di  giugno  del  detto  4mno,  ve- 
dendo il  popolo  roaaano  ohe  il  prefolto  da  Yieo  cre- 
sceva in  forza  e  ad  acquieto  oeenpando  le  terre  del 
Patrimonio,  feciono  in  fretta  CMorèuo  del  Monto  do- 
gli Orsini  capitano  di  guerra,  e  aoeolnono  tolta  In 
gento  d'arme  che  fatta  aveano  eoi  loro  rettore  a  piò 
e  a  cavallo,  e  aceozzaronli  eoi  capitano  del  Pntriase- 
mo  messer  Niccola  delle  Serre  cittadino  d'Agohbio, 
e  in  pochi  di  accolaono  mflledagento  envalieri  e  do- 
didnula  pedoni  in  arme^  e  con  gran  fnrin  ae  n'  on- 
darono sopra  la  città  di  Viterbo  per  gnaalarla  d*in- 
tomo  e  porvi  Tassedio,  e  alarri  tanto,  che  Imita  Ta- 
vessono  daUe  mani  del  prefetto.  Avvenne  in  su  la 
gionto,  che  a  messer  Niccok,  capitano  del  Patrinranio, 
cadde  il  ano  cavalfo  addoaao,  e  per  la  pereoann  e 
per  lo  disordinato  caldo  per  spesimo  mori  di  pre- 
sento. Morto  il  espilano,  l'osto  senza  fare  alenna^o- 
sa  notovole,  con  poco  onore  del  capitano  de*  Roanni, 
si  partì  da  Viterbo,  e  catone  si  tornò  a  eaan  ann. 

CAPITOLO  XIX. 
Come  il  re  Luigi  ebbe  Nocera, 

In  queati  di  meaaer  Currado  Lupo,  ch'em  per 
addietro  atato  vicario  del  re  d'Ungheria  nel-  Refno, 
sapendo  che  la  pace  era  fatta  dal  re  d*  Ungherie  a' 
reali  di  Puglia,  e  che  di  volontà  del  ano  aignore  em 
eh'  egli  rendeaae  fo  terre  ohe  tenne  al  re  Luigi, 
già  coronato  per  la  Chiesa  del  reame,  oon  T  nato- 
zia  todeaca  pensò  di  trarre  suo  vsntaggio  ;  e  nceolao 


DI  MATTEO  VILLANI. 


03 


tatti  i  Ted«Mlii  ch^  erano  nel  Re^rno,  e  con  f  el- 
looento  iMiinite  feoe  teata  a  Nooera  de'  Saracini^  e 
letò  nn'  inaefna  imperiale,  moato'ando  che  a  atansa 
deUivperadore  voleaae  rimanere  nel  Regno;  e  per 
alquanti  ai  diaae  che  akoni  baroni  del  reame  il  fa- 
TOreggiarano.  Temendo  il  re  che  qneali  non  aveaae 
appoggio  d'altro  aignore,  o  che  non  1'  acqniataaae 
stando,  per  lo  meno  reo  prese  di  patteggiar  con 
kd,  e  dMegU  oontanti  trentaoìnqne  mila  fiorini  d'o- 
ro, e  rendè  Nocera  e  la  contea  di  Gioglionese,  e  a- 
sdaai  del  Regno  con  tatta  la  ana  gente  ;  con  patto 
fermato  per  ano  aaramento,  che  da  ìtì  a  doe  anni 
non  dovesse  per  alcnno  modo  tornare  nel  Regno, 
flM  valicati  i  doe  anni  vi  poteaae  tornare  come  ba- 
rone del  re  per  le  terre  della  moglie,  facendogli  il 
debito  saramento  e  onmggio 

CAPITOLO  XX, 
Come  fu  tconfUto  il  eonie  di  Caseria. 

Segnitando  i  rivolgioienti  dello  sviato  Regno, 
ei  occorre  in  questi  di  come  il  daea  d'Atene,  conte 
di  Brenna,  il  qnale  altra  volta  per  la  ana  incostan- 
te tirannia  meritò  a  forore  easere  cacciato  della  si- 
gnorìa di  FirenEC,  easendo  tratto  di  Francia  all'  o- 
dore  dello  aviato  Regoo  non  con  intera  fede,  con 
sue  maanade  di  cavalieri  franceschi  fece  in  Paglia 
spontanea  guerra  contro  al  conte  di  Caserta,  figliuolo 
che  fd  di  mess«r  Diego  della  Ratta,  conte  camarlingo, 
il  quale  era  con  gente  d'arme  a  Taranto,  e  con  as- 
sentimento del  re  Luigi  guerreggiava  le  terre  del 
detto  duca,  secondo  la  comune  voce  ;  l'infermità  del 
Regno  non  consentiva  uè  in  guerra  uè  in  pace  co- 
se aperte,  né  chiari  movimenti.  Il  detto  duca  accolti 
de'paeaani,  co^auoi  Franceachi  combattè  col  conte  e 
sconfisselo,  facendo  alla  sua  gente  grave  danno.  B 
rìfaggito  il  detto  conte  in  Taranto  per  sua  sicurtà, 
del  detto  anno,  del  mese  di  maggio,  per  lo  detto 
duca  fu  hmgamente  aensa  frutto  assediato. 

CAPITOLO  XXI. 
'  La  notità  in  Coiole  di  Volterra. 

1  figliuoli  di  messer  Ranieri  da  Caaole  di  Vol- 
terra cacciati  per  lungo  tempo  da'loro  nimid  del  ca- 
stello, come  giovani  coraggiosi,  accolsono  segreta- 
mente masnadieri  e  amici,  e  a  di  15  luglio  del  detto 
nnno  entrarono  nella  terra  di  Casole,  che  si  guarda- 
Ta  per  lo  comune  di  Siena,  e  improvviso  corsone 
n  casa  i  loro  nimid  ;  e  quanti  ve  ne  trovarono  mi- 
sono  al  taglio  delle  spade,  e  rubarono  le  case  loro, 
e  appresso  Parsone  \  e  gli  altri  che  non  furono  mor- 
ti cacdarono  della  terra,  e  la  podeatà  che  v*era  pe' 
Sanasi  riguardarono:  la  terra  tennono  tanto  parle- 
rò, che  co*Saneai  presono  accordo  di  tenerri  pode- 
stà dal  comune  di  Siena;  e  fedonsi  ribandire,  e  ri- 
maaono  i  maggiori  nella  terra. 


CAPITOLO  XXIL 

Come  furono  decapitati  degli  Ardinghelli 
di  Sangimignano, 

Seguita  in  questi  medesimi  di,  coom  Benedetto 
di  messer  Giovanni  degli  Strozxi  di  Fireose,  essendo 
capitano  della  guardia  per  lo  nostro  comune  di  San- 
gimignano, con  ingiusto  sospetto  prese  il  Rosso  e 
Primerano  di  meaaer  Gualtieri  degli  Ardinghelli,  gio- 
vani di  grande  aspetto  e  séguito,  d' animo  e  di  na- 
sione  guelfi  ;  e  tenendoli  aensa  trovare  vera  cagio- 
ne perchè  preai  gli  aveva,  per  accidente  v'  occorse 
caso,  ohe  gittarono  una  lettera  a'Ioro  amici  fuori  del- 
la carcere,  pregandoli  che  li  veniasono  ad  atare  li- 
berare di  prigione.  Il  capitano  avendo  questa  lette- 
ra, quale  che  fosse  la  cagione,  o  per  xdo  del  suo 
ufido,  o  per  insìgamento  de'  Sanucd  loro  nimid, 
deliberò  di  farìi  morire.  Il  comune  di  Firense  sa- 
pendo che  non  erano  colpevoli,  volea  che  campas- 
sono;  e  mandandovi  in  fretta  ambaaciadori  con  e- 
spresso  comandamento  al  capitano  che  non  gli  do- 
vesse fare  morire,  la  fortuna  impedì  i  messaggi  per 
disordinata  grandezxa  dell'  Elaa,  che  non  li  lasciò 
paasare  in  quella  notte.  Il  capitano  temendo  non  so- 
pravvenisse il  comandamento,  a'affrettò  di  farli  mo- 
rire :  e  la  vilia  di  San  Lorenao,  a  di  9  d*  agosto,  con 
un  altro  terrazaano  a  coi  aveano  acritto  che  fosse 
a  loro  aeampo,  in  aulla  piazsa  li  fece  dicollare  ;  on- 
de fu  riputato  grande  danno,  e  il  capitano  ne  fa  mol- 
to biasimato.  Qneata  decollazione  ai  tirò  dietro  ma- 
teria di  grande  acandalo  e  rivoltura  di  quella  terra, 
come  al  suo  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  XXIU. 
Come  gente  del  re  di  Francia  fu  sconfitta  a  Guinisi. 

Essendo  il  re  di  Frauda  in  aingoiare  solle- 
citudine di  racquistare  la  contea  di  Guinisi  che  sot- 
to le  triegue  gli  era  atata  furata,  vi  nundò  milledn- 
quecento  cavalieri  e  tremila  pedoni,  tra  i  quali  eb- 
be gran  parte  di  maanadieri  lombardi  ;  e  avendovi 
poeto  l'assedio,  difendendosi  lungamente  que'del  ca- 
stello, i  Franceachi  vi  fedone  bastite  intomo,  per 
tenerlo  atretto  con  meno  gente.  Il  re  d'  Inghilterra 
mettea  con  due  barche  di  notte  gente  in  Caleae  per 
modo,  che  i  Franceschi  non  se  n'accorgevano;  e  a- 
vendori  per  questo  modo  accolta  quella  gente  che 
a  lai  parve,  fomiti  di  capitani  awiuti  delle  bastite  e 
della  guardia  de'  Franceachi,  una  notte  chetamente 
uscirono  di  Calese,  e  improvviso  da  più  parti  assa- 
lirono i  Franceschi,  i  quali  impauriti  del  non  pen- 
sato assalto  intesone  a  fuggire  e  a  campare,  senza 
mettersi  alla  difesa  :  e  così  in  poca  d'ora  furono  rotti 
e  sbarattati  dagl' Inghilesi  ^  e  i  battifolli  arsi,  con 
pie  vergogna  che  danno  de'  Franceachi  per  la  gra- 
zia della  notte.  E  liberato  il  caatello  dall' assedio,  e 
rifornito  di  nuovo,  dd  mese  di  luglio  del  detto  an- 
no gì*  Inghiled  d  ritornarono  nell'isola  senza  fora  al- 
tra guerra.  Poco  appresso  il  re  di  Frauda  scoperse 
che  certi  baroni  il  doveano  uccidere  per  trattato  del 


94 


CRONICA 


re  dlngliilterra  ;  per  la  qoal  cofa  a  eerti  ne  fa  ta- 
gliata la  testo  :  e  il  re  a  modo  di  tiranno  ai  faceva 
guardare  a  gente  armata,  dentro  e  fnori  di  ano  o- 
atìere  reale,  a  caTt No  e  a  pie,  di  di  e  di  netta  nella 
città  di  Parigi;  coaa  atrana  e  diaoaata  alla  maeatè 
reale  e  a^  paenani. 

CAPITOLO  XXIV. 
Come  i  Pemgmi  assediarono  Betiona. 

Tornando  alle  vicine  asaterie,  avendo  il  co- 
mune di  Pemgia  da^  Fiorentini  ottocento  cavalieri  di 
buona  gente  d*  arme,  con  loro  afono  valicarono  le 
Giaci  per  porre  Taaiedio  a  Battona,  e  con  grande  po- 
polo raaaediarono.  E  volendoai  partire  de*  cavalieri 
deir  ardveacovo  della  terra,  ovvero  per  andare  in 
foraggio,  otto  bandiere  furono  aorpreae  dalla  gente 
deiroata  per  modo,  cbe  la  maggior  parte  rìmaaono 
preai  ;  e  d*  allora  innanai  si  ritennono  dentro  alla 
guardia  del  castello.  B  procacciando  di  avere  aoceor- 
ao  da*  cavalieri  e  dagli  amici  deirarciveacovo  cbe  e- 
rano  per  lo  paese  di  qua,  e  per  fare  migliore  guar- 
dia, ai  miaotto  a  campo  fuori  della  terra,  nella  piag- 
gia a  petto  al  campo  de^  Pemgini.  I  Perugini  aggiun- 
gevano ai  continovo  gente  d*  anne  nel  campo  per 
aoldo  e  per  amistà,  e  mandaronri  la  maggior  parte 
de*  loro  cittadini  ;  e  dall*altra  parte  della  terra  for- 
marono due  battifolli,  percbè  né  vittusglia  né  aoc- 
corso nella  terra  potesse  entrare.  E  cosi  aaaediata 
la  terra,  procuravano  di  aCToraare  e  d^impedire  i  pas- 
si, per  riparare  dalla  lungi  al  campo  cbe  nim^ci  non 
poteiaono  aoprawenire.  E  per  questo  modo  durò 
l*assedio  infino  ali*  agosto  vegnente,  come  appresso 
diviseremo,  e  posto  vi  fu  del  mese  di  giugno  del 
detto  anno. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  fu  liberalo  Montecchio  daW assedio 
per  soccorrere  Beitona, 

Era  in  queato  tempo  stato  assediato  lungamen- 
te il  piccolo  oaatollo  di  Monteccbio  presso  a  Caati- 
glionaretino  da*  Tarlati  e  dal  aignore  di  Cortona 
colla  cavalleria  dell*  arciveacovo,  e  recato  a  partito 
cbe  i  [maggiori  di  quelli  cbe  '1  teneano  erano  ve- 
nuti nel  campo  per  volerlo  dare.  Temendo  ì  Tarlati 
cbe  avuto  il  caatello  perla  vicinanu  non  rimanea- 
ae  al  aignore  di  Cortona,  per  consiglio  aggiunte  mi- 
nacce a  coloro  cb^  erano  venuti  per  darlo,  ai  ritor- 
narono dentro  alla  difesa.  E  V  oste  sollecitata  del 
soccorso  dagli  assediati  di  Bettona,  ae  ne  levarono, 
e  accoaxaronai  i  cavalieri  dell*  arcivescovo  con  gli 
altri  cavalieri  loro  compagni  cb*  erano  in  Agobbio 
e  nelle  circostanae,  e  trovaronsi  millecinquecento 
barbute  e  masnadieri  aaaai  ;  e  per  fare  levare  i  Pe- 
mgini da  Bettona  ai  miaonoa  oate  alla  città  di  Ca- 
atello. E  atativi  alquanti  di,  feciono  provvedere  i  pas- 
si come  potessono  andare  a  aoccorrere  Bettona,  e 
trovarono  cbe  i  Perugini  erano  alla  difesa  de*  paasi 
molto  bene  provveduti  e  fomiti  alla  guardia  ;  toma- 


ronai  al  Borgo  per  acoogliefe  aufgiofe  fenfoafor- 
aa,  e  farlo  per  dtra  pib  lungi  nau  In  qnnnlo  meés- 
aimo  tempo  gli  asaodiàti  per  ta  aperannn  del  sao- 
oorso  preaono  ardire,  e  naaalireno  Tiibo  de*  battitoi- 
li  de*  Peragìni,  e  vìaaenlo  e  aiaonto,  e  mosMne 
per  aegnì  di  Inminarìa  gran  feata  ;  e  con  quella  M- 
danaa  presa  andarono  ad  aaaalire  V  Mn^  e  tenne 
occupati  per  modo  dn*cavalieri  dell'oato  cIm  tornaro- 
no in  rotto,  presa  parto  éeUa  leio  gente  ée  cavillo 
e  da  pie  ;  gli  altri  si  uggirono  tutti  nelln  terra,  la- 
vandoai  da  caaipo  per  «tare  alta  dilsaa  dette  man, 
e  da'Peragini  lorono  pia  atretli.  I  capitani  éelk  gan- 
te deiraroiveaeove  feciono  capitano  genemle  il 
te  Nolfo  da  Urbino,  e  nusonai  per  te  valle  ^ 
si,  e  andarono  a  Orrieto;  e  tratti  i  eavidieri  €b*a- 
veano  in  quella  città,  si  trovarono  eoa  daemilabg- 
bute  ;  e  volendo  aoccorrere  gli  assedia^  trovarono 
in  catuno  paaao  al  provveduti  i  Perugini  e  al  forti 
alta  difeaa,  cbe  per  ninno  modo  ridono  di  poterlo 
fornire.  Ed  eaaendo  disperati  deU*  iaqireaa,  voDobo 
rimettere  in  Orvieto  i  loro  cavalieri  cbe  n*aveiBO 
tratti,  e  non  furono  votati  ricevere,  e  oon  gli  diri 
insieme  se  ne  tornarono  al  Borgo;  e  gli  aaaadiiti 
furono  fuori  d*ogni  aperanaa  d*avere  aoocorao. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  i  Perugini  ebbono  BeUona^  e  arsonia  e 

dis feciono  afàiio. 

Vedendo  i  caporali  ob*  erano  rincbioai  in  Bot- 
tone, cbe  a  toro  era  mancato  ogni  apemaa  di  aoo- 
corao, e  cbe  la  riituaglia  ara  mancato,  e  mangioti 
gran  parte  de'  loro  cavalli,  vedendosi  a  mal  partito, 
oon  induatria  e  oon  danari  pensarono  allo  aoavpo 
delle  loro  peraone  molto  aegretamente,  percbè  oi- 
peano  bene  cbe  i  Perugini  avrebbono  maggiore  glo- 
ria d*avere  le  loro  persone  cbe  la  terra  di  Bettoar, 
e  però  strettisi  insieme,  e  prestoto  la  fede  1*  uno  tl- 
Taltro,  il  signore  di  Cortona,  e  il  conto  di  Meato- 
feltro,  e  Gbisello  degli  Ubaldini  avendo  procacoitto 
per  danari  il  nome  di  quelta  notte,  veatiti  a  modo 
di  ribaldi  per  mezzo  il  campo  paaaarono  a  silvi- 
mento;  onde  poi  fu  incolpato  alcuno  de*  rettori  di 
Perugia.  I  aoldati  aentendo  campati  i  loro  capitui> 
incontanente  presono  measer  Creapoldo  aigaorodi 
Bettona,  e  uno  de*  Buglioni  di  Perogta  cb'aveano  lo- 
ro dato  la  terra,  e  patteggiarono  co*  Pemgini  di  di- 
re costoro  prigioni,  e  rendere  la  terra,  salvo  le 
peraone  loro  aolamente;  tasciando  Tarme  e*  cavalli,  e 
giurando  di  non  venira  mai  contro  a  quello  coaume 
né  a  quello  di  Firenze;  e  coal  fu  fatto:  e  avoodo 
mangiati  centocinquanto  cavalli  do'  loro  per  fine, 
a*  uscirono  delta  terra,  e  i  Perugini  la  presono;  e 
trattine  tutti  gli  abitanti,  e  tette  le  masserìzia  o  o- 
gni  altra  aostonza,  e  condotta  a  Perugta,  arsooo  li 
terra  ;  e  dopo  V  arsione  abbatterono  te  mura  den- 
tro e  di  inori,  acoioccbè  non  aveaae  mai  più  oafio- 
ne  di  rnbellarsi  a*  Perugini  ;  e  a  meaaer  Crespoldo 
e  a  quello  de*Baglioni  feciono  tagliare  le  testo.  B 
questa  fu  ta  fine  deirantica  terra  di  Battona,  ripre- 
aa  a  dì  19  del  meae  d*agosto,  gli  anni  Domini  13^^) 


DI  MATTEO  VILLANL 


95 


io  gnu  Titiiperìo  de*  Viioonli  dlf  Milano,  e  a  onore 
del  cornane  di  Pirenae,  per  lo  coi  aiato  e  conforto 
infine  aHa  fine  i  Perugini  ebbono  qneata  vittoria. 

OAPiTOLO  xxvn. 

Come  la  dtéà  d'A§obbio  w^aeeordò  co*  Pomgim. 

Glofinm  di  Cnnl»ieio  ngMre  d'AfoMiio,  ayen- 
do  Tedttlo  come  le  coae  non  aoccedevano  proapere 
airimpreae  fatte  per  lo  tiranno  di  Milano,  e  ohe  Bet- 
tona  non  era  potata  soccorrere,  ed  era  diafatta,  dif- 
fidandosi della  sna  difesa  se  la  piena  gli  si  volgesse 
addosso,  sapendo  che  i  suoi  cittadini  non  erano  in 
lede  eoD  1«,  con  astata  aMlisfa  si  prewide  e  mandò 
a  trattare  pace  co*  Peragiaì.  B  fa  fatto  che  gli  asciti 
vi  tomassono,  salvo  messer  Iacopo  Gabbrielli,  e  tntti 
awaaono  Initti  de'  loro  heni,  e  «he  4n%  anni  il  detto 
Giovanni  vi  poteaae  eleggere  pedeatà  d*  Agobhio  cai 
e^  volease;  e  vsliealj  i  dna  anni,  la  dtlè  rimanesse  al 
coniane,  e  i  Perugini  avessono  la  guardia  deHa  ter- 
ra senza  altra  gioriadisione  ;  ma  poco  darò  l'accordo, 
come  aegnendo  si  potrà  vedwe. 

CAPITOLO  XXVIII. 

Come  ier  Latto  s'accordò  con  il  re  Lmi^ 

deir  Aquila. 

Avenu)  addietro  contato  come  la  città  dell*  A- 
qaila  ai  reggeva  sotto  il  govemamento  di  aer  Lello 
suo  piacelo  cittadino,  il  qnale  avea  diaM>strato  pie 
volte  di  tenerla  quando  per  lo  re  d'Ungheria  e  quan- 
do per  lo  re  Luigi,  come  bene  gli  mettea  ;  ma  poi- 
ché il  re  Luigi  Ita  coronato,  e  i  Tedeschi  e  gli  Un- 
gherì  partiti  del  Regno,  vedendo  che  mantenere  non 
In  potrebbe  contro  aUa  corona,  traaae  suo  vantag- 
gio, e  fecesi  Isre  conte  di  Montorio,  ed  ebbe  altre 
due  eastella  in  Abrusai,  e  neir  Aquila  ricevette  ca- 
pitano per  lo  re  e  per  la  reina.  Nondimeno  i  cit- 
tadini ubbidivano  più  ser  Lello  che  il  re  o  ano  capi- 
tano, e  convenne  al  re  diaaimniare  la  aua  offésa  per 
lo  ouaore  nude. 

CAPITOLO  XXDL 

Coaie  t  Perugini  e*  PiorenUnfi  tornarono  a  guastare 

Cortona^ 

l  Ptfugini,  avuta  la  vittoria  di  Battona,  colle  ma- 
snade del  oonrane  di  Firente  ritornarono  sopra  la 
oUtà  di  Cortona,  essendo  messer  Corrado  lupo  usci- 
to del  Regno  ali*  Oraaia  con  cinquecMto  barbate,  il 
quale  si  stette  di  messo  sensa  pigliare  arme  ;  e  i 
Perugini  guastarono  le  ville  intomo  a  Cortona  come 
f  oppone  il  peggio.  In  questi  medeaimi  di,  air  uscita 
d'agosto  del  detto  anno,  de'  cavalieri  dell*arcivesco- 
vo,  ch'erano  tornati  al  Borgo  a  San  Sepolcro,  si  par- 
tirono milledugettto  barbute,  e  andarono  au  quello 
d'Areaao,  e  poaonai  in  aalla  Chiaasa,  e  aflénarono 
di  steccati  eerto  poggio  sopra  il  campo,  per  più  loro 
salveua  ;  e  quivi  si  misono  per  vernare  in  luogo  do- 


viaioso  e  grasso.  B  per  Ingannare  gli  Aretini  comia- 
ciarono  a  comperare  e  a  pagare  derrata  per  danaio, 
non  facendo  vista  d'  a!cana  violenza.  B  quando  si 
vidono  fomiti,  cominciarono  a  cavalcare  per  lo  con- 
tado, e  fare  preda  di  beatiame  e  d' uomini  e  di  ciò 
che  trovavano,  senza  avere  contrasto.  E  questo  avven- 
ne, che  alquanti  cittadini,  meno  di  sette,  avendo  oc- 
cupato il  reggimento  di  quella  città,  per  tema  di 
loro  stato  presono  gelosia  de'Florentini,  e  innanzi 
soffersono  il  danno  da*  nemici,  che  volessono  l*aiato 
dagli  amici.  I  Fiorentini  nondimeno  tennero  ottocen- 
to cavalieri  alle  frontiere  di  Valdaroo,  e  raflreoa- 
vano  alquanto  le  loro  goaldane,  e  aalvarono  11  loro 
distretto.  6H  Aretini  lungamente  furono  tribolati  da 
qaella  gente,  per  la  singolare  non  debita  paura  di 
pochi  loro  cittadini,  come  detto  abbiamo. 

CAPITOLO  XXX. 

Come  gli  ambaseiadori  de*  tre  comuni  di  Toscana 
tornarono  dairimperadore  sema  accordo. 

In  questi  dì  gli  ambaseiadori  de'  tre  comuni  di 
Toscana  ch'erano  stati  con  l'eletto  imperadore,  tor- 
narono, avendo  assai  praticato  sopra  i  patti  e  con- 
venenze  promesse  per  Io  suo  vececancelliere,  non 
trovando  con  lui  concordia  per  la  brevità  del  termi- 
ne, e  per  la  povertà  del  detto  eletto,  tempellato  dal 
conslf^io  de*  ghibellini  che  non  si  fidasse  de'  guelfi  ; 
ma  qneata  parte  non  ebbe  in  lui  podere,  che  cono- 
scea  che  la  necessità  lo  strignea,  volendo  pervenire 
al  ano  onore,  d'avere  l'amore  e  la  confidenza  de'gnel- 
fi  d'Italia;  e  però  non  ai  rompeva,  e  non  riasciva  a 
ninno  effetto.  In  questo  avvenne  che,  ragionando  con 
gli  ambaseiadori,  l' uno  de'  Fiorentini  per  corrotto 
parlare,  tenendosi  più  savio  che  gli  altri  perchè  a- 
vea  maggiore  alato  in  cornine,  riprendendo  reietto 
imperadore,  disse  :  Voi  filate  molto  sottile.  L' impe- 
radore,  che  sapea  la  lingua  latina,  conobbe  Tindiscreta 
parola;  e  turbato  temperò  so  medesimo,  parendoli 
che  l'imperiale  maestà  ricevesse  ingiuria  dall'indi- 
screta e  vile  parola  ;  ma  d'allora  innanzi  poco  volle 
udire  quel  savio  ambascisdore.  E  venuto  il  termi- 
ne diputato  a'  detti  ambaseiadori,  convenne  che  tor- 
naasono,  lasciando  la  cosa  sospesa  da  ogni  parte. 

CAPITOLO  XXXI. 
Come  t  arcivescovo  cercava  pace  co*  Toscani. 

In  questa  sospensione,  gli  animi  de'  Toscani, 
e  principalmente  de*  Fiorentini,  si  comindarono  a 
cambiare  veggendo  ch'erano  a  nulla  del  loro  propo- 
nimento ;  e  in  questo  1'  arcivescovo  conoscendo  che 
questi  comuni  di  Toscana  Intendeano  a  muovere  con- 
tro a  lui  gran  cose,  e  veggendosi  ributtato  da*  Fio- 
rentini e  da'Peragini,  grave  gli  sarebbe  a  mantene- 
re guerra  in  Toscana,  e  già  sentiva  che  i  suoi  vi- 
cini Lombardi  non  si  contentavano  di  vederlo  trop- 
po grande,  pensò  che  per  lui  facea  d'avere  pace  coi 
Fiorentini  e  Toacani;  e  confidandosi  molto  in  Lotto 
Gambacorti  da  Pisa,  che  allora  era  amico  de'  Fioren- 


96 


CROiaCA 


tini,  feeo  naorere  le  parole  e  iniittere  in  qaelle.  H 
■ostro  comirae  oonoiceodo  che  delle  pece  del  ti- 
raoBO  poco  il  poteano  confidare,  nondimeno  feden- 
do che  colla  Chiesa  né  coli' imperadore  non  a- 
▼eano  potato  far  quello  che  procuravano,  diede  a 
intendersi  a  questo  trattato.  E  avendo  V  ardvesoovo 
a  questo  fio  e  mandati  suoi  ambasciadori  a  Serex- 
sana,  il  comune  yi  mandò  prima  religiosi  per  suoi 
ambasciadori  per  sentire  se  la  sposizione  fosse  con 
speranza  d''alcuno  frutto.  E  nondimeno  ordinarono  e 
mandarono  gli  altri  ambasciadori  a  Trevigi,  ot^  era 
venuto  il  patriarca  d'  Aquilea  fratello  dell*  eletto  e 
altri  ambasdadorì  dell*  imperadore  futuro,  per  trattare 
le  cose  cominciate  co^  comuni  di  Toscana.  Lucere- 
mo al  presente  1*  ambasciate  tanto  che  tomi  il  loro 
frutto,  e  seguiteremo  nell*  altre  cose  la  nostra  materia. 

CAPITOLO  xxxn. 

Come  il  prefetto  da  Vico  fu  fatto  eignore  (f  Orvieto. 

I  cittadini  d^Orvieto,  rotti  e  divisi  e  insanguinali 
per  le  cittadine  discordie,  e  caduti  nella  forza  de* 
ghibellini,  essendo  naturali  guelfi,  voltandosi  come 
Tinfermo  palpando,  voltandosi  ora  da  una  parte  ora 
dairaltra,  alla  fine  per  la  aagadU  del  prefetto  da 
Vico  loro  vicino  fu  fatto  signore  con  certi  patti  ;  e 
messo  nella  città,  comindò  a  far  fare  alcune  pad,  e 
rimise  dento'O  de*  cittadini  cacciati,  e  di  fuori  riten- 
ne cui  e*  volle  ^  e  la  signoria  reggea  con  poco  con- 
tentamento del  popolo,  e  patto  promesso  non  osser- 
vava :  sicché  non  si  vedeano  alleggiati  delle  divi- 
sioni, né  delle  nimistà  cittadiaesche  ;  e  vedeansi  sot- 
toposti al  tiranno,  e  signoreggiati  da*  ghibellini.  Ma 
dopo  il  fatto,  aggiunta  del  vituperio  é  il  pentirsi  ; 
che  la  soma  sotto  il  tirannesco  giogo  convenne  loro 
portare.  E  questo  avvenne  ali*  usdta  d*  agosto  del 
detto  anno. 

CAPITOLO  XXXUI. 

Novità  itate  a  Roma. 

Air  entrata  del  mese  di  settembre  del  detto  an- 
no, il  rettore  del  popolo  romano,  oltraggiato  da  Lu- 
ca Sacelli  e  male  ubbidito  dal  popolo,  volle  ragu- 
nare  il  parìamento  per  rinunziare  la  signoria.  Nel 
popolo  nacque  dissensione*,  che  chi  volea  che  ri- 
nunziasse,  e  chi  no.  In  questa  contenzione  messer 
Rinaldo  Orsini,  ch*era  senatore,  prese  Tarme  ;  e,  se- 
guitato dal  popolo,  cacciò  di  Roma  Luca  Savelli  co* 
suoi  seguaci  :  ma  poco  stettono  fuori,  che  si  torna- 
rono dentro.  11  rettore  volendo  fortificare  il  popolo 
con  ordini,  acciocché  i  prìncipi  non  avessono  so- 
perchia audacia,  fece  richiedere  il  popolo  per  rioni 
a  bocca,  e  appresso  colla  campana;  e  non  raunan- 
dosi,  prese  sospetto  della  sua  persona:  e  trovando 
in  sua  balia  seimila  fiorini  d*orOy  che  la  Chiesa  a- 
vea  donati  al  popolo  per  untare  a  mantenere  quel- 
la ufido,  e  altri  denari  eh*  egli  uvea  accolti,  si  partì 
di  Roma  e  andossene  in  Abruzzi  ;  e  comperato  uno 
castello,  si  stette  nel  paese,  avendo  abbandonata  la 
snervata  repubblica,  meritandolo  per  la  sua  incostanu. 


CAnroLO  XXXIV. 

Come  la  gente  del  Biscione  assediarono 
la  Città  di  Castello. 

Airnsdta  di  questo  meie,  i  eavalierì  delP  ar- 
dveeeovo  di  Milano  flati  ad  Areno  e  oonsaaalo  il 
loro  contado,  se  ne  paHirono;  e  andarono  sopra  la 
Città  di  Casteflo,  rubando  per  lo  paese  aadd  e  nì- 
nùd.  E  stando  ivi,  per  pia  riprese  i  casleHani  nsei- 
rone  a  loro  per  assalti  e  per  agnati,  facendo  d^nr- 
me  assai  notevoli  cose. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  i  Fioresstim  soccorsomo  Bmrga  e  eeonfissono 

i  CoitraemU. 

Del  oMse  d*  ottobre  del  detto  anno,  essendo 
stata  la  teira  di  Barge  in  Garfagnam,  d^  comune 
di  Firenze,  assediata  quattro  mesi  e  pie  da  menter 
Francesco  Castracani  degl^Interaùnelli  di  Luoen  col- 
rduto  dell*ardvescovo  di  Milano,  per  modo  òhe  pia 
non  si  potea  tenere  per  difetto  di  vittuaglia^  fl  co- 
mune di  Firenze,  quanto  che  quella  terra  gli  fosse  di 
grande  costo  e  di  piccola  utiMtà,  per  non  abbando- 
nare gli  aadd  ragunò  a  Pistoia  seicento  barfoule  e 
ventiaùk  masnadieri,  accomandati  a  messer  Ramon- 
do  Lupo  da  Parma  capitano  di  guerra,  la  quale  mae- 
strevolmente a  di  7  d*  ottobre ,  la  notte,  n  mosse 
colla  gente  e  colla  aalmeria  per  la  montagna  di  Pi- 
stoia, dando  vista  d*andarla  a  fornire  da  Sommaco- 
lofua.  E  mandati  cinquecento  Canti  con  parlo  della 
salmeria  per  quella  via,  innanzi  il  di  Iravwsè  da  Se- 
ravalle  e  miseri  per  la  Valdinìevole  ;  e  caralento  per 
lo  contado  di  Lucca,  il  di  di  8anla  Reparata  n  tro- 
vò in  Garfognana  nel  piano  dinanzi  al  Borgo  n  Mez- 
zana, in  sul  passo,  dove  era  messer  Pranoeeoo  oon 
trecento  cavalieri  e  oon  millecinquecento  fanti,  buona 
gente  d*anne,  alla  guardia  \  il  quale  si  mise  fÉori  del 
borgo  colle  schiere  fatte,  prendendo  1*  avvantaggio 
del  terreno.  Il  capitano  ile*Piorentini  avendo  confér- 
lata  la  sua  gente  di  ben  Cve,  in  snll*  ora  del  mez- 
zo dì  percosse  a*  nimid  con  si  fatto  empito,  che  in 
poca  d*ora  gli  ebbe  rotti  e  sbarattati,  e  morti  dn  cin- 
quanta in  sul  campo,  e  centoventi  n*  ebbene  n  pri- 
gioni; e  tolto  Tarmi  e*  cavalli,  li  lasciarono  alla  fede. 
E  preso  il  Borgo  a  Mezzano,  messer  Francesco  cam- 
pato della  battaglia  si  fuggi  in  lizzano.  1  Fiorentini 
coirempito  di  questa  vittoria  senza  arresto  se  n*an- 
darono  a  Barge;  e  trovando  abbandonali  i  ballifoUi, 
cb*erano  quattro,  gli  presono  e  arsone  ;  e  la  vìUnn- 
glia  eh*  aveano  portata  e  la  guadagnata  adsono  in 
Barge,  e  fornitala  doppiamente,  toraati  per  la  via  on- 
d*erano  andati,  con  vittoria  se  ne  tornarono  a  Pisleia. 

CAPITOLO  XXXVl. 
Come  si  difese  il  borgo  d'Arezio  per  li  FiorenHnL 


In  questi  di,  sentendo  i  onvatieri  dell*i 
ve,  ch*erane  alla  (Hllà  di  CanleUot  cerne  i  cnmlieri 
de*Fiorentini  erano  andati  n  Btfga,  lomarono  né  A- 
rezzo  milleottocento  cavalieri,  e  puosonsi  n  Qoarala. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


97 


Cento  de'6avalierì«deTioreiitìni  ebe  lornivano  di  Pe- 
rugia, albergarono  la  notte  nel  borgo  d'  Arozzo,  o- 
ve  molti  contadini  erano  rifuggiti  col  loro  bestiame 
per  paura  dei  nimid  :  la  cavallerìa  del  Biicìone  ai 
strinse  al  borgo,  assalendolo  aspramente  per  modo 
cbo  i  cittadini  T  abbandonarono  ;  e  sarebbe  perduto, 
se  non  ch'e'cento  cavalieri  deTiorentini  fìrancamen- 
te  il  difesono,  e  alla  ritratta  de'aimici  uscirono  fuori 
del  borgo,  e  fecionoalla  codazaa  danno  e  vergogna, 

CAPITOLO  XXXVIL 
D*un  segno  mirabile  eh" apparve. 

Nel  detto  anno,  a  di  13  d'ottobre,  venera  se- 
ra, tramontato  il  sole,  si  mosse  tra  gberbino  e  mez- 
zogiorno una  massa  grandissima  di  vapori  infocata. 
In  quale  ardeva  con  sì  gran  fiamma,  che  tutto  il  cie- 
lo di  sopra  e  la  terra  alluminava  maravigliosamente  ; 
e  alla  nostra  vista  valicò  sopra  la  città  di  Firenze, 
e  cosi  parve  a  tutti  i  cittadini  di  catuna  città  d'Ita- 
lia. B  perchè  fosse  in  somma  altezza,  pareva  agli  uo- 
mini in  catana  parte  che  dovesse  toccare  le  sommità 
delle  torri  e  le  cime  degli  alberi  \  e  spesso  gittava 
foori  di  so  grandi  brandoni  di  fuoco,  che  parca  che 
cadessono  in  terra.  E  il  suo  corso  fa  tanto  veloce  fra 
tramontana  e  greco,  che  a  tutti  gritaliani,  e  a  quel- 
li del  mare  Adriatico,  e  aTrìolani,  e  agli  Schiavoni 
e  Ungheri,  e  ad  altri  popoli  più  lontani,  apparve 
valicando  in  quelfai  medesima  ora  che  a  noi  ;  e  catuno 
stimava  che  ivi  presso  dovesse  essere  data  in  terra. 
Com'ebbe  di  subito  valicata  la  nostra  vista,  essendo 
il  delo  sereno  senza  alcuna  macchia  di  nuvoli,  a* 
nostri  orecchi  pervenne  un  tonitruo^  grandissimo,  ste- 
so, tremolante,  il  quale  tenne  sospesi  gli  orecchi  lun- 
gamente, non  come  tuono  consueto,  ma  come  voce 
di  terremuoto  ;  e  dopo  il  tuono  rimase  Feria  quieta 
e  serena  :  e  cosi  in  ogni  parte  8*udì  questa  voce  do- 
po il  valicamento  della  massa.  Questo  segno  fece 
■tolto  maravigliare  la  gente,  eziandio  i  più  savii,  non 
meno  per  la  novità  del  tuono  che  per  la  grande  mas- 
sa del  fuoco.  Dissono  alquanti  sporti,  che  quello  in- 
focamento  deVaporì,  o  cometa  o  Asub  che  si  fosse, 
che  ella  fu  nel  cielo  in  somma  altezza  in  quello  dì 
Slarte  ;  ed  era  si  grande,  che  se  venata  fosse  a  ter- 
ra, avrebbe  coperta  tutta  V  Italia  e  maggiore  paese. 
Vedemmo  seguire  in  quest'anno  diminuzioni  d'acque  ; 
che  dal  maggio  all' ottobre  non  furono  acque  che  ri- 
gassono  la  terra,  se  con  tempesta  di  gragnuola  e  for- 
tuna di  disordinali  venti  non  venne,  e  di  quelle  ninna 
cbo  con  frutto  nella  terra  entrasse. 

CAPITOLO  XXXVIU. 
Come  i  Tarlati  arsono  il  borgo  di  ligghine, 

Messer  Piero  Sacconi  de'  Tarlati,  d' età  più  di 
Dovant'  anni,  e  il  vescovo  d'  Arezzo  degli  Ubertiui, 
e'Pazzi  di  Valdarno  con  alquanti  degli  Ubaldini,  a- 
vendo  al  loro  servigio  le  masnade  dei  cavalieri  del- 
l^ardvescovo  di  Milano,  a  di  13  del  detto  anno  ai 
mossone  da  Qaarata  con  duemila   cavalieri,  e  due- 


milacinqaecento  pedoni;  e  la  domenica  mattina,  a  dì 
14  d'ottobre,  colle  schiere  fatte,  coperti  da  una  gros- 
sa nebbia,  valicarono  Montevarchi,  e  lango  la  riva 
d' Amo  vennono  fino  all'Ancisa,  e  di  là  girarono  ti 
entrarono  nel  borgo  di  Figghine;  il  quale  per  la 
subita  venuta  non  era  sgombro,  ma  pieno  di  masse- 
rizie e  di  vittuaglia  e  di  bestiame  senza  difesa,  chò 
ogni  nomo  avea  inteso  a  guardare  la  persona.  Il  ca- 
stello e  il  castellucdo  de'  Benzi  erano  fomiti  e  pie- 
ni di  gente  alla  difesa,  e  però  non  tentarono  d'  ss- 
saKrli.  In  Firenze  avea  poca  gente  d'arme,  che  an- 
cora non  era  tornata  l'oste  che  andò  a  Barge  ;  quelli 
die  si  poterono  avere  cavalcarono  all'Ancisa.  I  ne- 
mici stettono  nel  borgo  di  Figghine  la  domenica  e 
il  lunedi,  e  raccolsono  la  proda,  lasdando  la  vittua- 
gKa.  E  durando  la  grossa  nebbia  contìnuamente,  il 
martedì  mattina,  affocate  le  case^  del  borgo,  si  parti- 
rono senza  alcuno  impedimento  ;  e  prima  abbono  pre- 
so e  arso  il  Tartagliese,  che  quelli  delle  castella  di 
Figghine  sapessono  la  loro  partita,  o  che  il  borgo 
fosse  infocato  ;  tanto  ingrossava  il  fumo  la  nebbia, 
che  tolto  era  loro  del  fuoco  ogni  vista.  Allora  cor- 
sone al  borgo  a  spegnere  il  fuoco;  ma  tardi,  per 
la  maggior  parte.  Il  danno  fu  grande,  e  la  vergo- 
gna non  minore,  avendo  liberata  Barge  in  Garfagna- 
na,  e  perduto  e  arso  il  borgo  di  Figghine  ;  ma  tornò 
in  bene,  che  fu  cagione  di  fare  una  forte  e  grossa  e 
buona  terra,  come  appresso  a  suo  tempo  racconte- 
remo. I  cavalieri  dell'arcivescovo  si  tornarono  ad  A- 
rezzo  e  posonsi  fuori  della  porta  alla  fonte  Guiniz- 
zelli  ;  e  tribolato  alcuno  tempo  da  capo  il  loro  con- 
tado, si  divisone  per  vernare  tra  gli  amici  del  Bi- 
scione, e  parte  se  ne  tornò  a  Milano. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  gli  usciti  di  Montepulciano  venuti  alla  terra 

ne  furono  poi  cacciati, 

A  dì  2  del  mese  di  novembre  del  detto  anno, 
messer  Iacopo  della  casa  de'  Cavalieri  di  Montepul- 
ciano, poco  innanzi  cacciato  della  terra  perchè  ne  vo- 
ice essere  signore,  avendo  cento  cavalieri  dell'ard- 
vescovo,  e  accolti  altri  cavalieri  e  fanti  a  pie  di  sua 
amistà,  corrotto  per  moneta  un  notaio  da  Sanmlniato 
del  Tedesco,  ch^era  sopra  la  guardia,  e  alcuni  di  quel' 
le  guardie,  un  venerdì  notte  spezzò  una  delle  por- 
te, e  con  tutta  sua  gente  entrò  nella  terra,  e  fu 
insalla  piazza;  e  levato  il  romore,  messer  Niccolò 
suo  consorto,  cavaliere  di  grande  ardire,  di  presente 
fu  all'arme;  e  montato  a  cavallo  con  pochi  compa- 
gni, subitamente  senza  attendere  aiuto  sì  feri  tra  co- 
storo, rawilfgli  sì  forte,  che  non  fèdono  resistenza  : 
ma  volti  in  fuga,  messer  Iacopo  s'  nsd  della  terra 
con  venticinque  cavalieri;  gli  altri  errando  per  la 
terra,  desto  il  popolo,  forono  presi,  ohe  furon  set^ 
tantacinque  cavalieri,  e  il  notaio  colle  guardie,  de' 
quali  venticinque  ne  farono  impiccati  col  notaio,  e 
gli  altri  smozzicati.  Montepuldano  fu  libero  per  que- 
sta volta  ;  ma  cagione  fu  appresso  della  loro  sugge- 
zione,  come  seguendo  si  potrà  trovare. 


'  Lo  stesso  ohe  tuono^  alla  latina. 
Vilumi  M-,  Cronieo,    VoL.  U. 


'  messe  a  fboco,  incendiato. 


98 


CRONICA 


CAPITOLO  XL 

Come  fra  Mortale  fa  assediaio^  e  rendessi 

aire  Luigk 

Bra  rimalo  lel  regno  della  geote  del  re  d'Un- 
gheria caporale  meaaer  fra  Moriate  solo,  il  qvale 
teneva  la  città  d'  Avena,  e  col  re  disiìmalava,  non 
facendo  goerra  e  non  rendendogli  la  terra,  fl  re  ve- 
dendo ancora  il  reame  tenero^  sotto  la  ana  signoria, 
e  il  Provenxale  baldanxoso,  temeva  di  muovergli 
gverra  ;  e  per  essere  più  forte  e  meglio  ubbidito, 
mandò  per  messer  Malatesta  da  Rimini  con  quittro- 
cento  cavalieri,  e  feeelo  vicario  del  Regno  ;  il  qua- 
le cavalcando  per  lo  reame,  perseguitava  i  malfatto- 
ri, e  recava  i  baroni  e'  comuni  ali*  nbbidìenu  del 
re,  e  a  tutti  faceva  pagare  la  colta',  e  fare  i  servigi 
feudatarìi,  e  tenne  per  tutto  i  cammini  aperti  e  si- 
curi. E  tornato  a  Napoli,  fece  che  il  re  mandò  a 
fra  Moriate  che  venisse  a  lui  ^  e  scusandosi,  messer 
Malatesta  il  fece  citare  più  volte  dalla  corte  della 
vicberia:  e  non  comparendo,  di  subito  colla  sus 
gente,  e  con  alquanta  accolta  del  Regno,  ae  n'  andò 
ad  Aversa,  e  nella  terra  se  n*  entrò  senza  contra- 
sto. Fra  Moriale  si  rinchiuse  nel  castello  colla  sua 
gente,  nel  quale  aveva  il  suo  arnese  e  il  tesoro  ac- 
colto delle  prede  e  ruberie  de'  paesani,  e  pensavasi 
essere  sicuro,  e  potere  con  patti  rendere  il  forte 
castello  al  re  quando  a  lui  paresse,  al  modo  di  mes- 
ser Currado  Lupo  :  ma  trovossi  ingannato,  che  mes- 
ser Malatesta  di  presente  cinse  il  castello  d'  asse- 
dio, e  appresso  in  pochi  di  V  ebbe  cinto  di  fosso 
e  di  steccato  per  modo,  che  né  entrare  né  uscire  vi 
si  potea;  e  dì  e  notte  il  facea  guardare  di  buona 
e  sollecita  guardia  :  e  cosi  il  tenne  stretto  tutto  il 
mese  di  dicembre.  E  vedendosi  fra  Moriale  dispe- 
rato di  soccorso,  trasse  patto  di  rendere  il  castello, 
avendo  per  suo  bisogno  stretto  solamente  mille  fiorini 
d*  oro  e  salvo  le  persone  ;  e  per  bonarietà  del  re 
così  fu  fatto.  E  uscito  del  castello,  rassegnò  al  re  il 
tesoro  male  guadagnato,  e  dispettoso  se  n*  andò  a 
Roma,  pensando  alla  vendetta  del  re  e  di  messer 
Malatesta,  come  poi  per  grande  e  fellonesco  ardire 
gli  venne  fatto,  come  innanzi  per  li  tempi  racconte- 
remo', n  cMlello  e  la  dttà  d' Aversa  rimase  al  re,  e 
r  ubbidienza  di  tutto  il  Regno  e  ài  catnno  barone 
per  operazione  di  messer  Malatesta. 

CAPITOLO  XLL 
Come  i  Pioreniini  fornirono  LoMole. 

Air  «scita  di  novembre  del  detto  anno  i  Fio- 
rentini, avendo  con  battifolli  stretto  il  castello  di 
Lozzole  per  la  forza  degli  Ubaldini  nel  Podere,  man- 
darono dugento  cavalieri  e  millecinquecento  masna- 
dieri col  vicario  di  Mugello  nell'alpe,  e  presono  in 
sul  giogo  deir  alpe  il  poggio  di  Malacodn  e  quello 
di  Vagliane,  e   fecìonli  guardare   a'  fanti  a  pie  e 


'  non  risodatOi  non  oonfermftto.  Vedi  Taggionta  Unero 
con  tal  significato  In  Oiov.  VUUuii  alla  pag.  24 1,  od.  II, 
1.  26  della  nostra  edis.  ;  e  U  Fireniuola  nella  TWÀksùi,  at- 
to m,  scena  in,  pag.  17  pare  della  nostra  edls. 

'  Impoaizione,  aggravio. 

'  Ben  fece  egli  pentire  I  nemici  della  loro  generosità. 


I  a'  cavalieri,  e  con  seicento  SMfnadieri  tennero  i 
Prati  :  e  eletti  cento  buoni  saasnadieri,  oondusseao 
il  fornimento  colla  salmeria  ;  e  rotti  quelli  del  batti- 
folle,  che  voleano  oontrutare  il  paaso,  per  fona  gii 
riausono  dentro,  e  la  roba  condauono  nel  castello. 
Certi  villani  del  paeae,  pochi  e  male  armati,  eoa 
trenta  femmine  eh'  aveano  con  loro,  saliti  in  alcBU 
parte  sopra  Malacoda,  gridavano  contro  n^  masas- 
dieri  eh'  erano  a  quella  guardia,  e  le  femmine  nrla- 
vano  senza  arresto.  1  codardi  masnadieri  mandaro- 
no per  soccorso  al  vieario  meaaer  Giovanni  degli 
Alberti,  il  quale  vi  mandò  cinquanta  cavalieri,  i  quii 
ai  rimasono  nella  piaggia  :  il  c-astello  era  fornito,  e 
r  animo  della  genie  codarda  era  di  tornare  in  lo- 
gello  'y  que*  di  Malacoda  non  vedendo  venire  aoc- 
corso, impauriti  delle  grida  delie  femmine,  abbando- 
narono il  poggio,  fuggendo  alla  diina.  1  fanti  de- 
gli Ubaldini,  eh'  erano  aettanta  per  novero,  gli  to- 
minciaroiio  a  aeguire,  e  lasciare  i  palveat  per  es- 
sere più  apediti)  e  le  trenta  feaunine  aeguttavaDO 
rinforzando  le  grida  :  allora  tutta  V  oate  ai  mosso 
senza  atteadere  V  uno  V  altro,  diropandoai  e  volto- 
landoai  per  le  ripe.  Il  vicario  fa  il  primo  che  portò 
la  novella  della  rotta  alla  Scarperia.  L*  altra  parlo 
de'  maanadieri  eh'  erano  a  Vagliano,  aentendo  fug- 
giti il  capitano,  e*  cavalieri  e*  pedoni  de'  Prati  e  di 
Malacoda,  ai  diedono  a  fuggire  aenza  eaaere  incal- 
ciati, 1  cento  fanti  eh'  aveano  fornito  il  castello, 
sentendo  fuggita  1'  oste  d'  ogni  parte,  vigorosa- 
mente atretti  insienù,  eaaendo  naciti  quelli  del  bal- 
tifoUe  contro  a  loro,  per  forza  gli  riaisono  nel 
battifolle,  e  tornaronai  nel  castello,  e  di  nuovo  il 
rifornirono  di  legno  ^  e  poi  T  altro  di,  bone  acoea- 
d  e  avvisati  alla  loro  difesa,  se  ne  tornarono  a  sal- 
vamento* Degli  altri  rimasono  prigioni  centoveati 
cavalieri,  e  più  di  trecento  pedoni  ;  morii  n'  ebbe 
pochi.  Ooeata  fu  più  notabile  fortuna  che  gran  fitto. 
Ha  meritato  qui  d'  eaaere  notata  per  eeooipio  doUs 
mala  condotta,  che  apesso  i  vinti  fa  vincitori,  e  i 
vincitori  rinti.  Nella  noatra  città,  in  questi  tempi,  <ti 
coM  Catti  falli  non  ai  tenea  ragiono;  però  apeaso  ri- 
ceveva vituperoso  gastigamento. 

CAPITOLO  XUL 
Maratiglie  falle  a  Roma  per  una  fòlgore. 

Non  aenza  cagione  di  aingoiare  amaurarioas 
vegnamo  a  foro  aaemoria,  come  a  di  11  del  mass 
di  dicembre,  già  il  cielo  agravato  da  impolnoao  cal- 
do aolare,  che  anole  nell*  aria  natoralmente  gene- 
rare folgori  e  tempeate,  uoa  disusata  fortuna  di 
venti  e  di  tuoni  turbò  f  aria,  e  in  quella  lompeitt 
una  folgore  cadde  in  Roma,  e  percosse  il  campani- 
le di  San  Piero,  e  abbattè  la  cupola  e  parto  del 
campanile,  e  tutte  lo  grandi  e  nobili  caaspane  obs 
erano  in  quello  fece  cadere,  e  trovaronai  qnaai  lat- 
te fondute  in  quello  punto,  come  fossono  colato 
neUa  fornace.  Questa  pare  una  favola  a  raccontare  i 
ma  fu  manifesto  a  molti  che  'I  ridono,  da  cui  ae 
avemmo  chiara  e  vera  leatimonianza.  E  molti  il 
recarono  in  segno  ovvero  prodigio  della  aegnoate 
materie. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


99 


GAPrroLO  XLm. 

Come  morì  papa  ClemenU  ieiio^  e  di  $ue 

condiùoni. 

In  quelli  di,  eiMBdo  malato  papa  Clamente 
leaio  Bella  città  d'ATÌgnone  ia  Provensa  d^ina  oon- 
\mM\  ond'  era  giaoiato  sei  di,  la  notte  tegnente 
la  fetta  di  San  Nicoola,  a  di  5  di  dicembre,  paitò 
da  qaeata  vita',  arendo  tennto  il  papato  anni  dieci 
e  meli  eette.  Coatoi  fu  natio  di  Francia,  e  ardve- 
8C0Y0  di  Rouen,  e  grande  amico  e  prolettore  del  re 
Filippo  di  Francia,  e  per    lai,  innanzi  al  papato  e 
poi  che  fu  papa,  assai  cose  fece  \    e  a  papa  Gio- 
vanni venne  per  sao  ambasciadore,  e  nella  persona 
del  detto  re  promise  e  giurò  che  farebbe  il  passag- 
gio d^  oltre  mare.   Costai  fatto  papa  non  restò  di 
fare  quanto  il  detto  re  seppe  domandare,  e  molto 
scopertamente.  Nella  guerra  cb*  ebbe  col  re  d*  la- 
gbilterra  prese  la  parte  del  re  di  Francia,  e  assai 
vi  consumò  del  tesoro  di  Santa  Chiesa.  Larghissimo 
papa  fa  di  dare  i  benefioii  di  Santa  Chiesa,  e  tanti 
ne  stribid  a  spettanti   V  uno  appresso  V  altro,  che 
non  si  trovava  chi  più  ne  domandasse,  senza  il  be- 
neficio deir  Anteferri,    II   suo   ostiere  tenne   alla 
reale  con   apparecchiamento  di  nobili  vivande,  con 
grande   tinello  di  cavalieri  e   scndieri,    con   molti 
destrieri  nella  sua  malistalla.  Spesso  cavalcava  a  suo 
diporto,  e  mantenea  grande  comitiva  di  cavalieri  e 
acadierì  di  sua  roba.  Molto  si  dilettò  di  fare  grandi 
i  suoi  parenU,  e  grandi  baronaggi  comperò  loro  in 
Francia.  La  Chiesa  riforni  di  più  cardinali  suoi  con- 
giunti, e  focene  di  sì   giovani  e   di  sì  disonesta 
vita,  ehe  n^  ascirono  cose  di  grande  abominasione^ 
e  ewti  dtri  fece  a  richiesta  del  re  di  Francia,  fra  i 
quali  anche  n*ebbe  di*  troppo  giovani  A  quel  tem- 
po non  s*  avea  riguardo  alla  sdenia  o  alle  virtù  ; 
bastava  saziare  V  appetito  col  cappello  rosso.  Uo- 
mo, fu  di  convenevole  scienza,  molto  cavalleresco, 
poco  religioso.  Delle  femmine,  essendo  ardveacovo, 
non  ai  guardò,  ma    trapusò  il  modo  de*  secolari 
giovani  baroni  ;  e  nel  papato  non  se  ne  seppe  con- 
tenere né  occultare,  ma  alle  sue  camere  andavano  le 
grandi  dame  come  i  prelati  ;  e  Ira  T  altre  una  con- 
tessa di  Torenna  fa  tanto  in  suo  piacere,  che  per 
lei  fiicea  gran  parte  delle  grazie  sue.    Quando  era 
infermo,  le  dame  il  servivano  e  governavano,  come 
congiunte  parenti  gli  altri  secolari.   U  tesoro  della 
Chieaa  atribol  con  larga  mano.  Dell*  italiane  discor- 
die poco  si  curò;  e  1*  impresa  fatta  a  soa  'stanza 
contro  al  tiranno  di  Bologna  in  ani  buono  abbando- 
nò, e  della  vergogna  di  Santa  Chiesa  non  si  fece 
coscienza,  ma  per  i  molti  danari  che  V  arcivescovo 
di  Milano  largamente  sparse  nessuni  parenti  e  nel  re 
di  Francip,  ogni  cosa  gli  perdonò,  e  intitoloUo  per 
la  Chiesa  vicario  di  Bologua.  Vacò  la  Chiesa  tredici 
di  La  cometa  Nigra  pronosticò  la  sua  morte,  la  fol- 


'  febbre  continua,  che  gli  antichi  chiamarono  anche  sem- 
plioemente  cofUma. 

'  Mori  a'  6  non  al  6  dioambra  del  1859.  U  suo  corpo 
Al  trasferito  a  Cbaise-Dieny  dova  a' era  in  vita  fttto  eri- 
gere vn  sepolcro.  U  papa  ne  celebrò  T  Ingegno,  la  gene- 
roaità  e  i  modi  gentili. 


gore  di  San  Piero  a  Roma  la  sua  fama  consumata 
nel  vile  metallo. 

CAPITOLO  XUV. 

Cime  fa  faiio  papa  Itmocenùo  $esto. 

Dopo  la  morte  di  papa  Clemente  sesto,  i  car- 
dinali rinchiusi  in  conclave  sentendo  che  il  re  di 
Francia  s*  a&ettava  di  venire  a  Avignone  per  avere 
papa  a  sua  volontà,  la  quel  cosa  non  gli  potea  man- 
care, tanti  cardinali  aveva  a  sua  stanza  e  di  auo 
reame;  ma  non  ostante  che  tutto  il  collegio  de* 
cardinali  fosse  stato  al  servigio  del  detto  re,  tutta- 
via, per  la  riverenza  della  libertà  di  Santa  Chiesa, 
voUono  innanzi  avere  fatto  papa  di  loro  movimen- 
to, che  a  stanza  del  re  di  Francia.  E  però  di  pre- 
sente prosono  accordo  tra  loro,  ed  elessono  a  papa 
il  cardinale  d*  Ostia,  nativo  di  Limogi,  il  quale  era 
stato  vescovo  di  Chiaramonte,  uomo  di  baona  vita, 
e  di  non  grande  scienza,  e  aasai  amico  del  re  di 
Francia  ;  la  soa  fama  infra  gli  altri  era  di  semplice 
e  buona  vita,  e  antico  d*  età;  e  fecesi  ne*  papali 
palagi  in  Avignone  a  di  28  di  dicembre,  gli  anni 
Domini  1352.  Preso  V  ammanto  di  San  Piero  e  la 
corona  del  regno,  e  ne*suoi  principii  ragionò  d'am- 
mendare la  disonestà  della  corte  e  focene  alcune 
buone  costituzioni,  e  fecesi  chiamare  papa  Innocenzio 
sesto. 


CAPITOLO  XLV. 

Come  uscUi  di  prigione  i  reali  del  Regno^ 
i*arrestarono  a  Tretigi. 

In  queato  anno  del  meae  di  novembre,  essendo 
liberati  di  prigione  messer  Ruberto  prenze  di  Taran- 
to e  messer  Luigi  di  Durazzo  dal  re  d*  Ungheria, 
se  ne  vennono  a  Vinegia  ;  e  ricevuto  onore  da  quel- 
lo comune,  se  n'  andarono  a  Trevigi,  e  ivi  attesono 
gli  altri  loro  due  fratelli,  messer  Filippo  di  Taranto 
e  messer  Ruberto   di    Durazzo.   Il    re  d'  Ungheria 
volle  che  i  primi  due  reali  essendo  in  loro  libertà, 
faceasono  certe  obbligazioni,  le  quali  non  furono 
paleai;  ma  certo  fu,  che  a  Trevigi  vennero  a  loro 
ambasdadori  drt   re   d'  Ungheria,   e   che  da  loro 
presono  certe  obbligazioni.  B,  per  avere  questo,  ten- 
ne gli  altri  due  fratelli  tanto,  che  gli  ambasciadori 
furono  da  Trevigi  tornati  in  Ungheria  colie  cantele 
pubbliche  di  quello  eh*  olii  aveano  promesso  ;  e  al- 
lora furono  licenziati  messer  Filippo  di  Taranto  e 
messer  Ruberto  di  Durazzo,  e  vennonsene  a  Trevigi 
agli  altri  loro  fratelli.  E  partiti  di  là,  se  ne  venno- 
no a  Ferrara,  e  appresso  a  Forli|  ricevuti  in  catu- 
na  parte  a  grande  onore.    E  stando  in  Romagna, 
mandarono  a  Firenze  per  volere  valicare  nel  Regno 
per  la  nostra  città  e  per   lo  nostro  contado;  ove 
si  pensavano  poter  venire  confidentemente  a  gran- 
de onore.    Certi  cittadini  potenti,  parziali  di  setta 
dttadineaca,  che  allora  reggevano  il  comune,  vie- 
tarono la  loro  venuta  nella  città,  e  il  passo  per  lo 
contado;    cosa  incredibile  n  narrare,    considerato 
r  antico  e  incorrotto  amore  di  quella  casa  reale  al 


100 


ORiXnQA 


DOitro  oommie,  e  il  Mifv»  loro  BMoolito  oob 
quello  de^  cittadini  di  Firense,  sparto  uUo  noilre 
battaglie  in  difenaione  di  quella  oitti  ;  e  ora  vieta 
loro  il  pasao  per  lo  aoo  distretto,  uomini  uaciti  di 
prigione,  sansa  arme  e  senza  oomiliTa.  Io  mi  ver- 
gogno a  scrìvere  che  quello  che  il  nostro  comune 
spesso  concede  a^  nemici,  foase  vietato  a  costoro. 
Se  il  comune  ci  avesse  fdlato,  sarebbe  detestabi- 
le coaa  n  trovare  sMmoria  di  cotanta  ingratitadip- 
ne;  nui  considamla  la  singolare  vileua  delle  cit- 
tadine sette,  igora  della  sfrenala  tirannia,  non  è 
cosa  maravigliosa.  I  reali  non  sansa  giusta  cagione 
sdegnati  presono   altra  via,  e  capitarono  a  Roma. 

CAPITOLO  XLVL 


iMtUà  sUiié  im  Samgmignamo, 


Ricordandoci  de'  doe  fMelli  dicoUati  degU  Ar- 
foghelli  di  Sangimignano,  ci  occorre  come  i  loro 
consorti  tennono  che  '1  fitto  fosse  per  operaiione 
do^  Salvucci  di  quella  terra  :  onde  i  detti  Ardioghelli 
provveduti  d*-aiuto  di  loro  parenti  e  amici,  a  di  20 
di  dicembre  del  detto  anno  levarono  remore  nella 
lem,  e  seguitati  dalla  maggior  parte  del  popolo 
eorsono  alle  case  dei  Salvncci  in  sn  la  piasse  della 
pieve;  e  trovandoli  sprovveduti  alla  difesa,  aeasa 
fare  resistensa  furono  cacciati  di  Sangimignano,  e 
le  loro  case  rubate  e  arse,  e  di  tutti  i  loro  segua- 
ci ;  e  la  terra,  ch'era  in  guardia  del  comune  di  Pi- 
rense,  tennono  per  loro,  temendo  di  non  essere  puni- 
ti del  malificio  commesso.  1  Salvncci,  cacciati  co'  lo- 
ro aeguaci  il  di  della  pasqua  di  Natale,  se  ne  ven- 
nono  a  Pirense,  domandando  1'  aiuto  del  comune, 
sotto  la  cui  guardia  erano  rubati  e  cacciati  della  lo- 
ro terra.   Dall'  altra  parte  gli  Ardinghelli  col  titolo 
e  eoli'  autorìti  del  coiuine  mandarono  aadiaseitdo- 
ri  a  Pirenae,  dicendo  ch^  aveano  cacciati  i  ghibelli- 
ni di  Sangimignano,  e  la  terra  teneano  a  onore  del 
comune  di  Pirenie  e  di  parte  guelfa  ;  e  dove  il  co- 
mune r  aveà  per  piccolo  tempo,  la  voleano  dare 
per  maggiore,  ove  delle  cose  fatte  non  si  facesse 
alcuna  vendetta,  e  che  i  loro  nlmid  non  fossono  rì- 
messi  nella  terra.  H  comune  tenne  sospeso  un  pos- 
so, cercando  so  modo  v*  svesse  d'  accordo  ;    ma 
continovo  creseeva  la  mala  disposislone,  diffidando- 
si gli  Ardinghelli  e  i  loro  seguaci  d'  avere  remis- 
sione di  cpieUo  ch'aveano  commesso  ;  e  aveano  d'in- 
torno a  loro  di  mali    consigUatorì  ;    onde  per  la 
contumace  e  per  l' impotensa  poco  appresso  ne  se- 
gui Is  suggesione  di  quella  terra,  come  a  ano  tempo 
racconteremo. 

CAPITOLO  XLVIL 

Come  i  comuni  di  Toscana  mandarono  solenm 
ambasciadori  a  SereMana  a  iraiiare  pace. 

Avvegnaché  ne'  oondnciameati  poca  fede  si 
prendesse  per  li  Fiorentini  e  per  gli  altri  comuni  di 
Toscana  della  pace  eoli'  arcivescovo  di  Milano,  non- 
dimeno avendo  trattato  prima  co'  retigiosf,  e  poi 
con  abboccamento  d*  altri  ambasciadori,  e  trovan- 


don  convenienza  ifla  pace,  al  ordinò  più  solaaaa 
ambasciata  di  tutti  i  comuni,  i  quali  n  convenooaa 
a  Firenze,  e  in  segreto  si  conferì  la  sostanza  de' 
patti  ;  e  il  simigliante  fece  1'  arcivescovo  co'  suoi  e 
con  gli  ambaaoiadorì  de'  ghibettioi  d' Italia,  che  eoa- 
coirevano  alla  detta  pece.  E  catuno  comune  diede 
libertà  a'suoi  ambasdadorì  di  potere  fermare  la  con- 
cordia. B  poi,  il  primo  di  di  gennaio  del  detto  urne, 
andarono  a  Soreszann  per  ém  compisiMito  slls 
detta  pace. 

CAPITOLO  XLVUL 

Di  grandi  Iremuoti  tennono  in  Toscana 
e  in  aUre  pariL 

A  di  25  di  dicembre  del  dello  anno,  in  sai 
vespro,  furono  grandi  lerremuoti,  i  quali  abbattero- 
no al  Sorgo  a  San  Sepolcro  una  parte  degli  edifidi 
della  terra,  con  danno  di  bene  ciaqnecanto  tra  uo- 
mini e  femmine  e  fiuioiuUi  morti.  B  la  ròcca  d*  BId, 
in  an*  confini  tra  Arezzo  e  il  Borgo  subissò  con 
quo"  viventi  che  v*  erano  a  gnardarìa  pw  V  arcive- 
scovo di  Milano.  B  sollevati  i  tremuoti'  alquanti  di, 
poi  a  di  31  del  dett  >  mese,  la  notte,  vegnente  te 
mattina  di  calen  di  gennaio,  in  sul  mattutino  rm- 
noveUarono  maggìorì  terrenraoti.  B  aUa  delta  terra 
del  Borgo  furono  sì  terrìbili,  che  quMi  tulli  gli  e- 
dificii  di  quella  terra  fece  rovinare;  nel  cui  scotimea- 
to,  per  la  notte  e  per  le  mine  d^  ogni  parie,  pochi 
ne  poterono  campare,  foggendosi  ignudi  negli  otti 
e  nelle  piazze  della  terra  ;  e  quasi  la  maggior  parte 
de^  terrazzani  e  de'  forestieri  che  v'  erano,  fedoao 
delle  CMC  sepoltura  a'  lacerati  corpi,  e  molli  maga- 
gnati e  mezzi  inorti  stettono  parecchi  di  aenza  aiu- 
to sotto  le  travi  e^  palchi,  e  altre  concavili  fatte 
dalla  ruina  ;  e  assai  ne  morirono,  che  sarebbono  caai- 
pati  se  avessono  avuto  aoccorso.  Le  mura  della  ter- 
ra da  ogni  parte  caddono  ;  e  di  vero  gran  pietà  fa 
a  vedere  V  eccidio  di  cotanti  cristiani  involti  in 
cosi  a^ro  giudicio  dalla  loro  morie,  che,  fatto  con- 
to, piò  di  duemila  uomini  d*  ogni  sesso  spiraroao 
sotto  quelle  rovine.  B  non  ò  da  laadare  senzs  me- 
moria quello  eh'  avvenne  loro  per  easere  sotto  la 
tirannia,  che  per  paura  dei  prìmi  teiremuoli  eraao 
usciti  della  terra  e  alavano  a  campo,  e  sarebbono 
campati;  ma  per  tema  della  terra  mosser  Piero  Sac- 
coni, e  Nierì  da  Faggìaola  col  vicario  dell'  arcive- 
acovo  vi  cavalcarono,  e  per  fona  coatrinaono  i  ter- 
razzani e' soldati  a  ritornare  nella  terra.  Akmd  ffie- 
veleggiando  dissono,  che  questo  fu  aiegolare  aea- 
tenza  di  Dìo,  perchè  coaloro  ftarono  i  primi  in  To- 
scana ohe  diedono  ricetto  alla  gente  del  gran  tiran- 
no arcivescovo  di  Milano^  in  confuaione  do'  loro 
drcoslanti  ;  e  tutte  le  prede  indebitamente  tolte  a' 
loro  vicini  comperavano  per  niente,  ingrassando  e 
arricchendo  di  queBe  indebitamente,  non  avendo  i 
detti  lerremuoti  fatto  alcuno  danno  in  Toscana. 


'  loitati,  eetsati  i  tremaoti. 

*  Gran  lampo  dnrb  oal  popolo  quatta  siqiantlilooi,  e 
per  eaaiara  ohe  si  proiangaatoro  i  eaatlghi  di  Dio  par  to 
colpo  dall' sreivMcovo  di  mUno,  i  tacardoti  bandiroeo 
pubbliche  preghiere. 


DI  HATTBO  VILLANI. 
CAPITOLO  XUX. 
Come  i  SmuH  mutarono  a  otto  a  Monlepulàaito. 


BMendo  i  ligiiori  della  oua  de'  Caralteri  di 
Honlepaldaiio  diviii  e  cacciati  1'  ni  1'  altro.  Mine 
addietro  è  dÌMOstrato,  <iiiellt  ch'erano  ilmeai  ligoori 
teaeano  ranista  de'ForngÌDÌ  egli  oadti  qDelia  de' 
Saneii)  onde  avTeoDe  che  i  Saneai  rolevaao  che  la 
terra  toraaise  al  goTemsnento  dal  popolo  :  a 
unendo  coloro  che  la  reggevano  per  h)  monaonto 
de' Saneai,  ai  fortiBcarono  con  aiuto  di  gante  d'ar- 
se da'  Peragiu,  e  per  qoeeto  i  Saneai  ooMìnciiro- 
no  a  caraleaie  aopra  loro.  E  i  temiuni  eolle  ma- 
•■ade  de'  Pengini  e  de'  loro  loldati  a'  Riatavano 
(raBcamente,  facendo  vergogna  alla  c«TaIIerìe  de' 
Saoeai,  e  per  qneato  presone  adegno  contro  a'Pe- 
rogini.  B  del  comune  di  Firenie  si  dolsono,  perchè 
richiesti  a  qnesla  impresa  non  vollono  contro  agli 
■Bici  loro  gualB  dare  loro  aiuto.  B  tanto  montò 
r  alteua  dello  adegno  de'  Saneai,  che  ai  roroinao 
di  gento  d' tme  a  pie  e  a  citallo,  e  miaonai  al- 
l' assedio  dì  Moolepulciano,  e  qaello  cootinoTarono 
Infloo  al  naggio  segneote  1353,  e  atrinaolo  con 
batlirolli  ;  e'  Perugini  per  non  dispiacere  ■'  Sauesi 
ne  rìtrasaono  la  gente  loro.  I  Fiorentini  e' Perugini 
■andaroDO  ^  ambaacìadori  a  trovare  modo  di  pace 
«  di  concordia  tra  '1  comune  di  Siena  e  qnello  di 
Hontepoldano,  i  quali  vi  dimorarono  Inugamenk, 
iananu  che  poteaaono  recare  le  parti  a  coneoidia.  E 
perOochi  nel  detto  teapo  altre  cose  oocoraono,  con- 
viene, per  dare  parta  a  loro,  alquanto  soggiornare 
alla  preaenle  materia. 

CAPITOLO  l. 
Come  Guaitieri  Vbertiiii  fu  decapitalo. 

In  qneato  msdeiimo  ncie  dì  dicembre  fa  pte- 
w  ia  nn  agnato  da'  soldati  del  comone  di  PireHa, 
a  Civitella  del  veicovo  dì  Areno,  Gualtierì  Oglioolo 
di  Buataecio  degli  Uberlini,  giovane  di  grande  fama, 
valoroBO  e  prò',  e  di  grande  aspetto  e  seguito,  il 
qaate  per  comandamento  del  comone  fu  menalo  ■ 
Fireue;  e  credendosi  campue,  trovandoli  il  bando 
generale  di  tnlti  quelli  della  oaaa  degli  Ubntini  per 
la  loro  ribellione,  la  villa  di  Natale  fu  dicoUato;  di 
eoi  gli  Ubertini  rìoeveltono  gran  danno,  peroeciii 
troppo  art  giovane  di  buono  aapelto.  A  coatoi  fa 
tagliala  ta  lesta  dirimpetto  allo  apedale  di  Ssnt'  0- 
Bofrio  ;  e  messo  il  corpo  Mita  caaaa  io  due  peui, 
e  portandosi  alla  obieaa  di  Santa  Croce,  venoto  a 
pie  del  campanile  di  quella  chiesa,  per  spailo  d'una 
aaeltata  di  balestro  o  più  il  corpo  ai  dibattè,  e  a- 
porae  le  gÌDulure  della  cassa  con  tanto  dioroUamen- 
to,  die  a  pena  fu  ritannta  che  non  oaddo  di  collo 
agli  uomini  che  'I  portavano  ;  cosa  aiaai  maravigllo- 
aa:  ma  fa  vera  a  manifesta  a  molti  ;  e  noi  l'avemn 
da  coloro  che  '1  deHo  corpo  nella  caaaa  portaron 
nomini  degni  di  fede. 


CAPITOLO  IL 

Come  il  Alca  d'Aleno  attediò  Brandimo, 


la  questi  di,  avendo  il  re  Luigi  fatta  certa  ri- 
ohieatt  di  baroni  del  Begoo,  fra  gli  altri  vi  vanne 
meaaer  Filippo  della  Ripa  di  Braadiiio,  ricco  d'ava- 
re e  di  piccola  Btiione,  da  cui  il  i«  con  finte  ca- 
gioni ìntendea  di  trarre  di  molti  danari.  A  costui 
fu  rivelala  V  inteuiiHie  del  re  -,  oad'egli  seaia  con- 
gio  si  ritornò  in  Puglia.  11  re  fattolo  da  capo  ri- 
chiedere per  contumacia,  ebbe  cagione  di  farlo  ban- 
dire. 11  daca  d'  Atene,  At  colle  sue  terre  gli  era 
vieine,  por  lorglì  il  ano,  e  per  potere  aotlo  la  co- 
verta di  coatoi  prendere  Braadiaio,  ae  n'  andò  ia 
Paglia  ;  e  preaa  licenaa  di  procaeeiare  di  recare  al 
fisco  i  beni  di  coatni  che  era  bsmdeggitlo,  ranno 
gente  d'  arme,  e  non  aapendo  il  re  che  proce- 
deaae  per  qnealo  modo,  fece  di  suoi  Pranoesohi  e 
d'  altri  soldati  qnaltrocento  cavalieri  e  milleciaqiie- 
oanto  pedoni,  e  andò  a  oste  a  Braadiaio.  1  terraK- 
sanl  vedendosi  questa  gente  addosso  improvviso,  si 
maravigliarono  forte,  e  conobbouo  il  fatto  tirannesco, 
di  presente  s' unirono  alla  difesa,  e  non  lo  lascia- 
rono accostare  alle  citti.  Puosesi  a  campo  di  Inori,  e 
cominciò  a  correre  e  fare  preda  per  Io  paese  d'in- 
torno, Smlendo  questo  il  re  Lnigi,  ai  nararigliò  del 
duca,  che  faceva  dì  suo  arbitrio  queUo  ohe  non  gli 
«ra  comSeaao;  d  ìnooataBeala  pM  lettere  gli  mandò 
comandando  che  da  Braadisio  ai  dovesse  levare  :  isa 
pooo  valaoBO  i  auoi  eonandamenti  ;  chi  vi  a'  affer- 
mò, oredendosi  occupare  quella  lem  con  tiraene- 
soa  ìnteniione.  Sopnweana  b  torasla  del  Preaie 
dì  Taranto  ;  e  il  re  per  fargli  onore,  cbò  era  d' eli 
'  maggiore  fratello,  sentila  la  volontà  dei  oittadi- 
ch'  aveano  amore  al  Prenne,  ooil  assediala  glie 
la  privilegiò  ;  e  i  cittadini  di  concordia  1'  aoooUa- 
rono  per  loro  signore,  e  aUora  il  dooa  ao  ne  levò 
da  BStedie. 

CAPITOLO  Ln. 

Come  i  Pervgini  feeiono  pace  co^Corloneti. 

In  questo  verno,  aentandoai  por  l'Italia  die  a 
certo  la  paee  generale  si  dovee  fare  tra  1  eomnoi 
Toscana,  e  l'arciveacovo  di  Hilaoo  e*  auoi  ade- 
renti ghibellini,  i  Cortoneai  per  mostrare  ^  libere- 
iità  a'  Perugini,  e  il  comune  di  Perugia  per  non 
obbligarsi  al  patto  della  gaaenle  pace,  di  concor- 
dia vollono  pervenire  a  quella,  e  di  buona  volontà 
feeiono  pace  tra  loro.  È  vero  che  innanzi  la  paco  i 
Cortonesi  non  fidandosi  de'  Perugini  domandarono 
sodimenti;  e  il  wntune  di  Perugia  a  grand*  iatania 
richiese  il  oomue  di  Firmise,  che  fosse  mallevado- 
re per  Ini  a'  signori  e  al  comune  di  Cortona  di  die- 
cimila nurcU  d'  argento,  ohe  nanterrabbe  a'  Cor- 
tonesi buona  e  leale  pace.  Il  nostro  comune,  mosso 
■  co  sindaco  un 
per  lai  fnoe  il 
a'  aigaori  e  al 
>a  i  Perugini 


102 


CRONICA 


CAPrroLO  LUI. 

Come  il  popolo  di  Gaeta  uccisono  dodici  laro 
cUladini  per  la  careitia  che  avetano. 

ABCora  lo  flato  dello  fviato  Regno  non  era 
qneto  dalla  fortuna  e  in  debito  reggimento,  eaaendo 
qneat*  anno  generale  careetia  in  Italia,  cìm  il  nunnlo 
popolo  di  Gaeta,  avendo  invidia  a*  bnoni  e  rìcdii  cit- 
tadini mercatanti  di  quella  città,  del  meae  di  dicembre 
del  detto  anno  si  moa sono  a  fàrore  e  preaono  Tarme, 
e  furiosi  oonono  per  la  terra,  a  intenrione  d^  uc- 
cidere qnanti  trovare  poteaaono  di  loro  maggiori  :  e 
in  qneir  empito  necisono  dodici  de^  adgliori  che 
trovarono,  aensa  alcuna  miaerìcordia,  grandi  e  one- 
sti e  bnoni  mercatanti  ;  gli  altri  ai  fuggirono  e  rin- 
chinaeno  in  luoghi  ove  il  fàrore  del  popolo  non  si 
potè  stendere.  B  re  Loigi  avendo  intesa  questa  ini- 
quità vi  cavalcò  in  persona  con  gente  d*  arme  per 
farne  giuatiua  ;  e  giunto  in  Ciaeta,  fece  inquisiiione 
di  questo  latto.  La  cosa  fu  scusata  per  la  furia  d^alquan- 
H,  e  furono  preai  e  giustiiiali  de*  meno  poasenti  ;  de- 
gli altri  si  fece  composizione  di  BMHieta:  e  ehi  fa  morto 
s^ebbe  il  danno,  e  li  corte  pervertt  ;  e  racquetata  li 
eoaa,  il  re  gli  ordinò,  e  tornossene  a  Napoli. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  il  papa  9olU  iraiiare  pace  da*  Oemove$i 

a"  Vet^CMiam. 

In  questo  medesimo  verro,  papa  Innoceniio 
mandò  al  comune  di  Genova  e  a  quello  di  Vinegia, 
che  mandassono  a  lui  gli  ambasdadorì  eh'  erano 
stati  a  pepa  Clemente  a  trattare  della  loro  pace,  e 
per  la  morte  sopravvenuta  del  detto  papa  se  n'  era- 
no partiti  sansa  essere  d*  accordo,  perocch'  egli  in- 
tendea  di  metterli  in  pace,  giusta  suo  podere.  I  Ge- 
novesi non  voHono  tornare  a  corte,  né  entrare  in 
trattato  di  pace  co' Veneriani  ;  ansi  ordinarono  lega 
e  compagnia  col  re  d' Ungheria  contro  a*  Venesiani. 
E  il  detto  re  avendo  promessa  compagnia  co'  Ge- 
novesi, mandò  a  Vanesia  al  comune  che  gli  dovesse 
restituire  Giara,  e  V  altre  città  e  terre  eh*  aveano 
occupate  del  suo  reame  nella  Schiavonia.  I  Venesiani 
feciono  agli  ambasciadori  quella  savia  risposta  che 
seppono,  facendosi  tra  loro  beffe  della  aua  domanda; 
nondimeno  non  aensa  paura,  e  con  molta  aoBicitudine 
e  con  grande'spendio  fornirono  a  doppio,  oltra  alPu- 
aato,  tutte  le  terre  che  teneano  in  quidla  marina. 

CAPITOLO  LV. 

Come  i  Fioreniini  osteggiaro  Sangimignano, 
e  fecionli  ubbidire. 

Addietro  è  narrato  come  queRi  che  roggeano 
Sangimignano  teneano  trattato  col  comune  di  Fi- 
renze; ma  non  fidando,  non  §i  poteano  per  lo  comu- 
ne riduoere  a  fermessa  ;  e  il  comune  temendo  che 
in  questa  vacillasione  peggio  non  ne  aeguisse,  del 
mese  di  febbraio  del  detto  anno  vi  mandò  messer 
Paolo  Vaiani  di  Roma,  allora  podestà  di  Pirense,  con 
seicento  cavalieri  e  con  grande  popolo;  i  quali  giunti 
intorno  alla  terra,  e  non  avendo  risposta  da  quelli 
d'  entro,  a  volontà  del  nostro  comune  vi  si  misono 


a  campo,  e  cominciarono  a  dara  il  guasto  :  ma  pe- 
rò alcuno  Sangimignaneae  o  loro  gente  d*  arme  non 
usarono  faori  per  fare  alcuna  resistema  o  altra  vi- 
sta ;  ma  dopo  il  ricevuto  danno  vennono  alla  con- 
cordia, che  il  comune  di  Firanse  dovesse  fu«  la 
pace  fn  loro  e  gli  usciti,  e  che  d*  allora  gii  usciti 
aveaaono  i  frutti  de'  loro  beni,  ma  dovessono  stare 
fuori  della  terra  aei  mesi  ;  e  fìtta  la  pace  tra  gli  Ar- 
dinghelli  e'  Salvuoci,  per  lo  comune  di  Fireaxe  detto, 
e*potessono  tornare  nella  terra  ;  e  che  il  comune  di 
Pirense,  oltra  al  termine  de*  tre  anni  che  ne  doven  a- 
vere  la  guardia,  Tav^ae  anche  cinque  anni,  e  die  per 
patto  vi  teneaae  aettantnciaque  cavaUerì  col  capitalo 
della  guardia  alle  loro  spese.  B  latto  il  decreto  e  le 
cautele  per  i  loro  conaigli,  e  ricevuto  il  rapitnao 
colla  aua  compagnia,  V  oste  se  ne  tonò  a  Firàaxo. 

CAPITOLO  LVI. 
Come  tu  Italia  fu  generale  carestia. 

In  questo  anno  fa  generale  carestia  in  tntia 
Italia  ;  in  Firanse  cominciò  di  ricolta  a  valera  lo 
staio  del  grano  aoldi  quaranta  di  libbre  cnquaatn- 
due  lo  ataio,  e  in  questo  pregio  stette  parecchi 
mesi  :  poi  venne  montando  tanto,  che  andò  in  liro 
daque  lo  ataio,  i  grani  cattivi  e  di  mal  peao.  Le  fa- 
ve fira  tre  lo  ataio,  e  eoal  i  mochì*  e  le  vecce  :  il 
panico  soldi  quarantacinque  in  cinquanta,  e  la  anf- 
ginn  soldi  tranta  in  Irentadaque.  Il  vino  di  ven- 
demaua  valse  il  cogno  lorini  sei  d*  oro  del  pie 
rile,  e  otto  e  dieci  il  migliora  ;  e  bmhiIò  in  lorini 
quindici  il  cogno.  La  carne  del  poroo  aensa  gnbeBa 
lira  undici  fl  centinaio  ;  il  caatrone  denari  veatotto 
in  tranta  la  libbra  tutto  V  anno.  U  vitella  di  latto 
montò  danari  trantadne  in  quaranta  la  libbra;  l'uovo 
danari  cinque  e  sei  l'uno  ;  1*  olio  lira  cinque  e  stes- 
so in  sei  1'  orcio,  di  libbre  ottantacinque.  Tutti  er- 
baggi fàroao  in  somma  careatia  ;  e  in  que*  tempi 
valea  il  fiorino  dell'  oro  lire  tre,  soldi  4)tto  di  pic- 
cioU.  Tutti  drappi  da  veatlre,  di  lana  e  di  lino  e  di 
seta,  furono  in  notabile  careatia,  e  così  il  MlsamoB- 
to.  B  benché  abbiamo  fatto  conto  di  Pirense,  in 
qoesl'  anno  fu  tenuto  in  tutta  Italia  che  Firanse  a- 
ytut  così  buono  mercato  comunalmente  come  aica- 
na  altra  terra.  Bd  é  da  notare,  che  di  così  grande  e 
diausata  careatia  il  minuto  popolo  di  Pirense  non  par- 
ve che  ae  ne  curasse,  e  così  di  più  altra  terra  ;  e 
queato  avvenne  perché  tutti  erano  ricchi  de'  loro 
meatieri  :  guadagnavano  ingordamente,  e  più  erano 
pronti  a  comperare  e  a  vivere  delle  migliori  coae, 
non  oatanle  la  careatia  ;  e  più  ne  davano  per  aver- 
le innanzi  che  i  più  antichi  e  ricchi  cittadini  :  cosa 
sconvenevole  e  meravigliosa  a  raccontare,  ma  di 
continova  veduta  ne  poaaiamo  fare  chiara  teatimo- 
niansa.  B  quello  che  ad  altri  tempi  innanzi  alla  ge- 
nerale mortalità  aarabbe  stato  tumulto  di  popolo 
incomportabile,  in  quest'  anno  conlinovo  impronti- 
tudiue  e  calca  del  nunuto  popolo  fu  nella  nostra 
città  ad  avara  le  cose  innann  a'  maggiori,  e  di 
dane  più  che  gli  altri.   B  coal  festeggiava  e  ve- 


*  Specie  di  biade  simile  alle  veccia  ohe  i  cibo  proprio 
dei  colombi. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


103 


stiva  e  convitaTt  il  minalo  popolo,  come  se  fosso- 
BO  in  somma  dovisia  e  abbondaoxa  d'ogni  bene. 

CAPITOLO  LVn. 

Come  i  Romani  uccisono  colle  pietre  Bertoldo 
degli  Orsini  loro  senatore. 

Senatori  di  Roma  erano  il  conte  Bertoldo  degli 
Orsini  e  Stefanello  della  Colonna,  e  dal  popolo  e- 
rano  infamati  d*avere  Tendala  la  tratta^,  e  lasciato 
trarre  il  grano  della  loro  Maremma  ;  e  questo  era 
fatto  per  loro,  non  penssndo  che  *1  grano  andasse 
in  così  alta  carestia.  In  Campidoglio  si  faceva  il  mer- 
cato a  di  15  di  febbraio  del  detto  anno,  e  là  su  a- 
bitavano  i  senatori  ;  e  accoltoviai  grande  popolo  per 
comperare  del  grano,  e  trovandone  poco  e  molto 
caro,  corsono  a  forore  al  palagio  de*  senatori  con 
le  pietre  in  mano.  Stefanello,  ch*era  giovane,  fa  ac- 
corto ;  e  innanzi  che  il  popolo  moltiplicasse  al  pa- 
lagio col  furore,  si  foggi  per  una  porta  dì  dietro,  e 
salvò  la  persona.  Il  conte  Bertoldo  fu  più  tardo  ;  e 
volendosi  fhggire,  fu  sorpreso  dal  furore  di  quel 
popolo,  e  colle  pietre  lapidato  e  morto  :  e  tante  glie 
ne  gittarono  addosso,  acciocché  catuno  fosse  par- 
tecipe a  quella  vendetta,  cbe  bene  due  braccia  s'alzò 
la  mora^  delle  pietre  sopra  il  corpo  morto  del  loro 
senatore  ;  e  fatto  qaeato,  il  popolo  comportò  la  ca- 
restia più  dolcemente. 

CAPITOLO  LVIII. 
Come  fu  tagliata  la  testa  a  Bordone  de^  Bordoni. 

In  questi  di,  del  mese  di  febbraio  sopraddetto, 
essendo  podestà  di  Firenze  messer  Paolo  Yaiani  di 
Roma,  uomo  aspro  e  rigido  nella  giustizia,  avendo 
presa  informazione  di  mala  fama  contro  a  Bordone 
figlinolo  che  fu  di  Chele  Bordoni,  antico  e  grande 
e  potente  popolano  di  Firenze,  essendo  questo  gio- 
vane sopra  gli  altri  leggiadro  e  di  grande  pompa, 
il  fece  pigliare  per  ladro,  apponendogli  molti  farti; 
e  tutti  per  martorio  gliel  fece  confessare.  I  suoi 
consorti,  eh*  erano  in  grande  stato  in  comune,  co* 
priori  e  collegi  il  difendeano,  e  non  parca  loro  che 
il  podestà  il  dovesse  condannare  a  morte  ;  il  mor- 
morio del  popolo  minuto  era  contro  a  lui,  e  'I  po- 
destà non  si  volea  muovere  ad  alcuno  priego  de*  si- 
gnori :  onde  avvenne,  per  male  consiglio,  eh*  e*  prio- 
ri, acciocché  '1  podestà  non  potesse  fare  uficio,  cas- 
sarono tutta  la  sua  famiglia.  Costui  più  inacerbito 
lasciò  la  bacchetta  della  sua  podesteria  a'  priori,  e 
tornossi  al  palagio  come  privato  uomo.  Il  mormorio 
si  levò  grande  nella  città  contro  a' priori;  e  paren- 
do loro  avere  fatto  male,  con  ogni  preghiera  cer- 
carono di  poterlo  ritenere;  ma  V  astuto  Romano, 
sentendo  scommosso  il  popolo,  la  notte  montò  a 
cavallo  e  andossene  a  Siena.  Il  popolo  sentendolo 
partito,  quasi  come  comunità  rotta  trassono  al  pa- 
lagio de*  priori  e  a  quello  della  podestà,  e  doleansi 
dicendo,  che  i  potenti  cittadini,  che  facevano  i  grandi 


*  r  endice,  o  il  diritto  di  comperare,  incettare  o  espor- 
tare il  grano.  '  maocbiO|  rovinai  macia. 


mali,  non  voleano  che  fossono  paniti;  e  i  piccoli  e 
impotenti  cittadini  d*  ogni  piccolo  fallo  erano  im- 
piccati e  smozzicati  e  dicollati  ;  e  per  questa  no- 
vità fu  la  città  in  grande  smovimento,  operandosi 
Tanimosità  delle  sette.  I  signori,  vedendo  la  città  a  co- 
tal  condizione,  di  subito  gli  mandarono  ambasciadori, 
e  con  fiorini  dnemilacinqnecento  d*oro,  ohe  gli  die- 
dono  per  suoi  interessi,  feoionlo  ritornare;  e  ritorna- 
to, per  grazia  fece  dicollare  Bordone,  e  il  popolo  fu 
racqnetato. 

CAPITOLO  LK. 

Come  si  pubblicò  la  pace  dalTarcivescovo  J  comuni 

di  Toscana, 

Gli  ambasciadori  de*  comuni  di  Toscana,  che 
furono  mandati  a  Sarazzana  per  fermare  la  pace  col- 
r  arcivescovo  di  Milano,  e  co*  suoi  aderenti  ghi- 
bellini di  Toscana  e  d*  Italia,  trovarono  la  materia 
si  accóncia,  eziandio  contro  alla  speranza^  che  di 
presente  vi  dierono  fermezza,  del  mese  di  marzo 
1353;  e  appresso,  il  primo  d)  d*  aprile  1353,  si 
pubblicò  in  parlamento  di  tutto  il  popolo.  E  quanto 
che  catuno  desiderasse  pace  per  cagione  di  riposo 
e  di  fuggire  spesa,  ninna  festa  se  ne  fece,  né  ninno 
rallegramento  nel  popolo  se  ne  vide,  quasi  stiman- 
do catuno  la  pace  del  potente  tiranno  troppo  vicino 
essere  più  nel  suo  arbitrio  sottoposta  a  inganno,  che 
a  fermezza  di  certo  riposo.  Nella  pace  in  sostanza 
si  contenne,  che  generale  e  perpetua  pace  sia  tra 
r  arcivescovo  di  Milano  e  tutte  le  sae  città  e  di- 
strettuali, e  tutti  coloro  che  con  Ini  furono  nella 
guerra  contro  a*  Fiorentini,  e*  Perugini  e*  Sanasi, 
e*  loro  distrettuali.  Pistoiesi  e  Aretini,  e  altri  si- 
miglianti,  tutti  da  catana  parte  e  aderenti  loro  deb- 
bano osservare  bnona  e  leale  pace  ;  e  1'  arcive- 
scovo é  tenuto  di  mettere  in  mano  comune  la  Sam- 
buca e  il  Sambucone  :  e  fatto  questo,  il  comune  di 
Firenze  un  mese  appresso  debba  disfare  la  ròcca  di 
Montegemmoli,  con  patto  che,  disfatta,  debba  riave- 
re le  dette  castella  depositate;  e  il  detto  Monte- 
gemmoli non  si  debba  per  alcuna  parte  redificare  : 
e  ohe  i  Fiorentini  debbano  rendere  Lozzole  agli 
Ubaldini,  e  1*  arcivescovo  Piteccio  e  1'  altre  tenute 
de'  Pistoiesi  :  e  che  il  comune  di  Firenze  dee  trar- 
re di  bando  tutti  coloro  che  fossono  bandeggiaU 
per  quella  guerra,  e  chinnque  fosse  dichiarato  ade- 
rente del  detto  arcivescovo  :  patto  assai  pregno,  e 
doppio,  e  poco  accetto,  la  cui  dichiarazione  fa  com- 
messa a  Lotto  e  a  Franceschino  Gambacorti  di  Pi- 
sa, mezzani  di  questa  pace.  Questo  fo  usai  lieve 
legame  di  pace,  avvegnaché  ci  si  stipulasse  pena 
fiorini  dugentomila  d*oro  ;  ma  per  la  grandezza  del 
signore  di  Milano,  e  per  la  potenza  de*  tre  comuni 
che  non  si  avvilivano  per  lui,  rimase  contenta  catana 
parte  al  legame  del  titolo  della  pace,  senza  altra  si- 
curtà dimandare  o  prendere. 

CAPITOLO  LX. 

V  inganno  ricevette  il  comune  di  Firen%e 
dagli  sbanditi. 

Il  comune   di  Firenze   in    questo    fatto  degli 
sbanditi  fu  ingannato  da*  snoi  medesimi  ambascia- 


106 


CRONICA 


con  difordioato  empito  sopra  la  città  e  parto  del 
contado  di  Cremona  mppe,  mandando  sopra  quella 
pietre  sformate  di  lendine,  la  quale,  cai  trovò  albi 
scoperta,  nomini  e  femmine  percotendo  li  uccise,  e 
la  città  premette  s)  forte,  che  tutte  le  copriture  de* 
tetti  ruppe  e  macinò  senza  rimedio,  con  grandissi- 
mo danno  de'  cittadini  E  le  pietre  della  grandine 
ch^rano  maggiori  si  trovarono  di  libbre  otto  e  on- 
ce tre,  e  le  minori  erano  d*  una  libbra  di  peso.  In 
questo  medesimo  tempo  V  arcivescovo  di  Hilano 
BMudò  per  fare  rediflcare  le  mura  e  case  del  Borgo 
a  San  Sepolcro,  rovinate  e  guaste  per  lo  tremuoto, 
trecento  maestri.  I  Borghigiani  rimasi  in  vita  erano 
tutti  ricchi  sopra  modo  per  1'  eredità  de^  morti,  e 
per  gli  sconci  guadagni .  delle  prede  de'  loro  vicini 
condotte  al  Borgo,  e  perchè  a' soldati  al  continovo 
aveano  venduto  caro  la  loro  vittusglia  e  gli  altri 
arnesi  ;  e  però,  venuti  i  maestri,  cominciarono  a  e- 
diflcare  le  case  e'palagi,  e  a  fare  troppo  più  nobili  e 
più  belli  abituri  che  prima  non  aveano  :  ma  poco 
poterono  edificare,  cbò  la  terra  mutò  stato,  come 
appresso  nel  sno  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXVI. 
Come  sotto  le  triegue  procedetiono  le  cose  in  Francia. 

Essendo  alcuno  tempo  durate  le  triegue  tra  il 
re  di  Francia  e  quello  d'  Inghilterra,  infra  il  det- 
to tempo  alquante  terre  iu  Brettagna  e  alcuna  in 
Guascogna,  ohe  si  teneano  per  lo  re  di  Francia,  per 
ingegno  e  per  malizioso  sommovimento  s'  arreca- 
rono dalla  parto  del  re  d' Inghilterra;  per  la  qual 
cosa  turbato  il  re  di  Francia,  fece  bandire  la  guer- 
ra per  tutto  il  suo  reame  :  e  a  ciò  lo  indusse  non 
meno  certi  trattati  scoperti  contro  della  sua  per- 
sona, eh*  e*  baratti  di  quelle  terre.  E  fatto  questo, 
del  mese  di  maggfo  del  detto  anno,  il  cardinale  di 
Bologna,  e  gli  altri  prelati  e  baroni  che  trattavano 
la  pace  si  misono  al  riparo  ;  e  tanto  operarono,  che 
triegue  si  feciono  tra  i  detti  re.  E  stando  le  cose 
di  là  in  successioni  di  triegue,  non  aocaddono  in 
lungo  tempo  eose  notevoli  in  que'  paesi. 

CAPITOLO  LXVn. 
Come  i  Oenotesi  spregiarono  la  pace  de*  Vene%iani, 

Tornando  nostra  materia  a*  fatti  de*  Genovesi  e 
de*  Veneziani,  in  questo  primo  tempo  del  detto  an- 
no i  Genovesi  levarono  lo  stendale  di  sessanta  ga- 
lee, le  quali  incontanente  cominciarono  ad  armare, 
e  per  la  compagnia  eh*  aveano  fatta  col  re  d*  Un- 
gheria contro  a*  Veneziani  v*  aggiunsono  l'arme  del 
detto  re;  e  intendeano,  che  come  e'  fossono  colla 
loro  armata  in  mare,  che  *1  detto  re  avesse  in  I- 
schiavom'a  i  suoi  Ungheri  a  fare  guerra  per  terra  a' 
Veneziani,  come  avea  promesso.  E  certe  galee  eh*  a- 
veano  loro  in  concio  d'  arme  mandarono  improv- 
viso nel  golfo  a*  Veneziani,  le  quali  feciono  in  quello 
grave  danno  di  rubare  molti  legni  ohe  vi  trovaro- 
no, traendone  Tavere  sottile,  e  profondando  i  legni 


in  mare  ;  e  oon  due  loro  galee  sottili  bene  araute 
valicarono  San  Niccolò  del  Lido,  ed  entrarono  nel 
canale  grande,  e  nella  città  saettarono  molti  verret- 
toni ^  E  tornandosi  addietro,  le  galee  della  guardia 
del  golfo,  eh*  erano  per  novero  più  che  le  genovesi, 
potendosi  abboccare  oon  loro,  non  ebbono  ardimen- 
to ;  che  la  paura  del  re  d'  Ungheria  gì*  impaedava 
forte  più  che  de*  Genovesi,  per  tema  ohe  non  traboc- 
casse loro  addosso  la  sua  grande  potaua.  Le  ga- 
lee genovesi  non  avendo  contrasto  s*nsoirono  del 
golfo,  e  andarono  al  loro  viaggio,  avendo  ffsHogran 
vergogna  a*  Veneziani. 

CAPITOLO  LXVm. 

Come  i  Kfneatam  it  prottidono, 

n  comune  di  Vinegia  sentendo  1*  armala  de* 
Genoveai  e  le  nùnaoco  del  re  d*  Ungheria,  e  non 
volendoli  rendere  le  terre  marine  della  Schiavonia, 
conobbòno  che  la  necessità  gli  strignea  a  trovar  mo- 
do di  difendersi  per  mare  e  per  terra.  E  però  guer- 
nite  le  loro  terre  per  la  difesa,  con  grande  e  buoM 
provvisione  mandarono  solenne  ambasciata  ali*  im- 
peradore,  pregandolo  che  procacciasse  in  loro  ser- 
vigio che  il  re  d*  Ungheria  non  movesse  loro  guer- 
ra a  stanza  de*  Genovesi  ;  e  un*  altra  ambasciala  man- 
darono in  Catalogna  al  re  d*  Araona  a  fere  Ioga  e 
compagnia  con  hrì,  acciocch*  egli  armaase  oon  loro 
contra  a*  Genovesi.  In  catuna  parte  ebbono  prospe- 
ramente loro  intenzione  :  che  1*  imperadoro  ritonne 
a  sua  preghiera  il  re  d*  Ungheria  dal  muovere  guer- 
ra a*  Veneziani,  non  senza  alcuna  speranza  d*a€cor- 
do  in  processo  di  tempo  ;  o*  Catalani,  aontati  della 
sconfitta  ricevuta  co*  Veneziani  da*  Genoveai  in  Co- 
stantinopoli, lievemente  si  recarono,  per  animo  di 
vendetta,  a  fare  la  volontà  de*  Veneziani  ;  e  di  pre- 
sente misono  per  opera  d*  armare  trenta  galea  al 
loro  soldo,  e  venti  alle  spese  del  comune  di  ì^o- 
gia  ;  e  i  Veneziani  n'  armarono  altre  venti  a  Vine- 
gia ;  e  catuna  parte  sollecitava  sua  armata  per  es- 
sere prima  in  mare;  i  Genovesi  per  la  vittoria  a- 
vuta  sopra  loro  dispettando  e  avrilendo  i  nioùci,  o* 
Catalani  e*  Veneziani  desiderando  la  vendetta.  B  ap- 
parecchiandosi catuna  parte,  innanzi  al  loro  abboc- 
camento ci  occorrono  altre  eose  a  raocontare  ;  e  pe- 
rò al  presente  soprastaremo  alquanto  a  questa  ouilerìa. 

CAPITOLO  LXUL 

Come  fu  guasto  il  castello  di  Picchiena^  e  perchè, 

I  signori  del  castello  di  Picchiena*,  non  oatanle 
che  si  tenessono  in  amistà  col  comune  di  Firenze, 
furono  principali  con  gli  Ardinghelli  a  commuovere 
lo  stato  di  Sangimigoano  quando  furono  cacciati  i 
Salvucci,  essendo  la  guardia  di  quella  terra  nelle 
mani  del  cornane  di  Firenze  ;  e  di  questo  fallo  non 
feciooo  scusa  né  ammenda  a*  Fiorentini  :  e  però,  nel 


'  VirrettóH»  ohiamaTftsi  una  specie  di  grossa  freoda, 
che  lanciavasi  con  balestra,  o  simile. 

^  La  famiglia  de'  Piocliieoa  yendette  questo  castello  a* 
Fiorentini  per  atto  rogato  il  19  giugno  1358. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


107 


detto  mese  di  gìagno  del  detto  iiido,  il  comune  di 
Firenze  mandò  sue  masnade  co'  maestri  e  guastatori 
a  Picchiena,  e  senza  contrasto  entrarono  nella  terra. 
B  acciocché  quel  castello  non  fosse  più  cagione  di 
fare  sommuovere  ad  alcuna  ribellione  Sangimignano 
e  Cofie,  a  dì  20  del  detto  mese  feciono  abbattere  le 
mura  e  la  ròcca,  senza  far  loro  altro  danno. 

CAPITOLO  LXX. 

Come  Ruberto  d' Avellino  fu  morto  dalla  duckesta 

iua  moglie. 

Vedendosi  la  sventurata  moglie  ohe  fu  del  du- 
ca di  Duraszo,  Maria  sirocchia  della  reina  Giovanna 
di  Gerusalemme  e  di  Sicilia,  avvilita  per  Io  violente 
matrimonio  oontratto  con  Ruberto  figliuolo  che  fu 
del  conte  d*  Avellino  della  casa  del  Balzo,  il  quale 
dopo  la  morte  del  padre,  come  addietro  avemo  fat- 
ta menzione,  era  rìmaso  prigione  del  re  Luigi;  la 
donna,  non  tenendosi  vedova  né  maritata,  pensò  che 
per  la  morte  di  costui  tornerebbe  a  certa  veduitè, 

•  potrebbesi  maritare.  E  assai  apparve  chiaro  che 
a  questo  consenti  il  re  e  la  reina;  perocché  es- 
tendo Ruberto  detto  in  prigione  altrove,  fu  menato 
Bel  castello  delP  abitazione  reale,  e  collocato  in  u- 
na  camera  con  certe  guardie;  e  valicati  alquanti  di, 
il  re  e  la  reina  feciono  apparecchiare  e  andarono  a 
desinare  e  a  cena  agli  scogli  di  mare,  cosa  nuova 

•  disosata  alla  corona  ;  e  in  questo  di  la  detta  du- 
chessa Maria  rimase  nel  castello,  prese  quattro  ser- 
genti armati,  e  andossene  alla  camera  dov*  era  il 
marito;  e  chiamatolo  traditore  del  sangue  reale, 
ienza  misericordia  in  sua  presenza  il  fece  uccidere; 

•  attagli  tagliare  la  testa  dell*  imbusto,  non  affat- 
to, fece  traboccare  dal  castello  in  su  la  marina  lo 
scellerato  corpo,  condotto  a  questo  per  lo  malva- 
gio pensiero  del  sno  presuntuoso  padre.  Il  re  e  la 
reina  tornati  a  Napoli,  si  mostrarono  turbati  molto 
di  questo  fatto,  usando  parole  che  b*  ella  non  fos- 
se femmina,  ne  farebbono  alta  vendetta  :  e  il  cor- 
po, che  giacca  senza  sepoltura,  feciono  sotterrare  ; 
e  la  donna  rimase  vedova  di  due  mariti  tagliati  a 
ghiado  in  piccolo  travalicamento  di  tempo. 

CAPITOLO  LXXI.; 
Come  furono  cacciati  i  ghibellini  del  Borgo, 

AJX*  entrante  del  mese  di  luglio  del  detto  anno, 
i  guelfi  del  Borgo  a  San  Sepolcro  Vedendosi  sotto- 
posti a  qucDi  della  casa  de^  Bogognani,  caporali 
gUbellini  e  traditori  di  quella  terra,  la  quale  aveano 
iottoposta  air  arcivescovo  di  Milano  per  trattato  di 
messer  Piero  Sacconi,  e  per  li  patti  della  pace  era 
rìmasa  lìbera  sotto  il  dominio  de  Bogognani  ;  e  non 
potendosi  atare  co^  Fiorentini  e*  Perugini  per  non 
fiare  contro  a'  patii  della  pace,  s' accostarono  con 
Nierì  da  Faggiuola  loro  ricino  e  terrazzano  del 
Borgo,  non  ostante  che  fosse  ghibellino,  perocché 
ai  discordava  co*  Tarlati  d*  Arezzo  e  co'  Bogognani  ; 
il  quale  avendo  latta  sua  ragoiata,  i  gnelfi  del  Bor- 


go levarono  il  remore,  e  Nieri  trasse  colla  sua  gen- 
te ;  e  messo  nella  terra,  ne  cacciarono  i  Bogogna- 
ni e  tutti  i  ghibellini  di  loro  seguito,  e  rubarono 
le  case  degli  usciti  ;  e  appreaso  riformarono  la  ter- 
ra a  comune  reggimento  di  guelfi  e  di  ghibellini, 
oom*  era  loro  usanza,  ritenendo  Nieri  da  Faggiuola 
per  alcuno  tempo  per  loro  capitano  con  certa  limi- 
tata balia  ;  il  quale  poi  ne  trassono,  come  innanzi  si 
potrà  trovare. 

CAPITOLO  LXXn. 

Di  quattro  leoni  di  macigno  posti  al  palagio 

de*  priori. 

Essendo  in  questo  tempo  un  uftcio  di  priora- 
to in  Firenze,  avendo  poco  ad  attendere  ad  altre 
cose  per  la  quiete  della  pace,  feciono  fare  quattro 
leoni  di  macigno,  e  fecionli  dorare  con  gran  costo, 
e  fecionli  porre  in  su*  quattro  canti  del  palagio  del 
popolo  di  Firenze,  a  ciascuno  canto  ano.  E  per  fare 
questo  per  certa  vanagloria  al  loro  tempo,  lasciaro- 
no di  farli  scolpiti,  e  fusi  di  rame  e  dorati,  che  co- 
stavano poco  più  di  quelli  del  macigno,  ed  erano 
belli  e  doranti  per  lunghi  secoli  ;  ma  le  piccole]  cose 
e  le  grandi  oontinovo  si  guastano  nella  nostra  cit- 
tà per  le  spezialità  de*  cittadini. 

CAPITOLO  LXXIU. 
Come  Sangimignano  fu  recato  a  contado  di  Firen%e, 

Avvegnaché  per  operazione  de*  Fiorentini  la 
terra  di  Sangimignano  fosse  riformata  in  pace  e  che 
dentro  vi  fossono  gli  Ardinghelli  e*  Salvucci  pacifi- 
cati insieme  ;  nondimeno  nell*  interiore  dentro  era 
tra  loro  radic4ita  mala  volontà,  e  non  sapeano  con- 
versare insieme;  e  tenesno  intenebrata  tutta  la  terra. 
I  Salvucci  vedendo  arse  e  rovinate  le  loro  nobili 
possessioni,  non  si  poteano  dare  pace;  e  gli  Ardin- 
ghelli per  r  offesa  fatta  stavano  in  paura  e  non  si 
fidavano  non  ostante  la  pace  ;  e  il  seguito  eh*  aveano 
avuto  da*  terrazzani  a  cacciare  i  Salvucci  non  ri- 
spondea  loro  in  questo  nuovo  reggimento  come  pri- 
ma. Per  queste  dissensioni  i  popolani  della  terra 
canoscendo  il  loro  male  stato,  e  non  trovando  rime- 
dio tra  loro,  stavano  sospesi  e  in  mala  disposizione  ; 
e  vedendo  gli  Ardinghelli  il  popolo  commosso,  e  che 
per  loro  non  si  potea  mettere  alcuno  consiglio,  che 
i  Salvucci  non  si  mettossono  al  contradio,  fàrono 
consigliati  di  confortare  il  popolo,  innanzi  eh*  altri 
il  movesse  prima  di  loro,  di  darsi  liberi  al  comune 
di  Firenze.  E  questo  potea  essere  loro  scampo,  pe- 
roceh*  erano  pochi  e  poveri  a  petto  de*  loro  avver- 
sari, eh'  erano  assai  e  ricchi,  e  conoscendo  il  popo- 
lo, e  vedendolo  disposto  a  volere  uscire  de*  perìcoli 
ove  la  discordia  de*  loro  maggiori  gli  coadocea,  fu 
agevole  a  muovere;  e  del  mese  di  loglio  1858  fe- 
ciono parlamento  generale,  nel  quale  deKberaroao 
con  molta  concordia  di  mettersi  liberamente  nella 
guardia  del  comoae  di  Firenze.  I  Salvucci  si  miso- 
no  con  loro  amici  a  operare  co*  cittadin  ^  Fireazo 


108 


CRONICA 


loro  amici,  che  il  coamoe  non  li  prendeue  \  dicendo, 
che  questa  era  operazione  di  fetta  e  non  volontà 
del  comune:  ed  ehbono  tanto  podere,  che  il  comn- 
jie  non  li  volle  prendere,  dicendo,  che  volea  V  a- 
more  e  la  buona  volontà  di  tutto  il  comune,  e  non 
la  m'f  noria  di  quella  terra  in  divisione  del  popolo  : 
per  la  qual  cosa  il  popolo  commosso,  d*  ogni  fami- 
glia mandarono  a  Firenze  pia  di  dugentocinquanta 
loro  terrazzani  di  maggiore  stato  e  autorità,  i  quali 
si  sppresentarono  dinanzi  a^  signori  priori,  dicendo, 
come  la  deliberazione  del  loro  comune  era  vera,  e 
non  violenta,  nà  mossa  per  alcuno  ordine  di  setta, 
ma  di  comune  movimento  e  volontà  di  tutto  il  popo- 
lo, conoscendo  non  potere  vivere  sicuri  se  non  setto 
la  giurisdizione  Ubera  e  protezione  del  comune  di 
Firenze  ;  e  con  viva  voce  gridarono^  e  pregarono  il 
comune  di  Firenze,  che  ricevere  il  volesse  al  loro 
contado;  e  se  questo  non  facesse,  quel  comune  era 
per  disbrsi  e  distruggersi  senza  alcuno  rimedio,  in 
poco  onore  del  comune  di  Firenze  che  Tavea  a  guar- 
dia. In  fine  i  signori  feciono  proposta  al  consiglio 
del  popolo;  e  tanto  favore  ebbono  i  Salvucd,  che  si 
metteano  al  contrario  delle  preghiere  de^  loro  amici 
da  Firenze  fatte  a'  consiglieri,  e  del  popolo,  ohe  quello 
che  catuno  doveva  desiderare  per  grande  e  onorevole 
accrescimento  della  sua  patria,  avendo  molti  contrarii 
al  segreto  squittino,  si  vinse  solo  per  una  fava  ne- 
ra. Yergognomi  averlo  scrìtto,  con  tanto  vitupero 
de^  miei  cittadioL  Vinto  il  partito,  la  terra  del  no- 
bile castello  di  Sangimigoano,  e  suo  contado  e  di- 
«tretto.  In  recato  al  contado  del  comune  di  Firenze, 
e  datogli  V  eslimo  come  agli  altri  contadini  ;  e  tutti 
i  suoi  cittadini  e  terrazzani  furono  fatti  cittadini  e 
popolani  di  Firenze  a  di  7  d*agosto  del  detto  anno; 
e  ne*  registri  del  comune  furono  notate  le  cautele  e  le 
sommissioni  dette  ;  e  carta  ne  fece  ser  Piero  di  ser 
Grifo,  notaio  delle  riformagioni  del  detto  comune. 

CAPITOLO  LXXIV. 
Datili  segno  apparve  in  cielo. 

A  di  11  del  meae  d'agosto,  tramonto*  il  sole 
nella  prima  ora,  si  mosse  da  mezzo  il  cielo  fuori  del 
zodiaco  un  vapore  grande  infocato  sfavillante,  il  quale 
scorse  per  diritto  di  levante  in  ponente,  lasdandosi 
dietro  un  vapore  cenerognolo  traendo*  allo  stagneo, 
steso  per  tutto  il  corpo  suo,  e  dorò  neir  aria  vali- 
cato il  ftiooo  lungamente  ;  e  poi  i^ominciò  a  racco- 
gliersi a  onde,  a  modo  d*una  serpe  ;  e  il  capo  grosso 
stette  fermo  ove  il  vapore  mosse,  simigliente  a  capo 
serpentino  ;  e  il  collo  digradava  sottile,  e  nel  ventre 
ingrossava  e  poi  assottigliava,  digradando  con  ragio- 
ne infitto  alla  punta  della  coda  ;  e  per  lunga  vista  si 
dimostrò  in  propria  figura  di  serpe,  e  poi  cominciò 
a  invanire  dalla  coda  e  dal  collo,  e  ultimamente  il 
oorpo  e  *1  capo  venne  meno,  dando  di  sé  disuuta 
vista  a  molti  popoli  Altro  non  ne  sapemmo  di  sua  in- 
fluenza scemere,  che  diminuzioni  d*  acque,  perocché 
quattro  mesi  interi  stette  appresso  senza  piovere. 

'  tramontato,  calato  al  tramonto. 
*  Coti  U  T.  Rioei  per  traeHi€.    Del  gerandio  osato  in 
luogo  del  participio,  molti  sono  gli  esempi  del  Trecento. 


CAPITOLO  LXXV. 
Come  fu  auediaia  Argenta, 

Essendo  Francesco  de'  marchesi  da  Bete  ri- 
bellato al  Burchese  Aldobrandino  signore  di  Ferrara 
e  di  Modena,  figliuolo  del  marchese  Obizzo,  foeslo 
marchese  Obizzo  avea  acquistato  suo  figUoolo  Al- 
dobrandino d*  amore,  avendo  per  moglie  la  figlinola 
di  Romeo  de'  Peppoli  di  Bologna,  della  quale  non 
ebbe  figliuolo  ;  e  morta  la  detta  donna,  il  marchete 
fece  legittimare  questo  suo  figlinolo,  e  la  mmdn  ù 
prese  per  moglie.  B  venendo  a  morte,  laadò  la  ai- 
gnoria  di  Ferrara  e  di  Modena  a  queato  suo  figlino- 
lo Aldobrandino,  essendo  d*  iUeg^tiBso  matrimonio. 
11  marchese  Francesco,  figlinolo  del  marchese  Ber- 
toldo, a  cui  parca  che  di  ragione  a*  apparteneese  la 
signoria,  per  la  quel  cosa  temette  che  il  marchese 
Aldobrandino  per  tema  della  aigaorìa  no  1  fnceaae 
morire,  e  però  si  partì  di  Ferrara;  ed  easeado  ra- 
bello,  trattò  con  Galeazzo  de'  Medici  da  Fecran, 
eh*  era  potente,  e  del  segreto  oonsiglio  del  marche- 
se Aldobrandino,  e  con  altri  cittadini  di  Ferrala  ;  e 
per  consiglio  di  costoro,  per  avere  braocio  forte, 
s'accostò  con  messer Malateata  da  RiminL  B  del  aseae 
d^sgosto  del  detto  anno  messer  Malateata  in  persona, 
e  il  detto  marchese  Francesco,  con  cinquecento  ca- 
valieri e  quattromila  pedoni  valicarono  per  le  ter- 
re del  aignore  di  Ravenna  con  sua  volonlé,  e  isn- 
provviso  furono  ad  Argenta.  B  stati  quivi  quattro  Ut, 
attendendo  risposta  da  coloro  con  coi  teneano  fl 
trattato  in  Ferrara,  e  avuto  da  loro  oome  q^uMo 
eh'  essi  credevano  poter  fare  non  vedeaao  veniaae 
loro  fatto,  però  senza  soprastare  o  fue  alcuno  danno 
di  presente  se  ne  partirono,  dando  voce  ohe  il  albore 
di  Ravenna  avea  chiuso  il  passo  alla  vittnaglia.  E 
Galeazzo  e  altri  che  teneano  al  trattato  uscirono  di 
Ferrara,  e  andaronsene  al  gran  Cane  di  Verona. 

CAPITOLO  LXXVL 
Come  si  temette  in  Toscana  di  caresOa. 

Non  é  da  luciare  in  silenzio  quello  eh'  avven- 
ne in  Toscana  in  sulla  ricolta:  che  nel  contado  e 
distretto  di  Firenze  e  d'Arezzo,  e  nelle  più  oenlm- 
de,  fu  assai  ubertosa  ricolta  ;  in  quello  di  Siena  e  di 
Ravenna  fu  msgra  :  e  nondimeno  sotto  la  vetta  valse 
per  tutto  soldi  qusrantadne,  e  poi  montò  in  soldi 
cinquanta  le  staio  fiorentino,  di  lire  tre  soldi  otto 
il  fiorino  dell'oro.  Temendo  il  comune  di  disordi- 
nata carestia,  mandò  in  Turchia  e  in  Provenza  e  ia 
Borgogna  a  comperare  grano,  e  molli  meroali  fece 
co'  mercatanti,  che  promisono  di  recarne  di  Calavria 
e  d' altre  parti  del  mondo,  costando  lo  ataio  posto 
in  Firenie,  Tono  per  l'altro,  da  soldi  cinquanta  in  ses- 
santa di  piccioli  ;  e  se  foue  venuto,  come  ai  pen- 
sava, perdea  il  comune  di  Firenze  pia  di  cenlosaila 
fiorini  d*  oro,  perocché 'Ipopolo  mobolatoS  per  pau- 
ra della  carestia  passata  poco  dinanzi,  ai  fomia  a 
calca;  e  feciono  montare  il  grano  nella  ricolta,  e  ri- 
strìgnere  i  granai  a  chi  n'  avea  conserva»  Ma  aenten- 


ricso;  che  ha  moboie,  mobile}  ^altà. 


DI  MATTEO  VaiANI. 


109 


doti  la  grande  qoaililà  che  il  conone  n^avea  pro- 
cvraia  d*  avere,  catono  temette  di  teaerlo,  e  aperao- 
no  Fendiche^,  di  mano  e  d*  aprile  del  detto  anno,  e 
davano  il  bnono  grano  a  aoldi  venticinqae  lo  staio. 
B  venendone  al  cornane  dodicimila  itala  di  Provenza, 
venato  di  Borgogna^  il  volle  spacciare  a  soldi  ven- 
ti lo  staio  ;  ed  essendo  buono  grano,  non  si  potè  stri- 
bvire;  e  perdenne  il  comune  fiorini  trentamila  d'oro, 
i  quali  investt  male  air  ingrato  popolo  :  V  altro  che 
doveva  venire  di  Turchia,  e  le  compere  fatte,  come 
a  Dio  piacque,  non  ebbono  effetto  per  diversi  acci- 
denti. Abbianne  fotta  memoria  per  ammaestramento 
di  coloro  che  hanno  a  venire,  perocché  in  cotali  casi 
occorrono  diversi  gravi  accidenti,  e  spesso  contradii 
l'uno  air  altro.  Le  grandi  compere  in  eoa)  fatta  ca- 
restia fiinno  perìcolo  di  disordinata  perdita,  e  cer- 
teeia  non  si  può  avere  di  grano  che  di  pelago  si 
aspetta  ;  ma  utilissima  cosa  è  dare  larga  speransa  al 
popolo,  che  si  h  con  essa  aprire  i  serrati  granai 
de^  cittadini,  e  non  con  violenta  ;  che  la  violenta  fa 
il  serrato  occultare,  e  la  carestia  tornare  in  fame  :  e 
di  questo  per  esperienta  più  volte  occorsa  nella  no- 
stra città  in  cinquantacinque  anni  di  nostra  ricor- 
danin  possiamo  fare  vera  fede. 

CAPITOLO  LXXVIL 

Cèrne  m  Messina  fu  morto  il  conte  MMzeo  de^ 
Palim  a  furore^  e  la  moglie  e  due  figliuoli. 

Laadando  alla  testimonianza  del  consumato  re- 
gno deir  isola  di  Cicilia  molti  micidii,  incendii,  vio- 
lento e  prede  avvenuti  in  quello  per  sette  e  invidia 
^1  reggimento,  mancando  per  deboletia  d'età  la 
aignorìa  reale,  diremo  quello  che  in  questo  tempo, 
del  mese  d' agosto  del  detto  anno,  più  notabile  av- 
venne. Essendo  il  conte  Matteo  de'  Palitti  di  Mes- 
sina capo  di  setta  degl'Italiani  di  Cicilia,  contradio 
a  quella  de*  Catalani,  per  saa  grandetta  governava 
il  giovane  e  poco  virtuoso  figliuolo  di  don  Pietro  re 
di  Cicilia,  il  quale  per  retaggio  doveva  essère  re,  e 
tutta  la  corte  reggeva  a  contrario  de'  Catalani  e  della 
loro  parte  per  modo  più  tirannesco  che  reale;  es- 
sendo r  itta  e  V  invidia  partiate  cresciuta  mor- 
talmente, alla  corte  mancava  l' entrata,  e  a'  paesani 
la  rendita  e  le  rìcchette,  e  la  guerra  del  diviso  re- 
gno richiedeva  aiuto  di  moneta  ;  e  non  essendovi 
r  entrata,  il  detto  conte  Matteo  gravava  i  Measi- 
nesi  e  g^  altri  audditi  moltiplicando  gravette  ao- 
pra gravette.  I  cittadini  si  doleano  ;  e  vedendosi  pure 
gravare,  negavano  e  fuggivano  il  pagamento,  e  o- 
dìavano  chi  guidava  il  fatto  ;  il  conte  infocando  con- 
tro a*  sudditi  la  sua  stracotata  auperbia ,  fece  de- 
creto, che  chi  non  pagasse  fosse  bandito,  e  dicea, 
che  chi  non  volea  pagare,  o  non  potea,  ch'egli  era 
della  setta  de' Catalani;  e  per  questo  m:do  abbat- 
lea  la  sua  parte,  e  crescea  quella  degli  avversari.  Av- 
venne che  il  popolo  di  Messina  s' accostò  col  conte 
Arrigo  Rosso  e  col  conte  Simone  di  Chiaramonte, 
amondue  della  setta  de'  Palitti  ;  ma  portavano  invi- 


'  il  grano  0  gli  altri  osreali  raccolti  e  serbati  ne'  m«- 
gatslni  per  fiuroe  incetta. 


dia  al  conte  Matteo  perch'  avea  troppo  usurpata  la 
signoria,  e  aotto  titolo  di  dire  che  voleano  pace, 
mossono  il  lieve  popolo  a  gridare  pace:  e  levato 
il  remore,  con  furore  corsone  al  palagio  del  re,  ov'a- 
bitava  il  conte  Matteo;  e  trovandolo  nella  sala  col 
giovane  duca,  in  sua  presenta  ncciaono  lui^  e  la 
moglie  e  due  sugì  figliuoli»  lasciando  il  duca  con 
gran  paura  e  tremore  ;  e  legati  i  capestri  al  collo 
de'  morti,  li  tranarono  per  la  terra  vitaperosamenle, 
e  poi  li  arsone,  e  la  polvere  gìttarono  al  vento.  E 
in  questi  medesimi  di  quelli  di  Setacea  feciono  il  si- 
migliante  a'  loro  maggiori  della  setta  del  conte  Mat- 
teo predetto.  11  duca,  benché  fosse  sicurato  dal  po- 
polo, per  la  concetta  paura  prese  suo  tempo  e  an- 
dossene  a  Catania,  accostandosi  alla  aetta  de'  Catalani. 
Questo  repentino  caso  di  cotanto  potente  usurpatore 
della  repubblica  è  da  notare  per  esempio  di  coloro 
i  quali  colla  destra  della  fallace  fortuna  in  futuro 
monteranno  a  somiglianti  gradi,  di  non  essere  igno- 
ranti de'  nascosi  aguati  che  nell'  invidia  e  ne'  furori 
de'  non  fermi  stati  si  racchiudono, 

CAPITOLO  LXXVm. 

Come  fu  crealo  nuovo  tribuno  in  Roma, 

EgU  è  da  dolersi  per  coloro  che  hanno  udito  e 
inteso  le  magnifiche  coae  che  far  solca  il  popolo  di 
Roma,  con  le  virtù  dei  loro  nobili  principi,  in  tem- 
po di  pace  e  di  guerra,  le  quali  erano  apecchlo  e 
luce  chiarissima  a  tutto  l' universo,  vedendo  ai  no- 
stri tempi  a  tanta  viletta  condotto  il  detto  popolo 
e*  loro  maggiori,  che  le  novità  che  occorrono  in 
queir  antica  madre  e  donna  del  mondo  non  paiono 
degne  di  memoria  per  i  lievi  e  vili  movimenti  di 
quella;  tuttavia  per  antica  reverenta  di  quel  nome 
non  perdoneremo  ora  alla  nostra  penna.  Essendo  il 
popolo  romano  ingrassato  deir  albergherie  de'  ro- 
mei, e  fatto  e  disfatto  in  breve  tempo  Tuficio  de'  loro 
rettori,  i  loro  principi  cominciarono  a  tendonare  del 
senato,  il  popolo  lieve  e  dimestioo  al  giogo,  dimen- 
ticata l' antica  franchigia,  aeguitava  la  loro  diviaio- 
ne.  Faceva  parte  ovvero  setta  Luca  Savelli  con  parte 
degli  Orsini  e  coi  Colonnesi,  e  gli  altri  Orsini  erano 
in  contradio  ;  e  per  questo  vennero  all'arme,  e  ab- 
barrarono  la  città,  e  combatteronsi  alle  barre  tutto 
il  mese  d' agosto  del  detto  anno.  In  fine  il  popolo 
abbandonò  d' ogni  parte  la  gara  de'  loro  principi,  e 
fece  tribuno  del  popolo  lo  Schiavo  Baronoelli,  il 
quale  era  acribasenato,  doè  notaio  del  senatore,  uo» 
mo  di  piccola  e  vile  natione,  e  di  poca  sdenta.  Tut- 
tavia, perch' egli  non  conosceva  molto  i  Romani  e 
i  vili  loro,  cominciò  con  umiltà  a  recare  ad  alcsDO 
ordine  il  reggimento  al  modo  de*  comuni  di  Toseana  ; 
e  per  partedpare  il  con^'gKo  de'  popolani,  per  ae- 
greto  squittìno  elesso  e  insaccò  assai  buoni  uomini 
cittadini  romani  di  popolo  per  suoi  conaiglierì,  dei 
quali  ogni  capo  di  due  mesi  traeva  otto,  e  con  loro 
deliberava  le  faccende  del  oomuno  ;  e  fece  camariin- 


'  TestimonUno,  e  particoUreggiano  qaeato  orribile  latto 
alcune  Cronache  inedite  ohe  si  oonaervano  nella  Biblloteoa 
di  Monteoaasino. 


no 


CRONICA 


ghi  dell'  entrtU  del  eonane,  e  coBudò  a  fere  già* 
stilla,  e  lerare  i  popolani  del  aegoito  de'  grandi,  e 
BBolto  perseguitava  I  malfattori  :  sicché  alcono  sea- 
timento  di  franchigia  cominciò  a  gustare  quel  popo- 
lo, la  quale  poi  crebbe  a  maggiori  cose,  come  in- 
minsi al  suo  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXXIX. 

Come  furono  sconfUH  in  mare  i  Genovesi 

alla  Loiera. 

Essendo  venuto  il  tempo  che  la  furiosa  super- 
bia de'  Genovesi  per  far  guerra  a'  Veaesiani  e  Ca- 
talani avea  da  catuua  parte  apparecchiate  in  mare  le 
loro  forte,  del  mese  d'agosto  del  detto  anno  i  Ge- 
novesi si  trovarono  con  seisanla  galee  armate,  aven- 
do per  loro  ammiraglio  measer  Antonio  Grimaldi, 
nella  quale  erano  tratti  di  lutto  le  famiglie  la  metà 
de'  più  chiari  e  nobili  cittadini  di  Genova  e  della  Ri- 
viera ;  il  quale  ammiraglio  si  trasse  con  ¥  armata  a 
Portoveneri,  per  non  lasciare  mettere  scambio  a'cit- 
tadini  che  '1  procacciavano,  dicendo,  che  col  loro 
aiuto  e  consiglio  sperava  d'  avere  la  vittoria  decloro 
nimici,  e  aspettava  lingua  di  loro  sollecitamente.  1 
Catalani  aveano  armate  trenta  galee  tra  sottili  e  gros- 
se e  uscieri,  e  venti  galee  alle  spese  de'  Veneaiani, 
con  cinquanta  galee  e  tre  grandi  cocche  incutel- 
hte,  e  armate  di  quattrocento  combattitori  per  coc- 
ca ;  e  avendo  caricati  cavalli  e  cavalieri  assai  per  porli 
in  Sardegna,  del  detto  mese  d' agosto  si  partirono 
di  Catalogna,  facendo  con  prospero  tempo  la  via  di 
Sardegna,  ove  con  T  armata  dei  Veneziani  si  do- 
veano  raccouare.  B  i  Veneaiani  in  questi  medesimi 
dì  con  venti  galee  armate  di  buona  gente  si  diriz- 
sarono  alla  Sardegna.  1  Genovesi^  avuta  lingua^  ohe 
catana  arssata  era  in  pelago,  avvisarono  d' abboc- 
carsi con  r  una  armata  innanzi  che  insieme  si  coa- 
giugneasono.  B  perocché  le  sessanta  loro  galee  non 
eraoo  pienamente  armate,  lasciarono  otto  corpi  delle 
sessanta,  e  delle  ciurme  e  de'  sopraasaglienti  forni- 
rono ottimamente  le  cinqoantadue,  e  con  quelle  sen- 
za arresto,  standosi  con  le  vele  e  co'  remi,  con  gran- 
de baldanza  ai  dirizzarono  alla  Sardegna.  Ed  easen- 
do  giunti  presso  alla  Loiera,  abbono  lingua  che  l'ar- 
mate de'  loro  nimici  s'  erano  raccozzate  inaieme  ;  e 
passito  eh'  ebbono  una  punta  scopersono  V  armata 
de*  Veneziani  e  de'  Catalani,  i  quali  s' erano  rittretti 
insieme,  e  le  sottili  galee  aveano  nascose  dietro 
alle  groase  per  mostrarsi  meno  che  non  erano  a'ioro 
nemici,  e  ancora  a'iacateaarono  e  stavano  ferme  senza 
farsi  incontro  a'  Genoveai,  moatrando  avvisatamente 
paura,  acciocché  traeasono  a  loro  la  baldanza  dei 
Genovesi  con  loro  vantaggia  I  Genoveai  non  ostante 
che  avessono  perduta  la  aperaaza  di  non  aver  tro- 
vate r  armate  partite,  e  ingannati  dalla  vista,  ohe  pa- 
reva loro  che  le  galee  de'  loro  avversari  fossono 
meno  che  non  erano,  e  poco  più  che  le  loro,  bal- 
danzosi della  freaoa  vittoria  avuta  aopra  i  detti  loro 
nimici  in  Romania,  si  misono  ad  andare  contro  a  loro 
vigorosamente.  E  valicata  certa  punta  di  mare,  si 
trovarono  sopra  la  Loiera  si  presso  a'ioro  nimici, 


'  avuta  uotixia,  a:i[>uto  che  ecc. 


ch'eUi  scorsono  eh'oUienmo  frappo  p^  ck'eUinoa 
estisMvano  ;  e  vìdongli  acconci  e  ordinati  atta  bat- 
taglia, e  che  presso  di  loro  aveano  le  tre  ooecbe 
incastellate  e  armate  di  molta  gente  da  combattere; 
per  la  quel  cosa  l'animo  si  caaablò  a'  Geaoveei,  e 
la  furia  prese  freno  di  teaqieranza,  e  vorrebbono  non 
essere  si  presso  a' loro  nimioi,  e  tra  loro  ebbono  ri- 
pitlo  di  non  savia  condotta  ;  tuttavia  presono  onore 
e  franchezza  di  mettersi  aUa  battaglia,  sentendosi 
r  aiuto  del  vento  in  poppa,  e  alquanto  contrario  ai 
loro  avversari,  conoscendo  che  T  aiuto  delle  cooahe 
non  poteano  avere  durando  quel  vento  ^  tuttavia  più 
per  temenza  che  per  frandiezza  legarono  e  incate- 
narono la  loro  armata,  lasciando  d' ogni  banda  quat- 
tro galee  sottiU,  libere  d'assalire  oda  sovvenire  al- 
l' altre  secondo  il  bitogno.  I  Veneziani  e'  Catalani  a- 
vendo  a  petto  i  loro  nimici,  trassono  della  loro  nr* 
mata  aedici  galee  sottili,  e  misonne  otto  libere  da 
catana  parte  della  loro  armata,  la  quale  aveano  or- 
dinata e  incantenata  per  easere  più  interi  alla  batta- 
glia ,  ricordandosi  che  1  essersi  sparti  in  Rookania 
gli  avea  fatti  sconfiggere  ^  e  cosi  ordinata  V  nna  gan- 
te e  T  altra  con  lento  passo  si  veaiano  appreaaando, 
e  le  libere  galee  cominciarono  l'assalto  molto  len- 
tamente, che  catuno  stava  a  riguardo  per  attendere 
suo  vantaggio  ;  e  nonostante  che  i  Veneziani  e^Ca- 
talani  fossono  molti  più  che  i  Genovesi,  tsnto  gli  ri- 
dottavano, che  non  a'  ardivano  ad  afferrare  con  lo- 
ro. È  vero  che  il  vento  alquanto  gli  noiava,  più 
per  non  potere  avere  l' aiuto  delle  loro  cocche,  che 
per  altro  ;  e  però  soprastavano.  Dall'altra  parte  i  Ge« 
noveai,  già  impediti  per  lo  soperchio  de'  loro  niaùct, 
non  s'  ardivano  a  strignersi  alla  battaglia  ;  e  cosi 
consumarono  il  giorno  dalla  mezza  terza  alla  mezza 
nona,  con  lieve  badalucco' delle  loro  libere  galee.  1 
Genovesi  vedendo  che  i  loro  nimici  più  potenti  non 
li  ardivano  ad  assalire,  presero  più  baldanza,  o  ael- 
teronsi  in  ordine  d' andarli  ad  aasalire  con  più  saprà 
battaglia.  Ma  colui  che  é  rettore  degli  eaerciti,  aven- 
do per  lungo  tempo  sostenuta  la  afrenata  ambizione 
de'  Genovesi,  per  lieve  spiramento  di  piccolo  vento 
abbatté  la  loro  superbia;  che  ataudo  oatuaa  parte 
alla  lieve  battaglia  si  levò  uu  vento  di  verso  sci- 
lecco,  il  quale  empiè  le  vele  delle  tre  cocche  1 
Catalani  animosi  contro  ai  Genoveai,  vedendosi  atare 
dal  vento,  apparecchiate  loro  lance  e  dardi  o  |He- 
tre,  con  iamisurato  remore,  levate  l'ancore  del  aaa- 
re,  con  tutte  e  tre  le  cocche  ai  dirizzarono  conlro 
all'  armata  de'  Genovesi,  e  con  l' impeto  del  corpo 
delle  cocche  si  ferirono  nelle  galee  de'  Genovesi,  die 
nella  prima  percossa  ne  miaono  tre  in  fondo  ;  e  se- 
guendo innanzi ,  alcun'  altra  ne  roppono  ^  e  di  aopra 
gittavano  con  tanta  rabbia  pietre,  lance  e  dardi  so- 
pra i  loro  nemici,  che  parca  come  la  sformata  gran- 
dine pinta  da  spodestata  fortuna  d'impetaoai  Tenti; 
e  molti  Genovesi  n'  uccisone  in  quel  subito  assalto, 
e  annegaronne  assai,  e  più  ne  ferirono  e  magagna- 
rono. L'armata  de'  Veneziani  e  Catalani  vedendosi 
fatta  la  via  a'  loro  naviUi,  con  più  ardire  ai  misono 
innanzi  strìgnendosi  alla  battaglia.  I  Genovesi,  no- 


'  scontro  guerresco,  avvisaglia. 


DI  MATTEO  VILLANI 


111 


mÌDÌ  yirtaosi  o  di  grande  cuore,  soiteoDono  franca- 
mente il  grave  assalto  delle  cocche,  atandosi  con 
1*  arme  e  con  le  balestra,  magagnando  molti  de'  loro 
nemici  ;  e  alle  galee  rispondeano  con  si  ardila  e  fol- 
ta battaglia,  che  per  vantaggio  eh'  e'  loro  nimici  a- 
vessono  non  potevano  sperare  vittoria.  Ha  P  ammira- 
glio de^  Genovesi,  invilito  nell'  animo  suo  di  questo 
primo  assalto,  fece  vista  di  volere  ricoverare  la  vit- 
toria per  maestria  di  gaerra  ;  e  sollevata  la  batta- 
glia, in  fretta  fece  sciogliere  undici  galee  della  sua 
armata,  e  con  quelle  aggiunse  le  otto  sottili  eh*  e- 
nno  libere  dalle  latora  '  delfarmata,  e  diede  voce  di 
volere  volgere  e  girare  dalle  reni  de' nimici:  e  per 
questa  novità  i  Veneziani  e'  Catalani  ebbono  paura, 
e  sollevarono^  la  battaglia,  e  stettono  in  riguardo, 
per  vedere  quello  che  le  dette  galee  volessono  fare. 
Ma  Tammiraglio,  abbandonata  la  battaglia,  e  lasciate 
r  altre  galee  insieme  alla  fronte  de'  nemici,  fece  la 
via  di  Genova  senza  tornare  air  oste  ;  e  già  si  co- 
minciava a  tardare  il  giorno«  Vedendo  i  Veneziani 
e'  Catalani  che  1*  ammiraglio  de'  Genovesi  non.  avea 
girato  sopra  loro,  ma  era  al  disteso  fuggito  con  di- 
ciannove galee,  con  certezza  di  loro  vittoria  venno- 
no  sopra  i  Genovesi  ;  i  quali  vedendosi  abbandonati 
dal  loro  ammiraglio,  senza  resistenza  chi  non  potò 
fuggire  si  renderono'  prigioni.  Cosi  i  Veneziani  e' 
Catalani  senza  spandimento  di  loro  sangue  ebbono 
de*  Genovesi  piena  vittoria  ;  ed  ebbono  trenta  corpi 
di  galee  e  pi j  di  tremilacinquecento  prigioni,  fra  i 
quali  furono  molti  nominali  grandi  e  buoni  cittadini 
di  Genova.  E  morii  ne  furono  e  annegati  con  le 
ciurme  più  di  duemila.  La  detta  sventurata  battaglia 
per  li  Genovesi  fu  il  di  di  San  Giovanni  dicollato,  a 
di  29  d*  agosto  del  detto  anno^ 

CAPITOLO  LXXX. 
Come  i  Calaiani  perderono  loro  terre  in  Sardegna. 

Con  piccolo  travalioamento  di  tempo  sosterre- 
mo alquanto  1'  altre  cose,  raccogliendo  i  fatti  che 
Dell'  iso'a  di  Sardegna  avvennono  dopo  la  detta  vit- 
toria. I  Catalani  e'  Veneziani  con  la  loro  armata,  e 
con  le  tre  cocche,  e  con  le  galee  prese  de'  Genovesi 
a  co'  prigioni  arrivarono  in  Sardegna  ;  e  nella  loro 
giunta  avendo  messo  in  terra  i  loro  cavalieri,  e  gli 
altri  soprasssgKenti,  e  molti  delle  ciurme,  il  castello 
della  Loiera,  e  *1  castello  Lione,  e  il  castello  Geno- 
rese,  e  Sassari  e  più  altre  terre  che  teneano  i  Ge- 
novesi s*  arrenderono  a'  Catalani  Avendo  senza  fa- 
tica fatto  r  acquisto  delle  dette  Castells,  aggiunte  alla 
loro  vittoria,  pensarono  d' acquistare  tutto  il  rima- 
nente dell'  isola  che  si  possedea  per  lo  giudice  di 
Alborea,  e  con  più  baldanzosa  che  provveduta  vo- 
lontà, 0  buon  ordine,  se  n'  andarono  verao  Aresta- 
no, non  pensando  trovarvi  resistenza.  Ma  il  giudice 
con  molta  gente  d' arme  e  con  molti  Sardi,  i  quali 
aveva  accolti  per  difendere  le  sue  terre,  venne  loro 
incontro  del  mese  di  settembre;  e  abboccateei  con 
loro,  vennono  alla  battaglia,  e  furono  sconfitti  i  Ca- 


'  dai  luti,  modo  antico. 

'  eessarono  la  battaglia;  ti  levarono,  ■!  tolsero  da  essa. 

»  Vedi  il  Foglietta,  Storia  di  Qmow^  libro  VI. 


'  talani  :  de'  quali  tra  nella  battaglia  e  nella  fuga  ri- 
masono  morti  più  di  millecinquecento  Catalani.  E 
per  questa  sconfitta,  e  per  la  mala  guardia  che  delle 
terre  nuovamente  acquistate  faceano,  e  per  l' aspra 
signoria  eh'  usavano  a'  paesani  tutte  si  rubellarono, 
e  ancora  l' altre  che  prima  vi  teneano  ;  sicché  tutto 
perderono,  fuori  del  castello  di  Castro,  detto  Csglie- 
ri  ;  e  volendole  racquistare  per  forza,  feciono  mag- 
giore oste,  e  un'  altra  volta  s' abboccarono  co'  Sardi 
e  col  giudice  d' Alborea  ;  e  dopo  lunga  battaglia,  i 
Catalani  ritennono  il  campo  e  i  Sardi  V  abbandona- 
rono, con  pochi  più  morti  di  loro  che  de'  loro  ni- 
mici. Onde  i  Catalani  ebbono  poca  lieta  vittoria,  la- 
sciando morti  in  questa  seconda  battaglia  cinquecento 
combattitori,  benché  più  ne  fossono  morti  de'  Sardi, 
e  però  non  racquistarono  alcuna  terra  :  e  dopo  longa 
dimora,  del  mese  di  novembre,  avendo  perduti  as- 
sai de'  loro  prigioni  genovesi  eh'  erano  accomandati 
nella  Loiera,  si  partirono  dell'  isola,  andandosene  i 
Catalani  in  Catalogna,  e  i  Veneziani  a  Vinegia  a 
salvamento,  vinti  i  Genovesi  loro  nimici,  e  abbas- 
sata con  piena  vittoria  la  loro  superbia. 

CAPITOLO  LXXXL 
Come  il  prefetlo  venne  a  oste  a  Todi. 

In  questo  tempo,  la  Chiesa  di  Roma  per  rac- 
quistare il  Patrimonio  occupato  dal  prefetto  da  Vi- 
co, avea  tenuta  gente  d' arme  a  Montefiascone  guer- 
reggiando il  prefetto  ;  e  in  quosta  guerra  fra  Moriale 
di  Provenza,  grande  guerriere  e  nomato  soldato,  con 
sue  masnade  avea  servito  la  Chiesa  lungamente,  sen- 
za potere  avere  l' intero  pagamento  de'  suoi  soldi  ; 
e  però  s  aecostò  col  prefetto,  e  andò  dalla  sua  parte 
con  quattrocento  cavalieri.  E  vedendosi  il  prefetto 
sicuro  dalla  forza  della  Chiesa,  avendo  in  aua  com- 
pagnia i  Chiaravaifesi  uaciti  di  Todi,  con  fra  Moriale 
e  con  altre  sue  genti  d' arme  di  subito  e  improvvi- 
so se  ne  venne  a  Todi,  e  con  lui  i  Chiaravallesi,  i 
quali  si  sentivano  tanti  parenti  e  amici  nella  città, 
che  si  credeano,  come  fossono  con  forte  braccio  ivi 
presso,  che  li  vi  rimetterebbono  dentro  o  per  inge- 
gno 0  per  forza  :  ma  trovaronsi  ingannati,  perocché 
i  cittadini,  temendo  della  tirannia  del  prefetto  e  de' 
loro  cittadini  si  misono  alla  difesa,  e  il  prefetto  e  i 
Chiaravallesi  ad  assedio.  Ma  avendo  i  Todini  aiuto 
da'  Perugini  e  dal  comune  di  Firenze,  che  catuno  vi 
mandò  gente  d*  arme,  il  prefetto  perde  la  speranza 
d' entrare  nella  terra  ;  e  statovi  a  campo  di  settembre 
e  d' ottobre,  e  dato  il  guasto  intorno  alla  città,  si . 
parti  dall'assedio  con  suo  poco  onore. 

CAPITOLO  LXXXII. 
Come  fu  presa  e  lasciata  Vieorala. 

Di  questo  mese  di  settembre  del  detto  anno, 
il  conte  ^uido  da  BattifoUe  avendo  accolta  gente  de* 
suoi  fedeli  e  del  conte  Ruberto,  sentendo  che  Au* 
drea  di  Filippozzo  de'  Bardi,  signore  del  contado  del 
Pozzo  e  di  Vioorata,  era  in  bando  del  comune  di 
Firenze  per  malifido,  tenendosi  gravato  da  lui,  im- 
provviso di  mezza  notte  venne  a  Vicorata,  e  con  al- 


112 


CRONICA 


cono  trattato  il  di  seguente  entrò  in  Vioorata,  ed  ebbe 
tatto  il  procinto,  e  rìnchinso  Andrea  e  alcuni  do* 
fratelli  nella  torre  ;  alla  quale  accostato  il  conte  iuoi 
dificii,  la  facoTa  tagliare,  n  comune  di  Pirense  sen- 
tendo i  suoi  cittadini  a  quello  perìcolo,  non  ostante 
che  Tossono  in  bando,  di  presente  mandarono  co- 
mandando al  conte  Guido  che  lasciasse  queir  impre- 
sa, n  quale  udito  il  comandamento  de*  priori  di  Fi- 
renze, essendo  egli  medesimo  anco  in  bando  del 
detto  comune  per  simile  modo,  di  presente  fu  ub- 
bidiente ;  e  non  lasciando  alcuna  cosa  tórre  o  rubare, 
se  ne  partì,  e  toroossi  nel  suo  contado.  La  de- 
mensa  del  nostro  comune  poco  appresso  fece  V  una 
parte  e  V  altra  yenire  a  Firenze  ;  e  fotto  fare  pace 
Ira  loro,  catuno  per  grazia  trasse  di  bando. 

CAPITOLO  LXXXIIL 
Conte  il  eonte  di  Caserta  si  rubetlò  dal  re  Luigi. 

n  re  Luigi  di  Gerusalemme  e  di  Sicilia,  in  que- 
sto anno,  il  di  della  Pentecoste,  a?ea  fatta  solenne 
festa  co*  suoi  baroni  per  1*  annuale  rinnovellamento 
di  sna  coronazione.  B  in  quella  festa  ordinò  cosa 
nnova  e  disusata  alla  corona  :  oh*  egli  elesse  sessanta 
tra  baroni  e  cavalieri,  i  quali  giurarono  fede  e  compa- 
gnia insieme  col  detto  re,  sotto  certo  ordine  di  loro 
vita  e  di  loro  usaggi  e  vestimenti;  e  fatto  il  giuramento, 
si  vestirono  d*  una  cottardita*  e  d*  un*  assisa  ed*un 
colore  tutti  quanti,  portando  nel  petto  un  nodo  dì 
Salomone  ;  e  chi  ebbe  V  animo  vano  più  magnificò 
la  cottardita  e  fl  nodo  d*  oro  e  d*  argento,  e  di  pie- 
tre preziose  di  grande  eosto  e  di  grande  apparenza: 
e  fu  chiamata  la  compagnia  del  nodo,  il  Prenze  di 
Taranto,  fratello  del  re,  non  v*era,  ma  sopravvenne; 
e  il  re  gli  aveva  fatta  fare  la  cottardita  reale,  eon 
un  nodo  di  perle  grosse  di  gran  valuta,  e  mando- 
gliele  air  ostello  :  il  Prenze  non  la  volle  vestire,  di- 
cendo che  *1  nodo  del  fratemale  amoro  portava  nel 
cuore,  e  donolla  a  un  suo  cavaliere;  la  quel  cosa  il 
re  non  ebbe  a  grado.  In  questo  tempo  il  duca  d*A- 
tene  avea  messo  grande  odio  tra  il  Prenze  di  Ta- 
ranto e  'I  conte  di  Caserta,  figliuolo  che  fu  di  mes- 
ser  Dego  della  Ratta  catalano,  conte  camarlingo;  e 
per  questo  amando  il  re  il  detto  conte,  e  avendolo 
trovato  leale  e  fedele,  a  instigamento  del  Prenze 
convenne  che  il  re  centra  sua  voglia  il  sbandeg* 
glasse,  n  conte  si  ridusse  a  Caserta,  e  tenea  il  Se- 
sto e  TuUverno  ;  e  il  Prenze  col  duca  d*  Atene  gli 
andò  addosso  con  cento  cavalieri,  e  in  persona  vi 
venne  il  re  con  trecento  e  con  assai  popolo,  vo- 
lendo compiacere  al  fratello.  E  nn  di  stando  il  re  nel 
cutello  di  Matalona  sopra  lo  sporto  che  chiamava- 
no Gheffo,  la  sua  gente  presono  un  Unghero  soldato 
del  detto  conte,  e  con  tanta  maraviglia  il  condus- 
sono  al  re,  eh*  ogni  gente  gli  traeva  dietro  come 
s'  elfi  avessono  preso  il  re  degli  Unni  ;  e  per  que- 
sta pazzia  caricarono  si  sconciamente  il  Gheffo,  die 
gran  parte  n*  andò  a  terra,  ove  morirono  didas- 


'  Specie  di  veste,  forte  colta  ampia  più  dell*  usato. 


sette  uomini,  e  molti  se  no  magagnarono.  Il  re,  che 
era  un .  poco  da  parie  apprendendosi  col  Prence,  co- 
me a  Dio  piacque,  si  ritenne  in  quello  ria^nente 
che  del  Gheffo  non  cadde  ;  messer  Filippo  di  Taran- 
to traboccò  sopra  i  caduti,  e  non  ebbe  malei  L*o- 
ste  stelle  sopra  il  eonte  più  tempo  senza  avere 
onore  di  cosa  che  vi  si  foeesse  ;  e  slraecata  se  ne 
parti  II  conte  con  sue  BMsnade,  parlila  reale,  eo- 
ndndò  a  cavalcare  per  Terra  di  ùvoro,  e  rabare  le 
strade  e  rompere  i  eammini  ;  e  eonlorbò  taUo  3  pae- 
se, cavalcando  alcuna  volta  eoa  trecento  cavalieri 
infine  presso  a  Napofi  senza  trovar  eeairaalo  ;  e  Tea- 
dicala  sua  onta,  si  ritenne  alle  terre  ano  sensa  bre 
pih  danno  o  guerra. 

CAPITOLO  LXXXIV. 
Come  il  cardinale  legalo  retine  a  Firenze. 

La  Chiesa  di  Roma  veggendo  che  *1  prefetto  de 
Vico,  lirsnnescamente  oresdolo,  aveva  oceupalo  il  Pa- 
trimonio, e  che  novellamente  avea  acquistata  la  eiM 
d*  Orvieto,  il  papa  con  deliberazione  de*  eardinaS 
mandò  legato  in  Toscana  measer  GiHo  dì  Spagne 
cardinale,  il  quale  era  stalo  al  secolo  prò*  e  valenle 
cavaliere  e  ammaestralo  in  guerra,  sccioechè  con 
r  aluto  degi*  Italiani  racquistasse  le  terre  di  Santa 
Chiesa  occupate  nd  Patrimonio.  B  datagli  grande 
legazione,  il  mandò  per  terra  in  Lombardia,  ove  dal- 
1*  ardvescovo  di  Milano  fu  ricevuto  a  grande  onore, 
facendogli  fare  per  tutto  suo  distretto  le  spese  eoa 
largo  apparecchiamento;  ma  in  Bologna  non  volle 
eh*  egli  entrasse,  e  però  tenne  la  via  da  Pisa,  e  a 
di  2  d*  ottobre  del  detto  anno  giunse  in  Pirenie, 
ove  fu  ricevuto  con  grande  onore,  e  con  solenne 
processione  e  fests ,  con  un  ricco  palio  di  seta  e 
d*  oro  sopra  capo  portalo  da  nobili  popolani,  e  ad- 
destrato al  freao  e  alla  sella  da  gentili  cnvafieri  di 
Firenze,  sonando  tulle  le  campane  delle  chiese  e  del 
comune  a  Dio  laudiamo  ;  e  condotto  per  la  città  fii 
albergato  in  casa  gli  Alberti,  ove  fece  suo  diBore: 
e  presentalo  dal  comune  confetti  e  cera  e  biada 
abbondantemente,  e  tre  pezze  di  fini  panni  scerbiti  di 
grana,  e  datogli  centocinquanta  cavalieri  in  aiuto  alla 
sua  guerra,  a  A  11  d*  ottobre  si  parti,  e  andò  a  ano 
viaggio.  B  in  questi  di  Cotona  si  robellò  al  prefetto, 
e  presela  il  conte  di  Sarteano  con  aiuto  eh*  ebbe 
da*  Fiorentini,  e  poi  la  rassegnò  d  legalo. 

CAPITOLO  iSSXV. 
Bùmo9a»ione  del  paUo  di  Santa  Bieparaim. 

In  questi  di  vacando  in  pace  i  Piorenliai,  i 
priori  voUono  chiarire  perchè  la  chiesa  callednde 
di  Firenze  era  dinominata  Santa  Reparata,  e  peroàè 
per  aelico  costume  in  colai  dì  a*  è  corso  il  palio  ia 
Firenze  ;  e  trovosd  per  deano  scrittore,  come  Re- 
dagasio  re  de*  Goti,  e  Svèzi  e  Yanddì,  avendo  as- 
salito l' imperio  di  Roma,  e  guaste  in  Italia  molte 
dttà  e  consumati  gli  abitanti,  s' era  messo  ad  asee- 
dio  alla  dttà  di  Firenze  con  dugenlomila  cavalierì. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


113 


esseodo  vescovo  di  Firenze  il  venerabile  San  Zeno- 
bio  della  caaa  de*  Gìrolami  noalro  cittadino,  il  qnale 
avea  seco  dae  santi  cappellani  ;  e,  stando  alfassedio, 
come  a  Dio  piacque,  Onorio  imperadore  di  Grecia 
in  Italia  venne  al  soccorso  delP  imperio  di  Roma, 
e  in  sua  compagnia  non  avea  oltre  a  tremila  oava- 
lieri  ;  e  venendo  incontro  a*  nimici,  tanta  paura  gli 
occupò,  che  raccogliendosi  dall'  assedio,  senza  prov- 
visione si  misono  ad  entrare  tra  le  droostanti  raon*- 
tagne,  passando  tra  Fiesole  e  Monterìnaldi,  e  rat- 
teneonsi  nella  valle  di  Mugnone.  Credesi,  avvegna- 
ché Onorio  fosse  fedele  cristiano,  che  Iddio  facesse 
questo  per  le  preghiere  di  San  Zenobìo  e  de'  suoi 
santi  cappellani.  I  barbari  essendo  rinchiusi  da  aspre 
montagne,  senza  acqua  e  senza  vittuaglia,  dalla  gente 
deir  imperadore  e  dai  fiorentini  paesani  che  sapeano 
i  passi  forono  ristretti  per  modo  che  uscire  non  ne 
poteano.  Il  loro  re  furandosi  dal  ano  esercito  fu  in 
Mugello  preso  e  morto  :  e  morendo  i  barbari  di  fame 
e  di  sete,  sentendo  morto  il  loro  re,  gittate  V  armi 
s*  arrenderono ,  e  per  fame  e  per  ferro  infine  tutti 
perirono;  e  questo  avvenne  il  d)  della  festa  della 
vergine  benedetta  Santa  Reparata,  per  la  cui  reve- 
renza a*  ordinò  e  fece  nuova  chiesa  cattedrale  alla 
nostra  città,  intitolata  del  suo  nome.  B  perocché  i 
Boatri  antichi  non  erano  in  troppa  magnificenza  in 
que'  tempi,  ordinarono  che  in  cotal  dì  si.  corresse 
un  palio  di  braccia  otto  d*  uno  cardinalesco  di  lieve 
costo,  a  piede  tenendosi  al  duomo,  e  movendosi  i 
corridori  di  fuori  della  porta  di  San  Piero  Gattolino: 
e  per  la  rinnovazione  di  questa  memoria  il  comune 
r  ordinò  di  braccia  dodici  di  scarlatto  fine,  e  che  si 
corresse  a  cavallo. 

CAPITOLO  LXXXVI. 

Come  i  Genovesi  si  misono  in  servaggio 
delV  arcivescovo. 

Nuova  e  mirabile  cesa  seguita  a  itccontare,  in 
considerazione  del  gran  cambiamento  ohe  fortuna  fa 
degli  alati  del  mondo.  La  nobile  città  di  Genova,  e 
i  suoi  grandi  e  potenti  cittadini,  signori  delie  nostre 
marine,  e  di  quelle  di  Romania,  e  del  Mare  Maggio- 
re, nomini  aopra  gli  altri  destri  e  sperti,  e  di  gran 
cuore  e  ardire  nelle  battaglie  del  mare,  e  per  molti 
teoipi  pieni  di  molte  vittorie,  e  signori  al  continovo 
di  molto  navilio,  usati  sempre  di  recare  alla  loro 
€ittà  innumerabili  prede  delle  loro  rapine,  temuti  e 
ridottati  da  tutte  le  nazioni  eh'  abitavano  le  ripe  del 
Mar  Tirreno  e  degli  altri  mari  che  rispondono  ra 
quello,  ed  essendo  liberi  sopra  gli  altri  popoli  e 
comuni  d' Italia,  per  la  sconfitta  nuovamente  rice- 
vuta in  Sardegna  da'  Veneziani  e  Catalani,  con  non 
disordinato  danno,  vennono  in  tanta  discordia  e  con- 
fusione tra  loro  nella  città,  e  in  tanta  misera  paura, 
che  rotti  e  invìUti  come  paurose  femmine^  il  loro 
superbo  ardire  mutarono  in  vilissima  codardia,  non 
parendo  loro  potere  atarsi:  eziandio  avendo  il  co- 
mune di  Firenze  mandato  là  suoi  ambasciadori  t  oon- 
fortarli,  e  n  profferere  loro  con  grande  affezione  il 
ino  aiuto,  e  conaiglio  e  favore  largamente,  a  mante- 
nere e  ricoverare  loro  franchigia  e  buono  stato,  tanto 

ViLLAM  tf.,  Orotdea.    VOL.  n. 


erano  con  gli  animi  dissoluti  per  quella  sconfitta  e 
per  loro  discordie,  che  non  seppono  conoscere  ri- 
medio al  loro  scampo,  se  non  di  sottomettersi  al 
servaggio  del  potente  tiranno  arcivescovo  di  Mila- 
no ;  e  di  comune  concordia  il  feciono  loro  signore, 
dandogli  liberamente  la  città  di  Genova  e  di  Savo- 
na, e  tutta  la  Riviera  di  levante  e  di  ponente ,  e 
r  altre  terre  del  loro  contado  e  distretto,  salvo  Mo- 
naco e  Hentone  e  Roccabruna,  le  quali  tenea  messer 
Carlo  Grimaldi,  che  non  le  volle  dare.  E  a  di  10 
d'ottobre  1353,  il  conte  Pallavicino  vicario  dell'ar- 
civescovo con  settecento  cavalieri  e  con  millednque- 
cento  masnadieri  entrò  in  Genova,  ricevuto  come 
loro  signore;  e  disposto  il  doge,  e  'I  consiglio,  e 
tutti  gli  altri  reggimenti  del  comune,  prese  la  signo- 
ria e  il  govemamento  delle  dette  città  e  de'  loro  di- 
stretti, e  aperte  le  strade  di  Lombardia  con  solle-* 
citodine,  procacciò  abbondanza  di  vittuaglia  a'  suoi 
servi,  e  prestanza  al  comune  per  armare  alquante  ga- 
lee in  corso,  ebbe  fornito  il  prezzo  di  cotanto  ac- 
quisto. 

CAPITOLO  LXXXVn. 

Come  i  Pisani  feciono  confinati, 

I   Pisani  vedendosi  il  tirannesco  fuoco  a'  loro 
confini,  temettono  de'  loro  cittadini  animosi  di  parte 
ghibellina,  che  per  invidia  de'  loro  reggenti   avreb- 
bono  voluto  la  signoria  deir  arcivescovo  di  Milano. 
E  temendo  per  questo  i  Gambacorti  e  i  loro  seguaci 
perdere  lo  stato,  di  presente  votarono  la  città  d' o- 
gni  sospetto,  mandando  a'  confini  de'  loro  cittadini, 
e  prendendo  buona  guardia  dentro  e  di  fuori,  inten- 
dendosi co'  Fiorentini  amichevolmente  per  la  comune 
franchigia.  In  questi  medesimi  dì,  avendo  il  tiranno 
preso  sdegno  contro  a*  Fiorentini  per  gli  ambascia- 
dori  eh'  aveano  mandati  a  confortare  i  Genovesi  della 
loro  franchigia,  mosse  loro  lite  dicendo,  eh'  aveano 
rotta  la  pace,  perocché  non  avevano  disfatto  Monte- 
gemmoli  nell'  alpe,  avendo  voluto  assegnare  la  Sam- 
buca e  'I  Sambucone,  come  diceano  i  patti  della  pa- 
ce, a  Lotto  Gambacorti  come  amico  comune,  non  o- 
stante  che  per  lui  non  fosse  voluto  ricevere,  paren- 
dogli avere  osservato  dalla  sua  parte:  per  la  qual 
cosa  s*  accozzarono  ambasciadori  di  catuna  parte  a 
Serezzana,  e  mostrato  fu  per  ragione  che  per  quella 
offerta  e'  non  era  scusato ,  né  aveva  adempiute  le 
convenenze;  e  però  i  Fiorentini  non  erano  in  col- 
pa. La  cagione   che  acquetò  V  arcivescovo  fu,  che 
non  gli  parve  tempo  utile  a  muovere  guerra  a'  Fio- 
rentini ;  e  però  s' acquetò,  e  consenti  alla  loro  ra- 
gione. Poco  tempo  appresso  nel  detto  verno  1'  ar- 
civescovo mise  cinquecento  uomini  al  lavorio,  e  fece 
tutto  il  cammino  per  terra  da  Nizza  a  Genova,  ch'era 
screpoloso^  e  pieno  di  molti  stretti  e  mali  passi,  ap- 
pianare e  allargare,  tagliando  le  pietre  per  forza  di 
picconi,  e  facendo  fare  molti  ponti  ov*  erano  i  mali 
valichi,  sicché  gli  uomini  a  cavallo  due  insieme  e  le 
some  per  tutto  il   cammino  potessono  andare,  cosa 
assai  otile  e  notevole  se  fatto  fosse  a  fino  di  bene; 


'  Male  alcune  stampe  :  Hrupoloto. 


8 


114 


CRONICA 


ma  che  T  arcivescovo  e^saoi  t*aveaiono  nelT  animo, 
a'  Provensali  n^  entrò  grande  gelof ia,  e  itettonne  a 
Nizsa  e  neir  altre  terre  in  hinga  guardia ,  e  poco 
lasciavano  osare  quello  cammino,  temendo  della  pò* 
lenza  del  tiranno. 

CAPITOLO  LXXXVin. 
Come  i  Sonni  ruppimo  i  paiU  a  MoniepuMomo, 

Potendosi  cetano  dolere  con  ragione  in  sé  della 
corrotta  fede  odiosa  a^  popoli,  mercatanzia  de^  tiran- 
ni, cagione  nascosa  di  gravi  pericoli,  ci  muove  a 
dire  con  vergogna,  come  reggendosi  il  comune  di 
Siena  sotto  il  govemamento  occupato  dall"  ordine 
de'  nove,  ruppono  la  fede  promessa  a^  signori  di 
Montepulciano,  essendone  stali  mezzani  i  Fiorentini 
e^  Perugini,  e  mallevadori  alla  richiesta  di  quello  co- 
muoe.  E  per  giustificarsi  della  corrotta  fede,  aggiun- 
sono  una  corrotta  dannazione,  mettendo  il  detto 
messer  Niccola  senza  colpa  in  bando  per  traditore, 
acciocché  non  paressono  tenuti  a  dargli  fiorini  sei* 
mila  d^  oro  che  promessi  gli  aveano,  quando  diede 
loro  la  signorìa  di  Montepulciano.  Della  quel  cosa 
turbato  il  comune  di  Firenze  e  quello  di  Perugia, 
mandarono  loro  ambasciadorì  a  Siena  per  far  loro 
con  preghiere  addirìzzare  questo  torto  ;  e  avuto  so- 
pra ciò  più  volte  udienza,  e  menati  lungamente  per 
parole  da*  siguorì,  e  straziati  da*  loro  consigli,  in- 
sieme mostrando  coU*  opere  la  corruzione  conceputa 
contro  a^  detti  comuni  per  lo  detto  ordine  de^  nove, 
agli  ambasciadori  dì  caluno  comune  fu  fatta  vergo- 
gna, e  gittalo  loro  addosso  cavalcando  per  la  città 
vituperoso  fastidio  \  e  udendosi  dire  dietro  villane 
parole  ;  a  quelli  di  Perugia  furono  gittati  de*  sassi, 
e  minacciati  di  peggio  :  e  cosi  senza  altro  comii^, 
con  accrescimento  d*  onta  e  di  disonore,  catoni  am- 
basciadorì tornarono  a'  loro  comuni  ;  i  quali  cono- 
scendo doppiamente  essere  ofiesi,  per  lo  miglioro 
dissimularono  il  latto,  comportando  con  senno  la 
loro  ingiuria.  E  questo  avvenne  del  mese  di  feb- 
braio del  detto  anno. 

CAPITOLO  LXXXDL 
Conte  si  cominciò  la  gran  compagnia  nella  Marca. 

n  frìere  di  San  Giovanni  fra  Moriate,  vedendo 
che  il  prefetto  da  Vico,  con  cui  era  stato  ali*  aase- 
dio  di  Todi,  noi  polea  sostenere  a  soldo,  avendo 
r  animo  grande  alla  preda,  ai  propose  d*accogliere 
gente  d*  arme  d'  ogni  parte  d*  Italia ,  e  fare  una 
compagnia  di  pedoni  con  la  quale  potesse  cavalcare 
e  predare  ogni  paese  e  ogni  uomo.  E  qui  cominciò 
il  maledetto  prìncipio  delle  compagnie,  che  poi  per 
Inngo  tempo  turbarono  Italia,  e  la  Provenza,  e  il 
reame  di  Francia  e  molti  altrì  paesi,  come  leggendo 
per  li  tempi  si  potrà  trovare.  Questo  fra  Moriate  in- 
contanente co*  suoi  messaggi  e  lettere  mosse  in  Italia 
gran  parte  de*  soldati  eh*  erano  in  Toscana,  e  in 
Romagna  e  nella  Marca  senza  aoldo  a  cavallo  e  a 
pie,  dicendo,  che  chi  venisse  n  lui  sarebbe  prowe- 


'  Intendi  ogni  sorta  di  sporcizia  o  di  lordare. 


duto  delle  spese  e  di  buono  soldo  ;  e  per  qneslo 
ingegno  in  breve  tempo  accolse  a  sé  millednqve- 
cento  barbute  e  più  di  duemila  masnadieri,  aoaùni 
vaghi  d*  avere  loro  vita  alle  spese  altrui  E  avendo 
messer  Malatesta  da  Rimini  assediata  per  Inngo  leat- 
po  la  città  di  Fermo  e  condotta  agli  nltinu  eslroMi, 
ed  essendo  per  averta  in  breve  tempo;  fra  Monile, 
ricordandosi  del  servigio  che  da  Ini  avea  rìcewle 
quando  1*  assediò  nel  castello  d*  Aversa,  avendo  hm»- 
vimenlo  da  Gentile  da  Mogliano  che  lirannegginvi 
Fermo,  e  dal  capitano  di  Forlì  ch*en  niaaioo  di 
messer  Malatesta,  fidandosi  alle  loro  promesse  e  n* 
loro  stadichi,  del  mese  di  novembre  con  la  sua  compa- 
gnia entrò  nella  Marca,  e  oostrìase  messer  Malatesta  n 
levarsi  da  oste  da  Fermo,  e  liberò  la  città  dalT  as- 
sedio, e  rimaseai  nel  paese.  E  per  lo  nome  sparlo 
di  questo  primo  cominciamenlo  la  compagnia  cr^K 
be  e  fece  grandi  cose  in  questo  verno,  e  poi  aug- 
giorì,  come  al  suo  tempo  racconteremo,  tomaado 
prima  ali*  altre  cose  che  domandano  la  nostra  pewaa. 

CAPITOLO  XC. 
Dice  de'  leoni  nati  in  Firenze. 

E*  non  pare  cosa  degna  di  memoria  a  raccon- 
tare la  natività  de*  leoni  ;  ma  due  cagioni  oi  strin- 
gono a  non  tacere  :  l*  una  si  è,  perchè  antichi  an- 
torì  raccontano  che  in  Italia  non  nascono  leoni  ; 
1*  altra,  che  dicono  che  i  leoni  nascono  del  ventre 
della  madre  morti,  e  ohe  poi  sono  vivificati  dal 
moggio  della  madre  e  del  leone  fatto  sopra  loro  : 
e  noi  avemo  da  coloro  che  più  volte  gli  vidono  na- 
scere, che  il  loro  nascimento  è  come  degli  altri  ca- 
telli che  nascono  vivi  Alfaltra  parte  è  risposto  per 
lo  loro  nascimento,  più  e  diverse  volte  aweanlo 
nella  nostra  città  \  e  in  questo  anno,  del  mese  di 
novembre,  ne  nacquero  in  Firenze  tre,  de*  quali  Fn- 
no  si  donò  al  duca  di  Osterie,  che  per  grazia  il  do- 
mandò al  nostro  comune  \  e  il  leone  padre  vedendo- 
si tolto  Tono  de*  suoi  leoncini,  se  ne  die  tanto  do- 
lore, che  quattro  dì  stette  ohe  non  volle  mang:ìare, 
e  lemetlesi  che  non  morisse.  E  perch'  elli  stavano  ia 
Inogo  stretto,  ove  si  batte  la  moneta  del  coBsne, 
ne  furono  tratti,  e  dato  loro  larghezza  di  case  e  di 
cortili  e  di  condotti  nelle  case  che  il  duca  d*  Alene 
avea  fatte  disfare  per  incastellarsi,  che  furono  de* 
Manieri,  dietro  il  palagio  del  capitano  e  deU*esec«- 
tore,  in  su  la  via  da  casa  i  Magalotti,  ove  stanmo  al 
largo,  e  beae. 

CAPITOLO  XCL 
Come  i  Romani  ii  dierono  alla  Chiesa  di  Eomta. 

U  popolo  romano  non  sapendosi  reggere  pm 
li  suoi  tribuni  e  per  li  rettori,  sentendo  il  cardìaide 
di  Spagna  a  Montafiascone  legato  del  papa,  vnloro- 
so  signore  nell*arme  e  dì  grande  antorità,  trailo  ooa 
lui  d*  accomandarsi  alla  Chiesa  di  Roma  sotto  singo- 
lare condizione  e  patto.  E  ricevuto  in  prolesione 
del  legato  con  quello  lieve  legame,  con  cui  si  con* 


DI  MATTEO  VILLANI 


115 


Tenne,  e  con  faria  lo  mosse  a  fur  guerra  e  dan- 
neggiare di  gnafto  i  Viterbesi;  della  qnal  cosa, 
cresciata  la  forza  e  M  numero  de^  caTalierì  al  lega- 
to, seguirono  poi  maggiori  cose,  come  seguendo 
nostra  materia  racconteremo. 

CAPITOLO  xcn. 

Le  novità  seguite  in  Pistoia, 

Essendo  ordine  in  Pistoia  che  balia  per  li  fatti 
del  comune  non  si  potesse  dare  a*  suoi  cittadini, 
nato  da  sospetto  delle  loro  sette,  trovandosi  capita- 
nò della  guardia  per  lo  comune  di  Firenze  messer 
Gherardo  de*  Bordoni,  il  quale  favoreggiava  i  Cancel- 
lieri e  la  loro  parte,  era  in  que'  di  fatto  un  proces- 
so per  r  inquisitore  de*  paterini  contro  a  certi  citta- 
dini di  Pistoia*,  di  che  tutto  il  comune  si  gravava;  e, 
a  riparare  a  questo,  convenne  che  balia  si  desse  a 
certi  cittadini.  L' industria  de*  Cancellieri,  coli*  aiuto 
del  capitano,  fece  tanto,  che  la  balla  fu  data  a  certi 
uomini  tutti  della  parte  de*  Cancellieri,  i  quali  inte- 
iono  ad  abbattere  in  comune  lo  stato  de'  Panciatichi, 
e  di  presente  aggiunsono  al  numero  del  consiglio 
del  comune,  che  avea  quaranta  uomini  della  parte  de"* 
Cancellieri  ;  e  intendendo  di  fare  pia  innanzi,  i  Pan- 
ciatichi per  paura,  e  per  non  essere  criminati  dal 
capitano  se  ne  vennono  a  Firenze  ;  gli  altri  cittadini, 
vedendosi  ingannati  da  quelli  della  balia,  corsono 
air  arme,  e  abbarrarono  le  vie,  e  catuno  s*airorzava 
per  combattere  e  per  difendere.  In  questo  tempo 
de*  remori  dì  Pistoia,  messer  Ricciardo  Cancellieri 
fu  notificato  a  Firenze  per  lo  Piovano  de*  Cancel- 
lieri suo  consorto,  eh*  egli  volea  fare  al  comune  cer- 
to tradimento.  E  chiamato  in  giudicio  a  Firenze  Tn- 
no  e  r  altro,  e  dato  balia  per  lo  comune  al  capitano 
della  guardia  di  Firenze  di  potere  conoscere  sopra 
la  causa,  furono  messi  in  prigione,  e  trovato  che 
non  era  colpevole  messer  Ricciardo,  fu  liberato,  e 
ritenuto  il  Piovano,  e  mutato  in  Pistoia  nuovo  ca- 
pitano. Il  comune  di  Firenze  mandò  in  Pistoia  amba- 
sciadori,  e  con  loro  i  Panciatichi  ;  e  racquetato  lo 
scandalo  tra  i  cittadini,  si  riposarono  in  pace. 

CAPITOLO  XCUL 
Come  r  areicescovo  richiese  di  pace  i  Fenestam. 

L*  arcivescovo  di  Milano,  avendo  sottomesso  a 
sua  signoria  la  città  di  Genova  e  di  Savona,  e  tutta 
la  Riviera  e  il  loro  contado,  i  cui  abitanti  erano  ni- 
mici  de*  Veneziani,  mandò  suoi  ambasciadori  al  doge 
e  al  comune  di  Vinegia,  per  li  quali  significò  a  quello 
comune  come  i  Genovesi  erano  suoi  uomini,  e  le  lo- 
ro città  e  contado  erano  suo  distretto  ;  e  tenendosi 
amico  de*  Veneziani,  e  sapendo  che  per  addietro  i 
Genovesi  erano  stati  loro  nimid,  intendea,  quando 
al  doge  piacesse  e  al  comune  di  Vinegia,  che  per 
innanzi  fossono  fratelli  e  amid  :  e  intorno  a  dò  u- 
aarono  belle  e  suadevoli  ragioni.  11  doge  e  il  suo 
consiglio,  presono  tempo  d'  avere  loro  consiglio,  e 
di  rispondere  la  mattina  vegnente.  E  venuto  il  gior- 


no, di  gran  concordia  risposono  la  mattina  dicendo  : 
che  il  comune  di  Vinegia  si  tenea  gravato  e  offeso 
dall*  ardvescovo,  il  quale  avea  preso  ad  aiutare  i 
Genovesi  loro  capitali  nemici,  e  però  non  intendeano 
di  volere  pace  e  concordia  con  lui  né  col  comune 
di  Genova  ;  ma  giusta  loro  podere  tratterebbono  lui 
e  i  suoi  sudditi  come  loro  nemici.  E  conseguendo  al 
fatto,  incontanente  feciono  accomiatare  e  bandeggia- 
re  di  Vinegia,  e  di  Trevigi,  e  di  tutte  le  loro  ter- 
re e  distretti  tutti  coloro  che  fossono  sotto  la  giu- 
risdizione dell*  arcivescovo  di  Milano  ;  e  simiglian- 
temente  fece  nelle  sue  terre  V  arcivescovo  de*  Ve- 
neziani :  e  cosi  fu  manifesta  la  guerra  tra  loro,  del 
mese  di  novembre  del  detto  anno,  per  tutta  la  Lom- 
bardia e  Toscana. 

CAPITOLO  XCIV. 

Come  i  Veneziani  ordinarono  lega  contro 

al  Biscione, 

Incontanente  che  agli  altri  signori  lombardi  fu 
palese  la  risposta  fatta  pe'  Veneziani  all'arcivesco- 
vo, il  gran  Cane  di  Verona,  e'  signori  di  Padova  e 
quei  di  Mantova,  e  il  marchese  da  Ferrara  e  i  Ve- 
neziani, feciono  parlamento  per  loro  solenni  amba- 
sciadori, ove  si  propose  di  fare  lega  insieme,  e 
taglia  di  gente  d' arme  contro  ali*  arcivescovo  di  Mi- 
lano, il  quale  parea  loro  che  fosse  troppo  montato  ; 
e  non  fidandosi  tutti  insieme  di  potere  resistere  alla 
grande  potenza  dell*  arcivescovo,  s*  accordarono  di 
far  passare  a  loro  stanza  V  imperadore  in  Italia.  E 
dopo  più  parlamenti  sopra  ciò  fatti  fermarono  com- 
pagnia e  lega  tra  loro,  e  taglia  di  quattromila  ca- 
valieri, e  fecionla  pubblicare  in  Lombardia,  e  con 
grande  istanza  per  loro  segreti  ambasciadori  richie- 
sono  e  pregarono  il  comune  di  Firenze  che  si  do- 
vesse collegare  con  loro,  prendendo  ogni  vantaggio 
che  volesse:  ma  perocchò  il  detto  comune  era  in 
pace  coir  ardvescovo,  per  alcuna  preghiera  o  pro- 
messa di  vantaggio  che  fatta  fosse,  non  potò  essere 
recato  che  la  pace  volesse  contaminare.  I  collegati 
incontanente  mandarono  ambasciadori  solenni  in  A- 
lamagna  air  imperadore  per  in  ducerlo  a  passare  in 
Lombardia  contro  ali*  arcivescovo  di  Milano,  offeren- 
dogli tutta  la  loro  forza,  e  danari  assai  in  aiuto  alle 
sue  spese,  acdocchè  meglio  potesse  tenere  la  sua 
cavalleria  ;  e  per  tutto  fu  divulgata  la  fama,  che  in 
quest*  anno  1*  imperadore  passerebbe  a  istanza  della 
detta  lega.  Queste  cose  furono  ferme  e  mosse  del 
mese  di  dicembre  del  detto  anno.  E  stando  gli  al- 
legati in  aspetto,  non  si  provvidono  di  fare  la  gente 
della  taglia  infine  al  primo  tempo^  né  d*  avere  capi- 
tano ;  e  però  lasceremo  al  presente  questa  materia, 
tanto  che  ritornerà  il  suo  tempo,  e  diremo  di  quelle 
che  ci  occorrono  al  presente  a  raccontare. 

CAPITOLO  XCV. 

*Come  il  conestabile  di  Francia  fu  morto» 

Era  messer  Carlo,  figliuolo  che  fu  di  messer 
Alfonso  di  Spagna,  accresciuto  dalP  infanzia  in  com- 


116 


CRONICA 


pagnia  del  re  Giovanai  di  Pivncia,  ed  era  diveDuto 
cavaliere  di  grao  coore  e  ardire,  e  valoroso  in  fatti 
d^  armi,  pieno  di  virlà  e  di  cortesia,  e  adomo  del 
corpo,  e  di  belli  costami,  ed  era  fatto  conestabile 
di  Francia;  ed  il  re  gli  moslrava  ain^lare  amore,  e 
ìnnanu  agli  altri  baroni  segnitava  il  consiglio  di  co- 
stai ;  e  chi  volea  mal  parlare,  crìminavano  il  re  di 
disordinato  amore  in  questo  giovane:  e  del  grande 
stato  di  costai  nacque  materia  di  grande  invidia, 
che  gli  portavano  gli  altri  maggiori  baroni.  Avven- 
ne che  il  re  Giovanni  provvide  il  re  di  Navarra  sno 
congiunto  d'  una  contea  in  Guascogna,  la  quale  es- 
sendo a^  confini  delle  terre  del  re.  d^  Inghilterra,  era 
in  guerra  e  in  grave  spesa  per  la  guardia,  più  che  1 
detto  re  non  avrebbe  voluto,  e  però  la  rinunziò';  e 
il  re  poi  la  diede  al  conestabOe,  ch^era  franco  ba- 
rone e  di  gran  cuore  in  fatti  d*arme.  Il  re  di  Na- 
varra, cbe  già  avea  contro  al  conestabile  conceputo 
invidia,  mostrò  di  scoprirla,  prendendo  sdegno  per- 
ch*  egli  avea  accettata  la  sua  contea ,  nonostante 
eh*  egli  r  avesse  rinunzia  ta.  Ed  easendo  genero  del 
re  di  Francia,  con  pih  audace  baldanaa,  in  peraona*, 
con  altri  baroni  che  simigliantemente  invidiavano  il 
suo  grande  stato,  una  notte  andarono  a  casa  sua,  e 
trovandolo  dormire,  in  ani  letto  suo  l'nccisono  a 
ghiado';  della  qual  cosa  il  re  di  Francia  ai  turbò  di 
cuore  con  ismisurato  dolore,  e  più  di  quattro  di 
stette  senza  lasciarsi  parlare.  La  cosa  fu  notabile  e 
abbominevole,  e  molto  biasimata  per  lutto  il  rea- 
me, e  fu  materia  e  cagione  di  gravi  acandali  die  ne 
aeguirono,  come  aeguendo  ne*  snoi  tempi  si  potrà 
trovare.  E  qneato  micidio  fu  fatto  in  questo  verno 
del  detto  anno  1353. 

CAPITOLO  XCVI. 

Come  si  cominciò  la  rócca  tu  Samgimignano^ 
e  la  tia  coperta  a  Prato. 

In  questo  medesimo  tempo  il  comune  di  Fi- 
renxe  per  volere  vivere  più  sicuro  della  terra  di  San- 
gimignano,  e  levare  ogni  cagione  a*  terraziani  snoi 
di  male  pensare,  cominciò  a  far  foro,  e  senza  di- 
mettere il  lavorio  alle  sue  spese,  e  compiè  una  gran- 
de e  nobile  ròcca  e  forte,  la  quale  pose  sopra  la 
pieve  dov*  era  la  chiesa  de*  frati  predicatori,  e  quella 
chiesa  fece  maggiore  e  più  bella  rediflcare  dair  al- 
tra parte  della  terra,  più  al  basso.  E  in  questo  me- 
desimo tempo  nella  terra  di  Prato  fece  fare  una  larga 
via  coperta,  in  due  alio  di  grosso  muro  d*ogni  par- 
te, con  una  vòlta  aopra  la  detta  via,  e  un  corri- 
doio sopra  la  detta  vòlta,  largo  e  apazioso  a  difen- 


'  La  richiese  però  pooo  appresso  per  darla  a  soa  mo- 
glie; e  s'accese  di  grand' odio  contro  il  eoDestabfle,  Te- 
dendola  a  lo!  conferita. 

'  Niuno  storico  s' accorda  col  Villani  nel  dire  che  Car- 
lo li  detto  il  CattiTOy  conte  di  Evrenz,  re  di  Navarra,  siasi 
condotto  in  persona  ad  assassinare  U  conestabile  di  Fran- 
cia. L'accisione  avvenne  per  sua  Instigaaione,  non  par  soa 
mano. 

'  cioè  l' acdsero  di  coltello.  Okiado  vale  fnààù^  e  per 
un'  ardita  metonimia  anche  eoUeltOf  sempre  però  che  sia 
preecdato  dalla  preposixione  a. 


alone;  In  quale  via  oraove  dal  castello  di  fnlo 
fatto  anticamente  per  1*  imperadore,  e  viene  fino  sDi 
porta,  ove  si  fece  creacere  e  incaeteDare  la  torre 
della  porta  a  modo  d*  una  ròcca  ;  e  in  catana  parte 
tiene  il  comune  continova  guardia  di  suoi  caateDaaL 

CAPITOLO  xcvn. 

Del  male  stato  deW  isola  di  Sicilia. 

Aasai  ne  pare  cosa  più  da  dolere  che  da  ne- 
contare,  gli  aasalti,  gli  aguati,  f  tradimenti,  gl*ÌB- 
cendii,  le  rapine,  l'uccisioni  senza  misericordia,  che 
in  queati  tempi  i  Siciliani  faceano  Ira  loro  per  in- 
vidia e  setta  parziale,  le  quali  maledette  cose  tra  gfi 
uomini  d*ana  medesima  patria  ebbono  tanta  fem 
di  male  aopemre  neU'  isola,  eh*  abbandonata  la  col- 
tura de*  fertili  campi,  i  quali  sogUono  pascle  gfi 
strani  popoU,  de*  anoi  trasse  per  fame  più  di  de- 
cimila famiglie  della  detta  isola,  i  quali  per  boi 
morire  d*  inopia,  ai  féclono  abitatori  deiraltnii  terre 
in  Sardegna,  e  in  Calabria,  e  nel  Regno  di  qua  M 
foro.  E  in  questa  tempeata,  certi  baroni  ddF  itoli 
oontrari  alla  setta  de*  Catalani,  che  gOTemavano  le 
sventurato  duca  che  a*  attendea  a  essere  re,  seatea- 
dolo  egli  e  i  snoi  manifeatamente,  trattavano  di  dire 
la  maggiore  parte  delle  bnone  terre  dell*  isola  al  re 
Luigi  ano  avversario,  e  non  ebbe  per  lungo  teaipo 
podere  d*  a  tersene^,  tanto  che  venne  fatto,  eone 
nel  principio  del  quarto  libro,  seguendo,  si  patri 
trovare. 

CAPITOLO  xcvm. 

Come  il  legato  del  papa  procedette  col  prefetto. 

In  questo  verno,  il  oardinale  di  Spagna  legato 
del  papa,  avendo  tentalo  il  prefetto  lentamente  eoa 
poco  prosperevole  guerra,  cereo  con  più  ripresa  di 
trovare  pace  con  lui  ;  e  fu  la  cosa  tanto  innanzi,  cke 
per  tutto  acorse  la  fema  che  la  pace  era  fatta,  li 
il  prefetto  già  tiranno  aenza  fede,  vedendoai  il  de- 
stro, sotto  la  aperanza  della  pace  tolse  al  latito 
due  caatella,  e  rotto  il  trattato,  il  cominciò  a  guarref- 
giare  :  per  la  quii  cosa  il  legato  seguitò  il  proces- 
so fatto  contro  a  lui,  e  del  meae  di  febbraio  del 
detto  anno  pronunziò  la  sentenza,  e  per  sue  lettere 
il  fece  scomunicare  come  eretico  per  tutta  Italia;  e 
fatto  qneato,  oonosoendo  che  altra  BMdidna  biso- 
gnava a  rìducere  oostui  alla  via  diritta,  che  suoao 
di  campane  o  fhmo  di  candele,  saviamente  e  seo- 
za  dimoatrare  sua  intenzione  innanzi  al  fatto,  ai  vea- 
ne  provvedendo  d*  avere  al  tempo  gente  d*anne,  di 
poter  fare  reaecusione  oontro  a  Ini  del  ano  prò- 
oeaao.  E  in  queato  mezzo,  avendo  dugento  cava- 
lieri del  comune  di  Firenze,  e  alquanti  da  aè,  f^e 
al  conlinna  guerra  al  tiranno,  che  poco  polca  re- 
sistere 0  oomparire  fhori  delle  mura.  E  avendo  H 
prefetto  prtao  aoq[»etlo  de*  Viterbeai  e  degli  Orvie- 
tani, che  ai  doleano  perchè  la  paee  non  era  venali 


'  aintarsene;  maniera  antiquati!. 


DI  MATTfiO  VILLANI. 


117 


a  perfeiione,  UnDnesoamento  volle  tentare  Taiii- 
no  de*  cittadini  di  catona  citti,  e  fare  cote  da  te- 
nerli in  paora.  B  però  aegretamente  accoUe  fanti  di 
fuori  a  pochi  infiemoi  e  miseli  in  catana  terra  ne' 
suoi  palagi,  e  in  un  medesimo  di  fece  a  certa  gente 
di  coi  e^  fi  confidò  levare  il  remore  contro  a  iè 
in  catana  città  ;  al  qaale  remore  alquanti  cittadini  in 
catana  terra  preaono  V  arme,  e  seguitavano  il  gri- 
do. Il  tiranno  con  quattrocento  fanti  ch^  aveva  ar- 
mati e  apparecchiati  in  Viterbo,  uid  fuori  e  corse 
la  terra,  uccidendo  cui  egli  volle,  e  condannò  e  cac- 
ciò a^  confini  tutti  coloro  di  cui  aospettava.  B  per 
timigliante  modo  fece  correre  la  dttà  d*  Orvieto  al 
figliuolo,  e  uccidere  e  condannare  e  mandare  a*  con- 
fini cui  egli  volle.  B  cosi  gli  parve  per  male  inge- 
gno aver  purgate  quelle  due  città  d*  ogni  sospetto, 
e  avere  più  ferma  la  tua  signoria,  la  quale  per  lo 
contradio,  non  avendo  da  sé  potenza  nò  aspettan- 
dola d*  altrui,  per  questa  mala  crudeltà  ogni  di  venne 
mancando,  come  Y  opere  appresso  dimostreranno  ma- 
nifestamente in  fatto. 

CAPITOLO  XCIX. 

Come  $i  ruhellò  Verona  al  Gran  Cane  per  messer 

Frignano. 

Chi  potrebbe  esplicare  le  seduzioni,  gP  ingan- 
ni eUradimenli  che  i  tiranni,  posponendo  ogni  ca- 
rità, parentado  e  onore,  pensano,  ordinano,  e  fan- 
no per  ambizione  di  signoria?  Certo  tanti  sono  i 
modi  quanti  i  loro  pensieri;  sicché  ogni  penna  ne 
verrebbe  meno  e  stanca.  Tuttavia  per  quello  ch*ora 
ci  occorre,  cosa  strana  e  notevole,  ci  sforzeremo 
a  dimostrare  V  avviluppata  verità  di  diversi  tradimen- 
ti e  suoi  effetti.  Narrato  avemo  poco  dinanzi,  come 
la  lega  de'  Veneziani  con  gli  altri  signori  Lombardi 
era  giurata  e  ferma  contro  al  signore  di  Milano,  ed 
essendo  il  signore  di  Mantova  de'  più  avvisati  tiranni 
di  Lombardia  vicino  deli'  arcivescovo  di  Milano,  l'ar- 
civescovo con  industriose  suasioni  e  con  grandi  pro- 
messe il  mosse  a  forlo  trattare  di  tradire  messer 
Gran  Cane  signore  di  Verona  e  di  Vicenza  con  coi 
egli  era  in  lega  \  ed  egli  per  accattare  la  benivolen- 
za  dell'  arcivescovo,  dimenticato  il  beneficio  ricevuto 
da  quelli  della  Scala,  che  V  aveano  fatto  signore  di 
Mantova,  diede  opera  al  fatto,  e  non  senza  speran- 
za d' aoperare  per  sé,  se  la  fortuna  conducesse  la 
cosa  ov'  era  la  sua  immaginazione.  E  però  conoscen- 
do egli  messer  Frignano,  figliuolo  bastardo  di  mes- 
ser Mastino,  uomo  prò'  e  ardito  d' arme,  e  di  gran- 
de animo,  accetto  nel  cospetto  del  fratello  suo  si- 
gnore, e  amato  dal  popolo  di  Verona  e  dì  Vicenza, 
vago  di  signoria,  trattò  con  lui  di  farlo  signore  di 
Verona  con  suo  consiglio,  e  colla  sua  forza  e  del 
signore  di  Milano.  Questo  sterpone*  tornando  alla  sua 
natura,  senza  fede  o  fraternale  carità,  di  presente  in- 


tese al  tradimento  del  fratello,  e  col  signore  di  Man- 
tova ordinarono  il  modo  eh'  egli  avesse  a  tenere, 
e  r  aiuto  della  gente  eh'  egli  avrebbe  da  luL  In  que- 
sto tempo  avvenne  che  il  Gran  Cane  andò  a  parla- 
mentare col  marchese  di  Brandimborgo  suo  suocero 
per  li  fatti  della  lega,  e  il  fratello  bastardo  era  co- 
gnato del  signore  di  Castelborgo,  eh*  era  a' confini 
del  cammino  ove  il  Gran  Cane  dovea  passare.   Co- 
stui, avvisato  da  messer  Frignano,  mise  un  aguato 
per  uccidere  il  Gran  Cane  ;  ma  scoperto  V  agnato, 
passò  senza  impedimento.    Come  messer   Frignano 
avea  ordinato,  a  Ve:ona  tornarono  novelle  come  il 
Gran  Cane  era  stato  morto  ;  ma  innanzi  che  la  no- 
vella venisse,   messer  Frignano  avea  mandati  fuori 
di  Verona  tutti  i  cavalieri  soldati,  salvo  coloro  di 
cui  si  era  fidato,  e  che  con  lui  s^  intesero  al  tradi- 
mento. Pubblicata  la  novella  in  Verona,  come  il  Gran 
Cane  loro  signore  era  stato  morto,  il  traditore  con 
gran  pianto  fece  incontanente,  a  di  17  di  febbraio 
del  detto  anno,  raunare  il  popolo;  e  a  uno  giudice, 
cui  egli  avea  informato,  fece  proporre  in  parlamento 
come  il  loro  signore  era  morto,  e  che  U  comune  di 
Verona  rimanea  in  gran  perìcolo  senza  capo,  aven- 
do a  vicino  cosi  possente  signore,  com'  era  l' arcive- 
scovo di  Milano;  e  aggiunse,  che  a  lui  parca  che 
messer  Frignano  prendesse  il  loro  governamento.  lì 
traditore  eh'  era  presente,  senza  attendere  eh'  altri 
si  levasse  a  parlamentare,  o  ch'altra  deliberazione  si 
facesse,  si  levò  suso,  e  disso,  che  cosi  prendeva  e 
accettava  la  signoria.   E   montato  a  cavallo,   colie 
masnade  che  v*  erano ,  corse  la  terra ,  gridando  : 
muoiano  le  gabelle  ;  e  fece  ardere  i  libri  e  gli  atti 
della  corte,  e  ruppono  le  prigioni.  E  di  subito  il  si- 
gnore di  Mantova  vi  mandò  messer  Foltrìno,  e  messer 
Federigo  e  messer  Guglielmo  suoi  figliuoli,  e  messer 
Ugolino  da  Gonzaga  tutti  de'  signorì  di  Mantova  con 
trecento  cavalieri.  Il  signor  di  Ferrara  ingannato  del 
tradimento  vi  mandò  messer  Dondacdo  con  dugento 
cavalieri;  ma  innanzi  che  tutti  v' entrassono,  il  ca- 
pitano colla  maggior  parte  di  loro  per  contraman- 
dato si  tornarono  indietro,  scoperto  l' inganno.  Mes- 
ser Frignano,  ricevuta  questa  gente  d*  arme,  e  accol- 
ti certi  cittadini  che  '1  seguirono,  da  capo  corse  la 
terra  :  i  cittadini  non  si  mossone,  ed  egli  s'  entrò 
nel  palagio  delf  abitazione  del  signore.  Messer  Az- 
ze da  Coraggio,  ch'era  in  Verona,  se  ne  usci  non  con 
buona  fama.  Le  guardie  furono  poste  alle  porte,  e 
la  terra  s'acquetò,  e  messer  Frignano  ne  fu  signo- 
re ;  la  quale  signoria  il  signore  di  Mantova  per  in- 
gegno, e  quello  di  Milano  per  ingegno  e  forza  si 
credette  catuno  avere,  come  seguendo  appresso  di- 
viseremo. 

CAPITOLO   C. 

Come  messer  BertMÒò  con  duemila  barbute 
si  credette  entrare  in  Verona. 

Il  signore  di  Mantova  avendo  in  Verona  quattro 
►  bastardo,  pur  simiHtadine  dall'  accresc.  di  /««^,  che   |„  figliuoli  e  congiunti  con  trecento  cavalieri,  pro- 
è  un  rimettiticeio  steDtato,  ch«  ptUlola  da  ceppata  d  albero  •        j.        ..  l^  «»  _^  «ix   r^»,* 

«eccoo  cadato  per  vecchie»^,  o  d.resìdao  di  barba  d'ai-   «><^^>"^«  «*»  mettervene  anche,  per  esservi  più  forte 
boro  tagliato.  I  che  messer  Frignano,  a  intenzione  di  tradire  lui,  e 


118 


CRONICA 


di  recare  a  sé  a  signoria  ;  ma  non  gli  potè  yeiire 
fatto:  perocché  senti  che  rarciveacovo  di  Milano, 
che  vegghiava  a  questo  effetto,  mandaya  messer 
Bernabò  cognato  del  Gran  Cane  a  Verona  con  due- 
mila cavalieri,  temette  di  sé,  e  non  ebbe  ardire  di 
sfornire  Mantova  di  cavalieri  ;  e  così  per  la  non  pen- 
sata perdo  quello  che  avea  lungamente  provveduto. 
La  novella  del  gran  soccorso  che  venia  di  Mila- 
no, e  deir  apparecchiamento  di  quello  di  Mantova 
sentito  a  Verona,  generò  sospetto  a  messer  Frigna- 
no e  a*  cittadini  della  città  ;  e  però  presono  V  arme, 
e  rafforzarono  le  guardie,  e  stettono  in  più  guar- 
dia :  onde  i  signori  che  v*  erano  di  Mantova  non  vi- 
dono  modo  di  fornire  loro  corrotta  intensione,  e 
però  si  stettono,  mostrandosi  fedeli  a  messer  Fri- 
gnano e  alla  guardia  della  citte.  In  questo  stante  mes- 
ser Bernabò  con  duemila  barbute  e  gran  popolo  giun- 
se a  Verona,  mostrando  volere  ricoverare  la  signo- 
ria di  Verona  al  cognato,  credendo  con  questo  trarre 
a  sé  r  animo  de*  cittadini,  e  credendo  che  quelli 
eh*  aveano  mossa  questa  novità  a  stanca  dell*  arcive- 
scovo r  atassono  entrare  nella  terra,  e  però  si  strìn- 
se infino  alle  porte,  e  domandava  V  entrata,  la  quale 
gli  fu  negata;  e  non  vedendo  che  dentro  alcuno  gli 
rispondesse,  cominciò  a  combatterla;  ma  vedendo 
il  suo  assalto  tornare  invano,  e  sentendo  la  torna- 
ta di  messer  Gran  Cane  d' Alamagna,  ai  parti  del  pae- 
se, e  tomossi  a  Milano  mal  contento  de^  signori  di 
Mantova;  ed  eglino  peggio  contenti  dell'arcivescovo 
eh*  aveva  sconcio  il  loro  tranello  per  quella  caval- 
cata, come  poco  appresso  dimostrarono  in  opera 
catana  parte,  secondo  che  seguendo  dimostreremo. 

CAPITOLO    CI. 

Come  mes$er  Cfro»  Cane  racquisiò  Verona ,  e  fu 
morto  messer  Frignano. 

Quando  messer  Gran  Cane  cavalcava  al  mar- 
chese di  Brandimborgo  avea  con  seco  il  fratello,  e 
sospicando  di  novità  quando  senti  T  agnato  del  si- 
gnore di  Castelborgo  rimandò  il  fratello  addietro, 
il  quale  venendo  nel  paese,  senti  come  messer  Fri- 
gnano avea  rubellata  Verona,  e  però  se  n*andò  in 
Vicenza.  La  novella  corse  a  messer  Gran  Cane,  e 
vennegli  essendo  egli  col  marchese  ;  e  turbato  V  uno 
e  r  altro,  il  marchese  francamente  il  confortò,  of- 
ferendoli tutta  la  sua  possa  a  racquistare  Verona: 
ma  perchò  Tindogio  a  colali  cose  conobbe  pericolo- 
so, di  presente  il  fece  montare  a  cavallo,  apparec- 
chiandoli di  subito  cento  barbute  delle  sue,  e  colla 
gente  ch'egli  aveva  da  sé,  senza  soggiorno,  caval- 
cando il  dì  e  la  notte,  se  ne  venne  a  Vicenza,  e  là 
trovò  il  fratello,  e  trovowi  messer  Manno  Donati  di 
Firenze  capitano  di  dugento  cavalieri,  che  il  signore 
di  Padova  avea  mandati  in  suo  aiuto,  e  trovowi  del- 
la gente  del  marchese  di  Ferrara;  e  sommosso  il 
popolo  di  Vicenza  a  cotanto  suo  bisogno,  gran  par- 
te ne  menò  con  seco;  e  la  notte  medesima,  con 
seicento  barbute  e  col  popolo  di  Vicenza  se  ne  ven- 
ne a  Verona,  e  in  sul  mattino  lasciò  la  strada,  e  at- 
traversando pe^  campi  entrò  in  Campo  Marzio,  che 
è  fuori  della  città  ivi  presso,  murato  intorno^  e  ri- 


sponde a  una  piccola  porta  della  città,  la  quale  me- 
no eh'  altra  porta  ai  aolea  guardare.  Qnivi  ai  affer- 
mò messer  Gran  Cane,  e  mandò  innanzi  qb  Gio- 
vanni deir  Ischia  di  Firenze  la  notte,  che  procaccias- 
se d*  entrare  in  Verona,  e  facease  sentire  a*  conBdeoti 
cittadini  di  messer  Gran  Csne  com'egli  era  di  fuori 
di  Campo  Marzio;  e  aocompagnoUo  d^uno  confideole 
tedesco.  Costoro,  non  avendo  altra  via,  si  mino- 
no  a  notare  co*  cavalli  per  f  Adice  per  venire  iaCn 
la  città  ove  mancava  il  muro;  e  in  qneato  notare, 
il  Tedesco,  poco  destro  del  servigio  dell*  acqua,  vi 
rimase  affogato.  Giovanni  dell*  Ischia  entrò  nella  ter- 
ra, e  andò  informando  e  sommovendo  gli  amici  dì 
messer  Gran  Cane,  avvisando  come  avessono  a  ve- 
nire a  quella  porta  in  suo  favore;  i  quali  sentando 
ivi  fuori  il  loro  signore,  la  mattina  vennono  con  le 
scuri  alla  porta,  e  spezzaronla.  Nondimeno  le  gnar- 
die,  ch^  erano  sopr'  essa,  con  le  pietre  e  con  le  bale- 
stra da  alto  francamente  la  difendevano  ;  sicché  non 
vi  luciarono  entrare  alcuno.  Intanto  il  traditore  mes- 
ser Frignano  easendo  in  sollecita  guardia  del  fratel- 
lo, e  ancora  di  messer  Bernabò ,  che  il  di  innanzi 
Tavea  aasalito  co*  suoi  cavalieri,  cavalcava  intorno 
alla  tarra  ;  e  la  mattina  era  montato  in  certa  parie 
onde  potoa  vedere  di  fuori,  e  guardava  ae  measer 
Gran  Cane  venisse,  che  già  non  sapeva  che  foaae 
così  di  presso  :  e  guardando  inverso  Campo  ManìOi, 
vide  la  porta  piccola  di  Verona  aperta  ;  e  dicendo 
noi  siamo  /rodtlt,  fìrancamento  traase  con  la  geato 
sna  inverso  quella  porta  per  difendere  Tentrata.  Ha 
innanzi  che  vi  gingnesse,  il  Gran  Cane  s*  era  trat- 
to innanzi  alla  porta  ;  e  trattaai  la  barbuta,  e  fial- 
tosi  conoscere  a  coloro  che  la  guardavano,  dicendo  : 
io  vedrò  chi  saranno  coloro  che  mi  coniraHrammo 
Centrata  della  mia  terra^  e  conosoiuto  da  loro,  in- 
contanenta  gli  feciono  reverenza,  e  lasciarono  entrare 
Ini  e  la  ana  gente'  senza  contrasto.  B  sopravvenendo 
meuer  Frignano,  il  trovò  entrato^  nella  dita  con  k 
maggior  parto  della  gente  ;  e  avf  isatolo,  che  bene 
il  conosceva,  nella  piazza  dentro  dalla  porta,  ai  di- 
rizzò verso  lui  colla  lancia  per  ferirìo  di  posta*,  e 
tentare  V  ultima  fortuna.  Ma  già  era  cominciato 
r  aaaalto  tra  i  cavalieri  di  catana  parto  aspro  e  Cor- 
to, sicché  vedendo  nn  cavaliere  di  quelli  di  méaaer 
Gran  Cane  mosso  messer  Frignano  colla  lancia  ab- 
bassata verso  il  suo  signore,  gli  si  addirizzò  per 
traverso',  e  colla  lancia  il  percosse  nella  guancia 
deir  elmo  per  tale  forza,  come  fortuna  volle,  che 
l'abbatté  del  cavallo  a  torta.  Messer  Giovanni  chia- 
mato Mezza  Scala,  vedendo  messer  Frignano  abbat- 
tuto dal  destriero,  scese  del  suo  cavallo,  e  disse  : 
che  che  s^aveegna  di  Verona^  tu  morrai  delle  mie 
mani;  e  corsegli  addosso,  e  con  un  coltollo  gli  se- 
gò le  vene,  e  lasdollo  morto  a  torra.  Ed  in  quello 
baratto  fu  morto  con  lui  messer  Paolo  della  Miran- 
dola, e  messer  Bonsignore  d*  Ibra,  grandi  coneatobai. 
E  morti  costoro,  1*  altra  gente  ruppe,  e  assai  ve  ne 
furono  morti  fuggendo.  Le  porto  della  città  erano 
serrato,  e  i  cittadini  sentando  il  loro  signore  dentro 


*  Così  rediz.  dt.   U  T.  Bicd  ha  intro, 
'  di  primo  tratto. 


DI  MATTEO  VILLANI 


119 


tolti  tennero  con  la!,  e  però  i  forestieri  che  y^  era- 
no fìirono  presi  e  rassegotti  a  messer  Gran  Cane, 
il  qnale  per  là  sua  sollecita  tornata  feKcemente  rac- 
qnistò  Verona  e  ocdse  i  traditori.  Che  se  al  fatto 
avesse  meno  indugio,  non  la  racquistara  in  fango 
tempo,  o  per  ayventora  non  mai,  sì  si  venia  provve- 
dendo^ alla  difesa  lo  sterpone.  E  questo  avvenne  il  dì 
di  carnasciale,  a  dì  25  di  febbraio  Tanno  1353*. 

CAPITOLO  cn. 

Come  messer  Gran  Cane  riformò  la  ciuà  di  Verona^ 
e  fece  giustizi  de^  traditori, 

Messer  Gran  Cane  avendo  racqutslata  Verona 
avventarosamente,  si  fece  appresentare  i  prigioni,  e 
diligentemente  volle  investigare  la  verità,  come  i  cit- 
tadini aveano  acconsentito  al  traditore;  e  odila  la  sa- 
gacità  deir inganno,  comportò  dolcemente  Terrore 
del  popolo.  E  raddirizzato  Tordioe  al  govemamen- 
to  della  città,  fece  impiccare  in  sa  la  piazza  di  mez- 
zo il  mercato^  di  Verona  il  corpo  di  messer  Frigna- 
no, e  ventiquattro  caporali  parfefici  al  tradimento 
del  firatello,  tra*  quali  fu  Giovannino  Canovaro  di  Ve- 
rona grande  cittadino,  con  quattro  suoi  figliuoli,  e 
Alboino  della  Scala  suo  consorto,  e  messer  Alberto 
di  Monfalcone  grande  conestabile,  e  Giannotto  fra- 
tello di  madre  di  messer  Frignano,  e  due  figliuoli 
di  Tebaldo  da  Camino,  e  due  medici  de*  signori  del- 
la Scala,  e  il  notaio  della  condotta,  e  altri  ufidali 
infino  al  numero  sopraddetto.  A  prigione  ritenne  mes- 
ser Feltrino  da  Mantova,  e  messer  Ugolino  e  mes- 
ser Guglielmo  suoi  figliuoli,  e  messer  Federigo  suo 
fratello,  e  Piero  Ervai  di  Firenze,  il  qua^e  era  fat- 
to podestà  di  Verona  per  messer  Frignano,  il  quale 
si  ricomperò,  per  non  essere  impiccato,  fiorini  dieci- 
mila d*  oro.  Guidetto  Guidetti  si  ricomperò  per  simile 
cagione  fiorini  dodicimila  d*oro.  Messer  Giovanni  da 
Sommariva  e  Tebaldo  da  Camino  vi  rimasono  prigioni, 
e  a* cavalieri  soldati  tolse  Tarmi  e* cavalli,  e  fece- 
li  giurare  di  non  essere  mai  contro  a  lui,  e  lasciolli 
andare.  A  coloro  che  più  singolarmente  T  aiutarono 
in  questo  fatto,  come  fu  messer  Manno  Donati,  e 
que*  delT  Ischia,  e  quelli  di  Boccuccio  de' Boeri,  tutti 
cittadini  di  Firenze,  eh*  adoperarono  gran  cose  in 
sol  fatto,  provvide  di  possessioni  de*  traditori ,  e 
molti  altri  ebbono  grazia  da  Ini  cittadini  e  forestie- 
ri. E  rimase  libero  sigoore  come  di  prima,  aontato 
contro  al  signore  di  Mantova,  avola  gente  d*  arme 
dal  marchese  di  Brandimborgo,  cavalcò  sol  Mantova- 
no, e  roppe  la  lega;  e  dissimolava  trattato  d^alle- 


^  Ck>8i  legge  rediB.  di  H  T.  del  Ricci  :  prùweduio. 

'  Tale  aTrenimento  fu  nel  febbraio  del  1854,  a  stare 
col  Muratori  e  colla  Biographie  univenelle  ancienne.  Can 
Grande,  uscito  salyo  dalla  congiura  di  Frignano  suo  fra- 
tello bastardo,  per  assicurarsi  meglio  dalle  trame  de'  suoi 
nemici  si  fece  in  due  anni  aliare  qnel  castello  fortissimo, 
che  o^gi  è  chiamato  Castel  Vecchio.  Ma  poco  giovò,  perchè 
i  fratelli  pensarono  di  torlo  del  mondo  a  tradimento,  e  Can- 
signorio,  il  più  coraggioso  degli  altri,  aspettandolo  un  dì 
che  ttsoiya  della  casa  di  una  sua  amica,  lo  stese  a  terra 
oon  molte  ferite  il  li  dicembre  1359.  Essi  aTevan  temuto 
che  volesse  diseredarli,  passando  lo  scettro  ai  figli  suoi 
illegittimi  ;  dappoiché  da  sua  moglie  Elisabetta,  figlinola  di 
Lodovico  il  Bavaro  imperatore,  non  aveva  avuto  prole» 


garsi  con  1*  arcivescovo  di  Milano,  inaino  che  le  cose 
si  ridossono  a  concordia  per  sollecita  operazione  de' 
Veneziani^  come  al  soo  tempo  innanzi  racconteremo. 

CAPITOLO    CHI. 

Come  fu  deliberato  per  la  Chiesa  P  ottenimento 
deir  imperadore  in  Italia, 

Avendo  V  eletto  imperadore  prima  vedoto  co- 
me i  comoni  dt  Toscana  V  aveano  richiesto  per  far- 
lo valicare  in  Italia,  e  da  loro  non  s'  era  rotto  ;  e 
apprèsso  era  richiesto  dalla  lega  de'  Lombardi,  e  con 
loro  tenea  benevoglienza  e  trattato;  e  ancora  T ar- 
civescovo avea  appo  Ini  continovi  ambasciadori  che 
gli  offeriano  il  loro  aioto  alla  soa  coronazione,  per 
le  qoali   cose  considerò  che  agevolmente  e  sen- 
za resistenza  e*  potea  valicare  per  la  corona.  E  pe- 
rò sostenendo  catana  parte  in  speranza  e  in  amore, 
mandò  a  corte  di  Roma  ad  Avignone  per  avere  li- 
cenza e  la  benedizione  papale,  e  i  legati  el  sns- 
sidio  promesso  dalla  Chiesa  per  la  soa  coronazione. 
Gli  ambasciadori  fàrono  graziosamente  ricevati  dal 
papa;  e  adita  la  domanda  dell'eletto  debita  e  giosta, 
tenoti  sopra  ciò  alqoanti  consigli  e  consistori,  del 
mese  di  febbraio  del  detto  anno,  fa  deliberato  per 
lo  papa  e  per  li  cardinali  eh'  egli  avesse  la  licen- 
za, e  la  benedizione,  e  i  legati  per  la  soa  corona- 
zione ;  altro  sossidio  non  gli  promisono.  E  partiti  gli 
ambasciadori  da  corte,  tra  i  cardinali  ebbe  divisione 
e  tire  '  di  coloro  eh'  a wessono  la  legazione  per  ve- 
nire con  lui;  e  per  le  dette  tire,  e  perchè  l'avveni- 
mento non  parca  presto,  si  rimase  la  commessione 
de'legati  infloo  attempo  dell'avvenimento  soo:  on- 
de si  raffreddarono  i  procacciatori,  non  sentendolo 
ricco  da  trarre  da  lai  qoello  che  la  loro  avarizia 
prima  si  pensava. 

CAPITOLO  av. 

D'tm  gran  fuoco  eìC  apparve  nelVaria. 

n  primo  dì  di  marzo,  alle  sei  ore  della  notte, 
si  mosse  ono  sformato  fooco  nell'  aria,  il  quale  cor- 
se per  gherbino  in  verso  greco,  come  aveva  fatto 
l'altro  che  prima  era  venoto  col  tremooto,  ma  di 
lome  e  d' infiammagione  non  fa  molto  minore.  A 
qoesto  segoitò  grande  secco,  perocché  infine  al  gio- 
gno  non  caddono  acqoe  che  podere  avessooo  di  ba- 
gnare la  terra  ;  per  la  qoal  cosa  il  grano  e  le  biade 
cresciate  il  verno  e  parte  della  primavera,  e  in  boo- 
na  speranza  di  ricolta,  a  tanto  erano  condotte  per 
Io  secco,  che  se  non  fosse  la  manifesta  grazia  che 
Madonna  fece  alla  processione  dell'  antica  tavola  del- 
la saa  effigie  di  Santa  Maria  in  Pineta,  come  al  soo 
tempo  si  diviserà,  erano  i  popoli  di  Toscana  foori 
di  speranza  di  ricogliere  grano,  o  biada  o  altri  frat- 
ti in  qoest'  anno  per  natricameoto  di  qoattro  mesi  ; 
e  però  non  ci  pare  da  lasciare  in  silenzio  il  caso 


'  gare,  controversie,  onde  la  fìrase  fare  a  tira  tira,  che 
vale  non  convenire  quando  ciascuna  parte  vuol  tutti  i  vantaggi. 


120 


CRONICA 


di  questo  segno,  per  ammaestramento  de*  tempi  av- 
venire. Segoitò  ancora  T  avvenimento  dell*impera- 
dore  in  quest"  anno  in  Italia  e  la  san  coronasione, 
è  avvenimento  di  grandi  terremnotì,  come  appresso 
racconteremo. 

CAPITOLO  CY. 
Dì  hremuoii  che  furono. 

In  questo  medesimo  dì  primo  di  nuno  foroBO 
in  Romania  grandissimi  terremnoti,  e  nella  nobile 
città  di  Costantinopoli  abbatterono  molti  grandi  e 
nobili  dificii,  e  gran  parte  delle  mora  della  città, 
con  grande  uccisione  d'uomini  e  di  femmine  e  di 
fanciulli.  E  da  Boccadone  infino  a  Costantinopoli,  sn 
per  la  marina,  non  rimase  castello  né  città  che  non 
avesse  grandissime  rovine  delle  mura  e  degli  edi- 
fici! con  grande  mortalità  de' suoi  abitanti;  per  la 
qual  cosa  avvenne,  che  i  Turchi  loro  vicini  senten- 
do i  Greci  spaventati,  e  sen&a  potersi  racchiudere  e 
salvare  nelle  forteue,  corsone  sopra  loro,  e  preson- 
ne  assai,  e  menaronli  in  servaggio;  e  alcuni  cutelli 
rifeciono  e  aflorzarono,  e  misonvi  abitatori  e  guardie 
di  loro  Turchi  ;  e  appresso  accolsono  grande  esercito 
di  loro  gente,  e  puosonvi  assedio  per  terra  a  Co- 
stantinopoli, ch'era  in  divisione  e  in  tremore,  ma 
contro  a^ Turchi  s' unirono  alla  difesa;  sicché  stativi 
alcuno  tempo  senza  potere  acquistare  la  città,  cor- 
sone le  ville,  e  rubarono  le  contrade;  e  sema  avere 
resistenia  fuori  delle  mura  si  tornarono  in  loro  paese. 

CAPITOLO   CVL 
De'  faiti  del  monte. 

La  fede,  utile  sopra  V  altre  cose,  e  gran  sussi- 
dio a'  bisogni  della  repubblica,  ci  dà  materia  di  non 
lasciare  in  oblifione  quello  che  seguita.  11  nostro 
comune,  per  guerra  eh*  ebbe  co'  Pisani  per  lo  fatto 
di  Lucca,  si  trovò  avere  accattati  da' suoi  cittadini 
più  di  seicento  migliaia  di  fiorini  d'oro;  e  non  a- 
vendo  d*  onde  renderli,  purgò  il  debito,  e  tornello 
a  cinquecentoqnattro  migliaia  di  fiorini  d'oro  e  cen- 
tinaia, e  fecene  un  monte,  facendo  in  quattro  libri, 
catnno  quartiere  per  sé,  scrivere  i  creditori  per  al- 
fabeto ;  e  ordinò  con  certe  leggi  penali,  alla  came- 
ra del  papa  obbligate,  chi  per  modo  diretto  o  in- 
diretto venisse  contro  a  privilegio  e  immunità 
ch*avessono  i  danari  del  monte.  E  ordinò  ohe  in 
perpetuo  ogni  mese,  catuno  creditore  dovesse  ave- 
re e  avesse  per  dono  d*  anno  e  interesso  ano  da- 
naio per  lira,  e  che  i  danari  del  monte  ad  alcuno 
non  sì  potessono  tórre  per  alcuna  cagione,  o  mali- 
ficio,  0  bando,  o  condannagione  che  alcuno  aves- 
se ;  e  che  i  detti  danari  non  potessono  essere  staggiti' 
per  alcuno  debito,  né  per  alcune  dote,  né  fare  di 
quelli  alcuna  esecuxione  ;  e  che  lecito  fosse  a  catuno 
poterli  vendere  e  trasmutare,  e  così  a  catuno  in  cui 


'  sequestrati,  da  itaggina  che  vai  quanto  Hqu€$tro  per 
ordine  del  giudioe* 


si  trovassono  trasmutati  que*  privilegi,  e   qoeli' 
munita,  e  quello  dono  avesse  il  soGceasora    càe  1 
principale.  B  comincialo  questo  gli  anni  ài   CrìsU 
1345,  sopravvenendo  al  comune  molte  fravì  for- 
tnne  e  smisurati  bisogni,  mai  qnesta  fede  nen  naacn- 
lò  :  onde  avvenne  che  sempre  a*  suoi  biaogai  per 
la  lede  servata  trovava  prestanaa  da*  anoi  cHlndiù 
sema  alcuno  ranuMrieamento  ;  e  molto  ci  ni  «ran- 
sava  sopra  il  monte,  accattandone  oontanli  cesio; 
e  facendone  finire  al  monte  altri  cento,  a  cerio  ter- 
aaine  n^  assegnava  dugento  sopra  le  gabelle  del  co- 
mune ;  sicché  i  cittadini  il  meno  guadagnavaso  col 
comune  a  ragione  di  quindici  per  centinaio  V  anno. 
Basendo  i  libri  e  le  ragioni  mal  guidale  per  li  Bo- 
tai che  non  gli  sapeano  correggere,  e  avevanvi 
messi  molti  errori  e  falsi  dati,  si  rìdusaono  in 
di  scrivani,  uomini  mercatanti,  che  gli  correfgeaaooo; 
e  corressono  molto  chiaramente  a  salvexaa  d^  co- 
mune e  de*  creditori,  avendo  al  continovo  «no  oe- 
taio  che  facea  carta  delle  trasmutagioni  per  lioea- 
sa  del  vero  creditore,  e  poi  gli  scrivani  gli  accon- 
ciavano in  su'  registri  del  comune,  levando  dall^  ano 
e  ponendo  all'  altro.  Di  qneati  contratti  de*  coaape- 
ratori  ai  feciono  in  Fireme  Tanno  1353  e  1354 
molte  questioni,  se  la  compera  era  lecita  aensa  le- 
nimento di  restituaione  o  no,  eaiandio  che  il  coo- 
peratore il  facesse  a  fine  d' avere  V  utile  che  il  co- 
mune avea  ordimto  a*  creditori,  e  comperando  i  io- 
rini  cento  prestati  al  comune  per  Io  primo  creditore 
venticinque  fiorini  d*  oro,  e  più  e  meno  com*  ero  fl 
corso  loro,  T  opinione  de*  teologi  e  de'  legisti  in  naol- 
te  disputaaioni  furono  varie  :   che  l' uno  teoea  che 
fttsse   illecito  e  tenuto  alla   reslilaaione,  e  T^lro 
no  ;  e  i  reb'giosi  ne  predicavano  diveraamenle  :  qne* 
dell*  ordine  di  San   Domenico  diceano  che  non  ai 
potea  fare  lecitamente,  e  con  loro  a*  aocoataTaoo 
de*  romitani  :    i  Minori  predicavano  che  ai  pelea 
fare;  e  per  questo  la  genie  ne  stava  inteoebnla. 
Bra  in  questi  tempi  in  Firenae  copia  di  maealrì  in 
teologia,  fra  i  quali  de*  più  eccellenti  era 
Piero  degli  Stremi  de'  Frati  Predicatori,  e 
Francesco  da  Empoli  de'  Minori.  Maestro  Piero  di- 
eoa  che  non  era  lecito  eontratto«  e  predicavalo 
u  dimostrarne   le  ragioni  chiare;  perchè 
Francesco  de*  Minori  avendo  aopra  ciò  con  grande 
diligenm  avute  molte  disputaiioni  con  altri  maealri 
in  divinità,  e  con  dottori  di  legge  e  di  decreto^  al 
tutto  chiarì,  e  tenne  e  predicò  e  scrisse  eh'  era  le- 
cito, e  sema  lenimento  di  restilmione  a  chi  il  ia- 
cea, seuM  fare  contro  a  sua  cosdenaa  ;  e  le  regioni 
perché  scrisse  e  mandò  a  lutto  le  regole,   apparec- 
chiato a  mantenere  quello   che  predicato  e  acriUo 
avea.  Nondimeno  i  prediealori  e'  loro  maestri  non 
si  rimossone  della  loro  opinione,  predicando  che 
non  ai  potea  fare  lecitamente  e  senxa  restilmione; 
e  della  loro  opinione  non  mostrarono  ragione,  e 
contro  alle  scritte  per  maestro  Francesco  non  oon- 
tradissono  con  alcuna  ragione:  e  per  questo  a  molli 
rimase  in  dubbio  il  detto  contratto,  e  molli  T  eb- 
bene per  chiaro  aceoslandoai  alle  ragioni  del  mae- 
stro Francesco,   e  senta  ripremione  di  loro    oo- 
sciema  vendevano  e  comperavano,  facendone  traffico 


DI  MATTEO  VILLANI. 


121 


come  d*  an'  altra  mercalanua.  Se  ì  contratto  ti  pò- 
tea  provare  naorarìo,  debito  era  a  chì*\  predicava  di 
riprovare  quello  che  ai  provava  in  contrario,  per  trar- 
rò k  gente  d'errore;  te  lecitamente  fare  si  poteva, 
considerato  che  gli  nomini  sono  cupidi  a  guadagna- 
re; male  era  a  recare  loro  in  sospetto,  e  contami- 
mare  le  eoscienze  di  quello  che  lecito  era  per  non 
discrete  predicaiionL 

.      CAPITOLO  CVU. 

Di  certe  n^oltiwre  di  tiranni  di  Lombardia^  e  di  più 
cose  per  lo  tradimento  di  Verona. 

Detto  abbiamo  poco  addietro  come  il  Gran  Ca- 
ne della  Scala  si  tenea  aver  perduta  Verona  per  o- 
peraxione  del  signore  di  Mantova,  ed  era  contro  a 
lui  forte  inanimato  per  lo  fallo  eh'  egli  avea  fatto. 
Basendo  con  lui  nella  lega,  s'era  rotto  dalla  lega  de- 
gli altn\  e  trattava  d*  allegarsi  coli'  arcivescovo  di 
Milano  e  col  marchese  di  Brandimborgo  per  far  guer- 
ra coir  arcivescovo  insieme  contro  a  Mantova  ;  e 
r  ardveseovo  molto  vi  venia  volentieri  ;  e  furono  le 
cose  tanto  innanzi,  che  per  tutto  corse  la  voce  ch*el- 
Tera  fatta.  Il  comune  di  Vinegia  conoscendo  che 
questa  discordia  poteva  tornare  a  grande  pericolo 
del  loro  comune  e  degli  altri  loro  collegati  lombar- 
di^ mandarono  di  loro  assentimento  al  Gran  Cane  so- 
lenni ambasciadorì,  per  rivocarlo  alla  lega  e  com- 
pagaia ch^  aveano  insieme,  e  far  fare  al  signore  di 
Mantova  l'ammenda  del  suo  fallo;  e  seguendo  gli 
stmbasciadori  solennemente  quello  che  fu  loro  com- 
messo, operarono  tanto,  che'l  signore  dì  Mantova 
lece  l'ammenda  come  messer  Gran  Cane  volle  ;  e  per 
la  atima  del  danno  ricevuto  diede  trentamila  fiorini 
d*  oro  a  measer  Gran  Cane,  i  quali  promise,  e  pa- 
gò poi  per  lui  il  comune  di  Vinegia  ;  e  il  signore  di 
Mantova  ne  die  loro  in  guardia  tre  buone  castella: 
e  per  questo  modo  fu  fatta  la  pace,  e  lasciati  di 
prigione  que'  di  Mantova,  e  messer  Gran  Cane  tornò 
alla  lega,  compera  in  prima.  Essendo  raffermata  la  le- 
ga, ne*  porti  di  Mantova  si  trovò  in  un  dì  molta 
mercatanzia  di  Milanesi  e  d'altri  distrettuali  dell'ar- 
civescovo*; e  perocché  a  stanza  dell' arcivescovo  il 
signore  di  Mantova  s*  era  mosso  a  far  quello  onde 
gli  era  convenuto  fare  ammenda  di  fiorini  trentamila 
d'oro,  di  fatto  fece  arrestare  tutto,  e  ripresesi  so- 
pra i  Milanesi  e  distrettuali  dell'  arcivescovo  di  pììì 
che  non  restituì  al  signore  di  Verona,  la  qual  cosa 
r  arcivescovo  e'  suoi  si  recarono  a  grande  onta. 

CAPITOLO  CVIU. 

Del  ffO€e$to  della  grande  compagnia  di  fra  Moriate 

della  Marca, 

Tornando  alla  nuòva  tempesta  di  fra  Menale 
e  di  sua  compagnia,  rimasi  nella  Marca  dopo  la  par- 
tita di  messer  Malatesta  dall'  assedio  di  Fermo,  co- 
minoiarotto  a  cavalcare  il  paese  e  fare  in  ogni  parte 
preda  ;  e  vinsono  per  forza  Mondelfoglio  e  le  Fratte 
e  San  Vito,  e  sei  altre  castelletta  nel  paese  ;  e  scor- 


sono  a  Iesi,  e  rubarono  i  borghi  e  predarono  il 
paese.  Appresso  combatterono  Feltrino  e  vinsonlo 
per  forza,  e  uccisonvi  da  cinquant'  uomini  ;  e  per- 
ch'  era  pieno  d'  ogni  bene  da  vivere,  vi  dimorarono 
un  mese.  E  in  fra  questo  tempo  ebbono  Monte  di 
Pano,  e  Monte  di  Fiore  ;  e  più  altre  castella  d' intor- 
no per  paura  feciono  i  loro  comandamenti.  Per  la 
fama  delle  grandi  prede  che  faceva  la  compagnia, 
molti  soldati  eh'  aveano  compiute  le  loro  ferme,  sen- 
za volere  piii  soldo  traevano  a  fra  Moriate,  e  assai 
in  prova  si  facevano  cassare  per  essere  con  lui;  ed 
egli  li  faceva  scrivere,  e  con  ordine  dava  a  catuno 
certa  parte  al  bottino,  e  tutte  le  ruberie  e  prede 
ch'erano  venali  facea  vendere,  e  sicurava  i  compe- 
ratori,  e  fa  ce  va  li  scorgere  lealmente,  por  dare  cor- 
so alla  sua  mercatanzia.  E  ordinò  camarliogo  che 
ricevea  e  pagava,  e  fece  consiglieri  e  segretari  con 
cui  guidava  tutto  ;  e  da  tutti  i  cavalieri  e  masnadieri 
era  ubbidito  come  fosse  loro  signore,  e  mantenea 
ragione  tra  loro,  la  quale  faceva  spedire  sommaria- 
mente. E  così  ordinati  cavalcarono,  e  mutavano  pae- 
se, e  vennono  a  Montelupone,  il  quale  per  paura 
s'  arrendè  loro,  e  stettonvi  venti  di  ;  e  rannata  ivi 
la  preda  fatta  nel  paese  e  la  sostanza  del  castello, 
ogni  cosa  ne  trassono  senza  far  male  agU  uomini, 
e  cavalcarono  alla  marina  e  presono  Umana,  e  com- 
batterono Orìvolo,  e  non  l' ebbono;  e  da  Umana 
andarono  sopra  Ancona,  e  presono  la  Falconara  a 
patti,  salve  le  persone.  E  in  que'  di  ebbono  otto  ca- 
stella che  s'arrenderono  loro  in  sull'  Anconitano,  fug- 
gendo le  persone,  e  lasciando  le  terre  e  la  roba 
alla  compagnia.  Appresso  tornarono  sopra  Iesi,  e 
per  forza  ebbono  Alberello  ed  un  altro  castello,  e 
tutto  recarono  in  preda,  e  poi  andarono  a  Castel- 
ficardo  pieno  di  molta  vittuaglia,  e  quello  combat- 
tendo vinsono  per  forza.  E  del  mese  di  marzo  pre- 
sono il  castello  delle  StalToIe  pieno  di  molto  vino, 
ed  il  Massaccio  e  la  Penna.  E  per  tutto  quel  paese 
il  residuo  del  verno  sparsone  la  loro  irreparabile 
tempesta,  rubando  e  uccidendo ,  e  facendo  ogni 
sconcio  male  a' paesani,  e  singolarmente  pii^  a' sud- 
diti di  messer  Malatesta,  avendo  deile  sue  terre  qua- 
rantaquattro castella  in  loro  servaggio,  e  avendo 
stadico  un  figliuolo  del  capitano  di  Forlì,  e  Gentile 
da  Mogliano,  per  li  soldi  che  promessi  aveano  alla 
detta  compagnia. 

CAPITOLO  CIX. 
Come  il  legato  prese  Toscanella. 

In  quesfanno  del  mese  di  marzo,  il  cardinale 
di  Spagna  legato  del  papa  facendo  guerra  col  pre- 
fetto di  Vico,  per  trattato  gli  tolse  Toscanella,  e  que- 
sto fu  il  primo  acquisto  che  il  legato  facesse  contro 
a  lui  :  dappoi  seguitarono  le  cose  a  maggiori  fatti, 
come  seguendo  nostra  materia  diviseremo.  In  questi 
dì,  il  marchese  di  Ferrara,  parendogli  essere  debole 
nella  nuova  signoria,  perchè  Francesco  marchese, 
il  quale  si  tenea  dovere  di  ragione  essere  signore, 
gli  s'era  mbellato,  o  che  trovasjo  alcuno  trattato 
nella  città  contro  a  aè,  o  eh*  egli  il  contraffacesse. 


i2a 


CRONICA 


a  dio  ai  die*  più  fede,  cacciò  di  Ferrara  de"  suoi  fra- 
telli e  alquanti  de^naggiorì  cittadini,  confinandoli 
Aiorì  del  ano  distretto,  e  cominciò  a  atare  più  Tor- 
Dito  di  gente  forestiera,  e  in  maggiore  guardia. 

CAPITOLO  ex. 

Come  messer  Maktiesia   si  ricomperò 
dalla  compagnia, 

Baaendo  la  compagnia  di  fra  Mortale  cresciuta 
dì  caTalieri  e  di  masoadieri,  e  nutricata  il  yemo 
aopra  le  terre  che  distruggea^  messer  Malatesta  da 
Rimini,  arvisato  e  prorreduto  in  fatti  di  guerra, 
considerando  la  g^nte  della  compagoia,  e  la  loro 
troppa  sicurtà  presa  per  non  avere  avversario,  e  il 
luogo  dove  erano  e  il  loro  reggimento,  pensò,  che 
dove  i  Gomuui  di  Toscana  lo  volessono  atare,  ch^e- 
gli  vincerebbe  la  detta  compagnia  ;  e  non  parendo- 
gli materia .  da  commettere  ad  ambasdadorì,  in  per- 
sona venne  a  Perugia,  e  poi  a  Siena,  e  appreaso  a 
Firenae,  e  moatrò  a  ciaacun  comune  il  pericolo  che 
potea  loro  venire  di  quella  compagnia  ae  contra  loro 
non  si  r'parasse,  e  domandava  a  catuno  comune^ 
aiuto  di  gente  d*arme  ;  e  dove  dato  gli  foase,  con 
ottocento  barbute  di  buona  gente  ch'egli  avea  da 
aè,  e  col  auo  popolo  e  col  vantaggio  eh*  avea  in- 
tomo a  loro  delle  sue  terre,  promettea  di  rompere 
e  di  sbarattare  la  compagnia  in  breve  tempo;  e 
queato  dimoatrava  per  vere  e  manifeate  ragioni; 
ma  catuno  comune  avendo  la  tempeata  da  lungi,  ae 
ne  curava  poco.  I  Perugini  che  furono  prima  richie- 
sti, dissono,  che  in  ciò  seguiterebbono  la  volontà 
de*  Fiorentini  ;  e  in  questo  modo  risposono  anco  i 
Sanesi.  E  venuto  messer  Malatesta  colle  lettere 
de*  detti  comnni  a  Firenze,  i  Fiorentini  udita  la  aua 
domanda  gli  diedono  dogento  cavalieri,  i  quali  menò 
con  aeeo  fino  a  Perugia.  1  Perugini  e*  Sanesi  non 
vollono  attenere  la  loro  promessa  ;  e  però  i  cavalieri 
de*  Fiorentini  si  tornarono  addietro.  Messer  Mala- 
testa  vedendoai  abbandonato  dalP  aiuto  de*  comuni 
di  Toaoana,  e  che  tempo  era  ohe  la  compagnia  po- 
tea procacdare  alfrove,  trattò  con  loro,  e  venne  a 
concordia  di  dare  fiorini  quarantamila  d*  oro  alla 
compagnia,  parte  contanti  e  degli  altri  li  sicuro, 
dando  loro  per  istadico  il  figliuolo  ;  e  si  partirono 
del  suo  distretto,  e  promisono  di  non  tornarvi  infra 
certo  tempo.  E  fatto  raccordo,  e  partita  la  com- 
pagnia, messer  Malatesta  cassò  quasi  tutti  i  auoi 
aoldati,  i  quali  di  presente  s*agginn8ono  alla  com- 
pagnia ;  la  quale  essendo  molto  cresciuta  di  baroni, 
e  di  conti  e  di  conestabili,  si  cominciò  a  chiamare 
la  gran  compagnia  ;  e  tribolando  la  Marca,  e  la  Ro- 
magna, e  il  Ducato,  innaosi  che  di  là  si  partissono 
rifermaron  la  loro  compagnia  per  certo  tempo,  e 
lutti  la  giurarono  nelle  mani  di  measer  fra  Moriate. 
E  benché  fra  loro  foasono  grandi  baroni  alamanni, 
tutti  vollono  che  il  titolo  della  compagnia,  e  la  ca- 
pitaneria foaae  in  messer  fra  Morìale;  ma  dieroali 
quattro  aegrelarì  de*  cavalieri,  che  P  uno  fu  il  conte 

'  Il  T.  Rieci  legge:  come.  Segao  U  oitata. 


di  Laudo,  e  un  barone  di  gran  aegnito  eh*  avea  so- 
me Fenio  di  .  .  . ,  e  il  conte  Brocoardo  di  .  . . ,  e 
meaaer  Amerigo  del  Canaletto  ;  e  de'Basnadieii  qoU- 
tro  conestabili  Italiani  In  coatoro  era  la  delibera- 
lione  deir  imprese  e  il  segreto  consiglio  ;  e  fecìoBO 
altri  quaranta  conaigKeri,  e  un  teaoriere  a  coi  Tenia 
tutta  1*  entrata  delle  loro  prede,  e  questi  pnguTV  e 
prestava  a*  comandamenti  del  capitano.  Dato  V  or- 
dine, il  capitano  era  ubbidito  da  tutti  corno  fonie 
r  imperadore  ;  e  fiicea  la  notte  cavalcare  di  Imgi 
dal  campo  venticinque  o  trenta  miglia  ov*  egli  co- 
mandava, e  il  dì  tornavano  con  grandi  prede,  e  ogni 
coaa  fedelmente  raaaegnavano  al  bottino.  B  peroc- 
ché quaai  quanti  conestabili  avea  in  Italia  ni  soldo 
da'*  signori  e  dei  comuni  aveano  parte  di  loro  nu- 
snade  nella  compagnia,  erano  al  baldaniosi,  che  di 
ninna  gente  di  soldo  temeano,  e  però  tutti  ì 
ni  minacciavano  se  non  dessono  loro  denari,  di 
aire  aopra  loro.  E  mandarono  ambudadori  ael 
Regno,  ed  ebbono  promissione  dal  re  Luigi  di  qua- 
rantamila fiorini  d*  oro,  i  quaH  non  mandò  loro  ;  di 
che  cari  gli  feciono  poi  costare.  Ebbono  dal  capi- 
tano di  Forlì  e  da  Gentile  da  Mogliano  treitaialla 
fiorini  d^oro,  e  da  measer  Malateata  qaamntaafla. 
Ed  eaaendo  richiesti  dair  nrciveacovo  di  Milano  di 
volerli  condocere  a  auo  soldo  contro  alla  lega,  e 
da  quelli  della  lega  contro  ali*  arciveacovo,  calano 
teneano  in  aperania  e  con  ninno  ai  fersaavano  ;  e  an- 
che teneano  trattato  col  prefetto  di  Vico  contro  al 
legato,  e  però  non  ai  potea  sapere  cho  dovenaono 
furo,  e  molto  manteneano  bene  loro  credensa.  B  n 
fine  del  meae  di  maggio  1354  sene  vennono  a  Ft- 
ligno,  e  dal  vescovo  ebbono  mercato  d*  ogni  vittoa- 
glia  abbondevolmente.  Lasceremo  ora  la  gran  com- 
pagnia che  n*  é  assai  detto,  e  non  aenaa  debita  acn- 
sa,  per  la  grande  e  pericolosa  novità  che  ne  aegid 
in  Italia,  e  diremo  dell*  altre  ooae  che  prima  d  oc- 
corrono a  raccontare. 

CAPITOLO    CXI. 
P*  lift  fanciullo  mostruoso  nato  in  Firewu. 

In  questo  verno  del  detto  anno  nacque  in  Fi- 
renze nel  popolo  di  San  Piero  Maggiore  un  fancinllo 
maschio,  figliuolo  d*uno  dd  maggiori  popolani  di 
quello  popolo,  eh* avea  tutte  le  membra  umane  dal 
collo  a*  piedi,  e  il  viso  suo  avea  effigie  umana  ;  la 
faccia  era  tutta  piana,  aenza  bocca,  e  avea  nn  foro, 
per  lo  quale  messo  lo  seisolo  della  poppa  traem  fl 
latte,  e  poppava,  e  nella  auperfide  della  testa  al  di- 
ritto, sopra  dove  doveano  essere  gli  occhi,  avea  due 
fori:  e*vivette  più  giorni,  e  fu  batteizato,  e  sep- 
pellito in  San  Piero  Maggiore.  E  poco  appreaso  nna 
gentile  donna  moglie  d*  nn  cavaliere  avendo  fatto  un 
fanciullo  un  mese  dinanzi,  partorì  un'  altra  materia 
di  carne  a  modo  di  un  cuore  di  bue,  di  peso  di  lib- 
bre qaiodid,  con  alcuni  dimoatramenti,  ma  non 
chiari,  d^ effigie  umana,  aenza  distinzione  di  membri; 
e  come  questo  ebbe  partorito,  incontanente  mori  te 
donna. 


DI  MATTBO  VILLANI. 


1)33 


CAPITOLO  CXU. 

Come  furono  cacciati  i  guelfi  di  Rieti  e  di  Spoleto. 

• 

Del  mese  d'aprile,  del  detto  aooo  1354,  i 
guelfi  di  Rieti  aveodo  il  goveroamento  della  città,  e 
podestà  e  capitano  dal  re  Luigi,  montati  in  su- 
perbia, per  animo  di  parte  oltraggiatano  i  ghibellini 
di  quella  terra  ;  e  tanto  montarono  gli  oltraggi , 
eh*  e'  guelfi  mossono  romore  per  cacciar  i  ghibelli- 
ni, e  oatuna  parte  fu  sotto  V  arme,  e  dì  cheto  scu- 
sa fare  altra  novità  s'acquetarono  a  quella  Tolta; 
e  nondimeno  catuna  parte  rimase  in  gran  sospetto 
e  riguardo  V  uno  con  V  altro ,  e  in  questo  modo 
erano  stati  lungamente.  Avvenne  che  i  guelfi,  aven- 
do a  loro  stanza  gli  officiali  della  terra,  con  ordine 
fatto,  una  domenica  a  di  20  d'aprile  subito  presono 
Tarme  e  corso  no  alla  piazza,  gridando:  muoiauo 
i  ghibellim,  I  cittadini  di  quella  parte,  temendo  del 


sobito  e  non  pensato  romore,  francamente  si  arma^ 
rono,  e  corsono  alla  piazza  per  difendersi  ;  e  quivi 
cominciò  aspra  e  crudele  battaglia,  e  senza  alcuno 
riguardo  uccideva  e  feriva  V  uno  V  altro ,  e  durò 
assai,  che  ninno  perdeva  di  suo  terreno  :  in  fine  i 
ghibellini,  disperati  di  loro  salute,  ruppono  una  barra 
incatenata  che  gli  dividea  da' guelfi,  e  con  grande 
empito  d' amaro  cuore  assalirono  i  guelfi  per  si  fatto 
modo,  che  gli  ruppono,  e  senza  ritegno  gli  segui- 
tarono uccidendone  quanti  giugnere  ne  poteano.  B 
in  questa  rotta  fufono  morti  venticinque  cittadini  di 
nome,  e  assai  ptii  degli  altri;  e  molti  per  campare  ai 
gittarono  nel  fiume,  e  sommersi  annegarono  in  quel- 
lo. I  ghibellini,  seguendo  loro  avventurato  caso,  cac- 
ciarono i  rettori  che  v'erano  per  lo  re  Luigi;  e  ri- 
masi signori  della  città,  riformarono  il  reggimento 
di  quella  a  loro  volontà;  e  per  questa  novità  di  Rieti 
furono  cacciati  di  Spoleto  i  caporali  guelfi  che  v*  e- 
rano,  ma  non  con  battaglia  né  a  furore  di  popolo. 


LIBRO  QUARTO 


CAPITOLO  L 
•  Prologo. 

Assai  si  può  alcuna  volta  comprendere  per  gK 
effetti  delle  cose  mondane,  che  il  senno  aggiunto 
alla  nobiltà  dell'  animo,  all'  altezza  dello  stato,  alla 
ricchezza  e  potenza  reale,  operato  con  piena  prov- 
vedenza,  fornito  e  apparecchiato  di  grandissime  for- 
ze, non  puote  pervenire  nò  acquistare,  eziandio  con 
sommo  studio  e  con  lieve  resistenza,  quelle  cose  che 
con  giusta  causa  l'appetito  ha  richiesto;  le  quali ^, 
volto  il  tempo  pochi  anni,  e  mutato  il  prìncipe  per 
successione,  con  certo  mancamento  di  tutte  le  pre- 
dette cose,  per  altre  non  provvedute  vie  della  va- 
riata fortuna,  trovasi  lievemente  vittorioso  in  quelle. 
Onde  presumere^  certa  confidenza  di  sé,  per  senno, 
o  per  virtù,  o  per  potenza,  alcuna  volta  con  grave 
tarbazione  d' animo  si  trova  ingannato  ;  perocché  non 
è  in  potestà  degli  uomini  il  consiglio  e  la  volontà 
di  Dio.  E  avendoci  già  condotta  la  sua^  materia  al 
cominciamento  del  quarto  libro,  alcuno  certo  e  ma- 
nifesto esempio  alle  predette  cose  in  pnma  ci  s'of- 
fre a  raccontare. 


'  Queato  relativo  U  quali  riman  sofpeso,  e,  come  dire, 
in  «ria.  A  rabberciare  il  periodo  se  gli  dovrebbe  sostitaire 
un  per  àUrOf  del  reeto.  Cosi  a  soggetto  del  trov<ui  in  capo 
al  perìodo  s' Intenderebbe  chiaramente  la  parola  eenno  della 
seconda  riga. 

'  Intendi  ehi  pretume, 

*  Questo  itta  è  soverebio.  La  leaione  di  tatto  il  prologo 
è  gaasta,  ma  ehi  vorrebbe  por  mano  a  racconciarla,  se 
Dell' offirircela  tatti  i  Testi  e  1  Mas.  confrontano  tra  loro? 


CAPITOLO  n. 
Comparazione  dal  re  Ruberto  al  re  Luigi. 

Manifesto  fu  appresso  la  morte  del  re  Ruber- 
to di  Gerusalemme  e  di  Cicilia,  il  quale  uvea  re- 
gnato trentatre  anni  e  mesi,  il  cui  pari  ne'  suoi  tem- 
pi tra' prìncipi  de' cristiani  non  si  trovò  di  sspiensa 
e  d' intelletto,  in  virtù  e  in  vita  onesta,  e  in  ador- 
namento di  bellissimi  costunu,  pieno  di  Vicchesze, 
fornito  di  grande  e  nobile  cavallerìa  di  suoi  baroni  e 
sudditi,  apparecchiato  di  navilii  sopra  gli  altrì  si- 
gnorìa avendo  dirìzzato  1'  animo  con  sommo  studio 
a  racquistare  V  isola  di  Cicilia,  la  quale  di  ragione 
s' apparteneva  alla  sua  signorìa  come  prìncipale  mem- 
bro del  suo  reame,  con  continovi  trattati,  con  spessi 
e  diversi  assalimenti,  con  generali  armate,  guidate 
dalla  sua  persona,  e  dal  figliuolo  e  da  altrì,  di  cen- 
toventi e  di  centosessanta  galee,  con  molto  altro  na- 
vilio  per  volta  e  di  più  e  di  meno,  con  duemila  e 
più  cavalieri  per  armata  alcuna  volta  e  popolo  sen- 
za numero,  per  molti  anni  cercato  di  racquistare  la 
detta  isola,  o  d^avere  alcuna  terra  o  porto  in  quella 
per  potere  alquanto  appagare  1'  animo  suo,  la  qual 
cosa  fatta  mai  non  gli  venne  coti  alcuna  perfezione; 
e  il  re  Luigi  suo  nipote,  intitolato  in  quel  medesimo 
regno  da  Santa  Chiesa,  povero  d'  avere  e  di  con- 
siglio, e  non  ubbidito  da'  suoi  regnicoli,  impotente 
di  gente  d*  arme,  mal  destro  a  potere  reggere  o 
guardare  il  suo  reame,  non  che  avesse  potuto  cer- 
care a  racquistare  suo  reame  della  Cicilia,  non  suf- 
ficiente d'  armare  dieci  galee,  nò  di  reprìmere  no 
solo  suo  barone  a  quel  tempo  ;  ma  le  divisioni  e 
sette  crudeli  e  mortali  de'  baroni  dell*  isola.  Catala- 
ni e  Italiani,  come  già  ò  detto,  aveano  a  tanto  con- 


tZi 


CRONICA 


dotto  r  ifola,  ohe  di  gran  parto  fa  fttto  sigooro, 
COBO  approMO  raocontoroBO. 

CAPITOLO  in. 

Come  gran  parie  delC  isola  di  Cicilia  venne 
alV  ubbidienza  del  re  Luigi, 

AfOfldo  racoontato  addietro  molto  volto  del 
malo  stato  dolf  isola  di  Cidlia,  al  presento  ei  oc- 
eorro  a  dire  cono  per  la  detta  cantone  don  Luigi 
igUaolo  di  don  Pietro,  a  coi  a*  appartenea  d*  esse- 
re signore,  avea  trattato  accordo  col  re  Luigi,  ed 
orano  Tonati  a  concordia  che  si  doresse  nominare- 
re  di  Trinacria,  e  riconoscere  la  Cicilia  dal  re  Lai- 
^  e  fargliene  omaggio,  o  dargliene  ogni  anno  cer- 
ta somma  sopra  il  censo  della  Chiesa  per  sno  omag- 
gio ;  e  a  questo  s*  erano  accordati,  ma  non  avoano 
ancora  pobblicata  la  pace  né  fatte  V  obbtigasioni.  In 
questo  stanto,  il  conto  Simone  di  Chiaramente,  capo 
della  setta  degP  Italiani,  il  quale  avea  in  sua  fona 
molto  città  e  castella  deir  isola,  avendo  anche  lun- 
gamente tenuto  trattato  col  re  Luigi  acciocché  la 
concordia  del  re  non  ai  facesse,  pervenne  al  suo  trat- 
tato con  r opere.  Ed  essendo  allora  risola  in  gran 
fame,  promise  ai  suoi  soccorso  di  vittuaglis  e  for- 
te braccio  alla  loro  difesa  :  i  popoli  per  V  inopia  gli 
assentirono,  e  il  re  Luigi  si  fermò  con  lui.  E  fa- 
cendo suo  isforzo,  mandò  messer  Niccola  Acciaiuo- 
li  grande  siniscalco,  eh'  era  stato  menatore  di  que- 
sto trattato,  con  cento  cavalieri  e  con  quattrocento 
fanti  di  soldo  in  su  Pisola,  con  sei  galee  e  due  pan- 
lani^  0  tre  legni  di  carico,  e  trenta  barche  grosse 
cariche  di  grano  e  d*  altra  vittuagUa.  Prima  fa  dato 
loro  il  forte  castello  di  Melaiso,  Ofo  lasciò  cinquanta 
cavaliori  e  conto  fanti,  o  appresso  con  tutto  il  na- 
vilio  0  col  resto  della  gente  delP  arme  so  n'  andò  a 
Palermo,  e  con  gran  feata  fu  ricevata  da'  Palermita- 
nif  ohe  per  fame  più  non  aveano  vita,  e  prese  la  si- 
gnoria della  città  di  Palermo  e  la  guardia  del  castel- 
lo con  quella  gente  eh'  egli  avea,  e  delle  castella  e 
del  suo  distretto.  E  incontanente  le  sette  degF  Ita- 
liani fece  mbellare  a  don  Luigi  e  alla  parte  do'  Ca- 
talani, e  seguirono  quelli  di  Chiaramente,  dandosi  al 
re  Luigi  la  città  di  Trapani,  e  quella  di  Saragozza, 
Gtrgenti,  la  Licata,  Mazzara,  Marsala,- Cutro  Gianni, 
e  molto  altro  torre  e  castella,  che  in  tutto  furono 
tra  dttà  e  buono  terre  e  castella  centododici,  alle 
quali  il  detto  re  Luigi  per  povertà  di  gente  e  di 
danari  non  potè  mandare  aiuto  d*  alcuna  forza  di 
gente  d*  armo  oltre  a  quella  eh*  era  in  Palermo  e  in 
Molazzo  ;  ma  tanta  era  V  impossibilità  dell  altra  par- 
to, che  la  cosa  riftiuo  senza  movimento  di  altra 
gente  alcuno  tempo.  Alla  parto  del  re  Luigi  rispon- 
deva la  Calabria,  portando  loro  vittuaglia  ond*  elli 
aveano  gran  bisogno,  e  questo  gli  sostonea  in  fede 
col  dotto  re  Luigi.  È  vero  che  fu  biuimato  di  non 
avere  tonato  fede  a  don  Luigi  del  trattato  ohe  a- 
vea  fatto  eon  lui  por  pace  dell'  isola  ;  e  la  seusa  del 
re  là,  dicendo  che  non  gli  avea  attenuti  i  patti. 
11  vero  rimase  nel  sno  luogo,  e  il  fatto  segui  come 


'  Bpesia  di  nave  antka  da  goarra. 


narrato  abbiamo.  Questa  novità  fa  nell*  isola  a  di 
17  d'aprilo  1354. 

CAPITOLO  IV. 

Come  r  arcieescoto  eomineiò  guerra  contro 
a*  eollegaii  di  Lombardia. 

Vedendo  1'  arcivoaeovo  di  Milano  oko  il  or- 
mane di  Vinegia  avea  rannodata  o  riforma  In  logn 
tra  i  Lombardi,  innanzi  che  fossono  fomiti  di  gesto 
d'arme,  essendone  egli  a  destro ^  fece  mnovore  da 
Parma  doomila  barbute  e  gran  popolo,  o  scorrerò 
inflno  a  Modena,  per  tornare  addietro  o  assediare 
A®9Po  ;  e  nel  Modenese  trovarono  cavalieri  della 
lega  eh*  andavano  a  Reggio,  i  quali  tutti  imaoBo. 
E  tornati  a.  Reggio,  T assediarono  del  dotto  naese 
d'aprile,  e  all'assedio  stettono  poi  longasMate  eoa 
più  baatite,  e  quelli  della  lega  por  lungo  tempo  aoa 
ebbono  podere  di  levarione  ;  ma  la  città  sosteasoao 
e  difesono,  sicché  non  1'  ebbe. 

CAPITOLO  V. 

Come  il  re  iT  Ungheria  pauò  con  grande  eserdio 
contro  un  re  de*  Tartarù 

In  quest'  anno  e  in  questo  medesimo  tempo, 
Lodovico  re  d'  Ungheria  accolse  suo  sforzo,  e  di 
quello  di  Polonia  e  di  quello  di  Prosclavia  suoi  uo- 
mini, e  apparecchiato  grande  carreggio  di  viltoa- 
glia,  con  dugento  migliaia  di  cavalieri  aftando  quin- 
dici di  per  luoghi  diserti  con  grande  travaglio,  pas- 
sò nel  reame  d' un  gran  re  della  gesta'  de*  TarlarL  E 
giunto  nel  reame  di  colui,  essendo  per  cominciare 
a  fare  danno  nel  paese,  il  re  di  quello  paese,  ch'eri 
assai  giovane,  mandò  pregando  quello  d'  Ungherm 
che  gli  desso  licenza  che  con  poca  compagnia  po- 
tesse venire  a  lui  sicuramente;  e  impetrata  la  licenza, 
venne  a  lui  con  cento  baroni  molto  adomi,  ricca- 
mente apparecchiati  ;  e  fatta  la  riverenza,  domaadò 
il  re  d' Ungheria  perchè  egli  era  venuto  con  forza 
d' armo  nel  suo  reame,  e  quello  eh'  e'  volea  da  InL 
U  re  gli  disse,  eh'  era  venato  sopra  lui  perchè  non 
era  cristiano,  e  che  volea  tre  cose:  la  prima,  che 
divenisse  cristiano  con  la  sua  gente  :  la  seconda,  che 
lo  riconoscesse  per  suo  maggiore  :  la  terza,  che  in 
segno  d' omaggio  gli  desse  ogni  anno  certo  tribale, 
ed  egli  aarebbe  suo  protettore.  E  il  giovane  disse: 
Vedi,  re  d' Ungheria,  la  mia  forza  è  troppo  saaggio- 
re  della  tua,  solo  del  mio  reame,  senza  T  ahito  de' 
miei  maggiori;  e  faccio  ti  certo,  che  condotto  se'  in 
parte,  che  %\o  volessi  gran  vittoria,  potrei  averla  di 
te  e  della  tua  gente  :  ma  perocch'  io  ho  animo  di 
divenire  cristiano,  accetto  di  voler  fam  le  tue  do- 
mande, e  intendo  di  farle  a  tempo  col  tuo  aiuto  e 
del  papa.  E  rimasi  in  concordis,  fece  grande  o- 
nore  al  re  d'  Ungheria ,  e  accompagnollo  Rao  a' 
confini  del  suo  reame.  Ma  in  quello  venire,  per  in- 
vidia i  grandi  baroni  d'  Ungheria  non  gli  fedone 
onom,  per  impedire  che  il  loro  re  per  V  acquisto  di 

'  eflseodone  egli  ben  fornito. 
I      '  dellA  stirpe,  della  schiatta. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


125 


coBlm  non  ditenisfe  ^ande  difopercbio;  e  fa  mt- 
terifl  di  grande  tconcfo  del  boon  yolere  eh*  arerà  il 
re  de'  Tartari,  e  delP  inteniione  del  re  d*  Ungheria. 

CAPITOLO  VL 
De*  ^li  €^  abbondarono  in  Barberia  e  poi  in  Cipri, 

In  qnear  anno  abbondarono  in  Barberia,  a  Tu- 
nisi e  nelle  contrade  vicine  tanta  moltitudine  di  grilli 
che  coperaono  tatto  il  paese  e  rosone  e  consuma- 
rono tutte  r  erbe  vive  che  trovarono  sopra  la  terra  ; 
e  del  puzzo  che  ascia  della  loro  corruzione  si  cor- 
ruppe tanto  Paria  del  paese,  che  ne  seguitò  grande 
mortalità  negli  uomini,  e  gran  fame  a  tutta  la  pro- 
vincia. B  queata  medesima  pestilenza  di  grilli  nel  se- 
guente anno  occupò  V  isola  di  Cipri  per  si  sconcio 
nodo,  che  le  strade  e  i  eampi  n*  erano  pieni,  alti 
da  terra  un  mezzo  braccio  e  più,  e  guastarono  ciò 
ohe  v*  era  dì  verde.  B  per  cessare  la  pestilenza  della 
loro  eormzione  il  re  fece  per  decreto  che  ogni 
uomo  grande  e  popolare,  barone  e  prelato,  cittadi- 
no e  contadino,  ne  dovesse  raasegnare  certa  mi- 
tura  agli  nficiali  eletti  sopra  ciò  per  lo  re,  i  quali 
feciono  fare  per  campi  grandi  fosse,  ove  gli  met- 
teano  e  ricoprivano.  B  per  questa  legge  i  villani  si 
dispuosono  a  fare  loro  civanza\  e  patteggiarono  con 
gli  nomini  ch*aveano  a  fare  il  servigio  che  coman- 
dato e  imposto  gli  era,  e  aveano  della  misura  cer- 
to prezzo,  e  raasegnavanli  per  nome  di  colui  che 
gli  avea  pagati  agli  uflciali  deputati  sopra  ciò,  i 
quali  teneano  il  conto  di  catone;  e  dnrò  questa  ma- 
ladizione  in  quell'  isola  parecchi  anni.  Con  tutto  l'ar- 
gomento* che  fa  ntfliasimo  ad  alleggiare'  i  campi  e 
cessare  la  corruzione,  fu  grande  noia  e  confusione 
a  tutto  il  paese. 

CAPITOLO  VIL 

BC  una  notabile  maraviglia   della  reverenda  delia 
tavola  di  Santa  Maria  in  Pineta. 

Bssendo  per  influenza  di  costellazione  e  di  se- 
gni avvenuti  in  cielo  in  quest'  anno  oontinovato  tre 
mesi  o  pia,  nel  tempo  che  le  biade  hanno  maggiore 
bisogno  delle  piove,  continovato  secco,  erano  quelle 
già  in  tutta  Toacana  arìde  e  in  estremi,  da  sperare  ste- 
rilità e  fame.  I  Fiorentini  temendo  di  perdere  i  frutti 
della  terra  rìcorsono  ali*  aiutorìo  divino,  facendo 
fare  orazioni  e  continove  proceasìoni  per  la  città  e  per 
Io  contado,  e  quante  più  processioni  si  faceano,  più 
diventava  Ù  di  e  la  notte  sereno  il  cielo.  I  cittadini 
vedendo  che  questo  non  giovava,  con  grande  divo- 
zione e  speranza  rìcorsono  ali*  aiuto  di  Nostra  Don- 
na, e  fedone  trarre  foorì  T  antica  figura  di  Nostra 
Donna  dipinta  nella  tavola  di  Santa  Maria  in  Pineta, 
•  n  di  9  di  maggio  1854,  fatto  apparecchiamento 
per  lo  comune  di  molti  doppierì,  e  mosso  il  cherì- 


'  vantaggio,  utile,  giudmgno. 

*  prorredimento,  mesto. 

•  alleggerire,  «gravare,  ristorare. 


ceto  con  tutte  le  religioni,  col  braccio  di  measer  San 
Filippo  apostolo,  e  con  la  venerabile  testa  di  San 
Zanobi,  e  con  molte  altre  aante  reliquie,  quasi  tutto 
il  popolo,  uomini  e  donne  e  fanciulli,  co*  prìorì  e 
con  tutte  le  signorie  di  Firenze,  sonando  le  campa- 
ne del  comune  e  delle  chiese  a  Dio  lodiamo,  anda-* 
reno  incontro  alla  detta  tavola  infino  fuorì  della 
porta  di  San  Piero  Gattolino  ;  e  la  detta  tavola  guar- 
davano e  conducevano  quelli  della  casa  de^  Buon- 
delmonti,  padroni  della  detta  pieve,  reverentemente 
con  gli  uomini  del  piviere.  E  giunto  il  vescovo  eoa 
la  processione  e  con  le  reliquie  e  col  popolo  alla 
santa  figura,  con  grande  reverenza  e  solennità  la 
condussono  fino  a  San  Giovanni,  e  di  là  fu  condotta 
a  San  Miniato  a  Monte,  e  poi  riportata^  nel  ano  an- 
tico luogo  a  Santa  Maria  in  Pineta.  Avvenne  che  in 
quella  giornata,  continovando  la  processione,  il  cielo 
empiè  di  nuvoli  ;  e  il  secondo  di  sostenne  il  nuvo- 
late, che  per  molte  volte  prìma  s*  era  continovo  per 
la  calura  consumato;  il  terzo  di  cominciarono  a  stil- 
lare minuto  e  poco;  e  il  quarto  a  piovere  abbondan- 
temente; e  consegui  1*  uno  di  appresso  V  altro  set- 
te di  continovi  un^  acqua  minuta  e  cheta  che  tutta 
a*  impinguava'  nella  terra,  in  aingniare  e  manifesto 
beneficio  di  quello  che  bisognava  a  racquistire  le 
biade  e'  fratti  :  e  non  fu  meno  mirabile  dono  di 
grazia  per  V  ordinata  e  utile  piova,  che  per  la  pio- 
va medesima.  Avvenne  che  dove  si  stimava  steri- 
lità grande  per  la  ricolta  proasima  a  venire,  eonae- 
giri  ubertosa  di  tutti  i  beni  che  la  terra  produce. 

CAPITOLO  vra. 

Come  U  vicario  di  Bologna  mandò  P  oste  eopra 
Modena  con  due  quartieri  di  Bologna, 

Bssendo  cominciata  la  guerra  tra  V  arcivescovo 
e  la  lega  de*  Lombardi,  measer  Giovanni  da  Oleggio, 
vicario  deir  arcivescovo  nella  città  di  Bologna,  a  di 
li  di  maggio  del  detto  anno  mandò  sopra  la  città 
di  Modena  ottocento  cavalieri  di  soldo  e  due  quar- 
tieri di  Bologna,  i  quali  v*  andarono  aforsatì  e  di 
mala  voglia;  e  di  Parma  vi  mandò  1'  arciveaoovo 
duemila  barbute  :  e  giunti  a  Modena  corsone  il  pae- 
se, ardendo  e  guastando  il  contado,  e  poi  si  puo- 
sono  ad  assedio  alla  città  molto  di  presso.  Bd  es- 
sendovi stati  fino  air  uscita  di  maggio,  temendo 
della  gran  compagnia  di  fra  Morìale  eh*  era  in  To- 
scana, e  davano  voce  d*  andare  a  Bologna,  subita- 
mente abbandonarono  V  assedio,  e  scdnciamente 
con  alcuno  danno  tornarono  a  Bologna  e  a  Parma, 
avendo  a*  Modenesi  fatto  danno  aasai. 

CAPITOLO  IX. 

Come  il  legato  e  i  Romani  guastarono  il  contado 

di  Viterbo. 

Del  detto  mese  di  maggio,  del  detto  anno,  ve- 
dendo il  legato  la  contomacia  e  la  malizia  del  pre- 


1  Cosi  r  edis.  citata.  H  T.  Ricci  :  riporta. 

^  s'insionava,  penetrava  nella  terra  iaiuppandola. 


128 


CRONICA 


stendef f e  iopra  loro  sproYTedntì,  s^accolsooo  iosieme 
a  parlamenlo  per  loro  ambasciadorì,  il  comune  di 
Firenze  e  dì  Perugia,  e  quello  di  Siena,  e  feciono 
e  fermarono  lega  e  compagnia  contro  la  detta  com- 
pagnia, e  taglia  di  tremila  caralierì  ;  e  pe rocch^  eirera 
più  vicina  a  Perugia,  i  Fiorentini  mandarono  la  mag- 
gior parte  de*  cavalieri  che  toccata  loro  della  ta- 
glia, e  metteano  in  concio  di  mandare  loro  il  rima- 
nente; e  coal  aveano  fatto    i  Sanesi,  per  riparare 
eh*  ella  non  entrasse  in  Toscana.  In  questo  tempo, 
del  mese  di  giugno  del  detto  anno,  la  compagnia  fu 
a  Fnligno,  e  senza  fare  danno,  ebbono  dal  vescovo, 
che  n^era  signore,  derrata  per  danaio,  e  licenza  d^n- 
trare  nella  città  senz^  arme  chi  volea  panni,  o  ar- 
nese 0  armadure  comperare  ;  e  ivi  si  fornirono  d*ar- 
madure  e  di  molte  altre  cose  di  che  aveano  gran- 
de bisogno.  E  stando  iti,  mandarono  cautamente  per 
rompere  la  lega  loro  ambasciadorì  a  Perugia,  di- 
cendo, che  gli  aveano  per  amici;  e  non  intendeano 
di  volere  da  loro  se  non  vettuaglia  derrata   per  da- 
naio, e  il  passo  per  lo  loro  terreno.  I  Perugini  ve- 
dendosi potere  levare  la  compagnia  da  dosso  senza 
loro  danno,  ruppono  la  fede  della  lega  promessa  a* 
Fiorentini  e  a*  Sanesi,  e  senza  significare  loro  alcuna 
cosa,  0  rimandare  addietro  i  cavalieri  a*  detti  comuni 
eh*  aveano  della  taglia,  s*  accordarono  con  la  com- 
pagnia, e  diedono  il  passo  e  la  vittnaglia   abbon- 
dantemente. Messer  fra  Mortale  vedendosi  avere  rotta 
la  lega  de'comuni,  baldanzosamente  venne  verso  Mon- 
tepulciano con  la  sua  compagnia,  e  prese  la  via  per 
Asciano,  ed  entrò  molto  subitamente  nel  contado  di 
Siena,  predando  e  pigliando  uomini  e  bestiame.  1 
Sanesi  vedendo  la  compagnia  sul  loro  contado,  non 
attesono  alla  lega  ch^avessono  co*  Fiorentini,  nò  a 
domandare  loro  aiuto  o  consiglio,  ma  di  presente 
elessono   de*  loro  cittadini  ch^andassono  a  fra  Mo- 
dale e  agli  altri  maggiori  della  compagnia  a  pren- 
dere accordo  con  loro,  i  quali  di  presente  promes- 
sone a*  caporali  in  segreto  per  le  loro  persone  fio- 
rini tremila  d*  oro,  e  in  palese  per  la  compagnia  ne 
promisono  tredicimila,  e  la  vittuaglia  derrata  per  da- 
naio, e  il  passo  p::rlo  loro  terreno.  Questa  ò  la  fede 
che  ora  e  molte  altre  volte  il  comune  di  Firenze  ha 
trovata  nelle  leghe  o  compagnie  che  ha  fatto  co*  suoi 
vicini;  che  trovando  loro  vantaggio  lo  a*  hanno  preso. 
E  dolendosene  poi  il  comune  di  Firenze  a  Perugia  e 
a  Siena,  hanno  risposto,  che  il  comune  di  Firenze 
non  dee  guardare  alloro  difetti,  ma  avere  senno  e 
per  so  e  per  loro.  Siamo  contenti  di  ricordarlo  qui 
e  altrove  per  esempio  di  quello  che  ancora  ne  po- 
trà avvenire.  Fornito  per  lo  comune  di  Siena  il  pane 
che  domandarono,  e  dati  de*  loro  cittadini  a  condu- 
eere  la  compagnia,  presa  la  via  per  Monte  San  Sa- 
vino, condussonli  in  sul  coutado  d*  Arezzo.  E  non 
trovando  con  gli  Aretini  modo  d*  avere  danari,  s^ac- 
cordarono  con  loro  d*  avere  panno  e  vestimento,  e 
calzamenti  e  vino  per  li  loro  danari,  perocchò  n*  a- 
veano  grande  bisogno,  e  sicnrarono  il  contado,  e 
senz*  arme  entrarono  nella  terra  per  le  dette  cose  ; 
non  risgaardando  però  le  biade  de*  campi  per  li  loro 
cavalli,  nò    l*  altre  cose    che  potessono  giugnere, 
senza  fare  gualdane  o  saccomanno. 


CAmOLO  XV. 

Come  fMrocedeiiano  i   rettori  di  Firenze  in  qu§$ta 

80prav9enmia  tempe$ia  della  compa^im 

di  fra  Mariale. 

In  questo  tempo  si  trovò  fornito  il  cornane  di 
Firenze  al  priorato  d*  nomini  senza  sentimento  di 
virtù,  gelosi  e  sopra  ogni  soovenevolezsa  corrotti 
nel  bere,  e  massimamente  de'  nove  i  sei.  Costoro 
disordinati  in  aò,  non  sapeano  provvedere  al  soccor- 
so del  comune  ;  tuttavia  per  gli  altri  collegi  fu  prov- 
veduto in  fretta  di  fare  lega  e  compagnia  co*  Pisani, 
per  prendere  riparo  contro  alla  compagnia  ;  e  do- 
vea  il  comune  di  Firenze  avere  in  taglia  miUedo- 
gento  cavalieri,  e  i  Pisani  ottocento.  E  fatta  la  lega, 
oatuno  avea  quasi  il  novero  de*  suoi  cavalieri.  La 
compagnia  essendo  ad  Arezzo  avea  in  animo  d*  an- 
dare al  soldo  in  Lombardia,  e  per  questa  cagione 
mandarono  alcuno  ambasciadore  al  cornane  di  Fi- 
renze per  aver  titolo  d*  essere  in  accordo  col  detto 
comune  ;  e  lieve  cosa  che  M  comune  avesse  dato 
loro,  sarebbono  stati  contenti  per  seguire  loro  viag- 
gio :  i  priori  indiscreti  se  ne  feciono  beffe,  e  però 
non  prowilono  come  nn  tanto  ^  fatto  riohiedea.  Ma 
i  Val&amesi  per  paura  della  ricolta,  non  ostante 
che  ancora  non  fosse  in  perfetta  maturità,  a*affrel- 
tarono  di  levarla  de*  campi  e  riducerla  nelle  castel- 
la ;  e  la  frontiera  del  Yaldamo  fu  fornita  di  cava- 
lieri e  di  fanti  assai  bene  alla  guardia.  La  compagnia 
vedendo  che  i  Fiorentini  per  lieve  cosa  non  si  vo- 
leano  accordare  con  loro,  caml^iarono  proponimento  ; 
e  vedendo  che  il  Yaldamo  era  provveduto  contra  lo- 
ro, si  tornarono  a  Siena.  I  Sanesi  diedono  loro  da 
capo  il  pane,  e  il  passo  e  la  guida  di  loro  eittadini, 
e  in  calen  di  luglio  del  detto  anno  1*  ebbono  con- 
dotta ne*  borghi  di  Staggia,  e  ivi  si  stesone  fino 
alla  Badia  a  Isola  sopra  1*  Elsa.  Là  si  trovarono  aet- 
temila  paghe  di  cavalieri,  chò  oinqnemUa  o  più  era- 
no in  arme  cavalcanti,  fra  i  quali  avea  grande  quan- 
tità di  conestabili  e  di  gentili  uomini  diventati,  di 
pedoni  bene  montati  e  armati,  con  più  di  millecin- 
quecento masnadieri  italiani;  e  oltre  a  costoro  più 
di  ventimila  ribaldi  e  femmine  di  mala  condizione 
seguivano  la  compagnia  per  fare  male,  e  paaoers 
della  carogna.  E  nondimeno  per  1*  ordine  dato  loro 
per  fra  Moriale  grande  ainto  e  servigio  n*  avea,  prìn- 
eipalmente  i  cavalieri  e*  masnadieri,  e  appresao  tatto 
1*  esercito.  Le  fémmine  lavavano  i  panni  e  eoeoTa- 
no  il  pane;  e  avendo  catuno  le  macinello,  che  Mte 
avea  loro  fare  di  piccole  pietre,  cetano  fkeea  fari- 
na :  e  per  questo  Toste  si  manlenea  incredtbiUiieBte 
in  abbondanza  di  farina  e  di  pane,  solo  per  la  prov- 
visione e  ordine  dato  per  h^  Moriale. 

CAPITOLO  XVL 

Come  si  prowide  a  Fken%e  eontra  la  compagnia. 

Essendo  la  compagnia  a  Staggia,  i  Pior«ilÌH 
richiesono  i  Pisani  della  taglia  loro  per  la  lega  fnlta. 


*  H  T,  Rice!  :  con  tanto* 


DI  MATTEO  VILLAM. 


129 


che  doveano  essere  ottocento  oaYalierì,  e  mandaro- 
no un  loro  cittadino  con  nn  gran  gonfalone  con  me- 
no d'ottanta  barbute;  e  richiesti  ancora  i  Perugini 
e*  Senesi  di  cavalieri  della  taglia,  o  almeno  d^  al- 
cuna parte  d**  aiuto,  catuno  comune  rispose  ch'erano 
d**  accordo  con  la  compagnia,  e  non  manderebbono 
gente  d*  arme   contro  a  quella  ;  e  vedendosi  il  co- 
mune da  tutti  gli  amici  ingannato,  e  da  non  potere 
resistere  alla  compagnia,  fece  suoi  ambasciadorì,  e 
mandolli  a  Staggia  alla  compagnia  per  accordarsi  e 
dare  loro  danari  ;  ed  eglino  non  entrassono  sul  con- 
tado di  Firenze.  Giunti  gli  ambasciadorì  a  fra  Mo- 
dale e  al  suo  consiglio,  furono  ricevuti  da  loro  sen- 
za avere  risposta;  e  incontanente  a  di  4  di  luglio 
si  misono  in  via,  e  senza  arresto  furono  ne*  borghi 
di  San  Casciano,  e  correndo  le  contrade  d'attorno, 
facendo  preda  e  ardendo  ove  a  loro  piacea  senza 
trovare  contrasto;  e  stettono  fino  a  di  10  del  detto 
mese  senza  venire  ad  accordo.  Allora  fatti  doni  a^ 
caporali  di  fiorini  tremila  d^oro,  vennono  a  compo- 
sizione di  dare  alla  compagnia  venticinquemila  fio- 
rini d'  oro  gli  ambasciadorì  Pisani ,  innanzi  che  la 
tempesta  rompesse  sopra  loro,  e  al  detto  luogo  di 
San  Casciano  s^  accordarono  con  loro  di  dare  fiorini 
sedicinula  d' oro,  e  a'  caporali  feciono  doni.  E  avuta 
la  condotta  da' Fiorentini  per  la  Val  di  Robbiana, 
condotti  a  Leone  ebbono  il  pagamento  deMetti  co- 
muni ;  e  fatta  la  promissione,  e  le  cautele,  e  il  sara- 
mento  di  non  tornare  in  sul  contado  di  Firenze  nò 
di  Pisa  infra  due  anni,   se  n^  andarono  alla  Città  di 
Castello,  ove  stettono  tanto,  eh'  ebbono  quello  che 
restava  a  dare  loro  messer  Malatesta  da  Rimini  ca- 
pitano di  Furll,  e  Gentile  da  Mogliano  ;  e  partita  tra 
loro  la  moneta,  presono  la  ferma  ^  d*  essere  con  la 
lega  di  Lombardia  contro  al  signore  di  Milano  per 
centocinquantamila  fiorini  in    quattro  mesi.    E  ri- 
fermata e  giurata  da  capo  sotto  i  loro  capitani  s^'av- 
yiarono  in  Lombardia,  e  fra  Moriate  con  licenza  de- 
gli altri  caporali,  accomandò  la  compagnia  al  conte 
dì  Landò  e  fecenelo  suo  vicario  ;  ed  egli  se  n^  an- 
dò a  Perugia,  per  provvedere  come  alla  tornata  della 
compagnia  e^  potesse  in  Italia  maggior  male  aope- 
rare; e  da' Perugini  fu  ricevuto  onoratamente,  e  fat- 
to cittadino  di  Perugia. 

CAPITOLO  xvn. 

Come  fkt  morio  mener  LaUo, 


Per  larga  sperienza  di  molti  anni  si  vide,  ohe 
messer  Lello  dell'Aquila,  uomo  di  piccola  nazione, 
per  sua  industria  prima  cacciati  gli  avversari  della 
citte,  dopo  la  morte  del  re  Ruberto  tenne  la  signo- 
ria della  terra  come  nn  domestico  popolare  e  com- 
pagnevole tiranno,  e  seppe  si  piacevolmente  con- 
versare coi  suoi  cittadini,  che  cetano  il  desiderava  a  I 
•ignoro,  e  al  tutto  aveano  dimenticata  la  signoria 
reale  ;  ma  egli  saviamente  mantenea  il  titolo  del  ca- 


pitanato^ della  terra  alla  corona,  facendovi  tenire  cui 
egli  volea,  nondimeno  ciò  che  occorreva  di  grave 
nella  città  tornava  a  ser  Lallo.   E  non  avendo  il  re 
podere  nella  città  più  che  ser  Lallo  si  volesse,  per 
molti  modi  in  diversi  tempi  percò  d'  abbatterlo,  e 
non  gli  venne  fatto;  e  però  cercò  la  via  de'beoeficii, 
e  fecelo  conte  di  Montorio,  e  diegli  terre  in  Abruz- 
zi, ed  e'  le  si  prese,  e  mostrò  di  volere  fare  del- 
l'Aquila la  volontà  del  re;  ma  con  astuzia  e  senno 
dissimulando  col  re  tenea    l'Aquila  contioovamente 
al  suo  segno.  E  stando  le  cose  in  questi  termini, 
messer  Filippo  di  Taranto,  fratello  del  re  Luigi,  ven- 
ne in  Abruzzi  ;  e  ricettato  nell'Aquila  da  messer  Lallo 
con  grande  onore,  dopo  alquanti  di  messer  Filippo 
ragionò  con  messer  Lallo,  ch'egli  farebbe  rendere 
pace  a'  figliuoli  di  messer  Tedino  suoi  nimici,  i  quali 
erano  sbanditi  dell'Aquila,  e  intendea  fermare  la  pa- 
ce con  amore  e  con  parentado  ;  e  con  grande  istan- 
za il  pregò  che  li  dovesse  ricevere  nell'Aquila  con 
buona  pace.  Messer  Lallo  sentendosi  in  grande  a- 
more  co'  snoi  cittadini,  mostrò  di  poco  temere  i  suoi 
avversari,  e  di  volere  servire  messer  Filippo  accet- 
tando la  pace  e  la  loro  tornata  nell'Aquila.  Messer 
Filippo  semplicemente  con  alcuni  suoi  scudieri  li 
facea  venire  in  Aquila  \  ed  essendo  già  presso  alla 
città,  il   popolo  si  levò  a  remore,  e  prese  V  arme 
gridando:  viva  U  conte;  e  oorsono  alle  porte  e  ser- 
raronle.  Messer  Filippo  sentendo  il  remore  temette 
di  sé  ;  ma  messer  Lallo  fu  subitamente  a  lui,  con- 
fortandolo e  scusando  so,  che  questo  non  era  sua 
fattura  ma  del  popolo,  per  tema  ch'avea  de'  figliuoli 
di  messer  Todino  se  rientrassono  in  Aquila.  Mes- 
ser Filippo,  turbato  di  questo  baratto,  si  mise  in  con- 
cio di  partire,  e  la  mattina  vegnente  fu  io  cammi- 
no.  Messer   Lallo   accompagnandolo  s'allungò  dalla 
città  tre  miglia,  offerendosi  a  messer  Filippo  e  scu- 
sandosi del  caso  avvenuto  ;  e  volendosi  tornare  al- 
l'Aquila, e  prendere  congio^  da  messer  Filippo,  per 
fargli  la   reverenza  all' usanza  reale  scese  del  suo 
cavallo;  e  com'era  ordinato,  parlando  messer  Fi- 
lippo  con   lui,    e  usando  parole  di  minacce ,  uno 
scudiere  il  feri  d'  uno  stocco,  e  un  altro  appresso, 
e  ivi  a'  pie  di  messer  Filippo  fu  morto  messer  Lallo 
per  troppa  confidanza,  perdendo  il  senno  e  la  ma- 
lizia tanto  tempo  usata  nel  suo  reggimento.  Messer 
Filippo  non  s'  arrestò  per  tema  di  quel  popolo  e 
del  suo  furore,  ma  senza  alcuno  soggiorno  tornò  a 
Napoli,  e  gli  Aquilani   feciono    gran  lamento  della 
morte  di  messer  Lallo  ;  ma  non  essendovi  il  secon- 
do, ritornarono  senza  contrasto  alla  consueta  signo- 
ria reale  :  e  questo  avvenne  di  giugno  1354. 


CAPITOLO  xvni. 

Come  il  re  di  Spagna^  cacciata  la  non  eera  moglie, 

coronò  la  legUUma. 

In  questo  tempo  in  detto  anno,  avendo  il  gio- 
vane re  di  Spagna  per  moglie  la  figliuola  di  messer 
Filippo  di  Borbone  della  casa  di  Francia,  lasciandosi 


*  la  condotta.   Furono  fermati   per  quattro  anni  a' ser- 
vigi della  lega  lombarda. 

ViU4A)a  M.,  Orottìeo.    Yol.  IL 


'  capitano,  ha  U  T.  Biooi. 
'  congedo  ;  voce  antiquata. 


130 


CRONICA 


TiDcera  e  neutre  al  diiordinato  appetilOy  avendo- 
la gìh  tenuta  on  anno,    oomippe  il  degno  sagra- 
mento  del  matrimonio;  e  seguitando  il  modo  dei 
bestiali  aaracini  con  cai  conversara,  prese  per  sua 
moglie  e  sposò  nn*  altra  donna  coi  egli  amava,  nata 
delia  casa  di  Padiglia  di  Cutella,  chiamata  Maria,  con 
la  qnale  si  copnfò  con  tanta   disordinata  concnpi- 
scenia  carnale,  che  molto  dissolate  e  sconce  cose 
ne  faceva;  e  la  legittima  moglie  non  volea  vedere; 
la  qnale  vedendosi  a  sconcio  partito,  prese  segre- 
tamente sue  damigelle  e  alquanti  confidenti  di  sua 
famiglia,  e  sensa  saputa  del  re  si  tornò  in  Francia, 
richiamandosi  al  re  e  al  padre  e^gN  altri  baroni 
dell*  ingiuria  ricevuta  dal  suo  marito;  e  udita  in  Fran- 
cia la  sconcia  novella,  il  re  e  tutti  i  baroni  se  ne 
sdegnarono  forte,  e  proposono  d'andare  in  Spagna 
con  forte  braccio  per  gastigare  il  re  della  sua  follia. 
I  baroni  di  Spagna  e  le  comuni,  a  cui  dispiacea  que- 
sto fatto,  sentendo  le  novelle  di  Francia,  di  concor- 
dia se  n'  andarono  al  re,  e  rìpresonlo  duramente 
d*  avere  per  sua  sconcia  volonti  d*ana  privata  fem- 
mina fatta  tanta  vergogna  alla  caaa  di  Francia  e  alla 
loro  reina,  dicendogli,  che  se  non   ammendasse  il 
suo  fallo,  che  sarebbono  in  aiuto  al  re  di  Francia 
per  ricoverare  il  suo  onore.  Il  giovane  re  riconobbe 
il  suo  fallo,  edisposesi  di  presente  a  seguire^ il  loro 
consiglio;  e  alla  non  degna  moglie,  per  appagare 
la  legittima,  le  feciono  tagliare  i  panni  per  lungo 
infloo  alla  cintola,  a  loro  costuma,  e  con  vergogna 
la  mandarono  via  ;  e  tornata  la  moglie,  con  gran  festa 
feciono  coronare  lei  e  pacifloare  col  re,  e  quella  not- 
te giacque   con  la  reina  Bianca  sua  moglie.  Ma,  o 
che  fosse  affatturato,  o  occupato  nella  mente  del  trop- 
po peccato,  la  mattina  per  tempo  le  si  levò  da  lato, 
e  senza  fare  aasapere  altrui  alcuna  cosa  cavalcò  con 
piccola    compagnia  e  andossene  alla  terra  dov'era 
dama  Maria  ài  Padiglia,  e  d'allora  innanzi  non  volle 
mai  vedere  la  reina  Bianca;  e  perch'olla  non  si  par- 
tisse la   fece  mettere  in  Briscia  suo  forte  castello, 
e  ivi  bene  guardare:  la  quale  per  grave  sdegno,  o 
per  dolore,  o  per  malinconia,  o  per  operazione  del 
re,  che  ne  fh  sospetto,  o  per  malizia  naturale,  in- 
nanzi tempo  nella  sua  giovanezza  fini  sua  vita  ;  della 
qnale  il  re  ebbe  più  piacere  che  doglia,  e  vilmen- 
te la  fece    seppellire.  Avvenne  ancora,  che  viven- 
do la  reina  e  dama  Maria,  il  detto  re  Pietro,  non 
senza  sentimento  della  saracinesca  consuetudine,  in- 
namorato d'una  giovane  donna  vedova  di  Castella, 
di  grande  lignaggio,  la  si  prese  a  moglie  ;  e  quan- 
do con  lei    ebbe  ssziata   sua  aCrenata  libidine,  la 
cacciò  via,   e  ritennesi  alla  sua  dama  Maria,  deDa 
qnale  ebbe  un  figliuolo  maschio  e  due  femmine,  e 
poi  sopra  parto  si  mori  poco  appresso  della  reina  ; 
di  cui  il  re  si  die  grave  turbaiione,  e  il  corpo  suo 
fece  imbalsamare,  e  portare  venticinque  giornate  di 
lungi  da  Sibilia  alla  sepoltura  eh'  ella  a'  avea  eletta, 
e  fl  re,  e  per  amore  del  re  i  suoi  baroni  se  ne  ve- 
stirono a  nero.  Avemo  raccolto  qui  il  processo  della 
moglie  e  dell'altre  feounine  del  re,  per  non  isten- 
dere  in  più  parti  del  nostro  trattato  la  vile  materia. 


<  Altri  Testi:  iegmtan» 


CAPITOLO  XIX. 

Cow^ieottegmHdiLowibatéia^condoiialae 
wumdanmo  M*  imperudore. 


n  comune  di  Vinegia,  e  il  signore  di  Vero- 
ns,  e  quello  di  Padova,  e  quello  di  Mantova,  e  il 
marchese  di  Ferrara,  collegati  insieme  contro  r«^ 
civescovo  di  Milano,  avendo  condotta  per  quattro 
mesi  la  compagnia  del  conte  di  Landò,  la  quale  era 
cinquemiladugento  paghe,  ma  non  avea  oltra  a 
tremilacìnquecento  cavalieri  bene  armati,  la  qnale 
era  partita  dalla  Città  di  Castello,  e  cavalcata  sai 
contado  di  Bologna  facendo  danno,  se  n'  andarono 
a  Modena,  dov'erano  le  baitite  del  signore  di  Mi- 
lano, le  quali  non  abbono  podere  di  levare;  e  la- 
sciatovi r  assedio,  cavalcarono  in  sul  Bresciaao.  I 
collegati  vedendosi  fomiti  di  gente  da  potere  cam- 
peggiare, mandarono  ambasciadori,  del  meae  dì  lo- 
glio del  detto  anno,  aU'  eletto  imperadore,  eoa  cai 
avevano  fatto  accordo  per  fario  valicare  in  Loai- 
bardia  contro  all'arcivescovo  di  Milano;  e  dove  ri- 
cusasse la  venuta,  volevano  essere  liberi  delle  loro 
promesse.  In  questo  tempo  V  imperadore  era  in  di- 
scordia col  marchese  di  Brandimborgo,  e  catuao  a- 
veva  accolto  gente  d'  arme ,  e  con  V  eletto  era  fl 
duca  d'Osterie  e  molti  cavalieri  del  re  d'  Unghern, 
e  credettesi  si  conducessero  a  battaglia  :  ma  la  qae- 
stione  avea  lieve  cagione  di  sdegno,  sicché  lotto 
si  recò  a  concordia,  e  l' eletto  imperadore  por  Pa- 
nimo  eh' avea  di  valicare  in  Italia,  fu  più  abile  aDa 
pace  ;  e  ferma,  catuna  gente  d'  arme  si  tornò  in  rao 
paese  ;  e  senza  sospetto  de'  fatti  d' Alamagna  P  e- 
letto  si  tornò  in  Boemia,  e  deliberò  per  lo  nodo 
che  a  lui  piacque  di  valicare  in  Lombardia,  e  con 
seco  ritenne  parte  degli  ambuciadorì  della  lega  ia- 
flno  al  ano  movimento. 

CAPITOLO  XX. 

Come  %  Bordoni  fwnmo  caeciaH  di  Firemme^ 
e  mIhmMH  per  ribelii. 

Era  avvenuto  del  mese  di  luglio  del  detto  anno 
in  Firenze,  che  essendo  la  compagnia  di  fra  Mortale  a 
Sancasciano,  i  Bordoni,  de'  quali  era  capo  measer  Ghe- 
rardo di  quella  caaa,  tenendosi  essere  ingannati  éà^ 
Mangioni  e  da'  Beccanugi  loro  vicini  per  lo  dicolla- 
mento  di  Bordone  loro  consorto,  e  vedendo  la  città  sot- 
to l'arme  e  in  gelosia,  con  loro  gente  accolta  comida- 
rono  prima  con  parole  e  poi  con  l' arme  ad  assalire 
i  Mangioni;  e  rimettendoli  per  forza  nelle  case,  ia 
quell'  assalto  la  moglie  d'Andrea  di  Lippozio  de' 
Mangioni  ebbe  d'una  lancia  aopra  il  ciglio,  ond^  dk 
si  mori  poco  sppresso.  A  quello  remore  corse  di 
ogni  parte  il  popolo  armato,  e  i  priori  vi  maadvo- 
no  la  loro  famiglia,  e  feciono  acquetare  la  EofEi.  Pai 
partita  la  compagnia,  e  ritornata  la  città  al  priaio  go- 
vernamento,  parendo  al  comune  il  fallo  eaaer  grave 
in  cosi  fatto  tempo  contro  alla  repubblica,  fu  com- 
messo all'  esecutore  degli  ordini  della  giostiaia  che 


DI  MATTBO  VILLANI. 


131 


ae  facesse  inqnisinone,  e  punisse  i  colpevoli.  I  Bec-* 
eanngi  e*  Mangtooi  andarono  dinanzi  e  sonsaronsi,  e 
furono  prosoiolU  e  lasciati;  e  i  Bordoni  rìmuono 
contornaci  :  e  a  di  2  d*agosto,  nel  detto  anno,  mes* 
ser  Gherardo  con  quattro  snoi  consorti,  e  con  do- 
dici loro  segnaci  furono  condannati,  per  ayere  tnr- 
bato  il  buono  e  pacifico  stato  del  comune  di  Firen- 
se  e  per  V  omicidio,  tutti  neir  avere  e  nelle  persone, 
e  uscironsi  di  Firenze,  e  i  loro  beni  furono  gua- 
sti e  messi  tra  i  beni  de'rubelli. 


CAPITOLO  XXL 

Come  il  re  d*  Araona  tenne  con  grande  armata 
a  racquisiare  Sardegna, 

n  re  d'Araona,  che  V  anno  dinanzi  avea  per- 
duta tutta  la  Sardegna,  salvo  che  Castello  di  Castro, 
come  addietro  fu  narrato,  fatta  sua  armata  di  cen- 
tosessanta tra  galee  e  uscieri,  cooche  e  navi  ar- 
mate, con  grande  cavalleria  di  suoi  Catalani  e  molti 
mugaverì  '  a  piede,  del  mese  di  loglio  del  detto  anno 
arrivò  in  Calieri,  che  altro  non  v'aveva;  e  lascia- 
to ivi  il  navilio  grosso,  e  messi  in  terra  i  cavalieri 
e  i  mugaveri,  fece  scorrere  il  paese  e  predare  do- 
vunque si  stendeva;  e  con  le  galee  sottili  per  mare 
e  i  cavalieri  per  terra  s*addirizzò  alla  Loiera,  nella 
quale  aveva  balestrieri  genovesi,  e  masnadieri  to- 
scani e  lombardi,  che  il  vicario  dell'  arcivescovo 
signore  di  Genova  v^avea  mandati  alla  guardia,  che 
francamente  la  difendevano  e  guardavano  ;  e  con- 
tinuandovi r  assedio  ,  nondimeno  per  mare  con  le 
galee,  e  per  terra  con  la  gente  d'arme,  faceano 
guerra  air  altre  terre  e  castella  che  ubbidivano  al 
giudice  d'Alborea;  e  il  giudice,  fornito  de'  suoi  Sardi 
e  di  cavalieri  condotti  di  Toscana,  si  difendea  fran- 
camente per  modo,  che  delle  sue  terre  non  lascia- 
va  alcuna  acquistare;  e  aveva  in  suo  aiuto  V  aria  sar- 
desca^  e  '1  tempo  della  fervida  state,  che  molto  ab- 
batteva i  Catalani  di  malattie  e  di  morte  :  non  o- 
staote  ciò,  il  re  animoso  mantenea  V  assedio  stretto 


CAPITOLO  XXU. 

Come  i  Genovesi  feciono  arm€Ua  contro  o'VeneMni 

e'  Caiaiani, 

Avendo  sentito  i  Genovesi  V  armata  de'  Cata-* 
lani,  e  che  i  Veneziani  armavano,  awegnadiò  per 
la  sconfitta  l' anno  dinanzi  ricevuta  alla  Loiera  mol- 
to fossono  infievoliti,  presono  cuore  da  sdegno  per 
non  dare  la  baldanza  del  mare  al  tutto  al  loro  ni- 
mico ;  e  però  con  aiuto  di  moneta  che  procacciaro- 
no dall'arcivescovo  loro  signore  armarono  trenta- 
tre  galee  sottili,  della  migliore  gente  che  rimase 
fosse  in  Genova  e  neUa  riviera,  e  fecionne  ammi- 
raglio messer  Paganino  Dona,  il  quale  altra  volta 
avea  avuto  vittoria  sopra  i  Catalani  e'  Veneziani  in 
Romania.  Costui  sentendo  che  i  Veneziani  erano  u- 
sciti  del  golfo  con  trentacinque  galee  armate,  man- 
dò tre  galee  pii^  sottili,  e  bene  reggenti  e  armate 
nel  golfo  di  Vinegia,  le  quali  improvviso  a' paesani 
giunsono  a  Parezzo,  e  misono  in  terra  ;  e  trovan- 
do i  terrazzani  sprovveduti  e  smarriti  per  lo  subito 
assalto,  s' entrarono  nella  terra,  e  senza  trovare  con- 
trasto rubarono  e  arsono  gran  parte  della  città.  Ed 
essendo  nel  porto  tre  grossi  navilii  de'  Veneziani 
carichi  di  grande  avere,  gli  presono  e  rubarono  ;  e 
ricolti  a  galee  carichi  di  preda  de'  loro  nemici,  con 
grande  vergogna  de'  Veneziani  tornarono  sani  e  salvi 
alla  loro  armata;  la  quale  avendo  lingua  de' Vene- 
ziani, prese  la  via  di  Romania  per  abboccarsi  con 
loro  a  battaglia,  se  fortuna  il  concedesse.  L'armate 
cavalcano  il  mare  ;  e  innanzi  che  insieme  si  ritro- 
vino ci  occorrono  altre  non  piccole  cose. 

CAPITOLO  xxm. 

Come  il  tribuno  di  Roma  fece  tagUore  la  testa 

a  fra  Moriate. 

Avvegnaché  addietro  detto  sia  delle  operazioni 
di  fra  Moriale  innanzi   eh'  egli   facesse   la  grande 
compagnia,  e  poi  quanto  male  aoperò  con  quella,  so- 
e  facea  tormentare  molto  i  snoi  avversari  ;  e  ben- 1  pravvenendo  il  termine  della  sua  morte,  ci  dà  ma- 
ch' egli  sapesse  che  i  Genovesi  snoi  nimici  avesse-  teria   di  raccontare  la  cagione,  com'  egli    essendo 


no  armate  trentadue  galee,  non  se  ne  curava,  per- 
chè sapeva  che  i  Veneziani  suoi  amici  contro  a  loro 
n'aveano  armate  trentacinque:  e  ancora  gli  rendea 

molta  fidanza  la  fresca  vittoria  eh'  aveva  avuta  in  1  pò  soldato  franco  cavaliere ,  e  atto  singolarm< 
quel  luogo  co' Veneziani  insieme  sopra  i  Genovesi,  •-  -  ^-"■*  '^**'*-  —« n— »—  -  -.-.h^  — «: 
e  però  intendea  coraggiosamente  a  fare  la  suagner- 
ra  per  terra  e  per  mare.  Lasceremo  ora  T  intrigata 
guerra  di  Sardegna  che  il  tempo  vegna  della  snn  fi- 
ne, e  seguiremo  altre  novità  che  prime  ci  occor- 
rono a  raccontare. 


*  Saldati  armati  di  mugaviri^  che  sono  una  specie  di 
dardo  antico.; 

'  La  Sardegna  ai  tenea  in  antioo  d' aria  malsana  e  qoaai 
venefica. 


semplice  friere,  condusse  tanti  baroni  e  conestabili 
e  cavalieri  a  collegarai  ìotto  il  ano  reggimento  in 
compagnia  di  predoni.  Costui  fu  in  Italia  lungo  tem- 

men- 
te   a  ogni    fatica   cavalleresca  ,    e    molto   avvisa- 
to in  fatti  d'arme;  il  quale  considerò  ohe  tutte  le 
terre  e'  signori  d' Italia  facevano  le  loro  guerre  con 
soldati  forestieri,  e  i  paesani  poco   compariano   in 
arme  ;  e  parve  n  lui  che  accogliendosi  i  conestabili 
per  via  di  compagnia,  e  partecipando  con  loro  che 
rimanevano   al  soldo ,  che  in  ninna  parte    trove- 
rebbono  contrasto  in  campo:  e  avendo  questo  veri- 
simile messo  nel  capo  a  molti  conestabili,  l'nnosmo- 
vea  r  altro,  e  traevano  gente  di  catnna  bandiera  che 
rimaneva  al  soldo  ;  e  con  qnett'  ordine,  essendo  in 
loro  libertà,  si  pensavano  sottoporre  e  fare  tributa- 
ria tutta  Italia,  e  pensavano,  se  alcuna  buona  dttà 
I  venisse  loro  presa,  che  per  forza  tutte  l' altre  eon- 


IS» 


cRoraci 


verrebbe  cbe  gosteaeMono  il  giofo  ;  e  sotto  questo 
segreto  consiglio  tutti  i  cooestabili  delle  nasnsde 
tedesche,  e^  BorgogBoai  e  altri  oltranoottni  proni* 
sono  e  giararòoo  da  capo  la  conpagnia  e  obbidien- 
sa  a  messer  fra  Morìale,  e  per  passare  il  verno  al- 
l' altrui  spese  presoao  il  soldo  della  lega  de'  Lom- 
bardi, e  nesser  fra  Moriale  ;  sotto  titolo  di  mostrare 
d'avere  a  ordinare saoi propri  fatti,  risaase  in  Tosoa- 
oa:  ma  nel  segreto  fu,  obe  prowederebbe  dellnogo 
dove  dovessoBO  tornare  al  primo  tempo.  Costni  bal- 
daiioso  con  poca  compagnia,  come  detto  abbiamo, 
se  n'  andò  a  Perugia,  e  di  là  mandò  i  fratelli  con 
certe  masnade  di  snoi  cavalieri  al  trìbnoo,  cb'  era 
di  noovo  ritornato  in  Roma,  per  atarlo.  Essendo 
stato  prima  cacciato  da'  Romani,  e  tenuto  in  esilio, 
e'  fa  prigione  dell'  eletto  imperadore  longo  tempo, 
e  poi  per  lo  male  stato  de'  Romani,  di  volontà  del 
papa  e  del  popolo  fa  ricbiamato;  e  rendotagli  laai- 
gnoria,  con  più  baldanta  cbe  di  prima,  non  ostante 
cbe  predetto  gli  fosse,  o  per  revelasioae  di  spirito 
immondo  o  per  altro  modo,  che  a  remore  di  popo- 
lo sarebbe  morto,  e' faceva  rigida  e  aspra  signoria, 
e  reprimendo  la  baldansa  de' principi  di  Roma;  on- 
de fa  opinione  di  molti  cbe  i  Colonnesi  s' intendes- 
iono  contro  a  lai  con  fra  Moriale  per  abbatterìo 
della  signoria  del  tribanato  :  ma,  come  che  si  fosse, 
poco  appresso  la  mandata  de'  fratelli  fra  Moriale  andò 
a  Roma,  e  il  tribuno  il  fece  chiamare  a  sé,  ed  egli 
senza  alcuno  sospetto  andò  a  lui  ;  e  giuntogli  innanu, 
senza  altro  parlamento  il  tribuno  gli  mise  in  mano 
un  processo  di  tradimento  ohe  fare  dovea  contro  a 
lui,  e  come  pubblico  principe  di  ladroni,  il  quale 
aveva  assalite  la  città  della  Marca  e  di  Romagna,  e  le 
città  di  Firenze,  di  Siena  e  d'Arezzo  in  Toscana,  e 
fatte  arsioni  e  violenze  e  ruberìe  aenza  cagione  in 
catuna  parte ,  e  molte  uccisioni  d' uomini  innocenti  ; 
delle  quali  cose  disse  che  di  presente  si  scusasse.  E 
non  avendo  scusa  contro  alla  verità  del  libello,  aenza 
voler  più  attendere,  a  di  29  d'agosto  del  detto  an- 
no gli  fece  levare  la  testa  dall'  imbusto  '  :  e  così  fini 
il  malvagio  friere,  cagione  di  molto  male  passato  e 
di  maggiore  avvenire  per  l' aoperazione  della  mala- 
detta  compagnia  ;  per  la  qual  cosa  s' aggiugnerebbe 
memoria  degna  di  gran  lodi  al  tribuno  se  per  movi- 
mento di  chiara  giustizia  l'avesse  fatto;  ma  perocché 
egli  prese  i  fratelli,  e'  beni  di  fra  Moriale  e'  loro,  e 
pubbliooUi  a  sé,  parve  cbe  d' ingratitudine  de'  servigi 
ricevuti  e  d' avarizia  maculasse  la  sua  lima  :  e  ab- 
bianne  più  detto  che  forse  non  si  conveniva  ;  ma  per 
lo  malo  esempio  dato  a'  soldati,  e  per  la  giusta  ven- 
detta della  sua  morte,  ne  crediamo  avere  alcuna  scusa. 

CAPITOLO  XXIV. 

D*  una  sformcUa  gramdmé  venuta  a  Mampelieri^  e 
delia  icuroiùme  del  $ole. 

A  di  1 2  di  settembre  f  354  cadde  sopra  Mompe- 
lieri  e  nelle  ciroustanse  «na  grandine  sformata  di  groa- 


*  V&n  ta  decapitato  ;   ma  squartato  e  bruciato,  e  fhron 
Je  aae  ceneri  diapene  al  vaato. 


aeiza  di  più  d'una  comune  melarancia,  e  fece  a*  fratti 
e  agli  uomini  gravissimi  dsnni,  e  le  bestie  che  tro- 
vò ne'  eampi  alla  scoperta  accise,  e  gasalo  Bollo 
le  copriture  delle  case.  E  poi,  a  di  17  del  d^lo 
meae,  fu  scurazione  dei  sole,  e  darò  a  Firenne 
terza  ora»  coperto  nella  maggiore  parte  il  corpo 
lare.  Di  sua  influenza  poco  potemmo  vedere  e  oona- 
prendere,  salvo  che  asdntto  e  freddo  aeguUò  lotto 
il  verno  aingolannenle. 

CAPITOLO   XXV. 
Come  mori  F  arcitescovo  di  Milano. 

Messer  Giovanni  de'  Visconti  arcivescovo  di 
Milano,  potentissimo  tiranno  in  Italia,  avendo  dila- 
tata la  fama  della  sua  potenza  in  grande  altesza,  o 
vivalo  al  mondo  lungo  tempo  in  dissolata  vita  ao- 
oondo  prelato,  vedendosi  avere  vinta  sua  pugna,  o 
soperchiata  nel  temporale  la  Chiesa  di  Roma,  e  ri* 
conciliatosi  a  quella  oo'  suoi  sformati  doni,  •  cho 
tutta  Italia  il  temeva,  e  V  eletto  imperadore  non  n- 
vea  ardire,  eziandio  sollecitato  dalla  forza  e'  danari 
della  lega  di  Lombardia,  pigliare  arme  contro  a  lui, 
vaneggiente  nel  colmo  della  sus  gloria,  uno  vener- 
dì sera,  a  di  3  d'ottobre  1354,  gli  apparve  nella 
fronte  sopra  il  ciglio  un  piccolo  carbonchiello',  del 
quale  poco  si  curava  ;  e  il  sabato  sera  a  dì  4  del 
detto  mese  il  fece  tsgliare,  e  come  fu  taglialo, 
oadde  morto  l'arcivescovo  seaza  potere  fare  testa- 
mento, 0  alcuna  provvisione  dell'  anima  sua  o  della 
successione  de'  suoi  nipoti  nella  signoria  ;  i  quali 
feciono  al  corpo  solenne  eseqaie,  e  senza  questiono 
con  molta  concordia  si  ristrinsono  insieme,  facendo 
grande  onore  l'  uno  all'  altro  ;  per  la  qual  cosa  i 
Milanesi  e  tutti  i  loro  sudditi  stettono  in  obbedieana 
de'  nuori  signori,  tsnto  che  poi  con  nuova  sugge- 
zione  di  tutti  i  popoli  si  feciono  dichiarare  signori, 
come  appresso  racconteremo,  rendendo  prima  il  no- 
stro debito  alla  sprovveduta  e  violente  morte  del 
tribuno  di  Roma,  e  allo  strano  avvenimento  dell'  o- 
letto  imperadore  in  Italia. 

CAPITOLO  XXVL 

Coma  il  tribuno  di  Roma  fu  morto  a  furia 

di  popolo. 

H  primo  tribuno  romano  dopo  la  sua  cacciala 
tornato  in  Roma  con  comune  assentimento  delT  in- 
costante popolo,  e  ordinati  statuti  a  franchigia  e  a 
fortificagione  del  popolo,  e  certe  entrate  al  comune 
per  fortificare  la  aignoria,  procacciava  di  fornirai  di 
cavalieri  e  di  masnadieri  di  soldo,  per  potere  me- 
glio raffrenare  i  potenti  cittadini,  i  quali  aapea  ch'e- 
rano contro  al  suo  tribunato  ;  e  come  uomo  oh'  a- 
vea  grande  animo,  credeva  col  favore  del  feUaeo 
popolo  fare  gran  cose  :  e  cominciato  avea,  ma  non 

'  La  puiàida  maligna  (antraoo  maligno)»  o  fera*  n  oom 
detto  earìxme  peHileiunaìéf  il  quale,  aeoondo  La  Chevrie, 
Bayle  e  Devy,  può  apontaneameate  avilsppani  aell'iiomo, 
aensa  il  contatto  di  corpi  contagioaL 


DI  MATTEO  VILLANI. 


133 


bene  ;  perocché  cfacndo  in  Roma  uno  ttlente  e  ea- 
YÌo  nomo,  Pandolfo  de'  Pandolfnccì  antico  cittadino, 
e  di  grande  anlorìtà  nel  cospetto  del  popolo,  e  te- 
mendo il  tribuno  di  lui,  solo  perchè  gli  pareva  atto 
a  poter  mnorere  il  popolo  per  la  sua  antorità  e 
per  la  saa  eloqaenxa,  tirannescamente  e  senza  col- 
pa il  fece  decapitare;  e  per  questo,  e  per  la  morte 
di  fìra  Modale,  i  principi  di  Roma|  massimamente  i 
Coloonesi  e'  Sayelli,  temeano  forte,  e  procacciavano 
di  farlo  cacciare  o  morire.    B  sparta  già  1*  infamia 
della  morte  di  Pandolfo  tra  il  popolo,  fu  più  leggie- 
re a*  Colonnesi  e  a  Luca  Savelli  venire  alla  loro  in- 
tenzione;   e  con   lieve   movimento    alquanti  amici 
de*  Colonnesi  e'  Savelli  della  riva  del  Tevere,  a  loro 
stanza  cominciarono  a  levare  remore  contro  il  tribu- 
no e  corsone  all'arme;  e  con  T  aiuto  de*  Colonnesi 
e  de*  Savelli,  e  di  certi  Romani  offesi  per  la  morte 
di  Pandolfo,  dimenticando  la  franchigia  del  popolo, 
a  di  8  d' ottobre  del  detto  anno  in  su  la  nona  cor- 
sono  al    Campidoglio,  dicendo:   muoia  il  tribuno. 
D  tribuno,  sprovveduto  di  questo  subito  e  non  pen- 
sato  furore  del  popolo,  francamente  provvide  co- 
me necessità  V  ammaestrava,  e  di  presente  s*  armò 
e  prese  il   gonfalone  del  popolo,    e  con    esso  in 
mano  si  fece  alle  finestre  ;  e  trattolo  fuori,  comin- 
ciò a  gridare  ad  alta  voce   viva  il  popolo^    pen- 
sando che  il  popolo  dovesse  trarre  al  suo  aiuto: 
ma  trovossi  ingannato,  che  il  popolo  il  saettava,  e 
gridava  la  sua  morte  ;  e  avendo  egli  sostenuto  con 
parole  e  con  difesa  T  assalto  fino  al  vespero,  e  ve- 
dendo il  popolo  piìk  acerbo  e  più  infocato  contro 
n  sé  da  sozzo  che   da  prìma,  e  che  soccorso  da 
ninna  parte  aspettava,  pensò  di  campare  per  inge- 
gno ;  e  tramutato  V  abito  suo  ih  abito  di  ribaldo, 
fece  aprire  le  porte  del  palagio  alla  sua  famiglia  al 
popolo  perché  intendesse  a  rubare,  come  solea  es- 
sere loro  usanza;  e  mostrandosi  nella  ruberia  co- 
me uno  di  loro,  avea  preso  un  fascio  d*una  mate- 
rassa con  altri  panni  dal  letto  ;  e  scendendo  la  pri- 
ma  e  la  seconda   scala  senza   essere    conosciuto, 
dicea  agli  altri  :  iu  a  rubare^  che  e*  ha  roba  assai  ; 
ed  era  già  quasi  al  sommo  di  scampare  la  morte, 
quando  uno,  eoi  egli  avea  offeso,  cosi  col  fascio  in 
collo  il  conobbe,  e  gridando  quesH  ò  il  tribuno,  H 
ferì;  e  V  uno  dopo  l'altro  trattolo  fuori  dell* uscio 
del  palazzo,  tutto  lo  stamparono  co*  ferri,  e  taglia- 
rongli  le  mani  e  sventraronlo,  e  misongli  un  cape- 
stro al  collo  e  tranaronlo  fino  a  casa  i  Colonnesi;  e 
fatto  quivi  un  paio  di  forche,  v'  appiccarono  lo  sven- 
turato corpo,  ove  più  di  il  tennero  appeso  senza  se- 
poltura. E  questa  fu  la  fine  del  tribuno,  dal  quale  il 
popolo  romano  sperava  potere  riprendere  sua  libertà. 

CAPITOLO  xxvn. 

Come  r  imperadore  Carlo  tenne  in  Lombardia. 

Messer  Carlo  di  Luzimborgo,  re  di  Boemia  e 
re  de*  Romani,  eletto  imperadore,  avendo  accettata 
la  profferta  del  comune  di  Vinegia  e  del  Gran  Ca- 
ne di  Verona  e  degli  altri  allegati  di  Lombardia 
contro  airarcivesoovo  di  Milano,  considerò  che  per 


la  sua  non  grande  facoltà  d*  avere  e   di  potenza  il 
fascio  di  cotanta  impresa  gli  era  troppo  grave;  e  av- 
visossi  con  grande  discrezione,   ohe  a  volere  venire 
in  Italia  per  la  corona  del  ferro,  e  appresso  per 
r  imperiale,  che  gli  convenia  per  forza  vincere  i  si- 
gnori e  le  città  e*  popoli  d' Italia   che  gli  fosiono 
avversi,  o  con  senno  o  con  amore  recare  a  sé  gli 
animi  loro  ;  ricordandosi  die  V  imperadore  Arrigo 
suo  avolo,    avendo   seco  tutto   il  favore   de*  ghi- 
bellini, e  mosso  con  più  di  diecimila  cavalieri  te- 
deschii  gente  eletta,  guidata  da  grandi  baroni  e  no- 
bili cavalieri,  credendosi  per  forza  sottomettere  par- 
te guelfa  in  Italia,  avendo  seco  tutta  la  forza  de*  ghi- 
bellini, passò  in  Italia;  e  non  potuto  per  sua  forza 
domare  gli  avversari  né  avere  la  corona,  com*è  la 
costuma,  nella  basilica  di  San  Pietro,  e  consumate  le 
sue  forze  senza  essere  ubbidito,  rendè  a  Buonoon- 
vento  il  debito  della  carne  alla  terra,  e  1*  anima  a 
Dio.  Per  lo  bui  esempio  ravvisato  eletto  Carlo  im- 
peradore, abbandonato  ogni  pensiero  di  sna  potenza, 
e  di  quella  che  promesso  gli  era,  fidanza  prese  nel 
suo  temperato  proponimento  ;  e  non  volendo  a*  col- 
legati negare   la   promessa   della  sua  venuta ,   né 
mostrare  che  contro  a*  signori  dì  Milano  si  movesse, 
veduto  il  tempo  atto  al  suo  proponimento,  mosse 
d*  Alemagna  con  trecento  cavalieri  in  sua  compagnia, 
venendo  in  Aqnilea;  e  giunto  a  Udine,  a  di  14  di 
ottobre  del  detto  anno,  s*  accompagnò  il  patriarca 
suo  fratello  con  poca  gente  senz*  arme  ;  e  cavalcan- 
do a  buone  giornate,  giunsono  in  Padova  a  di  4  di 
novembre,  ove  fu  ricevuto  a  grande  onore  ;  e  fatti 
alquanti  cavalieri   de*  signori  e   di  loro  prossimani 
della  casa  da  Carrara,  e  lasciati  i  signori  suoi  vica- 
ri nella  signoria  della  città,  a  di  7  di  novembre  prese 
suo  cammino:  e  temendosi  messer  Gran  Cane  che 
non  entrasse  in  Vicenza  né  in  Verona,  il  fece  con 
lieve  onore  conducere  per  lo  contado  alla  città  di 
Mantova  ;  e  ivi  ricevuto  come  signore,  prese  a  fare 
suo  dimoro  per  trattare  se  tra  i  Lombardi  potesse 
mettere  accordo  ;  e  ivi  attendea  s*  e*  comuni  e*  popo- 
li e*signori  di  Toscana  gli  maodassono  ambasciado- 
ri,  per  potersi  meglio  provvedere  alla  sna  coronazio- 
ne.  Lasceremo  ora  alquanto  questa  materia,   tanto 
che  alcuna  cosa  degna  di  memoria  occorra  di  ciò  al 
nostro  proponimento,  e  diremo  dell*  altre  che  prima 
addomandano  il  debito  alla  nostra  penna, 

CAPITOLO  xxvm. 

Come  i  tre  fratelli  de"  Visconti  di  Milano  furono 
fatti  signori^  e  loro  divise» 

Tornando  a^  fatti  de'  Visconti  di  Milano,  dopo 
la  morte  dell*  arcivescovo  messer  Maffiolo,  e  messer 
Bernabò,  e  messer  Galeazzo,  figliuoli  che  furono  di 
messer  Stefano  nipote  dell*  arcivescovo,  essendo  for- 
niti di  molti  cavalieri  e  masnadieri  per  difendersi  e 
abbattere  giusto  loro  podere  la  forza  degli  altri  Lom- 
bardi collegati  contro  a  loro,  e  da  resistere  ali*  im- 
peradore se  muover  si  volesse  contro  a  loro,  stare 
facevano  tutte  le  loro  città  e  castella  in  buona  guar- 
dia e  sollécita  ;  ed  essendo  tutti  e  tre  in  Milano,  si 


134 


CRONICA 


feeiOBO  eleggere  tigiorì  iodifferaiiemeiite  a  di  IH 
d'ottobre,  e  approMO  si  fedono  Aire  a  lotte  le  città  del 
loro  distretto  il  aimigliaiite;  ed  euendo  da  tatti  con- 
fermati nella  eignerìa,  si  partirono  tra  loro  il  reg- 
gimento in  questo  modo  :  che  Mflano  fosse  oomone 
a  tiMy  e  deir  altre  dttà  feoiono  di  concordia  tre 
parti,  salTO  la  città  di  Genera,  che  yoUono  che  ri- 
manene  cornane  in  fra  loro  come  Milano  ;  e  gitta- 
rono  le  sorti,  per  le  qnali  a  messer  Maffiolo,  ch'era 
il  maggiore,  toccò  Parma,  Piacensa,  Bologna  e  Lo- 
di; a  messer  Bernabò,  Cremona,  Brescia  e  Berga- 
mo ;  e  a  messer  Galeazzo,  Como,  NoTara,  Vercelli, 
Asti,  Tortona  e  Alessandria,  con  tre  altre  terre  di 
Piemonte  :  e  nondimeno  a  comune  ne^  comincia- 
menti  manteneano  la  spesa  de^  soldati,  e  molto  o- 
noran  Tubo  T altro,  e  di  gran  concordia  faceano 
le  loro  imprese.  A  messer  MafBlo,  perchè  era  di  più 
tempo  e  di  nùnor  virtà,  rendeano  onore  di  metterlo 
innanzi  ne'  titoli  e  ne'  consigli;  i  fatti  della  caval- 
lerìa e  dell*  arme  erano  contenti  che  goidasse  mes- 
ser Bernabò,  che  n'era  più  sporto;  e  messer  Ga- 
leazzo ne  prendea  aloona  volta  parte,  come  a  lai 
piacea.  Essendo  qnesti  signori  di  Milano  cosi  ordi- 
nati tra  loro,  soprawennto  T  eletto  imperadore  in 
Mantova,  stavano  apparecchiati  in  loro,  senza  fare 
altro  movimento  di  guerra  centra  a'  loro  avversari  ; 
e  gli  allegati  anche  stavano  a  vedere  che  V  impera- 
dore facesse,  senza  muovere  la  loro  gente  a  far 
guerra. 

CAPITOLO  XXIX. 

Cerne  Timperadùre  Oando  a  Manieta  irailata 
la  pace  de*  Lombardi, 

L' imperadore  avendosi  avvisatamente  condotto 
in  Lombardia  di  verno,  e  sapendo  la  gran  forza  di 
gente  di*  aveano  i  signori  di  Milano,  e  la  potenza 
del  loro  tesoro  e  delle  loro  entrate,  fece  venire  a 
sé  fai  Mantova  gli  ambasdadori  del  comune  di  Vi- 
negia  e  di  tutti  i  signori  collegati,  e  con  loro  iosie- 
me  vide  che  la  sua  forza  e  la  loro  in  que'  tempi 
non  era  sufllciente  a  tanto  fatto,  quanto  volevano 
imprendere.  Ancora  considerò,  che  stando  egli  a 
Mantova  ninno  signore  o  comune  d' Italia,  salvo  che 
i  collegati,  era  venuto  o  avea  mandato  a  lui  contro 
a*  signori  di  Milano  ;  e  però  gli  parve  che  le  cose 
fessone  assai  bene  disposte  al  suo  proponimento, 
col  quale  s'era  messo  a  farsi  trattatore  di  pace,  per 
accattare  da  ogni  parte  benevolenza,  e  non  pren- 
dere nimidzia  con  alcuno  :  e  però  cominciò  a  trat- 
tare della  pace  ;  e  parendogli  che  catuno  d  dispo- 
nesse a  veleria,  acciocché  quelli  della  lega  non  por- 
tassono  la  gravezza  del  soldo  della  gran  compagnia, 
la  fece  licenziare  a  di  8  di  novembre  e  quelli  della 
compagnia  ne  furono  contenti  :  ed  essendo  in  sul 
Bresciano,  parte  ne  condussono  i  signori  di  Milano, 
e  parte  la  lega  ;  e  il  rimanente  d  ritenne  in  com- 
pagnia col  conte  di  Landò.  L' imperadore  seguiva 
con  solledtudine  che  la  pace  si  facesse,  e  in  lungo 
processo  di  trattato  più  volte  corse  la  voce,  che  la 
pace  era  fatta.  Ma  nascendo  ora  dall'una  parte,  ora 


dairdtra  cagione  di  tirare,  la  pace  non  veniva  n  por-- 
fezione  ;  e  in  questo  soprastare  vennono  nccidemti 
che  non  la  lasdarono  venire  a  perfezione,  i  quali 
diviseremo  nel  tempo  eh*  awennono,  secondo  Tordi- 
ne  del  nostro  trattato. 

CAPITOLO  XXX. 
Come  furono  preti  i  legni  che  andavano  a  Palenmo, 


Del  mese  d*  ottobre  del  detto  anno,  il  re 
sentendo  la  dttà  di  Palermo  in  gran  bisogno  di 
vittuaglia  e  di  gente  d*arme  per  la  difesa  contro 
a*  nemid,  fece  armare  tre  galee,  e  uno  panfano  e 
dodid  legnetti,  e  una  nave,  e  tutte  le  fece  carionre 
di  grano  e  d*  altra  vittuaglia,  e  fece  amadraglto  il 
conte  di  Bollante  Potarzio  d'Ischia,  e  comandogM 
chele  conducesse  in  Palermo;  ed  essendo  nel  mare 
di  Calabria  si  vidono  coi|tra  galee  di  Messinesi,  che 
stavano  alla  guardia  per  procacdare  di  vittuaglia,  di 
che  aveano  gran  bisogno  ;  le  quali  vedendo  quelle 
del  Begno  con  legni  armati,  e  conoscendo  la  loro 
poca  virtù,  s'  addirizzarono  verso  loro.  11  conte  ve- 
dendole venire,  come  codardo  non  prese  alcuna  di- 
fesa; ma  la  sua  propria  galea  abbandonò,  perch'avea 
del  grano  in  corpo;  e  montato  au  un  legno  arma- 
to, innanzi  che  i  nemid  s*  appreasassono  si  fu^gi. 
Le  galee  de'  Messinesi  giugnendo  a  quelle  del  Re- 
gno, le  trovaron  senza  capitano  e  senza  difeaa  ;  e 
però  le  si  presono  col  carico  e  colla  gente,  e  con 
gran  festa  e  gazzarra  questa  utile  preda  al  bisogno 
della  loro  città  misono  in  Messina,  ove  furono  rice- 
vuti a  grande  onore,  più  per  loro  bisogno  che  per 
la  piccola  vittoria. 

CAPITOLO  XXXL 
Come  ti  cominciò  guerra  in  Puglia  tra  loro. 

Messer  Luigi  di  Durezze,  cugino  carnale  del  re 
Luigi,  vedendo  che  il  detto  re  avea  dato  al  preaze 
di  Taranto  e  a  messer  Filippo,  suoi  fratelli  carnali, 
grandi  baronaggi  in  Puglia  e  nel  Regno,  né  a  Ini, 
né  a  messer  Ruberto  non  avea  data  nulla  cosa,  con 
giusto  sdegno,  vedendosi  in  povero  stato,  si  ten^ 
del  re  e  ddla  reina  malcontento  ;  e  il  conte  di  Mi- 
nerbino,  tenendosi  anche  male  del  re  e  della  reina, 
s*  accostò  con  messer  Luigi,  e  propuosono  di  Te- 
iere fare  guerra  nel  paese  di  Puglia.  Per  questa  te- 
ma il  re  e  la  reina  andarono  in  Paglia  cercando  ri- 
conciliarsi con  parole  ;  e  mandaronli  pregando  che 
venissono  a  loro  :  e  consigliati  insieme,  ordinarono 
che  il  conte  v'andasse,  avendo  prima  per  sua  d- 
curtà  per  stadichi  il  vescovo  di  Bari  e  messer  Gian- 
notto ddlo  Stendardo  in  Minerbino  ;  e  cosi  fu  fatto. 
B  stando  col  re  e  con  la  reina,  non  d  trovò  modo 
d'  accordo,  né  che  messer  Luigi  si  volesse  assicn- 
rare  di  andare  a  loro.  In  questo  stante,  gente  d'ar- 
me acconcia  a  far  male  percossone  alla  atrada,  e 
presone  settanta  muli  che  tornavano  da  Barìetta  con 
poca  roba,  e  menargli  via,  in  vergogna  della  coro- 
na, essendo  la  persona  del  re  nel  paese.  B  tomnn- 


DI  IfATTBO  VILLANI. 


1S5 


dosi  il  re  e  la  reina  i  Napoli,  messer  Luigi  e  il 
Paladino  preaono  ardire  di  più  aperta  robellione,  e 
accolfono  gente  d'arme,  e  correano  per  lo  paese. 
Ma  sentendosi  di  piccola  possanza,  entrarono  in  trat- 
tato col  conte  di  Landò,  che  doTesse  condacere  la 
compagnia  nel  Regno.  Soprastaremo  alquanto  al  pre- 
•ente  a  questa  materia,  parandocisi  innanzi  più  no- 
iefole  ayyenimento  di  grave  fortuna. 

CAPITOLO  xxxn. 

Coffie  f  Genovesi  sconfissono  i  Veneziani 
a  Porìolungo  in  Romania, 

Avendo  la  non  domata  rabbia  del  comune  di 
Genova  e  di  quello  di  Vinegia  condotto  le  loro  ar- 
mate in  Romania,   essendo  messer  Paganino  Dona 
di  trentatre  galee  genovesi  ammiraglio,    e  messer 
Niccolò  da  ca  Pisani  ammiraglio  di  trentacinque  ga- 
lee de'  Veneziani,  e  tre  panfani  e  uq  legno  armato, 
e  venti  tra  saettie  e  barche,  e  cinque  navi  di  carico, 
tutte  armate  e  incastellate,  e  navicando  V  una  ar- 
mata e  r  altra  per  Io  mare  di  Romania  a  fine  d'ab- 
boccarsi insieme,  non  vi  si  poterono  trovare  :  Tam- 
miragUo  de'  Veneziani  con  tutte  le  galee  e  gli  altri 
navilii  della  sua  armata  si  ridusse  nel  porto  di  Sa- 
pienza nella  Romania  bassa,  e  ivi  s'ordinò,  avendo 
lingua  de'  suoi  nemici  ch'erano  nel  mare  di  Roma- 
nia, in  questo  modo  :  che  le  navi  mise  nella  bocca 
del  porto  incatenate  insieme,  e  con  esse  venti  galee 
alla  guardia,  e  molto  le  feee  bene  armare  e  accon- 
ciare alla  difesa  della  bocca  del  porto,  e  con  qae- 
ate  rimase  il  loro  ammiraglio  ;  V  altre  qwndid  ga- 
lee, co'  legni  armati  e  con  le  saettie,  accomandò  a 
uno  da  ca  Morosini  di  Vinegia,  e  misele  dentro  nel 
Portolungo,  acciocché  stessono  più  salve,  e  potes* 
sono  contrastare  a'  nemici  dinanzi,  e  l'ammiraglio  di 
dietro,  se  caso  venisse  che  l'armata  de'  Genovesi  si 
mettesse  nel  porto.    L' ammiraglio  de'  Genovesi  a- 
vendo  in  Romania  sentito  lingua  dell'  armata  de'  Ve- 
neziani ,  e  com'  erano   più   galee  e  assai  legni  di 
carico  incastellati  più  di  loro,  e  che  fatto  aveano  la 
via  di  Portolungo  di  Sapienza  nella  Romagna  bassa, 
come  uomo  di  gran  cuore  e  ardire,  avvilendo  i  suoi 
nemici  che   non   aveano  cercato  d'abboccarsi  con 
lui,  ma  piuttosto  fatto  vista  di  schifarlo,  di  presente 
s' addirizzò  con  la  sua  armata  verso  il  porto  di  Sa- 
pienza per  richiedere  i  Veneziani  di  battaglia  ;  e  co- 
me giunto  fu  sopra  il  porto  di  Sapienza,  vide  come 
i  Veneziani  co'  loro  navigli  incastellati  e  incatenati 
e  con  le  galee  s' erano  afforzati  alla  bocca  del  porto, 
e  parvegli  segno  ohe  non  volessono  combattere; 
nondimeno  per  mostrarsi  a'  nemici  senza  paura,  non 
credendosi  venire  a  battaglia,  stando  aringati  sopra 
il  porto,  mandò  a  richiedere  Y  ammiraglio  de'  Ve- 
neziani di  battaglia,  dicendo,  come  l' attendea  fuori 
del  porto,  per  porre  fine  a'  travagli  e  alle  tribola- 
zioni che  gli  altri  navicanti  e  tutto  il  mare  portava 
della  loro  guerra.   L'  ammiraglio  de'  Veneziani  ri- 
spose, eh'  era  in  casa  sua,  e  non  intendea  combat- 
tere a  rìohiesta  de'  suoi  neauci,  ma  quando  a  Ini 
paresse  preoderebbe  la  battaglia.  I  Genovesi  più  in- 
animati, veggendo  ricusavano  la  battaglia,  da  capo 


la  dimandarono,  vituperando  i  loro  avversari,  so- 
nando e  risonando  trombe  e  nacchere  *,  e  vedendo 
che  ninno  aegno  si  facea  pe'  Veneziani  di  muoverai 
ad  alcuno  atto,   presono  un  folle  ardimento,  ae  i 
Veneziani  aveasono  aoperato  come  poteano  l'armi  ; 
perocché  Giovanni  Dona,  nipote  dell'ammiraglio,  mat- 
tamente si  mise  con  una  galea  ad  entrare  nel  porto, 
e   appresso  di  lui  il  figliuolo  dell'ammiraglio  con 
la  sua,  entrando  aotto  la  guardia  delle  navi  e  delle 
galee.  I  Veneziani  vedendoli  entrare,  follemente  li 
lasciarono  entrare,  sperando  rinchiuderli  nel  porto 
e  averli  tutti  a  man  salva  ;  e  così  senza  contrasto, 
per  stare  1  giovani  che  a'  erano  messi  a  quello  pe- 
ricolo, v'  entrarono  tredici  galee  di  Genovesi,  l' una 
dopo  r  altra ,  senza  essere  impedite  o  combattute 
dall'  ammiraglio  o  dalla  sua  armata  oh'  era  alla  guar- 
dia della  bocca  del  porto;  e  trovandosi  nel  porto, 
si  dirizzarono  con  ordine  e  con  grande  ardimento 
a  combattere  le  quindici  galee  de'  Veneziani  e'  le- 
gni armati  ch'erano  nel  porto,  le  quali  aveano  le 
prode  a  terra  per  loro  agiamento,  ed  erano  più  atte 
alla  difeaa.  1  Genovesi  l' assalirono  con  aspra  bat- 
taglia \  ma  quale  che  fosse  la  cagione,  o  per  sdegno 
preso  contro  all'ammiraglio  che  non  uvea  impedito 
la   loro  entrata,  e   non  s'era  mosso  alla  loro  di- 
fesa, 0  per  molta  codardia,  a  quel  punto  feciono 
piccola  difesa,  e  però  nel  primo  assalto  furono  as- 
Sji  de'  Veneziani  feriti  e  morti  :  e  pignendo  i  Ge- 
novesi, con  piccola  resistenza  de'  loro   avversari 
montarono  in  sulle  galee,  e  in  poca  d' ora  tutti  gli 
abbono  presi  e  sbarattati;  ne'  quali  molti  più  anne- 
garono gittandosi  in  mare  per  fuggire,  che  quelli  che 
morirono  di  ferro.    Avendo  questo  tredici  galee  a- 
vuta  piena  vittoria  delle  quindici  del  porto,  feciono 
segno  al  loro  ammiraglio  e  ali'  altre  galee  ch'erano 
fuori  del  porto,  della  loro  vittoria  ;  le  quali  con  gran- 
de baldanza  e  ardire  si  misono  innanzi,  per  volere 
combattere  le  venti  galee  e  le  navi  ch'erano  alla 
guardia   della  bocca  del   porto  ;  e  le  tredici  vit- 
toriose vennono  dall'altra  parte,  avendo  due  corpi 
di  galee  veneziane  affocato  per  metterle  loro  ad- 
dosso. Strignendosi  d'ogni  parte  la  battaglia,  l'am- 
miraglio veneziano   ingannato   per    molta  viltà  del 
primo  suo  avviso,  e  sbigottito  delle  quindici  galee 
perdute,  e  della  battaglia  d*  ogni  parte  si  vedea  ap- 
parecchiare, s'arrendè  alla  misericordia  de'  Genovesi  ; 
e  da  quel  punto  innanzi  più  non  v'ebbe  morto  o 
ferito  alcuno  Veneziano  :  tutti  furono  prigioni,  pe- 
rocché in  porto  e  tutto  in  mare  di  lungi  dalla  terra 
ferma  ninno  dell'  armata  de'  Veneziani  campò  che 
non  fosse  preso  o  morto  ;  e  i  prigioni  furono  per 
novero  cinquemilaottooentosettanta,  i  quali  con  tutte 
le  galee,  e  altri  legni   e  narigli,  con  grande  vitto- 
ria quasi  senza  loro  danno  menarono  a  Genova,  la- 
sciati nel  porto  e  nella  marina  di  Sapienza  quattro- 
mila 0  più  corpi  di  Veneziani  morti  e  annegati  in 
quella    battaglia,  la  quale  fu  a  di  8  di  novembre 
1 354  ^  Della  quale  vittoria  i  Genovesi  ripresone  cuore 


*  N<m  U  ntrbò  de  soldaU^  non  U  numero  éUi  Ugni,  non 
i  hm  inteii  appareeehiaminti  di  guèrra^  dti  quali  V  urmata 
fu  gu«rmta^  procacciò  ot  Qmavtii  la  viUorìo,  ma  ci  la  wrtk 


18« 


CRONICA 


6  ardila  di  loro  flato,  e  i  Vononam  nello  bo  dìkaa- 
sarono  ;  e  questo  fece  la  mala  prorrideBia  del  loro 
ammiraglio^  ohe  avendo  gaardata  la  booea  del  porto 
come  pelea,  le  galee  de*  GeooTesi  bob  Y^eatrayano  ; 
e  r  entrale  le  V  aToese  Tolnte  oomballere  di  dietro 
con  parte  delle  ine  galee,  oeme  polera,  atrebbe 
vinti  i  Genoveai,  come  i  Genovesi  vinsono  lai.  Ma  la 
gaerra  è  di  questa  natura,  che  conmesso  il  fallo  se- 
guita la  penitensa  sema  rimedio  le  pia  voile. 

CAPITOLO  xxxra. 

Come  Gentile  da  Mogliano  diede  Fermo  al  legato, 

Innanii  che  noi  procediamo  ad  altri  effètti 
della  delta  sconfitta.  Gentile  da  Mogliano,  signore 
della  città  di  Fermo  nella  Marca,  ci  ritiene  alquanto  ; 
perocché  essendo  tirannello  oppressalo  da  nesser 
Malatesta  da  Rimini  maggiore  tiranno,  per  cui  s' era 
messo  a  soldare  la  compagnia  per  liberare  Fermo 
dair  assedio,  come  già  è  detto,  rimase  povero  d*ave- 
re  e  d*  aiuto,  conobbesi  impotente  da  difendersi  dal 
nimico  suo,  non  che  dal  legato,  che  per  riavere  la 
Marca  occupata  a  Santa  Chiesa  s'apparecchiava  di 
venire  a  oste  alla  sua  occupata  città  di  Fermo;  e 
però  si  pensò  di  riconciliar  col  legato  e  d*  abbat- 
tere messer  Malatesta  suo  nimico;  e  andossene  in 
persona  al  legato,  eh*  era  a  FuUgno,  e  premiseli  di 
renderli  la  città  di  Fermo,  e  d' essere  fedele  al  ser- 
vigio di  Santa  Chiesa  e  del  legato.  Il  legato  ebbe 
tanto  a  grado  la  venuta  e  T  offèrta  di  Gentile,  ohe 
di  presente  il  ricevette  con  grande  allegreua;  e 
per  onorarlo  e  fargli  bene,  comunicatosi  insieme 
con  lui  alla  messa,  il  fece  gonfaloniere  di  Santa 
Chiesa,  e  promisegli  qne*  danari  che  volle  a  certo 
termine,  dicendogli  eh*  era  conlento  tenesse  la  ròc- 
ca di  Fermo  infino  che  fosse  pagato.  Il  legato  man- 
dò della  sua  gente  da  cavallo  e  da  pie,  e  furono  ri- 
cevuti da'Fermani  con  grande  allegretsa  e  festa, 
pensando  che  uscivano  di  pericoloso  servaggio;  che 
Gentile  era  bisognoso  e  gravavagli  troppo,  e  non  gli 
poteva  difendere  uè  aiutare.  E  il  legato  pensava 
fate  in  Fermo  sua  frontiera  al  primo  tempo,  peroc- 
ché era  vicino  alle  città  della  Marca  occupate  per 
messer  Malatesta  ;  e  avendo  fatto  contro  a  lui  e  con- 
tro agli  ahri  tiranni  di  Romagna  gravi  proceHi, 
pensava  volere  fare  l'esecnsione  con  altro  ohe  col 
suono  delle  campane  e  con  le  eandele  spente  :  ma 
da*  baratti  e  da'  tradimenti  de' RomagnuoU  e  de*Mar- 
chigiani  non  si  potè  guardare,  come  innanzi  raccon- 
teremo. 

CAPITOLO  xxnv. 

Come  il  re  di  Araona  ebbe  la  Loiera,  e  fece 
accordo  col  giudice. 

Tornando  a'  lètti  di  Sardegna,  il  re  di  Araona 
con  la  sua  cavalleria  e  con  V  armata  delle  sue  ga- 


del  capitano  Pagano  Doria^  M  qwiU  niuM  fm  in  fuA 
Uimpo  mèglio  aimfnautrató  ntXC  arte  rnUUtart,  né  pie  chiaro 
di  gloria  détta  gìntrra^  nèpià  eolmo  d*  ogni  §orta  di  eroiche 
virtù.  Foglietta,  Storie  di  Oenova^  lib.  VII. 


lee  avendo  mantenuto  assedio  aUa  Loiera  dal  logte 
al  novembre,  e  fatto  conlinova  gneira  al  fndke 
d'Alborea  con  piccole  acquisto,  essendo  la  Loiera 
a  grande  stretta,  e  non  vedendo  d' essere  «•cooraa, 
trattavano  col  re;  e  sinuìmente  il  giudico  d' Albo- 
rea  rincreaeendogli  la  guerra,  il  re  si  leBovn  éan^ 
e  voleva  saaggiorì  cose  che  offerte  non  gli 
In  questo  stante  sopravvenne  la  soonitla  de^  Yi 
liani  ricevuta  da' Genovesi,  la  novella  della  qvnleiB 
in  segreto  molto  tosto  a  Vinegia.  U  doge  e  1  con- 
siglio, che  questo  seppono,  lennono  la  coaa  odala 
per  modo,  che  i  loro  cittadini  non  poterono  adcaaa 
cosa  sentire;  e  di  presente  armarono  un  legno  net- 
tile, e  mandarono  significando  al  re  d'  Araona  il 
loro  fortunoso  caso,  e  avvisandolo  che  innaant  càa 
la  novella  si  spargesse  sapesse  pigliare  ano  vaslag- 
gio,  e  guardare  la  sua  armata.  Il  legno  portò  vo- 
lando la  saala  novella  al  re  d' Araona;  ed  egli  con 
maestrevole  avviso  con  molta  Conia  manifealò  in  no- 
vella per  lo  contradio,  facendo  assaporo  ni  gùdiee 
e  agli  assediati  che  i  Yenesiani  aveano  nconiitti  i 
Cknovesi  Per  questo  i  Genovesi,  oh"  erano  n  gmardin 
della  Loiera,  perderono  ogni  ardire,  e  procaooinvano 
r  accordo  ;  e  il  giudice  ai  dichinò  più  che  CbHd  non 
avrebbe;  e  il  re  moatrandosi  di  buona  arìn  piÀ  cke 
non  solca,  di  presente  venne  alla  concordin  della 
pace,  e  fu  fatta  io  questo  modo:  che  il  re  anreaM 
la  Loiera  andandoaene  sani  e  aalvi  i  Genovesi  e  gii 
altri  foreatieri  che  la  guardavano;  e  il  giudice  d^ Ai- 
borea  riconobbe  ritenere  tutte  le  terre  dal  dello  te» 
e  fèceli  il  saramento,  e  promiseli  dare  ogu  anno 
certa  moneta  per  F omaggio  delle  dette  terre:  o  fel- 
la la  pace,  e  fornita  la  Loiera  di  sua  genie  d^nnae, 
per  lo  benefioio  dell^  affrettata  novella  e  per  lo  sa- 
vio consiglio  del  re,  si  tornò  in  Catalogno  eoa 
acquisto  e  con  paoe  e  con  onore.  Ove  ae  In  no- 
vella fosse  sentita  prima  da*anoi  avversari,  eoa  dan- 
no e  con  vergogna,  sensa  nullo  acquiate,  gli  eoavenìa 
partire  deH' isola  vituperosamente;  e  però  ai  verilca 
qui  r  antico  proverbio  contrario  alla  vile  pigrìua, 
che  dice:  il  buono  aludio  vince  ria^  forlnoa. 

CAPITOLO  XXXV. 

Come  i  Pisami  $i  deliberarono  di  mamdare 

air  imperatore, 

Sopraslando  reietto  imperadore  a  Mantova  per 
volere  trarre  a  fine  la  pace  tra^  Lombardi,  i  Fiaaai, 
i  quali  erano  a  quel  tempo  in  grande  e  buono  ala- 
to eolio  il  reggimento  de^  Gambacorti ,  eh*  erano  i 
maggiori,  e  con  loro  gli  Agliati  e  seguaci  e'Ber- 
golini,  i  quali  manteneano  paoe  e  onore  co*Fiorea- 
lini;  e  non  ostante  che  fessone  amici  de*  guelfi,  aea- 
tendo  il  popolo  minuto  tutto  imperiale,  per  provve- 
dersi di  conservare  loro  stalo  diliberarono  di  maa- 
dare  di  loro  medesimi  ambaaciadori  con  pieno  mandate 
del  dello  comune  al  dello  eletto;  e  nel  loro  aegrele 
fu,  che  procacciaaaoBO  d*  avere  premeaaione  e  fede 
dell*  eletto,  che  gli  conserverràbe  nello  alalo  aeata 


'  Altri  Tatti  leggono  mahuaanta:  natmia» 


DI  MATTEO  VILLANI. 


137 


far  nella  oillà  naUzione  degli  afici,  e  che  non  vi 
rìmelterebbe  gli  asciti  ribelli,  e  che  manterrebbe  al 
coBiime  di  Pisa  la  signoria  di  Locca,  e  non  la  re- 
cherebbe in  liberti,  nò  ad  altro  stato.  Gli  ambasciadori 
con  grande  compagnia  e  molto  adomi  ginnsono  a 
Mantova,  dov'  era  V  eletto  imperadore  ;  e  ricevuti  da 
lai  con  grande  onore,  e  fatta  la  riverenza,  spoosono 
trambasciata  del  loro  comune,  ove  liberamente  gli 
offersono  la  città  e  gli  uomini  di  quella  alla  sua 
ubbidienza,  pregando  divotamente  per  bene,  e  per 
pace  e  buono  stato  del  detto  comune,  che  gli  do- 
vesse piacere  di  promettere  per  la  sua  fede,  e  ap- 
presso deir  imperiale  corona  le  sopraddette  cose 
otiU  e  necessarie  al  buono  stato  di  que'  cittadini  ; 
e  reletto  con  grande  allegrezza  e  festa  li  ricevette, 
e  promise  nella  sua  fede  liberamente  ciò  che  per  lo- 
ro era  domandato.  Allora  gli  ambasciadori  gli  pro- 
misono  trentamila  Boriai  d^  oro  in  aiuto  alla  spesa 
della  sua  coronazione,  e  altri  trentamila  per  lo  con- 
sentimento della  città  di  Lucca;  il  quale  consenti- 
mento, non  onorevole  alla  maestà  imperiale,  comprese 
■otto  la  ragione  del  padre  suo  re  Giovanni,  quando 
la  città  di  Lucca  gli  fu  data.  Della  quale  promessa 
i  grandi  mercanti  e  gli  altri  usciti  di  Lucca,  che 
si  pensavano  tornare  in  libertà  per  la  venuta  del- 
l'imperadore ,  si  tennono  mal  contenti.  E  cosi  fu 
latta  la  concordia  dall'  eletto  imperadore  a*  Pisani, 
della  quale  i  cittadini  feciono  in  Pisa  per  molti  giorni 
singulare  e  grande  festa,  ignoranti  del  futuro  av- 
venimento della  loro  mina. 

CAPITOLO  XXXVL 

Roiiura  della  pace  del  re  di  Francia 
e  d*Inghilierra. 

Essendo  per  lungo  tempo  trattato  per  lo  car- 
dinale di  Bologna  e  per  altri  prelati  di  volem  fare 
accordo  tra  il  re  di  Francia  e  quello  d'  Inghilterra, 
e  sotto  questa  speranza  più  volte  prolungate  le  trie- 
gue  tra  V  uno  re  e  V  altro  ;  e  non  polendo  trarlo 
■  fine,  prowidono  di  comune  consiglio  quelli  che 
menavano  il  trattato,  che  abboccandosi  i  due  re  in- 
lieme  nella  presenza  del  papa,  o  i  loro  più  confi- 
denti, baroni,  che  pace  ne  dovesse  seguire.  E  per 
leguim  questo  consiglio  il  re  di  Francia  vi  mandò 
il  duca  di  Borbone  suo  consorto,  e  il  conestabile  di 
Francia  ;  e  il  re  d^  Inghilterra  vi  mandò  il  duca  di 
Lancastro  suo  cugino,  e  il  vescovo  di  Yervic;  e  ca- 
tuno  giunse  a  corte  del  mese  di  dicembre.  E  ab- 
boccatisi insieme  per  più  riprese  nella  presenza  del 
papa,  tanto  volea  catuno  mantenere  Tenore  del  ti- 
tolo del  suo  signore,  che  mezzo  uon  seppono  tro- 
vare di  recarli  io  pace.  Il  papa,  o  per  soperchia 
arroganza  che  trovasse  in  loro,  o  per  poco  ardire 
eh'  avesse  di  sforzare  gli  animi  de^  signori,  non  vi 
interpose S  come  avmbbe  potuto,  la  sua  autorità, 
con  la  quale  poteva  cetano  sostenere  con  suo  ono- 
re, e  trovare  mezzo  di  recarli  a  concordia  e  pace  : 
no  'I  fece,  che  fbrse  non  erano  ancora  puniti  ì  pec- 


'  Il  Teato  :  non  vi  f*  interpote. 


ceti  de*  Franceschi.  E  però  del  mese  di  gennaio  del 
detto  anno,  catana  parte  in  discordia,  con  poco  ono- 
re del  Santo  Padre  e  de'suoi  cardinali,  si  tornò  al  suo 
signore. 

CAPITOLO  XXXVIL 
Come  un  gatto  uccise  un  fanciullo  in  Fireme, 

Awegnachò  assai  paia  cosa  strana  e  non  de» 
gna  di  memoria  quello  che  seguita,  perocchò  fu  in- 
audito caso,  non  V  abbiamo  saputo  tacere.  In  Fi- 
renze era  da  San  Giorgio  un  laiagnaio  con  una  sua 
moglie;  aveano  un  piccolo  loro  fanciullo  di  tre  me- 
si ;  e  avendolo  la  madre  governato,  e  rimessolo 
nella  culla  al  modo  usato,  una  gatta,  accresciuta  e 
nutricata  in  quella  casa,  se  n*  andò  al  fanciullo,  e 
cominciolli  a  rodere  la  testa,  e  trassegli  gli  occhi 
e  manicosseli,  e  poi  rodendo  la  testa  se  n*  andò  fi- 
no al  cervello  :  e  avendo  Inngamente  pianto  il  fan- 
ciullo, il  padre  e  la  madre  soccorsono  tardi,  non 
pensando  che  cotdle  caso  fosse,  e  trovarono  il  fan- 
ciullo storpiato,  e  la  gatta  sopr*  esso  ancona  vivo, 
ma  incontanente  mori  ;  e  sparata  la  maladetta  gat- 
ta, le  trovarono  gli  occhi  del  fanciullo  in  corpo. 
Questa  è  quasi  cosa  incredibile;  ma  per  esperienza 
del  vero  di  questo  fatto  si  dee  alle  donne  e  alle  balie 
accrescere  sollecitudine  e  accrescimento  di  buona 
guardia  a*  piccoli  fanciulli.  Avvenne  questo  inopinato 
caso  a  dì  6  di  dicembre  1354. 

CAPITOLO  XXXVUI. 

Come  r  imperadore  fé''  fare  triegua  da'  Lombardi 

d*  signori  di  Milano, 

Avendo  fino  a  qui  dimostrato  i  trattati  tenuti 
per  r  eletto  imperadore  e  la  sua  venata  a  Manto- 
va, al  presente  ci  strigne  il  tempo  a  venim  dimo- 
strando i  cominciamenti  in  fatti  delle  sue  proprie 
operazioni.  Costui,  secoodo  il  suo  supremo  titolo, 
conoscendo  so  medesimo  e  il  suo  piccolo  podere,  e 
abbattendo  nelf  animo  suo  ogni  elezione,  provvide 
che  per  astata  e  dissimulata  suggezione  gli  conve- 
nia procedere  per  venire  ali*  ottato  fine  della  sua 
coronazione;  e  per  questo  in  fatto  prese  abito,  for- 
ma e  operazione  umile,  e  sommissione  incredibile 
all'imperiale  nome,  in  fondamento  de'  suoi  prind- 
pii  :  e  venuto  a  Mantova  senz*  arme,  e  fattosi  trat- 
tatore  della  pace  da'  signori  di  Milano  allegati  lom- 
bardi, avendo  seguito  il  fatto  dall'  entrata  di  no- 
vembre al  Natale  senza  frutto,  essendo  montata  la 
superbia  dei  Genovesi  e  deloro  signori,  per  la  vit- 
toria avuta  io  mare  sopra  i  Veneziani,  per  la  quale 
mutando  in  prima  i  patti,  li  voleano  più  larghi  per 
loro,  in  vergogna  degli  allegati,  ed  eglino  sdegnosi 
non  acconsentivano;  T imperadore,  ch'avea  Tanimo 
più  a^suo'fatti  propri,  si  doleva  di  perdere  il  tempo 
invano  :  e  conoscendo  la  potenza  de'  Visconti  di 
Milano  maggiore  che  della  lega,  e  non  vedendosi 
da'  comuni  di  Toscana,  fuori  che  da'  Pisani,  dimo- 
stramento  d'  alcuno  favore,  comprese  che  a'  colle- 


138 


CRONICA 


gali  Doo  faceva  utile,  e  a  sé  faceva  impedimento 
grande  per  la  coronazione  della  corona  del  ferro, 
eh*  era  nella  potenza  de'  tignori  di  Milano  ;  e  però 
non  dimoitrando  d*  abbandonare  il  trattato,  ma  di 
volerlo  condocere  a  fine  di  pace,  facea  fare  trìegna 
tra*  Lombardi  fino  al  maggio  prossimo  vegnente  ;  e 
fatta  la  triegna,  incontanente  trattò  per  sé  accordo 
co*  signori  di  Milano,  sottomettendo  la  sua  perso- 
na, e  U  ano  onore,  e  la  dignità  imperiale  oltre  al 
debito  modo  nell*  arbitrio  e  potenza  de*  tiranni, 
prendendo  confidenza  di  quelli,  o  da  poriti  di  men- 
te, 0  da  matto  consìglio,  non  però  di  certo  e  di 
cbiaro  giadido  ;  e  il  patto  fu,  che  li  darabbono  a- 
bilità  d*  avere  sotto  le  loro  braccia  la  corona  a 
Monda,  ed  egli  senza  entrare  in  Milano  gli  lasce- 
rebbe suoi  vicari  in  tutta  la  loro  giurisdizione  ;  ed 
egli  avuta  promissione  da  loro,  che  alla  sua  coro- 
nazione a  Roma  gli  donerebbono  per  aiuto  alle  spe- 
se fiorini  cinquantamila  d*  oro,  senza  alcuna  gente 
d*  arme  come  privato  uomo  si  sottomise  nella  loro 
signoria,  vincendo  gli  animi  fieri  e  V  usata  fallacia 
tirannesca  colla  sua  persona  creduta  nelle  loro  mani 
liberamente,  ce  me  appresso  diviseremo. 


CAPITOLO  XXXIX. 


Come  r  imperadùre  andò  a  Moneta  per 

del  ferro. 


la  corona 


L*  eletto  imperadore  avendo  fatto  la  sua  con- 
cordia co*signori  di  Milano,  più  della  pace  de*Lom- 
bardi  non  si  travagliò,  ma  di  presente  fatta  la  festa 
della  natività  di  Cristo  a  Mantova,  si  mise  a  cammi- 
no verso  Milano  con  meno  di  trecento  cavalieri,  i 
più  senz*arme  ;  e  i  signori  di  Milano  ordinarono,  che 
per  tutto  loro  distretto  ali*  eletto  e  alla  sua  com- 
pagnia fosse  apparecchiato  per  loro  e  per  lì  loro 
cavalli  ogni  cosa  da  vivere  senza  tórre  alcuno  da- 
naio. E  giugnendo  a  Lodi,  messer  Galeazzo  gli 
venne  incontro  con  millecinquecento  cavalieri  ar- 
mati ;  e  giunto  a  lui,  gli  fece  la  reverenza,  e  accom- 
pagnoUo  fino  dentro  alla  città  di  Lodi,  e  ivi  il  col- 
locò onoratamente  nelle  case  de*  signori,  facendo 
nondimeno  serrare  le  porte  della  città^  e  guardarla 
dì  e  notte  eolla  gente  armata.  E  albergato  in  Lodi 
una  notte,  la  mattina  appresso  mosso  il  re  de'  Ro- 
mani, messer  Galeazzo  colla  sua  gente  armata  Tac- 
compagnò,  avendo  ordinata  la  desinea'  alla  grande 
badia  di  Chiaravalle.  E  appressandosi  a  Chiaravalle, 
messer  Bernabò  con  molti  cavalieri  armati  gli  si 
fece  incontro,  e  fattagli  la  reverenza,  gli  presentò 
da  parte  de*  fratelli  e  cavalli  e  palafreni  covertati  di 
velluto  e  dì  scarlatto  e  di  drappi  di  seta,  guemiti 
di  ricchi  paramenti  di  selle  e  di  freni  :  e  fattogli 
alla  badia  nobile  desinare,  messer  Bernabò  il  ri- 
chiese da  parie  de'sooi  fratelli  e  da  sua  che  gli  do- 
vesse piacere  d*  entrare  nella  città  di  Milano.  L'  e- 
letlo  rispose,  che  per  ninno  modo  intendea  venire 
contro  a  quello   che    promesso  avea  loro.    Messer 


Bernabò  gli  disse,  che  questo  gli  fu  domandato,  pea- 
sando  che  la  gente  della  lega  il  dovesse  aoooapa- 
gnare,  ma  per  la  sua  persona  non  era  fitlo  :  e  tat- 
to il  costrinsono  ed  egli  e  messer  Gdeauo,  libe- 
randolo per  loro  e  per  messer  Maffiolo  dalla  pro- 
messa, che  con  loro  n*  andò  in  Milano.  E  entrato 
nella  dtlà,  fu  ricevuto  con  maggior  tusaalto  che  fe- 
sta, non  potendo  quan  vedere  altro  che  cavalierì  e 
masnadieri  armati  *,  e  i  suoni  delle  trombe  e  trosh 
bette  e  nacchere  e  cornamuse  e  tamburi  craao 
tanti,  che  non  si  sarebbono  potuti  udire  grandi  tio- 
ni  :  e  come  fu  in  Milano,  così  furono  le  porte  ae^ 
rate,  e  così  rinchiuso  il  condussono  a'palaza  della 
loro  abitazione  ;  e  assegnateli  sale  e  camere  foraite 
nobilissimamente  di  letU  e  di  riechi  appareccàii- 
menti,  messer  Maffiolo  e  gli  altri  fratelli  da  capo 
andarono  a  fargli  la  reverenza,  dicendogli  eoa  beOe 
parole  come  tuttodò  che^  fosaedevano  rìcoaoeee- 
vano  avere  dal  santo  imperio,  e  al  suo  servigio  ii- 
tendevano  di  tenerlo.  Il  dì  appresso  fedoao  lire 
generale  mostra  di  tutu  la  gente  d*arme  a  eanBo 
e  a  pie  eh*  aveano  accolta  in  Milano,  e  oltre  a  ciò 
fedone  armare  quanti  dttadini  ebbono  che  mottire 
potessono  a  cavallo,  tutti  sforzati*  di  coverte  e  d'ai- 
tri  paramenti  e  d*  avvistale'  sopravveste,  e  fecioao 
stare  1*  imperadore  alle  finestre  sopra  la  piam  • 
vedere  :  e  passando  con  gran  tumulto  di  stroseab, 
feciono  intendere  aireletto  eh*  erano  seimila  oan- 
lieri  e  diedmila  pedoni  di  soldo  ;  e  pusaU  la  ao- 
atra,  dissono  :  Signore  nostro^  questi  cavalieri  e  sm- 
snadieri^  e  le  nostre  persone^  sono  al  vostro  servi- 
gio e  a*  vostri  comandamenti;  dicendo  che,  oltre i 
questi  aveano  fomite  tutte  le  loro  città,  terre  e  ca- 
stella di  cavalieri  e  di  masnadieri  per  la  gaardii  è 
quelle.  E  così  magnificarono  la  gran  potenu  ad 
loro  stato  nell*  imperiale  presenza,  tenendo  il  Ai 
la  notte  le  porte  serrate  e  la  gente  armata  per  h 
città,  non  senza  sospetto  e  temenza  dell*  eletto  in* 
peradore  ;  il  quale  vedendosi  in  tanta  noia  dì  foi* 
lecita  guardia,  fa  ora  che  innanzi  vorrebbe  eisera 
stato  altrove  con  minore  onore  ;  e  in  tatto  f>  u 
servaggio  Tanimo  imperiale  alla  volontà  de*  tiraaoi, 
e  r  aquila  sottoposta  alla  vìpera,  veriflcaadosi  h 
pronosticazione  detta  per  previsione  d*  utrologiii 
negli  anni  Domini  1351,  per  messer  frate  Ugo  ve- 
scovo di ,  grande  astrologo  al  suo  teapOi 

il  quale  predisse  il  cadimento  del  prefetto  da  VieOt 
e  la  suggezione  futura  deiraquila  imperiale  in  qsttk 
versi  : 

AquUa  flava  ruét  poH  parum  vipera  forti»* 
Momia  iMntrat  Lombardi  prima  8ophia§. 
Anno  qttadrato  minori  deeimonono. 
Aquila  tueeimhit  prò  stupri  erùnùu  foedo. 
Nigra  rwolabii  stìbUmi  eardins  Bomam. 

Ma  egli,  come  savio,  comportò  con  chiara  e  allepi 
faccia  la  sua  cortese  prigione  ;  e  con  molta  libe- 
ralità vinse  quello  che  acquistare  non  avrebbe  potate 


*  Vocabolo  Antico  per  U  dmnare,  il  pasto  che  si  fa  per 
solito  in  sul  messo  di. 


'  Qoesto  che  è  omesso  da  alconl  stampati. 
*  forniU.  Molti  esempi  abbiamo  dèlia  frase  ^/òrssra  ^ 
alcuna  cosa,  per  fornirsene  oon  ogni  sforso  e  pota^ 
'  belle  a  vedere,  di  bella  apparenta. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


139 


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per  fona.  Dopo  alqnftnù  dì,  come  a^  fignorì  ti- 
ranni piacque,  il  condasaono  con  la  loro  gente  ar- 
mata a  Moncia;  e  ìtì  il  di  della  Santa  Epifania,  a 
di  6  del  meae  di  gennaio  di  detto  anno,  fa  corona- 
to della  aeconda  corona  del  ferro,  con  quella  iolen- 
nità  e  festa  che  i  aignori  Visconti  li  vollono  fare  : 
e  tornato  a  Milano  iotto  continova  guardia,  fattivi 
certi  cayalierì,  ed  egli  per  tornare  in  libertà  iolle- 
citando  la  sua  partita,  fa  accompagnato  di  terra  in 
terra  dalle  masnade  armate  de*  signori,  facendo  ser- 
rare le  città  e  castella  dov*  entrava,  e  il  di  e  la  not- 
te tenerle  in  continova  guardia:  ed  egli  avacciando' 
il  ano  cammino,  non  come  imperadore,  ma  come 
mercatante  che  andasse  in  fretta  alla  fiera,  si  fece 
condncere  fuori  del  dbtretto  de*  tiranni  ;  e  ivi  rima- 
so  libero  della  loro  guardia,  con  quattrocento  com- 
pagni, i  più  a  ronzini  senz*  arme  si  dirizzò  alla  città 
di  Pisa  per  esservi  prima  che  non  avea  loro  pro- 
messo ;  e  così  li  venne  fatto. 

CAPITOLO  XL. 

Come  il  conte  di  Landò  tenne  di  Lotnbardia 
in  Romagna  con  la  gran  compagnia. 

In  questi  di  air  entrata  di  gennaio,  il  conte  di 
Landò,  capitano  del  residuo  della  gran  compagnia, 
avendo  un  dì  lungamente  parlamentato  a  solo  colPe- 
letto  imperadore,  con  duemilacinquecento  barbute 
ae  ne  venne  a  Ravenna,  e  con  lui  due  fratelli  della 
bella  contessa,  che  V  anno  del  generale  perdono  an- 
dando a  Roma  capitò  in  Ravenna;  e  ritenuta  dal 
tiranno  per  conducerla  o  per  amore  o  per  forza  a 
consentire  alla  sua  sfrenata  libidine,  la  valente  don- 
na vedendo  non  potere  mantenere  la  sua  cutità  con- 
tro alla  forza  dello  scellerato  tiranno  se  non  per 
via  di  morte,  trovò  il  modo  di  finire  sua  vita  in- 
nanzi che  volesse  corrompere  la  sua  castità.  Quea^ 
cavalieri  credendosi  potere  vendicare  delF  onta  della 
loro  sirocchia  contro  al  tiranno,  s*  accostarono  con 
la  compagnia,  e  fprono  singolare  cagione  di  menar- 
la in  sul  Ravennese,  ove  stette  lungamente  ardendo 
e  predando,  e  guastando  il  paese  ;  e  dopo  la  detta 
stanza  e  guasto  dato,  essendosi  tenuto  alle  mura  del- 
la città  il  conte,  gli  domandò  trentamila  fiorini  d*o- 
ro  ae  volea  ai  partissono  di  ano  terreno,  e  avendo 
il  tiranno  bargagnato*,  s*  era  recato  il  conte  a  do- 
dicimila fiorini  d*  oro.  Allora  disse  il  tiranno,  che  gli 
darebbe  i  detti  danari,  se  *1  conte  il  volesse  sicurare 
di  non  partirai  con  la  compagnia  per  spazio  d*  un 
anno  continovo  del  contado  di  Ravenna  ;  e  a*  suoi 
cittadini  fece  stimare  il  danno  ricevuto  delle  loro 
possesaioni,  tenendoli  in  speranza  di  pagare  loro  la 
restituzione  del  danno  :  onde  il  conte  e  la  sua  com- 
pagnia frustrata  del  loro  intendimento  si  partì  di  là, 
e  andossene  nella  Marca.  Luceremo  ora  de*  fatti 
della  gran  compagnia,  e  torneremo  alle  ooae  che  per 
r  avvenimento  dell*  imperadore  occorsono  in  Toscana. 


*  affrettando,  sollecitando;  voce  antica. 
•f         *  tenuto  pratica,  praticato,  trattato  per  aver  vantaggio. 
:>*'   In  questo  significato  il  Tocabolo  è  nnovo  al   Vocabolario. 
^,  '    Altri  Testi  leggono  erroneamente  :  barbagnato* 


CAPITOLO  XU. 

Come  i  Fiorenlini  per  la  tenuta  delP  imperadore 
a  Pisa  si  provtidono. 

Sentendo  i  Fiorentini  P  avvenimento  dell*  eletto 
imperadore  a  Pisa,  non  avendo  alcuna  cosa  provve- 
duto dinanzi  quando  ara  a  Mantova,  ove  ciò  che  a- 
veasono  voluto  da  Ini  avrebbono  di  suo  buon  gra- 
do impetrato,  stavano  in  consiglio  se  dovessono  ub- 
bidire 0  contradiare  ;  ed  eaaendone  la  città  tutta  in 
vari  e  indeterminati  oonaigli,  presono  di  fare  dodi- 
ci uficiali  eh*  andusono  per  tutto  il  contado  con  or- 
dinata balia  di  fare  riducere  ^  tutta  la  vittuaglia  nelle 
terre  murate  e  nelle  castella  forti,  e  ogni  altara  cosa 
di  valuta  \  e  diedono  voce  di  volere  prendere  difesa, 
e  non  con  accettare  Timperadore,  per  non  sottomet- 
tere la  franchigia  del  comune  ad  alcuna  signoria  ; 
e  quanto  che  in  fatto  questa  provvigione  avesse  po- 
co effetto,  pure  fa  umilmente  provveduto,  per  non 
mostrare  viltà  o  paora,  e  per  dare  intendere  all*elet- 
to  imperadore  e  ah  suo  consiglio  che  il  comune  di 
Firenze  s*  apparecchiava  alla  sua  difesa  \  e  nondime- 
no elessono  sei  cittadini  per  mandarli  a  lai  come 
fosse  riposato  in  Pisa,  per  trattare  accordo  con 
lui,  se  rimanendo  in  libertà  il  potessono  trovare. 
E  questo  fu  ordinato  e  fatto  in  Firenze  a  dì  1 1  di 
gennaio  del  detto  anno. 

CAPITOLO  XLIL 
Come  il  legato  prete  RecanaH. 

In  questo  mese  di  gennaio,  il  legato  del  papa 
avendo  la  città  di  Fermo,  e  seguitando  suo  proces- 
so contro  a  messer  Malateata  da  Rimini  per  le  cit- 
tà eh*  egli  occupava  a  Santa  Chiesa;  nondimeno  come 
signore  avvisato  e  pratico  ne*fatti  della  guerra,  non 
stava  sola  a*  processi  nò  al  auono  delle  campane,  an- 
zi cercava  trattati,  e  co*  snoi  cavalieri  sollecitava  gli 
avversari  di  continova  guerra  :  e  in  questi  dì  per 
trattato  miao  la  sua  cavalleria  in  Recanati,  e  rac- 
quiatò  la  città  alla  Chiesa  di  Roma  ;  e  in  quella, 
perch*  era  povera  d*  abitanti,  miao  gente  assai  a  ca- 
vallo e  a  piò  per  far  gaerra  a  messer  Malateata,  e 
per  guardare  la  città  più  sicuramente. 

CAPITOLO  XLIU. 
Come  il  capitano  di  ForU  tenne  in  Firewse, 

Quello  che  al  presente  ci  muove  non  ò  per  Io 
fatto  della  propria  peraona  degno  di  memoria,  ma 
air  indiscreto  mo? imento  de*  rettori  di  Firenze  a  qoel 
tempo  non  senza  ammirazione  ci  muove  a  ricor- 
dare, come  nel  noatro  contado  venne  messer  Luigi, 
marito  della  reioa  Giovanna  figliuola  del  re  Ruber- 
to, ed  egli  figlinolo  del  prenze  di  Taranto  fratello 
carnale  del  detto  re  Ruberto,  stati  sempre  protettori 
del  nostro  comune,  e  il  detto  prenze  capitano  e  con- 


'  ridurre,  raccogliere,  ristrìngere. 


ÌM 


CRONICA 


dnoitore  deHe  noi  tre  otti,  areiido  il  loro  reale  Mo- 
glie e  la  vita,  nelle  persone  di  meaaer  Carlo  loro 
fratello  e  di  metaer  Piero  figlinolo   del  detto  re, 
aparto  nelle  nostre  guerre,  non  dimenticata  la  me- 
moria di  cotanti  serrigi,  gli  fu  vietato  non  tanto 
il  renire  nella  nostra  eittà  senz'arme  e  sensa  com- 
pagnia di  gente  d'arme,  ma  lo  stare  nel  nostro  con- 
tado gli  fn  vietato;  e  i  fratelli  carnali  e' cugini  tor- 
nando di  {Prigione  d'  Ungheria  e  domandando  di  vo- 
lere fiire  loro  diritto  cammino  per  la  nostra    città 
e  per  lo  nostro  contado  a  tornare  nel  Regno,  fa 
loro  vietato  e  contradetto  il  passo,  ove  si  doveva 
con  singnlare  festa  e  onore  fargli  ricevere  e  ac- 
compagnare ;  ma  tanto  fu  il  podere  d'  alquanti  cit- 
tadini che  allora  governavano  il  comune,  fortifican- 
dosi con  non  giusti  né  veri  sospetti,  che  contro  al 
piacere  degli  altri  cittadini  ebbono  podere  di  così 
fare.  Il  capitano  di  Forlì,  antico  tiranno,  sempre  sta- 
to nemico  di  Santa  Chiesa  e  del  nostro  comune,  ca- 
porale in  Romagna  di  parte  ghibellina,  scomunica- 
to e  dannato  da  Santa  Chiesa,  volendo  andare   a 
Pisa  ali*  imperadore  con  grande»compagnia  di  genta 
d*  arme,  fu  nella  nostra  città  ricevuto  con  disordi- 
nato e  sovra bbondanta  onore;  e  convitato  da^  signori 
e  da  altri  cittadini,  statta  in  festa  alcuni  dì  di  suo 
soggiorno:  poi  volendo  essere  nella  presenza  dellV 
letto  imperadore  a  Pisa,  non  gli  fu  conceduto  ezian- 
dio entrare  in  quella  città,  perch'  era  in  indegoa- 


all'  altare  fece  sue  orazioni  ;  •  rimontato  a  cavallo, 
con  grande  allegrezza  e  festa  fn  ooadotlo  a*  aobOi 
abituri  de*  Gambacorti  ov'  era  il  femoso  gìardiao  ;  e 
apparecchiato  da*  detti  Gambacorti  le  canore  e  k 
letta  di  nobilissimi  adornamenti,  e  apparecehìata  le 
vivande  per  la  cena,  e  gli  oatierì  attorno  per  latla 
la  sua  compagnia,  fu  con  somma  letizia  coosanuita 
la  prima  giornata,  veriflcandoai  T  antico  proTerhio, 
che  dice  :  gli  stremi  dell*  allegre%%a  ocai^a  ii  piam- 
io^  come  seguendo  appresso  in  questo  procaaao  del- 
r  imperadore  si  potrà  trovare. 

CAPITOLO  XLV. 

Come  r  imperadore  bmuìì  parlamento  t»  Fisa, 
e  quello  a*  aieveime. 

Lunedì  vegnente,  a  dì  19  di  gennaio,  Toleado 
r  imperadore  fare  ragunare  i  cittadini  a  parlameata 
per  ricevere  ilsaramento  della  loro  nbbidìeasa,  men- 
dò  il  bando  da  sua  parte  che  tutti  si  raganasaono  al 
duomo  per  la  detta  cagione;  ed  egli  s^  apparecchia 
d*  andare  là.  Il  popolo  mosso  per  lo  bando  ni  ra- 
gunava  al  duomo.  Erano  in  questo  tempo  ia  Piia 
due  sette ^:  Tona  reggea  lo  stato  del  oomane,  delli 
quale  i  Gambacorti  e  Cecco  Agliati  erano  caporafi, 
e  costoro  erano  chiamati  Bergolini  :  1*  altra  ai  chia- 
mava la  setta  de*  Matraversi,  e  non  erano  conidead 


zione  di  Santa  Chiesa.  Non  è  V  onore  alcuna  vol>  I  al  reggimento  del.  comune.  Ed  essendo  venuto  £ 


ta  latto  al  nemico  da  biasimare;  ma  molto  pare  co- 
sa detestabile,  in  luogo  del  debito  onore,  a  fidatissi- 
mi  amici  imporre  sospetto  e  fare  vergogna  :  alla 
matta  ignoranza  del  vario  reggimento  della  nostra 
eittà  fu  lecito  di  così  fare  a  qaesta  volta. 

CAPITOLO  XLIV. 
Come  r  imperadore  Carlo  giunse  a  Pisa. 
L*  eletto  imperadore,  diliberato  delle  mani  de' 


Lombardia  appresso  ali*  eletto  imperadore  ano  Paf- 
fotta  della  cua  de*  Conti,  il  quale  era  de'  caporali 
della  setta  de*  llatravers%  costai  con  certi  altri  di 
quella  setta  disposti  a  rimuovere  il  reggimealo  del- 
la città,  il  quale  1*  eletto  imperadore  aveva  a  laa- 
tova  promesso  di  conservare  e  di  mantenere^  easoido 
egli  già  mosso  per  andare  al  parlamento,  e  valicato  fl 
penta  alla  Spina,  cominciato  fa  con  gran  romore*  per 
li  Matraversi  a  dire:  m'ea  t  imperadore  e  la  Uberià^  e 
muoia  il  consertadore.  Udendosi  nel  roaiore  k  ao- 
vita  del  conaervadore,  i  grandi  e*  piccoli  conuacàa- 
tiranni  di  Milano,  avendo  in  sua  compagnia  il  fratollo  |  rono  a  sospettare  per  tema,  e  altri  per  mala  iadn- 


naturale  patriarca  d*  Aquilea ,  giunse  alla  città  di 
Pisa  domenica  a  dì  18  di  gennaio,  gli  anni  Domini 
1354  dalla  sua  incarnazione  in  su  Fora  della  nona. 
Ed  essendo  i  Pisani  provveduti  a  fargli  onore,  gli 
andarono  incontro  con  la  processione  del  loro  arci- 
vescovo e  di  tutto  il  cherìcato,  e  con  allegra  festa  i 
giovani  veatiti  a  compagnie  di  nuove  aasise  andava- 
no armeggiando;  e  i  rettori  del  comune  con  gli  al- 
tri pih  matari  cittadini  e  co*  soldati  senz*  arme 
gli  si  fedone  incontro  fuori  della  tarra  facendogli 
somma  riverenza;  a  così  tutto  1*  altro  popolo  a  piò, 
pieno  d*  allegrezza  gli  si  fece  incontro  :  e  addeatra- 
to  da'  loro  cavalieri,  con  ricco  palio  sopra  capo,  gri- 
dando il  popolo  viva  V  imperadore^  il  oondussono 
nella  città.  L*  imperadore  vestito  molto  onestamenta 
d*  uno  paonazzo  bruno,  senza  alcuno  ornamento  d'o- 
ro o  d*  argento  o  di  pietre  prezioae,  andava  con 
molta  nmilta  salutando  i  grandi  e*  piccoli,  pigliando 
gli  animi  di  molti  forestieri,  che  Terano  a  vedere,  col 
ano  benigno  upetto  e  umile  portamepto:  e  condotto 
alla  chiesa  cattadrale,  reverentementa  inginocchiato 


stria;  cominciò  il  popolo  a  correre  ali*  arme.  L*  elat- 
to sentando  questa  novità,  incontanente  diede  la  vol- 
ta ;  e  avendo  seco  Franceschino  Gambacorti,  il  qnak 
era  sindaco  del  comune  a  fargli  il  saramento,  e  con 
lui  i  soldati  del  comune,  se  ne  venne  al  palagio  de- 
gli anziani,  e  di  là  mandò  bandi  per  la  terra^  e  le- 
ce ai  cittadini  porre  giù  1*  arme,  e  raeohelare  1 
popolo  ;  e  lasciati  i  soldati  del  comune  alcana  parta 
armati  in  segno  di  guardia,  in  quel  giorno  non  à 
fece  altra  novità,  e  prolungossi  il  saramento  ohe  hn 
si  dovea  ali*  eletto  imperadore. 


'  Morto  il  conte  Ranieri,  signore  e  capitano  g«DeraI« 
de' Pisani,  la  città  andò  tutto  a  romore,  e  dirisaai  in  eoi 
partiti,  venne  in  fona  di  qneDo  dei  Bergolini,  €h%  «Imm 
Andrea  Gambacorti  a  capitano  e  signore  del  popolo.  Ha 
venendo  il  re  Carlo  IV  nel  1865  (non  nel  1354)  in  FSaa, 
la  fasione  opposto  pigliò  animo  e  ài  propose  di  oodore  la 
signoria  di  Pisa  al  monarca  alemanno;  il  quale  la  duputti 
poi  cedere  per  panra  e  ritrarsi  a  Gennania. 

'UT.  Ricci  legge  erroneamente  :  eommeiafo  Jm  grm 
romore  ecc. 


I 


DI  MATTEO  VILLAia. 


14t 


CAPITOLO  XLVI. 

Cowèe  rònperadaré  di  CostanimopoU  racquistò 

V  imperio. 

Del  detto  mese  di  gennaio,  nn  altro  giovane 
Cafogianni  Paleologo,  imperadore  di  Coatantinopoli, 
essendo,  come  addietro  è  narrato,  dal  ano  suocero 
Mega  Domestico,  balio  dell'imperio,  per  lai  cacciato 
di  quello,  ed  usurpato  a  sd  la  signoria  del  detto  im- 
perio, aveva  lui  lungamente  tenuto  in  esilio  nel  rea- 
me di  Salonicco  :  il  quale  giovane  imperadore  aven- 
do tenuto  lungo  trattato  con  certi  de*  suoi  baroni,  i 
quali  gli  dicevano  cbe  procurasse  di  comparire  a  Co- 
stantinopoli, ed  essendovi  V  ubbidirebbono  ;  costui 
povero  d*  avere  e  di  gente,  non  trovando  altro  aiu- 
to, si  fece  ad  amico  un  gentile  uomo  di  Genova  ch'e- 
ra ricco  in  quel  paese,  il  quale  co*  suoi  danari  e  con 
r  indusse  della  sua  persona  segretamente  il  condus- 
se in  Costantinopoli  ;  ed  essendo  nella  cittì,  fu  ma- 
nifestato a'  baroni  con  cui  era  in  trattato,  i  quali  di 
presente  gli  feciono  braccio  forte,  e  sommossone  il 
popolo,  che  il  desiderava  come  loro  diritto  impera- 
dore; e  presa  Tarme,  combattendo  il  castello  della 
signoria,  Mega  Domestico,  usurpatore  dell'  imperio, 
male  provveduto  di  questo  caio,  come  Iddio  volle, 
si  fuggi  di  Costantinopoli  :  e  il  giovane,  a  cui  si  do- 
vea  r  imperio  di  ragione,  rimase  imperadore  ;   e  il 
suocero  per  paura  si  rendo  calogo^^  cioè  eremita.  E 
stando  in  quello  stato  da  non   prender  gnardia  di 
lui,  trattava  col  figliuolo  e  co' suoi  amici  d*  abbat- 
tere r imperadore:  e  scoperto  il  trattato  si  foggi;  e 
eambiato  abito,  accolse  gente,  e  cominciò  a  guer- 
reggiare in  alcuna  parte  V  imperio,  con  lieve  aiuto 
di  sbanditi  e  di  ribelli.  L*  imperadore  per  rimunerare 
il  servigio  ricevuto  dal   Genovese,  eh*'  aveva  nome 
messer.. .,  li  diede  Pisola  di  Metelioo,  e  la  sirocchia 
per  moglie  ;  ed  ebbelo  continovo  al  suo  consiglio. 


si  facesse.  L*  eletto  imperadore  vedendo  che  il  mo- 
vimento di  costoro  s'  accostava  alla  sua  volontà^ 
quanto  che  ciò  fosse  contro  a^  patti  promessi,  sotto 
ombra  di  volere  racqoetare  la  contensione  del  co- 
mune e  levare  materia  agli  scandali  già  mossi,  andò 
al  palagio  degli  anziani  ;  e  ivi  fatti  ragunare  i  soldati 
del  comune  a  cavallo  e  a  'piò,  prese  il  saramento 
da  loro,  e  cominciò  a  venir  meno  allo  stato  ebe  reg- 
geva della  sua  promessa,  e  a  dare  baldanza  a'  suoi 
avversari  :  ma  per  non  dimostrare  che  cosi  tosto  a- 
vesse  loro  rotti  i  patti,  argomentò,  e  feceoe  capitani 
Prancesohino  Gambacorti  e  Cecco  Agliati  alla  sua  vo- 
lontà. La  cosa  era  già  condotta  in  termini,  che  dire 
non  s'osava  contro  a  cosa  che  facesse,  nò  ricor- 
dare i  patti  promessi;  ma  catuno  dimostrava  esse- 
re contento  a  ciò  che  facesse  per  accattare  la  sua 
benivolenza. 

CAPITOLO  XLVm. 
Come  procedetiono  i  fatii  in  Pi$a. 


CAPITOLO  XLVn. 

Come  i  Maira^eni  di  Pisa  feciono  muovere 

rimperadore. 

Tornando  alla  materia  de'  Pisani,  il  martedì  a 
dì  20  di  gennaio  del  detto  anno  si  ragunarono  in 
Fisa  col  PaiTetta  assai  della  setta  de*  Matraversi,  e 
con  loro  gran  parte  d*  un'  altra  nuova  setta  che  si 
diceano  i  Malcontenti  ;  e  in  compagnia  s*  appresenta- 
rono  dinanzi  ali*  eletto  imperadore,  e  con  grande 
istanza  il  richiesòno  e  pregarono,  che  per  bene  e 
contentamento  del  comune  dovesse  prendere,  a  so  il 
saramento  de'  loro  soldati,  chò  i  cittadini  erano  mal- 
contenti che  i  sooi  soldati  fossono  all'  ubbidienza 
di  due  privati  cittadini,  dò  era  Pranceschino  Gamba- 
corti e  Cecco  Agliati  :  e  Cecco  Agliati  per  alcuna  in- 
vidia presa,  vedendo  che  abbisogni  i soldati  andava- 
no più  a  Prancesohino  che  a  hn,  sentendo  questo 
movimento  andò  all'  imperadore,  e  disse,  che  di- 
cevano bene,  e  che  per  sé  era  contento  che  così 


*  Corruzione  di  non  so  qaal  voce  greca.  Forse  era  da 
leggere:  /tofax^g. 


Avvedendosi  i  Gambacorti  e  i  loro  seguaci  che 
r  eletto  assentiva  di  grado  le  novità  che  moveano 
i  loro  avversari,  e  non  vi  volea  mettere  riparo,  co- 
nobbono  che  il  loro  stato  si  veniva  abbattendo,  e 
non  vi  poteano  riparare  con  alcuno  salutevole  con- 
siglio. E  però  vedendosi  a  mal  partito,  strignendosi 
insieme,  per  lo  meno  reo  presono  di  volere  essere 
motori,  innanzi  che  fatto  venisse  alla  setta  contra- 
ria a  loro  di  dare  la  libera  signoria  del  comune  al- 
l' imperadore,  pensando  che  per  li  patti  egli  era  lo- 
ro obbligato,  e  per  questa  libertà  sarebbe  più  ;  e 
così  deliberati  furono  all'  eletto  e  con  belle  e  ri- 
verenti parole  dissono,  eh'  aveano  provveduto,  per 
levare  gli  scandali  della  città  di  Pisa  e  del  suo 
contado  e  distretto,  darii  la  signoris.  L' imperadore, 
che  per  via  indiretta  cercava  questo,  si  mostrò  mol- 
to contento,  e  di  presente  prese  la  signoria,  e  le- 
vò le  guardie  dalle  porte  che  v'  aveano  i  -Pisani,  e 
misevi  la  sua  gente  ;  e  il  dì  e  la  notte  faceva  guar- 
dare la  terra  alla  sua  cavalleria,  tanto  che  vi  fos- 
se più  forte,  e  1'  entrate  del  comune  recò  a  sua 
stribuzione;  e  mandò  bando  da  sua  parte,  che  chi 
si  sentisse  offeso  del  tempo  passato,  o  per  V  avve- 
nire, andasse  per  giustizia  a  lui  e  alla  sua  corte, 
dicendo  che  intendea  che  1'  sgnello  pascesse  allato 
al  lupo  senza  lesione  o  paura.  Tatto  questo  proces- 
so per  la  fretta  delle  sette  e  per  la  volontà  dell' im- 
peradore, sotto  ombra  di  voler  conservare  il  co- 
mune in  pacifico  stato,  fu  aoperato  di  fatto^  senza 
deliberazione  di  comune  consentimento. 

CAPITOLO  XLDL 

Come  gU  ambatdadori  del  comune  di  Firenze 
andarono  tUf  imperadore. 

il  eomune  di  Pirenae  avendo  lungamente  pra- 
ticato con  quello  di  Siena  e  di  Perugia  'per  la  co- 
mune libertà  del  reggimento  delle  dette  città,  e  tro- 
vato che  i  Perugini  si  poteano  diliberare  daÓa  sug- 


142 


CRONICA 


geiione  dell'  imperio,  sotto  titolo  di  euere  uomi* 
oi  di  Santa  Chieaa;  Bondimeiio  di  loro  coasiglios'a- 
niroDO  inuene  coi  Saneai  a  dovere  aeg^tare  ano 
il  e  nno  no  nel  cospetto  dell*  imperadore  a  mante- 
nere loro  stato,  e  la  firanchigia  de'  loro  comuni  :  e 
aTcndo  presa  questa  concordia,  i  Fiorentini,  ch'a- 
Teano  eletti  sei  cittadini  d*  autorità  a  questo  ser- 
TÌgio,  gV  informarono  della  volontà  del  loro  comune 
dicendo,  che  i  Sanesi  segnirebbono  quelle  medesimo 
secondo  la  promessa  eh'  aveano  dairordine  de'  nove, 
che  governava  e  reggeva  quello  comune  ;  ed  aven- 
do i  capitoli  scrìtti  della  loro  commissione,  a  di 
22  di  gennaio  si  partirono  di  Firense  vestili  d*una 
assisa  tutti  di  doppii  vestimenti,  Fano  di  fine  scar- 
latto, Peltro  di  fine  mescolato  di  Borsella\  con  ric- 
chi adornamenti,  e  con  otto  famigli  a  cavallo  per 
nno,  tutti  vestiti  d' un*  assisa  ;  e  nel  cammino  atte- 
sone più  giorni  gli  ambasciadori  perugini  e'  sanasi, 
per  comparire  tutti  insieme  nella  presenza  delF  im- 
peradore, come  ordinato  era,  sperando  dovere  im- 
petrare ogni  loro  domanda  con  la  benevolenza  del 
signore,  ove  i  Sanesi  lenessono  la  fede  promessa 
a'  Fiorentini  e  a'  Perugini  :  la  qual  cosa  venne  man- 
cata per  la  corrotta  intenzione  de'Saneai,  come  po- 
co appreaso  racconteremo. 

CAPITOLO  L. 
Di  novità  stala  in  Montepulciano, 

Mercoledì  notte,  a  di  21  di  gennaio,  BMSser 
Niccola  de'  Cavalieri  uscito  di  Montepulciano,  aven- 
do trattato  co'  suoi  amici  ch'erano  nel  castello, 
accolti  dugento  cavalieri  e  cinquecento  fanti,  essen- 
dogli aperta  una  porta,  entrò  nel  castello.  1  Sanc- 
ii eh'  aveano  la  ròcca  e  la  guardia  di  Montepulciano, 
sentendo  messer  Niccolò  e  la  sua  gente  entrali  den- 
tro, francamente  con  certi  terrazzani  che  non  era- 
no nel  trattato  abbarrarono'  la  terra,  e  intendevano 
alla  difesa  ;  ma  poco  sarebbe  loro  valuto  :  se  non  che 
per  caso  avvenne  che  per  altra  cagione  in  Monte- 
follonico  ivi  vicino  erano  venute  masnade  di  Sanesi, 
ì  quali  sentendo  lo  stormo  di  Montepulciano  di  pre- 
sente furono  là  al  soccorso  de'  loro  ;  e  aiutato  aos- 
tenere  la  battaglia  e  difendere  la  terra  infino  al 
vespero,  vedendo  messer  Niccolò  e  i  terrazzani  chV- 
rano  con  lui  che  non  poteano  rompere  gli  avversa- 
ri, e  che  il  giorno  declinava  verao  la  notte,  temet- 
te che  nel  soprastare  maggiore  gente  de'  Saneai  non 
li  sorprendesse,  e  presono  partito  di  ardere  la  terra, 
e  andarsene  ;  e  mettendo  prima  catuno  fuoco  nella  sua 
casB,  e  appreaao  nell'  altre,  e  affocato  ogni  cosa, 
abbandonarono  la  terra  :  e  intrigati  que'  d'  entro  a 
riparare  al  fuoco,  non  li  poterono  seguire;  e  pe- 
rò si  rìcolsono  a  salvamento:  e  per  V  abbondanza 
del  fuoco  messo  in  molte  parti,  senza  potersi  ri- 
parare, arse  dalla  ròcca  del  sasso  in  giù  tutta  quan- 
ta, con  gran  danno  de'  terrazaanL 


CAPITOLO  LL 
Come  le  ielle  di  Pisa  si  pacificarono  meietne, 

A' 23  di  gennaio  1354,  avendo  l' imperadore 
recato  a  aè  la  guardia  e  la  libera  aignoria  di  Pisa, 
e  messi  i  Tedeschi  in  luogo  de'  cittadini  alla  gsar- 
dia,  e  già  cominciando  a  prendere  per  loro,  e  va- 
lere per  loro  alberghi  le  case  de'  buoni  cittadini  di 
Pisa  e  le  loro  muserizie,  per  paura  di  peggio  ca- 
tana setta  si  ragunò  a  casa  degli  anziani  :  e  vedea- 
dosi  insieme,  catuno  dicea,  che  per  le  loro  discor- 
die e  disordinati  movimenti  l' imperadore  avea  pre- 
sa la  guardia  e  la  signoria  di  Pisa  coatro  ai  patH, 
e  senza  la  deliberazione  del  comune  ;  e  dimostraro- 
no in  quello  consiglio  quanto  male  poteva  seguire 
alla  patria  per  le    loro   discordie:  e  ivi  gli  animi 
avvelenati  da  catone  parte  cominciarono  a  diasi mn- 
lare,  e  mostrare  di  volere  tra  loro  concordia  ;  e  gii 
anziani  di  quello  stante  elessono  dodici  cittadini  ^ 
catuna  parte,  i  quali  ragunati  insieme,  senza  eon- 
trasto  terminarono  che  ogni  dissensione  tornasse  a 
unità  e  concordia.  E  avuto  consiglio  con  molti  cit- 
tadini, fedone  fare  pace  a  coloro  eh'  aveano  briga 
inaieme  ;  e  qnelli  che  discordavano  per  cagione  di 
sette  si  mostrarono  a  quella  volta  d'  uno  volere,  e 
di  concordia  elessono  ventiquattro,  dodici  di  catana 
parte,  che  riformassono  la  terra  degli  uffici  e'  reg- 
gimenti a  volontà  dell'  imperadore  :  e  cosi  fenna  la 
concordia  fra  loro,  andarono  insieme  all'  imperado- 
re, il  quale  avea  già  cassi  i  soldati  borgognoni  a  i- 
taliani  del  comune  di  Pisa,  e  in  loro  luogo'  con- 
dotti de' suoi  tedeschi,  e  fattili  giurare  a  sé.  Venati 
i  Pisani  nella  presenza  dell'  imperadore,  con  belle 
e  savie  parole  li  fedone  intendere  la  loro  pece  e 
la  loro  concordia.  L' imperadore,  nonoatante  quello 
eh'  avea  inteso  da'  dicitori,  fece  domandare  il  popolo 
se  cosi  era  di  loro  volere  -,  e  tutti  gridando  rispo- 
aono  di  al.  Allora  T  imperadore  scusò  sé,  dicendo 
che  quello  ch'avea  fatto  non  era  stato  di  suo  movi- 
mento né  per  sua  volontà,  ma  le  discordie  e  i  rome- 
ri  mossi  e  fatti  nel  suo  cospetto  l'aveano  fatto  temere 
del  suo  onore  e  del  pericolo  della  città,  e  però  a- 
vea  presa  la  guardia  ;  ora  molto  allegro  della  loro 
pace  e  concordia  reatituiva  la  guardia  della  città  al 
comune  e  gli  uftd  a'  cittadini  ;  e  di  preaente  colla 
sua  autorità  confermò  i  ventiquattro  eletti  a  riforma- 
re la  terra,  pregando  e  comandando  loro  che  ht- 
ceaaono  buona  e  comune  elezione  agli  ofici  de'  lo- 
ro cittadini,  sicché  alcuno  non  ai  potesae  con  ra- 
gione rammaricare  ;  ma  le  chiavi  delle  poi  te  della 
dttà  non  volle  però  rendere  agli  ansiam.  E  chi  be- 
ne riguarderà  qneato  processo,  troverà  per  astato  ia* 
gegno  abbattuto  lo  stato  di  coloro  che  reggevano, 
e  forae  darà  fede  a  una  fama  che  corse,  che  tutto 
dò  eh'  é  avvenuto  fosse  ordinato  con  1'  imperadore 
per  lo  Paffetta  capo  de'Matraversi  fino  in  Lonabardia. 


'  n  «MMolAto  erm  una  speeia  di  panno,,  ohe  oggi  più 
eomonemente  si  direbbe  panno  mi$tio.  Dì  Bornlla,  di 
Bniuelles. 

^  r  aatorragUarono,  Attraversarono  Io  vie  con  barre,  ser- 
ragli, e  Impedimenti  d'ogni  Catta  per  chindere  U  passo. 


'  H  T.  Ricci  sbaglia  leggendo  :  in  Uro  luoghi  eoe. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


143 


CAPITOLO  LIL 

Carne  Gemile  da   MogUano   si  ritolse  la  dita  di 

Fermo. 


Tornando  nella  fontana  do' tradimenti  nella  Ro- 
magna 0  nella  Marca,  ci  occorre  Gentile  da  Moglia- 
no,  il  quale  per  dare  più  certa  fede  de*  laoi  fatnri 
tradimenti,  a'  era  comanicato  col  cardinale  all'  alta- 
re del   corpo  di  Cristo  quando   rendè   la    città  di 
Fermo  a  Santa  Chiesa,  e  fa  fatto  gonfaloniere  per 
lo  detto  legato  centra  i  nemici  di  Santa  Chiesa   di 
Roma,  e  capitano  della  gente  della  Chiesa  contro  a 
messer  Malatesta  da  Rinuni,  eh*  era  ano  nemico  ca- 
pitale; e  mandò  il  legato,  com*  era  in  conTf  gna  con 
Gentile,  gente  d' arme  a  cavallo  e  a  pie  per  riceve- 
re la  tenuta  della  ròcca  e  fornirla;  e  mandò  per  lo- 
ro contanti  ftorìni  d*  oro  ottomila  per  dare  a   Gen- 
tile come  gli  area  promessi  quando  consegnaise  la 
ròcca.  In  questi  medesimi  dì,  innanet  che  le  cose 
avessonb  il  suo  effetto,  messer  Malatesta  a*  avvisò 
non  potere  resistere  contro  al  legato  avendo  seco 
Gentile  da  Mogliano  e  la  città  di  Fermo;  e  1  ca- 
pitano di  Forlì,  quanto  che  fosse  nemico  di  Mala- 
teata,  s*  accorse,  che  acquistando  la  Chiesa  sopra 
messer  Malatesta,  la  piena  verrebbe  poi  sopra  lui  ; 
e  però  incontanente   fece  sapere  a  messer  Malate- 
sta, che  volea  dimenticare  V  ingiurie   ricevute,  ed 
essere  suo  amico  :  e  senza  attendere  risposta,  con 
molta  confidanza  se  n*  andò  a  lui,  il  quale  veggen- 
do  la  liberalità  del  capitano  il  ricevette  amichevol- 
mente ;  e  ragionando  insieme,  conobbono  il  perìco- 
lo del  loro  stato,  e  che  rimedio  non  avea  se  non 
dalla  loro  concordia  e  di  Gentile  da  Mogliano;  e 
presa  fede  da  messer  Malatesta    che  farebbe  pace 
con  Gentile,  e  che  gli  renderebbe  il  porto  di  Fermo, 
di  presente  mandò  messer  Lodovico  suo  figliuolo,  co- 
gnato di  Gentile,  a  ordinare  che  tradisse  il  legato  e 
Santa  Chiesa.  E  perocché  la  natura  di  que'  tiranni  è 
molto  conforme  a*  tradimenti,  con  poca  fatica  recò 
Gentfle  al  fatto  ;  e  udita  la  promessa  di  messer  Ma- 
latesta, e  vedendosi  acconcio  a  potere  tradire,  tutto 
V  onore  ricevuto  dal  legato,  e  la  speranza  di  quelli 
che  gli  apparecchiavano,  e  H  saramento  prestato  nel- 
la comunione  a  Santa  Chiesa  mise  per  niente;  e  fa 
tanto  sfacciato,  eh*  essendo  già  venute  in  Fermo  le 
some  de*  soldati  del  legato  con  parte   della  gente, 
fece  cercare  se  i  danari  vi  fossono  che  il  legato  man- 
dava per  la  ròcca,  e  per  avventura  erano  ancora  fuori 
della  terra  ;  e  temendo  dei  cittadini,  che  volentieri  e- 
rano  asciti  della  sua   lirannia,  mostrando  di  voler 
lare  ciò  eh*  avea  promesso,  occultamente  racchiuse 
nella  ròeca  messer  Lodovico  con  dugento  cavalieri, 
e  del  mese  di  gennaio,  essendo  molti  cittadini  fuo- 
ri della  terra  a  una  certa  festa,  scesono  improvviso 
della  ròcca  nella  città  gridando:  oìea  Gentile  da  Mo^ 
gliano^  e  muoia  le  parte  della  Chiesa;  e  conono  a 
serrare  le  porte,  e  i  soldati  che  dentro  v*erano  per 
la  Chiesa  mandarono  fuori.  La  gente  del  legato  u- 
sdta  di  Fermo,  e  V  altra  che  era  fuori,  temendo  per 
lo  subito  e  non  pensato  tradimento,  si  ricolsono  a 
Reeanati;  e  fornito   Gentile  il  suo  tradimento,  • 


fatto  pace  con  messer  Malatesta,  e  riavuto  il  porto 
di  Fermo,  tutti  e  tre  i  tiranni  ribelli  a  Santa  Chiesa 
si  collegarono  insieme  contro  al  legato;  ma  egli  con 
grande  animo  «per  questo  non  si  smagò ^  ma  prese 
cuore  di  abbatterli,  come  in  fine  fatto  gli  venne. 

CAPITOLO  LHL 

Come  gli  ambasciadori  de*  Fiorentini  e  Sanesi 
furono  ricevuti  doli*  imperadore. 

A  di  29  di  gennaio  detto ,  gli  ambasciadori 
del  comune  di  Firenze,  in  compagnia  con  gli  amba- 
sciadori di  Siena,  entrarono  in  Pisa,  e  andarono  a 
fare  la  riverenza  ali*  imperadore,  e  con  loro  furo- 
no ancora  gli  ambasciadori  del  comune  d*  Arezzo 
(quelli  del  comune  di  Perugia,  perocché  si  voleano 
appresentare  come  nomini  di  Santa  Chiesa,  non  vol- 
lono  andare  con  loro)  :  e  come  giunsono  all'  impe- 
radore, trovarono  accolti  con  lui  tutti  i  suoi  ba- 
roni; ed  entrando  gli  ambasciadori  de'  detti  comu- 
ni, i  baroni  avvallarono  i  cappucci,  e  V  imperadore 
e*  suoi  li  rioevettono  con  molta  festa  e  allegrezza  : 
e  volendo  baciare  i  piedi  all'  imperadore,  no  *l  sof- 
ferse ;  e  ricevuta  la  riverenza  da  tutti,  con  singolare 
dimostramento  d*  amore  prese  per  mano  degli  am- 
basciadori di  Firenze,  e  feceseli  tutti  sedere  allato  ; 
e  tale  fu,  eh*  egli  abbracciò  e  baciò  in  bocca,  per 
mostrare  che  contro  a  lui  non  avesse  preso  sde- 
gno, sapendo  eh*  altra  volta  tornato  a  Firehze  dalla 
Magna  avea  sparlato  contro  a  Ini:  e  festeggiando 
con  tutti  allegramente,  domandarono  giornata  per 
sporre  la  loro  ambasciata ,  e  fu  data  loro  per  lo 
seguente  giorno. 


CAPITOLO  LIV. 

Come  i  Sanesi  scoprirò  la  loro  corrotta  fede  contro 

a"  Fiorentini. 

L'altro  dì  vegnente,  a  dì  30  di  gennaio  detto,  gli 
ambasciadori  del  comune  di  Firenze  vestiti  di  scar- 
latto foderato  di  vaio  con  adomi  paramenti,  con  gli 
ambasciadori  de*  Saneai  insieme,  che  erano  de*  mag- 
giori cittadini  di  quella  città,  s*  appresentarono  alla 
presenza  dell*  imperadore  e  del  suo  consiglio  :  e 
avendo  voluto  i  Fiorentini  che  con  loro  insieme  fos- 
sono gli  ambasciadori  d*  Arezzo,  i  Sanesi  eh*  ave- 
vano la  mente  corrotta  contro  a*  Fiorentini  noi  vol- 
lono  acconsentire,  perché  i  Fiorentini  a  quel  parla- 
mento, non  avessono  chi  li  seguisse.  E  cominciando 
gli  ambasciadori  fiorentini  a  porre  1*  ambasciata  co- 
m*era  loro  imposto,  per  dimostrare  più  franchezza 
del  loro  comune,  usarono  parole  di  debita  reverenza 
alla  maestà  imperiale,  dicendo  santa  Corona^  e  poi 
conseguendo  seremssimo  Principe^  senza  ricordarlo 
imperadore,  o  dimostrargli  alcuna  riverenza  di  sug- 
gezione  ;  domandando  che  il  comune  di  Firenze  vo- 
lea, essendogli  ubbidiente^  le  cotali  e  cotali  fran- 
chigie per  mantenere  il  suo  popolo  nell*  usata  libertà  : 


*  si  BxrkBrrìf  si  perdette  d'animo;  voeabolo  antico. 


i44 


CROMICA 


6  avendo  latto  detto  eome  fa  loro  commesso,  con- 
chiasoao  la  loro  reverensa  con  poco  onoro  della 
maestà  imperiale  ;  della  qoal  cosa  segoitò  poco  ono- 
re a^  rettori  di  Firense  da  cui  mosse  qaello  consi- 
glio. Di  qnesto  nacque  tra  i  baroni  e*  consiglieri 
dell'  imperadore ,  e  massimamente  tra  coloro  che 
per  animo  di  parte  erano  contradii  al  comune  di  Fi- 
renze, sdegno  e  baldanza  di  parlare  contro  al  no- 
stro comune;  e  se  T  imperadore,  e  il  patriarca,  e 
il  yececancelliere  non  avessono  a^uta  più  temperan- 
za che  gli  altri  del  consiglio,  i  fatti  con  la  conse- 
guenza de^  Saneai,  che  in  qaello  consiglio  inganna- 
rono il  comune  di  Firenze,  andarono  a  rovescio  con 
molto  sdegno  da  catuna  parte:  ma  il  savio  signore 
con  temperanza  conobbe  quanto  pericolo  al  suo  stato 
portava  a  non  rimanere  in  concordia  col  comune  di 
Firenze  ;  e  però  sostenne,  magnificando  quel  comu- 
ne, e  mostrando  verso  quello  volere  fare  quanto  o- 
nestaroeote  potesse  fare,  non  guardando  groppo  al- 
l'onore  imperiale:  e  ordinò  di  tornare  con  più  di- 
ligenza altra  volta  a  trattare  co'  detti  ambasciadori  ; 
0  il  suo  consiglio  ripremette  d'  ogni  oltraggioso 
parlamento  quivi  fatto.  Dopo  questo,  gli  ambascia- 
dori  aaneai,  eh'  aveano  altro  in  cuore  che  non  a- 
veano  promesso  a'  Fiorentini,  lieti  della  poca  rive- 
renza fatta  all' imperadore  per  gli  ambasciadori  fio- 
rentini, parendo  loro  venuto  il  tempo  che  i  loro  ret- 
tori con  coperta  malavoglienza  lungamente  aveano 
aspettato,  credendosi  col  loro  tradimento  abbattere 
e  disfare  il  comune  di  Firenze,  partendosi  da  quello 
che  in  fede  aveano  promesso  al  nostro  comune,  co- 
minciarono a  sporre  innanzi  all'  imperadore ,  e  al 
suo  consiglio,  e  agli  ambaaciadori  del  comune  di  Fi- 
renze la  loro  ambasciata,  magnificando  con  ornato 
sermone  la  serenità  della  maestà  imperiale,  chia- 
mandolo loro  signore;  e  senza  alcuno  patto  offerso- 
no  quello  comune  liberamente  alla  sua  signoria,  con 
le  più  magnifiche  lode  che  pronunziare  si  possono, 
e  con  le  più  libere  offerte ,  pensando  di  queato  ri- 
manere esaltati  e  grandi,  e  aver  messo  in  fondo  il 
comune  di  Firenze.  Onde  1'  imperadore  grazioaa- 
mente  e  con  lieto  volto  ricevette  e  accettò  l'offerte 
di  quello  comune,  e  gli  ambasciadori  commendò 
mollo  del  loro  onorevole  parlare,  in  onesta  ripren- 
sione di  coloro  che  con  meno  reverenza  aveano  par- 
lato all'  imperiale  maestà.  Ma  perocché  T  intenzione 
dell'  ordine  de'  nove  di  Siena  infino  a  quello  punto 
era  stata  occulta  a  molti  grandi  cittadini  di  Siena  e 
al  comune  di  Firenze,  cominciata  a  palesare  ne'  fatti, 
ebbe  ravvolgimenti,  e  segaironne  cose  assai  notevoli, 
come  al  suo  tempo  innanzi  racconteremo  :  ricordan- 
do qui,  che  come  a  Dio  piacque,  l'ordine  de' nove, 
che  questo  tradimento  ordinarono,  ne  fu  abbattuto  e 
disfatto,  e  il  comune  di  Firenze  n'  è  esaltato  in  mag- 
giore e  migliore  stafo. 

CAPITOLO  LV. 

De*  falli  €omme$9Ì  per  lo  comwM  di  Fireiue, 
e  degV  inganni  ricevuti  da'*  suoi  vicini, 

Avvegnaché  quello  che  seguita  non  sfa  cosa 
nolevole,  concedesi  a\  noatro  trattato  per  ammae- 


stramento delle  cose  a  venire.  I  rettori  del  eomime 
di  Firenze  sentendo  passato  in  Italia  T  imperadore 
e  coronato  a  Moncia,  per  loro  non  si  fé' albina  prov- 
visione in  utilità  0  beneficio  del  nostro  comune  ;  stan- 
do egli  lungamente  a  Mantova  nel  lieve  stato  dio 
v'  era,  se  il  nostro  comune  v'  avesse  mandalo  a  dar- 
gli conforto,  ciò  che  avessono  volato  avrebbono  di 
grazia  impetrato  da  lui  ;  ove  poi  con  pericolo  e  con 
gran  costo  s'  accordarono  con  lui,  come  segueiido 
si  potrà  trovare.  E  ancora  lasciarono  per  matta  i- 
gnoranza  a  provvedere  d'  arrecare  alla  loro  volonlà 
e  disposizione  tutte  le  città  e  castella  e  terre  vici- 
ne, le  quali  lievemente  con  alquanta  prowedenxa 
avrebbono  recalo  a  dire  e  a  fare  quello  che  il  coaaa- 
ne  di  Firenze  avesse  voluto;  ove  in  sul  latto  oattma 
terra  e  castello,  senza  richiesta  del  comune  di  Firen- 
ze, prese  suo  vantaggio,  non  senza  pericolo  del  no- 
stro comune  :  la  diligenza  e  la  sollecitudine  de'no- 
stri  rettori  fu  abbandonata  al  corso  della  fortana^ 
come  per  antico  vizio  degli  ooooini  del  nostro  co- 
mune é  consueto,  perocché  non  é  chi  si  curi  di  pa- 
trocinare lo  stato  e  la  provvedenza  del  nostro  co- 
mone  ;  e  i  rettori,  e'  hanno  poco  a  fare  air  ofido, 
intendono  più  alle  loro  private  cose  che  a'  beneficii 
del  comune:  e  però  più  lo  conduce  fortuna  che  prov- 
vedimento; ma  molto  1* aiuta  Iddio,  egli  ordini  datì 
alla  grande  massa  del  comune  per  i  nostri  antichi 
maggiori.  E  in  questo  tempo  per  questa  cagione  av- 
venne, che  i  Sanesi  non  si  curarono  di  rompere  in 
sul  fatto  la  fede  a'  Fiorentini  :  e  i  Volterrani,  sen- 
tendo r  offerte  fatte  pe'  Sanesi,  anch'  eglino  si  die- 
dono  liberamente  all'  imperadore  contro  al  volere 
de'  Fiorentini  ;  e  i  Pistoiesi,  contro  al  volere  deTio- 
rentini,  e  senza  con  loro  conferirne,  vi  mandarono 
ambasciadori  per  darlisi  :  ma  sentendo  che  il  corna- 
ne di  Firente  si  turbava  contro  a  loro,  si  ratten- 
nono  della  libera  profferta,  e  soprastettono  più  per 
paura  che  per  amore  ;  e'  Samminiatesi  cominciarono 
segretamente,  coprendosi  a'  Fiorentini,  di  darsi  li- 
beramente air  imperadore:  e  trovando  tra  loro  con- 
cordia, prima  V  abbono  fatta  eh'  e'  Fiorentini  vi  po- 
tessono  riparare  ;  e  se  non  fosse  che  i  rettori  di 
Arezzo  torneano  forte  de'  Tarlati  loro  usciti  e  de'ghi- 
bellini  d'  entro,  avendosi  vedati  a  stanza  de'  Senesi 
abbandonare  da'  Fiorentini  nella  presenza  dell'  impe- 
radore, si  sarebbono  dati  come  gli  altri,  non  cu- 
randosi del  comune  di  Firenze;  ma  per  loro  mede- 
simi sostennono  la  libertà  di  quello  comune,  essen- 
do  forte  impugnati  da'  Tarlati,  Pazzi  e  libertini  loro 
ribelli,  eh'  erano  con  V  imperadore  :  e  avvedutisi  gli 
ambasciadori  fiorentini  dell'inganno  de' Sanesi,  e  di 
quello  ch'^  aveano  fatto  i  Samminiatesi  e' Volterrani, 
cominciarono  a  parlare  per  gli  Aretini  e  per  i  Pi- 
stoiesi. L' imperadore  per  sua  industria  non  li  sos- 
tenne ,  ma  disse  la  parola  del  Vangelo  :  aeiaiem 
habent  ipsi^  de  se  loquantury  e  non  lasciò  dar  loro 
audacia  o  favore  ;  e  cosi  per  difetto  di  mala  prov- 
vedenza, i  Fiorentini  de'  loro  proprii  fatti,  e  di  quelli 
che  s' appartengono  alla  guardia  de'  loro  vicini,  fu- 
rono più  e  più  giorni  a  pericoloso  partito,  e  io  gran- 
de ripitio  degli  altri  cittadini. 


DI  MÀTtBO  VILLANI. 


145 


CAPITOLO  LVL 

Di  molti  Alamanni  venuti  alla  coronazione 
deir  imperadore. 

Stando  1*  imperadore  a  Pisa  ne'  trattati  colle 
dttè  e  comani  di  Toicana,  come  detto  è,  innanzi 
che  i  iindachi  Tossono  venuti  a  fermare  le  sngge- 
sioni,  la  noTella  della  sua  coronazione  da  Mencia,  e 
dell^  aTYenimento  da  Pisa,  era  sparta  in  Alamagna  e 
nel  sno  reame  di  Boemia,  e  come  le  città  d*  Italia 
erano  senza  guerra  acconce  alla  sna  ubbidienza  :  e 
per  questo  V  imperatrice  si  mosse  con  mille  cavalieri 
di  buona  gente  d'arme  e  molti  baroni  a  sua  com- 
pagnia per  venire  a  Pisa,  e  per  simile  modo  molti 
prelati  e  grandi  signori  della  Magna  di  diverse  Pro- 
vincie si  mossone,  catuno  con  grjBnde  compagnia,  per 
venire  in  Italia  per  essere  alla  sna  coronazione  in 
Roma  ;  e  in  breve  tempo  giunsono  a  Pisa  l' impera- 
trice e  piii  di  quattromila  cavalieri  della  più  bella  e 
ricca  baronia  del  mondo,  bene  montati,  e  con  no- 
bili paramenti,  e  molti  arnesi,  ma  con  lieve  armadu- 
ra  ;  e  molti  ne  vennono  per  la  nostra  città,  alber- 
gandone seicento  e  settecento  per  notte,  ove  con 
cortese  e  buona  guardia  onorevolmente  furono  ve- 
duti e  albergati.  L' imperatrice  volea  di  grazia  veni- 
re per  Firenze  ;  ma  perocché  ancor»  per  lo  nostro 
comune  non  era  presa  fermezza  d'accordo  con  l' im- 
peradore, temendo  che  V  ignorante  indiscreto  po- 
polo minuto  non  movesse  parole  villane  coutro  a'fo- 
restieri  essendo  l'imperadrice  nella  città,  o  contro  i 
rettori  del  nostro  comune,  per  lo  meno  reo  e  più 
sicuro  fu  diliberato  e  preso,  che  con  grande  compa- 
gnia 0  piccola  ella  non  venisse  nella  città  di  Firenze. 

CAPITOLO  LYII. 
Di  novità  della  Marca  per  Recanati» 

Messer  Halatesta  da  Rimini,  e  il  capitano  di 
Porli,  e  Gentile  da  Mogliano,  collegati  insieme  con- 
tro al  legato,  sentendo  che  i  signori  di  Milano  a- 
veano  tregua  con  gli  allegati  Lombardi^  e  catuno 
stava  sospeso  per  cagione  dell'imperatore,  aveano 
cassi ^  cento  bandiere  di  soldati  \  e  perchè  non  tor-^ 
nassono  loro  addosso  per  via  di  compagnie  non  li 
lasciavano  partire  del  loro  distretto  se  non  per  la 
via  della  Magna:  e  per  questo  li  ritennono  a  mani- 
care sopra  la  pelle^  più  d'  un  mese,  e  molti  se  ne 
tornarono  nella  Magna,  perocch'  erano  tutti  Tedeschi  ; 
e  quando  gli  abbono  assottigliati,  concedettono  al 
resto  la  via  per  la  Lombardia,  i  quali  senza  arresto 
improvviso  giunsono  in  Romagna  :  e  arrestati  quivi 
senza  far  danno  da  millecinquecento  barbute,  i  ti- 
ranni sopraddetti  romagouoli  s'accolsono  con  loro; 
e  fatto  loro  alcuno  aiuto  di  loro  danari,  e  promesse 
d'  una  buona  terra  dove  potrebbono  vernare  ad  agio, 
li  condussono  a  Recanati,  pensando  per  fon»  po- 


'  con  la  lega  de'  Lombardi. 

'  lioenaiatif  levati  dal  ruolo  cento  drappelli  di  soldati. 
Bùndiera^  vale  appunto  qui  qael  drappèllo  di  soldati,  ohe 
stanno  sotto  una  medesima  bandiera,  e  non  eran  quasi  mai 
oltr«  a  cento.  '  li  ritennono  in  sulle  spese,  a  grave 

spesa  del  oomone  più  ecc. 

Vilumi  M.,  Oronien*    Vol.  U. 


terla  vincere  e  racquistare.  Il  legato,  ammaestrato 
de'  fatti  della  guerra  e  de'  baratti  de'  suoi  avver- 
sari, avendo  per  suo  capitano  di  guerra  messer 
Ridolfo  da  Camerino,  prò'  e  valente  cavaliere ,  avea 
fatta  gnemire  di  gente  d'  arme  da  cavallo  e  da  pie 
la  città  di  Recanati  :  sicohò  sopravvenendo  i  tiranni 
con  quella  cavalleria,  e  sforzandosi  di  combatterla,  la 
trovarono  si  guarnita  alla  difesa,  che  ne  perderono 
tosto  ogni  speranza;  e  non  potendovi  soprastare, 
con  vergogna  se  ne  partirono,  tornandosi  addietro. 

CAPITOLO   LVDL 

Come  la  gran  compagnia  del  conte  di  Landò  entrò 

nel  Regno. 

Essendo  per  1'  avvenimento  dell'  imperadore  in 
triegua  i  fatti  di  Lombardia,  la  gran  compagnia  del 
conte  di  Landò  era  tornata  nella  Marca:  e  ricordan- 
dosi che  Tanno  dinanzi  il  re  Luigi  non  avea  man- 
dato loro  quarantamila  fiorini  d'  oro  eh'  egli  avea 
promessi,  e  sentendo  che  il  duca  di  Durezze  e  il 
cunte  Paladino  erano  io  rubellione  della  corona,  ed 
erano  contenti  ohe  la  compagnia  entrasse  nel  Regno  ; 
nondimeno  il  conte  di  Landò,  perchè  il  re  non  si 
provvedesse  contro  a  loro,  tenea  trattato  d'  accor- 
darsi al  soldo  della  Chieaa  :  ma  non  gli  era  bisogno, 
che  'I  traccurato  '  re  era  stato  assai  dinanzi  avvisato 
dall'  imperadore  e  da  più  altri  che  si  provvedesse, 
che  di  certo  la  grande  compagnia  dovea  entrare  nel 
Regno  ;  e  la  provvigione  che  di  ciò  fatta  era,  era  di  . 
stare  continovo  io  danzare  e  in  festa  colle  donne: 
e  però  la  detta  compagnia  facendo  la  via  della  ma- 
rina d' Abruzzi,  senza  trovare  contrasto  o  riparo  en- 
trò nel  Regno;  e  nella  prima  entrata  preaono  Pe- 
scara e  Villafranca  e  San  Fabiano,  e  trovandoli 
pieni  di  vittuaglia  e  d'  arnesi,  si  dimorarono  in  essi 
fino  al  marzo,  recando  in  preda  ciò  che  venne  loro 
alle  mani,  scorrendo  le  contrade  d' intorno.  E  d^  altra 
parte  il  conte  Paladino,  con  trecento  cavalieri  e  molti 
masnadieri,  in  questo  medesimo  tempo  correva  pre- 
dando le  terre  di  Puglia^  facendo  noia  e  danno  assai  a' 
paesani  ;  e  avvegnaché  messer  Luigi  di  Durazzo  non 
si  scoprisse  in  questi  fatti,  tutto  si  riputava  che  fosse 
di  suo  consentimento  e  volontà.  Il  re  faceva  fortifica- 
re le  terre  alla  difesa  contro  alla  compagnia,  e  con- 
fortavali  che  si  guardassono  bene  per  non  cadere 
nelle  mani  de'  ptdoni:  altro  aiuto  non  dava  loro, 
che  non  n'  era  provveduto  né  fornito  di  poterlo  fare. 

CAPITOLO  LIX. 
Come  f  imperadore  andò  a  Lucca. 

Essendo  stato  l' imperadore  in  Piss,  e  lasciato 
fare  a'  dttadini  le  novità  ohe  narrate  averao,  stiman- 
do che  quelle  divisioni  fossono  favorevoli  alla  aua 
signoria,  e  in  iscusa  a'  patti  rotti,  intra'  quali  era  la 
suggezione  di  Lucca,  già  immaginandone  alcuna  co- 
sa a  sua  utilità,  volle  andare  a  vedere  la  città, 
e  a  di  13  di  febbraio  detto  anno  si  mosse  con  pic- 
cola compagnia  di  gente  d'arme,  e  stettevi  quel  di 
e  l'altro  \  e  prendendo  la  riverenza  da'  cittadini,  il 


'  trascurato,  negligente,  spensierato. 


10 


146 


CRONICA 


pregavano  delia  loro  libertà.  11  savio  e  avveduto 
imperadore,  volendo  compiacere  a'  Pisani  e  mostrare 
di  volere  mantenere  i  patti,  quanto  che  altro  avesse 
nell'  animO|  disse  com*  e'  sapeva  che  i  cittadini  di 
Lucca  erano  stati  per  lungo  tempo  ribelli  air  impe- 
rio, e  però  li  reputava  degni  di  quello  ch^  avevano 
ricevuto  ;  e  confortandoli  disse,  ohe  eomportassono 
con  pazienza  quello  che  sosteneano  per  penitenza 
del  peccato  commesso,  tanto  che  meritassono  la  li- 
berazione :  e  neir  agosto  lasciò  que^  medesimi  cit- 
tadini che  i  Pisani  v*  aveano  deputati  alla  guardia,  e 
non  rimosse  uficiali  nelP  ordine  di  quel  reggimento 
in  alcuna  parte,  e  V  altro  di  se  ne  tornò  a  Pisa. 

CAPITOLO  LX. 
Come  al  Gallwizo  nacque  un  fanciullo  mostruoso. 

In  questo  mese  di  febbraio  nacque  presso  a  Fi- 
renze, in  un  luogo  che  si  chiama  il  Galluzzo,  a  uno 
barbiere,  un  fanciullo  mostruoso  e  dìminoto  :  chò  U 
viso  era  come  di  vitello,  con  gli  occhi  bovini;  e  do- 
ve doveano  essere  i  bracci,  dagli  omeri  delle  spalle^ 
uscivano  due  branche  quasi  come  d^unt  botta*,  da 
ogni  parte  la  sua,  e  avea  il  corpo  e  la  natura  u- 
mana  senza  coscia  :  ma  dove  le  coscie  dalP  imbusto 
doveano  discendere,  uscivano  due  branche,  da  catu- 
no  lato  una,  ravvolte,  che  non  aveano  comparazione  : 
e^  vivette  parecchie  ore,  e  appresso  morì,  lasciando 
.  ammirazione  di  so.  Ha  di  questo  e  degli  altri  corpi 
umani  nati  mostruosi  nella  nostra  città  non  potem- 
mo comprendere  che  fosse  vestigio  o  pronosticatori 
d'alcuni  accidenti,  come  credeano  gli  antichi,  ma 
gli  sconci  e  disonesti  peccati  spesso  sono  cagione  di 
mostruosi  nucimenti,  e  alcuna  volta  1'  empito  delle 
costellazioni. 

CAPITOLO  LXl. 

De*  fatH  di  Siena  con  V  imperadore. 

Era  per  lunghi  tempi  governato  il  reggimento 
della  città  di  Siena  per  V  ordine  de^  nove,  il  quale 
era  ristretto  in  meno  di  novanta  cittadini  sotto  certo 
industrioso  inganno  ;  perocchò  quando  il  tempo  ve- 
niva di  fare  i  loro  generali  squittini,  acciocché  ogni 
degno  cittadino  popolare  entrasse  nell*  ordine  de^ 
nove,  coloro  eh*  aveano  già  usurpati  gli  ufid  si  ra- 
gunavano  segretamente  in  una  chiesa,  e  ivi  dispo- 
nevano d'alcuni,  cui  voleano  che  rimanessono  nel- 
r  ordine,  fermandoli  tra  loro  per  saramento,  e  pro- 
metteano  tutti  dare  a^  detti  le  loro  voci  co'  lupini 
neri  ;  e  tutti  gli  altri  eh'  andavano  allo  squittino, 
eh'  erano  molti  buoni  e  degni  cittadini,  li  riprova- 
vano co*  lupini  bianchi;  sicché  1*  ordine  non  crescea 
più  che  volessono,  né  alcuno  v'entrava  che  tra  loro 
prima  non  fosse  deliberato  :  per  la  qual  cosa  erano 
in  odio  a  lutti  gli  altri  popolani,  e  a  gran  parte  de' 


'  Per  omero  qui  s'intenda  la  parte  superiore  dell'osso 
del  braccio.  E  di  vero  gli  anatomici  chiamano  ommto 
quella  poralone  dell'arto  superiore  che  dalla  spalla  va  sino 
al  gomito. 

'  Hettile  anfibio  Simile  al  rospo  a  al  ranocohio. 


nobili,  con  cui  non  a*  intendeano.  Branvi  enti  che 
manteneano  questa  setta,  e  guidavano  il  comune  oo- 
m'  e^  voleano  :  costoro  furono  quelli  che  con  loro 
tradimento  oredettono  abbattere  il  comune  di  Firen- 
ze, e  disfare  sua  franchigia  e  reggimento  con  la 
forza  dell' imperadore,  ed  esaltare  loro,  soltonaelUn- 
do  la  libertà  del  loro   comune  alla  libera  signoria 
dell' imperio,  come  poco  addietro  abbiamo  narralo. 
Avvenne,  che  manifestata  in  Siena  T  intensione  4e' 
loro  rettori ,  strana  ali*  intensione  de*  Fiorellini  e 
della  maggior  parte  de'  loro  cittadini  grandi  e  po- 
polani, essendo  mandato  per  gli  ambasciadorì   d 
comune  di  Siena  che  faeessono  il  sindaco  a  Care  la 
sommissione,  la  cosa  cominciò  a  intorbidare  gli  a- 
nimi  de*  cittadini,  e  a  impedirsi  il  sindacato  con  grandi 
rìpitii^  de*  loro  rettori  e  dell'ordine  de*  nove  che 
questo  aveano  fatto;  e  fu  la  città  in  grave  sospetto  di 
ravvolgimento  e  di  remore,  e  tutte  le  case  de'  gran- 
di feciono  ragunata  di  gente  d'  arme.  L' imperado- 
re in  Pisa  volea  che  gli  ambasciadorì  senesi  faees- 
sono la  sommessione  eh'  aveano  promessa  di  fare  ; 
e  per  questa  cagione  avea  fatto  bandire  il  parlamoB- 
to.  Allora  uno  degli  ambasciadorì,  eh*  era  della  ca- 
sa de'  Tolomei,  disse  a*  compagni,  che  non  inleadea 
senza  nuovo  sindacato  palese  a*  suoi  cittadini  fera 
quella  sommessione  ;  e  per  questo  traendosene  ca- 
tnno  addietro,  la  cosa  soprastette,  e  rimandarono  a 
Siena  :  di  che  V  imperadore  ebbe  malinconia  e  gran 
sospetto,  e  tutti  i  di  di  questo  aspetto  stette  rin- 
chiuso senza  dare  alcuna  udienaa   o  moslrarei  ad 
alcuno.  1  grandi  cittadini  di  Siena  conoscendo  il  gran 
perìcolo  che  occorrere  poteva  al  loro  oomone  riliel- 
landosi  della  promessa  fatta  all'  imperadore,  e  aven- 
do fatte  conoscere  ali*  ordine  de*  nove  e  al  popolo, 
che  senza  loro  volontà  non  aveano  podera  di  darsi 
all' imperadore,  a  di  26  di  febbraio  ragunato  il  par- 
lamento, per  volere  piacere  non  meno  al  minuto  po- 
polo, oh*  era  imperiale,  che  all'  ordine  e  alla  setta 
de*  nove,  feciono  iiro  il  sindacato  pieno  a  darsi  lil>e- 
ramente  all'  imperadore.  Avvenne  per  questo,  che 
rimperadora  conobbe  e  seppe  che  le  cue  de^  gran- 
di di  Siena  ebbono  la  signorìa  di  fare  della  città  a 
loro  senno,  e  da  loro  principalmente  conobbe  la  sng- 
gezione  di  quella  ;  e  venuto  il  nuovo  aindacato  agli 
ambuciadorì  detti,  domenica,  a  di  primo  di  mano 
del  detto  anno,  raunato  il  parìamento,  i  deUi  am- 
basciadorì con  pieno  sindacato  del  loro  cornane,  fé- 
dono  al  detto  eletto  imperadora  per  sé  e  pe'  suoi 
snccessorì  rìcevere  libera  suggesione   del  misto  e 
mero  dominio  di  quella  dttà  e  contado,  e  de*  loro 
uomini  alla  signorìa  dell'  imperìo,   non  riserbandosi 
alcuna  franchigia  dell'antica  libertà  di   quello  co- 
mune :  e  di  queato  li  fedone  fare  raverenza ,   e 
prestarono  il  saramento  :  ed  egli  l' accettò  e  rìcevel- 
te  per  sé  e  pe'snoi  suceesiorì  in  futuro  in  presenza 
di  lutto  il  parlamento,  con  grande  allegrezza  e  fe- 
sta del  popolo  pisano  eh'  era  presente  ;  e  accecati 
dalla  coperta  invidia  che  portavano  al  comune  di  Fi- 
renze, avvisandosi  per  questo  abbattere  la  libertà 
de*  Fiorentini  mattamente  sommisono  la  loro. 


I      '  ripetili  repliche,  richiami. 


DI  MATTEO  VILLANL 


147 


CAPITOLO  LXIL 

Di  più  imbasciate  ghibelline  itale  in  presenta 

delPimperadore, 

Non  ci  parve  da  lasciare  in  silenzio  quello  che 
ti  presente  seguita.  Messer  Piero  Sacconi^  e  il  ve- 
scoYO  d' Arezzo  degli  libertini,  e  Neri  da  Faggiuo- 
la, coMoro  consorti  e  co*  Pazzi  di  Valdarno,  fecio- 
no  loro  sforzo  accattando  sopra  loro  possessioni,  e 
Tendendone  per  mettersi  a  comperare  belli  cavalli,  e 
armi  orrevoli,  e  robe  e  ricchi  paramenti,  per  com- 
parire magnifici  nella  presenza  e  servigio  dell*  impe- 
radore,  credendosi  essere  esaltati  da  lui  sopra  [gli 
altri  Toscani  ;  ed,  essendo  gli  ambasciadori  d*  Arez- 
zo per  trovare  accordo  con  Timperadore,  iloro  ca- 
porali^ nominati  s^appresentarono  nell*  udienza  impe- 
riale e  in  quella  addomandarono  baldanzosamente 
d*  essere  rimessi  nella  loro  città  d' Arezzo,  e  che  a 
loro  Tossono  rendute le  terre  eie  possessioni.  Gli  am- 
basciadori francamente  li  ripugnavano'.  L'imperado- 
re,  eh*  avea  V  animo  a*  fatti  suoi  e  non  a  quelli  della 
parte  ghibellina,  li  si  levò  dinanzi,  dando  loro  u- 
ditorì'  ch^avessono  a  riferire  a  lui  ;  e  nella  presenza 
degli  uditori  messer  Piero  montò  in  tanta  arroganza, 
che  con  aspre  minacce  e  villanie  domandava  di  vo- 
lere essere  restituito  nella  capitaneria  d*  Arezzo  e 
del  contado.  Gli  ambasciadori  savi  e  coraggiosi  rim- 
proveravano la  sua  abbominevole  tirannia,  e  il  pro- 
prio acquisto  fatto  per  violente  rapina,  e  per  ma- 
nifesta ruberia  fatta  a*  meno  possenti  sotto  il  titolo 
del  capitanato,  conchiudendo,  ch'egli  era  degno  di 
ricevere  dair  imperio  gravi  pene,  avendo  convertita 
la  capitaneria  di  quella  città  in  incomportabile  ti- 
rannia :  e  che  quella  città  che  gli  era  accomandata 
per  la  santa  memoria  dell'  imperadore  Arrigo,  egli 
per  malizia  e  per  somma  avarizia  V  avea  sottoposta 
e  venduta  a' Fiorentini  per  quarantamila  fiorini  d'o- 
ro, in  vergogna  e  detrimento  del  santo  imperio  :  e 
grande  vergogna  gli  era  ora  con  sfrenata  baldanza 
avere  fatto  manifesto  all'  imperiale  maestà  cotanti 
suoi  difetti.  Ancora  il  dotto  messer  Piero  avea  nella 
presenza  degli  uditori  e  degli  ambasciadori  infama- 
to Neri  da  Faggiuola,  eh*  avea  per  amistà  de'  Peru- 
gini fatta  la  terra  del  Borgo,  eh'  era  per  lui  acqui- 
stata a'  ghibellini,  venire  in  parte  guelfa  :  per  Neri 
gli  fu  altamente  risposto^,  mostrando  come  tutto  era 
avvenuto  per  la  sua  malìzia,  e  per  le  sue  violenze 
quando  v'  avea  stato  ;  e  anche  avvenne  ohe  il  vesco- 
vo d' Arezzo  si  lamentò  di  messer  Piero  di  gravi 
ingiurie  ;  e  così  Tuno  disse  improvviso  contro  all'  al- 
tro per  modo,  che  tutti  impetrarono  grazia  nel  co- 
spetto dell'  imperadore  e  del  suo  consiglio  di  gra- 
vi abbominazioni,  senza  altro  conquisto  di  frutto:  e 
d'  allora  innanzi  gli  ambudadorì  del  comune  d' A- 


*  Intendi  i  principaU  de'  sopradetti  Sacconi ,  libertini, 
Neri,  Pasii  e  coneorti.  E  questo  dico  perchè  il  loro  a  totta 
piima  pare  al  rapporti  agli  amboiciadorù 

^  contrastavano,  loro  si  opponevano. 

*  Qui  e  più  sotto  uditori  vale  auditori  nel  significato  di 
ministri,  giudici  di  tribunale.  Se  ne  faccia  una  giunta  al 
Vocabolario. 

*  Vedi  gli  AnnaU  del  Muratori  e  V  Archiffio  Diplomatìeo 

di 


rezzo  ebbono  graziosa  udienza  dall' imperadore  per 
l'accordo  di  quello  comune. 

CAPITOLO  LXIIL 
Come  i  Volterrani  si  dierono  alF  imperadore. 

Avvegnaché  innanzi  sia  fatta  alcuna  narrazione 
della  sommissione  di  Volterra  e  di  Samminiato,  qui 
si  torna  al  termine  del  fatto.  I  Volterrani  sapen- 
do che  i  Senesi  senza  patto  erano  sottomessi  ali  im- 
peradore, avendo  poco  amore  e  meno  confidanza  al 
comune  di  Firenze,  perocché  si  reggevano  sotto  la 
tirannia  de'  figliuoli  di  messer  Ottaviano  de'  Belforti 
i  quali  quanto  che  fossono  guelfi  di  nazione,  per  la 
tirannia  dichinavano  ad  animo  ghibellino  come  met- 
tesse loro  bene,  e  non  amavano  il  comune  di  Fi- 
renze né  i  Fiorentini  per  la  tirannia,  eh'  era  con- 
tradia  alla  libertà  del  nostro  comune  ;  e  però  senza 
volere  seguire  il  consiglio  de'  Fiorentini  di  doman- 
dare patti,  feciono  sindachi  i  loro  ambasciadori  con 
pieno  mandato,  e  mandarli  a  Pisa;  i  quali  in  pubbli- 
co parlamento,  a  di  4  di  marzo  del  detto  anno,  si 
sottomisono  liberamente  alla  signoria  dell'  imperatore 
e  de'  suoi  successori,  e  feciono  1'  omaggio  e  la  re- 
verenza per  lo  detto  comune,  e  il  saramento  come  i 
Senesi  aveaoo  fatto. 

CAPITOLO  LXIV. 
Come  i  Samminialesi  si  dierono  ali*  imperadore. 

I  Samminiatesi,  che  solcano  essere  più  all'  ub- 
bidienza del  comune  di  Firenze  che  i  Volterrani,  a- 
vendo  vedute  le  sopraddette  città  di  parte  guelfa  già 
sottomesse  all'  imperio,  e  che  il  comune  di  Firenze 
trattava  per  sé  d*  accordarsi  con  lui,  essendo   tra 
loro  divisi  per  setta  per  la  maggioranza  delle  due 
famiglie  Malpigli  e  Mangiadori,  temendo  l' una  par- 
te che  r  altra  non  pigliasse  vantaggio,  s'  accosta- 
rono insieme  dopo  l' aspetto  di  pia  giorni  \  e  celan- 
dosi  da'  Fiorentini  perché  non  movessono  alcuna 
delle  dette  case,  e  veduto  loro  tempo  convenevole, 
di  concordia   feciono  loro  ambasciadori  con  pieno 
mandato  e  sindacato  del  comune  a  darsi  liberamente 
all'imperadore  ;  e  mandatili  a  Pisa,  a  di  8  di  marzo 
in  parlamento  si  sottomisono  liberamente  alla  signo- 
ria dell' imperadore  ;  e  fatto  il  saramento,  e  volendo 
fare  1*  omaggio  e  baciare  i   piedi  all'  imperadore,  li 
levò  di  terra,  e  ricevetteli  ad  osculum  pacis;  cosa 
che  non  avea  fatta  a'  sindachi  di  ninna  altra  città  : 
la  cagione  si  stimò  che  fosse  per  l' affezione  che  Tim- 
perio  per  antico  avea  a  quello  castello,  ove  solca 
essere  la  residenza  degl*  imperadori  e  de'  loro  vicari, 
perché  é  nno  mezzo  tra  le  grandi  e  buone  città  di 
Toscana.  Questo  fu  prima  fatto  che  il  comune  di  Fi- 
renze ne  sentisse  alcuna  cosa;  e  quando  il  seppono, 
più  gravò  nell'animo  de'  cittadini  di  Firenze  che  la 
sommissione  di  Siena  e  di  Volterra,  per  la  vicinanza 
che  '1  detto  castello  ha  con  la  nostra  città  e  con  l'al- 
tre di  Toscana  ;  ma  gran  cagione  ne  fu  la  poca  prov- 
vedenia  già  detta  de*  rettori  del  nostro  comune. 


148 


CR(HnCA 


CAPITOLO  LXV. 
Di  disusaio  tempo  staio  nel  temo. 

Non  ci  pare  dt  lai  dare  in  silenzio  quello  che 
fa  singolare  alla  memoria  de*  pia  antichi  ;  la  cagione 
si  credette  che  venisse  da  inOaensa  di  costellaiioni: 
il  fatto  fa,  che  dai  novembre  al  marzo  il  tempo  fu 
di  di  e  di  notte  il  più  sereno,  cheto  e  bello  che 
per  addietro  si  ricordasse,  essendo  il  freddo  senza 
tenti  continoTO  e  grande  ;  e  le  nevi  eh'  erano  cadu- 
ta dal  principio,  si  mantennono  ghiacciate  nel  con- 
tado di  Firenze,  e  in  molte  parti  bastò  nella  città  piik 
di  tre  mesi  :  il  mare  fu  tranquillo  e  dolce  a  navica- 
re oltre  alla  credenza  degli  nomini:  tutti  i  gran  fiu- 
mi stettono  serrati  di  ghiaccio  longamante  per  mo- 
do che  niuno  si  poteva  navicare;  e  il  nostro  fiume 
d'  Amo,  che  ò  corrente  come  uno  fossato,  stette 
fermo  e  serrato  di  ghiaccio,  che  lungamente  senza 
pericolo  in  ogni  parte  si  poteva  sopra  il  ghiaccio 
valicare  ;  e  a  di  8  di  marzo  cominciarono  a  rompere 
le  piove  dolci  e  utili  a  tutte  le  sementa  della  terra. 

CAPITOLO  LXVL 

Come  il  segreto  giurato  in  Firenze  fu  manifestato 

air  imperadore. 

Seguendo  gli  ambasciadori  di  Firenze  il  tratta- 
to della  concordia  con  V  imperadore,  e  avendo  il 
mandato  di  profferirgli  per  lo  comune  cinquanta  mi- 
gliaia di  fiorini  d*oro,  avendo  da  lui  i  patti  privile- 
giati che  per  parte  del  comune  gli  si  dimandavano, 
r  imperadore,  avvisato  e  malizioso,  della  moneta, 
dov'  f  gli  avea  V  animo,  non  mostrava  di  curarai,  ma 
ne' patti  si  mostrava  strano  e  tenace  per  vendere  più 
cara  la  sua  mercatanzia.  Avvedendosi  di  questo  gli 
ambasciadori,  e  avendone  alcuno  segreto  accennamen- 
to  di  fuori  da  lui,  due  degli  ambasciadori  per  comu- 
ne consiglio  degli  altri  tornarono  in  Firenze  per  in- 
formare a  bocca  i  rettori,  e  avvisarli  di  quello  che  a 
loro  pareva  deirintenzione  del  signore.  Vedendo  i  ret- 
tori che  Timperadore  s^addurava,  e  che  le  terre  vicine 
s'erano  date  liberamente  alla  sua  signorìa,  aveano  ca- 
gione di  più  temere;  e  tennono  più  consigli  segreti  ove 
si  raccontavano  de^falii  delP  eletto:  come  manifesto 
appariva  ohe  non  avea  tenuto  fede  a'Gambacorti,  né  allo 
sUto  di  coloro  che  reggevano  la  città  di  Pisa,  di- 
letUndosi  de'  romon  e  della  divisione  de'  cittadini  ;  e 
tenea  con  loro  che  più  erano  pronti  a  movere  le  no- 
vità della  terra  per  averne  più  libera  signorìa;  e 
come  si  mostrava  bisognoso  e  cupido  di  trarre  a  sé 
moneta  :  e  avendo  per  più  riprese  praticato  sopra  i 
fatti  dell'imperadore  e  sopra  quelli  del  nostro  comune, 
infine  d'  un  a4|imo  presono  partito  per  lo  meno  reo, 
che  non  si  guardasse  a  costo  di  moneta  infine  in  fiori- 
ni centomila  d' oro,  dandoli  all'  imperadore,  dove  la 
nostra  città  di  Firenze  rimanesse  libera  in  sua  giuris- 
dizione, con  altri  singolari  patti.  E  commettendo  la 
pratica  di  queste  cose  ne*  detti  ambasciadori,  avendoli 
informati  che  si  tenessono  forti  a  cinquantamila  fio- 
rini, e  che  non  mostrassono  nò  paura  né  viltà  in 


domandare  e  sostenere  il  vantaggio  del  comune  nella 
quantità  della  moneta  e  negli  altri  patti  ;  ma  innanzi  si 
rompessono  da  lui  aveano  di  darli  i  detti  fiorini  cento- 
mila d*oro.  Questo  consiglio  fu  ristretto  ne*  priori  e 
ne*  loro  collegi  con  piccolo  numero  d'arroti,  e  fu  co- 
mandata a  tutti  la  credenza,  e  giurata  solennemente  : 
e  rimandati  i  due  ambasciadori  a  Pisa,  essendo  coi 
rimperadore,  e  sostenendo  francamente  quello  ch*era 
stato  loro  imposto,  l' imperadore  cominciò  a  sorrì- 
dere contro  a  loro,  e  manifestò  ciò  eh'  era  loro  com- 
messo, e  la  deliberazione  del  loro  comune,  dicendo, 
che  per  scrittura  tutto  gli  era  manifesto.  Gli  amba- 
sciadori di  presente,  senza  procedere  più  innanii,  si- 
gnificarono all^uficio  de'prìori  ciò  eh'  aveano  di  boc- 
ca dell*  imperadore  della  revelazione  del  loro  se- 
creto consiglio;  che  per  questa  cagione,  avvegna- 
ché per  loro  non  li  fosse  acconsentita  alcuna  cosa, 
il  trovarono  più  duro  e  più  turbato  che  prima,  di- 
cendo, come  non  era  traditore  de*  Gambacorti,  aè 
che  non  era  cupido  di  moneta  più  del  suo  onore, 
né  si  dilettava  nella  commozione  de*  cittadini  Come 
questa  novella  fu  divolgata  nella  nostra  città,  Tia- 
famia  de'  signori  e  de'  collegi  e  degli  arroti,  ia 
cui  era  la  credenza,  fu  molto  grande  ;  ma  però  noa 
trovò  il  comune  chi  alcuna  cosa  ne  facesse  allora  per 
purgare  la  comune  infamia,  temendo  per  la  teneres- 
za^  dello  stato,  avendo  cosi  dipresso  rimperadore, 
che  maggiore  pericolo  non  ne  seguisse.  Il  consiglio 
non  fu  reo,  se,  rifermato  lo  stato  dpi  comune  eoa 
la  pace  delT  imperadore,  se  ne  fosse  fatta  debita  in- 
quisizione e  giustizia. 

CAPITOLO  LXVn. 
Come  rimperadore  mandò  aiuto  di  gente  al  legato. 

Basendo  i  tiranni  di  Romagna  accozzati  insieme, 
e  accolta  gente  d*arme  assai  venuta  di  Lombardia 
per  reprimere  la  forza  del  legato,  ch'era  piccola,  il  le- 
gato mandò  a  richiedere  V  imperadore  d'aiuto.  L' im- 
peradore immantinente,  per  mostrarsi  zeloso  e  divo- 
to a'  servigi  di  Santa  Chiesa,  vi  mandò  di  presente 
de' suoi  Tedeschi  cinquecento  barbute,  e  fedone  la 
via  per  Siena,  veduti  e  onorati  da'  Sanasi  graziosa- 
mente ;  e  giunti  al  legato  con  1'  insegna  del  loro 
signore,  rifrenarono  la  forza  e  la  volontà  de*  tiranni. 
Questo  non  era  per  l'andata  di  cinquecento  barbute, 
cosa  da  farne  memoria  ;  ma  consentesi  al  nostro  trat- 
tato, perchè  fu  la  prima  e  Tultima  die  1*  imperadore 
facesse  in  Itdia  in  fatti  d*arme. 

CAPITOLO  LXVOL 
Trattati  dall'  imperadore  a*  FiorenUnL 

Essendo  gli  ambasciadori  del  comune  di  Firen- 
ze quasi  ogni  di  con  1*  imperadore  per  trattare  la 
concordia,  ed  egli  avendo  scoperto  un  segreto  del 


'  Per  la  poca  stabilità,  sicurezza  dello  stato  :  per  essere 
novella,  recente,  non  risodita  la  oostitozione  dello  stato. 
Vedi  io  questo  significato,  anche  raggiunta  <ea«ro,  pag.98, 
col.  I,  oap.  XL. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


149 


cornane,  e  e^enceudogU  ogni  di  fona  grandissima 
di  baroni  e  di  oatalieri  della  Magna,  non  gli  parea 
yolere  di  meno,  e  però  ai  tenea  forte  a  non  condiacen- 
dere  alla  volontà  de^  Fiorentini  ;  e  nondimeno  tem- 
perara  per  non  rompersi  da  loro,  con  totfo  V  attiz- 
zamento de^eaporali  ghibellini  d' ItaUa  eh'  erano  ap- 
presso di  lai,  che  al  continoTO  V  infestayano,  per- 
chè si  rompesse  dal  trattato  della  concordia  de*  Fio- 
rentini, mostrandogli  che  avendo  egli  Pisa  e  Sie- 
na, Volterra  e  Samminiato,  e  V  aiato  de*  ghibellini 
eh'  erano  ivi  a  fare  i  saoi  comandamenti,  e  la  gran 
forza  della  saa  baronia^  senza  dabbio  di  presente 
ne  sarebbe  signore  a  cheto,  e  abbatterebbe  la  loro 
arrogante  superbia  con  grande  onore  e  magnificen- 
za deir  imperio.  Il  savio  signore  conoscen  quanto 
perìcolo  gli  fpotea  incorrere,  potendo  con  suo  o- 
nore  e  vantaggio  aver  pace,  cercare  guerra  *,  e  co* 
nosceva,  che  quando  il  comune  di  Firenze,  eh*  era 
potentissimo,  si  facesse  capo  della  guerra  contro  a 
lai,  che  tosto  gli  si  scoprìrebbono  molti  nemici  ;  e 
conoireea  il  servigio  che  avrebbe  dalla  gente  tedesca 
se  con  larga  mano  non  li  provvedesse,  e  quanto  e- 
rano  fallaci  le  suggestioni  de*  ghibellini  d*  Italia  :  e 
però  serbava  il  consiglio  e  la  diliberazione  nel  suo 
petto,  e  forte  si  temea  che  nascesse  cagione  per  la 
quale  i  Fiorentini  si  rompessono  dal  trattato  ;  e  pe- 
rò avendo  trattato  con  loro  per  modo  che  pareano 
assai  di  presso,  Timperadore  disse,  che  faoessono 
d*  avere  il  sindacato  pieno  dal  loro  comune  come  la 
materia  richiedeva:  e  allora  diliberarooo  che  tre  de- 
gli ambasciadori  toniusono  a  Firenze  a  fare  che  il 
findacato  si  facesse. 

CAPITOLO  LXIX. 
Raccolti  falU  de*  gotematori  del  comune  tu  Fife%%e. 

Perocché  gli  antichi  moderati  e  virtudiosi  che 
solcano  reggere  e  governare  lo  stato  della  repub- 
blica in  grande  libertà,  e  con  maturi  morimenti  e  con 
diligente  prowideaza  governavano  quella  in  tempo 
di  pace  e  di  guerra,  e  non  perdonando  i  falli  che 
si  faceano  contro  la  patria,  nò  lasciando  senza  me- 
rito r  operazioni  che  si  facevano  virtudiose  in  accre- 
scimento e  onore  del  comune,  onde  al  nostro  tem- 
po è  da  maravigliare  come  la  cittadinanza  si  man- 
tiene, esseodo  strana  da  quelle  virtù  e  dalla  prov- 
visione di  quel  reggimento;  e  in  laogo  di  quelli 
antichi  amatori  della  patria,  spregiatori  decloro  pro- 
pri comodi  per  accrescere  quelli  del  comune,  si  tro- 
vano usurpatori  de*  reggimenti  con  indebiti  e  diso- 
nesti procacci  e  argomenti,  uomini  avveniticci,  senza 
senno  e  senza  rirtù,  e  di  ninna  autorità  nella  mag- 
gior parte,  i  quali  abbracciato  il  reggimento  del  co- 
mune intendono  a*  loro  propri  vantaggi  e  de*  lo- 
ro amici  con  tanta  sollecitudine  e  fede,  che  in  tutto 
dimenticano  la  provvisione  salutevole  al  nostro  co- 
mune; e  non  è  chi  per  lui  pensi,  nò  per  la  sua 
libertà,  nò  per  lo  suo  esaltamento,  nò  onore,  né 
per  riparare  al  pericolo  che  sopravvenire  gli  può, 
se  non  nella  strema  giornata  o  in  sul  fatto  ;  e 
per  questo  spesso  occorrono  grari  casi  al  nostro! 


comune,  e  niuno  prende  vergogna,  o  aspetta,  per 
avere  mal  fatto  al  comune,  alcuna  pena  :  e  però  non 
è  senza  pensiero  di  grande  ammirazione  come  il 
nostro  comune  non  cade*  in  grandi  perìcoli  di  suo 
disfacimento.  Ma  i  discreti  del  nostro  tempo  tengo- 
no che  questo  sia  singolare  grazia  e  operazione  di 
Dio,  perocché  in  cosi  grande  fascio  di  cittadini  e 
di  religiosi,  benché  molti  ne  sieno  de*  rei,  assai  v'ha 
de*  virtaosi  e  de*  buoni,  le  cui  preghiere  conser- 
vano la  città  da*  molti  perìcoli,  e  alquanto  é  la  gen- 
te cattolica  e  limosiniera,  perché  Iddio  la  conserva; 
e,  oltre  a  ciò,  gli  ordini  dati  alla  massa  del  comu- 
ne per  li  nostrì  antichi,  e  *1  reggimento  che  ha  pre- 
so il  corso  alla  comune  giustizia  per  le  conservate 
leggi,  è  grande  braccio  al  conservamento  del  comu- 
ne stato.  B  benché  gli  usurpatorì  del  non  degno  u- 
flcio  aleno  molti,  e  male  disposti  al  comune  bene  e 
solleciti  e  provveduti  a*  loro  propri  vantaggi,  e  oc- 
cupino la  cirile  libertà,  il  tempo  di  due  mesi  or- 
dinato al  reggimento  del  sommo  uftcio  del  priorato 
per  li  nostri  provveduti  antichi  é  sì  breve,  che  fa 
grande  resistenza  alla  propria  arroganza  ;  e  ancora 
la  riprieme^  non  poco  la  compagnia  di  nove  priori  e 
de*  loro  collegi.  Ma  non  possono  ammendare  il  con- 
tinovo  fallo  deirabbandonata  prowedenza:  onde  av- 
viene, che  come  fortuna  guida  le  cose,  infino  al  pub- 
blico destamento  del  popolo  si  pena  a  provvedere, 
non  il  migliore  consiglio,  che  no*  1  concede  il  trapas- 
samento  delle  debite  prowedenze,  ma  il  meno  reo. 
E  questo  avviene  continovo  in  tutte  grandi  e  pe- 
ricolose cose  e  accidenti,  ovvero  imprese  che  accag- 
giono  al  nostro  comune. 

CAPITOLO  LXX. 

Ck)me  a  Firenze  ii  fece  il  sindacato  per  P  accordo 

con  r  imperadore. 

Avendo  narrato  il  modo  del  reggimento  del  co- 
mune di  Firenze  e  de'  suoi  rettori,  si  può  dire  con 
verità  del  fatto,  manifestato  più  volte  in  pieno  con- 
siglio per  lo  bocca  dell*  imperadore,  che  avendo 
mandati  il  comune  di  Firenze  a  Mantova  suoi  amba- 
sciadori a  profferirgli  r  aiuto  del  comune,  e  confor- 
tario  della  aua  coronazione,  non  avrebbono  doman- 
dati que*  patti^  che  largamente  senza  ninna  promes- 
sa di  moneta  non  avesse  liberamente  fatti;  ma  la 
proTvedenza  era,  ed  é  per  lunghi  tempi  stata,  in  con- 
tumace del  nostro  comune.  E  però  tornati  a  Firenze 
i  tre  ambasciadori  per  far  fare  il  sindacato,  speran- 
do la  concordia  con  1*  imperadore,  a  dì  12  di  mar- 
zo del  detto  anno,  ragunato  il  consiglio  del  popolo 
secondo  1*  ordine  del  nostro  comune,  che  prima  s*  ha 
a  deliberare  in  quello,  poi  in  quello  del  comune, 
avvenne  ohe  il  notaio  delle  riformagioni,  eh*  era  na- 
tio da ,  leggendo  i  patti  che  8*iotendeano  d'a- 
vere con  1'  imperadore,  per  mostrare  grande  tene- 
rezza al  popolo  della  libertà  pura  del  comune,  non 
ostante   che  in  quelle  scritture  se  ne  contenesse 


*  Baone  stampe  :  cada, 

'  Lo  stesso  che  npritM^  ahhn$$a» 


150 


CRONICA 


afflai  già  deliberato  pe"  signori,  e  pe*  collegi,  ai  mppo 
a  piagnere  per  modo,  che  la  proposta  non  si  potè 
leggere  ;  e  gli  animi  de*  consiglieri  a  quelle  lagrime 
si  commossono  dal  loro  proponimento,  e  però  si  ri- 
mase il  consiglio  e  fl  sindacato  per  quella  giornata  ; 
e  convenne  che  di  nnoTO  si  rifacessono  altri  privati 
consigli,  ne*  quali  il  movimento  del  notaio  non  (u 
riputato  fatto  con  movimento  di  ragionevole  carità, 
ma  piuttosto  per  adulazione  per  accattare'  benevo- 
gliensa  dal  popolo.  E  pertanto  tatti  i  privati  consi- 
gli fermarono  V  intenzione  a  fare  quello  s*  addoman- 
davano  dagli  ambasciadorì  ;  e  da  capo  a  di  3  del  det- 
to mese  si  mossela  proposta  al  consìglio  del  popo- 
lo, e  sette  volte  Tuna  dopo  Feltra  si  perde:  al- 
l' ultimo  levati  molti  cittadini  d'autorità  a  dire,  e  a 
mostrare  il  beneficio  che  di  questo  seguitava  al  co- 
mune, e  il  pericolo  che  venia  del  contrario,  si  vin- 
se, e  fu  dato  la  balia  di  pieno  sindacato  a  tutti  e 
sei  gli  ambasdadori  del  comnne  a  potere  promet- 
tere per  lo  comune  ciò  ch'era  trattato,  o  di  nuovo 
si  trattasse  :  e  appresso  l'altro  dì,  a  di  14  del  mese, 
con  minore  fatica  si  riformò  nel  consiglio  del  comune, 
e  gli  ambasciadorì  col  mandato  pieno  si  tornarono 
a  Pisa^ 

CAPITOLO  LXXL 

Quello  si  fé*  per  alcuno  cardinale  per  la  corona- 
zione deir  imperadore. 

In  questi  d)  il  cardinale  d*  Ostia,  a  cui  a'  ap- 
partiene la  coronazione  dell'  imperadore,  giunse  in 
Pisa,  ricevuto  dall'  eletto  a  grande  onore.  Bra  con- 
suetudine di  Santa  Chiesa  di  mandare  tre  cardina- 
li alla  coronazione  degl'imperadori:  quello  d'Ostia, 
che  ha  l' ufido  d'andare  a  coronare  l' imperadore  alle 
sue  spese  e  alla  sua  provvisione;  gli  altri  due  deb- 
bono andare  alle  spese  di  Santa  Chiesa.  Ma  a  que- 
sta volta  ^essendone  fatto  gran  procaccio  in  corte, 
e  per  questo  avuta  la  grazia  il  cardinale  di  Pelagor- 
ga,  e  quello  di  Bologna  in  su  '1  mare,  di'erano  di 
maggiore  legnaggio,  il  papa  e  gli  altri  cardinali  non 
acconsentirono  che  la  Chiesa  facesse  loro  le  apese, 
dicendo,  se  voleano  andare,  eh'  aveano  la  benedisio- 
ne,  ma  altro  non  aspettassono.  I  cardinali  conside- 
rarono la  spesa  grande,  e  1'  imperadore  povero  di 
moneta  e  stretto  d'  animo,  e  pc^rò  con  poco  onore 
per  ^lo  procacdo  fatto  si  risMSono  di  qneUa  lega- 
zione, e  il  papa  per  non  accrescere  loro  vergogna 
non  ve  ne  mandò  alcuno  altro  :  e  di  questo  non  si 
turbò  r  imperadore  per  non  avere  a  stendere  in  lo- 
ro il  suo  onore. 

CAPITOLO  LXXIL 

Come  ti  fermò  T  accordo  e*  paiH  dalP  imperadore 

al  comune  di  Firenf^e* 

Sentendo  1*  imperadore  tornati  gli  ambuda- 
dori  del  comune  di  Firenze  con  pieno  mandato  e 


*  Male  r  ediz.  del  Dragomanni  attaccare.  La  lesione  non 
può  e»Ben  del  Testo  Rlod. 

*  Neil'  AreMvio  Diplomatico  di  Fircn»€  se  ne  trovano  i 
documenti  autentici. 


sindacato  da  fare  l' accordo  con  lui,  e  come  a'Fio- 
rentini  era  paruto  malagevole  ;  e  conosduto  ditegli 
avea  recati  gli  asdiascitdori  a  promettergli  eento- 
flula  fiorini  d'oro,  più  per  la  revelaziono  ch'egli  •- 
vea  ftitta  loro  del  segreto  del  comune,  che  per  altre 
piacere;  e  trovando  che  i  Pisani  per  mala  sugge- 
stione già  gli  aveano  domandato  die  li  dovesse  li- 
berare della  franchigia  eh'  e'  Fiorentini  aveano  in 
Pisa  per  li  patti  della  pace,  ed  egli  sostenea  dicen- 
do, che  il  loro  movimento  non  era  buono  ;  e  veden- 
do che  il  suo  consiglio  era  insuperbito  per  la  genie 
alamanna  che  crescea  al  suo  servigio  tatto  di,  e  per 
la  forte  iniigagione^  che  i  ghibellini  italiani  foceeno 
loro,  temette  del  suo  consiglio;  e  poi  volle  gli  amba- 
sdadori avere  in  camera  seco  col  patriarca  e  ool  tc- 
ceoancelliere  soli  :  e  oosundando  a  chiarire  i  pniti, 
r  imperadore  vi  §'  allargò  molto  più  che  infino  al- 
lora non  avea  fatto,  per  tema  ohe  discordia  non  ri- 
nascesse, e  per  non  avere  a  riferire  la  sua  Tolontà 
eoi  suo  consiglio.  Nondimeno  quando  vennero  al  sa- 
ramento  per  fermezza  ddle  cose  che  si  trattavano, 
gli  asdiudadori  al  tutto  voleano  il  salvo  numifesto 
e  palese  fennato  col  detto  aaramento:  l' imperadore 
u  fermò  a  non  volerio  Iure  ;  bm  volea  la  soiiwa- 
none  Ubera,  e  da  parte  privilegiare  i  patti,  e  die 
nel  aaramento  de'  sindachi  non  fosse  eoeenone.  Gli 
asibaBdadori,   in  questa   parte  alquanto  indiscreti, 
potendolo  fare  a  salvezza  del  comune,  lungameite  le 
tennono  sospeso  non  senza  sua  tnrbazione;  e  polii 
fedone,  e  già  era  sMilto  infra  la  notte.  Appresso 
vennono  a  dire,  che  il  aaramento  ddla  soaunisaio- 
ne  non  voleano  che  si  stendesse  a'  successori  dd- 
l' imperio,  altro  che  alla  sua  corona.  A  questo  dis- 
se l' imperadore,  che  non  credea  che  vi  si  stendes- 
se, perocché  questo  si  dovea  fare  nominatamente 
alla  eoa  persona  ;  ma  dove  a'  successori  andaase,  ia 
ninna  maniera  intendea  a  derogare  le  loro  ragioni 
Appresso  domandarono,  che  tutte  le  leggi  e  statuti 
fatte  e  fitti,  o  che  per  innanzi  si  facessono  per  lo 
comune  di  Firenze,  in  quanto  le  comuni  leggi  no- 
minatamente non  le  repugnassono,  le  dovesse  per 
suoi  privilegi  confermare.  Questa  gli  parve  sconve- 
nevole domanda,  e  non  la  voleva  consentire  :  e  pa- 
rendo questo  agli  asdiasdadori  dubbioso,  tre  oreo 
più  di  piena  notte  tennono   la  contesa  con   lui,  e 
infine  V  imperadore  infellonito  gittòla  bacdietlaehV 
vea  in  mano  per   terra,  e  mostrandosi  forte  cmo- 
dato,  giurò  in  alta  voce  per  più  riprese,  che  te  in- 
nanzi eh'  egli  uscisse  di  quella  camera  questo  non 
n  consentisse  per  li  sindachi,  che  con  la  sua  forza 
e  de' signori  di  Milano  e  degli  altri  ghibellini  dU- 
talia  distruggerebbe  la  dttà  di  Firenze,  dicendo  che 
troppa  wa  l' altezza  della  superbia  d*  uno  comune 
a  volere  suppeditare*  l'imperio.  Gli  ambasdadori,  ve- 
dendolo così  forte  turbato,  dissono,  che  troverebbeac 
modo  di  venire  a  fare  di  dò  la  sua  volontà  ;  e  pe- 
rocché r  ora  era  fuori  di  modo  tarda,  presone  li- 
cenza per  andard  a  posare:  e  per  questa  cagiona 


'  B  T.  Ricci  :  intieagUme, 

'  Qai  pare  valga  imporre^  a$$egnar$»  È  voce  laHna  ohe 
propriamente  vale  «o«imifiMfrar«,  dare»  Bianca  al  Yooabo- 
lario«  Forte  era  da  leggera  :  soppiantare. 


DI  MATTEO  VHXANL 


151 


ogni  cosa  imperfetta  in  quella  notte,  e  in  queir  ora 
significarono  il  fetto  gli  ambasdadori  a^  signori  di 
Firenze,  per  avere  il  di  vegnente  la  risposta  a  buona 
ora.  L' imperadore  sentendo  che  gli  ambasciadori  a* 
Teano  scritto  al  comune  di  Firenze  significando  le 
sue  parole,  temette  forte  che  i  Fiorentini  non  si  rom- 
pessono  dalla  concordia  ;  e  però  la  mattina  per  tem- 
po, non  attendendo  che  gli  ambasciadori  avessono 
risposta,  mandò  per  loro  ;  e  usate  molte  savie  pa- 
role intorno  al  movimento  tedioso  della  notte,  con 
dimostraraento  di  grande  amore  verso  il  comune  di 
Firenze,  largamente  acconsentì  ciò  che  gli  ambascia* 
doti  aveano  domandato  :  e,  oltre  a  ciò,  per  sua  li- 
beralità, ove  gli  ambasciadori  gli  aveano  promesso 
d^essergli  stadichi  per  attendere  la  promessa  del  co- 
mune, poco  appresso  fatta  la  concordia,  disse,  oh*al- 
la  fede  del  comune  inlendea  di  stare  di  questo  e 
d'ogni  gran  cosa  ;  e  licenziò  gli  stadichi,  e  raffer- 
mata tutta  la  concordia,  innanzi  che  da  Firenze  ve- 
nisse la  risposta:  nondimeno  il  comune  avea  rispo- 
sto, che  per  le  dette  cose  non  volea  che  la  con- 
cordia rimanesse.  B  questo  fu  a  di  20  di  marzo  del 
detto  anno. 

CAPITOLO  LXXHL 

Come  i  Fiùrenimi  per  mah  fMrowede$$!M  errarono 

a  loro  danno. 

Avvegnaché  molto  sia  detto  de^  falli  del  nostro 
comune,  uno  singolare  non  ci  si  lascia  passare  sen- 
za fare  in  questo  luogo  memoria  di  lui.  Fatta  e 
ferma  la  concordia  con  V  imperadore  di  dargli  fio- 
rini d*  oro  centomila  per  avere  fine  e  remissione  da 
lui  delle  condannagioni  e  pene  in  che  *1  nostro  co- 
mune era  incorso  per  decreti  dell'  imperadore  Arrigo 
e  degli  altri  suoi  antecessori,  si  ritrovò  il  saramento 
fatto  per  lo  detto  eletto  a  papa  Clemente  sesto  e  alla 
Chiesa  di  Roma,  quando  fu  promosso  per  operazio- 
ne del  detto  papa  e  di  Santa  Chiesa  all*elezione  del- 
l' imperio,  eh'  egli  libererebbe  i  comuni  di  Toscana 
d' ogni  condannagione  fatta  per  i  suoi  antecessori,  e 
d'  ogni  debito  a  che  si  trovassono  obbligati  per 
addietro  all'  imperio,  massimamente  il  comune  di 
Firenze,  il  quale  per  V  imperadore  Arrigo  era  stato 
condannato  con  i  suoi  cittadini  in  loro  singolarità; 
la  qual  cosa  era  manifestata  a  Santa  Chiesa.  E  an- 
cora giurò,  che  i  detti  comuni  non  graverebbe,  nò 
farebbe  contro  alcuno  di  quelli  muovere  guerra,  né 
sottometterebbe  la  loro  libertà.  Grande  ignoranza  fu 
trattare  presso  a  due  mesi  con  V  imperadore,  e  non 
avere  memoria  di  cotanto  fatto.  Io  reputo  essere  stata 
degna  compensagione,  avendo  cosi  fatta  ignoranza 
compensata  con  prezzo  di  cento  migliaia  di  fiorini 
d'oro,  i  quali  il  comune  pagò  per  avere  con  fatica 
e  con  paura  quello  che  aver  potea  senza  costo,  per 
la  benigna  prowedenza  di  Santa  Chiesa:  e  quello 
che  pagò  per  debito  in  piccola  parte,  potea  in  luo- 
go di  servigio  e  di  grazia  compensare.  Vergognomi 
ancora  di  scrivere  la  seguente  arrota  :  avendo  nella 
fama  dell'  avvenimento  in  Italia  dell'  imperadore, 
mandato  a  corte  al  papa,  •  a'  cardinali  per  avM'e 


aiuto  e  favore  da  Santa  Chiesa,  le  lettere  furono  im- 
petrate piene  e  graziose  e  favorevoli  per  lo  nostro 
comune  ali'  imperadore,  ove  il  papa  e'  cardinali  gli 
ricordavano  la  promessa  fatta  sotto  il  suo  saramento  ; 
le  lettere  stettono  in  cancelleria  per  lapazio  di  tre 
mesi,  innanzi  che  modo  si  trovasse  di  pagare  i  fio- 
rini trenta  d' oro  per  le  comuni  spese  della  cancel- 
leria :  e  per  questo,  poco  appresso  che  la  sommis- 
sione del  comune  e  la  promessa  della  moneta  fu 
fatta,  giunsono  le  lettere  bollate  al  nostro  comune, 
con  grande  rìpitio  e  vergogna  dei  nostri  rettori. 

CAPITOLO  LXXIV. 
Della  statura  e  continenia  deW  imperadore. 

Secondo  che  noi  comprendiamo  da  coloro  che 
conversano  intorno  all' imperadore,  la  sua  persona 
era  di  mezzana  statura,  ma  piccolo  secondo  gli  A- 
lamanni^  gobbetto,  premendo  il  collo  e  '1  viso  in- 
nanzi non  disordinatamente;   di  pelo  nero,  il  viso 
larghetto,  gli  occhi  grossi,  e  le  gote  rilevate  in 
colmo,  la  barba  nera,  e  '1  capo  calvo  dinanzi.  Ve- 
stiva panni  onesti  e  chiusi  continovamente,  senza  nin- 
no adornamento,  ma  corti  presso  al  ginocchio  :  poco 
spendea,  e  con  molta  industria  ragunava  pecunia,  e 
non  provvedeva  bene  ehi  lo  serviva  in  arme.  Suo 
costume  era  eziandio,  stando  a  udienza,  di  tenere 
verghette  di  salcio  in  mano  e  uno  coltellioo,  e  ta- 
gliare a  suo  diletto  minutamente  ;  e  oltre  al  lavorio 
delle  mani,  avendo  gli  uomini  ginocchioni  innanzi  a 
sporre  le  loro  petizioni,  movea  gli  occhi  intorno  a^ 
circostanti  per  modo,  ohe  a  coloro  che  gli  parlavano 
parca  che  non  dovesse  attendere  a  loro  udienza  ;  e 
nondimeno  intendea  e  udiva  nobilemente,  e  con  po- 
che parole  piene  di  sustanzia  rispondenti  alle  do- 
mande, secondo  sua  volontà,  e  senza  altra  delibe- 
razione di  tempo  o  di  consiglio,  faceva  pienamente 
savie  risposte.  E  però  furono  in  lui  in  uno  stante 
tre  atti,  senza  offendere  o  variare  T intelletto:  il  va- 
rio riguardo  degli  occhi,  il  lavorare  con  le  mani,  e 
con  pieno   intendimento  dare  V  udienze   e  fare  le 
premeditate  risposte  ;  cosa  mirabile  e  assai  notevo- 
le in  uno  signore.  La  sua  gente,  avendo  in  un'  o- 
ra  in  Pisa  più  di  quattromila  cavalieri  tedeschi,  fa- 
ceva mantenere  onestamente,  eziandio  astenere  dalle 
taverne  e  dalle  disoneste  cose  per  modo,  che  in- 
nanzi alla  sua  coronazione  in  Pisa  non  ebbe  zuffa 
né  riotte^  tra' forestieri  e'  cittadini  d'alcuna  cosa,  il 
suo  consiglio  ristrigoea  con  pochi  suoi  baroni  e  del 
suo  patriarca  :  ma  la  deliberazione  era  pih  sua,  che 
del  suo  consiglio  :  perocché  '1  suo  senno  con  sot- 
tile e  temperata  industria  valicava  il  consiglio  de- 
gli altri:  e  molto  si  guardò  di  muoversi  alla  stiga- 
zione  e  conforto  de'  ghibellini  d'  Italia,  usati  d' in- 
cendere e  d'infocare  l'imprese  all'appetito  parzia- 
le, pih  che  al  singolare  onore  dell'  imperiale  coro- 
na, i  cui  vizi  nobilemente  conoscea. 


brighe,  battoste. 


152 


CRONICA 


CAPITOLO  LXXV. 

Come  si  bandi  in  Firen%e  P  accordo  con 
r  imperadore. 

Sabato  mattina,  a  di  21  di  mano  del  detto 
anno,  l'ioiperadore  protredatanente  fece  ragooare 
tatti  i  foreatìerì  eh"  erano  io  Pisa  e"  Pisani  a  par- 
lamento nel  doomo  di  Pisa,  e  con  dimostramento  di 
singolare  allegrezsa  fece  venire  dinanzi  da  sé  totti 
e  sei  gli  ambasdadorì  e  sindachi  del  cornane  di  Fi- 
renze; i  quali  giunti  nel  parlamento,  furono  gnar- 
dati  da  tatti  con  ammirazione  grande,  perocché  alla 
memoria  di  coloro  eh"  erano  yìtì,  né  di  molto  tem- 
po innanzi,  si  troTSTa  che  il  comone  di  Firenze  fosse 
stato  altro  che  nemico  air  imperadore,  e  ora  ve- 
deano,  che  con  pace  erano  dall"  imperadore  qne' patti 
cVaTeano   saputi   dimandare;  e  da  loro   ricevette 
I*  omaggio  e  il  sarà  mento  della  fede  che  promise- 
ro all'  imperadore,  sotto  la   condizione  de*  patti  e 
convenienze    che    ferme  aveano  con  lui  per  lo  co- 
mune di  Firenze,  le  quali  su  brevità^  appresso  in  so- 
stanza diviseremo  :  e  1*  eletto  imperadore,  come  re 
de*  Romani,  ne  fece  a  loro  privilegi  reali,  e  promi- 
se, ricevuta  T  imperiale    corona,  di  farli  imperiali. 
E  a   di  23   del  detto  mese,  lunedì  sera,  si  pub- 
blicò in  Firenze  la  concordia  preaa  con   V  impe- 
radore, aonando  le  campane  del  comune  e  delle  chiese 
a  Dio  laudiamo.  Poca  gente,  a  rispetto  del  nostro  co- 
mune, si  ragunò  al  parlamento,  e  senza  alcuna  vista 
d'  allegrezza  ogni  uomo  si  tornò  a  casa.  Il  comu- 
ne fece  in  su  le  torri  e  in  su  i  palagi  festa  e  lu- 
mineria;  ma  nella  città  pe*  cittadini  non  si  fece  falò 
per  segno  d*  alcuna  allegrezza,  conoscendo  quanto 
costava   caro  al  comune  V  ignoranza  de'  loro  citta- 
dini governatori  per  V  abbandonata  prowedenza. 

CAPITOLO  LXXVL 

/  palli  e  le  conveniente  dà*  Piorenlini 
air  imperadore. 

Questi  furono  i  patti  che  measer  Carlo  re  di 
Boemia  eletto  imperadore  impromise  al  comune  di 
Firenze,  e  co*  suoi  reali  privilegi  confermò.  In  pri- 
ma cassò  e  annullò  ogni  sentenza  e  condannagione, 
le  quali  per  addietro  fossono  fatte  contro  alla  città, 
e*  cittadini  e  comune  di  Firenze  e*  suoi  contadini, 
e  centra  i  conti  da  BatlifoUe,  e  da  Doadola,  e  da 
Mangona,  e  Nerone  d'Alvernia  per  gP  imperadorì 
romeni,  ovvero  re  de'  Romani  suoi  antecessori  ;  e 
tutti  e  calano  integrò  e  restituì  ne*  suoi  onori  e  giu- 
risdizioni e  domimi  personali  e  reali.  E  concedette 
che  il  comune  e  popolò,  e  la  città  e  contado  e  di- 
stretto di  Firenze  si  reggesse  secondo  gli  statuti  e 
le  leggi  municipali  e  ordinamenti  consueti  del  detto 
comune  :  e  di  singolare  grazia  confermò  al  detto  co- 
mune per  suoi  privilegi  quello  che  più  gli  parve  grave, 
cioè,  la  confermazione  delle  leggi  dette  e  statuti 
fatti,  e  che  per  innanzi  si  facessono,  approvandoli 
e  confermandoli  in  quanto  le  comuni  leggi  nomi- 
natamente non  le  riprovassono,  dicendo:  la  molti- 


*  brevemente,  alla  breve.  Anche  di  cose  dette  iotto  brevità. 


lodine  delle  leggi  è  tanta,  ektù  se  n  fiealo 
no  provveduto,  io  B*Fiof«Btìu  so  1  T»*Mg«. 
con,  che  i  priori  dell*  arti  e  fl  gOBfdoaicre  dalla 
giustizia,  che  sono  e  che  per  li  tampi  saraaae  al* 
l'ofioio    del  priorato,  sieoo  irrafoeabìli  aoat  Heari 
tolto  il  lampo  della  soa  vita.  E  H  delta  ìi 
re  granosamente,  avendo  alleuoaa  a  Tolare 
tenere  fl  paciico  stalo  e  tranqoillo  ripoao  dal 
mune  di  Firenze,  acdoeehè  per  lo  suo  arri 
lo  in  quella  città  non  naseeaaa  Innrallo  o 
proHuse  e  coneedetla  di  grana  apetiala  di 
lare  entrare  nella  diti  di  Firania  né  in 
terra  murata.  Isindaehi  pradalti  a  viea  a  a  aoaae  lai 
comune  di  aopra  detto  fociono  a  Id  in  piAUioa  la 
sommessiona  e  Tobbidiensa,  a  ginrarono  libara- 
mente  riconoscendolo  per  varo  eletto  e  firtaro  im- 
peradore; e  la   reverenza  li  feeiono  in   aagno  dai 
debito  omaggio  ;  e  proauaongU  in  noma  dal  c«aMBa 
di  Firenze  per  salisfanone  intera  di  dò,  che  oUi- 
gali  fossono  par  lo  tempo  passalo  inlbio  ni  prenan 
te  di,  a  lai  e  a  tolti  i  suoi  anteeaasori,  per  qnafanqaa 
ragione  ooagione  dire  o  nonnnara  d  poleaaa,  e  amcon 
per  tutte  le  terre  che*l  detto  comone  tìpme,  e  ha 
tenute  in   suo    contado  e  in  soo  distretto,  fiorìm 
centomfla  d*oro  in  quattro  paghe  in  einqne 
finendo  per  lutto  il  meae  d*agoato  del  detto 
1355  :  e  per  lo  tempo  avvenire  promiaono  di  dare 
ogni  anno  del  mese  di  marzo  al  detto  imperadore 
Carlo,  alla   sua  vita   aolamente,  fiorini  qaattroauia 
d*  oro  per  compensagione  di  censo,  in  qoanlola  dita 
di  Toscana  fossono  tenute  di  ragione  all^  imperio  ; 
e,  oltre  a  dò,  per  tolte  e  dogale  qoelle  coaa  le  qoafi 
il    detto  comune  per  sé  e  per  lo  soo  contado  a 
distretto  dire  si  potesse  eh*  ali*  imperio  foaaono  per 
alcona  cosa  obbligati  ;  e  di  tolti  i  detti  palli  e 
venienze,  oltre  a*  privilegi  reali,  fìi  eontenlo  1*  ii 
peradore  futuro  che  ser  Agnolo  di  ser  Andrea  £ 
ser  Rinaldo  da  Barberino,  notaio  pubblico  imperiale, 
ne  facesse  carta  e  pubblico  istromento  al  dello  oa- 
mune.  Aggiognesi  qoi,  benché  qoeUo   cho  aegoìiB 
avvenisse  dopo  la  soa  coronazione,  accioocliè  inaie- 
me  si  trovi  la  memoria  de*  patti  a  de*  privilegi  im- 
periali, e  dell*  arrota  della  graziosa  libertà  dd  dalle 
imperadore  inverao  fl  nostro  comone.  E  n  di  3  di 
maggio  1355  nella  dttà  di  Siena,  tornando  Tiai- 
peradore  dalla  sua  coronazione,  lolle  le  delle  oon- 
venienze  e  promesse  fatte  rinnovò,  e  comnndò  db» 
si  dessono  al  nostro  comune  sotto  la  fermezza  dd 
suoi  privilegi  imperiali,   roborati    dalle   bolle  dd- 
1*  oro.   E  avendo  nel  processo  del  tempo  fl  detto 
imperadore  trovato  il  comune  di  Firenze  in  Bolta 
fede  e  dirittura  delle  sue  promesse,  non  osinole  ohe 
i  Pisani,   e*Sanen  e  gli  altri  Toscani    1*  aveaaono 
tradito  e  messo  in  grave  caso  di  fortona,  eaami- 
do  ridotto  a  Pietrasanta  per  partirsi   d*  Italia,   e 
avendogli  i  Fiorentini  con  gran  pericolo  mandalo 
là  il  compimento  de*  centomila  fiorini  promem,  a- 
vendolo  egli  molto  a  grado,  e  commendando  TaoM- 
re  e  la  fede  del  comune  in  vituperio  degli  altri  co- 
muni eh*  aveano  mostralo  la  libera  soggeiione  al- 
l'imperio, e  poi  1* aveano  tradito,  n'offerse  aingo- 
larmente  a' Fiorentini,  e  di  suo  pr<^rio  moviakenlo 


k 


DI  MATTEO  VILLANI. 


153 


privilegiò  al  nostro  cornane  generalmente  ciò  che 
tenea  in  ano  dìatretto,  e  mandonne  i  aaoi  privilegi 
insperiali  bollati  d*oro  al  noatro  comune,  fatti  in  Pie- 
Iraaanta  a  dì  8  di  giugno  1355.  In  questo  tempo 
il  cornane  di  Pirenie  tenea  in  ano  distretto  la  Yal- 
dinievole ,  il  Valdarno  di  aotto  ,  Pistoia ,  e  U  ca- 
atello  di^Serravalle,  e  tatta  la  montagna  di  aotto,  e 
Colle,  e  Laterìua,  e  Montegemmoli,  e  la  terra  di 
Barge  con  più  castella  di  Garfagnana,  e  Castel  San 
Niccolò  col  ano  eontado,  e  la  montagna  fiorentina, 
e  molte  altre  terre  e  castella  che  qui  per  brevità 
non  si  nominano,  e  la  nobile  terra  di  Sangimignano 
e  di  Prato,  avvegnachò  già,  come  è  detto,  erano  ri- 
dotte a  contado  di  Firenze. 

CAPITOLO  LXXVIl. 

Carne  fu  offesa  la  Uberto  del  popolo  di  Roma 

da^  Toscani, 

Vedendo  i  falli  commessi  per  li  comnni  di  To- 
acaoB,  che  liberamente  sottomisono  la  loro  libertà 
al  nnovo  imperadore,  ci  dà  materia  di  ricordare  per 
esempio  del  tempo  avvenire,  come  col  popolo  ro- 
mana i  comuni  d' Italia,  e  massimamente  i  Toscani, 
aotto  il  loro  principato  parteciparono  la  cittadinan- 
sa  e  la  libertà  di  qnrllo  popolo,  la  cai  aatorità  crea- 
va gr  imperadori  ;  e  qneato  medesimo  popolo,  non 
da  sé,  ma  la  Chiesa  per  lai,  in  certo  sassidio  dei 
fedeli  cristiani,  concedette  V  elezione  degP  impera- 
dori a  sette  prìncipi  della  Magna.  Per  la  qaal  cosa  è 
manifeato^  avvegnaché  assai  più  antiche  stono  il  ma- 
nifeatino,  che  '1  popolo  predetto  faceva  gP  impera- 
dori, e  per  la  loro  reità  alcuna  volta  gli  abbattea, 
e  la  libertà  del  popolo  romano  non  era  in  alcan 
modo  sottoposta  alla  libertà  deir  imperio,  né  tribu- 
taria come  r  altre  nazioni,  le  quali  erano  sottopo- 
ste al  popolo  e  al  senato  e  al  comune  di  Roma,  e 
per  lo  detto  comune  al  loro  imperadore  ;  e  mante- 
nendo a'  nostri  comuni  di  Toscana  V  antica  libertà 
a  loro  succeduta  dalla  civiltà  del  popolo  romano,  è 
assai  manifesto,  che  la  maeatà  di  quel  popolo  per 
la  libera  aommessione  fatta  ali*  imperadore  per  lo  co- 
mune di  Pisa  e  di  Siena  e  di  Volterra  e  di  Sam- 
miniato  fu  da  loro  offesa,  e  dirogata'  la  franchigia 
de'  Toscani  vilmente,  per  V  invidia  eh*  avea  Fano  co- 
mune dell*  altro,  più  che  per  altra  debita  cagione. 

CAPITOLO  LXXVin. 
Di  quello  medesimo. 

Seguitiamo  ancora  a  dire  le  cagioni  per  le 
quali ,  oltre  a  ciò  eh*  è  detto  nel  precedente  capito- 
Io,  a*  comuni  italiani,  senza  offesa  del  sommo  imperio, 
è  loro  lecito  anzi  debito  il  patteggiare  con  gì'  im- 
peradori. L*  Italia  tutta  è  divisa  mistamente  in  due 
parli  :  Tona,  che  seguita  ne*  fatti  del  mondo  la  Santa 
Chieaa,  secondo  il  principato  che  ha  da  Dio  e  dal 
santo  imperio  in  quello,  e  questi  sono  dinominati 


'  derogata,  tolta. 


Guelfi^  cioò  guardatori  di  fé*  ;  e  1*  altra  parte  aegui- 
tano  1*  imperio,  o  fedele  o  infedele  che  sia  delle  cose 
del  mondo  a  Santa  Chiesa,  e  chiamansi  Ghibellini,  quasi 
guida  belli^  cioè  guidatori  di  battaglie  ;  e  seguita- 
no il  fatto,  che  per  lo  titolo  imperiale  sopra  gli  al- 
tri sono  superbi,  e  motori  di  lite  e  di  guerra.  E  pe- 
rocché queste  due  sette  sono  molto  grandi,  ciaacu- 
na  vuole  tenere  il  principato  ;  ma  non  potendosi  fa  - 
re,  ove  aignoreggia  1*  una,  e  ove  1*  altra,  quanto  che 
tutti  ai  solessono  reggere  in  libertà  di  comuni  e 
di  popoli.  Ma  accadendo  in  Italia  gì*  imperadori 
alamanni,  hanno  più  usato  favoreggiare  i  ghibellini 
eh*  e'  guelfi,  e  per  questi  hanno  lasciato  nelle  loro 
città  vicari  imperiali  con  le  loro  masnade  :  i  quali 
continovaDdo  la  aignoria,  e  morti  gì*  imperadori  di 
cui  erano  vicari ,  aono  rimasi  tiranni,  e  levata  la  li- 
bertà a'popoli,  e  fattisi  potenti  signori,  e  nemici 
della  parte  fedele  a  Santa  Chieaa  e  alla  loro  libertà. 
E  questa  non  è  piccola  cagione  a  guardarsi  di  sot- 
tomettersi senza  patti  a^  detti  imperadori.  Appresso 
è  da  considerare,  che  la  lingua  latina,  e*  costami 
e*  movimenti  della  lingua  tedesca  sono  come  barba- 
ri, e  diviaati  e  strani  agi'  Italiani,  la  cai  liogua  e  le  cui 
leggi  e*  costumi,  e*  gravi  e  moderati  movimenti  die- 
dono  ammaestramento  a  tutto  l*  univerao,  e  a  loro 
la  monarchia  del  mondo.  E  però  venendo  gì*  impe- 
radori della  Magna  col  sapremo  titolo,  e  voleodo  col 
senno  e  con  la  forza  della  Magna  reggere  gì*  Italia- 
ni, non  lo  sanno  e  non  \<i  possono  fare  ;  e  per  qne- 
ato, essendo  con  pace  ricevuti  nelle  città  d*  Italia, 
generano  tumulti  e  commozioni  di  popoli,  e  in  quelli 
ai  dilettano,  per  essere  per  controversia  quello  che 
essere  non  possono  nò  sanno  per  virtù,  o  per  ra- 
gione d*  intendimento  di  costumi  e  di  vita.  E  per 
queste  vive  e  vere  ragioni  le  città  e*  popoli  che  li- 
beramente gli  ricevono  conviene  che  mutino  atato, 
0  di  venire  a  tirannia,  o  di  guaatare  il  loro  usato  reg- 
gimento, in  confusione  del  pacifico  e  tranquillo  stato 
di  quella  città,  o  di  quello  popolo  che  liberamente 
li  riceve.  Onde  volendo  riparare  a*  detti  pericoli,  la 
neceasità  stringe  le  città  e*  popoli,  che  le  loro  fran- 
chigie e  stato  vogliono  mantenere  e  coaervare,  e  non 
essere  ribelli  BgV  imperadori  alamanni  di  provvederai 
e  patteggiarsi  con  loro  :  e  innanzi  rimanere  in  contu- 
macia con  gì*  imperadori,  che  senza  gran  aicurtà  non 
li  mettano  nelle  loro  città.  Quello  che  di  ciò  abbiamo 
qui  di  sopra  fatto  memoria,  a  beneficio  e  ammae- 
atramento  della  libertà  de*  comuni  d*  Italia,  ai  prova 
per  gli  antichi  esempi,  chi  li  vorrà  ricercare  ;  e  per 
li  nuovi,  chi  li  vorrà  ricercarci  e  appreaso,  leggere  il 
noatro  trattato. 

CAPITOLO  LXXIX. 
Come  la  gran  compagnia  rubò  il  Guasto  in  Puglia. 

n  conte  di  Landò  con  la  gran  compagnia  aven- 
do soggiornato  in  Abruzzi  infino  ali*  entrata  di  mar- 
zo, ai  mosse  da  Peacara  e  da  San  Fabiaao,  e  andò 
verso  il  Guasto.  Que*  della  terra  male  provveduti 
da  loro,  e  peggio  dal  re  loro  aignore,  trattarono 
con  la  compagniai  e  fidaronai  mattamente  nelle  loro 


154 


CRONICA 


proiMSfe,  ohe  non  li  raberebbono,  e  oho  tomereb- 
boDO  della  roba  derrata  per  daDaio,  e  li  misono  nella 
terra  ;  naa  come  furono  entrati  dentro,  i  predoni 
usarono  crudelmente  la  loro  rapina  uccidendo  e  ru- 
bando tutta  la  terra ,  e  appresso  con  fuoco  n*  arso- 
no  gran  parte  :  per  lo  cui  esempio  tutte  V  altre  ter- 
re di  Puglia  si  disposero  a  ogni  pericolo  per  difendersi 
da  loro;  e  affonaronsi  francamente  per  modo,  che 
quanto  ch^  elli  stessono  lungamente  a  campo  senu 
potere  più  aequistare  città  o  castella.  Appresso  valica- 
rono a  San  Siverno  in  Puglia,  ivi  s' accamparono  e 
atettono  lungamente,  scorrendo  e  predando  e  facen- 
do danno  assai  a*  paesani  \  e  dalF  altra  parte  il  pa- 
ladino, aggiuntosi  gente  della  compagnia,  tribolava 
la  marina  della  Puglia  :  ed  era  palese  a'  regnicoli  che 
messer  Luigi  di  Durasio  favoreggiava  la  compagnia. 

CAPITOLO  LXXX. 

Come  r  mperadore  richiese  di  lega  i  Fiorentini, 

e  non  C  ebbe. 

Avendo  V  imperadore  compiuto  e  fermo  1*  ac- 
cordo co*  Fiorentini,  mandò  a  Firenie  suoi  ambascia- 
dori  a  richiedere  il  comune  di  Firenxe  con  grande 
atanxa,  che  piacesse  loro  per  bene  e  stato  di  tutte 
le  città  di  Tosoana,  e  per  levare  ogni  perìcolo  che 
venire  potesse  loro  addosso  per  la  fona  de*  tiranni 
e  della  gran  compagnia,  per  vivere  i  detti  comuni 
insieme  in  unità  e  in  pace,  di  fare  lega  insieme,  e 
quella  gente  per  via  di  taglia  che  a' Fiorentini  pia- 
eease  ;  e  offerendo  1*  aiuto  suo  ove  che  fosse  s  ogni 
loro  bisogno  molto  largamente,  dicendo,  che  presa 
la  corona  intendea  d*  andare  in  Lombardia  o  nella 
Magna,  ove  il  comune  di  Firense  consigliasse.  I  Fio- 
reotiai  in  pìit  consigli  privati  e  palesi  praticarono  se 
qnesta  lega  fosse  da  fare  o  no  ;  e  infine  conside- 
rato il  pericolo  deUMmpresa,  e  temendo  di  non 
correre  ad  essere  indotti  a  rompere  la  pace  a^  si- 
gnori di  Milano,  e  che  la  gente  d*  arme  rannata  sotto 
nn  capitano  dato  dell*  imperadore  non  potesse  esse- 
re cagione  di  novità  centra  alla  libertà  del  comune, 
al  tutto  deliberare  che  la  lega  per  lo  nostro  co- 
mune non  si  facesse,  e  con  belle  e  oneste  e  legit- 
time cagioni  si  deliberarono  di  quella  richiesta.  L*im- 
peradore  essendo  in  movimento  per  andare  a  visi- 
tare la  città  e  le  terre  che  gli  s*  erano  date,  e  an- 
dare per  la  corona,  soprastette  senui  accettare  la 
acusa,  e  domandò  che  il  noatro  comune  apparec- 
chiasse dugento  cavalieri  che  V  accompagnassono  a 
Roma  :  e  da  Pisa  si  parti  a  di  22  di  mano  e  an- 
dossene  a  Yoltem,  ove  fu  ricevuto  secondo  la  loro 
possa  assai  onoratamente  ;  e  albergatovi  una  notte, 
1*  altro  di  venne  a  Samminiato,  e  da  loro  fu  ricevuto 
come  signore  ;  e  a  dì  23  di  marzo  giunse  a  Siena 
la  aera,  ove  fu  ricevuto  con  singoiar  festa  e  onore. 

CAPITOLO  LXXXL 

Come  si  mutò  lo  stato  de''  nove  di  Siena. 

E'  pare  degna  cosa,  che  coloro  i  quali  ingan- 
nano in  comune  i  loro  cittadini,  e  rompono  la  fede 


a*  loro  amici,  che  alcuna  volta  per  quellt  medesuia 
siano  puniti,  e  portino  pena  de*  peccati  eoBsesaL 
L*  ordine  de*  nove  di  Siena,  avendo  per  longo  lea- 
po  ingannati  e  detratti  dagli  ufid  del  comone   con 
malo  ingegno  i  loro  cittadini,   come  già  abbiamo 
narrato,  e  tradito  il  comune  di  KrenEe  nel  eoapeUo 
deir  imperadore,  seguitando  la  rea  intensione  della 
setta  di  Giovanni  d'  Agnolino  Rottoni  loro  caporale, 
quando  liberamente  si  dierono  all' imperadore,  creden- 
do per  quello  essere  esaltati,  e  avere  abbattuto  lo 
stato  e  la  libertà  del  comune  di  Firenze  ;  il  comu- 
ne di  Firenie  per  la  sua  costanza  e  savia  provvisio- 
ne rimue  grande  nel    cospetto  dell*  imperadore  e 
privilegiato  da  lui,  e  mantenea,  accrescendo  suo  alato, 
la  sua  libertà  e  il  suo  onore.  Entrato  V  imperadore 
in  Siena  il  martedì  sera,  il  mercoledì  vegnente,  il 
di  dell*  Annunziazione  di  Nostra  Donna,  gli  anm  Do- 
nani  1355   a  di  35  di  mano,  Tolomei,  MnUnrotti, 
Piccolomini,  Saracini.   e  alcuno  de*Salimbeni,  con- 
trari a  Giovanni  d* Agnolino  Bottoni  loro  consorto, 
con  seguito  del  minuto  popolo  levarono  fl  remora 
nella  città,  dicendo  :  Vi/ea  V  imperadore^  e  muoiano 
i  note  e  le  gabelle;  e  in  questa  furia  furono  morti 
due  cittadini  :  e  coni  alle  cue  del  capitano  della 
guardia,  e  trovandolo  gravemente  malato  in  sul  letto, 
rubarono  tutto  1*  ostiere  e  ciò  che  aveva  la   funi- 
glia,  e  1*  arme  e*  cavalli  ;  e  lasciato  il  capitano  in  anlk 
paglia  in  terra,  in  poche  ore  appresso  mori  :  e  di  là 
conono  al  palagio  de*  nove,  e  cacciatine  in  furia  i 
nove  e  la  loro  famiglia,  vi  misono  1*  imperadore,  e 
feciono  mandare  per  la  cassa  dov'erano  insaccati^  i 
cittadini  dell*  ordine  de*  nove  e  gli  altri  loro  nfieiali, 
e  usando  la  loro  beaseria^,  con  grande  dirisione  la 
feciono  tranare'  per  la  terra,  andandola  scopando  ;  e 
poi  impetrato  il  comandamento  dall*  imperadore,  l'ar^ 
sono  con  gran  remora  in  sul  campo,  e  appreaso  lutti 
gli  atti  e  ordini  de*  nove,  e  lotti  gli  nfici  della  città; 
e  le  peraone  di  coloro  eh*  avevano  avuti  gli  olci 
furono  in  persecuzione  e  in  pericolo  grande  nella 
cittadinanza,  come  leggendo  ai  potrà  trovare. 

CAPITOLO  LXXXIL 
Di  quello  nudesmo. 

Avendo  veduto  T  eletto  imperadora  il  romora 
e  le  novità  fatte  nella  città  di  Siena  con  dimoalra- 
zione  d*  essere  stato  contento,  con  poco  onore  del- 
1*  imperiale  fama,  il  seguente  di  fece  ragunare  tutti 
i  cittadini  a  parlamento  ;  e  quando  gU  ebbe  ragù- 
nati,  fece  separare  i  grandi  dal  popolo,  e  i  popolani 
maggiori  dal  minuto  popolo,  e  a  catuno  per  so  fece 
fare  un  sindaco  con  pieno  mandato  a  sottomettersi 
da  capo  liberamente  senza  alcuno  eccetto^  ;  e  da  ca- 
po si  diedono  all' imperadore,  sottomettendo  ali*  im- 
periale signoria  il  comune,  il  popolo,  e  la  città,  e 
il  contado,  e  il  distretto  e  la  giurisdizione  dì  Siena, 


'  dov'  era  il  sacco,  la  borsa  con  entrovi  i  nomi  de'  oit- 
tadini  eoo. 

'  bessaggine,  soiocohezze,  da  he$$Of  che  toma  a  actòcce. 

'  tirare,  traacinare,  da  traino, 

*  senza  alcuna  eccezionci  nessuno  eoeettoato. 


DI  MATTEa  VILLANI. 


155 


dandogli  in  tulio  il  misto  e  mero  imperio  di  qaella 
città,  contado  e  distretto  ;  e  incontanente  licenziati 
tutti  gli  uficiali  e  rettori  della  terra  ne  fece  suo  vi- 
cario TarcivescOTO  di  Praga;  e  fatta  pigliare  la  te- 
nuta e  la  guardia  di  tutte  le  loro  terre  e  castella,  per 
decreto  cassò,  o  annullò,  e  vietò  in  perpetuo  Tuficio 
e  ordine  de' nove.  Coloro  ch^  erano  stati  di  quel- 
la ordine,  villaneggiati  da'  cittadini,  veggendosi  a  pe- 
ricolo stando  nella  terra,  chi  se  n*  andò  in  una  parte 
fl  chi  in  un'altra  partendosi  della  città;  ed  essendo 
dalle  loro  vidnaoze  con  giusta  infamia  guardati  co- 
me traditori  della  propria  patria  e  de'  loro  vicini,  con 
grande  vituperio  traevano  la  loro  vita  neli'  altrui 
terre. 

CAPITOLO  LXXXin. 

n  modo  irovò   il  comune  di  Firenze  per  avere 

danari, 

E*  non  sarebbe  da  fare  memoria  di  quello  che 
seguita,  se  il  modo  col  quale  il  comune  di  Firen- 
se  ebbe  i  danari  con  agevolezza  non  ce  ne  sfor- 
zasse, per  buono  esempio  delle  cose  avvenire.  In- 
contanente che  r  imperadore  fu  riposato  in  Siena,  i 
Fiorentini  non  aspettando  il  termine  della  prima  paga, 
gli  mandarono  contanti  a  Siena  fiorini  trentamila  d'oro, 
i  quali  si  pagarono  a  di  27  di  marzo  1355  ;  della 
qual  cosa  T  imperadore  si  tenne  molto  contento, 
perocché  il  vennono  a  gran  bisogno,  perchè  era  in 
8U  r  andare  da  Roma,  e  avea  necessità  di  provve- 
dere a'  suoi  baroni  per  aiuto  alle  spese.  Il  comune 
di  Firenze  per  avere  questi  danari  e  gli  altri,  or- 
dinò nella  città  a'  suoi  cittadini  un  estimo  che  si 
chiamò  la  sega^  che  fu  posto  a' cittadini  per  casa 
certi  danari  il  di:  e  fatta  la  sega,  si  fece  paga- 
re soldi  quindici  per  ogni  danaio,  e  catuno  paga- 
va questa  piccola  somma  a  colta.  Nondimeno,  per- 
chè i  meno  possenti  parevano  troppo  gravati  a  ris- 
petto degli  altri,  il  comune  elesse  d' ogni  gonfalone 
certi  uomini,  e  commise  loro  eh*  abbattessono  il 
quarto  di  quello  che  montava  la  loro  sega,  sgra- 
vandone gV  impotenti  ;  e  questo  si  fece  subito  e  co- 
munalmente bene  :  e  però  appresso  la  detta  paga  si 
raccolse  un'  altra  volta  a  soldi  trenta  il  danaio  per 
modo,  che  in  termine  di  due  mesi,  o  in  meno,  eh- 
bono  contanti  i  fiorini  centomila  che  si  diedono 
all'  imperadore,  senza  andare  alcuni  esattori  per 
la  città,  0  essere  alcuno  gravato  per  forza,  E 
vero  che  leggi  a'  ordinarono  per  lo  comune, 
che  chi  non  pagasse  la  sega  per  sé  o  altri  per 
lui,  non  potesse  avere  nfioio  di  comune,  né  dovesse 
essere  udito  in  alcuno  nfioio  in  suo  beneficio  ;  e  or- 
dinò il  comune,  che  catuno  che  prestasse  danari  di 
questa  sega,  fosse  in  certo  tempo  assegnato  in  su 
le  sue  gabelle  con  provvisione  a  dieci  per  centinaio 
Tanno:  e  per  questo  molti  cittadini  mobolati  paga- 
vano per  chiunque  volea  dar  loro  alcuno  vantaggio; 
e  cosi  gì'  impotenti  per  piccola  cosa  che  si  cava- 
vano di  borsa  trovavano  chi  pagavano^  per  loro  e 


'  Buone  stampe  :  p€i$<ìva. 


prendevano  l' assegnamento.  Il  comune  mantenne  la 
fede  di  pagare  a'  termini  eh'  avea  promesso,  e  però 
a  molti  cittadini  era  grande  guadagno,  e  agli  altri 
non  era  gravezza  ;  e  per  questo,  quanti  danari  foi- 
sono  bisognati  al  comune  avea  senza  alcuna  fatica, 
e  il  merito  che  pagava  tornava  nelle  mani  de'  suoi 
cittadini,  non  però  senza  alcuna  invidia.  Abbianne 
fatta  questa  memoria  per  li  tempi  avvenire,  a  dimo- 
strare quanto  è  utile  al  soccorso  della  repubblica 
mantenere  il  comune  la  fede  a'  suoi  cittadini,  e  quan- 
to bene  seguita  al  comune  l'ordine  di  restituire  le 
prestanze  :  perocché  nella  nostra  ricordanza  è  di  ve- 
duta, che  il  comune  soleva  fare  libbre  ed  imposto 
le  quali  generavano  molte  mortali  nimicizie  tra'cit- 
tadini,  perocché  si  facevano  disordinatamente  scon- 
ce; e  se  pure  ventimila  fiorini  imponeva  il  comune, 
più  di  cento  case  se  n'  abbattevano  in  Firenze,  e 
recavansi  i  beni  tra  quelli  de'rubelli  per  cessanti 
delle  fazioni  del  comune,  e  i  cittadini  erano  pegno- 
rati  0  presi,  e  molti  s' uscivano  in  bando  per  le  dette 
cagioni,  e  gli  esattori  e'  messi  se  n'  andavano  per 
loro  col  quarto  dell'imposta,  in  grave  confusione 
della  cittadinanza. 

CAPITOLO  LXXXIV. 
L' ordine  diede  P  imperadore  agU  Aretini. 

Gli  ambasciadori  del  comune  d'Arezzo  avendo 
sostenuto  molte  battaglie  in  giudido  da'  Tarlati 
e  dagli  libertini  nell'udienza  dell' imperadore  e  del 
suo  consiglio,  che  domandavano  di  volere  tornare 
nella  loro  città  d'Arezzo  ;  e  avendoli  gli  ambascia- 
dori  convinti  con  ragione  come  non  erano  degni  di 
tornare  cittadini  in  quella  città,  dove  avevano  per  lo- 
ro sfrenata  potenza  osate  le  tirannie  manifeste  e 
r  ingiuste  operazioni,  per  le  quali  aveano  per  più  ri- 
prese fatto  manifesto  all' imperadore  e  al  suo  con- 
siglio, che  quello  comune  sosterrebbe  innanzi  ogni 
altro  pericolo  di  fortuna,  che  coloro  consentissono 
di  rimettere  nella  città  sotto  alcun  patto.  L' impe- 
radore avendo  assai  sostenuto  a  riceverli  in  servi- 
gio de'  Tarlati  e  degli  libertini,  vedendo  la  giusta 
costanza  degli  ambasciadori,  diliberò  che  tutti  i  dt- 
tadini  non  ribelli  di  quello  comune  raccomunassono 
gli  ufici,  e  che  tanti  vi  fossono  de' ghibellini  quanto 
de'  guelfi  ;  ma  che  le  due  castella  della  dttà  si  guar- 
dassono  solo  per  i  guelfi,  com'  erano  usate  di  guar- 
dare, per  più  fermezza  dello  stato  della  città  ;  e  die 
catuno  dovesse  avere  il  frutto  de'  suoi  propri  beni, 
e  non  potessono  domandare  altro  a  quello  comune. 
Gli  ambasciadori  col  aindacato  del  loro  comune  gli 
feciono  la  sommessione  di  quello  comune  e  l'omag- 
gio ,  promettendoli  ogni  anno  per  censo  fiorini 
quattrocento  d'  oro  del  mese  di  marzo  ;  e,  oltre  a 
ciò,  gli  donarono  per  aiuto  alla  sua  coronazione  fio- 
rini cinquemila  d'oro];  e  1'  imperadore  futuro  per 
suoi  privilegi  reali  privilegiò  loro  tutto  il  contado  :  e 
questo  fu  fatto  nella  dttà  di  Siena  all'  usdta  del  me- 
se di  marzo  1355. 


156 


CRONICA 


CAPITOLO    LXXXV. 

Come  fu  preso  Moniepulciano  dalla  casa 

de^  Cavalieri. 

Essendo  per  langa  esperìema  certificati  messer 
Niccolò  e  messer  Iacopo  de*  Cavalieri  di  Montepal- 
ciano,  che  la  loro  discordia  gli  avea  abbattati  della 
signoria,  e  cacciati  in  esilio  della  loro  terra  e  della 
dtti  di  Siena,  si  ridnssono  a  pace  e  a  concordia  ; 
e  innanci  che  il  bollore  del  popolo  senese  s*acche- 
tasse  in  fermo  stato,  messer  Niccolò  di  volontà  di 
messer  Iacopo  sno  consorto  tornò  in  Montepulcia- 
no, ricevuto  da*  terraxEini  che  dentro  v*  erano  con 
allegra  faccia,  perocché  volentieri  tornavano  al  loro 
antico  reggimento:  nondimeno  la  rócca  eh*  era  in 
mano  e  in  guardia  de*  Senesi  non  potè  avere.  La 
novella  venne  a  Siena  di  presente  dov*era  Timpe- 
radore  ;  e  messer  Iacopo  de*  Cavalieri  eh*  era  di  dò 
avvisato,  avendo  in  sua  compagnia  alquanti  grandi 
nomini  di  Siena,  incontanente  fu  in  presenza  deirim- 
peradore,  e  informollo  pienamente  del  manifesto 
torto  che  il  popolo  di  Siena  avea  fatto  loro,  non 
attenendo  i  patti  né  le  conveniense  eh*  aveano  pro- 
messe per  la  corrotta  fede  de*  nove  ;  e  que*  grandi 
cittadini  eh*  erano  con  lui,  feciono  chiaro  Pimpera- 
dore  che  quello  che  diceva  era  in  fatto  vero  :  e  però 
in  quello  stante,  quanto  eh'  e*  s*  avesse  altro  in  cuo- 
re, disse ,  eh*  era  contento  che  tenessono  la  terra 
di  Montepulciano  come  suoi  viearii;  e  il  teno  di 
appresso,  cayalcando  1*  eletto  verso  Roma,  volle  an- 
dare a  desinare  nella  terra.  I  aignori  allegramente 
gli  apparecchiarono  la  desinea;  e  com*ebbe  man- 
giato, ne  menò  aeeo  a  Roma  1*  uno  e  Taltro,  e  nella 
terra  mise  altra  gente  alla  guardia  :  ed  essendo  in 
Roma,  e  sentendo  alcuna  cosa  contro  a  messer  Nic- 
colò, 0  che  per  sospetto  si  movesse,  il  fece  dtare  ; 
ed  egli,  ingelosito  per  sospetto  della  sua  persona,  si 
parti  di  Roma  sema  comparire  e  sensa  prendere 
comiato. 

CAPITOLO  LXXXVI. 

Come  il  papa  riprete  in  concistoro  certi  dissoluti 

cardinali, 

11  cardinale  di  Pelagorga  di  Guascogna,  baldan- 
spso  e  superbo  non  meno  per  la  potenui  del  suo 
legnaggio  che  per  lo  cappello  rosso,  oltre  a  molte 
grandi  e  sconce  oose  fatte  per  la  sua  arroganza, 
singolari  nella  corte  di  Roma,  in  questi  di  del  me- 
se di  marzo,  nella  santa  Quaresima,  essendo  per  lo- 
ro bisogne  venuti  scorte  nella  dttà  d'Avignone  al- 
quanti cavalieri  guasconi,  disordinati,  della  setta  sua 
e  di  suo  lignaggio ,  se nz'  altra  singolare  cagione 
ne  fece  uccidere  tre,  che  ninna  guardia  si  pensa- 
vano avere  a  fare,  non  guardando  alla  reverenza 
de*  pastori  di  Santa  Chiesa,  né  a*  santi  giorni  qua- 
redmali.  B  altri  giovani  fatti  cardinali  per  papa 
Clemente  erano  stati,  e  in  questi  di  erano  in  tanta 
disonesta  e  dissoluta  vita,  che  ninni  giovani  disso- 
luti tiranni  gli  avanzavano  :  e  intra  1*  altre  cose  (con 


vergogna  il  dico)  facevano  ndla  dtlà  n*  loro 
dieri  rapire  le  giovani  donne  a*  loro  mariti  mm- 
festamente,  e  senza  vergogna  le  teneano  pnlem  nel- 
le loro  livree  ;  e  molte  cose  violenti  usavano  ia  vi- 
tuperio di  Santa  Chiesa.  Onde  papa  hnoconsk»  se- 
sto udendo  molta  infamia  nella  corte  di  qnenti  etr- 
dinali,  facendo  deH* edima'  santa  mugolare  oonsiitore 
per  queata  cosa,  li  riprese  in  pubblico  aipranaortOt 
dicendo:  Voi  vi  portate  si  dissolutamente  in  rito- 
perìo  di  Santa  Chiesa,  che  mi  eondncerete  a  euere 
in  parte,  eh*  io  farò  abbassare  la  vostra  snperbia; 
minacciandoli  di  tornare  la  corte  in  Italia  :  mn  poco 
ae  n*ammendarono;  e  il  tempo  non  era  ancora  or- 
dinato da  Dio  di  tornare  alla  sedia  apoatoUca  di 
Roma  i  suoi  pontefici  per  1*  antico  peccato  do*  pro- 
lati italiani,  che  ancora  non  si  mostravano  soper^iati 
dagli  oltramontani. 

CAPITOLO  LXXXVn. 
Di  alcuna  lumlà  di  Pisa  per  gelosia. 

Essendo  l*imperadore  a  Siena,  era  in  Pìm  ri- 
mase nn  suo  vicario  con  seicento  oavalierìtodoocU: 
i  Pisani  per  le  divisioni  e  per  1*  invidia  dello  loro 
sette  mormoravano  1*  uno  contro  1*  altro,  o  eolono 
contro  ali*  imperatore.  Il  vicario  per  reprimere  In  vo- 
lontà de*  malcontenti,  e  per  nccreseersi  favore  dd 
minuto  popolo  ch'era  tutto  imperiale,  a  dì  29  di 
marzo  1355  fece  improvviso  a*  Piaanì  dì  anbito  ar- 
mare tutte  le  sue  masnade  tedesche,  e  con  loro  in- 
sieme corse  tutta  la  dttà  gridando  :  etra  f  impera- 
dorè;  e  il  popolo  rispondea  per  tutte  le  contrade: 
etto  rimperadore;  e  senza  alcuna  altra  novità  lare 
s*  acquetarono  :  e  tornati  a'  loro  alberghi  puosono 
giuso  1*  armi  ;  e  a*  Pisani  delle  sette  crebbe  fl  md 
volere  contro  ali*  imperadore. 

CAPITOLO  LXXXVra. 

Della  gente  che  i  Fiorentini  mandarono  am 

rimperadore, 

L*  eletto  imperadore  volendo  andare  a  prendere 
la  corona  a  San  Piero  a  Roma,  d  penaò  che,  non 
ostante  la  sua  copiosa  compagnia,  grande  sicoità 
gli  sarebbe  per  tutto  ad  avere  in  sua  condotta  V  in- 
segna del  comune  di  Firenze,  e  alla  guardìn  della 
sua  persona  de*  suoi  dttadini  con  parte  ddla  loro 
gente  d*arme;  e  però  richiese  i  Fiorentini  che  gli 
mandassono  de*  loro  cavalieri  dugento  con  l' inse- 
gna del  comune,  e  con  dcuni  cittadini  alla  sna  coab- 
pagnia.  0  comune  desse  di  presente  due  dttadid, 
uno  grande  e  uno  popolare,  ambedue  cavalieri,  e 
dugento  barbute  di  gente  eletta  molto  bene  montiti 
e  armati  nobilemente,  e  bene  guemiti  di  robe  e 
d*amed,  e  diedono  Tinaegna  del  popolo,  il  giglio 
e  il  rastrello,  senza  alcuna  agnglia:  e  giunti  a 
Siena,   1* imperadore  li  ricevette   granosamente,  e 


■  ieUimana,  voce  antica.    E  dic«vad  anche  mfwedtws, 
per  mercoledì,  mezzo  della  settimana. 


DI  HATTBO  VILLANI. 


157 


cof  litiiilli  alla  guardia  del  sao  corpo,  perocohè  gran 
eoBfldanza  a?ea  de^  Fiorentini,  e  tra  tutta  saa  gente 
non  avea  altrettanti  cavaUerì  ai  bene  a  cayallo  nò  si 
bene  armati  :  e  in  sua  compagnia  andarono,  e  stet- 
iono,  e  tornarono  da  Roma  in&no  alla  città  di  Sie- 
na; e  in  licenziati  dall'imperadore  si  tornarono  a  Fi- 
renze. Abbiamo  di  questa  lieve  cosa  fatta  memoria, 
non  tanto  per  lo  fatto,  quanto  che  fa  cosa  disusata 
e  strana  per  lunghi  tempi  passati,  yedere  l'insegna 
del  comune  di  Firenze  a  guardia  dell*  imperadore. 

CAPITOLO  LXXXIX. 
Come  V  mperadore  $i  patii  da  Siena. 

Avendo  Timperadore  veduto  la  subita  revo- 
Inzione  fatta  per  i  cittadini  di  Siena,  d'avere  dis- 
fatto e  abbattuto  il  loro  antico  reggimento  e  T  or- 
dine de*  nove,  avendo  di  presente  ad  essere  a  Roma 
il  di  della  Pasqua  della  Santa  Resurrezione,  a  di  5 
d'  aprile,  prese  sospetto  di  lasciarla  in  libertà  ;  e 
iaiciovvi  r  arcivescovo  di  Praga,  cui  n^avea  fatto  vi- 
cario, prelato  di  grande  autorità  e  aperto  delle  co- 
se del  mondo,  e  prò*  e  ardito  in  fatti  d^arme;  e  in 
sua  compagnia  e  per  suo  consiglio  lasciò  il  signore 
di  Cortona,  e  i  Tarlati  d*  Arezzo,  e*  conti  da  San- 
lafiore,  e  più  altri  caporali  di  parte  ghibellina,  mo- 
strando più  confidanza  in  loro  che  nelle  case  guelfe 
di  Siena,  che  liberamente  gli  aveano  data  la  signoria 
di  quella  città  :  per  la  qual  cosa  1  gentiU  nomini  di 
quella  terra  e  i  popolani  graasi  molto  si  turbarono 
e  rimasono  malcontenti,  benché  in  apparenza  allora 
non  ne  feciono  dimostrazione  ;  e  a  di  28  di  marzo 
1355  l'eletto  si  partì  da  Siena,  e  seguitò  a  gran 
giornate  il  suo  viaggio,  e  infino  alla  sua  tornata  i 
Senesi  vivettono  senza  niuno  loro  ordine  sotto  il  vo- 
lontario reggimento  del  vicario. 

CAPITOLO  XC. 
Della  gran  compagnia  eh'*  era  in  Puglia. 


In  questo  tempo,  air  entrare  d*  aprile  del  detto 
anno,  la  compagnia  del  conte  di  Landò  era  cresciu- 
ta nel  Regno  in  quattromila  barbute,  e  in  molti  ma- 
snadieri, e  in  grande  popolo  di  bordaglia;  e  tenen- 
do loro  campi  sopra  Nocera  e  sopra  Foggia,  correva- 
no la  Paglia  piana,  predando  e  pigliando  uomini  e 
femmine  e  bestisme  e  roba  ovunque  ne  poteano 
giugnere  ;  e  strignevano  per  paura  i  casali  e  le  vil- 
le a  portare  vittnaglia  al  campo.  Nel  paese  faceano 
danno  assai  ;  ma  niuna  terra  murata  poterono  acqui- 
stare, perocché  non  aveano  argomenti  da  vincerle 
per  battaglia,  e  per  la  fede  eh' aveano  rotta  a  quelli 
del  Guasto  quando  si  dierono  loro,  niuna  terra  si 
volea  più  confidare  alle  loro  promesse,  ma  tutte  adora- 
no armate  e  afforzate  alla  difesa.  Stando  la  com- 
pagnia per  questo  modo  in  Puglia,  il  re  Luigi  poco 
mostrava  che  si  curasse  della  compagnia,  e  meno 
del  danno  de*  suoi  sudditi,  con  mancamento  di  suo 
onore,  perocché  né  aiuto  né  consiglio  dava  loro: 
ma  in  questi  di  mandò  messer  Niccola  Acciainoli  di 


Firenze,  suo  grande  siniscalco,  al  legato,  per  trattare 
pace  da  lui  a  messer  Malatesta  da  Rimioi,  e  amba- 
sciadore  all' imperadore,  e  appresso  al  comune  di 
Firenze,  per  avere  da  catuno  aiuto  di  gente  contro 
alla  compagnia,  e  per  sentire  la  volontà  e  *1  pro- 
cesso deir  imperadore  :  ma  da  sé  nel  Regno  niuna 
provvisione  fece,  fuori  che  festeggiare  e  danzare  con 
le  donne,  in  detrimento  della  sua  fama. 

CAPITOLO  XCL 
Come  il  gran  siniscalco  cambiò  sua  fama  in  Firenze, 

Noi  avremmo  volentieri  trapassato  quello  che 
seguita  aenza  memoria,  se  senza  potere  essere  in- 
colpato d'  adulazione  per  tacere  1'  avessimo  potato 
fare.  Il  grande  siniscalco  del  re  Luigi  partitosi  dalle 
mollizie  M  suo  signore,  e  invìscato  da  quelle,  ven- 
ne al  legato  in  Romagna,  e  cercato  secondo  la  com- 
missione a  lui  fatta  dal  re  Luigi  di  tentare  la  pace 
dal  legato  a  messer  Malatesta  da  Rimini,  non  ebbe 
autorità  di  poterla  in  alcuno  atto  disporla.  B  par- 
titosi dal  legato,  venne  a   Siena  all' imperadore,  e 
spuosegU  la  aua  ambasciata,   dal  quale  fu  ricevuto 
graziosamente  per  amore  del  re,  e  ancora  della  sua 
persons,  perocch'  era  cittadino  popolare  di  Firenze, 
e  vedovalo  montato  in  cotanta  dignità  ;  e  a  Roma  il 
menò  con  seco,  e  fu  alla  sua  coronazione.  E  tor- 
nato a  Siena  con  \m  senza  avere  impetrata  alcuna 
cosa  di  sua  domanda,  se  ne  venne  a   Firenze  del 
mese  d'  aprile  del  detto  anno,   con  grande  comitiva 
di  baroni  e  di  cavalieri  napoletani,  giovani  ornati  di 
diverse  e  strane  portature,  e  abiti  di  loro  robe,  con 
meravigliosi  paramenti  d' oro  e  d' argento,  e  di  pie- 
tre preziose  e  di  perle  ;  e  in  Firenze  cominciò  a  £are 
molti  conviti,  e  continovoUi  lungamente  in  città  e 
in  contado,  avendo  le  giovani  donne  le  quali  faceva 
invitare  con  grande  istanza  sera  e  mattina  a' suoi 
corredi,  e  tutto  di  le  tenea  in  danza  e  in  festa  co'  auoi 
cavalieri;  le  quali  femminili  mollizie  molto    nella 
patria  indebolirono  la  sua  fama:  e  considerando  i 
cittadini  il  tempo  nel  quale  la  compagnia  tribolava 
il   Regno,  e  le  norità  dell' imperadore,  e  le  muta- 
zioni degli  stati  delle  città  e  delle  terre  di  Toscana, 
e  la  nuova  gravezza  e  sollecita  provvedenza  e  guar- 
dia oh'  avea  il  suo  comune  di  Firenze,  facevano  ma- 
nifesto che  allora  bisognavano  cose  virtuose  e  ririli, 
e  non  disoneste  mollezze  di  donne.  Crediamo  che  il 
male  esempio  del  suo  signore,   e  la  vanità  che  '1 
movea   a  accattare  benevolenza  de' giovani  e  vani 
baroni  e  cavalieri  eh'  erano  con  lui,  gli  feciono  di- 
menticare le  sue  usate  virtù,  e  la  fortezza  del  suo 
animo.  B  per  merito  di  questo,  avendo  domandato 
al  ano  comune  per  parte  del  re  alcuno  sussidio  di 
gente  d'arme  contro  alla  compagnia,  cosa  che  altra 
volta  si  sarebbe  fatta  senza  domandare,  per  più  ri- 
prese gli  fu  negata  ;  potendo  conoscere  che  poco  o- 
nore  della  sua  città  riportò  al  re  suo  signore  centra 
i'  usato  modo  :  e  dove  la  sua  persona  era  per  addie- 
tro nominatissima  in  altezza  d' animo  e  in  molte  vir- 
tù, per  la  vana  mollezza  femminile,  a  questa  volta 
nella  sua  patria  recò  in  memoria  de' suoi  cittadini  la 
detestabile  vita  di  Sardanapalo. 


I6d 


CRONICA 


nel  suo  palagio,  essendo  già  assai  infra  la  notte,  dis- 
se, com*  egli  col  loro  aiolo  intendea  di  volere  tórre 
la  signoria  di  Bologna  a  messer  Maffiolo  e  agli  altri 
suoi  fratelli  signori  di  Milano,  e  voleala  tenere  per 
sé,  promettendo  di  trattare  benignamente  grandi  e 
popolani,  e  d^  alleggiare  i  cittadini  dal  disordinato 
giogo,  che  a  petizione  di  qae^  tiranni  era  stato  co- 
stretto di  tenere  loro  addosso  contro  a  sua  volontà; 
scusando  sé,  che  come  sottoposto  al  duro  coman- 
damento avea  fatte  assai  aspre  e  crudeli  cose  a  qne* 
cittadini,  facendole  contro  alla  sua  natura  e  air  a- 
nimo  suo  per  ubbidire  a*  crudeli  tiranni,  a  cui  non 
aveva  potuto  fare  resistenza  ;  ma  da  quinci  innanzi 
intendea  trattarli  come  fratelli,  e  ne  daria  loro  imi 
segnale,  mettendo  il  govemamento  della  cittadinanza 
nelle  loro  mani.  1  cittadini  paurosi  per  T  usata  ti- 
rannia, temendo  che  U  parlare  di  messer  Giovanni 
non  fosse  per  tentarli  della  loro  fedeltà,  dimostra- 
rono e  rispuosono  di  concordia,  eh'  elli  erano  ap- 
parecchiati a  mantenere  a  lui  e  a'  suoi  signori  la 
fede  promessa.  Messer  Giovanni  vedendo  la  ferma 
risposta  de^  cittadini,  e  temendo  il  pericolo  della  bre- 
vità del  tempo,  con  aspre  parole  cominciò  a  minac- 
ciare i  cittadini,  dicendo,  che  parlava  aperto  e  non 
per  tentarli,  e  che  poteano  bene  comprendere  che 
in  questo  punto  a  lui  oonvenia  prendere  o  lasciare 
la  signoria  \  ed  egli  per  suo  vantaggio,  e  per  trarre 
loro  del  servaggio,  volea  fare  con  loro  consentimento 
quello  eh*  avea  loro  proposto  e  ragionato  :  ma  poi- 
ché vedea  tanta  follia  nelle  cieche  menti  di  que^ 
cittadini,  disse,  che  contro  a  loro  e  contro  agli  al- 
tri che  non  v*  erano  farebbe  aspre  «  dure  cose  in- 
fino alla  morte  di  catuno,  e  la  città  arderebbe  e  la- 
scerebbe desolata.  B  questo  dimostrava  con  tanto 
infocamento  d*  animo,  che  manifesto  fu  a  tutti  eh*  e* 
parlava  daddovero  e  non  per  alcuna  tentazione.  Al- 
lora presono  tra  loro  consiglio,  e  dissono:  Signor 
nostro,  che  aiuto  vi  possiimo  noi  fare,  essendo  sen- 
z'  arme  ?  Messer  Giovanni  disse,  che  volea  eh*  eglino 
il  chiamassono  signore,  e  in  quella  notte  farebbe  a 
catuno  rendere  Tarmi.  Ed  eglino  il  feciono;  e  Tar- 
mi furono  rendute  in  quella  notte  a  chi  le  volle. 
La  mattina  messer  Giovanni  mandò  per  li  conesta- 
bili  de*  soldati  da  cavallo  e  da  piò,  e  olisse,  che  vo- 
leva il  saramento'  da  loro  a  so  come  signore  di  Bo- 
logna ;  e  chi  fare  no  *1  volesse  di  presente  si  partisse 
di  Bologne,  e  del  contsdo  e  del  suo  distretto,  a  pena 
della  testa  ;  giurarono  a  lui  le  due  parti,  e  gli  altri  si 
partirono,  e  di  presente  uscirono  del  paese  ;  e  tutti 
gli  ufioiali  ch'egli  avea  rinchiusi  rimutò  de*  loro  ufici, 
e  misevi  de'  nuovi  che  giurarono  a  lui  ;  e  quelli  fece 
partire  della  città.  11  nuovo  castellano,  eh'  avea  mes- 
so nella  rócca  della  porta  verso  Modena,  avendo 
messer  Giovanni  mandato  per  lui,  non  vi  era  voluto 
andare  ;  ma  per  mattia  n'  avea  mandato  il  figliuolo, 
il  quale  messer  Giovanni  ritenne  :  e  in  quella  mat- 
tina con  gran  fretta  mandò  ■  tutti  i  castellani  di 


'  lo  Btea«o  che  iaeramento.  Ma  si  noti  che  gli  antichi 
bone  distinguevano  l' ano  dall'  altro  i  doe  vocaboli  ;  con 
BoiromwtUo  significando  in  proprio  il  giuramento,  con  ««• 
cramento  uno  de'  segni  sensibili  della  grasia  santificante 
Institoiti  da  nostro  Signore  Gesù  Cristo. 


fuori,  che  non  si  doressono  rimoorero,  aè  ricoTore 
in  loro  castella  messer  Galeazzo  de*  Pigli  per  lettere 
o  per  comandamento  ch'e*  portasse  da  sua  parte;  e  éi 
ciò  fu  bene  ubbidito.  11  castellano  della  città  soprad- 
detto, sentendo  la  ribellione  di  messer  GioTamoi, 
non  volea  rendergli  la  rócca.  Messer  Giovanni,  dal 
venerdì  mattina  fino  alla  domenica  sera,  con  saolta 
sollecitudine  intese  a  ordinare  e  a  rifermare  il  reg- 
gimento della  città  e  della  guardia  dentro  ;  e  in  qoe- 
sto  tempo  il  marchese  di  Ferrara,  cui  egli  aveva  ri- 
chiesto d*  aiuto,  gli  mandò  dugentocinqnantn  cava- 
lieri. U  lunedi  mattina,  non  volendo  il  caatellaao 
milanese  rendere  la  rócca  della  porta,  messer  Gio- 
vanni vi  mandò  gente  d'arme  per  mostrare  di  vo- 
lerla combattere,  e  per  fare  impiccare  il  figlinolo 
nel  cospetto  del  padre;  la  battaglia  fu  ordinata,  e 
le  forche  ritte,  e  '1  figliuolo  menatovi  n*  pie  per  im- 
piccare, n  padre  doloroso,  vedendosi  senza  soccorso 
da  non  potere  resistere ,  e  *1  figlinolo  per  essere 
impiccato,  rendè  la  tenuta,  e  fu  liberò  egli  e  'i  fi- 
gliuolo; e  messer  Giovanni  rimase  libero  signore 
della  città  di  Bologna,  levatala  dalla  signorìa  de'  si- 
gnori di  Milano,  per  cui  T  avea  governata  e  retta 
in  cruda  tirannia  infino  a  di  20  del  mese  d*  aprile 
1355,  che  ae  ne  fece  signore,  ed  ebbe  la  detta  ròc- 
ca ;  e  in  Bologna  prese  tutti  i  Milanesi  die  t*  e- 
rano  e  le  loro  mercatanzie;  de*  quali  trasse  naolti 
danari  per  riscatto  delle  persone  e  della  mercatan- 
zie. E  nelle  castella  di  fuori  non  ebbe  podere  d^en- 
trare  messer  Galeazzo,  salvo  che  in  Luco  ;  e  ìtì  si 
ritenne,  sentendo  la  ribellione  di  messer  Giovanni, 
aspettando  la  volontà  de'snoi  signori.  Messer  Giovu- 
ni  mettendosi  alla  fortuna  rimase  signore  ;  quegli  ^e 
segue  r.  frenandola  per  senno,  ovvero  per  mattia,  ae 
perde  la  vita,  come  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  xin. 

Come  il  doge  di  Vinegia  fu  decapiiaio. 

Messer  Marino  Faliere  doge  di  Vinegia,  uomo 
di  gran  virtù  e  senno,  reggendo  T  nficio  di  cotanta 
dignità,  e  aenza  sospetto  e  in  grazia  de'auoi  citta- 
dini, avendo  1*  animo  grande  §1  contentava  male,  non 
parendogli  potere  fare  a  sua  volontà  com'  avrebbe 
voluto,  strignendolo  la  loro  antica  legge  di  non  po- 
tere passare  la  deliberazione  del  consiglio  a  lui  di- 
putato  per  lo  comune;  e  però  avea  preso  sdegno 
contro  a*gentili  uomini  che  piìi  lo  repugnavano  pre- 
sontuosamente. E  intanto  avvenne,  die  certi  popo- 
lani furono  da  alquanti  de'  grandi  di  parole  e  di  fatti 
oltraggiati  villanamente;  e  crescendo  lo  sdegno  del 
doge  per  la  disordinata  baldanza  de'  gentili  nomini, 
prese  sicurtà  di  scoprire  agli  oltraggiati  popolani 
1*  animo  ano  eh' avea  contro  la  riverenza  de*ge&tfli 
uomini,  che  tutti  erano  del  consiglio  ;  e  di  questo 
seguitò,  che  il  doge  concedette  segretamente  licen- 
za a*  popolari  ingiuriati  che  si  procacdassono  di  con- 
fidenti smioi,  e  d' arme  e  di  gente  acconcia  si  ser- 
vigio, e  una  notte  ordinata  fessone  su  la  pfnita 
di  San  Marco,  e  sonassono  le  campane  a  stomo, 
e  dessono  voce  che  le  galee  de*  Genoyesi  fossono 


DI  KATTBO  VILLANI. 


163 


nel  golfo  ;  e  per  usanza  in  eoUli  novità  i  gentili  1 
uomini  di  consiglio  soleano  venire  al  palazzo  al  do- 
ge per  provvedere  e  consigliare  quello  che  fosse 
da  fare;  e  in  quella  venuta  i  popolani  armati  li  do- 
veano  uccidere,  ovvero  radunati  in  palagio  metterli 
alle  spade;  e  questo  fatto,  doveano  correre  la  città 
gridando  :  viva  il  popolo^  e  fare  il  doge  signore,  e 
annullare  V  ordine  del  consiglio  e  de'  gentili  uomini, 
e  fare  tutti  gli  uficiali  popolari.  Ed  essendo  con  molta 
credenza  la  cosa  condotta  sino  alla  sera  che  la  notte 
dovea  seguire  il  fatto,  come  a  Dio  piacque  per  lo  mi- 
nore male,  il  doge  in  questa  aera  mandò  per  un  suo 
confidente  popolare  amico,  uomo  di  grande  ricchezza, 
a  cui  rivelò  il  trattato,  e  come  in  quella  notte  si  do- 
vea fare  il  fatto.  Costui  turbato  nella   mente,  con 
savie  parole  gli  biasimò  V  impresa  e  impauri  il  doge, 
e  non  ostante  che  la  cosa  fosse  recata  molto  agli  stre- 
mi del  tempo,  disse,  che  là  dove  piacesse  al  doge, 
che  metterebbe  subito  consiglio  che  la  cosa  non  pro- 
cederebbe, lì  doge  invilito  neir  animo  al  consiglio  di 
questo  suo  amico,  gli  die  mattamente  parola  eh*  egli 
ordinasse  segretamente  che  il  fatto  si  rimanesse  ;  e 
acciocché  dato  gli  fosse  fede,  gli  dio  un  suo  segreto 
suggello.  Questi  andò  di  presente  ai  caporali  a  cui  il 
doge  il  mandò,  ch'a veano  accolta  la  loro  compagnia, 
e  disse  loro  da  parte  del  doge,  che  si  dovessono 
ritrarre  dall'  impresa  ;  e  mostrò  loro  il   segno  del 
suo  suggello.  A*  popolari  ch'erano  apparecchiati  par- 
ve essere  traditi,  e  non   ardirono  di  procedere  più 
innanzi,  sentendo  la  mutazione  del  doge.  Uno  pel- 
licciere  ch\era  degl'invitati,    sentendo  che  la  cosa 
non  procedea,  per  paura  d*  essere  incolpato  se  uban- 
do a  uno  gentile  uomo  di  consiglio,  e  manifestogli 
quello  che  sapea  del  fatto,  che  non  sapea  però  tut- 
to. Costui  menò   il   pellicciere  al   doge;   il  quale, 
non  sapendo  che  il   doge  sentisse  di  questo  fatto, 
gli  narrò  ciò  che  ne  sapea,  e  nominogli  i   caporali. 
Il  doge  annullò  molto  il  fatto,  dicendo,  che  per  al- 
cuno sentimento  che  n*avea  avuto  avea  fatto  spiare, 
e  trovato  avea  che  la  cosa  era  nulla.  Il  savio  con- 
sigliere disse  al  doge,   che  volea  che  questa  cosa 
sentisse  il  consiglio  ;  e  contradiandolo  il  doge,  co- 
stui perseverò  tanto  in  questo,  che  il  savio  doge 
divenuto  per  viltà  fuori  del  senno,  promise  farlo  rau- 
nare,  commettendo  fallo  capitale  della  sua  testa ^  ;  che 
lieve  gli  era  ritenere  costoro,  e  fare  eseguire  quello 
che  ordinato  era,  o  strìngerli  e  giudicarli  a  suo  vo- 
lere segretamente.    La  mattina  raunato  U  consiglio, 
e  divulgata  la  novella ,  furono  mandati  a  prendere 
i  caporali  ;  e  venuti  dinanzi  al  doge  e  al  consiglio, 
il  doge  H  chiamò    traditori  per  dimostrarsi  strano 
dal  trattato,  ma  vennegli  fallato  ;  perocché  in  faccia 
gli  dissono,  che  ogni  cosa  che  ordinata   era  s' era 
mossa  da  lui  e  proceduta  dal  suo  consiglio.  11  do- 
ge no  *\  seppe  negare.   Il  consiglio  incontanente  il 
fece  guardare  nel  suo  palagio  per  loro  medesimi. 
In  prima  impesono  quattro  dei  caporali  alle  colonne 
del  palagio  del  doge,  e  il  di  seguente  confiscarono 
tutti  i  beni  del  doge,  eh*  era  grande  ricco  nomo. 


al  comune;  salvo  che  per  grazia  gli  eoncedettono 
che  di  duemila  fiorini  potesse  testare  a  sua  volontà  ; 
e  menatolo  in  sulla  scala  dov*  egli  avea  fatto  il 
saramento  quando  il  misono  nella  signoria,  gli  fe- 
ciono  tagliare  la  testa,  e  vilissimamente  il  suo  cor- 
po messo  in  una  barca  fu  mandato  a  seppellire 
a'  frati;  e  V  amico  suo,  che  sturbò  il  patricidio 
de'  grandi  cittadini  e  il  rivolgimento  dello  stato  di 
quella  città,  ebbe  per  merito  condannagione  grande 
pecuniale^,  e  perpetuo  esilio,  rilegato  nell'isola  di 
Creti. 

CAPITOLO  XIV. 

Come  V  imperadore  tornò  coronato  a  Siena, 

V  imperadore  Carlo,  ricevuta  la  corona  in  Ro- 
ma, come  detto  abbiamo,  se  ne  tornò  verso  Siena; 
e  soggiornato  a  Montalcino ,  e  appresso  venuto  a 
Montepulciano,  e  in  catuno  luogo  lasciali  suoi  vi- 
cari con  alcuna  gente,  domenica  a  di  19  d'aprile  in 
sul  vespero  giunse  alla  città  di  Siena  ;  e  innanzi  che 
entrasse  nella  città,  fattoglisi  incontro  i  cittadini  con 
gran  festa  in  snlP  ora  del  vespero,  in  quest'  abboc- 
camento otto  cittadini  pomposi  e  avari  per  cessare 
la  debita  spesa  alla  cavalleria,  si  feciono  a  lui  fare 
cavalieri;  e  appresso  entrato  nella  città  glie  n'ac- 
correano  molti  senza  ordine  o  provvisione  :  ed  egli 
avvisato  del  vano  e  lieve  movimento  di  quella  gen- 
te, commise  al  patriarca  che  in  suo  nome  gli  facesse. 
11  patriarca  non  potea  resistere  a  farne  tanti  quanti 
nella  via  glie  n"  erano  appresentati  :  e  vedendone  co- 
si gran  mercato,  assai  se  ne  feciono,  che  innanzi  a 
quell'ora  ninno  pensiero  aveano  avuto  a  farsi  cava- 
lieri, né  provveduto  quello  che  richiede  a  volere 
ricevere  la  cavalleria  ;  ma  con  lieve  movimento  si 
faceano  portare  sopra  le  braccia  a  coloro  eh'  erano 
intomo  al  patriarca,  e  quand'  erano  %  a  lui  nella  via 
il  levavano  alto^,  e  traevangli  il  cappuccio  usato  ;  e 
ricévuta  la  guanciata  usata  in  segno  di  cavalleria,  gli 
mettevano  un  cappuccio  accattato^  col  fregio  dell'oro, 
e  traevanlo  della  pressa^,  ed  era  fatto  cavaliere:  e 
per  questo  modo  se  ne  feciono  trentaquattro  in  quel* 
la  sera,  tra  grandi  e  popolari.  E  condotto  i' impera- 
dore ai  suo  ostiere,  fu  fatto  sera,  e  catuno  si  tornò 
a  casa  ;  e'  cavalieri  novelli  senza  ninno  apparecchia- 
mento 0  spesa  con  la  loro  famiglia  celebrarono  quel- 
la nutte  la  festa  della  loro  cavalleria.  Chi  considera 
con  la  mente  non  sottoposta  alla  vile  avarizia  l'av- 
venimento d'un  novello  imperadore  in  cotanto  fa- 
mosa città,  e  tanti  nobili  e  ricchi  cittadini  promossi 
alfonore  della  cavalleria  nella  patria  loro,  uomini 
di  natura  pomposi,  non  avere  fatto  alcuna  solennità 
in  comune  o  in  diviso  a  onore  della  cavalleria,  può 
giudicare  quella  gente  poco  essere  degna  del  rice- 
vuto onore. 


'  tal  fkUo  che  ne  aarebbe  andata  la  ana  testa*  Qui  le 
parola  soverchiano. 


'  in  danaro,  in  moneta,  in  pecnnìa. 

'  cioè  qnelU   che  portavano  V  aspirante  ad  eaier  f«tto 
cavaliere. 

'  Intendi  :  levavano  in  alto  il  pretendente  al  cavaliarato. 
Chi  non  vede  la  eonfnsione  di  questo  racconto? 

*  comprato,  procacciato  per  questo  fine. 
I      '  dalla  calcai  dalla  folla  traevano  U  nuovo  cavaliere. 


164 


CRONICA 


CAPITOLO  XV, 
Come  il  legato  parlamentò  a  Siena  con  Pimperadore, 

Metser  Gllio  cardinale  di  Spagna,  ■  eoi  il 
papa  e^  cardinali  ateano  commesso  il  procaccio  e  la 
legazione  di  riacquistare  la  Marca,  e  H  Ducato,  e  la 
Romagna  occupata  per  messer  Malatesta  da  Rimini 
•  per  gli  altri  tiranni  Romagnuoli,  ayendo  molto 
premuto  e  dirotto  messer  Malatesta,  V  avea  condotto 
in  parte,  ch'ostentava  di  volere  accordarsi  col  car- 
dinale per  le  mani  dell'  imperadore,  e  avea  detto 
di  venire  a  Siena  per  questa  cagione  ali*  imperado- 
re; e  "1  legato  per  questo  fatto,  e  per  visitare  T  im- 
peradore, si  mosse  della  Marca,  e  a  Siena  giunse  a 
di  primo  di  maggio;  e  ivi,  con  Takro  cardinale 
d^  Ostia  che  avea  coronato  V  imperadore,  furono  a 
parlamentare  con  lui  dei  fatti  d*  Italia  eh'  appartenea- 
no  a  Santa  Chiesa,  attendendo  messer  Malatesta  per 
pigliare  accordo  con  lui  :  ma  il  tiranno  mutato  con- 
siglio ,  non  vi  volle  andare.  In  questo  attendere, 
r  imperadore  trattò  con  loro  de^  fatti  di  Perugia,  che 
a  lui  aveano  proposto  eh*  erano  immediate  sotto  la 
giurisdizione  di  Santa  Chiesa,  come  del  ducato  di 
Spuleto,  per  liberarsi  da  lui,  e  al  legato  non  rispon- 
deano  in  alcuna  ubbidienza  per  nome  di  Santa  Chie- 
sa :  e  per  questa  cagione  deliberarono  tra  loro , 
che  rimperadore  senza  offendere  Santa  Chiesa  potea 
trattare  con  loro,  come  con  V  altre  città  d*  Italia,  e 
cosi  si  pensava  V  imperadore  di  fare  ;  ma  sopravve- 
nendogli altre  novitadi,  come  noi  diviseremo  appres- 
so, feciono  dimenticare  i  fatti  di  Perugia,  e  partire 
il  legato  in  animo  forte  adirato  contro  a  messer 
Malatesta,  da  cui  si  tenea  deluso  a  questa  volta. 

CAPITOLO    XVL 

Come  Pimperadore  ebbe  la  seconda  paga 

da*  Fiorentini. 

Essendo  1*  imperadore  in  Siena,  obbligato  a 
molti  baroni  e  cavalieri  da  cui  avea  ricevuto  servi- 
gio, mostrandosi  povero  di  moneta,  li  nutricava  di 
promesse,  e  rìmandavali  nella  Magna  mal  contenti: 
e  volendogli  i  Fiorentini  fare  la  seconda  paga,  man- 
dò a  dire  a*  signori  di  Firenze,  che  glie  la  mandas- 
sono  segretamente.  1  Fiorentini  innanzi  al  termine 
promesso,  air  uscita  d' aprile  gli  mandarono  contanti 
trentamila  fiorini;  e  fattogli  in  segreto  sentire  come 
i  danari  erano  venuti,  di  presente  fece  uscire  dal- 
r  ostiere  tutta  sua  famiglia,  e  rinchiusosi  in  una  ca- 
mera, in  sua  presenza  li  fece  contare  al  patriarca  ; 
e  trovato  che  uno  di  sua  famiglia  stava  a  vedere  al 
buco  dell'  uscio,  il  punì  gravemente,  temendo  eh'  e* 
suoi  baroni  no  '1  sentissono,  perocché  più  amava  di 
tenersi  i  danari  in  borsa,  che  T  amore  de' suoi  baroni 
0  il  loro  contentamento. 

CAPITOLO  XVIL 

Come  il  nuovo  tiranno  di  Bologna  mandò  à  Fireme 
ambasciadori  a  richiedere  i  Fiorentini, 

Messer  Giovanni  da  Oleggio  avendo  novellamente 
tolto  0  rubato  la  città  di  Bologna  a^  suoi  signori  de* 


Visconti,  e  trovandosi  povero  d*  aiuto  a  sostmiere  il 
fascio  di  quella  città  e  de'  potenti  avversari,  incon- 
tanente mandò  lettere  per  suoi  messaggi,  e  appresso 
solenni  ambasciadori  al  comune  di  Firenze,  offeren- 
do di  volere  essere  singulare  amico  de*  Fiorentini, 
e  di  governare  e  reggere  quella  città  alla  volontà  e 
piacere  del  comune  di  Firenze.  E  i  detti  ambasciadori 
con  molte  suasioni^  e  larghe  promesse  da  parte  di 
messer  Giovanni  pregarono,  che  almeno  in  privato, 
se  non  volesse  in  palese,  il  nostro  comune  il  do- 
vesse consigliare,  acciocché  potesse  quella  città  Biam- 
tenere  in  amore  e  in  fratellanza,  come  anticamente 
era  costumata  d' essere  oo^  Fiorentini,  e  difenderla 
da*  tiranni  di  Milano,  originali*  nemici  del  comune  di 
Firenze.  I  Fiorentini  conobbono  chiaramente,  eh*  es- 
sendo Bologna  in  loro  amistà  e  lega,  sarebbe  a  nao- 
do  che  forte  muro  alla  difesa  del  nostro  comune  con- 
tro a  ogni  potenza  tirannesoa  di  Lombardia  ;  su  per 
osservare  lealmente  la  promessa  pace  a*  Visconti  si- 
gnori di  Milano,  per  niuno  vantaggio  che  conoaces- 
sono,  0  per  promesse  che  fatte  fossono  loro,  po- 
terono essere  recati  a  fare  in  segreto  o  in  pale- 
se cosa  che  sospetto  potesse  essere  alla  pace  pro- 
messa a*  Visconti.  E  avendo  gli  ambasciadori  tro- 
vata ferma  costanza  nel  comune  a  mantenere  sua  fede, 
si  tornarono  mal  contenti  al  loro  signore  a  Bologna 
a  di  4  del  mese  di  maggio  del  detto  anno;  e  questo 
fu  chiaramente  manifesto  a^  signori  di  Milano,  che 
molto  r  abbono  a  bene,  e  offersonsi  largamente  al 
comune  di  Firenze. 

CAPITOLO  xvm. 

Come  fu  iConfUto  e  preso  messer  Galeotto  da  Bimmi 
dai  cavalieri  del  legato. 

Avendo  poco  addietro  narrato  come  messer  Ma- 
latesta da  Rimini  avea  cambiato  T  animo  dell' acooido 
con  messer  lo  oardinale  legato,  seguitò,  che  la  sua 
gente  d*arme,  capitanata  e  guidata  per  messer  Galeot- 
to ano  fratello,  perocché  in  pochi  giorni  due  volte 
avea  rotti  i  cavalieri  della  Chiesa,  avviliva  tanto  qnella 
gente  che  poco  se  ne  curava.  E  però  avendo  per 
assedio  e  per  forza  preso  un  castello  di  Recanati, 
con  più  di  seicento  barbute  e  gran  popolo  a'  era  poeto 
ad  assedio  a  un  altro  ;  e  nondimeno  per  buona  prov- 
videnza di  guerra  avea  fortificato  il  campo  con  on 
muro  per  modo,  ch'entrare  né  uscire  per  lo  piano 
non  si  potea  se  non  per  una  sola  entrata  ;  e  per  que- 
ato  stavano  baldanzosi  all'  assedio  con  minore  guardia, 
non  temendo  per  gente  che  il  legato  avesse  :  per  la 
qual  cosa  prima  abbono  addosso  la  cavalleria  del 
legato,  che  di  loro  si  fossono  provveduti  Messer  Ri- 
dolfo da  Camerino,  capitano  della  gente  della  Chiesa, 
con  più  d' ottocento  cavalieri  e  con  assai  buoni  au- 
snadieri,  avendogli  condotti  al  campo  dei  nemici,  gli 
fece  assalire  agramente,  e  per  due  volte  tolse  loro 
l'entrata  del  campo;  e  quelli  di  messer  Galeotto  oom- 
battendo  virtuosamente,  catuna  volta  lo  racquietarono 
per  forza  d'arme.  Infine  avvedendosi  il  capitano  della 


'  persuasioni. 

'  natoralli  antichi.  Manca  alla  Crosca. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


165 


Chiesa  che  un  piccolo  poggetto  si  gnardava  per  lo 
popolo  d'Ancona,  eh'  era  sopra  il  campo,  mosse  i  ca- 
yalierì  e'  balestrieri  contro  a  loro,  i  qnali  franca- 
mente gli  assalirono  ;  •  non  potendo  avere  soccorso 
dal  campo,  eh* erano  combattnti  dall'altra  parte,  per 
forza  furono  rotti  ;  e  di  qael  poggetto  senza  riparo 
di  maro  cacciando  e  uccidendo  i  nemici  per  forza 
entrarono  nel  campo,  e  V  altra  parte  di  loro  presono 
r  entrata  del  campo  e  misonsi  dentro.  Messer  Galeazzo 
si  ristrinse  co*  snoi  combattendo  co'  nemici,  dinanzi 
e  di  dietro  assaliti,  molto  vigorosamente  a  modo  di 
valenti  cavalieri,  e  per  più  riprese  si  percosse  tra' 
nemici,  e  dae  volte  preso  fu  riscosso  da*  suoi  cava- 
lieri. Infine  vincendo  quelli  della  Chiesa,  a  messer 
Galeotto  fu  morto  il  destriere  sotto  ;  e  ricoverato  un 
piccolo  cavallo,  volendosi  salvare,  fu  ferito  di  più 
ferite,  e  ritenuto  prigione,  e  tutta  sua  gente  rotta,  presa 
e  sbarrata'  e  morta;  e  liberato  il  castello,  messer  Ri- 
dolfo detto  con  piena  vittoria  si  tornò  al  legato  :  e 
questa  fu  la  cagione  perchè  poi  messer  Malatesta  non 
potè  fare  retta  contro  al  legato^  come  appresso  si 
potrà  trovare. 

CAPITOLO  XIX. 

Come  la  fama  della  liberiaione  di  Lucca  si  sparse. 

Avvenne  in  questi  di,  air  entrante  del  mese  di 
maggio  del  detto  anno,  essendo  Timperadore  libero 
signore  di  Pisa,  di  Lucca,  di  Siena,  di  Sangimiguano 
e  di  Volterra,  e  dell' altre  terre  loro  sottoposte,  e 
in  amore  e  pace  co'  Fiorentini  e'  Perugini,  Pistoiesi 
e  Aretini,  senza  alcuno  avversario  in  Italia,  onde  che 
la  cosa  muovesse,  una  fama  corse  per  tutta  Italia  che 
egli  avea  fatto  accordo  con  gli  usciti  di  Lucca,  i 
quali  si  dicea  che  gli  doveano  far  dare  in  Francia 
centoventi  migliaia  di  fiorini  d'oro,  quand'egli  libe- 
rasse la  città  di  Lucca  della  signoria  de'  Pisani;  e  questo 
si  dicea  eh' avea  promesso  di  fare  finito  il  termine  eh' e' 
Pisoni  aveano  promesso  di  liberarla;  e  doveala  la- 
sciare in  libertà  al  reggimento  del  popolo  e  rimet- 
tervi tutti  gli  usciti;  la  quale  suggezione  de'  Pisani 
dovea  seguire  il  secondo  anno.  Il  divolgamento  di 
questa  fama  non  si  trovò  eh'  avesse  fondamento  da 
trattato  fatto  dall' imperadore;  o  se  fatto  fu,  altrove 
che  in  Toscana,  e  per  altri  che  per  la  persona  del- 
l' imperadore  ebbe  movimento'.  Trovossi  bene,  che 
grandi  ricchi  mercatanti  usciti  di  Lucca  intendeano  a 
fare  colta  di  moneta.  Ma  come  che  la  cosa  si  fosse 
o  si  spirasse^,  a  tutti  parve  che  cosi  dovesse  essere; 
e  in  segno  di  ciò  furono  revoluzioni  e  gravi  novità 
ch'appresso  ne  seguitarono,  come  leggendo  nostro 
trattato  si  potrà  trovare. 

CAPITOLO  XX. 

Come  r  imperadore  diede  Siena  al  Patriarca. 

Nel  soggiorno  che  T  imperadore  facea  a  Siena 
trattò  di  volere   che  il  patriarca  suo  fratello  fosse 


*  BbaraglUtm.  Manca  alla  Crnsca.  La  citata  legge:  sba- 
TQiiaia.  ^  ebbe  principio,  fa  causato. 

'  8i  iotravedesse,  si  spiasse,  se  ne  avesse  sentore. 


libero  signore  di  quella  città;  e'  Sanesi  avendosi  con- 
dotti nel  reggimento  non  però  fermo  dell'  ignorante 
popolo  vacillante  nello  stato,  per  volere  accattare  la 
benivolenza  dell' imperadore,  consentirono  d'avere  il 
patriarca  per  loro  signore,  e  di  volontà  dell'  impera- 
dore di  nuovo  feciono  la  suggezione  e  '1  saramento 
al  patriarca,  e  a  lui  furono  assegnate  tutte  le  terre 
e  castella  della  loro  giurisdizione,  nelle  quali  con- 
fermò suoi  castellani  e  vicari  ;  cosa  strana  all'  antico 
governamento  della  loro  libertà,  e  di  matto  consen- 
timento :  e  r  imperadore  per  la  sua  autorità  e  pe'  suoi 
privilegi  gli  confermò  la  libera  signoria  di  quella  terra, 
e  del  suo  eontado  e  distretto.  Il  patriarca  volendo 
confermare  la  sua  signoria  s' accostò  col  minuto  po- 
polo, e  di  quelli  fece  ufioiali  ai  reggimenti  comuni 
dentro  nella  città,  e  per  lo  loro  consiglio  si  reggea, 
essendosi  accorto  che  per  lo  favore  di  quella  minuta 
gente  era  venuto  alla  signoria  ;  e  per  questo  avea 
schiusi  gli  altri  maggiori  popolani,  e  abbattuto  in 
tutto  la  setta  dell'ordine  de'  nove  per  modo  che  non 
ardivano  in  palese  a  comparire  tra  gli  altri  cittadini. 

CAPITOLO  XXI. 

Come  t  capi  de^  ghibellini  d^  Italia  si  dolsono 

dlV  imperadore. 

In  questi  medesimi  di,  all'  entrante  di  maggio, 
i  caporali  di  parte  ghibellina,  eh'  erano  venuti  alla 
coronazione  dell'  imperadore,  aspettandone  la  loro 
esaltazione  e  l'abbassamento  di  parte  guelfa  in  To- 
scana, e  vedendo  per  opera  il  contradio,  si  raunaro- 
no  insieme  in  una  chiesa  di  Siena,  e  ivi  ricordarono 
tm  loro  tutte  le  persecuzioni  ricevute  da'  guelfi  per 
cagione  dell'  imperio,  e  le  infamazioni  de'  comuni  di 
Toscana,  e  spezialmente  del  comune  di  Firenze,  per 
le  resistenze  fatte  agi'  imperadorì  ;  e  avendo  raccolta 
loro  materia  da  dire,  feciono  quelle  cose  pronunziare 
nel  cospetto  dell'  imperadore  al  prefetto  di  Vicco  ;  il 
quale  saviamente  in  prima  raccontò  la  fede,  V  amore, 
i  servigi  che  i  ghibellini  d'Italia  aveano  portato  e 
fatto  per  li  tempi  passati  di  quanto  avere  si  potea 
memoria  agi'  imperadori  alamanni ,  e  in  siogularità 
all'  imperadore  Arrigo  suo  avolo  ;  e  come  i  guelfi  d'  I- 
talia  aveano  sempre  fatto  grave  resistenza  all'  impe- 
rio, e  tra  gli  altri  comuni  più  singolarmente  e  con 
maggior  forza  il  comune  di  Firenze  ;  e  come  per  o- 
perazione  di  quel  comune  i' imperadore  Arrigo  suo 
avolo  era  morto,  e  le  imperiali  forze  recate  al  niente; 
e'  ghibellini  sentendo  l'avvenimento  della  sua  signoria, 
tutti  erano  venuti  in  grande  speranza,  aspettando  per 
lui  essere  esaltati,  e  vedere  la  strazione  ^  de' guelfi, 
e  singolarmente  del  comune  di  Firenze  sempre  ri- 
bello all'  imperadore  ;  e  vedendo  che  per  danari  egli 
s'era  acconcio  con  quel  comune,  e  a' suoi  fedeli  ghi- 
bellini per  sua  venuta  non  era  seguito  vendetta  delle 
loro  oppressioni  e  de'  danni  ricevuti,  e  le  loro  terre 
e  castella  perdute  non  erano  racquistate,  nò  per  suo 
procaccio  loro  restituite,  essendo  perdute  per  volere 
mantenere  la  parte  imperialo,  si  mavigliavano  forte  ; 


distrazione. 


166 


CRONICA 


•  molto  più  conoioendo  ohe  il  tempo  ora  yemito  dio 
col  loro  aiuto,  e  delle  dtlà  e  caitella  di  Toicaiit 
tornate  allMmperìale  anggedone,  e  colla  ana  grande 
potenza,  e^  potea  eaaere  aignore  della  città  e  de*  da- 
nari de'  Fiorentini,  e  per  on  poco  di  danari  avea 
fatto  accordo  con  qnel  oomnne,  in  poco  onore  della 
maeatà  imperiale.  L*  impendore,  udite  le  dette  coae, 
aensa  riatrìgnerai  ad  altro  conaiglio  o  fareriapon- 
ditore  alcuno  altro,  come  aignore  focondioao  dMn- 
lendimento  e  d'eloquenia,  coiranimo  quieto,  parlando 
aoayemente,  diaae:  Noi  aappiamo  bene  l'amore  e  la 
fede  eh*  avete  portata  air  imperio,  e*  aerrigi  fotti  al 
nostro  arolo  per  roi  non  possiamo  dimenticare,  pe- 
rocché scritti  aono  ne'  sooi  annali.  Appo  i  nostri  re- 
gistri troviamo  noi,  che  i  mali  conaigli  de*  ghibellini 
d*  Italia,  avendo  più  rispetto  d  proprio  esaltamento, 
e  a  fare  le  loro  proprie  vendette,  che  ali*  onore  e 
grandezaa  dell*  imperadore  Arrigo  mio  avolo,  il  fe- 
cìono  mal  capitare,  e  non  il  comune  di  Firenxe,  né 
dcuna  operadone  di  qud  comune;  e  però  non  in- 
tendo in  ciò  seguitare  vostro  consìglio.  B  Arnstrati^ 
della  loro  corrotta  intenzione,  md  contenti  e  poco 
avanzati^  si  tornarono  in  loro  paese. 

CAPITOLO  xxn. 

Come  r  imperadore  si  par  A  da  Siena  e  andò 

a  Samminiato, 

L*imperadore,  raccomandata  la  signorìa  e1  rag- 
gimento  della  città  di  Siena  al  patriarca,  a  di  5 
di  maggio  del  detto  aono  ai  partt  della  città,  e  ven- 
neseoe  da  Staggia  e  da  Poggìbonizzi  senza  entrare  nella 
terra  ;  e  fatta  ivi  di  fuori  sua  lieve  desinea,  si  mise 
a  cammino,  e  la  aera  giunae  a  Samminiato  del  Te- 
deaco,  e  da*  Samminiateai  fu  ricevuto  a  onora  come 
loro  signore.  E  com*  egli  prese  la  via  di  là  per  an- 
dara  a  Piaa,  molti  de*  suoi  baroni  con  grande  comi- 
tiva de*  loro  cavdierì  si  partirono  da  lui,  e  vennon- 
aene  a  Firenze  per  seguira  loro  cammino  toraandod 
in  Alamagna.  In  Firanze  furono  ricevuti  cortesemente, 
rassegnandosi  i  caporali  per  nome,  e  dando  il  numero 
della  loro  gente  al  oonservadora:  e  questo  valico'  fu 
più  giorni,  avendo  il  di  e  la  notte  da  aeicento  in  otto- 
cento 0  più  cavalieri  tedeschi  ad  albergare  in  Firenze; 
e  però  ninno  sospetto  o  movimento  d  fece  o  si  prese 
nella  città,  salvo  che  un  pennone  per  gonfalone 
guardava  la  notte  senza  andara  la  gente  attorao. 

CAPITOLO  xxm. 

Come  U  cardinale  d*  Oitia  fi$  ricevuto  a  FirenM. 

Il  cardintla  d*  Ostia  eh' avea  coronato  1*  impe- 
radore, avendo  volontà  di  venira  a  Firenze  per  ve- 
dere la  dttà  e  per  proeaodare  alcuna  cosa  dd  co- 
mune, venne  a  Firanze  a  di  6  di  maggio  del  detto 
anno,  ricevuto  da*  dttadini  con  grande  onore,  an- 


'  delusi:  TOOAbolo  latino. 

'  poco  TADtaggiftti  ;  con  poco  ntile. 

'  passaggio,  piMarOi  trapaisamonto. 


dandogli  incontro  In  generale  proceasione,  e  amo 
sotto  un  ricco  palio  d*oro  e  di  aeta,  addestrtto^  di' 
cavalieri  di  Firenze  e  da*  maggiori  popolari,  soaiado 
tutte  le  campane  del  comune  e  delle  chiese  a  Dio 
laudiamo,  mentre  eh*  e*  penò  ad  ee§trt  dbergtto, 
con  grande  riverenza  per  onora  di  Santa  ChicM  fi 
collocato  nelle  case  degli  Alberti  ;  e  fattogli  per  lo 
comune  ricchi  preaenti,  domandatosi  per  Ida* priori 
cose  indiacretamente  che  non  gli  poteano  fare,  delle 
quali  iscusatisi  onestamente,  non  contento  di  loro  per 
la  aua  ambìdone,  n  dì  8  di  maggio  dd  detto  aoio, 
mal  contento  del  noatro  comune  per  suo  disonesto  ide- 
gno  se  ne  ritornò  a  Pisa,  dimenticato  1*  onora  rice- 
vuto per  lo  corrotto  appetito  ddla  aconcia  doauadi. 

CAPITOLO  XXIV. 

Come  la  gente  del  legato  presono  quattro  costei 

di  Malatesta, 

Dopo  la  aconfitta  e  la  presura  di  raesser  OtleoUo 
narrata  poco  addietro,  messer  Malatestn  andò  a  fisa 
ali*  imperadore,  perchè  Taccondasse  in  pace  col  legito 
e  con  la  Chiesa  ;  nondimeno  avea  alle  frontiere  delh 
gente  e  delle  terra  della  Chiesa  tutta  la  fom  deb 
sua  gente  d*  arme  a  cavallo  e  a  piò  ragunata  qiim, 
avvisando  che  là  si  faceue  la  guerra,  e  così  disM- 
stravs  di  volere  fora  il  capitano  deUa  gente  d^ 
Chiesa  ;  ma  come  uomo  avvisato*  ne*  fatU  della  gnem, 
avendo  condotto  certo  trattato  per  le  mani  del  oob- 
tldno  da  Ghiaggiuolo,  il  quale  era  de*  Maleteelì,  m 
nimico  di  meaaer  Malatesta  e  de*  suoi  per  la  aiorte 
di  ano  padra,  queati  avendo  ordinato  il  suo  trattito, 
fece  col  capitano  della  Chiesa  che  subito  mandò  deOi 
Marca  in  Romagna  cinquecento  cavalieri  e  dtrettutì 
e  più  masnadieri,  i  quali  fìirono  prima  in  au  le  porte 
di  Rimim  ch'e*  terrazani  sprovveduti,  senza  avara  gente 
d*  arme  alia  guardia,  ae  n*awedeasono;  e  funae  li 
città  in  gran  pericolo:  e  per  questo  subito  aTrem- 
mento,  non  eaaendo  gente  nella  terra  da  potera  loc- 
corrara  di  fuori  nò  riparara  al  trattato  del  coatioiao, 
preaono  e  rubellarono  a*  MalateaU  il  castello  di  8aa- 
t*  Arcagnolo,  e  M  Yeracchio,  e  due  altra  castelli  ii- 
torao  e  di  presso  alla  dttà  di  Rimini,  le  quali  for- 
nirono di  gente  da  cavdlo  e  da  piò  che  faoeano  gaent 
a  Rimini  e  nel  paese,  ed  erano  come  bastite  càe 
teneano  assediata  la  terra.  Di  questa  cosa  si  coalorbò 
tutta  la  Romagna,  e  fu  cagione  di  raoara  i  Hiliteiti 
più  tosto  a  renderd  alla  volontà  del  legato,  ooae  il 
suo  tempo  apprasso  racconteremo  ;  e  queato  fa  del 
mese  di  maggio  del  detto  anno. 

CAPITOLO  XXV. 
Come  morì  U  duca  di  Polonia. 

U  duca  Stefano  di  Polonia,  cugino  dell' inpc* 
radora,  giovane  virtudioso  odi  grande  autorità,  aveado 
vaghezza  di  venire  a  Firenze  per  suo  diporto,  e  li- 
sciato Timperadora  n  Pissi  venne  con  sua  eompagan 


*  fiancheggiato;  con  alla  destra,  alla  staffo  i  oavd̫l  e^* 
'  pradente,  destro  eoe 


DI  HATTEO  yULANL 


167 


di  giorani  baroni  a  Firenze,  ore  fa  riceTuto  a  grande 
onore  ;  ed  essendo  il  gran  siniscalco  del  Regno  messer 
I9iocola  Acciainoli  a  Firenze,  gK  fece  compagnia  fe- 
steggiando per  la  eittà.  B  avendo  ricevuto  onore  di 
corredi  da^  signori  e  dal  gran  siniscalco,  e  compiaciu- 
tosi molto  co*  cavalieri  e  gentili  nomini,  e  nella  citta- 
dinanza de*  Fiorentini,  e  a  più  feste,  tornato  a  Pisa  al- 
rimperadore,  si  lodò  molto  de*  Fiorentini,  e  magnificò  il 
nome  della  nostra  città  in  molte  cose;  e  dopo  pochi  di 
cadde  malato  in  Fisa,  e  d'una  continua  febbre  in  sette  d) 
passò  di  questa  vita.  Dissesi  ch'avea  mangiato  in  Pisa  di 
nn'  anguilla,  e  che  immantinente  ammalò  ;  ma  la  con- 
tinua, più  eh'  altro,  il  trasse  a  line  :  della  cui  morte 
fa  gran  danno,  perocch*era  barone  di  grande  aspetto. 
Della  morte  di  costui  molto  si  dolse  V  imperadore  ; 
ma  r  imperadrice,  vedendolo  morire  cosi  brevemente, 
impauri  molto,  e  stimolava  V  imperadore  di  ritornare 
nella  Magna  ;  e  molti  baroni  e  cavalieri  per  la  morte 
del  duca  Stefano  abbandonarono  T  imperadore  e  tor- 
naronsi  in  Alamagna,  e  lasctaronlo  con  poca  gente. 
E  *1  sire  della  Lippa,  nno  de'  maggiori  signori  di 
Boemia,  essendo  malato  a  Pisa,  si  fece  conducere  a 
Firenze  ;  e  giunto  nella  città,  e  venuto  a  notizia  de* 
aignori,  di  presente  il  feciono  albergare  nel  vesco- 
vado con  tutta  sua  famiglia,  che  non  v*era  il  ve- 
scovo, e  fornironlo  di  buone  letta  e  di  tutto  ciò  che  a 
bene  stare  gli  bisognava,  e  ordinarongli  i  migliori 
medici  della  città  alla  provvisione  e  consiglio  della 
soa  sanità,  e  oontinovo  sera  e  mattina  gli  faceano  ap- 
parecchiare delle  loro  dilicate  vivande  e  de*  loro  fini 
vinL  B  tanta  fede  aggiunta  col  suo  piacere  ebbe  il 
noatro  comune,  che  di  lunga  malattia  e  quasi  incu- 
rabile, non  pensando  potere  campare  altrove,  come 
fii  piacere  di  Dio  prese  perfetta  sanità  nella  città  di 
Firenze  ;  e  guarito,  fu  onorato  di  dóni  e  d*  altre  cose 
dal  nostro  comune.  Per  le  quali  cose  fu  fatto  singulare 
amico  del  nostro  comune  e  de*  suoi  cittadini,  sog- 
giornò nella  città  a  ano  diletto  infino  alla ,  tanto 

che  fu  tornato  nella  sua  fortezza  :  poi  ebbe  dal  co- 
mune i  danari  che  i  Fiorentini  gli  aveano  promessi 
peri* imperadore,  come  innanzi  racconteremo. 

CAPITOLO  XXVI. 
Come  fu  coronato  poeta  maestro  Zanohi  da  Strada. 

Era  in  questi  di  in  Pisa  il  maestro  Zanobi,  nato 
del  maestro  Giovanni  da  Strada  del  contado  di  Fi- 
renze. U  padre  insegnò  grammatica  a'  giovani  di 
Firenze  e  a  questo  suo  figliuolo,  il  quale  fu  di  tanto 
virtuoso  ingegno,  che,  morto  il  padre  e  rimaso  egli  in 
età  di  vent*anni,  ritenne  in  ano  capo^  la  scuola  del  pa- 
dre :  e  venne  in  tanta  fecondità  di  scienza,  che  aenza 
udire  altro  dottore  ammendo  e  passò  in  grammatioa 
la  adenza  del  padre,  e  alla  sua  aggiunse  chiara  e 
speculativa  rettorica:  e  dilettandoai  negli  autori,  ne 
venne  tanto  copioso',  che  in  breve  tempo  d*anni  eser- 
citando la  sua  nobile  industria,  divenne  tanto  eccel- 
lente in  poesia,  che,  mosso  1*  imperadore  alla  gran 


'  condoBse  egli  stesso  la  scuola  ecc.|  rimase  egli  a  capo 
della  scuola  ecc.,  prese  sopra  di  sé  la  scuola  ecc.] 

'  ne  divenne  si  pieno  di  concetti  e  facondo  ecc.  Se  ne 
tàccia  una  buona  aggiunta  al  Vocabolario. 


fama  della  sua  virtù,  e  da  messer  Niccola  Aceiaiuoli 
di  Firenze,  gran  siniscalco  del  reame  di  Cicilia,  alla 
cui  compagnia  il  detto  maestro  Zanobi  era  venuto, 
vedute  e  intese  delle  sue  magnifiche  opere  fatte  come 
grande  poeta,  volle  che  alla  virtù  dell*  uomo  a*  ag- 
giugnesse  T  onore  della  dignità  ;  e  pubblicandolo  in 
chiaro  poeta  in  pubblico  parlamento,  con  solenne 
festa  il  coronò  delfottato  alloro:  e  fu  poeta  coro- 
nato e  approvato  dall*  imperiale  maestà  del  mese  di 
maggio  del  detto  anno  nella  città  di  Pisa;  e  cosi 
coronato,  accompagnato  da  tutti  i  baroni  dell*  impe- 
radore e  da  molti  altri  della  città  di  Pisa,  con  gran- 
d*  onore  celebrò  la  festa  della  sua  coronazione.  E 
nota,  che  in  questi  tempi  erano  due  eccellenti  poeti 
coronati  cittadini  di  Firenze,  amendue  di  fresca  età  ; 
e  Feltro  ch*avea  nome  messer  Francesco  di  serPe- 
traccolo,  onorevole  e  antico  cittadino  di  Firenze,  il 
cui  nome  e  la  cui  fama  coronato  nella  città  di  Roma 
era  di  maggiore  eccellenza,  e  maggiori  e  più  alte 
materie  compose,  e  più,  perocch*  e*  vivette  più  lun- 
gamente, e  cominciò  prima  :  ma  le  loro  cose  nella 
loro  vita  a  pochi  erano  note,  e  quanto  eh*  elle  fos- 
sono  dilettevoli  a  udire,  le  virtù  teologhe  a*  nostri 
di  le  fanno  riputare  a  vili  nel  cospetto  de'  savi. 

CAPITOLO  xxvn. 

Come  fu  morto  messer  Francesco  Castracani 
da*  figliuoli  di  Castruccio. 

Sentendo  i  Pisani  che  messer  Francesco  Ca- 
stracani di  Lucca  Iacea  venire  gente  delle  sue  terre 
di  Garfagnana  in  favore  della  setta  de*  Raspanti  di 
Pisa  per  muovere  novità  nella  città,  il  feciono  assapere 
air  imperadore.  L*  imperadore  gli  mandò  comandando 
che  di  presente  si  dovesse  partire  della  città  di  Pisa.  B 
sostenuti  più  comandamenti  senza  ubbidire,  aentendo 
che  *1  maÙscalco  colle  masnade  s*armavano^  contro 
a  lui,  si  parti  tenendo  la  via  verso  Lacca;  e  partito 
lui,  fu  comandato  il  simile  a*  figliuoli  di  Castruccio 
Castracani,  i  quali  dolendosi  di  quello  ch'avvenne  a 
loro  per  messer  Francesco,  ai  partirono  cavalcando 
per  quella  medesima  via,  e  la  sera  si  trovarono  ad 
albergo  insieme  ;  e  ivi  mostrandosi  di  buona  voglia, 
albergarono  insieme,  e  dormirono  in  uno  letto.  La  mat- 
tina seguendo  loro  viaggio  vennono  a  pno  maniero*, 
il  quale  Caatrucdo  essendo  signore  di  Lucca  avea 
fatto  edificare  e  acconciare  a  suo  diletto  molto  no- 
bilemente,  e  di  pochi  di  innanzi  1*  imperadore  Tavea 
restituito  a'  figliuoli  di  Castruccio;  e  trovandovisi 
preaso,  pregarono  messer  Francesco  che  con  loro 
insieme  andasse  a  visitare  il  luogo  ;  e  risposto  di  farlo 
volentieri,  uscirono  di  strada,  e  andarono  ai  maniero; 
e  giunti  là,  i  famigli  si  dierono  attorno  per  li  giar- 
dini a  loro  diletto.  Messer  Arrigo  e  messer  Valeriano 
di  Castruccio  rimaaono  con  messer  Francesco  e  col 
figliuolo  e  con  nn  suo  genero,  ed  entrarono  ne*  pa- 
lagi per  vedere  1*  edificio,  il  quale  era  bello,  ma  molto 


'  Intendi  :  sentendo  che  il  capitan  generale  e  le  tue  com- 
pagnie d'arme  s'armavano  ecc. 

*  Forte  e  nobil  casa  campestre.  Vedi  voL  I,  pag.  158, 
col.  n,  nota  2. 


168 


CRONICA 


guaito,  perchè  didassetto  anni  era  stato  disabitato  ; 
e  sedendo  costoro  in  sulla  sala  del  palagio,  messer 
Arrigo  si  accostò  al  fratello,  e  dìssegli  :  Ora  abbiamo 
tempo  ;  e  andando  messer  Francesco  guardando  V  e- 
dificio,  messer'  Arrigo,  essendogli  poco  addietro,  di 
subito  trasse  la  spada  ;  e  non  avvedendosene  messer 
Francesco,  gli  diede  nella  gamba  un  colpo  grave  e 
pericoloso.  Messer  Francesco  sentendosi  ferito ,  vo- 
lendosi rivolgere,  chiamando  traditore  messer  Arrigo, 
non  potendosi  sostenere  cadde;  e  messere  Arrigo 
gli  die  su  la  testa  un  altro  colpo  della  spada  che 
non  lo  lasciò  rilevare  :  e  morto  measer  Francesco,  i 
due  fratelli  corsono  addosso  al  genero,  e  ivi  senia 
arresto  V  uccisono,  e  'I  figliuolo  di  messer  Francesco 
lasciaroDO  per  morto;  e  rimontati  a  cavallo,  argui- 
rono loro  viaggio,  e  tornaronsi  in  Lombardia  ;  e  que- 
sto fu  a  di  1 8  di  maggio  del  detto  anno  :  cosa  de- 
testabile per  lo  grande  tradimento  mosso  da  invi- 
dia ;  ma  per  divino  giudicio  spesso  avviene  che  le 
tirannie  prendono  termine  e  line  per  sinuglianti  modi. 

CAPITOLO  xxvra. 

Come  i  FiarenHfU  mandarono  ire  eUiadmi 
air  imperadore  a  iua  richiesta, 

L^imperadore  trovando  T  animo  de^  Pisani  male 
contento  per  la  voce  corsa,  come  detto  è,  eh*  egli 
trattava  di  liberare  Lucca  ;  e  avvedendosi  delle  novità 
che  cominciavano  ad  apparire  in  Pisa  e  in  Siena, 
cominciò  a  sospettare  :  e  avendo  fidanui  nel  comune 
di  Firenze,  il  richiese  che  gli  mandasse  tre  confidenti 
suoi  cittadini  per  averli  al  suo  consiglio.  U  comune 
di  presente  glieli  mandò,  e  da  lui  furono  ricevuti 
graaiosamente.  Ma  poco  si*  potè  intendere  o  consi- 
gliare con  loro,  tante  sfrenste  novità  occorsono  V  una 
appresso  V  altra,  che  voleano  più  operaxione  subita 
che  consiglio,  come  seguendo  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  XXIX. 

Come  i  Sanesi  ebbono  novità» 

Il  popolo  minuto  di  Siena  già  avea  cominciato 
a  sperare  nella  signoria,  e  per  T  appetito  di  quella 
dall*  una  parte,  e  per  paura  e  gelosia  dalf  altra  non 
poteva  acquetare  ;  e  già  impaziente  del  loro  signo- 
re, a  cui  di  tanta  concordia  s*  erano  sottoposti,  a  di 
18  di  maggio  del  detto  anno  levarono  la  città  a 
romore,  e  presono  V  srme,  e  serrarono  le  porte 
della  terra.  Il  patriarca  maravigliandosi  di  questo 
subito  movimento ,  senza  muoversi  ad  altra  novità 
domandò  quello  che  '1  popolo  volea  :  e  risposto  gK 
fu,  che  rivoleano  le  catene  usate  nella  citù  a  ogni 
canto  delle  vie,  eh*  erano  state  levate  ali*  avve- 
nimento deir  imperadore.  Il  patriarca  1*  acconsenti 
e  fecole  rendere  loro.  E  appresso  domandarono  di 
volere  dodici  ufidali  sopra  il  govemamento  del  co- 
mune di  due  in  due  mesi,  al  modo  che  solcano  essere 
i  nove,  e  che  da  loro  parte  andasse  il  bando':  e 


domandarono  di  volere  avere  un  gonfalone  del  po- 
polo, e  che  la  misura  del  loro  staio  si  creaceMe. 
U  patriarca  vedendosi  male  apparecchiato  n  potere 
resistere  al  popolo  commosso  e  armato,  ogni  coaa 
concedette  alla  loro  volontà.  I  loro  grandi  in  que- 
sto fatto  non  si  armarono,  e  non  si  dimostrarono  in 
favore  del  minuto  popolo,  né  in  contrario  :  e  se  questo 
movimento  ebbe  ordine  da  loro  non  si  ncoper- 
se  :  ma  1  popolo  osò  di  dire  che  questo  movi- 
mento avea  fatto  temendo  che  l'ordine  d^Puficio 
de'  nove  non  si  rifacesse,  che  sentivano  che  per  fona 
di  danari  si  cercava  di  rifare.  E  stato  il  popolo  tra 
di  armato,  e  impetrata  la  loro  intenzione  si  racqnetò; 
e  poste  giù  r  armi ,  rimase  arrogante  e  anperbo  per 
la  vittoria  del  loro  primo  oominoiamento.  E  di  pre- 
sente ebbono  fatto  i  dodici  di  loro  minnti  meatieii  e 
measili  nell'uficio,  e  fatto  un  gonfdone  e  datolo  a 
uno  loro  vile  artefice,  con  ordine  ohe  tatti  dovea- 
sono  accompsgnare  e  aeguire  il  loro  gon&lone.  E 
questo  fa  il  principio  del  loro  reggimento,  del  quale 
poi  seguirono  maggiori  cose,  come  seguendo  il 
pò  racconteremo. 

CAPITOLO   XXX. 
Come  i  Pisani  per  gelosia  furono  in  arme. 


*  Le  stampe  :  $  tmdanio  métaer  Arrigo.  La  giunta  &  del 
T.  Ricci.  *  La  cit.  :  ei  potè  intendere  e  eoneigUare, 

'  Intendi:  che  ogni  decreto,  legge  o  ordinasione  fosse 
in  nome  del  popolo. 


Essendo  venata  la  novella  della  morte  di 
Francesco  Castracani  a  Pisa,  la  setta  de*  Raspanti,  cni 
e*  favoreggiava,  si  cominciarono  a  dolere  fortemente, 
e  dire  che  queala  era  stata  operazione  della  ptrte 
de*  Gambacorti;  ma  dò  non  era  vero:  nondimeno 
r  imperadore  ae  ne  fece  grande  maraviglia,  e  tol- 
ta la  città  ne  preae  conturbaaione,  e  orebbene 
r  iua  delle  loro  sette.  E  stsndo  la  città  in  questo 
bollimento,  a  di  20  del  detto  mese  di  maggio  im- 
provviso s*  apprese  fuoco  nel  palagio  del  conHine, 
ove  abitava  V  imperadore,  e  senza  potervi  mellera 
rimedio  arae  tutta  la  camera  dell'  arme  del  cornane 
eh*  era  in  quel  palagio,  ove  araono  tutte  le  buone 
beleatra,  tende,  e  trabacche  e  padiglioni,  e  T^tra 
armadure  che  v*erano,  che  ninna  ne  potè  campare.  E 
per  questa  cagione  convenne  che  V  imperadore  an- 
dasse ad  abitare  al  duomo,  e  *1  popolo  tutto  sotto 
r  arme  tra  per  V  una  cagione  e  per  l*  altra  atava  in 
gelosia  e  in  sospetto,  e  per  questo  modo  stette  ar- 
mato il  dì  e  la  notte.  La  mattina  vegnente,  rassico- 
rata  la  gente,  lasciarono  V  arme  quetamente,  e  calano 
intese  a*  suoi  mestieri.  E  in  quella  mattina  ebbe 
r  imperadore  novelle  della  novità  di  Siena,  die  gtt 
dierono  assai  malinconia  e  pensiero,  e  pia  perchè  si 
trovava  fortuneggiare  in  Pisa,  e  mal  fornito  di  gente 
d'arme  da  potere  provvedere  e  riparara  alle  for- 
tune che  si  vedea  apparecchiare.  Allora  cominciò  a 
potere  conoscere  che  T  avarizia  era  nimica  drogai 
buona  provvisione. 

CAPITOLO  XXXL 

Ancora  gran  novità  di  Pisa. 

Quello  che  seguita  è  grande  assalto  d'avversa 
fortuna  ;  e  per  esprimera  meglio  la  verità  del  fatte, 
ci  conviene  alquanto  ritornara  a  dietro  la  nostra 


DI  MATTEO  VILLANI. 


1«9 


materia,  avvolta  ìa  diverii  e  vari  Intendimenti,  I  quali 
per  longo  spazio  di  tempo  cercammo  discretamente, 
per  lasciare  di  tanto  inopinato  caso  la  verità  del  fatto 
nel  nostro  trattato.  Egli  è  manifesto  che  i  Gambacorti  di 
Pisa  aveano  laogamente  in  grande  prosperità  governa- 
ta e  retta  la  città  di  Pisa,  e  quella  magoificata  con  pace 
in  grandi  ricchezze  de^saoi  cittadini.  LMnvidia  delle 
loro  buone  operazioni  avea  creato  una  setta  contro  a 
loro,  chiamati  i  Raspanti^  e  la  loro  si  chiamava  dei 
Bergolinù  I  Gambacorti  furono  coloro  che  ricevet- 
lono  in  pace  1*  imperadore,  e  che  gli  diedono  la  si- 
gnoria di  Pisa,  benché  ciò  facessono  secondo  la  vo- 
lontà del  popolo.  A  costoro  promise  1*  imperadore  di 
mantenere  e  accreacere  nella  città  di  Pisa  il  gover- 
namanto  del  comune  e  il  loro  buono  stato,  e  ne*  co- 
minciamentl  appo  V  imperadore  erano  i  maggiori,  e 
molto  fedelmente  si  portavano  al  servigio  delf  im- 
perio. I  Rupanti,  uomini  astuti  e  vegghianti,  per 
abbassare  i  Gambacorti  aveano  più  volte  messo  no- 
vità e  romori  nella  terra;  e' Gambacorti  con  loro 
seguito,  per  riparare  con  dolcezza  alla  loro  malizia, 
aveano  acconsentito  di  raccomunarsi  insieme  nella 
cittadinanza  e  negli  ufici  ;  e  fatta  pace  con  loro,  e 
acconsentito  air  imperadore  la  derogazione  de*  patti 
promessi,  stretti  dalla  necessità  più  che  dalla  ferma 
fede  deir  imperadore,  il  feclono.  È  vero  eh*  e*  Gam- 
bacorti con  la  loro  parte,  e  i  Raspanti  e  tutti  I  cit- 
tadini di  Pisa  si  doleano  d*uno  modo  della  voce 
eorsa  che  Timperadore  avesse  Tanimo  di  liberare  Luc- 
ca ;  e  questo  parlavano  pubblicamente.  L*  imperadore 
dicea  di  non  liberarla,  e  nondimeno  avea  presa  la 
guardia  del  castello  deirAgosta  con  la  sua  gente,  e 
trattine  I  Pisani  ;  e  a*  Pisani  parca  ch*egli  attendes- 
se il  termine  che  compieva  la  sommissione  di  quella 
città,  che  venia  il  giugno  seguente,  e  nel  vero  si 
sapea  eh*  e*  Lucchesi  accoglievano  moneta  per  la  det- 
ta speranza  :  e  trovammo  nel  vero  che  tutti  i  buo- 
ni cittadini  di  Pisa  di  catuna  setta  s*  erano  consi- 
gliati insieme  per  riparare  che  Lucca  non  si  libe- 
rasse d*  uno  animo  e  d*una  volontà;  e  di  questo 
•*  era  fatto  capo  II  Paffetta  de*  conti  di  Hontescu- 
daio,  e  quelli  della  Rocca  caporali  della  setta  dei 
Raspanti  ;  e  a  questo  comune  consiglio  acconsentiro- 
no i  Gambacorti;  delle  quali  cose 'seguitò  la  loro 
morte,  come  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO  xxxn. 

Come  furono  in  Pisa  presi  i  Gambacorti, 

Dopo  la  novità  dell*  arsione  sopraddetta  e  della 
morte  di  messer  Francesco  Castracani,  essendo  il  po- 
polo insolito,  e  malcontento  e  sospettoso  de*  fatti 
di  Lucca,  sopravvenne,  che  le  some  degli  arnesi  e 
dell*  armadure  de*  loro  cittadini  eh*  orano  stati  alla 
guardia  delFAgosta  in  Lucca  tornavano,  avendo  ras- 
segnata la  guardia  di  quella  alla  gente  dell*  impe- 
radore. 1  Pisani  della  setta  de*  Raspanti,  per  le  cui 
contrade  le  some  passavano ,  facendosene  capo  il 
Paffetta,  cominciarono  a  levare  il  romore  contro  al- 
V  imperadore,  e  ogni  uomo  a'  andò  ad  armare  ;  la 
gente  dell*  imperadore  veggendo  questa  novità  s*ar- 
marono,  e  montarono  a  cavallo  in  diverse  contrade 


com*  erano  albergati,  e  tutti  traevano  al  duomo  do- 
V*  era  il  suo^  signore.   I  cittadini  gli  lanciavano,  e 
assalivano  e  uccidevano  per  le  vie  come  fossono  loro 
nemici  ;  e  in  questo  primo  romore  in  più  contrade 
furono  morti  più  di  centocinquanta  cavalieri  tedeschi 
di   quelli  delf  imperadore.    L*  imperadore    veden- 
dosi a  questo  pericolo,  e  nal  fornito  a  fare  resi- 
stenza al   furore  del  commosso  popolo,  s*era  ar- 
mato e  diliberato  di  volersi  partire  con  la  sua  gente 
eh'  avea  raccolta  al  duomo.  De*  Gambacorti,  ciò  era 
Francescbino  e  Lotto,   quand*era  questo  romore  si 
trovarono  in  casa  dell*  imperadore  con  certi  altri  cit- 
tadini senz*  arme  :  e  Bartolommeo  e  Piero,  maravi- 
gliandosi di  questo  subito  romore,  si  racchiusone  in 
casa  il  cardinale  d*  Ostia,  legato  del  papa.  1  grandi 
e  i  buoni  cittadini,  che  non  sapeano  la  cagione  del 
romore,  traevano  a  casa  i  Gambacorti  ;  e  nel  vero,  se 
alcuno  di  loro  fosse  uscito  fuori    di  casa   armato, 
non  ne  dubito,  che  tanto  e  tale  era  il  seguito  de*buo- 
ni  cittadini,  che  la  città  di  Pisa  avrebbe  preso  quel 
partito  eh*  e'  Gambacorti  avessono  voluto;  ma  la  lo- 
ro mala  provvedenza  coperta  da  semplice  ignoran- 
za, li   condusse  alla  loro  mina,  e  la  sagace  ma- 
lizia de*  loro  avversari  li  fece  signori.  U  conte  Paf- 
fetta e  messer  Lodovico  della  Rocca,  eh*  erano  sta- 
ti i  movitorì  di  questo  romore  ,  avvedendosi  che  la 
maggior  forza  de*  cittadini  traevano  a  casa  i  Gam- 
bacorti e  che  quelli  della  casa  per  folle  consiglio 
non  comparivano  a  farsi  capo  de*  cittadini,  a*avvisaro- 
no  d*  abbatterli  per  malizia  in  quello  furore,  colPa- 
iuto  della  paura  che  sentivano  eh*  avea  1*  impere  dorè 
che  cercava  di  volersi  partire  :  e  per  fornire  loro  in- 
tendimento, acciocché  *1  romore  mosso  per  loro  non 
tornasse  in  loro  confusione,  cambiarono  la  voce  ;  e 
mostrandosi  aiutatori  dell*  imperadore,  con  gran  com- 
pagnia di  loro  seguito  armati  s*appresentarono  dinanzi 
dall*  imperadore,  e  dissono  :  Signor  nostro,  voi  siete 
tradito  da*  Gambacorti  e  dalla  loro  setta,   perché 
non  pare  loro  essere  signori  di  Pisa,  come  e*  aolie- 
no  ;  e  per  questa  cagione  hanno  fatto  levare  questo 
romore  e  uccidere  la  vostra  gente,  e  alle  loro  ca- 
se  hanno  raccolto  in  arme  la  maggior  forza  de*  cit- 
tadini ;  dicendoli,  che  se  per  lui  a  questo  punto  non 
si  mettesse  riparo,  egli  e  sua  gente  era  in  grave  pe- 
rìcolo a  campare  del  loro  furore,  ed  eglino  medesi- 
mi co*  loro  seguaci  erano  in  grave  perìcolo  di  mor- 
te e  d*  essere  cacciati  di  Pisa,  E  detto  questo,  s*  of- 
fersono  alfimperadore,  e  dissono  :  Se  voi  ci  volete 
dare  Taiuto  del  vostro  maliscalco  e  parte  di  vostre 
masnade,  recheremo  tosto  a  niente  la  parte  de*Gam- 
bacorti,  e  voi  faremo  libero  signore  di  Pisa.  L*  Im- 
peradore avendo  il  suo  senno  intenebrato,  e  aviato 
da  sé  per  la  via  della  paura.  Indiscretamente  diede 
fede  alla  manifesta  iniquità  di  costoro,  e  non  volle 
la  cosa  ricercare  con  alcuna  ragione  o  verità  del 
fatto  ;  ma  in  quello  stante  prese  parte,  e  fecesi  nemico 
dei  suoi  fedeli  e  innocenti  amici,  e  amico  di  coloro  che 
gli  erano  stati  avversarì  ;  e  diede  le  sue  masnade  e 
il  suo  maliscalco  a  seguitare  messer  Paffetta  e  mes- 
ser Lodovico  e  la  loro  setta  contro  a*  Gambacorti, 


'  Cosi  il  T.  Ricci,  n  Ufro,  altra  stampo. 


170 


CRONICA 


i  quali  lenz*  anne  avea  ne*  aaoi  palagi  e  in  casa  i- 
gBoraDli  di  questo  fatto;  e  per  ano  oomaDdamento 
fece  ritenere  Franeeachìoo  e  Lotto  ch^atea  in  caaa, 
e  al  legato  mandò  per  gli  altri  eh*  erano  là  fuggiti, 
udendo  il  romore,  aotto  le  sue  braccia  ;  e  fu  dì  tanta 
▼ile  oondixione,  e  di  preaente  gliele  mandò,  in  gran 
disonore  e  infamia  del  suo  cappello  e  della  libertà 
di  Santa  Chiesa  ;  e  cosi  fece  di  più  altri  cittadini, 
che  a  lui  erano  fuggiti  per  tema  del  romore. 

CAPITOLO  XXXUL 
Come  fur  arse  le  case  de*  Gambacorii, 

Il  conte  Paffetta  e  messer  Lodovico  della  Roc- 
ca avendo  accolto  loro  seguito,  e  la  gente  e  V  in- 
aegna  deirimperadore,  i  quali  il  dì  aveano  presegui- 
tati e  morti,  ora  per  loro  sagace  industria  li  trae- 
vano alla  morte  de'  loro  cittadini,  e  gridando  otva  Ttm- 
peradorey  molta  gente  di  loro  seguito  ragunata  contro 
a  lui  rìvolsono  contra  a'  Gambacorti,  e  contro  a*  buoni 
cittadini  eh*  erano  tratti  senza  loro  saputa  o  procaccio 
alle  loro  caae.  E  venendo  a  valicare  i  ponti  deir  Amo, 
trovarono  alcuna  lieve  resistenta  di  gente  ignorante 
del  fatto,  e  tra  loro  non  era  alcuno  de*  Gambacorti, 
in  manifesto  segno  che  quel  dì  era  terminato  alla 
loro  mina  ;  perocché  se  alcuno  di  quella  casa  fosse 
comparito  in  arme,  tanti  e  tali  erano  i  cittadini  tratti 
per  difenderli,  eh*  avrebbono  ributtati  i  lom  awer- 
aari  e  la  gente  dell*  imperadore  al  Ponte  vecchio  e 
al  Ponte  della  spina  ;  ma  non  apparendo  alcuno  dei 
Gambacorti,  il  Paffetta  e  messer  Lodovico  colla  ca- 
valleria dell*  imperadore  furono  lasciati  passare,  e 
addirixxaronsi  verso  casa  i  Gambacorti,  e  trovando- 
le senza  alcuna  difesa,  le  feciono  mbare  e  appres- 
so ardere  ;  e  per  questo  inopinato  fumre  presi  i 
non  colpevoli  Gambacorti  con  certi  altri  loro  amici, 
e  arse  le  case,  diedono  per  quella  giornata,  a  dì 
21  di  maggio  del  detto  anno,  riposo  al  furore  dello 
scommosso  popolo.  I  presi  furono  Franceschino,  Lot- 
to, Rartolommeo,  Piero,  e  Gherardo  de*  Gambacorti; 
e  gli  altri  cittadini  di  loro  aeguito  furono  ser  Re- 
nincaaa  Giunterelli  notaio  della  condotta,  Cecco  Cin- 
quini, aer  Piero  dell'Abate,  ser  Nieri  '  Papa,  Nemccio 
Mestondine,  Neri  di  Laudo  da  Faggiuola,  Ugo  di 
Guitto,  e  Giovanni  delle  Rrache,  messer  Guelfo  dei 
Lanfranchi,  e  messer  Piero  Raglia  de*  Gualandi,  mes- 
ser Rosso  de'  Sismondi  e  Francesco  di  Rossello.  E 
avvegnaché  tutti  questi  fossono  in  questo  di  presi, 
nondimeno  non  però  tutti  furono  giudicati  dall*  im- 
peradore, come  appresso  diviseremo  nel  dì  della  loro 
condannazione. 

CAPITOLO  XXXIV. 
Di  novità  seguite  a  Lucca. 

In  queato  avriluppato  fàrom  della  commozione 
di  Piaa  fu  di  subito  la  novella  a  Lucca;  e  a* Luc- 
chesi parendo  che  fosse  venuto  il  tempo  di  potere 
uscire  del  grave  giogo  e  servaggio  dei  Pisani,  in- 


'  n  T.  Ried  Neri^  ma  esso  pnre^legge  Nieri  yerso  la 
fine  del  cap.  XXXVH,  pag.  171,  col.  D. 


contanente  a  dì  23  de!  detto  maggio  aounonfcao 
i  loro  contadini  che  venissono  a  liberare  ta  città  At 
da  loro  erano  impotenti  a  ciò  fare,  perocché  erano 
pochi  e  male  in  arme  da  potere  muovem  tanto  fitto. 

I  contadini  caporali  nemici  de*  Pisani,  per  V  aniaio 
della  parte  e  per  le  gravi  oppresaioni,  traaaoao  an- 
bitamente  d*  ogni  parte  alla  città,  e  i  cittadini  moa- 
sono  il  romom  dentro,  e  presono  1*  arme  contro  afle 
guardie  delle  porta,  che  di  quelli  dell*  Agoata  non  te- 
meano,  perooch*era  in  mano  della  gente  deU^iaqie- 
radore,  e  non  ai  travagliavano  di  difendere  In  citta 
a*  Pisani  ;  e  avendo  già  presa  alcuna  porta,  misono 
dentro  parta  de*  loro  contadini,  e  col  loro  aioto  li- 
presono  tutta  le  fortezze  della  citta  e  tatto  le  porte, 
fborì  che  quelta  del  castallo  e  quella  del  prato:  es- 
sendo già  liberi  signori  del  corpo  delta  terra,  e  po- 
tendovi mettare  i  contadini  e  fortificarsi  nlta  difesa 
della  loro  libertà,  e  poteano  avere  subito  aioCo  di 
genta  d*arme  da'  loro  vicini,  e'  Plaani  non  erano  in 
istato  da  contradìarli,  e  1*  imperadom  tradito  da*  Pi- 
sani non  li  avrebbe  atali,  assai  chiaro  era  tornata 
la  liberta  nelle  loro  mani,  ma  forae  non  covpìnto 
ancora  il  tarmine  de*  loro  peccati  :  e  però  aTrenne, 
che  certi  popolani  eh*  erano  meno  male  trattati  età 
Pisani,  che  gli  altri,  e  alquanti  degl'Intorminelli,  par 
tama  che  la  tirannia  già  passata  di  Caatniocio  non 
tornasse  loro  a  male,  tradirono  i  loro  cittadini  e  dis- 
aono  eh*  aveano  da*  Pisani  ogni  patto  che  aape aaono 
dimandare,  e  che  con  buona  pace  sarabbono  liberi. 

II  popolo  vile,  nutricato  lungamente  in  serraggio, 
lievementa  si  lasciò  ingannare,  e  laaciarono  nooom- 
miatara  i  contadini  e  restituire  la  guardia  delle  porta 
a'  Pisani  ;  i  quali  per  riprendem  con  più  asprcna 
la  signorìa,  fattisi  forti  nella  citta,  araono  molte  caae 
de*  cittadini,  e  i  più  franchi  e  chi  avea  alcuno  poiao 
cacciarono  fuori  della  tarra,  e  i  miseri  che  deetra 
vi  lasciarono  atrinsono  aotto  gravi  aerraggi  detta 
loro  vita,  etolsono  loro  ogni  ferramento  d* arine;  e 
in  Pisa  tanendo  in  sospetto  1*  imperadore,  ai  feciono 
rendere  la  guardia  dell*  Agoata,  e  voleano  che  privi- 
legiasse loro  la  signoria  di  Lucca  :  di  questo  li  teene 
sospesi  a  questa  volta,  ed  eglino  riavendo  TAgoata 
ai  contantarono. 

CAPITOLO  XXXV. 
Come  nuoto  romore  si  letò  t»  Siema* 


Bsaendo  i  cittadini  di  Siena  male  disposti  tra 
loro,  avvedendoai  che  *1  minuto  popolo  oercsTe  la 
libera  aignorìa,  questo  spiacea  agli  altri  ;  e  vedeeéo 
che  *1  patriarca  a  dì  22  di  maggio  del  detto  nano 
avea  ricevuto  il  aaramento  di  nnovo,  e  però,  noe 
ostante  eh*  egli  avesse  acconaentito  al  popolo  V  n- 
fido  de*  dodici  e  *1  gonfalone,  ai  recava  in  debbio 
quello  uficio  ;  nondimeno  gli  artefici  e  il  nunelo  po- 
polo esercitavano  gli  nfici  loro  aforsatameete,  e  a- 
veano  commeassi  la  guardia  della  citta  a  certi 
rali,  i  quali  andavano  alla  cerca  con  grande 
gaia  di  loro  artefici  per  ta  terra,  oggi  rmo  e 
mani  1*  altro.  In  queate  avrenne,  ohe  certi  fÉatì  ès 
Caaolo  di  Volterra,  che  vernano  a  petiuone  dì 
gentili  uomini,  la  guardia  degli  artefici  gli 


DI  MATTEO  VILLANL 


171 


•  di  fatto  li  Toleano  fare  impiccare.  I  grandi  citta- 
dini e'I  popolo  grasso^  vedendo  lo  sfrenato  furore 
del  minato  pppolo',  cominciarono  a  fare  remore  con- 
tro a  loro,  e  tutta  la  città  fa  sotto  1*  arme,  e  V  ese- 
cnzione  de^  presi  si  rimase.  Allora  il  minato  popolo, 
che  reggea  mandò  ali*  imperadore  a  Pisa  che  man- 
dasse loro  aiate.  L' imperadore  vedendosi  in  Pisa  in 
eotanta  briga  e  tempesta,  e  conoscendo  V  incostan- 
za del  popolo,  e  vedendo  le  noove  cose  che  ogni 
dì  nascevano  in  Siena,  mandò  a  dire  a*  Senesi  che 
gli  rimandassono  il  patriarca  sae  fratello  salvo,  e  fa- 
oessono  di  quello  reggimento  come  a  loro  piacesse, 
che  tra  loro  non  volea  prendere  parte. 

CAPITOLO  XXXVI. 

Come  i  Sanesi  feciono  rinun^iiare  la  signoria 

al  patriarca. 

Avuti  ch'ebbono  i  dodici  nuovi  ufiviali  di  Siena, 
a  di  26  maggio  detto,  la  risposta  dall' imperadore, 
feciono  loro  generale  consiglio,  nel  quale  il  minuto 
popolo  e  g:li  artefici  furono  per  comune,  ma  non  così 
gli  altri  cittadini,  e  nella  loro  presenza  feciono  ve- 
nire il  patriarca,  il  quale  come  loro  signore  venne 
colla  bacchetta  in  mano;  ed  essendo  nel  consiglio, 
disonestamente  gli  feciono  rendere  la  bacchetta,  e 
rinunziare  alla  singulare  signoria  che  data  gli  avea- 
no  a  richiesta  dell'  imperadore,  e  fecionne  trarre  pub- 
blichi istromenti  a  più  notai.  E  fatto  questo,  paren- 
do al  patriarca  essere  in  vergognoso  e  non  sicuro 
partito  tra  le  mani  dello  scondito^  popolazzo,  cui  egli 
mattamente  avea  esaltato,  domandò  di  potersene 
andare  all'  imperadore  con  sicuro  condotto  ;  fogli 
risposto,  che  tanto  gli  conveniva  stare  che  le  loro 
castella  fessone  restituite  nella  guardia  del  comune. 
Avendo  con  suo  mandato  e  colle  sue  lettere  mandato 
gente  a  prenderle,  nondimeno  gli  convenne  contro 
a  sua  voglia  due  di  attendere  :  poi  a  di  27  di  mag- 
gio del  detto  anno  in  fretta  si  mise  a  cammino  per 
ritornarsi  all' imperadore.  I  Hassetani  e  qnelli  di  Mon- 
tepulciano lasciarono  partire  la  gente  dell'  impera- 
dore, e  però  non  accettarono  la  signoria  de' Sanesi 
a  quella  volta.  Per  queste  rivolture  di  Pisa  e  di  Sie- 
na in  cosi  pochi  giorni  dopo  la  coronazione  dell'  im- 
peradore si  può  comprendere,  come  altre  volte  ab- 
biamo contato,  che  il  reggimento  della  gente  tede- 
sca è  strano  agi'  italiani,  e  non  si  sanno  reggere 
né  provvedere  ;  e  però  è  poco  savio  chi  si  sotto- 
mette alla  loro  suggezione,  chò  non  tengono  fede 
a  mantenere  lo  stato  che  trovano,  e  da  loro  non 
sanno  governare  i  popoU,  e  però  di  necessità  se- 
guitano pericolose  rivoluzioni  de' liberi  comuni;  e  quel- 
lo che  seguita,  sono  manifesti  esempi  del  nostro 
consiglio. 


'  provveduto,  abbondante  di  beni.  Fanne  una  giunta  al 
VooAbolarìo* 

*  popolo  di  bassa  condizione,  la  parte  più  ignobile  del 
popolo,  plebe. 

'  non  condito,  soonsideratO|  disordinato,  sensa  giudizio. 


CAPITOLO  XXXVII. 
Come  furono  decafntali  i  Gambacorti, 

Avendo  l' imperadore  presi  i  Gambacorti  e  gli 
altri  nominati  cittadini,  e  fattili  contradii  alla  maestà 
imperiale  ov'  erano  fedeli,  e  mbelli  ov'  erano  amici, 
a  suggestione  del  conte  Paffetta  e  di  messer  Lodo- 
vico della  Rocca,  come  detto  è,  essendo  racquetato 
il  tumulto  del  popolo,  e  V  imperadore  nell'  animo 
quieto,  per  coprire  il  notorio  fallo,  e  perchè  dimo- 
strare si  potesse  più  certo,  volendo  giustificare  la 
sua  inconsulta  impresa,  essendo  dal  cominciamento 
della  loro  presura  ciascuno  racchiuso  di  per  sé,  senza 
sapere  l'uno  dell'altro,  li  fece  disaminare  a  un  giu- 
dice d'Arezzo,  acciocché  potesse  formare  l' inquisi- 
zione contro  a  loro  per  poterli  giudicare  colpevoli. 
E  avendoli  disaminati  senza  martorio,  e  appresso 
con  tormento,  ciascuno  disse  per  forza  di  tormento 
ciò  che  '1  giudice  volle  che  dicessono,  acciocché  li 
potesse  condannare  colpevoli,  come  sapea  la  vo- 
lontà del  signore;  e  nondimeno,  pubblicato  il  pro- 
cesso, si  trovò,  che  l'uno  non  avea  detto  come  l'al- 
tro, ma  diversamente:  V  uno,  come  avea  trattato 
coi  comune  di  Firenze,  e  che  dovea  mandare  la  sua 
cavalleria  in  Valdarno,  e  non  conchiudea  ;  e  l' altro 
nominò  che  '1  trattato  era  con  tre  cittadini  di  Fi- 
renze, e  nominolli  per  nome,  e  non  sapea  dire  il 
modo  ;  e  l' altro  si  trovò  eh'  avea  detto  per  nn  al- 
tro modo  :  e  cosi  esaminati  tutti,  non  era  nel  pro- 
cesso convenienza  salvo  che  in  una  cosa,  che  tutti, 
vedendo  che  a  diritto  o  a  torto  convenia  loro  mo- 
rire ,  per  non  essere  più  tormentati,  confessarono  a 
volontà  del  giudice  eh'  aveano  voluto  tradire  e  uc- 
cidere r  imperadore  e  la  sua  gente.  Il  furore  dei 
remore  mosso  in  Pisa  era  si  manifesto  che  non  fu  di 
loro  operazione,  che  *1  processo  noi  potea  conte- 
nere. I  tre  cittadini  di  Firenze  nominati  per  Fran- 
ceschino  erano  tali,  che  ninno  sospetto  ne  cadde  nei 
cospetto  dell'  imperatore  :  nondimeno  non  lasciò  trar- 
re del  processo  i  loro  nomi,  anzi  convenne  che  si 
appresentassono  in  giudicio  in  Samminiato  dei  Te- 
desco, allora  terra  libera  dell' imperadore,  e  per  sen- 
tenza imperiale  furono  dichiarati  non  colpevoli  e  pro- 
sciolti. E  allora  veduto  pe'  savi  tutto  il  processo,  fu 
manifesto  che  i  presi  per  ragione  non  doveano  esser 
giudicati  colpevoli;  ma  gli  sventurati  Gambacorti, 
eh'  aveano  tanto  tempo  retta  la  città  di  Pisa  in  singulare 
buono  stato,  e  onorato  l' imperadore  sopra  gli  altri 
cittadini,  in  parlamento  fatto  a  di  26  di  maggio  pre- 
detto furono  giudicati  traditori  dell'  imperiale  mae- 
stà, Francescliino  Lotto,  e  Bartolommeo  Gambacorti 
firatelli  carnali,  e  Cecco  Cinquini  e  ser  Nieri  Papa,  Ugo 
di  Guitto  e  Giovanni  delle  Brache,  tutti  grandi  po- 
polani di  Pisa:  e  armato  il  maliscalco  con  cinque- 
cento cavalieri  tedeschi,  furono  menati  in  camicia 
cinti  di  strambe'  e  di  cinghie,  e  a  modo  di  vilissi- 
mi  ladroni  tirati  e  tratti  da'  ragazzi,  furono  cosi 


*  di  fimi  fatte  d'erbe  intrecciate;  come  son  quelle  ohe 
si  mettono  a'  piedi  delle  l>eatìe|  e  si  chiamano  più  comu- 
nemente paitoié. 


in 


CRONICA 


▼ilmente  condotti  dal  daomo  di  Fifa  alla  pìazxa  degli 
anziaoi,  scusaDdoai  fino  alla  morte  non  colpoToli,  e 
acmando  il  cooinDe  di  Firenze  e  i  tre  cittadini  no- 
minati; e  ivi,  involti  nel  fastidio'  della  piazza  e  nel 
sangue  Tnno  dell*  altro,  furono  decapitati,  e  gli  sven- 
turati corpi,  maculati  dalla  bruttura  del  sangue,  per 
comandamento  delP  imperadore  stettono  tre  di  in 
sulla  piazza  senza  essere  coperti  o  sepolti:  la  cui 
morte,  in  vituperio  del  cardinale  legato  del  papa,  e  in 
abbassamento  della  gloria  imperiale,  diede  ammae- 
stramento a' popoli  che  voleano  vivere  in  libertà  e 
a*  rettori  di  quelli,  di  non  doversi  potere  fidare  alle 
promesse  imperiali  nello  stato  delle  loro  signorie, 
né  nel  grande  stato  cittadinesco  alcuno  singulare  o- 
norato  citadino,  perocché  P  invidia  spesso  per  non 
provvedute  vie  è  cagion  di  grandi  ruine.  Per  la  morte 
di  costoro,  e  per  la  paura  concepnta  nel  petto  del- 
l' imperadore,  messer  PafTetta  e  messer  Lodovico 
della  Rocca  rimasono  i  maggiori  governatori  di  Pisa  ; 
ma  tosto  sentt  messer  Paffetta  la  volta  della  fallace 
fortuna,  come  al  suo  tempo  appresso  racconteremo. 

CAPITOLO  XXXVIIL 
Delio  stato  de*  Gambacorti  passato. 

Avvegnaché  quello  eh*  è  narrato  de'  Gamba- 
corti dovesse  bastare,  tuttavia  per  dare  esempio  agli 
altri  cittadini  di  temperanza  ne*  follaci  stati  del  co- 
mune ricordiamo,  che  costoro  essendo  mercatanti 
•  antichi  cittadini  di  Pisa,  cacciati  i  Conti  e  quelli 
della  Rocca  eh*  aveano  retto  un  tempo,  costoro  sen- 
za usurpare  il  reggimento  accostati  e  tratti  innanzi 
da*  buoni  cittadini  di  Pisa,  per  loro  operazioni  pa- 
cifiche e  virtuose  divennono  i  maggiori,  e  per  loro 
consiglio  ai  mantenea  giustizia,  e  a*  aumentava  la 
pace  de*  loro  vicini  :  e  per  questo,  e  per  la  frequen- 
za delle  mercatanzie  e  del  loro  porto  molto  accreb- 
bono  le  ricchezze  a*  cittadini,  e  '1  comune  usci  in 
piccol  tempo  di  gran  debito.  Questi  firatelli  mon|a- 
rono  in  tanta  autorità,  che  poterono  fare  la  pace 
dall'  arcivescovo  di  Milano  al  comune  di  Firenze  e 
agli  altri  comuni  di  Toscana,  e  rimanere  arbitri  tra 
le  parti  :  e  venendo  Timperadore  in  Italia,  e'  furo- 
no in  podere  di  non  riceverlo  in  Pisa,  s' avessono 
voluto  ;  ma  per  loro  consiglio  si  ricevette,  con  pro- 
missione d*  essere  da  lui  conservati  nel  loro  stato. 
Costoro  r  albergarono  nelle  loro  cue,  facendoli 
grande  onore  e  ricchi  doni  del  loro  e  di  quello  del 
comune,  e  portandosi  nelle  rivoluzioni  eh*  awenno- 
no  sempre  in  fede  e  in  purità  verso  il  signore,  e 
comportando  pazientemente  la  loro  detrazione  mos- 
sa dalla  loro  avversaria  setta.  Ha  che  vale  la  trop- 
pa ricchezza,  e  gli  onori  e  '1  magnifico  stato  della 
cittadinanza  contro  alla  rodente  invidia  de'  suoi  cit- 
tadini ?  nella  quale  si  racchiude  gli  aguati  della 
fortuna  e  della  mortale  inimicizia,  alla  quale  manca 
1*  umana  provvisione,  e  spesso  genera  inestimabili 
cadimenti  e  ruine  ;  e  per  questo  e  molti  altri  esem- 
pi assai  è  più  senno  vivere  civilmente,  che  pren- 


dere il  reggimento  del  comune  pia  che  la  ooiuBe 
sorte  gli  dea,  e  quella  innanzi  riatrignere  e  man- 
care, che  crescere  o  allargare  per  ambidose  ;  pe- 
rocché i  popoli  naturalmente  sono  ingrati,  e  tra  km» 
le  virtik  e  la  troppa  alterezza  come  é  temuta  e  rìverUa, 
così  in  occulto  é  odiata,  e  1*  invidia  concepata  ge- 
nera pericolosi  traboccamenti'  ;  e  la  furiosa  e  matta 
baManza  più  muove  e  guida  il  popolo,  che  vìrift  o 
giustizia  non  può  sostenere  o  riparare. 

CAPITOLO  XXXIX. 

Come  r  imperadore  prese  tu  guardia  PietrasamU 

e  Sereaana 


'  insozzftti  nella  fanghìglia  e  sporcizia  della  piazza. 


Parendo  air  imperadore  non  stare  sicuro  ia  Pi- 
sa per  le  novità  sopravvenute,  domandò  a*  Pìiani  di 
volere  la  libera  guardia  di  Pietrasanta  e  di  Sem- 
zana,  e*  Pisani  glie  la  diedono;  e  incoatanenle  vi 
mandò  1*  imperadrice  con  parte  della  ma  gente,  e 
fece  pigliare  la  tenuta  dello  terre  e  la  guardia  deSa 
ròcca  di  Pietruanta  ;  e  quando  ebbe  novella  che  la 
castella  erano  in  sua  guardia  gli  parve  easere  più]  al 
sicuro,  sentendo  ch'e'dttadini  ai  cominciavano  a  ram- 
maricare de*  Gambacorti  e  degli  altri  cittadini  deca- 
pitati, e  rivoleano  i  presi.  L' imperadore  di  presente 
si  sarebbe  partito,  e  abbandonato  ogni  cosa  per  gran- 
de paura  che  gli  martellava  la  mente,  non  senza 
gravezza  di  coscienza  delle  cose  novellamente  firt- 
te,  ma  temeva  forte  del  patriarca  per  le  novità  mos- 
se in  Siena,  e  grande  pericolo  gli  pareva  lasciarìovi 
addietro  :  e  però  attendeva  con  grande  alfeatone,  e 
ogni  dì  gli  parca  del  soggiorno  un  anno  aapettaa- 
do.  A*  caporali  pisani  nuovamente  esaltati  parca  ri- 
manere male  partendosi  1*  imperadore,  perocché  an- 
cora erano  troppo  grandi  i  loro  avversari  :  e  per 
tanto  furono  ali*  imperadore,  e  domandarongli  die 
vi  lasciasse  suo  vicario.  L*imperadore  contento  della 
loro  domanda  ordinò  suo  vicario  un  valente  prela- 
to, uomo  aperto  in  arme  e  di  gran  consiglio,  chia- 
mato messer  Antorgo  Maraialdo  vescovo  d*  Aogusta, 
con  trecento  cavalieri,  ma  non  determinatoli  questo 
numero  né  altro  per  1'  avvenire,  con  salario  della 
sua  persona  e  della  sua  gente  di  fiorini  dodicimila 
d'oro  il  mese;  e  così  prese  Tuficio  e'I  titolo  del 
Ticariato. 

CAPITOLO  XL. 
Come  r  imperadore  si  partì  da  Pisa. 

Avendo  1*  imperadore  novelle  certe  che  1  pa- 
triarca era  in  cammino,  e  libero  da*  Sanesi  e*  tor- 
navasi  a  lui,  non  aspettò  che  gingnesse  in  Pisa  in- 
nanzi la  sua  partita  ;  ma  avute  le  novelle  in  8oll*ora 
del  vespro,  a  dì  27  di  maggio  del  detto  anno  si 
partì  di  Pisa,  e  con  lui  il  cardinale  d'  Ostia,  e  ca- 
valcando forte  non  si  tenne  sicuro  infinch*  e*  fa  gioito 
a  Pietrasanta  ;  e  giunto  là,  si  mise  di  presente  con 
r  imperadrice  a  stare  dentro  dalla  ròcca  :  e  mentre 


'  rovine,  rovesci  di  fortuna. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


173 


che  vi  dimorò,  che  furono  più  giorni,  oontino- 
TO  tornò  a  dormire  nella  rócca,  e  in  persona  anda- 
va a  fare  ferrare  le  porte,  e  mettea  le  guardie,  e 
portaraiene  le  chiavi  nella  sua  camera,  ch^  era  nella 
mastra  torre  di  quella  ròcca. 

CAPITOLO  XLL 

Come  i  Scmesi  domandarono  icario  air  imperadore 

e  non  P  accettarono. 

Parendo  a^  Senesi  avere  offeso  T  imperadore,  e 
non  essendo  ancora  in  istato  fermo  del  loro  reggimento, 
mandarono  air  imperadore  che  mandasse  loro  suo 
vicario.  L*  imperadore  chiamò  per  suo  vicario  della 
Gittà  di  Siena  messer  Agabito  della  Colonna  di  Ro- 
ma. I  Senesi  saputo  cui  egli  mandava  loro  per  vi- 
cario, uomo  animoso  in  parte  ghibellina  e  di  diso- 
nesta vita,  avvegnaché  fosse  di  grande  lignaggio,  il 
ricusarono,  e  più  non  si  travagliarono  di  domanda- 
re altro  vicario  air  imperadore,  né  V  imperadore  per 
sdegno  preso  di  darlo  loro. 

CAPITOLO  XLIL 

Come  i  Sanesi  pretono  e  rubarono  Massa, 

Rimase  la  signoria  di  Siena  nelle  mani  degli 
artefici  e  del  minuto  popolo,  favoreggiato  dalle  case 
de^  grandi,  avendo  veduto  che  Massa  di  Maremma 
non  avea  voluto  ricevere  la  loro  signoria,  e  dimo- 
strava di  volersi  reggere  in  libertà,  di  subito  sensa 
provvisione  ali*  entrata  del  mese  di  giugno  del  det- 
to anno,  in  furore  si  mosse  il  popolo  con  certi  sol- 
dati eh*  avea,  e  andaronne  a  Massa.  Grinfelici  Mas- 
aettani,  che  stando  alle  difese  per  lo  disordine  di 
quel  popolo  erano  vincitori,  per  più  disordinato  mo- 
do che  quello  de*  Sanesi,  baldanzosi  uscirono  della 
città  di  Massa  e  affrontaronsi  alla  battaglia  co*  Sane- 
si, nella  quale  furono  rotti  e  sconfitti;  e  fuggendo 
alla  città,  e'  Sanesi  seguitandoli,  con  loro  insieme 
▼*  entrarono  dentro  ;  e  senza  misericordia,  come  a- 
ressono  preso  una  terra  di  nemici,  intesono  a  ru- 
bare e  a  spogliare  la  città  di  tutti  i  suoi  beni,  ch'era- 
no pochi,  e  recare  in  preda  gli  uomini  e  le  fem- 
mine e*  fanciulli  :  e  raccolta  la  gente,  misono  fuoco 
nella  città,  e  menarne  a  Siena  gli  uomini  e  le  fem- 
mine e*  fanciulli  e  le  masserizie  e  le  altre  cose, 
in  gran  gloria  e  gazzarra  di  quello  scondito  popolaz- 
ao.  E  nell*  empito  di  questa  loro  vittoria  corsone  a 
Grosseto,  e  fedone  pruova  di  volerlo  per  forza,  ma 
non  abbono  podere  d**  accostarsi  alle  mura,  e  con  ver- 
gogna si  tornarono  addietro.  Ma  poi  i  Grossetani 
per  fuggire  la  guerra  de'  loro  vicini  a*  accordarono 
co*  Sanesi,  e  rìcevettono  la  loro  signoria.  A  Monte- 
pulciano non  vollono  andare,  perchè  sentirono  eh*  e* 
Montepulcianesi  erano  provveduti  alla  loro  difesa,  non 
ostante  che  per  loro  si  tenesse  la  rócca  del  castello, 
ma  non  potea  dare  I*  entrata. 


CAPITOLO  XLnL 
Come  r  imperadore  domandò  menda  a'  Pisani, 

Essendo  1*  imperadore  a  Pietrasanta  ove  gli  pa- 
reva essere  sicuro  dal  furore  del  popolo,  e  pertanto 
traendo  1*  animo  suo  alla  cupidigia  più  che  alPono- 
re  imperiale,  mandò  a  Pisa  per  certi  cittadini  capo- 
rali del  nuovo  reggimento,  e  fugli  mandato  messer 
Paffetta  con  altri  cinque  cittadini;  e  avendo  costo- 
ro a  so,  disse  che  voleva  dal  comune  di  Pisa  1'  am- 
menda del  danno  ricevuto  al  tempo  del  remore: 
del  suo  disonore  e  della  morte  de*  suoi  cavalieri  non 
fece  conto.  Questi  cittadini  tenendosi  in  istato  per 
lui,  e  acciocché  '1  suo  vicario  li  mantenesse  negli 
onori,  gli  terminarono^  per  ammenda  fiorini  tredici- 
mila d*  oro,  ed  egli  ne  fu  contento  :  e  tanto  attese 
che  gli  furono  mandati,  e  quitò'  del  danno  ricevuto 
il  comune  di  Pisa.  L*  ingiurìa  e  la  vergogna  sfogata 
nel  sangue  degl*  innocenti,  con  più  gravezza  il  se- 
guitò per  lungi  tempi  iofino  nella  Magna. 

CAPITOLO  XLIV. 

Come  i  Sanesi  vollono  fornire  la  rócca  di  Monte-- 
pulcianoy  e  non  poterono. 

Messer  Niccolò  e  messer  Iacopo  de'  Cavalieri  di 
Montepulciano,  che  furono  tratti  della  terra  quando 
Timperadore  andò  a  desinare  con  esso  loro^,  ed  es- 
sendo nel  cammino  di  Roma,  come  già  é  detto,  quando 
sentirono  la  revoluzione  del  popolo  e  del  patriarca  si 
tornarono  in  Montepulciano  ;  e  avendo  accolta  gente 
d*arme,  coll'aiuto  de*  loro  terrazzaoi  s'erano  afforzati, 
e  aveano  assediati  i  Sanesi  eh*  erano  nella  rócca.  U 
popolo  e  gli  artefici  di  Siena,  baldanzosi  per  la  pre- 
sura di  Massa  e  per  l'ubbidienza  di  Grosseto,  accol- 
sono  la  loro  potenza  a  cavallo  e  a  piede,  e  anda- 
rono per  fornire  la  rócca  di  Montepulciano.  I  terraz- 
zani co*  loro  signori  provveduti  di  buona  gente 
d'arme,  ordinatamente  prenderono  loro  vantaggio,  e 
ributtarono  i  Sanesi  addietro  con  danno  e  con  ver- 
gogna :  e  fatto  questo,  incontanente  quelli  della  róc- 
ca s*  arrenderono  a*  terrazzani,  i  quali  di  presente 
la  disfeciono,  e  fortificarono  le  mura  della  terra,  e 
d*  un  animo,  per  lo  tradimento  che  i  Sanesi  feciono 
a' loro  signori,  narrato  addietro,  si  disposono  e  or- 
dinarono alla  difesa  contro  a  loro. 

CAPITOLO  XLV. 

Come  i  Veneziani  feciono  pace  co'*  Genovesi  sema 

i  Catalani, 

Partendoci  un  poco  di  Toscana,  i  Veneziani  non 
senza  ammirazione  ci  si  apparecchiano,  né  però  a 
loro  cosa  nuova,  ma  forse  non  troppo  onesta.  Com- 
pagni e  collegati  erano  stati  lungamente  col  re  d'A- 
raona  e  co*  suoi  Catalani  contro  a*  Genovesi,  e  fatte 


'  fissarono,  assegnarono,  stabilirono.  Fanne  una  gionta 
al  Vocabolario. 

^  cessò  ogni  pretesa  che  il  cornane  di  Piselo  rifitcesse 
del  danno  ricevuto. 

'  D  T.  Ricci:  con  loro. 


174 


CRONICA 


con  loro  diverse  e  grari  battaglie,  nelle  quali  co- 
monemente  aveano  partecipato  lo  spargimento  del 
loro  saDgoe,  e  perdimento  di  navilii  nelle  sconfltte, 
e  r  onore  e  "i  navilio,  e  la  preda  nelle  vittorie  ac- 
quistate ;  e  ancora  essendo  in  lega  e  in  'giuramento 
con  quel  re  e  con  quella  gente,  stretti  dalla  paura 
de*  Genovesi,  che  poco  innanzi  gli  aveano  mal  gui- 
dati nel  porto  di  Sapienza,  e  temendo  che  non  si 
allegassono  contro  a  loro  col  re  d*  Ungheria,  a  cui 
eglino  teneano  occupata  Giadra  e  gran  parte  della 
Schiavonia,  posponendo  la  vergogna  della  fede  che 
rompeano  a'  Catalani,  senza  loro  consentimento, 
air  uscita  di  maggio  predetto  fermarono  pace  co* 
Genovesi  in  questa  maniera  :  che  la  pace  dovesse  a- 
vere  tra  loro  cominciamento  a  di  28  del  mese  di 
settembre  prossimo  avvenire,  e  che  fra  questo  ter- 
mine il  re  d*Araona  co*  suoi  Catalani  con  eerti  patti 
potasse  venire,  a*  e'  volesse,  alla  detta  pace  -,  e  se 
non,  rimanesse  in  guerra  co' Genovesi  senza  i  Vene- 
ziani: e  fu  di  patto,  che  infra  questo  tempo  ninno 
comune  dovesse  di  nuovo  armare  ;  ma  se  le  galee  e' 
legni  armati  di  catuuo  comune,  eh*  erano  in  mare  in 
diverse  parti  del  mondo,  s*  abboccassono  e  facessono 
danno  1*  uno  ali*  altro,  intendessesi  essere  fatto  per 
buona  guerra,  e  ciò  che  n*  avvenisse,  e'  non  avesse 
a  maculare  la  detta  pace.  E*  Veneziani  promiscuo  di 
stare  tre  anni  senza  andare  colle  loro  galee  o  altri 
navilii  alla  Tana,  ma  in  questo  tampo  fare  loro  porto 
e  mercato  a  Gaffa.  E  promisono  i  Veneziani  a*  Geno- 
vesi per  ammenda,  e  per  riavere  i  loro  prigioni,  in 
certi  tarmini  ordinati  dugento  migliaia  di  fiorini  d*  o- 
ro  \  e*  prigioni  di  catuna  parta  furono  lasciati  libera- 
menta. 

CAPITOLO  XLVI. 

Come  si  fé*  raccordo  dal  legato  a  messer  Malatesta 

da  Rimmi, 

Messer  Halatasta  da  Rimini,  il  quale  tanca  oc- 
cupata a  Santa  Chiesa  Ancona  con  gran  parta  del- 
la Marca  e  alquante  terre  in  Romagna,  trovandosi 
assottigliato  del  danaro  e  della  rendita  perla  tempe- 
sta della  compagnia  e  per  la  aconfitta  ricevuta  dalla 
Chiesa»  e  preso  il  fratello,  e  i  sudditi  tanto  gravati 
che  più  non  potaano  sostenere,  e  avendo  addosso  il 
legato  a  cui  al  continovo  accresceva  forza,  e  da  nin- 
no signore  o  comune  di  Toscana  contro  alla  Chiesa 
non  potea  avere  aiuto,  e  col  legato  non  trovava  ac- 
cordo con  patti,  avendone  lungamente  fatto  cercare, 
conoscendo  egli  e*  suoi  essere  naturali  guelfi,  che  la 
pace  piuttosto  che  la  guerra  potea  mantenere  il  lo- 
ro stato,  confortato  da*  suoi  amici  e  di  Santa  Chiesa, 
che  il  legato  gli  sarebbe  benivolo  e  grazioso,  s*ar- 
rendè  liberamenta  alla  sua  misericordia,  e  liberamen- 
te rendo  a  Santa  Chiesa  quante  terre  tenea  nella  Mar- 
ca e  in  Romagna;  il  legato  ricevuto  ogni  cosa  in 
nome  di  Santa  Chiesa,  essendo  grato  deironore  ri- 
cevuto da*  Malatasti,  e  per  compiacere  a*  guelfi  d*  I- 
talia,  avendo  promesso  e  giurato  messer  Malatasta  e* 
•noi  di  stare  in  ubbidienza,  e  di  mantenere  lealtà  e 
fede  a  Santa  Chiesa,  acciocché  potessono  a  onore 


mantenere  loro  stato,  diede  loro  U  lìbera  givrisdi- 
zione  e  signorìa  di  cinque  città,  dò  sono:  Risaini, 
Pesaro,  Fano,  Fossombrone,  e .... .  co*  loro  contadi 
per  dodici  anni  avvenire  ;  le  quali  riconobbono  It 
Santa  Chiesa,  e  promisono  di  darne  per  censo  ogni 
anno  alla  Chiesa  certa  piccola  quantità  di  pecunia; 
e  compiuto  il  termine,  farne  la  volontà  di  Santa  Chiesa. 
E  rimasi  contenti  e  in  pace,  messer  Malatesta  e*  fi- 
gliuoli e*  fratelli  cominciarono  fedelmente  a  negnita- 
re  il  legato,  e  a  servire  la  Santa  Chieaa  ;  ed  eaaen- 
do  singularì  amici  de'  Fiorentini,  assai  con  pia  fi- 
danza gli  adoperava  e  onorava  il  legato  De*  fatti  del- 
la guerra.  E  questa  pace  e  accordo  fu  fatto  ali*  nncàta 
di  maggio  del  detto  anno. 

CAPITOLO  XLViL 
Come  i  Genovesi  crostarono  TripolL 

Avea  il  comune  di  Genova,  innanzi  ta  pace 
fatta  co'  Veneziani,  armate  quindici  galee  di  loro  cit- 
tadini, e  fattone  ammiraglio  Filippo  Dona  ;  ed  era 
r  intanzione  del  comune  di  fare  prendere  la  Loiera 
in  Sardigna  per  alcuno  trattato,  che  ai  mMiava  per 
un  soldato  eh*  era  alla  guardia  di  queUa;  e  giusti 
in  Sardigna,  trovarono  che  il  trattato  non  «bbe  e^ 
fetto.  Allora  1*  ammiraglio  si  pensò  dì  fare  maggiora 
impreaa,  e  avea  1*  animo  a  diverse  terre  per  via  di 
furto  :  e  arrìvati  in  Cicilia  a  Trapani,  ebbe  avviso, 
come  Tripoli  di  Barberia  era  per  un  vile  tiraanello 
rnbellato  alla  corona,  ed  era  male  guemito  alta  di- 
fesa d*  un  subito  assalto  ;  e  per  questo  fece  in  Tra- 
pani fare  scale  e  altri  argomenti  da  potere  combat- 
tere alle  mura,  tenendo  segreta  sua  intenaione;  a 
quando  si  vide  apparecchiato,  fece  muovere  le  sue 
galee  verso  la  Barberìa.  E  giunto  a  Trìpoli,  nuK 
strando  d*  andare  pacificamente  per  mercataniie, 
trovando  due  navi  del  signore  carìche  di  spexiena 
che  venivano  d*  Alessandrìa ,  si  mostrarono  come 
amici,  e  al  signore  feciono  domandare  licenza  ^ 
potere  mettere  scala  in  terra  per  alcuno  rinfresca- 
mento  ;  e  il  signore  la  concedette.  L*  ammiraglio 
mise  in  terra  alquanti  de*  suoi  piò  savi  e  provveduti, 
vestiti  vilmente  a  modo  di  galeotti,  per  comperare 
alcune  cose  per  rìnfrescamento  ;  e  commise  loro  che 
provvedessono  il  modo  della  guardia  di  quelli  Sa- 
racini  e  di  loro  aspetto,  e  V  altezza  delle  mora  del- 
la città,  e  da  qual  parte  fosse  più  debole.  Il  signore, 
più  per  paura  che  per  amore,  fece  fare  onore  a*  ga- 
leotti, e  nondimeno  guardare  la  terra.  Eglino  mo- 
strandosi rozzi  e  grossi,  provvidono  molto  bene  queDo 
che  fu  loro  imposto;  e  comperate  delle  cose,  si  rì- 
tornarono  a  galea,  e  avvisarono  pienamente  il  loro 
ammiraglio.  Il  aignore  preseotò  alle  galee  due  grossi 
buoi ,  e  caslroai  e  vino.  1  Genovesi  non  Toltone 
prendere  le  cose,  ma  molto  grandi  grazie  ne  fedoao 
rapportare  al  signore  ;  e  incontanenta,  senza  fsra 
a*  legni  carìchi  alcuna  novità,  suonarono  loro  troai- 
be^ta  ;  e  partandosi  di  là,  si  misono  in  alto  mare, 
tanto  che  si  dilungarono  da  ogni  vista  della  dtti, 
per  assicurare  più  il  signore  e  la  gente  delta  lem; 
i  quali  sentendo  le   galee  partite,   e  che  a*  loro 


DI  MATTEO  VILLANI. 


175 


legni  carichi  non  aveano  fallo  nnlla,  che  li  poleano 
prendere,  presono  aicortà,  la  qaale  loslo  lomò  lo- 
ro amara,  come  appresso  diviseremo. 

CAPITOLO    XLVUl. 
Come  i  Genovesi  presono  TripoU  a  inganno. 


I  Genoresi  ch'erano  parliti  da  Trìpoli,   come 
la  nolte  fu  falla,  avendo  bonaccia  in  mare  si  slrìn- 
aono  insieme  colle  loro  galee,  e  ragnnalo  al  consi- 
glio padroni   e  nocchieri,    V  ammiraglio  manifestò 
loro  V  intensione  eh'  avea,  quando  a  loro  piacesse, 
di  vincere  per  ingegno  e  per  forza  la  città  di  Trì- 
poli, ove  latti  sarebbono  rìcchi  di  gran  tesoro;  e 
mostrò  loro  come  il  signore  di  quella  era  un  vile 
lirannello  nato    d*  nn  fabbro  Saracino,  e  disamalo 
da  latti  per  la  saa  tirannia  ;  e  però  se  fosse  assalilo 
francamente  non  potrebbe  fare  resistenza,  e  soccorso 
non  polca  avere,  perchè  non  ubbidiva  il  re  di  To- 
nisi, ma  era  ano  ribello;  e  awisolli,  com^egli  avea 
fallo  provvedere  di  prendere  le  mura  e  la  porta  a- 
govolmente  :  e  però  ,  là  dove   e'  volessono  essere 
prod'  nomini,  la  grande  e  la  rìcca  preda  era  loro 
apparecchiala.  Costoro  cupidi  della  roba  altrui,  a- 
vendo  odilo  il  loro  ammiraglio,  con  grande  allegrez- 
za deliberarono  che  Timpresa  si  facesse,  e  oiTersonsi 
lutti  a  ben  fare  il  auo  comandamento,  e  misonsi  dì 
presente  in  concio  di  loro  armi,  e  balestra,  e  saet- 
lamento;  e  preso  alcuno  riposo,  in  quella  nolte,  e 
innanzi  che  il  giorno  venisse,  alf  aurora  tatti  armati 
e  ordinati  di  quello  ch*aveano  a  fare  giunsono  nel 
porlo  di  Trìpoli,  e  di  colpo  con  poca  fatica  ebbono 
presi  i  due  navÙii  del  signore  ;  e  messe  le  ciurme  in 
terra,  eMoro  soprassaglienti^  colle  balestra,  portando 
le  scale  a*  muri  della  città  vi  montarono  suso  senza 
trovare  resistenza  ;  e  la  parte  di  loro  eh*  era  rimase 
a  guardia  delle  galee  e  deMegni  s*  acoostarono  alla 
terra  per  dare  aiuto  e  soccorso  a*  loro  compagni  ; 
e  questo  fu  si  tosto  e  si  prestamente  fatto,  che  ap- 
pena i  cittadini  se  n*  awidono,  se  non  quando  i 
Genovesi  teneano  le  mura ,  e  già  aveano  presa  la 
porla.  Levato  il  remore  per  la  città,  il  signore  ar- 
mato colla  sua  gente,  e  con  parte  de' cittadini  ch'ab- 
bono cuore  alla  difesa,  corsone  per  volere  rìparare 
eh' e' nemici  non  potessono  correre  la  terra,  e  ab- 
boccaronsi  con  loro.  I  Genovesi  erano  già  tanti  en- 
trati dentro  e  si  forti,   che  per  suo   assalto  non  li 
potò  rìbuttare;  e  stando  loro  a  petto ,  i  Genovesi 
ordinati  colle  balestra  a  vicenda  li  sollecitavano  tanto 
co' verrettoni,  eh'  e'Saracini  male  armati  non  li  po- 
leano sostenere.  E  il  signore  vedendo  che  non  polca 
riparare,  vilmente  diede  la  volta,  e  fuggendosi  ab- 
bandonò la  città  e  il  popolo.  I  Genovesi,  sentendo 
partito  il  tiranno,  presono  più  ardire,   e  ordinatisi 
insieme,  si  mìsono  per  la  terra,  e  qualunque  si  volea 
difendere  uccidevano,  e  grande  strage  feciono  quel 
di  de'  Saracini  ;  e  avendo  corsa  tutta  la  terra,  pre- 
sono le  porte  e  serraronle,  e  misonvi  le  guardie^  e 


furono  al  tutto  signori  della  terra  e  degli  nomini, 
e  di  tutta  la  loro  aostanza. 

CAPITOLO  XLIX. 


Di  quello  medesimo. 

Presa,  come  detto  è,  V  antica  città  di  Trìpoli, 
e  chiuse  le  porte,  i  Genovesi  diedòno  ordine  di  spo- 
gliare le  case,  e  di  farsi  insegnare  i  tesori  del  si- 
gnore e  r  avere  de'  cittadini,  e  che  ogni  cosa  perve- 
nisse a  bottino,  aicchè  lo  spogliamente  andasse  per 
ordine  ;  e  così  seguitarono  penando  più  giorni  a  fare 
questa  esecuzione,  e  condussono  a  bottino  in  pe- 
cunia e  in  avere  sottile ^  e  ornamenti  d'oro  e  d'ar- 
gento il  valere  di  più  di   diciannove   centinaia   di 
migliaia  di  fiorini  d'  oro,  e  settemila  prigioni  tra 
uomini,  femmine,  e  fanciulli;  e  questo  fu  senza  le 
segrete   ruberie  eh'  e'  galeotti  e  gli  altri  maggio- 
rì  feciono,  che  non  le  rassegnarono  in  comune,  e 
di  ciò  non  si  fece  cerca  nò  inquisizione;  e  avendo 
cosi  spogliala  la  terra,  la  guardarono,  e  mandaro- 
no una  delle  loro  più  aottili  galee  al  comune  di  Ge- 
nova, significando  quello  eh'  aveano  fatto,  e  come  te- 
neano la  città  a  farne  la  volontà  del  comune.  I  go- 
vernatori di  quel  comune,   e  appresso  i  buoni  citta- 
dini si  turbarono  forte  del  tradimento  fatto  a  coloro 
che  non  erano  nemici,  e  non  aveano  guardia  di  lo- 
ro, non  ostante  che  fessone  Saracini,  e  lemeltono 
forte  eh'  e'  cittadiui  di  Genova,  eh'  erano  in  Tunisi  e 
in  Egitto  tra'  Saracini,  e  in  loro  mani  colle  loro  mer- 
catanzie,  non  fessone  per  questo   a   furore  presi  e 
morti;  e  cosi  sarebbe  avvenuto,  se  non  fosse  che 
Trìpoli  era  sotto  reggimento  di  vile  tiranno,  e  non 
ubbidia  al  re  di  Tunisi;  e  però  egli  e  gli  altri  si- 
gnori saracini,  conlenti  del  suo  male,  non  se  ne  cura- 
rono. Agli  ambasciadori  della  galea  non  fu  risposto  : 
i  quali  vedendo  i  cittadini  mal  contenti,  senza  pren- 
dere comiato  si  tornarono  a  Tripoli  a' loro  compagni; 
i  quali  vedendosi  smisuratamente  ricchi,  del  cruccio 
del  loro  comune,  aapendo  che  tutti  erano  corsali, 
poco  si  curarono  ;  e  in  Trìpoli  si  misono  a  stare,  con- 
sumando ogni  reliquia  di  quella  città,  e  cercavano 
di  venderla  per  averne  danarì  da  chi  più  ne  dease  : 
e  queato  fu  di  giugno  del  detto  anno. 

CAPITOLO   L. 

Come  la  gente  del  marchese  di  Ferrara  fu  sconfitta 

a  Spaziano, 


1  a  i  loro  c^i,  la  loro  guida.  Vedi  voi.  I,   pag.  Ii6, 
ooL  n,  nota  3. 


In  questi  medesimi  di,  il  marchese  il  Ferrara 
avea  mandato  quattrocento  cavalierì  e  millecinque- 
cento fanti  ad  aasediare  nn  castello  eh' avea  nome 
Spaziano,  il  quale  avea  occupato  11  signore  di  Mila- 
no nel  Ferrarese;  e  avendolo  tenuto  aaaediato  alcun 
tempo,  messer  Bernabò  vi  mandò  aubitamente  de^auoi 
cavalierì  al  soccorso,  e  furono  tanti,  che  per  forza 
li  levarono  dall'assedio  e  sconfissone,  dando  loro  dan- 
no assai  ;  e  liberato  il  castello,  il  fornirono  di  ciò 
eh*  avea  bisogno,  e  tornarsene  a  Milano. 


'  in  cosa  e  roba  minuta. 


176 


CRONICA 


CAPITOLO   LL 

Come  rkf^^adore  ebbe  V  ultima  paga  da''  Fiorentini 

e  fé"  la  fine. 

Rettavano  i  Fiorentini  a  dare  allMmperadore 
ventimila  fiorini  d' oro  per  Io  resto  de*  centomila,  e 
sentendolo  partito  da  Pisa,  e  ch^egli  era  a  Pietra- 
santa,  s'affrettarono  di  mandarglieli  più  tosto;  e  a  di 
10  di  giugno  gli  feciono  appresentare  contanti  ven- 
timila fiorini  a  Pietrasanta.  LMmperadore,  considerato 
il  suo  partimento  non  d*  onore,  ma  piuttosto  d*  ab- 
bassamento deir  imperiale  maestà,  e  vedendo  la  sol- 
lecitudine della  fede  promessa  del  comune  di  Firen- 
ze, e  il  luogo  dove  gli  aveano  mandata  la  pecunia, 
fu  molto  allegro,  e  commendò  magnificamente  la 
fede  e  il  buono  portamento  eh*  avea  trovato  ne*  cit- 
tadini di  Firenze,  dicendo,  come  i  Pisani  cb*  erano 
camera  d*  imperio,  e*  Sanasi  che  Uberamente  s*  era- 
no dati  senza  mezzo  alla  sua  signoria,  V  aveano  in- 
gannato e  tradito,  e  fattagli  gran  vergogna  per  loro 
corrotta  fede  ;  e*  Fiorentini  V  aveano  atato  e  consi- 
gliato dirittamente,  e  onorato  molto  i  suoi  baroni 
e  la  sua  gente,  e  adempiutogli  pienamente  ciò  ch*a- 
veano  promesso  ;  onde  molto  si  tenea  per  contento 
da  quello  comune:  e  di  proprio  movimento  li  pri- 
vilegiò di  nuovo  ciò  che  teneano  in  distretto,  e  ri- 
conobbe diciotto  migliaia  di  fiorini  che  il  comune 
diede  per  lui  al  aire  della  Lippa  suo  alto  barone, 
•  tremila  che  per  suo  mandato  avea  pagati  ad  altri 
baroni  ;  e  di  tutta  la  quantità  di  centomila  fiorini 
d*oro  eh*  aveano  promesso,  come  addietro  abbiamo 
narrato,  fece  fine  al  detto  comune  per  suoi  docu- 
menti e  cautela,  per  carta  fatta  per  ser  Agnolo  di 
ser  Andrea  di  messer  Agnolo  da  Poggibonizzi  no- 
taio imperiale,  fatta  nella  detta  terra  di  Pietrasanta 
il  deUo  di. 

CAPITOLO  LlL 
Come  il  figliuolo  di  Castruccio  fu  decapitato. 

Avendo  veduto  messer  Aitino  figliuolo  di  Ca- 
struccio Castracene  già  tiranno  di  Lucca,  come  Tim- 
peradore  era  uscito  di  Pisa  con  sua  vergogna  per  an- 
darsene nella  Magna,  accolti  certi  masnadieri  e  con 
sua  gente  entrò  in  Honteggoli  presso  a  Pietrasanta, 
per  tenersi  la  terra.  I  Pisani  sdegnati  di  presente 
vi  cavalcarono,  e  assediarono  il  castello  intorno.  Mes- 
ser Aitino  intendea  a  difenderlo  da*  Pisani,  e  credea 
poterlo  fare.  I  Pisani  sentendo  ivi  presso  V  impera- 
dore,  mandarono  a  pregarlo  che  gli  piacesse  di  ve- 
nire nel  campo,  perocoh*  elli  erano  certi  che  alla  sua 
persona  messer  Aitino  non  si  terrebbe.  L'imperadore 
V*  andò  e  fece  comandare  a  messer  Aitino  che  si  do- 
vesse arrendere;  U  quale  incontanente  ubbidì  a*suoi 
comandamenti,  e  diede  la  terra  a*  Pisani,  e  sé  all'im- 
peradore.  I  Pisani  di  presente  arsone  e  disfeciono 
il  castello  :  e  richiesto  V  imperadore  da'  Pisaui  che 
desse  loro  messer  Aitino,  con  poco  onore  della  sua 
corona  il  mandò  prigione  a  Pisa  ;  e  ivi  a  pochi  di, 
partito  r  imperadore  da  Pietrasanta,  i  Pisani  gli  fe- 
ciono tagliare  la  testa. 


CAPITOLO  Lni. 
D*una  fanciulla  pilosa  presentata  alTùnperadore. 


Mentre  che  1*  imperadore  era  a  Pietrasanta,  per 
grande  maraviglia,  e  cosa  nuova  e  slrana,  gli  fn  pre- 
sentata una  fanciulla  femmina  d'  età  di  sella  ansi, 
tutta  lanuta  come  una  peoora,  di  lana  rossa  mal  Unta, 
ed  era  piena  per  tutta  la  persona  di  quella  lana  in- 
aino ali*  eatremità  delle  labbra  e  degli  ocehi.  Lia- 
peratrioe  maravigliatasi  di  vedere  nn  corpo  «anse 
cosi  maravigliosamente  vestito  dalla  nalnra,  V  acco- 
mandò a  aue  damigelle  che  la  nnlriasono  a  goar- 
dassono,  e  monella  nella  Magna. 

CAPITOLO  LIV. 

Come  r  imperadore  e  Vimperadriee  H  partirono 
per  tornare  m  Alatnagna. 

Avendo  T  imperadore  col  senno  e  colla  prov- 
videnza alamannica  presa  la  corona  dell'imperio,  a 
guidati  i  fatti  degli  Italiani  come  nel  nostro  trattato  è 
raccontato,  essendosi  ridotto  a  Pietrasanta,  rimpara- 
drìoe  sollecitando  che  si  tornasse  nella  Magna,  a  A  1 1 
di  giugno  del  detto  anno  si  partt  di  là  con  mille  dngan- 
to  cavalieri  di  sua  gente,  e  tenne  la  via  di  Lombar- 
dia ;  e  giugnendo  alle  terre  de*  signori  di  Milano  non 
potè  in  alcuna  entrare,  ma  a  latte  trovò  le  porta 
serrate,  e  le  mura  e  le  torri  piene  d*  uomini  arsa- 
ti alla  guardia  colle  balestra  e  col  saettamenlo  ap- 
parecchiato. E  giugnendo  a  Cremona,  eh*  è  groasa 
città,  volendovi  entrare  dentro,  fu  ritenuto  alla  porla 
per  spazio  di  due  ore  innanzi  che  vi  polesae  entra- 
re; poi  ebbe  licenza  d*andarvi  la  sua  persona  con 
alquanta  compagnia  aenza  alcuna  gente  araiata;  a 
strìgnendolo  la  necessità,  per  non  mostrare  d*  ava- 
re dimenticata  la  pace  che  la  sua  persona  avea  vo- 
luto trattare  tra*  Lombardi,  vi  si  mise  ad  entrare,  a 
stettevi  la  notte  e  il  di  seguente,  continovo  le  porli 
della  dttà  serrate,  e  di  di  e  di  notte  i  aoldati 
mati  facendo  contino  va  guardia.  E  ragionando  Ti 
peradore  con  certi  che  v'  erano  per  li  signori  di  Mi 
lano  di  volere  trattare  della  pace  tra*  Lombardi,  gli 
fn  detto  da  parte  de*  signori,  che  non  se  ne  dovesse 
affaticare.  E  però  la  mattina  vegnente,  avendo  già 
preso  di  sé  alcuno  sospetto,  s*  usd  della  città  a  ca- 
valcò a  Soncino.  Ivi  fu  ricevuto  con  pochi  diaanaalf 
e  con  grandissima  guardia  :  e  vedendosi  così  onorare 
ora  eh*  ora  imperadore  nella  forza  de*  tiranni  di  Mi- 
lano, molto  pieno  di  sdegno  s*  affrettò  di  lomara  ia 
Alamagoa  ;  ove  tornò  colla  corona  ricevuta  senza  col- 
po di  spada,  e  colla  borsa  piena  ài  danari  avendola 
recata  vota,  ma  con  poca  gloria  delle  ano  virtuose 
operazioni,  e  con  assai  vergogna  in  abbasaamento 
dell*  imperiale  maestà. 


al  tutto 


CAPITOLO  LV. 

Come  il  minuto  popolo  di  Siena  prese 
la  signoria  di  quella. 

Del  mese  di  giugno  del  detto  anno,  il  aùnnto 
popolo  di  Siena  avendo  fino  a  qui  afoto  in   certi 


DI  MATTEO  VILLANI. 


ITT 


nflci  in  compagnia  alqnanli  delle  grandi  cue  di  Sie- 
na, e  deaiderando  d*  arerò  in  toUo  il  goTomamonto 
di  qoeUa  città,  loro  il  romore,  e  lotti  i  cittadini 
lireaoBO  V  arme  ;  e  atando  il  popolo  armato,  dimo- 
atrò  di  volwe  che  i  grandi  riannaiaasono  agli  nflci 
del  eomnne^  e  aentendo  i  grandi  che  qaeato  mo?ea 
dal  conaiglio  dato  al  minnto  popolo  per  Giovanni 
d*  Agaolino  Bottoni  de^  Salimbeai  per  acoatfare  la 
benivolenaa  del  minato  popolo  per  animo  tiranne- 
ftco,  non  vollono  per  fona  d^  arme  cercare  di  brut- 
tare i  loro  cittadini;  e  acciocché  il  popolo  non  ai 
tenef ae  d' avere  lo  atato  del  reggimento  da  Giovanni 
d' Agnoltno,  i  Tolomei  aaoi  avversari  furono  quelli 
che  prima  cominciarono  a  rinaoziare  agli  nfici,  e  vo- 
lere che  il  popolo  gli  avesse  in  tatto,  e  così  feciono 
gli  altri  appreaso.  E  volle  il  popolo,  che  laddove  lo 
staio  era  creaciato  per  lo  patriarca  alla  misura  lieve, 
fosse  alla  picchiata  ^  e  coal  fu  conceduto  per  tutti.  Al- 
lora il  popolo  ordinò  d*  avere  il  gran  consiglio,  e 
laadato  Tarme,  in  queato  atabili  per  riformagione  la 
loro  somma  signoria,  reggendosi  per  dodici  priori  di 
due  in  due  meai,  e  ivi  li  crearono  ;  e  ancora  feciono 
nn  gonfaloniere  di  popolo,  e  certi  altri  oh^  aveaao- 
BO  a  rispondere  a  lui  per  teraiere  della  città  :  e 
ivi  da  capo  rifiutato  measer  Agapito  della  Colonna 
per  loro  vicario,  come  detto  è,  cominciò  in  libertà 
il  reggimento  di  quelle  popolaaio^. 

CAPITOLO  LVl. 

Come  la  compagnia  del  conte  di  Landò  cof^alcò 

a  Nàpoli. 

Avvenne  ancora  del  detto  meae  di  giugno,  che 
la  compagnia  ch'era  lungamente  stata  in  Puglia  gui- 
data dal  conte  di  Landò,  sentendo  che  il  re  Luigi 


*  lotandi  :  foise  aoouo,  squassAto,  perchè  il  grano,  atte- 
Btandoviaì,  vi  potesse  capire  in  maggiore  quantità.  Fanne 
un'  ottima  aggiunta  al  Vocabolario. 

'  Il  popolo  minuto  mosse  ik\  riforma  a  consenso  e  in- 
Btigaiione  dell'imperatore  Carlo  IV  che  fu  in  Siena  del 
1856  la  vigilia  della  Santa  AnnunsiaU.  Il  di  25  pertanto 
tutta  la  città  andò  a  tumulto.  Cacciati  di  palazao  i  Nove, 
entrò  al  governo  del  comune,  col  titolo  di  vicario  impe- 
riale e  assistito  da  una  balia  di  80  cittadini,  l'arcivescovo 
di  Praga.  I  Venti  di  balia,  sei  giorni  dopo,  ordinano  un 
magistrato  di  dodici,  i  quali  con  l'assistensa  e  il  voto  di 
altri  1 2  buonuomini,  nati  nobili,  dovevano  risedere  in  pa- 
lazzo e  con  piena  autorità  trattare  le  cose  dello  stato.  Da 
questi  buonuomini  nacque  il  collegio  appellato  de'  12  gen- 
tUttominl.  Poi  al  17  di  aprile  fu  organissato  un  consiglio 
generale  di  400  cittadini,  de'  quali  150  nobili,  gU  altri  po- 
polani Non  cessarono  però  le  discordie;  onde  Carlo  IV 
tornato  da  Roma,  dopo  la  sua  coronasione,  vi  pose  a  luogo- 
tenente e  governatore  supremo  il  patriarca  d'Aquileia,  suo 
congiunto,  il  quale  vi  fti  riconosciuto  poco  meno  che  pa- 
drone. Ma  il  sentimento  della  libertà  prevale  su  tutti  i  sen- 
timenti deir  animo  ;  onde  tre  giorni  dopo  la  partenza  di 
Carlo,  il  popolo  corre  air  armi,  vuol  rimettere  in  palazzo 
i  Dodici,  e  non  era  terminato  ancora  il  mese  di  maggio, 
ohe  il  patriarca  d' Aquileia  fa  costretto  a  rinunciare  il  go- 
verno deUa  città  e  territorio  Senese.  Indarno  Carlo  poco 
dopo,  con  armi  straniere,  occupò  la  città,  perchè  Grossetto, 
Massa,  Torre,  Montepuldano,  Montalcino,  Cesoie,  ti  leva- 
rono in  capo,  e  non  ftiron  più  cosa  né  de'Saneii  nò  di 
Cesare. 

Vilumi  M.,  Oreniea,    Vol.  IL 


contro  a  loro  non  avea  fatta  alcuna  provvigione  a 
aua  difesa  si  partirono  di  Puglia,  e  vennonaene  in 
Principato  ;  e  soggiornati  alquanti  d)  nelle  contrade 
^  Semi,  e  di  Matalona,  e  d'Argenza,  feciono  grandi 
prede;  e  non  trovando  fuori  delle  terre  murate  al- 
cun contrasto,  di  là  entrarono  in  Terra  di  Lavoro,  e 
vennono  infioo  presso  a  Napoli,  e  cavalcarono  il  pae- 
se d' intomo,  e  non  aentendo  chi  vietasse  loro  il 
paese,  essendo  ubbiditi  da*  casali  e  da*  paesani  di 
fuori  e  fomiti  di  quello  che  alla  loro  vita  e  dei  lo- 
ro cavalli  bisognava,  per  potere  stare  più  ad  agio, 
si  divisone  in  piti  compagnie,  e  l'uua  stando  nelFuna 
contrada,  e  V  altra  nelP  altra,  compreaono  a  modo 
di  paeaani  tutto  il  paese  ;  e  lasciarono  V  arme  non 
sentendo  alcuno  avversario,  e  comindarono  a  pren- 
dere diletti  d*  uccellare  e  di  cacciare  ;  e  i  loro  ca- 
valcatori e*  ragaazi  viaitavano  le  ville  e*  casali,  e 
recavano  ali*  ostiere  ciò  che  bisognava  largamente 
per  la  loro  vita  e  di  loro  cavalli  ;  e  quando  i  aignori 
tornavano ,  trovavano  apparecchiato  ;  e  i  cattivelli 
paesani,  che  non  avevano  aiuto  dal  loro  signore,  e- 
rano  consumati  in  vilissima  fama  della  real  corona. 

CAPITOLO  LVIL 

Come  Fermo  tomo  alla  Chiesa  e  si  rubellò  da  Qeniile 

da  Mogkano, 

In  queato  mese  di  giugno,  quelli  della  città  di 
Fermo,  i  quali  per  lo  tradimento  fatto  per  Gentile 
da  logliano  al  legato  quando  gli  rabellò  la  città  col- 
la foraa  del  capitano  di  Forlì  e  coli'  ordine  di  mea- 
ser Malatesta,  easendo  contro  al  loro  volere,  come 
narrato  è  addietro,  tornati  contro  alla  aignoria  del 
legato,  dove  a'  erano  ridotti  con  loro  grande  piace- 
re, vedendo  ora  la  forza  del  legato  loro  di  preaao, 
e  che  Gentile  era  povero  di  gente,  levarono  il  remo- 
re nella  città,  e  rinohiusono  Gentile  nella  ròcca,  e 
dindono  la  terra  al  legato  ;  il  quale  la  forai  di  buone 
masnade  a  pie  e  a  cavallo,  e  presene  buona  e  aolle* 
cita  guardia. 

CAPITOLO  LVin. 

Come  il  re  di  Francia  mandò  gente  in  Scoùa 
per  guerreggiare  gP  InghUesi. 

Trapassando  alqaanto  agli  strani,  il  re  di  Fran- 
cia vedendo  che,  passate  le  triegue,  gFIoghileai  ca- 
valcavano nel  reame,  e  facevano  spesso  danno  alle 
sue  genti  e  al  paeae,  preae  conaiglio  da*  suoi  ;  e  a- 
vendo  alcuno  intendimento  da  certi  baroni  di  Sco- 
zia, mandò  in  Scozia  il  sire  di  Garendone  ano  barone 
con  ottocento  armadure  di  ferro  ^,  a  fine  di  muovere 
gli  Scotti  a  fare  guerra  agF  Inghileai  per  modo,  che 
quelli  ohe  guerreggiavano  in  Francia  aveasono  ca- 
gione di  tornare  a  guerreggiare  con  gli  Scotti.  B 
giunta  questa  gente  in  Scozia,  gli  Scotti  tennero  lo- 
ro consiglio  e  deliberarono,  che  eaaendo  il  loro  re 
David  prigione  del  re  d*  Inghilterra,  ae  gli  Scotti  mo- 
veaaono  guerra  agi*  Inghileai,  tornerebbe  in  pericolo 


'  uomini  coperti  di  ferrea  annadora. 


la 


178 


CRONICA 


•  duiiaggio  del  loro  re;  e  però  non  vollono  die 
ad  istiBM  del  re  di  Francia  in  Scoaia  ai  faceste  mo- 
Tiaeoto  di  faerra  aopra  gì'  loghileii,  e  per  questo 
la  feste  finaicesca,  ch'aera  di  là  passata,  si  ritornò 
addietro.  B  questo  aTrenne  del  mese  di  gingno  del 
detto  anno. 

CAPITOLO  LOL 

Come  i  prigioni  éT  OsHglia  presono  il  castello. 

Di  questo  mese  mia  bnona  brigata  di  prigioni, 
die  messer  Gran  Cane  della  Scala  area  racchinsi  in 
Ostiglia,  seppono  tanto  fare  per  loro  sottile  provre- 
dimento  che  tatto  le  guardie  delle  prigioni  e  dd  oa- 
ateUo  nedsonOy  e  presono  il  casteUo,  e  recaronlo 
neUa  loro  guardia  e  signoria.  D  cutello  era  forte 
e  in  sa  iconini  dd  distretto  di  Mantova  e  di  Fer- 
rara. Sentendo  i  signori  ricini  questa  rubelUone, 
tentarono  quelli  di  Mantova  e  di  Ferrara  catuao  di 
volere  dare  danari  a*  prigioni  die  V  aveano  preso 
per  avere  quella  tenuta,  oh'  era  di  piccola  guardia, 
ed  era  forte  dà  non  potere  essere  vinta  per  batta- 
glia, e  dava  fl  passo  in  catnna  parte:  i  matti  prigio- 
ni non  aeppono  prendere  il  buono  partito,  e  però 
s'accostarono  d  reo;  e  avendo  grandi  promesse  da 
messer  Gran  Cane,  cui  eglino  aveano  cotanto  offe- 
so, affidandosi  solamente  alla  fede  ddle  sue  promes- 
se, che  renderebbe  loro  i  proprii  beni  e  farebbe  a 
catono  diri  vantaggi,  dicendo  che  non  imputereb- 
be loro  il  mislitto,  perocché  litto  Taveano  come 
prigioni,  a  cui  era  ledto  di  trovare  ogni  ria  di  loro 
acampo,  aicchè  dò  non  era  tradimento.  I  miseri,  vinti 
dalle  vane  promesse,  renderono  la  tenuta  del  forte 
eaatdlo  dia  gente  di  BMsser  Gran  Cane  :  il  quale,  ri- 
presa la  fortessa,  incontanente  attenne  la  promeasa 
amsuazandone  una  parte  colle  scuri,  e  dtri  con  grari 
tormenti  fece  morire,  e  trentaad  dei  residu  più  vili 
fece  imprendere  per  la  gola;  e  per  questo  modo 
aM>rti  tutti  i  prigioni,  riebbe  la  aua  forteiM  del 
eaatdlo  d*Ostiglia. 

CAPITOLO  LX. 

Come  i  Genotesi  venderono  Tr^olL 

I  Genoven  di*  aveano  preso  Tripoli  di  Bari»eria, 
come  addietro  abbiamo  narrato,  e  non  avendo  po- 
tuto avere  risposta  dal  loro  comune  quello  die  dd- 
la  dttà  d  facessono,  cercarono  di  venderla  per  da- 
nari a*  baroni  saracini  che  v*  erano  di  presso,  e  ninno 
trovarono  che  ri  volesse  intendere.  Era  a  quel  tempo 
aignore  ddi*  iaola  di  Garbi  un  Saracino  ricco  e  di 
gran  cuore:  costui  intese  a  veleria  comperare,  e 
trattato  il  mercato,  ne  die  a*  Genovesi  dnquantaaiila 
doble  d*  oro  ;  e  ricevuto  il  pagamento  e  la  tenuta 
della  dttà^  e  acdtid  de'  dttadini  uomini  e  femmine 
e  fimdulle  coi  e*  vollono,  gli  altri  lasciarono  colla 
dttà  spogliata  drogai  bene;  e  raccolti  in  su  le  loro 
quindid  galee  piene  diamosi  e  di  gran  tesoro,  par- 
tironai  dd  paese,  e  lungamente  stettono  ora  in  una 
parte,  ora  in  un*dtra,  tanto  che  il  loro  comune  fu 


>  Intendi  :  il  mobile  più  pradoio  ohe  era  ndla  dttà. 


rasncurato  de*  loro  dttadini  eh*  erano  in  Alessandria 
e  in  Tunisi,  die  per  questa  novità  di  Tripoli  non  a- 
veano  ricevuto  danno.  Allora  ribandirono  qudli  dd- 
le galee,  i  quali  aveano  sbanditi  per  lo  fdlo  oom- 
messo,  e  dierono  loro  licenxa  che  potessono  tor- 
nare a  Genova,  quando  tre  med  allo  loro  spese 
avessono  guerreggiate  le  marine  di  Catdogna;  i 
quali  fatto  il  servigio  tornarono  a  Genova,  e  riem- 
pierono la  dttà  di  achiari  e  achiave^saracine,  e  di 
molto  tesoro  acquistato  con  grave ^  tradimento:  sui 
per  giusto  giudido  di  Dio  in  breve  tempo  capitarono 
quam  tatti  nude,  rimanendo  in  povero  stato. 

CARTOLO  LXL 
Come  gU  nseiii  di  iMcea  teniarono  di  fmr  guerra. 

Basendo  per  le  norità  sopravvenute  alTimpe- 
radore  in  Pisa  perduta  agli  usdti  di  iucca  la  spe- 
rania  d'essere  liberati  dal  giogo  de* Pisani»  secondo 
il  trattato  di  ed  era  acoraa*  la  fhma;  e  vedoto  co- 
me fortuna  avea  fiitti  aignori  della  dttà  le  piccde 
reliquie  de*  Lucchesi,  eh*  erano  nella  dttà,  in  nna 
giornata,  per  un  poco  d^ardire  eh*  aveano  dimostrdo, 
ae  dà  loro  mededmi  non  foasono  stati  traditi,  come 
detto  è  ;  trovandosi  gli  usdti  avere  ragonatn  dcuna 
moneta  per  la  detta  cagione  della  sperana  dd- 
rimperadore,  e  parendo  loro  eh*  e*  Pisani  faasono 
in  dubbioso  stato,  a*  intesone  insieme  i  guelfi  oo*ghi- 
bdlini;  e*  figlinoli  di  Castrucdo,  eh*  erano  in  Lom- 
bardia, promisono  a  tutti  i  caporali  delle  fhaugye 
guelfe  usdte  di  Lucca  ndla  loro  fede,  che  oontre 
alla  loro  origine  e'  si  farebbono  guelfi  per  trarre  di 
tanto  servaggio  hi  loro  dttà;  e  trattarono  con  loro 
di  fare  ogni  loro  afono  con  buona  pugna  per 
trare  in  Lucca  :  e  catuno  promise  di  fomirn  di 
per  loro  unto,  e  di  cavalli  e  à*  armi  per  formire  lo- 
ro impresa.  B  aentendo  i  Pisani  qneato  appnreechia- 
mento,  ai  provridono  soUedtamente  al  ripero.  Le 
cose  procedettono  e  segoirono  d  loro  fine  come  de- 
gnamente meritarono,  e  tosto  d  verrà  il  teaspo  da 
raccontario. 

CAPITOLO  LXn. 

Conia  della  gran  compagnia  di  iHigiia, 

Awedendod  quelli  ddla  compagnia,  ok*  «ubo 
in  Terra  di  Lavoro,  che  il  re  né  i  suoi  baroni  met- 
tevano deano  riparo  contro  a  loro,  presono  nanggìoie 
bddansa  ;  e  raccolti  insieme,  se  ne  vennero  retwo  Hn- 
poli,  e  posonsi  a  campo  a  Giuliano  tra  Avene  e  Na- 
poli, presso  a  Napoli  a  quattro  migUa  di  piano,  e 
domandarono  al  re  danari  aensa  fare  guasto.  AUora 
i  Napoletani  vedendo  che  il  re  non  d  movea,  ù 
moaaono  da  loro,  e  accolsono  de*  paesani  e  de^fb- 
reatieri  una  quantità  di  cavalieri,  e  fedone  capo  fl 
conte  camarlingo,  e  *1  conto  di  San  Severino  e  V  aoa- 
miraglio  di  volontà  dd  re:  nondimeno  ooaloro  non 
uscivano  di  Napoli  a  riparare  le  cavdcate  deUn  coa- 


*  Altre  stampe  gnm  iradimemio. 

'  Goal  il  T.  Bicd.  Altre  stampe  ceno. 


I 


DI  MATTEO  VILLANL 


179 


pagaia,  e  itarbavano  V  accordo,  che  ai  oeroara  di 
dare  loro  danari.  Per  la  qaal  cosa  i  Napoletani 
temendo  di  ricevere  il  guasto,  di  che  la  compagnia 
gli  minacciava,  a  di  12  di  loglio  del  detto  anno  ai 
armarono  a  cavallo  e  a  pie  romoreggiando,  e  minac- 
ciando i  baroni  che  non  laiciavano  fare  raccordo 
colla  compagnia.  I  baroni  erano  forti  da  loro,  e 
aveano  con  seco  i  forestieri  armati,  dcchò  poco  ca- 
ravano  le  minacce  o  le  mostre  de' Napoletani^;  e  av- 
vedendosene i  Napoletani ,  posono  giù  V  arme ,  e 
se  n*  acquetarono.  Nondimeno  il  re  mostrando  di 
fare  al  movimento  de^  Napoletani  1*  accordo,  veden- 
dosi r  oste  di  presso  addosso,  per  schifare  maggiore 
perìcolo  trattò  di  dare  loro  fiorini  centoventimila 
in  certi  termini  ;  e  per  questo  ai  levarono  da  Giu- 
liano, e  dilungaronsi  da  Napoli,  paesando^  e  vivendo 
alle  spese  de' paesani.  L'effetto  di  questo  trattato 
ebbe  mutamenti  con  danno  de' regnicoli  innanzi  che 
si  traesse  a  fine,  come  innanzi  al  suo  tempo  raccon- 
teremo. 

CAPITOLO  LXUL 

Come  il  gran  siniscalco  condusse  mille  barbute 
contro  alla  compagnia^  ond^  ella   s'' accrebbe. 

Mentre  che  queste  cose  si  trattavano  in  Napoli, 
il  gran  siniscalco  dei  Regno  messer  Niccola  Acda- 
iuoli  di  Firenze  essendo  stato  in  Toscana,  e  in  Ro- 
magna e  nella  Marca  accogliendo  gente  d' arme,  s*era 
con  essa  messo  a  cammino  :  e  giunto  alla  città  di 
Sulmona  con  mille  barbute  di  gente  tedesca  e  oltra- 
montana, fé'  sentire  al  re  la  sua  venuta.  Il  re  richiese 
i  baroni  per  volersi  combattere  colla  compagnia,  ve- 
nendo contro  a'  patti  promessi;  ma  la  cosa  venne 
dilatando  e  prendendo  indugio,  e  nel  soprastare  il 
caldo  appetito  del  re  venne  raffreddando,  e  ancora 
de'  suoi  baroni,  e  il  termine  delle  paghe  de'  addati 
menati  per  lo  gran  siniscalco  cominciò  a  venire:  e 
non  essendo  il  re  mobolato  da  poterK  pagare  e  ri- 
conduoere  per  innanzi,  assai  se  ne  partirono  dal  ser- 
vigio del  re,  e  andarsene  alla  compagnia,  e  fecionla 
inaggiore.  . 

CAPITOLO  LXIV. 

Come  gli  usciti  di  Lucca  s"  accolsono  senius 

far  nulla. 

Ritornando  nostra  materia  al  fatto  degli  usciti 
di  Lucca,  quei  caporali  eh'  erano  a  soldo  del  comune 
di  Firenze,  con  le  loro  bandiere  appresentandosi  al 
tempo  ordinato  tra  loro,  cominciò  la  cosa  a  pubbli- 
carsi in  Firenze.  Quando  il  comune  senti  questo, 
incontanente  tutti  gli  cassò  dal  suo  soldo,  e  coman- 
dò loro  sotto  pena  della  vita,  che  ninna  ragunata 
di  gente  faoessono  nel  contado  o  distretto  di  Firen- 
ze ;  e  contradisse  a  tutti  i  cittadini  e  contadini  sotto 
pena  dell'  avere  e  della  persona,  che  ninno  aiuto  o 


'  o  le  finte  braverie  de' NapoletanL 

'  campeggiando,  vivendo  alla  campagna. 


favore  si  àtub  loro,  perocché  non  volea  il  nostro 
comune  rompere  per  ninna  cagione  la  pace  eh'  avea 
coi  PisanL  Nondimeno  i  Lucchesi  guelfi  eh'  erano 
in  Toscana,  con  loro  sforzo  s'  accolsono  in  certo 
luogo  in  su  quello  di  Lucca,  e  ivi  si  trovarono  con 
dugento  cavalieri  e  con  molti  masnadieri  che  gli 
seguitavano  per  speranza  di  guadagnare.  I  conduci- 
tori  furono  Obizzi  e  Salamoncelli,  e  attendeano  che 
dall'altra  parte,  com'era  ordinato,  venissono  i  fi- 
gliuoli di  Castniccio  con  gli  usciti  ghibellini,  e  col 
popolo  di  Lunigiana  e  Garfagnana.  I  Pisani  sentendo 
che  gli  usciti  di  Lucca  si  cominciavano  a  ragnnare, 
cacciarono  di  Lucca  tutti  i  cittadini  eh'  aveano  alcuna 
apparenza  ^  e  mandaronvi  per  comune^  i  due  quartieri 
di  Pisa  alla  guardia,  e  con  grande  stadio  si  fornirono 
di  gente  d'arme  alla  difesa.  I  figliuoli  di  Castruccio 
non  attennono  la  promessa  al  termine  ;  per  la  qual 
cosa  gli  uaciti  guelfi  soprastati  al  termine^  più  di 
due  di,  e  non  avendo  novelle  che  venissono,  si  co- 
minciarono a  sfilare,  e  senza  ordine  tornare  catu- 
no  a  caaa  con  poco  onore.  Abbianne  fatto  memoria 
non  per  lo  fatto,  che  no  '1  meritava,  ma  perchò  in 
quel  tempo  che  questo  fu,  erano  quarantadue  anni 
eh'  e'  Lucchesi  guelfi  erano  stati  fuori  della  loro  ci^ 
tè,  e  mai  non  aveano  fatta  altrettanta  viata  per  cer- 
care di  volere  tornare  in  Lucca,  come  a  questa  volta. 

CAPITOLO    LXV. 
Come  U  re  di  Cicilia  racquietò  più  terre. 

In  questo  tempo  don  Luigi  di  Cicilia  coli'  aiuto 
de' Catalani  dell'isola  e  della  loro  aetta,  accolti  in- 
sieme in  arme  apio  e  a  cavallo  si  mossone  da  Ca- 
tania con  la  persona  del  loro  signore;  e  cavalcando 
aopra  le  terre  ch'ubbidiano  l'altra  aetta  di  Chiara- 
monti  e  il  re  di  Puglia,  e  trovandole  mal  fornite  alk 
difesa,  a'  arrenderono  e  ubbidirono  vedendo  la  per- 
sona di  don  Luigi,  aenza  farli  resistenza.  E  appreaso 
preso  più  ardire,  del  mese  di  luglio  con  sei  galee 
armate  e  con  l' altra  gente  per  terra  venne  a  Pa- 
lermo, e  posevisi  intomo  credendolasi  riavere  ;  ma 
vedendo  eh' e'  si  difendeano  colla  gente  forestiera 
che  v'  era  per  lo  re  Luigi  di  Puglia,  fece  danno 
assai  nelle  villate  di  fuori^,  e  poi  se  ne  ritornò  a 
Catania. 

CAPITOLO   LXVL 

iVimfd  di   Padova. 

Essendo  messer  Iacopino  da  Carrara  signore 
di  Padova,  e  avendo  lungamente  tenuta  la  signoria 
in  compagnia  di  Francesco  suo  nipote  carnale,  aven- 
doai  portato  insieme  grande  onore,  non  sentendosi 
alcuna  cagione  d'odio  o  di  sospetto  tra  loro,  salvo 
che  messer  Francesco  volea  pace  co' signori  di  Mi- 
lano, e  messer  Iacopo  la  volea  con  loro  e  voleala 


'  i  dttadini   più  alteuosii  qaelH   ohe  por  davan  negli 
occhi  di  volersi  levare  a  remore. 
'  per  pabblico  decreto. 

'  avendo  atteso  due  di  oltre  al  termine  stabilito. 
*  nelle  villate  d' intomo  a  Palermo. 


180 


CRONICA 


co'  fifnori  di  Maitora  iotieiie,  con  Mi  ertto  ooUe» 
gati,  Bon  dorea  però  per  queito  essere  oegioDe  d*o^o 
Ira  loro,  ma  pkUoalo  qiieUo  che  non  sofferà  d'avere 
eoBsorto  nella  signoria  Ira  gli  animi  ambisioti  di 
qnella  ;  e  per  questo  Franoesoo,  eh'  era  pia  giovane 
e  più  atto  a  guerra,  e  avea  il  seguito  .della  gente 
d'arme,  una  sera,  a  di  26  del  mese  di  luglio  del 
detto  anno,  essendo  messer  Iacopino  nella  sua  sala 
posto  a  cena,  messer  Francesco  con  suoi  compagni 
armati  copertamente  venne  al  palagio,  dove  non  gli 
era  né  di  dì  né  di  notte  vietata  porta;  e  andato  suso, 
trovò  il  zio  che  cenava,  e  accogliendo  il  nipote  sensa 
alcuno  sospetto,  fu  da  lui  preso  e  incamerato  e  mes- 
so in  buona  guardia,  senta  essere  per  lai  alcuna 
resistenia  fatta  nel  palagio.  La  nrattina  vegnente 
messer  Francesco  cavalcò  per  la  dttà,  e  senia  fare 
novità  nella  terra  fa  ubbidito  in  tutto  come  signore  ; 
e  si  scusò  al  popolo,  che  questo  avea  fatto  perocché 
avea  trovato  di  certo,  che  poiché  messer  Iacopino 
si  vide  avere  figliuolo,  avea  cercato  di  fare  avvele- 
nare hii  :  e  che  ciò  fosse  vero  o  no,  tanto  se  ne 
dimostrò',  che  alcuni  di  ciò  furono  incolpati  e  mar- 
toriati, tanto  che  confessarono  il  malifloio,  e  per- 
deronne  le  persone. 

CAPITOLO  LXVn. 
Carne  i  ViteonH  UiUarano  di  raequisiare  Bologna. 

Dì  questo  mese  di  luglio  del  detto  anno  mes- 
ser Bernabò  de'  Visconti  di  Milano  avendo  tenuto 
alcuno  trattato  in  Bologna,  credendolasi  racquistare, 
mandò  di  subito  duemila  cavalieri  e  di  molti  ma- 
snadieri di  soldo  sopra  la  dttà  di  Bologna,  e  la  lo- 
ro prima  posta  fu  al  Borgo  a  Panicale,  e  fedone 
^ista  d' affonare  loro  campo  presso  a  Bologna  a  tre 
miglia;  poi  all'entrata  d'agosto  si  levarono  di  là  e 
andarono  a  Budrio,  e  trovandovi  difetto  d'acqua, 
si  partirono  di  là,  e  posono  campo  a  Medidna  tra 
Bologna  e  Imola,  e  là  dimorarono  attendendo  che 
novità  si  movesse  in  Bologns.  Lasceremo  ora  questa 
gente  ch'attende  di  fare  suo  baratto*,  come  al  tempo 
innansi  racconteremo. 

CAPITOLO  LXVm. 

Come  in  Ferente  iMcquono  quaUro  lioni. 

A  di  3  d' agosto  nacquono  in  Firense  quattro 
lioni,  due  maschi  e  due  femsùne  :  V  uno  si  donò  al 
duca  d' Osterie,  che  1  domandò  al  comune  ;  l' altro 
al  signore  di  Padova. 

CAPITOLO  LXIX. 

Novità  fatte  per  gli  usciti  di  Lucca. 

All'  entrata  del  mese  d' agosto  del  detto  anno, 
messer  Arrigo  e  messer  Gallerano,  figliuoli  di  Castruc- 


'  tanto  colore  di  verità  si  diede  all'teensa;  tanta  ap* 
parenma  di  vero  ebbe  l'aoeufi,  che  eco. 

'  che  aspetta  di  Ive  il  ano  ingannoi  U  suo  logasnevole 
acquieto.  Vedi  oap.  t^ttct 


do  nsdti  di  Lucca,  con  quella  gente  d'arme  ch'a- 
vere poterono  in  Lombardia  apparirono  in  LaoigÌMa, 
e  ivi  e  di  Garfagnana  accolsono  fanti  a  piò;  e  i 
LucchMi  gndfi  nsdti  da  capo  d  rsgunarono  e  noooa- 
xarono  co^figUnoli  di  Castrucdo,  e  di  oonoordia, 
trovandosi  qnatlroeento  cavalieri  e  duemiladnqne- 
cento  fanti,  n  posono  ad  assedio  a  Castiglione,  chs 
u  guardava  per  i  Pisani  1  Pisani,  avuto  rainto  da^Sa- 
ned  con  cui  erano  in  lega  e  cos^Nignia,  con  set- 
tecento cavalieri  e  seimila  pedoni  uscirono  di  Pisa 
per  andare  a  soccorrere  il  castello,  e  a  A  12  d'ago- 
sto dd  detto  anno,  trovandod  ne^  campi  presso  a^ne- 
mid,  fedone  loro  schiere.  Gli  nsdti  di  Lucca,  veg- 
gendosi  il  vantaggio  del  terreno,  d  fedone  ordina- 
tamente loro  ittoontro  da  quella  parte  donde  li  vidone 
venire.  I  Pisani  d  mostrarono  di  volerli  assalire  d» 
quella  parte,  e  oomindaronvi  Taasdlo  per  tenere  i 
nemid  a  bada  ;  e  oominciata  la  bnttaglia,  fl  loro  en- 
pitene  con  qudla  gente  eh' e' s' avea  detta,  meaire 
che  d' ogni  parte  si  mantenea  V  assdtO|  girò  il  pog- 
gio, e  montò  soprt  1  nemid  da  quella  parte  onde  ve- 
nia la  vittusglia  agli  nsdti  che  teneano  l'assedio,  e 
fece  questo  si  prestamente,  che  i  Lucchesi,  eh'  nvea- 
no  ami  di  buoni  capitani,  non  vi  poterono  riparare  : 
ma  veduto  eh'  ebbene  eh'  e'  nemid  aveano  tolto  loro 
la  via  del  pane,  non  vidono  potere  mantenere  ras- 
sedie  al  camello  ;  e  però  d  strìnsono  indeme,  e  ar- 
sone il  campo  loro,  e  rieolsonsi  in  dcuna  parie  ivi 
presso  sema  potere  essere  danneggiati  da^nemd; 
e  raccolti  quvi,  sema  alcuno  danno  di  là  d  parti- 
rono sdvamenle,  e  valicarono  l' alpe,  e  capitarono 
nd  Frignano,  e  di  là  catuno  con  acoreedmenlo  d'on- 
ta, tema  al^  danno,  perduta  la  sperania  di  tornare 
in  Lneca,  eatnno  tornò  a  procacdare  sue  condotte' 
per  vivere  d  soldo,  e  '1  cutello  risuse  libero,  d- 


r  ubbidì 


de' 


CAPITOLO  LXX. 


Come  i  Catalam  non  voUono  la  pace  co"  Genaceei 

fatta  per  i  Venemani, 

D  re  d'Araona  essendo  in  bpsgna  dopo  l'ao- 
qdsto  fatto  della  Loiera,  e  dell'accordo  preso  col 
giudice  d'Alborea,  sentendo  che  iVeneusni  aveano 
fitto  pace  co'  Genoved  aensa  U  suo  consentimettlo, 
contro  al  giuramento  della  loro  compagnia,  fece  di 
presente  armare  venti  gtlet  per  sua  sicurtà  ;  e  do- 
mandaronli  i  Genovesi  la  Loiera  e  dtre  terre  di  Sar- 
digna,  se  con  loro  volea  pace.  E  questa  fu  In  ca- 
gione già  scritta  addietro,  perché  il  comune  di  Ge- 
nova rìbandl  le  qdndid  galee  eh'  aveano  preso  Trì- 
poli, le  quali  fedone  per  tre  mesi  gravi  danni  nella 
riviera  di  Catalogna,  speddmente  d' ardere  e  di  pro- 
fondare loro  Mvilii  ne'  porti.  Le  venti  galee  del  re 
avendo  fortificate  e  fornite  le  terre  di  Sardignn,  e 
reiterala  la  pace  col  giudice,  d  ritornarono  in  Cnta- 
logna  sena'  dtra  novità  fare. 


'  chi  lo  conducasae,  obi  lostìpeadiassei  chilo 
d  soldo. 


DI  HATTEO  VILLANL 


181 


CAPITOLO  LXXI. 
Come  messer  Ruberto  di  Dutmm  laido  il  BoIm. 

Di  questo  mesa  d*  agosto  esseodo  stato  messer 
Roberto  di  Dorauo  stretto  da'  Provensali  nel  Balio 
per  modo,  che  non  avea  potuto  correre  il  paeee  nò 
fere  prede  com'  avea  cominciato,  benché  M  castello 
potesse  tenere  lonzamente,  parendogli  stare  con  sua 
vergogna  sansa  guadagno,  di  saa  volontà  sanaci  del 
castello,  e  rilaseiollo  a^signorì  del  Balzo.  Alcnni  dis- 
sono, che'l  papa  gli  die  alcnni  danari  co*  quali  si 
mise  in  arme^  e  andò  a  servire  il  re  di  Francia  nel- 
le sne  guerre  ove  mori  a  onore  ^,  come  a  suo  tempo 
raccontereoM). 


CAPITOLO  LXXIL 
Come  arse  la  basHia  da  Modena, 

Basendo  lungamente  mantenuta  per  la  fona 
di  messer  Bernabò  di  Milano  una  grande  e  forte 
bastita  sopra  la  città  di  Modena  con  nu>lti  cava- 
lieri e  masnadieri,  i  quali  aveano  per  stretto  mo- 
do assediata  la  città,  e  recata  in  grandi  stremi, 
come  piacque  a  Dio,  quello  che  non  avea  potuto 
fare  la  gran  compagnia  nel  caso  della  ribellione  di 
Bologna,  né  appresso  tutta  la  foria  della  lega  di 
Lombardia,  fece  subitamente  un  fuoco  che  vi  s' ap- 
prese; ma  piuttosto  fu  faiM  eh' un  soldato  corrotto 
dal  signore  di  Bologna  il  vi  mise.  Questo  fuoco 
infiammò  per  si  fatto  modo  la  bastita,  che  per  la 
gente  dentro  non  si  potè  ammortare.  I  Modenesi 
stati  a  vedere  lungamente,  e  sentendo  il  remore, 
presono  V  arme,  e  corsone  verso  la  bastita  con 
smisurato  remore.  I  cavalieri  e'  masnadieri,  che  ve 
n*  erano  assai,  impacciati  dal  fuoco  e  impauriti  del 
remore,  si  ritrassono  fuori  della  bastita  con  animo 
di  fermarsi  di  fuori,  ma  non  abbono  potere  di  far- 
lo ;  che  di  presente  catane  cominciò  a  fuggire  senta 
essere  cacciati,  e  abbandonarono  la  bastita.  I  Mo- 
denesi la  presono  e  spensono  il  fuoco  ;  e  appresso, 
per  tema  che  measar  Bernabò  non  la  rifacesse  da 
capo  riporre^,  eh*  era  il  luogo  molto  forte,  la  fecio- 
no  riparare  e  rafforaare,  e  misonvi  gente  a  guar- 
daria  lungamente  per  aieortà  della  terra. 

CAPITOLO   LXXIIL 
Come  fa  fallo  il  castello  di  Sancassiano, 

Tornando  alquanto  nostra  materia  al  fatto  di 
Firenze,  occorse  in  questi  di,  che  tornando  a  me- 
moria a'  collegi  del  nostro  comune  i  danni  ricevuti 
attempi  delle  persecnnioni  latte  al  nostro  comune, 
e  i  parieoli  che  occorsi  erano  aUa  città  ponendosi 
i  nemici  a  oste  in  sol  poggio  del  borgo  di  Sanoas- 
siano  in  Valdipesa,  e  questo  conosciuto  per  e- 
speriensa  dell' imperadore  Arrigo  di  Luzimborgo,  e 


appresso  di  Cutruccio  tiranno  di  Lucca,  e  noveUa- 
mente  d^Ua  gran  compagnia  di  fra  Moriate^,  che  ea- 
tnno  nimicando  il  nostro  comune  tennono  campo  in 
quel  luogo  con  podere,  per  lo  vantaggio  del  sito, 
di   potere  vantaggiare   assai  e  non  potere   essere 
danneggiati;  acciocché  questo  non  potesse  più  av- 
venire, deliberò  il  comune  di  farvi  un  forte  e  no- 
bile caatello  di  mura,  e  incontanente  del  mese  d'a- 
gosto del  detto  anno  1355  si  cominciarono  a  fare 
i  fossi,  e  all'  uscita  di  settembre  del  detto  anno  si 
cominciarono  a  fondare  le  mura,  e  tutte- s'allogarono 
in  somma  a  buoni  maestri  con  discreti  e  avvisati 
provveditori,  dando  d'ogni  braccio  quadro  soldi  set- 
te di  piccioli,  di  lire  tre  soldi  nove  il  fiorino  dd- 
TorOy  dando  il  comune  a' maestri  solo  la  calcina, 
acciocch'  e'  oMcstri  aveasono  cagione  di  fare  buone 
le  mora.  Le  mura  furono  larghe  nel   fondamento 
braccia  quattro,  e  fondate  braccia  uno  sotto  il  piano 
del  fosso,  e  sopra  terra  grosse  braccia  due,  ristri- 
gnendosi  a  modo  di  barbacane,  e  sopra  terra  alte 
braccia  dodici,  con  corridoi  intomo  i  beccatelli',  e 
armate  di  torri  intorno  intomo,  di  lungi  braccia  cin- 
quanta dall*  una  torre  all'altra,  alzate  braccia  dodici 
sopra  le  mura  e  con  due  porte  mastre,  catuna  con 
due  torri  più  alte  che  l' altre  e  bene  ordinate  alla 
guardia.  E  queato  circuito  comprese  il  poggio  e  il 
borgo,  e  senza  arresto^  fu  compiuto  e  perfetto  il  la- 
vorio del  mese  di  settembre  seguente  1356^  B  ve- 
duto il  conto  del  detto  edificio,  'costò  al  comune  di 
Firenze  trantacinque  migliaia  di  fiorini  d'oro. 

CAPITOLO  LXXIV. 

Come  in  Firem^e  sbordino  la  tavola^ 
delle  possessioni. 

Di  queato  mese  d'agosto,  alquanti  cittadini 
di  Firenze,  parendo  loro  che  dovesse  essere  ntil  co- 
sa al  comune  per  levare  la  briga  a'  creditori  di  ri- 
trovare i  beai  del  debitore,  misono  innanzi  a' si- 
gnori che  si  facesse  una  tavola,  nella  quale  si  seri- 
vessono  tutti  i  beni  immobili  della  città  e  del  con- 
tado per  popolo^  e  per  coniai,  e  diedono  il  modo^ 


'  onoratamento,  con  onore. 

'  non  la  fi^oessa  di  nuovo  ricostruire» 


1  Compagnia  d' assassini,  la  quale  nel  1854  da  Siena 
per  la  via  da  Poggibonsi  penetrata  fino  a  Sant'Andrea  in 
Perenssina,  droa  dae  miglia  di  qua  di  Sancaseiano,  non 
86  ne  ritrassei  che  dopo  aver  rioevuto  dal  eomnne  di  Fi- 
rense  Tenti  otto  mila  fiorini  d'oro. 

'  sopra  beccatelli,  cioè  posati  sopra  peducci  o  mensole, 
che  aostengono  i  capi  delle  trayi. 

'  senia  interrallo,  senza  indugio. 

*  Si  dovette  quivi  in  tale  occasione  oostruire  anche  ona 
ròcca  col  nome  di  Cassero.  Una  provvigione  del  governo 
Fiorentino  de'  7  settembre  1856  dice  apponto  :  per/leioter 
Oataenm  Saneti  Otusiani,  Vedi  Gaye,  OarUgpo  inedito  de- 
gli Artiiti,  voi,  If  app.  II,  dove  troverai  altresì  il  nome 
di  alcnne  maestranse  elette  per  eondnrre  a  termine  le  for- 
tifioasioni  del  castello  di  Saaeassiano. 

'  Libro,  0  registro  dove  si  notano  le  cose  pubbliche, 
le  possessioni  ecc.  Tal  voce  è  tolta  dall'uso  degli  antichi 
di  scrivere  sopra  tavole  di  marmo,  o  di  bronao,  le  cose 
delle  qoali  si  voleva  che  restasse  memoria  nel  pubblico. 

*  per  parrocchie  ;  dacché  popolo  dioeal  anche  quella  gente 
ohe  è  sottoposta  a  una  parrocchia. 

'  diedero  il  modano,  il  modello  da  tenere  per  tale  de- 
scrizione de'  beni  immobilL 


183 


aonck 


a  eatiiDO  qnartrare  della  eitH  •  dd  eoBlado  p«r  iè; 
e*0ignori  oniaono  la  petuione,  e  Tiateiif  parendo 
a  tatti  ohe  doreffe  eiaere  atUe  ooia.  Agli  aoaiai 
antichi  e  savii  e  pratiehi  parea  la  coaa  impoifibìle 
a  potere  arere  perfeaione  ;  ma  non  fa  loro  oedoto, 
le  non  qnando  per  pratica  ai  conobbe.  Furono  oo- 
mandate  le  recate*  a  ogni  pofseaaore^  sotto  gra?e  pe- 
na ;  e  nondimeno  ch^  e*  reggitori  de*  popoli  anche  le 
dovessono  recare,  cetano  ai  provvide  di  recare  e 
di  fare  recare  i  beni  in  coi  volle^  e  coafinavali  ae- 
condo  che  trovava  V  aaatt  vicinanxa  ;  e  qnando  tali 
nelle  loro  recate  mutavano  i  primi  poaaeaaori,  e  co- 
ai  d*  ogni  parte  diacordavano  i  confini  ;  e  oltre  a 
questa  inconvenienza,  ve  n*  accorrevano  molto  altre 
maggiori.  Per  la  qnal  cosa  dopo  la  lunga  scrittura^, 
e  la  grande  spesa  cresciuta  parecchi  anni,  in  confu- 
sione aensa  firntto  rimase  abbandonata^  e  la  sperìenia 
ammaestrò  il  nostro  comune  alle  sue  spese.  Avenne^ 
fatta  memoria  per  esempio  di  coloro  che  verranno 
appreaao,  accioccb*  e^  notino  quello  eh*  è  detto  pro- 
vato per  opera;  e  ancora,  che  moHi  recavano  una 
medesima  cosa  per  mostrare  che  possedessero  i  be- 
ni :  ma  quello  eh'  è  più  forte,  ai  è  la  mutaaione  de* 
beni,  che  più  occorre  nella  nostra  città  che  altrove, 
perchè  più  abbonda  di  mercatanzie  e  di  meatieri  e  d*ar- 
li,  che  hanno  a  fare  la  mutaaione  de*  beni  immobili 

CAPnOLO  LXXV. 

Come  U  re  éf  Inghilierra  con  grande  apparecchio 

valicò  a  Calese, 

Avendo  noi  addietro  Barrata  la  morte  del  co- 
nestabile  di  Francia,  della  quale  il  re  di  Navarra  fu 
operatore,  seguita  che  d*  allora  innanzi  il  re  di  Na- 
varra era  in  odio  del  re  Giovanni  di  Francia^  e  per 
questa  cagione  tenne  trattato  col  re  d*  Inghilterra  di 
ricoTerlo  nelle  sue  terre.  Il  re  d*  Inghilterra  era  di 
questo  molto  contento,  e  però  mise  in  concio  sua 
gente  e  suo  naviUo  per  valicare  con  forte  bracdo*, 
e  nel  soprutare  che  iacea,  per  aoUecita  operazione 
del  cardinale  di  Bologna  e  d' altri  baroni  e*  fu  fatta 
la  pace  tra  *1  re  di  Francia  a^  quello  di  Navaira,  e 
perdonatoli  liberamente  1*  offesa  della  morte  del  co- 
nestabile,  e  per  suo  amore  a  tutti  gli  altri  eh*  erano 
a  ciò  stati.  Il  re  d*  Inghilterra  avendo  apparecchiata 
la  sua  gente  d' arme,  e  *1  ano  navilio,  del  mese  di 
settembre  del  detto  anno  valicò  a  Calese.  D  re  di 
Francia  avea  d*  altra  parte  apparecchiata  la  sua  ba- 
ronia,  e  con  quindicimila  cavilieri  e  molti  sergenti 


\r- 


'  Foron  comaodato  le  notf/kamcm  d^  htm.  Nuovo  sarà 
al  Vocabolario  questo  aignificato  deHa  parola  rfeota,  totto- 
ohe  8i  trovi  già  registrato  recare  per  OHarivtré  oon  un  e- 
•empio  di  Giovanni  Villani.  Veggasi  più  sotto  la  maniera 
Ttear  le  recate,  in  luogo  di  produrle. 

'  di  mettere  ì  beni  in  testa  od  in  nome  di  eoi  volle. 
Fanne  una  bellissima  gionta  al  Vocabolario. 

'  dopo  il  lungo  scrivere  e  ikr  di  copie.  Oggi  barba- 
regg^do  si  direbbe  lunga  ecritUarationé. 

*  che  rimase  abbandonata?  L' intavolaaione,  al  eerto; 
ma  qui  donde  recheremo  un  soggetto  al  verbo  ? 

'  ooemofie,  modo  antiquato.  Male  alcune  stampe:  anetme, 

•  Cosi  U  T.  Bied.  Alcune  stampe:  tra  *l  re  di  Francia 

h  ecc 


gli  si  fece  incontro  in  Nonnandia.  fl  re  d*Ingh9to- 
ra  aentendo  la  paoe  fatta  tra*  due  re,  e  vedende  b 
gran  forza  apparecchiata  contro  a  aè  dal  te  di  Finn 
da,  non  si  attentò  d*  nadre  a  campo,  né  di  aegniro 
sua  impresa,  e  data  la  volta,  con  aoa  vergogna  a 
ritornò  con  tutta  la  sua  oste  in  Inghilterm.  11  re  di 
Francia  aentendo  i  anoi  neadd  tornati  neU*  iaola,  ai 
ritornò  a  Parigi  ;  e  dinuistmndo  grande  amore  ai  re 
di  Navarra,  gli  accomandò  il  Delfino  ano  — ggiora 
figlinolo,  i  quali  d*  allora  innanzi  m  eonginnaono  di 
fratwnale  amore  e  di  grande  compagnia. 

CAPITOLO  LXXVI. 

Come  il  re  Luigi  s*  accordò  colia  compagnia 
del  conte  di  Landò. 

Mandad  il  tempo  materia  di  ritomaro  In  llafia. 
Di  questo  mese  di  settembre  del  detto  anno,  essendo 
la  compagnia  ritornata  preaao  a  Napoli  in  Terra  di 
Lavoro,  e  il  re,  per  arroto^  al  danno  per  la  gente  con- 
dotta nel  Regno  alle  sue  spese,  volendo  ataro  i  Na- 
poletani che  non  perdeaaono  le  loro  vendenunie,  e 
non  avendo  il  podere  altro  che  oon  danari,  rifoeo  la 
nuova  concordia,  e  promiae  loro  eentocinqne  migliMa 
di  fiorini  d*oro;  le  trentaeinque  nugliain  fontnnti, 
e  le  settanta  in  due  paghe  a  venire  :  e  aaentce  che 
le  penassono  ad  avere  d  doveano  slare  in  Fngiin. 
B  per  fornire  la  prima  paga,  il  re  Luigi  gravò  di  fil- 
to  i  Napoletani,  e  eerti  baroni,  e  forestieri  e  mer- 
catanti, e  le  loro  mercatanzie,  e  pagò  la  compagnia, 
e  andossene  in  Puglia  alla  roba  d*  ogni  nomo,  non 
senza  grande  ramnurichio  contro  alla  corona  degli 
uomini  di  qud  paeae. 

CAPITOLO  LXXVO. 

Come  il  conte  da  Doadola  fu  MConfUlo  e  morto 
dal  capitano   di  Forlì. 

Avendo  fl  legato  rivolto  tutto  ano  intcìndiewto 
di  volere  abbattere  la  tirannia  di  Franceaoo  deisli  Or- 
ddaffi  capitano  di  Forlì,  e  guerreggiando  la  oitli  éL 
Ceaena,  il  conte  Carlo  da  Doadola  con  due  figliaoi 
dd  oontidno  da  Ghiagginolo  de*  Maliteati  m  ndae  in 
preda*  con  oento  cavalieri  e  oon  aaasi  maanndinri,  • 
corsone  insino  presso  alle  mura  di  Ceaena  ;  e  avoa- 
do  raccolta  una  buona  preda  d*  uomini  e  di  beatùiaM, 
si  raccoglievano  per  tornare  al  campo.  Avendo  q«e- 
sto  sentito  madonna  Cia  moglie  del  capitano,  n  cm 
egli  avea  accomandata  la  guardia  di  quella  dM,  non 
come  femmina,  ma  come  virtudioso  cavaliere  naontè 
a  cavallo  coli*  arme  indoaao,  gridando  e  amoToado  i 
cavalieri  soldati  che  v*  erano,  che  la  doveaaoBO  no- 
guire  contro  a*neniid  eh*  erano  di  fuori.  I  cnvitforì 
inaninmti,  vedendo  tanto  ardire  in  una  feaunian,  éi 
preaente  la  aeguitarono  ;  e  abboocatid  co'  nendeì  per 
forza  li  sconfissone,  e  fnwi  ferito  fl  nonio  Carlo 
per  modo  che  poco  appreaao  mori,  e  presi  i 
figliuoli  del  eoatiduo  da  Ghiagginolo,  e  la 


*  aggiunta,  da  arrogere, 

^  a  predarci  a  oonror  predando. 


DI  HATTBO  VnXANL 


183 


r' 


parte  de'  cataUeri  e  aaiai  maanadiari  fàrooo  prigiom  ; 
e  riaooiaa  la  {veda,  oon  grande  OBore  ai  tornarono 
in  Ceaena  del  meae  d^  agoato  predetto. 

CAPITOLO  LXXVin. 


Come  la  gei^e  del  Bkdone  prese  le 
di  Bologna  e  fiirono  eaeciaiL 


Poeo  addietro  d  rioorda,  che  noi  trattammo 
de^  doeaiila  caralieri  e  de'  molti  maanadieri  che  mea- 
aer  Bernabò  a?ea  mandati  aopra  Bologna,  e  le  mate 
che  fatte  areano  di  luogo  in  laogo;  airnltimo,  al- 
rnseita  del  meae  d'agoato  del  detto  anno,  erano  tor- 
nati al  borgo  a  Panicale  fomiti  di  molte  acale,  e  boi- 
doni^  ferrati  da  coxaare  mora  della  città  ;  e  di  qneate 
coae  il  aignore  di  Bologna  non  ai  prenderà  gnardia. 
B  però  una  notte  ordinata  tutta  V  oate,  ae  ne  venne 
alle  mora  di  Bologna  dalla  parte  del  prato,  dov'  era 
più  solitario,  ed  ebbono  poste  le  acale  alle  mura, 
e  di  aobito  n  montarono  snso  più  di  dngento  ca- 
valieri armati,  ch'erano  amontati  de^ cavalli,  e  aaaai 
masnadieri  ;  e  traboccate  le  guardie  che  vi  trovaro- 
no dalle  mura  in  terra,  cominciarono  a  percuotere 
le  mura  co'  boldoni  tanto  che  ^à  V  aveano  forate 
e  aperte  ^  da  piò ,  innansi  che  1  signore  o  i  cit- 
tadini se  n*  awedeaaono  ;  e  alquanti  per  gagliardia 
erano  secai  dentro,  e  entrati  per  la  piccola  rottura  ; 
e  parendo  agli  aaaalitori  avere  la  forse  delle  mura 
e  r  entrata,  awiaando  che  dentro  fosse  dato  loro 
alenno  aiuto  per  lo  loro  trattato,  cominciarono  a 
gridare  ad  alte  voci  :  Kteotto  t  popolani^  e  muoia  il 
signore.  A  queato  remore  il  popolo  ai  cominciò  a 
aentire,  e  ogni  uomo  a  prendere  V  arme,  e  certe 
masnade  di  fanti  a  pie  toacani  con  alquanti  cittadini 
Irassono  in  quella  parte  ov' erano  i  nemici,  e  quanti 
ne  trovarono  a  baaso  entrati  uedaono  ;  e  ingrossan- 
doai  alla  difesa  quelli  della  terra  a  cavallo  e  a  piò, 
con  molti  balestrieri  cacciarono  a  terra  quelli  ch'e- 
rano  montati  au  per  le  mura;  e  avvedendosi  i  capi- 
tani della  gente  di  measer  Bernabò,  che  per  lo  fdlo 
dell'  affrettato  remore  la  città  era  difeaa,  con  vergo- 
gna sonarono  a  ricolta  e  tornarsi  al  borgo  a  Pani- 
cale;  e  indi  cavalcate  le  contrade  d' intomo,  e  fatto 
aaaai  danno  d' araione,  presono  loro  cammino  e  an- 
darono a  Milano;  e  il  aignore  di  Bologna,  vedendo  il 
pericolo  eh'  avea  eorso,  preae  miglior  guardia. 

CAPITOLO  LXXIX. 
NovUà  siale  in  Udine. 

Di  questo  medesimo  mese  d'agosto,  o  che  il 
patriarca  d' Aquilea  facesse  fare  graveue  con  op- 
pressione al  popolo  della  città  d' Udine  a  lui  aog- 
getta  0  che  Ù  vicario  ch'era  teata  lucoheae,  chia- 
mato meaaer  Iacopo  Morvello,  per  aoperchia  bal- 
dania,  chò  avea  per  moglie  la  figliuola  del  patriarca, 

'  bolionii  grossa  freccio  con  capocchia  in  cambio  di 
pnnU,  le  qaali  li  tiravano  con  balestra  grossa  chiamata 
haUiira  a  hoUom, 

*  Qui  il  T.  ^ooi  frammette  senta  bisogno  U  mura. 


faceaae  da  aò  ooae  aeonce,  a  furore  di  popolo,  con 
r  ainto  d'  alquanti  terrieri  del  paeae ,  fu  preao  nel 
palano  del  comune;  e  tratto  di  là,  fu  racchiuso  in 
prigione,  e  poco  appreaao  aenia  prooeaao  dicoUato, 
in  grande  vituperio  e  vergogna  del  patriarca,  eh'  era 
fratello  dell' imperadore. 

CAPITOLO  LXXX. 
Come  (Mondarono  grUU  in  Cipri  e  in  Barberia» 

In  qneato  tempo  abbondarono  nell'  isola  di  Ci- 
pri tanti  grilli,  che  riempirono  tutti  i  campi  alti  da 
terra  nn  quarto  di  braccio,  e  conaumarono  ciò  che 
verde  trovarono  aopra  la  terra,  e  guaatarono  i  la- 
vori per  modo,  che  fratto  non  ae  ne  potò  avere  in 
queat'  anno.  E  '1  aimigliante  avvenne  queato  medeai- 
mo  anno  1355  in  molte  parti  della  Barbarie,  e 
massimamente  nel  reame  di  Tuniai  ;  ed  essendo  man- 
cato il  pane  al  minuto  popolo  di  Barberia,  metteano 
i  grilli  ne'  forni,  e  cotti  alquanto  incrosticati  li  man- 
giavano i  Saracini,  e  con  qneata  brutta  viyanda  man- 
tennero la  misera  vita,  ma  grande  mortalità  segui-* 
tò  di  quel  popolo. 

CAPITOLO  LXXXL 

Come  messer  Maffiolo  Visconti  fa  morto  da'  fratelli, 

Messer  Maffiolo  de'  Visconti  di  Milano,  eaaen- 
do  il  maggiore  de'  tre  fratelli  signori  di  Milano, 
perchò  era  dissoluto  nella  aua  vita  e  aenza  alcuna 
^rtù  era  riputato  il  minore  nel  reggimento  della 
signoria  :  tuttavia  meaaer  Bernabò  e  messer  Galeaz- 
zo gli  rendeano  assai  onore.  Avvenne  che  per  acel- 
lerato  stemperamento  ^  della  aua  lussuria  accolae  nel- 
la camera  sua  venti  tra  donne  maritate  e  fanciulle 
e  altre  femmine,  colle  quali,  avendole  fatte  apoglia- 
re  ignudo,  ai  aollaatava  a  auo  diletto  oon  loro  be- 
stialmente ;  e  ricordandoai  in  quello  aformato  e  afre- 
nato ardore  di  libidine,  d'una  bella  giovane  moglie 
d' un  buon  cittadino  di  Milano,  mandò  per  lei,  e  mi- 
nacciandolo di  farlo  moriro  ae  inmiantinente  non 
gliela  menaase,  o  mandaaae.  Vedendoai  queato  buo- 
no nomo  a  coal  villano  partito,  come  diaperato  pian- 
gendo ae  n'  andò  a  meaaer  Bernabò,  e  contógli  il 
grave  partito  a  che  meaaer  Maffiolo  1'  avea  measo, 
dicendo,  che  innanzi  volea  morire  ch'aaaentire  a 
cotanta  aua  vergogna,  pregandolo  che  '1  volesse' 
stare.  Meaaer  Bernabò  diaae:  Io  non  ho  a  gasti-- 
gare  il  mio  maggiore  fratello^  per  non  mostrare  a 
colui  la  aua  intenzione  ;  e  di  preaente  cavalcò  al- 
l' oatiera  di  messer  Maffiolo ,  e  trovò  la  scellerata 
danza  del  auo  fratello  ;  e  aenza  dire  alcuna  cosa  die- 
de la  volta,  e  accozzoaai  con  measer  Galeazzo,  e 
disse:  Noi  corriamo  gran  pericolo  di  noatro  stato, 
e  le  aeonce  e  dissolute  cose  di  messer  Maffiolo  d 
faranno  cacciare  della  signorìa,  ae  per  noi  non  si  ri- 
para a  cotanto  pericolo  a  che  ci  conduce.  E  mani- 
featatoli  ciò  che  facea  delle  donne  de'  buoni  uomini 


*  eccesso,  eccessiva  commossione,  stemperanza. 

'  La  citata:  cAs't  dovette.  Noi  andiam  col  T.  Biooi. 


164 


catoncA 


> 


di  Kilaiio,  e  il  rìoàiamo  cIm  b*  area  atilo,  di  pM» 
•ente  •'  aeeordaroBO  alla  Botte  tw,  eM  altro  ga- 
stìgameBlo  bob  a?ea  luogo  ^  B  peròeiieBéo  Badalo 
measer  MalSoìo  a  MoBcn  a  fare  bbb  eaecìa,  k  ae- 
ra di  Saat'  AgBofto  di  aeUeaibre  li  fedoBO  dare 
con  qof  glie  veleno  ;  e  la  mattÌBa  tegBeale  eaaeBdo 
nella  caccia  si  cominciò  a  sentir  male  nel  ventre,  e 
di  presente  se  ne  tornò  a  Milano  ;  e  visitato  la  se- 
ra da^  fratelli,  la  mattina  si  trovò  morto  in  sa  *1  let- 
to. Alconi  dissono,  che  in  qoella  viaitasiOBO  e'  fti 
soffocato  da  loro,  e  altri  teanono  che  morisse  delle 
qaaglie  :  e  T  ana  oagioae  e  V  altra  potè  eaaere,  per 
BOB  farlo  storiare^.  Il  vero  fti,  che  mori  come  an 
cane,  sema  cosfessioBe,  di  vioteata  aiorte,  e  forse 
degnamente  per  la  soa  dissolata  vita^ 

• 

CAPITOLO  LXXXIL 
Com0  me$$er  Bernabò  Me  la  Mòrtmdola. 

Dappoiché  la  bastita  da  ModoBa  per  V  arsio- 
BO  fa  ripresa  da'  Modenesi,  messer  Bernabò  Iob- 
Bo  Belle  outella  eh*  avea  acquistate  ael  Modeaese 
gente  d*  arme  per  scorrere  il  paese,  e  faro  coati- 
Bova  gnerra  a  Modena  :  e  oltre  a  dò  mise  a  oampo 
tra  Reggio  e  Modeaa  milledBqneceBto  cavalieri  e  as- 
sai masnadieri,  i  qnali  assediavano  il  castello  della 
Mirandola,  fl  quale  era  di  certi  gentili  nomiai  loro 
patrimoBio  :  e  bob  eaaeado  potoBti  a  poterlo  leaga- 
moBte  difendere  da^  aignorì  di  Milano,  a*  aecorda- 
roBO  eoa  loro,  e  diedooo  la  guardia  del  eaateUo  a 
measer  Bernabò,  ed  egli  li  rieevette  ìb  aaùstà,  e  eoB 
prowisioBo  li  BBLiae  Belle  sue  guerre.  B  ìb  questi  di 
vedeadosi  sMsser  Gìovsbbì  da  Oleggio  ia  pericolo 
della  guardia  di  Bologaa,  cercò  accordo  eoa  meaaer 
Beraabò  \  e  measer  Beniabò  per  potorio  riaieltere 
ìb  coafideaia,  per  BMglio  potere  veaire  atta  saa  ìb- 
toBBioBo,  8* accordò  eoa  lui;  e  messer  Gìovubbì  gli 
proBiise  di  guardare  Bologna  per  lui,  e  dopo  la 
sua  morie  gliela  lascerebbe,  e  riceverebbe  Bella  città 
continuamente  un  suo  potestà.  B  foco  questo  mes- 
ser GiovsBBÌ  da  Oleggio  seaxa  voloatà  o  eoasiglio 
de*  cittadiai  di  Bologna,  apersBdo  n'oMBore  ìb  pace 
Bella  sigBorìa,  aella  quale  rianse  ìb  cobIìbovì  aguati, 
come  leggeudo  per  ÌBBaaii  sì  potrà  trovare  :  e  ri- 
cevette ÌB  prima  per  potestà  di  Bologna  il  signore 
della  MiraBdola  sopraddetto. 


CAPITOLO  LXXXm. 

Come  i  Perugini  pre9ono  a  difendere 


I  Ssaed  vedeadosi  avere  perduta  iu  tutto  la  si- 
gnoria che  avere  seleaao  ìb  MoatepalciaBO,  trattavaao 
della  guerra  ;  ed  esseudo  cercato  se  oo*  Saaesi  si 


■  n  SiBmondi  e!  descrìTe  M&fflolo,  per  infami  dissola- 
tene  e  crapule  snervato,  e  ridotto  a  tale,  che  per  rìsn- 
scitare  ndle  vene  il  vital  ftioco,  spentovi  dal  vialo,  do- 
vea  spesso  ricorrere  a  droghe  ed  a  liquori. 

'  per  non  farlo  patire  con  ona  mcnrte  Indugiata  e  lenta. 

•  U  Slsmondi  ed  altri  storici  I^ano  la  dubbio  la  ca- 
gione della  sua  morte. 


potoa  trovare  BMdo  d'  accordo  aoBia  fargUoio  ai- 
gBorìS  BOB  trovandosi,  ì  aìgwrì  che  dealro  v'erano 
ritoraati,  rìcordaBdoai  che  H  cobmibo  di  Siena  bob 
avea  atteauti  ì  patti  promessi  loro  altra  volta  sotto 
la  sicurtà  e  fede  del  comuae  di  Fìrenae  e  di  Peru- 
gie, a  cui  ì  Senesi  T  aveano  rotta  con  inganno  as- 
sai seoseio  e  maaìffeslo,  al-  quale  ì  delti  eonunri  bob- 
la  r  arme  bob  aveaao  potalo  BMNere  rimedio^  e 
r  arme  bob  aveano  voluto  pigliare,  per  questa  ca- 
giono BOB  ai  voHoBO  pìh  Mare  atte  correità  fede 
do*  SaBoai  ;  e  vedeBdod  impotenti  éà  dìfeBdetai  da' 
SaBOsi,  8*  aeeordatOBO,  e  adeoBO  di  voloBlà  del  po- 
polo la  guardia  dì  MontepolciaBO  eoo  eeili  paltf  Bel- 
le BMBÌ  de^  Perugìai  ;  e  i  Perugìui  vaghi  À  creaoe- 
re  aigaoria,  e  rieordaBdod  dei*  iagiuria  ricevuta  ìb 
SÌOBU  per  questi  fatti  di  Monlepulciano,  acoeltaroBO 
la  guardia,  e  ìneoBlaBeBle  la  forairoBO  di  loro  aol- 
dali  a  eavallo  e  a  piò  per  diféaderla  da*  SaneaL 
Questa  cosa  oonlurbò  molto  il  comuno  di  Sieaa  ;  e 
perciò  feeoadoai  la  lega  che  aeguitò  appresso  de*  To- 
seaai,  i  SaBosi  bob  vi  voUoao  eaaere;  e  altro  gravi 
cose  BO  seguiroBO,  come  ìbbobbì  si  potrà  trovare  al 
delnlo  leaipo. 

CAPITOLO  LXXXIV. 
Carne  il  re  d"  Inghilterra  temo  tu  Fronda. 

OneUo  che  segoìta  è  cosa  beae  straaa,  essoB- 
do  il  re  d*  laghiltetra,  come  poco  ÌBBaad  aveaso 
coBlato,  ritoraato  di  stata  aeU'  isola  d^  iBghMtafra 
ooB  tatto  suo  osta  e  col  aavìKo,  o  doveadod  secoB- 
do  Bsaaia  ddla  guerra,  il  aavilio  e  hi  geata  d*ar- 
Bie  riposare  per  la  grasia  del  verao,  il  detto  re  di 
BMggioro  admo  e  ardire  che  altro  dgaore  al  suo 
tampo,  del  BMae  d*  ottobre  del  detto  bbbo,  co*  I- 
glìoolì  e  cotta  moglie  e  co*  baroal,  e  eoa  graode 
moltita&e  di  suoi  cavaUerì  e  areieri,  di  subito  e 
improvviso  a*  FraBceaehi  vaUcò  a  Caleae  :  e  di  pro- 
seato  fece  Ire  osti,  1'  una  aeoomandò  al  conta  Lan- 
caslro  suo  eugiao,  e  queeta  maadò  ìb  BreltagBa) 
la  seeoada  acoomaBdò  al  suo  maggioro  igliuolo  du- 
ca di  Guales,  e  queeta  maadò  ia  Cruaseogaa  ;  Y  al- 
tra ritaaae  a  sé,  per  vedrò  verso  Parigi  :  e  a  eatuau 
eomaadò  che  dimostrasse  sua  virtù,  metteadosi  ìb- 
aaad  lira  le  tarre  del  re  di  Fraada,  ardeado  o  prò- 
daado,  e  faceado  dimostraaia  <fi  valoron  b«roBÌ 
coBtro  a*  loro  aemicL 

CAPITOLO  LXXXV. 

Come  il  re  d*  inghilierra  cavalcò  il  reame  fino 

ad  Amiem. 

Mandato  ch'ebbe  Uro  d*Inghiltarra  i  detti  bu^ 
roBJ,  eetuBO  eoa  graado  oompagda  di  cavalieri  o 
d*srderi,  ael  rfame  di  Fraacia,  egli  ia  peraoBa  d  bkm^ 
so  da  Calese  cotta  saa  oste,  e  awiossi  verso  Parigi, 
dov*  era  il  re  di  Fraada  ;  e  gaastaado  le  vitto  ad  pae- 
se con  fuoooj  facendo  grandi  prede,  se  ne  venne  ad 


Mi  signori  di  MentepdolanQ, 


DI  MATTEO  VILLANI. 


185. 


Amieof,  e  ìyì  §*  arrestò  alquanti  dì.  Ma  Todendo  ohe'l 
aopraatare  gli  era  pericoloso  per  la  gran  oavalle- 
rìa  che  '1  re  di  Francia  apparecchiava  contro  a  lui, 
e  perchò  i  passi  del  suo  ritorno  erano  da  potere 
essere  occupati,  sopravTenendo  la  gente  del  re  di 
Francia,  a  grave  suo  pericolo,  come  savio  guerriere 
raccolse  tutta  la  sua  gente  e  tutta  la  preda  eh'  avea 
fatta,  e  sensa  contrasto  sano  «  salvo  colla  sua  oste 
si  tornò  a  Calese  in  dieci  dì  dalla  sua  mossa.  Il 
conte  di  Lancastro  entrò  colla  sua  oste  io  Bretta- 
gna e  cavalcò  il  paese,  facendo  danno  assai  e  gran- 
di prede,  e  stettevi  pib  tempo  ;  poi  si  raccolse  colla 
sua  oste,  e  con  gran  preda  tornossi  a  salvamento. 

CAPITOLO  LXXXVI. 
Della  materia  degP  Inghilesi  medesima. 

Il  valente  prenxe  di  Guales  colla  sua  compa- 
gnia di  tremila  cavalieri  e  quattromila  arcieii  mosso 
da  Calese,  a  gran  giornate  si  mbe  in  Tolosana  ;  e 
trovando  i  paesi  sprovveduti  del  suo  subito  avveni- 
mento, fece  in  Tolosana  molte  grandi  prede,  e  con 
fuoco  guastò  molto  paese  ;  e  senxa  arrestarsi  in  To- 
losana cavalcò  a  Carcascions ,  e  vinse  e  prese  Tan- 
tica  città  di  Carcasciona,  fuori  ohe  la  rócca  della 
villa,  eh*  era  un  forte  cutello  ;  e  recato  in  preda 
ciò  che  potò  fare  portare,  arse  la  maggior  parte  del- 
la villa,  e  cavalcò  più  innanai  in  Bideurese,  e  arse 
e  fece  preda  grande  sensa  contrasto,  e  della  sua  gen- 
te corso  insino  presso  a  Mompellieri  a  poche  leghe, 
0  dimostrava  di  voler  venire  insino  a  Sant'  Andrea 
dirimpetto  a  Avignone,  il  Rodano  in  messo,  e  for- 
te se  ne  temette  nella  corte  di  Roma  :  ma  il  papa 
gli  mandò  a  dire  che  non  venisse  piii  innanzi;  e 
incontanente  per  ubbidire  al  Santo  Padre  si  tornò 
addietro,  essendo  stato  nuovo  flagello  di  quel  pae- 
se, chò  memoria  non  v^  avea  per  i  viventi  a  quel 
tempo,  eh'  altra  guerra  gli  avesse  molestati.  Il  coae- 
stabile  di  Francia,  eh'  era  allora  messe?  Giacche  fi- 
gliuolo del  duca  di  Borbone,  giovane  cavaliere  e  di 
gran  cuore,  avendo  accolta  assai  gente  d'  arme,  in 
compagnia  del  conte  d*Armjgnacca  e  del  conte  di 
Foci  e  di  più  altri  baroni  del  paese,  sentendo  tor- 
nare per  quel  paese  il  duca  di  Guales  con  tutta  la 
preda,  eh'  era  più  di  mille  carrette  cariche  dell*  a- 
vere  de'  paesani,  e  più  di  cinquemila  prigioni,  si 
volle  abboccare  con  gì*  Inghilesi  per  combattere  con 
loro  per  riscuotere  la  preda.  Il  conte  d*  Armignacca 
e  gli  altri  baroni  non  voUono  e  non  acconsentirono 
al  conestabile,  parendo  loro  avere  disavvantaggio 
per  la  bnona  compagnia  de'  franchi  guerrìerì  ch'e- 
rano con  il  duca  di  Guales*  U  giovane  e  franco  ba- 
rone ne  preso  sdegno,  e  cavalcò  a  Parigi  e  rifiutò 
r  nficio;  e  allora  fu  fatto  conestabile  il  duca  d' Atene, 
coite  di  Brenna.  11  valente  doca  di  Guales  intese 
a  conducere  la  sua  preda ,  eh'  era  oltre  a  modo 


grande  ;  e  sentendo  i  nemici  appresso,  come  fu  alla 
selva  di  Cngnì  per  maestrìa  di  guerra  vi  nascose  una 
parte  di  sua  gente  in  aguato  ;  e  i  Franceschi  vi  man- 
darono ad  imboscare,  non  sapendo  degl'  Inghilesi 
che  v'  erano,  messer  Astorgio  di  Duraforte  con  mil- 
le cavalieri;  i  quali  entrando  nella  selva  furono  di 
subito  assaliti  dagl'  Inghilesi  che  prima  v'  erano  ri- 
posti, che  poco  sosteonono,  che  furono  sconfitti  e 
sbarattati  con  loro  danno  ;  e  d' allora  innanzi  non 
trovarono  gì' Inghilesi  contrasto,  e  ricchi  di  preda, 
sani  e  salvi  si  tornarono  a  Bordello  in  Guascogna, 
del  mese  di  novembre  del  detto  anno. 

CAPITOLO  LXXXVIL 

Come  morì  il  re  Lodovico  di  Cicilia^  e  P  isola 
rimase  in  male  sialo. 

Di  questo  mese  di  novembre,  anno  detto,  Lo- 
dovico di  Cicilia,  primogenito  di  don  Pietro,  si  mo- 
ri molto  giovane  ;  e  poco  appresso  di  lui  si  mori  il 
seguente  suo  fratello,  d«  tto  duca  Giovanni,  e  de*  tre 
fanciulli  rimase  Federigo  il  minore,  il  quale  la  setta 
de'  Catalaoi  recarono  appo  loro,  per  potere  sotto  il 
titolo  d'avere  a  governare  il  giovane,  a  cui  s'  ap- 
partenea  il  regno,  aggiognersi  maggiore  forza.  Ma 
per  questo  1'  altra  setta  dogi'  Italiani  si  feciono  più 
strani  contro  al  duca  Federigo,  e  diventarono  più  a- 
nimosi  contro  alla  setta  de'  CatalanL  E  per  la  detta 
maledizione  di  divisione  e  tempesta  tanto  intestina 
battaglia  era  noli'  isola,  che  gli  abitanti  di  catuna 
terra  erano  in  fatica  d'  avere  del  pane  per  vivere  e 
consnmavansi  d'  inopia  e  di  carestia;  e  di  questo 
seguitò  poi  grande  novità  neh'  isola,  come  al  suo 
tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXXXVIIL 
Come  in  Napoli  fu  romore, 

A'  Napoletani  parendo  essere  gravati  de'  da- 
nari pagati  per  la  compagnia  e  d'alcune  altre  gravezze, 
del  mese  dì  novembre  del  detto  anno,  per  mostrare 
la  potenza  e  la  franchigia  di  quella  città,  tutti  di 
concordia  presono  l*  arme,  e  feciono  armare  tutti  i 
foreatieri  mercatanti  e  artefici  eh*  erano  nella  città, 
e  levarono  il  remore,  gridando  :  Viva  la  reina^  e 
muoia  il  suo  consiglio,  E  di  questo  tumulto  seguitò 
solamente,  che  la  misura  del  sale  fu  alcuna  cosa  '  con- 
sentita loro  migliore  mercato'  :  convenevole  prezzo 
di  cotanto  movimento,  non  volendosi  francare  del- 
l' antica  consuetudine  della  loro  natura,  che  come 
sono  pieni  di  furore  per  ambizioso  vento,  così  po- 
co mantengono  l' ira,  che  li  riduce  a  pace. 


'  alquanto,  di  alcuna  cosa. 

'  a  miglior  mercatOi  a  più  basso  prtixo. 


186 


CR(HaCA 


LIBRO  SESTO 


CAPITOLO  L 

Prologo, 

Perocché  *1  sesto  libro  del  oostro  trsttato  nuo- 
va 0  non  pensala  materia  di  ^erra  nel  sao  prin- 
cipio con  solito  di  gran  cose  in  breve  tempo  ci 
apparecchia,  ci  fe  pensare  come  e  quanto  lo  stato 
della  tirannesca  signorìa  ò  pieno  d*  agnati  e  di  ca- 
lamitosa vita.  Le  loro  scellerate  operasioni  sempre 
combattono  e  spesso  abbattono  le  virtù  de*  buoni  ;  i 
loro  diletti  sono  dissimiglianti  a*  buoni  costumi  ; 
per  loro  s^  abbattono  le  ricchezze  de*  sudditi  ;  ni- 
micano gli  uomini  che  crescono  nella  loro  giurisdi- 
zione in  magnanimità  e  in  senno  ;  assottigliano  con 
incarichi  la  sustanza  de*  popoli  ;  la  loro  sfrenatn  li- 
bidine non  prende  s»ziamento  dal  fatto»  ma  quanto 
il  piacere  della  vista  richiede,  tanto  in  fatto  a'  sud- 
diti contro  air  onesto  debito  conviene  sostenere  e 
patire.  Ma  perocché  in  queste  e  molte  altre  maligne 
operazioni  le  violenti  tirannie  si  manifestano,  non 
richieggiono  da  noi  nuovo  raccontamento.  Ma  tra- 
endone una  parte  assai  strana  nell*  apparenza  e  as- 
sai dimestica  nel  fatto,  qual  é  più  maravigliosa  vi- 
sta, guardando  nella  tirannesca  gloria,  a  vedere  an- 
tichi e  nobili  principi  naturali  ubbidienti  ai  tiranne- 
schi servigi,  e  uomini  d*  alti  lignaggi  e  d*  antica 
nobiltà  usare  le  mense*  di  coloro,  e  prendere  le  lo- 
ro provvisioni  ?  Ma  se  guardare  vogliamo  V  uscimen- 
to  delle  cose,  quella  gloria  spesso  si  converte  in 
calamitosa  miseria.  Chi  la  può  disegnare  maggiore? 
che  i  tiranni  medesimi  non  sanno  né  possono  in 
alcuno  riposare  la  loro  fede,  ed  eglino  al  continovo 
aspettano  il  cadimento  del  tiranno,  e  lievemente  si 
dispongono  e  accordano  alla  loro  distruzione,  non 
ostante  le  sopraddette  cose.  E  questo  non  si  trova 
avvenire  nelle  reali  e  naturali  signorie,  peroech*  e* 
loro  fatti  ne'  sudditi  e  nelle  loro  virtù  e  cose  son 
contrarie  a*  tiranni.  Dunque  come  le  tirannie  si  cri- 
ano',  com*  eHe  esaltando  ai  fortificano  e  crescono, 
così  in  esse  si  nutrica  e  nasconde  la  materia  della 
loro  confusione  e  mina.  Certo  intra  I*  altre  questa  é 
grandissima  miseria  de*  tiranni  ;  e  perocché  al  pre- 
sente d  occorre  alcuna  cosa  di  ciò  manifestare  in 
fatto  non  di  lieve  morimento,  come  seguirà  appresso 
nostro  volume,  basti  narrando  qoella  avere  fatto  cw- 
ta  prova  al  nostro  proponimento. 

CAPITOLO  II 

Come  nacque  briga  da^  Visconti  e  que*  di  Pavia 

e  di  Monferrato, 

Certa  cosa  é,  che  il  marchese  di  Monferrato  per 
vicinanza  e  per  larghe  provvisioni  de*  tiranni  di 
Milano,  e  i  signori  da  Beccheria  di  Pavia,  parenti 


'  partecipare,  sedere  alle  mense  eoo.|  frequentare  le  mense. 
'  si  creano,  si  costitnisoono. 


stretti  e  dimestichi  della  loro  menaa,  per  IngU  Ims* 
pi  uniti  colla  oasa  de*Visoonli  signori  di  Mtteo,  e 
nelle  loro  guerre  stati  i  principali  niitatori,  e  ia  que- 
sto tempo  valicando  Cario  d*  Osterie  re  de'  RoaMai 
in  Lombardia,  come  già  è  detto,  il  Bareke06  bob 
ostante  ohe  fosse  soggetto  all'imperio,  vene  a  Ifi^ 
lano  per  dare  aiuto  e  favore  a'  signori  con  seioomto 
cavalieri  di  buona  gente  d' arme,  e  quo*  da  Beeckerin 
anche  vi  BMudarono  loro  sfono.  Avvenne  che  i»  A 
essendo  il  marchese  in  Piacenia  in  compagnia  dì 
messer  MafRolo  Visconti,  eh*  allora  vivea,  «■  suo 
scudiere  andò  in  cncina  al  cuoco  di  messer  Mafllo- 
lo  per  un  tagliere  di  vivanda  :  il  cuoco  viUannmeBte 
gliel  contradioea;  lo  scudiere  sdegnoso  diede  min 
gotata  al  cuoco,  e  portonne  la  vivanda  ;  il  oaoco  di 
presente  se  n'andò  a  dolere  a  messer  Mattolo  avo 
signore.  Il  tiranno  mosso  a  fàrore  non  considerò  eoe 
onore,  né  quello  di  tant'aomo  qoant^era  il  marcete,  e 
senza  dirli  alcuna  cosa,  avendolo  in  sua  compagna, 
fece  prendere  lo  scudiere,  e  in  queir  istante  tagliarli 
la  mano  ;  della  qual  cosa  il  marchese  fu  osolto  turba- 
to, ma  ritenne  con  virtù  nel  petto  il  grave  adeguo. 
Questo  li  rinnovò  nella  mente  certo  oltraggio  che  la 
famiglia  di  messer  Galeazzo  Visconti  per  maggio- 
ranza avea  fatto  alla  sua  gente  che  vicinavatto  eoa 
sue  terre  ;  la  quale  cosa  con  senno  avea  Irapaaaala 
insino  allora.  E  ancora  di  nuovo  sentiva,  come  al 
continovo  per  uuovi  dispetti  la  gente  di  messer  Cb- 
leazzo  oltraggiava  i  detti  sudditi  che  vicinavano  con 
loro,  e  il  aignore  il  sentiva,  e  vedea  Tonore  che  1 
marchese  Iacea  alla  loro  signoria,  e  per  artogaate 
maggioranza  mostrava  d*  esseme  contento  :  oade 
turbato  il  marchese,  cambiò  Tanimo,  ed  essendo  eon 
quelli  da  Beccheria  una  cosa,  s*  intesone  insienie  ;  ed 
essendo  1*  imperatore  futuro  a  Mantova,  ancora  eoa 
lui  s*  intesone  in  segreto.  E  trattando  T  impera- 
dore  co*  signori  di  Milano  di  volere  prmidwe  b 
corona  a  Monda,  sentirono  i  Visconti,  che  se  non 
s*  accordavaao  con  lui,  che^  quelli  da  BeodMria  e- 
rano  acconci  di  riceverlo  in  Pavia;  onde  i  aìgaori 
concepettono  contro  a  loro^  :  per  la  qual  cena  po- 
terono comprendere,  che  partito  1*  imperadore,  a 
loro  converrebbe  mutare  stato.  E  tornando  T  impe- 
radore coronato  da  Monda  in  Milano,  i  signori  fe- 
done molti  cavalieri  ;  e  in  questo  atante  il  marche- 
se cavalcò  subito  a  Pavia,  e  menò  seco  due  di 
quelli  da  Beccheria  e  feceli  fare  cavali wi  aU'iaapeta- 
dore;  e  questo  accrebbe  1*  izza  e  la  malavoglia  a^  li- 
ranni.  Poi  partito  1*  impMiidore,  il  marchese  se  alan- 
do via,  e  quelli  da  Beccheria  rimasene  ia  gran  sos- 
petto de*  signori  di  Milano,  e  stavanne  in  più 
dia,  che  non  solcano.  E  dalle  sopraddette  cene 
tarono  le  ribellioni  e  le  nuove  guerre  che  appresoo 


*  Questo  che  parve  a  talani  editori  inperflao  e  ri  dia- 
der  sopra  di  penna. 

'  indegnarono  contro  loro;  concepettono  odDo  tee. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


187 


•egoirono  a*  fignori  di  Milano,  come  aaguondo  nostro 
tratUto  per  li  tempi  raooonteremo. 

CAPITOLO  in. 

Come  si  rubellarono  terre  di  Piemonte, 

Il  marchese  di  Monferrato  avendo  ordinato  co^ 
aignori  di  Pavia  che  ai  fortiflcaaaoao  di  gente  e  di 
bnona  guardia,  aceiocchò  i  tiranni  vicini  non  li  pò- 
leaaono  improvviso  sorprendere,  tornato  nelle  sae 
terre,  procacciò  aiuto  di  gente  d'arme  da  certi  baroni 
tedeschi  di  sua  amistà,  e  con  suoi  trattati  (chò  era 
molto  amato  da  quelli  del  Piemonte  e  dalla  sua  gen- 
te) trovandosi  forte  di  cavalieri  e  favoreggiato  dal- 
l' imperadore,  del  mese  di  dicembre,  gli  anni  di 
Cristo  1355,  fece  rubellare  nel  Piemonte  amesser 
Galeazzo  de'  Visconti  di  Milano  Chieri  e  Carasco  ;  e 
poco  appresso,  del  mese  di  gennaio,  fece  rubellare  al 
detto  tiranno  la  ricca  terra  d*  Asti,  e  appresso  Albi, 
Valenza,  e  Tortona,  e  più  altre  terre  del  Piemonte 
e  tutti  i  popoli  di  quelle  d'un  animo,  con  ordine  di 
mantenere  la  difesa,  feciono  loro  capitano  il  detto 
marchese.  Messer  Galeazzo  vi  mandò  incontanente 
molta  gente  d'arme  a  cavallo  e  a  piò,  credendo  ri- 
coverare delle  terre.  Il  marchese  era  provveduto  di 
buona  gente,  e  coli'  aiuto  de'  Piemontesi  si  fece 
loro  incontro  alle  frontiere,  e  in  alcuni  abboccamenti 
fece  vergogna  alla  gente  di  messer  Galeazzo,  e  di- 
feso bene  i  Piemontesi.  Allora  quelli  da  Beccherìa, 
eh'  erano  confederati  nella  amistà  e  compagnia  del 
marchese,  non  si  poterono  più  coprire,  e  però  in  a- 
perto  si  fortificarono  di  gente  e  d' altre  cose,  a- 
spettando  V  impeto  dell'  ira  e  della  forza  de'  tiranni 
contro  a  loro»  non  dimostrando  però  di  volere  es- 
sere i  movitori  della  guerra,  ma  apparecchiati  alla 
difesa.  Lasceremo  alquanto  questa  materia  per  rac- 
contare al  suo  tempo  con  più  chiarezza  le  cose  che 
ne  seguitarono,  e  diremo  degli  altri  fatti  che  prima 
occorrono  alla  nostra  materia. 

CAPITOLO  IV. 
Come  i  Fiorentini  feciono  lega  contro  la  compagnia, 

E'  m'incresce  di  scrivere  quello  ch'ora  seguita, 
perocché  '1  nostro  comune  delle  leghe  e  delle  com- 
pagnie eh'  ha  usato  di  fare  co'  comuni  di  Toscana, 
al  bisogno  sempre  s'  è  trovato  ingannato;  nondi- 
meno il  fatto  narreremo.  Sentendosi  già  per  tutta 
Italia  che  '1  conte  di  Landò  colla  compagnia  eh'  a- 
veva  nel  Regno  era  per  venire  al  primo  tempo  nella 
Marca,  e  valicare  in  Toscana,  i  Fiorentini  volendo 
riparare  eh'  ella  non  facesse  ricomperare  i  comuni 
di  Toicana,  mandarono  a  Perugia  e  a  Pisa  e  a  Sie- 
na, e  all'  altre  minori  comuni  di  Toscana,  richieg- 
geado  i  detti  comuni,  che  per  beneficio  di  tutti  pa- 
rea  loro  di  fare  una  lega  e  una  taglia  di  duemila 
cavalieri  il  meno,  i  quali  fossono  al  tempo  apparec- 
chiati interi  e  cavalcanti  al  servigio  della  detta  le- 
ga contro  alla  compagnia,  o  a  chi  venisse  a  fare 
guerra  sopra  alcuna  città  di  quelle  della  lega.  E  a 
ciò  feciono  muovere  i  detti  comuni  per  loro  am- 
basciadori,  e  durò  il  trattato  lungamente  sturbandolo 


i  Saneai  per  izza  eh*  aveano  presa  co'  Perugini 
per  r  impresa  di  Montepulciano.  In  fine,  essendo  la 
cosa  cominciata  al  principio  di  gennaio,  del  mese 
di  febbraio  del  detto  anno  ebbe  compimento  in  que- 
sto modo  tra'  Fiorentini  e'  Pisani  e' Perugini:  che 
la  lega  dovesse  durare  tre  anni,  e  la  taglia  fosse 
di  milleottocento  cavalieri,  ottocento  de*  Fiorentini, 
cinquecentocinquanta  de'  Pisani,  e  quattrocentocin- 
quanta de'  Perugini  ;  con  patto  eh'  e'  Senesi  vi  po- 
tessono  entrare  colla  loro  parte  della  taglia  de'cava- 
lieri,  e  che  del  mese  di  aprile  fossono  pagati  e  ap- 
parecchiati, e  che  l'uno  comune  dovesse  fare  ras- 
segnare i  cavalieri  dell'  altro.  La  lega  fu  ferma  e 
fatta:  l'efietto  che  ne  seguitò  fa  manifesto  quello 
che  poco  innanzi  n'  avemo  detto. 

CAPITOLO  V. 
Come  gli  Scotti  presono  Vert>ic, 

Essendo  tornato  il  re  d'  Inghilterra  a  Calese 
dalla  cavalcata  eh'  avea  fatta  ad  Amiens,  come  po- 
co innanzi  abbiamo  detto,  i  baroni  di  Scozia  sen- 
tendo il  re  e  i  figliuoli  e'  baroni  e  tutta  la  forza 
del  re  d' Inghilterra  valicati  nel  reame  di  Francia,  e 
cominciatovi  grande  guerra,  non  ostante  che  il  loro 
re  vi  fosse  in  prigione,  prestamente  accolsono  mol- 
ta gente  d' arme  a  cavallo  e  a  piò,  e  improvviso  agli 
Inghilesi  se  ne  vennono  a  Vervic,  grande  e  forte 
terra  degl'  Inghilesi,  situata  agli  stremi  dei  confini 
di  Scozia  :  e  giugnendo  alla  città  sprovveduta,  per 
forza  v'entrarono  dentro  e  presono  la  terra  ;  ma  il 
castello  del  re,  che  v'  era  forte  e  bene  guernito,  non 
poterono  avere  :  ma  com'  ebbono  presa  la  terra,  la 
lasciarono  guarnita  di  loro  gente,  e  per  savia  prov- 
visione con  tutta  loro  oste  si  misono  innanzi,  e  pre- 
sono una  montagna  onde  il  soccorso  degli  Inghi- 
lesi potea  venire  alla  terra,  e  non  d' altra  parte,  e 
ivi  s'  accamparono  per  contradiare  agi'  Inghilesi  il 
passo.  Era  in  que'di  il  conte  di  Lancastro  già  tor- 
nato in  Inghilterra,  il  quale  di  presente  cavalcò  nel 
paese  colla  sua  gente,  ma  non  ebbe  podere  di  le- 
vare gli  Scotti  dal  passo.  D  re  Adoardo  sentendo 
la  novella  degli  Scotti,  incontanente  valicò  nell'iso- 
la con  quella  gente  che  subitamente  potè  muovere, 
e  senza  arresto  se  n'  andò  contro  a'  nemici  che  te- 
neano  il  passo  della  montagna  ;  e  aggiuntosi  il  con- 
te di  Lancastro  colla  sua  gente,  non  ostante  che 
grande  fosse  il  loro  disavvantaggio  ad  avere  a  com- 
battere i  nemici  all'erta,  colla  sua  persona  si  mise 
innanzi,  e  diede  tanto  conforto  a'  suoi,  ricordando 
da  loro  le  vittorie  avute  sopra  gli  Scotti  e  la  loro 
viltà,  che  con  tanto  ardore  d'  animo  e  con  tanto  du- 
ro assalto  d' ogni  parte  li  percossone,  che  per  for- 
za li  ributtarono  della  montagna  ;  e  senza  avere  cuo- 
re di  rifare  testa  ^  alla  terra  ch'aveano  presa,  l'abban- 
donarono in  tanta  fretta,  che  la  preda  eh'  aveano 
accolta  non  ne  portarono,  e  assai  de'  loro  Scotti  vi 
lasciarono  morti  e  presi  per  ricordanza.  E  questo 
fu  del  mese  di  gennaio  del  detto  anno.  Allora  fece 
il  re  racconciare  la  terra,  e  fornire  di  miglior  guardia. 


>  fermarsi  q  raccogliersi  alla  difesa. 


190 


CRONICA 


lana  lel  segno  deQ*  Aquario,  e  alle  cinque  ore  e 
mezBO  fa  tatto  scorato,  e  bene  dello  spazio  d^un^al- 
tra  ora  si  penò  a  liberare.  E  non  sapendo  noi  per 
astrologia  di  sna  inflaenza,  considerammo  gli  ef- 
fetti di  questo  seguente  anno,  e  vedemmo  contino- 
yamente  inino  a  mezzo  aprile  serenissimo  delo,  e 
appresso  continove  acque  oltre  air  usato  modo  il 
rimanente  d'  aprile  e  tutto  il  mese  di  maggio,  e 
appresso  continori  secchi  e  stemperati  caldi  insino 
a  mezzo  ottobre.  E  in  questi  tempi  estivali  e  au- 
tunnali furono  generali  infezioni,  e  in  molte  parti 
malattie  di  febbri  e  altri  stemperamenti'  di  corpi 
umani,  e  singularmente  malattie  di  ventre  e  di  pon- 
di^ con  lungo  duramento.  Ancora  avvenne  in  que- 
strenuo  un  disusato  acddente^  agli  uomini,  e  comin- 
ciossi  in  Calavria  a  Piume  Freddo  e  scorse  fino  a  Gaeta, 
e  chiamavano  questo  accidente  male  arrabbiato.  L^  ef- 
fetto mostrava  mancamento  di  celebro  con  cadimenti 
di  capogirii^  con  diversi  dibattimenti,  e  mordeano  co- 
me cani  e  perooteansi  pericolosamente,  e  assai  se 
ne  morivano;  ma  chi  era  provveduto  e  atoto  gua- 
riva. E  fu  nel  detto  anno  mortolità  di  bestie  do- 
mestiche grande.  E  in  quest^anno  medesimo  furono 
in  Fiandra,  e  in  Francia  e  in  Itolia  molte  grandi  e 
diverse  battoglie  e  noovi  movimenti  di  guerre  e  di 
signorie,  come  leggendo  si  potrà  trovare.  E  nel  detto 
anno  fu  singulare  buona  e  gran  ricolto  di  pane,  e 
più  vino  non  si  sperava,  perchè  un  freddo  d' aprile 
l'uve  già  nate  seccò  e  arse  ;  e  dà  capo  molte  ne 
rinacqoono  e  condussonsi  a  bene:  cosa  assai  strana. 
E  da  mezzo  ottobre  a  caien  di  gennaio  furono  ac- 
que continove  congrari  diluvii,  e  perdessene  il  terzo 
detto  sementa  ;  ma  il  gennaio  vegnente  fu  sì  bel 
tempo,  ohe  la  perduto  semento  si  racquistò.  I  fìrutti 
degli  altri  dimestichi  tutti  si  perderono  in  quest'anno. 
Non  ne  avremmo  stesa  questo  memoria  se  la  scura- 
zione  predetto  non  vi  ci  avesse  indotto. 

CAPITOLO  xra. 

Come  la  gran  compagnia  presono  Venosa. 

La  compagnia  del  conte  di  Landò  eh'  avea  a- 
vuto  to  prima  paga  dal  re  Luigi,  e  dovea  attende- 
re l'altre  paghe  in  Puglia  senza  far  danno  a^ pae- 
sani vernava  di  là,  e  non  facea  guerra  ;  ma  la  fe- 
de, vedendosi  il  destro,  non  seppe  per  promessa  o 
saramento  eh*  avessono  fatto  osservare  :  e  però  en- 
trarono in  Rapolla,  e  presa  la  terra  e  spogliarono 
d' ogni  sustonza  e  consumarono  colle  persone  e  co' 
cavalli  dò  che  da  vivere  vi  trovarono  ;  e  appresso, 
del  mese  di  febbraio  predetto,  per  aguato  di  furto 
presono  la  dttà  di  Venosa,  e  fedonne  il  simiglian- 
te.  E  questa  è  la  fede  delle  compagnie,  che  ogni 
cosa  fanno  lecito  alla  corrotto  volontà  della  preda, 
e  però  ò  folle  chi  alle  loro  promissioni  si  fida. 


'  corrasioni,  alteramenti. 

'  dissenterìa,  ohiamAto  a  quel  modo  volgarmente  per 
qnel  grave  peso,  ohe  talvolta  essa  fa  sentire  all'infermo 
neir  estremità  dell*  intestino  retto. 

'  apoplessia.  *  capogiri. 


CAPITOLO  XIV. 

Come  il  legato  bandi  la  croce  comiro  al  captiamo 

di  Forlì. 

In  questo  tempo  del  verno,  messer  Gillo  car- 
dinale di  Spagna,  legato  di  Santo  Chiesa,   avesdo 
prosperamente  racquistato  a  Santo  Chiesa  il  patri- 
monio, la  Marca  d^  Ancona,  e  **!  ducato  di  Spoleto, 
e  la  maggior  parte  della  Romagna,  restovagli  ■  rac- 
quistore  Forlì  e  Faenza,  e  le  terre  ricine  e  de**  loro 
distretti,  le  quali  teneano  occupate  per  loro  tìnuiue 
Francesco  degli  Ordilaffi  capitano  di  Forlì,  e  messer 
Giovanni  di  messer  Ricdardo  Manfredi  ;  e  non  tro- 
vando il  detto  legato  concordia  con  loro,  ordinò  con- 
tro a'  detti  suo  processo,  e  seguttollo  fino  alla  sen- 
tenza perocchò  tornare  non  vollono  air  ubbidienza. 
E  pubblicato  per  Itolia  la  loro  dannazione,  e  Cattili 
scomunicare,  avendo  dal  papa  lettere  d*  indol^ensa 
eon  piena  remissione  de*  peccati  e  della  pena  a  ohi 
fosse  contrito  e  confesso,  fece  bandire  to  croce  con- 
tro Francesco  Ordilaffi  tiranno  di  Forlì,  e  di   For- 
limpopoli  e  di  Cesena,  e  contro  a  Giovanni  e  Ri- 
nieri  de'  Manfredi  tiranni  di  Faenza,  condannati  per 
eretichi  e  ribelli  di  Santo  Chiesa,  potendo  il  cava- 
liere e  il  pedone  partecipare  in  due  anni  il  servigio 
d' un  anno  in  arme  contro  a  loro.  Ordinati  foroao 
i  predicatori  e'  collettori  delle  prorinde  e  delle  città, 
e  incontonente  1*  avarìzia  de^cherid  cominciò  a  fare 
r  aficio  suo,  e  allargarono  colla  predicazione  V  in- 
dulgenza oltre  alla  commissione  del  papa,  e  coaain- 
darono  a  non  rifiatore  danaio  da  ogni  maniera  di 
gente,  compensando  i  peccati  e  i  voti  d*  ogni  ra- 
gione con  danari  assai  o  pochi  come  gli  poteano 
attrarre  ;  e  per  non  mancare  alla  loro  avarizia,  som- 
mo vea  no  nelle  dttà  e  ne'  castelli  e  nelle  ville  ogni 
femminella,  ogni  povero  che  non  avea  danari,  a  da- 
re panni  lini   e  toni,  e  masserizie,  grani  e  biada  ; 
ninna  cosa  rifiutovano,  ingannando  la  gente  con  al- 
largare colle  parole  quello  che  non  portova  la  loro 
commissione  :  e  così  davano  la  croce,  e  spogliava- 
no le  rille  e  le  castolla  più  che  non  poteano  hn 
le  dttà;  ma  nelle  città  le  donne  e  le  femmine  va- 
licavano tutto  l'  altra  gente,  e  per  questo  maniera 
davano  la  croce  :  e  'l  termine  delto  guerra  cooùn- 
clava  in  oalen  di  maggio  gli  anni  1356.  Delta  dttà 
di  Firenze  e  del  contodo  un  frate  de'  Romitoni,  ve- 
scovo di  Nami,  trasse  grandissimo  tesoro,  del  quale 
non  potendo  il  cardinale  avere  diritto  conto  ',  tango 
tompo  tenne  in  prigione  il  detto  vescovo  in  un  suo 
castello  nella  Marca,  guardato  alle  spese  del  detto 
vescovo. 


'  del  quale  tesoro  non  essendo  resa  al  cardinale  buona 
ragione  :  del  qual  tesoro  non  essendosi  il  frate  gìastìfieate 
ecc.  Della  frase  aver  buon  conto  o  diritto  comto  da  oIcmro 
può  farsi  una  giunta  al  Vocabolario. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


191 


CAPITOLO  XV. 

Come  il  conte  Paffeita  fu  da'  Pisani  messo 

in  prigione. 

Egli  è  atsai  utile  co9a  agli  aomioi  considera- 
re contro  alla  malizia  e  alla  aaperbia  de'  grandi 
cittadini,  quando  possono  far  male  e  abbattere  gli 
altri,  eh'  e'  medesimi  sono  sottoposti  a  quella  me- 
desima calamità  e  fortuna;  ma  provarlo  per  esperien- 
za gli  ne  fa  più  certi,  e  a  quelli  che  hanno  a  venire 
ne  rimane  migliore  esempio.  Detto  abbiamo  come  la 
malizia  di  messer  Paffetta  conte  di  Montescndaio,  cit- 
tadino di  Pisa,  colla  perversa  operazione  fece  mo- 
rire e  cacciare  i  Gambacorti  di  Pisa,  e  sé  fece  il 
maggiore  di  quella  città.  Avvenne  che  gK  altri  cit- 
tadini, cui  egli  avea  rimessi  al  governamento  del  co- 
mune, parendo  loro  che  messer  Paffetta  fosse  trop- 
po grande,  si  legarono  e  feciono  setta  contro  a 
lui  segretamente;  e  un  di,  essendo  messer  Paffetta 
andato  agli  anziani,  come  ordinato  era,  gli  anziani 
mandarono  di  subito  a  far  pigliare  certi  cittadini 
caporali  della  sua  setta  e  stretti  suoi  confidenti,  e 
altri  di  suo  seguito  intomo  di  cinquanta,  e  di  pre- 
sente li  mandarono  a'  confini,  facendoli  uscire  della 
città  ;  e  messer  Paffetta  con  alcuno  altro  mandaro- 
no in  prigione  nelP  Agosta  a  Lucca;  e  messonlo 
in  carcere  sotto  buona  guardia,  rivocarono  i  confini 
agli  altri  e  fecionli  ritornare,  senza  fare  altra  no- 
vità 0  mutazione  di  loro  stato.  Parve  a  tutti  rima- 
nere più  sicuri,  e  in  migliore  essere  nella  cittadi- 
nanza che  in  prima;  e  questo  fu  all'  entrata  del 
mese  d*  aprile,  e  ancora  non  era  compiuto  V  anno 
eh'  egli  avea  abbattuti  i  Gambacorti  e  gli  altri  buoni 
cittadini  di  Pisa.  Era  in  Pisa  il  vicario  sostituto  del 
vicario  dell'  imperadore,  il  quale  consenti  a  tutto, 
essendoli  fatto  intendere  che  messer  Paffetta  volea 
con  certo  trattato  dare  Pisa  a'  signori  di  Milano  : 
grande  loro  amico  era;  ma  altro  vero  non  se  ne  potò 
trovare  ;  e  stato  alquanto  in  prigione,  per  tema  che 
r  imperadore  non  lo  ne  facesse  trarre,  o  i  signori 
di  Milano,  di  veleno,  o  d'altra  violente  morte,  co- 
latamente lo  feciono  morire  in  prigione. 

CAPITOLO  XVL 

Come  gli  Arelini  riposono^  certe  forte^^. 

Gli  Aretini  sentendo  morto  messer  Piero  Sac- 
coni de' Tarlati  loro  nemico,  il  quale  lungo  tempo 
gli  avea  tenuti  in  guerra  e  in  gran  paura,  contro 
al  quale  non  s' ardivano  a  muovere  vivendo,  incon- 
tanente dopo  la  sua  morte,  del  detto  mese  di  feb- 
braio, del  detto  anno,  uscirono  a  oste,  e  riposono 
una  tenuta  contro  al  castello  di  Gaerina',  e  un'^altra 
contro  a  Bibiena,  e  una  sopra  Pietramala,  e  tanto 
stettono  a  campo,  che  tutte  e  tre  furono  fortifica- 
te e  fornite,  acciocché  i  Tarlati  non  potessono  cor- 


'  rifecero,  riedificarono,  rafforzarono. 

*  raffonarono  nna  loro  terra.  Che  tenuta  valga  presso 
gli  antichi  anche  horgata^  terra  forte  nella  campagna,  Tab- 
biamo  dallo  stesso  Matteo  Villani,  lib.  II,  cap.  42  :  Faeea 
grandi  •  bMi  furti  di  beetiaméf  traendo  i  6ttot  deUe  tenute 
murate  e  guardtUe, 


rere  sopra  loro  a  loro  volontà,  oom'  erano  usati  di 
fare.  E  per  la  baldanza  presa  per  la  morte  d*  un 
decrepito  vecchio,  non  avendo  avuto  ardire  di  far- 
lo a  sua  vita,  ordinarono  tra  nella  città  e  nel  con- 
tado tremila  uomini  a  corazze  e  trecento  balestrieri  e 
centocinquanta  barbute,  per  potere  mantenere  il  lo- 
ro contado  più  sicuro,  e  guerreggiare  i  nemici.  Ab- 
bianne  fatta  memoria  per  una  cosa  assai  nuova,  con- 
siderando che  un  uomo  vecchio  tenesse  in  freno  e 
in  paura  cosi  antica  e  gran  città,  che  non  pensavano 
in  fatti  di  guerra  potere  resistere  alla  sua  persona. 

CAPITOLO  xvn. 

Di  nuow  rivolture  della  grtm  compagnia. 

Stando  la  compagnia  del  conte  di  Landò  a  ver- 
nare in  Puglia  con  grande  abbondanza  d' ogni  bene 
da  vivere,  aspettando  dal  re  Luigi  la  moneta  pro- 
messa, per  lo  patto  eh' avea  di  doversi  partire  al 
maggio  prossimo  e  uscire  del  regno,  nna  parte  di 
loro  con  certi  conestabili  intomo  di  cinquecento  bar- 
bute, contentandosi  male  d'  aversi  a  partire  del  pae- 
ae,  senza  tenere  promessa  al  re  o  fede  all'altra 
compagnia  si  rubellarono  da  essa  ;  e  accostati  al 
conte  di  Minerbino  detto  Paladino,  se  n'andarono 
per  sua  condotta  in  Terra  d' Otranto,  ove  per  lunghi 
tempi  passati  non  era  sentita  guerra;  e  di  presente 
presono  due  castella  nel  paese,  piene  di  molta  vit- 
tuaglia,  e  preda  quanta  ne  poterono  guardare  di 
bestiame  grosso  e  minuto,  del  quale  poterono 
avere  V  uso,  ma  non  danari.  Il  conte  di  Landò 
si  dolse  al  re  Luigi  del  tradimento  fatto  per  costoro, 
e  offerse  so  e  V  altra  compagnia  al  aervigio  del  re 
contro  a  qne' ribelli,  e  contro  a  tutti  i  baroni  che 
non  volessono  ubbidire  alla  corona.  Il  re  e  il  suo 
consìglio,  e  il  gran  siniscalco,  credendosi  fare  meno 
male,  accettarono  la  profferta,  e  nna  parte  della  com- 
pagnia con  certa  condotta  de*  suoi  uficiali  mandò  in 
Abruzzi  per  fare  ubbidire  alquanti  comuni  e  baroni, 
i  quali  cosi  rubavano  e  predavano  il  paese  come  se 
fessone  nel  servigio  della  compagnia  e  non  in  quel- 
la del  re,  e  tanto  più  sicuramente,  perchò  ninno 
s' era  provveduto  contro  a  loro  :  e  quelli  eh'  erano 
rimasi  col  conte  di  Landò  volevano  pur  vivere  lar- 
go air  altrui  spese.  E  cosi  nella  concordia,  come 
nella  guerra,  erano  d'ogni  parte  i  regnicoli  mal 
tratUti. 

CAPITOLO  XVIII. 

Di  grandi  gravezze  fatte  dal  re  di  Francia 

nel  suo  reame. 

In  questo  verno,  vedendosi  il  re  di  Francia  la 
guerra  degl' Inghilesi  addosso,  e  spogliare  da' fore- 
stieri il  reame,  come  già  abbiamo  narrato,  pensan- 
do avere  a  moltiplicare  la  spesa,  oltre  alle  colte 
de'  feudi  delle  città  del  reame  e  de*  baroni,  e  oltre 
alle  gravezze  dell'  usate  reve^  e  del  gran  danno  fatto 


'  Beva  è  nna  specie  di  gabella  antica  usata  in  Francia 
sopra  le  robe  che  uscivano  dal  regno. 


192 


OROraCA 


É*  radditi  del  roane  di  cambiare  le  baoae  mone- 
le  d^  oro  e  d'  argento  in  ree,  ooniro  ali*  nianfa  di 
qoel  regno,  ordinò  e  pose  per  modo  di  gabelle, 
di' ogni  mercalanaia  obe  ai  comperaaie  o  vendeiie 
nel  reame  dovesae  pagare  agli  ofioiali  ordinati  aopra 
ciò  danari  oUo  per  catana  lira.  La  qoal  coaa  gravò 
tanto  i  mercatanti,  cbe  abbandonarono  in  gran  parte 
il  reame  e  il  traiBcare  in  qaeQo ,  e  quasi  totto  il 
peso  rimase  a'  baroni  e  a'  paesani  :  deQa  qnal  gra- 
Yeaaa  forte  si  conturbarono  inverso  il  loro  signore, 
e  desideravano  il  ano  male;  e  alquante  città  per 
questa  cagione  si  recarono  a  reggere  per  loro,  e 
non  voleano  ricevere  gli  esecutori  e  gli  nftciali  del 
re  di  Francia,  come  per  innanai  leggendo  si  potrà 
trovare. 

CAPITOLO  XIX. 
Come  i  Pisani  facetano  simulata  guerra. 

La  materia  eh*  ora  seguita  non  era  degna  di 
memoria  per  lo  fatto,  eh'  assai  fu  lieve,  ma  il  mo- 
do, che  ha  poi  generate  più  gravi  cose,  ci  scusa.  I 
Pisani,  innanai  a  questo  tempo  di  più  anni,  per  lo- 
ro maliaiosa  industria,  avendo  buona  e  leale  pace 
co' Fiorentini,  contro  a' patti  di  quella  aveano  fatto 
fare  il  castello  di  Sovrana,  il  quale  il  comune  di 
Firenae  tenea  per  li  patti  della  pace,  e  fecionlo  tór- 
re a  certi  ghibellini  usciti  di  quel  paeae  ;  e  il  comune 
di  Pisa  sotto  nome  di  costoro  si  tenea  la  terra,  e 
mantenievi  aoldati  che  tribolavano  tutto  il  paeae  e 
le  terre  d' intorno  del  comune  di  Firenze  ;  essendo 
i  Pisani,  oltre  alla  paoe,  in  siogulare  compagnia  e 
lega  col  nostro  comune,  faceano  queste  coperte  *  con 
grande  ambisìone.  I  Fiorentini  lungamente  dissi- 
mularono mostrando  di  non  se  n'awedere;  ma  mol- 
tiplicandosi il  male,  e  scoprendosi  ogni  dì  più  Tnno 
che  1*  altro,  il  nostro  comune  prese  di  gastigarli  in 
quella  contrada  con  quella  malizia  eh'  eglino  avevano 
insegnata.  B  'del  mese  di  febbraio  del  detto  anno 
ordinarono  co*  Pistoiesi  che  si  baciarono  tórre  Ca- 
Inmao,  una  fortezza  sopra  Sovrana,  a  certi  caporali 
di  buoni  masnadieri,  i  quali  con  aspra  e  continova 
guerra  in  breve  tempo  nccisono  tutti  i  caporali  di 
Sovrana,  e  presono  masnade  eh*  e*  Pisani  mandavano 
per  guastare  la  Sambuca,  e  feciono  grande  guerra 
nel  paese.  B  per  questo  tutti  i  ghibellini  di  Valdi- 
nievole  erano  mal  condotti,  ch'avendo  pace  vivevano 
in  continua  guerra  per  la  cominciata  malizia  pisa- 
nesca.  Ma  aggiugnendo  malizia  a  malizia,  per  ven- 
dicare loro  onta  sbandirono  loro  soldati,  e  mandarono 
trecento  barbute  e  gran  popolo  agli  usciti  ghibellini 
di  Valdinievole,  i  quali  cavalcarono  infine  alla  Pieve 
a  Nievole,  e  arsone  intomo  a  quella,  e  feciono  quel 
danno  che  poterono;  e  appresso  si  diriszarono  a 
Gas  tei  vecchio,  e  ordinatamente  il  combatterono,  ma 
no  ì  vinsono.  Il  comune  di  Firenze,  sentendo  questo, 
fece  cavalcare  i  suoi  cavalieri  in  Valdinievole,  e  ran- 
nati  i  paesani,  oercavano  d* abboccarsi  eo' nemici; 
ma  eglino  non  attesone  :  e  non  potendo  tornare  per 


>  inflnglmenti,  simoUsioni,  finiiooi. 


la  via  ond' erano  andati,  per  altra  via  più  aspra, 
ma  a  loro  più  sicura,  in  fretta  si  ritornarono  a  Pisa, 
e  furono  ribanditi. 

CAPITOLO  XX. 

ihme  il  capitano  della  Chiesa  assediò  Cesena, 

lì  legato  del  papa,  oltre  alla  gente  ch'attendea 
de'  crociati,  avea  da  sé  a  soldo  duemila  barbale  ;  e 
confidandosi  de'  Malatesti,  fece  gonfaloniere  di  Santa 
Chiesa  e  capitano  della  sua  gente  d'anno  mesaer 
Galeotto  da  Rimini,  e  con  mille  cavalieri  e  con  gran 
popolo  del  mese  di  febbraio  del  detto  anno  il  SMoidò 
a  oste  sopra  la  città  di  Cesena  ;  il  qnale  in  prima 
corse  il  paeae  predando  d'intorno,  e  appreaao  ri  si 
pose  ad  assedio,  e  strettosi  alla  terra,  vi  alette  in- 
fino che  il  conte  di  Laudo  venne  del  Regno  in  Ro- 
magna, come  innanzi  al  suo  tempo  raoconleroMO. 

CAPITOLO  XXL 
Come  il  conte  da  Battifolle  assediò  Reggimolo. 

Avendo  il  conle  Ruberto  da  Batlifolie  ricevuto 
ingiuria  nel  suo  contado  di  cavalcate  e  di  prede 
fatte  ^  per  Marco  figliuolo  di  messer  Piero  de*  Tarlati, 
contro  a*  patti  della  pace  fetta  con  gli  aderenti  de*sì- 
gnori  di  Milano,  accolta  sua  gente  e' suoi  fedeli  in 
arme,  air  entrata  del  mese  d'aprile,  anni  1356,  es- 
sendo per  nevi  e  per  venti  smisurato  freddo,  se 
n'  andò  al  castello  di  Reggiuolo,  il  quale  era  aUora 
del  detto  Marco,  e  cinselo  d*  assedio,  e  fece  n*  suoi 
fare  caie  di  legname  per  ripararsi  dal  freddo,  e  riz- 
zò traboochi  e  manganelle^  che  tribolavano  il  castello 
e  coloro  che  dentro  il  guardavano,  e  aggiugnendo 
al  continovo  forza,  avea  sì  stretti  gli  assediati,  che 
più  non  Sì  poteano  difendere.  Vedendo  Marco  che 
il  castello  non  si  pelea  più  tenere,  mandò  a  richie- 
dere il  comune  di  Firenze  per  li  patti  della  pace, 
che  non  lasciassono  al  conte  seguitare  1*  impresa.  U 
conte  venne  a  Firenze,  e  mostrò  al  comune  cosm 
Marco  era  stato  movitore  della  guerra,  e  più  che  bob 
avea  voluto  approvare  né  ratificare  per  carta  alU 
pace  secondo  i  patti.  Ma  nondimeno  il  comune  £ 
Firenze,  per  non  potere  essere  calunniato  a  diritto 
0  a  torto  d*  avere  lasciato  a*  suoi  aderenti  rompere 
la  pace,  diliberò,  cbe  *l  conte  si  dovesse  partire  dal- 
l' assedio.  Il  conte  non  ostante  l' ingiuria  ricevuta,  e 
la  spesa  fatta,  e  la  ferma  speranza  d' avere  il  castello, 
per  ubbidire  al  comune  di  Firenze  lasciò  rimpreaa, 
e  a  di  18  d'aprile  del  detto  anno  si  tornò  in  Ca- 
sentino. 

CAPITOLO  XXIL 

Come  il  contidno  da  Ghiaggiuolo  racquisiò 

GfUaggiuolo. 

Di  questo  mese  di  maggio  1356  il  contioiBO 
da  Ghiaggiuolo  con  alcuna  gente  del  legalo  cavalcò 


'  Macchine  militaH  da  Uochu*  auèì  e  grosso  saettante 
d'ogni  maniera. 


DI  MATTEO  VILLAML 


193 


BtUe  terre  che  il  capitano  di  Forlì  gli  aTea  tolte;  e 
alando  nella  contrada  molto  baldanzoso,  fece  correre  ' 
voce  che  Porli  s^era  rendalo  al  legato,  »  che  il  ca- 
pitano era  preso.  E  per  mostrare  la  cosa  beo  certa, 
si  fece  venire  nn  frate  con  lettere  che  contavano  le 
novelle  molto  verisimili,  e  recò  V  ulivo  palese,  e  fn 
ricevuto  con  grande  festa.  B  incontanente  si  strinse  a 
Ghiaggiaolo,  e  fece  vedere  le  lettere  al  castellano  ; 
e  poi  disse,  che  se  incontanente  non  li  rendesse  il 
castello,  che  Ini  e^  compagni  farebbe  morire  sansa 
ninna  misericordia.  La  cosa  avea  sembianza  di  verità  ; 
e  il  castellano^  di  poco  intendimento,  e  panroso  e 
vile  \  e  però  gli  rendo  il  castello,  eh*  era  forte  e  bene 
fornito,  e  andossene  colla  sua  compagnia  a  salva- 
mento con  vergogna,  e  non  sema  infamia  di  tra- 
dimento. 

CAPITOLO  xxra. 

Carne  i  VisconH  aitedianmo  Patio, 

Avendo  nel  principio  di  questo  libro  narrato 
il  sospetto  preso,  e  la  discordia  tra'  signori  di  Mi- 
lano e  il  marchese  di  Monferrato  e  quelli  da  Bec- 
cheria di  Pavia,  e  accresciuta  la  mala  voglia  per  le 
rubellioni  fatte  in  Piemonte,  messer  Bernabò  e  mes- 
ser  Galeazzo  Visconti  volendosi  vendicare  sopra  i 
loro  parenti  e  proasimani  vicini*,  con  grande  molti- 
tudine di  cavalieri  e  di  popolo,  del  mese  di  maggio 
del  detto  anno,  valicarono  il  Tesino,  e  strinsonsi 
alla  città  di  Pavia,  e  vi  poson  Tassedio  d'ogni  parte, 
con  intendimento  di  non  levare  V  oste  se  prima  non 
avessono  la  città  al  loro  comandamento  ;  e  cosi  si 
credette  per  tutta  Italia,  perocché  la  città  è  presso 
a  Mflano  a  venti  miglia  di  piano,  e  la  potenza  de' 
tiranni  era  sopra  modo  grande  a  quella  impresa.  Ma 
perocchò  non  procede  dalla  volontà  umana  la  potenza 
divina,  le  cose  succedono  spesso  ad  altro  fine  die  gli 
nomini  non  divisano  ;  e  cosi  avvenne  di  queat*  asse- 
dio, come  seguendo  nostro  trattato  dimostreremo. 

CAPITOLO  XXIV. 
Come  il  re  di  Francia  preie  il  re  di  Natarra. 

Avendo  racconto  addietro  come  il  re  Giovanni 
di  Francia  avea  rondato  pace  al  re  di  Navarra,  e 
perdonatagli  la  morte  del  conestabile  e  agli  altri 
baroni  eh'  erano  stati  con  lui,  e  come  accomandato 
gli  avea  il  Delfino  suo  figliuolo,  seguitò  che  in 
questo  tempo,  essendo  loro  commesso  dal  re  la 
provvisione  della  guardia  di  Guascogna,  insieme  ca- 
yalcavano  la  provincia,  provvedendo  a  quello  ch'era 
di  bisogno  alla  difesa  del  paese,  e  ancora  andava- 
no prendendo  loro  diporto  ;  ed  essendo  nella  città 
di  Ruen,  il  re  di  Francia  il  senti,  e  mossesi  da  Pa- 
rigi quasi  sconosciuto  con  poca  compagnia,  e  ca- 
yalcò  ad  Orliens,  e  là  tenne  a  battesimo  un  fan- 
ciollo  nato  di  quelli  d'Artese,  e  parente  stretto  del 


eonestabik  di  Prenda  ohe  fu  morto,  a  cm  il  re, 
secondo  il  volgo,  avea  portato  disordinato  aBM>re. 
Avvenne,  o  che  la  ararte  del  suo  diletto  amico  per 
lo  fandullo  parente  li  riveniase  nella  mente,  o  che 
altra  cagione  il  moveaae  al  presente  fatto,  ninna 
certezza  se  ne  potè  avere;  ma  di  subito  armato  a 
modo  di  cavaliere,  con  sessanta  cavalieri  armati  di 
sua  famiglia  cavalcò  a  Buon;  e  giunto  senza  arre- 
sto alla  dttà,  mandò  un  cavaliere  innanzi  a  so,  il 
quale  diceaae  in  ìsegreto  al  Delfino  suo  figliuolo,  che 
di  cosa  ch'avvenisse  non  prendesse  tnrbazione  né 
paura  ;  e  seguendo  il  re  co'  suoi  cavalieri  armati 
entrò  nel  palagio  ov'  era  il  re  di  Navarra  e  il  Del- 
fino e  il  conte  di  Ricorti  con  quattro  cavalieri 
bandereai^  di  Normandia,  e  aveano  a  desinare  con 
loro  altri  baroni  e  cavalieri  del  paese.  Ed  essendo 
giunto  innanzi  il  cavaliere,  e  appena  compiuto  di 
favellare  al  Delfino,  il  re  di  Francia  armato  colla 
barbuta  in  testa  e  co'  suoi  cavalieri  fu  in  sulla  aala  ; 
e  trovandoli  alla  mensa,  comandò  che  alcuno  non 
si  movesse:  e  avviatosi  verso  il  re  di  Navarra,  il 
chiamò  traditore  della  corona,  e  andógU  addosso 
con  uno  stocco  ignudo  per  uodderlo  di  sue  mani. 
Ripreso  e  ritenuto  da'  snoi,  dicendo  che  a  re  non 
si  convenia  tanto  fallo,  il  fece  prendere  e  imprigio- 
oare  ;  e  detto  fu  che  alquanto  il  punse  dello  stocco  : 
e  fece  pigliare  il  conte  di  Ricorti,  e  i  quattro  ca- 
valieri normandi,  chiamandoli  traditori,  i  quali  si  scu- 
savano dicendo  eh'  erano  diritti  e  leali  ;  ma  il  re, 
moaso  da  furiosa  tempesta  d'  animo,  giurò  di  non 
mangiare,  prima  che  di  loro  avesse  fatto,  secondo  la 
sua  intenzione,  piena  giustizia. 

CAPITOLO  XXV. 

Come  il  re  di  Francia  fece  decapitare  il  sire 
di  Ricorli  e  altri  quattro  cavalieri  nomumdL 

Avendo  preso  il  re  di  Navarra,  di  presente  il 
mandò  a  incarcerare  a  un  forte  castdio  che  si  chia- 
ma Castel  Gagliardo  ;  e  in  qudlo  stante  il  re  di 
Francia  fece  mettere  in  su  una  carretta  il  sire  di 
Ricorti  e  i  quattro  cavalieri  normandi  per  farli  de- 
capitare innanzi  che  volesse  desinare.  E  quelli  della 
dttà,  per  la  subita  tempesta'  del  re  vedendo  tanta 
novità,  e  non  aapendo  che  vi  fosse  la  persona  del 
re  di  Frauda,  traevano  in  piazza  per  aiutare  i  ba- 
roni presi.  U  re  conoscendo  il  perìcolo  del  popolo 
commosso,  u  trasse  la  barbuta  di  testa  e  fecesi 
conoscere  ;  e  sparta  la  voce  che  ivi  era  la  persona 
del  re  loro  signore,  cetano  stette  cheto.  Allora  il 
re,  per  mostrare  al  popolo  e  agli  altrì  maggiori 
che  v'erano,  che  '1  sqo  furioso  movimento  a  taoto 
fatto  non  era  senza  gran  cagione,  »i  trasse  dal  lato 
un  brìeve  con  molti  suggelli,  nel  quale  si  conte- 
nea,  come  il  re  di  Navarra  col  sire  di  Ricorti,  e  con 
quattro  cavalieri  normandi,  e  con  altrì  che  in  quello 
n  nominavano,  aveano  trattato  col  re  d'Inghilterra 


'  Andiam  col  T.  Bicd.  La  citata  dice:  e  U  cattéUano 
era  di  poco  intendimento;  ma  la  aliasi  de!  nostro  Testo  è, 
quanto  mai  si  può  dire,  bella  ed  efficace.  Esempi  classici, 
ne'  quali  A  elida  Vaeere  dopo  l'aoers,  ne  abbiamo  a  barelle. 

*  a  qoelli  oh'eran  loro  più  vicini. 

Vo^LAia  M.,  Oromea.    Vol.  U. 


*  Così  diiamavansi  I  cavalieri  fregiati  di  quella  banda 
che  altre  volte  era  segno  di  cavallerìa. 

*  ira,  fbrora. 

18 


196 


CRONICA 


CAPITOLO  XXXIY. 

Ci»M  messer  FiUj^  éi  Nacarra  #•  rubeilò 
ai  re  éi  Fronda. 

Appreifo  alla  delta  rabellione,  aentoodo  mes- 
ser Filippo  di  Nafarra,  firalello  del  re,  ooaiie  il  re 
Giovanni  in  persona  sconciamente  area  a  Rnen  vola- 
lo  ooeidere  il  re  di  Na? arra  suo  firatello,  e  appresso 
r  area  fillanamenie  imprigionato,  e  come  avea  mor- 
to il  conte  di  Rieorti,  disperandosi  della  salnte  del 
fratello  e  della  sna,  incontanente  mbellò  tutte  le 
terre  di  NaTarra  al  re  di  Francia;  e  cafalcando  per 
tutte  le  terre  accogliendo  a  parlamento  gli  uomini 
del  reame,  si  dolca  del  grande  tradimento  fatto  per 
lo  re  di  Frauda  al  loro  signore  ;  e  inanimandoli  con- 
tro al  re  di  Francia,  gli  confortò  alla  difesa  del  pae- 
se, e  ordinò  e  forni  tutte  le  buone  ville:  e  fatto 
questo,  colla  sua  persona  si  mise  nel  forte  e  nobi- 
le castello  posto  in  sulla  manna,  cbe  si  chiama  .  .  . , 
e  ivi  si  fortificò,  per  poter  dare  T  entrata  in  Navarra 
agringhilesi  e  a  cui  volesse,  senza  poter  essere 
impedito.  B  messovi  buona  e  confidente^  guar<tia, 
si  parti  del  reame  e  andossene  al  re  d*  Inghilterra, 
e  fece  lega  e  compagnia  con  lui.  B  poi  seguitò  col- 
r  aiuto  e  in  compagnia  degl'Inghilesi  a  fare  grande 
.guerra  al  re  di  Francia,  come  seguendo  nostra 
materìa  si  potrà  trovare. 

CARTOLO  XXXV. 

Come  il  popolo  di  Pania  prese  le  batiUe^ 
e  liberossi  dalV  assedio. 

Essendo  con  tre  grandi  e  forti  bastite  assediata 
la  città  di  Pavia  da*  signori  di  Milano,  confidandosi 
nelle  grandi  fortezze,  ne  trassono  de'  cavalieri  e 
de* masnadieri  per  sovvenire  all'altre  loro  imprese; 
e  avvedendosene  quelli  da  Beccheria  che  governavano 
la  città,  procacciarono  d'avere  segretamente  aiuto 
dal  marchese  di  Monferrato.  Bra  in  quella  stagione 
in  Pavia  un  frate  Iacopo  Bossolaro  de'  Remitani,  in 
cui  gli  uomini  e  le  donne  di  Pavia  aveano  grande 
divozione:  oostui   colle  sue  prediche  uvea  confor- 
tato molto  il  popolo  alla  sua  franchigia*  contro  alla 
potente  tirannia  di  quelli  di  Milano;  e  avendo  avu- 
ta gente  dal  marchese^  la  quale  v'  era  entrata  di  not- 
te  chetamente,   essendosi  provveduti  della  bastita 
eh'  era  loro  più  di  presso,  che  rìspondea  a  quella 
di  là  dal  Tesino,  dato  il  di  ordine  a'  cavalieri  e  al 
popolo,  e  apparecchiate  scale  e  argomenti  di  legna- 
me da  entrare  nella  bastita,   per  modo  che  i  loro 
nemici  non   n'  ebbono  alcuno  sentimento,  e  dato 
l'ordine  dell' assalto  a' caporali,  sicché  cetano  sapea 
dò  che  s'aveva  a  fare,  e  da  qua!  parte  avea  a  for- 
nire la  sua  battaglia,  s' andarono  la  sera  a  posare  : 
e  nella  mezza  notte  s' armarono  e  guemirono  d'ogni 
cosa;  e  poi,  come  ordinato  era,  in  su  T aurora,  a 
di  28   di  maggio  del  detto  anno,  uscirono   delia 


'  fidata,  ohe  merita  confidenza. 
^  a  francarsi^  a  rendersi  libero. 


dttà,  e  fl  buono  Irato  laeopo  Bessehio  eoa  Ino. 
Cominciarono  T assalto  d'ogni  parte  alla  Mili;  « 
fedonlo  si  contamente  \  che  li  *  sprovvedati  daitro 
del  subito  usalto  perderono  ogni  beondia  di  coi- 
siglio  e  d'ainto  alla  loro  difésa;  e'eanlitfi  todMtài 
che  dentro  v'erano,  vodendosi  d* ogni  puta Mili- 
ti, non  obbono  enore  alla  difesa,  e  stavano  mirili 
a  vedere  come  se  foseono  eonsensiettti,  e  oè  bm 
era  vero:  ma,  per  loro  natvn,  rmdlaBi'noa  mbm 
combattere  né  resistere,  coaae  in  aparte  tutfs,  E 
però  quelli  di  Pavia  con  poca  reaistansa  aabanao 
nella  bastita,  e  presosla,  Caceado  grande  acMiaiB 
de*  loro  nemiei,  e  la  nuggiore  parte  ne  pniaaa; 
gli  altri  che  poterono  fuggirò  non  furono  pvMgn- 
tati,  e  camparono.  Presa  la  priou  bastita,  à  p- 
sente  si  diriasarono  al  ponte,  e  presonlo,  e  feèma 
neU*altm  bastita  di  là  dal  Tesào.  I  cspitaai  di  siìBì. 
impauriti  della  sconfitta  de*  loro  eompagai  a  idh 
perdita  della  forte  bastita,  non  ebbono  suora  di  mi- 
tersi  alla  difesa,  ma  alla  fuga,  dii  meglio  il  Nff« 
fare,  ma  non  sì  che  assn  non  ne  rtmaaasiOBt  affli 
e  presi.  B  vinta,  e  messo  fuoco  alla  seoeada  hatì^ 
ai  dirìisarono  aUa  iena  eh*  ora  dall^  altra  parte  édb 
dttà  e  quella  vinsono  per  siaaif liante  bmkIo.  B,  coae 
saviamente  per  loro  era  ordinato,  adoanle  ia^Un 
fanti  a  pia  fomiU  di  seghe  e  d*  nitrì  aigoMali  k 
tagliare  e  da  avegliere  paliisati  e  rompen  oM 
ffarono  mandati  per  acqua  ni  naidio  di  Pìm» 
eh*  era  ramato  in  Po,  e  alfsanti  cavatterì  fff  Mn 
in  loro  alato,  i  quali  valoroeaaaente  ladanadnr- 
vigio  :  e  per  fona  presoao  il  BaviMo,  e  ammi  ^ 
maggiore  parte,  e  alquanto  oo  litennonoi  a  ^ 
che  v'erano  alla  guardia  bo  aaandaroao  isnl^ 
B  cori  maraviglioaamente,  oome  a  Dio  inac^aa,  fd- 
la  franca  gente  usediata  lungamente  daUa  fnap^ 
tenza  de'  aignorì  di  Milano,  in  ano  di  ae  ai  iì^ 
vittoriosamente,  dando  abbansanaenlo  aDa  iap«^ 
potenza  de'  grandi  tirannia 

CAPITOLO  XXXVI. 

//  moeìniefilo  del  re  d"  Ungheria  per  etssém 

Tre9igù 

Sopravvenendo  nuova  guerra  a  raecoatan  "' 
nostra  materia,  cosi  oomincinnao.  Avendo  iod»^ 
re  d' Ungheria  per  lungo  teaapo  aaolte  vette  ik^ 
a'  Veneziani  la  dttà  di  Giara  e  1*  altre  taire, 
del  suo  regno  teneano  ocellato  in  ScUafa*^ 
non  trovando  modo  con  loro  di  riaverle  eoa 
di  qaesto  mese  di  aaaggio  del  detto  anno  ei 
dalla  dttà  di  Buda  in  peraoMi  oo»  trenta 
e  mised  a  cammino  dirizzandoai  in  Sohiavoaii 


'  coBÌ  bellamente,  acconciamente,  prowedatiiDeDM 
8Ì  bello  e  sicuro  conaiglio.  Anche  nel  lib.  X,  59,^ 
mo:  M,  Màlate$ta  Umghero  mio  nipoU,  «^ptteao^JJ 
gna,  U  rieeviUe  la  notti  «I  coniommi$,  tk»  i  i^^ 
lo  »enHroniO. 

«  U  T.  Ricci  :  eh'  éUi. 

'  Ricadde  però  Pavia  ben  presto  (nell'anno  1^ 
mano  di  Galeasio  Maria  Viieontiy  che  a  coa»^^ 
trarca  vi  fondò  la  Biblioteca  pubblica  e  rUniTffS^ 


DI  MATTEO  VULANL 


197 


dttl  di  Sagibriti  eh*  è  in  DaLnaita,  e  iimanu  ohe 
qiiÌTÌ  foste  gimito  fi  trovò  coi  dnqaeceBto  catalie- 
rì.  B  giunto  in  Sagabria,  in  pochi  dì  yi  vennono 
lotti  i  baroni  del  reame  e  del  ano  diatretto,  e  catn- 
no  colla  gente  d*  arme  del  debito  serrigio,  la  qnale 
era  tentai  che  non  la  comportava  il  paeae  :  per  la 
qnal  eoa  a  fìi  eoatretto  il  re  di  parlare  a  nno  a  ano, 
e  dir  loro  la  gente  eh'  e'  volea  in  quel  servigio,  e 
tutti  gli  altri  fece  rimandare  addietro  in  Ungheria. 
A  Sagabria  vennono  a  lai  ambasoiadorì  del  comune 
di  Yinegia  i  qnali  addomandavano  la  eoa  pace,  of- 
ferendoli danari  quanti  più  potessono,  per  rimanere 
in  concordia  con  Ini.  Il  re  riapose  che  non  cercava 
i  loro  danari^  perocché  n*  avea  assai  ;  n»  a*  eglino 
avf  ano  in  mandato  dal  loro  comune  di  renderli  le 
sue  terre,  per  questo  poteano  avere  la  sua  con- 
cordia e  la  aua  pace.  Gli  ambaadadori  risposono, 
che  ciò  non  aveano  in  •  commissione.  Il  re  disse, 
che  per  altro  non  si  travagliaaa ono  :  onde  gli  am- 
basciadorì  ai  tornarono  addietro  al  loro  comune.  Il 
re  atando  in  Sagabria  ordinò  di  fare  la  sua  guerra, 
come  appresso  la  diviseremo.  La  voce  che  usciva 
ai  spandea  per  diversi  luoghi;  ipiù  credeano  che 
a  Giara  ai  facesse  la  gran  pugna  ^,  come  altra  volta 
era  fatta  ;  altri  nell*  latria,  altri  a  Trevigi  ;  e  1  certo 
non  si  potea  sapere  :  e  per  questo  i  Venesiani  avea- 
no più  a  pensare,  e  maggiore  spesa  a  provvedere  alle 
loro  terre  in  diverse  parti  :  e  incontanente,  non  cu- 
rando la  spesa,  dando  grandi  e  diaordinati  aoldi, 
fornirono  Giara,  e  V  altre  terre  di  Sohiavonia  e  del- 
r  Istria,  e  prowidono  e  fornirono  la  città  di  Trevigi  di 
gente  d*arme  a  cavallo  e  a  pie  con  grande  spesa. 

CAPITOLO  XXXVU. 

Come  per  V  avvenimento  del  re  d^  Ungheria 
si  temette  in  Italia. 

Mentendosi  per  tutta  Italia,  che  il  re  d'  Un- 
gheria con  grande  moltitodine  d'Ungherì  e  d*  altri 
auoi  sudditi  infedeli  s*  apparecchiava  per  passare 
aopra  i  Venesiani,  aggiugnendoai  alla  novella,  «he 
r  imperadore  e  M  duca  d*  Oaterio  tenea  mano  con 
lui,  e  che  1*  imperadore  dovea  creare  re  in  Lom- 
bardia e  re  in  Toscana,  non  sensa  aospetto  atettono 
tutti  i  tiranni  d*  Italia,  e  ancora  i  popoli  di  ca- 
tana parte  sospesi,  e  massimamente  i  tiranni  di 
Lombardia.  B  per  questa  cagione  a*  accoatarono  a 
parlamento  insieme,  e  ordinarono  loro  leghe,  e 
di  concordir  li  mandarono  ambasdadorì  per  sapere 
la  aua  intenzione  de* Cittì  loro;  e  avuta  da  lui  ami- 
chevole Haposta,  calano  rimaae  senxa  paura  della 
aua  impresa,  aalvo  il  comune  di  Vinegia,  contro  a 
cui  egli  manifestamente  a'  apparecchiava. 

CAPITOLO  xxxvni. 

Come  h  cavalleria  del  re  Luigi  sconfissono  i  nemici^ 

e  fwrono  vinti. 

Di  questo  mese  di  maggio,  essendo  il  conte  Pa- 
ladino in  ribellione  del  re  Laigi,  e  avendo  con  seco 


due  grandi  conestabili  con  cinquecento  barbute,  che 
egli  avea  tratte  dalla  compagnia  contro  alla  volontà 
del  conte  di  Landò,  come  addietro  abbiamo  narrato, 
e  avendone  measi  quattrocento  in  sua  terra  di  Pu- 
glia che  guerreggiavano  il  paese,  il  re,  avendo  con- 
cordia col  conte  di  Laudo,  mandò  in  Puglia  otto- 
cento cavalieri  per  ristringere  quelli  del  conte  nella 
terra,  e  poi  coli'  aiuto  de*  paesani  assediarlivi  den- 
tro. Ma  gli  avvisati  *  Tedeschi  non  si  vollono  rinchiu- 
dere tra  le  mura,  e  partire  non  si  sarebbono  potu- 
ti senxa  loro  gran  danno  e  vergogna.  E  però,  come 
uomini  di  grande  ardire,  uscirono  della  terra;  e  sen- 
tendo nel  paese  la  gente  del  re,  vennono  loro  in- 
contro, e  nusonsi  in  aguato;  e  appressatasi  la  caval- 
lerìa del  re  per  modo  che  quelli  dell*  agnato  non 
n  poteano  coprire,  ai  schierarono  e  ordinarono  a 
battaglia,  e  mandarono  a  rìchiedere  i  cavalieri  del  re 
di  battaglia,  eh'  erano  ivi  cinquecento  cavalieri  bene 
aruMli,  e  montati  tutti  in  buoni  cavalli;  i  quali  sen- 
tendo la  rìchiesta,  e  avendoli  in  dispregio,  senza 
fere  altra  rìsposta,  accoltisi  insieme^  e  dato  il  nome^, 
s*  addirìisarono  contro  a*  nemici,  e  percossongli  per 
tale  virtù,  che  al  primo  assalto  gli  ruppono  e  sba- 
rattarono ;  e  cacciandoli  per  avere  in  preda,  si  comin- 
darotto  a  adogliere  della  loro  maasa  con  mala^  prov- 
vedensa,  e  chi  cacdarono  qua  e  chi  là.  L*ano  dei 
due  coneatabili  con  pochi  de^  suoi  si  ridusse  in  al- 
cuno vantaggio  di  terreno^  e  fece  testa  ;  e  degli  al- 
tri che  fuggivano,  vedendo  ferma  quella  bandiera, 
per  loro  acampo  si  rìduceano  ad  essa,  e  iogrossa- 
vano  la  sua  forza.  La  gente  del  re  vittoriosa,  aven- 
do morti  e  pren  de*  loro  nemici,  vedendo  che  al- 
quanti aveano  fatto  teata  aolto  quella  bandiera,  s*ad- 
dirìzzarono  a  loro  con  più  baldanza,  che  buon  or- 
dine. Il  conestabile,  avvisato  di  guerra^,  conoscen- 
do la  sciocca  venuta  de*  suoi  avversari,  confortò  i 
suoi  di  ben  fare;  e  stretto  co* suoi  pochi  sì  percos- 
se tra  gli  assai  male  ordinati,  e  ruppegli  più  per 
maestria  di  guerra,  che  per  forza  eh*  egli  avesse  :  e 
coloro  eh*  erano  vincitori,  per  la  stolta  baldanzosa 
lotta''  rimasene  vinti  in  questa  parte;  e  il  conesta- 
bile, per  lo  savio  accorgimento  e  buona  condotta, 
essendo^  prima  vinto  e  fuggito  da  campo,  rimase 
vindtore  ;  e  tanti  e'  prese^  de*  suoi  avversari,  quan- 
ti i  auoi  cavalieri  ne  poterono  menare  prigioni, 
tra'  quali  furono  certi  baroni  e  alcuni  cavalieri  di 
Napoli  e  altri  Toacani,  lutti  ricchi  prigioni  ;  e  aea- 
za  arreato,  quanto  i  cavalli  di  buono  andare  li  pote- 
rono menare  ai  partirono,  e  condussonli,  senza  cer- 
care più  altra  fortuna  in  sul  campo,  a  aalvamento.  E 


*  Qui  6  altroye  il  T.  Rieei  legge  pim^o. 


I  iBtnti,  scaltrì. 

'  raocoUiBl,  tsaembratiBi,  atrettìal  insieme. 
'  e  datoli  il  segno  o  motto  che  si  uba  negli  eserciti  per 
riconoscersi  e  cominoisre  la  battaglia  ecc. 

*  tanta  e  non  mala^  legge  il  T.  Ricci  Noi  andiam  colla 
citata. 

'  si  ridusse  in  terreno  rantaggioso;  si  Ttmie  a  piantare 
in  loogo  Cvrorevole. 

*  perito,  avredato  nell'arte  militare. 
^  traHa^  legge  la  stampa  citata. 

*  imdo^  legge  la  citata,  e  subito  appresso  dd  campo  e 
non  da  eampo» 

'  •  tonti  prMtf,  legge  il  T.  Ricci. 


198 


(BIONICA 


nondimono  della  loro  compagnia  ne  rimasoiio  morti 
aasai,  e  più  presi  che  quelli  eh*  e' ne  menarono  in 
baona  quantità,  ma  de*  loro  pooo  ii  curarono  :  di 
quelli  ch^aveano  presi  eglino  ebbono  danari  assai, 
e  per  mala  condotta  la  bella  TÌttoria  condussono  a 
vergognoso  fine. 


CAPITOLO  xxxnc. 


tradàgume. 


Quello  che  seguita  non  è  oosa  che  meriti  me- 
moria, se  non  per  dimostrare  con  esempio  del  fatto 
la  matta  follia  degli  Oltramontani  II  conte  di  Landò 
era  lungamente  stato  colla  sua  compagnia  a  nimica- 
re con  operazioni  latrocine  e  infedeli  il  Regno,  e  con 
lui  i  sopraddetti  due  conestabili  alamanni.  Avrenne, 
che  fatta  la  sopraddetta  battaglia,  il  conta  di  Landò 
appellò  di  tradimento  i  detti  due  conestalMli,  dicen- 
do che  contro  al  loro  sara^ento  a'  erano  partiti 
della  compagaia.  B'  conestabili  dall'altra  parte  appel- 
layano  lui  per  traditore,  dicendo,  che  contro  al  suo 
saramento  avea  rotti  loro  i  patti  ^  L^antica  pania  oltra- 
montana per  r  usanza  del  loro  appello  li  recò  in  giu- 
dicio,  e  commisonsi  nel  re  Luigi  ;  e  appresentandosi 
r  una  parie  e  V  altra  in  giudizio  nella  sua  corte,  non 
senza  giusto  pericolo  delle  loro  persone ,  essendo 
prencìpi  di  manifesti  ladroni  senza  alcuna  fede,  non- 
dimeno il  re  guardò  alla  liberalità  eh*  e*  nemici  eb- 
bono confidandosi  alla  sua  persona,  e  fedelmente 
commise  a  disputare  la  loro  questione,  facendo  loro 
assessore  il  suo  gran  siniscalco,  e  d^ogni  parte  per 
lungo  piato  furono  i  san  ad  allegare.  Ma  in  fioe,  o 
ragione  o  torto  che  si  fosse,  il  re,  avuta  la  relazio- 
ne dal  suo  consiglio,  liberò  il  conte,  e  i  due  co- 
nestabili condannò  per  traditori,  e  ritenneli  per  pri- 
gioni alla  volontà  del  conte.  B  per  questo  modo  for- 
se fece  in  parte  la  sua  vendetta  per  la  capitosa  * 
follia  tedesca. 

CAPITOLO  XL 
Come  %  Stmen  per  paura  ricorsone  a*  FiorenHni, 

Avvedutosi  alquanto  fl  comune  di  Siena,  che 
r  essere  strano  dal  comune  di  Firenze  gli  potea  tor- 
nare a  pericoloso  danno,  e  massimamente  sentendosi 
male  fomiti,  e  che  la  compagnia  del  regno  era  già  in 
Abruzzi  per  valicare  nella  Marca  e  appresso  in  To- 
scana, elesse  de*  suoi  maggiori  cittadini  grandi  e 
popolani,  e  accompagnati  da  molta  famìglia,  pom- 
posamente alla  loro  maniera,  a  di  16  di  giugno  del 
detto  anno  vennero  a  Firenze.  B  fatti  adunque  i  col- 
legi e  gli  altri  buoni'  cittadini  di  Firenze,  con  pa- 
role di  grande  reverenza  cominciarono  loro  sermo- 
ne, chiamando  padri  del  loro  comune  0  popolo  e '1 
comune  di  Firenze,  e  come  figliuoli  al  padre  a  loro 
si  raccomandavano,  offerendo  il  loro  comune  apparec- 
chiato di  non  partirsi  dal  reverente  consiglio  e  ub- 
bidienza  del  comune  di  Firenze^  e  di  pigliare  la 


loro  tagMa,  e  di  faro  qnanto  il  dello  eomuie  votot- 
se  Gosaan^ffe  in  questo^  e  ndl*ritre  cose.  I  gover- 
natori della  nostra  città,  non  guardando  alti  soon- 
venevoli  falli  per  addietro  commessi  pe*8aneei  con- 
tro al  nostro  oomnne,  li  ricevettono  gramoanmente 
in  compagnia  e  in  lega,  e  proantono,  dov*  agline 
volessono  Msere  uniti  e  in  fedo  al  nostro  eomune, 
d*  aiutarli  e  difonderli  come  cari  firatelli  aandMvol- 
mente. 

Capitolo  xll 

Come  r  oste  si  levò  da  Borgoforfe. 

Tornando  a  nostro  conio  aU*asfedio  di  Borgo- 
forte  in  sul  Mantovano^  il  quale  i  signori  di  Milano 
molto  si  sfonarono  per  acquistare,  e*ruppoBae  svél- 
sono  i  grandi  paliazali  che  t*  erano  per  difaan  del 
camello,  e  per  molle  battaglie  e  gravi  asiallt  tenta- 
rono d*  averlo  ;  e  sarebbe  venuto  fallo,  se  bob  foue 
il  grande  e  buono  aiuto  eh*  ebbono  da  MaalOTa  e  da 
Reggio,  e  per  questo  si  difasono  frwcaaieBto.  Ve- 
dendo i  capitani  dell'  oste  che  a  quella  |nigm  si  per- 
dea  il  tempo  senza  fruito,  e  sapendo  che  Ref^o  per 
soccorrere  Borgoforle  era  afomito  d^a  genie  d*  ar- 
me, si  levarono  subito,  e  cavalcarono  a  Reggio  ;  e 
trovaado  la  città  sprovveduta  del  loro  subìlo  avve- 
nimento, di  poco  faùl  che  non  entrarono  nella  lem; 
ma  quella  poca  gente  che  v*era  si  mise  frnneaaMU- 
le  a  guardare  le  mura  e  le  porle;  per  la  quel  oosa 
r  oste  corse  danneggiando  H  contado,  e  appresso  vi 
Sì  misono  ad  usedio,  e  sleflonvi  pift  ^  ;  ed  ebbo- 
no noveDe,  come  genie  del  marchese  di  Moeferrrta 
s*era  ingrossata  a  Pavia;  per  la  qual  cosa  leaMndo 
i  signori  di  ricevere  vergogna  in  sul  Ifilnnese,  fe- 
ciono  partire  Toate  da  Reggio,  e  all'uscita  di  laglio 
del  detto  anno  con  poco  onore  si  tornarono  n  Klano. 

capitolo  XLH. 

Frmc^  delia  guerra  dà*  FiammmgH 
a*  Brabaoìtom. 

Sopravvenendo  In  questi  di  aKa  iioatm  tele- 
ria grande  e  non  pensala  guerra,  e  volendone  di- 
mostrare fa  cagione,  ci  conviene  alquanlo  loranre 
addietro  nostra  materia.  Certa  cosa  fa,  che  per  »- 
lioo  la  v31a  e  gli  uomini  di  Mellina  in  Bmbale  e- 
rano  della  chiesa  cattedrale  di  Legge;  mn  eanemdo 
nella  provincia  di  Brabante  e  tra^Barbànoni,  «^no 
usali  di  fare  lega  col  duca  di  Brabante  per  eesere 
più  sicuri  e  più  rìguardNti,  e  per  antica  costagan  * 
con  ogni  novello  duca  di  Brabante  facevano  rsenfa 
lega  e  compagnia;  e  ne* patti  tra  loro  era  che^  de- 
ca li  dovea  difendere  e  aiutare  in  tutte  le  loro  bri- 
ghe ;  e  la  comune  di  Mellina  dovea  servire  fl  deca 
in  lotte  le  loro  guerre,  essendo  i  primi  che  tcw- 
sono  al  aervigio  e  gli  ultimi  che  si  partissoBO.  Av- 
venne che  un  duca  di  Brabante  ebbe  gaerra   col 


"  Andiam  colU  cit  D  T.  Ricci  :  apca  rotU  i  loro  polii. 
tettcrecda,  toftardA,  oetiniUa. 


'  MI  queHOf  l^^no  altre  buone  stampe. 
*  eostninàiiza.  La  costuma  chiamavan  gli  anfichl 
che  noi  modo. 


DI  MATUO  VULAML 


199 


Tei 60Y0  di  Leggìi  e  foca  oste  sopra  le  sue  terre, 
nella  %oale  due  di  MeUina  furono  in  arme  contro 
al  loro  signore;  per  la  qoal  cosa,  finita  la  guerra,  il 
tescoTO  andò  a  corto  di  Roma  a  Avignone  a  pa- 
pa Benedetto  sesto,  e  tanto  procacciò,  eh'  egli  eb- 
be di  licensa  dal  papa,  sotto  la  sua  bolla,  eh'  ei  po- 
tesse Tendere  Mellina,  e  convertire  i  danari  in  altre 
possessioni  a  nUlità  della  chiesa  di  Legge.  Il  qoale 
di  presente  si  mise  in  cerca,  e  venne  a  concordia 
segretamente  col  conte  di  Fiandra  per  dogento  mi- 
gliaia di  reali  d*oro  ;  e  trovato  a  ciò  il  sussidio  de' 
Flamnungbi,  pagò  il  vescovo  innanzi  eh'  avesse  la 
possemione  della  città,  pensando,  ma  non  saviamente, 
non  avere  contrasto.  Ma  incontanente  che  quelli  di 
MeUina  sentirono  il  fatto,  andando  il  conte  per  la 
tenuta  serrarono  le  porte,  e  presono  1'  arme  alla  di- 
fesa e  non  lo  vi  lasciarono  entrare,  e  misonsi  a 
procacciare  di  lare  ritrattare  la  vendita  ;  e  non  po- 
tendolo fare,  ricorsone  al  duca  di  Brabante,  richieg- 
gendolo  per  li  patti  della  lega  e  compagnia  eh'  a- 
▼eano  con  lui,  che  li  dovesse  aiutare  e  difendere  : 
ed  egli  U  fece,  e  fecole  volentieri,  parendoli  che  la 
villa  dovesse  essere  sua,  ma  non  l' avea  voluta  com- 
perare. Per  questa  ingiuria  il  conte  richiese  il  re  di 
Francia,  il  quale  avendo  concepulo  odio'  coniro  al 
duca  di  Brabante  per  li  fatti  del  re  d' Inghilterra, 
]»ese  ad  aiutare  il  conte  di  Fiandra.  E  allora  fu  fatto 
grande  sonunovimento  di  Tedeschi  e  di  Franceschi 
oentro  si  duca  di  Brabante,  e  il  conte  di  Fiandra 
eo'  suoi  Fiamminghi,  per  modo  che  il  duca  fu  reca- 
to a  grave  e  pericoloso  partito  di  perdere  tutta  la 
duchea  ;  e  fotte  li  venia,  se  non  fosse  che  il  conte 
di  Bari  con  tutta  sua  forza  il  francò  a  quella  volta, 
come  trovare  si  può  nella  Cronica  di  Giovanni  Vil- 
lani nostro  antecessore.  Per  questo  sdegno  preso 
per  lo  duca  contro  al  re  di  Francia  incontanente  si 
xoUegò  col  re  d' Inghilterra  contro  al  re  di  Francia, 
onde  grande  male  ne  seguitò  a'  FraneeschL  Poi  mor- 
to il  duca  predetto  nella  generale  mortalità,  lasdò 
quattro  figliuole  femmine:  che  la  maggiore  fu  mo- 
glie di  messer . . . . ,  fratello  uterino  di  Carlo  di  Boe- 
mia, eletto  re  de*Romani  \  la  seconda  fu  moglie  del  conte 
di  Fiandra  ;  la  terza,  del  duca  di  Giulieri  ;  la  quarta,  del 
duca  di  Ghelleri.  E  non  essendovi  roda  maschio,  il 
ceste  domaadò  di  volere  parte  della  duchea  di  Bra- 
bante per  la  legittima  della  moglie;  e  non  poten- 
dola avere,  perchò  si  tenne  che  all'  anzianità  rima- 
nesse la  successione  del  ducato,  mosse  di  rivolere 
Mellina,  come  sua  propria  terra  comperala  dal  ve- 
scovo di  Legge,  come  di  sopra  ò  detto,  ed  essen- 
doli dal  nuovo  duca  dinegata,  ne  seguirono  in  bre- 
ve tempo  gran  cose,  come  appresso  racconteremo. 

CAPITOLO  XLni. 

Come  il  conte  di  Fiandra  andò  su  quello 

di  Brabante. 

Di  questo  SMse  di  giugno  1356  il  conte   di 
Fiandra  avendo  raddomandato  al  cognato  duca   di 


'  OMiMfo  concéputo  contro  al  duca  ecc.  legge  il  T.  Rieei, 
e  forse  con  bella  novità  da  infiorarne  il  Voc«bolario. 


Brabante  la  villa  di  Mellina  che  di  ragione  era  sua, 
e  non  volendogliela  rendere,  fece  bandire  per  tutta 
la  contea  di  Fiandra  il  torto  che  il  duca  di  Bra- 
bante e'  Brabanzoni  faceano  loro,  e  che  catone  s*ap- 
pareochiaue  d'  arme  per  seguitare  la  sua  persona 
contro  a' Brabanzoni  in  Brabante;  e  in  pochi  di  eb- 
be, con  apparecchiamento  fatto  di  molta  vittuaglia 
e  di  gran  carreaggio,  centocinquanta  migliaia  d' uo- 
mini armati,  quasi  tutti  a  modo  di  cavalieri,  e  con 
essi  ebbe  di  suo  sforzo  e  di  sua  amistà  seimila  ca- 
valieri; e  con  questo  grande  esercito,  e  coU'anlmo 
acceso  di  tutti  per  l' ingiuria  dei  Brabanzoni,  usci- 
rono di  Fiandra,  ed  entrarono  in  Brabante  per  com- 
battersi co*  Brabanzoni. 

CAPITOLO  XLIV. 

Come  si  fece  accordo  sul  campo  da*  Fiamminghi 

a'  Brabanfboni. 

Il  duca  di  Brabante,  eh*  era  Alamanno,  accolse 
dall'  imperadore  e  da  altri  baroni  d' Alamagna  molti 
cavalieri,  e  apparecchiò  in  arme  I  Brabanzoni  a  pie 
e  a  cavallo  per  comune;  e  sentendosi  venire  ad- 
dosso il  conte  di  Fiandra  co'  Fiamminghi,  si  fece 
loro  incontro  con  diecimila  cavalieri,  e  con  cento- 
dieci migliaia  di  Brabanzoni  a  pie  bene  armati.  Ed 
essendo  accampati  l' uno  presso  aQ'  altro,  e  cercando 
di  combattere  insieme  più  per  altiera  miccianza'  che 
per  guerra  che  tra*  cognati  fosse,  alquanti  baroni  di 
catuna  parte  si  mossone  per  trattare  tra  l' una  par- 
te e  T  altra  l'accordo,  acciocché  a  si  grande  e  pe- 
ricolosa battaglia  non  si  mettessono  ;  e  infine  ven- 
nero a  questa  concordia  :  che  catuno  eleggesse 
quattro  buoni  uomini  di  sua  parte  e  nomini  d' au- 
torità ;  e  fatta  la  lezione,  fu  loro  commesso  di  con- 
cordia delle  parti  che  dovessono  vedere  le  ragioni 
che  '1  conte  di  Fiandra  avea  sopra  fo  villa  di  Melli- 
na e  quelle  del  duca  di  Brabante;  e  veduta  la  verità 
del  fatto,  incontanente  obbligati  per  loro  saramento, 
ricevuto  solennemente  in  presenza  di  molti  baroni, 
che  levato  via  ogni  cavillazione  o  non  vere  ragioni, 
e'  giudicherebbono  a  cui  la  villa  di  Mellina  dovesse 
rimanere  per  loro  sentenza.  I  baroni  e'  popoli  pro- 
misono  stare  e  osservare  quello  per  loro  fosse  giu- 
dicato, e  gli  arbitri  giurarono  ancora  in  fra  M  ter- 
mine loro  assegnato  avere  terminata  e  renduta  la 
loro  sentenza.  E  presa  fo  detta  concordia  tra  le  parti, 
catuno  dolcemente,  sena*  altro  movimento  o  segno 
d'  alcuna  arroganza,,  mansuetamente  si  ritornarono  i 
Fiamminghi  in  Fiandra,  e'  Brabanzoni  in  *  Brabante, 
catuno  alle  sue  ville,  del  mese  di  giugno  del  detto 
anno.  Lasceremo  ora  le  novità  di  Fiandra  e  di  Bra- 
bante tanto  che  tomi  al  tempo  ove  fu  abbattuta  la 
superbia  del  Tedesco  e  fo  baldanza  de'  Brabanzoni, 
e  torneremo  alle  italiane  novità  che  prima  ci  oc- 
corrono a  divisare. 


'  meseianza,  voce  antioa  e  francese,  a  cui  per  altro  qni 
non  risponde  la  interpretazione  del  Vocabolario  avvertita^ 
diiovvcntura.  V.  anche  a  pag.  159,  col.  I,  n.  1  del  vola- 
rne I. 


200 


CBOniCA 


CAPITOLO  XLV. 
dnne  la  ciiià  iT  AscoH  s*arrendè  ai  legato, 

n  Talento  cardinale  legato  del  papa,  avendo 
duemila  barboto  a  aoldo  della  Chief a,  olire  ai  molti 
crociati  eh*  avea  In  Romagna,  avendo  inteso  come 
la  compagnia  ch'usciva  del  Regno  volea  passare  d*A- 
bmszi  nella  Marca  d*  Ancona  inverso  la  città  d*  A- 
scoK,  s'  ingrossò  di  gente  d^  arme  a  pie  e  a  ca- 
vallo in  quelle  contrade.  Gli  Ascolani  temendosi  della 
compagnia,  perchè  non  erano  ancora  in  accordo  col 
legato,  si  disposono  di  rendersi  a  Care  la  volontà 
del  legato.  U  cardinale  fn  loro  benigno  e  mansneto, 
facendo  assai  di  quello  eh*  e^  voleano,  e  del  mese  di 
giugno  del  detto  anno  ricevettono  la  signoria  del  le- 
gato, e  la  sua  cavalleria  nella  città,  a  ubbidienza  di 
Santa  Chiesa.  E  in  questi  medesimi  giorni  prese  il 
legato  accordo  col  signore  di  Fabriano,  eh*  era  stato 
ribello  a  Santa  Chiesa  per  animo  tirannesco  e  ghibel- 
lino ;  e  col  vescovo  di  Fnligno,  che  tonea  la  terra  per 
lo  detto  modo,  ogni  cosa  dissimulava  oon  molta  prov- 
visione, secondo  ehe  M  tompo  glie  la  richiedea. 

CAPITOLO  XLVI. 

Cotne  il  legato  procacciò  tenere  il  Tronto 
alla  compagnia. 

Avuto  che  il  legato  ebbe  la  dita  d'Ascoli  a* 
suoi  comandamenti,  sentendo  la  compagnia  del  con- 
to di  Laudo  in  Abruzsi  a*  confini  della  Marca,  e  ehe 
i  danari,  che  1  re  Luigi  dovea  dare  loro  perch*  elK 
usdssono  del  Reguo,  veniano,  tomendo  che,  valicato 
che  avesse  il  Tronto,  e'  non  si  stendesse  in  troppo 
danno  de' suoi  Marchigiani,  con  grande  animo  rau- 
nò  al  Tronto,  gran  parto  della  sua  cavallerìa  e  il  po- 
polo del  paese,  e  fece  fare  in  sulla  riva  del  Tronto 
fossi  di  grande  lungheua,  e  fortìflcare  con  slecca- 
li, e  faceva  continovo  di  dì  e  di  netto  guardare  i 
passi,  acciocché  ki  compagnia  non  enlnm  sopra 
le  sue  torre  ;  e  nondimeno  tonea  col  conto  capitano 
della  compagnia  trattato  d'accordarsi  eon  lui  a  suo 
Tsntoggio. 

CAPITOLO  XLVn. 

Come  i  Pisani  ruppono  la  franchigia  a*  Fiorentini. 

Awegnadiè  già  per  noi  addietro  sia  narrato, 
come  la  non  domato  astosia  de'  Pisani  avea  fatto 
fare  a'  Fiorentini  mbellare  Sovrana  e  Coriglia,  e  quel- 
le faceano  guardare  e  fare  guerra  a*  loro  soldati,  i 
quali  diceano  essere  loro  sbanditi,  rompendo  per 
indiretto  modo  la  pace  a'  Fiorentini,  e  il  comune  di 
Firense  dissimulando  l'ingiuria  per  non  tarbare  il 
tranquillo  della  pace,  ed  eglino  mulUpIicando  in  su- 
perbia*, confidandosi  che  per  cagione  del  loro  porto 
i  Fiorentini  portassono  ogni  soms,  avendo  rivolto  lo 
stoto  e  il  reggimento  della  città  come  addietro  è 
contoto,  volendo  manifestomente  rompere  i  patti  della 
pace  ai  Fiorentini,  e  mostrare  che  dò  non  fosse,  or- 
dinarono, che  per  cagione  che  la  meroatansia  venisse 


e  stosse  sieun  nel  porto  e  in  quel  mare,  pngaaae  4m 
danari  per  lira  di  eiò  ohe  k  merealaima  valesie,  «Ha 
slima  de'  loro  ufleiali  ordinali  iopn  dò.  B  sapoid» 
che  per  i  patti  ddla  pace  i  FiorÒMini  doveano  omo- 
re  liberì  e  franchi  deUe  loro  mereatanne,  e  persona 
e  cose  nella  loro  dllà,  e  porto  e  distretto,  non  gKono 
fedone  esenti  ;  ma  i  priaù  a  cui  staggirono^  e  arre-' 
storono  la  merealanua  per  la  delta  gabella,  teoao  i 
FiorenlinL  II  oomune  di  Firenie  sentondo  la  novità 
eh'  e'  Pisau  faceano  di  tórre,  contro  a'  patti  della 
pace,  la  firancliigia  a'  suoi  dlladini,  vi  mandò  aolenni 
ambasdadorì,  rioUeggeado  e  pregando  quello  cotti- 
ne che  non  dovesse  tórre  la  fìrancbigia  debito  per 
gli  ordini  delta  pace  a'  snot  dltadtiL  La  risposta  Al, 
eh'  elli  erano  sotto  il  governo  del  loro  stgnere  sMa- 
sor  r  imperadore,  e  questo  era  sua  fhllara,  parvo- 
lere  ohe  1  porto  e  1  mare  stesse  guardato  •  aìcvo. 
B  non  poleadou   trarre  altro  da  loro,  il   ooi 
mandò  all' imperadore  in  Boosna  a 
ordine  era,  e  se  volea  eh'  e'  Pisani  sotto  l' iaspetiato 
titolo  rompeasono  loro  la  pace,  togliendo  la  franehi- 
già  a' suoi  dltadinL  L*  imperadore  udite  la  novella, 
gU  dispiacque;  e  inconteneato  riscrìsao  al  noalro  oo- 
mune, che  dò  non  era  fatto  di  suo  voterò  nò 
sentimento,  e  che  te  sua  votentà   era  eh' e' 
Humtonessero  a'  Fiorentini  te  loro  fraaeliigte  e  bn^ 
leale  pace;  e  così riaerisse  al  eomaaediPisapersttB 
lettere,  bm  poco  il  enrarono,  e  però  poeo  vateo.  B 
avute  la  risposta  dall'  imperadore,  più  perlinaeasaanto 
teanono  feraro  qudlo  oh'aveaao  iaeomindato;  ene- 
umìk  fu  a'  mercatanti  fiorentini,  a  cai  era  ataggita 
la  loro  mercatentte,  di  pagare  il  desio,  e  rompere  te 
franchigia,  se  rivoUono  la  loro  arareatenua.  Qvcsto 
fu  il  primo  oonuneiameato  del  aMse  di  giugno  pre- 
detto^: come  te  cose  montarono-poi  a  grande  adegio, 
e  poi  a  iadtasioae  di  grave  turhaiione   di  gnem, 
appresso  ne'  tempi  come  m  potrà  Irovve  ,  e  maaa^ 
nMBsente  nd  eomindamento  dell'  undedmo  libro  della 
nostra  eompilauoae. 


CAPITOLO  XLVm. 

Come  i  Fiorentini  deliberarono  partirei  da  Fisa 

e  ire  a  Tàlamone. 


non 


Vedendo  i  Fiorentini  te  pertmaete  é»*  Pisa»  in 
volersi  rimuovere   dall'  impresa,  ooBoaoendo 


I 


sggrftTtroDO,  ieqxiflstnirono. 


lerandosi,  crescendo  in  sempre  maggior  iuperbla. 


'  Nell'anno  1856.  I  Pisani  ruppero  la  franchigia  a'FSo- 
reotinl  per  te  loro  dtlà  non  poro,  ma  e  per  il  Porto.  Cade 
i  Fiorentini,  latto  trattato  di  eomnieroio  oo' Sanasi,  ei  dte- 
dero  a  neare  del  Porto  di  Telamone  per  lo  spaccio  deQe 
lor  merci.  Pisani  e  Qenoveei,  armate  parecchie  galere  nei 
1867,  ToUer  ehindere  qneUa  nnova  via  as^i  avrertari,  ma 
tornò  vana  te  prova.  Ed  anche  allorehà  Pisa  pentita  ri- 
mise i*  antica  franchigia  in  ùivor  de'  Fiorentini,  questi  pur 
s'ostinarono  a  non  voUer  smettere  la  vte  al  Porto  di  Tela- 
mone, tuttoché  Innga  e  dispendiosissima.  A  nnlla  valse  loro 
lo  stesso  esempio  disperato  di  Siena,  ohe  «vendo  già-prisaa 
volato  far  di  quel  luogo  un  empm^  dovettero  tetorrom- 
pere  V  impresa,  atteeo  l'aria  mJnidiale,  Onde  Dante  oorì  ne 
scrìsse  nel  Pìm^.,  Xm,  161-154  :  TV  gli  vedrai  fra  fmOm 
ginté  vana  Oh»  tpera  in  Talamonéf  e  pardaragU  Pia  di  spe- 
rtamOf  eh'  a  trovar  la  Diana  :  Ma  jm&  vi  pardiraam  fti 
MMiitreiffii* 


DI  MATTEO  VILLANI. 


201 


manifeetamoiite  cbe  yeniTano  contro  a'  patti  della  pace 
con  dae  malisioai  lìapetti';  il  primo,  che  non  sapea- 
no  vedere,  e  non  poteano  pensare,  che  per  qnella 
lieve  gravezza  i  Fiorentini  si  dovessono  sconciare 
della  comodità  ch*aveano  del  loro  porto  perle  pro- 
prie mercatanzie,  e  per  quelle  degli  altri  mercatanti 
strani  da  coi  aveano  a  comperare,  trovandole  in  Fisa  a 
noa  giornata  presso  alla  loro  città,  e  trovando  in  Pisa 
da*  Pisani  la  cìvanza*  delle  scritte  e  dèlia  loro  credenza; 
e  perocché  partendosi  di  là  la  spesa  e  lo  sconcio  era 
sformato,  non  voleano  pensare  eh*  e*  Fiorentini  non 
a'  acconciassono  a  consentire  questo  cominciamento  :  e 
quando  dò  fosse  recato  in  pratica  e  in  usanza,  aveano 
intenzione  di  Venire  crescendo  il  dszio  a  utilità  del 
loro  comune,  e  a  servaggio  di  quello  di  Firenze. 
L*aUrD  peggiore  pensiero  si  era,  se  per  questo  i  Fio- 
rentini si  movrssono  a  guerra,  lo  stato  di  coloro  che 
nuovamente  reggeano,  il  quale  era  debole  per  i 
molti  buoni  cittadini  cui  eglino  aveano  abbattuti  dello 
stato,  si  fortificherebbe  per  la  guerra  de*  Fiorentini, 
e  sarebbono  seguitati  e  già  ubbiditi  dal  loro  popo- 
lo. I  Fiorentini  conoseendo  la  loro  malizia,  non  vol- 
lono  però  rompere  la  pace,  ma  tennero  piik  con- 
sigli, e  trovarono  i  loro  cittadini  tutti  acconci  di  por- 
tare ogni  gravezza,  e  ogni  spesa  e  interesse  che 
incorrere  potesse  air  arti  e  alla  mercatanzia,  innanzi 
che  volessono  comportare  un  danaio  di  dazio  o  di 
gabella  da*  Pisani  contro  alfa  loro  franchigia.  B  però 
di  presente  ordiniarono  per  riformagione  penale,  che 
catuno  cittadino,  o  contadino,  o  distrettnale  di  Fi- 
renze, infra  certo  tempo  giusto  dato  loro,  catone 
si  venisse  spacciando^  e  ritraendo  per  modo,  eh*  al 
tarmine  dato  catnno  si  potesse  partire  da  Pisa  senza 
suo  danno  :  e  sopra  ciò  e  sopra  trovare  modo  d*avere 
porto  altrove,  fu  fatto  un  uflcio  di  dieci  buoni  cittadini, 
dae  grandi  e  otto  popolani,  oon  grande  balia,  e  chia- 
maronsi  i  dieci  del  mare;  della  quale  provvisione 
iegnirono  gran  cose,  eome  innanzi  al  suo  tempo 
diviseremo. 

CAPITOLO  XLIX. 

Come  fu  dis/aUa  la  città  di  Vena/ri  in  Terra 

di  LwDoro. 

n  re  Luigi  avendo  lungamente  avuto  addosso 
la  compagnia  e  certi  de'  suoi  baroni  e  ribelli,  non 
avea  potuto  resistere  a'  ladroni,  e  per  questo  erano 
in  ogni  parte  mnlliplieati  i  malfattori,  e  i  baroni  si 
teneano  in  loro  tortezze,  e  davano  più  rifugio  e 
favore  abbuoni;  e  per  tanto  il  paese  era  nella  forza 
di  chi  malo  volea  fare,  per  tale,  oh*  uno  conestabile 
tedesco,  eh*  avea  nome  Currado  Codispillo,  si  ribellò 
al  re  essendo  al  suo  soldo,  e  oon  ottanta  barbute  e 
eento  masnadieri  era  entrato  nella  città  di  Venafri, 
e  tormentava  le  strade  e*  cammini  e  tutto  il  paese 


'  par  due  maliziose  oonsiderazloni. 

'  il  vantaggio  degH  obblighi  in  iscritto  (cedole  di  cam- 
bio) e  dalle  loro  credensiali.  Intendi:  i  Fiorentini  avean 
tale  eredito  in  Pisa,  ch'ogni  loro  ohbiUgo  tcriUo  veniva  ri- 
oonoscfnio  e  valeva  danaro  contante. 

^  lasciando  il  porto  di  Pisa  V  incomodo  era  grande. 


d*intomo,  cavalcando  in  prede  e  in  ruberie  iafino 
ad  Aversa,  e  ritomavasi  in  Venafri  ;  e  per  questo 
erano  assediate  le  strade  e*  cammini,  eh*  e*  mercatanti 
non  poteano  andare  nò  mandare  le  mercatanzie  poir  lo 
Regno.  Sapendo  il  re  che  la  compagnia  era  per  uscire 
del  Regno,  fece  di  subito  una  rannata,  e  in  perso- 
na cavalcò  a  Venafri,  e  sopragginnti  li  sprovveduti 
ladroni,  combatto  la  terra  eh*  avea  poca  difesa,  e 
vinsela,  e*  forestieri  si  fuggirono  per  la  montagna, 
e  salvaronsi.  Il  re  nel  caldo  del  suo  furore,  non  pen- 
sando che  la  città  era  sua  e  antica  nel  Regno,  la 
fece  ardere  e  disfare,  perchè  più  non  potesse  es- 
sere ridotto  di  ladroni  suoi  ribelli  ;  e  del  detto  mese 
si  ritornò  a  Napoli,  cominciando  a  essere  più  ub- 
bidito e  temuto,  che  non  era  prima. 

CAPITOLO  L. 

Come  P  oste  del  re  d' Ungheria  cominciò  a  venire 

a  TrevigL 

Avendo  contato  poco  addietro  il  movimento 
del  re  d*  Ungheria,  seguita,  che  a  dì  28  del  mese 
di  giugno  del  detto  anno,  messer  Currado  Lupo,  il 
conte  d*Aqnilizia,  libano  di  Rossina  con  quattromila 
cavalieri  tedeschi,  frìolani  e  nngari  vennono  sopra  la 
città  di  Trevigi,  la  quale  era  a  quel  tempo  sotto  la 
guardia  e  libera  signorìa  de'  Veneziani  ;  i  quali  aven- 
do poco  dinanzi  avuta  per  li  loro  ambasciadorì,  tor- 
nati dal  detto  re,  risposta  della  sua  intenzione,  avea- 
no presa  temenza  eh*  e*  non  venisse  sopra  loro  a 
Trevigi  ;  e  però  in  fretta  intesono  a  fornire  la  dttà 
di  gente  d*  arme  a  cavallo  e  a  piò  per  la  difesa,  e 
d* altre  cose  necessarie:  ma  tanto  ginnsono  tosto  i 
nemici,  che  a  compimento  non  lo  poterono  fare;  non- 
dimeno, per  levare  il  ridotto  a*  loro  avversari,  arao- 
no  le  villate  d*  intorno,  e  i  borghi  del  castello  di 
Meatri.  Giunto  messer  Currado  Lupo,  incontanente  colle 
sue  masnade  tedesche  corse  il  paeae,  e  cavalcò  in- 
fino a  Marghera  presso  di  Vinegia  a  tre  miglia  di 
mare  in  sul  canale  ch^andava  a  Trevigi,  nel  quale  tro- 
varono più  barche  cariche  di  vittuaglia  e  d'  arme 
eh*  andavano  a  Trevigi  ;  le  quali  prese,  gli  nomini 
fece  impiccare,  e  Ifi  roba  conducere  al  campo.  Co- 
sloro  cominciarono  a  porre  Tassodio  alla  città;  e  il 
re  era  rimase  addietro  a  Sigillo  con  più  di  quaranta 
migliaia  d*  Ungari  a  cavallo,  per  venire  appresso  al 
detto  assedio. 

CAPITOLO  U. 

De^  parlamenti  che  per  questo  si  feciono 
in  Lombardia. 

Neil*  avvenimento  della  gente  del  re  d*  Unghe- 
ria a  Trevigi,  da  capo  presono  sospetto  tutti  i  si- 
gnori lombardi,  e  quelli  di  Milano  andarono  in  per- 
sona a  messer  Cane  Grande,  e  con  Ini  s*  accozzaro- 
no al  lago  di  Garda  a  un  suo  castello,  e  ivi  fer- 
marono tra  loro  lega  e  compagnia.  B  alla  città  di 
Rologna  si  ragnnarono  tutti  gli  altri  collegati  contro 
al  signore  di  Milano,  e  da  capo  rifermarono  loro 


302 


CRONICA 


lega,  e  di  eomono  concordia  catana  gente  per  lè 
mandò  da  capo  ambasciadorì  al  re  d' Ungheria,  a  vo- 
lere sapere  ae  egli  intendea  con  tanto  grande  eser- 
cito qaant"  egli  ayea  aeco,  fare  altra  novità  in  Italia 
che  contro  alla  città  di  Trevigi;  e  saputo  da  lui  che 
non  venia  per  altro  che  per  procacciare  le  sue  terre 
dal  comune  di  Yinegia^  rinasono  per  contenti.  B 
Ubano  di  Bossina  e  messer  Currado  Lupo  andaro- 
no al  signore  di  Padova  che  vicinava  col  Trivigìa- 
no,  e  da  parte  del  loro  ngnore  gli  offersono  ami- 
stà e  buona  pace  e  sicurtà  del  suo  paese,  pregan- 
dolo cV  allargasse  la  sua  mano  di  dare  ali*  oste 
del  re  vittusglia  per  li  loro  danari  ;  la  quel  cosa  fu 
promessa  con  certo  ordine  a'  detti  baroni.  B  tutte 
queste  cose  furono  mosse  e  fatte  in  pochi  dì,  airen- 
trare  del  mese  di  luglio  del  detto  anno. 

CAPITOLO  Uh 
Come  il  re  d*  Ungheria  ebbe  CoUigrano. 

CoUigrano  è  un  grande  e  forte  castello  in  Tre- 
vigiana presso  a  Trevigi  a  sedici  miglia,  e  in  sul 
passo  del  Frìoli.  Questo  castdlo  aveano  ben  fornito 
i  Yenetiani  di  genie  d*  arme  per  impedire  il  passo 
al  re.  In  queati  di  il  re  venia  con  grande  esercito 
verso  Trevigi,  e  giunto  a  CoUigrano,  vedendolo  fòrte 
o  in  sul  passo,  quanto  che  potesse  ben  psssare  per 
forte  deDa  sua  cavalleria,  non  lo  si  volle  Usciare  ad- 
dietro ;  e  però  mise  in  ordine  gli  Ungheri,  ch^erano 
più  di  quarantamila,  per  fare  combattere  la  terra, 
con  inteniione  di  non  partirsene  eh'  e'  V  avrebbe.  I 
terraszani  vedendo  la  moltitudine  che  copriva  la 
terra  intomo  intorno  pareo  :hie  miglia,  tutti  con  gli  archi 
e  colle  saette,  temendo  il  pericolo  della  battaglia,  a'ar- 
renderono  alla  persona  del  re  innanzi  che  battaglia 
si  cominciasse.  Ed  egli  in  persona,  senza  lasciar 
fare  loro  alouno  male,  v'entrò  dentro  con  quella 
gente  eh'  e'  volle,  a  dì  f  2  di  luglio  del  detto  anno, 
e  presa  la  signoria  in  nome  dell'  imperadore,  e  for- 
nitolo di  suoi  eavalierì  e  d*uno  confidente  capitano, 
si  mise  innanzi  col  suo  esercito  in  verso  la  dttà  di 
Trevigi. 

CAPITOLO  UIL 

Come  il  re  i  Ungheria  venne  a  oste  a  Treeigi, 

Essendo  il  detto  re  in  cammino,  prese  un'  al- 
tro castello  che  si  chiama  Asille,  e  altre  tenute  d' in- 
tomo aenza  arrestarsi  ad  esse,  ed  ebbele  a' suoi 
comandamenti.  E  cavalcando  innanzi,  a  dì  14  del 
detto  mese  giunse  nel  campo  a  Trevigi  con  più  di 
quarantamila  Ungheri  e  Schiavi  a  cavallo^  olire  a 
quelli  che  prima  erano  venuti  co*  suoi  baroni.  E  con 
questo  grande  esercito  prese  tutto  il  paese  intorno 
a  Trevigi,  e  assediò  la  città  e  più  altre  castella  in 
Trevigiana  ivi  d*  intordb  ;  e  '1  suo  proponimento  era 
di  non  partirsi  dall'  assedio,  eh'  egli  avrebbe  la  città 
al  suo  comandamento.  Ma  le  cose  alcuna  volta  non 
succedono  alla  volontà  umana,  e  però  con  tutta  la 
smisurata  potenza  non  potè  adempiem  suo  proponi- 
mento, come  leggendo  appresso  dimostreremo. 


CAPITOLO  UV. 

Come  $i  reggeano  gli  Ungheri  in  oste, 

E*  pare  cosa  meravigliosa  agl*ItaUaBÌ  ne*  no- 
stri di;  a  udire  la  moltitudine  de'  cavalieri  cha  le- 
gnitano  il  re  d' Ungheria  quando  cavalca  in  anse  col- 
tro i  suoi  nemicL  E  però,  avvegnaché  gli  tolicU 
fessone  di  queste  cose  più  sporti,  per  lo  laag o  tn- 
passamento  di  quella  memoria  qd  ne  rinnoyereno 
alcuna  cosa,  per  levare  T  ammirazione  de'modenu. 
Gli  Ungheri  sono  grandissimi  popoli,  e  quali  tatti 
si  reggono  sotto  baronaggi,  e  le  baronie  d' Ungherìi 
non  sono  per  successione  nò  a  vita,  ma  tutto  si  dia- 
no e  tolgono  a  volontà  del  signore;  e  hiaao  per 
loro  antica  consuetudine  ordinate  quantità  di  nn- 
lierì,  de'  quali  catuno  barone,  o  comune  hiaao  i 
servire  il  loro  re  quando  va  o  manda  in  fatti  d'l(B^ 
sicché  il  numero  e  '1  tempo  del  servigio  caUao  m 
che  l'ha  a  fare.  E  perocché  alla  richiesta  del  sign<h 
re  subitamente,  senza  soggiorno^  o  intervallo,  eoi- 
viene  che  aleno  mossi,  per  questo  quel  coanaee 
quello  barone  ha  dipotato  quelli  che  a  quel  leni- 
gio  debbino  cootinovo  stare  apparecchiati  di  doppi 
cavalU,  e  chi  di  più,  e  di  loro  leggieri  armi  di  of- 
fendere, cioè  l'arco  colle  frecce  ne'loro  turcassi,  e  mi 
spada  lunga  a  difensione  di  loro  persone.  Portaao  (e- 
neralmente  farsetti  di  cordovano,  i  qoali  eontioomo 
per  loro  vestimenta;  e  com'è  bene  onte,  v'ig- 
ginogono  il  nuovo,  e  poi  l'altro,  e  appresso  filtro, 
e  per  questo  modo  gli  fanno  forti  e  assai  difeade- 
voli.  La    testa  di  rado  armano,  per  non  perdere 
la  destrezza  del  reggere  l' arco,  ov'  é  tutta  la  loro 
speranza.    Gli  Ungheri  hanno  le  gregge   dei  ci- 
valli  grandissime,  e  sono  non  grandi,  e  co'ciyil- 
li  arano  e   governano  il  lavorìo  della  terra,  e  tatti 
loro  aome  sono  carrette,  e  tutti  gli   nudriaooao  i 
stare  stretti  insieme,  e  legati  per  l' uno  de'  piedi,  Wr 
che  in  catuna  parte  con  uno  cavigliuolo*  fitto  in  tem 
li  possono  tenere;  e  il  loro  nndrimento  è  l'erba,  fie- 
no e  strame  con  poca  biada,  massimamente  qou- 
do  usano  d' andare  verso  levante,  e  valicare  i  lunghi  di- 
serti. E  andando  verao  qua'  paesi,  osano  selle  In- 
ghe  a  modo  di  barde^  congiunte  con  nsolieri^i  ^ 
quando  aono  in  que*  cammini  disabitati  e   ne'  loro 
eserciti,  l' uomo  e  '1  cavallo  in  sul  campo  a  scoper- 
to  cielo   fanno  un  letto  senz' altra  tenda,  eintea»- 
po  sereno  aprono  le  bande  delle  loro  selle  a  no- 
do di  barda,  e  fanooaeoe  materasse,  e  sopr*  esse  do^ 
mono  la  notte  ;  e  se  '1  tempo  è  di   piova,  che  & 
rado  avviene,  o  dell'una  parte  o  d*  ameadne  si  ba- 
no  coperta,  coloro  cavalli  usi  a  ciò  noA  si  ennao 
di  stare  al  sereno  e  alla  piova,  e  non  hanno  danno  0 
que'paesi  che  di  rado  vi  piove.  Altrove  non  è  eo#;  b> 
pure  comportano  meglio  i  disagi  :  e  molti  ne  ca- 
strano, che  si  mantengono  meglio,  e  sono  più  011- 


'  eenu  dimort,  seoza  hidagio  di  sorta. 

*  con  un  piccolo  cavicchio. 

*  Specie  d' armatora  di  oaoio  cotto  0  di  (toro,  eolia  fsak 
b'  armavano  il  collo,  il  petto  e  le  gnq^pe  del  oavallo. 

*  con  leggacd  di  cuoio  o  d'altro. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


203 


foeti.  Di  loro  vÌTanda  oon  Keye  iooarico'  sono  nei 
difoiii  ben  forniti  :  e  la  cagione  di  ciò  e  la  loro  prov- 
TÌsione  è  questa;  che  in  Ungheria  cresce  grande 
Boltitudine  di  buoi  e  di  vacche,  i  quali  non  lavo- 
rano la  terra,  e  avendo  larga  pastura,  crescono  e  in- 
grassano tosto  ;  i  quali  elli  uccidono  per  avere  il  cuo- 
io, e  M  grasso  che  fanno  ne  fanno  grande  merca- 
lanzia,  e  la  carne  fanno  cuocere  in  grandi  caldaie;  e 
com^eirò  ben  cotta  e  salata,  la  f«nno  dividere  dal- 
Fossa,  e  appresso  la  fanno  seccare  ne' forni  o  in 
altro  modo,  e  secca,  la  fanno  polvereszare  e  reca^ 
re  in  sottile  polvere,  e  così  la  serbano;  e  quando 
vanno  pe*  deserti  con  grande  esercito,  ove  non  tro- 
vano alcuna  cosa  da  vivere,  portano  painoK  e  altri 
vasi  di  rame,  e  catane  per  sé  porta  uno  sacchetto 
di  queita  polvere  per  provvistone  di  guerra  :  e  oltre 
a  ciò  il  signore  ne  fa  portare  in  sulle  carrette  gran 
quantità  ;  e  quando  s"  abbattono  alte  fiumane  o  altre 
acque,  quivi  s*  arrestano;  e  pieni  i  loro  vaselli  d'ac- 
qua, !a  fanno  bollire  ;  e  bollita,  vi  mettono  suso  di 
questa  polvere  secondo  la  quantità  de*  compagni  che 
s*  accostano  insieme  :  la  polvere  ricresce  e  gonfia, 
e  d*nna  menala'  o  di  due  si  h  pieno  il  vasca  modo 
di  farinata,  e  dà  snstanza  grande  da  nutricare,  e  ren- 
de gli  nomini  forti  con  poco  pane,  o  per  sé  mede- 
sima senza  pane.  B  però  non  ò  maraviglia  perchè 
gran  moltitudine  stieno  e  passino  lungamente  per  li 
diserti  senza  troyare  foraggio  ;  che  i  cavalli  si  nn- 
Iricano  coir  erbe  e  col  fieno,  e  gli  uomini  con  que- 
ata  carne  martoriata.  Ma  ne*  nostri  paesi,  ove  tro- 
vano il  pane  e  'I  vino  e  la  carne  fresca,  infastidi- 
scono il  loro  cibo,  il  quale  per  dolce  usano  no*  de- 
serti; e  però  mutano  costume,  e  non  saprebbono 
vivere  di  queir  impastata  vivanda,  e  però  non  potreb- 
bono  in  tanto  numero  ne*  nostri  paesi  durare,  che 
le  città  e  le  castella  sono  forti,  e  i  campi  stretti,  e 
le  genti  provvedute  ;  e  però  avviene,  che  quanti  più 
in  numero  di  qua  ne  passano,  più  tosto  per  neces- 
sità di  vita  si  confondono.  La  loro  guerra  non  è 
in  potere  mantenere  campo,  ma  di  correre  e  fuggi- 
re e  cacciare,  saettando  le  loro  saette,  e  di  rivol- 
gersi e  di  ritornare  alla  battaglia^  B  molto  sono 
atti  e  destri  a  far  preda  e  lunghe  cavalcate,  e  mol- 
to magagnano  colle  saette  gli  altrui  cavalli  e  le 
genti  a  piede,  e  per  tanto  sono  utili  ove  sia  chi  possa 
tenere  campo,  perocchò  di  fare  guerra  in  corso  e 
tribolare  i  nemici  d*  assalto  sono  maestri,  e  non  si 
curano  di  morìre,  e  però  si  mettono  a  ogni  gran 
pericolo.  B  quando  le  battaglie  si  commettono,  sem- 
pre gli  Ungherì  si  tengono  per  loro,  e  combattono 
partendosi  a  dieci  o  quindici  insieme,  chi  a  destra  e  chi 
a  sinistra,  e  corrono  a  ferire  dalla  lunga  con  le  loro 
saette,  e  appresso  in  su*  loro  correnti  cavalli  si  fug- 
gono ;  e  solieno  andare  senza  insegna  o  alcuna  ban- 
diera, e  senza  stromento  da  battaglia,  e  a  certa  per- 
cossa di  loro  turcassi  s*  accoglievano  insieme.  Ab- 
bianne  forse  oltre  al  dovere  stesa  nostra  materia; 
ma  perchè  in  questo  nostro  tempo  si  sono  comindati 


*  Quasi  lo  stesso  che  manata;  ed  è  qn!  tutta  quella  quan- 
tità, che  può  essere  ÌDchiosa  nella  mano,  aggavignandola 
colle  dita. 


a  stendere  nelle  italiane  guerre,  non  è  male  a  sa- 
pere loro  condizione. 

CAPITOLO  LV. 

Come  Vaste  si  tnantenea  a  Trevigi, 

Stando  il  re  d*  Ungheria  airassedio  di  Trevigi, 
venne  a  lui  messer  Gran  Cane  della  Scala  con  cin- 
quecento barbute  di  fiorita  gente  d^arme,  e  ricevuto 
dal  re  graziosamente,  stette  a  parlamentare  con  lai 
in  segreto,  e  tornossi  a  Verona,  lasciati  al  servigio 
del  re  que'  cavalieri  che  menati  avea  con  seco,  av- 
vegnaché il  re,  avendo  troppa  gente  della  sua,  non 
gli  avrebbe  voluti,  ma  per  cortesia  gli  ritenne»  Messer 
Bernabò  di  Milano  gli  mandò  cinquecento  balestrieri, 
i  quali  gli  furono  assai  a  grado  ;  e  incontanente  il 
re  fece  strignere  V  oste  intorno  alla  città,  e  rizzar- 
vi da  diverse  parti  da  diciotto  diflcii,  e  cominciava  a 
volere  fare  cave  per  abbattere  le  mura ,  ma  di  quel- 
lo quelli  della  città  poco  si  temeano,  perocch*el- 
r  è  posta  in  piano,  ed  è  quel  piano  si  abbondante 
d*  acqua  viva,  che  non  si  può  cavare  braccia  due  in 
profondo,  che  da  catnna  parte  Tacque  surge  abbon- 
dante e  bella.  Quelli  che  dentro  varano  alla  guar- 
dia della  città  per  i  Veneziani,  vedendo  Toste  stri- 
gncrsi  alle  mnra  della  città,  francamente  si  mostra- 
rono apparecchiati  alla  difesa,  e  contro  ai  trabocchi 
aveano  fatti  terrati*  e  altri  utili  ripari.  Il  re  e  '1  suo 
consiglio  avendo  provveduto  la  terra  intorno,  co- 
nobbono  che  non  era  cosa  possibile  a  volerla  vin- 
cere per  battaglia,  avendo  difensori  come  la  sentiva- 
no fornita,  perocchò  le  mura  erano  forti  e  alte,  e 
molto  bene  provvedute  e  armate,  e  i  fossi  larghi  e 
pieni  d*acqua  viva.  B  per  tanto  non  era  da  potere 
sperare  vittoria,  se  non  per  lungo  assedio,  e  a  que- 
sto si  disponea  la  volontà  reale  ;  ma  la  moltitudine 
de*  snoi  Ungherì  bestja*i  e  baldanzosi  generava  con- 
fusione^ che  non  si  potean  reggere  né  tenere  ordi- 
dine;  e  però  avvenne,  non  ostante  che  il  re  eoi 
signore  di  Padova  avesse  pace  e  concordia  (per  la 
quale  mandava  ogni  di  grande  quantità  di  pane  cotto 
all'oste  in  molte  carra,  e  quattro  carrette  di  vino 
per  mantenere  in  dovizia  Toste,  senza  quella  vittua- 
glia  che  le  singulari  persone  del  suo  contado  vi 
portavano)  e  in  patto  era  che  il  suo  contado  e  di- 
stretto dovea  essere  salvo  e  sicuro  da  tutto  Teser- 
cito  del  re,  che,  non  ostante  le  dette  promesse,  gli 
Ungherì  cavalcavano  di  loro  movimento'  in  sul  Pa- 
dovano, uccidendo  ardendo  e  rubando,  e  faoendo 
preda  come  sopra  i  nemici  ;  onde  il  signore  si  turbò, 
e  non  mandò  più  nel  campo  Tordinata  vittnaglia,  e*pae- 
sani  per  non  essere  rubati  si  rimasono  di  portar- 
vene;  per  la  qual  cosa  il  grande  eserdto  cominciò 
a  sentire  difetto,  e  sformata  carestia  delle  cose  da 
vivere  oltre  alTusato  modo.  Lasceremo  alquanto  que- 
sta materìa,  per  da  e  ali*  altre  cose,  che  occorso- 
ne alla  fine  di  questo  assedio,  il  loro  debito. 


I  ripari  &tti  di  terra. 

^  di  loro  arbitrìO|  a  loro  posta. 


904 


CRONICA 


CAPITOLO   IVI. 
Come  la  gran  compagnia  passò  nella  Marea, 

Air  ascila  del  mese  di  loglio  del  detto  anno, 
Il  conte  di  Laodo  colla  soa  compagDÌa  asci  del  Regno 
per  la  via  della  marina  di  San  Fabiano.  La  forza  del 
legato  eh*  era  in  sai  Tronto  non  si  potè  tanto  sten- 
dere che  la  compagnia  inverso  la  marina  non  vali- 
casse il  flame,  e  valicati  senza  contrasto,  si  dirizzaro- 
no verso  Fermo,  e  tra  la  città  d'Ascoli  e  di  Fermo  po- 
sono  loro  campo;  nel  qaale  si  trovarono  duemila  cin- 
qaecento  barbate  ben  montati  e  bene  in  arme,  e  gran 
qaantifà  di  cavallari  e  di  saccomaoai  in  ronzini  e  in  so- 
mieri, e  mille  masnadieri,  e  barattieri,  e  femmine  di 
mondo,  e  bordaglia  da  carogna  '  bene  più  dì  seimila. 
Essendosi  accampati,  sentirono  come  il  legato  era 
forte  di  gente  d'arme  e  apparechiato  a  tenerli  strettì 
dalle  gualdane*,  e  però  cercarono  accordo  con  Ini, 
e  vennero  a'  patti  :  che  promisono  in  dodici  dì  essere 
faori  della  Marca  d' Ancona,  senza  fare  prede  o  dan- 
no al  paese,  e  che  prenderebbono  derrata  per  danaio; 
e'  paesani  doveano  apparecchiare  la  vittaaglia  al  loro 
trapasso.  Seguirono  ì  patti,  ma  non  del  termine',  % 
dovunque  tenevano  campo  non  poteano  fare  senza 
grave  danno  de' paesani;  e  a  dì  10  del  mese  d'ago- 
sto fiirono  passati  in  Romagna. 

CAPITOLO    LYIL 
Ve' fata  delPisola  di  Cicilia. 

In  questi  tempi  nell'isola  di  Cicilia  avvenne, 
ch^  essendo  morto  Lodovico  che  si  faceva  dire  re, 
e  na  suo  fìratello»  ch'erano  in  guardia  della  setta 
de' Catalani,  l'altra  parte  della  setta  degP  Indiani, 
ond'  erano  capo  i  conti  della  casa  dì  Chiaramonte, 
i  quali  s' erano  accostati  col  re  Luigi  di  Puglia,  pre- 
sono più  ardire,  e*  Catalani  aMoro  segnaci  n' abbas- 
sarono; e  per  questo  avvenne,  che  messer  Niccola 
di  Casaro  con  alquanti  grandi  cittadini  di  Messina, 
i  quali  erano  stati  cacciati  dì  Messina,  vi  ritornaro- 
no ;  e  questo  messer  Niccola  essendo  cacciato  della 
terra,  s'era  ridotto  di  volontà  del  re  Luigi  nel  ca- 
stello di  Melazzo,  e  fatto  capitano  de' cavalieri  del 
detto  re  Luigi  per  guardare  il  castello  e  guerreg- 
giare i  Messinesi.  Costui  ritornato  in  Messina  co'suoi 
consorti  e  con  altri  di  suo  seguito,  molto  segreta- 
mente si  cominciò  a  intendere  co'  caporali  dì  Chia- 
ramonte, e  all'entrata  di  luglio  del  detto  anno, 
provveduto  al  suoi  segreti^  fece  muovere  certi  di 
sua  setta,  i  qtkali  cominciarono  mischia  con  quelli 
cittadini  eh'  erano  avversari  di  messer  Niccola,  e 
cbe  l'aveano  tenuto  fuori  di  Messina.  Essendo  per 


*  bordaglia  carogna,  incarognata;  cioè  gente  vile,  en- 
cida  e  aporca  d'abito  e  di  costami.  Fanne  una  gianta  al 
Vocabolario. 

*  cavalcate,  cbe  ai  fanno  sul  terreno  de'  nemici. 

'  ma  non  pattuirono  il  tempo,  eh'  avrebbon  meaao  a 
nadr  della  Marca  d'Ancona. 

*  a  coloro  a'  quali  aveva  confidati  i  suoi  segreti  ;  a*  snoi 
confidenti  e  segretari. 


questa  novità  la  terra  a  romore,  come  ordinato  era 
messer  Niccola  ebbe  di  subito  da  Meiazso  dogento 
cavalieri  che  v'erano  del  re  Luigi  e  quattrocento 
fanti,  i  quali  mise  nella  città,  e  con  loro  e  con  suo 
seguito  di  cittadini  corse  la  terra,  •  cacdonne  Inori 
diciannove  famiglie  de' suoi  avversari,  e  tatti  gii  foce 
rubare,  e  fecesene  signore,  non  per  titolo,  ma  cose 
maggiore  governava  il  reggimento  <fi  queHa.  E  coM 
in  tutte  le  parti  dell*  isola  erano  dissensioni  e  hrl^ 
ghe  per  le  maledette  sette  ;  ma  Tuna  calava  e  f  altr» 
montava',  con  continove  uccisioni  e  guastamento  del 
parse  ;  e  già  per  terre  che  '1  re  Luigi  v'  avesse  o 
per  sua  forza  di  gente,  che  ve  ne  manteneva  poca 
per  povertà  di  moneta,  lievemente  montava*  al  fetto. 
La  divisione  dei  paesani  mutava  la  loro  fortuna, 
conne  seguendo  nel  loro  tempo  si  potrà  Tederò. 

CAPITOLO    LVia 
Come  il  conte  di  Lancastro  catalcò  fino  a  Parigi, 

Del  mese  di  luglio  del  detto  anno.  Il  conte  di 
Lancastro  con  due  fratelli  del  re  di  Navarra,  con 
quattromila  cavalieri  e  molti  arcieri  inghilesi,  per 
fare  maggiore  onta  al  re  di  Frauda,  sentendo  s'ap- 
parecchiava di  molta  baronia,  si  misono  a  canamo, 
scorrendo  i  paesi  inverso  la  dttà  di  Parigi,  facendo 
col  fuoco  gran  danno  alle  villate  dì  fuori  e  pro- 
dando in  ogni  parte;  e  misonsi  tanto  innanzi,  die 
a  una  giornata  s' sppresssrono  a  Parigi.  Sente»- 
do  che  'I  re  s'  sppareochiava  di  venire  contro  a 
loro  con  diecimila  cavalieri  e  grande  popolo,  die- 
dono  la  volta,  girando  il  paese  ;  e  faeendo  oontinoTi 
danni  e  gravi,  sì  ridussono  in  Normandia  a  un  et- 
stello  che  si  chiamava  Rertoglio,  innanzi  «1  qnde 
fermarono  loro  campo  per  dìfenderio,  avvisando  clie 
il  re  di  Frsncia  il  dovesse  fsre  assediare,  perocché 
tribolava  col  ricetto  degl' Inghilesi  tutta  Nomuuidin. 

CAPITOLO  LDL 


Come  U  re  di  Francia  andò  in 


n  re  di  Francia  infocato  di  sdegno  piii  oontro 
a  messer  Filippo  di  Navarra  che  gli  era  venuto  ad- 
dosso, che  contro  al  duca  di  Lancastro,  tentando 
che  s'era  ridotto  nel  castello  di  Bertoglio  sotto  la 
guardia  degl'  Inghilesi,  di  presente  in  persona  ai 
mosse  da  Parigi  con  quella  cavallerìa  eh'  avea  accolta, 
lasciando  d'essere  seguito  dagli  altri,  e  dìrizzoaaa 
in  Normandia  verso  Bertoglio;  e  trovando»  eoa 
più  dì  diecimila  cavalieri,  e  con  grande  moUìtadine 
dì  sergenti,  sì  mise  a  campo  presso  a' snoi  noaud, 
a  intenzione  di  combattere  con  loro.  Il  conte  di  Lsn- 
caitro  avvisato  guerriere,  sentendosi  il  re  appresso 
con  molto  maggior  forza  che  la  sua,  ebbe  un  suo 
avvisato  scudiere  e  ben  parlante,  il  quale  mandò  al 
re  di  Francia,  e  faccio  richiedere  di  battaglia*  D  re 


*  al  sedarsi  e  posarli  dell'  tua,  l'altra  riardeva. 

*  poco  importava. 


DI  MATTEO  VILLANL 


205 


aUegnunente  rioevette  il  gaggio^  della  battaglia,  fa- 
cendo allo  scudiere  larghi  doni;  il  quale  volendo 
dimostrare  ch^  avesse  amore  al  re,  in  sul  partire  gli 
disse,  che  la  venuta  del  conte  alla  battaglia  sarebbe 
innanzi  di,  dicendogli,  cha  per  tempo  si  dovesse 
apparecchiare.  Il  re  mncciando^  gli  dUse,  che  di  ciò 
non  si  corava;  venisse  quando  volesse,  pure  che 
venisse  alla  battaglia  :  ma  le  parole  dello  scudiere  fu- 
rono molto  piene  di  mali&ia  ;  perocché  sapendo  che  *1 
eonte  la  notte  si  dovea  partire,  disse  questo  ac- 
ciocché e^  Franceschi,  sentendo  il  movimento,  credes- 
sono  che  ciò  fosse  apparecchio  di  battaglia  e  non  di 
fuga  :  e  cosi  avvenne,  che  '1  conte  di  Lancastro,  e 
messer  Filippo  di  Navarra  in  quella  notte,  facendo 
fare  gran  vista  nel  campo  e  gran  romore,  cheta- 
mente si  ricolsono,  e  partirono  colla  loro  gente, 
n  re  la  mattina  scoperto  il  baratto^  degP  Inghilesi,  si 
mise  a  oste  al  castello  con  proponimento  di  lasciare 
gli  altri  assalti^  degl'  Inghilesi,  e  attendere  a  racqui- 
stare  le  terre  che  rubellate  gli  erano  in  Normandia. 
In  questo  tempo  il  duca  di  Guales  faceva  alle  terre 
del  re  di  Francia  grandi  guerre  in  Guascogna  ;  ma 
però  il  re  non  si  volle  partire  dall'  assedio  di  Ber- 
toglie  infino  a  tanto  che  Tebbe  a*  suoi  comandamen- 
ti, arrenduti  al  re  salve  le  persone,  e  cosi  fu  fatto  ; 
avendo  il  re  vittoria  d' avere  cacciati  con  vergogna 
i  nemici,  e  vinto  il  castello. 

CAPITOLO  LX. 

Come  il  papa  e  P  itnperadore  diedono  titolo 
al  re  d"  Ungheria. 

In  questi  tempi  mostravano  il  papa  e'  cardinali 
grande  affesione  al  re  d*  Ungheria,  o  che  fosse  pro- 
caccio^ del  detto  re,  che  spesso  aveva  in  corte  suoi 
ambasdadori,  o  che  motivo  fosse  della  Chiesa  per 
fargli  onore,  a  di  4  del  mese  d*  agosto  del  detto 
anno,  il  papa  e  i  cardinali  di  concordia  in  consi- 
storo  il  pronunziarono  e  dichiararono  gonfaloniere 
di  Santa  Chiesa  contro  agP  infedeli  In  questo  me- 
desimo tempo,  essendo  il  detto  re  aU*  assedio  di 
Trevigi,  T  imperadore  il  fece  suo  vicario  nella  guer- 
ra de*  Veneziani  ;  ed  egli  levò  nel  campo  la  sua  in- 
segna, e  tutte  le  terre  che  per  lui  s' acquistavano 
riceveva  in  nome  delf  imperadore. 

CAPITOLO  LXI. 

Come  i  Fiorentini  $*  accordarono  di  fare  porto 

a  Talamone. 

Avemo  narrato  addietro,  come  il  comune  di  Fi- 
renze per  lo  torto  eh'  e*  Pisani  faceano  a'snoi  cittadini 
d' avere  levata  loro  la  franchigia  contro  a*  patti  della 


'  offerta  e  quasi  dono.  Fanne  una  giunta,  tuttoché  il  vo- 
cabolo sappia  di  mofia  e  di  straniero. 

*  U  re  &cendo8ene  beffe,  prendendola  in  celia. 

'  tramutamento,  mutamento  di  luogo.    Scoperto  che  gli 
Inglesi  s' erano  tramutati  altrove,  si  mise  ecc. 

*  con  proponimento  di  non  movere  più  oltre  ad  assal- 
tare gl'Inglesi. 

^  pratica,  briga,  maneggio. 


pace,  essendo  venuto  il  termine  che  i  mercatanti 
s*  erano  partiti  da  Pisa,  e  ritrattone  le  mercatanzie 
e*  danari,  del  presente  mese  d' agosto  del  detto  an- 
no, avendo  i  dieci  del  mare  lungamente  trattato  col 
comune  di  Siena  di  volere  far  porto  a  Talamone,  re- 
cato r  acconciamento  del  porto  e  del  ridotto  in  ter- 
ra, e  della  guardia,  che  da  loro  parte  era  a  fare, 
e  del  dirizzamento  del  cammino,  e  dell'albergherie, 
e  appresso  dì  quello  che  per  dazio  e  gabelle  la 
mercatanzia  de' Fiorentini  avesse  a  pagare,  in  piena 
concordia,  per  riformagioni  de'  consigli  di  catuno 
comune,  si  fermò  per  dieci  anni  di  fare  i  Fiorentini 
porto  là  e  ridotto  ^  a  Siena,  e  i  Sanesi  di  conservare 
i  patti  promessi.  È  vero,  che  tra  gli  altri  patti  era 
promesso  di  sbandire  le  strade^  da  Siena  a  Pisa  per 
divieto  d' ogni  mercatanzia,  ma  questo  non  osserva- 
rono i  Sanesi,  anzi  correa  il  cammino  dall'  una  città 
air  altra  in  grande  acconcio  de'  Pisani  Avvedendo- 
sene i  Fiorentini,  se  ne  dolsono  ;  ma  '1  reggimento 
del  comune  di  Siena  non  se  ne  movea.  Vedendo  de' 
cittadini  che  voleano  s' attenesse  la  fede  al  comune 
di  Firenze,  e  chei  loro  rettori  non  lo  faceano,  or- 
dinarono, che  certi  sbanditi  loro  cittadini  rompes- 
sono  e  rubassono  la  strada  e  la  mercatanzia  ;  e  for- 
se fu  d'assentimento  de'  rettori  per  coprirsi^  al  co- 
mune di  Pisa.  Costoro  feciono  volentieri  il  servigio 
per  modo  che  '1  cammino  al  tutto  per  terra  fu  lo- 
ro tolto.  E  i  Pisani  sopra  gli  altri  Toscani  saputi 
e  maliziosi,  a  questa  volta  si  trovarono  presi  nella 
loro  malizia;  perocché  incontanente  che  i  Fiorenti- 
ni presono  porto  a  Talamone  e  ridotto  a  Siena,  tutti 
gli  altri  mercatanti  d'  ogni  parte  abbandonarono  il 
porto  e  la  città  di  Pisa,  e  votarono  la  città  d' ogni 
mercatanzia,  e  le  case  dell'abitazioni,  e  '1  mestiere 
delle  loro  mercerie^,  e  gli  alberghi  de'  mercatanti  e 
de'  viandanti,  e'  cammini  de  Vetturali,  e'  1  porto  del- 
le navi;  per  modo  che  in  breve  tempo  s'avvidono 
che  la  loro  città  era  divenuta  una  terra  solitaria  ca- 
stellana^ ;  e  nella  città  n*  era  contro  a'  loro  rettori 
grande  repetio.  Allora  s' accorsone  senza  suscitamen- 
to  di  guerra  quanto  guadagno  tornava  al  loro  co- 
mune per  avere  rotta  la  pace  o  la  franchigia  a'  Fio- 
rentini. Allora  cominciarono  a  cercare  ogni  via  e 
modo,  con  ogni  vantaggio  che  volessono  i  Fioren- 
tini, di  ritornarli  a  stare  in  Pisa  ;  ma  i  Fiorentini, 
sdegnati  della  fede  rotta  pe'  Pisani  cotante  volte  al 
loro  comune,  non  poterono  essere  smossi  del  fermo 
proposito  di  fare  col  fatto  conoscenti  i  Pisani*,  che  i 
Fiorentini  poteano  ben  fare  le  mercatanzie  per  terra 
e  per  mare  senza  loro,  ed  eglino  male  usare  il  por- 
to, e'  mercatanti,  e  la  mercatanzia,  e  V  arti,  e'  me- 
stieri autih'tà  de' loro  cittadini,  e  l'entrate  del  loro 


*  ritrovo,  recapito,  ricetto  di  mercL 

'  porle  taor  d' uso  con  pubblico  bando  o  grida,  talché 
non  vi  potesse  più  transitare  mercatanzia. 

'  per  trovare  pretesto,  scusa  col  comune  di  Pisa. 

*  vòtaron  le  case  della  gente,  che  ivi  tenevano  a  so- 
praintendere  a'  loro  commerci  ;  e  votarono  delle  cose  mi- 
nute attenenti  al  vestire,  agli  usi  domestici  ecc.  le  botteghe 
de' mereiai.  Fanne  bellissima  aggiunta  al  Vocabolario. 

^  simile  a  castello. 

'  formo  proposito  di  ftir  conoscere  col   fatto   «'Pisani 
Iche  ecc. 


206 


OROraOA 


tottnne,  teoM  i  FiorentinL  B  perchè  per  indietro 
Don  si  poteMOBO  alare,  ai  fece  divieto  in  tutto  il 
diiiretto  di  Firenze  d*og:ni  mercatantia  oroba  ch'an- 
dasse o  venisse  verso  Pisa,  senza  rompere  il  cam- 
mino ■*  viandanti.  E  di  questo  seguirono  appresso 
maggiori  cose  per  mare  e  per  terra',  come  leggen<- 
do  innanzi  per  li  tempi  si  potrà  trovare. 

CAPITOLO  LXIL 

Còtne  messer  Bm%%i  cercò  di  tradire  il  signore 

di  Bologna, 

Messer  Braszi,  figlinolo  non  legittimo  che  fu 
di  messer  Lncbioo  signore  di  Milano,  essendo  per 
sospetto  de*  signori  di  Milano  cacciato  di  quella,  e 
per  sue  cattive  operazioni  stato  in  ribellione  più 
tempo,  vedendosi  messer  ÌSiovanni  da  Oleggio  molto 
solo  di  confidenti  nella  sua  signoria,  e  conoscendo 
messer  Brezzi  prò'  e  ardito,  e  bene  avvisato  in  guer- 
ra e  di  gran  consiglio,  il  recò  ■  sé,  parendogli  po- 
torsi  confidare  di  lui  ;  e  assegoógli  larga  provvisione 
e  facevagU  onore,  e  tutto  le  maggiori  cose  di  fatti 
d*  arme  li  commettoa  -,  e  oltre  a  ciò  in  camera  Ta- 
vea  a'  suoi  segreti  consigU,  e  mostravaglì  tanto  a- 
more,  eh'  e'  Bolognesi  temevsno,  che  se  messer  Gio- 
vanni morisse,  costui  non  rimanesse  signore  ;  ma 
r  animo  tirannesco  affrettando  T  ambizione  della  si- 
gnoria, li  gravava  d*  attendere,  e  però  cercava  di 
fornirlo  piuttosto,  e  trattò  di  tórre  la  signoria  a 
messer  Giovanni;  ma  non  seppe  fare  il  trattato  sì 
coperto  che  a  messer  Giovanni,  ch^  era  maestro  di 
buona  guardia  e  di  savia  investigagione,  non  li  ve- 
nisse palese.  E  tornando  messer  Bruzzi  di  fuori  con 
molta  gento  d'  arme  in  Bologna  con  grande  poa»pa, 
messer  Giovanni  mandò  per  lui;  e  avendolo  in  ca- 
mera, li  rammentò  Tonore  e  '1  beneficio  che  gli  a- 
vea  cominciato  ■  fare,  e  X  animo  ch^  avea  di  farlo 
graade;  e  appresso  li  mostrò  il  trattato  eh*  eMenea 
per  tòrU  la  signoria  di  Bologna,  sì  aperto,  ch*e*  non 
glie  lo  potè  negare  ;  ma  per  amore  della  casa  de* 
Visconti,  dond*  era  nato,  gli  disse,  che  gli  perdona- 
va la  morto  ;  ma,  per  vendetta  dello  sconoscimento 
delPonore  che  gli  avea  fatto  trovandolo  traditore,  il 
fece  spogliare  in  giubbetto,  e  cacciare  a  pie  fuori  di 
suo  distretto  incontanento;  e  diede  congio'  a  tutta 
sua  famiglia,  e  ritenne  ì*  arme,  gli  arnesi  e  i  cavalli 

CAPITOLO  LXm 

Come  %  Yeneiiani  cercarono  accordo  col  re 

(T  Ungheria. 

Di  questo  mese  d*  agosto  del  detto  anno,  ve- 
dendo i  Veneziani  essere  recati  a  mal  partito  nella 
guerra  col  re  d'Ungheria,  signore  di  così  gran  potenza 
e  pensando  che  per  lo  cominciarne nto  della  guerra 
i  loro  dttadini  erano  per  le  spese  loro  premuti^  dal 
comune  infino  al  sangue,  pensarono  pV  altro  scampo 


1  dall'almo  1857  al  1861. 

*  diade  congado,  accomiatò. 

'  Bpramutli  spillati,  8ttccbiati|  spogUatL 


non  era  per  loro  se  non  di  prc  cacciare  la  aon  pnee; 
e  però  elessono  parecchi  de'  maggiori  e  de'  pift  salì 
cittadini  di  Vinegia,  e  mandaronli  al  re  al  campo  m 
Trevigi  con  pieno  mandato,  informati  dell'  intemioBe 
e  volontà  del  loro  comune.  E  ginnti  al  re,  da  Ini 
furono  ricevuti  onorevolmente;  ed  esaenda  a  par- 
lamento con  lui,  gli  offersono  da  parto  del  eoasne 
di  Vinegia,  come  quando  potosaono  avere  da  hn  boo- 
na  pace,  che  '1  comune  lascerebbe  la  dttè  di  Giurai, 
con  patto  ch'ella  dovesae  rimanere  nel  prìaio  stalo 
in  sua  libertà,  e  che  renderebbono  liberamento  cer- 
to torre  nomato  della  Schiavonia  a  tua  volontà,  e 
certo  altre  voleano  ritenere  e  riconoscere  da  Ini, 
con  quello  convenevole  censo  a  dare  ogn'  anno  al  re 
eh'  a  lui  piacesse  ;  e  offerendoli  di  restituire  per  tempo 
ordinato  quella  quantità  di  pecunia  per  suoi  intereesi 
e  spese  che  fosse  convenevole,  e  di  che  egli  giosta- 
mento   si  potesse    contentare.    Al    re  parve  stra- 
no  eh'  e'  volessono  trarre  Giara  del  ano  reame  e 
mettorla  in  libertà,  oche  per  patto  li  conveniaae la- 
sciare le  sue  torre  al  comune  di  Vinegia  a  censo, 
e  questo  riputava  in  vergogna  della  sua  corona;  e 
però  non  volle  consentire  a  queata  pace,  nò  a  que- 
sto accordo,  se  liberamento  non  gli  fossono  restitsito 
le  torre. del  suo  reame.  Molti  di  questo  biasimarono 
il  re,  parendo  eh'  egli  dovesse  avere  preso  questo 
accordo  con  suo  vantaggio,  per  quello  eh'  appresso 
ne  seguitò  di  suo  poco  onore  ;  ma  chi  riguarderà  al 
fine  e  alla  potonza  reale,  non  li  darà  biasimo  della 
sua  alta  risposta. 

CAPITOLO   LXIV. 

Come  il  signore  di  Bologna  ecojterse  un  altro 
trattato  contro  a  sé. 

Measer  Bernabò  di  Milano,  avendo  sopra  al- 
l'altre cose  onore  a'  fatti  di  Bologna,  come  avea 
ordinato  l' uno  trattato  contro  al  signore  di  Bolo- 
gna, e  era  scoperto,  così  avea  ricominciato  V  al- 
tro. Apparve  cosa  maravigliosa,  che  tolti  si  scopri- 
vano per  sé  stossi  per  non  pensati  né  provveduti 
modi.  Avea  in  questi  dì  messer  Giovanni  da  Oleggio 
fatto  podestà  di  San  Giovanni  in  Percesena,  e  da- 
tali provvisione  in  altre  terre  circustanti,  nn  Milane- 
se, in  cui  avea  grande  e  antica  confidanza.  Tanto 
aeppe  adoperare  messer  Bernabò,  ohe  corruppe  que- 
sto podestà  milanese,  e  corruppe  il  suo  cancelliere, 
il  quale  dovea  fare  lettore  da  parto  del  signore  per 
certo  modo  come  volea  il  detto  podeatà  ;  e  già  ogni 
cosa  era  recata  in  opera  per  modo,  eh'  era  mossa 
la  cavalleria  che  dovea  entrare  nelle  castella  sotto 
il  titolo  delle  lettore  del  signore  di  Bologna;  e  man- 
dò messer  Bernabò  un  suo  fidato  messaggere  in- 
nanzi al  podestà  di  San  Giovanni  colle  sne  lettere. 
Avvenne  che  in  quel  dì,  alcune  ore  innanzi  che  1 
fanto  giugnesse  al  castello  di  San  Giovanni,  il  po- 
deatà era  ito  a  Bologna  ;  il  fanto  gli  Unno  dietro, 
e  cominciò  infra  aè  a  dubitare  delle  lettere  die  por- 
tava, perocché  sentiva  della  cagione  perch'egU  an- 
dava ;  e  giunto  a  Bologna|  trovò  che  '1  podeatà  era 
col  signore  :  e  allora  li  montò  più  il  aospetto,  im- 
maginando che  *1  tettato  to§i%  sooporto;  e  por  eam- 


DI  MATTEO  VILLANI. 


207 


para  tè,  Unto  fa  forte  la  loa  immaginazione,  eh'  e^ 
ai  miao  ad  andare  al  aignoré,  e  con  grande  im- 
prontitndine  fece  d'avere  udienza  da  loi;  e  allora 
li  manifeatò  il  fatto  ;  e  per  provare  la  verità  li  die 
le  lettere  di  mesaer  Bernabò  eh'  e'  portava  al  pò- 
deatà,  per  le  quali  fa  manifesto  che  San  Giovanni, 
e  Nonantola  e  altre  castella,  in  uno  dì  doveano  ea- 
aere  date  per  lo  trattato  del  podestà  alla  gente  di 
mesaer  Bernabò,  il  quale  era  ancora  in  casa  del  si- 
gnore. Hesser  Giovanni,  vedute  quelle  lettere  e  dis- 
aminato il  fante,  fece  ritenere  il  podestà  e  il  can- 
celliere ;  e  ritrovala  con  loro  la  verità  del  fatto,  e 
colpevoli,  di  presente  provvide  alla  guardia  delle 
terre,  e  costoro  con  anche  dieci  di  loro  aeguito  fece 
morire. 

CAPITOLO  LXV. 

Di  certa  novità  che  gli  Ungheri  feciano  nel  campo 

a  Tretigù 

La  diaordinata  moltitudine  de'  cavalieri  ungheri, 
che  a  modo  di  gente  barbara  non  sanno  osservare 
la  disciplina  militare,  né  essere  ubbidienti  a*  loro  con- 
ducitorì,  come  detto  è  poco  addietro,  aveano  scorso 
il  Padovano,  perchè  la  vittuaglia  ohe  di  là  solca 
venire  non  venia,  e  la  carestia  montava  nel  campo. 
Per  la  qual  cosa  al  primo  fallo  n'  arrosono  uno  mag- 
giore, e  presono  riotta  co'  cavalieri  tedeschi  che 
v'erano  con  messer  Currado  Lupo  e  con  gli  altri 
citaestabili  tedeschi  che  fedelmente  servivano  il  loro 
signore,  e  per  arroganza  li  villaneggiavano  ;  e  fatto 
questo,  corsone  con  furore  alla  camera  dove  il  re 
avea  ordinato  il  fornimento  della  vittuaglia  e  del- 
Taltre  cose  per  conservare  Toste,  e  rubaronla;  e  co- 
si in  pochi  <U  ebbpno  a  tanto  condotta  V  oste,  scon- 
ciando l' ordine  che  la  mantenea,  che  per  necessità 
fa  costretto  il  re  di  partirsi  dall'  assedio,  come  ap- 
presso diviseremo:  veriGcandosi  quel  detto  del  G- 
losofo,  il  quale  disse,  che  le  sopraggrandi  cose  reg- 
gere non  si  possono,  e  quelle  che  reggere  non  si 
possono,  lungamente  durare  non  possono. 

CAPITOLO  LXVL 
Come  il  re  d*Ungheria  si  letò  da  oste  da  Trevigi. 

Il  re  d'  Ungheria  vedendo  Toste  sua  scon- 
cia per  la  afrenata  baldanza  della  moltitudine  de' 
tuoi  Ungheri,  e  che  i  difetti  della  vittuagUa  erano 
aenza  rimedio,  si  pente  di  non  avere  presa  la  con- 
cordia che  potuta  avea  prendere  con  suo  onore  co' 
Veneziani;  ed  essendo  naturalmente  di  subito  mo- 
vimento, senza  deliberare  con  altro  consiglio,  im- 
provviso a  tutti,  a  di  23  del  mese  d'agosto  del  det- 
to anno  si  partì  dalT  assedio  di  Trevigi,  ov'era  con 
più  di  trecento  migliaia  di  cavalieri,  e  passò  la  Pia- 
ve raccolta  tutta  sua  gente  a  salvamento;  peroc- 
ché quelli  della  città  né  segno  né  avviso  n'  abbono 
eh'  e^si  dovesse  partire,  e  alcuni  dì  atettono  innanzi 
che  pienamente  ai  potease  credere  la  loro  partita. 
A  Colligrano  fa  la  loro  raccolta^  e  in  quella  terra 


lasciò  duemila  cavalieri  ungari  alla  guardia  della  terra 
per  fare  guerra  a  Trevigi  ;  ed  egli  con  tutto  T  altro 
esercito  si  tornò  in  Ungheria  con  poco  onore  della 
sua  impresa  a  questa  volta. 

CAPITOLO  LXVn. 

Raccoglimento  di  condizioni  e  motimento  del  re. 

Onesto  re  d'Ungheria,  per  quella  verità  ohe 
sapere  ne  potemmo,  è  uomo  di  gran  cuore,  prò'  e 
ardito  di  sua  persona,  e  nelle  prosperità  di  grandi 
imprese  molto  animoso,  rigido  e  fiero  in  quelle,  e 
molto  si  fa  temere  a'  suoi  baroni,  e  vuole  avere 
presti  i  loro  debiti  servigi;  è  grande  impigliatore^ 
senza  debita  provvedenza  ;  e  a  sua  gente  in  fatti 
d' armi  è  più  abbandonato^  e  baldanzoso  che  prov- 
veduto, per  la  aoperchia  fidanza  che  avea  in  loro 
ed  eglino  in  lui,  perocché  molto  è  cortese  a  tutti  e 
di  buona  aria;  assai  volte  ha  mostrati  esempi  di  subiti 
e  lievi  movimenti  nelle  grandi  cose,  e  T  avverse  aa 
meglio  abbandonare,  partendosi  da  eese^  che  stando 
con  virtù  resistere  a  quelle. 

CAPITOLO  LXVIIL 

Come  la  gente  della  lega  di  Lombardia  sconfisse 
il  Biscione  a  Castel  Lione, 

a 

Essendo  lungamente  stato  assediato  il  forte 
Castel  Lione  de'  Mantovani  dalla  forza  de'  signori  di 
Milano,  e  recato  a  stretto  partito,  i  signori  di  Man- 
tova coli*  aiuto  del  marchese  di  Ferrara  e  del  si- 
gnore di  Bologna  rannate  subitamente,  all'uscita  d'a- 
gosto anno  detto,  milledugento  barbute  e  grande 
popolo  per  soccorrere  il  castello,  §*  avviarono  molto 
prestamente  verso  il  campo  de'nemici  ;  i  quali  veden- 
dosi venire  improvviso  addosso  i  Mantovani,  si  le- 
varono dalTassedio,  e  ordinarono  una  grossa  schiera 
alla  loro  riscossa  e  innanzi  che  la  gente  de'  Mantovani 
giugnesse  al  campo,  si  ridussonoa  uno  castello  ivi 
presso  de'  loro  signori  di  Milano  ;  ma  la  schiera  fatta 
per  la  riscossa;  fu  soppreaaa  dalla  gente  de'  Mantovani 
e  sconfitta,  e  morti  e  presi  la  maggior  parte,  e  '1 
castello  liberato  dall'  assedio  ;  e  rifornito  di  nuova 
gente  e  di  molta  vittuaglia,  con  vittoria  si  tornarono 
al  loro  aignore,  avendo  vituperata  la  gente  de'  si- 
gnori di  Milano  di  quella  loro  lunga  impresa. 

CAPITOLO  LXOL 
Trattati  de'  CicUiani. 

Detto  abbiamo  addietro,  come  certi  potenti 
cittadini  della  città  di  Messina,  nominati  que*  di  Ce- 
sare, cacciarono  della  città  altri  cittadini  loro  av- 
versari ;  e  rimasi  i  maggiori,  a'  accostarono  co'  ba- 
roni di  Chiaramente,  i  quali  teneano  col  re  Luigi 
del  Regno.  Nondimeno  perchè  a  loro  parca  essere 


*  Accattabrighe,  grand'  nomo  da  intrighi 
'  affidato,  fidaoioflo. 


208 


CRONICA 


nell^  itola  i  maggiori,  eaiandio  senza  Taiato  dol  detto 
re,  e'  cercarono  di  riducere  a  loro  Federigo  loro 
legittimo  aigaore,  e  trarlo  delle  mani  de^  Catalani,  e 
conducerlo  a  Messina  e  farlo  coronare  dell'  isola.  E 
per  dimostrare  che  eglino  avessono  affezione  al  lo- 
ro signore  naturale  dell*  isola,  messer  Niccola  di  Ce- 
sarò  in  persona,  a  cui  il  re  Ltt>gi  avea  accomandata 
la  terra  di  Melazzo»  andò  là  con  gente  d'arme,  e 
fece  per  più  di  combattere  coloro  che  per  lo  re  guar- 
davano la  rócca,  tanto  che  V  ebbe.  Per  la  quel  cosa 
i  Messinesi  presono  molta  confidanza  di  messer  Nic~ 
cola,  e  don  Federigo  medesimo  prese  speranza  e  die- 
de intenzione  di  venire  a  Messina,  e  per  tutto  si  di- 
volgò  che  l'accordo  di  Cicilia  era  latto.  Ma  o  ohe 
questo  trattato  fosse  fatto  ad  ingegnoi  di  malizia, 
come  si  credette,  o  che  la  setta  de'  Catalani  non  si 
fidasse,  la  cosa  si  ruppe  tra'  Ciciliaoi,  e  seguitonne 
la  chiamata  a  Messina  del  re  Luigi,  come  appresso  al 
suo  tempo,  conseguendo  nostra  materia,  diviseremo. 

CAPITOLO   LXX. 
Come  la  compagnia  $UUe  sopra  Ravenna, 

Venuta  la  compagnia  del  conte  di  Landò  del 
Regno  in  Romagna,  il  legato  per  tema  de'  baratti  dì 
quella  gente  senza  fede  si  ritrasse  dall'  assedio  dì 
Cesena,  e  dalla  cominciata  guerra  contro  al  capita- 
no dì  Forlì,  pensando  saviamente  i  pericoli  che  oc- 
correre li  poteano.  Il  capitano  a  quella  compa- 
gnia dava  il  mercato,  e  a'  capitatfi  e  a'  maggiori  co- 
nestabili  facea  doni  per  avere  il  loro  aiuto:  e  la 
moltitudine  di  quello  esercito  si  stava  in  sul  contado 
di  Ravenna  facendo  danno  di  prede,  e  mioactiando 
di  dargli  il  guasto,  se  '1  loro  signore  messer  Ber- 
nardino da  Polenta  non  desse  loro  danari.  Ma  egli, 
essendo  molto  ricco  di  moneta,  chiamò  a  consiglio 
i  cittadini  di  Ravenna;  e  con  loro  ordinò  il  modo 
deir  ammenda  del  guasto,  e  volle  in  questo  caso, 
come  valoroso  tiranno,  innanzi  soddisfare  il  danno 
a' suoi  cittadini,  che  sottomettersi  al  tributo  della 
compagnia.  Onde  molto  fu  commendato  da'  savi  ;  pe- 
rocché del  guasto  la  compagnia  fa  danno  a  sé  sen- 
za trarne  alcun  frutto,  e  il  trarre  danari  da''  signori 
•  da'  comuni  ò  un  accrescere  baldanza  e  favore  a 
mantenere  le  compagnie  e  '1  servaggio  de'  popoli 

CAHIOLO  LXXI. 

Come  i  Fioreniini  ordinarono  di  fare  baleslrierù 

Sentendo  i  Fiorentini  la  gran  compagnia  in 
Romagna,  e  che  il  termine  promesso  per  quella  di 
non  gravare  i  Fiorentini  compieva,  si  provvidono  d'al- 
quanti cavalieri,  e  mandaronli  in  Mugello  per  contra- 
dire i  passi  deir  alpe,  e  feciono  eletta  nella  città  e 
nel  contado  di  balestrieri;  e  del  mese  di  luglio  del  detto 
anno  feciono  mostra  di  duemilacinqnecento  balestrieri 
sperti  del  balestro,  tutti  armati  a  corazzine,  e  man- 
daronoe  a'  passi  dell'  alpe,  e  senza  arresto  ne  com- 
presono  appresso  fino  in  quattromila,  tutti  con  buo- 
ne corazzine;  della  quii  cosa  le  terre  vicine  gbi-« 
belline  e  guelfe  di  Toscana,  ohe  allora  viveano  in  so- 
spetto, stavano  in  gelosia  e  in  guardia,  e  la  compa- 


gnia medesima  ne  cominciò  a  dottare'.  NondimoM 
il  comune,  per  savia  e  segreta  provvidenza,  man- 
dò alcuni  cittadini  per  ambasciadori  alla  compagnia, 
i  quali  teneano  ragionamento  di  trattato,  e  passavano 
tempo,  e  tentavano  con  ispesa  di  trarre  de'  caporali 
della  compsgnia  e  conducerli  a  soldo;  e  per  que- 
sto modo  temporeggiando  co'  conducitori  di  quella, 
tanto  che  il  grano  e  i  biadi'  del  nostro  contado  Cn 
fuori  de'  campi,  e  '1  comune  fortificato  di  cavalieri  e 
masnadieri  e  balestrieri,  e  presi  in  tutta  V  alpe,  ove 
poteva  essere  il  passo  alla  compagnia,  si  rappoao 
dal  trattato,  e  tornaroB^si  a  Firenze.  La  compagnia, 
sentendo  il  comune  di  Firenze  provveduto  contro  a  aè, 
con  accrescimento  di  sdegno  perde  la  speranza  d' en- 
trare a  fare  la  ricolta  tributaria  in  Toscana,  e  però 
tenne  co'  Lombardi  ano  trattato,  il  quale  forni,  cobm 
innanzi  al  suo  tempo  racconteremo. 

CAPITOLO  LXXn. 

V  ordine  ck*  e'  FioreMmi  presone  per  mantenera 

i  baiesirieri» 

Piacendo  a' Fiorentini  molto  il  nuovo  trovalo 
de'  balestrieri,  il  fermarono  con  ordine,  e  nella  citli 
n'elessono  ottocento,  tutti  balestrieri  provali,  par- 
tendoli per  gonfalone,  e  a  venticinque  davano  tm 
conestabile,  e  le  balestra  e  le  corazzo  di  cetano  mar- 
cavano del  marco  del  comune;  e  per  simile  modo 
n'  elessono  nel  contado,  dandone  secondo  V  estiaM 
cotanti  per  cento;  e  appresso  nel  distretto  no  fecio- 
no scegliere  a  catuna  comunanza,  terra  o  castello, 
quelli  che  si  conveniano,  tanto  die  in  tutto  n^eb- 
bono  quattromila;  e  ordinarono  per  li  loro  noldi 
balestrieri,  non  andando  al  servigio  del  comune, 
certa  entrata  del  comune,  e  che  catono  dei  delti 
balestrieri,  non  andando  al  servigio  del  cornane, 
standosi  a  casa  sua,  avesse  ogni  mese  soldi  venti 
di  provvisione  dal  comune,  e  '1  conestabile  soldi  qua- 
ranta, e  dovessono  stare  appareccbiati  a  ogni  richie- 
sta del  comune;  e  quando  il  comune  mandasse  o 
tenesse  in  suo  servigio,  dovessono  avere  il  mese 
fiorini  tre  di  soldo,  e  ogni  capo  di  tre  o  di  quat- 
tro mesi  erano  tenuti  a  volontà  degli  oficiali  depu- 
tati sopra  loro,  ch'erano  due  cittadini  per  catoDO 
quartiere,  colle  loro  balestra  e  eolle  corazze  marcate 
del  marco  del  comune.  E  oltre  a  dò,  a  ogni  rasse- 
gnamento gli  uflciali  facevano  fare  per  ogni  gonfalo- 
ne^ un  bello  e  nobile  balestro  e  tre  ricche  ghiere^,  fl 
quale  ponevano  in  premio  e  in  onore  di  quel  balestrie- 
re della  compagnia  del  gonfalone,  che  tre  continovi 
tratti  saettando  a  berzaglio  vinceva  gli  altri  ;  e  an- 
cora così  faceano  ne^  comuni  del  contado  per  eser- 
dtare  gli  uomini,  per  vaghezza  dell'  onore,  a  dive- 
nire buoni  balestrieri  ;  e  fu  cagione  di  grande  eeer^ 
citamento  del  balestro,  tanto  che  tra  sé  nella  città 
e  nel  contado  ogni  di  di  festa  si  ragunavano  in- 
sieme i  balestrieri  a  fame  loro  giuoco  e  sollusso 
per  singulare  diporto. 


'  «  temare  ;  voca  antica  e  atranìara. 
'  Lo  sleaao  che  le  biade. 

*  per  ogni  compagnia  del  gonfalone. 

*  Spade  di  dardo  o  fraoda  antica. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


209 


CAPITOLO  LXXnL 

Come  •  Trevigiani  furono  ioppre$i^  dagli  Vngheri 
con  loro  graoe  danno. 

Tornando  on  poco  nostri  matork  a*  faUi  di 
Trerifi,  arando  radoto  coloro  ch'erano  par  i  Vo- 
neiiani  alla  guardia  di  Trevigi  la  subita  partita  del 
re  d^  Ungheria  e  del  suo  grande  esercito,  eoniincia- 
rono  a  far  tornare  i  laToratori  nel  contado,  e  con- 
dttcenri  il  bestiame,  e  sparti  per  le  contrade.  Gli  Un- 
gheri  oh*  erano  rimasi  a  Colligrano  e  per  le  terre 
Ticino,  sentendo  il  paese  pieno  di  preda,  mandarono 
scorrendo  di  loro  Ungherì  fino  presso  a  Treyigi  in- 
tomo di   quattrocento  carelli,  i  quali  raunarono  di 
uomini  e  di  bestiame  una  grande  preda.  I  cavalieri 
e^  balestrieri  eh'  erano  in  TreWgi  con  loro  capitani 
veneaiani,   per  rìscootere  la  preda  gagliardamente 
uscirono  fuori  più  di  cinquecento  cayalierì  e  asaai 
masnadieri,  i  quali  di  presente  a*  aggiunsono  con  gli 
Ungherì  ;  ed  eglino  si  cominciarono  a  difendere  an- 
dando Terso  i  nemici,  e  voltando  e  oppresso  ritor- 
nando;  e   continovo  si   ritraevano,    ove  sapevano 
ch'era  l'agnato  della  loro  gente,  non  facendone  al- 
cuno  sembiante:  e  cosi  continoando,  e  persegui- 
tandoli i  Trevigiani,  gli  abbono  condotti  dov*  erano 
riposti  in  sguaio  ottocento  de'  loro  Ungherì,  i  quali 
di  subito  uscirono  addosso  a'  Trevigiani  *,  e  rinchiusi 
tra  loro,  più  di  dngento  n'uccisono  in  sul  campo, 
e  presoone  più  di  trecento,  e  menaronsene  i  pri- 
gioni e  la  preda,  avendo  più  danno  fatto  a'Veoeaiani 
e  a  quelli  del  paese  in  questa  giornata,  che  il  re 
nell'assedio  con  tutto  il  suo  esercito  ;  e  questo  fu 
a  di  28  del  mese  d'sgosto,  anno  detto. 

CAPITOLO  LXXIY. 
Come  U  Regno  era  d*  ogni  parie  in  guerra. 

Essendo,  come  detto  abbiaoM)  poco  innanii,  u- 
scita  la  compagnia  del  reame,  il  re,  rìmaso  povero 
d^ avere  e  di  gente  d'arme,  non  potea  rìparare  alla 
forse  de'  ladroni  che  per  tutto  scorrevano  il  reame, 
ricettati  da^  baroni  eh'  erano  scorsi  a  mal  fare,  e  par- 
tivano le  rub^e  e  le  prede  con  loro  ;  e  di  verso  le 
parti  di  Campagna  centocinquanta  cavalieri,  ch'era- 
no rimasi  della  compagnia,  tribolavano  tutto  il  paese 
d' intomo,  e  rabavano  e  rompevano  le  strade  e'  cam- 
mini, e  cosi  gli  altri  caporali  de' ladroni  facevano 
in  Principato  e  in  Terra  di  Lavoro  ;  e  in  Puglia  il 
paladino  col  favore  dei  duca  di  Duraaso,  faceva  il 
simigUante,  e  con  ottocento  barbute  avea  assediato 
Sanseverino,  scorrendo  e  rubando  tutto  il  piano  di 
Foglia;  e  per  questo  il  Regno  era  in  maggiore 
tempesta  che  quando  v'  era  la  gran  compagnia,  e 
mono  cammino  v*  era  rimaso  sicuro  ;  catuna  parte 
del  Regno  era  corrotta  a  mal  (ara,  fuori  che  le  buo- 
ne terre,  per  gran  colpa  della  mala  provvedono  del 
re  loro  aignore,  ^e  fuori  de'  auoi  delitti  poco  d'al- 
tro si  mostrava  di  curare. 


CAPITOLO  LXXV. 

Cowm  i  eoUegoH  condmesono  la  compagnia 
al  loro  eoldo. 

La  compagnia  del  conte  di  Landò  stando  lon<^ 
gemente  sopra  il  contado  di  Ravenna,  e  premendo 
per  via  d' aiuto  gravamento  i  Forlivesi,  conosciuto 
che  per  lo  riparo  e  provvedensa  del  comune  di  Fi- 
renxe  a  loro  era  malagevole  e  pericoloso  entrare  in 
Toscana,  a' accordarono  d'andare  a  servire  i  col- 
legati contro  a' signori  di  Milano  in  Lombardia;  e 
condotti  per  quattro  mesi  per  quelli  della  lega,  pro- 
miaono  di  stare  il  detto  tempo  sopra  le  terre  dei 
signori  di  Milano,  guerreggiando  il  paese  a  loro  u- 
tilità  ;  e  a  <R  18  del  mese  di  settembre  anni  Domini 
1356  si  partirono  di  Romagna,  e  presono  loro  cam- 
mino in  Lombardia,  e  tra  Bologna  e  Modena  atte- 
sone l' altra  foraa  de^  collegati  e  '1  capitano  eh'  ap- 
presao   diviseremo. 

CAPITOLO  LXXVL 
Be'*  fata  de^  collegati  di  Lombardia, 

Brano  in  questo  tempo  collegati  contro  a'  si- 
gnori di  Milano  il  signore  di  Mantova,  il  marchese 
di  Ferrara  e  "1  signore  di  Bologna,  nominati  capo- 
rali, avvegnachò  assai  degli  altri  tacitamente  teneano 
con  loro  ;  e  avendo  procacciato  d^  avere  compagnia  al 
loro  servigio,  come  detto  ò,  trattarono  coU'impera- 
dore  d*  avere  capitano  da  lui  a  quali'  impresa  ;  e  l' im- 
peradore  avendo  l'anioM)  contro  a*  signori  di  Milano, 
i  quali  avea  trovati  molto  potenti,  avendo  in  Pisa  per 
suo  vicario  messer  Astorgio  Marcovaldo  vescovo 
d^  Augusta,  uomo  valoroso  in  arme  e  di  grande  au- 
torità, per  non  volerai  acoprire  manifeatamente  con- 
tro a'  tiranni,  concedette  la  libertà  al  vescovo,  e  in 
segreto  l'ordinò  suo  vicario;  e  a  ciò  li  concedette 
tacitamente  auoi  privilegi,  commettendoli  che  ciò 
non  manifestaase  se  non  quando  sopra  loro  si  ve- 
desse in  gran  prosperità,  sicché  con  onore  dell*  im- 
perio U  potesse  fare  ;  altrimenti  no  '1  faceaae,  ma  mo- 
strasse da  sé  fare  quell'impresa.  Costui  chiamato 
dalla  lega  de' Lombardi  ù  partt  da  Fiaa  e  venne  a 
Pimnae,  ove  li  fu  fatto  grande  onore  ;  e  aenza  sog- 
giomo  se  n'andò  alla  compagnia,  e  fu  fatto  loro  con- 
ducitore,  e  dell'altra  gente  de' Lombardi  collegati; 
il  quale  valentemente  s'ordinò  contro  a' tiranni,  e 
fece  grandi  cose,  come  appresso  narreremo  ;  ma  ri- 
chiedendoci innanai  alcune  cose  grandi,  conviene  che 
prima  abbiano  il  debito  della  nostra  penna. 

CAPITOLO  LXXVn. 

Come  i  BraboMoni  ruppono  i  patii  a'  FiamminghL 

Avendo  poco  innansi  narrato  la  concordia  che 
si  prese  in  luogo  deU'apparaochiata  battaglia  tra'  Fiam- 
minghi e'  Brabanioni  per  lo  ietto  di  Mellina,  segui- 
ta che  gli  otto  arbitri^  eletti,  quattro  da  oatuna  parto, 


'  soprapprc^,  sorpresL 
VlLUm  M., 


■  n  T.  leggo  qui  e  più  sotto  àlMrù 


VOL.  n. 


u 


8t0 


CRONICA 


•oUo  la  fede  del  leio  MfaBeilò,  iTeuio  diUgea- 
temente  Tedote,  e  difamiiiate  le  ragioni  di  eaUma 
parte;  e  trotando  dì  eMcefdia  %M  gli  arbUri  la  ra- 
gione della  Tilla  di  MelMna  eaaere  del  conte  di  Pian- 
dra,  e  così  eiaere  aoconci  di  aenteniiare  per  oa- 
farfare  il  loro  aaraaiento,  fl  diica  di  Bnbmte,  rom- 
pendo la  fede  promeaaa,  nandò  per  Iure  pigliaro  i 
quattro  anoi  BraJhotoni  ek*  erano  arbitrì,  acdecehè 
non  poteaaoBO  dare  la  aentenia  ;  e  dne  ne  preeono, 
e  dne  ae  ne  fàggirono.  Per  qneatn  eoaa  il  conte  di 
Fiandra,  e*  FiaBnunghi  Ai  tennono  traditi  da*Bra- 
banzoni  e  dal  loro  doea,  e  di  preaente  aioaaono 
gierranel  paeae.  Bdeaaendo  alqoanli  eamUeri  iaai- 
■inghi  entrati  in  BralMnte  gnerreggiando,  i  Bra* 
banioni  ai  auaono  con  BMggiore  fona  contro  a  lo- 
ro, e  mpponll,  e  neciaono  ottanta  caralieri,  e  pie 
altri  ne  imprigionarono.  B  aggiunto  aDa  prima  in- 
giuria il  aeeondo  danno  e  rergogna  de*Fiamnunglii, 
a'inlammarono  tetti  di  tanto  adegno,  eke  per  oo- 
mane  tetti  diedono  luogo  a^  loro  aMftieri,  e  inte- 
aono  ad  apparecchiarai  in  arme  per  andare  contro 
a'  Brabanzoni;  onde  nactrono  notabili  coae  come 
appreaao  racconteremo. 

CAPITOLO  LXXVm. 
Come  il  conte  di  Fiandra  andò  sopra  Brabante. 

È  da  eapere,  per  meglio  intendere  quello  ohe 
aeguita,  che  non  per  nuovo  accidente,  aui  per  an- 
tica virtù,  e  continovata  andiiiione,  il  popolo  fiam- 
mingo era  più  prò*  e  più  aperto  e  audace  in  fatti 
d*arme  cke  il  popolo  brabanione;  e  i  cavalierì  bra- 
banioni  più  aparti  e  pia  atti  in  fatti  d*arme  cb^  e*cam- 
lieri  fiamminghi.  Ha  recando  a  aò  il  popolo  fiammingo 
r  ingiuria  '  rioemta  da^  Brabamoni,  nell^  impeto  del  fu- 
rore del  ano  aniuM,  come  un  uomo,  a*  aceolaono  in- 
aieme  più  di  centocinquanta  migliaia  denomini,  tutti  ar- 
mati a  modo  di  cavalieri,  e  con  loro  il  conte  loro  aigno- 
re  con  quattrondla  cavalieri  ;  e  raccolto  grandiaaimo 
carreaggio  carico  di  vivanda  e  d*  araudara,  n  di  9 
^*agoato,  «uno  detto,  preaono  loro  cammino  per  en- 
trare in  Brabante,  e  a  di  12  del  detto  meae  ai  tro- 
varono aopra  la  gran  città  di  Boraelln,  preaao  a 
meiia  lega,  e  ivi  fcmmrono  loro  eampo,  acorrendo 
il  paeae  d'intorno,  e  facendo  aaaai  danno  a*paeaanL 

CAPITOLO  LXXDL 
Come  il  duca  di  Brabante  $i  fé*  incontro 


n  duca  di  Brabante,  il  quale  era  Tedeaeo, 
fratello  uterino  di  Carlo  di  Boemia  imperadore,  a- 
vendo  in  animo  di  non  volere  Mellina  al  conte  ren- 
dere attendendo  la  guerra,  avea  rìcbieato  d'aiuto 
r  imperadore,  e  molti  altri  principi  della  Magna,  e 
a  questo  punto  si  trovò  da  diecimila  o  più  buoni 
cavalieri  tedeachi  e  brabanioni,  e  tutto  il  popolo  di 
Brabante  si  mise  in  arme^  e  trovoasi  il  duca  a  que- 
ato  bisogno  cento  migliaia  di  Brabaunai  a  pie  bene 
annati.  B  vedendosi  i  neariei  all'uado^  a  A  IT  del 


detto  meae  d*agoalo  nadrooo  a  eampo  iaori  Mi 
villa  di  Borsella,  e  misonai  a  eampo  a  rìafello 
de*Fiammiagbi  preaao  a  un  memo  migfio:  ecan- 
cìarono  a  ordinare  la  loro  gente,  e  diaporla  per  bil- 
taglie  a  pie  e  a  cavallo;  perocché  ben  conoacMN 
che  1*  impreaa  era  tale,  che  non  rieevovn  altro  tv- 
mine  chela  vittoria  ddla  battagliaa  od  Mdiola  «m- 
eedeaae.  in  queato  onfinare'  atolloiio  daBa  auMìm  i 
nona  ;  meisani*  non  ai  poteaao  in  quaate  Citte  tn- 
metlere  per  la  lede  aBra  voha  iblln  po'BrabaaBsri; 
aatuna  parte  s'acconciava  di  eombalten;  etafliam 
preaao  Tun'oate  air  altra,  ehe  battaglia  non  vi  potai 


attribuendo  a  ék  qufUa  tnglaria  ;  reputandola  a  sé  Citta. 


CAPITOLO    ULXX. 

Come  i  Fiamtningki  sconfUsono  i  BrabamoaL 

I  Fiamminghi,  ch'erano  infocati  per  riafisrif 
ricevute,  vedendosi  i  nemici  cosi  di  preaao,  e  ses- 
tendo tra  loro  gran  remore,  awianndom  che  per 
diacordia  ai  doveaaono  partire,  aonia  attenderà  lèi 
veniaaono  achierati  al  campo,  vnUeala  l'era  Mi 
nona,  ai  miaono  ad  aaaaBrgli.  B  ooaunciate  sa  gri- 
do tutti  inaieme  a  loro  costuma,  che  trapasssn  fl 
cielo  vincendo  ogni  tonitruo,  e  gingnendo  a'aeaiJd, 
i  quali  aveano  incominciata  alcuna  diacordm  trtl^ 
dead  e'  Br^anxoni,  gli  aaaalirono  con  grasce  «- 
dimento  ;  e  cominciata  tra  loro  la  battaglia,  avresse 
per  caao,  e  non  per  operaaione  do' nemici,  eberh- 
aegna  del  duca  di  Brabante  ai  vide  abbattats.  Te 
dnto  queato  i  Brabansoni  a  piede  fai  prima  si  ni- 
aono  alla  Alga  ;  e  i  cavalieri  apprenso  vobeae  b 
reni  a^nearici-  acuta  lue  alcuna  reaiatema,  a  iata- 
sonsi  a  aalvare  nella  dite  eh'  era  toro  prema;  i 
Fiamminghi  affannati  per  la  corsa  al  primo  asiatto, 
e  carichi  d' arme,  non  li  poterono  aegalre;  e  ptf 
queata  cagione  pochi  ne  morirono  in  sai  cespo, 
ma  più  n'annegarono,  gittandon  n  passare  fi  lane 
coli' armi  indoaao:  ma  fira  tutti  i  morti  in  sai  om- 
po  0  annegati  nel  fiuto  appena  aggiunaeoo  al  so- 
mero  àà  cinquecento,  ehe  fu  di  eoal  grande  €•o^ 
dto  gran  maraviglia,  e  de'Fiammkghi  aoa  norì 
alcuno  di  ferro,  eoaa  quari  inoredibfle  a  reoeoita- 
re  ;  ma  ooal  fu  per  la  grasin  di  Dio,  che  noe  u- 
aentt  Ara  loro  maggiore  effimione  ài  aangoe. 

CAPITOLO   LXXXL 
Come  H  eonée  di  Fiandra  ebie  BorteKe. 

H  duca  di  BrabaaHe  fuggendo  oo'sad  oat^ 
tedeachi  entrò  n  Borsella,  e  tanta  paura  ^  ^ 
neir  animo  per  la  fede  rotta  a^Ffanunfaighi,  ebesoe 
ebbe  cuore  di  rHenerai  in  Boradla,  ma  di  proitfU) 
acme  ordinarla  a  difbaa  o  a  guardia,  se  ne  ptf^  * 
andoasene  in  Loano.  U  conte  avendo  ritterieieaw^ 
rotti  e  caedati  dd  eampo  i  suqi  nemici,  vedeadeii»^ 
Fiamminghi  per  hi  vittoria  baldansod  e  A  P**^ 
volenti  n  aeguiro  innanai,  di  preaente  in  qeol  ^^^ 


'  neir  ordinar  questo  ;  nel  dare  ordine  a  qoeite  ooM* 
'  medUtori,  pacieri. 


J 


DI  MATTEO  VBXANL 


211 


•6  n'  andò  a  B^m^U,  I  gntì&  nomini  a  i  grandi 
borghefi  di  quella  yilla  aveano  per  addietro  ordina- 
lo, che  tatti  gli  arteici  4e*aieilieri  aleifono  fuori 
della  città  in  grandi  borghi  cbe  t'  erano,  per  novi- 
tà che  t"  erano  di  loro  riotte^  alcnna  Tolta  atfenute 
in  perìcolo  della  villa,  e  in  qoeata  rotta  non  gli  a- 
veano  laaoiati  rifoggire  dentro.  I  borgbi  erano  gran- 
di|  a  maraviglia  creaciiiti  per  li  meatieri,  ed  erano 
pieni  e  fomiti  d*  ogni  bene.  Il  conte  avendo  in  foga 
i  anoi  nemici,  senza  contraato   a'  entrò  ne'  boigbi 
beendo  alcnna  nccisione  ;  e  comincionne  ad  affocare 
mo,  e  diaae,  che  tntti  gli  arderebbe  se  la  terra  non 
lacefae  i  anoi  comandamenti.  Gli  artefici  eh*  abita- 
vano ne'  borghi,  e  aveano  di  fuori  e  nella  villa  di 
loro  gente,  e  avendo  pk  in  loro  balia  Tnna  delle 
porte,  diaaopo  a*  borgheai,^  che  non  intendeano  ea- 
aere  diserti*  colle  loro  famiglie  per  loro,  e  che  ae 
di  presente  non  faceasono  i  comandamenti  del  con- 
te, che  per  fona  il  metterebbono'  nella  villa.  Per  la  qual 
cosa  vedendosi  i  borghesi  dentro  a  mal  partito,  eles- 
sono  di  concordia  di  volere  innanzi  essere  air  ub- 
bidienza del  conte,  che   di  lasciarsi   prendere  per 
forza  da' Fiamninghi  e  da' loro  propri  cittadini,    e 
gnaatare  la  città  di  sangue  e  di  ruberìa^;  e  di  pre- 
sente elessono  ambasciadorì,  e  mandaronli  ne'  bor- 
ghi al  conte,  che  voleano  ubbidire  a'  suoi  comanda- 
menti, promettendo  salvarli  d' nccisione  e  di  ruberìe  : 
e  così  fu  fatto.  E  di  presente  furono  aperte  le  porte, 
ed  entrowi  il  conte  e  chi  volle  de'  Fiamminghi,  rì- 
cevuti  con  grande  onore  da  tutta  la  villa,  e  appa- 
recchiato loro,  come  ad  amia,  dò  che  era  di  bisogno, 
n  conte  ne  prese  la  signorìa  dolcemente,  e  ordinov- 
vi  il  reggimento  e  la  guardia  come  a  lui  parve  ;  e 
rinfrescata  la  sua  gente,  il  terzo  di  coli'  empito  del- 
la sua  prospera  fortuna  si  mosse  da  Borsella  co'suoi 
Fiamminghi  e  andò  a  Yillaforte,  la  quale,  come  che 
molto  fosse  iorte   e  difendevole  a   battaglia,  aen- 
tendo  che  Borsella  a'  era  renduta,  e  che  il  loro  si- 
gnore si  fuggiva  e  non  facea  riparo,  per  non  ten- 
tare maggiore  fortuna  s'arrenda  a' comandamenti  del 
conte,  il  quale  la  ricevette  benignamente.  E  la  villa 
di^Mellina,  per  cui  era  stato  la  cagione  della  guerra, 
aenza  attendere  che  l' oste  v*  andasse  s' arrenderono 
al  conte,  e  ricevettonlo  per  loro  signore,  e  ordina- 
ronsi  per  tatto  a  fare  i  auoi  comandamenti. 

CAPITOLO  LXXXn. 

Come  U  cùfUe  di  Fiandra  ebbe  iuiio  Brabanie 
a  iuo  comandamento* 


n  duca  di  Brabante,  vilmente  abbattuto  per 
la  sua  corrotta  fede,  e  poco  amato  perchè  era  Te- 
deaoo,  avendo  sentito  come  Borsella  e  Yillaforte 
aveano  fatto  i  comandamenti  del  conte,  non  si  fidò 
|n  Loana  nò  in  alcuna  terra  di  Brabante,  ma  colla 
moglie  e  colla  aua  famiglia  e  co'  suoi  ameai  a*  uscì 


di  lotta  la  provineia  di  Brabanie  e  riduaaeai  in  Ala- 
sMfna,  abbandpnando  oosl  ricco  e  nobile  paeae  per 
ava  codardia.  Il  conte  sentendo  parlilo  il  duca,  creb- 
be in  ardire  oo'aiioi  Fiamminghi,  e  dirizaossi  verso 
Anversa  :  quelli  d' Anveraa  faciono  vista  di  volerai 
difendere.  U  conte  non  volle  quivi  fare  eoa  [miova  ; 
e  laedata  Anversa,  ae  n'  andò  a  Loano,  affrettandosi 
prisM  ohe  potessono  mettere  eonsigUo  alla  loro  di- 
fesa. Quelli  di  Loano  vedendoai  abbandonati  dal  du- 
ca loro  signore,  e  male  provveduti  alla  subila  guer- 
ra, e  che  1*  altre  boone  ville  di  Brabante  a' erano  ar- 
rendute  al  conte^  e  ohe  da  lui  erano  bene  trattali, 
per  non  ricevere  il  guaato  né  maggiore  danno  s'ar- 
renderono al  conte,  e  con  pace  il  misono  nella  città 
con  gran  festa  ed  onore;  ed  entrato  in  Loano,  in- 
contaneote  Anversa,  e  latte  le  buone  rille  e  caatella 
della  provincia  di  Brabante  ai  misono  aU'  ubbidienza 
del  conte  e  feciono  i  suoi  comandamenti;   e  così 
in  pochi  giorni  del  rimanente  del  mese  d' agosto  del 
detto  anno,  dopo  la  sconfitta  de' Brabanzoni,  fu  il 
conte  di  Fiandra  measer  Lodovico  aignore  a  cheto  * 
di  tutta  la  ducea  di  Brabante;  e  dato  ordine  a  loro 
reggimento,  e  fatti  nficiali  in  tutte  le  terre,  e  mea- 
aovi  quella  guardia  eh'  a  lui  parve  a  conservagione 
del  paese,  e  fornito  Mellina  con  più  sua  fermezza  e 
guardia,  perchè  era  propria   villa  di  suo  dominio, 
con  allegra  e  piena  vittoria,  di  letizia  e  non  di  san- 
gue, co'suoi  Fiamminghi  si  tornò  in  Fiandra,    ac- 
cresciuto altamente  il  suo  onore  e  la  fama  de' suoi 
Fiamminghi. 


'  di  loro  contate,  altercasionii  «Ezaflamentì. 

*  èhe  non  intandeano  aaiar  rovinati,  mindati  lo  rov^ 
na  par  loro. 

*  U  ftfébbaro  entrare,  gli  aprirebbero  il  pasao. 

*  e  mattare  la  dttà  a  sangue  ad  a  ruba. 


CAPITOLO  LXXXUL 

Perchè  sa  mo$$e  guerra  dagU  Spa§nmoii 

o'  Catalani. 

Era  in  questi  di  il  re  Petro  di  Castella,  giova- 
ne, e  più  pieno  di  disaolute  volontà  che  d' oneste 
virtù,  e  molto  era  atemperato  nella  concupiscenza 
delle  femmine  ;  e  dilettandoai  con  una  sopra  l' altre, 
non  baatandogli  le  grandi  camere  e' nobili  verzieri^ 
a  suo  diletto,  si  mise  a  diporto  con  lei  in  mare  in 
au  un  legno  armato  non  di  gran  difeaa  ;  e  andandoai 
sollazzando  in  alto  mare,  una  galea  armata  di  Ca- 
talani passava  per  quella  marina,  e  vedendo  il  le- 
gno armato,  si  dirizzò  a  lui,  e  domandava  di  cui 
foase  il  legno  e  la  mercatanzia  che  au  v'era  carica. 
Il  re  per  iadegno  non  volea  ohe  risposta  si  facesse  ; 
per  la  qual  coaa  i  Catalani  più  ai  aforzavano  di  vo- 
lerio  sapere,  e  non  polendone  avere  riapoata,  a'  ap- 
pressarono al  legno,  e  cominciarono  a  saettare:  e 
vedendo  da  preaao  che  gli  uomini  erano  Spagnuo- 
li,  aenza  mettersi  più  innanzi  si  partirono,  e  segui- 
rono loro  viaggio.  11  re  rimase  di  questo  con  gran- 
de sdegno;  e  poco  appresso  avvenne,  che  in  Sibilia 
arrivarono  galee  armate  di  Catalani,  i  quali  avevano 
guerra  co' Genovesi,  e  trovando  nel  porto  alquanti 
mercatanti  ài  Genova,  li  presono  ;  e  raddomandandoli 
il  re  di  Spagna,  non  li  vollono  rendere.  E  quo- 
ta cagione  più  giusta  infiammò  più  1'  animo  del  re 


'  aani'nopo  di  fon*,  per  general  eonseottmeeto,  tran* 
qnillamente.  *  giardini  |  vooe  antiquata. 


ais 


CBOmCA 


per  modo,  ohe  uuMiitiieBlo  por  naro  e  por  lom 
coadnoid  a*  Catalmi  nooTO  gaorra  ;  o  inoo&UiiOBto 
foco  annaro  dodici  galoo,  o  maidò  soorroodo  lo 
Barino  fiao  nel  porto  di  Maiolica,  ardendo  e  metten- 
do in  fuoco  quanti  legni  di  Catalani  poterono  tro- 
rare  per  totta  rifiera  di  Catalogna.  B  in  qneati  di, 
le  qnindid  galee  bandeggiate^  di  Genora  per  la  pre-» 
aora  di  Trìpoli,  afendo  per  udrò  di  bando  a  gner- 
reggiare  tre  meai  i  Catalni,  feciono  in  Catalogna  e 
nell'iaola  di  MaioUca  danno  asaaL  Bl  te  di  Caatel- 
la  per  terra  con  gran  fona  di  aooi  caTalierì  Tonnto 
alle  frontiOTO  di  Catalogna,  improTriao  a*  Catalani, 
fece  loro  d*  araioni  e  di  prede  danno  grande.  Per  la 
qnal  eoaa  d' ogni  parte  a*  apparecchiò  grande  efono 
di  gente  d'arme,  e  catane  rìchieae  gli  amici  per 
condncerai  a  battaglia,  come  aegnendo  appreaao  nel 
ano  tempo  racconteremo. 


CAPITOLO  LXXUV. 
^ron  frimifo/ì  funmé  •»  Ispagma. 


In  qneato  anno  1356,  ali*  aacita  dei  aMae  di 
settembre,  e  alquanti  dì  alP entrata  d'ottobre,  fa- 
rono  in  lapagna  grandiaaimi  terreaMoti,  i  fsafi  laNia- 
rono  in  Corderà  e  in  Sibila  grandi  e  gran  niao 
di  molti  diicii  in  qnelle  doe  grandi  città,  e  nelk 
lorocircnatanie,  nelle  qaaH  perirono  nomini,  e  ìm- 
nune,  e  fancinlli  in  grandiaaimo  nnmero,  Cieende 
aepoltnra  delle  loro  oaae.  B  qneati  medeaimi  tremaoti 
feciono  nella  Magna  grandi  fracaaai\  cbo  qoaai  tatti 
Baaola  e  nn*  altra  città  feciono  rovinare  con  gran- 
de mortalità  de*  loro  abitanti  In  Toacana  n  qocili 
medeaimi  A  ai  aentirono,  ma  jnccoli  e  aeua  alcoao 
danno. 


LIBRO  SEniMO 


CAPITOLO  L 

Prologo. 

Chi  potrebbe  con  intera  mente  nel  falnro  ri- 
cordare i  falli  e  gli  orribili  peccati  che  ai  coaunet- 
tono  per  la  afrenata  Ucensa  de*  principi  e  de'  aignori 
mondani  (lasciando  le  nùnori  e  le  messane  cose 
che  per  loro  spesso  sema  ginatiaia  ai  fanno),  ae  la 
bretità  del  tempo  dell'  umana  rita  non  toglieaae  Po- 
aperienia  che  per  ginatiaia  ai  dimoatra  nel  mondo  ? 
Si  maravigliano  esiandio  i  eavii  qaando  avvenire  veg- 
gono traboccamenti  di  potentiaaimi  re  e  d' altri  gran- 
di eignori,  de*  quali  avendo  memoria  de*  commeari 
mali  non  ammendati  per  tempo  conceduto  dalla  di- 
vina graaia,  ma  pinttoato  aggravati  da  qne*  medesimi 
aignori  e  da' loro  enceeaaori  per  diaordinata  pre- 
annaione,  non  redierebbono  i  maraviglia  quello  che 
avviene,  ma  a  miaericordievole  gutigamento  dalla 
divina  mananetndine  e  ginatiaia,  die  per  non  per- 
dere 1*  anime  eternalmente,  temporalmente  percnote 
e  flagella,  acdocchè  per  le  loro  rovine,  e  pe*loro 
trabocdievoli  caai  ai  riconoscano  e  correggano  e 
ammendino.  B  apparecchiandoai  al  nostro  trattato 
n  cominciamento  del  settimo  libro,  alcuna  particella 
di  quello  torneremo  addietro,  per  dimostrare  eaem- 
pio  delle  cose  qui  narrate,  per  la  aucceaaione  che 
eeguita  a  raccontare  del  grave  caso  occono  al  re 
Filippo  di  Francia  e  al  auo  reame,  e  appresso  al 
re  Giovanni  auo  figliuolo. 


*mm 


'  sbandaggiate,  espulse,  caedata  in  bando. 


CAPITOLO  n. 

Come  il  ro  di  Francia  prese  la  croce  per  fan 

U  passaggio. 

Non  è  nucoao  in  antica  memoria  a*  vivesti  del 
noatro  tempo,  che  per  Y  operasioni  iniquo  e  crnd^ 
nate  da  invidia  e  da  aoauna  avarisia  de'  reali  di  Fraa- 
eia  dello  stocco*  anticato  nella  succeasione  reale,  ca- 
de fu  il  re  Filippo  dinominato  il  Bello,  coH*aggÌ8B- 
ta  della  afrenata  libidine  delle  loro  donne,  ohe  t 
Dio  piacque  di  porre  teraune  a   quello   fignsggio* 
Rimasene  sola  la  reina  d' Inghilterra,  madre  del  va- 
loroso re  Adoardo  di  quel!'  isola,  per  la  cui  suceei- 
sione  il  detto  re  d' Inghfltcrra  fece  la  guerra  eo' 
Franoeachi,  come  per  lo  nostro  anticeaaore  nella  soa 
GrofMca,  e  appreaao  per  noi  in  qneata  è  in  gru  parla 
raccontato.  Essendo  venuti  meno  tutti  i  reaB,  mei- 
f«r  Fitippo,  figliuolo  che  fu  di  mcsser  Carlo  di  Va- 
iola, detto  Cario  Sensaterra,   prese  la  aignorìa,  e 
feceai  coronare  re  di  Francia.  B  trovandoai  re  di  cosi 
grande  e  ricco  e  potentiasimo  reame,  e  aenaa  alca- 
na  guerra,  e  trovandosi  in  grande  amore  delsoauso 
pontefice  e  de* cardinali  di  Santa  Chiesa,  il  dottore 
Filippo,  simulando  aingulare  affesione  di  volera  iai- 
prendere  e  fare  il  aanto  paesaggio  d*  oltramara  por 
acquistare  la  Terra  Santa,  di  suo  movimento  prete 
con  molti  baroni  di  auo  reame  la  croce  in  pubblico 
pariamento,  e  aommoaae  a  pigliaria  altri  re,  profili» 
duchi  e  baroni,  conti  e  gran  signori,  e  per  eseo- 
pio  di  loro  molti  altri  fedeli  cristiani  presone  la  orooe 
con  aniaao  di  aeguire  il  detto  re;  e  per  latta  h 
criatianitài  ed  esiandio  tra*  Saracini,  ai  divulgò  li 


*  (IrmoASsameiitii  rovine. 
'  della  sohiatta. 


DI  MATTEO  VILLANI 


213 


novella  di  questo  paisaggio  :  a  dando  vista  il  detto 
re  di  i^nde  apparecchiamento,  avvenne,  che  negli 
anni  1334  il  detto  re  di  Francia  mandò  a  corte  di 
Roma  a  Avignone  per  snoi  ambasciadorì  F  arcivesco- 
vo di  Raen  con  altri  grandi  baroni  a  papa  Giovanni  di 
Caorsa  vigesimosecondo  e  a'  snoi  cardinali,  il  qnale  ar- 
civescovo fn  poi  papa  Clemente  sesto,  e  in  pub- 
blico coneealoro  avendo  fatto  V  arcivescovo  predetto 
un  bello  e  alto  sermone  sopra  la  materia  dei  pas- 
saggio, e  confortato  il  sommo  pontefice  e*  prelati 
di  Santa  Chiesa  e  tutto  il  popolo  cristiano  che  si 
manifestassono  a  dare  consiglio  e  aiuto  al  serenissimo 
re  di  Francia,  il  quale  si  movea  per  selo  della  fede 
di  Cristo  a  coal  alta  impresa,  per  seguire  e  fare  e 
per  accrescere  la  sicurtà  a*  fedeli  cristiani,  giurò  nel- 
Tudif usa  di  tutti  nella  maestà  difina,  al  Santo  Padre, 
e  alla  Chiesa  di  Roma,  e  a  tutta  la  cristianità,  nel- 
r  anima  del  detto  re  di  Francia,  che  1*  agosto  prossi- 
mamente seguente,  gK  anni  1335,  e^  sarebbe  uscito 
fuori  del  suo  reame  in  via  colla  sua  poterne,  e  con 
gli  altri  prìncipi  del  suo  reame  crociati  per  anda- 
re oltremare  al  santo  passaggio  :  e  per  questo  impe- 
trò da  Santa  Chiesa  le  decime  del  suo  reame  per 
molti  anni,  e  altre  promissioni  del  tesoro  di  Santa 
Chiesa,  e  quante  altre  cose  domandò  per  parte  del 
detto  re  al  papa,  di  tutte  ebbe  da  lui  piena  grazia  : 
e  io  scrittore  fui  presente  nel  detto  consistoro,  o 
udii  fere  il  saramento,  come  detto  avemo. 

CAPITOLO  ra. 

Le  parole  éUsse  frate  Andrea  ài  Aniieckia  al  re 

di  Francia, 

Basendo  divolgata  la  novella  di  questo  passag- 
gio in  Egitto  •  in  Sorìa,  i  cristiani  del  paese  che 
sono  sottoposti  al  giogo  de'saracini,  ed  esiandio  i 
viandanti  mercatanti  eh*  allora  erano  in  quelli  paesi, 
rìcevettono  gravi  oppressioni  e  diversi  tormenti,  e 
molti  ne  furono  morti  da*  signori  saracini,  e  tolto  il 
loro  avere  sotto  false  cagioni  d*  esser  trattatori  del 
passaggio  ;  per  la  quel  cosa  un  valente  religioao 
italiano,  il  quale  era  chiamato  frate  Andrea  d'An- 
tiochia, in  fervore  del  suo  animo  dolendosi  dell'in- 
giuria ohe  riceveano  gV  innocenti  criatiani,  si  mosse 
di  Sorìa  evenne  a  corte  di  Roma  ■  Avignone;  e  là 
giunae,  quando  il  re  Filippo  di  Francia  era  tomaio 
di  pellegrìnaggio  da  Marsilia  a  Avignone,  paaaato 
di  lungo  il  termine  della  sua  promessa,  e  non  essen- 
do di  ciò  uè  dal  papa  nò  da*  cardinali  rìpreso:e  già 
avea  presa  la  licenza  dal  Santo  Padre,  e  avea  vali- 
cato il  Rodano,  e  desinato  nel  nobile  ostiere  di  San- 
t*  Andrea,  il  quale  avea  fatto  edificare  messer  Napo- 
leone degli  Orsini  di  Roma  a  fine  di  ricevervi  il  re 
di  Francia  e  gli  altri  reali,  il  re  en  già  montato  a 
cavallo  per  prendere  ano  cammino  verso  a  Parigi, 
il  valoroso  frate  Andrea,  avendo  accattato  dagli  scu- 
dieri de*  cardinali  che  Fatassono  conducere  ^  al  freno 


*  che  r  «iataisero  a  condacers!,  ad  andare.  Singolaria- 
almo  uso  non  registrato  d^  yerbo  e^nduoeri,  nmìro,  per 
tmdm'é. 


del  cavallo  del  re,  com'egli  usd  dalT ostiere  cosili 
fa  condotto  al  freno.  H  religioso  avea  la  barba  lun- 
ga e  canuta,  e  parca  di  santo  aspetto,  e  per  la  re- 
verensa  di  lui  il  resi  sostenne  \  e  frate  Andrea  disse: 
Se*  tu  quello  Filippo  re  di  Francia,  che  hai  promesso 
a  Dio  e  a  Santa  Chiesa  d*andare  colla  tua  potenza  a 
trarre  delle  mani  de*  perfidi  aaracini  la  terra  dove 
Cristo  nostro  salvatore  volle  apandere  il  suo  imma- 
colato sangue  per  la  nostra  redensione  ?  Il  re  rì- 
spuose  di  9Ì.  AUora  il  venerabile  religioso  gli  disse: 
Se  tu  questo  hai  mosso,  e  intendi  di  seguitare  con 
pura  tnlensione  e  fede,  io  prego  quel  Cristo  bene- 
detto che  per  noi  volle  in  quella  terra  santa  riceve- 
re passione,  che  dirizzi  i  tuoi  andamenti  al  fine  di  pie- 
na vittoria,  e  inlov  prosperità  di  te  e  del  tuo  eser- 
cito, e  che  ti  presti  in  tutte  le  cose  il  suo  aiuto  e 
la  sua  benedizione,  e  t*  accresca  ne*  beni  spirituali 
e  temporali  colla  aua  grazia,  sicché  tu  sii  colui,  che 
eolia  tua  vittoria  levi  1*  obbrobrio  del  popolo  cristia- 
no, e  abbatti  1*  errore  dell'  iniquo  e  perfido  Maomet- 
to, e  purghi  e  mondi  il  venerabile  luogo  di  tutte  Ta- 
bominazioni  degl*  infedeli,  in  tua  per  Cristo  sempiterna 
gloria.  Ma  ae  tu  questo  hai  cominciato  e  pubblicato, 
la  qual  coaa  reaulta  in  grave  tormento  e  morte  dei 
cristiani  che  in  quel  paeae  conversano,  e  non  hai 
r  animo  perfetto  con  Dio  a  queata  impreaa  aeguitare, 
e  la  Santa  Cbieaa  cattolica  da  te  ò  ingannata,  sopra 
te  e  sopra  la  tua  casa  e  i  tuoi  discendenti  e  *i  tuo 
reame  venga  V  ira  della  divina  indegnauone,  e  dimo- 
stri contro  a  te  e'  tuoi  ancceesori,  e  in  evidenza 
de*  cristiani,  il  flagello  della  divina  giustizia,  e  con- 
tro a  te  gridi  a  Dio  il  aangue  degl*  innocenti  cristia- 
ni già  sparto  per  la  voce  di  questo  passaggio.  Il 
re  turbato  nell*  animo  di  questa  maledizione  disse  al 
religioso  :  Venite  appreaso  di  noL  E  frate  Andrea 
rispose:  Se  voi  andaste  verso  la  terra  di  promiaaio- 
ne  in  Levante,  io  v*  anderei  davanti  ;  ma  perché  vo- 
stro viaggio  é  in  Ponente,  vi  laacerò  andare,  e  io 
tonerò  a  fare  penitenza  de*  miei  peccati  in  quella 
terra  che  voi  avete  promesso  a  Dio  di  trarre  delle 
mani  de*  cani  saracini 

CAPITOLO  IV. 
lfo//e  laide  co$e  fece  il  re  di  Francia. 

Da  questo  tempo  innanzi  cominciarono  le  com- 
mozioni del  re  d*  Inghilterra  già  narrate  per  lo  no- 
a^  antecessore  ;  e  prima  il  detto  re  di  Francia  ve- 
dendo sommuovere  gì*  Inghilesi  contro  a  aé,  con  gran- 
de armata  si  mise  in  arme  contro  a  loro,  e  di  tren- 
tadue migliaia  d*  uomini  che  reggeano  il  suo  natilio, 
perduto  il  navilio,  ventotto  migliaia  d*  uomini  di  sua 
gente  furono  morti  dagl*  Inghilesi.  E  poi  appresso 
venuto  il  re  d'Inglulterra  in  Francia  oon  piccolo  nu- 
mero di  gente,  rispetto  della  moltitudine  de*  cava- 
lieri e  di  sergenti  eh*  avea  aeco  il  re  di  Francia  a 
seguitarlo,  fu  sconfitto,  come  narrato  abbiamo  ad- 
dietro ;  e  campata  la  sua  persona  con  pochi  per  gra- 
zia della  notte,  e  tornato  a  Parigi,  avendosi  veduto 


'  8i  fermò,  fece  sosta. 


Zìe 


CRONICA 


«il  fMkio  di  Dio',  BOB  rioone  alla  Tirtù  dalT  b- 
sfltà,  bm  agfìogBeBdo  malo  a  Biale,  per  afora 
BK^BOta  asaai,  ìb  eoi  ora  la  loa  Adaaia,  liceBuò*  o 
aicorò  tutti  gli  osnrai  dol  foo  reasio,  daodo  loro  li- 
coBSB  di  proitaro  pobblicameBto,  pagaadó  alla  corto 
cioqBO  per  coBto  di  qieUo  che  catOBO  era  faiiato 
dagli  BÉciali  del  re  ogoi  bbbo.  B  aggiogooodo  alla  eoa 
afarisia,  fece  battere  buotb  oiooeta  d'oro  o  d^argeato 
per  tatto  eoo  reaaio  di  mollo  meao  Telata  che  qaella 
che  prima  cfTrea,  e  aobitameate  la  fece  correre  per 
bBOBa,  e  la  baoaa  fece  disfare,  ìb  grao  daBBO  o  oob- 
foBiooo  de*  8Boi  barooi,  e  di  tatti  i  paeaaBi  e  de^mer- 
catanti  eh*  ayeaBO  a  ricevere  méroataBiie  eoi  eoo 
reame;  e  dopo  qaesto,  cob  ordùio  datoa*iaoi  bù- 
aiatri,  per  tatto  U  reame  io  aaa  Botte  fece  preadere 
ìb  perfOBa  e  arrea tare  TaTere  a  tatti  gli  oaarieri  del 
reame  ;  e  aggiugoeBdo  Biale  a  Bude,  fece  gridare  per 
tutto,  ohe  chi  a?eaae  accattato  aopra  pegBO  TaBdae- 
se  a  riscaotere  per  lo  capitale',  ataodo  del  capitale 
al  eoo  aarameato,  e  cosi  dell*aeeattato  a  caiia^;  per 
la  qua!  cosa  coloro  M  avevaoo  accattato,  per  la  lar- 
ga liceaxa,  rioti  da  aTarìaia,  si  spergioraroao^  e 
pochi  fàrooo  secoodo  la  Aioia  che  stesioao  ia  fedo; 
e  tatto  ciò  che  pagavaao  di  capitale  a*  appropriò  alla 
corte,  che  fa  graadissimo  tesoro,  io  diserlagioae*  di 
moRe  famigUe,  ch*ogoi  cosa  s'appropriò  alla  oorte^, 
diceodo,  eh'  aveano  forfatto^  di  aTcr  meeai  più  da- 
Bsrì  a  usura  che  bob  doyeaao.  Appreaso,  dopo  la 
soa  affrettata  morie  per  disordioata  lussuria,  easea- 
do  di  tempo,  e  dilettaadosi  aella  sua  giotase  e  bella 
dOBBa,  seguitaroBO  più  gravi  persecurioai  di  guer- 
ra Bel  SBO  reame;  la  fine  il  re  Giovaaai  sao  Igliaolo 
e  UBO  de' suoi  figliuoli  furooo  presi  aella  graade 
battaglia  ch'appresso  raccoateresM)  :  eoachiadeado, 
che  come,  a  fogaaao  fu  preaa  la  croce,  e  promeaso 
il  saato  passaggio  per  lo  re  di  Fraacia,  cosi  ael  suo 
reame  fu  passato  per  diriao  giudicio  da*  sooi  oeoiici  ; 
e  com*  egli  volle  arricchire  il  suo  reame  iadebita- 
meate  de*  beai  di  Sala  Chiesa,  degli  altri  ainmierì 
BMrcataati  e  usurieri  del  suo  reame,  cosi  giusta  ro- 
tribnzioae  impoverì  il  re,  e  il  reaaM  eoasumato  dai 
soldi  e  dalle  prede  ;  e  voleadosi  per  aaiblzioae  e- 
saltare  sopra  gli  altri  afgaori  della  cristiaaitè,  veduti 
fnroBO  eotrare  iu  servaggio  di  prigioae,  viali  mare- 
vigliosamealo  da  più  iaipoteati  di  loro,  seeoado  la 
fona  0*1  aumero  della  genie. 


'  in  disgnsU  di  Dio  ;  «mendod  yedato  incorso  Dell» 
divina  condanna. 

'  ooncedetto  lioenas,  diede  libero  e  liearo  eseroisio. 

'  Intendi  i  senaa  pagare  le  naorei  e  quanto  al  capitale 
sarebbe  tenuto  vero  quello  che  ai  fosse  confessato  eon 
giuramento. 

*  e  cosi  di  quanto  correva  obbligo  scritto  ;  dok  de'  de- 
biti diirografidii  delle  carte  di  eaoÀio  eoe. 

^  Alcuni  intópretano:  al  resero  apergiuri;  peroioccbi 
aconfeasavano  in  parto  i  loro  obblighi,  eh' equIvaleTano 
tra  persone  onorato  a  giuramenti.  Ma  forae  qui  tpergiu- 
rare  vale  giurare  il  falso,  aoatenere  con  giuramento  il 
Calao,  confeaaando  un  ospitale  aasai  minore  di  quello  die 
avevano  in  effetto  ricevuto. 

*  in  mina,  per  mina,  atormlnlo. 
^  a' incamerò,  ai  confiacò. 

"  fSdlato,  eommeaaa  gran  colpa. 


CAPITOLO  V. 

Cow^  Ure  di  Frameia  m$^  di  Bangi  eo» suo ^eno, 

e  ónda  m  Nanumdia. 

Seguita,  loraaadoa  aoftra  amloria,  eheliedi 
Fraacia  vedeado  aaaaliro  il  suo  reaoM  ora  dal  eoate 
di  Laacaatro  eoa  quelli  di  Navarra,  ora  dal  duca  di 
Gaales  coli*  aiuto  de^Gaasooai,  o  che  per  aoperdua 
baldaaut  aveaao  preao  aopra  lai  e  aopra  la  gsBle 
fraaoesca;  vedeado  al  presealo  il  eoale  di  laaiastis 
e  BMSser  Filippo  di  Navarra  ridotti  ia  HotBaadia  a 
Berloglio,  come  poco  iaaaasi  abbiaoM»  Miralo,  si 
propose  ia  aaimo  di  perseguitarli;  e  di  tatto  fl  rea- 
me rauoò  a  Parigi  i  suol  banmi  e  latto  il  loro  daOs 
eoa  cafaHeria,  ed  cBiaadio  i  ricchi  horgkeai  di  Pa- 
rigi e  dell'  altre  buoae  ville,  i  quali  tatti  si 
roBO  di  comparire  heae  ia  «nao  per 
la  persoaa  del  re;  il  quale  era  già  ilo  ia  N4 
dia,  e  fallo  (hggire  di  aotte  il  eoalo  di  Laacaaire  e 
aiesser  Filippo  di  Navarra  eh*  eraao  ia  NonuBdiis 
Berloglio,  e  il  re,  come  detto  è  poco  addiotro,  atea 
viato  il  castello,  e  caoeiati  i  aesùci  M  paooa 
do  io  Nonaaadla,  i  baroat  e^  cavalieri   e* 
del  reame,  che  amosai  eraao,  Iffaevaao  drogai  parta  a 
lui;  o  ali'eatrata  del  aMso  di  settembre  ù  trovò  pA 
di  quiadiciflrila  armadare  di  ferro  bea  aMariMi  e 
acconci  ai  servigi  del  re,  e  eoa  eaa 
di  eergeati  ia  arme.  B  vedeadosi  aver  tìbIo  fl 
stello,  e  avviliti  i  bcbùcì,  e  creaciala  la 
prese  speraaxa  di  cacciare  gì'  laghileai  al  latto  ed 
suo  reaaie  iaaaaii  che  ritoraasao  a  Pai%i.    B  aas 
tutto  questo  cavalleria  atava  alle  froaliare  éo'aasi 
ncBiici  per  bob  lasciarli  scoirero  per  tatto  lo  aai 
terre  al  modo  uaalo,  e  per  preadore  aopra  toro  aai 
vaalaggio,  stoado  apparecchialo  alla  froarta  éo^aaai 
aweraari. 

CAPITOLO  VL 
Queilo  faceva  il  pranao  di  ftiafar. 


n^valeale  duca  di  Coraovaglia, 
priaMgeailo  del  re  d*  laghiUerra,  il 
parie  per  guerreggiare  IremOa  haoai  1 
BMolatì,  Ira  laghileai  e  Guaaeooi,  0  da 
eieri  laghileai  a  eavallo,  e  sllri 
quallroiafla   Ira  eoa  archi  e  diro 
beae  capilaoali;  aveado  aealilo  che  1  coaia 
castro  colla  sua  parlo  di  geato  d*  anao 
ceto  la  Nonaaadia  ed  oairalo  ael  roaaso 
rigi  a  aedici  leghe,  pareadogli  avaro 
BOB  faceaao  dalla  eoa  parte,  ai  moeae  dì 
veaaeseae  ia  Beni  ardeado  e  dhroraado 
eoo  fBOCO  ciò  che  ioaaasi  gli  ai  parava.  B 
irtta  amisurata  preda,  peroechè 
queceato  e  di  adUe  fisoeora',  o  di  pih  0  di 
viale,  e  rubalo  e  arao  aeasa  Imvaao 
guitando  appresso,  avea  costeggialo  11 


a 
e 


'  Areaiamo  psr/ìiodU,  a  qad 
aero  omort^  esaiponi,  jpnUoTQ  eoe* 


cho^ 


DI  MATTEO  VELANL 


815 


iBfiao  ad  OrUaiis,  a  bUole  intorno  grave  danno,  pas- 
mò  a  Pittieri  ;  e  trovandoai  preaao  alla  granda  oale 
del  re  di  Franoia»  h  costretto  di  Cannarsi  in  tra  le 
dao  fiamora  ooU'  oste  e  eolla  preda  ohe  raooolta  a- 
¥eiu  ehè  di  quel  luogo,  avendo  di  presso  la  gente 
^el  re  di  Franoia  ch'andava  contro  a  Ini,  a  salva- 
naonto  non  si  potea  partire  né  con  sno  onore. 

CANTOLO  ViL 


Come  U  re  di  Framda  po$é  U  campo  presso 

aè  preme. 


n  re  Giovanni  di  Francia,  elicerà  presso  colla 
«ne  grande  oste^  e  baldanaoso  per  lo  dnea  di  Lan- 
cestro  cke  r  aven  foggito,  e  per  la  vittoria  del  ca- 
sielle,  sentendo  il  daca  ristretto  tra  le  due  finaiare, 
che  Tuna  tramessava  a  volere  andare  a  lai,  di  pre- 
eente  si  mosse  con  totta  la  sua  gente  e  appressossi 
a'  nemici,  e  pose  il  campo  sno  di  costa  a  Barrì;  e' ne- 
mici erano  dall'altra  parte,  la  fiumara  in  mesxo,  e' ponti 
erano  ipiù  rotti,  e  alcuno  ve  n*avea  rimase  in  guar- 
dia de*  Francesdii.  Il  dnca  non  potea  passare  innanzi 
a  prendere  suo  vantaggio  di  terreno;  e  '1  tornare 
addietro  di  lungo  viaggio,  per  lo  stretto  de' loro  ne- 
mici, e  avendo  chi  gli  perseguitasse,  non  se  ne 
potea  pensare  alcuna  salute,  e  però  la  necessità  gli 
aecrescea  in  quel  luogo  V  ardire.  Il  coraggioso  duca 
di  Gnales  vedendosi  a  questo  stretto  partito,  non 
dimostrò  a* suoi  segno  d* alcuna  paura  né  viltà;  ma 
firancamenle  provvide  il  suo  campo,  e  mostrossi  a 
4atta  sua  gente,  confortandoli  che  non  dovessono 
iemere  di  quella  gente  cui  eglino  tante  volte  aveva- 
no falla  ricredente',  .e  ammaestrandoli  di  buona  e  sol- 
lecita guardia  il  di  e  la  notte,  dicendo,  come  tosto 
avrebboiio  in  loro  aiuto  il  vdénte  conte  di  Lanoa- 
stro  con  tutta  la  sua  gran  fona.  61'  Inghileai  e*  6ua- 
■sconi  presono  gran  conforto  della  valentria  e  buo- 
«a  voglk  del  loro  signore,  e  inteaono  a  fortificare 
loro  campo,,  e  a  lire  buona  e  sollecita  guardia  il 
^  e  la  notte.  E  questo  fu  a  di  17  di  settembre, 
anno  detto. 

CAPITOLO  VIIL 

Due  conti  del  re  di  Francia  rimasono  presi 

da  un  aguato. 

m 

Saputo  che*!  re  ebbe  la  condisione  de^snoi 
nemici,  e.  come  il  loro  campo  stava,  segretamente 
con  alquanti  de*  più  confidenti  baroni  prese  consi- 
glio di  valicare  alla  messa  notte,  venendo  il  sa- 
bato, per  un  ponte  della  riviera,  che  gli  dava  più 
certo  il  cammino  ad  aggiugnersi  co*  nemici,  e  più 
atto  il  canunino  alla  gran  gente  che  1*  aveva  a  se- 
guitare, n  duca  di  Gualca,  o  che  sapesse  il  segre- 
to del  re,  o  che  per  avviso  di  guerra  avesse  che 
corà  dovesse  seguirei  la  notte  medesima  venne  con 
sua  gente  eletta ,  e  misesi  in  un  bosco  presso  al 


I  obs  svfan  fifitta  ricrederà,  ohe^aveano  sgcrriitiiy  rlnta. 


•cammino  che  U  re  dovea  £tfe,  e  veniagli  tatto  ^  d'a- 
vere il  re  con  buona  parte  della  sua  compagnia 
per  lo  presto  avviso.  II  re  si  mosse  con  duemila  ca- 
valieri, e  con  quelli  baroni  a  cui  s*  era  manifesta- 
to :  e  appressandosi  al  passo  del  bosco,  mandò  in- 
nanzi dieci  cavalieri  aperti  e  bene  montati  a  prov- 
vedere se  aguato  vi  fosse.  I  detti  cavalieri  scoper- 
sono  il  guato,  e  di  presente  ritornarono  al  re,  il  quale 
conoscendo  il  pericolo  prese  una  volta,  e  dilungossi 
da  quel  passo,  e  girò  verso  Pittieri,  e  valicò  a  sal- 
vamento con  tutta  sua  cavalleria;  ma  addietro  non 
mandò  all'altra  ena  gente,  che  *1  seguiva,  ad  awi- 
aarli  di  quello  aguato  :  onde  avvenne  die,  aeguitan- 
dolo  il  conte  d'Alznrro  e  quello  di  Clugni  con  al- 
tri baroni  e  cavaBeri,  avendo  sentita  la  sua  subita 
partita,  non  però  con  tutta  V  oste,  ma  colle  loro  ma- 
snade facendo  la  via  che  doveva  fare  il  re  del  bosco, 
credendo  che  per  quella  fosse  andato,  gì' Inghileai 
maestri  di  baratti  avendo  mandali  cavalieri  deMoro 
a  ingegno  che  tomassono  la  notte  per  quel  cammi- 
no, e  dimostrandosi  essere  de'Francdschi  che  seguis- 
sono  il  re,  come  se  per  quel  cammino  fosse  passa- 
to ;  e  scorgendo  i  conti  questi  cavalieri,  e  facendoli 
donmndare,  risposono  in  firancesco  che  eeguivano 
monsignor  lo  re  ;  e  però  con  più  sicurtà  si  misono 
a  cammino:  ed  entrati  nell'agnato  aensa  ordine,  es- 
sendo d' ogni  parte  assaliti,  non  v^  ebbe  reaistenxa 
altro  che  del  fuggire  e  del  campare  chi  potea  :  il 
conte  d'Ahurro,  valente  barone,  e  quello  di  Clugni 
rimasono  pren  con  quattrocento  compagni  di  buo- 
na gente  ;  e  menati  prigioni  nel  campo,  il  dnca  e  tut- 
ta la  sua  oste  ne  presono  assai  conforto  :  e  queato  fu 
il  sabbato  a  41  17  di  aettembre  del  detto  anno. 

CAPITOLO  IX. 

Puose  il  re  di  Francia  il  campo  suo  presso 

agt  IngkUesi. 

Valici^  il  re  di  Francia  con  duemik  cavalieri 
a  Pitderi,  e  scoperto  T  aguato  degl' Inghileai,  come 
detto  abbiamo,  di  presente  tutta  l'altra  nate  de'Fran- 
eeaohi  seguirono  il  loro  re  per  lo  sicuro  cammino  ;  e 
giunti  a  lui,  ai  trovarono  più  di  quattordicimila  ca- 
vafieri  e  motti  sergenti,  e  non  v'  era  però  tutta  In 
sua  forza,  che  al  coutinovo  vi  creacea  gente  a  ca- 
vallo e  a  piò,  sperando  avere  degf  Inghileai  buon 
mercato';  e  misonsi  a  campo  presso  al  campo  del  duca 
a  meno  di  due  leghe  parigine,  in  parte  che  gr  In- 
ghileai non  si  poteano  allargare  ;  ed  erano  per  ve- 
nire in  pochi  di  in  gran  soffratta  di  vittuaglia',  e  an- 
cora erano  condotti  in  parte,  che  '1  conte,  di  Lau- 
castro  non  li  potea  venire  a  soccorrere  per  lo  cam- 
po preso  per  i  Franceschi,  awegnachò  troppo  era 


*  e  gli  sarebbe  incontrato  di  ecc.  ;  e  avrebbe  potato 
far  prigione  il  re  eoe.  À  rabberdart  il  senso  così  dovrebbe 
eorrere  il  ooetmtto  :  e  veniagli  faUo  ^  avtre  U  re  eon 
hwma  parie  della  compagnia  per  lo  presto  awieo;  ma  il 
re  «i  tnoii$  eon  due  mila  eoe. 

'  sperando  che  gì*  Inglesi  gli  avrebbono  prestato,  for- 
nito oopia  di  viveri 

'  mancamento,  necessità  di  rit^oagUs. 


216 


CRONICA 


/  iegati  cercartmo  accordo  trà^  due  signorL 


Cono  addietro  ayeno  namlo,  in  qnetta  gner- 
ra  k  Chiesa  di  Roma  continoTO  toDea  aiioi  legati  che 
trattaisono  la  ooacordia  e  la  paco  tra* dna  re;  e  al 
presente  era  nella  eonpagnia  del  re  0  cardinale  di 
Bologna  sno  confidente,  e  il  cardinale  di  Pelagorga 
confidente  del  dica  e  degP  Inghilesi,  i  qnali  conti- 
novo  cercarano  di  recarli  a  pace  :  e  vedendo  la  co- 
te a  questo  stremo  condotta  e  ultimo  partito,  ac- 
docckè  tra  questi  due  signori  de*  maggiori  della  cri- 
stianità non  si  venisse  a  mortale  battaglia,  di  concordia 
furono  con  lo  rcT  di  Frauda,  mostrandoli  quanto  erano 
vari  e  non  sicuri  gli  uscimenti*  delle  battaglie,  pregan- 
dolo, che  dove  con  auo  onore  potesse  venire  a  buona 
pace,  non  volesse  ricercare,  per  vantaggio  che  avere  il 
paresse,  fl  dubbioso  fine  delle  battaglie.  D  re  diede  u- 
diensa  al  savio  consiglio  ;  e  però  incontanente  il  cardi- 
nale di  Pelagorga  cavalcò  al  duca  nel  suo  campo  :  e  ri- 
cevuto da  lui  grasiosamente,  con  savie  parole  gli  mo- 
strò il  pericolo  dov^  era  egli  e  tutta  la  sua  oste,  e 
ricordógU   le  grandi   ingiurie  per  lo  suo   padre  e 
per  lo  suo  rio,  e  per  lui  latte  alla  corona  di  Frauda  ; 
e  conchiudendo  disse,    che  acdocchè  Dio  non  giu- 
dicasse la  sua  causa  per  disordinata  presunsione  e 
superbia  in  cotanto  pericolo,  quanto  egli  era  di  so 
e  di  tutta  la  sua  gente,  eh'  e*  volea  eh*  e'  si  dichi- 
nasse a  volere  restituire  e  rendere  al  re  di  Francia  il 
suo  onore  e  le  terre  ch^  uvea  occupate  ddle  sue,  o 
r  ammenda  del  danno  che  latto  gli  avea  nel  suo  rea- 
me, acdocchò  buona  e  ferma  pace  si  fermasse  tra 
loro,  n  giovane  duca,  conoscendo  il  forte  caso  do- 
ve la  fortuna  Tavea  condotto,  e  avendo   reverensa 
a  Santa  C^oesa,  avvegnaché  M  suo  animo  fosse  e  fer- 
mo e  ttcuro  di  grande  adegno,  acoonsentt  iunama  di 
pigliare  concordia,  che  tentare  la  pericolosa  parte 
della  battaglia;  e  data  speransa  al  legato,  H  face 
ritornare  al  re  di  Frauda,  per  ordinare  i  patti  e  le 
oonvenenie  della  concordia. 

CAPITOLO  XI. 
/  patti  che  ti  trattarono  e  quasi  conekiuiomo. 


Tornato  il  cardinale  al  re  di  Frauda,  il  ra  fe- 
ce raunare  il  suo  consiglio,  per  fSare  sssentlre  a  tutte 
r  offerte  che  *I  cardinale  avea  portate  al  re  da  parte 
del  duca  per  avere  buona  pace  ;  e  V  offerta  era, 
eh'  e*  volea  restituire  si  re  di  Francia  tutte  le  terre 
prese  per  gì'  loghilesi  e^  Guasconi  nel  suo  reame 
ne*  tre  anni  prossimi  passati,  e  die  renderebbe  li- 
beri tutti  i  prigioni,  e  che  per  ammenda  de*  danni 


di  lungi  a  qud  paese  :  per  la  quel  cosa  al  re  di  Ph»-]  Catti  darebbe  al  re  di  Francia  digento 

da  pareva  avere  la  vittoria  in  mano  ;  e  cosi  era  per  nobili,   che  vulcano  dnqueoanlo  migUsrfa  di  torìal 

ragione  di  guerra,  ove  fortuna  o  mala  provvedenaa  d*  ero  ;  e  domandava  per  fbrmeaia  di 

non  avease  mutata  la  condidone  del  latto,  come  se-  per  saoglie  In  Iglìsola  del  ro  di  Framaitn^ 

gucndo  immantinente  racconteremo.  a  In  piacesse,  e  per  dote  la  dnchea  dP 

faeendou  sno  uomo^  e  a  questo  non  n  fiMmmrn,  ol» 
CAPITOLO  X.  tre  alla  volontà  del  detto  re*;  e  in  precUera  éo- 

mandava,  che  "1  re  di  Navarra  fòsso  lasciato  e  l'cntitaite 
nel  suo  resAM.  A  queste  eoee  il  re  e  fl  coswiglie 
s^accoadavano  assai  bene,  e  conosceano 
colo  il  loro  vantaggio.  È  vero  che  qncntn 
si  poteano  fenure  senas  la  volontà  dd  ra  Adoarde 
d'Inghilterra  suo  padre;  ma  il  duca  iaipronaattoa  ia 
temóne  di  pochi  di  Cargliene  attenere  e  comferanare  ; 
0  andato  e  rivenuto  pie  volte  il  cardinale 
re  a  fine  di  buona  pace  questo  tiatlato,  e 
gni  libertà  dal  duca  che  domandare  ai  aeppe,  •  che 
per  lui  si  potea  fare,  avendo'  che  la  oonooréin  ioasa 
fiatta,  ritornò  aire  di  Frauda;  malaeean  cbfcn  taHe 
altro  fine  che  non  si  forava, 
racoonteremo. 

CAPITOLO  XIL 


Come  U  te$eo90  ài  Cotona  ilurhò  I0 


Essendo  venuto  con  pieno  mandalo  il 
al  re  di  Francia,  il  re  avendo  veduto  por 
aa  i  pericoli  detta  battaglia,  e  parendogli  vnniro  a 
convenevole  amaaenda  deU^  ingiuria  rioovaln,  ai  dia- 
ponea  alla  pace  ;  o,  per  darie  ooaipiBaente,  ièeo  la^ 
nnare  i  baroni  e  *1  suo  eondgliOh  Fra  gtt  atei,  que- 
gli in  cui  il  eonaiglio  dd  re  p^  d  posarn  per  pie- 
na confidansa,  era  il  vescovo  di  Cdona  ;  oooCni  n- 
dite  le  oonvenenxe^  e^  patti  della  pace  raeoonlati  par 
lo  cardinale  di  Pelagorga,  e  come  il  re  d^Eaghiltsf^ 
ra  gli  avea  infira  certi  giorni  a  eonforaaaro,  sligiAo 
dd  peccato  non  purgato  nò  ammendato  dn*  Franca 
echi,  d  levò  in  parlamento,  0  aaollo  arditaaaanfo  dis- 
se al  re  di  Frauda:  Sire,  se  ia  mi  ricordo  bene,i 
re  d'Inghilterra  e  *l  duca  ^*  ò  qui  presno  suo  ir 
gliuolo,  e  'I  conte  di  Lancastro  suo  cugino,  V  hsane 
fatto  lungamente  grande  onta  e  sconvenevole  oKrsg- 
gio  a  tutto  vostro  reame  per  molte  riprese,  sooa- 
figgendo  in  campo  yosìro  padre  con  perdita  tà  t9\ 
e  di  gran  btroni,  e  in  mare  hanno  tagliato  le  vostra 
forte,  e  arso  e  dipopolato  il  voatrò  reaaae  in  diver- 
se parti.  Ditemi,  nre,  che  vendetta  v*  avete  voi  lat- 
tai che  CMia  vostra  onta,  e  di  tutto  voatro  veaae, 


'  V  esito  deOe  battaglia. 


'  Non  faemdcii  «no  marito,  coma  spiegano  alami  rt- 
esodo  tali  parole  alla  flglioola  del  re,  ma  ÌDterpreti«iDO 
faemidcti  «no  d^endmte^  §ogff€Uo,  rUémdo  questo  ìaà^ 
al  re  di  Francia. 

'  Parole  di  intrieatiasliDO  significato.  S  m  juialo,  dii 
futmte  àOa  éoU  a  al  farti  dtpendmU,  «t  rimtUioa  laAtf* 
al  piatire  dal  re  di  Frtmeia,  Con  altre  parole  :  onoAi  ri- 
tpeUo  atta  dimanda  détta  DudUa  d^Anghian^  non  tifif' 
mova,  non  faeepa  a$9$gaammto,  pie  ehi  nom  fome>vdtttà 
dèi  re;  a  ohe  toma  a  dira  oh' egli  non  poneva  l'adidioa* 
alla  sua  inchiesta  come  patto  eaclnsiyo. 

'  ritenendo,  reputando  die  la  concordia  eoe 

*  udite  le  eonveniionl,  gli  accordi. 


con 


del  regno  dovrabba  dirai  d  para. 


DI  MATTEO  VIUAMl. 


217 


quella  pace  ri  faccia  ?  Avendo  Yoi  fl  Yostro  òorpo- 
nle  nemico  S  con  gran  parte  de'  baroni  e  de^  ca- 
vaUerì  ioghileri  e  foafconi  che  hanno  oonira  Yoi  e 
eontro  al  Toatro  reame  fotti  tutti  i  grandi  mali,  e 
elb«  a  quelli  eh'  io  v'  ho  contati,  e  ora  gli  ha  Id- 
dio ridotti  e  rìnehioii  nelle  Toatre  mani  per  modo, 
ch'addietro  non  poasono  tornare,  nò  a  deatra  né  a  ri- 
Biatra  si  possono  allargare.  Da  vivere  hanno  poco,  e 
aeeeorso  non  attendono  :  voi  mete  rignore  jdi  fare 
altamenle  la  vostra  yendetta,  e  veggovi  trattare  di 
kaciartt  aadare  ;  ed  eriandio  per  non  certa  fede  o 
fermeaia  delle  loro  promeèse,  ma  piene  d*agnati  e 
d'inganni,  come  è  loro  antica  usanza,  che  sotto  i 
patti  di  fare  confermare  la  pace  al  re,  intende  d'a- 
vere subito  il  suo  soccorso  e  quello  del  conte  di 
Lmoastro,  eh'  è  apparecchiato  con  grande  oste,  co- 
me tutti  quanti  sapete;  e  se  questo  avviene,    chi 
v'  accerta  che  la  vostra  vittoria  non  possa  tornare 
in  mano  de'  vostri  nemici,  con  vituperoso  inganno 
della  vostra  reale  maestà  ?  B  però  consiglio,  che  a' 
vinti  non  si  dis  piik  diiasione,  e  che  la  vendetta  delle 
vostro  ricevute  offese  e  la  piena  vittoria  che  Iddio 
T*  ha  aj^recehiata,  non  vi  scampi  per  tardamente 
de*  vostri  trattati  e  de'vostri  conrigli.  Le  parole  del- 
l' ardito  prelato  feeioio  cambiare  la  volontà  del  re 
e  di  tutti  i  baroni  del  consiglio,  e  cetano  s'inanimò 
alfai  battaglia:  •  al  cardinale  fu  risposto  precisamente 
riie  più  non  ri  travagliasse  della  concordia  ;  e  de* 
liberato  fu  di  strìgnere  il  duca  alla  battaglia,  la  mat- 
tina vegneate  :  e  queato  consiglio  fu  preso  domeni- 
ca a  di  18  di  settembre,  anno  detto  ;  operando  for- 
tuna, per  lo  franco  eonriglio  di   quel  prelato,   la 
materia  deli'  occulto  giudido'  di  Dio  contro  al  detto 
r»^  Francia. 

CAPITOLO  XIII. 

Diceria^  che  fece  ti  pretnedi  Guales  a'stiot. 

n  cardinale  di  Pelagorga,  avuta  la  risposta  dal 
re  di  Francia  e  dal  suo  consiglio  oonlradia  ri  suo 
trattato  e  nHa  sua  opinione,  avendo  singulare  affe- 
rione  al  giovane  duca,  in  cm  avea  trovata  molta  li- 
beralità, parendogli  sconvenevole  se  colla  sua  boc- 
ca non  gli  rispondesse,  il  ^  mederimo  vriicò  nel 
suo  campo  :  ed  essendo^  innanu  al  duca  eh'  attendea 
la  férmeiia  della  pace,  il  cardinale  glidiMc:  Sire,  io  ho 
assri  travagliato  per  poterti  recare  pace,  ma  non  ho 
potuto  per  alcuna  maniera;  e  però  a  te  conviene 
procacciare  d*  essere  valente  prenae,  e  pensare  alla 
tua  difeaa  colla  spada  in  mano,  perocchò  alla  bat- 
taglia ti  conviene  venire  co'  Franceschi,  rimoasa  o- 
gni  ritra  speranxa  d' accordo  o  di  pace.  Udendo  que- 
sta parola  il  magnanimo  duca,  non  perdo  in  atto  o 
in  segno  sua  virtà%  anzi  disse  :  Voi  d  potete  esse- 
re testimonio,  che  dalla  nostra  parte  non  ò  maucala 


*  eepHale,  mortale  nemico. 

'  app«reechiando,  per  opera  delle  fortoni,  teli  filiti  ohe 
mostraaaero  roccolto  i^ndlslo  di  Dio  contro  il  re  di  Francia. 
'  diacono,  arringa,  parlata,  parlamento. 

*  Queato  iHtndo  è  omesso  dalla  stampa  dtata. 

'  non  perdette  nà  eoi  ititto,  né  all'  aspetto  la  sua  virtù. 


la  concordia,  alla  quale  con  pura  fede  ri  recavaaM»  : 
ora  che   da'  nostri  avversari  manca,  prendiamo  fi- 
danza che  Iddio  ria  dalla  nostra  parte.  E  dato  con 
reverenza  congio  al  cardinale,  di  presente  ebbe  i 
suoi.barou  e' suoi  capitani  de'  cavalieri  e  degli  ar- 
cieri Inghilesi  e  Guasconi,  e  suinifeatò  loro  l'inten- 
zione dri  re  di  Francia  e  del  suo  consiglio,  e  come 
al  mattino  attendessono  la  battaglia,  con  franche  e 
signorili  parole  dicendo,  come  Iddio  e  la  ragione  era 
dalla  loro  parte,  e  che  però  catuno  prendesse  cuore 
e  ardire,  e  inanimasse  sé  e'  suoi  a  ben  fare  :  e  ri- 
cordandosi come  i  Franceschi,  vinti  e  sconfitti  più 
volte  da  loro,  non  avrebbono  cuore  di  sostenere  la 
battaglia.  E  oltre  a  ciò  disse:' Signori  e  compagni 
non  dimenticate  il  luogo  ove  fortuna  ci  ha  indiinri, 
uri  quale  se  noi  vogliamo  stare  alla  difesa,  avendo 
la  fona  de'  nemici  nostri  a  petto,  in  breve  ci  manca 
la  vittusglia,  e  di  niuna  parte  ci  può  venire,  perchè 
noi  e'  nostri  cavalli  verremo  meno^  di  fame,  e  sa- 
remo viKssima  preda  a'  nostri  nemici  E  nel  partire 
non  si  vede  salvamento,  avendo  ri  fuggire  lungo  il 
cammino  per  le  terre  de'nostri  nemici  d'  ogni  parte, 
e  cosi  gran  forza  qui,  e  de'nemici  alle  spalle  ;  anri 
posriamo  essere  molto  certi,  che  dando  loro  le  reni 
d  faranno  morire  a  gran  tormento  ;  e  però  muna 
speranza  di  salute  rimane  dalla  nostra  parte,  se  non 
di  combattere  firancamente,   e  procurare  colla  virtù 
deli'  indurata  fortezza  delle  nostre  braccia  abbattere 
la  delicata  e  apparente  pompa  de'  nostri  avversari; 
e  quanto  la  loro  potenza  e  numero  di  cavalieri  • 
di  sergenti  ò  maggiore,  tanto  conviene  in  noi  più 
accendere  1'  animo  a  dimostrare  nostra  virtù:  e  se 
fortuna  ci  pur  volesse  abbattere^,  facciamo  ri  ch'a'  no- 
stri nimid  rimanga  dolorosa  vittoria,  e  a  noi  eter- 
no nome  di  vriorosa  cavalleria.  E  confortata  e  in- 
animata la  sua  gente,  comandò  eh' ri  mattino  tutta 
la  preda  loro  delle  cose  grosse  fosse  recata  uri 
campo  e  messa  fuori  tra  loro  e'  nemid,  e  fattone 
tre  monti,  e  che  la  notte  stessono  in  buona  guardia 
e  confortassono  loro  e'  loro  cavrili,  sicché  al  mat- 
tino si  trovassono  forti  e  acconci  alla  battaglia. 

CAPITOLO  XIV. 

Come  i  Franceschi  s'  apparecchiarono 
alla  hattaglia. 

Avendo  al  re  di  Frauda  preso  per  partito  nel 
consiglio  di  combattere  la  mattina  vegnente,  fece 
il  di  raunare  tutti  i  suoi  baroni  e'  capitani  della  sua 
cavallerìa  e  dei  sergenti,  e  con  allegra  faeda  ma- 
nifeatò  loro  il  consiglio  di  combattere  la  mattina 
vegnente  gì'  Inghileai  e'  Guasconi,  i  quali  erano  po- 
chi rila  loro  comparazione;  i  quali  tutti  si  mostra- 
rono allegri,  stimando  che  non  li  dovessono  atten- 
dere conoscendo  il  soperchio,  e  che  ri  dovessono 
fuggire,  come  fatto  avea  poco  innanki  il  conte  di  Lan- 
castro.  E  diedono  ordine  alle  loro  schiere,  e  la  gente 
che  in  catuna  dovesse  essere,  e  quale  andasse  prima  ad 


I  por  ci  volesse  abbattere.  B  eoa!  oonressero   ricane 
stampe. 


218 


(mORiCA 


«iaalin  i  nenioi,  o  qqalo  appMtiO,  e  chi  foiM  AeBc 
«ehioni  grofM  del  re.  B  erfifato  cetiuio  capiteso 
della  sua  fante  e  di  qaello  eh'  al  malliiio  area  a 
iafe,  IttUi  iileaoao  per  qaello  reato  della  gioraaU  a 
ffOTYedere  le  loro  araù  e'  loro  cavalli,  per  eaeere 
prealì  la  matliaa  iniaaai  il  fiorao  aUa  balUfflia. 

CAPITOLO  XY. 
Le  $ekiir0  e  gU  ùrdimi  de  Framcesehi. 

Venato  il  laaedl  autliM,  il  autliacaloo  ^  di  Di- 
na^  a  coi  toecara  fl  primo  aaaalto,  fece  per  tempo 
la  aaa  achiera  eo'cavidieri  di  Spagna  e  d'altri  oir- 
eoitanti  a  quella  lingaa^,  oh'  erano  venati  e  condotti 
al  aenrigio  del  re;  e  a  qneata  achiera  vi  a^aggion* 
nono  nuanadierì  italiani  e  apagnnolif  aperti  delle 
battaglie,  e  buoni  afaahtorL  A  costoro  fu  commea- 
ao  d' aaaalire  priaui  i  nemici,  ed  eaaendo  appareo- 
cUaAi  in  aal  campo,  e  le  apianate  fatte',  appreaao  a 
lui  fa  fatta  la  aohiera  del  ooneatabile  di  Francia, 
eh*  era  il  daca  d*  Atene,  e  in  ana  achiera  ebbe  nralti 
valenti  baccellieri^  di  Francia,  provemali  e  Normfli- 
di,  e  qneata  a^era  dorea  peronotere  appreaao  i 
Cadilori.  Dopo  qaeata  U  DeUlno  di  Vienna  figlieolo 
primogenito  del  re  di  Francia,  e  '1  daca  d' Orliena 
fratello  del  re,  furono  fatti  eondncitorì  della  tena 
achiera,  ove  aveano  pie  di  cinqueaula  cavalieri  firan- 
ceachi  e  del  reame  ;  e  questa  dovea  ferire  ai^reaso 
al  dnon  d'  Atene.  La  quarta  e  nltiaui  achiera  era 
quella  del  re  di  Francia,  nella  quale  avea  più  di 
aeimila  cavalieri  con  molti  grandi  baroni;  e  questa 
era  per  CaraMua,  e  riaeoaaa  di  tutte  f  altre.  Aven- 
do i  Franeeachi  coal  fomite  e  ordinate  le  loro  achie- 
ra, eaaendo  lungo  apaiio  di  terreno  tra  loro  e'  ni- 
mki,  innanii  che  c'aggiungano/  alla  battaglia,  d 
conviene  narrare  V  ordine  che  prece  il  daca  di  6ua- 
laa  nella  ana  gente. 

CAPITOLO  XVL 
V ardine  degringhiiesi  con  le  laro  tckiere. 

Avendo  il  duca  di  Gualca  fatto,  come  detto  è, 
ninnare  fuori  del  campo  innanai  al  ano  carreggio, 
verso  la  frontiera  de*  Franeeachi  per  buono  spazio, 
in  tre  monti  tutto  il  grosso  della  loro  preda,  vi 
face  aggiugnere  legname  la  mattina  innanii  di  e 
mettervi  entro  fuoco,  acciocché  V  avariaia  della  pre- 
da non  impedisse  V  animo  a^  suoi,  e  non  fosse  spe- 
ranaa  agli  aweraari  di  racquietarla.  B  fatti  i  fuochi 
grandi  tra  loro  e'  nemici,  i  fami  occuparono  la 
pianura  a  modo  d*  una  grossa  nebbia,  sicché  i  Fran- 
eeachi non  poteano  scorgere  quello  che  gP  bghi- 
leai  ai  doveaaono  fare.  B  in  queato  tcnqpo  il  duca 
e  'I  ano  eonaiglio  fedone  due  perii  de'  loro  ardori. 


che  n' aveano  intorno  di  treaMÌa,  o 
boachi  e  in  vigne,  a  deatra  e  a  ainiatra  wreno 
ve  i  Franceechi  poteaaone  venire  per  aaanBiii» 
chéal  biaogno  d'ogni  parte pdaaaonn  feora  In 
te  di  Francia  e^  loro  cavetti  colle  aaette  ;  e 
narono  fuori  dd  loro  eanqK»  innanri  ni 
una  achiera,  che  soateneaae  il  piÌBU> 
duca  con  tutta  V  altra  cavalleria  in  nn  tolto* 
armati,  e  aehierati  nel  campo  dentro  al  loro 
gio,  per  provvedere  il  porùaaenlo  doMoro 
in  queeto  modo  fu  apparecchiata  Funa  o  V  nttn 
di  venire  alk  battaglia. 


B  1 


CAPITOLO  ivn. 

La  baiiagUm  tra  il  re  di  Fhmoia 

di  Guahi. 


e  U 


'  U  generale,  U  ei^o  delTeserdto. 
'  *  quella  nasioiie,  a  soldaii  di  quella  liagoa. 
'  ridotto  in  plano  0  luogo. 

*  n  haeedlisrt  era  in  ami  poco  meno  che  earaliere. 
'  Innaml  «ha  commettano  battaglia,  ohe  s'abbocchino 
a  battaglia. 


n  maliacalco  di  Diaa  eolia  ana  achioni  éo^'io- 
ritorii  come  poco  avveduto  e  aaam  baldaasooo,  to- 
dendo  i  fuochi  che  gi'Inghiled  fMovano,  pemnò  che 
ardcaaono  il  campo,  e  che  per  paura  nomo 
aono;  e  per  queala  folle  bubanna,  non 
d'avere  appreaao  la  aeconda  e  tersa  aehìein,  iorata 
un  grido,  ae  ne  vanno  con  matto  aindimonfo,  o  nv- 
vacdarono  il  loro  aaadto',  e  dflnngarond 
tanto  dall'  altre  aehiere,  che  per  lo  lungo 
non  poterono  eaaere  veduti  da  loro,  e  con  gronda 
ardire  si  misono  ad  aaaalire  la  achiera  dogi'  Inghflnn^ 
ch^era  di  Ihori  dd  cerreggio,  e  faiìronli  per  tei  TÌtth^ 
che  li  fedone  rincdare  a  dietro,  e  perdere 
terreno.  U  duce  e'  cuoi,  che  oonohbono  la 
dotta  che  aveano  fatta  gli  SpegnuoH,  e  eho 
veano  la  riscossa  appreaao,  aundarono 
ffliUednquecento   cavalieri   de*  loro,  e  inrhinnonW, 
combattendoli  dinand  e  di  dietro,  e  abacatlarooli*,  fa- 
cendone grande  ucdaione  in  poca  d' ora.  Segooodo 
appreaao  V  altra  più  groaaa  achiera  dd  duca  d*  A- 
tene,  coneatabile  di  Francia,  gli  ardati  oh*  enoo 
ripoati^  uacirono  d'ogni  parte  per  eoala  n  aantlaro  n 
queata  achiera;  e  eoUedtando  le  loro  coatte^  boW 
uonùd  e  cavalli  ferirono  e  aaad  n*ucdeono  :  e  1  éo^ 
cu  di  Gudea,  vedendo  qneeta  achiera  già  impedita 
e  magagnata  dagli  ardori,  nad  loro  addoano  ooBa 
baldansa  della  prinm  vittoria,  e  dopo  non  gronde  ro- 
ristenaa  furono  tutti  nM>rti  e  preai,  innanm  ohe  1 
re  ne  sapeaae  la  novella.  Il  Odino  di  Vienna,  e  ì 
duca  d' OrUena,  che  aveano  |nà  di  dnquennln 
lieri,  e  U  re  appreaao  con  aeimfla  in  ana 
avendo  sentita  la  rotta  delle  dee  prime  achiero,  eoano 
viliadnù  e  codardi,  avendo  ancora  dne  tanti  e  pài 
di  cavalieri  e  di  baroni  freecU  e  ben  monlnti,  od  oe- 
sendo  i   nemid  stanchi  per  le  due  battaglie^  tenta 
paura  entrò  ne'  loro  nnimi  rimead  e  vili,  eho  po- 
tendo ricoverare  la  battaglia^  non  abbono  eooio  da 


'  in  nn  attimo,  in  un  subito.   Se  dieesse  mi  fette  var- 
rebbe :  con  impeto,  in  Airìa,  a  alasdo. 
'  affrettarono  il  loro  assalto. 

*  li  nq>pero,  apersero  e  disordlnarcoo  lo  loro  adteik 

*  appiattati,  naseod,  la  disparte. 
'  moltiplieando,  spesseggiando. 

'  rimettere  la  battaglia,  riaaovaila,  riafraacaria. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


21» 


ferire  a'  neima\  bò  verg ogia  d^  abbandonare  il  re, 
eh*  era  presso  di  loro  sui  campo,  nò  1*  altra  baronia 
di  Francia,  e  sensa  ritornarsi  a  dietro  a  far  lesta  col 
re  insieme,  e  eenza  essere  cacciati,  si  fuggirono  Jdel 
campo,  e  andaronsene  Terso  Parigi,  abbandonando 
Il  padre  e^fratelli  nel  pericolo  della  grave  battaglia; 
degni  non  di  titoli  d'onore,  ma  di  gravi  pene,  se 
giostiiia  avesse  forza  in  loro. 

CAraOLO  XVllL 
La  MetmfitUi  del  re  di  Drtmcia  e  iua  genie. 

Avendo  il  valoroso  dnca  d!  Gnales  già  sbarat- 
tate le  dae  prioM  schiere  de'  nemici,  e  veduto  che 
la  tersa  schiera,  ov'era  il  figlinolo  e  '1  fratello  del 
re  con  cinipiendla  cavalieri,  per  paura  s*  erano  fug- 
giti senza  dare  o  ricevere  colpo,  prese  speranza 
deir  incredibile  vittoria,  e  con  molta  baldaioa  tutti 
in  uno  drappello  fatto  $*  addirizzarono  ad  andare  a 
combattere  la  grossa  schiera  del  re.  11  quale  re,  a- 
vendosi  messe  innanzi  1*  altre  schiere,  si  pensò,  per 
ritenere  piìk  ferma  la  baronfa,  discendere  a  pie;  e 
così  fece.  E  vedendosi  venire  addosso  gl'InghUesi  e* 
Guuconi  con  gran  baldanza,  e  avendo  saputa  la  fu- 
ga dd  igliuolo  e  del  firaleUo,  non  inviH  ;  ma  virtuo- 
samente confortando  i  suoi  baroni  che  gli  erano 
di  preiio,  si  fece  innanzi  a^nemici  per  riceverli  atta 
battaglia  coraggiosamente.  Il  duca  co'  suoi  franchi 
cavaUerì  e  aperti  in  arme  a  qnel  tempo  più  eh  VFran- 
ceschi,  e  cresciuti  nella  speranza  della  vittoria,  si 
ferirono  aspramente  nella  schiera  del  re.  Quivi  e- 
mo'di  valorosi  bareni  e  di  prò' cavalieri;  e  senten- 
dori  la  persona  del  re,  faceano  forte  e  aspra  re- 
sistenza, e  mantennono  francamente  lo  stormo^,  ab- 
battendo, tagliando  e  uccidendo  di  loro  nemici  ;  ma 
perocché  fortuna  favoreggiava  gringhilesi,  molti  Fran- 
ceschi come  poteano  ricoverare  a  cavallo  si  fuggi- 
vano, senz^essere  perseguitati  ;  chò  la  gente  del  du- 
ca non  si  snodava,  e  la  schiera  del  re  al  continovo 
mancava  ;  e  '1  re  medesimo  conoscendo  già  la  vit- 
toria in  mano  de^  suoi  nemici,  non  volendo  per  viltà 
di  fuga  vituperare  la  corona,  fieramente  s*  addnrò 
alla  battaglia,  facendo  grandi  cose  d*  arme  di  sua 
persona  ;  ma  sentendosi  allato  messer  Gianni  suo  pic- 
colo figliuolo,  comandò  che  fosse  menato  ria  e  trat- 
to ddla  battaglia  ;  il  quale  per  comandamento  del 
re  essendo  montato  a  cavallo  con  alquanti  in  sua 
compagnia,  e  partito  un  pezzo,  il  fanciullo  ebbe  tanta 
onta  di  lasciare  il  padre  nella  battaglia,  che  ritornò 
a  hii,  e  non  potendo  adoperare  Tarme,  consideratH 
i  pericoli  del  padre,  e  ipesso  gridava  :  Padre,  guar- 
dateri  a  destra  o  a  sinistra  o  d^  altra  parte,  come 
vedea  gli  usalitori;  ed  essendo  appresso  dei  re 
messer  fiubérto  di  Durezze  della  casa  reale  di  Pu- 
glia, ch^avea  aoperate  sue  virtù  come  paladino,  e  lun- 
gamente con  altri  baroni  difesa  la  battaglia,  e  morti 
e  magagnati  assai  di  quelli  eh'  a  loro  si  strigneane,  in 
fine  abbattuti  e  morti  intomo  al  re,  il  re  fu  intorniato 
dagl'lnghilesi  e  da'  Guasconi,  e  domandato  fu  che  si 


dovesse  arrendere  ;  ed  egM  vedendosi  intomeato^  de* 
suoi  baroni  e  niarici  morti  e  de'  nimici  vivi,  e  fuori 
d'ogni  speranza  di  potere  più  sostenere  la  battagltn, 
s' arrendo  per  sua  voce  a'  Guasconi,  e  luciò  l'arme 
sotto  la  loro  guardia:  e  '1  suo  piccolo  figlinolo  di 
corpo,  e  grande  d' animo,  non  si  voleva  tfrendere  ; 
ma  pregato  e  ricevuto  comandamento  dal  padre  che 
a'  arrendesse,  cosi  fece:  e  questo  fu  il  fine  della  dia* 
avventurata  battaglia  per  li  Franceschi,  e  d'alta  glo- 
ria per  gì'  Inghilesi. 

CAPITOLO  XIX. 
Raoconia  inolii  mor/t  e  preti  neila  battaglia. 

In  questa  battaglia  furono  morti'il  duca  di  Bor- 
bone della  casa  di  Francia,  il  duca  d*  Atene,  il  ma- 
liscalco  di  Chiaramente,  messer  Rinaldo  di  Ponzo, 
messer  Giairò  di  Ciarnl,  il  conte  di  Galizia,  messer 
Ruberto  di  Durezze  de*  reali  del  regno  di  Cicilia, 
il  sire  di  Landone,  il  sire  di  Crotignacco,  messer 
Gianni  Martello,  messer  Guglielmo  di  Montsgnto,  mes- 
ser Gremente  di  CambelU,  il  vescovo  di  Celena,  ea^ 
gione  di  queste  male,  il  vescovo  d'Alznrre,  tutti  sili 
e  gran  baroni  ;  e  furono  morti  in  sul  campo  oltre 
a  costoro  più  di  miUedugento  altri  cavalieri  a  spro- 
ni d'oro  e  banderesi  e  cavalieri  di  scudo  e  ber* 
ghem,  tutta  nobile  cavalleria,  perocchò  non  v'erano 
quasi  soldati:  tutti  erano  famigli  di  gran  signori^ 
e  uomini  eh'  erano  venuti  al  servigio  del  loro  re.  I 
presi  f^irono  messer  Giovanni  re  di  Francia,  sMiser 
Giovanni  suo  piccolo  figliuolo,  il  malisoaloo  da  U- 
dinam,  messer  Iacopo  di  Borbone,  il  conte  di  Trin- 
ciavilla,  il  conte  ^  Monmartino,  il  visconte  di  Yen* 
tador,  il  conte  di  Salembmcco  Alamanno,  il  sire  di 
Craone,  il  sire  di  Montagnto,  il  sire  di  Monfireno, 
messer  Brucicolto,  messer  Bremont  della  volta,  mes« 
ser  Amelio  del  Balzo,  e'I  cutellane  d'Amposta,  meo* 
sor  Gianni  e  messer  Carlo  d'  Artese,  l' arcivescovo 
di  Scasa,  il  vescovo  di  Lingres, .  e  molti  altri  baroni 
che  qui  non  si  nominano  ;  e  oltre  a  questi  caporali 
n  rimuoao  presi  più  di  duemila  cavalieri  firaneeschi 
tutti  uomini  di  pregio,  e  grandi  e  riechi  borghesi, 
e  scudieri  e  gentili  uomitti.  Questa  battaglia  fu  fatta 
lunedi  la  mattina,  a  di  18  di  settembre,  gli  anni 
1356,  presso  a  Pittieri  a  due  leghe,  in  una  villa  che 
si  chiama  Trecceria,  la  quale  per  questo  cuo  piut- 
tosto confermò  il  suo  nome,  die  altra  sMitaiione  le 
desse. 

CAPITOLO  XX. 
Come  U  re  di  Francia  n'  andò  preso  in  Guascogna* 

Seguita,  ohe  vedendosi  il  giovane  dnca  sii  alta*- 
mente  vittorioso,  non  ne  montò  in  superbia,  e  non 
volle,  come  potea,  metteni  più  innanzi  nel  reame,  che 
lieve  gli  era  a  venirsene  fino  a  Parigi  ;  ma  avendo 
la  persona  del  re  a  prigione,  e  '1  figliuolo,  e  tanti 
baroni  e  cavalieri,  per  serio  consiglio  diliberò  di 


1  l'impeto,  raffoltata,  l'aasaUo,  la  pnntogUa. 


'  circondato,  attorniato. 


220 


CRONICA 


■00  Tolere  tentare  più  ìimtiiii  la  tua  fortuna  ;  o  pe- 
rò raccolta  la  preda  e  tatta  la  sua  gente,  e  fatto 
Ivo  foleone  nflcio  per  li  morti,  e  rondate  grazie  a 
Dìo  della  ina  tittorìa,  si  parti  del  paese,  e  senta 
altro  arresto  se  ne  tornò  in  Gnasoogna  alla  città 
di  Bordello.  E  gionto  là,  léce  apparecchiare  al  re 
noliileniento  il  più  bello  ostiere,  ore  largamente  te- 
nea  lai  e  *1  figlinolo,  facendo  loro  reale  onore,  e  spes- 
se Tolto  la  soa  persona  il  serviva  alla  mensa.  È  vero 
che  lo  volle  al  cominciamento  menare  in  Inghilter- 
ra per  più  soa  sicartà;  ma  i  Gaascont,  a  coi  il  re  s^  era 
accomandato,  non  acconsentirono,  e  però  si  rimase 
in  Gaascogoa  alena  tompo  innanzi  che  condotto  fos- 
se in  Inghilterra,  che  si  fece  con  grande  ingegno, 
come  innanzi  racconteremo. 

CAPITOLO  XXI. 

/  tm>di  teime^Ure  i  Ifigkilterra  Mentendo  la  novdia 

di  sì  grtm  tiitoria. 

Corsa  la  fama  deD'  incredibfle  vittoria  in  Inghil- 
terra, e  avendo  il  re  Adoardo  di  ciò  lettere  dal  fl- 
gUaolo  che  li  contevano  il  pericolo  dov*egli  con  tot^ 
la  la  sna  osto  era  stato,  e  Talta  e  la  grande  vitto- 
ria che  Iddio  gli  avea  dato,  il  savio  re  contonento 
nella  faccia  e  negli  atti,  senza  mostrare  vana  alle- 
grezza, di  presento  fece  rapnare  i  suoi  baroni  e  '1 
ano  consiglio,  e  con  belle  e  savie  parole  dimostrò 
a  tolti  che  questo  non  era  avvenuto  per  virtù  né  ope- 
razione di  eoa  gente,  ma  per  singnlare  grazia  di  Dio, 
e  comandò  a  tetti  che  ninna  vana  gloria  o  feste 
se  ne  mostrasse;  ma  per  ano  dicroto  fece  ordina- 
re e  mandare  per  tetta  V  isola,  che  in  catana  baona 
terra,  cutello  e  villa,  otto  di  continovi  si  faoeaae 
in  tatto  le  Chiese  ogni  mattina  solenne  sacrificio  per 
r  anime  de'  morti  nella  battaglia,  e  che  si  rendesse 
a  Dio  grazia  della  vittoria  ricavata.  E  fuori  di  que- 
ati  eseqni  non  si  adì  nò  vide  alcuna  festa  in  tolta 
r  isola,  strignendo  eatono  1'  eaempio  e  il  oonmnda- 
BMUto  del  re.  La  quale  mansuetudine  fu  al  re  mag- 
giore laude,  che  al  figlinolo  la  non  pensata  vittoria. 

CAPITOLO  XXIL 
BaUagUà  fira  due  cataHmi^  e  perchè. 

Fa  vwo,  avvegnaché  non  in  questi  di  ma  poi, 
che  due  grandi  e  valorosi  cavalieri,  V  uno  Guascone 
e  1*  altro  loghilese,  vennero  a  quistione,  perocché 
oateno  si  vantava  eh*  avea  preso  il  re.  E  venne  tento 
mentendo  la  loro  riotta,  che  s*  appellarono  per  que- 
sto a  battaglia,  la  quale  con  grande  pompa  e  riguar- 
do feciono  a  Calese,  e  il  Guascone  fece  rioredento 
ringhilese.  E  al  Guascone,  oh*  ebbe  la  vittoria,  fu- 
rono Celli  gran  doni  dal  re  di  Francia  e  dal  prenze 
di  Gualca;  ma  poco  appresso  gl'Inghilesi  per  invi- 
dia il  feoion  morire.  Avendo  raccontato  Toltramonta- 
ne  fortene,  le  italiane  con  solleeitodioe  addoman- 
dano  il  debito  alla  noatra  penna. 


CAPITOLO  XXnL 


'  Intendi  :  J  modt,  che  Unne  eoo. 


Processo  fatto  contro  a*  signori  diMikmo 
vicario  dM  imperadors. 


Narrato  abbiamo  nd  soeìo  Mbro,  ooom 
Marcovaldo  vescovo  auguslinese,  vicario  im  f ìm  per 
r  imperadore,  era  fatto  capitano  della  ooanpagaui,  e 
deir  altra  osto  de'  Lombardi  che  erano  colleglli  oontra 
a*  signori  di  Milano  ;  ed  essendo  raunati  lotti  io  Lom- 
bardia e  acconci  d*  andare  verso  MBano,  fl  toooovo 
fece  esaltare  noli*  oato  f  insegna  imperìóle  mo*  oompi 
di  Modena,  e  ivi  dichiarò  a  talli,  eom'  egli  oro  vìoafio 
deir  imperadore;  e  formò  un proeesso  sotto  fl  Itele 
del  vicariato  contro  a  messer  Bernabò  e  a  aBBoanr 
Galeazzo  signori  di  Milano,  fl  quale  in  eSello  oosteoca 
come  in  derisione  e  in  contento  della  Soolo  Ghinee 
cadevano  rinvestilare  ée'beneflcii  ecolosinotici  o  cm 
voleeno,  togliendoli  a  cui  te  Santa  Chieon  gtt  anrae 
tnveatiti  ;  e  a'  legali  dd  papa  non  lasdaTnoo  m  lotti 
loro  tirannica  giurisdizione  fere   nfido,  o   alquanti 
n'aveano  fatti  morire  crudelmente;  e  comò  oveooe 
trattato  con  messer  Pallelta  da  Montoacoéoio  £  In- 
dire r  imperadore,  e  di  torgli  la  dKà  di  fisa,  e  eo- 
me  per  loro  violenta  tirannia  nveano  occopnlo  le  citti 
e*  popoli  di  Londiardia  pertinenti  al  santo  inapono,  e 
come  in  vergogna  della  maestà  imperide, 
si  r  imperadore  in  Alamagna,  valicando  por 
dia,    gli    fedone    serrare  te  porto   delta     città    e 
castella  di  loro  distretto,  e  guardare  le  moro  eoo 
gento  d*arme,  come  da  loro  neodoo,  avendo  lilete 
di  suoi  vicari  ;  e  formato  fl  prooeaso,  maadò  per 
lettere  a  riohledere  i  tiranni,  ohe  a  dft  1 1  del 
sento  mese  d^  ottobre  dd  detto  anno  eomparionoBO 
personalmento   dinanzi  da  lui  a  scosard  dd    detto 
prooeiso;  dirimenti,  non  ostanto  la  loro  contnoMoe^ 
contro  a  loro  pronunuerebbe  giusta  sentenza.  E  di 
quella,  colT  aiuto  di  Dio  e  del  Santo  imperio  e  ed 
euo  potonte  eaerdto,  testo  btendea  fhre  piena  eoe- 
eazione. 

CAPITOLO  XXIV. 
Risposta  fatta  per  li  signori  di  MUano  ai  eècorìe. 

*  Avendo  per  dcuni  noetn  feddi  nomala  deSe 
^  tue  euperbe  e  pezze  lettore,  eolie  quali  noi,  ooaM 
"  fanciulli,  eoi  tuo  ventoso  intronamento'  eredi  span- 
^  rire,  noi,  avvegnaché  dell' età  giovani,  molto  cose 
^  avendo  gii  veduto,  d  poatetto  fl  mormorio  ddle 
^  mosche  non  tomismo.  Tu  immerito^  dd  prectaris- 
^  Simo  nome  del  santo  imperio  ti  fu  vicario,  dd  qmde 
^  noi  fedeli  vicari  ci  confessiamo.  Contro  dunque  e 
^  te  non  vicario  dell*  imperio,  me  capo  de^ladroai, 
^  e  guida  di  fuggitivi  soldati,  in  fra  ì  tonnine  che 
^  d  bei  assegnato,  acdocché  non  f  affatichi  venendo 
^  sopra  fl  milanese,  piegentino  ovvero  parmigiano 
^  tenitorio,pe*noetri  precursori  idonei,  nedoeehénoa 


I 


I 


'  la  loro  eesenia  !n  oontnmada. 

*  colle  Bue  rene  e  rimbombanti  parole. 

'  Immeritamente,  senia  merito. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


221 


"  ti  Tanti  eh*  a  Ina  tolontà  la  aoflra  pan ona  abbi 
^  moMa,  co' tuoi  guai  fona  ti  riipoadaraaio.  Noi 
^  adnaqaa  promattiamo  a  ta,  cha  con  tafana  maoo 
*  di  ladroai  a  dapopolara*  a  arderà  i  notkrì  pacifichi 
^  oonfini  con  paiso  campo  se' mosso,  non  coma  ya- 
^  SCOTO,  ma  coma  nomo  di  sangne,  sa  la  fortuna  mi- 
^  niatra  dalla  ginstisia  nelle  ùostre  mani  ti  conda- 
^  cera,  non  altrimenti  che  come  famoso  ladrone  e 
^  ineendiario  ti  poniramo,,. 

CAPITOLO  XXV. 

Rispotia  fatta  per  lo  vicario  alla  detta  lettera, 

*  Rallegriamci  delle  lettere  che  mandate  ci  a^- 
^  Tata,  quali  moatrano  la  superbia  della  quale  voi  vi 
"  gloriate.  Della  nostra  ingiuria  intendiamo  soprassa- 
^  dare,  ma  dalla  bugia  scritta  nelle  vostre  lettere 
^  non  ci  possiamo  contenere.  Scrìveste  dunque,  che 
^  co* vostri  precursori, innanii  ch'entrassimo  nelvo- 
^  atro  tenitorìo,  ci  rispondereste  minacciandone  di 
^  battaglia.  E  ora  con  la  grazia  di  Dio  a  col  suo  a- 
^  iato,  nel  quale  solo  è  la  nostra  speranaa,  non  oc- 
^  coltamente  a  modo  di  predoni,  ma  palesi,  passati 
^  Parma,  siamo  in  sul  campo  presso  a  cinque  mi- 
^  glia  a  Piaoenaa,  e  col  detto  divino  aintorìo  inten- 
^  diamo  procedere  innansi,  e  co*  vostri  precursori 
^  non  ci  avete  ovviati,  in  vituperio  della  vostra  vana 
*  superbia.  Data  a  Ponte  Hiro,  a  di  10  d*  ottobre  ^. 

CAPITOLO  XXVL 

Come  %  soldati  de'  tiranni  non  bollono  venire  contro 
aW  insegna  deW  ùnperadore. 

Era  in  questo  meuo  avvenuto,  eh'  e'  signori  di 
Milano,  temendo  1*  avvenimento  de'  sopraddetti  loro 
avversari,  aveano  mandato  a  Parma  fl  marchese  Fran- 
cesco con  quattromila  barbute  di  gente  tedesca  e  Bor- 
gognoni, a  ivi  raunati  altri  cavalieri  e  gran  popolo 
per  uscire  a  campo,  a  non  lasciare  i  nemici  entra- 
re sul  terreno  de'  signori  di  Milano,  e  di  combattere 
con  loro.  Quando  il  marchese  volle  uscire  fìaori  a 
campo,  i  conestabili  de' Tedeschi  e  de' Borgognoni 
lutti  di  concordia  dissono  al  marchese  loro  capita- 
no, che  contro  al  vicario  dell*  imperadore  e  alla  sua 
insegna  non  anderebbono,  né  in  campo  non  farebbo- 
no  resistensa  contro  al  loro  signora.  Questo  fu  il  ti- 
tolo della  acusa;  ma  più  li  mosse  non  volere  fare 
resistensa  alla  compagnia,  perocehò  aveano  parte  in 
quella  non  {standovi,  e  il  refogio  e  il  soldo  qnan- 
d' erano  cassi  in  altre  parti  ;  ma  dissono,  eh'  erano 
apparecchiati  di  stare  alla  guardia  delle  città  e  delle 
castella  lealmente.  I  signori  sentendo  T  intenzione 
de'  soldati,  ch'acconsentivano  d'essere  cassi  in- 
nanzi che  uscire  contro  al  vicario  dell'  imperadore, 
pensarono  che  a  cassarti  era  aggiugnere  forza  a'  loro 
nemid,  e  pericolo  di  loro  stato  ;  a  però  dissimula- 
rono con  loro,  a  ritrassonli  a  Milano,  lasciando  in 
Parma  e  in  Piacenza  buona  guardia  per  difendere  la 
mura, 


<  CmI  r  edii.  dtata.   H  T.  Bioci 


legge  erroneamente 


CAPITOLO  xxvn. 

Come  il  vicario  puose  campo. 

11  vescovo  d' Augusta,  eh*  ara  prod'  uomo  in 
fatti  d*  arme  a  bene  avveduto,  aentendo  eh'  e*  soldati 
de' signori  di  Milano  non  erano  per  uscire  in  cam- 
po coatra  a  lui,  con  più  ardire  valicò  Parma,  cavala 
cando  con  tutta  sua  oste  presso  alla  porte,  e  così  Cre- 
mona, e  rìatette  alquanto  in  sul  Piacentino,  ove  fece 
la  risposta  della  lettera  sopraddetta.  E  predando  il 
paese  d'intorno  per  alcuno  dì,  ai  partì  di  là,  ed  en- 
trò ani  contado  di  Milano  ;  e  facendo  in  quello  gran- 
dissima prede,  trovando  la  gente  male  provveduta,  si 
mise  a  fermare  suo  campo  a  una  grossa  villa  che 
si  chiama  Roaano,  presso  a  Milano  a  quattordici  mi- 
glia di  piano,  intomo  alla  quale  a  due  e  a  tra  e  a 
quattro  miglia  sono  altre  groase  villata,  raccolte  a 
modo  di  casaU,  piene  di  molta  vittuaglia  e  beatiame, 
e  per  V  abbondanza  V  oste  vi  stette  a  grande  agio; 
e  indi  cavalcarono  per  tutto  il  Milanese,  facendo  danno 
grave  a' paesani,  che  per  lungo  tempo  non  aveano  sen- 
tito che  guerra  si  fosse;  e  con  tutta  la  forza  de'  aignori  di 
Milano,  ninna  resistenza  trovarono  in  camper  in  molti 
giorni  :  e  però  lasceremo  alquanto  questa  materia, 
tanto  che  le  grandi  coae  che  ne  seguirono  ab- 
biano il  tempo  loro,  non  partendoci  però  dall'  ita- 
liane tempeste  ^  che  prima  si  vogliono  raccontare. 

CAPiToio  xxvra. 

Ordine  del  re  d'Ungheria  alla  guerra 
con  i  Vene%iam. 

Tornato  fl  re  in  Ungheria,  awiaato  che  la  mol- 
titudine degù  Unghari  non  ai  può  mantanera  in  Ita- 
lia come  ne'  disarti,  ebbe  suo  eensigUo,  ed  elessa 
franta  suoi  grandi  baroni  per  capitani,  dascnao  di 
dnquendla  Unghari  a  cavallo,  con  ordina  che  catn- 
no  il  servisse  tre  mesi,  coma  sono  tenuti  per  omag- 
gio. E  per  questo  modo  deliberò  di  continovare  la 
guerra  a' Veneziani,  succedendo  P  uno  barone  all'altro 
ài  due  in  due  mesi,  perocehò  '1  terzo  aveano  per  la 
venuta  e  pel  ritomo.  E  a  dì  15  di  ottobre  del  detto 
anno  giunse  l' uno  de'  Baroni  a  Colligrano  con  quat- 
tromila Ungheri,  i  quali  di  presenta  si  misono  a  scor- 
rere e  a  predare  il  paese  infino  a  Trevigb  In  campo 
non  trovavano  contraato,  peroochò  come  questo  si- 
gnore era  sopra  TrevigI,  così  altri  signori  erano  a 
Giara  e  qella  Sdiiavonia  sopra  le  terra  de'  Veneziani  ; 
sicché  i  Veneziani  aveano  taato  a  fare  a  guardare  la 
mura  delle  loro  terra,  che  non  sapeaao  come  pur 
quello  si  potessono  fornire;  sicché  gli  Ungheri  al  tutto 
signoreggiavano  i  campi  di  Trevigiana,  a  assediava- 
no la  castella. 

CAPITOLO  XXDL 

V  aguato  misono  gli  Ungheri  a  gente  de*  Venemani, 

n  doga  di  Vinegia  col  suo  consiglio,  vedendo 
la  soperchia  baldanza  degli  Ungheri,  per  tenerli  più  a 


rivolgimenti  civili  d'Italia. 


M2 


CB(HaCA 


freno  si  tfantroiio  41  DondooeM  nn  gran  barone 
deHa  Magna  con  aeicento  cavalieri  tedetchi,  per  man- 
darli a  TroTÌgi,  e  pagaronlo  per  quattro  meai  innansl; 
e  datogli  a  eompagnia  nn  gentile  nono  di  Viaegia, 
ali*  nacita  d'ottobre  li  aundarono  a  Trerigì,  e  per 
loro  la  paga  per  gli  altri  noldati  a  carallo  e  a  pie 
ab' erano  a  Trerigi  Goatoro  con  poca  proTredensa 
de'  loro  nemici  faceano  la  via  per  lo  Vicentino.  Gli 
Ungberi  da  CoUigrano  sentirono  la  via  ebe  costoro 
iiceano  ;  e  di  subito  eletti  miUe  Ungberi,  li  fecio- 
■o  cardeare  la  notte  contro  a^edeacbi;  e  venne  lo- 
ro si  contamente  fatto  ,  cbe  innaui  cb*  e*  Tedescbi 
avesaono  novdk  di  loro,  gli  ebbono  addosso  nel 
eammitto  ;  ed  easeodo  mito  arasati,  cbi  ai  mise  a  di- 
fendere fo  morto,  gli  altri  lotti  ebbono  a  prigioni, 
e  tolti  loro  i  danari,  e  V  arme,  e'  cavalli,  e  le  robe, 
in  caoncit  gli  rimandarono  a  Vinegia.  Per  questo  i 
Yeneiiani  perderono  molto  vigore,  e  a*  nemici  bal- 
dansa  grande  ne  crebbe,  e  qoad  come  paesani  si- 
enravano  i  villani,  e  facevano  lavorare  le  terre  per 
la  Miova  aemeata. 

CAPITOLO  XXX. 


Come  il  Té  Luigi  traiiò  d^mbtre  Mtnima  tu 


Addietro  avemo  fatta  memoria  nel  quarto  libro, 
come  messer  <l<}iccola  di  Ceaaro  rientrò  in  Messina  e 
cacdonne  i  anoi  nemici,  e  xon  assentimento  del  re 
Loigi  riprese  Melazso,  e  fecesene  maggiore  ',  ma  non 
tanto  di*  avesse  ardire  di  acoprìrsi  a*  Messinesi,  se 
non  si  sentisse  più  forte.  E  però  s*  accostò  alla  setta 
di  qne*  di  Cbiaramonte,  e  fece  tornare  da  Firense 
«  Measfna  certi  cavalieri  oberano  atati  cacciati  quan- 
do fn  caociato  egli.  B  vedendo  morto  colsi  cbe  do- 
vea  essere  loro  re,  si  mise  in  trattato  col  gran  ai- 
niaeako  del  re  Lnigi  di  dai^li  Meaaina  ;  e  per  qnesta 
cagiono  il  re  Lmgi,  e  la  mina  Giovanna  andarono  in 
Calavria,  e  Mettono  pareccbi  bmsì  a  Reggio,  innanzi 
che  r  aooordo  avesae  il  ano  effetto.  E  facendo  suo 
ofono  d*  avere  galee  armate  ^  qnealo  serrigio,  con 
gran  fatica  ve  n*  erano  aette,  o  dqnanti  legai  armati 
in  qneato  tempo.  Laaceremo  a|  presente  qnesta  ma- 
teria tanto  cbe  venga  a  perfeaione,  e  aegoiremo  quel- 
lo ebe  priaM  ci  occorre  a  raccontare. 

CAPITOLO   XXXL 

Come  ti  trMò  pMce^.fira  U  eonte  di  Fiamdta 

e  i  BrabmwmL 

I  Brabansoni  vedendosi  sottopósti  al  conte  di 
Fiandra  e  a*  Fiaiuningbi,  cosa  molto  strana  al  loro 
costume,  non  potendo  più  sostenere  il  giogo,  e  non 
volendosi  rimettere  in  guerra,  cbe  n*  erano  mal  ca- 
pitati e  mal  destri,  per  savio  awisamento  presono 
consiglio  tutte  le  comuni  di  Brabante,  fuori  die  la 
vUla  di  Mellina  cb*  appartenea  al  conte,  cbe  la  dn- 
obessa,  cb*era  cognata  carnale  del  conte*  tomaue 
in  Brabante-,  e  fattala  venio»  la  rieovettonoinLoano, 


afincbè  tra  lei  e  U  eonte  ai  trovasse  no^srésuB  |« 
qnesta  cagiono,  ninna  vista  o  >antime«to  snuilmano 
di  pigliare  enne;  e  1  conte,  santamda  fnrmih  b 
cognata  in  Brabante,  non  ne  preso  tnrbnsiomo 
avrebbe  fatto  dd  duca.  E  di  presenta  cbe  In 
sa  fu  in  Brabante,  si  levarono  baroni  e  nnaici  £ 
tuna  parte,  a  trattare  tra  loro  eoacordin  pi 
de'  Fiammingbi  e  BrabauEont  Per  lo  qpinlo  tmtata, 
awegnadiè  durasse  lungamente,  in  fino,  oonaotroia- 
re  ai  potrà  appresso  nd  suo  tempo,  venmeit»  a  Ind 
pace  e  concordia;  ma  queato  prìndpio  fii  ed  mm 
d'  ottobre  del  detto  anno. 


CAPITOLO  xxxn. 


Come  i 


ti  pmrtirono  da  Pita,  e 
m  Siena  con  le  mercataoMM. 


'  fecesene  soprìntenclento. 


Seguita,  per  nm  laadare  in  aiknsio  1#  adagm 
preao  po'  Fiorentini  contro  a'  Pisani,  i  gasili,  caaM 
narrato  ò  addietro,  aveano  loro  rotta  la  pnc«^  tog&m- 
do  a*FiorentÌBÌ  la  franobigia,  della  qnnlo  npprasm 
aeguitò  grande  materia  di  guerre,  cobm  loggemifl 
per  li  tempi  si  potrà  trovsre.  I  FioroatÌBl  nvendfi 
ritratta  la  loro  mercatauia  e'  danari,  ia  cakn  i 
novembre,  anno  detto,  tutti  i  dttadini  e  distrettsai  £ 
Firense  furono  partiti  di  Pisa  ;  e  conao  questo  h 
fatto,  e  le  strade  sbandite  per  dirieto  fatto  a  tatta 
le  mercatanzìe,  arnese  e  roba,  i  Genovesi  e*  Provaa- 
sali  e*  Catalani,  e  tutti  altri  .^mercatanti,  ao  no  parti- 
rono, e  rimaae  la  dttà  di  Pisa  ne^  luogbi  deOn  mar- 
catanria  solitaria  ;  e  allora  si  cominciarono  n  awe- 
dere  i  Pisani  cbe  non  aveano  fitta  buona  iaaprasa, 
e  grande  repetlo  ebbe  nella  dttà  de'  loro  anuggiori 
nd  reggimento,  cbe  dato  avea  a  intondore,  6k»  par 
gravesse  di*  e'  Cicessono  a'  Forentini  noa  so  ao  par- 
tirebbono  ;  tanf  era  V  agiamento  dd  porlo ,  e  la 
comodità  del  cammino  edell'dtre  coae,  o'iKiapoft- 
aavano  cbe  lo  sdegno  dell*  ingiurìa  ponderasse  con- 
tro alla  loro  comodità.  La  coaa  andò  tutto  per  al- 
tro modo.  I  Fiorentini  presono  porto  a  Tdanono,  e 
pertinacemente  si  disposono  a  volere  vedere  ao  tee 
potessono  la  mercatanaia  sema  i  Pisani.  Por  que- 
sto i  Pisani,  cb*  erano  amid  di  Simone  Boocanegn 
doge  di  Genova,  d  aùaono  a  fare  lega  con  Ivi»  e 
armare  galee,,  per  impedire  ebe  la  mercalaeain  non 
ponesse*  a  Telamone*  Onde  aeguitarono  non  piocolee 
^fisnsste  norità,  come  leggendo  innsnai  a  loro  tempo 
d  potrà  trovare. 

CAPITOLO  xxxm. 


Come  il  capitano  di  Forh  ti 

Basendo  la  compagnia  valicata  in  LoadMurdìa, 
il  legato  intendeii  a  riprendere  la  guerra  contro  d 
capitano  di  Forlì  e  il  signo/e  di  Faensa,  e  appnree- 
cbiavasi  d'assediare  la  dttà  di  ForU.  U  qapitnno^  cbe 
era  coraggioso  e  awiaato,  innand  cbe  Tasaedio  gli 
venisse  addosso,  ebbe  trecento  suoi  cavalieri  e  cinqne- 
cento  masnadieri,  e  di  subito  e  improvviso  a*  Malatesti 


'  noo  £ftoeM6  capo,  non  pigliassi  terra  a  Talamona 


DI  MATTEO  VILLANI 


as3 


caraioò  eoB  qvafla  gente  a  Kiainf,  e  eccolM  una 
grand»  preda  d*  iioiììbì,  e  d' anea i,   e  di  beatiame  ; 
e  data  la  ToUa,  aensa  ooalraato  con  tolta  k  preda 
•ì  iomò  in  Forlì  ;  e  fallo  qaealo,  fece  ardere  e  dia- 
fare  talli  i  caaali  e  terre  da  non  pelerai  bene  di- 
fendere, e  inleae  a  volare  la  terra  di  tolta  la  gente 
dinrtfle  aQa  guerra,   e  a  fornirai  oopiosamento  di 
irìlliiaflia,  tedoccbé  più   Inngamento  poleaae  fare 
Ma  diféia  eontro  al  legalo,  eh'  era  per  ferlo  èbì^^ 
diare,  eoaie  appreaao  avrenne,  ma  più  lardi  chVnon 
B*  anrriaaya. 

CAPITOLO  XXXIV. 
Come  Pamua  l'orrMidè  al  legaio,  e'  paiiL 

Meaaer  GioTanni  di  measer  Ricciardo  de^  Man- 
iredi  aignore  di  Paensa,  cónoacendo  Ja  ana  forza 
debole  a  reaiatere  a  Santa  Chieaa,  ai  miao  a  trattare 
neeordo  col  legalo  mediante  gli  ambasciadori  del 
re  d*  Unglieria,  cIm  a  atanxa  di  meaaer  Giovanni  ae 
ne  traragUavano  ;  e  in  fine  del  meae  di  norembre, 
anno  dello,  a  dì  10,  vennero  a  qneati  palli:  obe 
al  legato  ai  doveaae  rendere  liberamente  la  aignoria 
di  Paenia,  e  delle  caatella  e  del  contado  ;  e  measer 
Giovanni  doveaae  avere  tolto  ano  patrimonio  salvo, 
e  la  terra  di  Bagaacava|lo.  E  per  attenere  i  patti 
^ede  dne  anoi  figlinoli  atadicbi,  e  mandolli  co*  dtflti 
nrnbaadadori  alla  guardia  del  aignore  di  Padova.  E 
appreaao,  del  meae  di  dicembre  vegnente,  il  legato 
alleai  d*  ogni  parto  i  palli,  fece  prendere  la  tenuta 
della  citta  di  Faenza  e  di  tolto  le  caatolla.  B  innansi 
cbe  la  terra  ai  deaae  al  legato,  il  tiranno  fece  a'cil- 
taénd  gravi  oppreaaioni,  e  tolae  loro  molti  danari, 
e  di  quelli  cui  egli  odiava  per  sospetto  fece  ucci* 
dere.  E  a  queato  modo  preae  flne^  la  tirannia  di 
measer  Giovanni  aopraddelto,  la  quale  per  lo  auo 
principio  fa  cagione,  come  addietro  avemo  contato, 
di  molti  mali  avvenuti  in  Italia. 

CARTOLO  XXXV. 

Come  fece  la  genie  della  lega  de' I/mbardi 

m  queslo  tempo. 

Tornando  a^lMIi  di  Lombardia,  eaaendo  atato 
lungamente  il  vicario  dell'  imperadore  colla  gente 
della  lega  e  della  compagnia  a  oate  in  ani  contado 
di  Hflano  aenza  avere  trovato  eonlraato,  ai  riduaaono 
a  una  viUa  chiamata  Margotto  in  ani  Teaino,  e  ivi 
ai  raaaegnarono  Iremilaoìaqaecento  cavalieri  bene 
armali  e  bene  a  cavallo,  aenia  l' altra  cavalleria  da* 
.aacomanno,  e  aeimila  maanadieri  :  costoro  prendeano 
molta  fldansa,  non  temendo  ch^e^aoldali  ledeachi  e 
borgognoni  veniaaono  contro  a  loro.  Il  marcheae 
di  Monferrato  Iraaae  delPoate  cinquecento  cavalieri 
per  un  trattato  ch'egli  avea  tonato  delta  città  di 
Novara,  a  a  di  9  di  novembre  anno  detto  entrò  nel- 
h  terra,  e  preaela,   e  aaaediò  il  eaatollo,  ch'era 


'  •  questo  Diodo  ebbe  fine  eoo.   n  prmdit  (h$  h  £raae 
notabile. 


grande  e  torto  e  bene  fomtto  di  geato  alla  dtfsaa, 
e  di  molta  viltoa^  da  poterà  haigameate  attendefo 
il  aoccorao,  e  francaaMUto  manleneano  ta  difeaa. 

CAPITOLO  XXXVI. 
Della  materia  wiedenma. 

Avvenne,  che  preaa  Novara  per  lo  marcheae 
proaperamente,  avendo  egli  e  meaaer  Aiio  da  Cor^ 
roggio  un  altro  trattato  in  VercelU,  ai  afonarono 
d'avacdare  la  cavalcata,  e  per  tema  di  riparo  che 
penaavano  vi  ai  metterebbe,  per  eaempio  di  Novara; 
e  per  queato  measer  Asso  traase  dell'osto  anche 
aellecento  barbuto  di  buona  gento,  e  andando  per 
entrare  in  Vercelli,  a  di  11  di  novembre  detto, 
quelli  che  v'  erano  dentro  per  lo  aignore  di  Milano 
avendo  udita  la  novita  di  Novara,  ripararono  alla 
guardia  di  Vercelli  ;  aiechò  la  cavalcata  fu  invano. 
Nondimeno  penaando  il  marcheae  e  meaaer  Amo 
che  da  Mitaao  non  poleaae  venire  toro  aoccorao, 
vi  ai  misono  a  osto,  ove  stottono  più  di;  e  in  que- 
sto metto  fortana  cambiò  ta  faccia  a  coloro  ehe 
troppo  si  fidavano,  come  apeaao  avviene  ia  falli  di 
guerra,  che  fa,  vinti  i  viacitorì,  avere  a  aehifo  il  auo 
nemico. 

CAPITOLO  XXXVIL 

Come  t  oste  della  lega  fu  rotta  dalla  geMe 

di  Milano^ 

l  aignori  di  Milano,  che  rioeveano  cottolo  ol- 
traggio per  la  maKtia  de'  loro  aoUali,  eoa  ai  rap- 
pone  da  loro,  ma  oareitaronli  in  vieto  e  in  opere, 
e  maaaimamento  certi  coneslabili  più  eoaidanà;  e 
tanto  aeppono  tare,  che  una  parte  ne  recarono  i 
loro  volonta  :  e  nondimeno  per  tolte  toro  città  rac- 
colaono  in  arme  de'  aoldati  de'  loro  audditi  e  degli 
altri  Italiani  intomo  di  qoattramik  cavalieri,  e  al- 
trettanti n'ebbono  de' loro  aoldati;  e  queato  fu  fatto 
per  modo,  che  poco  awiaaaMato  n'ebbono  i  toro 
nemici.  E  aentondo  tratti  dell' oato  del  vicario  adl- 
ledugeato  barbuto  per  to  latto  di  Novara  e  di  Ver- 
celli, aubitamento  fedono  capitano  BMaaer  Loderigo 
de'  Viaconiì,  valeato  cavaliere,  ma  di  graade  età. 
Costui  usci  subito  òon  bene  aeimila  cavalieri  e  a^lto 
gran  popolo  di  Milano,  e  andatosene  verso  i  nemici, 
eh'  erano  col  loro  campo  a  Margotto  in  ani  Teaino, 
puoaeai  a  campo  a  di  13  di  novembre  predetto, 
pteaao  a' nemici  a  tra  miglia,  e  aiaadò  a  richie- 
dere il  veacovo  di  battaglia;  ta  quale  richieata  il 
vicario  mostrò  d*  accettare  allegramanto,  a  '1  tormine 
fu  per  la  domenica  mattina  vegnento,  a  di  18  del 
meae.  Ma  vedendoai  il  veacovo  afemito  il  campo  di 
milledugento  buoni  cavalieri,  ai  provride  la  notte  di 
fare  valicare  il  Teaiao  a  tolta  ta  aaa  oato,  a  fiae  di 
rìduoerai  ooa  eaaa  pronao  a  Pavia,  per  avere  il  aaa- 
aidio  della  dita,  chò  troppo  gli  parca  avere  gran- 
de diaavvanlaggio.  In  queato  movimento  prigioni  ai 
fuggirono  eh'  avvisarono  measer  Loderigo  del  fatto  : 
il  quale  di  aubito  la  netto  nmndò  meaaer  Vallerano 


224 


GIONICA 


lilenuiieUiy  flfiivolo  oke  fa  di  Oaitraecio,  con  tr^ 
eeilo  ottalierì,  e^ooMasédglì  ohe  si  fltrìfBetse  coglie- 
mìci  fnuicuieitef  ncch^cgli  toipediiM  la  partita  lo- 
ro, tanto  eh*  e'  gisfoesso  coHa  tua  osto,  doUa  qaale 
ioooDtanoBto  ordinò  lo  battaglio,  o  togoitò  appresso. 
Hossor  Yallorano  fece  coraggiosamente  il  sno  ser- 
vigio; e  inoanii  dì  assali  il  eaaqio  ora  dalT  nna  par- 
to ora  d*ir  altra,  per  li  quali  assalti  molto  impedì 
Il  Yalieo  del  Tesino  alla  geate  del  Ticario.  Ma  sdiia- 
lito  il  giorno,  por  lo  soperchio  della  gente  del  Ti- 
cario fn  preso  colla  maggiore  parte  de*  suoi  cata- 
lieri.  Nondimeno  il  oarreag^io  del  campo,  e  la  saU 
moria,  e  i  popolo,  e  parte  do'  caralieri  falicarano 
oontinoramente,  e  di  qm  alla  riscossa  erano  rimasi 
eoi  Ticario  deU*  imperadore  il  conte  di  Landò  cnpi- 
tano  della  compagnia,  e  messer  Dondaccio  di  Par- 
BM,  e  messer  Rsmondino  Lnpo,  e  qnasi  tutti  i  mi- 
giiorì  oonestahili  doU'oste  con  miUecinqoecento  bar- 
bale e  eo'sopraddeHi  prigioni.  B  aTcndosi  messa  innan- 
n  lotta  Tatoi  oste,  innansi  che  potessono  condncersi 
al  passo,  messer  Loderìgo  colla  sna  caTalleria,  lotti 
scienti  e  ordinati  alla  battaglia,  fo  loro  addosso 
la  mattina  al  chiaro  dL  I  caralieri  del  Ticario,  ch*e- 
rano  nomini  di  gran  TÙrtù  in  fatti  d^arme,  Toden- 
dosiallo  stretto  partito,  lotti  a*  annodarono  insieme, 
e  feciono  testa,  e  riceTcttono  T  assalto  de*  nemici 
firancamente,  non  lasciandosi  di  serrare,  facendo 
d*  arme  gran  coso  contro  al  soperchio  eh*  aveano 
addoaso:  e  combattendo  contiooTamente  per  spatio 
di  Ito  ore  sostennero  Tasullo  d*ogni  parte,  dan- 
neggiando molto  i  nemici  loro.  Infine  la  fatica  e  *1 
soperchio  della  moltitodine  do*  loro  avrersarì  li  rup- 
pe. Allora  molti,  che  temctlono  più  la  paura'  che  la 
Torgogna,  si  misono  alla  foga  e  camparono.  In  sul 
campo  no  rimasono  presi  seicento  o  più,  tra*  qtaaU 
là  il  ToaeoTO  già  dodo,  Ticario  dell'  imperadore,  e 
il  conto  di  Landò,  o  measer  Ramondino  Lupo,  e  mes- 
ser Dondacdo.  fc  Toro  che*l  conte  Tenne  a  mano  de* 
Todosohi,  che  *1  celarono  e  camparono,  e  duo  euTa- 
lierì  tedeschi  camparono*  messer  Dondaccio,  e  fug- 
gironsi  con  hn,  e  fldaronsi  alle  sue  promesse,  e  per 
diversi  cammini  il  condnssono  a  Pir^nse,  e  poi  in 
Lombardia.  Tnlla  1*  altra  oste,  che  avea  valicato  Te- 
sino, sani  e  sahri  si  rìcolsono  in  Pavia  con  tutto 
il  earreaggio  e  1*  altro  arnese.  B  questa  fh  la  fine 
della  nnoTa  impresa  del  nnoTO  Ticario  dell*  impera- 
dore, ma  non  de*  falli  della  lega. 

CAPITOLO  XXXVUL 
//  comigHù  prese'  •/  eapiiano  di  Farli. 

Tedoto  che  Francesco  degli  Ordelaffi.  ebbe, 
che  Paeosa,  e  tolta  1'  altra  Romagna  e  la  Marca  e 
H  Docalo  era  Tonota  ali*  ubbidienza  di  Santa  Chiesa, 
e  che  al  legato  eh*  aToa  gran  polensa  di  danari  e 
d*  armo,  non  reslaTa  a  lire  altra  goerra  che  con- 
tro a   lai,  ragnnò  a  consiglio  lotti  i  booni  nomini 


'  Intendi  :  ^h$  $mtiroH  pia  la  paura  eoo. 

*  H  T.  Rlcd  ometto:  $  du$ eaioàUmi Udéèéhi  eati^par<mù. 

'  Intendi:  consiglio  che  (ù  preso  d»l  cspltitno  ecc. 


di  Porli,  e  domandò  eonnìgKo  ém  loro  di  qiA 
eh*  aTosso  a  fare^  Costoro  consigliali  insiasM,  i 
concordia  fodono  dire  al  capitano  in  qool  oonogii,  | 
ohe  la  fede  e  T  amore  eh' e*  PorfiTOoi  nTonoosanfa 
portalo  alla  sna  cane  e  a  Ini  non  oro  a  loro  ■» 
cala;  e  come  altre  Tolte  do-* loro  proprii  benisiAi  : 
forlone  loro  gli  aToano  itali  e  naaoloaoti,  toh  | 
eh'  olii  orano  ritornati  nella  signorin,  cori  intaailii  | 
di  fare  qoando  fl  bisogno  ineoRonoe,  éi  càa  Uii  { 
il  guardasse.  Nondimeno  conoscendo  ni  prenenti  k  , 
gran  forse  della  Chiesa  contro  a  lai  noUs  *  ■>>" 
soccorso,  consiglisTano  che  col  legnlo  ai  trattmn 
accordo  il  migliore  che  aTcre  si  potoono.  B  di  fo- 
ste sTTcrrebbe,  eh*  eglino  soci  amici  bob  perderé- 
bono  i  loro  beni,  e  potrebbonlo  sottobìto  e  alvt 
Quando  egli  ebbe  odilo  il  loro  coonìglio,  ém- 
Ora  voglio  che  toI  odiate  la  aun  fatrmiinafl  h 
non  intondo  fare  accordo  colla  Chieon,  no  Foil  i 
1*  altre  terre  eh*  io  tengo  non  ari  riauiBgOBO,  e  fail- 
le intendo  mantenere  e  difendere  ftao  alto  nmte 
B  prima  Cesena,  e  le  oaaleUa  di  liaori,  o  ForliBp»- 
poli  *,  e  appresso  perdote  quelle,  le  nuvo  di  Vmà\  « 
perdoto  le  mora,  difendere  le  rie  e  le  penine;  i^ 
r  ultimo  questo  srio  palano,  e  in  Eoo  V  ultima  !»• 
re  di  quello,  innansi  che  per  suo  nanciolimente  i^ 
cuna  n* abbandonasse:  o  però  folca  oko  lotti ss^ 
sono  in  palese  la  sua  inteniiono,  prognodoli  eoa  ni- 
natciamento  di  gravi  minacce  che  cnloBO  U  fosm  fe- 
dele amico  e  leale.  B  di  presente  mnndò  la  meflii 
e*  figliuoli  con  buona  compagnia  di  gonio  d'arw  ' 
cavallo  e  a  piò,  e  raccomandolle  la  gonrdia  di  C«is- 
na^;  e  fornì  di  vantaggio  tulle  le  castella^  tMFoA 
trasse  da  capo  femmine  e  fonci^Ui,  e  gonio  étftì» 
in  tempo  d*  assedio,  e  soldati  auso  aoUe  cast  • 
ausseritie  di  corti  cittadini  meno  conAdonli;  e  cod 
disposto,  intondoa  a  difendersi  dal  legalo'. 

CAPITOLO  XXXCL 


Messer  Niecola  prese 


per  io  re  Imì^^ 


Tornando  nostra  materia  a*  falli  ^  %miaà^ 
essendo  fl  re  Luigi  a  Reggio,  messer  Niccois  ^ 
Cesaro  avea  procoralo  d*  avere  in  sua  guardia  il  ^ 
stello  di  Sansalvadore  in  sulla  marina»  e  aggissiofl 
i  cavalieri  di  sua  sella,  eh*  avea  latti  ritoraaie  ^ 
Pvense,  si  proTTidn  che  noin  era  sisaro  sl  Uitv^ 
impresa  col  je  Luigi,  s*e*non  afopse  fl  castello^ 
Msltagrìfone  sopra  llssains,  che  era  forlisiimo,  < 
dsTa  r  entraU  e  V  usciU  deUa  dttà  por  la  BM)Btigi<i 
0  questo  procacciò  per  ingegno,  che  per  fen>  >^ 


■  L'Ordelaffi  era  divenuto  sonore  di  Foci!  ad  V^ 
Fattori  introdorre  nella  dtlà  ehioao  .in  ona  bolla,  J»^ 
qaivi  gli  imlci  e  Q  popolo  contro  U  re  Roberto,  «MOir 
tato  il  fi^yemo,  e  eacdati  In  fine  i  Calboli  »  nfl  pno  v 
tatto  il  dominio.  ^ 

'  Cia,  mogUe  deU'OrdeUO,  donna  di  raro  valoie  •« 
■piriti  virili,  vestendo  l' anoe  a  arado  degli  «xb^  ^ 
di  molte  prodeise,  e  langamente  foitenne  l'aseedio  £  ^ 
sena;  la  qoal  dttà  fa  poi  gnasta  dalTarn^  del  ^»^ 

*  Abbandonato  Ceooo  Ordelaffi  daUa  vmp»^^ 
conta  di  Landò,  da  lai  aaaoldata,  dovette  peidM»  »^ 
Forlì  nell'anno  1359. 


DI  MATTEO  VILLANI. 


325 


m-vea  InofO.  n  omUIUido'  non  prendea  g«ardk  de^suoi 
€silladiiii  ;  o'  cavalierì  tornati  da  FirenM  ermo  amid, 
«  per  modo  d'andarlo  a  TÌiìtaro  con  alquanti  loro 
femifli,  farono  eon  festa  rìee?nti  da  Ini;  e  lenen- 
dolo in  novelle,  compara  ordinalo,  meaier  Niecok 
sopratrenne  eon  altri  suoi  compagni,   e  non  gli  fa 
contraddetta  Fentrata  per  mala  provvisione  del  oaatel- 
lano;  e  trovandosi  dentro  forte,   cortesemente  ne 
traaae  il  castellano,  eh*  era  male  provvedalo  alla  di- 
fesa. Fornito  questo,  messer  Piccola  vi  mise  il  ca- 
stellano e  le  guardie  a  suo  modo  ;  e  avendo  fermo 
il  trattato  eoi  re  Luigi,  Q  re  del  mese  di  novembre 
iri  mandò  messer  Niecola  Aociaiuoll  da  Firenze,  ch'avea 
flBenato  questo  trattato,  con  setto  galee  e  un  legno 
amnato  oariche  di  grano,  e  con  lui  cinquanta  cavalieri 
e  Ireoento  masnadieri  di  Toscana  ;  e  giunti  a  Mes-* 
•ina,  fttfono  ricevuti  da  messer  Niecola  di